expand_lessAPRI WIDGET

Il godimento estetico, una questione di “empatia”!

“L’artista ha una visione profetica, vede in anticipo sul tempo e sullo spazio.”

A partire dalla fine del 19°secolo, i cosiddetti filosofi “empatisti” hanno sostenuto che la principale fonte di godimento estetico sia l’einfuhlung, ossia l’empatia con l’opera d’arte – nella convinzione che l’uomo sia un “animale empatico” – derivante da una sorta di risonanza simpatetica che il corpo è in grado di instaurare con l’immagine.

Lo stato fisico e psicologico del nostro corpo ha un ruolo fondamentale nel nostro pensare, sentire e percepire.

La questione di come l’arte possa creare un senso di appeal estetico ha interessato gli psicologi, i filosofi e in generale gli intellettuali di ogni epoca, in particolar modo in seguito alle teorie di Theodor Lipps e Robert Visher.

Nel mondo delle arti visive è infatti abbastanza comune credere che le caratteristiche percettive di un dipinto (forma, colore, movimento) determinino piacere estetico; già Leon Battista Alberti nel De Pictura notava la particolare predisposizione dell’animo umano all’immedesimazione in quanto si osserva nel dipinto.

Tuttavia, a partire dalla fine del 19°secolo, i cosiddetti filosofi “empatisti” hanno sostenuto che la principale fonte di godimento estetico sia l’einfuhlung, ossia l’empatia con l’opera d’arte – nella convinzione che l’uomo sia un “animale empatico” – derivante da una sorta di risonanza simpatetica che il corpo è in grado di instaurare con l’immagine.

Nel 2007,  grazie ai progressi della moderna neuroscienza, David Freedberg, professore di Storia dell’Arte del Dipartimento di Storia dell’Arte e Archeologia della Columbia University di New York e Vittorio Gallese, neuroscienziato dell’Università di Parma, hanno dato una risposta scientifica alla relazione empatia-arte figurativa.

A seguito dei loro esperimenti sul sistema neuronale specchio, hanno concluso che nell’uomo anche l’osservazione di un’opera d’arte sia in grado di attivare il sistema motorio, data la sua abilità di attivazione dinanzi ad azioni finte, ambigue o mimate. Si può volgarmente parlare di “simulazione incarnata” dell’osservatore e, aggiungo, di una sorta di “empatia carnale”, ossia motoria.

In un secondo esperimento  del 2012 riguardante l’arte spazialista di Lucio Fontana, hanno potuto constatare che anche dinanzi a questa espressione informale, astratta ed insolita all’occhio, l’uomo sia in grado di attivare processi neuronali associati al modo in cui l’opera è stata prodotta e quindi alla gestualità dell’artista dell’opera; cosicché il piacere estetico deriva dalla risonanza del corpo dell’osservatore con i movimenti che il creatore ha eseguito durante la produzione e nel momento creativo. E in questo caso, la caratteristica più direttamente legata ai movimenti dell’artista è lo stile del dipinto, ossia il modo in cui esso è realizzato, il modo in cui i colori sono poggiati sulla tela.

Helmut Leder , Siegrun Bär e Sascha Topolinski, psicologi dell’Università di Vienna e di Wurzburg, hanno condotto un esperimento interessantissimo a questo proposito, pubblicato l’8 novembre del 2012 con il titolo “Covert painting Simulations influence aesthetic appreciation of artworks” sulla rivista Psychological Science: presso l’Università di Vienna hanno posto 114 studenti davanti ai quadri di Van Gogh e di alcuni noti impressionisti e controllato i movimenti inconsci e apparenti delle mani, poste dinanzi ad un foglio di carta. Gli studenti si sono inconsapevolmente rispecchiati nei dipinti osservati e anche le loro mani hanno mostrato la loro risonanza: chi è entrato in empatia motoria con la Vista su Arles di Van Gogh ha riprodotto il suo pennellato tratteggiato, chi con la Marie Honfleur di George Seurat, il pennellato puntinista.

Non solo, chi ha prodotto i tratti ed è quindi entrato in empatia col primo stile, ha detto di preferire esso, e quindi si è dimostrato che anche il piacere estetico, l’indice di gradimento di un’ opera, derivi dal grado di risonanza carnale dell’osservante. Quei partecipanti che avevano prodotto movimenti di punteggiatura hanno mostrato un apprezzamento maggiore nei confronti delle opere di Seurat, coloro che hanno imitato le pennellate hanno apprezzato maggiormente le opere di stile tratteggiato.

La percezione di uno stile pittorico suscita quindi movimenti della mano che concordano con quelli del pittore secondo delle simulazioni.

La conclusione che ne scaturisce è che un qualsiasi osservatore è in grado di entrare in empatia con l’artista di ogni tempo e di ogni luogo.

In che modo? Riproducendo a livello cerebrale gli stessi circuiti neurali che si sono attivati nell’artista a lavoro.

La risonanza del corpo di uno spettatore con lo stile di un pittore è, dunque, una sorgente di godimento estetico. Persino un’ artista assente, quindi una figura non presente fisicamente, “smaterializzata” è in grado di influenzare il comportamento dell’uomo.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Verso la neuroestetica: le premesse filosofico-psicologiche

La Terapia Metacognitiva Interpersonale per i pazienti con disturbo di personalità con disregolazione emotiva – Congresso SITCC 2014

SCARICA IL PROGRAMMA DEL CONGRESSO

PROCEDURE PER L'INTERVENTO STEP BY STEP PER I PAZIENTI CON DISTURBO DI PERSONALITA' CON DISREGOLAZIONE EMOTIVA: LA TERAPIA METACOGNITIVA INTERPERSONALELa Terapia Metacognitiva Interpersonale appartiene all’ultima generazione delle psicoterapie cognitive sviluppate negli ultimi vent’anni ed è volta alla cura dei pazienti con disturbi di personalità (Dimaggio et Al., 2013).

Se con i pazienti coartati/inibiti la terapia viene impostata a partire dalla formulazione condivisa del funzionamento del soggetto per poi arrivare alla promozione del cambiamento, con i pazienti che presentano disregolazione emotiva in associazione a disintegrazione – quindi caratterizzati da stati dissociativi, caoticità ed ipercoinvolgimento relazionale, disorganizzazione narrativa, comportamenti suicidari e parasuicidari, impulsività e iperespressività, ansia, somatizzazione – il focus iniziale deve essere posto proprio sulla disregolazione emotiva e la disintegrazione (che si alimentano a vicenda) con l’obbiettivo di ridurre l’arousal. 

 

Gli interventi sulla disregolazione emotiva comprendono:

 – la farmacoterapia

la disciplina interiore, tenendo bene a mente che anche le caratteristiche del terapeuta giocano un ruolo: funzionano bene terapeuti che stabiliscono confini forti, che mostrano uno spirito avventuroso, orientamento all’azione, che hanno un buon senso dell’umorismo e sono irriverenti (Rosenkranz & Morrison, 1994. Gunderson, 2008. Linehan, 1993)

– la psicoeducazione con soothing alla base dell’intervento, in cui si effettuano interventi di rassicurazione prospettica (“tra poco starà meglio”) monitorando se il paziente è in grado di calare la propria esperienza in uno scenario narrativo

– la validazione emotiva

– la negoziazione del contratto (Linehan, 1993)

Gli interventi sulla disfunzione dell’integrazione includono:

– procedure di gestione basate sul contatto con il terapeuta per favorirne la rappresentazione integrata

– interventi diretti sull’integrazione

– riparazione delle rottutìre

Una volta risolte le problematiche relative alla disregolazione emotiva e alla disintegrazione è possibile passare alla formulazione del caso e promuovere nel paziente in una seconda fase della terapia strategie autonome.

 

LEGGI ANCHE:

Congresso SITCC 2014

SITCC 2012

 

BIBLIOGRAFIA:

La Terapia centrata sul Transfert per il Disturbo Borderline di Personalità – TFP Parma 2014

Si è conclusa a Parma la terza edizione della conferenza promossa dalla Società internazionale di Terapia Centrata sul Transfert (TFP), una forma di psicoterapia psicodinamica adattata in particolare al trattamento delle condizioni borderline.

Sono intervenuti a discutere gli aspetti più attuali di clinica e ricerca alcuni tra i maggiori esponenti internazionali dell’approccio TFP tra cui il prof. Otto Kernberg, presidente della Società.

Moltissime le tematiche di discussione, con un’attenzione in particolare alle seguenti: il trattamento del disturbo borderline, la tematica della sessualità e di come questa possa influenzare la relazione terapeutica, l’adattamento delle pratiche TFP standard al lavoro con bambini e adolescenti.

La giornata congressuale è stata preceduta da due Workshop introduttivi, uno dei quali condotto dal Prof. Frank Yoemans e incentrato sul trattamento dei disturbi gravi di personalità, in particolare il disturbo borderline.

Il relatore ha presentato la teoria alla base della TFP e introdotto alcune delle relative tecniche; si è partiti dall’assunto che la TFP ha come scopo principale e a lungo termine non tanto la stabilizzazione dei sintomi quanto una profonda modifica strutturale del carattere, in quanto l’evidenza empirica sembra dimostrare che il sollievo sintomatologico è diretta conseguenza del cambiamento nella struttura di personalità, e non viceversa.

Ma come si manifesta, e si può quindi misurare, il cambiamento in psicoterapia? Le tre principali aree di valutazione da parte del clinico sono il miglior funzionamento (e quindi una maggiore integrazione dell’identità) in area lavorativa, sessuale e relazionale/ sociale.

 

Premessa indispensabile al trattamento è chiaramente la valutazione della struttura di personalità di partenza, e gli elementi chiave che vengono presi in considerazione dall’analista sono l’integrazione dell’identità (coerenza nel senso di sé e degli altri), le difese maggiormente utilizzate, l’esame di realtà, la qualità delle relazioni oggettuali, il funzionamento morale.

La valutazione del grado di compromissione di questi aspetti danno una misura del livello di gravità della patologia, e permette di collocare il paziente su un scala che vede nell’ordine la personalità normale, quella nevrotica, poi quella con organizzazione borderline e infine quella con organizzazione psicotica.

Grande enfasi è stata data alla raccomandazione di non ignorare in terapia gli aspetti transferali e controtransferali che a volte vengono difensivamente sottovalutati o trascurati dal terapeuta e che rischiano invece poi di controllare l’andamento della seduta, soprattutto se connotati da aggressività; da qui l’importanza di non focalizzarsi tanto su quello che il paziente dice ma su come lo dice, che può fornire più informazioni sulla sua sfera affettiva e motivazionale.

Per chiarire questo punto il Prof. Yoemans ha spesso riportato alcuni interessanti esempi legati alla propria attività clinica, raccontando ad esempio di quando una sua paziente, per il fatto che il marito si era dimenticato di farle gli auguri di compleanno, ha afferrato un televisore e glielo ha scagliato contro, senza minimamente considerare questo un atteggiamento aggressivo, bensì la logica e unica reazione possibile a una simile negligenza da parte del partner.

Compito del terapeuta, in un caso simile, è aiutare il paziente a riconoscere come i propri vissuti negativi vengano proiettati sugli altri (spesso anche sul terapeuta) e finiscano per innescare reazioni disregolate e slegate dalla realtà (anche se supportate dalla logica, spesso ineccepibile, che sottende il ragionamento, di fatto bizzarro, dei pazienti borderline).

Questo riflette la grande attenzione dell’approccio TFP per il qui ed ora; non voli pindarici di stampo analitico classico sulle esperienze infantili con genitori incompetenti, bensì osservazione e interpretazione sistematica di quello che accade in seduta tra terapeuta e paziente, e che di per sé riattiva la rappresentazione interna delle relazioni passate e il modo in cui queste si replicano nelle relazioni attuali.

Si tratta di un approccio potenzialmente utile anche con pazienti dotati di scarsa mentalità psicologica, perché non indaga con il binocolo vissuti relativi a rapporti squalificanti ma lontani nel tempo, bensì si concentra, ad esempio, sul perché il paziente si alteri se il terapeuta ha guardato l’orologio. In questo consiste la chiarificazione, ossia dare un nome ben preciso a quello che sta succedendo tra paziente e terapeuta nel momento presente.

 

Ciò non toglie che il terapeuta debba monitorare il fatto che non sempre vengono proiettati solo i vissuti negativi, con conseguente aggressività e svalutazione da parte del paziente; può anche succedere il contrario, ossia che il paziente proietti sul terapeuta il polo più positivo e idealizzato delle proprie relazioni oggettuali interne, con conseguente idealizzazione irrealistica del terapeuta e delle terapia, il che è altrettanto pericoloso, perché indebolisce la relazione terapeutica tanto quanto gli acting aggressivi.

Rispetto a questo punto, il Prof. Yoemans invita a effettuare in maniera particolarmente scrupolosa sia la fase di assessment che quella del contratto terapeutico: potersi ricondurre sistematicamente ad un contratto ben definito e concordato permette di fugare false convinzioni e aspettative magiche, ma soprattutto permette di pretendere un vero coinvolgimento del paziente nel lavoro terapeutico.

“Qual è il problema? Da quanto dura? Cosa si aspetta che io possa fare per lei? Cosa si aspetta dal trattamento?” Sono tutte domande indispensabili prima di passare all’intervento vero e proprio.

In questo modo il contratto fornisce a paziente e terapeuta una comprensione comune del problema, definisce le reciproche responsabilità, permette al terapeuta di ragionare lucidamente e di interpretare eventuali deviazioni del paziente dagli accordi. Spesso infatti il contratto viene “testato” dai pazienti, sia nel tentativo di controllare il terapeuta si allo scopo di valutare quanto e se il terapeuta “ci tiene davvero” al rispetto delle regole.

Il relatore ha poi illustrato alcune strategie utilizzate, tra cui il fatto di individuare ogni volta la relazione oggettuale dominante in seduta per aiutare il paziente a gestire il caos del proprio mondo interno, osservare e interpretare i suoi “cambiamenti di ruolo” (ad esempio da vittima a persecutore) e promuovere la sua capacità di distinguere tra il tranfert e le esperienze relazionali reali, affinché possa generalizzare la consapevolezza maturata in terapia alle relazioni interpersonali fuori dallo studio.

