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Il modello dimensionale dei Disturbi di Personalità: nuovi sviluppi nel Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva

E su quali assi sono basate le dimensioni del nuovo modello del Terzo Centro? Naturalmente sugli assi metacognitivi. È la finale maturazione del modello metacognitivo, maturazione che consente al Terzo Centro di offrire una concettualizzazione del caso di Disturbo di Personalità molto avanzata.

Avevo sempre pensato che uno dei tratti più originali della ricerca clinica sui Disturbi di Personalità effettuata da ormai quasi vent’anni dal cosiddetto Terzo Centro* di Psicoterapia Cognitiva fosse, accanto all’attenzione ai deficit metacognitivi, anche l’interesse per le diverse caratteristiche dei Disturbi di Personalità. 

A differenza di altri clinici, come Marsha Linehan o Peter Fonagy, che sembrano privilegiare soprattutto il disturbo borderline di personalità, il gruppo di Antonio Semerari sviluppò fin dall’inizio modelli specifici per quasi tutti i disturbi di personalità: il narcisistico, il dipendente, l’evitante, il paranoide, e anche altri.

Questo finora. A Genova, invece, -durante il congresso della Società Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale (SITCC)- i colleghi del Terzo Centro hanno presentato un modello dimensionale che tenta di superare le differenze categoriali. Questa svolta però non annulla il loro interesse per i vari tipi di disturbo di personalità.

Credo che i clinici del Terzo Centro non si appiattiscono su un un’unica dimensione, come forse rischiano di fare altro quando parlano di mentalizzazione o di disregolazione emotiva. Il lungo lavoro passato sulle facoltà metacognitive e i loro guasti che portano alla personalità disturbata consente di mantenere l’interesse per la varietà clinica.

Confesso che inizialmente l’abbandono del modello categoriale mi aveva lasciato perplesso. E questa mia perplessità era stata colta da Semerari e dai suoi collaboratori, con il loro consueto acume. Non per niente una delle principali capacità metacognitive è la lettura della mente dell’altro, capacità che evidente non è deficitaria negli amici del Terzo Centro. Sollecitato –intellettualmente ed emotivamente- da loro, ho riconsiderato il loro lavoro e ho cercato di capire meglio cosa fosse questa svolta dimensionale.

In fondo si trattava di estrarre le ultime conseguenze dal modello metacognitivo, modello che era stato sempre dimensionale e che, quando era stato applicato alle categorie diagnostiche, era stato forzato. In realtà è facile ricordare che ciò che colpiva nel vecchio modello del Terzo Centro era proprio il fatto che le categorie diagnostiche fossero intrecciate.

Nella descrizione dei disturbi dipendente ed evitante Carcione e Procacci sottolineavano la presenza di una rabbia sotterranea che –nel dipendente- poteva esplodere in scatti improvvisi, simili a quelli osservabili nel disturbo borderline. Nella descrizione dei disturbi paranoide e narcisistico Nicolò e Dimaggio notavano il profondo senso di esclusione che poteva poi sfociare in stati di vuoto simili a quelli del disturbo borderline. E così via.

Tanto valeva abbandonare le vecchie barriere tra i disturbi, secondo una tendenza che ha informato anche la quinta edizione del manuale diagnostico dei disturbi mentali, il DSM-5. Anche se poi il DSM-5 non ha trovato il coraggio per eseguire l’ultimo salto e lasciarsi alle spalle definitivamente le categorie. Lo hanno fatto quelli del Terzo Centro, coronando una lunga diffidenza per la struttura categoriale.

E su quali assi sono basate le dimensioni del nuovo modello del Terzo Centro? Naturalmente sugli assi metacognitivi. È la finale maturazione del modello metacognitivo, maturazione che consente al Terzo Centro di offrire una concettualizzazione del caso di Disturbo di Personalità molto avanzata. E non si tratta solo dei Disturbi di Personalità. Il modello è applicabile anche al disturbo bipolare o ai disturbi d’ansia e ossessivo.

 

Questo modello consente di pianificare l’intervento in maniera più attenta e consapevole. Non si tratta di un’operazione astratta e aprioristica. L’intervento è continuamente ricucito addosso al paziente attraverso riunioni e supervisioni continue, in cui la valutazione delle capacità metacognitive, nonché dello sviluppo delle risorse sociali e personali, è instancabilmente aggiornata e promuove il riesame periodico della sequenza degli interventi.

Tutto questo sarebbe ancora un po’ generico. Il lavoro del Terzo Centro, invece, va nella direzione moderna della definizione operativa e formalizzata degli stati problematici e degli interventi. Semerari e i suoi collaboratori stanno fornendo degli indicatori affidabili per riconoscere in quale stato stiano i pazienti e per decidere quale sia l’intervento più efficace, in un ventaglio che comprende interventi di psicoterapia individuale, a loro volta classificati in integrativi e di differenziazione, interventi di gruppo focalizzati sullo skills training e interventi farmacologici.

La formalizzazione degli stati problematici è stata costruita utilizzando indicatori delle capacità metacognitive, di regolazione emotiva e di funzionamento socio-relazionale.

Non basta. Il modello sta andando incontro anche a una forte verifica empirica. In un campione di ormai quasi centocinquanta pazienti (e il campione è destinato a crescere) si stanno esplorando le correlazioni tra funzioni metacognitive, stati problematici di disregolazione emotiva e sintomi, in modo da poter dare una conferma controllabile al modello e ai suoi suggerimenti clinici.

Naturalmente rimane ancora un ampio margine di miglioramento. In particolare forse è probabilmente opportuno incrementare il livello di controllo dell’aderenza dei clinici alle linee guida dell’intervento. È giusto, infatti, che il bisogno di personalizzare l’intervento si accoppi con uno sforzo parallelo di verifica di quanto i clinici davvero si attengano alle linee guida. In questo senso occorre lavorare sempre più anche sulla formazione dei terapeuti, allo scopo di essere sicuri che, oltre ad aver compreso le basi, essi sappiano anche applicare il modello in maniera corretta. Buon lavoro!

*Si tratta del noto centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma dove operano Antonio Semerari, Antonino Carcione, Laura Conti, Donatella Fiore, Giuseppe Nicolò, Michele Procacci e molti altri dove in passato ha collaborato Giancarlo Dimaggio.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Carcione, A., Nicolò, G., Procacci, M., Buccione, I., Colle L., Conti, L., Fiore, D., Fera, T., Moroni, F., Pedone, R., Pellecchia, G., Riccardi, I., Semerari, A. (2014). Un approccio strutturato per il trattamento dei disturbi di personalità. Presentazione al XVII congresso nazionale della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) ‘Marinai, terapeuti e balene’, Genova, 25-28 Settembre 2014.
  • Biondi, M. (2014) (a cura di). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore. ACQUISTA ONLINE
  • Semerari, A., Colle, L., 
 Pellecchia, G., Buccione, I., Carcione, A., Dimaggio, G., Nicolò, G., Procacci, M.,
 Pedone, R. (2014). Metacognitive dysfunctions
in personality disorders: correlations with disorder severity and personality styles. Journal of Personality Disorders, 28, 137-153

Interview with Philip Zimbardo – APA 2014, Washington DC

Giovanni Maria Ruggiero interviews Philip Zimbardo

at the APA 2014 Congress in Washington DC

 

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Congresso APA 2014

LE INTERVISTE

Job insecurity: cos’è e come combatterla

Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha subìto una serie di mutamenti che hanno portato a una rivoluzione dei contesti lavorativi e al cambiamento dei lavoratori stessi. L’evoluzione delle tecnologie informatiche ha determinato la creazione di nuovi compiti e ruoli lavorativi, e ha fomentato l’esigenza di creare sistemi più complessi, che prevedono non solo competenze tecniche, ma anche cognitive e sociali.

La nascita delle macchine di nuova generazione, che eseguono lavori che prima erano svolti dall’uomo, ha portato le aziende a effettuare downsizing e ristrutturazioni, che hanno aumentato la probabilità dell’insorgenza di diversi effetti psicosociali sia a livello organizzativo (outsourcing, organizzazioni piatte ecc.) sia a livello individuale, come la cosiddetta sindrome dei sopravvissuti, i conflitti sociali e atteggiamenti di sfiducia (Sverke, Hellgren, & Näswall, 2002). Altre aziende hanno applicato fusioni e incorporazioni per meglio gestire le esigenze del mercato, provocando una repentina trasformazione degli stili di gestione e di comportamento dei lavoratori e delle organizzazioni stesse; in aggiunta, si assiste per gradi a una modifica delle tipologie di occupazione (il moltiplicarsi dei contratti a tempo determinato, part-time, prestazioni occasionali, forme di lavoro indipendente ecc.), delle relazioni dipendente/datore di lavoro all’interno dei contesti lavorativi, e della qualità generale della vita lavorativa (Sarchielli, 2008). Appare evidente che il lavoro assume i connotati dell’incertezza e dell’insicurezza, non più e non solo come assenza o presenza di esso (Zuffo e Barattucci, 2008), e il sentimento di insicurezza sul lavoro si diffonde gradualmente fra i lavoratori (De Witte, De Cuyper, Vander Elst, Vanbelle, & Nielsen, 2012). 

L’obiettivo di questo articolo consiste innanzitutto nel presentare lo stato dell’arte del fenomeno della job insecurity – macrotema emergente negli ultimi anni e di grande interesse per la psicologia del lavoro e delle organizzazioni –, definendo le sue caratteristiche e analizzando le conseguenze sia a livello individuale sia organizzativo. Dopodiché saranno avanzati dei suggerimenti per ovviare al fenomeno in questione.

