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Seconda edizione del Festival della Comunicazione sociale a Milano

La seconda edizione del Festival della Comunicazione sociale, organizzato dalla Fondazione Pubblicità Progresso, ha preso il via a Milano. Il programma, che quest’anno ha come tema la sostenibilità, comprende 20 appuntamenti per un viaggio che tocca nel mese di novembre non soltanto il capoluogo lombardo, ma anche altre città italiane, come Bologna e Roma. Si tratta di un’occasione per promuovere scelte di vita e di consumo responsabili. E’ questo lo scopo della comunicazione sociale che, attraverso messaggi pubblicitari, mira a sensibilizzare il largo pubblico su tematiche di interesse generale, per esempio l’AIDS, l’emarginazione e la ludopatia.

 

La comunicazione sociale: intervista a Vincenzo Russo

La rassegna si concluderà il 28 novembre alla Triennale di Milano. Abbiamo intervistato Vincenzo Russo, Professore di Psicologia dei Consumi e Direttore scientifico del Centro di Ricerca di Neuromarketing, protagonista dell’incontro che si svolgerà il 16 novembre presso l’Università IULM.

– In che modo la comunicazione sociale può contribuire a stimolare comportamenti corretti, cioè quelle buone pratiche che non danneggiano né la salute né l’organizzazione sociale?

“La comunicazione sociale nasce per stimolare comportamenti corretti, non fosse altro che per supportare le categorie in difficoltà o, comunque, per intervenire su comportamenti che possono essere patologici a lungo termine. Le campagne pubblicitarie di Pubblicità Progresso, ad esempio, cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di un problema sociale, come l’alcolismo”.

Qual è il criterio per la selezione dei messaggi nella comunicazione sociale?

“Il dilemma che emerge è sempre lo stesso: la comunicazione è razionalità o emozione? Molto spesso si confonde la comunicazione sociale con quel tipo di comunicazione che dovrebbe, in qualche modo, dare indicazioni razionali sui modi di agire. In realtà, tutti sappiamo quali siano i comportamenti da mettere in pratica. Il vero problema è metterli effettivamente in pratica. Per questo le campagne sociali non devono parlare solo alla parte razionale delle persone, ma anche alla componente emozionale”.

– Che cos’è il nudge?

“In italiano si può tradurre con spinta gentile, ovvero la possibilità di creare le condizioni, attraverso ambienti e stimolazioni, per fare in modo che le persone sappiano quale sia il comportamento giusto da agire, senza doverci pensare. Un esempio: se uso un piatto piccolo o un piatto grande per un buffet, è chiaro che spingo le persone a scegliere una quantità di cibo che è coerente con la grandezza del piatto. Se si opta per piatti piccoli, sicuramente le persone prenderanno meno cibo, rispetto a quando hanno piatti grandi. In questo modo, possiamo arginare il problema dello spreco alimentare. Così ho creato un nudge, studiato dallo scrittore Richard Palmer che, non a caso, quest’anno ha vinto il premio Nobel per l’economia. I teorici del nudging propongono persino di introdurre dispositivi che sollecitino buoni comportamenti: in alcuni alberghi esiste la chiave magnetica della porta che disattiva automaticamente la luce; in California un raccoglitore di vetro, che assegna dei punti come accade nei videogame, ha incoraggiato la raccolta differenziata”.

In un messaggio è meglio evidenziare l’aspetto positivo o quello negativo?

“Comunicare vietando è sempre un boomerang, è molto rischioso, è come dire ad un bambino di non mangiare la marmellata. E’ chiaro che il bambino, alla prima occasione, non rispetta la regola, quando non c’è qualcuno che controlla il comportamento. Da un lato, quello che bisognerebbe fare è creare le condizioni per premiare comportamenti corretti, piuttosto che punire quelli scorretti. Dall’altro, fare in modo che il comportamento corretto venga agito non perché le persone temano di essere punite, ma perché viene naturale agire in quel modo”.

Il Centro di Ricerca di Neuromarketing Behavior and Brain Lab, che Lei dirige, si occupa di comunicazione sociale?

“Certo, lavoriamo molto con organizzazioni non profit, perché la comunicazione sociale è particolarmente impregnata di emozione. Il problema sta nel capire come misurare queste emozioni. Collaboriamo con ONG, per le quali valutiamo, in base al contesto, al messaggio, al prodotto, al servizio, quale sia la formula migliore. Ultimamente i messaggi che, fino a qualche anno fa, venivano esclusi perché troppo negativi, quelli che ad esempio fanno leva sulla paura, oggi sembrano avere sempre più efficacia. Questi ultimi, che si chiamano fear arousing appeals, letteralmente ‘appelli alla paura’, mirano a determinare nei destinatari reazioni di paura a quanto mostrato. Lo scopo è dissuadere dall’attuare comportamenti pericolosi, come guidare in stato di ebbrezza, comunicando il rischio e la minaccia a cui le persone vanno incontro, se non modificano le loro insane abitudini. Secondo gli studi, un messaggio che stimola la paura favorisce l’elaborazione cognitiva delle informazioni ed aumenta la motivazione ad evitare la minaccia”.

Uno degli ultimi progetti in cantiere?

“Di recente stiamo operando con Unicef per spingere le persone a donare un po’ di più, tramite i lasciti testamentari. Si tratta di un tema molto caldo perché, dai dati che Unicef ha comunicato in un congresso dedicato al Neuromarketing, sembra che nel 2020 noi Italiani, che abbiamo il tasso di crescita più basso al mondo, al pari dei Giapponesi, avremo quasi 105 miliardi in euro di patrimonio senza eredi. Questo per le ONG rappresenta un bacino di finanziamento per il loro servizio estremamente importante. Unicef sta investendo su un messaggio che sia comprensibile, facile ed emozionale per favorire i lasciti testamentari”.

I linguaggi non convenzionali, come social e app, possono facilitare la comunicazione sociale?

“Più che facilitare la comunicazione sociale, i linguaggi non convenzionali diventano l’elemento chiave per raggiungere un pubblico più vasto, compreso quello giovanile. Esistono studi estremamente importanti che dimostrano come tramite il social media marketing si possono raccogliere fondi impareggiabili rispetto a quelli ottenuti tramite la comunicazione televisiva o tradizionale. Il social media marketing, svolto in maniera professionale, permette di avere un grandissimo seguito a costi molto inferiori ai canali classici. Non c’è dubbio, però, che chi affronta un tema così complicato, come quello della comunicazione sociale, non può non considerare l’importanza dell’integrazione dei canali di comunicazione. Dunque, va bene social, ma è necessaria una pianificazione mirata”.

Un esempio di una campagna sociale ben riuscita?

“Francesca Ambrogetti, responsabile foundraising di Unicef, ha scritto un libro che si intitola Emotional raising, in cui tratta di numerosi casi di comunicazione a basso costo, anche social, sviluppata in maniera intelligente ed azzeccata. A livello personale mi sono imbattuto in un’associazione che si occupa di aiutare animali abbandonati, che è diventata famosa per il caso Fiona: si tratta di una cagnolina salvata da un gruppo di volontari. Questi ultimi hanno raccontato con un video, diventato virale sui social network, la storia di Fiona, ricevendo un ottimo sostegno economico”.

Basta un Nudge e lo zucchero va giù

Obiettivo del Team Nudge Italia è lavorare sul contesto e strutturare ambienti che promuovano comportamenti funzionali al benessere individuale e sociale. Il Nudge è un approccio applicabile in moltissimi campi, dalla lotta all’obesità, al risparmio energetico, al sistema pensionistico (Costa e Kahn, 2013; Just & Wansink, 2009; Thaler e Benartzi, 2004).

 

Quanto zucchero va assunto al giorno?

La mattina, quando entro in un bar per sorseggiare un caffè, il mio sguardo cade per qualche istante sui clienti al banco, i loro volti, la loro postura, i loro abiti, e da qualche tempo, da quando ho approfondito le mie conoscenze sul Nudge, l’occhio cade anche sul numero di bustine di zucchero richieste e consumate che restano nei piattini dei clienti e poi finiscono nella spazzatura. I gestori riferiscono che sul mercato sono presenti diverse versioni: canna, bianco, fruttosio, dolcificante e che al momento dell’acquisto delle bustine di zucchero dal grossista, non si chiedono quale sia la quantità di zucchero contenuta in ciascuna bustina ma pongono attenzione al prezzo dell’intero lotto di pacchetti, sulla base del peso totale della confezione acquistata. Sorge il dubbio che lo zucchero contenuto nelle singole bustine sia eccessivo rispetto alla quantità necessaria per rendere gradevole l’espresso ma l’essere umano tende a non porsi il problema, normalmente utilizza la bustina che trova all’interno del locale, senza chiedersi la quantità di zucchero (in grammi) in essa contenuta.

Il momento caffè in Italia non è solo una grande storia artigianale e industriale, con il tempo ha assunto un’identità diventando quasi un rito. È sinonimo di “pausa” per chi lavora in ufficio, di conoscenza e aggregazione tra colleghi, di risveglio e buongiorno al mattino o di ripresa nel primo pomeriggio. D’altra parte, gli individui hanno difficoltà nel consumo consapevole e nel calcolo effettivo delle calorie ingerite durante la giornata, compreso il consumo di zucchero. Per questo il caffè, elemento di unione e condivisione, è anche associato al consumo di zucchero e quindi al tema dell’obesità.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2015) prevede come limite massimo di zuccheri liberi che si possono assumere durante la giornata una quantità non superiore al 10% dell’apporto complessivo di calorie ingerite. Questa indicazione non si riferisce agli zuccheri contenuti in ortaggi freschi e frutta, o quelli presenti naturalmente nel latte, sui quali non vi è alcuna evidenza scientifica che ne segnali gli effetti negativi, ma allo zucchero presente in bevande, salse, biscotti, ecc.

Concretamente, spiega Enzo Spisni (2016), docente di Fisiologia della Nutrizione all’Università di Bologna, un adulto il cui fabbisogno calorico quotidiano è pari a 2000 calorie, può consumare circa 50 grammi di zuccheri semplici al giorno. L’esperto aggiunge un ulteriore consiglio per poter ottenere benefici in termini di salute: non superare il 5% di zuccheri semplici del piano calorico standard previsto durante la giornata, ovvero assumere massimo 25 grammi di zucchero “libero” al giorno (pari a circa 6 cucchiai da tè).

Gli effetti di un consumo eccessivo e prolungato di zucchero

La letteratura fornisce la prova che un eccessivo e prolungato consumo di zucchero può aumentare la probabilità di sviluppare numerose malattie, quali ad esempio: diabete, tumori, malattie cardiovascolari, obesità (Vecchia, Franceschi, Bidoli, Barbone e Dolara, 1993; Janket, Manson, Sesso, Buring e Liu, 2003; Johnson et al., 2009; Lustig, Schmidt e Brindis, 2012; Yang et al., 2014).

Il gruppo di ricerca della University of California di Los Angeles (UCLA), afferma sulla rivista Nature che il consumo di zucchero negli ultimi cinquanta anni è triplicato, facendo aumentare le patologie ad esso connesse (Lustig, R. H., Schmidt, L. A., e Brindis, C. D., 2012).

D’Aria Irma (2013) riporta in un articolo comparso su Repubblica che in Italia il consumo di zucchero ammonta a circa 1 milione 650 mila tonnellate annue, quantità che corrisponde a un consumo di circa 27 kg pro-capite all’anno, e la ricerca condotta dal Crédit Suisse Research Institute ha analizzato gli aspetti nutrizionali, medici ed economici, dimostrando come nel lungo termine si potrebbe pensare di bandire totalmente lo zucchero dal mercato, considerate le patologie a questo associate.

Quali fattori influenzano il consumo alimentare e come sceglie l’essere umano?

Tra i fattori che in genere influenzano il consumo alimentare, svolgono un ruolo significativo gli imballaggi e le dimensioni delle singole porzioni (Rolls, Morris e Roe, 2002; Aerts e Smits, 2017; Poelman et al., 2016). Nonostante tali evidenze, in tutto il mondo, gli ultimi quarant’ anni sono stati caratterizzati dall’ aumento generale delle dimensioni dei prodotti (Smiciklas-Wright, Mitchell, Mickle, Goldman e Cook, 2003).

Osservando i distributori automatici presenti all’interno degli edifici pubblici, è possibile notare che essi indicano sul display attraverso delle semplici palline la quantità di zucchero che si desidera all’interno del proprio caffè, tè o cioccolata. In essi di default la quantità di zucchero impostata è pari a una quantità media utile per dolcificare la bevanda. Le persone possono scegliere di modificare la quantità di zucchero aumentando o diminuendo attraverso gli appositi pulsanti l’opzione predefinita ma, tendenzialmente, intenti nel dialogare con il collega accanto, inseriscono la moneta non ponendosi il problema della quantità di zucchero contenuta nella loro bevanda.

L’essere umano si lascia guidare dal contenuto predefinito (opzione di default), non si pone il problema della quantità di zucchero ingerita o presente all’interno della bustina. L’uomo ha la tendenza a lasciare le cose nello stato in cui sono (status quo) (Thaler e Benartzi, 2004).
Secondo lo psicologo israeliano Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’Economia nel 2002, il contesto in cui viviamo quotidianamente può esercitare un’importante influenza sulle nostre scelte, che ne siamo consapevoli o meno (Kahneman, 2013). Nel suo libro “Pensieri Lenti e Veloci” (2013) sintetizza in maniera chiara e semplice le premesse da cui nasce la Behavioural Economics (BE), branca della scienza cognitiva e del comportamento che ha avuto origine a partire da numerosi studi sperimentali:

Vivendo la nostra vita, ci lasciamo di norma guidare da impressioni e sensazioni, e la fiducia che abbiamo nelle nostre convinzioni e preferenze intuitive è solitamente giustificata. Ma non sempre. Spesso siamo sicuri delle nostre idee anche quando ci sbagliamo, e un osservatore obiettivo ha più probabilità di noi di individuare i nostri errori teorici.” (Kahneman, 2013, p.4).

Kahneman (2011) spiega la modalità con cui gli individui effettuano le loro scelte dinnanzi a una pluralità di stimoli, a partire dai due termini utilizzati precedentemente da Stanovich e West (2000) per descrivere i due sistemi che convivono (metaforicamente) nel cervello di ogni individuo: il Sistema 1, più “antico”, irrazionale e veloce, e il Sistema 2, più evoluto e capace di ragionamenti complessi, ma molto più lento. Il Sistema 1 è fondamentale per l’evoluzione della specie umana perché permette all’uomo di affrontare diverse situazioni della quotidianità; tuttavia nell’assumere decisioni complesse gli individui hanno bisogno di utilizzare alcune scorciatoie di pensiero denominate euristiche (Tversky e Kahneman, 1974). Esse riducono le energie cognitive impiegate nella risoluzione di problemi e permettono all’uomo di giungere a valutazioni e decisioni rapide in situazioni comuni e di routine, nelle quali a volte si hanno a disposizione poche e inaccurate informazioni. In molti casi però esse possono portare a commettere errori sistematici di valutazione, i cosiddetti bias (Tversky e Kahneman, 1974).

Che cos’è il Nudge?

Il Nudge, è un approccio multidisciplinare sviluppato dall’Economista Richard Thaler, vincitore del premio Nobel per l’Economia Comportamentale nel 2017, e dal giurista Cass Sunstein (2009) a partire dai principi della Behavioural Economics sopra accennati e tradotto in italiano come “spinta gentile”, permette di indirizzare le persone verso scelte il meno distorte possibile dagli errori sistematici ai quali la maggior parte degli individui è sensibile, riguardo sia il sistema 1 sia il sistema 2. A tal fine, l’utilizzo di un’accurata “architettura delle scelte”, ovvero un’impalcatura contestuale che favorisce l’’emissione di comportamenti funzionali per il benessere dell’individuo, può essere utile per modulare alcuni comportamenti, senza l’utilizzo di incentivi economici o punizioni e senza precludere la libertà di scelta (Thaler e Sunstein, 2009).

Obiettivo del Team Nudge Italia è lavorare sul contesto e strutturare ambienti che promuovano comportamenti funzionali al benessere individuale e sociale.
Il Nudge è un approccio applicabile in moltissimi campi, dalla lotta all’obesità, al risparmio energetico, al sistema pensionistico (Costa e Kahn, 2013; Just & Wansink, 2009; Thaler e Benartzi, 2004).

