Le relazioni che curano: la comunità per minori come base sicura

Le comunità per minori possono essere luoghi di accoglimento e protezione, dove prepararsi al futuro, creando una base sicura da cui ripartire.

ID Articolo: 142277 - Pubblicato il: 12 gennaio 2017
Le relazioni che curano: la comunità per minori come base sicura
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La comunità per minori diventa, per il bambino accolto, lo spazio della sua vita attuale, la sua casa. L’ambiente favorevole in cui si trova ora il minore lo aiuta a rispecchiarsi, a capire ed accettare il suo passato e a trarre spunti per la ricostruzione della propria identità personale.

Sara Scarsi

 

Comunità per minori: storia e classificazione

La nascita delle comunità alloggio per minori in Italia è da collocarsi alla fine degli anni settanta. Queste strutture, intese come alternative agli istituiti tradizionali, hanno avuto una  trasformazione lunga e complessa passata attraverso numerosi interventi legislativi diversificati.

Così come una volta esisteva una sola soluzione, l’istituzionalizzazione, ai tanti problemi dei minori, nel tempo si sono sviluppate la coscienza e la competenza tecnica per realizzare progetti mirati al contesto e alla situazione specifica del minore stesso. E’ sempre più presente inoltre, l’esigenza di un lavoro sui genitori mirato a valutarne le possibilità di recupero, lavoro che, a seconda dei casi, darà esiti differenti. In questo scenario la comunità per minori, la cui funzione sembra essere sempre più incentrata sulla protezione e la tutela del minore, è chiamata ad integrarsi in progetti a più ampio respiro e a svolgere funzioni adeguate alle necessità. Nascono dunque differenti tipologie di comunità, classificate in diverso modo a seconda del criterio utilizzato di volta in volta.

Messaggio pubblicitario Il problema della classificazione delle strutture residenziali per minori si fa particolarmente attuale dal momento che la recente legge 328 del novembre 2000 prevede, all’ art. 11, che servizi e strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale debbano essere autorizzate al funzionamento dai comuni, e che tale autorizzazione dovrà essere rilasciata in conformità a requisiti che saranno stabiliti da una legge regionale; questa legge regionale dovrà, a sua volta, recepire e integrare i requisiti minimi stabiliti con regolamento dal Ministero per la Solidarietà sociale. I Comuni provvederanno, quindi, anche all’accreditamento delle strutture, e corrisponderanno ai soggetti accreditati tariffe per le prestazioni effettuate. Per i criteri di accreditamento saranno riferimento essenziale le Linee guida “Qualità dei servizi residenziali socio-educativi per minori” emanate dal Ministero per la Solidarietà sociale d’intesa. Le Linee Guida riprendono al loro interno, modificandola leggermente, una classificazione dei servizi per minori elaborata dalla Conferenza Stato Regioni nel gennaio del 1999.

In quella prima classificazione, la “comunità per minori” veniva definita “Presidio residenziale socio-assistenziale per minori” (termine usato nella legge 285 del 1997), e ne venivano individuate 4 tipologie: comunità di pronta accoglienza; comunità di tipo familiare; comunità educativa; istituto. Nelle Linee guida si parla invece di “Servizi residenziali socio-educativi per minori”, e la classificazione prevede quindi le altre tre categorie già individuate, con l’aggiunta del “gruppo appartamento giovani”:

  • Comunità educativa. In questo servizio l’azione educativa viene svolta da un’equipe di operatori professionali, che la esercitano come attività di lavoro;
  • Comunità di pronta accoglienza. È una comunità per minori educativa che si caratterizza per la capacità di accogliere il minore in condizioni di disagio estremo e senza un preventivo piano di intervento; la permanenza è breve, per il tempo strettamente necessario a individuare una collocazione più idonea;
  • Comunità di tipo familiare. In questo servizio le attività educative sono svolte da due o più adulti che vivono insieme ai minori, anche con i propri figli, assumendo funzioni genitoriali. Gli adulti generalmente sono un uomo e una donna; possono svolgere attività lavorativa esterna ed essere coadiuvati nelle attività quotidiane da personale retribuito;
  • Gruppo appartamento giovani. Questo servizio accoglie giovani che non possono restare in famiglia, sono vicini o hanno superato i 18 anni e devono ancora completare il percorso educativo per raggiungere l’autonomia e un definitivo inserimento nella società. Le attività quotidiane sono in gran parte gestite dai giovani stessi e l’azione educativa non richiede la presenza continua di operatori interni alla struttura.

