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CBT, Terza Ondata e il rifiuto del Comportamentismo: una lettera aperta

 

 

Terza Ondata - CBT IMMAGINE: - © bluedarkat - Fotolia.com A seguito di una controversa questione tra Recalcati e Galiberti da una parte e le terapie cognitivo-comportamentali dall’ altro, ho scritto questa lettera, che più che una risposta alla questione di “statuto speciale” della psicoanalisi ha generato in me diverse domande rispetto alla nostra Terapia Cognitivo Comportamentale. La lettera è stata postata nella mailing-list della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) e ora la proponiamo ai lettori di State of Mind, per sapere che cosa ne pensate:

 

E’ bellissima questa risposta compatta e unita  rispetto alle affermazioni di Recalcati e Galimberti, ma leggendo le risposte di tutti, mi sono venute delle domande a cui, secondo me, dovremmo cercare di darci delle risposte prima di rispondere ai nostri esimi colleghi.

-Esiste una terza ondata?

-Esistono le terapie di terza generazione?

-Perchè dobbiamo far risalire la nascita del nostro orientamento a Beck?

-Perchè il comportamentismo dovrebbe essere fraintendente, svilente e riducente?

-Che cos’è il cognitivismo?

 

Mi spiego meglio: leggendo e facendo una “summa “del tutto quello che si è detto, mi è sembrato di cogliere delle “credenze di base” che creano in me una dissonanza di tipo “festingeriana”/cognitiva rispetto alle mie conoscenze e alle mie credenze di base.

Esiste la terza ondata? Esistono le terapie di terza generazione? A mio avviso sì, ma se per tutti la risposta è sì mi viene da porre un’altra domanda: “qual’ è la prima ondata delle terapie C.C.?  ”Tutte le ricerche riconducono la prima ondata di terapie basate su evidenze scientifiche a Terapie che hanno avuto sviluppo intorno agli anni ’50 ’60 e  che attualmente vengono definite: ”terapie comportamentali radicali”.

Da ciò si evince che, sempre che la logica non sia un opinione e si voglia parlare un linguaggio comune, le prime terapie cognitive comportamentali nascono come terapie comportamentali. E proprio ad essere pignoli, la prima forma di evoluzione di questo trattamento si fa risalire  ad un tale, un certo Burrhus Skinner, che con l’uscita del suo libro nel 1957: “Verbal Behavior”, poneva l’accento sull’importanza di trattare i pensieri in termini di comportamenti e non che i pensieri  alla fine non fossero ,poi, così importanti. Verissimo il primo comportamentismo non considerava i pensieri, ma non perché non li ritenesse importanti, ma più perché “epistologicamente” derivava direttamente dalla Psicologia sperimentale che aveva come assioma base: ”l’osservabilità” di un fenomeno.

Come si può osservare un pensiero? Risposta: Comportamento Verbale.

 

Perchè dobbiamo far risalire la nascita del nostro orientamento a Beck?

Prima risposta: “Epistemologica Cronologica”.

Molti ritengono che il termine terapia Cognitivo Comportamentale derivi da Beck ed ad onor del vero anche io, nella prima stesura di questa lettera ne ero convinto, ma ho scoperto che il primo a definire il termine di terapia Cognitivo Comportamentale sia stato tale Donald Meichenbaum e lo fece  nell’ articolo “Cognitive behavior  modification”.Morristown, NJ: General Learning Press, 1974.

Pur sorvolando su questa nota storica ed ammettendo che sia stato Beck ad aver  formulato il termine terapia Cognitivo Comportamentale, lo ha fatto dagli anni ’70 in poi, dunque, se cerchiamo una linea di continuità  e una “casa comune”, definendo  le terapie di terza generazione o terza ondata, come terapie di terza ondata o terza generazione dobbiamo ammettere che esista una continuità epistemologica ed una cronologica.

Terza vuol dire che c’è una Prima e c’è una Seconda ondata.

In termini cronologici, questa, dovrebbe essere quella del Behovarismo o dell’ “odiato” e “diniegato”(per rimanere in termini psicoanalistici), da molti,  comportamentismo. Ma se un padre c’è come può essere nato dopo dei figli?

Seconda risposta “Epistemologica “

Beck ed Ellis hanno sicuramente dato origine ad una rivoluzione, ma sicuramente questa rivoluzione è stata quella, a mio avviso, di far avvicinare modelli psicoanalitici e medico-organicistici a modelli psicologici-clinici, creando una rottura con la psicoanalisi e la psichiatria classica.

Mi spiego meglio, i presupposti di una terapia “evidence-based” e le tecniche comportamentali esistevano già: si fa risalire, appunto, l’approccio che deve basarsi sulle scoperte scientifiche e la psicologia sperimentale già a Watson negli anni ’30 e ’20.

L’attenzione, poi, verso i pensieri coscienti è già presente nell’  opera del ’57 di Skinner e presente nel già citato Verbal Behavior.

 

Perchè il comportamentismo dovrebbe essere fraintendente, svilente e riducente?

Io qui non ho una risposta, perchè è un giudizio di molti, ma non il mio: per me non è così.

Come Psicologo e come Psicoterapeuta non “diniego” le mie radici nel comportamentismo, ma ho notato che molti, all’interno del “cognitivismo radicale”(mi permetto di definirlo così) tendono a farlo, sentendosi vilipesi ad essere associati ad un genio (giudizio personale) come Skinner.

Senza poi mancare di affrettarsi a sostenere le terapie di terza ondata.

A dirla tutta, alcuni e solo alcune.

Se però osserviamo cosa sono queste terapie di terza ondata ci rendiamo conto che molte, nel loro statuto epistemologico, fanno direttamente riferimento al  “comportamentismo radicale” vedi ACT (Acceptance and Commitment Terapy), FAP ( Functional Analytic Psycoterapy) e DBT (Dialetic Behavior Terapy ) e a quel libro nero “VERBAL BEHAVIOR”.

Altre, invece, Mindfulness Based Cognitive Therapy hanno sì la CBT come origine epistemologica , ma poi  a ben leggere si riferiscono strettamente a meditazione Vipassana e Joga scivaistico.

A tal guisa mi permetto di dire che pratico Joga da prima di essere psicologo, ed ultimamente mi è capitato di vedere che le scuole di Mindfulness Italiane propongono addirittura dei workshop di “pranayama”, una tecnica di respirazione che i maestri indiani non insegnano a meno che non si sia vegetariani e non si faccia meditazione almeno da 4 anni.

Al di la della scorrettezza tecnica, entrando nella questione fisiologica, il “pranayama”, è una tecnica di iperventilazione e come tutti noi cognitivo-comportamentali  sappiamo, l’iperventilazione genera “attacchi di panico”.

La terapia meta-cognitiva, poi, di Wells, più che a Beck sembra essere la migliore applicazione clinica del modello teorico dell’ HIP (Human Information Processing) americano e sembra trarre il nome da tutto il “filotto” post-piagetiano svizzero.

 

Che cos’è il cognitivismo?

Qui devo essere onesto: non l’ho ancora ben capito, in termini epistemologici più che altro.

Per cognitivismo intendiamo ciò che Beck ha definito cognitivo o intendiamo le scienze cognitive e dunque anche le neuroscienze cognitive?

Qui la questione è un po’ particolare e molto particolare, perché all’università i miei libri di storia della psicologia facevano risalire il cognitivismo agli anni ’50 e ’60, ma non citavano Beck, bensì Bruner e la nozione di rappresentazione mentale.

Bruner aveva teorizzato questo modello riprendendo Piaget e la sua epistemologia genetica  arrichendo il tutto con gli scritti di Vygotskij, padre del funzionalismo.

Piccola nota storica: Vygotskij  rischiava di non essere conosciuto in occidente a causa del “diniego” del comunismo, fu proprio Bruner, a farlo conoscere in occidente.

Altro autore padre del cognitivismo, sempre dai miei libri, veniva ritenuto Chomsky, che con i suoi studi sulla grammatica trasformazionale dimostrò come non fosse plausibile che l’apprendimento del linguaggio fosse possibile tramite rinforzi, a causa del fenomeno, da lui stesso definito  “povertà degli stimoli”.

In buona sostanza Chomsky sostiene che il linguaggio sia innato e che più che un’ apprendimento  sia un’ emergenza cognitiva determinata dal maching con lo stimolo acustico-verbale della lingua presente nell’ ambiente in cui il soggetto vive.

Ecco è forse qui che si fa risalire la prima vera rottura tra cognitivismo e comportamentismo, dagli studi Chomsky, studi che però erano specifici per l’acquisizione del linguaggio in termini grammaticali, fonetici-fonologici e lessicali,  mai in termini di apprendimento di regole, comportamenti e comunicazione, tant’è che la deissi è un fattore di velocità dell’apprendimento tutto contestuale, come dimostrato dagli studi sui sordi.

Inoltre è importante ricordare che il concetto di operante  è uno dei più fraintesi sia all’ interno sia all’ esterno dell’ analisi Sperimentale del Comportamento e che soprattutto in Italia giunse prima la critica di Chomsky che il libro di Skinner e non giunse mai, sempre in Italia, la smentita di MacCorquodale che smentì empiricamente tutte le accezioni di Chomsky.

Fatto sta che un filone della psicologia comportamentale-cognitiva ha continuato quelle ricerche e ha dato lo sviluppo a quelle che sono oggi la RFT (Relectional Frame Theory), Irap (Implicit Relational Assessment Procedure (IRAP), che sono alla baase come detto prima di tutte le terapie e i modelli Comportamentli Cognitivi di terza onda.

Altro importante contributo, sempre prima degli anni ’70, poi, è stato dato da Bruner e dall’ enorme contributo di Atikinson e Schifrin da cui sono nate le prime scienze cognitive propriamente dette e definite come HIP : Human Information Processing.

All’ HIP, formato da tutti psicologi sperimentali, dobbiamo le nozioni di  schema cognitivo, da loro è derivata la nozione di rappresentazione, di attenzione selettiva, memoria a magazzini e non monista e quant’altro.

Non cito Fodor e la Teoria modulare button-up e top down, solo per non tediarvi troppo o forse perché, da vero cognitivista e scienziato qual è, nel 2003, ha scritto un bellissimo saggio: “ La mente non funziona così”, criticando tutto il suo approccio teorico-modularista….un’ grande, a mio modesto parere.

 

 

Conclusioni  Chiedo scusa per una lettera così lunga, ma troppo spesso sento delle divergenze anche tra noi che diciamo di voler difendere la CBT dall’attacco degli psicoanalisti, ma la vera domanda è quale CBT vogliamo difendere? Quella basata su evidenze scientifiche non l’ha creata Beck, nasce prima con la psicologia sperimentale.

Quella che si chiama CBT, il nome “forse” lo ha dato Beck è vero, ma è solo della terapia manualizzata di Beck che stiamo parlando?, di una terapia che non ha un passato (il behovarismo, l’ Hip, la psicoanalisi) e che adesso combatte un futuro (la terza ondata)?

Che senso ha il diniego del comportamentismo?

Che senso ne hanno i distinguo?

Ignorare le tecniche, significa ignorare la CBT stessa, perché sono le tecniche, la manualizzazione e la replicabilità a dare  la scientificità a quella che vuole essere chiamata scienza.

Ignorare poi il comportamentismo e il cognitivismo come scienza, significa relegare la psicologia a una scienza di serie B, alla sorella bruttina, quella che si vuole dimenticare, significa non dare la stessa dignità di padri a personaggi come  grandiosi come Skinner, Atikinson, Shiffrin, Bruner, Vygotskij , Piaget  e  a tutti gli altri Psicologi che hanno dato dignità alla nostra scienza.

Vorrei concludere con questa nota presa da Wikipedia:

Il termine “psicologia” divenne popolare nel Settecento, grazie al tedesco Christian Wolff che lo utilizzò per intitolare due sue opere: Psychologia empirica (1732) e Psychologia rationalis (1734). Con queste opere Wolff inaugurò la distinzione fra psicologia empirica e psicologia filosofica: la prima cercava di individuare dei princìpi che potessero spiegare il comportamento dell’anima umana, mentre la seconda indagava sulle facoltà dell’anima stessa. Successivamente, Kant criticò la distinzione di Wolff, negando la possibilità che potesse esistere una psicologia razionale. Kant, comunque, accettò la validità della psicologia empirica, anche se non la considerava scienza esatta, per il fatto che era impossibile applicare la matematica ai fenomeni psichici, mancando ad essi la forma a priori dello spazio. Grazie a Kant si posero le prime basi di una psicologia non più puramente filosofica, ma costruita con criteri empirici.