L’attuale letteratura sul nudging, mostra come una delle spinte maggiormente efficaci per promuovere comportamenti virtuosi, sia l’utilizzo strategico dell’opzione di default. Un caso esemplare di questo, è descritto da Johnson e Goldstein che nel 2004, confrontando la percentuale di donatori di organi in diversi paesi europei, hanno evidenziato come questa non fosse influenzata dalle opinioni individuali o dalla cultura di appartenenza, ma dalla modalità con cui era stato strutturato il modello di adesione al programma di donazione. Nei paesi in cui il cittadino doveva fornire un consenso esplicito per donare gli organi, le percentuali di donatori risultavano molto basse. Di contro, nei paesi in cui il cittadino era automaticamente incluso nel programma di donazione e, al contrario, il dissenso alla donazione doveva essere fornito attivamente, la percentuale di donatori rimaneva al di sopra del 90%. È utile sottolineare che la libertà di scelta era garantita in entrambe le situazioni, ma con risultati che di fatto dipendevano in larga parte dall’opzione di default presente.

Lo stesso principio è stato utilizzato da Save More Tomorrow (Thaler e Benartzi, 2004), intervento di nudge applicato al piano pensionistico negli Stati Uniti. Inserendo l’adesione al piano pensionistico come opzione di default contrattuale, si è ottenuta una maggiore aderenza al programma da parte dei dipendenti, i quali hanno usufruito di un diritto lavorativo e ne hanno tratto beneficio al momento della loro pensione.

Il quesito non è se assumere o meno una decisione, ma quanto il costo della risposta necessario per effettuarla influenzi la decisione stessa. Le persone hanno la tendenza a rimanere nello stato in cui si trovano, piuttosto che affrontare una decisione costosa da un punto di vista cognitivo o comportamentale.

Applicare l’opzione di default significa impostare un’opzione che verrà scelta automaticamente, a meno che le persone scelgano attivamente di comportarsi in modo diverso. Nella vita quotidiana, essa la troviamo ad esempio, negli smartphone e nei dispositivi digitali, venduti con impostazioni predefinite che la gente può scegliere di cambiare. Molti abbonamenti vengono rinnovati automaticamente a meno che il cliente non decida attivamente di annullare l’iscrizione.

Secondo Sunstein, tuttavia, l’opzione predefinita dovrebbe essere quella che è in linea con le preferenze delle persone, in modo da essere considerata come una spinta gentile.

Lo studio del Nudge sulla quantità di zucchero assunta col caffè

I clienti chiedono una o due bustine di zucchero al gestore del bar ma non chiedono loro informazioni sulla reale quantità di zucchero (in grammi) in esse contenuto, pertanto, partendo dalla letteratura di riferimento, il team di ricerca di Nudge Italia ha sviluppato nel luglio del 2016 un intervento di nudge all’interno di un bar di una palestra catanese, utilizzando il principio dell’opzione di default, con l’obiettivo di ridurre la quantità di zucchero assunta dai clienti che gustano una tazza di caffè nel bar che ha ospitato l’iniziativa.

L’ipotesi iniziale era che le persone scelgono la quantità di zucchero da mettere nel loro caffè su base unitaria, ovvero in base al numero di bustine, piuttosto che considerare l’importo effettivo in grammi, contenuto nel pacchetto. Sostituendo le bustine di zucchero normalmente utilizzate con bustine contenenti una quantità minore di zucchero, si sarebbe potuta ridurre in media, la quantità di zucchero assunta da ogni singola persona nel momento del caffè.

A tal fine, i clienti del bar sono stati osservati per due settimane (n = 213) e sono stati analizzati solo i dati relativi a coloro che hanno messo lo zucchero nel loro caffè (n = 96).
L’osservazione continua della durata di 1 ora, nella fase di baseline e in quella sperimentale, è stata svolta nella fascia oraria in cui il gestore del bar ha riferito esserci maggiore consumo di caffè: dalle 15:00 alle 16:00 del pomeriggio.
Il consumo di zucchero è stato misurato sia nella fase di controllo che in quella sperimentale, attraverso una griglia di osservazione, nella quale l’osservatore ha riportato il numero di bustine di zucchero versate da ciascun cliente nella propria bevanda.

Per l’analisi dei dati, sono stati considerati solo i clienti che hanno usato zucchero bianco o di canna, escludendo coloro che hanno utilizzato altri tipi di dolcificanti.
Risultato dell’esperimento è la media dei grammi consumati dai clienti che hanno messo lo zucchero nel loro caffè. Per farlo, i pacchetti sono stati convertiti in grammi.

Nello specifico, durante la fase di controllo sono stati osservati 102 clienti. Fra loro 52 (51%), hanno messo dello zucchero nel loro caffè, mentre 50 (49%) no. Durante la fase sperimentale sono stati osservati 111; tra di loro, 44 (40%) hanno utilizzato lo zucchero nella loro bevanda, mentre 67 (60%) non l’ha utilizzato.

Nella fase di baseline, il consumo medio di zucchero a persona è stato pari a 5,91 g (ds = 1,87), mentre in quella sperimentale, il consumo medio di zucchero a persona si è ridotto a 3,05g (ds = 1.01), come è possibile osservare dal grafico sotto riportato.
La differenza tra la media dello zucchero consumato durante la fase di controllo e quella sperimentale è stata statisticamente significativa (t (94) = 9.10; p < 0,001; Cohen D = 1,37).

Entrambe le fasi (baseline e sperimentale) svolte a distanza di una settimana l’una dall’altra, hanno avuto durata pari a sei giorni, esclusa la domenica. Nello specifico, la fase di baseline è durata dall’11 al 16 Luglio mentre quella sperimentale dal 25 al 30 Luglio.
Durante la baseline sono state utilizzate le bustine messe a disposizione dal gestore del bar, il cui contenuto di zucchero è pari a 7g. Nella fase sperimentale le bustine sono state sostituite con bustine contenenti 4g di zucchero.

I dati ottenuti in seguito all’intervento di nudge hanno confermato l’ipotesi iniziale, mostrando una riduzione significativa del consumo di zucchero durante la seconda settimana (fase sperimentale).

Lo studio sembra sostenere l’efficacia nel manipolare l’opzione di default, quando si lavora su comportamenti malsani che si presume siano “insensati”. I risultati sembrano essere in linea con l’idea che i clienti, quando scelgono la quantità di zucchero da mettere nel caffè, basano la loro scelta sulle singole unità invece che sull’ importo reale dei grammi contenuti in ciascuna bustina.
Apportando una modifica semplice e sostenibile nel contesto, le persone hanno ridotto sensibilmente la quantità di zucchero che ingerivano nel bere una tazza di caffè. Ulteriori esperimenti potrebbero valutare la generalizzabilità di questa constatazione in altri contesti culturali, utilizzando anche differenti tipi di merci.

Se si moltiplicasse la quantità di zucchero non ingerita per ogni caffè bevuto al giorno, è facile intuire il notevole impatto in termini di salute ed economia sociale di questo semplice intervento, che non impedisce comunque a ciascun individuo di utilizzare maggiori quantità di zucchero.
I risultati finora ottenuti sono stati incoraggianti e hanno mostrato come sia possibile sviluppare interventi a costi ridotti e con un impatto significativo a livello socio-economico e di salute pubblica.

L’accettazione dell’invecchiamento: una strategia protettiva in età avanzata

Accettazione dell’ invecchiamento: Un possibile modo per mantenere nelle ultime decadi di vita un’alta percezione di qualità della vita potrebbe essere quello di fare leva sull’accettazione psicologica, uno dei processi al centro dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl, & Wilson, 1999, 2012). L’ACT è una terapia comportamentale che appartiene agli approcci emergenti di “terza generazione” della terapia comportamentale e cognitiva e che è stata sviluppata per trattare quei problemi psicologici in cui l’evitamento – strategia di coping fallimentare nel lungo periodo – riveste un ruolo chiave.

Lucia Pomoni, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI DI MILANO 

 

L’invecchiamento della popolazione ed i suoi effetti

Stiamo invecchiando. Oggi più che mai. Mentre all’inizio del ‘900, donne e uomini occidentali vivevano all’incirca fino a, rispettivamente, 48 e 45 anni (Hansen, 2013; Kinsella, 1992), nel 2014 l’aspettativa di vita alla nascita di una donna ha raggiunto gli 83.6 anni, quella di un uomo i 78.1 anni (Eurostat, 2016a). Questo pattern di longevità prolungata, insieme ai bassi livelli di fertilità degli ultimi decenni, ha dato vita ad un vero e proprio cambiamento demografico (Rossini & Marra, 2014), responsabile di un invecchiamento della popolazione: in Europa, nell’ultima decade (2005-2015), si è verificato un incremento del 2.3 % di persone anziane, ovvero di coloro che hanno 65 e più anni (Eurostat, 2016b).

L’aumento repentino di individui che vivono più a lungo ha spostato l’attenzione alle generazioni di età avanzata. Queste si trovano a dover far fronte a cambiamenti fisici e psicologici che, in aggiunta a fattori ambientali e socio-economici, possono minare la loro efficienza ed il loro benessere (Ajmone Marsan et al., 2014). Il trascorrere degli anni, infatti, è associato ad un peggioramento nella salute fisica e mentale che può però essere rallentato da interventi che promuovono il benessere e migliorano la qualità della vita dei soggetti anziani (Clark et al., 2012; Diener & Chan, 2011).

L’accettazione: costrutto cardine dell’Acceptance and Commitment Therapy

Un possibile modo per mantenere nelle ultime decadi di vita un’alta percezione di qualità della vita potrebbe essere quello di fare leva sull’accettazione psicologica, uno dei processi al centro dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl, & Wilson, 1999, 2012).

L’ACT è una terapia comportamentale che appartiene agli approcci emergenti di “terza generazione” della terapia comportamentale e cognitiva e che è stata sviluppata per trattare quei problemi psicologici in cui l’evitamento – strategia di coping fallimentare nel lungo periodo – riveste un ruolo chiave.

Essa mira a incrementare la flessibilità psicologica (capacità di prendere consapevolezza del momento presente e di persistere o modificare il comportamento in vista di scopi valoriali) ed a promuovere un cambiamento comportamentale coerente con valori personalmente importanti mediante l’impiego di una serie di tecniche, tra cui appunto l’accettazione (Hayes et al., 1999). L’accettazione è un’abilità psicologica positiva che favorisce l’azione guidata dai valori e che contrasta l’evitamento esperienziale, coinvolto in numerosi disturbi e problemi clinici (Hayes, Masuda, Bissett, Luoma, & Guerrero, 2004).

Accettare (dal latino “capere”, ossia “prendere”) non significa tollerare o rassegnarsi (Kanter, Baruch, & Gaynor, 2006). Bensì, accogliere ciò che arriva; sperimentare, abbracciare attivamente e consapevolmente i pensieri, le emozioni, le sensazioni, senza modificarli o eliminarli, anche quando risultano spiacevoli e dolorosi (Bricker & Tollison, 2011); vivere evitando di sprecare tempo e risorse mentali nel controllare le memorie ed i pensieri (Butler & Ciarrochi, 2007); approcciarsi in modo impegnato e non giudicante agli eventi personali prima evitati (Kanter et al., 2006).

Tre sono i motivi che fanno pensare che più alti livelli di accettazione si leghino ad una migliore condizione psichica. Primo, l’accettazione rende disponibili più risorse psicologiche per affrontare gli eventi di vita (Bond & Bunce, 2003). Secondo, rispetto all’evitare, l’accettare porta con minore probabilità al pensiero negativo (Feldner, Zvolensky, Eifert, & Spira, 2002; Pennebaker, Kiecolt-Glaser, & Glaser, 1988; Petrie, Booth, & Pennebaker, 1998; Wegner & Gold, 1995). Terzo, l’accettazione consente di vivere molteplici esperienze dal momento che non si ha la necessità di evitare le situazioni che possono generare distress (Butler & Ciarrochi, 2007).

A sostegno di tale ipotesi, l’accettazione ha effettivamente dimostrato di essere significativamente associata ad un migliore funzionamento fisico, emozionale e sociale in ricerche su pazienti con dolore cronico (McCracken & Vowles, 2008) e di correlare positivamente con la salute mentale, il benessere fisico e la performance in ricerche condotte in settings lavorativi (Bond & Bunce, 2003; Donaldson & Bond, 2004). Pertanto, è confortante che gli studi pubblicati finora suggeriscano che l’ACT sia efficace nell’incrementare l’accettazione auto-riportata in svariati problemi (ad esempio, dolore, diabete, fumo, psicosi) (Bricker & Tollison, 2011).

L’ accettazione dell’ invecchiamento

La ricerca che indaga l’efficacia dell’ACT con le persone di tarda età è agli esordi e quindi piuttosto carente. Tuttavia, molteplici sono i fattori che suggeriscono che questo approccio di trattamento sia particolarmente indicato con la fascia di popolazione anziana.

Primo, esso va a bersagliare l’evitamento esperienziale, strategia di coping che ha un’influenza negativa sul funzionamento persino negli anziani (Petkus & Wetherell, 2013). Secondo, l’ACT ha per focus di trattamento i valori, solitamente riscoperti dall’individuo di tarda età grazie alla consapevolezza che il tempo di vita è oramai limitato. Terzo, essa è applicabile a qualunque stadio di vita (McCracken & Jones, 2012) ed è relativamente semplice da apprendere (Lappalainen et al., 2007). Quarto, nell’ACT l’assessment mira a stabilire quanto il problema attuale del cliente sia causato dal processo dell’evitamento. Pertanto, non essendo necessario individuare il disturbo primario che genera sofferenza, l’ACT pare essere in accordo con le caratteristiche che l’ansia e la depressione assumono nell’ultima fase dell’esistenza (Petkus & Wetherell, 2013). Esse si presentano in comorbidità. Differenziarle non è semplice (Gum & Cheavens, 2008). Quinto, l’approccio fondato sull’accettazione e sulla mindfulness sembrerebbe essere migliore della CBT nel trattare anziani con GAD.

Gli anziani hanno per lo più preoccupazioni relative alla salute o a possibili perdite (Diefenbach, Tolin, Gilliam, & Meunier, 2008) che possono non essere del tutto infondate. Di conseguenza, a differenza della CBT che li porterebbe a modificare, a mettere in discussione la validità di tali pensieri, l’ACT risulta di maggior beneficio in quanto insegna loro a focalizzarsi sulle risorse rimanenti (Petkus & Wetherell, 2013). Sesto, oltre alla mindfulness ed all’accettazione, l’intervento ACT impiega tecniche di defusione cognitiva, ossia strategie che tentano di ridurre l’attaccamento alla qualità letterale del pensiero.

Poichè durante l’ invecchiamento, oltre ad un miglioramento nell’abilità di regolare le emozioni (Scheibe & Carstensen, 2010), è presente la capacità di separare le emozioni passate da quelle attuali (Zautra, Reich, Davis, Potter, & Nicolson, 2000), si può ipotizzare che gli individui anziani abbiano più alti livelli di defusione cognitiva e che quindi l’ACT vada proprio a lavorare su una risorsa di questo periodo della vita (Petkus & Wetherell, 2013).

Settimo, considerato che i soggetti di età avanzata mostrano meno consapevolezza dei problemi di salute mentale rispetto alle persone più giovani (Fisher & Goldney, 2003), essi possono avere difficoltà a comprendere l’obiettivo dei trattamenti cognitivo-comportamentali (diminuzione dell’ansia, della depressione o di altri sintomi) (Petkus & Wetherell, 2013) per una scarsa familiarità con l’identificazione dei sintomi dell’ansia e della depressione (Gum et al., 2009; Wetherell et al., 2009).

L’obiettivo del trattamento ACT, ovvero vivere una vita coerentemente ai valori scelti, potrebbe essere invece maggiormente comprensibile e praticabile (Petkus & Wetherell, 2013). Ottavo, il declino dovuto all’età può portare all’impossibilità di ottenere gli obiettivi prefissati. Pertanto, per mantenere il funzionamento c’è bisogno di adottare strategie alternative – come l’accettazione del deterioramento inevitabile e l’identificazione di obiettivi facilmente raggiungibili – che risultano effettivamente adattive.