 

Comunità per minori vittime di abuso

La comunità che accoglie vittime di maltrattamento e abuso, di cui tratto in questo articolo e che potremmo definire “tutelare”, si pone a cavallo tra due tipologie diverse. Non riconoscendosi all’interno della categoria delle comunità educative, data la necessità di non privilegiarne il taglio pedagogico, la comunità per minori maltrattati e abusati, data la sua capacità di accoglimento anche in situazione di emergenza, viene quindi più naturalmente accomunata alle comunità di pronta accoglienza. D’altra parte, una comunità che accoglie bambini maltrattati e abusati, non può certo limitarsi a dare quella risposta tipica delle situazioni di pronto soccorso, ma dovrà bensì attrezzarsi per proteggere e tutelare i suoi ospiti anche dagli stessi genitori che li hanno abusati. Né potrà esimersi dal collaborare con gli altri servizi, in favore di un’impostazione degli interventi finalizzata alla comprensione delle dinamiche e dei disagi familiari che hanno comportato lo stato di emergenza. Difficilmente questo lavoro potrà essere concluso in tempi brevi, il che contribuisce ad aumentare il grosso valore e l’importanza di questo contesto.

 

Comunità per minori o affido familiare?

Dibattiti molto accesi sono avvenuti sull’opportunità o meno di inserire bambini, soprattutto quando molto piccoli, in comunità per minori. Da più autori è stato affermato come non sia opportuno, ad esempio, inserirvi bambini e ragazzi che dovranno restarvi a lungo, sostenendo l’importanza di privilegiare l’affido familiare perché ritenuto un contesto relazionale più vicino alla normalità, più affettivo e più stabile.

Certamente l’affido etero familiare può essere una risposta adatta per un bambino che, pur non completamente “privo” della sua famiglia, ha sperimentato in essa inadeguatezza, trascuratezza e relazioni distorte; tuttavia questo non è sempre un percorso facilmente praticabile e, nel contesto di uno specifico caso, a volte può rivelarsi inopportuno. Di fatto non sempre si riescono a reperire famiglie affidatarie adeguate e necessariamente preparate ad affrontare le molteplici problematicità dei minori allontanati e delle loro famiglie d’origine.

Problematiche a volte molto gravi, come ad esempio un abuso o un grave maltrattamento, possono rendere difficile un affido familiare per le complesse dinamiche vissute e i susseguenti problemi che si dovranno affrontare. D’altro canto sono spesso i ragazzi stessi a non essere pronti ad un affido, ad “affidarsi” letteralmente a qualcuno, ad un adulto semi-sconosciuto che in breve tempo diventa “la tua famiglia”. Molti di loro sono bambini altamente traumatizzati, con alle spalle storie terribili di maltrattamento, trascuratezza ed abbandono, in altri termini sono semplicemente bambini infelici.

Infelici devono essere considerati in un modo o nell’altro tutti quei bambini della cui esistenza autonoma e dei cui bisogni di differenziazione non ci si accorge da parte di genitori che, per varie ragioni, li usano nei fatti come oggetto di prolungamento del sé invertendo una gerarchia naturale e bloccando un processo evolutivo sano.

Cancrini (2012)

 

Attaccamento nelle comunità per minori

Mentre scrivo queste righe non riesco a non pensare a loro, ai bambini e ragazzi in difficoltà che ho incontrato nel corso della mia esperienza professionale nelle comunità per minori. A Mary, ormai adolescente alle prese da sempre con una madre che l’ha abbandonata da piccola ma riappare due volte l’anno facendola scoppiare di gioia e poi nuovamente disperare ad ogni sparizione; a Luca, 13enne di una zona degradata della città con due genitori che a parole lo adorano ma sempre troppo presi dai loro problemi economici, o da furtarelli qua e là, per rendersi conto dei suoi bisogni; a Claudio, 6 anni nato da una mamma adolescente e da un papà con problemi di alcolismo e che fin da piccolo si faceva carico di prendersi cura delle due sorelline più piccole; a Fabiola, costretta fin dall’adolescenza dalla madre a rapporti sessuali con uomini adulti in cambio di aiuti economici. E ce ne sarebbero molti altri…

Quello che viene immediatamente da chiedersi è: quale sarà il futuro di questi bambini? Chi o che cosa potrà sostituire le cure e le attenzioni di cui avevano bisogno nella loro famiglia di origine? Il trauma dell’attaccamento si potrà riparare?

In questi casi ritengo che la comunità per minori possa risultare, almeno inizialmente, la collocazione più adatta.

Si fa presto ad affermare che “un bambino ha bisogno dei suoi genitori, deve stare con loro”, o  “la propria famiglia, per quanto malridotta, è comunque preferibile ad un istituto”, ma dichiarazioni come queste non tengono conto della realtà dei fatti. Se la famiglia è un “sistema”, se il comportamento di ogni individuo influenza quello degli altri e ne è a sua volta influenzato, come possiamo dire che una famiglia maltrattante o fortemente trascurante sia meglio di niente? I “bambini di comunità” sono bambini che hanno trascorso un’infanzia infelice, che nella maggioranza dei casi si porteranno sempre dietro ferite profonde e le cui ripercussioni sulla vita e sulla personalità adulta possono essere molteplici.

