Black Mirror: riflessioni sui mutamenti psicologici e relazionali nel futuro della tecnologia

Black Mirror è una serie TV che descrive i mutamenti psicologici e relazionali derivanti dall'utilizzo della tecnologia. 

ID Articolo: 140597 - Pubblicato il: 20 ottobre 2016
Black Mirror: riflessioni sui mutamenti psicologici e relazionali nel futuro della tecnologia
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A volerne dare una lettura meno introspettiva, ma che richiami quello che sembra essere l’intento degli autori, Black Mirror si rivela il ritratto di una società in cui la tecnologia è molto più di uno strumento ideato per facilitare i nostri compiti quotidiani o per mettere a nostra disposizione mezzi di comunicazione istantanea che accorcino le distanze. Al contrario, quello che viene raccontato nel corso degli episodi è una distanza infinita tra esseri umani in un mondo dominato da sistemi che esercitano un potere spersonalizzante, antagonisti di un’autenticità delle relazioni.

 

Black Mirror: la serie TV

The good news is that we move forward with giant steps toward the future. The bad news is that we may not be very prepared to deal with them.

(Young, Abreu, 2011, p. 267)

Nata nel 2011 e rinnovata per una terza stagione in uscita il prossimo 21 Ottobre, Black Mirror è una serie tv inquieta, disarmante, a metà strada tra il genere sci-fi e la satira. Il titolo stesso introduce intuitivamente la tematica centrale in quanto rimanda allo schermo nero dei dispositivi tecnologici che noi tutti utilizziamo abitualmente. Nei vari episodi, ciascuno con diverse ambientazioni e personaggi, si susseguono scenari e storie governati da una brutale modernità fatta di incredibili invenzioni che rivoluzionano equilibri e sentimenti umani.

Psicologia e serie TV: i messaggi trasmessi da Black Mirror

Guardando nello schermo nero creato da Charlie Brooker, produttore britannico e autore della fortunata serie antologica, si scorgono dettagli che vanno al di là delle ovvie interpretazioni. Sebbene sia possibile, infatti, analizzarne la morale e i significati, non si può sottovalutare l’impatto emotivo e perturbante delle trame proposte.

A volerne dare una lettura meno introspettiva, ma che richiami quello che sembra essere l’intento degli autori, Black Mirror si rivela il ritratto di una società in cui la tecnologia è molto più di uno strumento ideato per facilitare i nostri compiti quotidiani o per mettere a nostra disposizione mezzi di comunicazione istantanea che accorcino le distanze. Al contrario, quello che viene raccontato nel corso degli episodi è una distanza infinita tra esseri umani in un mondo dominato da sistemi che esercitano un potere spersonalizzante, antagonisti di un’autenticità delle relazioni.
È possibile rintracciare in ciascun episodio una tematica che coinvolge (e sconvolge) l’idea tradizionale della natura umana.

Nel mondo creato da Brooker e colleghi, la capacità empatica sembra essere smarrita o, comunque, distorta. Nei racconti della serie i personaggi sono fondamentalmente assorbiti nel narcisismo tipico di chi guarda il mondo attraverso uno schermo, noncuranti dell’altro e del suo sentire. Sono tutti spettatori dell’altrui esistenza e traggono godimento da questa sorta di voyeurismo digitale.

In questo mondo non trova posto l’oblio della memoria che resta perennemente intatta e uguale a se stessa; uomini e donne, provvisti di personali microchip che ne conservano i ricordi, possono proiettare e riguardare gli eventi vissuti nei minimi dettagli. Una memoria privata dei suoi naturali mutamenti e distorsioni, impossibile da elaborare.

È una realtà in cui il progresso ha abolito il concetto di impossibile; persino di fronte all’irreparabilità della morte si può ricorrere a soluzioni “intelligenti”, a surrogati programmati per essere identici all’originale, forse addirittura migliorati. Una perfezione che spiazza perché altro non è che una vuota illusione.
E ancora, solitudine, azioni ripetitive e perdita del senso di identità e di individualità in una società paralizzata, bombardata da incessanti messaggi pubblicitari e in cui l’unica via di fuga è trasformarsi in maschere vuote che occupano tristi palcoscenici.

Questi alcuni dei temi di una serie che genera reazioni viscerali ed emotive prima ancora che animare dibattiti interiori e razionali sullo stato dell’evoluzione tecnologica e sul ruolo della persona all’interno di questo cambiamento. Black Mirror non è quindi solo un prodotto televisivo di intrattenimento, ma un moderno romanzo distopico; un’estremizzazione dell’attuale progresso tecnologico, disturbante al punto giusto da lasciare aperte considerazioni e interrogativi sui mutamenti che il consumo della tecnologia sta operando silenziosamente sulle nostre menti, sui nostri corpi e sui modi di entrare in contatto con l’altro.

La rivoluzione psico-tecnologica del nostro tempo è già iniziata, come testimonia il crescente interesse per le cosiddette nuove dipendenze e, in particolare, per le dipendenze tecnologiche. Alcuni autori, come Block (2008), sostengono l’esistenza di un vero e proprio disturbo (Internet Addiction), una condizione invalidante che implicherebbe importanti modificazioni comportamentali, ritiro sociale e sentimenti negativi di rabbia, depressione e un senso di tensione quando non si ha accesso ai dispositivi e alla rete.
L’intento degli studiosi che si approcciano a questo fenomeno non è, però, quello di demonizzare il progresso, ma di operare una riflessione consapevole sul rischio di un eccessivo ricorso alla tecnologia al fine di appagare i nostri bisogni emotivi, psicologici e sociali (Young, Abreu, 2011).

Con i suoi toni oscuri e profondi, Black Mirror narra questi mutamenti e scatena incertezze su un futuro che forse non è poi tanto lontano: una serie da vedere, o rivedere, in attesa dei nuovi episodi della terza stagione.

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Bibliografia

  • Block, J. J. (2008) Issues for DSM-V: Internet Addiction, The American Journal of Psychiatry, 165 (3), 306-307.
  • Young, K. S., Abreu, C. N. (2011) Closing Thoughts and Future Implications, In K.S. Young & C. N. Abreu (Eds.) Internet Addiction: A Handbook and Guide to Evaluation and Treatment, (pp. 267-273), John Wiley and Sons, Inc., Hoboken, New Jersey.
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