Cos’è la job insecurity

Il fenomeno della job insecurity è definito in diversi modi in letteratura. Ad esempio, Greenhalgh e Rosenblatt (1984, p. 438) definiscono l’insicurezza lavorativa come l’impotenza percepita nel mantenere la continuità desiderata in una situazione di potenziale minaccia. Heaney, et al. (1994) fanno riferimento alla percezione di una potenziale minaccia per la continuità del lavoro attuale; Sverke e collaboratori (2002) hanno condotto un lavoro di classificazione e di meta-analisi di quanto in letteratura è stato espresso sulla job insecurity, individuando un comun determinatore che lega le molteplici definizioni del fenomeno: la preoccupazione per la continuità futura del lavoro in corso.

Dalle definizioni indicate precedentemente, è facilmente intuibile che l’insicurezza lavorativa è una percezione pressoché soggettiva, da ciò si evince che la stessa situazione oggettiva potrebbe essere interpretata in modi differenti da vari lavoratori. Ad esempio il licenziamento potrebbe essere temuto da alcuni dipendenti di un’azienda, anche se da un punto di vista oggettivo non potrebbe esserci alcuna ragione per temerlo, mentre altri si potrebbero sentire fiduciosi sul loro lavoro anche se c’è un’alta probabilità che possano essere licenziati (De Witte et al., 2012). In definitiva, comunque, quando si parla di job insecurity si fa riferimento all’insicurezza soggettiva scaturita da una possibilità oggettiva di perdita di lavoro.

Conseguenze della job insecurity

In letteratura la job insecurity è considerata, date le sue caratteristiche, un vero e proprio stressor (ad es. Ashford, Lee, & Bobko, 1989), ossia una caratteristica del lavoro che ha conseguenze negative sia sul singolo lavoratore sia sull’organizzazione di cui esso fa parte (De Witte et al., 2012).

Per quanto riguarda le conseguenze negative sulla salute e il benessere dei lavoratori, la job insecurity è negativamente correlata alla soddisfazione del proprio lavoro, al benessere psicologico e alla salute fisica (Cheng & Chan, 2008; Sverke et al., 2002). Per quanto riguarda le conseguenze nelle organizzazioni, la percezione di job insecurity è spesso associata a un abbassamento della fiducia nel management e del commitment, a un aumento dell’intenzione a lasciare il posto di lavoro (Cheng & Chan, 2008; Sverke et al., 2002; Sverke, Hellgren, Näswall, Chirumbolo, De Witte, & Goslinga, 2004), a una resistenza ai cambiamenti nell’organizzazione (Greenhalgh e Rosenblatt, 1984), e a una riduzione delle prestazioni (Cheng & Chan, 2008; De Witte, 2005).

Inoltre è stato dimostrato che i membri più qualificati di un’organizzazione sono più propensi a lasciare l’azienda, proprio perché hanno più probabilità nel trovare un nuovo lavoro (Greenhalgh e Rosenblatt, 1984). Tutto ciò contribuisce a rendere debole l’organizzazione, a diminuire la sua valenza sul mercato; inoltre questi problemi richiedono nuovi investimenti per l’azienda per cercare nuovi lavoratori e per gestire le situazioni di mancata salute organizzativa.

Ulteriori studi hanno indagato gli effetti della job insecurity su degli outcome che possono essere definiti extralavorativi (per una rassegna più completa si veda ad esempio De Witte, 1999, 2005; Ferrie, 2001; Probst, 2008; Sverke & Hellgren, 2002). È stato dimostrato infatti che l’insicurezza lavorativa è negativamente correlata alla soddisfazione della vita in generale e al sentirsi felici (De Witte, 2003, citato da De Witte et al., 2012). Inoltre, in uno studio di De Cuyper et. al (2009) è stato dimostrato che il fenomeno in questione è associato sia all’essere vittima di episodi di bullismo, sia all’esserne l’autore.

Come ridurre la job insecurity

È compito della psicologia individuare gli interventi atti a contrastare gli effetti negativi del fenomeno in questione. La crisi economica che sta attraversando tutto il mondo dal 2008 è certamente un fattore decisivo dei macro-cambiamenti che stanno avvenendo nel lavoro. Da ciò si evince che i fattori che sottostanno al fenomeno sono abbastanza complessi. Intervenire a livello mondiale sulle società organizzative è una sfida per i vertici internazionali. Gli interventi che saranno proposti in questo elaborato consistono, piuttosto, in pratiche di gestione aziendale che, nella realtà in cui opera, un’azienda potrebbe attuare per migliorare il benessere proprio e dei lavoratori.

Per ovviare al fenomeno in questione, un’organizzazione dovrebbe puntare innanzitutto a una comunicazione efficace; quest’ultima rende l’azienda più prevedibile per i dipendenti e permette ai lavoratori di avere un maggiore controllo sul loro lavoro. In aggiunta, la comunicazione dovrebbe essere chiara e onesta, in modo tale che un dipendente si senta rispettato e preso in considerazione (De Witte, 2005). La partecipazione dei lavoratori al processo decisionale produrrebbe gli stessi effetti; inoltre, si potrebbe far riferimento alla Teoria dell’equità di Adams (1963) e al concetto di giustizia sociale di Greenberg (1990), suggerendo che bisognerebbe fare in modo che ogni individuo percepisca giustizia distributiva (un’equa distribuzione delle risorse economiche e sociali) e giustizia procedurale (imparzialità nei processi aziendali che sottostanno all’allocazione delle risorse). Bisogna tener conto anche del sostegno sociale, la cui importanza è stata rilevata da Greenhalgh e Rosenblatt (1984), per moderare l’insicurezza lavorativa; ad esempio Lim (1996, citato da De Witte, 2005) ha dimostrato che il sostegno della famiglia, dei colleghi e dei sindacati indebolisce l’impatto negativo della job insecurity nei lavoratori.

Nel suggerire dei possibili interventi, si deve tener conto anche dell’importanza della formazione dei dipendenti. Rendere i lavoratori più resistenti al cambiamento informandoli e motivandoli, lavorando anche sulle capacità di gestire determinate situazioni, può considerarsi una strategia utile.
Infine, si potrebbero studiare dei sistemi che riducano lo squilibrio sforzo-ricompensa di cui parlava Siegrist (1996). La presenza d’insicurezza potrebbe essere compensata creando un sistema premiante o, se è già presente, inserendo altri premi; si potrebbe anche agire sul lato degli sforzi, diminuendo il carico di lavoro compensandolo con nuovi posti di lavoro che saranno ricoperti da nuove assunzioni. Ovviamente, come evidenzia De Witte (2005), degli interventi che richiedono degli investimenti, come gli ultimi descritti, sono quasi inattuabili in situazioni di crisi economica, perciò si potrebbe puntare a quelle strategie di gestione indicate in precedenza, che non richiedono dei costi, ma che possono essere molto efficaci.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Adams J.S. (1963). Toward an understanding of inequity. Journal of abnormal and social psychology, 67, pp. 422-436.
  • Ashford, S. J., Lee, C., & Bobko, P. (1989). Content, causes, and consequences of job insecurity: A theory-based measure and substantive test. Academy of Management Journal, 32(4), 803-829.
  • Cheng, G. H. L., & Chan, D. K. S. (2008). Who suffers more from job insecurity? A meta-analytic review. Applied Psychology-an International Review-Psychologie Appliquee-Revue Internationale, 57(2), 272-303.
  • De Cuyper, N., Baillien, E., & De Witte, H. (2009). Job insecurity, perceived employability and targets’ and perpetrators’ experiences of workplace bullying. Work and Stress, 23(3), 206-224.
  • De Witte, H. (1999). Job insecurity and psychological well-being: Review of the literature and exploration of some unresolved issues. European Journal of Work and Organizational Psychology, 8(2), 155-177.
  • De Witte, H. (2003). Over de gevolgen van werkloosheid en jobonzekerheid voor het welzijn. Empirische toets op basis van de Europese Waardenstudie [On the consequences of unemployment and job insecurity for metal well-being. Empirical tests based on the European Values Survey]. Tijdschrift Klinische Psychologie, 33(1), 7-21.
  • De Witte, H. (2005). Job insecurity: review of the international literature on definitions, prevalence, antecedents and consequences. SA Journal of Industrial Psychology, 31 (4), pp. 1-6. DOWNLOAD
  • De Witte, H., De Cuyper, N., Vander Elst, T., Vanbelle, E., & Niesen, W. (2012). Job Insecurity: Review of the Literature and a Summary of Recent Studies from Belgium. Romanian Journal of Applied Psychology, 14(1), 11-17.
  • Ferrie, J. E. (2001). Is job insecurity harmful to health? Journal of the Royal Society of Medicine, 94(2), 71-76. DOWNLOAD
  • Greenberg, J. (1990). Organizational justice: Yesterday, today, and tomorrow. Journal of Management, 16(2), 399–432.
  • Greenhalgh, L., & Rosenblatt, Z. (1984). Job insecurity: Toward conceptual clarity. Academy of management review, 9 (3), pp. 438-448.
  • Heaney, C., Israel, B. & House, J. (1994). Chronic job insecurity among automobile workers: Effects on job satisfaction and health. Social Science and Medicine, 38 (10), 1431-1437.
  • Lim, V. (1996). Job insecurity and its outcomes: Moderating effects of work-based and non work-based social support. Human Relations, 49 (2), 171-194.
  • Probst, T. M. (2008). Job Insecurity. In J. Barling & C. L. Cooper (Eds.), The SAGE Handbook of Organizational Behavior (Volume 1: Micro Perspectives) (pp. 178-195). London: Sage. ACQUISTA
  • Sarchielli, G. (2008). Psicologia del lavoro. Il Mulino, Bologna. ACQUISTA
  • Siegrist, J. (1996). Adverse health effects of high-effort/lowreward conditions. Journal of Occupational Health Psychology, 1, 27-41.
  • Sverke, M., & Hellgren, J. (2002). The nature of job insecurity: Understanding employment uncertainty on the brink of a new millennium. Applied Psychology: An International Review, 51(1), 23-42.
  • Sverke, M., Hellgren, J., & Näswall, K. (2002). No security: A meta-analysis and review of job insecurity and its consquences. Journal of Occupational Health Psychology, 7 (3), pp. 242-264.
  • Sverke, M., Hellgren, J., Näswall, K., Chirumbolo, A., De Witte, H., & Goslinga, S. (2004). Job Insecurity and Union Membership. European Unions in the Wake of Flexible Production. Brussels: Peter Lang.
  • Zuffo, R.G., & Barattucci, M. (2008). Job-insecurity e disagio lavorativo. In: M. Fulcheri, A. Lo Iacono & F. Novara (Eds), Benessere psicologico e mondo del lavoro, pp. 27-37. Centro Scientifico Editore.

