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Psicopatologia, clinica e terapia della disintegrazione traumatica – SITCC 2014

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Simposio: Disintegrazione: psicopatologia e implicazioni terapeutiche

CONGRESSO SITTC 2014

 

Quando un paziente dissocia in seduta, cosa succede nel suo cervello in quel momento?

Consideriamo come funziona la mente: “La mente dell’uomo consiste in un’organizzazione gerarchica che, riflettendo la storia evoluzionistica, integra livelli anatomo-funzionali sempre più complessi in coordinazione tra loro. Ogni livello ha un’organizzazione anatomo-funzionale differente, si è evoluto per scopi e funzioni differenti e genera spinte motivazionali, comportamentali e livelli di cognitività differenti. I livelli superiori modulano e si coordinano con quelli inferiori costruendo le loro rappresentazioni e ai livelli più alti la mente rappresenta se stessa integrando l’attività delle sue componenti inferiori.

Rifacendosi alla teoria neojacksoniana sul funzionamento della mente, il Dott. Benedetto Farina spiega come le funzioni inferiori siano localizzate, stabili e poco flessibili, a differenza delle funzioni più alte, caratterizzate da elaborati network dotati di progressiva flessibilità e sofisticazione funzionale. Ma piuttosto che rimpiazzare i meccanismi inferiori, i sistemi superiori dipendono criticamente da questi sia per l’input di informazioni che per l’output comportamentale in maniera gerarchica  (Cacioppo & Bernoston, 2008).

Già Pierre Janet (1889) parlava di salute mentale come di uno stato caratterizzato da un’alta capacità di integrazione che riunisce un ampio spettro di fenomeni all’interno di un’unica personaltà. Oggi le neuroscienze hanno dimostrato che l’integrazione avviene non solo tramite connettività strutturale cerebrale, ma anche attraverso connettività dinamica: network cerebrali si attivano solo nel momento in cui viene attivata una data funzione, creando una rete tra le reti.

Le funzioni mentali integrative superiori sono quindi basate su network neuronali diffusi:

1)            questi network sono caratterizzati da reti di neuroni funzionalmente connessi tra di loro;

2)            sono reti dinamiche molto distribuite (reti di reti);

3)            questi network di connettività corticale giocano un ruolo fondamentale per funzioni come memoria di lavoro, funzioni esecutive, compiti e capacità attentive, stati di coscienza e coscienza di sé;

4)            si possono misurare in modo non invasivo attraverso la coerenza dei segnali EEG (EEG coherence). Attraverso l’analisi della EEG coherence è possibile, infatti, esplorare le connessioni funzionali tra aree cerebrali, in vivo, nell’ uomo e valutare la connettività corticale diffusa.

Durante il suo intervento il Dott. Farina ha mostrato un interessante studio (Farina et Al, 2014) in cui si è andato a valutare le modifiche della connettività corticale attraverso l’analisi della EEG coherence in soggetti con disturbi dissociativi e in controlli sani prima e dopo il recupero di ricordi di attaccamento elicitati attraverso la somministrazione della Adult Attachment Interview (AAI). Nel gruppo di controllo i ricordi di attaccamento hanno promosso un diffuso aumento della connettività EEG, in particolare nelle bande EEG ad alta frequenza. Rispetto ai controlli, i pazienti affetti da disturbo dissociativo non hanno mostrato un aumento della connettività EEG dopo la somministrazione dell’AAI. E’ noto che soggetti con attaccamento disorganizzato mostrano una riduzione della capacità di integrazione e delle capacità metacognitive. Questi risultati gettano luce sulla neurofisiologia dell’effetto disintegrativo del recupero di ricordi traumatici di attaccamento in pazienti dissociativi, fornendo un abbozzo di prova neurobiologica di ciò che accade nel cervello dei nostri pazienti con attaccamento disorganizzato quando in seduta sembrano “disintegrarsi” nel momento in cui viene chiamato in causa il sistema di attaccamento.

 

BIBLIOGRAFIA:

  •  Pierre Janet, L’Automatisme Psychologique (1889). L’Harmattan, Paris, 2005 (Ed. It, L’automatismo psicologico, Milano, Raffaello Cortina, 2013.  ACQUISTA ONLINE
  • Cacioppo, J. T. & Berntson, G. G. (2008). Social neuroscience. In W. A. Darity (Ed.), International Encyclopedia of the Social Sciences (2nd Ed.), Farmington Hills, MI: McMillan/Thomson Gale.
  • Farina B, Speranza AM, Dittoni S, Gnoni V, Trentini C, Vergano CM, Liotti G, Brunetti R, Testani E, Della Marca G. (2014). Memories of attachment hamper EEG cortical connectivity in dissociative patients. Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci. 2014 Aug;264(5):449-58.

 

 

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SITCC 2012

Il disturbo da ruminazione – Definizione Psicopedia

 

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

Anche detto mericismo, si caratterizza per il continuativo rigurgito del cibo per almeno 1 mese.

Rientra tra i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione del DSM-5 (uscito nel maggio 2013), il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’Associazione Americana di Psichiatria. Nella versione precedente era inserito nel paragrafo “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione dell’infanzia o della prima fanciullezza”, del capitolo “Disturbi solitamente diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, nella fanciullezza o nell’adolescenza”.

 

Anche detto mericismo, si caratterizza per il continuativo rigurgito del cibo per almeno 1 mese. Di solito è un comportamento quotidiano. Il cibo, prima ingerito, anche parzialmente digerito, viene rigurgitato in bocca, può essere poi rimasticato, ringoiato o sputato, senza nausea o disgusto o conati di vomito.

La funzione del comportamento appare autoconsolatoria e di autostimolazione.

Per la diagnosi è necessaria l’esclusione di condizioni gastrointestinali associate quali il reflusso gastroesofageo, stenosi del piloro, gastroparesi, ernia itale o il decorso di altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, dove il rigurgito con eliminazione sono una modalità di smaltimento delle calorie ingerite.

L’esordio è lungo l’intero arco della vita soprattutto in soggetti con disabilità intellettiva; in questo caso viene apposta la diagnosi di disturbo da ruminazione solamente in presenza di un quadro clinico importante, come anche in comorbilità di un altro disturbo mentale. In età infantile compare solitamente fra i 3 e 12 mesi, andando frequentemente incontro a remissione spontanea; si manifesta con l’incapacità di raggiungere gli aumenti di peso previsti; rara è la malnutrizione grave.

Il decorso può essere episodico o continuativo.

In adolescenti e adulti con concomitante altro disturbo mentale si verificano comportamenti di evitamento, quali il mangiare in pubblico o l’alimentarsi prima di situazioni sociali, di mascheramento della condotta, tossendo o coprendosi la bocca con la mano.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione (DSM – 5). Raffaello Cortina editore.  ACQUISTA ONLINE

Controlli e pulisci molto? Avrai fatto qualcosa di immorale!

FLASH NEWS

In un nuovo studio pubblicato su Clinical Psychological Science, si è indagato se una specifica categoria di colpa potesse essere legata alle tipiche compulsioni nel disturbo ossessivo-compulsivo.

Il disturbo ossessivo-compulsivo implica la fissazione cognitiva (ossessione) su specifici pensieri e il bisogno di effettuare una serie di comportamenti ripetitivi (compulsioni), come ad esempio lavarsi le mani esageratamente oppure controllare più e più volte che la porta di casa sia chiusa (soltanto due tra moltissimi altri esempi).

In letteratura è già ampiamente dimostrato che vi sarebbe in tali persone un eccesso di responsabilità, o meglio di colpa, nel pensare all’eventualità e alle conseguenze di catastorfi temute (es. la porta di casa è aperta, rischi di contaminazione).

In un nuovo studio pubblicato su Clinical Psychological Science, si è indagato se una specifica categoria di colpa potesse essere legata alle tipiche compulsioni nel disturbo ossessivo-compulsivo.

In particolare i ricercatori si sono focalizzati su due tipi di colpe: la colpa altruistica e la colpa deontologica.

La prima implica una preoccupazione e compassione per le potenziali vittime delle proprie azioni anche incidentali, e non necessariamente una deviazione dai propri standard morali; la colpa deontologica invece si fonda sulla credenza individuale per cui si è violata una regola morale indipendentemente dai danni causati ad altri.

Dunque l’ipotesi di partenza era che le persone con un forte senso di colpa deontologico – più che altruistico – fossero portate a maggiori compulsioni di controllo e di lavaggio, e che tali compulsioni avessero la funzione di diminuire in maniera più rilevante il senso di colpa deontologico.

In due esperimenti i soggetti erano chiamati ad ascoltare una audioregistrazione di una storia elicitante un senso di colpa altruistico, deontologico oppure neutra: nel primo esperimento i soggetti sono stati sottoposti a un task di distribuzione di palline in contenitori, mentre nel secondo esperimento veniva chiesto loro di pulire un cubo di plexiglas.

In entrambe le condizioni alcuni giudici indipendenti avevano la funzione di valutare quanto spesso nel primo caso fossero portati a controllare le palline già distribuite nei contenitori (compulsione di controllo) e nel secondo con quanta precisione i soggetti pulissero il cubo di plexigals.

In conformità alle attese dei ricercatori, una maggior quota di comportamenti compulsivi di controllo e di pulizia si sono riscontrate nella condizione in cui era stata indotta una emozione di colpa deontologica rispetto alla condizione di colpa altruistica.

I risultati – sebbene siano ottenuti da un campione non clinico- possono quindi contribuire e arricchire i modelli teorici del disturbo ossessivo compulsivo.