Gli studi lo dimostrano. Mentre gli anziani che tentano attivamente di eliminare i problemi irrisolvibili tipici dell’ultimo stadio dell’esistenza hanno un maggiore rischio di depressione (Isaacowitz & Seligman, 2002), quelli che sostituiscono obiettivi irraggiungibili con altri più realizzabili godono di un miglior benessere emozionale (Wrosch, Dunne, Scheier, & Schulz, 2006; Wrosch, Scheier, Miller, Schulz, & Carver, 2003). In altre parole, le esperienze che capitano ai soggetti di età avanzata, essendo spesso fuori dal controllo individuale (ad esempio, la morte del coniuge, la malattia), favoriscono l’utilizzo dell’accettazione (Shallcross, Ford, Floerke, & Mauss, 2013), strategia che non a caso si è visto aumentare con l’età (Blanchard-Fields, 2007; Butler & Ciarrochi, 2007).

Oltre agli eventi di vita incontrollabili, due altri elementi spiegano l’incremento dell’accettazione con l’avanzare dell’età. Primo, l’accettazione, non basandosi sulle funzioni cognitive (ad esempio, velocità di processo, memoria di lavoro) che solitamente peggiorano negli anni (Craik & McDowd, 1987; Schloss & Haaga, 2011), può essere adottata come strategia di regolazione emozionale anche in presenza di declino cognitivo (Shallcross et al., 2013). Secondo, dal momento che la saggezza aumenta generalmente con l’ invecchiamento (Clayton, 1982; Grossmann et al., 2010; Tentori, Osherson, Hasher, & May, 2001) e che l’accettazione costituisce una sua componente chiave, è probabile che anche quest’ultima incrementi con l’aumentare dell’età (Shallcross et al., 2013).

L’evidenza empirica preliminare conferma quanto abbiamo appena detto: gli anziani presentano una maggiore volontà a sperimentare le emozioni negative connesse al decadimento fisico e psichico (Butler & Ciarrochi, 2007; Efklides, Kalaitzidou, & Chankin, 2003; Leung, Wu, Lue, & Tang, 2004) e, diversamente dai giovani, impiegano di solito la strategia dell’accettazione a fronte di difficoltà socio-emozionali (Blanchard-Fields, 2007) e di conflitti interpersonali frustranti (Charles & Carstensen, 2008). Dato per assodato che l’accettazione di esperienze emozionali spiacevoli possa giovare durante l’ invecchiamento, bisogna riconoscere che la potenzialità che essa riveste per la popolazione anziana è da ricondurre soprattutto alle prime ricerche condotte impiegando l’ACT con campioni di anziani che suggeriscono che questo trattamento è efficace nel ridurre la depressione, l’ansia ed il dolore cronico (Davison, Eppingstall, Runci, & O’ Connor, 2016; Karlin et al., 2013; McCracken & Jones, 2012; Scott, Daly, Yu, & McCracken, 2017; Wetherell et al., 2011) ed ai recenti studi trasversali che in generale confermano l’esistenza, negli anziani, di un’associazione tra accettazione e migliore funzionamento (Bickerstaff, Grasser, & McCabe, 2003; Butler & Ciarrochi, 2007; Gomez & Madey, 2001; Yong, 2006).

Pertanto, sebbene il venire a contatto con le emozioni negative possa in un primo momento aumentare le sensazioni ad esse associate (Campbell-Sills, Barlow, Brown, & Hofmann, 2006; Hofmann, Heering, & Asnaani, 2009), lo sperimentarle in modo non giudicante – principio cardine dell’accettazione – fa sì che si disperdano rapidamente (Campbell-Sills et al., 2006) conducendo ad una minore affettività negativa (Segal, Williams, & Teasdale, 2002). Riepilogando, l’avanzare dell’età è associato ad un aumento dell’accettazione, il cui incremento correla a sua volta con una minore affettività negativa.

L’accettazione, detto diversamente, mediando statisticamente la relazione tra l’età e l’affettività negativa, rappresenta una strategia di regolazione emozionale fortemente utilizzabile dai soggetti anziani, anche più fragili e malati come quelli istituzionalizzati. Uno studio lo mostra (Alonso-Fernández, López-López, Losada, González, & Wetherell, 2016). Di conseguenza, essa non solo potrebbe divenire un’indispensabile componente terapeutica di trattamenti che cercano di alleviare i disturbi psicologici negli anziani (ricoverati e non) ma sembrerebbe anche spiegare la relazione tra l’età e la più bassa affettività negativa (Shallcross et al., 2013). Quest’ultima affermazione, se si considera che esistono studi empirici che dimostrano che l’ invecchiamento sia unicamente connesso con il deterioramento fisico e cognitivo (Bromley, 1990; Frenkel-Brunswik, 1968; Levy, 1994; Schonknecht, Pantel, Kruse, & Schroder, 2005), è assai rassicurante. Ci fa infatti capire che l’ invecchiamento non porta con sé soltanto conseguenze negative (Shallcross et al., 2013). Piuttosto, come un corpus sempre più crescente di ricerche rivela, esso correla con un miglior benessere emozionale.

Le nuove linee guida per il trattamento delle persone transgender: tra medicina e psicologia

Una task force, presieduta da W. Hembree della Columbia University di New York, ha riconosciuto i passi avanti che la scienza ha percorso sulle tematiche legate alla disforia di genere, rispetto alle prime linee guida redatte per il trattamento delle persone transgender; eppure l’esiguo numero di dati a disposizione lascia ancora aperte alcune questioni.

 

Questioni ancora aperte sul trattamento della disforia di genere

La disforia di genere richiede una presa in carico da parte di psicologi e di psicoterapeuti? Da che età è bene iniziare il trattamento ormonale? Il dottor Safer è il direttore medico del Centro per la Medicina e la Chirurgia Transgender del centro medico della Boston University (USA) ed insieme alla Società Endocrinologica ha lavorato sugli aggiornamenti delle linee guida per il trattamento delle persone transgender.

Una task force, presieduta da W. Hembree della Columbia University di New York, sulle tematiche legate alla disforia di genere ed al suo trattamento ha riconosciuto i passi avanti che la scienza ha percorso rispetto alle prime linee guida redatte per la cura delle persone transgender; eppure l’esiguo numero di dati a disposizione lascia ancora aperte alcune questioni.

L’ importanza di una équipe multidisciplinare nel trattamento delle persone transgender

La task force ha ritenuto importante suggerire che la diagnosi e soprattutto il trattamento delle persone transgender vengano portati avanti in un’equipe multidisciplinare composta sia da medici sia da professionisti della salute mentale.

Si ritiene necessaria questa collaborazione in quanto le tematiche da prendere in considerazione durante il trattamento, soprattutto nelle fasi prepuberali, metteranno bambini, ragazzini e genitori dinnanzi a decisioni mediche talvolta irreversibili che dipendono ed avranno ricadute sul benessere psicologico presente e futuro.

Facendo riferimento ai sedici anni, età che in America ed in altre parti del mondo viene considerata come inizio di una fase decisionale autonoma del soggetto, la domanda che gli studiosi si pongono è dunque se un ragazzo minore di sedici anni possa decidere di iniziare un trattamento parzialmente irreversibile.

Il problema decisionale del soggetto si pone in quanto, dal punto di vista diagnostico, mancano dei test capaci di garantire al 100% la purezza di una diagnosi di disforia di genere: è lo sguardo esperto dello psicologo clinico innanzi alle parole del bambino o del ragazzo a poter inquadrare al meglio il fenomeno. Ed è proprio per questa assenza di testologia che le linee guida precedenti consigliavano il trattamento ormonale solamente in un momento successivo al compimento di un’età più matura.

Eppure il dottor Safer ha evidenziato il punto di vista della medicina a riguardo:

Stendendo la guida in base alla biologia, gli interventi ormonali per i bambini transgender dovrebbero iniziare ben prima dei sedici anni, all’inizio della pubertà, ad esempio dodici, tredici o quattordici anni.

Inoltre, le linee guida includono altre raccomandazioni chiave dal punto di vista prettamente medico, quali un attento monitoraggio dei disturbi metabolici e della perdita ossea, inoltre raccomandazioni biologiche che, come specificato in precedenza, hanno ripercussioni sul benessere psicologico del soggetto in una successiva fase di vita. Ad esempio un argomento di centrale importanza medico-psicologica è informare una persona molto giovane e guidarla nella scelta della conservazione o meno della propria fertilità prima di iniziare il trattamento.

Da considerare, ulteriormente, gli effetti che il ritardo prolungato della pubertà può apportare al cervello, con conseguenze a livello cognitivo, sociale e sessuale.

La riflessione e la ricerca scientifica nel campo della disforia di genere devono indubbiamente implementarsi e sarà proprio un’inclusione dei vari professionisti sanitari nella cura delle persone transgender la strada da percorrere perché questi studi possano procedere.


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

LinkedIn come strumento di promozione: cosa viene valutato e cosa mostriamo

I social network occupano una fetta importante del nostro tempo speso online; di questo, una buona parte è dedicata ai social network professionali come LinkedIn. Grazie a questo strumento specifico per la ricerca di lavoro, da un lato, e di candidati, dall’altro, è possibile connettere facilmente domanda e offerta in ambito professionale.

 

In LinkedIn, il proprio profilo è simile a un classico curriculum vitae dove inserire le esperienze lavorative, formative e qualche dettaglio su di sé. Sebbene più strutturato rispetto ad altri social network, l’utente può liberamente scegliere cosa e come mostrare di sé in virtù dei suoi obiettivi professionali e della rete di contatti che vuol raggiungere. Il punto di forza principale di LinkedIn è l’azzeramento di barriere geografiche e fisiche in generale e ciò fa sì che diventi molto più facile connettersi con altri professionisti e ampliare così la cerchia dei propri contatti e di riflesso le proprie occasioni lavorative.

Come ci mostriamo su LinkedIn?

Visto il ventaglio di opportunità che si profilano all’orizzonte, viene da chiedersi quanto, cosa e come viene mostrato di sé in LinkedIn, dato che parrebbe ovvio che l’utente sia portato a mentire per mostrare un sé potenziato/ideale che risponda a spinte di desiderabilità sociale. Già nel 1959, con la sua teoria dell’interazione sociale (Goffman, 1959), Goffman ipotizzò come la situazione sociale in cui si svolge l’azione determina lo schema interpretativo con il quale si legge e ci si comporta nella data situazione. L’attore sociale bada all’impressione che suscita negli altri e questo lo motiva a comportarsi in maniera strategica, ovvero presentandosi in modo da offrire una presentazione di sé positiva a seconda della situazione in essere.

Guillory e Hancock (2012) smentiscono la visione del senso comune che vede la comunicazione mediata dalla tecnologia come ambiente in cui è più facile e frequente presentarsi in maniera mendace: dimostrano invece che in LinkedIn avviene esattamente il contrario. Infatti nella costruzione del curriculum virtuale il collegamento tra online e offline mette in gioco aspetti troppo importanti per condurre a mentire e la posta in gioco è alta: essere scoperti può danneggiare la propria reputazione e causare problemi, se non addirittura la perdita del lavoro.

Gli Autori ci ricordano come i curricula tradizionali rimangano privati e condivisi solo con le persone a cui vengono inviati, mentre i profili di LinkedIn sono pubblici e a disposizione di chiunque voglia prenderne visione (fatte salve specifiche impostazioni privacy che del resto limitano anche la possibilità di essere trovati dai recruiter). In particolare gli autori mostrano che nel profilo di LinkedIn tendiamo a mentire solo su informazioni come interessi e hobby ma non su altre verificabili e quindi più ‘sensibili’; viceversa nei curricula tradizionali è proprio su queste ultime che si mente, lasciando i reali interessi ed hobby. Questo perché il bisogno di presentarsi positivamente viene soddisfatto nel primo caso mentendo su aspetti secondari ‘a rischio zero’, nel secondo caso su altri importanti ma difficilmente verificabili.

LinkedIn: cosa cercano i recruiter?

Ma cosa influenza davvero un recruiter? Quali caratteristiche del profilo ci rendono più competitivi? Secondo Chiang e Suen (2015) in primis vengono valutate le caratteristiche personali e se sono in linea con le caratteristiche dell’azienda in termini di valori e obiettivi – compatibilità. Naturalmente, vengono valutate anche competenze e abilità, attributi che devono soddisfare i requisiti richiesti dal lavoro – competenze. In terzo luogo, i recruiter, tramite LinkedIn, possono attingere a informazioni ‘periferiche’ e non direttamente legate al lavoro e all’azienda: i candidati che presentano attributi che per i recruiter sono più desiderabili, che suscitano una percezione soggettiva positiva (a prescindere dagli aspetti di competenze e più oggettivi), o che stimolano un senso di vicinanza col recruiter stesso, avranno più chance di essere selezionati perché andranno ad aumentare la percezione che le loro affermazioni siano veritiere – credibilità percepita.

Come sottolineato da Van Dijck (2013) gli utenti hanno bisogni espressivi e comunicativi che manifestano attraverso queste piattaforme. I social network sono strumenti attraverso cui possiamo modellare l’identità, strumenti in cui auto-espressione, auto-comunicazione e auto-promozione vengono combinati. Attraverso LinkedIn possiamo promuovere le nostre aspirazioni professionali mostrando le parti del sé (e le informazioni) che riteniamo più adatte ai nostri scopi. Ma, avverte l’Autore, non va dimenticato che i social network incasellano le possibilità di esprimersi in format precostituiti. Inoltre, un profilo di LinkedIn può essere utilizzato non solo per modellare un ritratto – idealizzato o meno – della propria identità professionale, anche attraverso l’osservazione dei pari, ma anche e soprattutto da valutatori, anche anonimi, che utilizzano le informazioni condivise per valutare personalità e competenze e questo non deve farci dimenticare tematiche relative alla privacy e, in generale, ad una maggiore consapevolezza del mezzo e di ciò che attraverso di esso divulghiamo di noi.

 


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Il Male Oscuro (1964) di G. Berto – Recensione del libro

Un romanzo assai complesso, Il male oscuro, affatto scorrevole, eppure così intenso e significativo, una pietra miliare fra i romanzi psicologici.

 

L’autore de Il male oscuro, Giuseppe Berto, soprannominato Bepi da amici e familiari, scrive la propria storia in prima persona, così come la pensa, nel mancato rispetto della punteggiatura. Mentre scrive non scrive ma pensa, narra nella sua mente, proprio come continua a procedere chi è incastrato dal meccanismo ossessivo del pensiero che continua a pensare, involvendosi in sé, in un percorso sempre più buio.

Chi ha un po’ di dimestichezza col pensiero ossessivo e con le ansie fobiche le riconosce e ne è estenuato, il romanzo procede lento proprio per questo, eppure proprio questo ci permette di dare peso e valore ad ogni singola parola, ad ogni pensiero, che pur sembra pesante e ripetitivo.

E’ un romanzo che non può essere letto frettolosamente, sorvolato, preso alla leggera.

Il male oscuro: la trama

Il protagonista de Il male oscuro narra del padre che, ricoverato in ospedale, subisce un intervento per un tumore intestinale, lui accorre in quanto primogenito maschio e si fa carico di ogni spesa. Fa avanti e indietro fra ospedale e albergo.

In ospedale trova una madre silenziosa, quasi fantasmatica, due sorelle livorose da sempre, che lo richiamano alle sue continue responsabilità, un padre silenzioso, che persevera a guardarlo con noncuranza, quasi disprezzo, come sempre del resto. In albergo una vedova francese, la sua attuale compagna, che non può portare in ospedale in quanto segno della sua “immoralità e indecenza”, gli chiede continuamente presenza, spirito, sesso, lo rimprovera.

E’ tiranneggiato da due parti.

Bepi non ha una sua collocazione, non è a casa da alcuna parte. Non può essere ciò che è, come da sempre non possiede la libertà di esprimersi. Preso in questa morsa è sovrastato dall’odore putrido delle escrescenze paterne, dal fetore del suo alito e non tollerando oltre, prende a prestito le parole del chirurgo e, nell’illusione che tutto andrà bene, torna a Roma con la francese.

La notte stessa il padre muore e lui riparte immediatamente per Verona, il padre non ha detto nulla, non ha chiesto di lui.

Il male oscuro: il senso di colpa e gli attacchi di panico

Si apre così il baratro, si spalancano le porte di un male oscuro le cui fondamenta sono state gettate fin dalla nascita e ancora prima. Esplode il senso di colpa per averlo lasciato solo, in punto di morte. All’inizio in sordina e mascherato, poi in modo più palese. L’estrinsecazione del senso di colpa inizia con Manuela, più giovane di 18 anni, la sua futura moglie. Con lei inizia una seconda giovinezza, cerca di fare sport, mantengono una vita sessuale sfrenata, vacanze, ecc.