 

Frammenti di micro-Rna ricordano i traumi subiti per generazioni

Uno studio pubblicato su Nature Neuroscience dal team condotto dalla Dott.ssa Mansuy e dai ricercatori del Brain Research Institute di Zurigo, suggerisce che alcune esperienze traumatiche, sia di natura psicologica che affettiva, potrebbero essere trasmesse alle generazioni successive.

La ricerca ipotizza che ciò avvenga grazie a un meccanismo chiamato eredità epigenetica; tale fenomeno, implicato anche in una moltitudine di disturbi mentali presenti in larga misura ai giorni nostri, sarebbe in grado di trasmettere l’esperienza stressante alla generazione successiva, in particolare in condizioni di schizofrenia, disturbo bipolare e obesità.

La ricerca è stata condotta sui topi, ma gli autori ipotizzano che i risultati ottenuti possano valere anche per l’uomo. In particolare la Dott.ssa Mansuy ricorda come ci siano malattie, come il disturbo bipolare, che si tramandano in famiglia nonostante non siano riconducibili ad un particolare gene.

Lo studio ha rilevato che i microRNA, piccole molecole endogene di RNA a singolo filamento, sono in grado di alterarsi in situazioni di stress, e di trasferire la memoria di situazioni traumatiche e stressanti trasmettendo l’informazione alla progenie.

Per identificare il meccanismo sono stati messi a confronto topi adulti, esposti a condizioni traumatiche nei primi anni di vita, con altri topi non traumatizzati. I ricercatori hanno studiato il numero e il tipo di microRNA nei roditori traumatizzati scoprendo così che lo stress traumatico aveva alterato – per eccesso o per difetto – la quantità di numerosi microRNA sia nel sangue, che nel cervello che nel liquido spermatico; modificazioni che alterano l’attività dei geni per far fronte a difficoltà ambientali.

Gli studiosi hanno osservato che i topi traumatizzati modificavano il loro comportamento: perdevano la naturale avversione agli spazi aperti e alla luce e mostravano segni di depressione. Caratteristiche che tramite lo sperma venivano trasferite alla prole fino alla terza generazione; anche se tali esemplari non subivano stress o traumi manifestavano cambiamenti sia nei livelli di insulina che di zuccheri nel sangue che nei comportamenti.

Il gruppo di ricercatori ha identificato specifici microRNA che vengono prodotti non solo in presenza di eventi traumatici, ma anche in situazioni di stili di vita inappropriati quali l’abuso di cibo, lo scarso esercizio fisico, o la mancanza di cibo per carestia.

In base alla ricerca suddetta Moshe Szyf della McGill University of Montreal dice che:

Studi di questo tipo evidenziano l’idea che le esperienze temporanee di una generazione potrebbero influenzare il comportamento delle generazioni successive, anche se non sono mai state esposte alla stessa esperienza; se questo è vero anche negli esseri umani ciò ha immense implicazioni morali, sociali e politiche.

E la Mansuy riassume:

Siamo stati in grado di dimostrare per la prima volta che le esperienze traumatiche influenzano il metabolismo a lungo termine, che i cambiamenti indotti sono ereditari e che gli effetti del trauma ereditato persistono sul metabolismo e sui comportamenti psicologici fino alla terza generazione.

L’importante scoperta apre il campo a nuove ricerche, in particolare sarà fondamentale capire se gli stessi meccanismi siano validi anche per l’uomo.

La conclusione di Mansuy è che i condizionamenti ambientali lasciano tracce nel cervello, negli organi e nei gameti, attraverso i quali quelle tracce vengono trasmesse alle generazioni successive.

 

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BIBLIOGRAFIA:

I vantaggi del multitasking: aumenta la prestazione nei compiti

FLASH NEWS

Contrariamente alle credenze popolari che sostengono che il multitasking porterebbe ad uno scarso rendimento, gli adolescenti che usano in contemporanea diversi dispositivi multimediali per tanto tempo potrebbero trarne dei benefici. 

Dire ai giovani che manipolano più dispositivi elettronici di focalizzarsi su un solo compito potrebbe non essere sempre un buon consiglio, secondo i risultati di una ricerca che è stata presentata da due ricercatori durante la Conferenza annuale di Pediatria, U.S.A., 2014.

Nel loro studio intitolato: “Limiti di capacità della memoria di lavoro: L’impatto del multitasking sul controllo cognitivo negli adolescenti”, Sarayu Caulfield e Alexandra Ulmer hanno evidenziato come contrariamente alle credenze popolari che sostengono che il multitasking porterebbe ad uno scarso rendimento, gli adolescenti che usano in contemporanea diversi dispositivi multimediali per tanto tempo potrebbero trarne dei benefici.

Una possibile ipotesi avanzata dagli autori per spiegare tali risultati fa leva sul concetto di pratica: “Probabilmente tanta pratica rende perfetti; nell’ambiente mediale odierno tante persone possono essere definite multitasking e grazie alla pratica sono diventate veramente veloci a svolgere più attività in contemporanea”, sostiene Dott. Caulfield uno degli autori del presente studio. 

Per studiare come le attività mediali multitasking influiscono sulla capacità degli adolescenti di elaborare l’informazione, gli autori hanno reclutato per la partecipazione al loro studio 196 femmine e 207 maschi con età compresa tra 10-19 anni. A tutti i partecipanti sono state chieste delle informazioni riguardanti le loro abitudini quotidiane afferenti l’uso dei dispositivi media. Inoltre ai partecipanti veniva somministrato il questionario Stanford Multitasking Media Index che valuta quanto spesso una persona compie delle attività multitasking (ad esempio chattare e scrivere una mail in contemporanea).

 

I partecipanti hanno poi completato dei testi che valutavano le loro capacità di fare più attività in contemporanea o di focalizzarsi su un singolo compito. Essi sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi per svolgere attività senza distrattori (non-multitasking) e rispettivamente con distrattori (multitasking): uditivi e visivi.

Dai risultati è emerso come i partecipanti che hanno ottenuto dei punteggi bassi al questionario Multitasking Media Index in media non dedicano più di 20 minuti al giorno allo svolgimento dei compiti multimediali. Inoltre essi dedicano in media 2.5 ore al giorno per lo svolgimento dei loro compiti scolastici e nel mentre solo 0,8% di questo tempo viene utilizzato per lo svolgimento in contemporanea di altre attività mediali. Mentre i partecipanti che hanno ottenuto dei punteggi elevati al questionario Multitasking Media Index dedicano più di 3 ore al giorno alle diverse attività multimediali. Inoltre essi dedicano più di 3.5 ore al giorno ai compiti scolastici e nel mentre più del 50% del tempo svolgono in contemporanea altre attività mediali. 

Inoltre dai risultati è emerso come i partecipanti che dedicano più tempo alle attività mediali e svolgono più attività in contemporanea presentano dei risultati migliori nei compiti con distrattori e risultati peggiori nei compiti senza distrattori. Risultati opposti sono stati registrati nei partecipanti che dedicano poco tempo allo svolgono di più attività mediali in contemporanea.

Il dott. Caulfield sottolinea come “la maggior parte delle persone eseguono meglio un compito in assenza dei distrattori tuttavia una eccezione alla regola si riscontra negli adolescenti che per tanto tempo sono immersi in più attività mediali in contemporanea”.

Questo studio suggerisce come i nativi digitali (essendoci da piccoli esposti ad un ambiente mediale multitasking) potrebbero aver sviluppato una memoria di lavoro maggiore che implica prestazioni migliori nei ambienti con più distrattori rispetto ad ambiti in cui ci si debba focalizzare su un solo compito.

Questi risultati potrebbero essere utili nel migliorare i metodi d’insegnamento e la curricula proposta agli allievi-nativi digitali.

 

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Multitasking: uomini e donne a confronto

 

BIBLIOGRAFIA:

Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo!

Annalisa Oppo.

La motivazione conta per entrare all’università?

La tradizione narra che un giorno Archimede, matematico ed inventore greco, avrebbe detto: “Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo”. La celebre frase fu conosciuta in seguito alla scoperta dell’uso delle leve per sollevare gli oggetti ed è stata poi tramandata da filosofi e matematici. Oggi il concetto di leva viene usato, in senso metaforico, per spiegare alcuni costrutti psicologici come quello della motivazione.

La motivazione può essere vista come la manifestazione dei motivi che inducono un individuo a compiere azioni o a muoversi verso una direzione. La letteratura scientifica sulla motivazione è decisamente copiosa, per usare un eufemismo… Digitando la parola “motivation” su PUBMED, la banca dati scientifica più conosciuta, il risultato è sbalorditivo: 154167 articoli che, in un modo o nell’altro, sfiorano questo argomento.

Restringendo la ricerca ai soli studenti universitari, il numero degli articoli scientifici che hanno come parola chiave “motivation” si avvicina agli ottomila. Ma cosa ci dice la letteratura scientifica?

Uno studio longitudinale recente (Bjørnebekk et al., 2013) ha evidenziato che costrutti come la motivazione, l’autoefficacia e la capacità di darsi degli obiettivi siano i maggiori indicatori in grado di predire il successo accademico. Inoltre, Bjørnebekk e collaboratori hanno evidenziato come la motivazione connessa ad un comportamento orientato ad evitare il fallimento aumenta significativamente la probabilità di un drop out scolastico, in altre parole: un vero e proprio abbandono.