 

 ARGOMENTO CORRELATO: PSICOTERAPIA COGNITIVA

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Hayes, S.C., B Hayes, Barnes-Holmes e B. Roche (Eds.). Relectional Frame Theory: A post Skinnerian account of Human Language and Cognition (pp. 3-20). New York: Kluwer.
  • Hayes, S. C., Hayes, L. J. (1989). The verbal action of listener as a basis of rule-governance. In S.C. Hayes(ed.), Rule governed behaviour: Cognition, contingencies and instructional control (pp. 153-190. New York: Plenum Press.
  • Giovambattista Presti, Philip N. Chase Paolo Moderato(2002) Pensieri, parole e comportamento. Un’analisi funzionale delle relazioni linguistiche, McGraw-Hill
  • Mosticoni, R. (1979). Terapia del Comportamento. Roma: Bulzoni editore.
  • Donald Meichenbaum e lo fece  nell’ articolo “Cognitive behavior  modification”.Morristown, NJ: General Learning Press, 1974.
  • Skinner, B.F. (1957). Verbal behavior. Cambridge: Prentice-Hall, Inc. Trad. it. Il Comportamento Verbale. Roma: Arnaldo Editore, 2008.
  • Luigia Camaioni (1993)  Manuale di Psicologia dello Sviluppo, il Mulino 1994(Seconda Edizione)
  • FonJohn M. Darley (1981)  Fondamenti di Psicologia, Il Mulino, 1991
  • Russ Harrys (2011) Fare ACT, Franco Angeli, 2011

Curare giocando, giocare curando. La famiglia, i bambini, i terapeuti.

Curare giocando,  giocare curando.

La famiglia, i bambini, i terapeuti.

Sergio Lupoi, Antonella Corsello, Serena Pedi.

Franco Angeli ed. (2013)

 LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

Curare giocando, giocare curando. -Immagine: locandinaIl gioco è la prima forma di apprendimento dell’uomo, presenta aspetti cognitivi, emotivi e relazionali su cui si basa anche la funzione curativa del gioco nella prospettiva sistemica.

Vi sono due modi diversi di utilizzare il gioco: il “GIOCO IN TERAPIA” atto a ridefinire e ristrutturare; la “PSICOTERAPIA DI GIOCO” in cui il gioco è lo strumento su cui si basa l’intervento.

Il libro è introdotto da una dedica: “A tutti i bambini che ci hanno insegnato come parlare alle loro famiglie”.

Questo testo ci permette di esplorare come il gioco e la terapia siano in sinergia; l’uso della play therapy ha trovato applicazione nelle esperienze traumatiche, nel disadattamento sociale e comportamentale, nelle condotte aggressive, nelle malattie terminali, nel bullismo e nel caso di bambini esposti a violenza.

In particolare il volume propone una applicazione del gioco nella terapia familiare come linguaggio idoneo alle espressioni delle emozioni del bambino e come fenomeno naturale nel contesto familiare che permette quindi l’esplorazione delle aree più delicate di questa.

Il gioco ha la capacità di adattarsi alle più svariate situazioni e gli autori credono dunque che questo testo possa infondere nel lettore la capacità di credere nel gioco per curare.

Si rivolge in particolare a coloro che operano nel settore, allievi e terapeuti, con lo scopo di promuovere l’utilizzo del gioco in terapia.

Si parte dall’introduzione dell’idea della psicoterapia di gioco con tutta la famiglia per giungere ad una teorizzazione di questa in un approccio sistemico-relazionale, basato su uno sviluppo competente dell’essere umano, su aspetti neurobiologici della vita di relazione, sul sé, la coscienza e la conoscenza, sulle emozioni, sulla memoria, sullo sviluppo del mondo psichico, sulla famiglia dell’individuo e sui livelli di patologia.

Si prosegue con una definizione di “gioco” differenziandone tre tipi diversi: game, gamble, play.

Con play si intende un comportamento di gioco finalizzato al puro divertimento con un numero non limitato di giocatori, senza regole e vincitori.

Con game ci si riferisce ad un gioco specifico con proprie regole.

Gamble invece è il gioco d’azzardo con regole precise e dove l’obiettivo è guadagnare e sono prevedibili comportamenti di imbroglio.

Il gioco è la prima forma di apprendimento dell’uomo, presenta aspetti cognitivi, emotivi e relazionali su cui si basa anche la funzione curativa del gioco nella prospettiva sistemica. Vi sono due modi diversi di utilizzare il gioco: il “GIOCO IN TERAPIA” atto a ridefinire e ristrutturare; la “PSICOTERAPIA DI GIOCO” in cui il gioco è lo strumento su cui si basa l’intervento.

La prassi terapeutica prevede varie tipologie di gioco:  il gioco di ruolo, il gioco con obiettivi da raggiungere, il gioco di azione con “oggetti” metaforici e racconti con personaggi giocattolo o con storie o fiabe.

Le fasi della terapia si definiscono in tre sedute di valutazione del sistema familiare, ponendo attenzione all’attaccamento e all’espressione delle emozioni. Segue la fase dell’interazione tra i membri e la definizione del contratto terapeutico. La fase centrale della terapia è incentrata sul raggiungimento degli obiettivi identificati nel contratto.

Il gioco permetterà alla famiglia di acquisire capacità di gioco, autoregolazione emotiva, modalità di attaccamento ed esplorazione più funzionale, ed essere più flessibili nei ruoli. La fase conclusiva prevede una remissione dei sintomi ed una riorganizzazione del sistema familiare.

Infine all’interno del testo troviamo alcuni casi clinici commentati.

La psicoterapia è gioco. Qualora il terapeuta non renda possibile il gioco, allora il lavoro del terapeuta deve essere rivolto a portare se stesso da uno stato di incapacità ad una capacità di giocare.”  Lupoi, Corsello, Pedi.

ARGOMENTI CONSIGLIATI:

BAMBINI – TERAPIA SISTEMICO RELAZIONALERECENSIONI

 

BIBLIOGRAFIA:

Pietà di Kim Ki-Duk (2012) – Cinema & Psicoterapia nr.18

Antonio Scarinci, Antonio Ciocci 

 

RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA  #18

Pietà (2012)

Proposte di visione e lettura (CorattiLorenziniScarinciSegre, 2012)

 

 

Pietà (2012). -Immagine: locandinaMettersi nei panni del colpevole, avere empatia con chi ci ha offeso per capirne le motivazioni e ricondurre l’atto a una comune condizione umana in cui il male e il bene coesistono è l’elemento preminente di questo processo che si muove lungo il film, come convitato di pietra, senza esprimersi fino in fondo nei comportamenti dei protagonisti. 

Info:

Pietà. Un film di Kim Ki-Duk. Con Lee Jung-Jin, JoMin-Su. Drammatico. Corea del Sud 2012. Vincitore del Leone d’oro alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Trama:

Kang-do, solitario e anaffettivo tirapiedi di uno strozzino, quotidianamente gira nello slum della sua città per ottenere il pagamento dei debiti contratti con tassi d’interesse usurai.

Si comporta in modo spietato, storpiando le sue vittime e seminando la morte con indifferenza.

Madri, mogli e fidanzate si disperano per le sorti di mariti, figli e compagni. Alcuni preferiscono persino darsi la morte piuttosto che restare invalidi a vita.

Un giorno una donna dopo averlo seguito per la strada si intrufola a casa sua. Dice di essere sua madre, lo ha abbandonato alla nascita e si sente responsabile di averlo fatto crescere senza amore. Ogni colpa per i crimini compiuti dal figlio è sua e vuole riparare.

Kang-do è riottoso a crederle, pensa sia pazza, ma di fronte alle insistenze della donna la sottopone ad una serie di prove umilianti e terribili, ma alla lunga le ripetute offerte di amore della donna fanno breccia nel suo animo.  Accetta finalmente la donna e questo lo pone in una posizione di vulnerabilità come quella delle sue vittime: potrebbe perderla, qualcuno potrebbe vendicarsi.

E’ proprio la madre, però, che cerca vendetta per l’uccisione del suo vero figlio, una delle tante vittime di Kang-do. Finge di essere assassinata dandosi la morte.

La perdita del legame materno, finalmente ritrovato, è insopportabile per Kang-do, convinto che la sua vita non abbia più senso.  La moglie di uno dei suoi clienti aveva minacciato di investirlo con la macchina per vendicarsi e lui decide di portare a compimento la vendetta di questa donna. Si lega sotto il suo furgone facendosi trascinare. Il suo corpo lascia una lunga scia di sangue sulla strada.

Motivi d’interesse:

La sequenza narrativa del film appare fin troppo meccanica e forzata, anche se funzionale al ritmo e all’emotività da tragedia greca.

Aleggia un’aria d’inganno, di maligno presagio, un’arcaica sete di vendetta che si contrappone alla pietà della falsa madre nei confronti del falso figlio. La consapevolezza del dolore che provocherà la perdita di un legame ritrovato e la sete di giustizia come espiazione del colpevole si alternano nei sentimenti della madre.

I protagonisti, Kang-do e sua madre, si alternano nel triangolo drammatico, vittima/ carnefice/ salvatore, provano in fondo empatia l’uno per l’altro, senza accedere però alla pietà che fa nascere il perdono. La madre lo chiede insistentemente al falso figlio, che sembrerebbe concederglielo.

Ma è vero perdono?

Non attraversa tutto il film l’incapacità di comprendere le debolezze o le difficoltà altrui, di tenere da parte il risentimento, di smorzare il rancore, di rinunciare appunto a forme di rivalsa e vendetta?

Il perdono è un atto di cui beneficia chi ha offeso perché non escluso e disprezzato.

Come sostengono Barcaccia e Mancini ( 2013) “il perdono non è oblio, non è negazione del torto, non è giustificazione, non è rassegnazione a subire, …ma il perdono fa bene a chi perdona”.

Mettersi nei panni del colpevole, avere empatia con chi ci ha offeso per capirne le motivazioni e ricondurre l’atto a una comune condizione umana in cui il male e il bene coesistono è l’elemento preminente di questo processo che si muove lungo il film, come convitato di pietra, senza esprimersi fino in fondo nei comportamenti dei protagonisti. 

Tra vendetta e perdono prevale la vendetta.

Eppure il ritrovato legame materno – viene in mente la teoria dell’attaccamento di Bolwby – rende Kang-do da freddo e spietato macellaio di uomini una persona che prova emozioni e sentimenti.

La partecipazione empatica al dolore del falso figlio fa tentennare la madre dall’eseguire l’estremo gesto di suicidarsi, anche se la sete di vendetta è più forte e la spinge a gettarsi dal terzo piano di un edificio. 

Una strada è forse indicata, ma non percorsa fino in fondo.

Kang-do, stesso, non riesce a perdonarsi e si toglie la vita legandosi sotto il furgone della moglie di una delle sue vittime. La scia di sangue della vendetta rimane impressa simbolicamente sulla strada e genera il sentimento di pietà per un’umanità, rappresentata nella locandina del film dalla scultura di Michelangelo con gli attori nei panni di Maria e del Cristo, che avviluppata al potere del denaro e all’avidità, non riesce a perdonare.

Forse è proprio la pietà la sorgente del perdono.

La pietas è il sentimento che induce a rispettare l’altro con amorevole gentilezza e premura. Enea come figura simbolica si fa carico sia del figlio che dell’anziano genitore Anchise portandolo sulle sue spalle e mettendo in secondo piano le sue vicende personali. E’ la dignità umana e il comune destino che può farci percepire e costruire il Noi, da cui può nascere una visione trascendente capace di inoltrarci in una dimensione empatica di compassione (patire insieme) per le ineludibili sofferenze della vita.

Indicazioni per l’utilizzo:

Il film può essere molto utile per aprire una confrontazione sui temi trattati, e in particolare sulla pietà, il perdono, la vendetta, emozioni che spesso sono sperimentate e presentate in terapia dai pazienti.

Trailer:

 

 

RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA

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 BIBLIOGRAFIA:

Il Linguaggio e il Cervello! – Infografica su Neuropsicologia & Linguistica

Fonte: VoxyBlog del 5 Aprile 2011.

INFOGRAFICA

Il Linguaggio e il Cervello

NEUROSCIENZE

 

Language and Brain - Infographics - Immagine: www.voxyblog.com

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MEG Neurofeedback: una nuova tecnica riabilitativa – Neuroscienze

Viviana Spandri

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

MEG Neurofeedback – Questa nuova tecnica di brain-imaging consente alle persone di osservare la propria attività cerebrale in tempo reale e quindi controllarne o aggiustarne la funzionalità in pre-determinate aree cerebrali.

Uno studio condotto dal gruppo di ricerca capitanato dal Dott. Sylvain Baillet, Direttore del Brain Imaging Centre at The Neuro McGill University and the McGill University Health Centre, pubblicato sulla rivista NeuroImage, ha dimostrato che la magnetoencefalografia (MEG) può essere utilizzata come un potenziale strumento terapeutico per controllare e allenare specifiche aree cerebrali.