 

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Nuovi strumenti per la diagnosi precoce dei Disturbi dello Spettro Autistico

FLASH NEWS

Un recente studio condotto dai ricercatori dell’Università di Yeshiva sostiene che la velocità con cui il cervello elabora stimoli come immagini e suoni potrebbe essere un indice utilizzato nella diagnosi precoce e nella categorizzazione dei Disturbi dello Spettro Autistico.

Il Centro statunitense per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie stima che 1 su 68 bambini vengono diagnosticati con un Disturbo dello Spettro Autistico (ASD). I segni e i sintomi dell’ASD variano da lievi difficoltà sociali e di comunicazione a profondi disturbi cognitivi.

Come sottolineato da Sophie Molholm, autore del presente studio, “Una delle sfide riguardanti il Disturbo Dello Spetro Autistico è di definire e classificare con precisione i pazienti in sottogruppi in base alla sintomatologia presentata; non riuscire ad avere dei criteri precisi per la classificazione ha notevolmente limitato la comprensione del disturbo e di come trattarlo”.

Inoltre la ricercatrice sostiene che l’autismo viene diagnosticato in base alla sintomatologia comportamentale presentata dal paziente. La diagnosi quindi oltre a richiedere tanta esperienza clinica, può essere soggettiva. In conclusione, da quanto riportato dalla ricercatrice emerge come sia necessario costruire dei criteri più obiettivi per la diagnosi e la classificazione di questo disturbo. 

A tal scopo è stato costruito il presente studio che si focalizza su come l’elaborazione sensoriale possa variare all’interno dei disturbi dello spettro autistico. Sono stati testati quarantatré bambini affetti da ASD con età compresa tra 6 e 17 anni.

Durante la prova sperimentale ai bambini venivano presentati degli semplici stimoli uditivi: uno suono, visivi: l’immagine di un cerchio rosso o misti: uditivo e visivo (un immagine accompagnata da un suono). Il compito consisteva nel premere un pulsante immediatamente dopo la presentazione degli stimoli: visivi, uditivi o misti. Attraverso una cuffietta composta da 70 elettrodi, studiata appositamente per l’età pediatrica, veniva registrata l’EEG durante la presentazione degli stimoli. Lo scopo dello studio era di determinare la velocità con cui il cervello elaborava gli stimoli presentati durante il compito sperimentale.

Dai risultati è emerso che la velocità con cui i bambini elaboravano gli stimoli uditivi era fortemente correlata alla gravità dei loro sintomi. Questi dati sono in linea con gli studi che suggeriscono come la microarchittetura dei centri deputati a processare l’informazione uditiva sia diversa nei bambini con lo sviluppo tipico rispetto a quelli con ASD. 

Inoltre dai risultati è emerso una correlazione anche se più debole tra la velocità con cui venivano elaborati i stimoli audio-visivi e la gravità del quadro sintomatologico dell’ASD. Nessuna associazione è stata trovata tra la l’elaborazione degli stimoli visivi e la severità della sintomatologia ASD.

La dottoressa Molholm sostiene che tali risultati sono incoraggianti e che approfonditi potrebbero condurre allo sviluppo di un biomarker attendibile che potrebbe predire i diversi gradi di severità dei Disturbi dello Spetro Autistico.

Inoltre l’utilizzo dell’EEG potrebbe essere utilizzato con successo nella diagnosi precoce di ASD: una diagnosi precoce permetterebbe l’accesso immediato alle terapie. Ad oggi meno di 15% dei bambini affetti da ASD vengono diagnosticati prima dei 4 anni.
 

Emerge come attraverso l’uso della metodologia EEG si potrebbe costruire uno strumento in grado di consentire la diagnosi precoce dell’ASD che di conseguenza permetterebbe l’accesso immediato alle cure per i bambini che le necessitano.

 

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Se ti chiedo aiuto raccontami te stesso!

Articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera, Domenica 12 Ottobre 2014

Chi presta aiuto, deve facilitare la comunicazione nei più reticenti. Come? Innanzitutto creando un senso di comunanza.

Non date per scontato che se chiedete aiuto, allo psicoterapeuta, all’amica fidata, al prete, racconterete quello che è necessario a chi vi ascolta.  In presenza di un problema si alza il senso di allarme: riceverò attenzione? Mi rifiuterà? Penserà di me che sono un idiota, un inetto, che sono debole, si approfitterà di me? Se vi trovaste in difficoltà e doveste chiedere aiuto a Frank Underwood –  sì, lui il protagonista di House of Cards – avreste anche ragione.

Il risultato, nel complesso, è che in presenza di dubbi, paure e diffidenza la possibilità di chiedere aiuto e beneficiarne diminuisce drammaticamente. Chi presta aiuto (stesse categorie di prima), deve facilitare la comunicazione nei più reticenti. Come? Innanzitutto creando un senso di comunanza. Noi psicoterapeuti usiamo una strategia che chiamiamo self-disclosure (autosvelamento). Raccontiamo qualcosa di nostro, di vero, che ci sembra simile al problema del paziente. L’effetto di tale comunicazione: riduce la differenza di rango, il curante scende dal piedistallo, rinuncia al potere, l’altro si rilassa. Se aveva timori di umiliazione si ridurranno. Un altro effetto: se chi ci ascolta ci percepisce simili, immagina la nostra mente più ricca, piena di idee e sentimenti che lui stesso pensa e prova. Se ci percepisse diversi, ci fantasticherebbe stranieri e per lui diventeremmo un fantasma minaccioso o uno stereotipo. Agli stereotipi non si chiede aiuto mica tanto volentieri.

Altra strategia: non badiamo troppo alle idee che una persona ha sul perché il suo mondo va in malora. Le opinioni sono buone per i talk show. A me di solito annoiano. A noi interessano fatti, episodi. Precisi. E quelli chiediamo. Facilitiamo il racconto dettagliato di episodi autobiografici. E mentre la persona racconta, al minimo cenno di chiusura, con un guizzo portiamo l’attenzione al comportamento non-verbale. Le espressioni facciali. Una nube di tristezza che vela gli occhi. Una scarica di rabbia che contrae le labbra. La nostra prontezza è dire: vedo qualcosa nel suo sguardo. È paura? Ha chinato il capo, si vergogna? Ricordate Tim Roth in Lie to Me? “C’è rabbia lì”. Qualcosa del genere, solo che rispetto a lui siamo meno sfacciati, più gentili e soprattutto vogliamo aiutare, non smascherare la menzogna.

Ultimo strumento. Di fronte a ogni cenno di malinteso, difficoltà,  chiusura, non puntiamo il faro sull’altro: “Lei è chiuso, ostile, che le succede?”. Al contrario assumiamo noi per primi la responsabilità dell’impasse comunicativa. “Sento che è irritato con me? Ho fatto qualcosa che può averla ferita?”. Tutto quello che segue è negoziazione nella relazione. Nello studio dello psicoterapeuta, almeno lì dentro, funziona. Fuori da lì?

 

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Terapia metacognitiva: come non usare la mente per controllare la mente! Congresso SITCC 2014

Terapia metacognitiva: come non usare la mente per controllare la mente!

Congresso SITTC 2014

Dott. Gabriele Caselli
Studi Cognitivi, Modena, Italy
London South Bank University, London, UK

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Modello Metacognitivo di Craving e Dipendenze Patologiche 

 Gabriele Caselli, London South Bank University London, UK, Studi Cognitivi Cognitive Psychoterapy School Milano
Marcantonio M. Spada,  London South Bank University London, UK, North East London NHS Foundation Trust, London, UK

 

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SITCC 2012

Processi di categorizzazione sociale e d’interdipendenza nelle organizzazioni

Relativamente poche ricerche si sono focalizzate sulle relazioni tra gruppi nel campo specifico delle organizzazioni; l’obiettivo del seguente elaborato consiste nel presentarne l’importanza, focalizzandosi sui processi di categorizzazione e d’interdipendenza.

I lavoratori nelle organizzazioni possono essere considerati ciò che Kurt Lewin (1948) ha definito gruppi sociali, ossia un certo numero di individui che interagiscono reciprocamente con regolarità. Si potrebbe considerarli, inoltre, gruppi secondari (anche se questa classificazione spesso è giudicata troppo schematica), vale a dire formati da persone che hanno rapporti più o meno frequenti ma prevalentemente di tipo impersonale, giacché determinati da scopi pressoché pratici (Palmonari, Cavazza & Rubini, 2002), nonostante spesso si possano trasformare in gruppi primari, ossia legati da vincoli di natura emotiva.

Essi rappresentano il fattore umano delle organizzazioni, e costituiscono una parte determinante di queste ultime; risulta dunque importante studiare i processi alla base dell’interazione dei gruppi, in modo tale che si possano prevederne e gestirne le dinamiche. Lo studio delle relazioni tra i gruppi è stato prevalentemente oggetto della psicologia sociale (insieme alla sociologia e all’antropologia), ma relativamente poche ricerche si sono focalizzate su tali relazioni nel campo specifico delle organizzazioni; l’obiettivo del seguente elaborato consiste nel presentarne l’importanza, focalizzandosi sui processi di categorizzazione e d’interdipendenza.

Categorizzazione sociale e interdipendenza

Le teorie dell’identità sociale, della categorizzazione del sé e dell’interdipendenza

Le teorie sulla categorizzazione sociale enfatizzano il ruolo della categorizzazione nelle relazioni intergruppi. Fra queste, le più note sono la Teoria dell’Identità Sociale, sviluppata da Tajfel e Turner a partire dagli anni ’70 e la Teoria della Categorizzazione del Sé di Turner e collaboratori (1987).