Le tecniche utilizzate sono l’utilizzo della consapevolezza del tranfert, un continuo processo interpretativo (chiarificazione, confrontazione, interpretazione, aumento della mentalizzazione) l’analisi delle distorsioni relazionali.

In particolare la confrontazione consiste nel chiedere chiarimenti al paziente in merito ad eventuali contraddizioni tra la comunicazione verbale e quella non verbale; l’interpretazione ha invece come scopo quello di integrare aspetti dissociati dell’esperienza, sostituire le difese primitive, risolvere la diffusione dell’identità, promuovere la capacità di autoriflessione.

Infine, un accenno alla tematica della neutralità del terapeuta, che non significa né distanza né indifferenza, bensì il non schierarsi dalla parte di nessuna delle forze che muovono il conflitto interno del paziente, siano esse ad esempio forze primitivo/aggressive oppure repressive.

Come terapeuti siamo invitati a non dimenticare che il conflitto non è mai tra noi e il paziente, neanche quando questo ci scaglia contro tutti gli oggetti alla sua portata, insultandoci con violenza; il conflitto è sempre interno al paziente, ma può talvolta essere proiettato sulla terapia e sul terapeuta in quanto, da quelli, il paziente sa che in qualche modo, eventualmente, può scappare.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

In Studio con Otto Kernberg: l’importanza centrale del transfert 

 

BIBLIOGRAFIA:

Relazioni familiari positive riducono il rischio di contrarre l’HIV in giovani gay e bisessuali

FLASH NEWS

Relazioni familiari fondate sullo scambio, sulla fiducia e sull’astinenza da giudizi morali da parte dei familiari riduce il rischio di comportamenti sessuali ad alto rischio e di conseguenza riduce il rischio di contrarre l’HIV.

Lo studio della Rutgers School of Social Work ha indagato il ruolo di relazioni sicure all’interno del contesto familiare nell’influenzare il rischio di comportamenti sessuali ad alto rischio da parte di giovani omosessuali e bisessuali. Relazioni familiari fondate sullo scambio, sulla fiducia e sull’astinenza da giudizi morali da parte dei familiari riduce il rischio di comportamenti sessuali ad alto rischio e di conseguenza riduce il rischio di contrarre l’HIV.

Lo studio coinvolge 38 omosessuali e bisessuali maschi tra i 14 e 21 anni, i genitori o tutori legali dei soggetti coinvolti vivono nelle aree metropolitane del New Jersey, di New York, di Washington e di Philadelphia.

Gli autori attraverso alcune interviste rilevarono la consapevolezza da parte dei soggetti coinvolti rispetto alla qualità delle relazioni familiari, le conoscenze rispetto al tema dell’HIV e l’eventuale influenza delle relazioni parentali sulle decisioni relative ai comportamenti sessuali. Ai genitori è stato chiesto di descrivere la relazione con i loro figli, la loro conoscenza circa l’HIV e di valutare la loro influenza sui comportamenti a rischio dei loro figli.

Lo studio rileva che l’accettazione da parte dei genitori dell’orientamento sessuale dei propri figli, e l’apertura al dialogo tra i genitori e i propri figli espone i giovani omosessuali e bisessuali a minor rischio di adottare comportamenti sessuali ad alto rischio. Al contrario giovani omosessuali e bisessuali che non hanno sperimentato relazioni di vicinanza con le proprie famiglie dichiarano di aver adottato comportamenti sessuali ad alto rischio durante l’anno precedente, aumentando il rischio di contrarre l’HIV.

L’ambiente familiare protettivo porta il giovane omosessuale e bisessuale a proteggere sé stesso da comportamenti sessuali ad alto rischio. Le famiglie invece che instauravano una relazione di chiusura al dialogo all’interno della propria relazione con i propri figli, non rappresentavano una fonte di sicurezza per i propri figli.

Gli autori consigliano il supporto di terapeuti e assistenti sociali per aiutare le famiglie ad instaurare una relazione fondata sul dialogo, sull’accettazione dell’orientamento sessuale dei propri figli e su un modello informativo-educativo che possa fornire informazioni sull’argomento, in modo da proteggere i propri da comportamenti sessuali ad alto rischio che potrebbero inficiare la loro salute.

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Recensione: Rigliano, Ciliberto e Ferrari (2012) – Curare i Gay?

BIBLIOGRAFIA:

La Transference Focused Psychotherapy per il trattamento di pazienti adolescenti con disturbo borderline – Report dal Congresso di Parma

L’adattamento della TFP al trattamento degli adolescenti si pone come primo obiettivo la graduale acquisizione di autonomia dalle figure di riferimento, sia promuovendo un senso di sé distinto e individuale, sia riducendo il bisogno psicologico di approvazione, di modo che il paziente assuma via via su di sé il compito di  regolare autonomamente la propria autostima.

Nella terza giornata della conferenza ISTFP, la professoressa Lina Normandin, dell’Università Laval in Canada, ha presentato la sua proposta di adattamento della TFP al trattamento degli adolescenti.

Apre il suo intervento sfatando il mito dell’adolescenza come periodo di “sturm und drang” a tutti i costi, sottolineando come in molti casi l’adolescenza sia sì un periodo turbolento di profondi cambiamenti, ma che possa essere connotata anche dalla presenza di una rappresentazione coerente e stabile di sé e degli altri, dalla capacità di esplorare divertendosi e di inaugurare le prime relazioni sessuali ed affettive in maniera funzionale.

Per gli adolescenti con disturbo borderline di personalità, invece, l’adolescenza può essere davvero un periodo disastroso, dove le fragilità pre-esistenti e la predisposizione alla diffusione dell’identità si slatentizzano definitivamente.

L’adattamento della TFP al trattamento degli adolescenti si pone come primo obiettivo la graduale acquisizione di autonomia dalle figure di riferimento, sia promuovendo un senso di sé distinto e individuale, sia riducendo il bisogno psicologico di approvazione, di modo che il paziente assuma via via su di sé il compito di  regolare autonomamente la propria autostima.

Nel mettere in atto queste manovre psicoterapeutiche è bene sempre tener presenti alcune peculiarità neurobiologiche che caratterizzano il periodo adolescenziale, come ad esempio il fatto che gli adolescenti sono capaci di un sofisticato pensiero astratto, ma non quando l’affettività risulta particolarmente attivata (la corteccia prefrontale matura più lentamente rispetto al sistema limbico); il comportamento adolescenziale è infatti caratterizzato dal delicato equilibrio tra il sistema di ricompensa (limbico) e i processi di controllo (corteccia pre-frontale).

Quali implicazioni quindi  per il terapeuta TFP? Gli imperativi terapeutici con gli adolescenti risultano essere:

–  promuovere e supportare il processo di individuazione-separazione

– proteggere il delicato narcisismo fisiologico

– rinforzare le strategie spontanee adattive

– contenere l’impulsività

 

Con gli adolescenti in particolare si ripropone l’imperativo di condurre l’assessment in maniera quanto più possibile accurata, accompagnato da un’indagine puntuale delle rappresentazioni di sé e degli altri attraverso domande come “ Chi sei tu? Come sei? Chi sono gli altri e come sono? Chi sono io e come sono?”

Quest’ultimo aspetto introduce la messa in gioco del terapeuta in prima persona nell’indagine di come il paziente adolescente si rappresenti l’altro e le relazioni interpersonali.

La “Personality Assessment Interview” ha tra le sue finalità appunto quella di indagare nel dettaglio la rappresentazione che l’adolescente ha della relazione terapeutica, con domande di questo tipo:

– Che cosa ti è stato detto dell’incontro che avresti avuto con me?

– Adesso che siamo stati un po’ insieme, come ti sembra rispetto alla tua impressione iniziale?

– Adesso che siamo stati insieme (x) minuti, come ti aspetti che sarà il resto della seduta?

– Che cosa hai imparato rispetto a te stesso, e rispetto a me, e cosa credi che abbia imparato io?

– Come pensi che si concluderà il nostro incontro?

 

Anche la fase del contratto riveste un’importanza fondamentale e deve porsi come obiettivi prioritari il mantenimento delle condizioni di sicurezza e riservatezza e la tolleranza dell’impulsività e della ricerca di gratificazione tipicamente adolescenziali. Ovviamente, prioritaria è la gestione delle problematiche particolarmente urgenti quali gli atteggiamenti suicidari, l’abuso di droghe, i comportamenti autolesivi, il perseguimento di vantaggi secondari.

Il coinvolgimento dei genitori viene sempre concordato con il paziente e si attua spiegando loro le caratteristiche del trattamento e le loro responsabilità, informandoli dei progressi e ascoltando le loro preoccupazioni, supportandoli nell’esercizio della propria autorità genitoriale.

Anche nel rapporto con i pazienti adolescenti, le reazioni controtransferali hanno un potente significato clinico; le reazioni del terapeuta possono infatti essere analizzate come prototipo delle reazioni degli altri al comportamento del paziente.

Ad esempio atteggiamenti esibizionisti o dominanti possono avere lo scopo di ridurre la paranoia, ma ottengono come effetto un aumento della distanza dagli altri, che non necessariamente sono disposti a tollerare determinati atteggiamenti.

Questo chiaramente finisce per penalizzare la socializzazione, che è proprio uno dei principali compiti evolutivi del paziente adolescente.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

OTTO KERNBERG: LA SESSUALITÀ NEL TRANSFERT – REPORT DAL CONGRESSO DI PARMA

Frank Yeomans: Lectio sulla Transference Focused Psychoterapy

Neuroinvasione del Virus dell’Epatite C (HCV) e Deterioramento Neuropsicologico Trattamento con Psicoterapie di Terza Generazione (DBT) – Congresso SITCC 2014

Neuroinvasione del Virus dell’Epatite C (HCV) e Deterioramento Neuropsicologico

Trattamento con Psicoterapie di Terza Generazione (DBT)

Congresso SITCC 2014 Genova

Silvana Zito, Psicologa, Specializzanda SPC, Reggio Calabria ([email protected])

Giuseppe Mercurio, Studente – Università Vita-Salute San Raffaele – Milano

Simona Mercurio, Dott.ssa in Medicina e Chirurgia – Università Campus Bio-Medico, Roma

 

SCARICA IL PROGRAMMA DEL CONGRESSO

Per comprendere la sofferenza psicologica di questi pazienti è necessario differenziare i sintomi presenti nello stato avanzato di malattia, correlati a grave disfunzione epatica, rispetto allo stato iniziale di malattia, a cui non è stata ancora pienamente attribuita un’eziologia.

Il presente lavoro nasce con l’obiettivo di mettere in luce la sofferenza psicopatologica nei pazienti affetti da epatite cronica causata dal virus dell’Epatite C (HCV).

Per comprendere la sofferenza psicologica di questi pazienti è necessario differenziare i sintomi presenti nello stato avanzato di malattia, correlati a grave disfunzione epatica, rispetto allo stato iniziale di malattia, a cui non è stata ancora pienamente attribuita un’eziologia.

Esaminando le fonti a sostegno dell’idea che i disturbi neuropsicologici presenti nella fase iniziale della malattia siano causa di un effetto biologico del virus, è stato ipotizzato il meccanismo a “cavallo di Troia”, con il quale il virus supera la barriera ematoencefalica e invade il sistema nervoso determinando uno stato infiammatorio. Questo induce l’interazione di diversi sistemi quali: endocrino, cerebrale e immunitario e determina disfunzioni neuro-psicopatologiche.

Si aggiungono inoltre gli effetti indesiderati del trattamento farmacologico indicato per la malattia, nonché lo stigma sociale associato al rischio di contagio che induce il paziente in uno stato di isolamento sociale.

La condizione descritta elicita nel paziente risposte somatiche, cognitive ed emotive e il corteo sintomatologico a carattere neuro-psicopatologico può avere effetto sul deterioramento della qualità della vita.

In Italia l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) stima 1,5 milioni di persone infette dal virus HCV; di fronte a tali dati è necessario pensare a possibili interventi di cura e prevenzione anche riguardo alla sofferenza psicologica.

Un intervento proficuo potrebbe essere la Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) che si colloca tra le “terapie di terza generazione”. Essa è una terapia evidence-based originariamente pensata e concettualizzata negli anni ‘70 da Marsha Linehan, a partire dal Modello Cognitivo-Comportamentale Classico.

Le tecniche utilizzate sono prevalentemente di derivazione comportamentista e si focalizzano sul cambiamento del comportamento. Si riavvisa quindi, un ri-adattamento per questa popolazione, proponendo in primis una fase di accettazione (mindfulness), al fine di intervenire sull’esperienza emotiva e la sofferenza del paziente che ha un sentimento di impotenza intenso e doloroso.

 

LEGGI ANCHE:

Congresso SITCC 2014

SITCC 2012

 

BIBLIOGRAFIA:

Lucy: utilizziamo davvero solo il 10% del nostro cervello? – Recensione

Lucy (2014) di Luc Besson 

“Si ritiene che noi usiamo solo il 10% delle nostre capacità cerebrali, ma, se ci fosse un modo di utilizzare il 100% del nostro cervello, cosa saremmo in grado di fare?” Così il professor Norman (Morgan Freeman) spiega la sua tesi ai suoi studenti.

Lucy (Scarlett Johansson), una studentessa che studia a Taipei, viene obbligata dal suo ragazzo a consegnare una valigetta a un gruppo di criminali, e poi da loro viene rapita. Nell’addome le viene inserito uno dei sacchetti di droga (una nuova droga) contenuti nella valigetta, che successivamente si romperà a causa di un violento pestaggio che Lucy subisce dai malavitosi. Il prodotto chimico viene assorbito dal suo corpo, permettendole di accedere al 100% delle proprie capacità mentali. Ciò la rende capace di fare ragionamenti che nessuno è in grado di fare, di sapere ogni cosa, di sentire tutto, di controllare tutto ciò che la circonda e tanto altro.