Questa nuova tecnica di brain-imaging infatti consente alle persone di osservare la propria attività cerebrale in tempo reale e quindi controllarne o aggiustarne la funzionalità in pre-determinate aree cerebrali.

La MEG è una tecnica di brain imaging non invasiva che misura i campi magnetici generati dai circuiti nervosi nel cervello e ha il vantaggio di avere una risoluzione temporale nell’ordine dei millesecondi, superiore a tutte le altre tecniche, che permette di osservare l’attività cerebrale in tempo reale.

Questo vantaggio permettte alla MEG di essere utilizata come tecnica di neurofeedback, processo mediante il quale le persone possono vedere online informazioni fisiologiche di cui solitamente non sono consapevoli, e nello specifico di questa tecnica potrebbero proprio osservare l’attività cerebrale, e utilizzare quest’informazione per allenarsi ad autoregolarla.

Lo scopo di questo gruppo di ricerca è quello di addestrare il paziente ad allenare specifiche regioni cerebrali, così che ad esempio i pazienti epilettici, modificando la loro attività cerebrale, possano prevenire il presentarsi di una crisi.

In questo studio i soggetti venivano sottoposti a 9 sessioni di MEG e utilizzavano il neurofeedback per raggiungere un target specifico, ovvero mentre osservavano un disco colorato su un display dovevano trovare la strategia per modificarne il colore da rosso scuro a un giallo-bianco luminoso e mantenerlo il più a lungo possibile.

I ricercatori hanno programmato questo esperimento in modo che le aree cerebrali target fossero nella corteccia motoria e il colore che appariva sullo schermo era determinato da una predefinita combinazione di attività cerebrale lenta o rapida proprio in queste regioni. Questo è stato reso possibile dall’utilizzo combinato di MEG e MRI, noto come MSI (magnetic source imaging).

I risultati hanno mostrato che i partecipanti, in ogni sessione successiva di training, riuscivano a raggiungere il target sempre più velocemente, nonostante la soglia per il raggiungimento del target per ogni nuova sessione fosse stata alzata.

I partecipanti riuscivano quindi ad utilizzare efficacemente il neurofeedback per alterare il loro pattern di attivazione cerebrale in regioni specifiche della corteccia motoria, così come definito dal loro obiettivo, senza muovere nessuna parte del corpo.

Questo dimostra innanzitutto che la MSI può fornire in tempo reale il neurofeedback di specifiche porzioni cerebrali e che quindi è possibile utilizzare la MEG a scopo terapeutico per la riabilitazione dei pazienti: in particolare sembra essere promettente con i pazienti epilettici, ma potrebbe esserlo anche per svariate altre patologie neurologiche e/o neuropsichiatriche (ictus, demenze, disturbi del movimento).

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

Meditare con David Lynch – Psicologia & Benessere

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

“Ero molto arrabbiato e me la prendevo con la mia prima moglie, le ho reso la vita difficile. Ho cominciato a praticare la meditazione e dopo solo 2 settimane la mia rabbia è svanita”

Inizia così l’intervista a David Lynch, venuto a Milano per condividere ciò che a suo parere gli ha cambiato (in meglio) la vita.

Quello che gli ha permesso di far sparire ciò che sono le sofferenze interiori come paura, rabbia, demoni interni, desiderio di vendetta, depressione è l’utilizzo della meditazione trascendentale che applica da 40 anni mattina e sera.

Sottolinea ridendo, durante l’intervista, che per girare film angoscianti come i suoi non necessariamente si deve passare attraverso stati di sofferenza, ma che si può fare serenamente. Quello che si deve tenere a mente è che ognuno deve capire il proprio intimo mondo interiore, infatti, secondo lui, l’utilizzo della meditazione impedisce alla negatività di restringere il flusso della creatività e di fare film così emotivamente intensi.

Con la sua associazione, David Lynch Foundation For Consciousness-Based Education and Peace, va nelle scuole a raccontare come i ragazzi possano imparare a gestire sofferenze e disagio ad esempio ansia, difficoltà scolastiche, dipendenze con l’utilizzo quotidiano di meditazione, lo stesso vale per i professori anch’essi soggetti a livelli alti di stress emotivi.

In 40 anni di pratica non ha mai perso una sessione di meditazione e non ci sono scuse, è possibile ritagliarsi in qualsiasi situazione 20 minuti la mattina e 20 minuti la sera per praticarla e stare meglio con se stessi.

“La negatività sparisce e un mare di energie positive e di creatività si sprigiona”. E ridendo aggiunge: “Trovano i miei film inquietanti? Ottimo, avranno un motivo in più per sperimentare la meditazione”

 

Lynch: “I miei film vi inquietano? Meditate”. E porta il mantra nelle scuole italiane

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Comunicazione Genitori-Figli: 3 Seminari di Punto Famiglia Acli Cagliari

Al via i tre seminari dedicati alla comunicazione genitori-figli promossi dall’Oratorio della Parrocchia Sant’Anna e Gioacchino di Selegas, in collaborazione con le ACLI

L’Oratorio della Parrocchia Sant’Anna e Gioacchino di Selegas, in collaborazione con il Circolo Acli di Selegas, le Acli Provinciali di Cagliari e con il Servizio Punto Famiglia Acli Cagliari, promuove un ciclo di tre Seminari dedicati alla comunicazione genitori-figli nel corso del ciclo di vita. L’iniziativa è promossa con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna.

Obiettivo generale degli eventi è approfondire il tema dell’interazione e comunicazione tra genitori e figli a partire dalla vita intrauterina, attraverso l’infanzia, sino all’età dell’adolescenza. Nello specifico gli incontri, rivolti ai genitori e agli insegnanti, forniranno conoscenze adeguate rispetto all’evoluzione delle competenze e abilità del bambino nel corso dello sviluppo e favoriranno l’acquisizione di strumenti operativi e concreti per i genitori che desiderano promuovere una relazione educativa sana con i propri figli, migliorando conseguentemente la condivisione del processo educativo con l’altro genitore.

A condurre gli incontri, che si terranno presso L’Ex Cinema Padre Lino Congiu Via Roma n°31, Selegas, sarà la Dott.ssa Emma Fadda, Psicologa Clinica.

Il ciclo di seminari si aprirà il giorno 13 Febbraio 2014 alle ore 17:00 con il primo seminario dal titolo “Gravidanza e primi anni di vita: la comunicazione genitori e bambino” a cui seguirà il 21 Febbraio 2014 alle ore 17:00 il secondo seminario dal titolo “Le sfide dell’infanzia e la costruzione dei legami familiari”. Il terzo e ultimo evento, dal titolo “Tra sogni, desideri, capacità e paure. Il mondo dell’adolescenza”  si svolgerà il 27 Febbraio 2014 alle ore 17:00.

La partecipazione è aperta a tutti. È richiesta l’iscrizione che potrà essere fornita telefonicamente o via mail ai seguenti contatti:

Acli Provinciali di Cagliari
Tel: 070-43039
Mail: [email protected]

PROGRAMMA

13 Febbraio 2014: Gravidanza e primi anni di vita: la comunicazione genitori e bambino

21 Febbraio 2014: Le sfide dell’infanzia e la costruzione dei legami familiari

27 Febbraio 2014: Tra sogni, desideri, capacità e paure. Il mondo dell’adolescenza

SEMINARIO N. 01

GRAVIDANZA E PRIMI ANNI DI VITA: LA COMUNICAZIONE GENITORI E BAMBINO

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SEMINARIO N. 02 

LE SFIDE DELL’INFANZIA E LA COSTRUZIONE DEI LEGAMI FAMILIARI

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SEMINARIO N. 03

TRA SOGNI, DESIDERI, CAPACITA’ E PAURE. IL MONDO DELL’ADOLESCENZA

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Food addiction: una nuova forma di dipendenza? Risposte comportamentali e correlati neuronali

Alessia Zoppi e Chiara Spinaci.

 

 

 

Food addiction e dipendenze. - Immagine: © Renee Jansoa - Fotolia.comFood addiction: I DCA sono considerati come comportamenti disregolati e caratterizzati da una dipendenza da oggetto non tossico, venendo per questo definiti, da alcuni, “nuove sindromi da dipendenza”.

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e le Tossicodipendenze (TD) vengono considerati sindromi tipiche del nostro tempo. I DCA, al pari del Gioco d’Azzardo Patologico, della Cyberdipendenza, lo Shopping Compulsivo e la Dipendenza da Sesso, sono considerati come comportamenti disregolati e caratterizzati da una dipendenza da oggetto non tossico, venendo per questo definiti, da alcuni, “nuove sindromi da dipendenza“.

Le caratteristiche di queste nuove dipendenze sono: 1) una prevalenza ed incidenza in aumento nell’ultimo decennio; 2) manifestazione in aumento in età adolescenziale; 3) nuclearità del disturbo sul versante della dipendenza da oggetto; 4) complessità ezio-patogenetica e terapeutica; 5) fattori eziologici di natura bio-psico-sociale; 6) comorbilità con i Disturbi di Personalità e tra sindromi, soprattutto nella popolazione femminile.

Quest’ultimo punto è uno dei foci che ha spinto i ricercatori a studiare, soprattutto tra DCA e TD, una diretta correlazione non solo di tipo causale/sequenziale o ezio-patogenetico (Baker et al., 2013; Warren et al., 2013), ma anche di tipo clinico-descrittivo, con l’obiettivo di considerare i DCA una vera dipendenza da cibo o “food addiction” (Ziaudden, Fletcher, 2012).

È stata ad oggi confermata un’interessante correlazione bidirezionale tra le sindromi: si è infatti dimostrato che tanto donne con TD dichiarano di aver iniziato l’assunzione con l’obiettivo di controllare o perdere peso, quanto che donne con DCA hanno una più alta prevalenza di sindromi di dipendenza rispetto alla popolazione generale (Baker et al., 2013; Warren et al., 2013).

Più complessa risulta essere invece l’identificazione di una appartenenza dei DCA alla classe delle dipendenze da oggetto o nuove dipendenze patologiche. L’obbiettivo di alcuni studi è dunque quello di cercare di comprendere se sia possibile definire i DCA come vere e proprie sindromi da dipendenza (“food addiction“), o piuttosto sia necessario considerarli come comportamenti maladattivi rispetto al cibo.

In che modo è possibile discernere tra queste due posizioni? In primo luogo è necessario identificare aspetti comportamentali ed emotivi alla base dei comportamenti di dipendenza: esistono correlazioni tra TD e DCA?. Un aspetto centrale e comune in queste sindromi è il nucleo dell’“autodistruttività”, presente al pari del piacere nell’assumere e essere in contatto ripetuto con l’oggetto.

Questo meccanismo è detto “craving“, e spiega l’ assunzione incontrollata e compulsiva come soluzione comportamentale al bisogno irrefrenabile, tanto psicologico quanto biologico, di contatto con la sostanza. È necessario però sottolineare come, a differenza del cibo o di altri oggetti di dipendenza, la sostanza tossica sia di per sé mobilitante e plasmante a livello centrale, determinando non solo una compulsione psicologicamente direzionata ma soprattutto, fin poco dopo la prima assunzione, un bisogno incessante dettato dall’interazione potente e immediata di questa con i circuiti neuronali. Prendendo inoltre in considerazione i fenomeni comportamentali legati alla dipendenza emergono immediatamente alcuni aspetti: il bisogno incessante di contatto/assunzione della sostanza, definibile compulsione; gli effetti legati alla sospensione dell’uso di sostanza con vere e proprie risposte organiche legate all’astinenza; l’aumento di richiesta della sostanza, in termini di quantità, legato al fenomeno della tolleranza; la dipendenza dall’oggetto sul versante psicologico, oltre che biologico, al punto da determinare una vera e propria gestione dell’attività quotidiana in relazione alla ricerca e consumo della sostanza (DSM-IV TR).

Partendo inoltre dai tratti di personalità è possibile sostenere che i comportamenti di addiction siano strettamente legati alla disregolazione emotiva (Spence e Corbasson, 2013). Essa sembra essere rilevante sia nei quadri di DCA che TD e correlata a tre aspetti: incapacità di identificare le emozioni (alessitimia); mancanza di regolazione dell’umore; reazioni comportamentali disregolate.

All’interno della classe dei DCA, a differenza che nelle TD, gli aspetti personologici e le risposte comportamentali precedentemente indicate sembrano essere presenti solo nei casi di Binge Eating e Obesità (Di Leone et al. 2012; Ziaudeen e Fletcher, 2013), ovvero laddove la condotta di assunzione sia presente in forma eccessiva, discontrollata e compulsiva.

