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Cosa rende un uomo attraente agli occhi delle donne?

Un nuovo studio del dipartimento di psicologia e psicologia evoluzionistica dell’Università di Cambridge, pubblicato dalla Royal Society Open Science svela cosa rende un uomo attraente agli occhi di un gruppo di donne eterosessuali e a cosa sia dovuta la scelta del probabile partner sessuale da un punto di vista evoluzionistico.

L’attrattività ha un notevole impatto sia in un’ottica evoluzionistica che di percezione sociale: è infatti risaputo come gli individui considerati più attraenti siano percepiti come più socievoli, intelligenti e in salute rispetto alle loro controparti meno attraenti (Brierley, Brooks et al., 2016).

Uomo attraente: che cosa lo rende tale?

Alcuni studi hanno evidenziato come queste attribuzioni positive, che costituiscono il cosiddetto “effetto alone” (Dion, Berscheid, Walster, 1972), associate all’essere attraenti, influenzino positivamente le prospettive lavorative, la retribuzione professionale, la stabilità matrimoniale e la fecondità biologica (Jokela, 2009; Fales, Frederick et al., 2016).

Una chiave determinante per stabilire l’attrattività di un individuo è la morfologia del suo corpo, la costituzione del suo fisico (Brierley, Brooks et al., 2016). Da un punto di vista puramente biologico ed evoluzionista, i giudizi di una persona ritenuti decisivi per la scelta di un probabile compagno riproduttivo, deriverebbero da tratti morfologici che riflettono il suo buon stato di salute, in particolare la sua abilità di sopravvivere nell’ambiente e riprodursi.

A questo proposito, Bogin e colleghi (2010) hanno sottolineato come la percezione di un buono stato di salute nel partner riproduttivo fosse fortemente associata all’idea che questo con maggiore probabilità sarà in grado di fornire cure, cibo, protezione e un ottimo patrimonio genetico da trasmettere alla prole con una minore probabilità di trasmettere malattie o patogeni.

Uomo attraente: sarebbe questione di proporzioni

Dal momento che alcuni aspetti dello stato di salute correlano con alcuni tratti morfologici, diversi studiosi hanno cercato di individuare nello specifico quali fossero le componenti anatomiche predominanti che influenzano maggiormente il giudizio di attrattività, come ad esempio la forma del volto, la percentuale di massa grassa nel corpo o l’altezza (Sear & Marlowe, 2009).

Seguendo questa prospettiva, alcuni studi si sono concentrati sulla proporzionalità degli arti in particolare tra gambe e corpo (leg to body ratio; LBR) che definisce il rapporto tra la lunghezza delle gambe e l’altezza del corpo, dal momento che Swami e colleghi (2006) hanno riportato una maggiore mole di giudizi di attrattività nei confronti di corpi con un minor LBR.

Tuttavia uno studio di Versluys e colleghi (2017) ha evidenziato come in un gruppo di donne americane, l’attrattività massima era costituita da corpi maschili che raggiungevano una LBR leggermente maggiore rispetto la media della popolazione.

Lo studio, poc’anzi citato, inoltre mostrava come agli uomini con proporzioni gambe-corpo leggermente sopra la media fossero associati ad uno status socio-economico maggiore, un buono stato di salute e una buona stabilità soprattutto nella locomozione (Versluys et al., 2017).

In contrasto, deviazioni significative dalla media di LBR della popolazione maschile sia di molto al di sopra che al di sotto della media, fosse stata associata ad una scarsa salute; in particolare gambe troppo piccole rispetto al tronco sono state associate con il diabete di tipo 2 e con la sindrome da resistenza insulinica, patologie cardiache e coronariche e infine con la demenza (Prince, Acosta et al., 2011) mentre gambe troppo lunghe sono state associate a patologie genetiche come la sindrome di Marfan (Pyeritz, 2000).

La preferenza da parte di gruppo di donne americane nei confronti di uomini con LBR leggermente al di sopra della media si accorda con l’idea che una particolare morfologia degli arti sia un segnale importante dello stato di buona salute ed è da considerarsi cruciale nel momento in cui si procede alla scelta del partner riproduttivo (Versluys, 2017).

Per cercare di fare ulteriormente chiarezza e comprendere quale componente fosse predominante nel giudizio di LBR, un recente studio di Versluys, Foley & Skylark (2018) ha cercato di investigare due componenti della morfologia degli arti che non erano mai stati presi in considerazione e che potrebbero essere in relazione con il giudizio di attrattività: il rapporto tra la lunghezza totale degli arti con l’altezza totale (arm-to-body ratio; ABR) e il rapporto tra gli arti distali e prossimali (intra-limb ratio; IR).

Per tale scopo, i ricercatori hanno creato immagini computerizzate modificate di corpi maschili utilizzando come misura di riferimento la media delle proporzioni corporee di più di 9 mila uomini appartenenti alle forze militari americane. Una volta ottenuta la media, le immagini dei corpi sono state aumentate o diminuite di alcune deviazioni standard rispetto la media, creando corpi maschili con arti superiori e gambe leggermente più lunghi o corti. Successivamente i ricercatori hanno chiesto ad un gruppo di 800 donne eterosessuali statunitensi, dai 18 anni in su, di giudicare l’attrattività di ciascuna immagine di corpo maschile generata al computer (Versluys, Foley & Skylark, 2018).

Uomo attraente: il migliore ha Leg to Body Ratio entro o sopra la media

I risultati hanno mostrato una chiara preferenza per corpi maschili con LBR leggermente sopra la media complessivamente all’interno del gruppo femminile, come già evidenziato dallo studio precedente di Versluys e colleghi (2017).

In aggiunta, i ricercatori però non hanno riscontrato alcuna influenza di ABR sui giudizi di attrattività lasciando supporre che probabilmente questo non influisce in modo determinante sulla scelta di un partner maschile in quella popolazione da parte del gruppo femminile, mentre hanno rilevato un’influenza ridotta di IR sul giudizio complessivo di attrattività (Versluys, Foley & Skylark, 2018).

In conclusione, Versluys, Foley e Skylark hanno interpretato i risultati ottenuti dal loro studio basandosi sull’idea che la preferenza, riscontrata nel gruppo femminile per una specifica lunghezza delle gambe, possa riflettere un compromesso tra i “vantaggi genetici” osservabili in proporzioni corporee nella media, ritenute segnali cruciali di immunocompetenza e minori probabilità di trasmettere patologie da parte del maschio scelto alla futura prole, e i vantaggi dovuti a tratti che sono leggermente al di sopra della media, segni invece di una buona efficienza biomeccanica nella locomozione e di un ottimo stato di salute e di conseguenza socio-economico.

Il Disegno Narrativo Condiviso (2017) di Gianluigi Passaro – Recensione del libro

Il Disegno Narrativo Condiviso di Gianluigi Passaro, è un invito a immaginare e giocare con la propria fantasia, non un manuale teorico sul disegno infantile. L’autore afferma che il suo scopo è: “rendere partecipe il lettore del mio mondo interno e del mio modo di essere in terapia così da rendere l’attività solitaria della scrittura un’opera a due che riguarda la coppia narrativa scrittore-lettore”.

Per questa ragione il testo si legge, si studia e si guarda. Ho letto il testo e ho ritrovato elementi teorici della psicoanalisi infantile e della psicologia della gestalt. Ho seguito le indicazioni dell’autore ed ho giocato con la mia fantasia, mi sono divertita e rilassata piacevolmente con il frutto delle mie storie inventate e disegnate immaginandomi in un dialogo virtuale con l’autore.

Il Disegno Narrativo Condiviso

L’autore condivide generosamente con il lettore il suo metodo di lavoro in psicoterapia fondato sul suo patrimonio di conoscenze certamente sia teoriche sia metodologiche nell’ambito di psicoanalisi, psicologia della gestalt, arte e letteratura, il mito, la fiaba.

In particolare Passaro riprende dall’ambito psicodinamico la tecnica dello Scarabocchio di Winnicott, nella quale il disegno è un esperienza di relazione e di condivisione.

Il disegno è un mezzo per il bambino di rielaborazione della realtà e di espressione del suo punto di vista. Usare carta e matita per la sciare una traccia di se è un esperienza importante per il bambino, che inizierà ad usare il disegno anche come mezzo di comunicazione del proprio mondo interno (pensieri e emozioni) con il mondo sociale.

Il disegno del bambino, a differenza delle parole o del pianto, resta nel tempo una volta realizzato e potrà essere guardato e riguardato sia dal bambino sia da mamma e papà e da molti altri osservatori. Lasciare una traccia di sé è una meraviglia di esperienza per il bambino!

Come afferma l’autore:

Il disegno è un oggetto sociale, è fatto per essere guardato dal bambino e visto dagli altri ed è una delle prime proiezioni del mondo interno per i genitori e gli altri in generale.

Attraverso i disegni dei bambini possiamo ricostruire il loro percorso di maturazione cognitiva, motoria, creativa ed emotiva.

Il disegno infanitle è a tutti gli effetto uno strumento psicoterapeutico .

Il Disegno Condiviso: dallo scarabocchio di Winnicott al puntastorie

Come per primo Winnicott, anche Passaro unisce il disegno al gioco e costruisce un procedimento ove i partecipanti, terapeuta e bambino, disegnano, costruiscono una storia che diviene un prodotto condiviso, l’incontro di due mondi interni.

A differenza dello Scarabocchio di Winnicott, il Puntastorie è una tecnica più strutturata, come spiega lo stesso autore:

la tecnica proposta da Winnicott lascia al bambino la possibilità di proiettare fantasie e immagini sul foglio senza alcuna regola formale, il Puntastoria presuppone uno spazio contenitivo, che lascia libertà di espressione e di invenzione al bambino, ma chiede alcune regole.

Sebbene con alcune regole la tecnica di Passaro permette l’espressione piena della creatività del bambino in una relazione di reciprocità e contenitore. Il puntastorie po’ essere unsato sia in una seduta con un singolo bambino, sia in gruppo, sia con bambino, mamma e papà.

Il Disegno Condiviso: cosa serve per il puntastoria

  • due fogli bianchi, uno per il disegno e uno per trascrivere la storia e i personaggi (formato A4 per un un incontro individuale, formati A3 o i cartoncini Bristol se in piccolo gruppo o con i genitori)
  • una matita per ciascun partecipante
  • una gomma per cancellare
  • un temperamatite
  • per colorare: pastelli, colori a cera, tempere, acquerelli.

La consegna, dalle parole dello stesso autore, è la seguente:

Adesso disegniamo dei puntini sul foglio, dove vogliamo noi, io farò i miei e tu i tuoi. L’unica cosa importante è che si vedano bene.

In media per un Puntastoria occorrono circa trenta minuti; la durata dipenderà dalla tecnica di colorazione usata e dalla ricchezza delle associazioni che emergeranno nella storia. Il terapeuta non dovrà avere fretta di finire o interpretare, perchè talvolta occorre un intera seduta solo per il disegno e la storia. L’autore, riferendosi alla propria esperienza clinica, consiglia la metodologia dai quattro sino ai quattordici anni di età.

Il disegno narrativo condiviso è una tecnica ma soprattutto un’esperienza relazionale e di creatività.

Nel testo, che consiglio vivamente agli psicologi dell’età evolutiva, l’autore nonché, il clinico spiega passo a passo il metodo che ha messo a punto; egli inoltre ha arricchito la sua descrizione con numerosi esempi clinici e disegni condivisi.

Concludo, sottolineando ciò che tutti i terapeuti che lavorano con i bambini sanno, ovvero l’importanza di mettersi in gioco ed avere le mani in pasta, citando l’autore:

nella psicoterapia con i bambini, giocare, disegnare e raccontare sono atti immaginativi che hanno un potere trasformativo: giochi, storie e parole diventano semi.

Ossitocina: un ormone che influenza le nostre interazioni sociali

L’ ossitocina è un ormone peptidico composto da 9 aminoacidi, prodotto dai nuclei ipotalamici, in particolare sopraottico e paraventricolare, e prodotto dalla ghiandola pituitaria posteriore (neuroipofisi).

 

È ormai da tempo assodato come questo ormone giochi un ruolo centrale durante il travaglio e il parto e successivamente nel processo di allattamento. Più recentemente è stato inoltre indicato come elemento chiave nelle interazioni sociali e nelle nostre reazioni sentimentali, da questo il soprannome di “ormone dell’amore”. L’ ossitocina difatti aumenta i comportamenti pro-sociali come altruismo, generosità ed empatia e ci porta ad essere più propensi a fidarci degli altri. Questi effetti socio-cognitivi emergono in conseguenza della soppressione dell’azione dei circuiti prefontale e cortico-limbico, con conseguente abbassamento dei freni inibitori sociali come la paura, l’ansia e lo stress.