Una meta-analisi recente (Richardson et al., 2012) ha inoltre identificato in alcuni fattori, definiti dagli stessi autori “non-intellective constructs”, i maggiori predittori di grade point average (GPA), ritenuto uno degli indicatori di successo scolastico più affidabile e maggiormente indicativo di successo occupazionale (Strenze, 2007). Più precisamente, le variabili in grado di predire un GPA più elevato sono: l’autoefficacia connessa alla prestazione accademica (academic self-efficacy), la capacità di definire obiettivi di carriera scolastica (grade goal), e la capacità di autoregolare le proprie energie (effort regulation) che possono essere viste come declinazioni diverse del più ampio costrutto “motivazione”.

SFU PRESENTAZIONEDate le evidenze riportate dalla letteratura ci si chiede perché, in un contesto come quello universitario che dovrebbe essere orientato alle pratiche basate sulle evidenze, le procedure di selezione degli studenti ignorino l’aspetto motivazionale. Questo interrogativo si veste di un’importanza ancora più rilevante se si parla dello studio della psicologia.

Qual è la situazione relativa all’accesso ad un corso di laurea in psicologia in Italia?

Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR) dichiara l’esistenza di 37 università e 43 corsi di laurea in psicologia, includendo università pubbliche (78.4%), private (15.8%) e telematiche (7.9%).

Sebbene il corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche (L-24) non sia incluso nella lista dei corsi di laurea definiti dal MIUR “a numero chiuso”, l’ammissione al corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche è, per quasi la totalità dei corsi, a numero chiuso. Ad oggi, sebbene legittimo per ogni ateneo effettuare selezioni con le modalità che l’ateneo stesso ritiene più opportune, un test di ammissione rappresenta un dato di fatto per tutti i candidati che vogliono iscriversi a questo corso di laurea. La procedura di default è quella del test d’ingresso che prevede una serie di quesiti che spaziano dalla cultura letteraria a quella scientifico-matematica, unitamente ad una serie di domande attinenti al corso di interesse.

Da una nostra stima effettuata sulle liste degli studenti che hanno superato i test d’ingresso in alcune delle facoltà di psicologia che hanno il maggior numero di posti disponibili risulta che circa il 30 % dei ragazzi che prova un test entra effettivamente in un corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche. Uno su 3.

In questo contesto, ci si chiede se una selezione basata su domande a scelta multipla possa valutare effettivamente il livello di preparazione del futuro psicologo piuttosto che una capacità strategica di conquistare il maggior numero di punti possibili considerando il minimo rischio di errore (ricordiamo che ad ogni domanda errata viene solitamente sottratto un quarto di punto).

Sia l’opinione pubblica che quella dei tecnici sembra essere abbastanza concorde nell’affermare che un test a scelta multipla potrebbe non essere la scelta di selezione più felice.

Il Professor Alberto Scanni, primario emerito di oncologia al Fatebenefratelli di Milano afferma in un’intervista pubblicata sull’Espresso nel maggio del 2014 che «Per dare al Paese buoni dottori andrebbe valutata una sola cosa: la motivazione, la spinta etica»; afferma anche che «Il test non è democratico» e che «La selezione andrebbe fatta durante gli studi. Con esami molto più seri e impegnativi di quelli attuali. Non sbarrando l’ingresso a priori».

Il Professor Scanni parla dei medici, noi pensiamo che questo discorso valga anche per gli psicologi e nell’era dell’evidence-based dove la ricerca ha sottolineato l’importanza degli aspetti motivazionali ci chiediamo se fare una selezione, perché una selezione va fatta, ignorando l’aspetto motivazionale, sia la scelta migliore o più etica.

 

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Le storie di ingiustizia non denunciate sono, per definizione, non conosciute; ma non è forse vero che la storia è scritta dai vincitori?

L’argomento sul quale si vuole portare l’attenzione è quello relativo alle tante storie non conosciute di ragazzi “scomparsi” ai quali è stata negata una possibilità: l’accesso ad un corso di laurea che rappresentava la loro prima scelta. In particolare il nostro interesse è rivolto ai futuri studenti che hanno come sogno nel cassetto quello di studiare psicologia, ma qual è la situazione relativa all’accesso ad un corso di laurea in psicologia in Italia?

Da una nostra stima risulta che circa il 70 % dei ragazzi che prova un test di ammissione a psicologia non supera il test di ingresso. Noi siamo interessati a queste storie e ci interessa la tua opinione.

 

SE DEI DISPONIBILE, PARTECIPA ALLA NOSTRA RICERCA COMPILANDO IL QUESTIONARIO, CI INTERESSA LA TUA OPINIONE!

The Hours (2002) – Cinema & Psicoterapia n.30

Antonio Scarinci.
Psicologo Psicoterapeuta. Socio Didatta SITCC

 

 

RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA  n. 30

The Hours (2002)

Proposte di visione e lettura (Coratti, Lorenzini, Scarinci, Segre, 2012)

 

Il mal di vivere logora i tre personaggi e l’impossibilità di elaborare una visione negativa di sé, del futuro e del mondo sembra travolgere i loro vissuti emotivi.

 

Info:

Diretto da Stephen Daldry, con Meryl Streep, Nicole Kidman, Julianne Moore, Miranda Richardson, Ed Harris. Drammatico. USA 2002. Basato sul romanzo di Michael Cunningham.

 

Trama:

Tre donne che vivono in periodi diversi sono unite da un romanzo.

Virginia Woolf nonostante stia lottando contro una forte depressione comincia a scrivere La signora Dalloway.

Laura Brown vive a Los Angeles negli anni cinquanta, sta leggendo “La signora Dalloway” e la lettura la spinge a mettere in discussione le sue scelte di giovane moglie e madre.

Clarissa Vaughan, che abita nella New York attuale, sente di somigliare a una moderna signora Dalloway mentre organizza l’ultima festa in onore del suo amico ed ex amante Richard, che si sta spegnendo a causa dell’AIDS. Le storie di queste tre donne, vissute in periodi diversi, si intrecciano fra loro.

 

Motivi d’interesse:

I temi depressivi che propone il film portano Virginia Woolf al suicidio: annegherà riempiendosi le tasche di sassi. Laura abbandonerà il marito e il figlio alla ricerca di se stessa, oppressa da una vita in cui ha perduto la capacità di scegliere. Clarissa, editor newyorkese si prende cura di Richard, poeta morente (si scoprirà poi essere il figlio abbandonato di Laura), confrontandosi con vissuti di perdita e abbandono.

Il mal di vivere logora i tre personaggi e l’impossibilità di elaborare una visione negativa di sé, del futuro e del mondo sembra travolgere i loro vissuti emotivi. Alcune frasi di Nicole Kidman scritte al marito rendono bene questi stati mentali:

“Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi, faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so… Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe… Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi”.

Il fallimento dei progetti esistenziali viene riaffermato con consapevolezza da Richard:

“Davvero il mio lavoro continuerà a vivere? Non ci riesco. Perché io volevo fare lo scrittore, io volevo scrivere di tutto, di tutto ciò che può accadere in un momento, di come erano i fiori mentre li portavi tra le braccia, di questo asciugamano, del suo odore, della sensazione che dà la sua trama, di tutte le nostre sensazioni, le tue e le mie, della nostra storia, di chi eravamo una volta, di tutte le cose del mondo, tutto mescolato insieme, come tutto è mescolato adesso… E invece ho fallito. Ho fallito. Il punto di partenza può essere anche alto ma finisce col ridursi”.

Emerge un nichilismo patologico associato allo scacco esistenziale che porta o sollecita il suicidio come gesto estremo e libero di rinuncia, di desistenza. L’abbandono di sé e l’autodistruzione  seguono necessariamente uno stato di prostrazione, di dolore e sofferenza incolmabili e incontenibili.

 

Indicazioni per l’utilizzo:

È consigliato un uso didattico del film. Da non prescrivere a pazienti depressi.

 

Trailer:

 

 LEGGI ANCHE:

Rubrica Cinema & Psicoterapia

BIBLIOGRAFIA:

  • Coratti, B., Lorenzini, R., Scarinci, A., Segre, A., (2012). Territori dell’incontro. Strumenti psicoterapeutici, Alpes Italia, Roma.  ACQUISTA ONLINE

Correlati neuronali del Gioco dell’Ultimatum

I modelli economici standard del processo decisionale umano (come la teoria dell’utilità) hanno sempre minimizzato o ignorato l’influenza delle emozioni sul comportamento decisionale. Tuttavia, negli ultimi anni, i ricercatori hanno cominciato a usare tecniche di neuroimaging per esaminare l’influenza di fattori psicologici ed emotivi nei giochi economici.

I modelli economici standard del processo decisionale umano (come la teoria dell’utilità) hanno sempre minimizzato o ignorato l’influenza delle emozioni sul comportamento decisionale, considerando i decisori come delle macchine perfettamente razionali.

Tuttavia, negli ultimi anni questa ipotesi è stata contestata da studi, che hanno individuato ulteriori fattori psicologici ed emotivi che influenzano il processo decisionale e, negli ultimi anni, i ricercatori hanno cominciato a usare tecniche di neuroimaging per esaminare il comportamento nei giochi economici.

Nel Gioco dell’ Ultimatum, due i giocatori hanno la possibilità di dividere una somma di denaro. Un giocatore fa l’offerta su come dividere il denaro mentre l’altro la può accettare o rifiutare.

Se si accetta, il denaro viene diviso come proposto, ma se l’offerta viene rifiutata, nessun giocatore riceve nulla. La soluzione razionale standard del gioco è di offrire la più piccola somma di denaro possibile e di accettarla poiché qualsiasi importo monetario (per quanto minimo) è preferibile a nessuno. Tuttavia, molte ricerche indicano che indipendentemente dalla somma, le offerte sono circa il 50% dell’importo totale e le offerte basse (circa il 20% del totale) hanno oltre il 50% di probabilità di essere respinte. 

Perché le persone fanno questo? Sulla base delle relazioni dei partecipanti, sembra che le basse offerte vengano spesso respinte poiché percepite come ingiuste. Le emozioni negative provocate dal comportamento ritenuto scorretto nel Gioco dell’Ultimatum può portare le persone a rinunciare ad un guadagno finanziario per punire il loro partner.