In questi casi l’oggetto-cibo viene ricercato tanto da perdere il controllo e, allo stesso tempo, esso è ricompensa piacevole per il soggetto rispetto a stati interni dolorosi, angosciosi, non riconoscibili e identificabili. Per questi stessi motivi, al contrario, non è possibile considerare l’Anoressia Nervosa come una dipendenza da cibo a causa dell’ipercontrollo e dell’evitamento dell’oggetto, sentito come pericoloso e dannoso (Ziaudeen e Fletcher, 2013). Si potrebbe anzi vedere quest’ultima come una forma di “controdipendenza” “autartica” e irremovibile.

In secondo luogo è necessario considerare l’effetto dell’ assunzione di una sostanza e/o dell’uso continuato di un oggetto (non tossico ed esogeno) a livello di modificazioni strutturali del sistema centrale: un cibo può determinare le stesse reazioni di neuro-adattamento di una sostanza tossica esogena? È possibile sostenere che l’assunzione di un cibo possa generare immediate, specifiche e potenti modificazioni a livello neuronale o un consequenziale neuro-adattamento a seguito di una prolungata assunzione? La ricerca in questi ultimi anni si è molto interessata all’identificazione dei meccanismi biologici messi in atto nel manifestare comportamenti alimentari non sani. A livello genetico sono stati identificati geni che sembrano essere determinanti nei comportamenti di TD e in alcuni DCA (specificatamente i Binge Eating e l’Obesità): i geni OPRM1 e DRD2 implicati nell’addiction e nei Binge Eating; il sistema degli endocannabinoidi e il gene CNR1 associato all’uso di sostanze e all’obesità.

Kasanetz et al. (2010) confermano che l’esposizione in maniera cronica a sostanze d’abuso, anche il cibo se assunto in maniera smodata, induce a cambiamenti e modificazioni nel cervello. Nonostante i meccanismi compulsivi possano essere similari nei DCA e TD, Di Leone et al.(2012) sostengono che il cibo e la droga “guidino” il nostro comportamento in direzioni diverse, poiché se da una parte il cibo ci fa mettere in atto strategie di ricerca fondamentali per la nostra sopravvivenza, la droga determina una spinta contraria alla nostra sopravvivenza, definita dagli autori un “dirottamento rispetto alla ricompensa naturale“. Secondo questi i circuiti e i sistemi cerebrali imputati nella regolazione della TD sono: a) Sistema dopaminergico mesolimbico: fondamentale nella tossicodipendenza poiché media l’assunzione della droga, sia nei meccanismi di gratificazione che di rinforzo. I neuroni di quest’area sono neuroni dopaminergici (Da) che vengono rilasciati nel momento in cui viene assunto la sostanza desiderata (droga/cibo). Questo sistema agisce sull’ipotalamo e sull’amigdala, sulla corteccia prefrontale e il nucleo accumbens; b) Ipotalamo: il suo ruolo non è solo quello di modulare l’attività cerebrale del sistema dopaminergico mesolimbico ma anche quello di integrare segnali provenienti da siti cerebrali periferici e quello di gestire la coordinazione metabolica periferica.

Kandel (2007) sottolinea come nei processi che regolano l’assunzione/gratificazione del cibo giochi un ruolo cruciale il sistema dopaminergico mesolimbico e l’ipotalamo. In particolar modo nel controllo dell’assunzione di cibo sono implicati due meccanismi ipotalamici: ipotalamo laterale: regolatore della fame; ipotalamo mediale: regolatore della sazietà.

Manna (2006) individua quattro categorie di segnali neurofisiologici che regolano la nostra funzione omeostatica nutritiva: Segnali di fame: noradrenalina/neuro peptide Y; segnali di sazietà: serotonina; segnali di piacere: dopamina (Da)/ oppioidi endogeni; segnali metabolici: insulina e pectina. L’Autore (2006) conferma l’importanza delle strutture ipotalamiche nel controllo e integrazione dei segnali motivazionali attivi sia nell’assunzione di cibo che di droga, e sottolinea anche l’esistenza di un continuum e di meccanismi patogenetici comuni tra TD e DCA. Nella TD il passaggio da abuso ad uso compulsivo sembra essere determinato da compulsività e impulsività, tratti e comportamenti direttamente condizionati dall’interazione immediata della sostanza con i sistemi dopaminergici, dalle alterazioni dei recettori D2 a livello dell’accumbens, e dal disfuzionamento delle aree prefrontali, prefontrale dorsolaterale e frontale inferiore, connesse allo striato.

La dopamina è dunque un neurotrasmettitore fondamentale per poter parlare di “dipendenza” e un suo aumento nell’organismo favorisce la probabilità di “addiction”, essendo centrale nei meccanismi di apprendimento di nuovi segnali e regolazione del comportamento (Manna, 2006). Importanti studi compiuti su animali hanno confermato alterazioni di questi sistemi in condizione di eccessiva assunzione di cibi, soprattutto ricchi di zuccheri. Gli animali presentavano comportamenti simili all’addiction da sostanze e una marcata compulsività verso il cibo, oltre che modificazioni alle aree cerebrali indicate, in particolar modo rispetto ai recettori D2 nell’accumbens (Ziaudeen e Fletcher, 2013).

Secondo Di Leone et al. (2012) i meccanismi che gestiscono la spinta alla ricerca di cibo e di sostanze sono i medesimi, ma nel modello neuropsicologico della spinta a mangiare si è preso maggiormente in considerazione l’interazione tra cervello e segnali corporei periferici, assente negli studi sulle dipendenze (vedi Fig.1).

Food Addiction: una nuova forma di dipendenza? Risposte comportamentali e correlati neuronali

Secondo questi Autori i meccanismi comuni tra abuso di cibo e droga sono da rintracciarsi nell’interazione complessa tra nuclei ipotalamici, in particolare laterale, che influenzano il meccanismo di ricompensa, e il circuito mesolimbico, che è determinante nel meccanismo di rinforzo; inoltre l’ipotalamo sarebbe centrale nei meccanismi di ricerca e consumo.

Rispetto ai comportamenti di ricerca dell’oggetto da dipendenza, gli studi su animali (roditori a cui vengono somministrare sia sostanze tossiche che cibo zuccherino e calorico) confermano un comune meccanismo neuronale per la dipendenza da cibo e da droga. Ci sarebbero però differenze importanti nella reazione comportamentale delle cavie se sottoposte a stimoli stressogeni: a differenza degli esseri umani, nei quali lo stress è considerato uno dei fattori precipitanti per il fenomeno di Binge Eating, nei roditori lo stress sembra indurre fenomeni di sospensione di ricerca di cibo, mentre favorirebbe la ricerca e l’assunzione di cocaina. Comunemente a quanto avviene negli esseri umani, l’uso della sostanza sembra predire comportamenti di ricerca e astinenza più persistenti, confermando che le sostanze tossiche possono creare associazioni tra stimoli molto più potenti rispetto alle sostanze naturali.

Secondo gli autori uguaglianze e differenze sono ancora da ricercarsi nei meccanismi cerebrali e nell’interazione tra aree implicate, allo scopo di spiegare come il rinforzo da cibo diventi tanto motivante da muovere il comportamento umano al pari dell’assunzione di una sostanza tossica.

Estendere i risultati ottenuti dagli studi su cavie agli essere umani risulta ancora complesso per evidenti motivi etici, non potendo così generalizzare sui meccanismi implicati in queste forme di comportamento patologico. Ciò risulta però necessario allo scopo di comprendere se la definizione di “food addiction” debba fermarsi alla comune espressione sintomatologica e ai comuni fattori di personalità tra TD e DCA, o possa invece essere considerato una vera e propria sindrome comportamentale in risposta all’assunzione della sostanza-cibo mediata anche da meccanismi a livello centrale.

 

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Imparare la felicità – Psicologia & Benessere

Imparare a essere felici. -Immagine: © Subbotina Anna - Fotolia.comÈ indispensabile che consideriate la vostra felicità una priorità nella vita di tutti i giorni e il suo raggiungimento come la maggior occupazione.

Si parla sempre e spesso solo di emozioni negative trascurando quelle positive. Eppure si è costantemente alla ricerca di qualcosa che possa farci star bene, che possa renderci FELICI! Ma, che cos’è la felicità? Una semplice domanda, parlo proprio con te, sai cos’è la felicità? Immagino la tua fronte corrugata che prova a cimentarsi nel dare una risposta, le idee scorrono, le immagini si susseguono, ma la risposta è impalpabile.

Difficile questo responso, non è bene chiaro cosa rappresenti la felicità e soprattutto pare non sia ovvio capire cosa potrebbe farci felici e cosa aspettarsi. Malgrado ciò, costantemente ogni giorno cerchiamo di rincorrere questa sconosciuta, ma se non sappiamo di cosa si tratta come facciamo ad ambirla?

In primis, proviamo a individuare cosa potrebbe renderci felici. Secondo lo studioso Michael Fordyce esistono 14 punti che contraddistinguono le persone felici da quelle che non lo sono. Questi punti rappresentano aspetti di base, atteggiamenti e pensieri, che una persona può apprendere per essere più incline alla felicità.

Si tratta di una sorta di palestra fatta di cognizioni e comportamenti che se messi in atto possono indurre alla tanto ambita felicità. Sono concetti che possono incitare un cambiamento nel comportamento, visto che si ha a che fare anche con pratiche comportamentali, favorendo un mutamento nelle convinzioni di una persona.

Vediamo di cosa si tratta e entriamo nel vivo del diventare felici!

1. Essere più attivi e tenersi occupati

Mantenersi quotidianamente più attivi permette di migliorare il livello di benessere. Investire le energie in attività coinvolgenti, accattivanti e piacevoli rende soddisfatti e di conseguenza più felici.

2. Passare più tempo socializzando

Avere delle attività sociale, rende felici. Secondo la teoria del bersaglio, più le relazioni sono profonde e intime, maggiore è il loro impatto sulla felicità. Al contrario più si sta soli e più si è tristi e sconsolati.

3. Essere più produttivi svolgendo attività che abbiano significato

L’impegno profuso, quando risulta produttivo, genera soddisfazioni, ma affinchè abbia un reale effetto positivo su se stessi deve essere mirato ad attività ritenute ricche di significato, come un lavoro soddisfacente.

4. Organizzarsi meglio e pianificare le cose

La capacità di organizzare permette di godere dei piccoli risultati raggiunti quotidianamente, mentre il rimandare gli impegni, il procrastinare, spesso si accompagna ad un senso di colpa per aver perso tempo, inducendo sentimenti di tristezza diffusa.

5. Smettere di preoccuparsi

Secondo la teoria time-clock, più tempo sarà dedicato alle preoccupazioni, rimuginii, meno si ha tempo per essere felici. La felicità di una persona aumenta quando diminuiscono i pensieri negativi, infatti le persone felici si preoccupano molto meno della maggior parte della gente. Questo non significa che non hanno dei problemi, ahimè, quelli capitano a tutti, ma non si creano un problema del problema.

6. Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni

Le persone felici rincorrono meno il successo, ma paradossalmente, ne hanno di più. La rincorsa del successo mette in una posizione di attesa in cui si rimanda l’essere felici a domani. È utile conoscere le proprie risorse e i propri limiti, in modo da domandare alla vita cosa si vuole e godere delle piccole cose.

7. Sviluppare pensieri ottimistici e positivi

L’ottimismo migliora le emozioni e innesca un circolo virtuoso del tipo profezia che si autoavvera. Se si pensa di poter realizzare qualcosa, si è anche invogliati a darsi da fare e questo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere ciò che si desidera.

8. Essere orientati sul presente

Per essere felici è sicuramente utile investire di più sul presente, dando valore ad ogni giorno e godendo delle opportunità quotidiane.

9. Lavorare a una sana personalità

Per avere una condizione di benessere ed essere felici è necessario apprezzarsi, accettarsi, conoscersi, aiutarsi ed essere se stessi.

10. Sviluppare una personalità socievole

Siate socievoli. Oltre ad aumentare la probabilità di conoscere persone significative per la vostra vita, potete aumentare anche la probabilità di ricevere rinforzi positivi concedendovi la possibilità di essere disponibili e gentili con gli altri.

11. Essere se stessi

Mostrarsi per quello che si è, con i propri pregi e i propri difetti, offre la possibilità di piacere a qualcuno e di poter costruire una relazione su basi solide e non fatue.

12. Eliminare sentimenti negativi e problemi

Utilizzando la metafora della pentola a pressione, se accumulate pensieri negativi come la rabbia, il senso di colpa, il risentimento, tenderete a vivere una vita infelice, proprio come nella pentola a pressione dove, crescendo sempre di più la temperatura, senza far sfiatare le pentola, la pressione aumenterà talmente tanto da far scoppiare il coperchio.