Da lì il nostro autore vive le sue molteplici patologie, coliche renali, intestinali, vertigini e via dicendo, iniziando un tour medico che trova soluzioni solo momentanee, le prova tutte: dalla chirurgia all’agopuntura, dai vocabolari sotto i piedi, agli psicofarmaci ….

Spende e si dispera, senza trovar pace, anzi si esaltano paure e fobie di ogni tipo: attacchi di panico, paura dei luoghi affollati, dei luoghi chiusi, del giudizio, di star solo, di sentirsi male, di morire, paura di impazzire …..

Così va avanti per anni, a tratti meglio a tratti peggio, lavora nelle pause di ristoro psichico e inizia a scrivere i primi tre capitoli di quello che progetta essere “il suo capolavoro che lo porterà alla gloria”. In verità il progetto che lo farà crollare definitivamente.

Non può permettersi di scriverlo, questo romanzo attiva il conflitto psichico della sua vita, ben espresso in una frase sorprendentemente lucida: “suo padre ha fatto di tutto perché fosse diverso da lui, ma alla fine non lo accettava se non uguale a sé stesso!”

E’ come se gli attribuisse tutta la responsabilità del successo o del fallimento, fornendogli però un programma difettoso che può sputare solo output fallimentari.

Ogni volta che Bepi esprimeva qualcosa di diverso dalle aspettative, il padre gli preannunciava “So io come finirai, finirai in galera”.

Il padre ex brigadiere dei Carabinieri, improvvisato negoziante di cappelli, di poco garbo, scarsa lungimiranza, con conseguente scarso successo, desiderava per il figlio un futuro splendente. Con quest’obiettivo lo invia in collegio, per garantirgli un’istruzione valida. Il minimo che potesse pretendere da lui: vederlo sul podio dei primi tre alla fine di ciascun anno scolastico. Doveva dimostrare che valeva i sacrifici che tutti facevano, togliendosi il pane di bocca per lui!

Un cappotto pesante da indossare, che si è svelato nel momento in cui il protagonista ha cominciato a realizzare ciò che realmente era suo padre proprio grazie all’istruzione fornita in collegio, grafomane sgrammaticato, ammalato di criticismo, commerciante di poche capacità, padre pessimo e poco accorto. Pur nella consapevolezza, vive dibattendosi con l’angoscia dell’identificazione incastrante, di un Super Io rigido e anacronistico.

Il protagonista de Il male oscuro si è diplomato, ha accolto in silenzio ogni svalutazione, compresa la bicicletta da donna, anziché quella da lui desiderata, come promesso. Si è arruolato ed è andato in guerra, ha inviato soldi a casa, è stato fatto prigioniero, meritando due medaglie al valore.

Ma tutto era scontato, il minimo ritorno di tutti i sacrifici sostenuti dall’intera famiglia.

Tornato dalla guerra si è laureato con poco interesse e scarsa fatica, ma di seguito inizia a scrivere e sembra che la sua vita assuma la piega della leggerezza e della libertà, fino alla morte del padre.

Così all’incontro con la “ragazzetta”, quella che diventerà sua moglie, si dà alla pazza gioia, ma dura poco, non può permetterselo. Non può essere felice, non può godere, non può essere.

I pensieri ossessivi e le fobie

Da lì in poi, si innesca un baratro di angosce, fobie, pensieri ossessivi, bizzarri e comportamenti evitanti. Vi sono scene quasi comiche eppure infinitamente drammatiche ne Il male oscuro, come nel momento in cui ritrovato solo in mezzo al traffico, preso da angoscia, si abbarbica alla gamba di un vigile urbano. In un’altra occasione si sdraia sul letto dei portinai al primo piano, chiedendo di fare a cambio col proprio appartamento al terzo piano.

I sintomi lo costringono e autorizzano a ritirarsi dalla vita e gli impongono una sorta di immobilismo, nella stasi della patologia infatti si allerta su eventuali ulteriori disastri e peggioramenti. Qualunque passo, qualunque movimento potrebbe causare una qualche catastrofe, la punizione del padre morto in ospedale da solo!

Si aggiungono le riflessioni intriganti e intrigate quando si sposa e nasce la figlia Augusta a cui dà il nome di propria madre, una figlia non programmata e desiderata, ma poi così teneramente amata da innescare in lui altri dubbi sul padre. Si è chiesto se quel padre così despota e svalutante non l’abbia amato come lui ama la figlia. Si chiede se sia sua responsabilità nel non aver colto tale amore. Si innescano ancora dubbi e sensi di colpa, ma anche contraddizioni intollerabili sull’amore genitoriale.

Alla fine giungerà a fare psicoanalisi da un noto analista, Nicola Perrotti, che ne Il male oscuro chiamerà sempre “il vecchietto”. Un uomo, che col tempo ha incarnato la figura di padre benevolo, figura per lui sconosciuta.

Guarirà quel tanto che gli basta per tornare a vivere e a continuare a scrivere, a lui basta! Come se non meritasse di più. Questo ciò accade nella vita.

Nel romanzo Il male oscuro, il protagonista torna a casa e affermando di essere guarito, la moglie gli rivela di avere un’altra relazione. Preso dalla confusione se ne va, vaga per un po’ con l’auto, decide di tornare alla casa paterna, ormai in affitto, ma non la riconosce più, non ha più niente della sua casa dei ricordi.

Allora va in cerca del Padre, si stabilisce in Calabria. Da solo, in cima ad una collina da cui vede la Sicilia tanto narrata, in solitudine, autonomo e volto solo ad identificarsi completamente col padre. Giunge il giorno in cui la figlia gli fa visita. E’ sporco e puzza, la figlia gli chiede perché. Si ricorda il suo ribrezzo verso il padre, è una triste ripetizione!

Nel momento in cui Augusta se ne va, brucia i suoi tre capitoli e le foto del padre morto, comprende che è arrivata la sua morte, ha ripetuto ciò che è successo a suo padre. E’ diventato ed è morto, esattamente come lui.

L’autore de Il male oscuro nella vita reale

Nella vita reale Berto è morto dello stesso tumore del padre, ma non secondo l’epilogo del racconto, quella casa in Calabria gli è servita solo per scrivere il romanzo Il male oscuro, questo viaggio verso l’identificazione/diversificazione genitoriale.

Un romanzo molto vivo, sofferto, un processo difficile eppure universale: identificarsi e distanziarsi.

L’autore de Il male oscuro vive costantemente su un filo di realtà/follia, concretezza/fantasia. Non a caso non chiama mai per nome né moglie né psicoanalista, né altre figure, perché sono figure del proprio inconscio, del proprio mondo interno, non sono differenziate, come non lo è ancora lui. L’unica è la figlia, che gli offre una finestra verso sé come figlio e forse avendo il nome materno rappresenta la figura originaria, da cui si è sentito amato e abbandonato, Berto infatti narra che il padre gli portava via la madre ma anche che “la madre correva dietro al padre”. Mostrandoci il vissuto del bambino, che si sente piccolo e raggirato di fronte ai due adulti che avrebbero dovuto metterlo al centro.

Il male oscuro rappresenta la vicenda umana di fondo che appartiene a tutti noi, il passaggio dall’infanzia all’età adulta, il passaggio da relazioni ego centrate a relazioni decentrate, più mature, dove l’altro non rappresenta unicamente un oggetto del proprio mondo interno, la proiezione di una propria necessità ma un individuo diverso da noi e dalle proprie immagini interne, con cui interagire nella concretezza. Un percorso che ci mette di fronte alla capacità di liberarci dai propri oggetti di identificazione originari e dai propri oggetti di proiezione conseguenti, con la concretezza e l’immaginario, con quel filo di follia che ci si interpone alla realtà.

Questo processo può rappresentare un male oscuro e sotterraneo, che può annichilirci o fungere da trampolino di lancio per il mondo!

Ammalarsi d’amore: la Dipendenza Affettiva

Il desiderio di amare e di essere amati è un bisogno sano e fondamentale, è associato ad emozioni positive e al benessere psicofisico, ma per alcune persone le relazioni affettive possono essere fonte di malessere, diventare una vera e propria droga ed avere delle conseguenze devastanti; quando ciò si verifica possiamo parlare di Dipendenza Affettiva.

Maddalena D’Urzo (Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale, Roma)

 

Il desiderio di amare e di essere amati è un bisogno sano e fondamentale, è associato ad emozioni positive e al benessere psicofisico, e dal punto di vista evoluzionistico consente la sopravvivenza dell’individuo e della specie.

In uno studio recente, pubblicato ad aprile in una rivista di psiconeuroendocrinologia, è stata esaminata la relazione che c’è tra stato civile e livelli di cortisolo (un ormone che aumenta nel nostro organismo quando siamo stressati) in un campione di 572 persone sane (uomini e donne di età compresa tra i 21 e i 55 anni sposate, divorziate, vedove, single). Dai risultati è emerso che le persone sposate hanno livelli di cortisolo più bassi rispetto agli altri soggetti che facevano parte del campione (Chin et al. 2017).

Quindi, in base a questo studio, i legami affettivi stabili hanno un’influenza positiva sulla salute ma per alcune persone le relazioni affettive possono essere fonte di malessere, diventare una vera e propria droga ed avere delle conseguenze devastanti; quando ciò si verifica possiamo parlare di Dipendenza Affettiva.

La Dipendenza Affettiva e i disturbi di personalità

Attualmente la Dipendenza Affettiva non è una patologia inclusa nel DSM V probabilmente perché, come per altre dipendenze comportamentali, mancano ad oggi degli studi che consentano di stabilire dei criteri diagnostici e delle indicazioni sul decorso necessari per identificarla come un disturbo mentale.

Al contrario nella pratica clinica spesso incontriamo pazienti che non riescono a interrompere relazioni intime profondamente distruttive, che generano sofferenza e compromettono la loro vita a vari livelli.

I pazienti con Disturbo Dipendente di personalità sono caratterizzati dalla dipendenza dagli altri, cioè sono incapaci di vivere in maniera autonoma e hanno sempre bisogno di consigli e rassicurazioni. Quando sono soli si sentono indifesi e senza punti di riferimento, vivono costantemente con il terrore di essere abbandonati dal partner.

Pur di scongiurare il temuto abbandono sono disposti a fare cose spiacevoli e degradanti (ad es. si fanno sfruttare economicamente o sessualmente, tollerano l’infedeltà e nei casi estremi la violenza). Ma la Dipendenza Affettiva non è appannaggio solo del Disturbo Dipendente; anche i pazienti con Disturbo Borderline di personalità hanno serie difficoltà a stare da soli e adottano comportamenti dipendenti (ad es. si mettono a completa disposizione del partner e lo idealizzano). Hanno relazioni affettive caotiche caratterizzate da una passione travolgente ma anche da discussioni violente; i pazienti con questo disturbo vivono con il terrore di essere abbandonati dal partner ma temono anche di dipendere da lui e di perdere la loro autonomia.

I pazienti con Disturbo Istrionico di personalità temono la solitudine e sono travolti dall’angoscia davanti alla separazione; hanno costantemente bisogno di attenzione, approvazione e sostegno.

Dipendenza Affettiva: quali analogie con la tossicodipendenza?

Esattamente come avviene nella dipendenza da sostanze anche nella Dipendenza Affettiva con il passare del tempo tutto inesorabilmente ruota intorno al partner; spesso la persona dipendente si chiude o evita volutamente gli altri nel tentativo di proteggersi dalle critiche o dal temuto abbandono.

Solitamente sia gli interessi che gli hobby vengono progressivamente abbandonati e il fulcro dell’esistenza diventa il partner; anche il rendimento lavorativo diminuisce perché la persona ha la mente costantemente occupata dai suoi problemi sentimentali e trascorre molto tempo a rimuginare per cercare di risolverli.

Nei casi estremi, per es. anche quando il partner è violento fisicamente, i pazienti dipendenti tendono a giustificarlo, si isolano, mentono o non chiedono aiuto pur di proteggerlo; spesso purtroppo non riescono a lasciarlo anche quando è a rischio la loro incolumità fisica. Generalmente, i pazienti con Dipendenza Affettiva sono consapevoli degli effetti devastanti che il partner ha nella loro vita, ma esattamente come i tossicodipendenti, non riescono ad astenersi dalla relazione.

Ma l’amore può essere considerato una droga? Effettivamente l’innamoramento e la tossicodipendenza hanno molte analogie; sia gli innamorati che i tossicodipendenti sperimentano:

  • Intensa euforia quando vedono il partner simile all’euforia che caratterizza l’uso di una droga
  • Craving (che è un desiderio spasmodico e irrefrenabile) per il partner o per la droga
  • Tendenza a ricercare sempre più la vicinanza con il partner (fenomeno simile alla tolleranza un meccanismo che spinge i tossicodipendenti ad aumentare progressivamente la quantità di droga assunta abitualmente per ottenere l’effetto desiderato)
  • Quando una relazione finisce le persone innamorate hanno dei sintomi d’astinenza che sono simili a quelli che si riscontrano nella sindrome d’astinenza dei tossicodipendenti (depressione, ansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità, perdita dell’appetito o abbuffate) che, esattamente come avviene nella tossicodipendenza, portano alla ricaduta; ad es. nella Dipendenza Affettiva avere una ricaduta vuol dire cercare nuovamente il partner nonostante sia stato infedele, violento ecc. (Liebowitz, 1983; Hatfield & Sprecher, 1986; Meloy & Fisher, 2005).

Le analogie tra innamoramento e tossicodipendenza sono confermate anche dagli studi di neuroimaging (che visualizzano l’attività cerebrale in vivo). Questi studi dimostrano che l’innamoramento attiva alcune regioni cerebrali della via mesolimbica che è ricca di dopamina (una sostanza che viene liberata nel nostro cervello ogni volta che facciamo qualcosa di piacevole come per es. mangiare, fare sesso, accudire la prole ecc.). Il piacere che proviamo serve a motivarci a ripetere questi comportamenti e quindi a garantire la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Come dimostrano numerose prove empiriche queste stesse regioni vengono attivate sia nella dipendenza da sostanze (Fisher et al. 2010; Acevedo et al. 2011; Xu et al. 2011) che nelle dipendenze comportamentali come lo shopping compulsivo (Knutson et al. 2007) e il gambling (Breiter et al. 2001).

Quindi per concludere le persone che soffrono di Dipendenza Affettiva si sentono inadeguate e non degne di essere amate e vivono costantemente con il terrore di essere abbandonate dal partner.

Sono sempre disponibili, accudenti, pronte a sacrificarsi e s’illudono, così facendo, di rendere la relazione stabile e duratura.

In realtà chi soffre di questo disturbo cerca disperatamente di essere amato da persone anaffettive quindi per definizione incapaci di amare; infatti è proprio il rifiuto che crea e alimenta la Dipendenza Affettiva: più il partner è sfuggente, freddo, distante, più la persona dipendente si sacrifica fino ad annullarsi, si colpevolizza, si mette in discussione e lo rincorre esattamente come fanno i giocatori d’azzardo che ”rincorrono la perdita” e non riescono a smettere di giocare.

A volte, a causa di un torto subito dal partner, la rabbia può momentaneamente spingere chi soffre di Dipendenza Affettiva a dire basta e a chiudere la relazione, ma inevitabilmente, i sintomi dell’astinenza (depressione e incapacità di provare piacere, ansia, sensazione di vuoto ecc.) spingono a perdonare il partner e a giustificarlo rientrando così nel circolo vizioso di una relazione tossica.

Si può guarire dalla dipendenza affettiva?

Il primo passo verso la guarigione consiste nell’essere consapevoli di avere un problema e quindi di avere bisogno dell’aiuto di un esperto per risolverlo.

Il trattamento che attuo con i pazienti con dipendenza affettiva è basato sulla Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013).

Il primo obiettivo, a breve termine, della TMI della Dipendenza Affettiva è affrontare e risolvere la sofferenza attuale del paziente in termini di sintomi e disfunzioni comportamentali.