Dunque l’allontanamento del minore da una famiglia d’origine dannosa e maltrattante, nonostante porti con sé una grossa dose di dolore tanto per la famiglia che per il bambino e addirittura per gli operatori coinvolti, resta in una prospettiva futura, la soluzione migliore in molti casi.

Come ben sottolinea Fusi (2010), le comunità, ognuna nella sua specificità, sono portatrici di alcuni elementi che le caratterizzano.

Innanzitutto la comunità per minori è un ambiente terapeutico.

La comunità è per il minore accolto lo spazio della sua vita attuale, la sua casa. L’ambiente favorevole in cui si trova ora il minore lo aiuta a rispecchiarsi, a capire ed accettare il suo passato e a trarre spunti per la ricostruzione della propria identità personale. La comunità intesa quindi in senso terapeutico, come occasione favorevole per crescere serenamente ed essere aiutato a ripensare in modo diverso alla propria difficile storia. Nella comunità per minori vi è naturalmente un interdipendenza fra l’organizzazione della quotidianità e lo sviluppo delle competenze sociali e cognitive dei bambini.

Tutti i momenti della giornata hanno rilevanza terapeutica; momenti in cui si gioca, si mangia, si studia, momenti in cui “non si fa niente” insieme aiutano il minore a ricostruire, o spesso ad incominciare a costruire per la prima volta, una propria identità. La vita quotidiana della comunità per minori è importante perché è riparativa, in un certo senso prevedibile, familiare e quindi rassicurante (Bastianoni, 2000). Moltissimi studi e ricerche hanno confermato come, anche nel caso di bambini molto deprivati o portatori di gravi psicosi, un nuovo ambiente di vita che fornisce al minore quello che gli è mancato nei primi anni di vita può portare a risultati sorprendenti. Fondamentali in quest’ottica sono le relazioni affettive autentiche che si instaurano fra minori ed adulti (in primis gli educatori che condividono con loro la quotidianità), come punto chiave per il recupero di risorse e la nascita di nuove prospettive.

In secondo luogo la comunità per minori è un sistema di relazioni.

Innanzitutto vi sono le relazioni che si instaurano fra coloro che vivono all’interno della comunità: relazioni di adulti con minori, di minori con minori e di adulti che lavorano insieme. Ci sono poi le relazioni con l’esterno: con la famiglia d’origine, con i servizi, con i membri della rete che si prende cura del minore e con il Tribunale per i minorenni. Questa dimensione relazionale comprende sia chi accoglie, sia chi è accolto; la comunità in quest’ottica può essere considerata “luogo strutturato di relazioni e legami significativi” (Fusi, 2010). E, aspetto fondamentale, sono relazioni sane.

Messaggio pubblicitario Le comunità residenziali di accoglimento sono strutture in grado di ospitare minori maltrattati, o a rischio di maltrattamento, allontanati per ordine del Tribunale per i minorenni che li affida al Servizio Sociale territoriale. La permanenza in comunità per minori è temporanea e dura in media il tempo necessario per la valutazione del caso e la definizione del successivo programma d’intervento. Finalità ultima della presa in carico è attivare il processo di rielaborazione del trauma subito da parte del bambino e, parallelamente, arrivare in tempi brevi alla definizione di un progetto di vita per il minore finalizzato al rientro presso il proprio nucleo familiare o, qualora questo non sia possibile, di affidamento etero familiare o adozione.

Il primo obiettivo, in ordine di tempo, della comunità per minori è quello di aiutare il bambino già traumatizzato dal maltrattamento subito, a superare lo stress dell’allontanamento dei genitori e dell’inserimento in un ambiente sconosciuto. Le comunità per minori vogliono e possono essere luoghi di accoglimento, di sosta, riposo e protezione, dove recuperare energie e prepararsi per il futuro, creando una base sicura da cui ripartire.

All’interno delle comunità opera un’equipe educativa composta da educatori turnanti presenti in struttura 24 h su 24.

I bambini e ragazzi accolti in comunità per minori provengono generalmente da storie di separazioni traumatiche dalle figure genitoriali, condizioni di maltrattamento fisico e psicologico, deprivazione affettiva e instabilità relazionale, o da percorsi interrotti di recupero emotivo-affettivo (un affidamento familiare fallito): nei settori più svantaggiati dell’utenza la gravità delle ferite si osserva con relativa evidenza sul piano dello sviluppo delle competenze cognitive, emotivo-affettive, socio-comunicative. Nelle situazioni più compromesse è il Sé ad apparire come la dimensione più danneggiata da un’inadeguata relazione adulto/bambino in ambiente familiare multiproblematico ad alto rischio psicosociale.