Film di grande successo in Italia e altrove, è ultimamente sulla bocca di tutti; in pochi sanno però che esso si basa su un falso mito. Non è vero che usiamo soltanto il 10% della potenza del nostro cervello. Si tratta di una credenza popolare molto diffusa e ampiamente fomentata da vari film, libri, pubblicità ecc. In realtà, usiamo tutto il nostro cervello e non soltanto una piccola parte (tranne nei casi in cui ovviamente delle malattie o dei danni cerebrali hanno colpito alcune aree rendendole inutilizzabili); il nostro cervello è continuamente, e interamente, attivo, persino quando dormiamo.

Non si sa con certezza come e quando abbia avuto origine il mito. Si pensa che William James, nel suo libro del 1908 intitolato “The Energies of Men”, scrisse “Stiamo facendo uso di solo una piccola parte delle nostre possibili risorse mentali e fisiche” (Wang, 2009). Successivamente, nel 1936, il giornalista Lowel Thomas avrebbe citato erroneamente lo psicologo americano (in una prefazione al libro di Dale Carnegie intitolato “How to Win Friends and Influence People”), affermando che James avesse detto: “una persona media sviluppa solo il 10% delle sue latenti capacità mentali”. Da allora, sarebbe partita una catena di credenze che ha portato la gente a pensare che l’essere umano sarebbe capace di fare grandi cose se solo usasse tutte le capacità di cui è dotato. Altri persino attribuiscono la colpa ad Albert Einstein.

I neuroscienziati (ad esempio, Beyerstein, 1999) hanno fornito un elevato numero di prove che smentiscono la tesi secondo la quale non utilizziamo tutto il nostro cervello: le tecniche di neuroimaging hanno dimostrato che tutte le aree del cervello sono attive durante lo svolgimento di azioni di routine (come parlare, camminare, ecc.); se il mito del 10% fosse vero, se si verificasse un incidente a una parte del cervello non ci dovrebbero essere gravi conseguenze (in realtà ci sono e anche abbastanza evidenti); non avremmo sviluppato un cervello così grande se stessimo sviluppando soltanto una parte di esso; il cervello utilizza il 20% delle risorse energetiche del corpo, non avrebbe senso per il 10% del cervello utilizzare una così grande quantità di energia; ogni regione del cervello serve a qualcosa e ha determinate funzioni, e fino ad ora non sono state trovate aree inattive; infine vi è la prova delle malattie neurali: le cellule cerebrali che non vengono utilizzate hanno la tendenza a degenerare, quindi se il 90% del cervello fosse inattivo, le autopsie sul cervello adulto avrebbero rivelato una degenerazione su larga scala.

Nonostante ciò, molti continuano a farsi influenzare dai media e credono fermamente che l’uomo utilizzi soltanto il 10% delle sue capacità mentali, e ciò stimola necessariamente la produzione di false pillole che aumentano le capacità intellettive, di libri visionari che esaltano l’uomo a essere dotato di super poteri nascosti e di film come Lucy.

L’altro giorno un amico mi fa: “Lo sai che utilizziamo soltanto il 10% del nostro cervello?”.

E pensare che ha utilizzato il 100% del cervello per dire questa sciocchezza.

 

 Trailer:

 

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

ARTICOLO CONSIGLIATO:

La psicoterapia può cambiare il cervello? – Neuroscienze

 

BIBLIOGRAFIA:

Fobia sociale: perfezionismo e ruminazione come predittori di ansia sociale e depressione

Alcuni fattori di personalità come il perfezionismo e la disregolazione emotiva sembrano essere implicati nel mantenimento dell’ ansia sociale.

La fobia sociale è un disturbo d’ansia caratterizzato da ansia significativa indotta dall’esposizione a determinate situazioni interpersonali o prestazionali in pubblico (come parlare o mangiare insieme ad altre persone, firmare un documento davanti a degli osservatori, utilizzare un bagno pubblico, conoscere nuove persone, esprimere la propria opinione in gruppo, prendere la parola in una riunione), spesso associata ad evitamento di situazioni, comportamenti, luoghi, contesti, persone che possono elicitare le situazioni temute. La sua caratteristica principale è la paura di essere criticati dagli altri durante azioni o compiti di vario genere o essere soggetti alla valutazione di altre persone. Le persone con fobia sociale temono che le loro prestazioni o azioni appariranno agli occhi degli altri inadeguate e/o ridicole. Il concetto di paura del giudizio altrui è l’aspetto centrale della fobia sociale, oltre ad essere considerato fondamentale anche nell’eziologia e nel mantenimento del disturbo (Clark, Wells, 1995).

La fobia sociale, spesso, si accompagna ad altri disturbi come la depressione e la dipendenza da sostanze (Kessler, Stang, Wittchen, Stein, Walters, 1999). Le persone con fobia sociale tendono ad abusare di sostanze o di alcool per fini autoterapeutici: infatti, grazie alla loro azione “disinibente”, queste sostanze aiutano ad alleviare l’ansia che origina dal confronto con le situazioni temute. I soggetti che soffrono di Fobia Sociale presentano una significativa disfunzione sociale e professionale e scarsa qualità della vita (Fresco, Erwin,  Heimberg, Turk, 2000).

I modelli cognitivi comportamentali che cercano di spiegare l’origine e il mantenimento della Fobia Sociale evidenziano il ruolo dell’ansia anticipatoria (generata da preoccupazioni, pensieri, ricordi, immagini, aspettative, conseguenze catastrofiche fantasticate prima di esporsi alla situazione temuta, come la possibilità di essere criticati dagli altri o giudicati negativamente in una determinata situazione sociale), dell’attenzione focalizzata e della valutazione a posteriori dell’evento (PEP) che riguarda sia la valutazione dei comportamenti tenuti al termine della performance, sia delle emozioni, dei pensieri, e dei ricordi esperiti, nonché il giudizio relativo alla propria performance e alle sue future conseguenze su di sé e sul proprio futuro (Clark e Wells, 1995; Rapee, Heimberg, 1997)

Alcuni fattori di personalità come il perfezionismo e la disregolazione emotiva sembrano anch’essi implicati nel mantenimento della ansia sociale (Juster, Heimberg, Frost, Holt, Mattia, Faccenda, 1996; Kashdan,  Breen, 2008).

Il perfezionismo è definito come il desiderio di raggiungere i più alti standard prestazionali e presenta la tendenza ad una eccessiva autocritica (Frost, Marten, Lahart, Rosenblate, 1990). Il perfezionismo è stato concepito come un costrutto multidimensionale da Frost e colleghi che ne rilevano 6 dimensioni: : 1) eccessiva preoccupazione di commettere errori (CM), 2) dubbi sulle azioni (DA), 3) critiche genitoriali (PC) e 4) aspettative dei genitori (PE), 5) bisogno eccessivo di organizzazione (O), 6) elevati standard personali (PS). (Frost, Marten, Lahart, Rosenblate, 1990; Hewitt, Flett, 1991). I pazienti con Fobia Sociale mostrano elevati punteggi di perfezionismo disadattivo, che comprende l’eccessiva preoccupazione di commettere errori (CM), il dubbio riguardo l’azione, gli alti standard personali e l’alto criticismo genitoriale (PC) (Juster, Heimberg, Frost, Holt, Mattia, Faccenda, 1996; Antony, Purdon, Huta, Swinson, 1998; Kumari, Sudhir, Mariamma, 2012; Rosser, Issakidis, Peters, 2003).

Il perfezionismo sembra essere un importante fattore di mantenimento sia di “negative affect” (uno stato emotivo negativo o affetto negativo) che si esprime con umore ansioso e depresso (o disforico), che di ansia anticipatoria (Clark e Wells, 1995).

La ruminazione è un insieme di pensieri ripetuti e ripetitivi sul proprio stato d’animo negativo che impedisce il comportamento attivo e quindi la ricerca di una soluzione. La ruminazione viene attivata in risposta a flessioni dell’umore e produce un prolungamento e aggravamento della sintomatologia disforica. In sintesi, si tratta di una catena di pensieri e quesiti generici e astratti che una persona inizia a porre a se stessa in risposta a uno stato emotivo negativo. Un esempio può essere: «Perché succede a me? Perché mi sento così triste? Perché reagisco sempre in questo modo? Perché non riesco a dare un senso a quello che mi succede?». In questo senso la ruminazione è stata concettualizzata come una reazione cognitiva che tende a perseverare e aggravare l’umore depresso. I modelli cognitivi della Fobia Sociale evidenziano anche la tendenza a rimuginare sui pensieri che derivano dal giudizio di fallimento prestazionale auto attribuitosi dopo l’esperienza sociale (Clark e Wells, 1995).

La valutazione a posteriori dell’ evento è stata associata a livelli più elevati di ansia sociale (Abbott, Rapee, 2004) e si distingue dalla ruminazione per il fatto che si sofferma sul fallimento prestazionale piuttosto che sui sintomi depressivi (Kocovski, Rector, 2007). La ruminazione è simile, ma non combacia neanche con il rimuginio. Il rimuginio o preoccupazione (“worry”) è definito come una concatenazione di pensieri e immagini relativamente incontrollabili e attivati dall’individuo allo scopo di prevedere o prevenire eventi negativi in condizioni di incertezza (Borkovec, 1994). Nonostante aspetti comuni, il rimuginio risulta più fastidioso e orientato a prefigurare pericoli futuri mentre la ruminazione appare maggiormente duratura e orientata ad analizzare e comprendere le cause del proprio malessere (Papageorgiou e Wells, 2004; Watkins, Moulds e McIntosh, 2005). Mentre la ruminazione ha ricevuto grande attenzione dalla ricerca nello studio della depressione (Just, Alloy, 1997; Nolen-Hoeksema,  Morrow, Fredrickson, 1993) è stato studiato meno estesamente nel contesto dei disturbi d’ansia. Alcuni studi riportano che la ruminazione è prospetticamente associata con alti livelli di ansia (Nolen-Hoeksema, 2000) e di ansia sociale (Kocovski, Endler, Rector, Flett, 2005). La ruminazione, inoltre, sembra essere collegata al perfezionismo e sembrerebbe mediare la relazione tra perfezionismo e umore disforico (Harris, Pepper,  Maack, 2008).

La disregolazione emotiva è un fattore importante nella genesi e nel mantenimento dei disturbi dell’umore e  d’ansia (Campbell-Sills, Barlow, 2007) e nella Fobia Sociale in particolare (Kashdan, Breen, 2008). I pazienti con Fobia Sociale esprimono meno frequentemente le emozioni positive, prestano meno attenzione alle loro emozioni e hanno più difficoltà a descrivere le emozioni rispetto agli individui con disturbo d’ansia generalizzato e ai controlli (Turk, Heimberg, Luterek, Mennin, Fresco, 2005).

La regolazione cognitiva delle emozioni si riferisce alla capacità di modulare le proprie reazioni emotive attraverso un diverso modo di pensare, meno disfunzionale (Garnefski, Kraaij, Spinhoven, 2001). “Reappraisal” ovvero il “riesame” o la “rivalutazione” o la “riconsiderazione” è, in ambito clinico, un processo mentale cosciente che permette di modificare l’interpretazione che si dà ad uno stimolo emotivo, con l’obiettivo di ridurre il potenziale effetto stressante (Gross, 2002).  In psicoterapia, una forma “positiva” e “costruttiva” di reappraisal (positivo) può essere la cosiddetta “ristrutturazione cognitiva”, che permette di esaminare pensieri, emozioni e comportamenti legati a particolari eventi stressanti e di produrre una ‘nuova valutazione’ degli eventi stessi, che sia più funzionale e costruttiva agli scopi dell’individuo. Reappraisal può essere associato però anche ad “esiti negativi” laddove l’interpretazione degli eventi è sistematicamente orientata in senso negativo, accompagnata da una rigida e deficitaria valutazione degli aspetti cognitivi ed emotivi, tipica dei soggetti ansiosi e/o depressi. Reappraisal e  l’accettazione sono modulatori positivi nella regolazione delle emozioni (Aldao, Nolen-Hoeksema, Schweizer, 2010; Gross, 1998). Reappraisal, attraverso la generazione di interpretazioni positive di una situazione stressante, riduce lo stress, ed è associata ad una migliore salute psicologica, attraverso l’esperienza di emozioni positive, al miglioramento delle relazioni interpersonali, ad una migliore autostima e soddisfazione della qualità della vita. (Gross, 1998; Gross, John, 2003; John, Gross, 2004)

L’accettazione dell’esperienza si riferisce all’accoglimento non giudicante di ciò che si vive interiormente, senza l’assillo del controllo né della spiegazione (Garnefski, Kraaij, Spinhoven, 2001). L’accettazione è associata a miglioramento dell’umore (Campbell-Sills, Barlow,  Brown, Hofmann, 2006) ed è considerata una componente importante nella terapia cognitiva comportamentale di terza generazione, come ad esempio la Terapia cognitiva basata sulla mindfulness (MBCT) (Segal, Williams, Teasdale, 2002) e l’Acceptance and Commitment Therapy, in italiano “Terapia di accettazione e di impegno nell’azione (Hayes, Wilson, 2003).

Lo studio ha voluto esaminare la relazione tra perfezionismo, ruminazione, accettazione e reappraisal e valutare come tali dimensioni influenzino i livelli di ansia e depressione nei pazienti che soffrono di Fobia Sociale.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Ansia sociale: non tutto lo stress viene per nuocere

Condividere con gli altri momenti epici della propria vita può avere dei costi sociali

FLASH NEWS

Sarebbe bello poter condividere con gli altri le nostre straordinarie esperienze – quella volta che abbiamo scalato il Kilimanjaro, assaggiato un vino speciale o incontrato per strada un personaggio famoso. Tuttavia, alcuni studi dimostrano che comunicare agli altri questi momenti “epici” può avere dei costi a livello sociale.