13. I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità

Le relazioni che si instaurano tra persone felici si fondano sul piacere, inteso come voglia di passare del buon tempo insieme. La qualità del rapporto appaga e rende felici.

14. Considerare la felicità la priorità numero 1

Se non date valore alla felicità come pensate di ottenerla? Il pensiero non è “non devo, non voglio essere triste“, ma “mi piacerebbe essere felice“!

È indispensabile che consideriate la vostra felicità una priorità nella vita di tutti i giorni e il suo raggiungimento come la maggior occupazione.

Insomma, se si resta intrappolati in pensieri negativi e ricorsivi che si assume erroneamente siano la soluzione al problema, ma che portano a distanziarsi dalla realtà, non ci si concede la possibilità di affrontare i fallimenti e viverli per quello che sono, senza generalizzare mai quello che accade ma legare gli eventi al contesto. Solo in questo caso si possono valutare le proprie risorse, rimettersi in gioco puntare dritto all’obiettivo: essere felici!

Le abitudini di pensiero non devono durare per sempre. Le persone possono scegliere il proprio modo di pensare. I pessimisti possono imparare, infatti, ad essere ottimisti: non attraverso stupidi stratagemmi come fischiettare o declamare banalità, ma apprendendo nuove abilità cognitive (Seligman, 2005).

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BIBLIOGRAFIA:

Come il linguaggio modella la nostra visione del mondo – Scienze Cognitive

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheLINGUAGGIO – Le differenze linguistiche sembrano influenzare piccoli ma significanti aspetti del nostro comportamento, come per esempio la logica con cui classifichiamo gli oggetti in categorie diverse o ciò che notiamo all’interno di una scena.

Perchè se si chiede a un gruppo di illustri professori americani di puntare il dito verso sud-est tenendo gli occhi chiusi questi indicheranno in ogni direzione possibile, mentre se si chiede lo stesso a un gruppo di bambine di 5 anni originarie dell’Australia aborigena queste indicheranno sempre nella direzione giusta?

Secondo Lera Boroditsky la risposta è nel linguaggio, ovvero: il linguaggio (e più nello specifico la nostra lingua madre) influenza e modella le modalità con cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Nel caso sopracitato, la risposta è da ricercare nel fatto che gli aborigeni australiani per indicare la posizione degli oggetti nello spazio, non usano parole come “destra” e “sinistra”, ma fanno ricorso ai punti cardinali e questo, secondo Boroditsky, è alla base della loro capacità di indicare senza esitazioni da che parte di trova uno specifico punto cardinale.

Secondo i ricercatori, le differenze linguistiche sembrano influenzare piccoli ma significanti aspetti del nostro comportamento, come per esempio la logica con cui classifichiamo gli oggetti in categorie diverse o ciò che notiamo all’interno di una scena.

Se per esempio per i madrelingua inglesi la differenza tra tazze e bicchieri è data dal materiale, i madrelingua russi distinguono tazze e bicchieri in base alla forma, per cui, davanti al medesimo gruppo misto di tazze e bicchieri russi e inglesi tenderanno a separare i diversi oggetti secondo modalità distinte. Ancora, davanti alla medesima scena, madrelingua inglesi e madrelingua spagnoli tenderanno a fornire due descrizioni diverse, perchè mentre in inglese l’intenzione dell’azione non viene sempre espressa nel significato del verbo, in spagnolo si.

Secondo Boroditsky, quindi, anche il semplice apprendimento di una nuova lingua può determinare significativi cambiamenti delle capacità cognitive e quindi nei ricordi. A conferma di ciò  Aneta Pavlenko, docente di linguistica applicata della Temple University, riporta come  l’esperienza dello scrittore trilingue (inglese, francese e russo) Vladimir Nabokov, a cui, in seguito alla successo della pubblicazione inglese delle sue memorie, venne chiesto di scriverne anche una versione in russo. Durante la stesura russa, però, lo scrittore però si rese subito conto che non si sarebbe mai trattato di un semplice lavoro di traduzione, ma nella creazione di un nuovo romanzo: “quando iniziò a scrivere in russo, gli tornarono alla mente molti ricordi di cui si era di dimentico durante la stesura inglese”.

Boroditsky, sottolinea però che sarebbe scorretto considerare il linguaggio come il principale (o addirittura l’unico) fattore responsabile della modalità con cui processiamo e ricordiamo gli stimoli che percepiamo. “Apprendere una nuova lingua non può essere considerato un processo molto distinto da ciò che accade quando studiamo per diventari avvocati o medici: in entrambi i casi le nostre capacità cognitive si modificano e si evolvono e in entrambi i casi possiamo studiare e analizzare questi cambiamenti”.

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BIBLIOGRAFIA:

Neuroestetica: Kandinsky tra arte e cervello – Arte & Neuroscienze

Di Barbara Missana.

 

La Neuroestetica di Kandinsky: tra Arte e Cervello

Kandinsky tra arte e cervello . - Immagine: © Costanza Prinetti 2014
Immagine: Kandinsky e la Neuroestetica – © 2014 Costanza Prinetti

Dopo aver letto gli studi di Semir Zeki circa l’applicazione della ricerca neuroscientifica all’arte astratta, mi sono convinta del fatto che fra i tanti artisti Kandinsky si avvicini alla figura del moderno neuroesteta, specialmente se lo si immagina mentre sottopone punti, linee e superfici ai suoi allievi domandando “riuscite a vedere tali oggetti?”.

La “scoperta” da parte del pittore russo Wassily Kandinsky (1866-1944) del linguaggio astratto è stata segnata da un episodio avvenuto nel 1895 in occasione della mostra degli impressionisti francesi a Mosca. Osservando un quadro della serie I covoni di Monet (realizzata tra 1889 e 1891) non riusciva a capire cosa raffigurasse quella tela poiché il pittore l’aveva dipinta con piccolissimi tocchi di colore, senza linee di contorno, suggerendo appena l’effetto luminoso: quando si avvicinava riusciva ad individuare il pagliaio, ma scopriva che in fin dei conti quel soggetto non fosse poi così importante. Ciò che contava era il modo in cui era stato dipinto e l’effetto che avrebbe suscitato.

Giungeva in questo modo all’astrattismo, divenendone in seguito il Padre, una tendenza in cui i tradizionali soggetti sono sostituiti da macchie colorate e forme liberamente disposte.

Dopo aver letto gli studi di Semir Zeki circa l’applicazione della ricerca neuroscientifica all’arte astratta, mi sono convinta del fatto che fra i tanti artisti Kandinsky si avvicini alla figura del moderno neuroesteta, specialmente se lo si immagina mentre sottopone punti, linee e superfici ai suoi allievi domandando “riuscite a vedere tali oggetti?”.

Quando Zeki ha studiato i dipinti di Mondrian sostenendo che a essi rispondono le cellule della corteccia visiva selettive all’orientazione, quando ha dimostrato che Magritte condusse esperimenti percettivi con la memoria visiva del cervello introducendo una sorta di trompe esprit, ha gettato le basi per un’impresa neurologica dell’arte astratta che ho voluto studiare.

Le conclusioni che Zeki ha tratto dai suoi ben 25 anni di studio del cervello visivo sono che, a livello elementare, quanto accade nel cervello di un individuo intento nell’osservare l’opera astratta è identico a quanto accade in tutti gli altri, motivo per il quale è possibile comunicare anche attraverso questa tendenza artistica.

Kandinsky lo ha fatto con i suoi dipinti: se Zeki ha definito l’arte come rifugio per i concetti, il pittore ben un secolo prima aveva chiarito la sua posizione in favore del contenuto espresso da elementi ideali.

In aggiunta, il fatto che Kandinsky abbia utilizzato ai fini della comunicazione proprio quegli stimoli che si rivelano essere i più efficaci nell’attivazione delle cellule del cervello visivo, rivela il grandissimo sforzo intellettuale che egli ha compiuto.

Un pittore come Kandinsky che nelle sue teorie ha analizzato i componenti primari di ogni forma, “sta essenzialmente osservando l’attività interna della fisiologia del suo cervello visivo”, come ha detto Semir Zeki.

Kandinsky dipingeva quindi col cervello ossia ricercando gli elementi in grado di eccitare tutti gli individui allo stesso modo, rivendicando il principio di un’arte universale e onnicomprensibile.

Nell’articolo La pittura astratta apparso nel 1935 nel num.6 della rivista Kronick van Hedendaagse Kunst en Kultur ad Amsterdam, chiariva che la pittura astratta fosse a suo avviso una “pittura cerebrale”.

Egli vedeva addirittura nell’arte astratta un “progresso nel campo della conoscenza della natura: si tratta di raggiungere, sotto la pelle della natura, la sua essenza, il suo contenuto” e aggiungeva “col tempo sarà dimostrato sicuramente che l’arte astratta non esclude il legame con la natura ma che, al contrario, questo legame è più grande e più intimo di quanto non sia stato negli ultimi tempi”.

Il suo lavoro si può esprimere come una ricerca analitico-sintetica degli elementi puri della costruzione figurativa.

La teoria dell’astrazione pittorica kandinskiana è racchiusa nelle pagine del suo più noto trattato, Uber das Geistige in der Kunst (Lo spirituale nell’arte), scritto nel 1910 a Monaco di Baviera. Cimentandosi nello studio del sensibilismo cromatico, giungeva lo stesso anno a dipingere la sua prima opera astratta, Primo acquerello astratto, un’esplosione caotica di colore, esempio di un’arte che voleva emanciparsi dall’imitazione della natura ponendosi sul piano contenutistico, alla stregua delle composizioni di Schonberg, del colore di Matisse, dell’atmosfera di Wagner e delle esperienze pittoriche di Cezanne e Picasso.

Lo spirituale nell’arte era una dichiarazione filosofica che propugnava una rinascita dell’arte col fine di risvegliare nell’uomo la capacità di cogliere nelle cose astratte l’elemento spirituale.

La scelta di una linea o di un colore, come quella di una parola o di un suono non dipende, secondo il pittore, in modo completo dal libero arbitrio dell’artista ma avviene sulla base di una legge fondamentale che egli definisce come “principio di necessità interiore”, ossia il principio di adozione di quella forma o di quel colore che siano in grado di toccare l’anima dello spettatore.

Questa legge artistica rispecchia gli studi sugli elementi artistici capaci di stimolare la corteccia visiva, e in questo Kandinsky rappresenterebbe una sorta di precursore, seppur il suo lavoro sia un’analisi approssimativa che egli stesso, consapevolmente, sostiene vada approfondita in modo più concreto.

Nella teoria il pittore rivelava tra l’altro la consapevolezza dell’analogia tra la sua arte e la ricerca scientifica coeva: la teoria della relatività aveva allora dimostrato che massa ed energia fossero convertibili reciprocamente e a questo concetto Kandinsky faceva corrispondere la ricerca di forme dinamiche e caotiche, espresse con le macchie di colore.

Le opere di Kandinsky del primo periodo sono state definite per questo motivo dallo storico dell’arte Ernst Gombrich l’equivalente artistico del test di Rorschach, teorizzato proprio in quegli anni e pubblicato nel 1921 nel libro Psychodiagnostik: le macchie di inchiostro e l’arte astratta si rivelano dunque due linguaggi visivi con il comune fine di svelare l’inconscio e il meccanismo con cui la percezione diventa interpretazione e la strada che Rorschach percorre per associare le immagini alla psiche è analoga a quella che percorreva l’arte astratta che dalla funzione percettiva giungeva all’individuazione delle caratteristiche psichiche dell’osservatore e del pittore.

Relazionando l’arte astratta con la neurobiologia per via della comune ricerca degli elementi essenziali del processo cognitivo, Semir Zeki è convinto che quelle opere stimolino l’osservatore a ritrovare i significati nascosti dall’artista affidandosi alle capacità deduttive del cervello, mediante un processo che può essere sovrapponibile a quello proposto da Rorschach.

Ecco che la necessità artistica del pittore, secondo la teoria di Kandinsky, coincide con l’efficacia espressiva delle forme e dei colori che sono capaci rivelatori di significati: nasce da qui il tentativo di dare una definizione a quello che egli chiama “suono interiore” dei due mezzi espressivi, per costruire una sorta di teoria dell’armonia pittorica.

Kandinsky invita quindi l’osservatore a cercare nelle macchie di colori sperimentate, stimoli visivi per ricostruire interiormente il concetto celato.

La scoperta più importante è stata appunto la realtà interiore che possiede il colore, mutuata dallo studio teorico di Goethe, la quale lo caratterizza in modo del tutto indipendente da una qualunque finalità raffigurativa.