Il secondo obiettivo, a lungo termine, consiste nell’affrontare le esperienze precoci di abbandono, di trascuratezza fisica ed emotiva, di maltrattamenti, abusi ecc. che generalmente sono alla base della convinzione di non valere nulla e di non essere degni di essere amati che caratterizzano i pazienti che soffrono di Dipendenza Affettiva. In parallelo, la terapia mira ad aiutare i pazienti ad avere accesso a quello che provano, ai loro desideri e ai loro scopi e a utilizzarli per compiere delle scelte autonome. In questo modo si ripara uno dei nuclei delle personalità dipendenti che è la carenza di agency, ovvero di portare avanti un piano d’azione che nasca all’interno, anche in condizioni di mancante supporto relazionale o di avversità.

Grazie a questo lavoro si creano le basi perché i pazienti possano da un lato formare relazioni affettive basate sulla reciprocità in cui sentirsi finalmente amati e accettati, o perché possano mantenere un senso di amabilità e valore personale, accompagnati da un senso di attività anche quando tali relazioni mancano.

L’utilizzo dell’eye-tracking in psicologia: come assegniamo la responsabilità di un evento?

Uno studio condotto da Tobias Gerstenberg, dottorato del Massachussetts Institute of Technology (MIT) e assistente professore al dipartimento di psicologia cognitiva dell’università di Standford, ha mostrato, tramite l’utilizzo della tecnologia eye-tracking, come le persone utilizzino un processo chiamato “simulazione contro fattuale” per immaginare come una situazione si sarebbe potuta manifestare diversamente da come si è verificata, con lo scopo di capire cosa sarebbe potuto accadere e in realtà non è successo.

 

Tramite l’utilizzo della tecnologia dell’ eye-tracking, Gerstenberg e colleghi hanno dimostrato l’utilizzo, da parte dei soggetti, del modello della simulazione contro fattuale per il quale si arriva a giudizi causali confrontando ciò che realmente è accaduto con ciò che la mente ha simulato e che sarebbe potuto accadere nella realtà fattuale.

Alla domanda su come le persone attribuiscano una causa ad un evento di cui sono testimoni, alcuni filosofi (Beebee et al., 2009) hanno suggerito che le persone, in molte occasioni, attribuiscono la responsabilità per il verificarsi di un evento immaginando cosa sarebbe potuto accadere se una causa sospettata non fosse accaduta: per esempio gli arbitri di calcio, per assegnare ad un giocatore un autogoal, cioè un goal accidentalmente segnato per la squadra avversaria, devono cercare di determinare cosa sarebbe accaduto se il giocatore non avesse toccato la palla.

L’uso della simulazione contro fattuale non è soltanto per lo sport ma anche per cercare di comprendere le nostre e le altrui azioni ed emozioni (Alicke et al., 2015; Kahneman and Miller, 1986; Roese, 1997).

Questo processo può essere consapevole, come nel caso degli arbitri di calcio, oppure inconsapevole, cioè non sappiamo di averlo attivato.

L’ eye-tracking per studiare il ricorso alla simulazione contro fattuale nell’attribuzione di responsabilità di un evento

Usando la tecnologia dell’ eye-tracking, tramite la quale è possibile tracciare e registrare online i movimenti oculari dei soggetti, è stato possibile dimostrare come essi utilizzino inconsapevolmente la simulazione contro fattuale per immaginare come una situazione sarebbe potuta verificarsi diversamente.

Lo studio di Gerstenberg e colleghi (2017), pubblicato su Psychological science per la prima volta ha mostrato una correlazione tra le simulazioni che gli individui compiono nella loro mente spontaneamente e in modo del tutto inconsapevole e i loro giudizi circa la causa di un evento.

Prima di tale ricerca, gli studi sul modello della simulazione contro fattuale riportavano ciò che i soggetti descrivevano circa il loro modo di attribuzione della causa, il che però offriva soltanto una evidenza indiretta di come la loro mente stava funzionando.

Con l’utilizzo dell’apparecchio dell’ eye tracking invece è stato possibile trarre evidenze dirette sul modo di leggere la situazione da parte dei soggetti tramite la registrazione dei movimenti oculari mentre essi erano intenti a guardare video in cui dovevano seguire con lo sguardo due palle da biliardo che si scontravano.

Gli studiosi hanno creato per l’esperimento 18 video che mostrano differenti possibili risultati delle collisioni tra le due palle da biliardo; in alcuni casi una collisione spinge una palla nella buca del biliardo, in altri essa impedisce che ciò accada.

Prima di guardare i video, ad una parte dei soggetti è stato chiesto chiesto di valutare quanto fossero in accordo con ciò che avevano appena visto nel video (per esempio: la palla A ha causato la caduta della palla B nella buca) costruendo così una congettura circa l’evento, cioè quale fosse la causa e l’effetto, all’altra parte dei soggetti invece è stato semplicemente chiesto quale fosse il risultato della collisione (per esempio la palla B è caduta nella buca).

Mentre i soggetti guardano il video, i ricercatori sono stati in grado di tracciare i loro movimenti oculari usando una luce infrarossa in grado di registrare i movimenti della pupilla e quindi di poter tracciare la direzione dello sguardo.

La potenzialità veramente interessante dell’ eye-tracking è che ci permette di vedere fenomeni di cui noi siamo inconsapevoli; questa tecnologia ci permette di scavare sotto la superficie e di rivelarci un processo cognitivo, come l’attribuzione della causa-effetto per un evento, di alto livello – riferisce J. Tenenbaum, professore al dipartimento di scienze cognitive del MIT e membro del laboratorio si scienze informatiche e intelligenza artificiale.

I ricercatori dello studio hanno mostrato che quando ai soggetti veniva chiesto di dire se la palla A avesse determinato la traiettoria della palla B verso la buca del biliardo, i loro occhi seguivano il corso che la palla B avrebbe preso se la palla A non avesse interferito con la collisione.

Inoltre più era incerta la responsabilità della palla A nell’avere un effetto sulla palla B e più i soggetti tracciavano con lo sguardo un’ipotetica traiettoria della palla B.

In particolare in quest’ ultima condizione di massima incertezza è stata riscontrata la dimostrazione più forte dell’utilizzo della simulazione contro fattuale negli individui che infatti utilizzano lo sguardo per risolvere quest’incertezza.

Al contrario, per quei soggetti a cui veniva chiesto soltanto di riportare l’evento senza attribuire un giudizio di causalità, non si riscontravano gli stessi movimenti oculari dell’altro gruppo per determinare la causa-effetto della collisione tra le due palle da biliardo.

Gerstenberg e colleghi affermano nel loro studio di voler utilizzare questo approccio per studiare situazioni molto più complesse in cui le persone utilizzano la simulazione contro fattuale per dare un giudizio di causalità.

Essi infatti sono persuasi che tale processo cognitivo sia molto diffuso e che per tale ragione non possa sempre essere rilevato dall’ eye-tracking in quanto ci sono innumerevoli pensieri contro fattuali che le persone fanno nella loro mente per attribuire una causa ad un evento.

Nonostante tutti noi abbiamo un’esperienza interna di pensieri contro fattuali, tale studio è il primo a mostrare un’evidenza diretta dell’utilizzo spontaneo della simulazione contro fattuale da parte degli individui.

Quando le persone danno giudizi causali, hanno la tendenza a mettere a confronto ciò che è realmente accaduto con le loro simulazioni mentali di ciò che sarebbe potuto accadere se la causa di quell’evento non fosse stata presente.

Sensibilità comuni: Discorsi di psicologia 2017-2018, ciclo di incontri a Varese

La cooperativa sociale Totem, assieme all’OPL e a IACP, ha organizzato un ciclo di incontri gratuito che ha come fine quello di condividere una sensibilità psicologica attenta e utile alla vita quotidiana, alle sue richieste e alle sue esigenze. 

 

Totem, agenzia sociale ed educativa, avverte il bisogno crescente tra le persone di un orientamento a forme reali di serenità, nella speranza di raggiungere una cura del vivere comune sempre più improntata ad un sereno e reciproco benessere.

Gli incontri si terranno a Varese in via Paolo Vergani, 1. Le date previste sono:

  • il 3 novembre 2017 con Genéviève Odier (ACP Parigi): “Buone scelte, cattive scelte, non sempre è così facile”;
  • il 26 gennaio 2018 con Giulio Fontò (Apeiron Milano): Presentazione del libro “Dall’illusione al disincanto – Fenomenologia delle relazioni di coppia e familiari”;
  • il 23 marzo 2018 con con Gianni Francesetti (IPSIG Torino): “Le metamorfosi del dolore – I percorsi della sofferenza verso la pienezza del vivere”;
  • il 18 maggio 2018 con Vincenzo Liguori (P. Sintesi Varese): “Essere felici senza un perché”.

Presenta gli incontri il dott. Andrea Braga, psicologo psicoterapeuta.

DISCORSI DI PSICOLOGIA 2017-2018

 

DISCORSI DI PSICOLOGIA 2017-2018 retro

Sulle Molestiadi, il mio punto di vista sui recenti scandali e sull’autonomia delle donne

Alcuni comportamenti un tempo socialmente accettabili -o almeno più accettabili- oggi non lo sono più. Sembra che si stia andando verso una ridefinizione del comportamento, privato ma anche pubblico. La parità e la cooperazione tra i sessi esigono un linguaggio e un contegno più neutri di un tempo e soprattutto più appropriati, per usare un altro termine molto americano che però rende bene l’idea.

 

Caro Roberto, caro amico, mi è venuta voglia di replicare a ciò che scrivi, anche in base alla mia esperienza femminista degli anni ’70. Che dire? In buona parte sono d’accordo. Soprattutto la possibilità di ottenere una condanna sociale a effetto immediato guadagnata attraverso mezzi non giuridici ma mediatici è un rischio per una società che dovrebbe essere fondata sul diritto. Un potere simile è una democrazia senza stato di diritto, due concetti che vengono troppo facilmente confusi tra loro. Mi lascia un po’ interdetta la durezza della commentatrice del Guardian che di fronte al suicidio del supposto molestatore Carl Sargeant non sembra dimostrare troppe esitazioni.

E poi il recentissimo coinvolgimento di Franco Moretti, il fratello di Nanni Moretti, mi disorienta particolarmente. È straniante vedere un professore italiano, il cui viso gentile starebbe bene in un qualche film di Nanni, risucchiato in uno scandalo così anglo-sassone e, mi vien da dire, così puritano ed estraneo alla nostra cultura. E mi convincono anche le considerazioni di Moretti: “Certamente non ho minacciato di rovinare nessuna carriera. Ero un visitatore allora, senza nessuna prospettiva di far parte dell’università americana” e la chiusa desolata “Purtroppo temo che questa accusa avrà un enorme impatto sui colleghi, sugli amici e sulla famiglia anche se è assolutamente falsa”.

Detto questo, è altrettanto vero la rivoluzione sessuale ha portato molte liberazioni -come ricorda Roberto Lorenzini- però non tutte nella direzione immaginata da alcuni, una sorta di cuccagna gioiosa e spensierata. L’attuale ondata di denunce non può essere un delirio di massa. 456 attrici svedesi che denunciano molestie non possono essere 456 isteriche.

Alcuni comportamenti un tempo socialmente accettabili -o almeno più accettabili- oggi non lo sono più. Sembra che si stia andando verso una ridefinizione del comportamento, privato ma anche pubblico. La parità e la cooperazione tra i sessi esigono un linguaggio e un contegno più neutri di un tempo e soprattutto più appropriati, per usare un altro termine molto americano che però rende bene l’idea.

Detto in modo più chiaro se sono l’unico ad andare in guerra e l’unico a mantenere la famiglia posso illudermi di essere quello che comanda, e decide i codici del desiderio, ma se in guerra ci si va tutti, tutti manteniamo la famiglia e tutti possono prendere l’iniziativa, occorre che si inventino nuovi codici. I nuovi codici dell’avvicinamento in un mondo più egualitario.

Ciò che colpisce negli episodi denunciati è che uno dei motivi di equivoco è il continuo tracimare di linguaggi e comportamenti magari non tutti violenti ma troppo spesso pecorecci, velleitariamente scherzosi e in fondo molesti in ambiti che dovrebbero essere istituzionali e professionali.

Si ha la sensazione che nel mondo moderno invece le relazioni professionali devono diventare più formali, più istituzionali e meno improntate all’aspetto personale e intimo. Forse più noiose, anzi sicuramente più noiose. Occorre anche prendere atto che non tutti sono capaci, come sa fare Roberto, di trasfigurare il proprio umorismo nella grazia eterea e spiritosa di un saggio che un tempo è stato giovane e voglioso e che ora sa ridere di se stesso.

Quanto al destino del desiderio sessuale delle donne posso solo dire che si tratta di un problema appunto delle donne. Il femminismo è stato soprattutto un movimento sociale e solo collateralmente sessuale. A differenza di quanto sembra pensare Roberto, la visione patriarcale della donna non era affatto quella di un essere asessuato e privo di desideri. Al contrario, era piuttosto quella di un essere pericoloso, dalle voglie incontrollabili e intensissime –eccole le isteriche- che per questo dovevano essere incatenate e represse. E l’uomo era invece capace di autocontrollo e razionalità.

La riscoperta del desiderio femminile insieme al desiderio di mettere in atto le proprie fantasie, è soprattutto un approccio meno colpevole ma anche meno ossessivo al sesso, non un’abbuffata a un banchetto a lungo negato, problema che forse attanagliava piuttosto i maschi, a loro volta per niente liberi ma costretti all’astensione o al sesso mercenario.

La prospettiva di un esercito di donne finalmente desiderose di scoprire i piaceri del sesso non è stata l’esperienza reale del femminismo, o almeno non di tutto il femminismo. In ballo c’era altro. Nel mio ricordo l’aspetto liberatorio non è stato centrale, è stato più legato a una ricerca della definizione di ciò che veramente si voleva e desiderava, più che un puro desiderio di maggiori sperimentazioni. Che mi sono sempre sembrate più un effetto che uno scopo.

L’aspetto che mi ricordo fondamentale aveva proprio a che fare con l’autonomia, con il desiderio di definire, da protagoniste, la propria vita. Allora non ci rendevamo ben conto dei costi di questo -e non li voglio neanche nominare tutti, eravamo giovani- ma un costo vero è stato la difficoltà di questa transizione nell’uomo, che spesso non sapendo bene come avere a che fare con questo nuovo essere, donna, capo di se stessa e più sicura di sé, intimorito, sentiva il bisogno di gestire il timore, il non saper che fare, riportando tutto alla libertà sessuale, alla dura contrattazione gestita in modo maschilista. E questo si chiama violenza e aggressività, o scarso rispetto, così è stato ed è percepito dalle donne. Non so se è chiaro, ma non credo che cambieremo molto gli uomini se non impariamo a essere maggiormente consapevoli dei prezzi che personalmente vogliamo pagare per la libertà.

Al di là di personaggi ovviamente malati, potenti e aggressivi, la maggior parte delle relazioni uomo donna, ha bisogno di uomini meglio educati da madri consapevoli e a loro volta libere, e da donne capaci di dire di no pagando consapevolmente i costi (che possono esserci, è la vita).

Ma per chiudere e riprendendo quel che scrive Lorenzini, io non credo in un irenico ideale di dolce parità condivisa. I rapporti uomo donna, come tutti i rapporti, avranno bisogno di trattative, di nuovi codici, di durezze e scambi, di tentativi e fallimenti, e non potranno mai fare a meno del tutto della forza. Nulla ci è regalato e occorre, come dice Camille Paglia, non dimenticare che la giustizia non è data, ma dipende da chi la difende in ciascun momento, e quindi da ciascuno di noi.

Le Molestiadi

Mi sembra che da questa vicenda ne usciamo tutti male: i maschi come delle teste di cazzo in senso letterale, le donne come dei motorini lasciati senza catena a Napoli in balia di chi voglia prenderle e gli umani nel loro insieme come bambini ritardati messi sotto tutela non più dalla santa Inquisizione o dai censori del regime ma da Netflix, HBO o SKY che decidono cosa sia opportuno vedano e cosa no.

 

Nella società attuale, così immotivatamente e allegramente tanatofobica dove a fare il tifo per la vecchia sfoltitrice sono rimasti soltanto -per un evidente concorso di interessi economici- l’INPS e il SSN (ignorando quanto ci insegnano tutte le leggende da Gilgamesh a Titone e al dottor Faust che la ricerca dell’immortalità ha sempre e solo portato  guai a secchiate), i necrologi stanno  quasi scomparendo dai quotidiani e gli anziani non hanno più da sospirare all’idea che un altro compagno di strada li ha lasciati, compiacendosi allo stesso tempo per essere stati preceduti e aggiornando così al ribasso l’elenco degli auguri da fare alle prossime festività.