I bambini traumatizzati hanno sperimentato quasi sempre un attaccamento disfunzionale con le figure genitoriali e necessitano di una riparazione a tale trauma primario, sperimentando relazioni significative con figure adulte positive che possano fungere da “base sicura” da cui ripartire.

E’ qui che entrano in gioco gli educatori.

 

Il ruolo degli educatori

Cosa rappresentano dunque gli adulti che in comunità per minori intrecciano rapporti e condividono emozioni, apprendimenti e crescita con i bambini e ragazzi a loro affidati? (Barbanotti, Iacobino, 1998)

Nel contesto di un servizio tutelare residenziale la relazione educatore/ragazzo rappresenta a volte la prima relazione sana che il bambino sperimenta nel corso della sua vita; tale relazione appare quindi fondamentale e si connota di alcune caratteristiche distintive.

In primo luogo tale relazione ha una valenza sostitutiva temporanea della funzione genitoriale: l’educatore intenzionalmente agisce “come se fosse” il genitore ma senza esserlo, in luogo dei genitori reali del ragazzo; è un modello adulto e genitoriale che temporaneamente e parallelamente si affianca  alla famiglia di provenienza.

L’educatore di comunità per minori, al contrario di quelli che operano sul territorio o in centri diurni, “vive” a stretto contatto con i minori con cui lavora, mangia, dorme, guarda la televisione, cucina, passeggia a fianco del ragazzo, in una parola condivide con lui la sua quotidianità per un numero di ore talvolta di notevole importanza. Non di rado dunque si instaura tra i due una relazione forte che assume le caratteristiche di quella genitoriale.

I “bambini di comunità” necessitano di sperimentare un’esperienza relazionale ripartiva positiva, che possa fungere da riparazione rispetto ai traumi subiti con le figure di attaccamento della loro infanzia: ciò di cui hanno bisogno è una relazione affettiva ed emotiva stabile e priva dei vissuti abbandonici che hanno caratterizzato le loro precedenti relazioni significative. Grazie alla relazione con un adulto sano, costantemente presente anche nei momenti difficili, i ragazzi possono sperimentare che esistono adulti “buoni”, in grado di occuparsi di loro e di tollerare la frustrazione che deriva dal rapportarsi ad un bambino così affettivamente danneggiato.

L’educatore, a differenza del genitore adottivo o affidatario, è maggiormente in grado di tollerare il rifiuto e la svalutazione da parte del bambino: è tipica la frase “tu non sei mia mamma!”, gridata in faccia nei momenti di rabbia e sconforto che il percorso comunitario porta inevitabilmente con sé. Ma quale può essere la risposta emotiva di una mamma affidataria che, con mille sforzi e sacrifici, si sta prendendo amorevolmente cura di un ragazzino difficile e che si sente profondamente rifiutata da affermazioni del genere? Certamente non è semplice. Al contrario l’educatore adeguatamente formato, essendo naturalmente più “fuori” dalla relazione ed avendo un investimento consapevolmente e considerevolmente diverso rispetto a quello di un genitore, può comprendere le difficoltà del ragazzo con maggior facilità e sentirsi da lui meno attaccato.

La funzione ripartiva della relazione educativa sta proprio qui: l’educatore funge da contenitore per le emozioni negative, il malessere e la sofferenza del bambino, è in grado di elaborarle insieme a lui e di restituirgliele trasformate rendendole più accettabili e tollerabili.

Un positivo rapporto di attaccamento instauratosi con una figura educativa può inoltre aiutare i ragazzi  migliorando la loro percezione di sé e favorendo l’aumento dell’autostima e della sicurezza. Diventa, come accennavo prima, quella “base sicura” di cui parlava Bowlby (1989) che è tanto fondamentale per poter esplorare il mondo circostante con la consapevolezza di aver un posto sicuro in cui tornare quando se ne ha voglia.

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Bibliografia

  • Barbanotti G., Iacobino P. (1998). Comunità per minori. Carocci Editore: Roma.
  • Bastianoni P. (2000). Interazioni in comunità. Vita quotidiana e interventi educativi. Carocci: Roma.
  • Bowlby J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore: Milano.
  • Cancrini L. (2012). La cura delle infanzie infelici. Raffaello Cortina Editore: Milano.
  • Fusi S. (2010). Minori, famiglia, comunità. Dall’analisi del contesto agli strumenti operativi. Franco Angeli: Milano.
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