Cooney e T. Gilbert dell’Harvard University e Timothy D. Wilson dell’University of Virginia, hanno condotto uno studio volto esattamente ad indagare le conseguenze profonde della condivisione di un vissuto personale fuori dal comune. L’idea nasce dalle sensazioni esperite dagli autori stessi, così diverse da quanto immaginato nel senso comune:

Pensiamo sempre che il fatto di aver vissuto un’esperienza straordinaria ci porrà al centro della conversazione e, in generale, al centro dell’attenzione. Ma non è così. Essere straordinari significa essere diversi dalle altre persone e, al contrario, l’interazione sociale si fonda sulle somiglianze e le cose in comune“.

Si potrebbe dunque ipotizzare che raccontare un tale genere di avvenimenti abbia più costi che benefici.

Per approfondire questo tema, Cooney e i suoi colleghi hanno invitato 68 partecipanti allo studio a recarsi in laboratorio e sono stati suddivisi in gruppi di quattro persone. A ciascuno di questi piccoli gruppi, veniva mostrato ad una persona un video che aveva ricevuto il massimo punteggio di gradimento (4 stelle) dai fruitori. In tale video si poteva osservare un artista di strada proporre eccezionali trucchi di magia ad un’ampia folla di osservatori. Ai restanti tre membri del gruppo veniva mostrato un video animato al quale era stato attribuito un punteggio di gradimento piuttosto basso (due stelle). I partecipanti erano consapevoli di quale tipologia di  video fosse stata assegnata loro e quale invece agli altri. Dopo aver visto i video, ai soggetti era richiesto di sedersi attorno ad un tavolo e instaurare una conversazione non strutturata che durasse all’incirca 5 minuti.

Dallo studio emerge che le persone che hanno visto il video con maggiore punteggio di gradimento, ovvero coloro che avevano vissuto una situazione più insolita e fuori dal comune, hanno sperimentato sensazioni peggiori rispetto agli altri nel contesto del dialogo di gruppo, in quanto si sarebbero sentiti esclusi.

Dati aggiuntivi suggeriscono che le esperienze straordinarie potrebbero suscitare sentimenti di frustrazione anche perchè il costo sociale di vivere un’esperienza diversa che separa dagli altri non viene in nessun modo anticipato. Infatti, ai partecipanti di due ulteriori studi in questo campo, veniva anche chiesto di immaginare come si sarebbero sentiti se fossero stati loro ad avere l’occasione di vedere un video differente da quello somministrato agli altri. Come previsto, essi hanno erroneamente affermato che si sarebbero sentiti meglio di coloro che avevano vissuto un’esperienza ordinaria. A ciò aggiungevano che sarebbero stati molto partecipi alla discussione avvenuta dopo, senza sentirsi in alcun modo esclusi.

Insomma, dai dati a disposizione emerge una generale tendenza a sentirsi esclusi nel momento in cui si cerca di condividere con gli altri un vissuto veramente fuori dal comune, e comunque non alla portata di tutti.

Sarebbe dunque importante scegliere bene il momento e le persone a cui si decide di raccontare le proprie esperienze straordinarie, per evitare di sentirsi esclusi e rimanere, di conseguenza, molto delusi.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Perchè sentiamo l’istinto di narrare? Il potere della narrativa per la nostra mente

 

BIBLIOGRAFIA:

La Professione Psicologica: partecipa alla ricerca!

La Professione Psicologica

Università Bicocca Milano – Associazione Innovazione Sostenibile

 

Gentile collega,

il seguente questionario è stato realizzato allo scopo di approfondire alcuni aspetti riguardanti la professione psicologica. Più in generale, riteniamo importante svolgere una ricerca volta a conoscere i modi con cui gli psicologi e gli psicoterapeuti si rapportano alla propria utenza, promuovendosi e svolgendo la loro attività professionale anche tramite l’utilizzo di dispositivi web e social.
Il questionario intende raccogliere dei dati preliminari a questo scopo.

Nel compilare il questionario Le potrà capitare di notare come alcune domande si prestino a più interpretazioni, così come di non riconoscersi immediatamente in nessuna delle alternative proposte. In questi casi, Le chiediamo di “forzarsi” e dare comunque una risposta, sempre seguendo il Suo personale punto di vista.
Il tempo necessario alla compilazione è di circa 8-10 minuti.
Le Sue risposte saranno elaborate statisticamente solo in forma aggregata, in modo da garantire in maniera assoluta il Suo diritto alla riservatezza, alla non riconoscibilità e all’anonimato.

Grazie per la collaborazione.

Rossana Actis Grosso e Roberta Capellini – Università Bicocca di Milano
Elisabetta Di Girolamo e Marco Guidi – Associazione Innovazione Sostenibile

ARTICOLO CONSIGLIATO:

FARE LA SCUOLA DI PSICOTERAPIA CONVIENE? I RISULTATI DELL’INCHIESTA

 

ARGOMENTI CORRELATI:

PSICOLOGIA & PSICHIATRIA PUBBLICACYBERPSICOLOGIASOCIAL NETWORK

Corpo a “corpo spezzato”: l’embodiment del terapeuta in formazione con il paziente mieloso – Congresso SITCC 2014

Corpo a “corpo spezzato”

L’embodiment del terapeuta in formazione con il paziente mieloso

Congresso SITCC 2014

Sara Poggio

Psicologa specializzanda presso Scuola di Formazione in Psicoterapia Cognitiva, Centro Terapia Cognitiva, sede di Torino; Tirocinio di Specialità – SSA Psicologia (Dir. G. Montobbio; Tutor P. Valorio) – ASO SS Antonio e Biagio e C. Arrigo Alessandria

 

SCARICA IL PROGRAMMA DEL CONGRESSO

 

LEGGI ANCHE:

Congresso SITCC 2014

SITCC 2012

Otto Kernberg: La sessualità nel transfert – Report dal Congresso di Parma

Il Prof. Kernberg ha aperto la sua riflessione sulla sessualità nel transfert chiarendo come, per ragionare  sulla sessualità umana, occorra far riferimento non soltanto ai contributi in ambito psicoanalitico (in primis la cornice teorica data dalle intuizioni di Freud sulla costituzione della libido e dell’aggressività) bensì anche alle più recenti scoperte neurobiologiche, in particolare quelle legate agli studi sull’attaccamento.

VEDI DETTAGLI EVENTO: 3rd ISTP CONFERENCE – OCTOBER 13-15, 2014

La sessualità, per Kernberg, inizia a plasmarsi dai primissimi giorni di vita; la figura di attaccamento, accarezzando il bambino e mettendo in atto attività di cura fisicamente piacevoli, modella le prime esperienze erotiche del neonato, che prendono poi forma nell’idealizzazione del corpo materno da una parte, e nelle forme di aggressività contro di esso dall’altra.

Questi profondi stati dell’esperienza psichica saranno la base per il costituirsi di stati affettivi di natura positiva e negativa, che a loro volta porteranno al formarsi di relazioni oggettuali “buone” o “cattive”, la cui integrazione è presupposto indispensabile per un funzionamento psichico sano.

L’amore maturo costituisce la più alta e funzionale manifestazione della sessualità umana, mentre nelle sue distorsioni (come ad esempio nelle patologie narcisistiche) si possono individuare regressioni a meccanismi difensivi primitivi, che portano ad esempio alla svalutazione, sistematica e talvolta inconsapevole, dell’oggetto d’amore.

La capacità d’amare implica la capacità di entrare in relazione intima con l’altro, ecco perché la passione autentica prevede che ci sia un’integrazione di dimensioni apparentemente molto distanti tra di loro: attaccamento, erotismo, desiderio sessuale, intimità.

Una dimensione così pervasiva del funzionamento biologico e psicologico non può, secondo Kernberg, essere ignorata nelle riflessioni inerenti la relazione terapeutica.

Così come è fondamentale monitorare le componenti aggressive che possono connotare il tranfert e il controtranfert, altrettanto importante è tenere in considerazione le componenti sessuali, spesso costituite da fantasie a sfondo erotico che il paziente può fare sul terapeuta, ma anche viceversa.

Tale consapevolezza  deve guidare anche la fase di assessment, e non solo quella di trattamento vero e proprio; il terapeuta non deve trascurare di chiedersi quale sia il funzionamento sessuale del paziente, se nella sua vita siano in corso conflitti di coppia, quanto tolleri l’intimità, come potrebbe funzionare se non fosse irretito da certe inibizioni e distorsioni caratteriali che interferiscono con la sfera intima e sessuale.

Tutto questo partendo dal presupposto che siamo tutti esseri erotici, e quindi l’erotismo pervade inevitabilmente tutte le nostre relazioni, siano esse professionali, famigliari, affettive, sociali.

Partendo da questo presupposto, la disposizione erotica del paziente può fornire al clinico molte informazioni: nella sessualità normale affettività ed erotismo sono ben integrati e riflettono una rappresentazione positiva delle relazioni oggettuali.

Al contrario relazioni oggettuali distorte possono portare a manifestazioni psicopatologiche di diverso grado: un esempio è dato dai pazienti sadomasochistici i quali, guidati da relazioni oggettuali caotiche, si ingaggiano in rapporti con partner umilianti e maltrattanti, spesso sfidando provocatoriamente anche il terapeuta in modo tale da portarlo a trattarli allo stesso modo.

Diversamente, nel contesto delle patologie narcisistiche, il paziente è portato talvolta ad una negazione difensiva dell’impulso erotico nel transfert, dovuta ad una esagerata interferenza del Super-Io.

Il problema del narcisismo può purtroppo riguardare anche i terapeuti, quando succede che questi traggano soddisfazione dall’essere idealizzati dal paziente e colludano con le sue manovre seduttive.

Ancora una volta, definire in maniera scrupolosa il contratto e il setting terapeutico può intervenire a tutelare sia il paziente che  il terapeuta; se esiste la possibilità di ricondursi ad un frame che sia chiaro e non ambiguo, anche le situazioni più problematiche possono essere risolte o interpretate.

In generale, quindi, Kernberg incoraggia una maggior attenzione alla dimensione sessuale della relazione terapeutica, e invita gli analisti ad essere pronti a tollerare le fantasie (proprie e del paziente) e le regressioni primitive, chiedendosi sempre quale significato possano avere in seduta.

Per chiarire questo punto, utilizza un aneddoto legato alla sua esperienza di terapeuta; racconta di una paziente che era solita presentarsi in seduta con un aspetto pesantemente trascurato e con addosso sempre lo stesso abito nero, maleodorante e sporco di cenere di sigaretta.

L’abito era però indossato in modo tale da lasciare puntualmente intravedere il seno, un seno gradevole alla vista e che  insinuava nel terapeuta un’eccitazione sessuale.

Come gestire una situazione del genere in seduta? Non (come qualcuno tra il pubblico ha proposto) con una manovra di cauta self-disclosure (“Vogliamo ragionare sul fatto che il suo seno mi sta eccitando?”) il che avrebbe potuto evocare nella paziente una reazione non del tutto opinabile (“Senta professor Kernberg, veda di andare a soddisfare i suoi bisogni sessuali altrove”), ma piuttosto con una manovra di confrontazione, volta ad indagare fino a che punto il paziente sia consapevole o meno di quanto certi suoi atteggiamenti possano assumere, agli occhi dell’altro, una connotazione sessuale.

Differenza sottile, ma non da poco.

 

 ARTICOLO CONSIGLIATO:

Donne e sessualità: tra soddisfazione  e legami di attaccamento – Recensione

 

 BIBLIOGRAFIA:

  • Kernberg Otto (2013). Amore e aggressività – Prospettive Cliniche e teoriche. Giovanni Fioriti Editore.  ACQUISTA ONLINE

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD) nell’età evolutiva: le strategie psicopedagogiche

Le strategie terapeutiche possono essere attuate su tre fronti, cioè lavorando individualmente con il bambino, operando con la famiglia, attraverso delle strategie di parent education e di parent training, occupandosi del contesto scolastico (insegnanti e bambini con sviluppo tipico) con il fine di ottimizzarlo. 

 

Abstract

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività è una patologia dell’età evolutiva. Essa ha un effetto particolarmente dirompente, connotando negativamente il rapporto che il bambino ha con se stesso, il suo contesto familiare, la sua esperienza scolastica. Frequentemente gli insegnanti non hanno gli strumenti operativi opportuni per fronteggiare tale criticità, che incide profondamente sulla quotidianità scolastica.

 

Disattenzione, impulsività e iperattività

Il disturbo da deficit di attenzione con iperattività si manifesta attraverso una sintomatologia che è rapportabile a tre parametri:

• l’attenzione;

• l’impulsività;

• l’iperattività.

L’attenzione può essere scissa in due componenti, ovvero l’attenzione automatica, che solitamente obbedisce a meccanismi inconsapevoli, e l’attenzione controllata, che è quella utilizzata allorquando si vuole dirigere il proprio focus attentivo verso un compito specifico.

Nel minore affetto da ADHD, come Chiarenza, Bianchi e Marzocchi (2002) avvertono, l’attenzione controllata è deficitaria. In pratica, il bambino non è in grado di dirigere e fermare la sua attenzione su di un compito specifico, soprattutto quando esso appare particolarmente elaborato e richiede un intervallo temporale protratto di applicazione. Inoltre, connessa all’attenzione, è la capacità di programmare e organizzare il lavoro, che, nel minore affetto da tale patologia, risulta notevolmente compromessa.

Relativamente all’impulsività, si assiste a comportamenti che denotano uno scarso controllo, ovvero un agire senza pensare. A questo riguardo Barkley, citato in Chiarenza, Bianchi e Marzocchi (op. cit., pag. 2), ascrive tale impulsività ad un’alterazione dei meccanismi cognitivi che presiedono al controllo del comportamento.

Riguardo all’iperattività, diverse ricerche hanno dimostrato che i minori affetti da ADHD presentano un notevole incremento dei movimenti del proprio corpo, rispetto ai bambini che non soffrono di tale patologia. Questa ipercinesi si osserva anche durante il riposo notturno.

 

La comorbidità del disturbo da deficit di attenzione con iperattività

Accanto al disturbo specifico dell’attenzione, spesso, i bambini presentano, in comorbidità, un disturbo del comportamento, che si estrinseca in due quadri clinici specifici, ovvero il disturbo della condotta e il disturbo oppositivo – provocatorio.