La categorizzazione definisce l’insieme dei processi cognitivi che tendono a ordinare e a semplificare l’ambiente in termini di categorie (gruppi di persone, di oggetti, di avvenimenti) secondo caratteristiche che si ritengono in comune, accentuando le somiglianze intracategoriali e le differenze intercategoriali (Tajfel & Wilkes, 1963, citati da Palmonari et al., 2002). La categorizzazione sociale permette di costruire una rappresentazione semplificata dell’ambiente sociale, collegata a valutazioni stereotipiche in cui si tende a valorizzare il proprio gruppo/categoria di appartenenza (ingroup) e a discriminare gli altri gruppi/categorie (outgroup). Questo processo è meglio conosciuto come bias ingroup-outgroup, particolarmente dimostrato dagli esperimenti di Rabbie e Horwitz (1969) sul destino comune ispirati dagli studi lewiniani sui gruppi minimi.

La Teoria dell’Identità Sociale (SIT) si focalizza sugli aspetti motivazionali e affettivi delle appartenenze di gruppo, rendendo quest’ultimo fonte di origine dell’identità sociale. In contrasto con la nozione di competizione realistica di Sherif (1966), Tajfel e Turner (1979) svilupparono il concetto di competizione sociale, in cui i gruppi possono impegnarsi per difendere o acquisire un certo status. In essa entra in gioco il processo di categorizzazione sociale, seguito dal processo di identità sociale, ossia quella parte della concezione di sé di un individuo che deriva dalla consapevolezza di essere membro di uno o più gruppi sociali, e il confronto sociale con altri gruppi, che determina quale sia il valore relativo di certe caratteristiche del gruppo (Palmonari et al., 2002).

La Teoria della Categorizzazione del Sé (SCT) si differenzia dalla SIT poiché pone maggior enfasi sui processi cognitivi del comportamento di gruppo. Essa cerca di mostrare attraverso quali processi le persone giungano a concettualizzare se stesse come appartenenti a determinate categorie sociali (Palmonari et al. 2002). Palmonari et al. (2002) aggiungono che il concetto sociale di sé dipende dalla situazione: le categorie sociali che saranno salienti in un certo contesto attiveranno diverse categorizzazioni sociali del sé, in modo tale che sia attivata la categorizzazione più attinente e che renda la categoria più facilmente accessibile.

Prima di associare i processi appena descritti al contesto delle relazioni intergruppi nelle organizzazioni, occorre accennare brevemente la prospettiva dell’interdipendenza. Secondo Sherif (1966), le persone che devono raggiungere uno scopo attraverso azioni interdipendenti diventano un gruppo con specifiche norme, ruoli gerarchici e relazioni di status tra i membri; l’interdipendenza sarà positiva se si riferisce a scopi sovraordinati, raggiungibili attraverso la cooperazione fra gruppi, mentre sarà negativa se la relazione fra i gruppi è competitiva. Secondo Rabbie e Horwitz (1969), non è necessaria un’effettiva relazione competitiva tra i gruppi per osservare comportamenti differenziali (bias ingroup/outgroup) ma basta un’interdipendenza del destino. L’interdipendenza percepita intra e intergruppi determina il destino comune, lo status, la dimensione e il potere dei gruppi, e costituisce la variabile mediatrice dell’effetto di questi fattori sull’insorgenza del bias ingroup/outgroup (Rubini & Moscatelli, 2004).

 

La categorizzazione sociale e l’interdipendenza nelle organizzazioni

La categorizzazione sociale nelle organizzazioni

A questo punto, dunque, si possono analizzare i processi che sottostanno alle relazioni fra i gruppi in un’ottica particolarmente mirata alle organizzazioni. Innanzitutto si può affermare che lo status del gruppo si riflette sul sé; quindi come lo status e la performance individuali possono essere determinati dal confronto sociale, lo status di un gruppo è determinato dal confronto sociale con gli outgroups. In altre parole, in un’organizzazione, se un gruppo detiene uno status più elevato confronto a un altro gruppo – ad esempio perché si comporta meglio, possiede un ruolo più privilegiato, o svolge un compito con maggiore prestigio organizzativo – ciò si riflette positivamente sull’identità sociale dei membri dell’ingroup (van Knippenberg, 2002). Questo processo del tutto naturale nei gruppi può costituire un vantaggio per l’organizzazione, perché ogni gruppo tende a sovraperformare gli altri, ma potrebbe generare anche degli effetti negativi, prevalentemente rappresentati dal bias favorevole all’ingroup (come avere fiducia eccessiva o dare valutazioni positive a priori verso i membri del proprio gruppo, ecc.) e da atteggiamenti discriminatori verso l’outgroup (van Knippenberg, 2002).

Le motivazioni che portano i gruppi a cadere nel bias favorevole per l’ingroup sono molteplici. Alcune ricerche dimostrano che il bias aumenti l’autostima dei gruppi. Ulteriori ricerche (per una rassegna, si veda ad esempio Hewstone, Rubin & Willis, 2002) hanno dimostrato il bisogno di mantenere la distintività di gruppo: i membri di un gruppo sono portati a valorizzare un’identità distinta che differenzia il proprio gruppo dagli altri (Brewer, 1991, citato da van Knippenberg, 2002). Quando la distintività è minacciata, cioè quando ad esempio sono intaccati i confini intergruppo (come in una fusione), i gruppi possono incorrere in comportamenti di favoritismo sull’ingroup per mantenere o ripristinare il loro carattere distintivo. Tuttavia spesso si presume che il comportamento problematico intergruppo abbia origine dalle differenze tra i gruppi e che quindi aumentare e sottolineare le analogie intergruppi sarebbe un rimedio per le relazioni problematiche intergruppi (van Knippenberg, 2002); ciò dimostra che non ci sono ancora in letteratura studi che diano certezze assolute sulle dinamiche trattate.

Per quanto riguarda invece la discriminazione per l’outgroup, bisognerebbe tener conto del fatto che un individuo può identificarsi con un gruppo, ma quest’appartenenza al gruppo può non essere sempre saliente: essa può esserlo soltanto in determinate occasioni (minacce all’identità sociale o una competizione fra gruppi). Inoltre, non tutti gli outgroups sono così salienti da costituire una minaccia per la distintività di gruppo (perciò ipoteticamente il confronto sociale può avvenire fra due team di produzione, piuttosto che fra due team che operano in contesti del tutto differenti). Tenendo inoltre conto che l’anticipazione di diventare un membro di un altro gruppo può attenuare sostanzialmente i pregiudizi nei confronti di quel gruppo (Tajfel, 1978), si potrebbe affermare che in organizzazioni in cui i confini sono permeabili, dove si può facilmente passare da un gruppo all’altro, la probabilità d’insorgenza del bias è minore.

Ulteriori ricerche hanno dimostrato anche gli effetti di altri moderatori del bias intergruppi, fra cui le motivazioni inerenti alla cultura (più bias in gruppi collettivisti che individualisti), alla dimensione dei gruppi, alla disparità di potere, ecc. (Hewstone et al., 2002).

Seguendo le nozioni delle teorie descritte in precedenza, soprattutto della SCT, le relazioni intergruppi si riflettono sul rapporto del gruppo con l’organizzazione (Kramer, 1991), portando gli individui ad accentuare le differenze intergruppo e le somiglianze infragruppo a seconda della situazione. Ciò comporta effetti negativi (bias a favore dell’ingroup, pregiudizi, discriminazioni), ma può sorgere un ulteriore problema per l’organizzazione: se vengono accentuate le differenze fra i gruppi all’interno dell’organizzazione, gli individui opereranno sempre più frequentemente nel livello intermedio che prende in considerazione il proprio gruppo in confronto agli altri, e tralasceranno il livello superiore d’identificazione con l’organizzazione. Una mancata identificazione con l’organizzazione da parte del lavoratore potrebbe portare a una serie di bad behaviors (assenteismo, propensione a lasciare il lavoro, scarse performance, ecc.) e, per questo, dovrebbe rappresentare una priorità per le organizzazioni gestire le dinamiche intergruppo tenendo conto che in una fusione o in un’acquisizione la questione potrebbe perfino complicarsi.

L’interdipendenza nelle organizzazioni

In un gruppo di lavoro, l’interdipendenza di obiettivi, d’interessi e risultati, può essere un forte promotore dell’affiliazione di gruppo e del comportamento tra i membri (Rubini & Moscatelli, 2004). I gruppi nelle organizzazioni operano in un contesto di relazioni d’interdipendenza con altri gruppi. Si può vedere il gruppo come un insieme di membri che sono interdipendenti positivamente per raggiungere uno scopo comune, e si può vedere l’organizzazione come un insieme di gruppi interdipendenti che lavorano per raggiungere lo scopo dell’organizzazione stessa. L’interdipendenza fra gruppi in un’organizzazione può essere anche indiretta, come per esempio il reparto vendite che dipende dal reparto produzione, e viceversa. Essa può essere anche negativa: i gruppi possono competere per l’acquisizione di risorse all’interno delle organizzazioni, come l’acquisizione del tempo in laboratorio, di ricompense organizzative, dello spazio in ufficio, ecc. Tali situazioni sono potenzialmente causa di conflitto intergruppi e possono costituire una minaccia per il funzionamento organizzativo, poiché il conflitto d’interessi fra gruppi che cooperano ostacola il buon funzionamento degli stessi, inoltre ciò può ostacolare anche altri gruppi che si trovano a cooperare con quelli interessati. Questo non vuol dire che la competizione intergruppo è necessariamente un male per le organizzazioni. Erev, Bornstein, e Galili (1993), per esempio, sostengono che il conflitto intergruppi può promuovere la cooperazione e le prestazioni intragruppo. Senza dubbio, come afferma van Knippenberg (2002), per un buon funzionamento organizzativo, se l’interdipendenza negativa è inevitabile, il clima di concorrenza deve essere quantomeno “amichevole” e sportivo.