Le offerte inique nel Gioco dell’Ultimatum generano conflitto tra il cognitivo (accetto) e l’ emotivo (rifiuto)Questo conflitto può essere visibile a livello neurale grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI). 

In questo studio sono state indagate le reazioni neuronali e comportamentali dei giocatori che dovevano accettare offerte giuste (50:50) o ingiuste. In particolare, è stato ipotizzato che le offerte inique avrebbero impegnato strutture neurali coinvolte sia nella elaborazione emotiva sia cognitiva, e che l’entità di attivazione in queste strutture possa prevedere la decisione di accettare o rifiutare.

I partecipanti sono stati inseriti all’interno dello scanner MRI ed informati che le offerte potevano essere fatte sia da partner umani che da un computer, poi hanno iniziato a giocare attravero un pc.

I risultati comportamentali sono stati molti simili a quelli che si riscontrano tipicamente in questo tipo di gioco. I partecipanti hanno accettato tutte le offerte ritenute giuste mentre quelle molto basse sono state rifiutate e la percentuale di rifiuto era molto più alta se l’offerta ingiusta proveniva da un uomo piuttosto che dal computer.

Le aree che hanno mostrato una maggiore attivazione durante le offerte ingiuste sono state: l’insula anteriore, la corteccia prefrontale dorso laterale (DLPFC) e la corteccia cingolata anteriore (ACC).

In più, l’entità dell’attivazione era molto maggiore quando l’offerta veniva da un partner umano piuttosto che dal computer.
Questo suggerisce che tali attivazioni non dipendono solo dalla quantità di denaro offerto, ma sono influenzate anche dal contesto. L’insula anteriore ha anche mostrato di essere sensibile al grado di ingiustizia, infatti la sua attivazione era maggiore quanto più era bassa l’offerta. L’attivazione dell’insula anteriore denota uno stato emotivo negativo di chi deve prendere una decisione ed è correlata al rifiuto dell’offerta.

A differenza dell’insula, la DLPFC è un area collegata a comportamenti di mantenimento dell’obiettivo e di controllo esecutivo, ma nonostante la sua attivazione durante il Gioco non è correlata con l’accettazione dell’offerta (evidentemente l’attivazione dell’insula è più forte).

Infine l’attivazione dell’ACC, area connessa al conflitto cognitivo, potrebbe essere dovuta al conflitto emotivo che provoca il Gioco.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Le preoccupazioni economiche interferiscono con il ragionamento

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Sanfey, A. G.,  Rilling, J. K.,  Aronson, J.A.,  Nystrom, L. E., Cohen, J. D. (2003). The Neural Basis of Economic Decision-Making in the Ultimatum Game. Science, 300, 1755- 1758.  DOWNLOAD

Chiudi la porta a depressione e stress! L’effetto benefico delle passeggiate all’aperto

FLASH NEWS

Può sembrare una banalità, ma è un dato di fatto: uscire e farsi una passeggiata all’aperto, in mezzo alla natura e stuzzicati dall’aria fresca, magari insieme ad altre persone, aiuta a superare la depressione ed a combattere lo stress.

Lo studio condotto dall’Università del Michigan, con la collaborazione dell’Università di De Montfort, dell’Istituto James Hutton e dell’Università inglese Edge Hill, dimostra che un fatto semplice come la partecipazione ad un gruppo di cammino incrementa la percezione positiva del proprio vissuto quotidiano.

I vantaggi di praticare tale tipo di attività vanno ben oltre: è infatti dimostrato che partecipare ad un gruppo di cammino è di grande supporto ad un approccio non farmacologico a patologie anche gravi, come la depressione.

In tale studio, i ricercatori hanno valutato 1.991 partecipanti al programma Walking for Health in Inghilterra, rilevando in loro maggiori emozioni positive ed una maggiore sensazione di benessere, rispetto alla popolazione media. E’ stato altresì dimostrato che le camminate all’aria aperta favoriscono il superamento di alcuni eventi stressanti, quali ad esempio una seria malattia, la separazione dal proprio partner o, ancora, un recente licenziamento oppure una condizione di disoccupazione.

Insomma, camminare è una forma di esercizio fisico accessibile a tutti, per nulla pericolosa ed a costo zero; se combinata alla buona compagnia e ad una sana immersione nella natura, poi, può avere effetti veramente benefici ed a lungo termine, che potrebbero seriamente migliorare la qualità della vita delle persone. Allora, perché non approfittarne?

 

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Dolore cronico, qualità del sonno e attività fisica – Psicologia

 

BIBLIOGRAFIA:

Adolescenti e futuro: culture, relazioni e disagio – XI Convegno Nazionale dei Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza

Due giorni intensi che hanno visto lo scambio di molti professionisti e un calendario ricco di workshop che hanno cercato di offrire una panoramica circa gli adolescenti di oggi, non solo a livello di patologia e cura, ma anche più semplicemente di “persona”.

Al convegno sono intervenuti molti professionisti impegnati nella cura e nel sostegno di adolescenti alle prese con i compiti evolutivi, ma anche con genitori che si dichiarano impreparati a comprendere e gestire una fase della vita del nucleo familiare (e non solo del singolo) così delicata e appassionata.

La seduta plenaria iniziale ha visto gli interventi di Michele Serra, giornalista, e di Pietropolli Charmet che hanno cercato di fornire due vertici di discussione differenti ma complementari.

L’adolescenza vista da un padre non addetto ai lavori (Michele Serra con il suo libro “Gli sdraiati” cerca di fornire la panoramica di un genitore alle prese con qualcuno che non riconosce più) e da un professionista della relazione di cura.

Mi ha molto colpito il tema trasversale ai due giorni, ripreso poi nella seduta plenaria conclusiva, circa la dimensione del tempo e del futuro per chi è adolescente al giorno d’oggi. Come terapeuti, infatti, siamo tenuti ad interrogarci su cosa significhi crescere, vivere e amare in un contesto socio-economico-culturale senza precedenti.

Un contesto alle prese con forti conflitti che se da un lato spingono ad allontanarsi dalla famiglia (molti adolescenti, come emerge dai focus group e dalla ricerca condotta da Agipssa su un campione di studenti a livello nazionale, non ritengono l’Italia un contesto adatto nel quale poter  continuare a vivere e quindi si dichiarano pronti a partire per un futuro altrove), dall’altro sicuramente trattengono in una posizione regressiva e regressivizzante, che passivizza e amplifica il senso di inadeguatezza con il quale ogni adolescente lotta pressoché quotidianamente.

 

Ogni individuo, poi, trova una strada – la propria strada – che può essere sufficientemente sana ma anche, in taluni casi, patologica. I soggetti adolescenti sono chiamati ad evolversi, ma si sentono inadeguati ed incapaci di portare a termine il compito assegnato (realizzarsi). Il problema, quindi, non è tanto rivolto al passato (eventuale trauma) bensì al futuro (essere in grado di).

Spetta al contesto e all’ambiente, quindi, essere in grado di cogliere i segnali di disagio, per evitare che si trasformino in qualcosa di più. Gli adolescenti, infatti, ci insegnano che se gli adulti o l’ambiente non rispondono adeguatamente, alzano il tiro e vanno alla ricerca di una strada e di un’auto-cura sfruttando le risorse a loro disposizione. Il gruppo dei pari diviene quindi un serbatoio di rinforzi, e quando lo stesso gruppo dei pari fa paura o mette ansia, le nuove tecnologie fungono da supporto ausiliario.

Lo scacco evolutivo in cui incappano certi adolescenti non si limita ad un singolo campo dell’esistere psichico, ci rimette tutto il Sè, che non si sente in diritto di mettersi in scena; si crea così una situazione di depressione narcisistica il cui sintomo principale, che si riversa nel comportamento, è la morte del futuro (non posso realizzare il mio desiderio, la mia storia). Quindi, l’inevitabile, sarà il rifugio nel presente e la ricerca di ogni strumento che annulli in qualche modo il futuro (ad esempio trasformo il corpo seduttivo e femminile in uno scheletro, nel caso delle patologie anoressiche; fuggo la competizione reale con un avatar, evitando lo sguardo del gruppo, nel caso di adolescenti hikikomori; etc.).

La fine del futuro per un adolescente rappresenta la fine dell’ansia e dello scacco evolutivo. Non è forse un caso che oggigiorno gli adolescenti vivano in una società legata alla velocità e all’esterno presente. Siamo eternamente – e ovunque – connessi, ma forse più soli. Non c’è più tempo per fermarsi a riflettere, e la sfida attuale per noi terapeuti è proprio questa: creare una dimensione a-temporale ma piena di significato nella quale si può guardare, insieme, oltre loschermo del telefono per scoprire – parafrasando Lewis Carroll – cosa Alice vi trovò.

Penso che per farlo, però, il primo passo sia conoscere davvero gli strumenti e i linguaggi usati dagli adolescenti, non demonizzandoli tout court e pensando che per taluni adolescenti possono rappresentare, invece, anche una via di uscita sufficientemente buona.

Come adulti (e professionisti) siamo chiamati a credere, innanzitutto, in un futuro possibile per il nostro mondo, ma anche per i nostri pazienti adolescenti, trasmettendo e – laddove mancano- insegnando, le funzioni genitoriali:

– suscitare amore (sei amabile e sarai in grado di amare);

– suscitare speranza e vitalità (puoi esplorare e scoprire cose nuove);

– contenere l’angoscia depressiva (pessimismo, la paura di non capire cosa sta accadendo nel
proprio mondo interno);

– suscitare pensiero (aprire uno spazio di pensiero intorno alle esperienze emotive, dando loro un
significato).

Il confronto, ma soprattutto l’onesta autocritica, sono a mio avviso le due strade fondamentali per raggiungere questo obiettivo. Il Convegno di Parma ha rappresentato proprio questo: un terreno di scambio, critica e confronto.