In un numero elevato di casi si palesa anche un disturbo dell’apprendimento, che si concretizza prevalentemente in difficoltà relative all’ambito della lettura (Chiarenza, Bianchi e Marzocchi, op. cit., pag. 3). Molto frequenti sono altresì i disturbi relazionali. In pratica, a causa dell’aggressività che i bambini evidenziano, i rapporti con l’alterità appaiono compromessi. Il minore, infatti, non è in grado di esercitare le abilità sociali, che fanno nascere le amicizie fra coetanei.

Le strategie terapeutiche – Il trattamento individuale

Le strategie terapeutiche possono essere attuate su tre fronti, cioè lavorando individualmente con il bambino, operando con la famiglia, attraverso delle strategie di parent education e di parent training, occupandosi del contesto scolastico (insegnanti e bambini con sviluppo tipico) con il fine di ottimizzarlo.

Il lavoro individuale con il bambino rientra in un intervento terapeutico di tipo cognitivo comportamentale. Nello specifico, gli obiettivi, che tale terapia si pone, sono quelli di insegnare al minore le tecniche di autocontrollo per la gestione dell’impulsività e le procedure cognitive utili ad affrontare i problemi che si presentano.

Riguardo alla prima finalità, al bambino si fanno apprendere le metodiche per controllare l’impulsività, attraverso il riconoscimento delle proprie emozioni e lo sviluppo di comportamenti alternativi di espressione della emotività.

Relativamente al secondo scopo, si utilizza una procedura di risoluzione dei problemi che passa attraverso i seguenti momenti:

• identificazione di un problema;

• generazione di alternative;

• scelta, realizzazione e valutazione di una soluzione” (Chiarenza, Bianchi e Marzocchi, op. cit., pag. 5).

Il trattamento familiare

L’intervento sui genitori del bambino affetto da ADHD si avvale di due strategie. Nel parent education si forniscono tutte le informazioni necessarie affinché i genitori siano completamente edotti e consapevoli della patologia del proprio figlio. Nel parent training si lavora con la coppia genitoriale per ristrutturare la percezione dei comportamenti del minore. In altre parole, si interviene sul sistema delle attribuzioni e sulle aspettative che i genitori del piccolo hanno. Sovente queste attribuzioni sono negative: infatti, i genitori ascrivono a valenze negative la maggior parte delle condotte manifestate dal bambino.

Questa percezione alimenta un vissuto depressivo, che mina il benessere dell’intero nucleo familiare. Il programma di parent training comprende anche l’apprendimento di procedure comportamentali finalizzate al controllo delle condotte distoniche. “Ai genitori viene insegnato a dare chiare istruzioni, a rinforzare positivamente i comportamenti accettabili, a ignorare alcuni comportamenti problematici e a utilizzare in modo efficace le punizioni” (Chiarenza, Bianchi e Marzocchi, op. cit., pag. 8).

Gli interventi psicopedagogici

Il contesto scolastico è il luogo nel quale si estrinsecano in maniera macroscopica le problematiche del ragazzo. Avere fra i propri alunni o fra i compagni di classe un bambino affetto da ADHD mette a dura prova la pazienza degli insegnanti e degli altri alunni. Frequentemente i docenti non conoscono fino in fondo la fenomenologia sintomatologica del disturbo e vivono talune manifestazioni come un attacco alla loro persona e alla loro autorità. Questo suggerisce che la prima strategia da utilizzare con loro è proprio quella di curare la conoscenza della patologia, in maniera da prepararli ad affrontare le peculiarità dell’ADHD.

In secondo luogo bisogna intervenire sulla loro resilienza, ovvero renderli emotivamente meno vulnerabili nell’interazione con il bambino affetto da disturbo dell’attenzione con iperattività.

Molte volte i docenti, laddove il minore manifesta anche disturbi del comportamento con condotte antisociali, vivono uno stato di ansia continua, legata al timore che il piccolo possa arrecare danni fisici ai suoi compagni. Questa preoccupazione alimenta una sensazione di precarietà e di frustrazione, per cui l’insegnate si sente in balìa delle circostanze ambientali, non in grado di esercitare il controllo della situazione problematica e dell’intero gruppo classe. 

L’intervento psicopedagogico rivolto al bambino affetto da ADHD nel contesto scolastico deve orientarsi su due fronti, ovvero lavorare con gli insegnanti, in modo che possano impadronirsi di alcune strategie comportamentali che hanno l’obiettivo di controllare il comportamento del piccolo. Contemporaneamente è necessario operare con i compagni di classe, promuovendo tutti quelli atteggiamenti inclusivi, che possano veicolare dinamiche interattive positive, per mezzo delle quali il bambino possa sentirsi accettato e capito dai coetanei.

Il minore affetto da patologia dell’attenzione con iperattività ha delle caratteristiche che devono essere conosciute dai docenti al fine di ottimizzare l’intervento didattico. Per esempio, egli solitamente è più tranquillo nella prima parte della giornata scolastica, mentre verso la fine delle lezioni si esacerbano i suoi comportamenti problematici. Di questo bisogna tenerne conto nello strutturare la cronologia della giornata. Nella prima parte è bene proporre delle attività che richiedano dei compiti attentivi maggiori, riservando ad attività meno impegnative, più improntate alla dimensione ludica, il tempo rimanente. 

Altro accorgimento è quello di scomporre i nuovi apprendimenti in microunità didattiche, che siano a misura dei tempi attentivi del piccolo, in maniera che egli possa sentirsi motivato ad apprendere, ritenendo il compito apprenditivo alla sua portata.

In ogni classe si creano delle dinamiche affettive fra i vari alunni, fatte di simpatia, comunanza di intenti, sintonia di bisogni. Questo avviene anche nei contesti dove è inserito un minore affetto da ADHD. Ai fini del miglioramento delle interazioni sociali all’interno della classe, si deve utilizzare il coetaneo con il quale il minore ha maggiore affinità come tutor e come mediatore nel rapporto con gli altri alunni.

Tutti gli insegnanti, che fanno parte di una classe in cui è presente un minore affetto da tale patologia, dovrebbero avere lo stesso modo di operare, soprattutto per quel che riguarda il controllo della disciplina. A questo riguardo è opportuno che l’intero team dei docenti si faccia carico di osservare alcune semplici regole relative al controllo dei comportamenti, che devono essere applicate da ognuno in qualunque circostanza. In pratica, il gruppo dei docenti deve concordare quali comportamenti, anche se distonici, possono essere tollerati, e quali, invece, devono essere puniti, avendo cura di uniformare gli interventi punitivi, servendosi dei paradigmi della token economy.

Altra procedura da osservare è quella di creare una successione subitanea fra comportamento scorretto ed eventuale punizione. Infatti, più aumenta l’intervallo temporale fra stimolo (comportamento problematico) e risposta (punizione) e più si perde l’incisività sulla condotta distonica.

Al bambino problematico deve essere spiegato con sufficiente chiarezza quello che può fare e quello che invece non è permesso. Le regole devono essere semplici, capibili ed in numero esiguo. È necessario che esse siano continuamente ripetute, in modo che possano divenire bagaglio interiore del ragazzo. Inoltre, egli deve sapere a che cosa va incontro nel momento in cui trasgredisce qualcuno dei precetti concordati. Ogni volta che il minore manifesta dei comportamenti sintonici, essi devono essere sottolineati e lodati, in maniera che possano diventare elementi per la costruzione dell’autostima.

Con il bambino affetto da ADHD deve esserci da parte degli insegnanti un’interazione sistematica, ossia si deve coinvolgerlo il più possibile e questo coinvolgimento, che serve a sollecitare i suoi processi attentivi, deve essere fatto verbalmente, chiamando, frequentemente, il ragazzo per nome.

Spesso è utile servirsi dei cosiddetti “antistress”: sono oggetti che il bambino può utilizzare per scaricare la tensione. Essi permettono al minore di canalizzare la sua iperattività, consentendogli di stare seduto più a lungo. Questi elementi possono essere, come La Prova (2013) fa notare, dei braccialetti da far andare su e giù per il braccio, degli elastici da tendere, un portachiavi con moschettone da far ruotare. È opportuno far fare al bambino degli esercizi motori, mentre è seduto, che permettono di scaricare la tensione, come il sollevarsi con le mani dalla sedia per un tempo stabilito o premere le mani una contro l’altra per 10 secondi (La Prova, op. cit., pag. 7, 8, 9).

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

ADHD: nuove prospettiva con la Tecnica Pomodoro e il Sober 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Chiarenza, A. G., Bianchi, E. e Marzocchi, G. M. (2002). Linee guida del trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD). Linee guida della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza. DOWNLOAD
  • La Prova, A. (2013). ADHD e compiti a casa: manuale pratico di sopravvivenza. Roma: Edizioni FORePSI. DOWNLOAD

Rimuginio, gelosia e lunaticità nelle donne: maggiore rischio di Alzheimer?

FLASH NEWS

Esiste una possibile connessione tra nevroticismo e Alzheimer?

È quanto risulta da uno studio longitudinale durato 38 anni e che ha coinvolto 800 donne di età media di 46 anni.

La maggior parte delle ricerche sull’Alzheimer si sono concentrate su fattori quali educazione, fattori di rischio cardiovascolari, traumi cranici, storia familiare e genetica. Ma anche la personalità può avere un’influenza sull’insorgenza di alcune malattie, quale ad esempio la demenza, attraverso i suoi effetti sul comportamento, lo stile di vita e la gestione dello stress. Per questo Lena Johannsson ha deciso di indagare la possibilità di una connessione tra nevroticismo e Alzheimer.

Le persone nevrotiche mostrano una certa tendenza all’ansia, alla preoccupazione e al rimuginio, così come la gelosia e i frequenti cambiamenti d’umore.

Per raccogliere le informazioni desiderate è stato chiesto alle partecipanti se avessero vissuto episodi di stress della durata di un mese o più, indipendentemente dal fatto che fossero associati a lavoro, salute o situazioni familiari, nei cinque anni precedenti e sono stati somministrati loro diversi test: un test di personalità per indagare i livelli di nevroticismo e introversione/estroversione e alcuni test di memoria.

L’introversione è descritta come timidezza e riservatezza e all’opposto l’estroversione è l’essere socievoli; il nevroticismo, invece, è associato a espressioni di rabbia, colpa, invidia, ansia o depressione.

Lo studio ha rilevato che il fattore introversione/estroversione non ha influenze dirette sulla comparsa della malattia, mentre le donne con i punteggi più alti nei test per il nevroticismo mostravano un rischio doppio, rispetto alle altre, di sviluppare la demenza.

 

 ARTICOLO CONSIGLIATO:

Ippoterapia e Alzheimer: quando gli animali aiutano i più anziani

BIBLIOGRAFIA:

Marbles (2014): una Graphic Novel sul Disturbo Bipolare. Di Ellen Forney

Marbles di Ellen Forney, fumettista americana di Seattle affetta da un disturbo bipolare, racconta la storia della propria malattia utilizzando il mezzo espressivo a lei più congeniale: il racconto fumettistico.

La collana Psycho Pop di Edizioni BD, curata dalla scrittrice Micol Beltramini, ha la finalità di raccontare situazioni complesse a livello emotivo, psicologico e sociale senza mai scadere nella pesantezza o nella retorica, grazie a un impianto visuale pop e a un approccio narrativo intelligente e ironico.

L’obiettivo mi pare pienamente raggiunto in Marbles di Ellen Fourney, fumettista americana di Seattle affetta da un disturbo bipolare, che racconta la storia della propria malattia utilizzando il mezzo espressivo a lei più congeniale. Il racconto fumettistico è molto appassionante ed autentico, anche perché la vita dell’artista è già di per sé interessante.

Al di là della malattia Ellen pare una persona vivace, complessa, molto autoriflessiva e fiera rappresentante del mondo queer. Il
suo stile grafico è realistico e originale, con l’alternanza di immagini molto curate ed altre che sembrano quegli schizzi che si fanno mentre si è sovrappensiero (magari mentre si parla al telefono o mentre si ascolta una conferenza noiosa) ed altre ancora, molto significative, realizzate nelle fasi più acute della malattia.

Tra un La mania fa paura, ma è fica e l’idea bizzarra, subito abbandonata, che la parte maniacale si prenda cura della parte depressiva, l’opera rappresenta in modo efficace il difficile percorso che l’autrice compie per trovare un equilibrio, in cui entrano in gioco sia fattori prettamente biologici (la lunga ed estenuante ricerca del giusto mix di farmaci), sia il migliorare il proprio stile di vita (praticare yoga, astenersi dal consumo di droghe).

Soprattutto per le persone affette da disturbo bipolare, la ricerca della stabilità passa attraverso un processo di autosservazione e presa di coscienza delle proprie reazioni psichiche di fronte a certi stimoli.

Ma spesso non è facile

E’ come un cucchiaio che cerca di guardarsi mentre mescola

osserva acutamente l’autrice, che si arma di bloc notes per fermare sulla carta un po’ di quella realtà che tende a fuggire troppo rapidamente, diventando un sorta di reporter di sé stessa.

Commovente la scena in cui Ellen, spinta forse dal bisogno di qualcosa di solido a cui aggrapparsi, si trova ad abbracciare un grosso albero durante la passeggiata in un parco. Gran bella immagine.

Nel libro vengono raffigurati in modo preciso gli incontri periodici con la psichiatra per la valutazione delle diverse terapie psicofarmacologiche, descritte in modo scientificamente corretto, soprattutto per quanto riguarda gli effetti benefici e collaterali (ad esempio viene spiegata in modo puntale la rara ma temibile necrosi cutanea, o sindrome di Steven- Johnson, indotta
dallo stabilizzatore dell’umore lamotrigina). Si percepisce che tra le due si instaura una buona alleanza terapeutica, in cui la paziente si fida del medico e in cui lo specialista non ha mai un atteggiamento giudicante o paternalistico, ma cerca di coinvolgere la persona in ogni decisione terapeutica. La psichiatra risulta particolarmente umana quando concede coraggiosamente a Ellen di fumare un po’ d’erba ogni tanto per contrastare l’anorgasmia indotta dai farmaci, nonostante sia ben consapevole dei possibili effetti collaterali della cannabis sui disturbi dell’umore.