Conclusioni

La categorizzazione sociale e l’interdipendenza rappresentano certamente i processi fondamentali per l’analisi delle relazioni intergruppi nelle organizzazioni. Alla luce di tutto ciò, sarebbe utile sviluppare più ricerche nell’ambiente organizzativo e si pone l’accento sull’importanza della psicologia delle organizzazioni nell’offrire un prezioso contributo alla ricerca di soluzioni ottimali per gestire le dinamiche intergruppi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Erev, I., Bornstein, G., & Galili, R. (1993). Constructive intergroup competition as a solution to the free rider problem: A field experiment. Journal of Experimental Social Psychology, 29, 463-478.
  • Hewstone, M., Rubin, M., & Willis H. (2002). Intergroup bias. Annual Review of Psychology, 53, 575-604.
  • Kramer, R. (1991). Intergroup relations and organizational dilemmas. Research in Organizational Behavior, 13, 191-228.
  • Palmonari, A., Cavazza, N., & Rubini M. (2002). Psicologia sociale. Il Mulino, Bologna. ACQUISTA
  • Rabbie, J.M., & Horwitz, M. (1969). Arousal of ingroup-outgroup bias by a chance of win or loss. Journal of Personality and Social Psychology, 3, 269-277.
  • Rubini, M., & Moscatelli, S. (2004). Categorie e gruppi sociali: alle origini della discriminazione intergruppi. Giornale italiano di psicologia. 31, 1, 45-69.
  • Rubini, M., & Moscatelli, S. (2004). Categorizzazione ed interdipendenza: due punti di vista epistemologici per lo studio delle relazioni intergruppi. Giornale italiano di psicologia. 31, 4, 875-886.
  • Tajfel, H., & Turner, J.C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. In W.G., Austin, S., Worchel (eds.), The social psychology of intergroup relations. Monterey, CA: Brooks/Cole, 33-47.
  • Turner, J.C., Hogg, M.A., Oakes, P.J., Reicher, S.D., & Wetherell, M.S. (1987). Rediscovering the social Group: A self-categorisation theory. Oxford: Blackwell.
  • van Knippenberg, D. (2002). Intergroup relations in organizations. In M. West, D. Tjosvold, & K. G. Smith (Eds.). International handbook of organizational teamwork and cooperative working. Chichester, UK: Wiley.

Attori e controfigure: perchè il nostro cervello si fa ingannare?

FLASH NEWS

La capacità di riconoscere e distinguere visi è fondamentale per i rapporti sociali ma anche la costanza lo è: se non fossimo in grado di identificare come uguale a se stesso un volto i nostri famigliari e i nostri amici ci apparirebbero ogni volta come persone nuove.

Che gli attori usino controfigure e stuntman durante le riprese è ormai risaputo e scontato, eppure, nonostante si sappia, durante la visione di un film nessuno ci fa caso. Perché? Difficile credere che si possa scambiare la faccia di Johnny Depp per quella di chiunque altro, per cui non è una semplice questione di attenzione.

L’Università di Berkeley, California, ha risolto il mistero ed individuato il meccanismo cerebrale che ci tiene legati ad un particolare viso anche quando questo cambia: è un meccanismo di sopravvivenza che ci dà un senso di stabilità, familiarità e continuità in quello che altrimenti sarebbe un mondo visivamente caotico.

Per questa ricerca è stato chiesto ai partecipanti di confrontare volti che apparivano in rapida sequenza su di uno schermo e individuare i più somiglianti.

 

Ogni sei secondi un “volto target” veniva proiettato per un secondo seguito da volti leggermente diversi. I risultati mostrano non solo che le facce venivano giudicate più simili di quanto fossero in realtà ma anche che, di volta in volta, i partecipanti sceglievano non il viso più somigliante all’ultimo target visto, ma una combinazione degli ultimi due “volti target”.

Come se il nostro sistema visivo fosse predisposto ad andare contro una tale fluttuazione percettiva in favore della costanza. A conferma dell’esistenza di quello che è stato chiamato un “campo di continuità” in cui fondiamo visivamente oggetti simili visti nell’arco di 15 secondi. 

È ciò che accade nei film: non vediamo le controfigure, i tagli di scena e a volte ci sfuggono persino errori e cambi d’abito repentini. Il tutto per soddisfare la nostra aspettativa, e il nostro bisogno, di stabilità.

La capacità di riconoscere e distinguere visi è fondamentale per i rapporti sociali ma anche la costanza lo è: se non fossimo in grado di identificare come uguale a se stesso un volto i nostri famigliari e i nostri amici ci apparirebbero ogni volta come persone nuove.

Gli esseri umani processano l’informazione visiva momento per momento per stabilizzare il loro ambiente, in questo modo il nostro sistema visivo perde sensibilità ma è un piccolo prezzo da pagare in favore di una percezione delle identità come stabili.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Un nuovo test per la valutazione del rischio di sviluppare Alzheimer

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Secondo una ricerca della York University un semplice test che unisce pensiero e movimento può aiutare a rilevare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, prima ancora che ci siano i segni.

I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di completare quattro compiti visuo-spaziali e cognitivo-motori di difficoltà crescente. I test erano volti a rilevare il rischio di Alzheimer in coloro che stavano avendo difficoltà cognitive, anche se non mostravano segni esteriori della malattia. 

 

I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: soggetti con diagnosi di MCI (compromissione cognitiva lieve) o con una storia familiare di Alzheimer, e due gruppi di controllo, giovani adulti e soggetti anziani, senza una familiarità con la malattia.

I risultati indicano che l’81,8 % dei partecipanti che avevano una storia familiare di Alzheimer o una MCI avevano difficoltà nei compiti visuo-motori più esigenti.

“La capacità del cervello di prendere in informazioni visive e sensoriali e trasformarle in movimenti fisici richiede la comunicazione tra la zona parietale nella parte posteriore del cervello e le regioni frontali”, spiega il ricercatore a capo dello studio Lauren Sergio. “Le difficoltà mostrate dai soggetti ad aumentato rischio di Alzheimer possono riflettere un’alterazione cerebrale o segnare l’inizio della neuropatologia, che disturba la comunicazione tra ippocampo e regioni parietale e frontali del cervello.”

Questo test si è dimostrato affidabile nel discriminare tra basso e alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer: il gruppo ad alto rischio ha mostrato tempi di reazione e movimento più lenti e meno accuratezza e precisione nei movimenti, dei gruppi di controllo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Hawkins, K.M., & Sergio, L.E. (2014). Visuomotor Impairments in Older Adults at Increased Alzheimer’s Disease Risk. Journal of Alzheimer’s Disease 42, 607–621. DOI 10.3233/JAD-140051 IOS Press. DOWNLOAD

Analisi del contenuto delle autocaratterizzazioni degli allievi in formazione – Congresso SITCC 2014

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Analisi del contenuto delle autocaratterizzazioni degli allievi in formazione

Congresso SITTC 2014

Lambertucci Laura, Scarinci Antonio, Del Ponte Heyra, Di Bari Selenia, Galassi Francesca Romana, Paparusso Marina, Rampioni Margherita, Romanelli Pierluigi, Torrieri Monia

Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

L’autocaratterizzazione si dimostra utile per arrivare ad una comprensione del soggetto e della prospettiva con la quale costruisce in modo personale la propria realtà con modalità di cambiamento in continuo divenire (Kelly 1955).

La valutazione degli aspetti personali del terapeuta che incidono nella relazione è al centro della riflessione sugli obiettivi e gli esiti dei training di formazione degli specializzandi ormai da tempo (Byrd et al. 2010; Fabbro et al. 2013).

L’autocaratterizzazione si dimostra utile per arrivare ad una comprensione del soggetto e della prospettiva con la quale costruisce in modo personale la propria realtà con modalità di cambiamento in continuo divenire (Kelly 1955).

L’utilizzo di questo strumento con gli allievi di una scuola di formazione in psicoterapia al primo anno e al quarto anno può consentire di verificare i cambiamenti personali durante il training.

Sono state individuate una serie di dimensioni o aree problematiche sulle quali durante la formazione interviene un processo evolutivo di assimilazione e accomodamento che dovrebbe portare ad un nuovo assetto il sistema cognitivo del trainee.

Al testo è stata applicata l’analisi del contenuto, una tecnica di ricerca definita da B. Berelson come capace di descrivere in modo obiettivo, sistematico e quantitativo il contenuto manifesto della comunicazione (Losito, 1996).

La singola autocaratterizzazione è stata considerata come unità di rilevazione e analizzata da un gruppo di analisti in base ad opportuni meccanismi di controllo delle decodifiche soggettive.

I risultati della ricerca attestano variazioni statisticamente significative intervenute lungo l’arco dei quattro anni di training.

 

 

 

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Mindfulness in azienda: verso la progettazione di interventi efficaci

 

Data la crescente attenzione che la psicologia del lavoro sta riservando alla mindfulness , facendo affidamento su alcune recenti evidenze prodotte dalla ricerca, in questa trattazione saranno esposti dei punti chiave per la progettazione d’interventi in ambienti professionali.

Considerazioni preliminari

Questo articolo offrirà spazio ad un approccio che sta ricevendo un crescente consenso soprattutto all’interno di contesti lavorativi americani ed anglosassoni. Stiamo parlando della tecnica della mindfulness, e delle applicazioni che ad essa si ispirano.