La questione della forma è quindi secondaria rispetto all’essenzialità della comunicazione sentimentale: l’opera d’arte consta infatti di un elemento interiore, corrispondente all’espressione dell’animo dell’artista, che desta nell’osservatore una parallela situazione spirituale di einfuhlung, e uno esteriore che corrisponde alla forma materiale capace di esprimere quella vibrazione.

Se gli influssi delle forme naturali sono casuali e indefiniti, le forme artistiche sono l’incarnazione di un contenuto astratto e l’unica legge immutabile è il principio della necessità interiore di quell’espressione.

Dopo la parentesi a Mosca del 1914-1921 per via della Guerra, Kandinsky tornava a Berlino dove dilagavano il movimento dadaista e l’espressionismo e sentendosi isolato tra quegli stili formalisti accettava senza esitazioni la proposta di Walter Gropius di trasferirsi a Weimar per lavorare nel Bauhaus, il nuovo tipo di accademia d’arte che riuniva arti libere e applicate in un comune lavoro analitico: nel 1922 aveva qui l’occasione di riprendere i suoi slanci psicologici e approfondire la ricerca degli elementi figurativi, collaborando con Paul Klee, Johannes Itten, Gerard Marks.

Riprendendo la giovanile teoria dei colori polari in “quattro sonorità principali”, elaborata da Goethe, Kandinsky studiava le basi fisiche per l’ordinamento dei colori analizzando soprattutto la triade giallo, blu e rosso.

Partendo dall’analisi di elementi singoli come il punto, la linea e il piano e delle loro relazioni, affiancava quelle ricerche alla psicologia della forma.

Hirschfeld-Mack in The Bauhaus, scritto nel 1963, ricordava che in particolare Paul Klee e Kandinsky avevano tenuto un intero seminario per scoprire le reazioni dell’uomo a determinate composizioni cromatico-lineari. Per ricercare la legge universale di relazione psicologica tra forma e colori avevano preso un campione di un migliaio d’individui inviando delle cartoline in cui si chiedeva di colorare tre forme elementari (il triangolo, il cerchio e il quadrato) con i tre colori primari (rosso, blu e giallo): quello che emerse da tale esperimento fu che la maggioranza aveva assegnato al triangolo il colore giallo, al quadrato il rosso e al cerchio il blu.

Gli allievi erano invitati all’osservazione attenta di alcuni oggetti per poterne identificare gli elementi essenziali e per comprendere il procedimento di astrazione pittorica che li avrebbe portati alla semplificazione in linee-forza di quelli, in puri concetti.

Sfruttando le caratteristiche delle linee, dei piani e dei volumi e tenendo conto della loro posizione nella tela, Kandinsky li guidava alla padronanza dei principi del disegno astratto e li stimolava ad associare i colori primari (giallo, rosso e blu) alle forme geometriche elementari (triangolo, cerchio e quadrato) studiandone gli effetti psicologici.

Convinto che la risposta si trovasse nel postulato di necessità interiore, esprimeva un principio mistico interessante: “Elemento dell’arte pura ed eterna che si ritrova in tutti gli esseri umani, in tutti i popoli e in tutti i tempi, che appare nell’opera di tutti gli artisti, di tutte le nazioni, di tutte le epoche e che non obbedisce poiché elemento essenziale dell’arte, a nessuna legge di spazio né di tempo”.

Kandinsky era cioè convinto che il fondamento dell’intuizione artistica fosse la conoscenza delle leggi naturali che regolano l’universo. Pertanto lo scopo del suo insegnamento era scoprire un’essenza comune a tutte le arti, un linguaggio comune generale.

Lo stesso storico dell’arte Ernst Gombrich nel suo fondamentale studio Art and illusion. A study in the psychology of pictorial representation del 1957 teorizzava l´esistenza di schemi figurativi che aiutano alla codificazione dell’immagine. Nelle stesse opere cubiste, ad esempio, dove la realtà è frammentata e ricombinata secondo schemi talmente complicati che è spesso impossibile riconoscere un volto o un oggetto, la codificazione dell’immagine si avvale di schemi mentali recuperati dalla memoria, di un volto o di un oggetto. In questo modo, un viso alterato, “sfigurato”, si può riconoscere grazie alla presenza dei tratti permanenti di quello schema figurativo (occhi, naso, bocca, testa).

Lo stesso Kandinsky negli appunti delle sue lezioni scriveva frasi come “le percezioni dei colori sono localizzate nel cervello (nuca, due centri)”, pur non essendo ancora a conoscenza dei reali meccanismi percettivi presenti dietro la rappresentazione di un’immagine, cosa che oggi a grandi linee è chiara.

Mentre Freud studiava l’inconscio, il mondo dell’Es, e si avvicinava alla neurologia, Kandinsky produceva le “impressioni” e “improvvisazioni” che già per definizione evidenziavano l’importanza dell’atto istintuale. Per questo motivo i suoi dipinti sono paragonabili agli scarabocchi infantili: era convinto che l’arte astratta fosse riconosciuta dentro ciascuno e producesse vibrazioni emozionali che, come nel caso dei suoni, emozionano anche senza raccontare una storia. Per cui sottintendeva che “inconsciamente” uno spettatore reagisce emotivamente di fronte ad una serie di stimoli nati dall’accostamento di colori e forme.

Nel 1926 il pittore russo pubblicava la prima edizione di Punkt und Linie zu Flache all’interno della serie del Bauhaus Bucher (Libri del Bauhaus) diretta da Gropius e Moholy-Nagy che alla lettera significava Punto e Linea sul Piano, ossia in relazione alla superficie (mentre le tradizionali traduzioni italiane equiparano i tre elementi definendolo Punto, Linea, Superficie).

Si trattava di una continuazione del Lo spirituale nell’arte però prodotta come sforzo teorico del periodo di permanenza al Bauhaus, una sorta di compendio generale della dottrina che Kandinsky illustrava agli allievi per la costruzione di una “scienza dell’arte” fondata sull’analisi del punto e della linea in funzione del piano. Kandinsky infatti insistette molto sulla stretta parentela con la scienza sperimentale proponendo di stabilire leggi e formule numeriche che traducessero la costanza degli effetti delle forme sull’uomo.

Leonardo aveva scritto nel Libro di pittura che il principio della scienza fosse il punto, seguito dalla linea, dalla superficie e dal corpo che si veste di essa: questi venivano analizzati da Kandinsky in primo luogo come elementi isolati dal loro contesto originario per poter liberare il loro “suono interiore” e poi la loro tendenza a fissarsi nella superficie.

Verso la conclusione della sua carriera, nella rivista Cahiers d’art, nel 1931, Christian Zervos gli chiedeva di difendere l’arte astratta dalle accuse di inespressività e di “eccesso cerebrale” e di aver sostituito l’emozione con esercizi di toni puri e disegni geometrici riducendo i dipinti a giochi di colori iscritti dentro forme: la risposta di Kandinsky era “il contatto dell’angolo acuto di un triangolo col cerchio non ha un effetto minore di quello dell’Indice di Dio con quello di Adamo in Michelangelo”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

BOOKTRAILER: Verso una nuova critica d’arte – La neuroestetica e Kandinsky di Barbara Missana (2014)

 

 

 

Verso una nuova critica d’arte – La neuroestetica e Kandinsky

 (2014) di Barbara Missana

Verso una nuova critica d'arte. Immagine ©z6q6hcopertina Missana per sito

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Verso una nuova critica d’arte – La neuroestetica e Kandinsky: questo testo nasce come studio della neuroestetica e si propone di analizzare criticamente gli scritti e gli appunti del pittore russo Wassily Kandinsky (Mosca, 4 dicembre 1866 – Neuilly-sur-Seine 13 dicembre 1944) in questa nuova ottica.

 

Verso una nuova critica d’arte: la neuroestetica e Kandinsky intende formulare un parallelo tra le ricerche svolte dal neuroscienziato Semir Zeki nell’ambito della visione dei colori, della forma e del movimento (con particolare riferimento al suo testo La visione dall’interno) e l’attività teorica e pittorica di Kandinsky.

Gli studi sulle reazioni della corteccia visiva agli elementi primari della rappresentazione hanno spinto l’autrice ad ipotizzare che il pittore possa essere considerato un precursore del moderno neuroesteta per l’attenta scelta cromatico-lineare alla base dei suoi dipinti astratti.

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BIBLIOGRAFIA:

Il Bonobo e l’Ateo, in cerca di umanità tra i primati – Antropologia, Etologia, Psicologia

 

Il Bonobo e l’ateo, in cerca di umanità tra i primati

Frans de Waal (2013)

Raffaello Cortina Editore

 

Il Bonobo e l'ateo, in cerca di umanità tra i primati

Dio non ha inventato la morale… chiedetelo alle scimmie bonobo.

Qual è la vera natura dell’Uomo? Nasciamo buoni ma in grado di compiere il male oppure siamo intrinsecamente cattivi ma in grado di fare del bene?

Fino al decennio scorso la visione dominante in letteratura è stata quella proposta dal mastino di Darwin, T.H. Huxley: siamo fondamentalmente egoisti e la vera bontà o non esiste o è un passo falso nel percorso dell’evoluzione.

A tal proposito è emblematica l’affermazione del biologo americano Michael Ghiselin (1974): “Se scalfisci la pelle di un altruista ne vedrai uscire il sangue di un ipocrita”.  Da questo punto di vista la morale è solo una patina che ricopre la nostra vera, bieca natura; la morale, che con le sue leggi ci permette di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, proverrebbe quindi dall’alto, in particolare dalla religione (ma potremmo dire anche dalla scienza o dalla società), che ci insegna ad essere persone morali.

Frans De Waal, etologo e primatologo di fama internazionale, nel suo nuovo libro Il bonobo e l’ateo sostiene esattamente l’opposto: la morale proviene dall’interno, è innata ed ha una sua giustificazione evolutiva. 

L’autore parte dal presupposto che la nostra natura di animali sociali (il desiderio di appartenenza ad un gruppo, di andare d’accordo, di amare ed essere amati) ci predispone a comportarci verso gli altri in modo da rimanere in buoni rapporti, e descrive all’interno del suo testo studi che nell’ultimo decennio hanno portato “prove crescenti di empatia innata, di altruismo e di cooperazione nella specie umana e negli altri animali”. (A tal proposito il libro fornisce una ricchissima bibliografia sulle numerose ricerche condotte sull’argomento.)

Le tendenze morali manifestate dagli animali possono insegnarci molto sull’origine della moralità umana. “La morale è un sistema di regole concernente i due aspetti dell’aiutare o almeno del non danneggiare i nostri simili. Si preoccupa del benessere degli altri e antepone la comunità all’individuo. Non nega l’interesse individuale, ma lo ridimensiona a vantaggio di una società fondata sulla cooperazione”. Essa si basa su due grandi pilastri: l’empatia (compassion) e la reciprocità (fairness), entrambi osservabili nel mondo animale, in particolare tra i mammiferi e in maniera spiccata tra i primati a noi più vicini.

Per quanto riguarda l’empatia, che è alla base dei comportamenti altruistici, De Waal distingue tre livelli: la capacità di immedesimarsi nello stato emotivo altrui (contagio emozionale), di provare interesse per gli altri (consolazione) e di adottarne il punto di vista (aiuto orientato).

Poche specie, afferma l’autore, mostrano tutti e tre gli stati, ma il primo è tipico dei mammiferi, particolarmente sensibili alle emozioni altrui. Tra gli studi presentati, esemplificativo quello sui ratti che, di fronte a due contenitori, uno contenente cioccolato e uno contenente un compagno intrappolato terrorizzato, spesso si occupavano prima di liberare il compagno (Inbal Ben-Ami Bartal et Al., 2011).

La reciprocità, invece, riguarda il senso di giustizia relativo alla distribuzione delle risorse, e si distingue in equità di primo livello (protestiamo quando riceviamo meno degli altri) e di secondo livello (proponiamo una distribuzione equa delle risorse). L’essere umano condivide con le scimmie antropomorfe entrambi i livelli e il primo livello con le altre scimmie e i cani.

Se volete farvi quattro risate guardate l’esilarante video del celebre esperimento condotto da De Waal sulle scimmie cappuccino: due scimmie devono consegnare allo sperimentatore un sassolino e in cambio come premio ricevono la prima un pezzo di cetriolo, che mangia con gusto, e la seconda un chicco d’uva; la prima scimmia si accorge che l’altra ha ricevuto un cibo più prelibato, consegna un altro sassolino allo sperimentatore e quando riceve ancora un cetriolo, ecco la sua reazione:

Empatia e reciprocità, assieme al timore di ricevere una punizione e di perdere la propria reputazione in caso di messa in atto di “comportamenti cattivi”, sono i presupposti per vivere serenamente all’interno di un gruppo sociale e preservare il benessere della comunità.