Il ruolo dell’ossitocina nella percezione dei rapporti sociali

In merito a questo aspetto, l’ ossitocina sembra essere implicata in particolare nella percezione dei volti, delle emozioni e di altre informazioni sociali. Negli ultimi anni sono stati numerosi gli studi che hanno cercato di indagare tale fenomeno, alcuni mediante anche la somministrazione dell’ormone per via nasale. I risultati hanno dimostrato, ad esempio, che la somministrazione intranasale di ossitocina può aumentare il riconoscimento delle emozioni e l’attività cerebrale durante la percezione di un volto. L’ormone in questione, quindi, sembra giocare un ruolo significativo nell’elaborazione delle informazioni interpersonali e nel mantenimento dei legami sociali.

Secondo un nuovo studio pubblicato su Science, però, in alcune situazioni sarebbe proprio l’ ossitocina ad impedirci di comprendere a fondo le intenzioni non del tutto amichevoli del nostro interlocutore, inibendo la nostra capacità di rilevare le intenzioni nascoste nelle facce degli altri. La psicologa ricercatrice Eyal Winter e il suo team hanno chiesto a un campione di 84 individui di guardare il programma “Friend or Foe?” (amico o nemico?) e valutare, dopo dopo essere stati istruiti per farlo, chi era sincero e degno di fiducia e chi no. Prima di guardare lo spettacolo, alcuni partecipanti hanno ricevuto una dose intranasale di ossitocina, mentre altri hanno ricevuto un placebo. Nel complesso, entrambi i gruppi erano in grado di identificare i volti amichevoli e quali concorrenti sarebbero stati in grado di cooperare. Tuttavia i risultati nei due gruppi si discostavano quando si trattava di identificare i concorrenti più falsi e ingannevoli. Secondo i ricercatori, infatti, l’ ossitocina sopprimerebbe l’attenzione per gli stimoli sociali negativi, con conseguente diminuzione della capacità di identificare l’astuzia nascosta in un volto apparentemente amichevole: “Quando motivazioni miste si nascondono sotto la patina di un volto amico, l’ ossitocina può ostacolare la nostra capacità di riconoscere che qualcosa non quadra” concludono.

Ossitocina e disturbi psichici

Proprio perché l’ ossitocina gioca un ruolo di grande importanza nella regolazione delle abilità sociali, è stato naturale il chiedersi da parte della comunità scientifica quale potesse essere il ruolo di quest’ormone nello sviluppo di quelle patologie che proprie nelle abilità relazionali trovano il loro principale aspetto di deficit.

Alcuni studi hanno riportato una “disfunzione nel processo dell’ ossitocina” nei bambini con disturbi autistici. Ci sono anche prove che i geni che influenzano l’ ossitocina, ad esempio il gene del recettore dell’ ossitocina, OXTR – possano essere coinvolti nello sviluppo dei disturbi dello spettro autistico.

Studi sul rapporto tra ossitocina e schizofrenia hanno prodotto risultati contrastanti: le associazioni con geni legati all’ ossitocina non appaiono così forti come per l’autismo. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che l’ ossitocina potrebbe essere un trattamento utile per i pazienti affetti da schizofrenia, in alcuni trial sperimentali infatti ci sono stati effetti incoraggianti sulla gravità della schizofrenia e sulla cognizione sociale.

Poiché l’ ossitocina è coinvolta nelle risposte allo stress, è stato anche studiato il suo potenziale ruolo nei disturbi dell’umore e disturbi d’ansia. Ad esempio, ci sono prove che l’ ossitocina possa essere coinvolta nelle risposte positive alla terapia elettroconvulsiva per la depressione grave. Finora ci sono  tuttavia poche prove che l’ ossitocina possa costituire un trattamento utile per l’ansia e la depressione. Lo stesso vale per i primi studi sull’ ossitocina per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo di personalità borderline.

In conclusione “l‘evidenza suggerisce un ruolo dell’ ossitocina nella fisiopatologia di alcuni disturbi psichiatrici, in particolare quelli caratterizzati da menomazioni nel funzionamento sociale” scrive Cochran, dell’University of Massachusetts Medical School. “Tuttavia, la natura preliminare dei dati attualmente disponibili preclude una chiara comprensione della natura esatta di questo ruolo”. Così, nonostante alcuni risultati promettenti, è troppo presto per concludere che l’ ossitocina possa essere un trattamento utile per l’autismo, la schizofrenia, o qualsiasi altro disturbo psichiatrico.

Non è affatto detto che riempire i pomeriggi dei bambini di attività extrascolastiche sia fonte di benessere!

Sempre più bambini e ragazzi sono coinvolti in attività extrascolastiche che si vanno necessariamente ad inserire nella routine della vita familiare. Lezioni di musica, di teatro, attività sportive, etc. scandiscono quasi tutti i giorni della settimana.

 

Gli autori del presente studio, i ricercatori Wheeler e Green della Chester University, vogliono indagare l’impatto che le attività extrascolastiche dei figli hanno sulla vita familiare.

I genitori, anche come conseguenza dell’emancipazione femminile, tendono a considerare i propri figli “progetti di sviluppo”, investendo considerevolmente nel loro sviluppo educativo con l’obiettivo di garantire loro un futuro migliore. In particolare, per quanto riguarda lo sport viene ritenuto che l’infanzia sia l’età migliore in cui poter gettare le basi per costruire future carriere agonistiche sportive.

Seguendo questa rotta il settore commerciale si è aperto al mondo dell’istruzione primaria, rispondendo ai bisogni dei genitori di sviluppo delle competenze e abilità dei loro figli.

Lo studio

I dati del progetto di ricerca sono stati ricavati attraverso 90 interviste semi-strutturate rivolte ai genitori e bambini di 62 famiglie inglesi, abitanti in aree urbane (25), semi-rurali (16) e rurali (7).

Il reclutamento è avvenuto attraverso 24 scuole situate entro 4 km dal centro cittadino. Le famiglie partecipanti erano per la maggior parte dei casi composte da due genitori biologici (41), 4 famiglie composte dai figli, madre biologica e padre non biologico e 3 famiglie composte dai figli e dalla madre single. Inoltre, la maggior parte delle famiglie era composta da due figli (30), alcune famiglie composte da un figlio (7) ed altre famiglie composte da tre o più figli (11).

Le interviste semi-strutturate, di durata di circa 2-3 ore per genitore e di 15 minuti per bambino, progettate ad hoc per indagare i processi sociali e le dinamiche interne alle famiglie si sono basate su tre punti centrali:

  • Modalità con cui i genitori sono stati coinvolti nell’istruzione dei propri figli e nelle attività extrascolastiche;
  • I fattori che hanno influenzato il coinvolgimento dei genitori nelle attività extrascolastiche;
  • I cambiamenti generazionali nel coinvolgimento dei genitori nelle attività extrascolastiche dei propri figli.

Durante l’intervista sono stati inoltre indagati il tipo di attività, la cadenza ed i luoghi in cui tale attività avvengono.

Le interviste sono state registrate e trascritte, per essere analizzate su base settimanale durante il corso dello studio, attraverso un software NVivo per l’analisi qualitativa computer assistita.

I risultati: attività extrascolastiche e conseguenze sulla vita familiare

Dai risultati emerge come la maggior parte dei bambini (88%) svolge attività extrascolastiche 4-5 pomeriggi alla settimana ed il 58% del campione svolge più di una singola attività extrascolastica a pomeriggio/sera.

Da questi dati risulta come il coinvolgimento extrascolastico domina la vita familiare, in modo particolare per le famiglie con più di un figlio. Questo determina un minor tempo di qualità vissuto in famiglia, una minore quantità di risorse in termini di denaro ed energia dei genitori.

Dunque, di fronte alla pressione di avere un programma settimanale extrascolastico completo, sembra che gli effetti di questa costante occupazione gravino in maniera significativa sul benessere familiare.

Conclusioni

La Dr.ssa Wheeler, principale ricercatrice dello studio, afferma:

[blockquote style=”1″]I genitori sono particolarmente desiderosi di assicurare che i loro figli entrino a pieno nella vita adulta: i genitori avviano e facilitano la partecipazione dei loro figli alle attività organizzate dimostrando di essere dei buoni genitori. Sperano che tali attività possano avvantaggiare i loro figli sia a breve termine (mantenendoli in forma e sani e aiutandoli a sviluppare gruppi di pari) sia a lungo termine (migliorando le loro prospettive di lavoro). Tuttavia, la nostra ricerca evidenzia che la realtà può essere in qualche modo diversa: mentre i bambini potrebbero sperimentare alcuni di questi benefici, un programma di attività organizzate può mettere a dura prova le relazioni dei genitori e delle famiglie, nonché potenzialmente danneggiare lo sviluppo e il benessere dei bambini.[/blockquote]

 

Le riserve di tempo, denaro ed energia dei genitori sono spesso notevolmente esaurite ed i matrimoni possono essere messi a rischio a causa delle esigenze di sostenere la partecipazione dei loro figli alle attività pomeridiane per garantirgli un futuro migliore.

Sulla base di quanto emerso, è dunque possibile affermare che il benessere personale dei componenti della famiglia ed il benessere della famiglia stesso sembra esser messo al secondo posto rispetto a speranze sociali, presenti e future, per i propri figli.

Aumentare la consapevolezza rispetto alle conseguenze sul benessere/malessere di questa pressione può aiutare i genitori a pianificare un programma meno frenetico per i propri figli. A supporto di questo difficile compito che attende i genitori e, più in generale l’intera famiglia, è importante che la ricerca futura continui ad indagare lo stato di salute fisica, mentale e sociale associato alla partecipazione costante ad attività extrascolastiche organizzate.

Il Training Autogeno, una pratica di auto distensione. Cos’è e come funziona

Il training autogeno è un metodo di auto distensione mente-corpo che una volta acquisito, praticato ed allenato può essere di sostegno nelle situazioni di difficoltà.

In primis è un metodo, cioè significa che consta di precise regole per l’apprendimento e, in quanto tale, di applicazioni ripetute nel corso del tempo perché risulti efficace. Il training autogeno è un metodo, appunto,  di auto-distensione, ciò significa che chiunque lo impari poi lo potrà gestire in maniera autonoma in praticamente qualsiasi situazione e luogo. Ciò conferisce a colui o colei che lo apprende l’opportunità di avere un “asso nella manica” da utilizzare in estrema autonomia senza il bisogno di aiuto da parte di altre persone. Per apprendere ed utilizzare la tecnica del training autogeno ci vogliono diversi mesi ed è necessario inoltre mantenere fresca la tecnica nel corso del tempo una volta terminano il training di base.

Questo metodo, che non è il solo utilizzato, è stato introdotto per la prima volta negli anni trenta da Johannes Heinrich Schultz, psichiatra tedesco, e risulta essere il cugino delle ben più note meditazione ed ipnosi.

Le applicazioni del training autogeno

Il training autogeno è risultato essere uno strumento estremamente versatile ed utile in molteplici situazioni problematiche. In particolare è di aiuto in situazioni di ansia e stress nelle quali avvengono molte attivazioni a livello fisico ed emotivo. La finalità degli esercizi è quella di riuscire ad esercitare una maggiore controllo per prevenire l’acutizzarsi di questo tipo di reazioni che possono, se non controllate, sfociare in attacchi di panico con le relative conseguenze.

Il training autogeno è inoltre indicato per problematiche legate all’insonnia e in tutte quelle manifestazioni dolorose acute quali l’emicrania dove l’aspetto psicosomatico risulta estremamente rilevante.

Altro ambito di applicazione del training autogeno è il settore sportivo, questa tecnica viene infatti utilizzata per stimolare e facilitare la concentrazione alla vigilia di importanti eventi sportivi.

Risulta inoltre molto utile in casi di fobie specifiche come ad esempio la paura di volare ed è inoltre consigliato in casi di somatizzazioni quali disturbi gastrointestinali, disturbi della pelle e disturbi sessuali.

Pur essendo estremamente versatile il training autogeno non è adatto a tutti, è infatti fortemente sconsigliato nelle patologie depressive e psicotiche. Un occhio di riguardo va dato nella pratica alle donne in stato di gravidanza che possono comunque avvicinarsi alla tecnica con alcune dovute accortezze, è infatti necessario apporre alcune modifiche nell’esecuzione dell’esercizio del calore e della pesantezza a causa della presenza di eventuali cambiamenti nel sistema circolatorio.  La pratica del training autogeno è inoltre controindicata per persone in fasi acute di cardiopatie, soprattutto in soggetti che hanno riportato infarti negli ultimi sei mesi.