Anche le pagine dei quotidiani soffrono di horror vacui e le colonne, rimaste prive degli struggenti ricordini di vite esemplari e degli encomi sperticati e pelosi per chi ha lasciato spazio su questa affollata valle di lacrime, sono state prontamente occupate dal quotidiano aggiornamento sulle donne molestate che a frotte recuperano la memoria di età migliori in cui orchi cattivi -noti e potenti- hanno insidiato le loro grazie, pudicamente nascoste e strenuamente difese.

Sono consapevole di quanto siano impopolari queste affermazioni in un periodo del “dagli al maiale” in cui l’onere della discolpa è dell’accusato, secondo la regola della presunzione di colpevolezza fino a prova contraria. E addirittura il reprobo non solo viene perseguito ma le sue opere messe all’indice o meglio bruciate come nel famoso rogo dei libri del 10 maggio del 1933 a  Berlino durante un comizio di quell’amabile personcina che rispondeva al nome di  Gobbels. Temo che presto assisteremo al ritiro di tutte le opere del Caravaggio noto alcolista, puttaniere, ludopatico e soprattutto omicida condannato a morte e conseguentemente latitante. Mi azzardo dunque a queste affermazioni pur non volendo affatto inimicarmi l’universo femminile  da cui spero sempre di ottenere con la benevolenza ciò che gli altri vogliono estorcere con la forza perché ritengo seriamente che le prime ad essere danneggiate da tutto questo frastuono mediatico siano di nuovo proprio le donne. E vado ad argomentare il perché.

Se l’immagine dell’uomo come brutale predatore sempre alla ricerca della copulazione non è certamente motivo d’orgoglio per la maggior parte di coloro che mingono in piedi, non certo più esaltante  è quella di una donna priva da un lato della capacità di autodeterminarsi e dall’altro di qualsivoglia desiderio sessuale che la rivoluzione sessuale degli anni ’60 del secolo scorso sembrava avergli restituito, delegando dunque al maschio tutte le incombenze propedeutiche alla perpetuazione della specie che sembrano essere piacevoli solo per lui. Non si torna in questo modo alla più antica e odiosa visione della donna come passivo oggetto sessuale?

È indispensabile distinguere nettamente i confini tra corteggiamento -più o meno raffinato- maleducazione, molestia e violenza sessuale o stupro e questo sarebbe corretto farlo prescindendo da quale sia il sesso che prende l’iniziativa.

Altra questione è lo sbilanciamento di potere all’interno di una relazione, sbilanciamento che sembrerebbe già di per sé configurare un contesto abusante. Premesso che non sempre necessariamente è il maschio ad avere più potere, mi sembra che un applicazione rigida del concetto porterebbe ad una società rigidamente divisa per classi in cui -come per le caste indiane- siano vietate le relazioni miste.

E comunque se è l’uomo ad avere più potere non potremmo rileggere la gran parte delle situazioni che stanno emergendo in questi giorni come tentativi di corruzione da parte dell’attore più debole, in questo caso la donna per ottenere favori peraltro nei casi specifici non dettati dalla necessità di mettere insieme il pranzo con la cena?

Al tentativo di corruzione di un tempo  si aggiunge  nel presente un’istigazione al ricatto. Ho ripercorso apprensivo il mio passato per valutare se potessi ricevere nei prossimi giorni una telefonata che rammentandomi una certa serata o una dimenticata gita scolastica stabilisse un prezzo non negoziabile per il suo silenzio circa un complimento, una pacca su una qualche morbida rotondità che non posso escludere in tempi precedenti alla quiescenza ormonale.

Mi sembra che da questa vicenda ne usciamo tutti male: i maschi come delle teste di cazzo in senso letterale, le donne come dei motorini lasciati senza catena  a Napoli in balia di chi voglia prenderle e gli umani nel loro insieme come bambini  ritardati messi sotto tutela non più  dalla santa Inquisizione o dai censori del regime ma da Netflix, HBO o SKY che decidono cosa sia opportuno vedano e cosa no.

È chiaro che da tutto questo non si può che uscirne con la definizione di una accurata modulistica promulgata dal ministero delle pari opportunità su come  proporre all’altro sesso nel rispetto della legge quella joint venture che prevede uno scambio di gameti per evitare l’estinzione della specie lasciando incompleta l’opera di devastazione del pianeta.

Infine mi chiedo come debba porsi per lavorare su tutto questo un approccio terapeutico  come quello cognitivo-comportamentale che -pur con la recente rivalutazione dell’importanza del trauma lasciato in disuso dalla più nobile psicoanalisi- tuttavia ha sempre  propeso per l’internalizzazione del vintage “locus of control”. Temo che anche in questo caso dobbiamo mettere da parte le rassicuranti classificazioni categoriali perché non abbiamo da un lato le donne a loro volta “vergini e martiri” o “puttane”(secondo l’esperienza di Morelli) e dall’altra i maschi tutti forsennati inseminatori, ma esseri umani in continua negoziazione tra loro perché entrambi mossi da scopi personali e sovra individuali che spesso si sovrappongono e concorrono l’uno alla realizzazione dell’altro. E tra questi uno molto potente è la ricerca del piacere sessuale.

 

 


Sulle Molestiadi, il mio punto di vista. Di Sandra Sassaroli

Eletta la nuova Consulta delle Scuole CBT

Mercoledì 8 novembre 2017 a Firenze è stata eletta la nuova Consulta delle scuole di CBT (cognitive behavioural therapy ovvero terapia cognitiva e comportamentale). La Consulta, nata nel 2014 per impulso del professor Ezio Sanavio, figura storica del movimento cognitivo e comportamentale italiano, ha l’obiettivo di diffondere in Italia la conoscenza della CBT, una terapia che al momento vanta i migliori dati di efficacia per alcuni disturbi emotivi, come i disturbi d’ansia, depressivi, alimentari e molti altri. Per una serie di ragioni culturali la CBT in Italia non è ancora conosciuta, praticata e diffusa come meriterebbe, con grande danno soprattutto dei pazienti. La Consulta si propone di rimediare a questo problema, cercando di rappresentare gli interessi delle scuole di specializzazione che la insegnano presso gli organi istituzionali e politici nazionali e regionali.

La nuova Consulta sarà in carica per i prossimi tre anni e si propone di affrontare una serie di problemi che non facilitano la diffusione della CBT in Italia, tra i quali i principali sono l’abbattimento degli ostacoli burocratici che rallentano il tirocinio negli enti accreditati degli allievi delle scuole CBT, lo sviluppo di strumenti di accertamento della qualità delle scuole, la valorizzazione dei vantaggi del mestiere di terapista CBT in termini di realizzazione professionale e personale, la diffusione della conoscenza della CBT come strumento scientificamente più efficace per alcuni disturbi emotivi presso l’opinione pubblica.
La nuova Consulta è composta dal presidente, Paolo Michielin, e da altri sei membri. Nel dettaglio, i nomi e le affiliazioni dei nuovi eletti sono:

Presidente membro della Consulta delle Scuole CBT:
Paolo Michielin, docente di Psicologia clinica all’Università di Padova, delegato dello Human Research di Bressanone, Presidente del primo Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi.

Membri della Consulta delle Scuole CBT:
Gabriele Melli, docente di Psicologia Clinica all’università di Pisa, Presidente dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva (IPSICO) di Firenze.
Paolo Moderato, Professore Ordinario di psicologia alla International University of Language and Media (IULM), presidente dell’Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano (IESCUM) e Past President dell’European Association of Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT).
Giuseppe Romano, professore straordinario Università G. Marconi di Roma, didatta della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC), docente e didatta delle Scuole di Specializzazione Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) e Associazione Scuola di Psicologia Cognitiva (SPC).
Giovanni Maria Ruggiero, docente di Psicologia Applicata all’Università Sigmund Freud di Vienna e Milano, Direttore della scuola di specializzazione Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Milano e Bolzano, docente presso la scuola di specializzazione Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Milano
Cecilia Volpi, didatta SITCC, Presidente Associazione di Terapia Cognitiva, didatta della scuola Associazione di Terapia Cognitiva (ATC).
Carla Maria Vandoni Responsabile didattica Scuola Centro Terapia Cognitiva (CTC) sede di Torino. Didatta CTC, Responsabile clinica dello Studio Torinese di Psicoterapia Cognitiva (STPC) di Torino.

Nella nuova Consulta Melli, Ruggiero e Vandoni sono subentrati ad Adriana Pelliccia, Enzo Sanavio (presidente uscente) e Sandra Sassaroli. Gli altri membri erano già presenti nella vecchia Consulta.

Eletta nuova consulta delle scuole CBT - 2
I membri della Consulta uscente

 

Eletta nuova consulta delle scuole CBT - 3
La nuova Consulta in carica per i prossimi 3 anni

L’utilizzo dell’ intelligenza artificiale per valutare la maturità cerebrale nei neonati prematuri

I ricercatori dell’Università di Helsinki hanno sviluppato un software di intelligenza artificiale in grado di valutare la maturità del cervello di neonati prematuri direttamente da un EEG.

 

Pubblicato nella rivista Scientific Reports, il metodo è il primo sistema di valutazione della maturità cerebrale basato su EEG. È più preciso di altri metodi attualmente utilizzati per valutare lo sviluppo del cervello di un neonato e consente il monitoraggio automatico ed obiettivo dello sviluppo del cervello prematuro.

Attualmente, attraverso il software di intelligenza artificiale, i ricercatori stanno monitorando lo sviluppo dei neonati prematuri mediante le curve di crescita del peso, dell’altezza e della testa del bambino. Il monitoraggio EEG combinato con l’analisi automatica fornisce uno strumento pratico per monitorare lo sviluppo neurologico dei neonati prematuri, generando informazioni che potrebbero aiutare a pianificare la migliore assistenza possibile per ogni singolo bambino.

Questo sistema di intelligenza artificiale offre un’occasione di tenere traccia, per la prima volta, della fase cruciale dello sviluppo di un neonato pretermine, ovvero, della maturazione funzionale del cervello sia durante che dopo la terapia intensiva.

I problemi di salute nei neonati prematuri

La gravidanza tardiva è una soglia biologica critica per lo sviluppo cerebrale del feto.

Uno su dieci nati vivi è prematuro e circa la metà di tutti i pazienti è in terapia intensiva neonatale a causa della nascita pretermine. La gravidanza tardiva è un momento di rapido sviluppo cerebrale per il feto, l’attività elettrica cambia quasi ogni settimana.

I vari problemi di salute associati alla nascita pretermine possono ostacolare lo sviluppo cerebrale. Già negli anni ’80 i ricercatori trovarono che i primi problemi di salute nei neonati prematuri comportavano spesso uno sviluppo più lento del cervello durante i primi mesi. Al fine di fornire la migliore cura possibile e sviluppare nuove forme di trattamento, è importante conoscere come si sviluppano le funzioni cerebrali dei neonati prematuri, ma il problema è che non sono disponibili metodi oggettivi e sufficientemente precisi per valutare la maturità precoce del cervello.

L’opzione più allettante per valutare la maturazione del cervello è quella di utilizzare dei sensori EEG posti sullo scalpo del bambino. Questo è un metodo completamente non invasivo, a basso costo e privo di rischi; un metodo molto popolare negli ultimi anni nel monitorare l’attività cerebrale nelle unità di terapia intensiva neonatale.

Il problema pratico del monitoraggio EEG è che l’analisi dei dati è lenta e richiede una particolare competenza del medico che la svolge. Il professor Sampsa Vanhatalo dell’Università di Helsinki, che si occupa della ricerca, afferma che questo problema potrebbe essere risolto in modo affidabile e globale utilizzando l’analisi automatica come parte integrante del dispositivo EEG.

L’apprendimento automatico e l’ intelligenza artificiale per aiutare i neonati prematuri

Il nuovo software di intelligenza artificiale di analisi EEG è stato sviluppato da Nathan Stevenson, ingegnere australiano, che ha lavorato nel gruppo di ricerca del professor Vanhatalo come membro della Marie Curie Fellow finanziato dalla UE. La ricerca ha utilizzato un insieme estremamente ampio e ben controllato di dati di misurazione EEG di bambini prematuri riuniti nel gruppo di ricerca della professoressa Katrin Klebermass presso la Medical University di Vienna.

Il software di analisi si basa sull’apprendimento automatico. Una grande quantità di dati EEG, di neonati prematuri, è stata inserita in un computer e il software ha calcolato centinaia di caratteristiche computazionali di ogni misura senza l’intervento di un medico. Con l’aiuto di un algoritmo della macchina a vettori di supporto, queste caratteristiche sono state combinate per la generazione di una stima attendibile chiamata EEG maturational age (EMA).

Alla fine dello studio, il software di intelligenza artificiale è stato testato confrontando l’EMA stimata dal software con l’età clinicamente nota del neonato. La stima della maturazione era così affidabile e precisa che in ciascuno dei 39 neonati pretermine dello studio, lo sviluppo funzionale del cervello poteva essere monitorato quando le misure venivano ripetute a distanza di poche settimane.

 

Rimuginio: teoria e terapia del pensiero ripetitivo – Presentazione del libro a Genova

“Il problema non è cosa penso ma quanto ci rimugino sopra”

 

Tutti abbiamo esperienza di rimuginio. In termini tecnici è considerato uno stile di pensiero negativo, analitico, ripetitivo che negli ultimi decenni ha mostrato di avere un impatto fondamentale nel sostenere molti disturbi psicologici. È il cuore pulsante di molti disturbi d’ansia e della depressione.

Rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che possono accadere ma anche riflettere continuamente sui propri errori, sulle cause, sulle implicazioni, su ciò che desideriamo e non abbiamo, sulle ingiustizie subite, sul nostro malessere, la nostra sfortuna, ciò che non ci va a genio di noi stessi e degli altri.

Il rimuginio cattura la nostra attenzione. Ci chiude nella nostra mente. Ci isola nei pensieri e ci tiene lontano da ciò che ci circonda. Ci assorbe e mantiene salienti per noi informazioni e contenuti spiacevoli. Il rimuginio impedisce di dimenticare. Il rimuginio impedisce di andare oltre un brutto pensiero o una sensazione spiacevole, soprattutto quando i pazienti faticano a smettere di rimuginare una volta che iniziano.

Da dieci anni ormai mi occupo di rimuginio, come ricercatore e come clinico. Si è trattato di un lungo viaggio nato dapprima come naturale curiosità: “Perché le persone restano a pensare così a lungo su ciò che fa loro male? Cosa li spinge a questo macabro sodalizio con una prigione di pensieri ricorrenti e astratti?”.

La mia fortuna è stata quella di aver conosciuto maestri e colleghi come Sandra Sassaroli, Giovanni Ruggiero, Marcantonio Spada e Adrian Wells con i quali ho condiviso un lungo viaggio di scoperta delle caratteristiche del rimuginio, delle sue facce variegate e soprattutto dei meccanismi psicologici che lo accendono e lo mantengono attivo nel tempo.

Questo testo vede la luce dopo un lungo lavoro di ricerca e ricapitola i risultati teorici, empirici e clinici della letteratura internazionale e del percorso sperimentale di noi autori. Abbiamo voluto offrire nelle sue sezioni sia un impianto teorico chiaro ed esaustivo sui processi cognitivi di base e sul sistema di conoscenze implicita che li sorregge e che noi chiamiamo metacognizione, e su tecniche e strategie che i colleghi terapeuti possono adottare per mutare il modo in cui controlliamo il nostro funzionamento mentale.

Gabriele Caselli


GENOVA - Presentazione RIMUGINIO - ScuolaLa Scuola Psicoterapia e Scienze Cognitive di Genova è lieta di invitarvi alla giornata evento del 17 novembre 2017 per la presentazione del libro “Rimuginio: teoria e terapia dell’intervento” di Caselli, Ruggiero e Sassaroli, edito da Raffaello Cortina. 

 

Presenta il libro il dott. Gabriele Caselli, psicologo e psicoterapeuta, direttore della scuola di specializzazione Psicoterapia e Scienze Cognitive di Genova, Vicedirettore Bachelor Psicologia, della “Sigmund Freud University” sede di Milano. Dopo la presentazione del libro, sarà effettuata la presentazione della Scuola, riconosciuta dal MIUR con decreto del 21 settembre 2017.