De Waal osserva come però con lo sviluppo di gruppi sociali sempre più grandi (paesi, città, nazioni…) le regole di reciprocità e di reputazione si siano indebolite in quanto il controllo “faccia a faccia”, “uno a uno”, l’uno dell’altro è diventato sempre più difficile; da qui la necessità di una supervisione che garantisse un alto livello di cooperazione, e quindi lo sviluppo delle grandi religioni morali.

Ma “gli ingredienti principali di una società morale non richiedono la religione, dal momento che provengono dall’interno”; le grandi religioni hanno pertanto avuto il merito non di inventare, ma di sostenere una morale che era già dentro di noi e che in realtà è frutto dell’evoluzione naturale.

In conclusione, siamo biologicamente “programmati” per essere empatici, il nostro cervello prova piacere quando siamo altruisti (e ciò ci spinge a reiterare tale comportamento) e sin da piccolini ci arrabbiamo di fronte all’ingiustizia della non equità. Non saremo di certo universalmente buoni, ma indubbiamente siamo inclini ad esserlo… il che non è poco!

LEGGI:

EMPATIA – MONDO ANIMALE

SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA – ETICA & MORALE

 

 

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De Waal, F. – La moralità nel comportamento animale (Sub Ita) :

 

BIBLIOGRAFIA:

Muore a 85 anni Theodore Millon, pioniere degli studi sulla Personalità

 

theodore millon - foto QUADRATO 300Theodore Millon è mancato mercoledì 29 gennaio nella sua casa a Greenville Township, N.Y. Lo psicologo americano (85 anni) era stato un pioniere negli studi sui tratti di personalità e sui disturbi di personalità.

Theodore Millon, a psychologist whose theories helped define how scientists think about personality and its disorders, and who developed a widely used measure to analyze character traits, died on Wednesday at his home in Greenville Township, N.Y. He was 85. (New York Times)

Theodore Millon has written numerous popular works on personality, developed diagnostic questionnaire tools such as the Millon Clinical Multiaxial Inventory, and contributed to the development of earlier versions of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Among other diagnoses, Millon advocated for an expanded version of passive aggressive personality disorder, which he termed ‘negativistic’ personality disorder and argued could be diagnosed by criteria such as “expresses envy and resentment toward those apparently more fortunate” and “claims to be luckless, ill-starred, and jinxed in life; personal content is more a matter of whining and grumbling than of feeling forlorn and despairing” (APA, 1991, R17). Passive-Aggressive Personality Disorder was expanded somewhat as an official diagnosis in the DSM-III-R but then relegated to the appendix of DSM-IV, tentatively renamed ‘Passive-Aggressive (Negativistic) Personality Disorder’. (Wikipedia)

Theodore Millon è l’inventore del Millon Clinical Multiaxial Inventory-III, uno strumento diagnostico per l’assessment della personalità:

Based on Theodore Millon, Ph.D., D.Sc.’s Evolutionary Theory of personality and psychopathology, the brief Millon Clinical Multiaxial Inventory-III (MCMI-III) instrument provides a measure of 24 personality disorders and clinical syndromes for adults undergoing psychological or psychiatric assessment or treatment. Specifically designed to help assess both Axis I and Axis II disorders, this psychological test assists clinicians in psychiatric diagnosis, developing a treatment approach that takes into account the patient’s personality style and coping behavior, and guiding treatment decisions based on the patient’s personality pattern. (PsychCentral)

Gli studi di Theodore Millon sui disturbi di personalità sono confluiti nella stesura del DSM3 e DSM IV, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, standard nel mondo occidentale per la diagnostica in psicologia clinica.

 

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Qual è la prima reazione di un atleta dopo una vittoria?

 

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Gli autori hanno comparato l’intensità dell’espressione di trionfo dell’atleta con il  “power distance (PD)” dalla propria cultura, una misura che rappresenta il grado con il quale una certa cultura incoraggia o scoraggia lo status e le differenze gerarchiche tra i gruppi.

Dallo studio è emerso come gli atleti appartenenti a culture con un alto PD mostrano un maggior linguaggio del corpo rispetto a quelli appartenenti a culture con un basso PD.

Secondo un recente studio pubblicato sul giornale Motivation and Emotion, dopo una vittoria, la prima ed istintiva reazione di un atleta è quella di ostentare il proprio dominio sull’avversario. Per questo, il loro linguaggio del corpo, conosciuto come “dominance threat display” ed etichettato come “trionfo” in altri studi, è stato oggetto di osservazione nei vincitori di incontri durante le Olimpiadi e le Paraolimpiadi.

Sembra che sia un comportamento innato che nasce da un bisogno evolutivo di stabilire ordine e gerarchia nella società”, afferma David Matsumoto, Professore di Psicologia dell’Università di San Francisco e co-autore di questo studio insieme a Hyisung Hwang.

In un precedente studio, Hwang e Matsumoto avevano riscontrato che la cultura di appartenenza di un atleta influenza il modo e l’intensità del proprio linguaggio del corpo. “Individui appartenenti a culture volte all’individualismo mostrano maggiormente questo tipo di comportamenti di predominio rispetto ad individui provenienti da culture di tipo più egalitario”, continua Matsumoto.

Sempre in quello studio, gli osservatori avevano etichettato come “trionfo” la posizione vittoriosa che assumevano gli atleti dopo una vittoria e avevano stabilito che questo trionfo poteva potenzialmente essere un’espressione separata rispetto all’orgoglio, il quale richiede una maggior meditazione e riflessione.

Nel nuovo studio, invece, per la prima volta ci si è chiesti se le espressioni di trionfo siano veramente la reazione immediata di un’atleta dopo una vittoria. Per rispondere a questa domanda, Hwang e Matsumoto si sono concentrati sull’osservazione della prima reazione corporea di un atleta quando egli realizzava di aver vinto, verificando se quell’azione appartenesse a quelle che costituivano il “trionfo” e valutandone l’intensità su una scala da 1 a 5.

Le azioni considerate trionfanti includevano alzare le braccia in alto, gonfiare il petto, inclinare la testa all’indietro e sorridere. Questi comportamenti sono stati osservati in atleti vincitori appartenenti a qualsiasi background culturale e anche in atleti ciechi durante le Paraolimpiadi, suggerendo che questi comportamenti siano biologicamente innati.

L’espressione che viene prodotta da molte persone diverse, di diverse culture, subito dopo aver vinto un match è davvero rapida, immediata e universale”, afferma Matsumoto.

In questo studio, i due autori hanno comparato l’intensità dell’espressione di trionfo dell’atleta con il suo “power distance (PD)” dalla propria cultura, una misura che rappresenta il grado con il quale una certa cultura incoraggia o scoraggia lo status e le differenze gerarchiche tra i gruppi.

Gli autori hanno riscontrato che gli atleti appartenenti a culture con un alto PD mostrano un maggior linguaggio del corpo rispetto a quelli appartenenti a culture con un basso PD. Gli stati con un alto PD includono Malesia, Repubblica Slovacca e Romania, mentre gli stati con un basso PD comprendono Israele, Austria e Finlandia. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra si trovano nel mezzo di questo spettro PD, insieme a Italia, Ungheria e Iran. Gli atleti appartenenti a stati che pongono grande enfasi sulla gerarchia mostrano un maggior numero di comportamenti volti a stabilire lo status e il potere.

Matsumoto infine propone un esempio concreto, facendo notare come, durante una riunione, la persona che si capisce che detiene il potere si presenta eretta e sembra più alta, utilizza una voce forte ed utilizza una gestualità che indica dominanza. “Se c’è un conflitto, la persona che urla di più o si mostra più severa sarà vista come il leader e stabilisce una gerarchia in quel determinato contesto”.

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BIBLIOGRAFIA:

 

Ascolta, è il suono di un acino d’uva. La pienezza mentale della Mindfulness

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sulla “Lettura” del “Corriere della Sera” n. 115 del 2 febbraio 2014.

 

 

 

Mindfulness - acino uva - Immagine: © dziewul - Fotolia.comAscolta, è il suono di un acino d’uva

Mindfulness significa pienezza mentale o consapevolezza intenzionale. È una forma di meditazione che può avere applicazioni cliniche contro stati di ansia, stress e depressione

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Il 7 luglio 2013 a Wimbledon c’era un sole da quelle parti inusuale. Nel pomeriggio Novak Djokovic avrebbe giocato la finale con Andy Murray — per la cronaca: vincerà Murray, per la gloria della regina, ma questa è un’altra storia —. Che cosa avrà fatto Djokovic la mattina della finale di un torneo del Grande Slam? Allenarsi, studiare l’avversario? Probabilmente. Ma è certo che si è recato al tempio Buddhapadipa. C’è un bel giardino. Lì, tra le foglie, nel silenzio, ha passato un po’ di tempo, un’ora o giù di lì. A fare cosa? Assolutamente niente. Se non stare fermo, occhi chiusi e portare l’attenzione sul respiro.

La meditazione è una roba così. Vi sedete abbastanza comodi, non immaginate contorsioni yoga dolorosissime, chiudete gli occhi e aspettate che i pensieri vi passino per la testa. Non ci vuole molto, ne arrivano a sciami. E voi li osservate, notate che vi passano per la mente e li lasciate scivolare via, dicendovi «non ora». E riportate l’attenzione al semplice dato primordiale che state respirando.

Perché Djokovic, uno che per inciso di tornei dello Slam ne ha vinti sette, invece di dedicarsi completamente al tennis, in un giorno così importante passa del tempo ad accorgersi che respira? E non è il solo. Ricky Martin, sì quello di Livin’ la vida loca , bello da fare impazzire o morire di invidia, tutta una questione di punti di vista. Un successo senza limiti. Lo immaginate uno che la vida loca la vive veramente. Eppure anche Ricky Martin, tutti i giorni, medita. Sì, quella cosa del respiro. Lo fanno anche The Edge, Oprah Winfrey, Kobe Bryant. E molti altri.

Perché?

Perché quest’arte del non fare niente, ma con dedizione assoluta, come dicono alcuni dei maestri che ho ascoltato, è arrivata sulla copertina di «Time»? Moda? Forse. Ma è una spiegazione insufficiente. Può essere si tratti di qualcosa che cambia la vita. Muove la mente. Modifica il funzionamento del cervello. In meglio. Entro certi limiti naturalmente. 
Di che si tratta? Molti dei moderni meditanti occidentali ne praticano una forma — derivata dal tipo buddhista chiamato Vipassana — definita mindfulness. In italiano tendiamo a non tradurla, ma significa consapevolezza intenzionale , attenzione consapevole , pienezza mentale.

Avete mai pensato che suono fa un acino d’uva passa? No, non sapore, forma, consistenza. Quelle sono cose che più o meno pensate di sapere. Ma, il suono, quello non vi viene in mente. Un tipico esercizio di mindfulness è portare l’acino d’uva presso l’orecchio. Poi lo si sfrega dolcemente tra le dita. E si ascolta. Emette un suono tutto suo. Fatelo. Vi verranno parole per descriverlo, non le avreste immaginate mai. 
Ma quelle parole si formeranno nella vostra mente solo se staccate l’attenzione via da tutto il resto. E vi rendete conto che in quel momento esistete voi, l’acino e i vostri polpastrelli che gentili lo sfregano.

La mindfulness è l’esercizio del momento presente, del qui e ora. Seduti comodi. Chiudete gli occhi. Respirate. L’aria entra nel naso, attraversa la trachea, riempie i polmoni, il diaframma si solleva e si abbassa. È il vostro corpo vivo, attivo, funzionante. In quel momento lo sentite. Ma la mente non dà scampo. Arriva l’angoscia, la litigata col coniuge, una multa da pagare, controllare l’email, la riunione che vorremmo evitare, controllare ancora l’email, Facebook, Twitter, Facebook, non valgo niente, non mi amano. Rabbia, rancore, angoscia, lo stomaco si stringe, il cuore batte più forte. Mentre voi siete lì seduti, a badare al respiro, di pensieri come questi ne arrivano a frotte, stormi agguerriti di caccia. Ma voi non vi muovete. Lasciate scorrere il pensiero, senza combatterlo. Vi dite: «Penso all’abbandono. C’è dell’ansia dentro di me». La osservate allontanarsi finché ne resta l’eco. E tornate a concentrarvi sul respiro.

Mindfulness - pratica dell'uva Passa
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Tutto qui? Quasi. Più altri esercizi. La meditazione camminata: badate al piede che si solleva, al tallone che poggia a terra, alla pianta che morbida tocca il pavimento. Immaginate di essere avvolti da una nube di gentilezza. Già a nominarla fa sentir bene. Che senso ha? Che effetto fa? Ci vuole pratica, esercizio, allenamento.