Ampio spazio viene inoltre dedicato al rapporto tra creatività e disturbi mentali, con i riferimenti alle storie di artisti come Michelangelo, Sylvia Platt, Edvard Munch, Vincent Van Gogh. Meglio tenere le sofferenze o l’ispirazione? è la domanda cardine di questa parte. Ma le sofferenze fanno schifo! e l’autrice giunge alla conclusione che solo quando è equilibrata riesce a concentrarsi e a svolgere il proprio lavoro. Un messaggio positivo e maturo, in netta antitesi con una lunga tradizione di  affascinanti artisti maledetti.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Martin Kolbe e il suo tour bipolare (Bipolar Roadshow) – Intervista

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Forney, E. (2014). Marble. Psycho Pop Edizioni BD. 

Marbles - Anteprima pagina 231

La solitudine di Alessandro – Centro di Igiene Mentale – CIM Nr.13 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

 – CIM CENTRO DI IGIENE MENTALE – #13

La solitudine di Alessandro 

 

– Leggi l’introduzione –

Alessandro aveva circa quarant’anni, fisico imponente da cestista. Non si lavava da almeno un mese e puzzava di escrementi e di fumo. Faccia da mangiatore di patate di Van ghogh, capelli fini color paglia che resistevano solo ai lati, occhi azzurro-follia spaventati in cerca di risposte su quanto stesse succedendo. Tutti, smarriti come bambini nel bosco, cercavano di capirci qualcosa.

Il capitano dei carabinieri di Monticelli aveva chiamato direttamente sul cellulare di Biagioli e ciò stava a significare che era gradita proprio la presenza del responsabile del CIM. Secondo le regole essendo ormai le 21.00 l’ambulatorio era chiuso e le emergenze erano compito della guardia medica con eventualmente il 118. Le regole, però non erano importanti per quelli del CIM. Il capitano Ruffi aveva stima di Biagioli che aveva restituito a lui una moglie e ai suoi quattro figli una madre dopo una depressione puerperale che l’aveva portata molto vicina al debutto sulla cronaca nazionale. Si era creata tra i due una sorta di imbarazzata confidenza. Se non fossero stati entrambi così riservati si sarebbero potuti dire amici ma era parola che riservavano solo per pochi intimi da lungo tempo. Dichiarata era la stima reciproca. Non potendo ammettere il piacere di stare insieme si concedevano periodici pranzi di lavoro per esaminare varie situazioni che stavano al confine tra le loro due competenze. Biagioli aveva imparato a citare gli articoli del codice e Ruffi azzardava diagnosi.

Non potendo entrare nel parcheggio del CIM chiuso per la notte sarebbe andato con la sua Golf. Antonio Nitti che aveva già i piedi sotto il tavolino per la cena smadonnò al citofono mentre si infilava la giacca e recuperava la borsa. Aveva il difetto di abitare vicino a Biagioli e il pregio di essere sempre disponibile. La tromba delle scale rimbombava della sua corsa mentre sulla mappa Biagioli cercava “località rio freddo” la location della loro prossima impresa. Se non avessero fatto troppo tardi ci sarebbe scappata una cena a tre da “La grande abbuffata” pit stop di tutti i camionisti che uscivano appositamente dall’autostrada. Ma prima il lavoro.

La facciata dell’antico casale, sfuggito chissà come all’agriturismizzazione, pulsava di bianco e di blu per l’intrecciarsi delle muffole delle tre gazzelle circondate da militi coraggiosi di fronte alla delinquenza e smarriti di fronte all’imprevedibilità della follia. Dovevano essere lì da un pezzo a giudicare dalle cicche per terra ma nessuno era entrato. Ruffi disse a Biagioli che il Pezzato (non ce la faceva proprio a non usare il cognome con l’articolo come a scuola), ovvero Alessandro, il paziente, era ritornato in casa dopo il casino che aveva fatto. Urlava minacce di morte a tutti e aveva dato prova di fare sul serio. Non era ancora calato del tutto il sole che aveva impiccato il suo pastore maremmano al fico sul lato destro del casale. La povera bestia ancora penzolava spettrale alla luce delle muffole delle auto.

Uccidere il proprio cane, unica sua compagnia, era un pessimo segno prognostico dell’intenzione di finirla non avendo più nulla da perdere. Dopo aver giustiziato il cane, impugnata un ascia aveva distrutto la porta e il soggiorno dei vicini che sembrava bombardato. I signori Ferretti visto il cane impiccato temendo una crisi più grave delle solite avevano abbandonato tutto e, dato l’allarme, erano fuggiti in macchina dalla suocera in paese. Antonio e Carlo affacciatisi oltre la porta iniziarono a chiedere ad Alessandro di dar loro una mano per tirar giù Lampo ( il nome lo avevano visto sulla cuccia) che da soli non ce l’avrebbero fatta. Ruffi fu pregato di portare tutti i carabinieri in casa Ferretti per fare un censimento dei danni e rendere meno militarizzato e ostile l’ambiente. Il mostro piangeva singhiozzando, chiese immediatamente una sigaretta e si accomodarono intorno al tavolo della sala.

Alessandro aveva circa quarant’anni, fisico imponente da cestista. Non si lavava da almeno un mese e puzzava di escrementi e di fumo. Faccia da mangiatore di patate di Van ghogh, capelli fini color paglia che resistevano solo ai lati, occhi azzurro-follia spaventati in cerca di risposte su quanto stesse succedendo. Tutti, smarriti come bambini nel bosco, cercavano di capirci qualcosa.

Alla terza sigaretta prosciugata in poche tirate iniziò a spiegare. Dalla morte della madre avvenuta un mese prima i vicini avevano iniziato a tormentarlo. Lo deridevano attraverso la televisione e la radio che quindi aveva dovuto gettare nel pozzo. Con le antenne paraboliche gli leggevano nella mente e i pensieri migliori glieli rubavano sostituendoli con altri orribili. Ne abusavano sessualmente con dei raggi laser potentissimi. Per difendersi mostrò cosa aveva predisposto. Sotto i pantaloni aveva una sorta di cintura di castità o di mutande di lamiera che si era costruito da solo. Non poteva più togliersele nonostante lo ferissero a sangue e l’igiene intima ne aveva risentito pesantemente. Alla vista del marchingegno e afferrato alla gola dall’odore che emanava Antonio ebbe un conato di vomito e corse fuori ad accendersi una sigaretta.

Siccome nonostante tutto le protezioni quel pomeriggio il traffico di pensieri nel suo cervello era continuato aveva capito il loro trucco. Avevano sostituito Lampo, l’essere che più gli stava vicino, con un robot in grado di controllare tutte le sue funzioni mentali e fisiche. Per questo aveva dovuto liberarsene ed esporlo sul fico in modo che i Ferretti capissero che certi trucchi con lui non funzionavano.

Biagioli fece un primo resoconto a Ruffi di quanto era probabilmente accaduto. Alessandro dopo la morte del padre avvenuta due anni prima viveva da solo con la madre. La signora era stata per un anno afflitta da un carcinoma al pancreas ed era morta esattamente trentacinque giorni prima. Da quel momento nessuno aveva più somministrato ad Alessandro la terapia farmacologica che la dottoressa Mattiacci gli aveva prescritto ed il delirio persecutorio era riesploso.

La trascuratezza del CIM era evidente. Già la morte della madre in sé rappresentava un evento stressante ed Alessandro era stato lasciato solo ad affrontare la situazione e persino senza terapia. Sarebbe bastato un farmaco depot o, meglio, quotidiane visite domiciliari infermieristiche anche per gestire la casa (igiene e alimentazione) e la possibile tragedia sarebbe stata evitata. 

Ruffi accettò di non procedere penalmente con l’arresto che sarebbe stato un atto dovuto purchè il Pezzato fosse immediatamente ricoverato e saldamente preso in carico dal CIM. Lampo rimase appeso a ricordare quella notte di terrore mentre Alessandro salì con Antonio nella golf di Biagioli, che ne avrebbe portato per sempre il ricordo olfattivo, per raggiungere il reparto di psichiatria di Vontano.

Mentre guidava veloce con i fari antinebbia accesi lungo le curve di montagna che conducevano a Vontano Biagioli rimuginava. Sul lavaggio interno che avrebbe dovuto pagarsi perché la golf tornasse abitabile e sul discorso fermamente indignato che avrebbe dovuto fare agli operatori per quanto era accaduto. Contrario per carattere a imporsi e rimproverare e portato invece all’esempio e al motivare si sentiva parzialmente responsabile di quanto era accaduto e soprattutto di quanto sarebbe potuto accadere. Si sarebbe meritato una denuncia per abbandono di incapace e per un attimo pensò davvero di autodenunciarsi per sollevare il problema in modo clamoroso. Un istrice che attraversò di corsa la strada, il colpo di freni e la successiva sbandata sull’asfalto umido dalla nebbia lo riportarono al presente.

Chi seguiva la situazione del Pezzato? (come avrebbe detto Ruffi) chiese ad Antonio Nitti che stava con la testa fuori dal finestrino come i cocker in autostrada nelle macchine che vanno in vacanza avendo preferito il freddo al puzzo. Alessandro era stato seguito lungamente dalla dottoressa Lina Mattiacci e dalla dottoressa Maria Filata. Una accoppiata di rilievo per professionalità e dedizione.

Alessandro nasce da un rapporto occasionale tra Aldo e Antonia. Aldo è un maresciallo dei carabinieri che viene inviato in servizio a Monticelli e lascia a Noto la moglie e due figli piccoli. Antonia ormai trentatreenne decide comunque di portare avanti la gravidanza nonostante le pressioni di Aldo che chiarisce sin da subito di non avere alcuna intenzione di abbandonare la famiglia.

 

Il figlio della colpa cresce nel podere dei nonni materni accerchiato dal soffocante affetto della madre e dallo scherno dei paesani che lo chiamano “il bastardello”. Il padre contribuisce con sporadici vaglia postali e crede di aver fatto il suo dovere quando a 15 anni riesce a farlo entrare all’accademia navale garantendogli così una istruzione ed un lavoro. All’idea di separarsi dalla madre è convinto di morire di crepacuore, invece avviene il miracolo. Non prova alcun dolore. Se si consente qualche nostalgia è di cose materiali, di comodità che l’accademia non permette. La madre e i nonni è come se non fossero mai esistiti. Per non aver più freddo l’animo si è gelato. Con il padre non ha contatti. L’accademia è dura e impara benissimo a cavarsela da solo e, come gli insegnano, a camminare sempre “col culo a paratia” per non offrire il fianco ai potenziali nemici.

Terminati gli studi si congeda e crea un impresa privata che produce strumenti per la navigazione di diporto, si afferma e fa soldi. Il suo unico hobby è il basket, imparato in accademia che pratica e di cui è tifoso. Vive prevalentemente a Roma sede dell’azienda e va a trovare la madre una o due volte al mese. In paese non lo chiamano più il “bastardello”. Ha soldi, successo e soprattutto sa farsi rispettare. Ordina alla madre di non accettare più quei miseri vaglia postali che gli ricordano la sua origine. Lui ce l’ha fatta ormai. Non ha amici ma solo colleghi di lavoro (in realtà dipendenti). Bello e prestante gode fama di grande amatore. E’ uno scapolo d’oro e colleziona una infinità di donne ma fugge ogni legame profondo e duraturo. E’ generoso sulle cose materiali ma non si fida a mettere in ballo il suo cuore. Il suo distacco è direttamente proporzionale al suo successo con le donne ma addirittura geometricamente proporzionale alla sua solitudine.

Costringe all’aborto due fidanzate. Lascia alle sue spalle una serie di tentati suicidi per amore. Molti dei quali certamente dimostrativi ma colleziona anche una sedia a rotelle permanente e una camera ardente piena di giovani disperati e arrabbiati con lui. Si sente enormemente potente, tutto ciò che fa gli riesce e non deve risponderne a nessuno. Per la verità alle feste comandate quando non lavora si sente sprofondare in una melma di tristezza come in certe domeniche pomeriggio all’accademia. Ma un po’ di polvere bianca e tanta tanta fica cancellano tutto. Non è felice la sua vita. Un deserto, un vagare insensato con il solo obiettivo di esaurire i suoi compiti. Sommamente efficiente riempie l’agenda di compiti e l’unica soddisfazione che prova sta nello spuntarli, nell’aver fatto il suo dovere. Anche i divertimenti, gli svaghi, le vacanze, il sesso sono calendarizzati e spuntati. Il suo scopo è fare tutto bene e subito nella speranza che, come gli diceva la madre “prima il dovere e poi il piacere”, prima o poi arrivi il tempo del piacere.

E’ così fissato nel portarsi avanti con gli impegni che più volte ha pensato che l’ultimo compito sarà la morte dopodiché finalmente potrà prendersi del tempo per sé. Gli è balzato in mente di anticiparla e togliersi il pensiero. Molti suoi comportamenti sembrano proprio finalizzati inconsapevolmente a depennare anche l’ultimo impegno e per questo viene chiamato il CIM ad intervenire. Paracadutismo, deltaplano, arrampicata libera li usa come stimoli per risvegliarsi dal sonno delle emozioni. Ha tre incidenti per guida spericolata sotto l’effetto di sostanze e resta per un mese in coma. Dopo la dimissione si rifugia a casa della madre e non esce per quasi due mesi. Gli eccessi precedenti e la conseguente chiusura gli fanno conquistare la diagnosi di disturbo bipolare dell’umore e la Mattiacci gli allaga il cervello di stabilizzatori (depakin, tregretol) e, mostrandosi contrariato dagli effetti collaterali sulla sessualità, il grande vecchio insuperato Litio.