Data la crescente attenzione che la psicologia del lavoro sta riservando a questo innovativo approccio , facendo affidamento su alcune recenti evidenze prodotte dalla ricerca, in questa trattazione saranno esposti dei punti chiave per la progettazione d’interventi in ambienti professionali.

E’ bene ricordare che lo sviluppo della mindfulness è fatto coincidere con il lavoro del medico Jon Kabat-Zinn, fautore della tecnica Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), e la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), terapia di stampo di cognitivo – comportamentale, in grado di apportare miglioramenti sia in popolazioni cliniche che non. Inizialmente concepita per apporre beneficio congiuntamente su corpo e mente (soprattutto indirizzando verso uno stato di benessere), questa tecnica ha in seguito conosciuto un notevole sviluppo nel campo lavorativo, portando diverse aziende leader nei propri settori, tra le quali Google, Apple, Nike, Yahoo!, Deutsche Bank, ad altre ancora , ad investire risorse in questa pratica, nella speranza di coniugare riduzione dello stress nei propri addetti, e benefici operativi.

Diversi programmi, svilluppati anche nel panorama italiano, sembrano garantire sviluppi positivi ottenibili nel proprio posto di lavoro, e una rapida consultazione su internet va nella direzione di confermare questa impressione.

E’ dalla considerazione di questi dati, che nasce l’intento di voler approfondire se tali programmi possano garantire successo se applicati nella propria azienda, e a tal scopo si vogliono chiarire da subito due concetti alla base. Il primo, è che con il termine mindfulness, possiamo riferirci non solo a delle tecniche di meditazione volte al miglioramento dal benessere, ma anche ad un aspetto di natura disposizionale , paragonabile quindi ad un particolare aspetto del proprio carattere. Riferendoci a questa peculiarità, parliamo di mindfulness disposizionale o di tratto, indicando i livelli di mindfulness che una persona ha, ed impiega durante le attività quotidiane, in opposizione allo stato di mindfulness, ottenibile tramite esercizi meditativi . A tal proposito, la ricerca ha rilevato l’indipendenza tra i due costrutti, oltre al fatto che la mindfulness può essere considerata come un riferimento sul quale basare le attività di lavoro.

Una seconda considerazione, nasce dalla consapevolezza che i livelli di mindfulness, sono aumentabili e perfezionabili, tramite la partecipazione ad appositi training, anche se il livello di mindfulness di una persona, non è necessariamente correlato alla partecipazione a questi training.

Ciò nonostante, se il nostro obiettivo è di apporre un cambiamento organizzativo, avvalendoci delle potenzialità della mindfulness, è bene comprendere sin da subito, che una singola iniziativa, o un singolo corso di formazione per il quadro dirigenziale, sono solo dei punti di partenza, poiché qualsiasi progetto che non condivida una visione d’insieme dei numerosi fattori in gioco, rischia fortemente di fallire, nonostante i buoni propositi iniziali .

 

Stabilito ciò, cosa possiamo aspettarci da un approccio efficace?

Per quanto gli studi sulla minfulness, appaiono essere tuttora in uno stato embrionale, sono diversi gli spunti che hanno collegato questo costutto a diversi output lavorativi. L’adozione di una cultura improntata alla consapevolezza, è secondo la formulazione di Weick , un elemento costituente per la prevenzione dei rischi derivanti dall’attività d’impresa, sia di mercato che non, qualificandola come ad alta affidabilità (High Reliability Organization, HRO). Inoltre, secondo Vogus e Sutcliffe, un’organizzazione improntata alla consapevolezza, può favore un atteggiamento propenso verso la verifica dei propri processi, investigando in profondità il ventaglio delle opzioni disponibili, integrando questo livello di analisi, all’interno del proprio modus operandi.

Pocanzi abbiamo parlato di mindfulness di stato e di tratto, ma la portata delle considerazioni che seguiranno, esige un’introduzione al concetto di Mindfulness Organizing (consapevolezza organizzativa) .

I tre principi della Mindfulness Organizing

Ray e colleghi , definiscono la Mindfulness Organizing, come un attributo stabile e duraturo di un’organizzazione, raggiunto grazie pratiche ed interventi strutturali implementati dai top manager. Gli autori, affermano inoltre che un approccio di Mindfulness Organizing risulta evidente quando i leader riescono ad instaurare una cultura che incoraggi i propri collaboratori verso l’adozione di un pensiero ricco, garantendo capacità e margine di azione. Weick e Sutcliffe , invece hanno in precedenza osservato tale caratteristica, come la capacità di un’organizzazione di catturare dettagli discriminatori sui processi a rischio, indirizzando l’attenzione verso i processi contestuali che concorrono alla presa di decisioni.

L’approccio è basato su tre pilastri, ovvero:

  • Trae avvio da processi top-down;
  • Crea il contesto per gli operatori che lavorano a stretto contatto con il cliente (front line), di pensare ed agire;
  • Si attesta come una proprietà duratura dell’organizzazione (come la cultura).

Mindful Organizing

L’attenzione conferita alle dinamiche personali in ambienti professionali, ha portato alcuni autori a convergere sul termine di Mindful Organizing (organizzazione consapevole), per indicare l’insieme dei processi relazionali collettivi, intervenienti in un ambiente professionale. I principi portanti di questa sfera, riprendono analogamente i tre punti appena elencati, articolandoli tuttavia così:

  • Trae avvio da processi bottom-up;
  • Sfrutta il contesto, creato per gli operatori al front line;
  • Si attesta come una proprietà relativamente fragile dell’organizzazione, e pertanto richiede una ricostruzione continua.

Azioni e livelli

L’intento con il quale gli autori soprannominati si sono spesi nell’ arricchimento del concetto originale di mindfluness, non costituisce una semplice opera di disquisizione teorica. L’obiettivo degli autori, e del sottoscritto, è quello di enfatizzare come tali definizioni sono orientate alla pratica. Attraverso l’azione (partecipata) delle diverse parti.

Una duttile analisi, raccoglie le recenti indicazioni di Vogus e Sutcliffe , ed è presentata in seguito. Gli autori, sostengono fortemente che le varie azioni che possono essere intraprese in un approccio ispirato alla mindfulness, debbano sapientemente intrecciare tutti i livelli organizzativi, e le diverse mansioni del proprio team, riconciliando così i livelli di mindfulness organizzativa e mindfull organizing. E’ stato dimostrato come, chi pratica mindfulness in azienda tende ad essere più calmo e sereno, rispetto ai loro colleghi che non lo fanno, e ricordando quanto discusso prima, ovvero che la mindfulness non è necessariamente ottenibile tramite pratiche meditative, scopriamo in questa sezione alcune delle azioni percorribili e i principi sui quali esse si basano, scorgendone inoltre le criticità:

  • Necessità di creare una cultura aziendale che si ponga come riferimento degli interventi di mindfulness intrapresi;
  • Coerenza tra gli interventi preposti: attributo da non sottovalutare, poichè alcune azioni possono presentare margini di incompatibilità tra di loro. Con un esempio, immaginiamoci un datore di lavoro, che voglia valorizzare la pausa lavorativa, adibendo a tal scopo, delle aree relax nella propria azienda. Poniamo che in seguito, questa stanza non venga mai utilizzata dagli stessi dirigenti. Con questa situazione, molto probabilmente creeremo dei presupposti tali per ricadere nella dissonanza cognitiva , fenomeno in grado di impattare negativamente nella vita lavorativa, creando in questo caso, (lecita) incertezza sui lavoratori. Per evitare questa serie di frangenti, e per diminuire la dissonanza, gli interventi proposti devono distinguersi da un buon grado di sincronicità tra di essi, e tra gli attori protagonisti, allineandosi alla stessa cultura aziendale, allineando così, azioni e pensieri;
  • Porsi sullo stesso piano del lavoratore: la professionalità che accompagna l’adempimento delle proprie funzioni, deve essere rispettosa delle gerarchie in campo, ma al contempo, non deve farsi influenzare da essa. Una scarsa consapevolezza del prorio modo di agire, può condurre, a comportamenti non funzionali, al contesto lavorativo, all’interazione coi propri colleghi e alla natura del compito richiesto in quel momento. Investendo sulla propria mindfulness, ci si può aspettare di rompere i vecchi automatismi, a favore di nuovi comportamenti, efficaci anche in momenti difficili, così considerato da Weick e Sutcliffe, che ritengono necessario far affidamento ad un approccio orientato alla mindfulness, quando vi è l’esigenza di prendere una decisione rapida ed importante, dando priorità alla prorpia competenza (o a quella dei propri collaboratori), piuttosto che far affidamento sulla propria autorità;
  • Buona leadership: non sempre si nasce buoni leader, sebbene ci si possa migliorare anche in tal campo. Vi sono tuttavia, diversi modelli di leadership che apportano differenti riflessi sulla struttura organizzativa. La ricerca, ha evidenziato come, tra i vari tipi di leadership, la leadership trasformazionale, può riuscire a mantenere alta creatività e performance del proprio gruppo, attraverso il consolidamento di alti standard di performance, mediante un equo incoraggiamento di tutti membri del proprio gruppo di lavoro . Le caratteristiche vincenti di un leader trasformazionale, sono state messe in relazione con i livelli di mindfulness e grazie a tale connubio, il leader può rafforzare le doti che portano il proprio team, a risolvere problemi e situazioni di stallo, in maniera creativa e vincente , poiché dinanzi ad una situazione problematica, una strategia prodotta da vecchie scelte, oltre che obsoleta, può rivelarsi sconveniente.
  • Decision Making: Hammond, noto esponente in quest’ambito, assieme ad altri colleghi , ha asserito che delle ottime pre-condizioni che garantiscono una presa di decisione efficace, sono un basso ricorso a processi euristici, unitamente ad un’alta attenzione data agli stimoli di natura interna ed esterna. La mindfulness, si caratterizza per essere un approccio adatto per unire a fattore comune entrambi i fattori, interrompendo i vecchi automatismi di pensiero , pertanto ricorrendo ad essa, è lecito aspettarsi un potenziamento delle dinamiche che conducono alla formazione della decisione, diminuendo i bias, e riducendo l’errore fondamentale di attribuzione, fattori che dispongono verso una decisione efficace.
  • Creatività: progettati per venire incontro ai bisogni cognitivi del proprio staff, ambienti più interessanti ed ergonomici (sale riunioni, postazione per la pausa lavoro, ufficio..) possono apporre beneficio sulla produzione di idee creative, un aspetto benaccetto, in un contesto culturale aperto alla ricerca di buone idee, consapevoli anche del fatto, che il tempo passato sul posto di lavoro, spesso e volentieri è più alto rispetto che a casa.
  • Agire sulla percezione e competenze: il fattore percettivo è un aspetto critico da considerare sia nel conferire un bene o servizio, che nelle pratiche interpersonali. La percezione è cruciale, per esempio, nei meccanismi che concorrono alla creazione di stereotipi. In quest’accezione, si vuole offrire uno spunto incentrato sugli addetti al front-line, che contribuendo a dare la prima immagine dell’azienda al cliente in entrata, implicano l’erogazione di competenza assieme ad una buona visibilità, coscienti del fatto che l’opinione finale del cliente, sarà influenzato da entrambi i fattori. Responsabili di tradurre l’atteggiamento organizzativo del nostro intero contesto professionale, questi operatori si caratterizzano in maggior misura per il fatto di mettere letteralmente la faccia, a differenza di altre mansioni che agiscono maggiormente dietro le quinte. Vogus e Sutcliffe, coerentemente a questa preoccupazione, segnalano che apporre restrizioni al mindfulness organizzativa, può impattare negativamente con l’expertise del nostro staff, mentre sul versante percettivo, risulta importante capire ed anticipare quelle che possono essere le emozioni a valenza negativa di una parte del nostro staff. Parliamo per esempio di medici ed insegnanti, categorie professionali spesso associate a fenomeni come il burnout. Una piena consapevolezza del modo di essere e di stare in un contesto lavorativo, va quindi di pari passo all’attenta analisi dei vissuti emotivi.
  • Scoraggiare l’attività multitasking: la mindfulness può rappresentare un antidoto per questo fenomeno. Il fenomeno del multitasking, interpretabile come una conquista della nostra evoluzione, può da un altro lato, suscitare una serie di allarmi . Una criticità sostenuta dalla ricerca, assegna difatti al fenomeno multitasking una valenza negativa, osservandola piuttosto come un’incapacità nel sostenere l’attenzione in maniera continuata, su un determinato compito. Glomb e Duffy (2011) hanno raccolto gli esisti di vari studi, e hanno indicato nella mindfulness, una risorsa diametralmente opposta alle culture organizzative che puntano a lavorare velocemente, a svolgere compiti in multi-tasking, e che tendono così ad essere soffocati dal prioprio lavoro.

Conclusioni

Una questione che la ricerca sulla mindfulness sembra non ancora aver risolto, è interrogarsi su come un tale atteggiamento, possa essere mantenuto nel tempo, soprattutto a livello organizzativo, poiché maggiormente combinato alla numerosità delle persone e dei fattori in gioco. Prima di divenire una pratica consolidata nell’individuo, la mindfulness può essere una conquista non priva di costi psicologici, e un grosso scoglio dell’intero approccio sembra per l’appunto, quello di riuscire a mantenere viva la potenzialità di tale risorsa, lungo i non pochi momenti di stress acuto.

Una risposta che si vuole suggerire, e che sembra emergere dai dati in possesso è data dall’adozione di una cultura di mindfulness, che organizzi i processi ad un livello più alto. Rispondendo alla fragilità con la quale sembra presentarsi la Mindful Organizing, una possibile soluzione potrebbe riguardare l’attenta valutazione e il continuo monitoraggio dei processi e delle risorse dispiegate, assieme alla considerazione delle esigenze di ogni singolo dipendente/mansione.

L’insieme di queste iniziative, andranno pertanto a far parte di un vero e proprio welfare aziendale, e il monitoraggio costante di tali variabili, si presenta come un’occasione per lo psicologo del lavoro, e del suo bagaglio conoscitivo, che se duttilmente impiegato, può garantire affidabilità nelle fasi di valutazione iniziale, nella ridisegnazione delle variabili lavorative e nel continuo monitoraggio.

Concludendo , sembra ancora presto per capire appieno la portata dei risultati raggiunti dalle aziende che si sono spese in queste termini, e dei diversi fattori contestuali in grado di impattare positivamente. Ciò nonostante, sembra abbastanza chiaro, che gli approcci vincenti in questo campo, hanno tenuto debitamente conto della moltitudine di aspetti sostenuti in questa trattazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  •  Brown, K., & Ryan, R. (2003). The Benefits of Being Present: Mindfulness and Its Role in Psychological Well-Being. J Pers Soc Psychol, 84(4), 822-48. DOWNLOAD
  • Cahn, B., & Polich, J. (2006). Meditation states and traits : EEG, ERP, and neuroimaging studies. Psychological Bulletin, 132(2), 180–211. DOWNLOAD
  • Festinger, L. (1957). A Theory of Cognitive Dissonance. California: Stanford University Press.
  • Gamberini, L., Chittaro, L., & Paternò, F. (A cura di). (2012). Human-Computer Interaction. I fondamenti dell’interazione tra persone e tecnologie. PEARSON EDUCATION ITALIA . ACQUISTA
  • Glomb, T., & Duffy, M. (2011). Mindfulness at Work. Research in Personnel and Human Resources Management, 30, 115–157. DOWNLOAD
  • Isaksen, S., & Gaulin, J. (2005). A re-examination of brainstorming research: Implications for research and practice. The Gifted Child Quarterly, 49. DOWNLOAD
  • Shin, Y., & Young, C. E. (2014). Team Proactivity as a Linking Mechanism between Team Creative Efficacy, Transformational Leadership, and Risk-Taking Norms and Team Creative Performance. The Journal of Creative Behavior, 48(2), 89–114.
  • Vogus, T., & Sutcliffe, K. (2012). Organizational mindfulness and mindful organizing: A reconciliation and path forward. Academy of Management Learning and Education, 11(4), 722–735. DOWNLOAD
  • Weick, K., & Sutcliffe, K. (2007). Managing the Unexpected: Resilient Performance in the Age of Uncertainty (2nd ed ed.). San Francisco: John Wiley & Sons, Inc. ACQUISTA

Cancellare i ricordi negativi è possibile!

Oggi è possibile realizzare tutto questo attraverso una nuova tecnica laser, l’optogenesi, che usa la luce pulsata per colpire i neuroni della parte del cervello collegata alle emozioni degli eventi passati negativi. Così facendo un brutto ricordo potrebbe essere trasformato in uno bello.  

Ricordate il film se mi lasci ti cancello? Narrava di una ragazza che, stanca della sua relazione ormai in fase di declino, decide, mediante un esperimento scientifico, di farsi asportare dalla mente tutti i ricordi relativi alla storia con il suo Joel.  

Ebbene, oggi è possibile realizzare tutto questo attraverso una nuova tecnica laser, l’optogenesi, che usa la luce pulsata per colpire i neuroni della parte del cervello collegata alle emozioni degli eventi passati negativi. Così facendo un brutto ricordo potrebbe essere trasformato in uno bello. 

Questo è quanto sostenuto nella ricerca pubblicata sulla rivista Nature da un gruppo di ricercatori del Riken-MIT Centre for Neural Circuit Genetics, secondo i quali questa scoperta potrebbe portare a una svolta per tutti coloro che soffrono di disturbo post traumatico da stress.

La paura e l’angoscia provate da una persona durante un evento tragico possono continuare, nel tempo, a tormentarlo creando malessere. Ma il malessere deriva dall’emozione negativa esperita durante l’evento traumatico vissuto, che porta, successivamente, al non voler più fare quella cosa o al non andare più in quel luogo.

Ricordare l’evento, dunque, porta a rievocare l’emozione negativa vissuta in quell’istante e quindi a star male. A questo punto modificare il ricordo potrebbe essere la soluzione al problema.

Per agire sul circuito appena descritto, gli scienziati hanno studiato il cervello dei topi, osservando la reazioni avuta ad eventi di tipo positivo (socializzare con i propri simili) e ad altri di tipo negativo (elettroshock). Si è ottenuto che stimolando i neuroni, associati alle emozioni opposte a quelle negative esperite durante l’evento traumatico, il ricordo poteva essere capovolto, cioè da negativo poteva essere trasformato in positivo. Infatti, i topi che inizialmente erano ansiosi, dopo la stimolazione riuscivano a rilassarsi e viceversa. 

Ma non è finita, gli studiosi sono riusciti anche ad individuare il punto esatto in cui i ricordi prendono vita, ovvero l’ippocampo, mentre le emozioni collegate alla memoria si troverebbero nell’amigdala, ed è proprio questo il punto in cui la nuova tecnica dovrebbe essere applicata.