A un certo punto fate scoperte. La principale è che i pensieri non sono oggetti; descrivono la realtà, ma fino a un certo punto. Che il timore che vi attanagliava fino a un minuto fa, ora non è più nella vostra mente. Al suo posto l’ombra di un olmo in un giorno in cui passeggiavate in campagna d’estate. E un attimo dopo anche quel ricordo è andato via. I pensieri li prendete sul serio. Ci credete, possono avvelenarvi l’esistenza. La mindfulness mai li combatte. Li accompagna gentilmente verso le periferie della coscienza, toglie loro le luci della ribalta, li fa scivolare via.

L’impazienza del lettore ora si affaccia. E una volta che abbiamo privato i pensieri della luce per cui si dibattevano come trote in un lago di pesca artificiale, che succede di così buono? Molte cose a quanto pare. La mindfulness, soprattutto nella forma iniziata da Jon Kabat-Zinn, si è mostrata efficace nel ridurre ansia, stress, dolore cronico, nel prevenire le ricadute della depressione, migliorare la risposta immunitaria e via dicendo. Le applicazioni cliniche sono in aumento. E fa davvero effetto sul cervello.

Un esempio: Véronique Taylor, del Centre de Recherche en Neuropsychologie et Cognition di Montréal, ha pubblicato una ricerca su «Social Cognitive and Affective Neuroscience» che mostrava come nei meditatori esperti rispetto ai novizi si disattivassero quelle aree cerebrali (per amor di rigore: il Default Mode Network) che portano il cervello a riposo a focalizzarsi automaticamente su di sé. Se iper-attivate non ci si stacca mai dal proprio ombelico. Grazie alla mindfulness, la mente si allena a smorzarne l’azione e di conseguenza riprende a guardare il mondo. A vederlo davvero.

Studi simili di neuro-immagini mostrano come la pratica mindfulness aiuti a calmare le emozioni negative e migliori l’empatia. Una moda? Forse. Una panacea? No. Molti non ne saranno incuriositi o, semplicemente, non ne beneficerebbero se la praticassero. È un sostituto della psicoterapia? Non lo è. È un’alternativa. Un complemento. Una sua declinazione. Ma, di solito, quelli che la praticano provano gratitudine.

GIANCARLO DIMAGGIO - Mindfulness articolo Corriere della Sera
Ascolta, è il suono di un acino d’uva. Di Giancarlo Dimaggio, articolo uscito sul Corriere della Sera, domenica 2 febbraio 2014.

Ero con il mio amico Edoardo. I piedi immersi nell’acqua del torrente che delimita il suo casale nelle campagne della Sabina. Lui medita da decenni. In quei giorni era affannato dalla ristrutturazione. Muratori, piastrelle, il tagliaerba si era rotto, i costi lievitavano.

Ci ha meditato su. L’acqua scorreva vivace, portandosi foglie che sembravano animate. Rami di nocciolo sporgevano dalle rive. Edoardo mi dice: «Ho capito. Io di questo luogo non sono il proprietario. Sono il custode. Ora lo vivo con più serenità».

Guardo il sole che filtra tra una vegetazione che era lì milioni di anni prima di noi e sarà lì molto dopo che noi non ci saremo più. Ha ragione. Respiro. Sento l’acqua che scorre sulle caviglie. È fresca.

 

 

 

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Tutta colpa di Freud (2014)

di Paolo Genovese

 

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Tutta colpa di FreudTutta colpa di Freud è una commedia piacevole, mai banale, coinvolgente, in cui la comicità e l’ironia si mescolano, sebbene non manchino battute tese alla riflessione e tematiche significative.

“Tutta colpa di Freud, dei suoi sordidi inganni, degli incontri imprevisti, delle scelte sbagliate, dei dolori pregressi, dei peccati commessi una sera d’estate, delle mille promesse mancate”.

Così Daniele Silvestri canta nella colonna sonora dell’ultimo film di Paolo Genovese, una commedia divertente, ironica che ruota attorno alle storie amorose di Marta (Vittoria Puccini), Sara (Anna Foglietta) ed Emma (Laura Adriani), figlie di Francesco (Marco Giallini), uno psicoanalista freudiano divorziato, un padre moderno coinvolto in una relazione amorosa platonica con una donna sposata (Claudia Gerini), alle prese con le vite sentimentali complicate delle figlie e che non si esime mai dal dispensare consigli e suggerimenti.

Dopo il successo della commedia agrodolce “Una famiglia perfetta”, Paolo Genovese scende in campo con una nuova trama centrata sulle relazioni familiari, ma questa volta il filo conduttore che muove tutta la commedia è l’amore con tutte le sue sfaccettature perché si sa, come dice lo stesso Marco Giallini, “è la malattia più diffusa che ci sia al mondo” e purtroppo “l’amore ha i denti, i denti mordono; fanno male, lasciano cicatrici e quelle cicatrici non svaniscono più”.

Il film esordisce con la presentazione delle tre figlie di Francesco, ognuna delle quali rappresenta un prototipo della donna attuale, ognuna con le sue contraddizioni e peculiarità. Marta è una libraia, molto dolce, innamorata della letteratura, in attesa del principe azzurro e che, dopo tante storie fallimentari con poeti e scrittori, si innamora di Fabio (Vinicio Marchioni), un cleptomane sordomuto permaloso; Sara è una “ventinovenne da 3 anni” con la paura di varcare la soglia dei 30 anni, che dopo l’ultima delusione amorosa avuta con una donna, decide di provare ad essere eterosessuale; infine, Emma è una diciottenne che si innamora di un uomo (Alessandro Gassman) più grande di lei di 32 anni e sposato con Claudia, la stessa donna di cui Francesco si è invaghito.

Essere al contempo sia analista che genitore non è certo un’ impresa semplice, soprattutto se le proprie figlie sono un po’ sopra le righe e, a volte, viene spontaneo domandarsi dove abbiamo sbagliato; i figli sono sicuramente i pazienti più difficili, in quanto tocca chiedersi continuamente se sia meglio preservarli da futuri fallimenti e delusioni o lasciarli liberi di scegliere e lo psicoanalista Francesco questo lo sa bene; nonostante i suoi tentativi di evitare sofferenze ed errori alle proprie figlie, queste ultime proseguono per la propria strada curandosi poco dei consigli paterni, che pur ricercano continuamente stendendosi sul lettino. Centrale nella trama è, dunque, il rapporto padre-figlie, un rapporto che, come dichiara lo stesso protagonista, non dovrebbe sovrapporsi ad un’amicizia (“I padri devono fare i padri, non gli amici!”).

Una commedia piacevole, mai banale, coinvolgente, in cui la comicità e l’ironia si mescolano, sebbene non manchino battute tese alla riflessione e tematiche significative: la paura di crescere che ritroviamo in Sara, la quale non accetta di aver superato i 30 anni e si dichiara ancora ventinovenne; la sindrome di Peter Pan sempre più frequente negli uomini di oggi e rappresentata appieno dal fidanzato cinquantenne di Emma; l’incontro spesso piacevole e arricchente tra persone con differenze di età, genere e orientamento sessuale.

Momenti densi di dolcezza e di romanticismo caratterizzano soprattutto il rapporto tra Marta e il ragazzo sordomuto, una relazione che svela come i sentimenti possano andare al di là delle parole, la comunicazione non verbale possa essere più profonda e come ancora una volta le differenze possano unire anziché dividere.

Un cast eccezionale capitanato dal protagonista Marco Giallini, perfetto nel ruolo di padre permissivo e moderno, ma al contempo preoccupato delle complicate storie delle figlie, al quale spettano le battute più profonde della commedia. Straordinaria anche Anna Foglietta nel ruolo della lesbica che cerca di cambiare orientamento sessuale con le sue battute spesso ironiche sulla sessualità.

Ebbene sì l’amore è la malattia più diffusa al mondo, ma tranquilli, secondo Paolo Genovese, non è mortale e soprattutto la maggior parte delle volte è solo una specie di influenza che col tempo passa, sebbene continui ad essere ciò che muove continuamente le nostre vite.  

 

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Amore e tradimento di Robin Dunbar (2013) – Recensione – Letteratura

 

 

Amore e tradimento

di Robin Dunbar

(2013) Raffaello Cortina Editore

 

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Amore e tradimento - Immagine ©: 001 (5)Amore e tradimento: uno sguardo scientifico, edito da Raffaello Cortina nella sezione scienza e idee, nel quale si parla di come nasce e si sviluppa l’amore in tutte le sue sfumature e sfaccettature, di come la genetica e i neurotrasmettitori influiscono sulle scelte e le alimentano, di come l’antropologia ci influenza.

Vi presentiamo l’ultimo libro di Robin Dunbar, il docente di antropologia dell’evoluzione all’Università di Oxford famoso per aver determinato la quantità massima di relazioni di amicizia che il cervello umano può mantenere (vedi la monografia: 150 amici). Questa volta Dunbar si cimenta nell’elaborazione di un saggio, Amore e tradimento: uno sguardo scientifico, edito da Raffaello Cortina nella sezione scienza e idee, nel quale si parla di come nasce e si sviluppa l’amore in tutte le sue sfumature e sfaccettature, di come la genetica e i neurotrasmettitori influiscono sulle scelte e le alimentano, di come l’antropologia ci influenza.

Apparentemente innamorarsi di qualcuno potrebbe risultare casuale e arbitrario, ma in realtà è un processo che può essere spiegato attraverso una serie di resoconti storici/antropologici e genetici. Eros e agape, da sempre destano l’interesse di tutti, ma spesso si è concentrati solo sulle conseguenze negative psicologiche derivanti, a scapito di capire come si costruisce una relazione partendo dall’interazione madre-bimbo, da come noi ci percepiamo e dal ruolo che svolgiamo all’interno delle relazioni.

L’evoluzione ci spinge nella mischia, perché a livello biologico non si può aspettare per trovare l’anima gemella. Così quando individuiamo una persona attraente, per alcuni aspetti che selezioniamo accuratamente, si riduce l’attività nelle aree cerebrali che ci rendono lucidi e a quel punto dobbiamo “scegliere.

Quindi, le nostre scelte derivano da veloci valutazioni di una serie di fattori che portano alla individuazione non casuale del partner. Insomma, si ha un considerevole grado di preveggenza prospettandosi anticipatamente i vantaggi da poter trarre dalla relazione. Per questo, calcoliamo perfettamente chi scegliere, sulla base di informazioni apprese alle quali non sempre prestiamo attenzione, facciamo finta di non sapere quale possano essere le conseguenze delle nostre decisioni, lasciandoci imbrogliare dal limbo della passione, amore romantico mosso verso un preciso individuo.

Solo con l’avvento di quest’ultimo siamo diventati monogami, altrimenti ci comporteremmo come gli scimpanzé: promiscui e poligami. E’ stato scoperto che il livello di poligamia nei primati è espresso dalla maggior lunghezza del quarto dito della mano rispetto al secondo dito. Noi abbiamo ancora, in effetti, l’anulare più lungo dell’indice, seppure la differenza sia decisamente minore rispetto alla mano dell’uomo di Neanderthal, siamo meno poligami di un tempo.

Quindi, possiamo dire che la monogamia comparve non più tardi di 200mila anni fa, quando la pressione dei maschi riproduttori sulle femmine diventò intollerabile e la donna sentì il bisogno di creare una situazione monogamica per difendersi da tutti gli altri uomini predatori. 
Ma avere un legame continuo e duraturo con un uomo è servito alla donna non solo per difendere se stessa, ma anche, e soprattutto, per prevenire l’infanticidio da parte di altri uomini desiderosi di accoppiarsi. 
Dunque, l’amore romantico è l’effetto collaterale di queste forti spinte evolutive, volto a difendere la relazione e la prole. Ma per ottenere alchimia in una relazione si è dovuto aspettare del tempo, perché per creare sintonia col partner era necessario avere un cervello evoluto che potesse processare un numero notevole di informazioni che permettessero di costruire all’interno di una relazione e non di cercare altrove.

Una volta conquistata la persona che ci piace, si mettono in atto comportamenti che la fanno diventare unica, distogliendo lo sguardo dagli altri, quanto più questi altri sono attraenti, perchè costituiscono una minaccia per la stabilità del rapporto di coppia, comportamento sociale evoluto.

E allora perché a un certo punto si tradisce? Sarebbe colpa di un neurotrasmettitore/ormone la vasopressina, che porta l’uomo ad essere predatore, per natura biologica. La soluzione è incanalarla in comportamenti socialmente condivisi che inducono l’uomo a diventare una “guardia del corpo” a vita per la donna e per i figli.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

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