E’ diventato mite. Con la dottoressa Filata cerca di dar ordine alla sua vita. Si conforma alle regole antieccessi di protezione dell’umore. Niente stravizi, a letto presto, vita sana e buone compagnie. La cartella clinica riporta due soli interventi in emergenza negli ultimi cinque anni. Una scazzottata con perdita di due incisivi da parte di un vecchio compagno delle elementari che aveva esercitato la memoria sul suo antico soprannome che gli era costata un incremento del dosaggio del litio e controlli ematici più frequenti. Un tentativo di suicidio con i farmaci giudicato goffo e inattendibile che aveva comportato solo una lavanda gastrica in pronto soccorso.

Pezzato Alessandro era progressivamente diventato un caso dormiente ovvero cronicizzato, stabile che non crea problemi e dal quale le risorse vengono progressivamente ritirate per essere investite sui casi attivi. L’assunzione dei farmaci era garantita dalla presenza della madre. Antonia tre anni prima dei fatti narrati aveva avuto un ictus che l’aveva relegata su una sedia a rotelle e le rendeva confuso e malamente comprensibile il parlare. In quel caso il CIM aveva rivalutato la situazione e cercato di promuovere una autonoma gestione della casa da parte di Alessandro il cui ritiro si era accentuato dopo la malattia della madre. Si sarebbe dovuto predisporre una presenza infermieristica capillare ma quello era il tempo dell’esperienza di “villa Santovino” e le risorse residue erano poche.

La compianta Silvia Ciari che faceva un punto d’onore del comporre esigenze diverse in modo da soddisfare più bisogni ebbe un’idea che parve a tutti geniale. I Ferretti,vicini di casa di Antonia e Alessandro, avevano la prima figlia Simona che aveva concluso le scuole medie inferiori con il sostegno per una encefalite all’età di tre anni. Il comune gli aveva fatto saltuari contratti come operatrice ecologica ma, non essendo in grado di guidare ogni giorno il padre doveva accompagnarla e riprenderla. La trovata di Silvia fu di esternalizzare l’assistenza di Alessandro utilizzando il sussidio d’accompagnamento di Antonia e un contributo di 300 € deliberato a favore di Alessandro. Simona, con l’aiuto di tutta la famiglia Ferretti si occupava dunque dell’assistenza di Antonia e della terapia farmacologica di Alessandro. Per un anno era andato tutto bene. Poi la violazione della privacy ormai quasi autistica del ritiro di Alessandro era stata forse la causa del delirio persecutorio sviluppato. Poiché negli ultimi tempi Alessandro aveva cercato di molestare Simona c’erano stati vivaci scontri tra le due famiglie. Antonia in seguito ad una recidiva dell’ictus si era aggravata ed era morta tre settimane prima dell’emergenza. Simona aveva paura ad entrare nella casa dove Alessandro era rimasto solo e così la farmacoterapia era stata bruscamente interrotta rotte le uova si stava preparando la frittata indigesta che era toccata fortunosamente, solo al povero Lampo.

Il ricovero doveva essere l’occasione per un nuovo inizio caratterizzato dalla presa in carico dei reali bisogni di Alessandro, mentre il passato sembrava essersi impaludato nella gestione di un problema di ordine pubblico. I farmaci, la compagnia della vecchia madre ed il sostegno di Simona Ferretti avevano lo scopo di ammucchiare cenere sulla brace, mantenere lo status quo, evitare problemi. Insomma tirare avanti. Inconsciamente anche gli operatori colludevano con l’idea di Alessandro circa l’inutilità della sua vita e col desiderio che presto anche l’ultimo compito di questa esistenza disgraziata fosse compiuto. Ma quella era anche l’unica vita a disposizione che in tutta l’eternità era data a quella combinazione unica di geni ed esperienze particolari che rispondeva al nome di Alessandro Pezzato.

Nella riunione generale di equipe del CIM che doveva impostare il futuro progetto terapeutico Biagioli propose un gioco. Ognuno doveva indicare uno o due aggettivi che descrivessero Alessandro e poteva toglierne uno che gli apparisse inopportuno. Solo……..arrogante………narcisista……spaventato….sfortunato….rifiutato….gradasso…….smarrito. Questi furono solo alcuni dei 25 aggettivi con cui la complessa personalità di Alessandro venne descritta. Alla fine il mostro che aveva spaventato le forze dell’ordine ed era temuto dall’intero paese che ne invocava la chiusura definitiva negli agonizzanti ma ancora esistenti manicomi criminali fu riassunto da Biagioli in poche frasi.

Si trattava di un bambino rifiutato e abbandonato che aveva sperimentato la minacciosità degli altri e ne era terribilmente spaventato . Aveva imparato a difendersi in due modi. Non legarsi a nessuno per non rischiare delusioni ed usare gli altri come oggetti per la soddisfazione dei propri bisogni. Non fidarsi soprattutto di chi si offriva di accudirlo e controllare tutto per non avere fregature. Questo atteggiamento freddo, distaccato, lucido e controllante aveva portato notevoli successi in ambito professionale e si era dunque rinforzato per i lussi il sesso e la cocaina che comportava. Ma il bambino Alessandro sotto la corazza del guerriero era rimasto tremante, solo e spaventato avvolto in un freddo paralizzante che era diventato mortale con la scomparsa della madre. Quando aveva pensato che anche Lampo lo avesse tradito aveva sentito che tutto era finito e come un kamikaze aveva voluto andare incontro alla morte.

Biagioli decise. Si sarebbero occupati di lui quegli operatori che riuscivano a vedere e sentire il bambino spaventato e abbandonato dietro gli atteggiamenti da gradasso del mostro. Il primo ad essere indicato fu proprio Biagioli per la facilità con cui si calava nel ruolo di buon padre affettuoso ma normativo e per il legame indelebile che si era creato tra Alessandro e la sua golf. La dottoressa Filata perché rappresentava la continuità con il passato, aveva con lui un buon rapporto e non era opportuno fargli sperimentare un altro abbandono. Come infermieri Gilda e Antonio per l’entusiasmo vitale che sprigionavano e che si sperava contagioso.

Biagioli predispose un piano di progressivo scalaggio dei farmaci convinto com’era che la necessità di farmaci fosse inversamente proporzionale alla presenza e all’impegno degli operatori. Era convinto che al di là delle manifestazioni aggressive e delle oscillazioni del tono dell’umore il problema di fondo fosse una miniera di tristezza. I farmaci potevano coprire i sintomi socialmente indesiderabili ma serravano ancora di più l’accesso a quella miniera. La dottoressa Filata aveva il compito di tenere per mano Alessandro nell’esplorazione dei cunicoli bui di quella miniera, puntellarne la volta e piazzare le fiaccole per l’illuminazione.

Uno dei temi fondamentali era il disvalore che Alessandro si era attribuito per essere stato abbandonato dal padre. Al contrario non teneva conto dell’affetto mostratogli dalla madre e dai nonni che l’avevano voluto a tutti i costi nonostante la difficilissima situazione e lo scandalo che, per il tempo d’allora, creava.

Nessuno degli interlocutori era più in vita. Maria chiese ad Alessandro di avviare un carteggio ideale con il padre e con la madre in cui lui doveva scrivere a loro delle lettere e poi, mettendosi nei loro panni, rispondersi. Lo scopo era facilitare un decentramento che portasse alla comprensione ed al perdono. Non si arrivò mai completamente a ciò. Dopo le iniziali lettere di rabbia per non avergli dato ciò che gli spettava, l’ira si stemperò in pena e tristezza. Erano stati dei poveri incapaci non cattivi e soprattutto non era sua la colpa, lui era semplicemente la vittima. Come del resto loro stessi. Dopo alcuni mesi di lavoro manifestò persino l’interesse di conoscere i fratellastri di Noto che vide come altre vittime della vicenda, ma decise poi di non turbare altre esistenze.

Il perno di tutto il suo dolore è l’arrivo in accademia navale all’età di 15 anni. La voce tremava nel raccontarlo. La tiepida mattina presto di aprile mischiava gli odori della campagna primaverile con la miscela al 3% dell’Ape Piaggio con cui il nonno lo accompagnava alla stazione termini. Nella stretta cabina con la valigia poggiata sulle ginocchia e la testa sulla giacca di velluto marrone del vecchio contadino intrisa di umido e fumo di toscano aveva vissuto gli ultimi momenti di una intimità domestica protettiva.

Il diretto Roma- Napoli lo aveva trasportato in uno stato di trance che non aveva lasciato ricordi. Il golfo di Napoli abbagliante di sole aveva assistito alle sue prime umiliazioni nel cortile dell’istituto dove era stato fatto spogliare da capo a piedi 5 volte perché sbagliava il nodo all’ultimo indumento da indossare: la cravatta. Le flessioni in numero pari ai secondi di ritardo alla cerimonia dell’alzabandiera lo vedevano finire con un tonfo faccia a terra con la saliva mista al sudore gocciante al suolo. Non riusciva a mangiare il brodo grasso con le verdure lessate che rappresentava la costante di pranzi e cene e alla cerimonia della Promessa che si teneva dopo quindici giorni dall’arrivo si ritrovò nel solito cortile assolato a “quattro di bastoni” tra la polvere che impastava bocca e narici e le risate degli altri allievi. Il tenente medico dell’istituto raccomandò al sergente Izzo, che sapeva iscritto al primo anno di psicologia alla Federico II°, di stare vicino al giovinetto che mostrava evidenti fragilità. Il compito fu preso da Izzo talmente a cuore che iniziò Alessandro a tutti i segreti della vita dell’istituto per cavarsela in ogni situazione. Si sentiva protetto e si fidava per cui non ebbe obiezioni quando Izzo si presentò nella sua camerata in accappatoio dicendo che gli avrebbe insegnato come farsi una doccia che potesse essere degna di tale nome.

La madre la vedeva soltanto durante le vacanze estive ma non riusciva a spiegare a lei e ai nonni l’inferno che viveva in accademia. I due mondi erano separati e incomunicabili. I primi rapporti sessuali erano stati con delle prostitute cinesi nei vicoli dell’angiporto. Le disprezzava in quanto prostitute ed in quanto cinesi. Col tempo questo disprezzo divenne parte fondamentale del godimento sessuale. Le doveva sottoporre a pratiche umilianti con escrementi e improvvisati strumenti di tortura. Ricordava ancora con terrore la sera che la giovanissima Chin On, che lui chiamava scimmietta, una bambina tredicenne che la madre aggiungeva come optional per soli 10€ alle sue prestazioni , aveva temuto morisse per una emorragia che l’aveva fatto fuggire inorridito e chiamare immediatamente l’ambulanza. Per questo genere di cose servono i soldi e Alessandro si fece rapidamente strada nel commercio delle sostanze. Grazie all’appoggio di Izzo aveva il monopolio assoluto all’interno dell’accademia e gli erano affidate la metà delle scuole medie del Vomero. Riusciva persino a mandare i soldi a casa dicendo che nel tempo libero lavorava in un ristorante. Antonia se ne vantava con tutto il paese dicendo che il figlio aveva insegnato a fare la pizza ai napoletani.

Durante le vacanze a Monticelli scoprì un nuovo rassicurante modo di stare con gli altri: il rispetto intimorito. Non si potevano certamente definire amici ma molti coetanei del paese lo ammiravano per i suoi soldi e lo temevano sapendolo facile all’ira e senza scrupoli. Quando iniziò ad essere intollerante dell’opprimente patrocinio di Izzo fu trovato nel suo armadietto un sacchetto di polvere bianca che gli costò l’espulsione dall’accademia. Tornato a Monticelli in una casa in affitto prese ad operare come pendolare sulla piazza romana. Il primo episodio delirante risaliva proprio al periodo del suo sbarco su Roma.

 

Il consumo di cocaina era vertiginoso e il bisogno di sempre maggiori quantità di denaro gli fecero mettere da parte la prudenza. Entrò in rotta di collisione con i fratelli Genovesi per il controllo del ricco e crescente distretto del Pigneto. L’ultimo ricordo che riusciva a recuperare era la comparsa di una pattuglia della polizia nel bar di piazza dei condottieri dove avevano l’appuntamento per la trattativa. Il resto glielo aveva raccontato il suo difensore d’ufficio al suo risveglio nell’infermeria del carcere di Rebibbia. I poliziotti avevano chiesto di identificarlo e lui li aveva minacciati con una pistola con la matricola abrasa (che non aveva mai visto ne tantomeno posseduto). Ne era seguita una colluttazione che gli aveva fratturato la mandibola e il polso destro e lo aveva sprofondato in un coma da commozione cerebrale che giustificava l’amnesia lacunare.

Scontati i sei mesi della condanna per direttissima era tornato a Monticelli ma i fantasmi persecutori lo seguirono. Tutti lo spiavano. Le donne volevano portargli via i suoi soldi, gli uomini la sua potenza sessuale. Era, in entrambi i casi l’invidia il movente della loro persecutori età. Pensarsi invidiato da tutti, se da un lato lo faceva sentire in pericolo, dall’altro costituiva un sostegno per la sua autostima per la sua autostima sempre più vacillante dopo la perdita di 5 denti per l’intervento della polizia, della capacità erettile per l’abuso di cocaina, dell’azienda di attrezzature da diporto per la fama di inadempiente che si era fatto e dei capelli per una precoce calvizie di origine genetica, unico lascito del suo sconosciuto padre poliziotto siciliano.

A questo periodo risalivano i primi contatti con il CIM. In genere per comportamenti aggressivi e bizzarrie che ai colloqui con la dottoressa Mattiacci mostrarono subito il loro radicarsi in uno strutturato delirio persecutorio che diede il via ad un bombardamento di neurolettici, associato in seguito ingenti coperture con stabilizzatori dell’umore per l’andamento oscillante della sintomatologia. Il massiccio carico farmacologico produsse un progressivo ritiro dalla vita sociale e così cessarono le indignate richieste di intervento da parte dei cittadini benpensanti. Bloccato dalla camicia di forza chimica aveva cessato il lavoro, rinunciato all’affitto ed era tornato a vivere in campagna da Antonia.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore dei compaesani aveva cessato di essere un problema anche per il CIM che aveva finito per dimenticarselo, fino alla notte della mancata tragedia. La dedizione assoluta con cui la dottoressa Filata si dedicava ai pazienti iniziò a scavare una breccia nel muro difensivo di diffidenza. Alessandro faceva di tutto per convincersi dell’incontrario ma non poteva negarsi l’evidenza. Ogni martedì aspettava con piacere malcelato l’arrivo della macchina della ASL con cui Maria raggiungeva il podere per il colloquio settimanale. Il martedì mattina era stato scelto come giorno della doccia settimanale e l’aspetto veniva maggiormente curato.