La pratica del training autogeno: gli esercizi della calma, della pesantezza, del calore

La pratica del training autogeno necessità di abiti comodi e di un luogo preferibilmente protetto da rumori e luci intense. Gli esercizi si possono attuare in tre posizioni, la posizione sdraiata, la posizione seduta e la posizione del cocchiere. In genere la posizione privilegiata nella fase di apprendimento è quella distesa. Il soggetto deve sentirsi comodo e a proprio agio.

Il primo passaggio è l’acquisizione della respirazione che generalmente è una respirazione diaframmatica e profonda che ossigenando i tessuti induce un primo stato di rilassamento psicofisiologico. Seguono poi gli esercizi di base chiamati: esercizio della calma, esercizio della pesantezza ed esercizio del calore. L’acquisizione e la padronanza di questi tre esercizi in aggiunta alla respirazione sono da considerarsi gli elementi base per la pratica del training.

A questi tre esercizi ne seguono altri tre che sono secondari ed aiutano a stabilizzare le sensazioni positive provocate dagli esercizi svolti precedentemente: l’esercizio della fronte fresca, l’esercizio del cuore e l’esercizio del plesso solare.

Al termine della sessione di training autogeno è inoltre buona prassi praticare degli esercizi di risveglio e recupero delle normali funzioni vitali, è consigliabile consentire a ciascun soggetto di prendersi il tempo necessario per quest’ultima fase.

Generalmente al termine di ciascuna sessione, svolta in sede di training o svolta a casa come esercitazione viene chiesto ai partecipanti un breve feedback riguardo all’esperienza appena conclusasi nella quali generalmente si approfondiscono le sensazioni fisiche e psichiche provate durante gli esercizi.

Per concludere questo metodo risulta essere efficace per la maggior parte delle persone e una volta applicato può essere interiorizzato come un utile e sempre disponibile strumento per far fronte ad alcune piccole o grandi difficoltà della vita quotidiana!

 

Arte e disabilità a confronto: al via la seconda edizione di ETD #ètuttodiverso.

COMUNICATO STAMPA

10 giugno 2018 a Milano, presso la Cascina Linterno – Parco delle Cave

Milano, 4 giugno 2018. In arrivo la seconda edizione di ETD #ètuttodiverso, il festival dedicato interamente al dialogo tra disabilità e arte: un viaggio sensoriale tra musica, informazione, arte e nuove tecnologie.

ETD #ètuttodiverso vuole valorizzare la diversità attraverso la sperimentazione artistica, sfidando le persone a capovolgere il proprio punto di vista: “Si può sentire la musica senza ascoltarla? Si può gustare il cibo toccandolo?”.

L’intera giornata del 10 giugno, da vivere nella suggestiva cornice del Parco delle Cave, sarà dedicata alla sperimentazione di inedite forme di arte e di intrattenimento: il pubblico potrà viverle dalla prospettiva di chi è diversamente abile. ETD #ètuttodiverso si propone di sollevare l’attenzione su un tema poco conosciuto e raramente approfondito, la disabilità, e di sensibilizzare giovani e adulti alla conoscenza di una differente condizione di vita, considerando la diversità una risorsa dell’uomo.

Un programma ricco di appuntamenti guiderà le persone tra gli spazi della Cascina Linterno, in un viaggio a più tappe tra workshop, talk, mostre e i live musicali di alcuni degli artisti più interessanti del panorama emergente italiano.

Sul solco della prima edizione, la programmazione sarà suddivisa in tre momenti:

▪ Diurno 11:00- 12:30, dedicato a conferenze e workshop, tra i tanti: un approfondimento del metodo Montessori in collaborazione con Boboto, associazione che promuove attività orientate al mondo dell’educazione, dell’inclusività e dell’innovazione sociale; lezioni di musica con i fondatori dell’orchestra per disabili AllegroModerato; esperienze culinarie tattili a cura della food designer Giulia Soldati.

▪ Pomeridiano 12.30 – 21:00: dopo l’esibizione di Checcoro, un coro composto da trenta elementi che accompagnerà il pranzo in cascina, il talk Netflix & Think, un’occasione di confronto sul rapporto tra media e disabilità a cura della webzine The Submarine con ospiti: Laura Faraone, psicologa, Diego Cajelli, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico, e Violetta Bellocchio, scrittrice e docente della Scuola Holden di Torino. A seguire dj set e concerti dBEETH, Eurocrash, Mr. Island.

▪ Serale – 21:00 – 00:00: Typo Clan, Materianera e una passeggiata notturna guidata all’interno del Parco delle Cave per scoprire che la magia delle lucciole è possibile anche a Milano.

L’intero ricavato del festival verrà devoluto in beneficenza all’Associazione Il Gabbiano: noi come gli altri attiva dal 1987 nella zona 7 di Milano, che opera al servizio delle persone disabili e delle loro famiglie. Il contributo raccolto andrà a finanziare i lavori di ristrutturazione della Comunità Alloggio per persone disabili in via Don Gervasini.

Già nella scorsa edizione ETD #ètuttodiverso, grazie all’ottimo riscontro ottenuto in

termini di pubblico con circa 900 presenze, ha raccolto 1400 € devoluti in beneficenza all’Associazione ATLHA, che promuove tempo libero, vacanze e viaggi in tutto il mondo per giovani disabili.

ETD #ètuttodiverso

Pagina Facebook: www.facebook.com/ETDetuttodiverso/
Crowdfunding: https://www.produzionidalbasso.com/project/etd-etuttodiverso-one-day-festival/

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La manifestazione è organizzata da TO.T.EM, associazione culturale nata nel 2014 per creare progetti innovativi partendo da tematiche di rilevanza sociale e
culturale, in collaborazione con “Associazione amici cascina Linterno”, che dal 1994 opera a Baggio ed organizza attività di carattere didattico, sociale, ricreativo e culturale all’interno degli spazi in gestione.

Contatti Ufficio Stampa

Olga Di Bello 340.1553169 – [email protected]

Annalisa Baiocco 3336789222 – [email protected] Alessandra Di Caro 340.1575562 – [email protected]

 

Adolescenti e ACT: il lavoro con il modello DNA-V.

Intercettare l’adolescente nel suo specifico “qui ed ora”, anziché adeguare ad una delicata fase evolutiva modelli concepiti per l’infanzia o l’età adulta. Questo un importante obiettivo del lavoro che ha condotto Louise Hayes e Joseph Ciarrochi (tra i massimi esperti dell’Acceptance and Commitment Therapy, specializzati nel trattamento dell’adolescenza) al modello DNA-V, ricco di spunti, metafore, strumenti, decisamente a misura di adolescente.

Il modello DNA-V, di chiara matrice ACT, è finalizzato all’azione terapeutica nello specifico contesto adolescenziale, con l’obiettivo di aiutare il giovane ad individuare e sviluppare i propri valori e vivere in modo pienamente vitale.

DNA-V Model: l’ACT per gli adolescenti

L’acronimo DNA-V rivela con immediatezza la struttura del modello per adolescenti, imperniato su 3 competenze fondamentali:

  1. Esploratore (Discoverer)
  2. Consulente (Advisor)
  3. Osservatore (Noticer)

utilizzate al servizio dei Valori (Values). Il presupposto di base è che i giovani, spesso, facciano fatica a spostarsi in modo flessibile tra tali competenze, o necessitino di svilupparle.

Inoltre, nella sigla DNA-V vi è il richiamo a quella materia essenziale che costituisce ciascuno di noi: ogni ragazzo o ragazza può esprimere il proprio pieno potenziale, se riceve il giusto sostegno e una formazione adeguata.

DNA-V Model: le 3 competenze Consulente-Osservatore-Esploratore

Il Consulente: è la competenza finalizzata ad utilizzare insegnamenti ed esperienze passate per farsi strada nel presente. Nel modello, quella “voce interiore” che – attraverso il linguaggio e la cognizione – da senso al passato, al presente, al futuro, anche in assenza di un contatto diretto con l’esperienza. Da un lato, dunque, una competenza che ci orienta e ci preserva; da un altro, una possibile fonte di fusione cognitiva e di blocco della vitalità.
Il DNA V promuove, attraverso metafore ed attività mirate, la defusione cognitiva del ragazzo e la flessibilità in favore delle altre competenze vitali.

L’Osservatore: è la classe di comportamenti che ci permettono di notare gli eventi fisici, psicologici ed ambientali così per come accadono, trovando il nostro centro e la nostra stabilità. Una caratteristica molto presente nell’infanzia (il mondo di un bambino è tutto ciò che vede, sente, tocca, annusa o gusta) e che viene via via assottigliandosi con lo sviluppo del pensiero e del linguaggio.
Notare permette di creare uno spazio tra le esperienze interne (sentimenti, pensieri, sensazioni) ed il comportamento overt, offrendoci la possibilità di scegliere come reagire, anziché dar seguito all’azione automatica, quando fronteggiamo pensieri o emozioni difficili. Consente inoltre di acquisire consapevolezza dell’esito delle nostre azioni.
Il DNA V presenta training, metafore ed attività utili a potenziare l’Osservatore, competenza utilizzabile strategicamente per sbloccarsi dallo spazio del consulente, quando necessario.

L’Esploratore: incarna il legame tra valori, flessibilità ed azione impegnata, aspetti fondamentali dell’ACT. Lo scopo di questa competenza è quello di stimolare l’espansione del repertorio comportamentale, attraverso l’esplorazione di nuove esperienze, l’osservazione e la mappatura dell’efficacia a livello individuale, l’individuazione dei Valori e, di conseguenza, la costruzione dei propri punti di forza.

Per Valori si intendono quelle qualità dell’agire che, come una bussola, possono orientarci nelle direzioni “importanti per noi”. Vivere in maniera coerente ai propri valori dona pienezza, vitalità ed energia. Il repertorio dei valori, in adolescenza, è in fase di sviluppo: il ruolo del terapeuta è quello di accompagnare il giovane alla scoperta e sperimentazione dei propri valori.

DNA-V Model: Adolescente e terapeuta nella danza della vitalità

Quali scenari terapeutici si aprono, dunque, attraverso l’utilizzo del DNA-V?
Nei giovani, il modello promuove la flessibilità psicologica, o meglio una “forza flessibile”, intesa come capacità di utilizzare le 3 competenze di base per promuovere la crescita, la vitalità e le azioni orientate verso i valori.
Ai terapeuti, il DNA V permette (anche attraverso il lavoro sulla visione di sé e sulla visione sociale) di creare contesti idonei a promuovere le 3 competenze, per costruire nuovi comportamenti orientati ai valori.
Come sottolinea la Hayes, è fondamentale che terapeuta e adolescente “danzino insieme”. La flessibilità riguarda dunque anche lo psicologo, che si lascia condurre nel mondo adolescenziale, attivando le proprie competenze di Esploratore, Osservatore, Consulente, insieme al ragazzo, in un tempo scandito dal suo ritmo e dalle sue passioni.

In Italia è attivo il gruppo di ricerca di ACT for Kids and Teens, che si occupa di sviluppare ed applicare nuove terapie cognitivo comportamentali all’età evolutiva. Di recente validazione due importanti strumenti di assessment: l’Avoidance and Fusion Questionnaire for Youth (I-AFQ-Y, misura dell’inflessibilità psicologica dell’adolescente) e la Child and Adolescent Mindfulness Measure (I-CAMM, misura delle abilità di mindfulness).

La ricerca smentisce: intimità sessuale e declino cognitivo in terza età non sembrano essere tra loro connessi – FluIDsex

Il declino cognitivo, in particolare delle prestazioni della memoria, non sembra  essere correlato all’ attività sessuale o alla vicinanza emotiva con il proprio partner.

 

La letteratura ha mostrato varie volte come le persone anziane che godono di una vita sessualmente attiva ed emotivamente stretta con il proprio partner tendono a migliorare nei test cognitivi rispetto alle persone anziane inattive sessualmente. In particolare, un precedente lavoro sperimentale aveva stabilito come l’ attività sessuale migliora la memoria episodica e la salute cognitiva di roditori, ovvero l’ attività sessuale ha stimolato la crescita dei neuroni presenti nell’ippocampo, regione cerebrale deputata alle attività mnemoniche (Andreano & Cahill, 2009; Leuner, Glasper & Gould, 2010; Wright & Jenks, 2016).