 

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ADOLESCENTI 

WinABC: un’App per il trattamento della Dislessia

Tra le App mediche sta guadagnando sempre maggior rilievo WinABC, un programma di lettura temporizzata utilizzato nella riabilitazione della dislessia, disponibile già da diverso tempo su pc, ora adattata all’uso su tablet, con tutti i vantaggi che questo strumento comporta.

WinABC si basa su un trattamento di tipo sub-lessicale, che è applicato a unità via via più ampie, a partire dalla lettera, passando per la sillaba e la parola intera. Il trattamento mira a supportare i bambini con difficoltà nella decifrazione, lenta o scorretta che sia, attraverso l’automatizzazione del riconoscimento sub-lessicale.

Dopo un trattamento di tre mesi con questo sistema di lettura i soggetti dislessici evidenziano un recupero di lettura superiore a quanto atteso dall’evoluzione spontanea (Tressoldi et al. 2001).

WinABC permette di ripercorrere ed esercitare le principali tappe dell’apprendimento della lettura, partendo appunto dalla fase sub-lessicale.

Il soggetto dislessico può impostare dapprima la lettura con la scansione in sillabe che consente di sviluppare e allenare l’automatismo di riconoscimento delle componenti sillabiche che formano la parola. In una fase successiva, il soggetto è libero di impostare la scansione in parole, per esercitare e potenziare la sua abilità di comprensione del testo in condizioni simili a quelle ‘reali’ di lettura.

La possibilità di impostare differenti velocità di scansione permette di personalizzare lo strumento, adattandolo alle reali capacità della persona dislessica e tenendo traccia dei progressi raggiunti. In questo modo si evita la frustrazione derivata da un compito troppo difficile e si mantiene alta la motivazione a proseguire con il training.

Alla fine di ogni esercizio di lettura si può avere accesso all’analisi dei risultati, in cui sono sintetizzate le impostazioni e le prestazioni: in tabelle e grafici sono visualizzati il numero di elementi letti, il tempo totale dedicato alla lettura, la velocità e la quantità di errori. L’analisi può quindi essere esportata e inviata al proprio terapista che può a sua volta suggerire come cambiare eventualmente le impostazioni.

I dati di ricerca raccolti tramite WinABC e altre applicazioni simili da Tressoldi e collaboratori, confermano quanto già ampliamente pubblicato in letteratura rispetto al cambiamento della funzionalità cerebrale in seguito a riabilitazione.

Trattamenti mirati e centrati sul deficit, mettono in luce la sorprendente plasticità di cui è dotato il sistema nervoso centrale (Aylward et al 2003; Temple et al 2003; Simos et al 2002).

 

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Dislessia: da KO a OK! Il font ad alta leggibilità easyreading 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Addiction e Disturbi di Personalità: il trattamento con la Terapia Metacognitiva Interpersonale

La Redazione di State of Mind segnala quento evento formativo nell’area di Roma:

 

 

NEWS – Centro Terapia Metacognitiva Interpersonale – TMIConsigliato dalla Redazione

Centro di terapia metecognitiva interpersonale - TMI
Venerdì 14 Novembre 2014 e Sabato 15 Novembre 2014 – Corso di due giornate – c/o Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale, Roma (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Anoressia: l’efficacia dei trattamenti familiari

FLASH NEWS

Un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine ha effettuato uno studio che, in linea con molte delle ricerche finora condotte in merito, conferma l’importanza del coinvolgimento dei genitori nel trattamento dell’anoressia.

L’Anoressia Nervosa è un Disturbo dell’Alimentazione caratterizzato, secondo i criteri del DSM-IV TR, da:

 – A. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).

– B. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.

-C. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.

– D. Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi” (DSM-IV TM, 1994, pp. 539-540). 

Tale disturbo, che affligge una percentuale compresa tra lo 0.5% e lo 0.7% delle adolescenti, è una delle malattie psichiatriche con maggiore tasso di suicidi. Questo è uno dei motivi per cui è importante concentrarsi sulle terapie ad essa dedicate, indagare le possibili vie d’uscita e magari pensare interventi precoci che destrutturino i sintomi fin dalla giovane età; senza contare l’importanza di proporre modelli educativi che prevengano l’esordio di tale patologia.

Un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine ha effettuato uno studio che, in linea con molte delle ricerche finora condotte in merito, conferma l’importanza del coinvolgimento dei genitori nel trattamento dell’anoressia.

 

Tale studio, che si basava su un trial randomizzato e controllato di 164 pazienti condotto in sei diverse aree degli Stati Uniti e del Canada, metteva a confronto gli effetti di due differenti terapie. Entrambe prevedevano il coinvolgimento dei giovani pazienti e delle loro famiglie.

Un tipo di approccio si focalizzava sull’insegnare la collaborazione tra genitori e figli al fine di favorire in questi ultimi un’alimentazione normale ed un graduale riacquisto del peso. Il secondo tipo di approccio proponeva invece la risoluzione delle dinamiche familiari che avrebbero potuto essere alla base del disturbo.

I risultati di tale ricerca mostrano la funzionalità ed efficacia di entrambi i metodi ma, in generale, i pazienti curati con il trattamento focalizzato sullo stile alimentare e di vita acquistano peso più facilmente e più velocemente, ricorrendo con meno frequenza a ricoveri ospedalieri. La terapia basata sulla risoluzione delle problematiche familiari si è dimostrata invece più efficace nel trattamento specifico di un sottogruppo di pazienti: quelli che, in comorbidità con l’anoressia nervosa, presentano anche sintomi ossessivo-compulsivi severamente radicati.

James Lock, professore di Psichiatria e Scienze del Comportamento presso la Stanford University, nonché coautore dello studio presentato in questa sede, evidenzia che il coinvolgimento (“coinvolgimento, non colpevolizzazione”, specifica lo studioso) dei genitori nel trattamento della sintomatologia anoressica può avere sui giovani pazienti effetti a lungo termine.

Agras, altro professore della Stanford e autore principale dello studio, suggerisce che “più a lungo l’anoressia si protrae, maggiormente difficile sarà curarla. Infatti, molti pazienti vivono cronicamente con questo disturbo, conducendo uno stile di vita restrittivo basato sulla privazione di cibo e sull’eccesso di esercizio, e purtroppo molti di loro muoiono”.

E’ dunque importante agire in età precoce, evitare la cronicizzazione dei sintomi, per garantire agli adolescenti maggiori possibilità di vita ed una migliore qualità della stessa.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Lo Stigma basato sul peso: nemico più che alleato

La visione negativa dell’obesità è resa evidente da numerosi stereotipi negativi che descrivono le persone obese, per esempio, come pigre, goffe, poco disciplinate e senza forza di volontà.

Nonostante la comunità scientifica la riconosca come malattia cronica e multifattoriale, l’obesità è spesso vista come una colpa della persona. 

Questa visione negativa dell’obesità è resa evidente da numerosi stereotipi negativi che descrivono le persone obese, per esempio, come pigre, goffe, poco disciplinate e senza forza di volontà.

La ricerca, soprattutto Americana, ha evidenziato come le persone obese possono incontrare ostacoli nella vita di tutti i giorni a causa del loro peso.

Gli ostacoli possono andare dalle prese in giro fino a veri e propri episodi di discriminazione come, per esempio, mancate assunzioni, atti di bullismo, esclusioni sociali e trattamento irrispettoso da parte del personale sanitario.

Nonostante la ricerca abbia evidenziato le ricadute sull’individuo a livello psicologico, sociale e fisico a causa dello stigma sul peso è ancora diffusa la credenza che questo possa motivare le persone a perdere peso.

La realtà però è proprio l’opposto come dimostrato da uno studio da pochi giorni pubblicato sulla rivista Obesity.

Lo studio condotto nel Regno Unito su circa 3000 soggetti sopra i 50 anni di età mostra come l’avere subito subito questo tipo di discriminazione sia correlato a un aumento ponderale rispetto a chi non l’ha subito.

Le conclusioni del team Londinese confermano la pericolosità dello stigma basato sul peso e correlazione con il rischio di peggiorare nel tempo la condizione di obesità stessa.

I risultati confermano quelli di altri lavori pubblicati su questo tema negli ultimi anni e sono ben sintetizzati da uno degli autori, Jane Wardle, quando dice:

La discriminazione basata sul peso è parte del problema obesità e non la sua soluzione.

 

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Sotto il segno della Bilancia: che cosa significa essere obesi? – Recensione

 

BIBLIOGRAFIA:

Il modello LIBET – Definizione Psicopedia

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

 Il termine LIBET (Life themes and plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment) fa riferimento a un modello di concettualizzazione del caso clinico adottato in ambito cognitivo esistenziale (Sassaroli, 2013).

Tale concettualizzazione si basa sulla nozione di tema di vita, che consiste in un insieme di esperienze dolorose di mancato soddisfacimento di bisogni emotivi e relazionali, e di credenze distorte ricorrenti nella storia individuale: esso può essere definito altresì come il luogo mentale intollerabile o LMI, ovvero uno spazio psichico nel quale la persona sperimenta stati di sofferenza soggettiva, gestita attraverso una serie di strategie più o meno adattive e funzionali.

A differenza dell’approccio cognitivo standard, nella LIBET viene approfondita l’evoluzione del LMI all’interno della storia di vita individuale, considerando altresì l’influenza di figure significative e di accudimento. In altre parole si sottolinea il collegamento tra esperienze deficitarie passate e sofferenze e difficoltà di padroneggiamento di stati mentali dolorosi attuali.