La psicoterapia aiuta il paziente a modificare le emozioni dopo aver lavorato sui pensieri (CBT) o a rievocare un ricordo doloroso per ridurre l’emozione negativa che ne deriva (EMDR), ma questa nuova tecnica potrebbe rendere ancora più efficiente e veloce il processo di liberazione dai brutti ricordi.

Quindi cancellare qualcosa di brutto dalla mente oggi sembrerebbe possibile!

 

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BIBLIOGRAFIA:

Procrastinazione: è influenzata da fattori genetici

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Uno studio condotto da ricercatori dell’Università del Colorado ha scoperto che la tendenza a procrastinare è influenzata da fattori genetici, che sono anche legati ad una propensione all’impulsività.

Ma quando si tratta di ritardare, non siamo tutti uguali: alcuni hanno la tendenza a farlo di più, altri meno. Il team di ricercatori di Boulder si è chiesto cosa, a livello genetico, determini questa varibilità individuale. I ricercatori hanno analizzato 181 coppie di gemelli identici e 166 coppie di gemelli diversi, indagando anche la loro capacità di impostare e mantenere gli obiettivi, la propensione a procrastinare e l’impulsività.

Secondo i ricercatori essere impulsivi ha un valore evolutivo perché ha aiutato i nostri antenati nella sopravvivenza quotidiana. La procrastinazione, d’altra parte, potrebbe essere a livello genetico, un “sottoprodotto evolutivo dell’impulsività”, che probabilmente appare con maggiore evidenza nel nostro mondo moderno di quanto abbia fatto nella relatà quotidiana dei nostri antenati, dal momento che ora ci concentriamo su obiettivi a lungo termine, da cui si possiamo facilmente essere distratti. 

 

Sulla base delle somiglianze comportamentali nei gemelli, i ricercatori hanno concluso che la procrastinazione può essere genetica, e che sembra avere una certa sovrapposizione genetica con l’impulsività.

Entrambi i tratti sarebbero anche legati alla capacità di governare gli obiettivi; e questo suggerisce che ritardare, prendere decisioni parziali e di essere in grado di raggiungere gli obiettivi sono tutti comportmenti radicati in una base genetica comune. 

I ricercatori stanno attualmente esaminando se i due tratti siano legati alla capacità cognitive superiori, e se le stesse influenze genetiche siano collegate con altri aspetti di autoregolamentazione della vita moderna.

 

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Dislessia e memoria di lavoro: la memoria è importante tanto quanto la percezione

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Secondo i ricercatori la memoria di lavoro uditiva potrebbe agire come un “collo di bottiglia” sulle prestazioni delle persone dislessiche.  

La Dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA), che va a incidere sulla capacità di leggere correttamente. Un ipotesi sull’origine del disturbo vede la dislessia come il risultato di un deficit nella capacità del cervello di elaborare i suoni, soprattutto durante l’infanzia; così che chi ne è affetto fatica a imparare le connessioni tra suoni del linguaggio e le parole su una pagina.

Ma se la radice del problema è nell’analisi dei suoni, come si spiegano i musicisti dislessici? Un team di ricercatori israeliani ha cercato di risolvere questo dilemma testando, per la prima volta, le abilità linguistiche di un gruppo di musicisti dislessici .

I ricercatori, guidati dallo psicologo Merav Ahissar, hanno testato, in un campione complessivo di 52 musicisti (di cui 24 dislessici), la percezione uditiva di base e la percezione uditiva legata specificamente alla musica (distinguendo diversi ritmi o melodie) o al linguaggio (come la capacità di discriminare parole da suoni-non-parole simili ). Hanno anche somministrato ai musicisti test di memoria e testato la loro velocità di lettura e precisione.

I risultati indicano che nella maggior parte dei test di percezione uditiva, i musicisti dislessici, così come quelli non-dislessici, ottenevano punteggi migliori della popolazione generale. I risultati peggiori erano nei test di memoria di lavoro uditiva, cioè nella capacità di mantenere un suono in mente per un breve periodo di tempo (in genere secondi).

Infatti, i musicisti dislessici con una più scarsa memoria di lavoro tendevano ad avere minore precisione nella lettura, mentre quelli con più memoria di lavoro tendevano ad essere più precisi.

Secondo i ricercatori la memoria di lavoro uditiva potrebbe agire come un “collo di bottiglia” sulle prestazioni delle persone dislessiche. In questo caso, suggeriscono, sarebbe utile che la ricerca si concentrasse sulle aree cerebrali relative ai processi mnestici in aggiunta a quelle uditive, che hanno fino ad ora assorbito la maggior parte dell’attenzione della ricerca sulla dislessia.

I risultati appaiono illuminanti e sensati: “imparare una lingua richiede di effettuare collegamenti tra i suoni, il loro significato, e i segni grafici che li rappresentano, e la memoria è una parte cruciale di questo processo: se non riesci a ricordare un suono, non è possibile effettuare questo collegamento”, sostiene Nina Kraus, una neuroscienziata che studia musica e linguaggio alla Northwestern University.

In altre parole, per diventare un virtuoso della lingua, la memoria è importante tanto quanto la percezione.

 

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Amare gli animali e mangiare gli animali: come riduciamo la dissonanza cognitiva del “meat paradox”

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E’ il meccanismo della riduzione della dissonanza cognitiva che ci viene davvero in aiuto ogni qualvolta, seppur consapevoli dell'”umanità” animale, ci facciamo una bella bistecca: a 9 su 10 di noi, non potendo adattare il proprio comportamento al proprio sistema di credenze e valori (per esempio diventando vegetariani), non resta che adattare le proprie idee al comportamento.

L’italiano medio consuma 81 kg di carne all’anno, poca se si considera che l’americano tipo ne consuma invece più di 250, un appetito alimentato dal massacro di 10 miliardi di animali. Il consumo di carne convive, nella maggior parte delle persone, con la cura e l’amore per gli animali, sopratutto quelli domestici. Ma come viene gestita la tensione psicologica creata da questi comportamenti apparentemente così contrastanti?

Steve Loughnan dell’Università di Melbourne lo chiama il “paradosso della carne”. Lui e il suo team hanno lavorato anni per comprendere il lavorio mentale a cui ricorriamo per risolvere e convivere con questo dilemma morale.

Il modo più sicuro e più ovvio per eliminare questa tensione morale e psicologica è quello di astenersi dal mangiare carne, diventando vegani o vegetariani. Molti vegani dicono che sono disgustati dall’idea di mangiare carne, e il disgusto è un’emozione potente.

Ma non sono molti a compiere questo passo. Questo perché la carne ci piace, ha un buon sapore, e mangiarla ci dà piacere. È l’interazione tra piacere e disgusto a determinare se ci asteniamo o cediamo di fronte ad un hamburger. 

Loughnan si è chiesto a cosa è attribuibile il trionfo del piacere o quello del disgusto, e per scoprirlo ha studiato i carnivori stessi: Quali sono i loro atteggiamenti e valori in genere? come percepiscono bovini e cani? Come fanno pendere la bilancia verso il piacere e tengono lontano il disgusto?

Lui e il suo team hanno trovato alcune differenze interessanti tra i mangiatori di carne e vegetariani. Ad esempio, i mangiatori di carne tendono ad essere più autoritari, accettano l’espressione dell’aggressività e sono anche più propensi ad accettare le disuguaglianze e ad abbracciare le gerarchie sociali.

A quanto pare questi atteggiamenti verso altri esseri umani gli permettono di percepire il consumo di carne come meno problematico moralmente. II mangiare carne è anche strettamente legato all’identità maschile, come se nell’immaginario comune i “veri uomini” non mangiassero niente che non si stacchi da un osso!

Questi valori personali si riflettono anche nelle credenze sugli animali che mangiamo, cioè sulla percezione che abbiamo della loro mente e su quanto li percepiamo simili a noi. Quello che ci domandiamo, insomma, è: “ma gli animali soffrono? E quanto consapevoli del dolore che provano?”.

Loughnan e il suo team hanno scoperto che mangiare un animale “consapevole” e “pensante”, ad esempio un cane, è pecepito come più immorale e disgustoso del mangiare un maiale, percepito come meno consapevole.

Tutte queste percezioni, combinate tra loro a formare il punto di vista individuale di ciascuno, forniscono uno strumento cognitivo potente per risolvere il “paradosso della carne”. Uno in particolare sembra permetterci di salvare capra e cavoli: percepiamo gli animali come capaci di soffrire, ma non se li uccidiamo “umanamente”.

Ma è il meccanismo della riduzione della dissonanza cognitiva che ci viene davvero in aiuto ogni qualvolta, seppur consapevoli dell’”umanità” animale, ci facciamo una bella bistecca: a 9 su 10 di noi, non potendo adattare il proprio comportamento al proprio sistema di credenze e valori (per esempio diventando vegetariani), non resta che adattare le proprie idee al comportamento…ecco allora che l’animale che ci stiamo per mangiare diventa improvvisamente meno “pensante”, e quindi meno in grado di pecepire la sofferenza.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Loughnan, S., Bratanova, B., & Puvia, E. (2012). The Meat Paradox: How are we able to love animals and love eating animals. In-Mind Italia, 15-18. DOWNLOAD

L’educazione religiosa nei bambini riduce la loro capacità di distinguere tra fantasia e realtà

FLASH NEWS

 

Secondo un’interessante ricerca pubblicata su Cognitive Science i bambini che ricevono un’educazione religiosa avrebbero difficoltà a distinguere tra realtà e finzione. 