L’anno precedente era stato pubblicato sul The Journals of Gerontology (series B) uno studio della Coventry University e Oxford University su un campione umano, nel quale emergeva come un’ attività sessuale regolare fosse collegata al miglioramento della funzione cerebrale negli anziani (73 soggetti di età compresa tra i 50 e gli 83 anni), in particolare in compiti di fluidità verbale ed in compiti visuo-spaziali (Wright et al., 2017).

Esiste davvero una relazione tra attività sessuale e declino cognitivo?

Nel presente studio, condotto da Mark Allen della Wollongong University (Australia), vengono presi in considerazione i dati di 6000 adulti maggiori di 50 anni (media 66 anni, deviazione standard 8 anni) e ciò che emerge è in contrasto con quanto emerso nei precedenti studi: non esiste alcun legame tra attività sessuale e tasso di declino cognitivo.

Nonostante diversi fattori legati allo stile di vita, tra i quali livelli di istruzione, abitudini di consumo di fumo e alcol e livelli di attività fisica giochino un ruolo nella velocità e nell’estensione del declino cognitivo dell’anziano, l’ attività sessuale non sembra rientrare in questi fattori. In particolare, l’autore ha indagato se l’ attività sessuale continua e l’esperienza della vicinanza emotiva con un partner hanno qualche effetto sulla memoria e sul suo decadimento.

I dati analizzati da Allen fanno parte degli elementi registrati durante lo studio longitudinale inglese dell’invecchiamento (ELSA) tenutosi dal 2012 al 2014. Il bagaglio di dati contenuti in questo studio include informazioni sulla salute, sulla dieta, sul benessere e sullo stato socio-economico di un gruppo di 6016 adulti inglesi, i quali hanno completato compiti di memoria episodica ed un questionario in cui hanno riportato la frequenza di attività intime (baci, contatto sessuale e rapporti sessuali).

Ciò che è emerso è stato un calo generale del punteggio al test di memoria proporzionale all’aumentare dell’età, in tutti i partecipanti. L’autore ha infatti dichiarato:

[blockquote style=”1″]Il declino delle prestazioni della memoria nel tempo non era correlato all’ attività sessuale o alla vicinanza emotiva durante l’ attività sessuale associata.[/blockquote]

In base ai risultati ottenuti, Allen non può riconfermare quanto emerso da precedenti studi rispetto al miglioramento cognitivo come conseguenza di un’ attività sessuale frequente.


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Stimolazione cerebrale (dTMS) e obesità: una nuova strada per il trattamento

Uno studio italiano, presentato alla riunione annuale dell’European Society of Endocrinology, ha rivelato che la stimolazione cerebrale potrebbe essere una strada sicura e innovativa per il trattamento dell’obesità, evitando così gli interventi chirurgici invasivi e gli effetti collaterali dei farmaci.

L’obesità è sicuramente un’epidemia globale che continua ad aumentare e preoccupare.

Alcune ricerche presenti in letteratura riportano un’alterazione del sistema di ricompensa cerebrale in alcuni soggetti obesi: questo comporterebbe una sensazione di piacevolezza maggiore nell’assunzione di cibo e un desiderio di mangiare più elevato con conseguente aumento di peso.
Un’alterazione analoga al sistema di ricompensa si verifica nei casi di dipendenza siano essi da sostanza o comportamentali come il gioco d’azzardo.

dTMS: l’uso nelle alterazioni del sistema di ricompensa

La stimolazione magnetica transcranica profonda (dTMS) è una tecnica molto spesso utilizzata per trattare comportamenti di dipendenza. Studi precedenti avevano suggerito che tale trattamento rappresentasse una buona opzione per ridurre il desiderio di cibo nell’obesità tuttavia il meccanismo alla base della sua efficacia non era stato studiato finora.

Il professor Livio Luzi dell’IRCCS Policlinico di San Donato ha studiato gli effetti della dTMS sul senso di appetito e sazietà in 40 soggetti obesi. I ricercatori hanno analizzato gli effetti di una singola sessione di 30 minuti, ad alta o bassa frequenza, sui marcatori presenti nel sangue potenzialmente associati alla ricompensa alimentare. Ciò che si è osservato è che una sessione di dTMS ad alta ma non a bassa frequenza, ha portato ad un aumento significativo dei livelli di beta-endorfine (i neurotrasmettitori responsabili della sensazione di piacere dopo l’ingestione di cibo).

DTMS e obesità: i risultati dello studio

Luzi ha affermato

Per la prima volta siamo stati in grado di fornire una spiegazione di come la stimolazione magnetica possa alterare il desiderio di mangiare. Abbiamo notato inoltre che alcuni marcatori ematici associati alla ricompensa del cibo, come il glucosio ad esempio, cambiano a seconda del sesso. Questo suggerisce che esistono differenze tra maschi e femmine nel modo in cui i soggetti ricercano il cibo e di conseguenza nella loro capacità di perdere peso.

Il limite maggiore riscontrabile nella ricerca riguarda le misurazioni svolte esclusivamente sui marcatori ematici, gli sviluppi futuri includeranno studi di neuro-imaging per comprendere il modo in cui la dTMS modifica la struttura e la funzione del cervello obeso.

Il professor Luzi ha concluso

La stimolazione cerebrale è un’alternativa molto più sicura ed anche economica rispetto alle attuali cure proposte per l’obesità. Ciò che è certo è che appare necessario individuare nuove strategie per contrastare gli effetti dell’obesità e le ricadute socioeconomiche della condizione.

Parlare da soli: follia? No, stimolo cognitivo

Parlare da soli: Quante volte ci capita di osservare il nostro compagno, la nostra amica, nostra madre a “parlottare” tra sé e sé? Quante volte non ne capiamo il senso e ci chiediamo se dobbiamo preoccuparci e se questi sono i primi segni di un giorno di ordinaria follia, di “qualche rotella fuori posto”?

Poi finiscono con il parlare da soli.
Non c’è mica niente di male però non cominciare a risponderti figliolo.
Jack Kerouak

 

Parlare da soli ci aiuta a trovare le cose più in fretta

In uno studio pubblicato sul Quarterly Journal of Experimental Psychology, ci vengono dati gli elementi per arrivare a dire che parlare da soli non solo non è segno di follia, ma al contrario è uno strumento efficace e regala importanti benefici cognitivi. Infatti, questo bizzarro uso del linguaggio per fini apparentemente non comunicativi, sembra avere un preciso ruolo di stimolo per alcune funzioni cognitive.

Gli autori, gli psicologi Gary Lupyan (Università del Wisconsin) e Daniel Swingley (Università della Pennsylvania), hanno condotto una serie di esperimenti per scoprire se parlare da soli sia d’aiuto nella ricerca di oggetti particolari. Questa ricerca trova spunto nell’immaginario comune, per cui spesso, quando perdiamo qualcosa o quando stiamo cercando, ad esempio, le chiavi della macchina prima di uscire, siamo soliti parlare da soli, quasi a richiamare l’oggetto stesso: “Il cellulare, dove avrò messo il cellulare?”.

Pronunciare il nome dell’oggetto cercato oltre ad esprimere una richiesta d’aiuto per le persone che abbiamo vicino, ci aiuta anche a focalizzare l’attenzione sull’oggetto stesso.

In un primo esperimento, i partecipanti sono stati divisi in due gruppi: dopo che era stata mostrata ad entrambi una serie di immagini di oggetti, ad un gruppo era stata data la consegna di cercare un oggetto target (cercate la teiera), mentre al secondo gruppo era stata data la consegna di nominare a voce alta gli oggetti mentre li cercavano. Dai risultati è emerso che gli appartenenti al secondo gruppo trovavano gli oggetti molto più rapidamente. In un secondo esperimento, è stata invece simulata la spesa al supermercato, ed anche in questo caso le persone a cui era stato chiesto di nominare a voce altra l’oggetto sono risultate essere più veloci ed efficaci nella ricerca degli alimenti.

Dai risultati della ricerca si evince che: “Ripetendo il nome dell’oggetto cercato, è come se stimolassimo il cervello a focalizzarsi meglio sulla ricerca”; “Troviamo le cose più rapidamente, parlando. Soprattutto quando c’è una forte e diretta associazione tra il nome e l’obiettivo“. Questo studio va nella direzione del non considerare il linguaggio soltanto come uno strumento per comunicare con i propri simili, ma anche come un modo per influenzare i propri processi cognitivi:

«Questo nostro lavoro è il primo che esamina gli effetti del parlare da soli rispetto a un compito visuale relativamente semplice, e si aggiunge alla letteratura esistente che mostra come il linguaggio abbia una serie di funzioni extracomunicative e, in certe condizioni, possa arrivare a modulare i processi visivi».

Parlare da soli favorisce l’autocontrollo e aiuta nel prendere decisioni

Un altro studio sull’abitudine di parlare da soli condotto dagli Psicologi della Toronto University, al termine di una serie di test su volontari, ora pubblicati sulla rivista online Acta Psychologics, sono giunti alla conclusione che parlare da soli non solo non è da “matti”, ma al contrario fa bene, aiuta nei processi decisionali, aumenta l’autocontrollo e diminuisce i comportamenti impulsivi. In alcuni compiti sperimentali, ad alcuni soggetti veniva impedito di parlare con sé stessi; coloro che potevano parlare con sé stessi a voce alta hanno regolarmente ottenuto risultati migliori ai test.

«Ci siamo resi conto che la gente agisce in modo più impulsivo quando non può usare la propria voce interiore e dunque, in sostanza, parlare con sé stessa, mentre fa qualcosa», afferma il professor Michael Inzlicht, che ha diretto la ricerca. «Senza la possibilità di verbalizzare messaggi a sé stessi, i volontari esaminati nei nostri test non erano in grado di esercitare lo stesso ammontare di autocontrollo». Di fatto, giorno dopo giorno mandiamo continuamente dei messaggi a noi stessi con l’intenzione di aiutarci – accudirci, esaminarci, motivarci.

«Parlando con noi stessi ci diciamo, per esempio, che dobbiamo continuare a correre anche se siamo stanchi mentre facciamo jogging, oppure di smettere di mangiare anche se avremmo voglia di un’altra fetta di torta, o di trattenerci dal perdere le staffe nel pieno di una discussione. Talvolta questi messaggi esistono solo a livello di pensieri, restando silenziosi, altre volte vengono esplicitati, in una sorta di conversazione ad alta voce con noi stessi. Il nostro esperimento dimostra che questo dialogo interiore è comunque utile e molto diffuso, anche se non sempre la gente si rende conto di farlo». Sicché, la prossima volta che vediamo qualcuno parlare da solo, non diciamo che è un po’ matto. Anche perché la volta dopo potremmo essere noi a parlare da soli, senza accorgercene.

“E ‘ bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla.”

(Cesare Pavese, 4 maggio 1946)

Neuroethics: Re-Mapping the Field – Report del convegno

Enhancement cognitivo: nuove prospettive e considerazioni etiche dal Convegno “Neuroethics: Re-Mapping the Field”, decima Conferenza Scientifica Internazionale sulla Neuroetica e quinta Conferenza della Società Italiana di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze (SINe).

Lilia del Mauro e Lenor Romero

Nelle giornate 16-17-18 Maggio si è tenuto, presso la prestigiosa sede milanese dell’Università Vita-Salute San Raffaele, il convegno “Neuroethics: Re-Mapping the Field”, decima Conferenza Scientifica Internazionale sulla Neuroetica e quinta Conferenza della Società Italiana di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze (SINe).

La SINe, nata a Milano il 3 Luglio 2013 ed attualmente presieduta dal Professore Michele Di Francesco, si pone come ambizioso obiettivo la promozione della ricerca e della divulgazione nell’intento di arrivare a una maggiore comprensione dell’essere umano.

A tal proposito, il Convegno ha accolto numerosi studiosi e ricercatori specializzati in vari campi del sapere – dalle neuroscienze alla filosofia, dalla medicina alla psicologia, dall’estetica al diritto – che hanno incoraggiato la riflessione critica su tematiche attuali, connotate da potenziali ricadute a livello etico, sociale, legale e politico.

Enhacement cognitivo e neuroenhachement

Uno dei temi che in queste giornate è stato maggiormente discusso riguarda l’enhancement cognitivo, inteso come l’utilizzo di strumenti di diversa natura al fine di potenziare la prestazione cognitiva nell’ambito del funzionamento normale. Nel caso particolare in cui ci si trovi di fronte l’impiego di tecniche neuroscientifiche, in grado cioè di influenzare l’attività di strutture neurali e di interi network cerebrali, si parla di neuroenhancement.