Però, come spesso accade nella vita, fu il caso piuttosto che l’intenzionalità a dare una svolta decisiva alla terapia. La brina dicembrina rimaneva ghiacciata fino alle 9 e mezzo del mattino. Maria scesa dall’auto di servizio si stringeva la sciarpa rossa intorno al collo e alla testa e accelerava il passo per raggiungere la cucina, interdetta per due ore al transito materno, con il cammino acceso dove avvenivano i colloqui. Alessandro in attesa dietro i vetri, la vede ruzzolare malamente e d’istinto corse fuori. Non doveva trattarsi di nulla di grave ma la caviglia bluastra lievitava dolente. Il pronto soccorso era necessario ma Maria non era in grado di guidare.

Avvennero così due cose che non succedevano da tempo. Alessandro si riaffacciò nel paese da cui si era ritirato e lo fece in una macchina della ASL ma non al posto del curato ma del curante. E, ancor più sconcertante, per la prima volta dopo la morte di Lampo, Alessandro tornava a prendersi cura di un essere vivente. Più tardi avrebbe detto alla stessa Filata di aver provato la stessa struggente, dolcissima tenerezza della notte in cui Chin On aveva rischiato di morire dissanguata. L’accaduto fu oggetto di lunghe riflessioni nella riunione di equipe del CIM. Un pertugio per penetrare nel difesissimo mondo emotivo di Alessandro sembrava quello dell’accudimento. Essere lui ha prestare le cure ed occuparsi degli altri aveva due vantaggi enormi. Da un lato lo faceva sentire importante se non superiore puntellando la scricchiolante autostima. Dall’altro gli consentiva una intimità non minacciosa come quella in cui era lui ad affidarsi alle cure di un altro che si era dimostrato spesso inaffidabile, abbandonico e persecutorio.

Sviluppare ruoli in cui fosse Alessandro ad occuparsi degli altri sembrò la strada da perseguire per il recupero e la riabilitazione sociale. A conferma di ciò lo stesso Alessandro propose che, d’ora in avanti, per evitare il ripetersi di disagi per la dottoressa avrebbe lui raggiunto l’ambulatorio del CIM con i mezzi pubblici il martedì mattina.

La dottoressa Filata gli disse che parlando di lui nell’equipe generale ( si sentì inorgoglire al pensiero che tanta gente importante dedicasse del tempo a parlare di lui) erano emerse alcune idee e che due infermieri in gambissima, Antonio e Gilda, gliene avrebbero parlato alla prima occasione. L’entusiasmo contagioso di Antonio e la abbacinante bellezza di Gilda ebbero certamente un ruolo nell’accettazione da parte di Alessandro delle proposte. Sarebbe però ingiusto ridurre tutto a questioni così superficiali.

Il progetto gli piaceva davvero. Da cinque anni la gestione del randagismo animale era passata dalla competenza provinciale ai comuni. Lo storico servizio di “accalappiacani” era stato di fatto dismesso e i rarissimi casi in cui si rendeva necessario un intervento del genere, era la guardia forestale ad occuparsene. Restava però il problema della custodia e protezione degli animali abbandonati. Erano così sorte numerose cooperative, gravitanti nel mondo degli animalisti (WWF,LIPU, ANTIVIVISEZIONE) che gestivano canili o “animal home”, come preferivano chiamarle, che prendevano appalti comunali e creavano uno spazio alla occupazione giovanile.

Sia Gilda che Antonio militavano nella Lega Ambiente. Dato il loro pluriennale impegno nel partito una cooperativa che li avesse tra i membri fondatori non avrebbe incontrato inciampi sulla strada degli appalti. Alessandro che metteva a disposizione il terreno e i locali inutilizzati del grande podere fu il presidente. Cinque mesi dopo in occasione della festa della repubblica del 2 giugno c’erano tutti all’inaugurazione. Persino la famiglia Ferretti al completo e vestita a festa era intervenuta. Antonio Nitti e Gilda nelle retrovie apparecchiavano il tavolo del rinfresco. Alessandro affiancava il sindaco con la fascia tricolore orgoglioso dell’ennesimo nastro tagliato sotto la sua amministrazione. Biagioli, ancora più orgoglioso sottobraccio al capitano Ruffi, gli illustrava come si fosse giunti a ciò anche grazie al suo contributo con il mancato arresto. L’insegna in ferro battuto “Casa Lampo” tutti pensavano facesse riferimento alla rapidità con cui l’impresa era stata realizzata ma ad Alessandro ricordava troppo la analoga scritta “il lavoro rende liberi” all’ingresso del campo di Auschwitz e la sera stessa l’aveva sostituita con una tavola di castagno con su scritto “La fattoria degli animali”.

Tutti erano contenti ed ognuno si sentiva orgoglioso per quanto fatto. I narcisismi presenti non erano entrati in una dinamica competitiva cercando di accaparrarsi il merito. Al contrario si rinforzavano vicendevolmente. Gli ego sarebbero presto esplosi se un provvidenziale temporale estivo non avesse rimandato tutti precocemente a casa. L’unico la cui gioia appariva velata era proprio il protagonista. Alessandro Pezzato non riusciva a non pensare che in fondo quello che aveva costruito era una via di mezzo tra un ospedale, una casa di riposo e un carcere per animali.

Nonostante la ressa intorno a lui e le pacche sulle spalle si sentiva solo. Questa sensazione viscerale di solitudine gli gelava le viscere. Non bastavano i successi a placarla. Era sempre lì anche cinque anni dopo quando, senza autorità ma con un rinfresco fornito dal migliore catering di Vontano, festeggiò la prima nidiata di sei cuccioli di pastore maremmano dell’allevamento specializzato che aveva costruito nel podere limitrofo acquistato dai signori Ferretti con la promessa di dare lavoro alla primogenita Simona che,se a causa dell’encefalite non riusciva nelle addizioni a tre cifre, aveva una intesa naturale con ogni tipo di bestiola e si scherniva dicendo “io li capisco perché sono come loro”.

Era diventato un paziente modello. Non saltava una seduta di psicoterapia che forse lo avrebbe accompagnato per sempre. I farmaci li avevano sospesi da un pezzo. Fiancheggiava dall’esterno le attività del CIM fornendo occasioni di inserimento lavorativo sia nel canile che nell’allevamento a pazienti inviati dal CIM. 

TORNA ALL’INDICE DELLA RUBRICA

 

LEGGI ANCHE:

CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM

La percezione di autoefficacia negli psicoterapeuti in formazione: un’indagine esplorativa

Francesca Mancini.

Il presente studio si propone di indagare la relazione fra percezione di autoefficacia, variabili personali ed esperienziali nei terapeuti in formazione ad orientamento cognitivo-comportamentale. In particolare, si vuole verificare l’eventuale relazione esistente tra autoefficacia percepita, stile di coping e tratti di personalità. Infine, si vuole verificare se il numero di drop out possa influire sulla percezione di autoefficacia stessa. 

Uno degli aspetti centrali della psicoterapia cognitivo-comportamentale è la ricerca scientifica di prove relative all’efficacia dei trattamenti proposti. Oltre all’analisi e alla stesura di protocolli validati per il trattamento dei singoli disturbi, si è assistito negli anni ad un crescente numero di ricerche aventi come focus centrale il terapeuta stesso.

La letteratura del settore riporta studi che approfondiscono il ruolo di caratteristiche personali dello psicoterapeuta negli esiti della terapia, o ancora, ricerche che fanno riferimento alla dimensione emozionale di quest’ultimo in relazione, ad esempio, alla patologia del paziente. 

Il presente studio si propone di indagare la relazione fra percezione di autoefficacia, variabili personali ed esperienziali nei terapeuti in formazione ad orientamento cognitivo-comportamentale. In particolare, si vuole verificare l’eventuale relazione esistente tra autoefficacia percepita, stile di coping e tratti di personalità. Infine, si vuole verificare se il numero di drop out possa influire sulla percezione di autoefficacia stessa. 

L’autoefficacia percepita può essere definita come la convinzione degli individui di poter fornire un certo livello di prestazione e, quindi, di sapere gestire adeguatamente le situazioni problematiche e stressanti. Il senso di autoefficacia influenza il modo in cui gli individui sentono, pensano, trovano motivazioni e si comportano. 

Sono stati condotti due studi: in primo luogo (Studio 1) sono stati raccolti ed analizzati dati su un campione di soggetti iscritti ai quattro anni del corso di specializzazione in psicoterapia cognitivo- comportamentale delle scuole APC ed SPC al fine di valutare se, ed in che modo, la percezione di autoefficacia si modifichi nel corso della formazione. Tuttavia, alcuni limiti metodologici potrebbero aver influito sui risultati ottenuti nello Studio 1, come la disomogeneità del campione sperimentale esaminato; di conseguenza, è in corso uno studio longitudinale (Studio 2) che prende in esame un singolo gruppo di terapeuti durante i quattro anni di formazione. 

 

Lo strumento utilizzato consiste in un questionario on line in cui si sono raccolte sia le informazioni anamnestiche relative al soggetto e alla sua attività clinica, che le relative risposte a tre questionari validati: “Eysenck Personality Questionnaire forma ridotta – EPQ-R (Dazzi et al. 2004), “Coping Orientation to Problems Experienced – COPE NVI” (Sica et al. 2008) e la “Scala di Autoefficacia Percepita nella Gestione di Problemi Complessi” (Farnese et al. 2007).

La variabile “Percezione di Autoefficacia” era articolata su quattro dimensioni: “Maturità Emotiva”, “Finalizzazione dell’Azione”, “Fluidità Relazionale” ed “Analisi del Contesto”. Inoltre, per ogni soggetto si è individuato lo stile di personalità (“Estroversione”, “Nevroticismo”, “Psicoticismo”) e lo stile di coping adottato (“Sostegno Sociale”, “Evitamento” “Attitudine Positiva”, “Orientamento al Problema”, “Orientamento Trascendente”). 

STUDIO 1

Hanno partecipato allo studio 220 (M = 34; F = 186) studenti frequentanti i quattro anni delle scuole di specializzazione APC e SPC. I risultati ottenuti mostrano come il senso di autoefficacia percepita dagli psicoterapeuti in formazione sia modulato positivamente in funzione della propria attitudine positiva e della capacità di orientamento al problema. Diversamente, il senso di autoefficacia sembra diminuire negli studenti con alti livelli di nevroticismo e in quelli che adottano prevalentemente strategie di evitamento. Infine, il numero di drop-out sembra non influire sul livello di autoefficacia percepita. 

STUDIO 2

Il presente studio si propone di rendere più omogeneo il campione sperimentale attraverso una ricerca longitudinale che preveda l’uso di somministrazioni annuali agli studenti del test sopradescritto fino alla conclusione del loro percorso formativo; anche in questo caso, il fine è di approfondire se vi sia, e con quali caratteristiche, una variazione nei livelli di autoefficacia. 

Hanno partecipato allo studio 98 (M =10; F = 89) studenti iscritti al primo anno di corso presso le varie sedi APC e SPC.

I risultati preliminari ottenuti confermano parzialmente quanto ottenuto nello Studio 1: infatti, l’autoefficacia sembra essere modulata positivamente dalle strategie di coping adottate dal soggetto, quali l’attitudine positiva e secondariamente l’orientamento al problema. Al momento non emergono differenze legate ai fattori di personalità. 

SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Fare la Scuola di Psicoterapia conviene? Psicoterapia e Formazione

 

BIBLIOGRAFIA:

No, fumare le canne non aiuta la creatività! – Neuroscienze

FLASH NEWS

Il risultato è che la marijuana non ha avuto alcuna conseguenza sul pensiero convergente, mentre per il pensiero divergente l’effetto è stato addirittura negativo con prestazioni significativamente compromesse.

Steve Jobs una volta ha detto: “Il modo migliore per descrivere gli effetti della marijuana e dell’hashish è che mi fanno sentire rilassato e creativo”.

Molte persone credono che la cannabis migliori la creatività, per questo un team di ricercatori della Leiden University, Olanda, ha condotto uno studio su 59 (52 maschi e 7 femmine) utilizzatori abituali di marijuana al fine di verificarne gli effetti.

Siccome queste proprietà sono state attribuite al tetraidrocannabinolo (THC), un ingrediente psicoattivo della cannabis, i ricercatori hanno diviso i partecipanti in tre gruppi e somministrato a ciascuno dosi diverse di questo componente (uno dei tre gruppi in realtà aveva la dose azzerata, prendendo dunque un placebo) e chiesto loro di cimentarsi in una serie di compiti cognitivi che misuravano due forme di pensiero creativo: pensiero divergente, avere idee nuove esplorando quante più soluzioni possibili, e pensiero convergente, inteso come trovare l’unica risposta esatta ad una domanda.

Il risultato è che la marijuana non ha avuto alcuna conseguenza sul pensiero convergente, mentre per il pensiero divergente l’effetto è stato addirittura negativo con prestazioni significativamente compromesse.

L’aumento della creatività da cannabis è dunque solo un’illusione.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Uno di cannabis ed insorgenza di disturbi psichiatrici: quale relazione?

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Kowal. M.A., Hazekamp, A., Colzato, L., van Steenbergen, H., van der Wee, N.J.A., Durieux, J.,  Manai, M. & Hommel, M.(2014). Cannabis and creativity: highly potent cannabis impairs divergent thinking in regular cannabis users. Psychopharmacology, DOI 10.1007/s00213-014-3749-1. DOWNLOAD
cancel