I ricercatori hanno presentato a un campione di 66 bambini di 5 e 6 anni tre diversi tipi di storie – religiose, fantastiche e realistiche – allo scopo di valutare quanto i bambini fossero in grado di identificare nelle narrazioni elementi impossibili o di fantasia.

I risultati indicano che i bambini che avevano ricevuto un’educazione religiosa erano significativamente meno capaci rispetto agli altri di identificare gli elementi soprannaturali e fantastici del racconto, come ad esempio gli animali parlanti. 

I racconti religiosi ricchi di elementi apparentemente impossibili (ad esempio, Gesù che trasforma l’acqua in vino) diventano per loro l’impalcatura affidabile alla quale affidare il loro sistema di categorizzazione, che ne risulta compromesso quando si trovano a dover discriminare tra elementi di fantasia e reali.

Confutando l’idea che i bambini siano “credenti nati”, gli autori concludono: “l’insegnamento religioso, in particolare l’esposizione a storie di miracoli, porta i bambini ad una ricettività più generica verso l’impossibile, cioè, una più ampia accettazione che l’impossibile può accadere a dispetto di relazioni causali ordinarie.”

 

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Molto spesso la sofferenza psicologica è determinata proprio dal “fallimento” della neurocezione e può riguardare due aspetti centrali per la nostra sopravvivenza: l’incapacità di disattivare il sistema di difesa in condizioni di sicurezza o al contrario l’impossibilità di attivare comportamenti difensivi in situazioni di pericolo.

Osservando i neonati o bambini molto piccoli è esperienza molto comune vederli reagire in modo diverso allo stesso gioco o allo stesso abbraccio in presenza di persone diverse. Allo stesso modo possono ricercare attivamente l’attenzione di un estraneo o sentirsi terrorizzati dal suo solo ingresso nella stanza in cui fino ad un attimo prima giocavano serenamente. Cosa determina queste reazioni?

Secondo il modello di Stephan Porges, già discusso in precedenti contributi sull’argomento, il nostro sistema nervoso sarebbe costantemente impegnato nella valutazione dei rischi, attraverso la continua elaborazione di informazioni e stimoli che dall’ambiente raggiungono i nostri sensi: Neurocezione è il termine coniato dal Prof. Porges per spiegare questo processo.

La nostra eredità come specie ha reso necessaria sin da subito questa abilità per riconoscere i predatori e ancora oggi questo istinto resta scritto nei circuiti neurali più primitivi e ci porta ad avere comportamenti di socializzazione verso persone familiari e comportamenti difensivi verso gli estranei. Il tutto avviene in base a quanto ci sentiamo al sicuro e questo sin dai primissimi attimi di vita!

Molto spesso la sofferenza psicologica è determinata proprio dal “fallimento” della neurocezione e può riguardare due aspetti centrali per la nostra sopravvivenza: l’incapacità di disattivare il sistema di difesa in condizioni di sicurezza o al contrario l’impossibilità di attivare comportamenti difensivi in situazioni di pericolo.

Le moderne tecniche di neuroimaging ci hanno dato la possibilità di individuare le aree del cervello che si “accendono” tutte le volte che ci sentiamo al sicuro (lobi temporali) e che sono in grado di “spegnere” i circuiti neurali responsabili delle risposte difensive (attacco, fuga, freezing, svenimento). Le stesse aree temporali promuovono i processi di affiliazione e comportamenti pro sociali tra esseri umani, grazie all’attivazione di ormoni che favoriscono un legame empatico, positivo e cooperativo.

Uno dei più coinvolti nella capacità di costruire e trarre benessere dalla relazione con gli altri è l’ossitocina: molto presente durante le ultime fasi della gravidanza, il parto e le primissime fasi di vita del bambino, viene rilasciata nel nostro cervello ogni volta che da adulti sentiamo piacere nel contatto o nell’abbraccio di una persona cara, ogni volta che riusciamo a sentire profonda intimità con l’altro. Al contrario non vi è alcun rilascio di ossitocina se ci sentiamo minacciati da un contatto o dall’abbraccio di qualcuno. La stessa esperienza non è più fonte di sicurezza e, dunque, neanche di piacere. 

Il passo successivo all’inibizione dei circuiti difensivi è dunque guadagnare la prossimità fisica e il contatto. Quali sono i segnali del corpo che consentono di ridurre la distanza e di entrare in contatto con gli altri?

Il modo in cui l’altro si muove verso di noi, con il suo corpo e con la sua presenza, determina indubbiamente la lettura che facciamo delle sue intenzioni: ci aiuta a distinguere una ricerca di contatto intimo e affettuoso da una ricerca di contatto violento, minaccioso.

Se tuttavia il sistema di attaccamento sociale fosse legato alla sola lettura ed espressione del movimento volontario, i neonati sarebbero enormemente svantaggiati proprio perché in loro lo sviluppo neurale del sistema motorio corticale, legato al movimento intenzionale, è completamente immaturo.

La ricerca di contatto e prossimità sembra piuttosto dipendere, all’inizio della nostra vita, dal modo in cui muoviamo i muscoli del volto e della testa, regolati da vie neurali più primitive che legano la corteccia al tronco cerebrale (vie cortico spinali). Attraverso questi muscoli riusciamo a dare espressione al volto, a regolare il tono della voce, a direzionare lo sguardo e a distinguere la voce umana tra rumori di fondo.

Queste vie neurali sono sufficientemente sviluppate sin dalla nascita e consentono al neonato di attivare il caregiver attraverso vocalizzazioni e smorfie e di entrare in contatto con il mondo attraverso la direzione dello sguardo, il sorriso e la suzione.

La regolazione neurale e la tonicità dei muscoli del volto e della testa influenzano dunque enormemente come ognuno di noi percepisce l’altro e come l’altro legge le nostre emozioni; il perfezionamento di questa regolazione reciproca e positiva riduce gradualmente la distanza necessaria alla sicurezza, favorendo la costruzione di una maggiore intimità e, nel tempo, di un legame affettivo più forte e solido.

Questo ‘scambio di segnali di sicurezza’ permette a noi esseri umani, sin dalla nascita e poi da adulti, di mantenere il legame e comunicare efficacemente con l’altro attraverso:

 – il contatto oculare, 

– le vocalizzazioni o un tono di voce in grado di attirare gli altri, 

– il ritmo e il suono della voce, 

– le espressioni facciali congrue a come ci sentiamo e 

 la modulazione dei muscoli dell’orecchio medio, per distinguere la voce umana dai rumori di fondo. 

Al contrario, quando la tonicità e la regolazione di questi muscoli è ridotta, la risposta del corpo cambia e cambiano i messaggi che diamo e che riceviamo dagli altri:

– le palpebre sono più chiuse e limitano il contatto oculare, 

– la voce diventa più stereotipata e perde le inflessioni, 

– le espressioni facciali positive scompaiono, 

– la percezione del suono della voce umana diventa meno intensa, 

– la sensibilità e l’interesse per la vicinanza dell’altro si riduce drasticamente. 

La ridotta tonicità e reattività dei muscoli del volto può essere causata da molte situazioni: succede automaticamente in risposta alla neurocezione di un pericolo o di una minaccia alla propria vita proveniente dall’ambiente esterno (es. persona, situazione, evento stressante) oppure può essere determinata da un’alterazione dell’equilibrio interno (es. malattia, dolore fisico, malessere psicologico).

Il nostro modo di interagire con gli altri e di ingaggiarci in legami sociali può variare enormemente in tutte queste situazioni. E’ importante sottolineare a questo proposito come non è solo l’attivazione intensa di questi muscoli legata ad emozioni negative (rabbia, paura) ad essere riconosciuta come pericolosa dal nostro sistema neurocettivo, ma anche un’espressione piatta (still face) come quella di un genitore depresso o di un bambino malato può essere percepita come minacciosa per la vita e inibire la regolazione affettiva spontanea nei processi di interazione sociale e nella lenta costruzione di legami di reciprocità.

In presenza di disturbi psichiatrici e di sofferenza psicologica, in cui la minaccia è spesso interna e legata ad una cronica incapacità di sentire e mantenere un senso di sicurezza personale, si è spesso portati a vivere il rapporto con l’altro in modo estremo e disfunzionale cercando la regolazione affettiva (e neurobiologica) di cui abbiamo bisogno in modo pressante e incongruo o talora rinunciando a questa regolazione, rifiutando ogni contatto, disinvestendo completamente nella possibilità di essere aiutati o confortati dalla sola vicinanza dell’altro.

Anche nelle relazioni adulte, e la psicoterapia è spesso soprattutto questo, è possibile rintracciare questi segnali di disarmonia (difficoltà nel mantenere una contatto oculare, occhi chiusi, sguardo in basso, testa reclinata in basso o lateralmente, voce alta o improvviso calo del tono di voce, espressioni del viso incongrue rispetto al dialogo in corso,..) e riuscire a leggerli in tempo, su se stessi e sugli altri, può aiutare nel ripristinare una buona regolazione e una più efficace comunicazione.

Grazie al Prof. Porges ora sappiamo che tutti questi cambiamenti hanno a che fare con sistemi neurobiologici molto primitivi e ci segnalano sempre che qualcosa di importante sta avvenendo nella relazione o nella situazione in cui siamo. Sta a noi coglierli o lasciarli inosservati.

DA SEGNALARE:

Per ulteriori approfondimenti su aspetti clinici della Teoria Polivagale, il Prof. Porges sarà a Milano il 25 e il 26 Ottobre 2014 in occasione del Convegno dal titolo: “APPLICAZIONI CLINICHE DELLA TEORIA POLIVAGALE: IL POTERE TRASFORMATIVO DELLA SENSAZIONE DI SICUREZZA”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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