Ad oggi il tema dell’enhancement cognitivo si colloca nel panorama scientifico come uno degli “hot topic” più discussi e dibattuti, considerate le evidenti implicazioni etiche e morali che si associano a questo concetto. Non stupisce quindi che diversi Relatori, seppur da punti di vista differenti, abbiano trattato questa tematica proponendo interessanti spunti di riflessione.

È il caso dell’intervento tenuto dalla Ricercatrice Lorena S. Colzato (Università di Leida), la quale ha illustrato come in tempi recentissimi si sia assistito ad un crescente utilizzo di tecniche, ampiamente radicate nella tradizione clinica e sperimentale, al fine di migliorare e ottimizzare la performance cognitiva e comportamentale dell’individuo sano.

Enhacement e tDCS

Tra questi strumenti troviamo la stimolazione transcranica a correnti dirette (tDCS), una tecnica di neuromodulazione cerebrale non invasiva. Il meccanismo di funzionamento della tDCS è molto semplice: due elettrodi (anodo e catodo) che erogano corrente costante a bassa intensità vengono applicati sulla testa del soggetto. La trasmissione di corrente elettrica continua nell’encefalo, pur avendo voltaggio molto basso, è in grado di modulare la frequenza di scarica neuronale. Vi sono due principali tipologie di stimolazione: con la stimolazione anodica (positiva) si ritiene di poter incrementare l’eccitabilità corticale dell’area stimolata, mentre con quella catodica (negativa) si ritiene di poter decrementare l’eccitabilità. Inoltre le modificazioni dell’eccitabilità corticale indotte dall’applicazione della tDCS persistono oltre il tempo di stimolazione, presumibilmente attraverso meccanismo di plasticità sinpatica, con effetti che dipendono dalla durata e dall’intensità della stimolazione, caratteristica che contribuisce a rendere questa metodica di neuromodulazione molto interessante non solamente dal punto di vista sperimentale, ma anche da quello terapeutico e riabilitativo.

Tipicamente, sulla base di evidenze provenienti da ricerche in cui successivamente a stimolazione a polarità anodica è stato possibile osservare un miglioramento della prestazione in compiti di natura sensorimotoria o cognitiva, la tDCS anodica è stata associata ad enhancement cognitivo.

tDCS ed efficacia

Per esempio, un recente studio condotto dal gruppo di ricerca della Dott.ssa Colzato (Jongkees…& Colzato, 2017) ha dimostrato che una singola sessione di stimolazione anodica in corrispondenza della corteccia prefrontale dorsolaterale è in grado di determinare un miglioramento della performance di memoria di lavoro.

Cavalcando l’entusiasmo di questi esperimenti, l’industria del training cerebrale ha recentemente sviluppato alcuni devices commerciali che, riproducendo grossolanamente il meccanismo di azione della tDCS, vengono pubblicizzati come potenziali ottimizzatori della performance cognitiva e vengono distribuiti senza alcun controllo all’intera popolazione. È questo il caso delle cuffiette tDCS “foc.us”, la cui efficacia e sicurezza sono state presto smentite da una ricerca condotta dal gruppo della Dott.ssa Colzato (Steengergen et al., 2015).

La riflessione promossa dalla Relatrice si è concentrata sull’evidenziare la necessità che la comunità scientifica si attivi per esercitare un ruolo più critico nel contesto della validazione di strumenti promossi dall’industria del brain-training. Solamente un enhancement “responsabile”, supportato cioè dalla comprensione dei chiari meccanismi di azione, che tenga in considerazione delle differenze individuali e che sia adeguatamente controllato e regolamentato può essere considerato legittimo e auspicabile, al fine di garantire nel pieno rispetto dell’individuo il soddisfacimento di quelli che sono i bisogni più profondi del consumatore odierno.

Enhacement cognitivo: mindfulness e meditazione

I Relatori Davide Crivelli e Irene Venturella (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) hanno catalizzato l’attenzione dell’aula su nuove metodiche di enhancement cognitivo che, oltre ad aver acquisito nel tempo un progressivo consenso, stanno velocemente trovando nuove applicazioni. Si tratta delle pratiche di meditazione e di training mentale che, così come le ultime ricerche neuroscientifiche ci informano, sono in grado di apportare modifiche strutturali e funzionali nel nostro cervello.

Tra tutte la Mindfulness, tecnica sviluppata a partire dalle tradizioni di meditazione orientale, è forse la pratica di training mentale che vanta maggiori applicazioni, considerati i suoi numerosi effetti positivi. Tra i benefici della Mindfulness è infatti possibile ricordare l’efficacia nell’alleviare il dolore cronico e la sintomatologia ansiosa e depressiva, la capacità di migliorare le abilità attentive, di memoria di lavoro e di regolazione emotiva promuovendo al contempo comportamenti prosociali ed interazioni positive.

Neuroethics Re-Mapping the field - Report del Convegno di Milano foto 1

Sembrerebbe che la Mindfulness, favorendo l’acquisizione di una maggior consapevolezza del sé e del corpo congiuntamente a un miglior controllo delle reazioni affettive elicitate da stimoli esterni, aiuti l’individuo ad orientare e calibrare le risposte a stressors ambientali, favorendo così un miglior adattamento e un’ottimizzazione del funzionamento cognitivo.

Come rimarcato dal Dottor Crivelli e dalla Dottoressa Venturella, uno dei nodi critici di queste tecniche di training mentale, responsabile della progressiva demotivazione e degli elevati tassi di drop-out, ha a che fare l’impegno sistematico e la regolarità degli esercizi richiesti a coloro i quali intendano trarre un reale beneficio da queste pratiche di meditazione.

Enhacement cognitivo: wearable neurofeedback devices

Da qui, il recente sviluppo di wearable neurofeedback devices, tecnologie altamente sofisticate progettate per guidare e personalizzare la pratica di training mentale, calibrato sulla base di informazioni circa gli stati corporei e mentali del fruitore. Per mezzo di questi dispositivi la pratica è resa più semplice e funzionale alle esigenze degli utenti moderni, che risultano costantemente motivati all’esercizio attraverso un mappaggio in tempo reale dei propri progressi e degli indici di attivazione elettrofisiologica.

Il Dottor Crivelli ha quindi illustrato uno studio (Balconi, M., & Crivelli, D. In press) finalizzato a testare l’efficacia di un intervento integrato di mental training e wearable neurofeedback device.

I partecipanti, dopo essere stati sottoposti per quattro settimane a sedute giornaliere di mental training supportato da un wearable device, esibivano una riduzione dell’ansia, del livello di stress e di affaticamento mentale, insieme a un miglioramento delle capacità attentive e di controllo esecutivo. In questo caso ci troviamo di fronte a un chiaro esempio di come devices commerciali, opportunamente testati e validati dalla comunità scientifica, possano contribuire al benessere dell’individuo sano, ottimizzando la performance cognitiva e comportamentale in una modalità semplice, funzionale e completamente non invasiva.

Wearable neurofeedback devices e riduzione dello stress manageriale

Direttamente connessa all’intervento del Dottor Crivelli, la presentazione della Dottoressa Venturella si è focalizzata sull’esposizione di un possibile campo di applicazione di queste nuove tecnologie di wearable devices: il mondo manageriale, tipicamente caratterizzato da richieste di performance e livelli di stress elevati.

La ricerca scientifica ha ampiamente dimostrato che livelli significativi e prolungati di stress si associano a strategie di coping maladattive, le quali possono influenzare negativamente abilità mentali e cognitive. Lo stress, soprattutto quando cronico, può inficiare il benessere psico-fisico dell’individuo, aumentando la vulnerabilità clinica, il rischio di disfunzioni cardiovascolari causando altresì alterazioni del nostro sistema nervoso. Il campo manageriale viene tipicamente inquadrato come una categoria professionale a rischio, considerate le notevoli responsabilità, il rilevante carico di lavoro e la significativa pressione a cui questi professionisti sono quotidianamente sottoposti.

Per aiutare chi lavora in questo settore a migliorare la performance sul lavoro e a gestire efficacemente aspetti emotivi, comportamentali e interpersonali della vita quotidiana si è pensato di testare l’efficacia di un approccio di training mentale supportato da un warable neurofeedback device.

La Ricercatrice Venturella ha quindi esposto una ricerca in cui sono stati coinvolti sedici manager professionisti, sottoposti a un protocollo integrato di mental training. Al termine dello studio i risultati hanno evidenziavano un’acquisizione di una maggior capacità di controllo e di focalizzazione dell’arousal in condizioni stressanti, migliori abilità manageriali, un incremento delle capacità esecutive e dei processi inibitori, insieme a un decremento dei livelli di ansia e di stress percepiti.

Globalmente, se l’intervento della Dott.ssa Colzato ha contribuito a mettere in evidenza alcune implicazioni etiche direttamente relate al tema dell’enhancement, caldeggiando un atteggiamento consapevole e responsabile direttamente supportato dall’attività della comunità scientifica, i Relatori Crivelli e Venturella hanno esposto due esempi di quelli che possono essere i potenziali benefici dei nuovi dispositivi di neuroenhancement che, se opportunamente validati, possono risultare in un miglioramento del benessere e della performance cognitiva dell’individuo.

Da qui l’auspicio, condiviso dalla platea multidisciplinare e internazionale presente al Convegno, che si possa pensare a nuovi sviluppi e a nuovi campi di applicazione nel contesto della prevenzione dello stress e della promozione del benessere e del funzionamento cognitivo, servendosi delle conoscenze che provengono dai diversi campi del sapere.

Cantiere costruttivista – Report del IV cantiere

Il IV Cantiere Costruttivista si è tenuto a Milano dal 17 al 20 maggio scorsi. Lo scopo era ripensare, vivere e condividere la terapia.

Salito dentro la carrozza che conduce verso la magia, guardando dal finestrino, osservo di uscire dal mio tempo per entrare nello spazio-temporale dove le emozioni ed il corpo incontrano la persona, dove il soggetto protetto dal gruppo e dal contesto si lascia sprofondare nella scoperta di nuove parti di sé o scopre altri modi di stare al mondo. Non termina mai il processo che genera la dimensione della consapevolezza.

La destinazione del viaggio è Milano, dove dal 17 al 20 maggio 2018 si è svolto il IV Cantiere Costruttivista organizzato dall’Associazione di Terapia Cognitiva (ATC) di Roma e Nous di Milano. Il senso del cantiere è ripensare, vivere e condividere la terapia. I punti centrali sono la condivisione e l’assoluta parità tra i partecipanti.

I fondatori dell’ATC sono Toni Fenelli e Cecilia Volpi, sono trascorsi quattro anni da quando hanno pensato e creato l’evento annuale. I primi tre sono stati effettuati ed organizzati ad Alghero, in un camping in cui tutti gli organizzatori e partecipanti hanno convissuto per i quattro giorni di lavoro. Come dice Toni

quando sono al cantiere sono felice, la felicità dà dipendenza e quindi andiamo verso un nuovo cantiere.

Cantiere costruttivista: confronto e sperimentazione come fil rouge delle giornate

L’Officina è un evento formativo per numero limitato di persone, per poter utilizzare il corpo nella clinica cognitiva, aspetto talvolta poco approfondito; altamente consigliato per completare la formazione psicoterapeutica.

È rivolto

agli allievi, giovani terapeuti, terapeuti esperti e didatti delle scuole che avranno l’opportunità di incontrarsi nel cantiere costruttivista per vivere e condividere le proprie esperienze.

Il Cantiere è stato anticipato nel pomeriggio di giovedi 17 e la mattina di venerdi 18 a cura dell’Officina costruttivista. Questi momenti erano dedicati ad un numero minore di iscritti e tutti i partecipanti si ritrovavano allo stesso workshop per lavorare sulla stessa esperienza: mindfulness negli aspetti introduttivi e lavoro esperienziale sul corpo. La prima parte dell’Officina è stata condotta da Fabio Giommi della Nous, il quale ha proposto l’esperienza che ci ha condotti a comprendere come l’attenzione possa essere un fenomeno non prettamente cognitivo ma anche corporeo, come organo.

Il venerdi mattina il lavoro esperienziale ha preso una dimensione opposta, riprendendo gli aspetti del giorno prima, si è orientato prestando consapevolezza al corpo per condurci all’astrazione cognitiva.

Cosa si è fatto? La risposta è difficile. Si è agito, si è fatta esperienza senza soluzione di continuità che generalmente chiamiamo “confine”.