 

La partecipazione è gratuita ma è richiesta l’iscrizione all’evento: [email protected]

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Rimuginio: teoria e terapia dell’intervento – Prefazione di Sandra Sassaroli

Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo Caselli, Ruggiero, Sassaroli, 2017 – Recensione del libroQuesto libro è un testo importante e innovativo in Italia, almeno a nostro giudizio. Esso s’incardina nella storia del nostro gruppo di ricerca ed è allo stesso tempo impreziosito e reso necessario dall’esperienza di Gabriele Caselli nel mondo scientifico internazionale. Vale la pena di raccontarne la storia.

Il mio interesse per il pensiero ripetitivo nasce nei primi anni ‘90 quando, trasferitami a Milano ed entrata in contatto con un uno straordinario clinico e psichiatra come Marco Crosina, che operava come primario del reparto di psichiatria donne a Ville Turro, e discutendo con lui e Franco del Corno di problematiche dei disturbi alimentari si ragionava sulle difficoltà a motivare queste pazienti al trattamento. Era evidente che la motivazione per queste pazienti fosse un problema cruciale, era anche evidente che era ostacolata da un’ininterrotto impegno della mente di queste pazienti nei pensieri angosciosi sul controllo dell’alimentazione. Quell’impegno si chiamava rimuginio, e cominciammo a occuparci di questo fenomeno, ancora poco conosciuto nel mondo clinico italiano.

Io avevo da poco conosciuto Giovanni Maria Ruggiero, uno psichiatra interessato alla ricerca in ambito cognitivo che negli anni è diventato una figura fondamentale nel nostro gruppo di scuole, sia come direttore che come responsabile di importanti aree di ricerca, e mi trovai a operare con pazienti con disturbi alimentari sempre poco convinte a impegnarsi nel trattamento. Il paradigma imperante all’inizio degli anni ’90 nel cognitivismo clinico italiano era il modello costruttivista di Guidano, che tendeva a considerare le pazienti bulimiche come delle pazienti con problematiche legate soprattutto all’area della definizione del sé. Su questo modello, che assorbii direttamente a Roma, città da dove provenivo e dove il cognitivismo clinico italiano aveva il suo centro culturale, nutrivo dei dubbi. Il trasferimento a Milano favorì l’incontro con altri punti di vista.

In quel modello, tutto incentrato sulle strutture di personalità del sé, nessun accenno veniva fatto alle funzioni mentali, tra le quali ricadevano gli aspetti rimuginativi. E le tecniche di intervento erano tutte focalizzate alla costruzione narrativa di una più precisa e coerente definizione del sé senza alcuna attenzione alla gestione di un sintomo così invasivo e invalidante.

Non vi era ancora una consapevolezza che queste pazienti necessitassero di interventi specifici nell’ambito dei sintomi da un lato e delle credenze e dei processi, dal perfezionismo al rimuginio. Con le prime pazienti cominciammo a focalizzarci sul rimuginio che finalmente avevamo studiato, nella versione di Tom Borkovec che di questo fenomeno era stato il primo e più famoso ricercatore.

Non esisteva alcuno studio correlazionale che correlava il rimuginio ai disturbi alimentari. Con una certa fierezza ricordo che il primo fu il nostro, che arrivò dopo alcuni anni (Sassaroli & Ruggiero, 2005).

Il percorso come si vede è partito da un punto di vista non del tutto ortodosso. I primi studi sul rimuginio degli anni ‘90 si riferiscono soprattutto al disturbo ansioso. La nostra idea fu di applicarlo ai disturbi alimentari confermandone la presenza, individuandone la funzione e correlandolo a varie credenze e processi, man mano che il nostro gruppo di ricerca cresceva.

Inoltre esistevano già dai primi anni ’90 degli studi sulla ruminazione, processo simile al rimuginio ma presente in persone depresse (Nolen-Hoeksema & Morrow, 1991; Just & Alloy, 1997). Erano vulnerabili alla depressione e alla ricaduta coloro che in momenti di tristezza o davanti ai problemi della vita reagivano con un pensiero analitico estremamente elaborato: cercavano di riflettere, capire le cause, analizzare il proprio disagio. Ed ecco nascere gli studi sul pensiero ripetitivo applicato a temi di fallimento e d’inadeguatezza personale.

Nel 2010 la ricerca sui processi di pensiero ripetitivo si è arricchita con l’incontro e la collaborazione con Gabriele Caselli. La sua provenienza era più di area comportamentale che cognitiva. Questo approccio conserva una maggiore consapevolezza dell’attività della mente come insieme di funzioni e non di strutture statiche, come il sé. Caselli aveva poi capito che la vecchia vocazione funzionalista del comportamentismo poteva rinascere aggiornata nella nuova corrente della metacognizione, il cui maggiore esponente, Adrian Wells, era il più importante studioso del rimuginio dopo Borkovec. Grazie alle sue competenze di ricercatore prima e di clinico poi ha orientato il nostro gruppo di ricerca verso l’integrazione con gli studi di Wells sul rimuginio. La ricerca di Wells è di grande potenza scientifica, anche perché si tratta di uno dei rari paradigmi clinici basati su un nucleo scientifico di base forte invece che essere innestato sulle sole intuizioni cliniche.

Il testo che oggi presentiamo ricapitola i risultati teorici, empirici e clinici di questo percorso. Esso ha un impianto teorico e scientifico indiscutibile, ma vuole anche essere un manuale pratico, a uso dei clinici, che insegni a intervenire sugli scopi, le meta-credenze che orientano il rimuginio e la ruminazione e sugli aspetti attentivi che lo mantengono nel tempo.

Le tecniche che vengono presentate in questo volume non sono tecniche nuove. Molte di queste derivano da approcci cognitivi e comportamentali riviste entro una prospettiva metacognitiva e focalizzata sul rimuginio. Gli interventi sulla modifica delle meta-credenze si basano sui principi e sulle strategie della Terapia Metacognitiva di Adrian Wells a cui rimandiamo per una descrizione completa ed esaustiva di come possono essere attuati secondo protocolli specifici per alcune patologie (Wells, 2008). Il nostro obiettivo è quello di aiutare i clinici a distinguere le diverse forme di rimuginio e fornire una linea di intervento generale, applicabile con pazienti complessi, quadri misti ansioso-depressivi, disturbi di personalità, comorbilità o altri quadri psicopatologici.

L’organizzazione del libro

I primi 4 capitoli curano la parte storica e teorica, impostano, spiegano e articolano il discorso della regolazione cognitiva come funzione naturale dei sistemi umani e le modalità con cui certe strategie di regolazione cognitiva come il rimuginio possono svilupparsi e generare eccessiva sofferenza psicologica.

I capitoli 5-9 trattano le diverse forme di pensiero ripetitivo da una prospettiva clinica e psicopatologica: dal rimuginio ansioso e desiderante alla ruminazione depressiva e rabbiosa, nonché il loro rapporto con le intrusioni mentali e le strategie di soppressione ed evitamento.

La terza parte del libro, capitoli 10-16, spiega in modo esauriente e analitico il trattamento del pensiero ripetitivo, fornendo una linea strategica che permetta al clinico di muoversi tra le diverse tappe dell’intervento. Queste spiegazioni ovviamente non sostituiscono un apprendimento approfondito ed esperienziale, ma consentono di padroneggiare le tecniche di base e orientarsi per comprendere le preferenze personali nel metterle in atto.

Oggi il nostro gruppo di ricerca è impegnato nello sviluppare un approccio ai disturbi psicologici che sia guidato da evidence-based theory, in cui gli interventi di tipo evolutivo si possano curare con la terapia cognitivo-comportamentale classica e con i nuovi modelli di intervento di tipo processuale e metacognitivo entro una cornice teorica coerente, stabile e basata sull’evidenza. La sfida è impegnativa e ci impegnerà negli anni a venire.

Sandra Sassaroli

Mindfulness e autismo ad alto funzionamento 

La pratica di mindfulness aiuta gli individui con autismo ad alto funzionamento a mettere in atto comportamenti diretti ad uno scopo in sostituzione di tutti quei pattern ripetitivi e maladattivi diventati oramai automatici (Pahnke et al., 2014).

Marzia Paganoni, OPEN SCHOOL PTCR di Milano

 

L’autismo ad alto funzionamento

Oggi l’autismo colpisce 10 bambini su 1000 e sembra essere presente in misura nettamente superiore nei maschi (Fombonne et al., 2003). La prognosi del disturbo è influenzata dal grado di funzionamento cognitivo che viene designato come miglior indicatore rispetto allo sviluppo futuro (Panerai et al., 2014).

Si parla di autismo ad alto funzionamento (HFA) quando il QI totale è superiore a 65/70, quando l’individuo ha sviluppato il linguaggio verbale, quando non sono presenti disturbi neurologici e quando quindi non vi è disabilità intellettiva (Ibidem).

Secondo Panerai et al. (2014) gli individui con diagnosi di autismo ad alto funzionamento presentano difficoltà marcate nel processo dell’inferenza sociale ed in particolare, questa disfunzione, si manifesta nel momento in cui è chiamato a scegliere quale informazione prendere in considerazione e nella fase di memorizzazione.

Presentano quindi difficoltà durante l’interazione sociale che, secondo Hobson (2006), è spiegata dalla scarsa comprensione e consapevolezza che hanno di se stessi e dalle difficoltà che incontrano nel momento in cui devono dare un nome alle emozioni e devono essere in grado di esprimerle in modo socialmente convenzionale, autoregolandosi e condividendo quindi in modo adeguato i propri stati d’animo.

Va inoltre evidenziato come, in soggetti con autismo ad alto funzionamento, la scarsa capacità di regolazione emotiva può rinforzare strategie maladattive ed automatiche come la ruminazione (Mazefsky et al., 2014). I deficit nella regolazione emotiva potrebbero essere intrinsecamente legati sia all’ansia che all’autismo (Ibidem).

Le possibili terapie per l’autismo ad alto funzionamento

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), con l’obiettivo di lavorare sugli schemi cognitivi e comportamentali e sulle strategie di controllo emotivo, è stata adattata al disturbo dello spettro autistico con lo scopo di trattare l’ansia e lo stress che risultano spesso associati a questa condizione (Sofronoff, Attwood e Hinton, 2005).

Essendo i soggetti con autismo ad alto funzionamento persone che hanno la tendenza ad assumere come propri schemi di pensiero e che hanno difficoltà nel considerare soluzioni e spiegazioni alternative ai problemi risulta importante attuare un intervento di CBT che miri alla ristrutturazione cognitiva e all’educazione emotiva (Ibidem).

L’acceptance and commitment therapy (ACT), terapia di terza ondata, che ha come obiettivo quello di aumentare la flessibilità psicologica e ridurre la rigidità degli schemi abituali di funzionamento attraverso l’accettazione, il riconoscimento dei propri pensieri e valori personali, l’impegno nell’azione, il contatto con il momento presente e il sé come osservatore della propria esperienza nel qui ed ora, si sta rilevando essere molto efficace nel campo dell’autismo (Hayes e Strosahl, 2004).

Si tratta infatti di un approccio che utilizza strategie basate sull’accettazione e sulla mindfulness (Ibidem).

La mindfulness come possibile terapia dell’ autismo ad alto funzionamento

La pratica di mindfulness aiuta gli individui con autismo ad alto funzionamento a mettere in atto comportamenti diretti ad uno scopo in sostituzione di tutti quei pattern ripetitivi e maladattivi diventati oramai automatici (Pahnke et al., 2014).

In seguito ad un intervento ACT, opportunamente adattato per soggetti con autismo ad alto funzionamento, si sono registrati miglioramenti dei sintomi emozionali, una riduzione dell’ansia e dell’iperattività che si sono mantenuti anche nel periodo di follow-up. Sembra infatti che le abilità acquisite dai soggetti durante la pratica mindfulness abbiano avuto un effetto protettivo sullo stress quotidiano e sul distress psicologico (Pahnke et al., 2014).

Un altro studio, effettuato sempre nello stesso anno da Murza et al., volto ad indagare l’efficacia del metodo ACT in associazione con un intervento di verifica di generalizzazione dell’abilità acquisita in contesti differenti ha fornito risultati contrastanti. A fine trattamento è stato infatti rilevato un miglioramento nella generazione dell’inferenza durante la lettura e nelle abilità metacognitive mentre non si sono invece osservati cambiamenti significativi per quanto riguarda l’abilità di inferenza sociale. È quindi probabile che le acquisizioni dell’inferenza nella lettura non bastino perché i risultati vengano generalizzati ad altri contesti comunicativi. Gli autori stessi ritengono che forse in questo studio non ci si è focalizzati esplicitamente sull’inferenza sociale vera e propria, che è sicuramente diversa dall’inferenza nella lettura, anche se di situazioni sociali.

Lo studio di Murza et al. (2014) risulta essere comunque di grande rilievo in quanto suggerisce che gli individui affetti da autismo ad alto funzionamento possono imparare strategie di inferenza molto facilmente.

Gli studi citati risalgono a tempi recenti, di conseguenza i risultati, anche se promettenti, meritano maggiore attenzione e necessitano di ulteriori approfondimenti. La quantità degli scritti presenti non è inoltre ancora sufficiente per fornire conclusioni soddisfacenti.
Gli studi sulla mindfulness presentano sicuramente qualche lacuna (Dimidjian & Segal, 2015) o, comunque, la pratica di mindfulness stessa potrebbe incontrare nuovi ostacoli, laddove fosse applicata ad una popolazione clinica fortemente eterogenea, quale è l’autismo, e ancora caratterizzata da diversi interrogativi.

Esistono tuttavia interventi adatti a promuovere la mindfulness che non fanno largo uso di competenze linguistiche e che non necessitano di un impegno cognitivo particolare. È il caso dei mindful movements, ovvero la pratica della consapevolezza dei propri movimenti.

Il movimento corporeo è considerato da tempo una buona via per coltivare diverse abilità mentali, quali l’attenzione, l’autocontrollo e la mindfulness, e recenti studi hanno riportato i vari benefici, apportati da addestramenti al movimento consapevole (Clark, Schumann & Mostofsky, 2015). La pratica del movimento consapevole è risultata efficace anche nella riduzione dello stress, componente presente nei soggetti affetti da autismo ad alto funzionamento, e delle sue conseguenze fisiche e psichiche (Ibidem).

Nel campo dell’autismo ad alto funzionamento, un programma d’intervento che tenga conto anche di esercizi di mindful movements potrebbe risultare efficace per trattare i sintomi comportamentali, dati i riscontri positivi nell’autoregolazione, anche nei casi in cui non è prevista una terapia farmacologica (Rosenblatt et al., 2010).

In uno studio di Silva e Schalock (2013), in cui si sono osservati gli effetti di una pratica orientale, il qigong, che si focalizza sui movimenti, sull’affermazione, sulla respirazione, sulla meditazione e sul massaggio su bambini con diagnosi di autismo, si è evidenziato un significativo miglioramento nell’autoregolazione comportamentale e sensoriale.

Inoltre, è stato dimostrato che anche una terapia integrativa basata sulla danza risulta efficace in adolescenti affetti da autismo in quanto, lo studio effettuato da Koch et al. (2015) ha evidenziato un’aumentata consapevolezza corporea, una migliore capacità nel distinguere sé dall’altro e miglioramenti nelle abilità sociali nei soggetti che si sono sottoposti al trattamento.

Bremer et al. (2016) osservano come l’esercizio fisico, come ad esempio, nuoto, jogging o yoga, inserito come approccio terapeutico integrativo per bambini e adolescenti con autismo ad alto funzionamento, apporti importanti benefici in diversi indici comportamentali. Sono stati infatti osservati miglioramenti significativi nella frequenza e nell’intensità di comportamenti stereotipici, nel funzionamento socio-emotivo, nella cognizione e nelle capacità attentive.

Tutte queste tecniche si focalizzano sull’esercizio fisico, la respirazione e la corporeità, aspetto quest’ultimo centrale nella condizione dell’autismo ad alto funzionamento, se si pensa alle precedenti considerazioni sulla consapevolezza corporea e sull’autoregolazione. Secondo Clark et al. (2015), diversi sono i processi coinvolti nelle pratiche di questo tipo in quanto, la coordinazione dei movimenti potrebbe migliorare in conseguenza alle informazioni sensoriali in entrata, si sperimenta pianificazione ed organizzazione del nuovo movimento e si va ad aumentare la consapevolezza così da poter avere la possibilità di scegliere tra diverse prospettive, risposte nuove e contestualmente appropriate che permettono così all’individuo affetto da autismo ad alto funzionamento di ridurre le risposte abituali disfunzionali.