Le strategie utilizzate per gestire il LMI vengono denominate piani di vita, e a livello patologico possono suddividersi in tre principali categorie:

evitamento: la persona si mantiene distante da situazioni e circostanze collegate al tema di vita doloroso;

-controllo: la persona monitora  costantemente determinati parametri di sè o dell’ambiente;

-ipercompensazione: la persona pone in atto condotte autolesive, di sopraffazione e ricerca intensità emozionale;

 

Questi sono caratterizzati da inflessibilità, monodimensionalità e pervasività, e risultano semi-adattivi, in quanto efficaci a breve termine nella gestione del LMI ma potenzialmente deleteri sul medio-lungo periodo. Il prolungamento di questi piani, dunque, può esporre la persona a diversi momenti di scompenso, anche sotto forma di sintomatologia clinica (es. umore depresso) e a un contatto doloroso con i propri temi di vita.

Questi momenti di crisi del sistema psichico possono tuttavia favorire l’emergere di una motivazione intrinseca orientata al cambiamento e la disponibilità a cominciare un percorso terapeutico, orientato tanto ad assumere piani di vita maggiormente adattivi e flessibili, quanto ad aumentare progressivamente il livello di tolleranza e accettazione del tema di vita doloroso.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Il modello LIBET in psicoterapia: Presentazione al Congresso APA 2014 – Washington DC

 

BIBLIOGRAFIA:

  •  Ruggiero, G.M., Sassaroli, S. (2013). Il colloquio in psicoterapia cognitiva. Milano: Raffaello Cortina Editore.  ACQUISTA ONLINE

 

TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Di cattivo umore? Tutti su Facebook a cercare chi sta peggio

FLASH NEWS

“Una delle grandi attrattive dei social network è che permettono alle persone di gestire il proprio umore scegliendo cosa guardare e con chi paragonarsi”. È quanto sostiene l’autore di un recente studio della Università Statale dell’Ohio. 

Generalmente le persone usano i social media per connettersi con chi appare positivo e di successo (o quanto meno orientato al successo), ma quando l’umore peggiora la tendenza sembra cambiare e l’interesse si sposta verso chi è meno attraente e meno “vincente”, come per evitare paragoni svantaggiosi e tutelare la propria autostima.

Per questa ricerca sono stati coinvolti 168 studenti di un college, dopo un compito preliminare per il quale ricevevano in maniera del tutto casuale un giudizio gratificante o denigrante (per suscitare umore positivo o negativo), è stato chiesto loro di valutare un nuovo sito chiamato “SocialLink” che presentava i profili di 8 individui volutamente creati per sembrare in parte attraenti e di successo, in parte invece l’opposto.

 

I risultati confermano l’ipotesi iniziale: i partecipanti di buon umore hanno passato più tempo sui profili positivi, mentre chi era di cattivo umore ha preferito i profili più negativi.

D’altronde, come dice Knobloch-Westerwick:  “Se si ha bisogno di una botta di autostima, si cerca chi sta peggio. Non si va certo a guardare chi ha appena avuto un nuovo fantastico lavoro o si è appena sposato.”

Gli stati e gli aggiornamenti positivi altrui possono far sentire inadeguati, forse anche per questo chi spende molto tempo su Facebook sembra essere più frustrato, arrabbiato e solo. Il segreto dunque non è evitare del tutto i social network ma solo scegliere quando e come usarli.

In fondo, la vita è una questione di percezione: basta sapere cosa guardare.

 

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La Sindrome del Selfie – Social Network & Narcisismo – Psicologia 

 

BIBLIOGRAFIA:

Processi psicopatologici ed interventi di distanza critica nelle prospettive ACT, REBT, MCT e MTI – Congresso SITCC 2014

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Il simposio che ha visto confrontarsi i modelli ACT (Hayes, 2004), REBT (Albert Ellis, 1962; 2005), MCT (Adrian Wells, 2010) e TMI (Dimaggio, Popolo e Salvatore, 2012) è stato probabilmente uno dei più attesi del congresso SITCC 2014.

Già due anni fa Gabriele Caselli e Giancarlo Dimaggio si erano “sfidati” in un appassionante dibattito sulla Metacognizione e chi fu presente allora attendeva da tempo con grande curiosità il secondo round.

L’attesa non è stata vana, la SITCC 2014 ci ha regalato un altro vivace incontro a cui hanno dato il loro contributo anche Luca Calzolari e Giovanni Ruggiero, alimentando un dibattito attorno ai 4 modelli che già in passato sulle pagine di State of Mind ha infiammato più di una discussione. Vi riportiamo qui di seguito il simposio per intero, una interessante ed utile lezione che confronta tra di loro alcuni dei modelli più significativi all’interno del panorama cognitivista.

Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

Luca Calzolari apre il simposio con un intervento sull’ACT che ha l’obiettivo di individuare, attraverso una lettura critica, quelli che sono i punti di incontro tra i vari modelli; nello specifico si propone di discutere il processo di fusione e quello di evitamento esperenziale nelle sue somiglianze e differenze con gli altri modelli.

L’ACT viene collocata all’interno della Terza Ondata del Cognitivismo ed è caratterizzata da:

– Focus sui processi con interventi terapeutici più esperienziali

– Decentramento cognitivo, cioè promozione di un punto di osservazione rispetto ai propri stati mentali (quindi promuovere un aspetto più metacognitivo)

– Flessibilità, cioè aumento del repertorio comportamentale

– Regolazione degli stati mentali

Per comprendere l’ACT è opportuno partire dalla concettualizzazione che questo modello fa della psicopatologia, distinguendo tra dolore pulito (che non può non essere esperito in relazione ad una data esperienza) e dolore sporco (quello prodotto dalla mente che tenta di combattere ed eliminare una normale reazione emotiva di sofferenza); quest’ultimo è ciò che si intende per psicopatologia.

Diventano pertanto centrali nell’ACT le strategie che il soggetto mette in atto per eliminare, controllare o combattere la propria sofferenza, perdendo di vista in questo modo i propri obiettivi fondamentali di vita. L’ACT riprende aspetti della seconda ondata del cognitivismo, ma li concettualizza e ci lavora sopra con tematiche differenti.

Per capire in che modo, è necessario comprendere il contesto in cui nasce: l’ACT si rifa alla Relational Frame Theory, prospettiva secondo cui il linguaggio è basato sull’abilità appresa di mettere in relazione gli eventi in modo arbitrario (per derivazione di cornici, frame, relazionali e non per esperienza diretta). Proprio in base a tale paradigma teorico l’obiettivo che l’ACT si pone è indebolire la tendenza alla concettualizzazione verbale costruendo col soggetto accessi diretti all’esperienza. Ecco quindi che acquisiscono importanza e senso le tecniche focalizzate sull’accettazione e la defusione, mentre la messa in discussione delle credenze (Disputing) non porterebbe altro se non ad un mantenimento della stessa cornice relazionale, dello stesso circuito psicopatologico.

Il modello Hexaflex (Hayes et Al., 2006) concettualizza la psicopatologia secondo l’ACT. 

 ACT-Hexaflex Come si può notare dallo schema riportato, i processi sono tra loro interconnessi e si dividono in due macroaree: un’area riguarda modifiche più comportamentali, l’altra riguarda i processi di accettazione e defusione (es. contatto con il momento presente) che, qualora fossero deficitari, vengono approcciati con tecniche di tipo esperienziale (es. Mindfulness).

 

Sebbene venga concettualizzata in maniera differente – afferma Calzolari – l’ACT ha dei punti di contatto con la TMI proprio nei concetti di valori (promozione delle parti sane di sé) e defusione, che nel modello TMI vengono concettualizzati rispettivamente come agency e differenziazione e che ne rappresentano due pilastri.

Più nello specifico, da una parte nell’ACT è centrale la promozione della flessibilità psicologica, cioè della capacità di stare in contatto con il momento presente, di generare varie risposte ad un problema, desistendo se inefficace, ma anche di persistere in comportamenti orientati dai propri valori (Hayes et Al., 2006); lo scopo è disincastrare il soggetto dai comportamenti che lo bloccano dal mettere in atto comportamenti funzionali ad arricchire la sua vita (i suoi valori), ponendo l’attenzione sull’agire.

Dall’altra parte gioca un ruolo importante la defusione, esatto opposto di una strategia di controllo, che anziché cercare di modificare o eliminare i pensieri spinge ad accettarli per quello che sono, cioè “Frasi che ti passano per la mente” (Harris, 2010); il focus è sulla presa di distanza dai propri contenuti mentali, in altre parole stimolare il decentramento cognitivo attraverso una domanda che richiama molto il disputing di Ellis: “Se tu permetti a questo tuo pensiero di guidare il tuo comportamento, da un punto di vista meramente pragmatico questo ti aiuterà a creare una vita ricca e significativa?”

Calzolari conclude il suo intervento ponendo le seguenti domande:

1. In riferimento alla REBT, come si può integrare il disputing con l’ACT? La REBT può essere vista come un precursore dell’ACT?

2. In riferimento alla MCT, gli interventi di processo di Wells in cosa differiscono dalla defusione?

3. In riferimento alla TMI, quali sono le differenze tra defusione e differenziazione?

Rational Emotive Behavioral Therapy (REBT)

Il secondo intervento vede protagonista Giovanni Maria Ruggiero. All’interno della Seconda Ondata del Cognitivismo la REBT è sempre stata accomunata alla CBT di Beck, ma in realtà i due modelli presentano grandi differenze. Di fronte ad un pensiero negativo il terapeuta CBT lavora sulla catena di inferenze che giustificano quel pensiero al fine di arrivare a concludere che la catena è logicamente debole e il pensiero non corrisponde alla realtà.

Nella REBT invece la patologia non dipende da catene di inferenze, così come la terapia non dipende dalla loro confutazione a colpi di contro-inferenze alla Beck, ma da singoli atti mentali valutativi di cui siamo sempre potenzialmente padroni. Consideriamo lo strumento principe della terapia cognitiva, l’ABC.

Nel modello REBT l’evento attivante (A) è già e sempre il pensiero anche nell’ABC primario ed è rappresentato dalla catena di pensieri (inferenze) che pensiamo nella situazione e che non hanno una funzione patologica. Tale catena culmina con valutazioni finali patologizzanti (evaluation) che costituiscono i B patologici: la terribilizzazione (“…e tutto questo è terribile!”), la doverizzazione (“…e questo non deve / deve essere così”), l’intolleranza alla frustrazione (“…e questo non lo tollero”) e l’autodenigrazione (“…e sono una merda”); essendo pensieri di pensieri le evaluation possono essere considerate metacognizione.