Un laboratorio interessante, a mio avviso, era centrato sul confronto tra i diversi modi in cui scuole di pensiero affrontano la trasmissione del sapere e gli aspetti formativi dei futuri psicoterapeuti. Non solo esposizione delle diverse teorie della mente e le tecniche utilizzate da ciascuno modello; il role playing e il dialogo sono stati un elemento fondamentale per comprendere come lavorano gli altri: in assenza di competizione e volontà di dimostrare la superiorità concettuale.

La fine dello spazio-tempo è l’inizio del cantiere di ognuno dei partecipanti, i quali hanno creato un gruppo coeso che sprigiona anche nei giorni successivi l’energia e lo spirito del Cantiere Costruttivista. In ultima analisi parliamo di futuro: ad Alghero il prossimo anno … o in Sicilia?

Il continuo lavoro del nostro cervello: le regioni cerebrali deputate all’elaborazione di informazioni sociali sono attive anche durante il riposo

Nuove ricerche dimostrano come, anche durante il riposo, il nostro cervello continua ad elaborare informazioni provenienti dal nostro ambiente sociale.

 

Da uno studio condotto dal Darmouth College emerge come, anche durante il riposo, il nostro cervello continua ad assimilare informazioni, utili per l’apprendimento sociale. In un precedente articolo della Cerebral Cortex, è stata dimostrata empiricamente la funzione di due regioni del cervello, che sembrerebbero sperimentare maggiori connessioni durante il riposo, in seguito ad aver appreso informazioni riguardo il nostro ambiente sociale.

Lo studio ha preso in esame due regioni del cervello, la corteccia prefrontale mediale e la giunzione temporoparietale, deputate all’elaborazione di informazioni sociali, come personalità, stati mentali e intenzioni delle persone.

Ricerche precedenti hanno scoperto che queste due regioni presentano un picco di connessione spontaneo durante il riposo. Lo studio, condotto dal gruppo di ricerca del Darmouth College, ha voluto approfondire quanto emerso dalla ricerca a riguardo di queste aree cerebrali.

Sapevamo che le regioni coinvolte nel pensiero sociale fossero attive durante il riposo, ma non abbiamo mai capito il perché. Questo studio porta alla luce un’importante funzione di questa regione del cervello: avvalersi di queste informazioni ci permette di avere maggiore conoscenza riguardo l’ambiente sociale – dice l’autrice Meghan L. Meyer.

Nell’esperimento, 19 soggetti sono stati sottoposti a una scansione cerebrale attraverso fMRI, mentre svolgevano compiti a tema sociale e non-sociale. Prima dello svolgimento del compito, quindi a riposo, veniva effettuata una scansione cerebrale, ed un’altra in seguito ad ogni compito, durante la quale i soggetti potevano pensare a qualsiasi cosa, purché rimanessero svegli.

Per quanto concerne il compito a tema sociale, ai partecipanti veniva chiesto di guardare una fotografia di una persona, il suo titolo di lavoro (per esempio “dottore”) e due tratti utilizzati per descrivere la persona, come “educato, sincero”. In seguito i soggetti venivano invitati a dare una valutazione della persona, in particolare sul calore e la competenza che avevano percepito, su una scala da 1 a 100.

Nel compito non-sociale veniva mostrata ai partecipanti una foto di un luogo, associata a due termini che la descrivevano. È stato poi chiesto di valutare il luogo in base al calore e alla piacevolezza.

In totale sono stati completati 60 compiti sociali e 60 non sociali. Alcuni hanno svolto prima compiti sociali, altri invece compiti non-sociali. Subito dopo la scansione, i partecipanti hanno completato un test per la memoria, al fine di verificare la loro capacità di identificare persone e luoghi e i rispettivi tratti, presentati precedentemente.

È emerso dai risultati che durante il periodo di riposo dopo il compito sociale, era presente un aumento di connessioni tra la corteccia prefrontale mediale e la giunzione temporoparietale. All’aumento di connessione tra queste due regioni, corrispondeva un maggiore livello di performance nel compito della memoria.

Un’ulteriore dato che emerge dallo studio riguarda le differenze tra i soggetti che hanno completato prima i compiti sociali e i soggetti che hanno completato prima quelli non sociali: chi ha effettuato prima compiti sociali, ha presentato livelli di connessione maggiori tra le due regioni cerebrali durante il periodo di riposo sia del compito sociale che non sociale. Questo dato non è emerso negli altri soggetti.

In conclusione, lo studio dimostra una possibile funzione del cervello sembra essere quella di consolidare le informazioni sociali non appena ha la possibilità di riposare. Mayer aggiunge:

Quando la nostra mente fa una pausa, probabilmente da priorità all’apprendimento di informazioni riguardo il nostro ambiente sociale.

Conferenza Internazionale sull’Educazione Cognitivo Affettiva. Roma 26 e 27 maggio

Davide Moscone, psicoterapeuta e Presidente di Spazio Asperger, e David Vagni, fisico, dottore in psicologia e ricercatore, introducono questo workshop raccontando come è nato l’interesse per il CAT-Kit e più in generale l’importanza dell’educazione cognitivo affettiva all’interno dei percorsi terapeutici rivolti alla popolazione affetta da disturbi dello spettro autistico

 

A differenza degli approcci puramente comportamentali basati sulla pliance (ubbidienza), tutta la tradizione dell’educazione cognitivo affettiva si basa sul principio del tracking (seguire le tracce), è cioè rivolta a stimolare la comprensione delle conseguenze naturali e non arbitrarie dei propri comportamenti e non ha come obiettivo immediato il comportamento atteso ma una crescita graduale delle capacità di comprendere se stessi e gli altri per poter compiere delle scelte in linea con i propri scopi e valori.

Dopo un necessario approfondimento sulla natura delle emozioni con un accento all’importanza di esse come nuclei di generalizzazione del comportamento, Vagni approfondisce i temi della motivazione e dei rinforzi per evidenziare quanto sia importante uscire da una logica strettamente comportamentista nell’insegnamento di abilità sociali, laddove le risposte rapide e automatiche generate da un apprendimento stimolo-risposta si scontrano con la complessità delle richieste provenienti dal mondo sociale.

Disturbi dello spettro autistico: nuove tecnologie e possibilità di trattamento

Giovanni Pioggia, ingegnere presso il CNR di Messina, ci presenta le potenzialità dell’impiego dei robot nei percorsi riabilitativi rivolti a bambini con disturbi dello sviluppo. In particolare l’interazione tra persone con disturbi dello spettro autistico (ASD) e robot è stata testata con un gran numero di modelli robotici e ha mostrato vantaggi in diverse sfere: comportamenti sociali, attenzione condivisa, imitazione, linguaggio e comportamenti ripetitivi.

A Messina i robot sono in uso presso l’HOME-LAB, un insieme di strutture che simulano l’ambiente domestico, per ridurre i vissuti ansiogeni elicitati dagli ambienti ospedalieri e per riprodurre il più fedelmente possibile le relazioni interne all’ecosistema familiare, così da rendere più significativo un percorso diagnostico e più sostenibile un intervento terapeutico.

Dopo la pausa caffè Davide Moscone prende nuovamente in mano il microfono per illustrarci alcuni strumenti utili nel trattamento della depressione e del disturbo ossessivo-compulsivo in persone affette da disturbi dello spettro autistico: Il Mio Scudo e la Mia Bussola. Il primo è volto a incrementare le capacità di resilienza mentre il secondo vuole sostenere la motivazione, indispensabile in qualsiasi percorso di trattamento e in particolare nella cura del DOC che può presentare, in un primo momento, costi emotivi difficili da sostenere.

L’esperienza italiana: alcuni casi di successo

Nell’arco delle due giornate del workshop 4 poster danno spazio al racconto di alcune esperienze italiane di successo nell’ambito delle iniziative a favore della popolazione autistica.

Giulia Cavallo, tutor dell’apprendimento, e Manuela Ciallella, prossima alla laurea in psicologia, occupano lo spazio del primo poster del congresso e ci raccontano la nascita della loro associazione, AltaMente differente, che ha come obiettivo la diffusione della cultura della neurodiversità, intesa come un concetto neutro che, a seconda delle situazioni, può far emergere difficoltà, opportunità o talento. L’Officina Pedagogica di AltaMente Differente si dedica a diverse attività che sono esempi di impiego dell’Educazione Cognitivo Affettiva.

Il secondo poster che chiude la mattinata è dedicato alla visione del cortometraggio Il Re del Mercato realizzato dalla Fondazione ARES per sensibilizzare i bambini, compagni di scuola o fratelli, alla conoscenza delle caratteristiche del funzionamento autistico.

CAT-Kit (Cognitive Affecctive Training Kit): uno nuovo strumento per il trattamento dei disturbi dello spettro autistico

Dopo pranzo prendono parola le psicologhe danesi Kirsten Callen e Annette Moller Nielsen che hanno collaborato insieme al collega Tony Attwood all’ideazione del CAT-Kit (Cognitive Affective Training Kit), uno strumento operativo che ha le proprie radici nella CBT (Cognitive Behavior Therapy) ed è rivolto soprattutto a bambini e giovani ragazzi che mostrano difficoltà nella comunicazione e nella gestione delle emozioni.

Le autrici ci guidano all’uso dello strumento CAT-Kit attraverso esercitazioni pratiche utilizzando la versione App che, ultimamente, si è aggiunta come alternativa al materiale cartaceo diffuso già da diversi anni e il cui adattamento italiano è stato curato proprio da Davide Moscone.

Obiettivo principale dello strumento non è il cambiamento comportamentale ma l’aumento nell’individuo della consapevolezza di sé, dei propri processi mentali ed emotivi e diverse sono le risorse all’interno del CAT-Kit che promuovono tali obiettivi. Gli strumenti di automonitoraggio (per es. La Ruota e Il Misuratore) hanno lo scopo di aumentare la conoscenza di sé, delle proprie parti, dei propri pensieri e vissuti emotivi, mentre strumenti come Il Giorno, La Settimana e L’Anno forniscono un supporto visivo per la prevedibilità degli eventi e la gestione dell’ansia spesso associata al cambiamento.

La creatività del clinico rende comunque il CAT-Kit, come ogni altro strumento, adattabile a diversi obiettivi terapeutici e poter vedere le autrici operare con lo strumento ha il valore aggiunto di poter fare esperienza della flessibilità di uno strumento che, di primo impatto, potrebbe invece apparire rigido.

Seconda giornata: nuovi strumenti ed esempi per una migliore educazione cognitivo affettiva

Kirsten Callen inaugura la seconda giornata formativa mostrandoci le ultime risorse contenute nella CAT Web-App e diventa così sempre più evidente che si tratta di uno strumento di educazione affettiva la cui applicazione può essere estesa non solo a bambini affetti da disturbi dello spettro autistico ma a tutta la popolazione, con l’intenzione di promuovere autoconsapevolezza e migliorare la comprensione della circolarità tra pensieri, emozioni e comportamenti.

Annette Moller Nielsen ci presenta a seguire il programma Aktoren, sviluppato con il collega Gun Iversen, rivolto ai bambini dai 6 ai 12 anni destinato ad aumentare le competenze sociali. Grande enfasi è data all’apprendimento basato sull’esperienza all’interno di un background teorico di chiara derivazione cognitivo-comportamentale. I contenuti del programma riguardano anche in questo caso l’esplorazione delle emozioni, la consapevolezza del proprio sistema sensoriale, l’individuazione di qualità e talenti personali, obiettivi perseguiti attraverso canali multimediali, esperimenti, illustrazioni e giochi di gruppo e condivisi con genitori e insegnanti.

Dopo pranzo è il momento di altri due poster, il primo presentato da Enza Giarratano, insegnante specializzata nel sostegno che ha realizzato un progetto laboratoriale con l’obiettivo principale di realizzare un’effettiva inclusione scolastica prima ancora che di raggiungere gli obiettivi di espressione e alfabetizzazione emotiva.

Il secondo poster è illustrato da Lisa Costagliola e Francesco Bianco e dedicato al Progetto Stravedo, con l’obiettivo di fornire materiali utili, belli e in italiano e favorire la partecipazione dei non professionisti in interazioni di gioco e quindi in relazioni motivanti ed educative.

Un video mostra l’impiego nel contesto di una classe materna delle CAAnzoncine: materiali cartacei che facilitano il coinvolgimento dei bambini che prediligono il canale visivo all’interno delle attività di canto così diffuse nelle routine scolastiche in questa fascia di età.

È poi nuovamente il turno di Kirsten Callen che torna al tema del trauma solo accennato in mattinata, evidenziando i trattamenti più efficaci nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD), spesso presente in comorbidità nella popolazione autistica e mostrando gli effetti neurobiologici del trauma sul cervello.