Infine, interventi di mindfulness risultano efficaci anche se applicati sui caregivers in quanto, un lavoro di questo tipo aiuterebbe il genitore, laddove fosse necessario, a trattare i livelli di stress percepito, ad osservare e affrontare con maggiore consapevolezza e minore impulsività i problemi comportamentali del figlio e ad aumentare il senso di auto-efficacia e di rilassatezza genitoriale (Singh, Singh, Lancioni, et al., 2010).

Gli stessi autori hanno preso in considerazione il fatto che un intervento di mindfulness, appositamente pensato per gli operatori legati alla realtà dell’autismo, potrebbe incidere sul soggetto autistico in modo indiretto. In questo caso, il miglioramento della qualità dell’attenzione e della capacità di riconoscimento delle emozioni dell’operatore avrebbe un effetto salutare indiretto sul soggetto affetto da autismo, in quanto a beneficiarne sarebbe in primis la relazione nella sua totalità (Singh, Singh, Lancioni, et al., 2010).

Una stanza piena di gente (1981) di Daniel Keys – Recensione del libro

Nel romanzo Una stanza piena di gente il protagonista soffre di disturbo dissociativo dell’identità. La trama è avvincente anche per i non addetti ai lavori; le personalità si dipanano via via che la storia prosegue ed il giallo prende forma.

Francesca Gervasoni

 

I dieci personaggi interiori hanno un range d’età che va dai 3 anni ai 26, presentano entrambi i generi ed ognuno di loro ha talenti e caratteristiche diverse; la trama si complica con altri 13 personaggi “indesiderabili” e la conoscenza di tutti è possibile tramite il Maestro che è l’integrazione di tutti i precedenti soggetti. Come in un percorso psicoterapeutico si inizia dal presente, dalla stabilizzazione e dal dipanamento della confusione per riuscire a recuperare la storia di vita incluse le memorie traumatiche.

Una stanza piena di gente: tra le pagine, il trattamento del disturbo dissociativo dell’identità

Una stanza piena di gente è strutturato allineandosi alle indicazioni del trattamento del disturbo dissociativo dell’identità e del trattamento del trauma: la prima parte è quella in cui si dipana la confusione, in cui regna il caos ed il paziente presenta amnesia, alterazione del tempo e in cui si trova in posti diversi da quelli in cui si era addormentato; sono i clinici, i poliziotti e gli operatori attorno a lui che prendono consapevolezza  per primi dell’esistenza e del susseguirsi delle parti compartimentate. Viene ben descritta l’amnesia caratterizzante questo genere di disturbo e le fobie specifiche dello stesso (la fobia del mondo interno, dell’attaccamento..), gli shift da una personalità all’altra.

Nella seconda parte di Una stanza piena di gente inizia il processo d’integrazione: il dialogo tra le parti è ben descritto ed emerge un poco alla volta il Maestro che è l’unico a conoscenza dei ventitrè alter ego; è lui che comprende le loro funzioni protettive, il loro legame con il mondo emotivo e la loro origine a partire dalle memorie traumatiche. Può chiamare “sul posto” i vari personaggi che si susseguono all’attenzione dei clinici che lo stanno aiutando.

La terapia farmacologica viene messa in discussione così come le diagnosi cliniche date precedentemente: disturbo della condotta, poi trattato come psicotico ed antisociale, rinchiuso in ospedale o, in alcuni momenti in carcere. Anche da questo punto di vista Una stanza piena di gente è fedele ai commenti dei clinici che si occupano di questi temi: farmaci per sedare e peggiorano il disagio, diagnosi che si susseguono senza un efficace esito dei trattamenti; disturbi che peggiorano se messi in situazioni di costrizione dove il protagonista perde il senso di controllo ed emergono le parti aggressive protettive.

Prendono forma anche le fatiche e le incertezze dei clinici quando si confrontano con aspetti direttivi istituzionali, coi pregiudizi e le diffidenze di colleghi e dei cittadini giudicanti perché spaventati, con i timori ed il timore di credere in qualcosa che ai più appare strano e improbabile, la fatica di assumersi il rischio di perseguire una strada incerta senza saperne la meta.

Un romanzo gradevole e leggero pur nella complessità del tema trattato.


Una stanza piena di gente, by Daniel Keyes (Disturbo Dissociativo)

Il ruolo dell’abuso emotivo infantile e della percezione di sé nei Disturbi del Comportamento Alimentare

Un potenziale mediatore della relazione tra abuso emotivo infantile e obesità è il disturbo alimentare: diversi studi hanno messo in evidenza l’associazione tra DCA e sovrappeso e obesità, come pure i fattori di rischio comuni tra disturbi alimentari e obesità.

Luisa Resta – OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva di Firenze

 

Nonostante i numerosi modelli eziologici del sovrappeso, dell’obesità e dei disturbi alimentari, gli interventi di gestione del peso rimangono efficaci in modo marginale, o spesso sono associati al recupero del peso. Questi dati sembrano suggerire la necessità di esplorare ulteriori modelli di trattamento e prevenzione di Disturbi del Comportamento Alimentare, sovrappeso e obesità.

La letteratura sostiene l’applicazione efficace del modello cognitivo comportamentale per il trattamento della bulimia e dell’ obesità. Tale quadro teorico indica come la percezione negativa di sé, la bassa autostima, unite all’insoddisfazione per il peso e la forma corporea, aumentano il rischio di sviluppare un disturbo legato all’alimentazione, nonché la sindrome da alimentazione notturna (NES), l’emotional eating, le abbuffate e i meccanismi di controllo sul peso (es. uso di lassativi, esercizio fisico eccessivo). La condotta alimentare disturbata, a sua volta, aumenta il rischio di sovrappeso e obesità.

Maltrattamento infantile e alimentazione disturbata

La ricerca ha dimostrato le associazioni tra maltrattamento infantile e il peso attuale; in particolare, gli individui obesi spesso riferiscono storie di maltrattamento infantile ed esperienze di abuso che a loro volta aumentano il rischio di sviluppare l’obesità. Ad ogni modo, i meccanismi che guidano la relazione tra maltrattamento infantile e lo status del peso non sono ancora stati pienamente spiegati. Quando si parla di maltrattamento psicologico o abuso emotivo, si intende una relazione emotiva inappropriata e dannosa caratterizzata da pressioni psicologiche, ricatti affettivi, indifferenza, rifiuto, denigrazione e svalutazioni che danneggiano o inibiscono lo sviluppo di competenze cognitivo-emotive fondamentali quali l’intelligenza, l’attenzione, la percezione, la memoria. Il maltrattamento psicologico si esprime attraverso critiche, ironia, sarcasmo, disprezzo e angherie ripetute e continue, modalità verbali fortemente svalutanti e sadiche, il coinvolgimento del bambino in conflitti e in ideazioni patologiche.

Un potenziale mediatore della relazione tra maltrattamento infantile e obesità è il disturbo alimentare; diversi studi hanno messo in evidenza l’associazione tra Disturbi del Comportamento Alimentare e sovrappeso e obesità, come pure i fattori di rischio comuni tra disturbi alimentari e obesità. Gli studi di popolazione hanno dimostrato che le condotte compensatorie, inclusi l’uso di lassativi, l’assunzione di pillole dimagranti e il vomito autoindotto, correlano trasversalmente con l’ obesità e sono predittori longitudinali dell’aumento di peso e dell’alimentazione incontrollata. Inoltre il disturbo da alimentazione incontrollata (BED) e la sindrome da alimentazione notturna (NES) sono frequenti tra soggetti in sovrappeso o obesi. La sovrapposizione tra meccanismi di compenso, bulimia e sindrome da alimentazione notturna, e la loro associazione con l’ obesità supportano la considerazione che questi fattori rappresentano dei mediatori nello sviluppo del sovrappeso e dell’ obesità.

Il periodo che va dall’adolescenza alla prima età adulta (18-25 anni) è considerata una fase distintiva dello sviluppo che richiede un aumento dell’ attenzione da parte del mondo della ricerca scientifica. Questa fase dello sviluppo risulta particolarmente critica per l’instaurarsi dei fattori di rischio per la salute, incluse le problematiche legate al peso, con oltre il 70% dei giovani adulti che aumentano di peso durante il periodo compreso tra le superiori e l’università. Sebbene tali meccanismi non siano ancora completamente compresi, i disturbi alimentari potrebbero avere un ruolo specifico, in particolare il loro aumento nella fase compresa tra l’adolescenza e la prima età adulta.

Il maltrattamento infantile in generale è stato associato con l’ alimentazione come strategia disfunzionale di gestione delle emozioni o dello stress, e con l’alimentazione incontrollata (binge eating). Nello specifico, l’ abuso emotivo infantile potrebbe essere il miglior predittore degli esiti negativi psicologici e comportamentali, rispetto ad altri tipi di maltrattamento o avversità. Kent, Waller e Dagnan hanno dimostrato che l’ abuso emotivo predice unicamente e in modo significativo gli atteggiamenti e i comportamenti alimentari disfunzionali (es. la spinta alla magrezza, le abbuffate e le condotte di compenso, e l’insoddisfazione corporea) ben oltre l’abuso fisico o sessuale. Inoltre, i soggetti con binge eating (BED) o quelli con sindrome da alimentazione notturna (NES) riportano un disturbo alimentare più frequentemente rispetto alla popolazione non clinica. L’ abuso emotivo potrebbe predire l’alimentazione incontrollata, il sovrappeso e le condotte di controllo del peso fino a cinque anni dopo.

La relazione tra l’ abuso emotivo infantile e i Disturbi del Comportamento Alimentare si vede anche nei giovani adulti, anche se non è ancora completamente chiaro quanto il grado di gravità dell’ abuso emotivo aumenti il rischio di sviluppare BED, sindrome da alimentazione notturna o meccanismi di controllo del peso.

Abuso emotivo infantile e percezione di Sé

La relazione tra l’ abuso emotivo infantile e i Disturbi Alimentari non è propriamente diretta; uno dei mediatori proposti dal gruppo di Hymovitz è la percezione di sé negativa. Studi sperimentali, longitudinali e trasversali dimostrano un collegamento tra la percezione di sé negativa legata all’ alimentazione, alla forma corporea e all’autostima, e i Disturbi Alimentari. Nella popolazione, l’ abuso emotivo infantile è associato con la percezione negativa del peso, forma corporea e autostima, e a livello longitudinale predice maggiormente un disagio interiore rispetto all’ abuso fisico o sessuale.

Le associazioni tra l’ abuso emotivo infantile e la percezione di sé negativa si rintracciano anche nei soggetti con BED. Nello specifico, in quelli che cercano attivamente un intervento per la gestione del peso, l’ abuso emotivo era associato all’insoddisfazione corporea, alla bassa autostima e al criticismo verso se stessi. La ricerca indica inoltre che la percezione di sé come vulnerabile e isolato media la relazione tra la vittimizzazione verbale e i Disturbi Alimentari, inoltre giustifica l’inclusione della percezione negativa di sé e l’ abuso emotivo infantile nei modelli teorici sui Disturbi del Comportamento Alimentare.

In accordo con il modello cognitivo comportamentale dei Disturbi Alimentari e dell’ obesità, la letteratura indica che i pensieri e la percezione negativa di sé legate all’ alimentazione predicono i Disturbi del Comportamento Alimentare che a loro volta predicono l’obesità.

Secondo alcuni, i modelli cognitivo comportamentali per i Disturbi Alimentari e l’ obesità non si sono interessati abbastanza al ruolo dei primissimi fattori ambientali, come l’ abuso emotivo infantile. Altri studi che prendono in considerazione l’ abuso e i Disturbi Alimentari suggeriscono come il primo giochi un ruolo centrale a livello eziologico, e i pensieri associati alla percezione negativa di sé mediano la relazione tra abuso emotivo e Disturbi del Comportamento Alimentare. Inoltre, l’avvicinarsi all’età adulta costituisce probabilmente un periodo critico per lo sviluppo delle problematiche legate al peso e dei Disturbi Alimentari.

Il modello di mediazione della relazione tra abuso emotivo, percezione di sé, disturbo alimentare e obesità

La ricerca di Hymowitz et al. ha tentato di comprendere se l’ abuso emotivo impatta sui Disturbi Alimentari attraverso la percezione di se stessi e se il disturbo alimentare ha un impatto sul BMI nella prima età adulta e quindi contribuisce allo sviluppo dell’ obesità. Secondariamente i ricercatori hanno valutato se l’ abuso emotivo predice un disturbo alimentare e come la gravità dell’ abuso aumenta il rischio di binge eating, alimentazione notturna o meccanismi di controllo sul peso nei giovani adulti.

Il modello ipotizzato dagli autori è stato confermato, evidenziando la significatività delle relazioni tra abuso emotivo infantile e percezione di sé, percezione di sé e Disturbi AlimentariDisturbi Alimentari e BMI.

Abuso emotivo infantile: quale ruolo nella percezione di sé e nei Disturbi Alimentari? - IMM1

Fig. 1 – Modello di mediazione della relazione tra abuso emotivo, percezione di sé, disturbo alimentare e obesità

Tali dati confermano un modello cognitivo-comportamentale che include l’ abuso emotivo come un fattore di rischio per le distorsioni cognitive (bias) e il successivo sviluppo di un Disturbo Alimentare e problematiche legate al peso durante la prima età adulta. Il collegamento possibile tra storia di trascuratezza infantile e successivo sviluppo di Disturbi del Comportamento Alimentare sembra risiedere nella capacità di regolare l’intensità delle emozioni e degli impulsi. Dal momento in cui i bambini trascurati non fanno esperienza di contenimento da parte del caregiver, sono costretti ad apprendere meccanismi esterni che favoriscono lo sviluppo di meccanismi di controllo in contrasto al contesto di trascuratezza, in cui evidentemente tali soggetti non esercitano alcun controllo, favorendo così la modulazione di uno stato di calma interiore e affettiva quando si presentano degli stati emotivi negativi intensi.

Queste conclusioni sostengono la necessità di approfondire ulteriormente la relazione tra la percezione di sé, la sindrome da alimentazione notturna e il binge eating nei giovani adulti con una storia di abuso infantile.

Sogni ad occhi aperti? Allora sei efficiente e creativo!

Un nuovo studio del Georgia Institute of Technology suggerisce come sognare ad occhi aperti durante delle riunioni non sia necessariamente una cosa negativa, ma potrebbe essere un segno di intelligenza e creatività.

 

Schumacher, principale autore dello studio, e i suoi colleghi hanno misurato i modelli di attivazione cerebrale di più di 100 persone attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Ai partecipanti era chiesto di concentrarsi su un punto di fissazione statico per cinque minuti, e nel frattempo venivano misurate le attivazioni cerebrali durante il task e durante un periodo in cui non veniva svolto alcun task (a riposo).

I partecipanti hanno inoltre compilato un questionario per misurare quanto la mente vagava durante l’arco della giornata.

Coloro che hanno riferito di sognare di più ad occhi aperti durante l’arco del giorno hanno anche ottenuto un punteggio più alto nelle capacità intellettuali e creative, e risultano avere specifici pattern di attivazione cerebrale.

La gente tende a pensare che vagare con la mente sia necessariamente qualcosa di negativo perché lo si vede come una mancanza di attenzione – riporta Schumacher – I nostri dati sono coerenti con l’idea che ciò non sia sempre vero. Alcune persone hanno menti e cervelli più efficienti, pur avendo una maggiore tendenza a vagare con la mente (mind wandering).

I nostri risultati mi ricordano il professore distratto, ovvero qualcuno che è brillante, ma fuori dal suo mondo, a volte ignaro del proprio ambiente – sostiene Schumacher – Oppure i bambini, intellettivamente più dotati degli altri, che seguono lezioni per loro facilmente comprensibili. Mentre i loro compagni possono richiedere cinque minuti per imparare qualcosa di nuovo, loro capiscono in un minuto, quindi poi hanno tempo di distrarsi.

Gli autori dello studio ritengono che questi risultati possano promuovere ulteriori ricerche per  capire meglio quando il vagare della mente è nocivo e quando può effettivamente essere utile.

Ci sono importanti differenze individuali da considerare, come la motivazione di una persona o l’intenzione di rimanere concentrati su un compito particolare – ha detto Godwin, altro autore dello studio.

 


 

Fantasticare ad occhi aperti…che stress!!

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