Se quindi la patologia dipende dalla valutazione patologica delle inferenze, e in quanto atto mentale valutativo non ha valore assoluto ma è una discutibile inferenza, appare chiaro come ad ogni inferenza che il paziente produce allo scopo di sostenere e giustificare le proprie inferenze la concezione più pura del Disputing preveda un semplice e continuo “E chi l’ha detto che è così?”, seguita da un significativo silenzio che nel migliore dei casi – sottolinea Ruggiero – esprime esperienzialmente tutta la futilità delle catene di inferenze e la possibilità reale di semplicemente mollare quelle valutazioni in quel momento (Doyle, Digiuseppe, Dryden, Beck 2014. p. 272).

In base alle considerazioni effettuate, i principi pratici che guidano la pratica clinica REBT sono quindi maggiormente spiegabili in termini metacognitivi più che cognitivi, ponendo la REBT tra i precursori della Terza Ondata Cognitivista.

Metacognitive Therapy (MCT)

Gabriele Caselli esordisce riprendendo la concettualizzazione della distanza critica nei modelli ACT e TMI. L’ACT promuove l’idea di accettazione: “Di fronte al pensiero, permettigli di essere lì. Apriti e dagli spazio, dagli il permesso di essere dov’è, smetti di combatterci, dagli un po’ di spazio e respiraci dentro.”. Lasciare che il pensiero scorra e anzi, assumere un atteggiamento di fronte a questo pensiero in qualche misura accogliente. Ma non vi è forse il rischio – si interroga Caselli – che in questo modo si mantenga l’attenzione sul pensiero negativo? 

La TMI invece promuove una buona mastery mentalistica e sembra cercare di raggiungere l’obiettivo di distanza critica attraverso uno sforzo di corretta comprensione e previsione. L’idea sembra essere quella di diventare un corretto conoscitore, revisore, di quello che è il proprio stato mentale e delle sue origini, e conseguentemente della mente altrui, inserendo sia elementi di autoriflessività e di comprensione della mente sia di mastery.

La MCT taglia l’aspetto contenutistico: “Ho un pensiero (e i pensieri non sono fatti -> conoscenza metacognitiva), lo lascio lì e passo ad altro”.

 

Se i tre modelli condividono il tentativo di defusione, l’MCT ha lo scopo di arrivarci nel modo più diretto possibile e “crudo” nel ridurre qualsiasi forma di concettualizzazione. E questo è forse l’aspetto che la distanzia più di tutti dalla TMI.

Ma attenzione, ciò non significa che la MCT spinga a cercare di sopprimere oppure eliminare il pensiero o la sensazione negativa, bensì spinge affinché venga lasciato da parte: sento una serie di stimoli nell’ambiente, porto la mia attenzione sul mondo esterno e non su di me, bensì su ciò che è conforme ai miei obiettivi, su ciò che sto cercando, e non su ciò che mi minaccia o da cui sto fuggendo o che miro a controllare.

Come raggiungere questo obiettivo? La MCT è caratterizzata da una sequenzialità circolare continua e molto insistente di intervento verbale dialettico e intervento esperienziale; all’interno di una seduta vengono fatti diversi interventi di Detachment Mindfulness della lunghezza non superiore ai 3-4 minuti accompagnati da momenti di debriefing. Gli interventi verbali servono per rafforzare le conoscenze, gli interventi esperienziali per trasformare la teoria in qualche cosa che sia vicino alla vita del paziente. 

Gabrielle Caselli chiude l’intervento con un esempio che secondo lui indica perfettamente cosa sia il tipo di approccio e di modalità metacognitiva alla Wells. “Per recuperare questo esempio – sottolinea Caselli sorridendo – mi sono rifatto ad uno dei più grandi psicoterapeuti che abbiamo oggi in Italia… che è Giancarlo Dimaggio”. [Risate divertite tra il pubblico in attesa della prima stoccata tra i due storici duellanti]. In un suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera – continua Caselli – Dimaggio racconta di essere stato ad un congresso in cui gli hanno presentato un caso on line:

[blockquote style=”1″]I miei neuroni-specchio impazziscono. Immedesimarmi in inglese con una donna norvegese è tremendamente difficile, chiedo aiuto agli amici, ai padri fondatori e, in ultimo, a Finn. Nessuno di loro è lì a coprirmi le spalle. Mi batte il cuore. La donna non se ne accorge, credo. [/blockquote]

Fino a qui, commenta Caselli, siamo in modalità ansiosa: parte una preoccupazione, l’attenzione è focalizzata sull’ansia, sull’agitazione. Il soggetto cerca rassicurazione nelle persone vicino. Ad un certo punto, però, semplicemente smette, non fa alcuna forma di autoriflessione, ma:

[blockquote style=”1″]Mi riprendo, divento lei, la seduta va alla grande, chiusura commovente.[/blockquote]

Giancarlo Dimaggio, Socio fondatore del centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale, ha servito su un piatto d’argento a Gabriele Caselli un perfetto esempio di MCT: ho una preoccupazione, la lascio lì, guardo altro (Wells, 2008). Touché?

Terapia Metacogntiva Interpersonale (TMI)

Il simposio si chiude con l’intervento di Giancarlo Dimaggio che raccoglie divertito il testimone passatogli da Caselli. La Terapia Metacognitiva Interpersonale vede principalmente come target i pazienti con Disturbi di Personalità. Uno dei momenti centrali della terapia cognitiva è quando il paziente smette di trattare i suoi pensieri come un fatto di realtà. Le due colonne portanti del cambiamento terapeutico in TMI sono la ricostruzione assieme al paziente dello schema interpersonale disfunzionale e la promozione dell’accesso alle altri parti sane del sé (cioè il rinvigorirsi dell’agency).

In che modo i pazienti con Disturbo di Personalità dovrebbero differenziare?

– Assumendo vera e propria distanza critica, confutando un’idea creduta vera. (Questo punto si avvicina molto al modello di Beck.)

– Prendendo consapevolezza che oltre agli schemi negativi esistono immagini Sé-Altro più benevole a cui non si presta attenzione

– Prendendo consapevolezza che un’idea sulle relazioni è un dato appreso durante lo sviluppo e non una verità universale

– Non discutendo con il valore di realtà dell’idea, ma riconoscendo che la propria reazione alle azioni degli altri ha valenza soggettiva. (Questo punto ricorda molto Ellis e la REBT)

– Notando la fluttuazione nel grado di certezza delle proprie convinzioni. Se un’idea è vera una volta al 100% e una volta all’80% vuol dire che ha una componente soggettiva.

Come opera la TMI per promuovere la differenziazione?

– Il terapeuta nella relazione terapeutica invita il paziente a esplorare liberamente la propria mente

– Mostrando la ricorrenza delle evidenze attivando nel paziente la memoria autobiografica associativa attraverso la narrazione di episodi.

– Promuovendo l’agency sugli stati mentali (e non la differenziazione sugli schemi) tramite l’individuazione degli elementi di sofferenza soggettiva

– Usando come punto di osservazione aspetti sani del Sé che emergono in seduta e che sono schema-discrepanti, ponendo il paziente nelle condizioni di mettere in discussione le proprie convinzioni disfunzionali sulle relazioni interpersonali; non è il terapeuta a fare il Disputing con il paziente, ma è il paziente a farsi il Disputing da solo.

– Attraverso esperimenti comportamentali utilizzati non per promuovere inizialmente il cambiamento, ma per esplorare nuove aree con l’obiettivo di raccogliere il flusso dell’esperienza soggettiva prima, durante e dopo l’esperimento comportamentale.

– Attraverso il Disputing, che però con i pazienti con Disturbo di Personalità è bene fare a fine terapia quando sono guariti dal disturbo – sostiene Dimaggio – in quanto le tecniche della CBT classica funzionano molto bene con pazienti di Asse I, ma non con pazienti di Asse II.

Al termine del simposio Ruggiero commenta i modelli presentati. Secondo il Direttore di “Psicoterapia Cognitiva e Ricerca” il problema delle terapie di Terza Ondata è riuscire ad usare il pensiero per pensare di meno… il che non è facilissimo!

La TMI sembra integrare varie tradizioni, dagli interventi di Sassaroli a quelli di Liotti a Semerari, però inseriti all’interno di una nuova cornice teorica, più ampia. Indubbiamente il confronto più approfondito – prosegue Ruggiero – andrebbe fatto tra il modello MCT e il modello TMI, ma non è sufficiente studiare sui libri per poter comprendere a fondo i modelli e discuterne, è necessario seguirne i corsi di formazione.

Detto questo, pare che la differenza tra il modello di Wells e il modello di Dimaggio risieda nel fatto che la MCT implica un addestramento diretto sull’attenzione che non può però esimersi dall’utilizzo della riattribuzione verbale delle metacognizioni e di un po’ di disputing, anche se lo fa in maniera estremamente economica; la TMI invece tende a farlo in maniera più ricca e differenziata, andando in maniera più dettagliata nella storia di vita del paziente (Sassaroli), nelle sue capacità metacognitive (Semerari), nelle sue storie relazionali (Liotti).

Restiamo in attesa, conclude Ruggiero, che il modello TMI venga testato empiricamente per avere una risposta sulla sua efficacia.

Il simposio è stato indubbiamente l’occasione per approfondire alcuni aspetti di modelli che uno psicoterapeuta cognitivo dovrebbe conoscere per poter arricchire il proprio bagaglio di formazione. Noi speriamo che venga mantenuta la promessa di organizzare nei prossimi anni ulteriori incontri sempre più strutturati dove Caselli e Dimaggio – e chiunque altro vorrà gettarsi nella mischia – potranno nuovamente “sfidarsi” in un nuovo stimolante incontro-scontro tra modelli.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

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