Questa ricca esperienza formativa si chiude nel migliore dei modi, con un po’ di pratica con la CAT Web-App applicata a casi clinici presentati dai partecipanti.

Un convegno interessante che arricchisce di un altro strumento operativo il bagaglio di risorse a cui il professionista può attingere per comprendere e aiutare i propri pazienti.

La Corona va avanti. Il trigenerazionale all’interno della famiglia Windsor e nella serie “The Crown”

Il ripetersi dei fenomeni trigenerazionali ha consentito alla famiglia Windsor di sopravvivere nelle diverse generazioni. Ora però qualcosa sembra essere cambiato.

Valentina Albertini

 

Per spiegarmi fino in fondo questo interesse mediatico per il Royal Wedding che circa due settimane fa ha inondato le pagine social di ciascuno di noi, ho ripensato a quanto sono rimasta agganciata alla prima stagione della serie “The Crown”. Mi ci ero avvicinata tempo fa in maniera dubbiosa e circospetta, chiedendomi cosa mai ci fosse di interessante da raccontare su un personaggio apparentemente così noioso come la Regina d’Inghilterra.
 Bene, mi sbagliavo. Certamente non è una serie da fuochi d’artificio o colpi di scena e fiato sul collo, ma è un buon prodotto che racconta un pezzo di storia contemporanea in maniera non noiosa e anche, a volte, colorita.
 Gli sceneggiatori di serie, insomma, non finiscono mai di stupire.
 Mi ha talmente incuriosito che ho 
continuato a seguire su Netflix il documentario sui Windsor.

 

The Crown (2016) Trailer italiano

 

I fenomeni trigenerazionali all’interno della famiglia

A livello sistemico c’è una cosa che mi ha molto colpito.
 Noi parliamo di trigenerazionale riferendoci a quei fenomeni che, in una famiglia, si ripetono di generazione in generazione sebbene non vi siano, ad esempio a livello genetico, delle motivazioni perché ciò accada.
 Questo lo spieghiamo sottolineando come la famiglia sia una realtà psichica che precede gli individui e agli individui sopravvive.

Una famiglia è una organizzazione sociale che ha al proprio interno delle regole, una cultura, una struttura: l’analisi dei fenomeni trigenerazionali permette di vedere quanto, nel passare del tempo, certi schemi di comportamento vengano mantenuti, come segnale della difficoltà degli individui a svincolarsi dal sistema familiare di riferimento. Certi copioni funzionano infatti in maniera inconscia dentro di noi e continuano a ripetersi finché non li analizziamo e ne diventiamo consapevoli.

In terapia familiare, ad esempio, questo assunto teorico è alla base della tecnica del genogramma: uno strumento utile appunto a far emergere non solo la storia della famiglia, ma anche pattern di funzionamento ed eventi che si ripetono, generazione dopo generazione.

Quali fenomeni trigenerazionali contraddistinguono la storia della famiglia Windsor?

Ora, se esistono famiglie che della rigida trasmissione dei copioni comportamentali ne fanno addirittura una regola, sono quelle reali, che per necessità storica e sociale rappresentano il non-cambiamento, la tradizione, la solidità del nome che si tramanda.
 Anche con qualche artificio: quello dei Windsor infatti è un casato “inventato”, preso a prestito dal nome del castello di famiglia nel 1917 quando, in piena prima guerra mondiale, essere la famiglia di origini tedesche Sassonia-Coburgo-Gotha non era proprio il massimo per farsi amare dal popolo inglese.

Giorgio V, nonno dell’attuale regina, è stato quindi il primo sovrano Windsor.
 A lui è succeduto Edoardo VIII, conosciuto in famiglia come David, e passato alla storia per aver rinunciato alla corona nel 1936 per poter sposare Wallis Simpson, americana pluridivorziata che, proprio per questo passato niente affatto candido, non avrebbe mai potuto sedere accanto al Re di Inghilterra.

 Dopo l’abdicazione di Edoardo VIII è quindi salito al trono Giorgio VI, padre di Elisabetta, che ha regnato dal 1936 fino alla morte nel 1952. Da allora, è cronaca.

Ragionando di fenomeni trigenerazionali, la figura di Edoardo VIII è fondamentale nella casata dei Windsor: personaggio conosciuto e amatissimo dal popolo, la sua abdicazione mise molto a rischio la Corona, che dopo i cambiamenti politici in tutta Europa vedeva difficile un mantenimento della monarchia.
 Riuscirci, mentre i sovrani di mezza Europa venivano detronizzati, e mantenerla fino ad oggi nonostante gli scandali e i cambiamenti sociali, è un grande successo dei Windsor.
 Proprio Edoardo VIII mise in dubbio la centralità della Corona rispetto alla vita privata, creando nella storia familiare una specie di “trauma”. Paura che si è tramandata ed ha avuto i suoi effetti: uno di questi si chiama Camilla Parker Bowles. Sappiamo dalle cronache che il Principe Carlo era innamoratissimo di lei, che lo ricambiava ma.. non era vergine. E seppure possa sembrare un’usanza medievale, lo spettro dello scandalo Wallis Simpson era talmente presente, talmente forte, che a Carlo fu impedito di sposare Camilla. Cosa fece Carlo, e come andò, lo sappiamo tutti: sposò Diana, figura che comunque portò un grande scandalo a Palazzo, e un grosso rischio per i Windsor.

 Ora, l’innamoramento trigenerazionale per donne dal passato che oggi considereremmo normale, ma fino agli anni ’80 sembrava evidentemente scandaloso per l’aristocrazia inglese, colpisce molto. Colpisce ancor più lo scandalo trigenerazionale che ci sta sotto: pare che siano i matrimoni a mettere a rischio i Windsor, generazione dopo generazione.

Il trigenerazionale ci dice però che se a un certo punto il pattern familiare emerge e viene discusso, questo è già un punto per poter impedire conseguenze emotivamente faticose per gli individui. I singoli membri possono svincolarsi dal mandato familiare e cercare la propria strada, continuando ad appartenere alla famiglia.

 E guardate un po’: il Principe Harry che porta all’altare un’americana divorziata. Tre generazioni fa, la stessa scena aveva portato ad un’abdicazione. Oggi è stata vista da 200.000 persone in diretta streaming.
 Il trigenerazionale fa del mantenimento rigido di copioni una opzione per la sopravvivenza.

Ma è un’illusione: i sistemi troppo rigidi non interagiscono con l’ambiente finendo per scomparire, e le famiglie sono sistemi.
 Come diceva Darwin: non sono i più forti o i più intelligenti a sopravvivere, ma i più adattabili all’ambiente.
 Ed Elisabetta, sul trono dal ’52, deve averlo capito. Sabato, davanti alla nuova nipote americana, l’hanno pure vista un po’ sorridere.

 

L’obesità precoce influisce sull’apprendimento e sulla memoria dei bambini

Un nuovo studio pubblicato su Obesity suggerisce che l’ obesità precoce influenza l’ apprendimento e la memoria dei bambini. Questo studio ha trovato un collegamento tra il peso dei bambini nei primi due anni di vita e le loro prestazioni sui test cognitivi in età scolare, periodo in cui il cervello sviluppa processi neurologici che ne vanno a modificare il funzionamento.

 

I ricercatori sostengono che l’ obesità, che può disregolare gli ormoni che agiscono in più regioni cerebrali, è associata a una cognizione più bassa negli adulti. Fino ad ora, nonostante la crescente prevalenza dell’ obesità infantile, c’è stata una scarsa ricerca sull’impatto dei chili di troppo, su come i bambini imparano, ricordano le informazioni e gestiscono l’attenzione e gli impulsi.

Nan Li, autore principale dello studio ha sostenuto che, i primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo della cognizione, e ciò che è stato studiato è se l’adiposità della prima vita ha un impatto sulle abilità cognitive negli anni a venire.

I ricercatori dell’università di Broun, a Providence, in Rhode Islad, hanno preso in esame 233 bimbi, dividendoli in due gruppi, magri e non magri. Oltre ad essere misurati per peso e altezza nei primi due anni di vita, ogni bambino è stato seguito nel tempo tramite visite domiciliari da parte di personale formato. Ogni bambino ha partecipato ad almeno una misurazione delle proprie capacità cognitive all’età di cinque anni o otto anni.

I bambini nello studio hanno effettuato una serie di test che valutavano le loro capacità cognitive generali, la memoria, l’attenzione e l’impulsività. Altri test hanno misurato le capacità intellettuali generali dei bambini, comprese le abilità verbali e le capacità organizzative. Una batteria di compiti computerizzati ha valutato l’attenzione dei bambini, l’impulsività e il controllo esecutivo, e un gioco di labirinto ha testato la memoria visuo-spaziale dei bambini. Un test di sequenziamento ha valutato la memoria di lavoro e un altro gruppo di test ha valutato il ragionamento percettivo.

I ricercatori hanno scoperto che il peso corporeo non sembra influenzare le prestazioni in tutti i test, ma ha avuto comunque degli impatti significativi: l’eccesso di adiposità nella prima età è stato associato a un più basso punteggio, in età scolare, di QI, ragionamento percettivo e memoria di lavoro. Per ragionamento percettivo si intende la capacità dei bambini di esaminare un problema, attingere alle capacità visive-motorie e visive-spaziali, organizzare i loro pensieri, creare soluzioni e quindi testare quelle soluzioni.

Gli autori spiegano che ci sono diversi meccanismi biologici con cui il sovrappeso precoce potrebbe influenzare il neurosviluppo, incluse le citochine proinfiammatorie che attivano le vie infiammatorie nei bambini e negli adulti.

L’infiammazione sistematica può interessare più regioni cerebrali rilevanti per le abilità cognitive e, come precedenti studi condotti su roditori hanno dimostrato, influenzare negativamente l’apprendimento spaziale e la memoria. La disregolazione degli ormoni che agiscono sulle regioni del cervello tra cui l’ipotalamo, la corteccia prefrontale e l’ippocampo potrebbe influenzare negativamente la cognizione.

I ricercatori hanno sottolineato che la dimensione del campione del loro studio era limitata e che ulteriori studi dovrebbero essere condotti per confermare i risultati ottenuti.

“Festival della Psicologia”, parte un viaggio nel futuro: come vivremo nel 2030?

COMUNICATO STAMPA – ORDINE DEGLI PSICOLOGI LAZIO

 

Al via l’8 e 9 giugno, al Teatro India di Roma, la quarta edizione del più grande evento in Italia per gli appassionati di Psicologia. “2030: Viaggio nel futuro” proporrà convegni, sperimentazioni tecnologiche e laboratori per immaginare la nostra vita nel 2030. Parteciperanno alla manifestazione, organizzata dall’Ordine degli Psicologi del Lazio, Moni Ovadia, Cristina Bowerman, Edoardo Leo e numerosi protagonisti del mondo del giornalismo, dell’impresa e della cultura.

 Roma, 4 giugno 2018. Italia, anno 2030: i primi millennials sono ormai adulti, i bambini del 2017 sono studenti universitari, i ragazzi degli anni ’60, invece, la generazione “anziana”. In quale società vivono? Quali scenari si sono aperti per loro nei campi dell’educazione, del lavoro, delle relazioni tra i sessi? E dove ha condotto l’ultima rivoluzione tecnologica? Questo esercizio di riflessione sul futuro prossimo, nucleo del “Festival Psicologia 2018”, offrirà l’occasione per esplorare il contributo che la funzione psicologica – fin da oggi – offre nella gestione di processi di cambiamento, integrazione e progettazione che coinvolgono la salute e il benessere di individui, organizzazioni e territori. Nel calendario della due giorni, convegni, sperimentazioni tecnologiche e laboratori in compagnia di ospiti del mondo del giornalismo, dell’impresa e dello spettacolo.

 

Il Programma

venerdì 8 giugno, ore 9.30

“Psicologia e Contemporaneità. Il futuro comincia oggi” Il futuro è il tempo del cambiamento. Atteso, deluso, inaspettato o progettato, qualunque esso sia ci aspetta e nel 2030 saremo chiamati a gestirlo. Il Festival apre con una riflessione di Moni Ovadia sul potenziale trasformativo insito in ciascuno di noi e sul ventaglio di orizzonti che può aprirsi nella nostra vita. A seguire, una carrellata di progettualità di successo in diversi ambiti di riferimento – dall’educazione alimentare all’orientamento lavorativo, dalla tutela delle vittime di violenza alla formazione – in cui la Psicologia ha offerto un contributo essenziale in termini di innovazione e sviluppo.

venerdì 8 giugno, ore 15
“A mente piena: show cooking di Cristina Bowerman” In Italia – il secondo tra i Paesi industrializzati per tempo speso a mangiare e bere – il cibo non è solo cibo: è convivialità, è relazione, è memoria, è lavoro, è salute. Nel 2030 sarà ancora tutto questo, ma forse in modi diversi. Cristina Bowerman, chef stellata di Glass Hostaria oltre che di Romeo Chef&Baker, non solo ne parlerà, ma proverà anche a cucinarlo. Lo farà con Paola Medde, coordinatrice del Gruppo di lavoro “Psicologia e Alimentazione” dell’Ordine degli Psicologi Lazio.

venerdì 8 giugno – sabato 9 giugno, ore 15

“Il cinema incontra il futuro” Rappresentare e descrivere il mondo come potrebbe essere tra qualche decina d’anni, utilizzando come sfera di cristallo le sequenze cinematografiche realizzate dai cineasti più illuminati. E’ la formula pensata per un viaggio alternativo verso il 2030:quali tecnologie verranno utilizzate maggiormente? Quali benefici e rischi porterà il futuro nelle nostre società? Ad accompagnare il pubblico saranno Gabriele Niola, giornalista, autore televisivo e critico cinematografico e Sergio Stagnitta, psicologo, blogger de L’Espresso e fondatore di “Cinema e Psicologia”.

venerdì 8 giugno, ore 16

“Lavoro: le competenze nel futuro” Il lavoro cambia continuamente, quali saranno gli scenari di domani? Le competenze e le professionalità richieste, i servizi da predisporre, il ruolo delle istituzioni? A parlarne Romano Benini, docente di Politiche del Lavoro presso La Sapienza-Università di Roma; Pier Giovanni Bresciani, psicologo e direttore della collana ‘Tempo sapere esperienza’(Franco Angeli); Laura Borgogni, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni presso La Sapienza – Università di Roma; Ida Sirolli,

Responsabile Education in TIM e Presidente SCP Italy. A coordinare il dibattito Marco Vitiello, docente di Psicologia del Lavoro presso La Sapienza – Università di Roma.

venerdì 8 giugno, ore 17

“DigiTeen: crescere e far crescere nell’era digitale” Sul piano educativo e relazionale il digitale ha offerto ai nostri ragazzi opportunità inedite ma ha anche favorito la nascita di fenomeni disadattivi nuovi: cyberbullismo, ludopatia, hikikomori. Quali saranno le traiettorie della digitalizzazione e che impatto avranno sulle generazioni più giovani? Ne parleranno Maura Manca, psicologa, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza; Barbara Volpi, docente di Psicologia presso La Sapienza – Università di Roma; Cristina Bonucchi, direttore dell’Unità di Analisi del Crimine informatico presso il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni; Stefano Triberti, psicologo ed esperto di cyber-psicologia. A condurre, Anna Maria Giannini, docente di Psicologia presso La Sapienza – Università di Roma.

venerdì 8 giugno, ore 18

“2030: saremo ancora così violenti?” Come dimostra quotidianamente la cronaca, la violenza domestica è una grave emergenza, con costi elevatissimi per la collettività dal punto di vista sociale, assistenziale e giuridico. Pur essendo aumentata negli ultimi anni l’attenzione sugli aspetti del contrasto e della prevenzione, è essenziale riflettere sugli strumenti più efficaci per combattere il crimine ed evitare il rischio di recidiva. Il Gruppo di lavoro “Violenza nelle relazioni intime” dell’Ordine degli Psicologi del Lazio ne discuterà con Alfredo Galasso, docente di Diritto civile presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo; Carla Ciavarella, direttore della Casa di Reclusione di Alta Sicurezza di Tempio Pausania e della Casa Circondariale di Nuoro; Marida Lombardo Pijola, giornalista e scrittrice; Marina Leoni, Editore di OnlusOnAir; Licia D’Amico, avvocato.

venerdì 8 giugno, ore 20.30

“Microcosmi e Macrocosmi: il futuro di famiglie, coppie, amicizie” Nuove forme dello stare insieme, nuovi spazi di incontro, comunità “online” che si sostituiscono a quelle reali. Le priorità di vita e di relazione stanno mutando velocemente e profondamente. Cosa ci riserva il domani e quali sono i nuovi confini che regoleranno gli spazi emotivi e i rapporti interpersonali? Ne discuteranno Edoardo Leo, attore, regista e sceneggiatore; Chiara Simonelli, docente di Psicologia dello sviluppo sessuale presso La Sapienza – Università di Roma e Presidente della European Federation of Sexology; Paolo Conti, giornalista ed editorialista del Corriere della Sera; Roberta Aloisio, marketing manager per l’Italia di Meetic. Condurrà la discussione Paola Medde, psicologa e psicoterapeuta, coordinatrice dell’Ordine degli Psicologi Lazio.

sabato 9 giugno, ore 15

“Il futuro visto dai bambini” Come immaginano i principali protagonisti del futuro, i bambini, la scuola del 2030? A cinque istituti scolastici di Roma e Provincia abbiamo chiesto di realizzare dei “laboratori” di riflessione ed espressione artistica sull’argomento, declinato in particolare su tre temi: “La scuola multiculturale”; “La scuola digitale”; “Il lavoro del futuro”. L’evento sarà l’occasione per discutere di quanto emerso dai laboratori, esporre i lavori dei bambini e premiare i più votati sulla pagina Facebook FestivalPsicologia. 

sabato 9 giugno, ore 17

“Politica 2030: partecipazione o manipolazione?” I media digitali hanno ridefinito i contorni del dibattito politico in modo radicale. Dopo una prima lettura che ha visto nella tecnologia un’opportunità di allargamento dell’arena del confronto e dei temi in discussione, una riflessione più attenta ha evidenziato i rischi di una democratizzazione solo apparente. Ma quale scenario è lecito attendersi nel prossimo decennio? Ne discuteranno Francesco Costa, giornalista e vice-direttore del “Post”; Dino Amenduni, socio e comunicatore politico dell’agenzia Proforma; Patrizia Catellani, docente di Psicologia Politica dell’Università Cattolica di Milano, Carlo Balestriere, fondatore di “Psicologia Applicata”. A condurre il dibattito Nicola Piccinini, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

sabato 9 giugno, ore 20.30

“Macrocosmi e microcosmi: emozioni e territori” Degrado, disinteresse, impotenza: la retorica del pessimismo che attraversa le narrazioni del mondo attuale e dei nostri contesti di vita rende parole come fiducia, investimento, convivenza e condivisione vuote e prive senso. Possiamo immaginare il 2030 da prospettive e con narrazioni diverse? Su questo tema si confronteranno Viviana Langher, docente di Psicologia Clinica presso La Sapienza – Università di Roma; Simone D’Antonio, giornalista e presidente di Youth Press Italia; Emanuele Grazioli, fondatore del servizio di scooter sharing Zig Zag; Luca Setti, E-commerce Manager presso Coop Italia. A condurre, la psicologa Chiara Fregonese.

 

Contestualmente alla partecipazione agli incontri, gli spettatori del Festival potranno effettuare negli spazi esterni del teatro test di psicologia, laboratori formativi e colloqui con esperti. Numerose saranno anche le opportunità di utilizzo di dispositivi di realtà virtuale. Con l’ausilio di “Rehub”, software di sollecitazione della funzione mnesica del cervello, sarà infatti possibile misurarsi in contesti altamente realistici e interattivi con sollecitazioni di diverso tipo: mettersi alla prova in occasioni di public speaking, sperimentare situazioni fobiche, sottoporsi a una meditazione guidata e molto altro.

Per ottenere ulteriori informazioni sull’evento è sufficiente visitare il sito ufficiale della manifestazione, all’indirizzo www.festivalpsicologia.it

L’Effetto Stroop in psicologia sperimentale

Uno dei fenomeni più noti in psicologia sperimentale è l’effetto Stroop. Prende il nome da J. Ridley Stroop, che scoprì questo fenomeno nel 1935, e lo fece conoscere a tutti attraverso l’articolo Studies of interference in serial verbal reactions nel Journal of Experimental Psychology. Tuttavia, tale compito sperimentale è stato pubblicato per la prima volta da Jaensch nel 1929 in Germania, e successivamente è stato ripreso nelle opere di James McKeen Cattell e Wilhelm Wundt nel ventesimo secolo. L’articolo originale è stato uno dei lavori più citati nella storia della psicologia sperimentale.

Il test di Stroop

Durante l’esperimeno di Stroop al soggetto vengono mostrate delle parole scritte con colori diversi. Il compito consiste nel pronunciare a voce alta il colore dell’inchiostro cui è scritta la parola. Quindi, il colore è l’informazione rilevante per lo svolgimento del compito, mentre il significato della parola (che non deve essere letto) è l’informazione non rilevante.

Gli stimoli presentati nell’esperimento di Stroop possono essere di tipo neutro, congruente e incongruente. Si parla di neutri quando si visualizza solo il testo o solo colore. Mentre, si ha congruenza quando la parola «rosso» è scritta in rosso, e incongruenza quando la parola «rosso» è scritta in verde. Si ricordi che la risposta richiesta è il nome del colore, cioè rosso nel primo caso e verde nel secondo.

Stroop (1935) notò che i partecipanti sottoposti al compito di denominazione presentavano tempi di risposta più lenti se il colore dell’inchiostro era diverso dal significato della parola scritta, nonostante fossero istruiti affinché non tenessero conto del significato della parola. L’effetto Stroop, dunque, consiste nel produrre una risposta avente latenza più lenta nel caso della condizione incongruente e più veloce nel caso della condizione congruente.

Lo scopo dell’esperimento di Stroop è quello di creare una interferenza cognitiva e semantica: in questo caso ad esempio, la mente tende a leggere meccanicamente il significato della parola (ad esempio legge la parola “rosso” e pensa al colore “rosso”, ma l’inchiostro usato è di colore diverso). Per questo motivo, il test di Stroop rappresenta una consolidata procedura sperimentale per lo studio dell’attenzione selettiva.

Le teorie che tentano di spiegare l’effetto Stroop

Esistono due teorie in grado di spiegare l’effetto Stroop:

1. Teoria della Velocità di elaborazione: l’interferenza si verifica perché le parole sono lette più velocemente rispetto all’individuazione del colore con cui sono state scritte.

2. Teoria dell’Attenzione selettiva: l’interferenza si verifica a causa dei nomi dei colori che richiedono una maggiore attenzione rispetto alla lettura delle parole.

Il paradigma di Stroop è stato largamente utilizzato per studiare le funzioni cerebrali attraverso le tecniche di imaging cerebrale. Il test è stato modificato includendo diverse funzioni per studiare l’effetto del bilinguismo o per indagare l’effetto dell’interferenza cognitiva sulle emozioni. Inoltre, è stato utilizzato per studiare la velocità di elaborazione di uno stimolo, le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e lo sviluppo cognitivo in diversi settori. La ricerca sull’età evolutiva che utilizza il Test di Stroop dimostra che il tempo di reazione diminuisce sistematicamente dalla prima infanzia fino all’inizio dell’età adulta. Questi cambiamenti suggeriscono che la velocità di elaborazione aumenta con l’età e che il controllo cognitivo diventa sempre più efficiente. I cambiamenti di questi processi con l’età sono strettamente associati allo sviluppo nella memoria di lavoro e a vari aspetti del pensiero.

Ci sono diverse varianti del test di Stroop che sono comunemente usate in ambito clinico con soggetti con lesioni cerebrali, affetti da demenze, da malattie neurodegenerative, da deficit di attenzione e iperattività o con disturbi mentali, come la schizofrenia, le diverse forme di dipendenza e la depressione.

L’Elettroencefalogramma e il Neuroimaging funzionale hanno evidenziato durante lo svolgimento di un test di Stroop l’attivazione nel lobo frontale e più specificamente del cingolo anteriore e della corteccia prefrontale dorsolaterale, due strutture responsabili del monitoraggio e della risoluzione dei conflitti. Di conseguenza, i pazienti con lesioni frontali ottengono punteggi inferiori nel test di Stroop rispetto a quelli con lesioni più posteriori.

Infine, sono stati realizzati dei video game che utilizzano come base il paradigma di Stroop, ad esempio il Brain Age: Train Your Brain in Minutes a Day software prodotto da Ryuta Kawashima per il Nintendo DS , e il Nova utilizzato per rilevare i cambiamenti della flessibilità mentale in relazione all’altitudine per coloro che scalano le montagne.

 

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