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Steven C. Hayes e l’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)- Introduzione alla Psicologia

Steven C. Hayes è professore di Psicologia dell’Università del Nevada ed è il fondatore dell’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Steven C. Hayes: storia

Steven C. Hayes è nato nel 1948, è cresciuto nella California meridionale degli anni ’60 e ha frequentato la University High di San Diego, affiliata ad un college cattolico. Da sempre, è stato affascinato dalla psicologia perché la considerava un ambito in cui era possibile unire la scienza all’umanità. Contemporaneamente, però, non ha mai smesso di interessarsi alla scrittura, al canto, alla musica, alla matematica e alla scienza in generale.

Tra il 1966 e il 1970 ha cominciato a lavorare presso la Loyola Marymount University di Los Angeles. Inizialmente, frequentò Irving Kessler, terapista comportamentale e suo mentore. Kessler era diventato membro di questa facoltà dopo aver svolto un lavoro sul condizionamento dell’occhio, ma si occupava anche di ricerca di base e di pratica clinica.

Steven C. Hayes, inoltre, era un estimatore degli ideali utopici del tempo e dall’importanza dell’esplorazione spirituale. Di conseguenza era influenzato dal pensiero orientale, in particolare gli interessavano gli scritti di Suzuki (Zen Flesh, Zen Bones ) e Alan Watts. L’interesse per la spiritualità, le arti e la scienza sono confluite e inglobate nel lavoro di Skinner, e il suo libro Scienza e comportamento umano divenne, per Hayes, una sorta di esercizio zen che lo appassionò alla psicologia comportamentale fino a realizzare un lavoro di tesi in tale ambito. Così, supervisionato del dottor Kessler, ha creato un laboratorio sui ratti, costruito le gabbie e completato una tesi in cui confrontava la prevenzione, la modellazione e l’osservazione delle risposte nella riduzione del comportamento di evitamento nei ratti.

Dopo la laurea, Steven C. Hayes, divenne un  attivista politico e presidente di una lobby popolare della contea di San Diego e in questo periodo ha sposato Angel Butcher, da cui ha avuto una figlia, Camille Rose Hayes .

Nel 1976 conseguì il dottorato in psicologia clinica presso la West Virginia University. Il dipartimento di psicologia della West Virginia University era una eccellenza per l’analisi del comportamento e in questi anni entrò in contatto con diversi terapisti cognitivo-comportamentali tra cui John Cone, Rob Hawkins, Andy Lattal, Norm Cavior, John Krapfl e Hayne Reese.

Di conseguenza, immersosi nell’analisi del comportamento, Steven C. Hayes iniziò a pubblicare diversi lavori sul comportamento umano e animale.

Tra il 1976 e il 1977 Hayes fu influenzato dal pensiero di Barlow, che lo ha anche avviato alla ricerca clinica e da cui ha appreso sia come costruire disegni di ricerca su casi singoli sia come valutare il comportamento. Nel 1977-1986 divenne membro di facoltà presso l’Università di North Carolina a Greensborg, dove aprese da Rosemery Nelson ad essere attento e impegnato nella ricerca.

Sul fronte personale, invece, negli stessi anni Steven C. Hayes divorziò dalla moglie.

Da un punto di vista professionale era combattuto tra l’orientamento cognitivista e quello comportamentista fino a sviluppare un forte disturbo d’ansia che gradualmente gli rese la vita sempre più complicata. Proprio in questi anni iniziò a pensare a una soluzione teorica che lo portasse fuori da questo impasse e la risposta arrivò con la creazione di un nuovo modello teorico,  Acceptance and Commitment Therapy, ACT.

Nel 1986 Steven C. Hayes accettò la direzione della Clinical Training presso l’Università del Nevada e condusse una serie di studi empirici sul modello cognitivo, verificando che funzionava, ma solo in alcuni contesti e se supportati anche dalle tecniche comportamentali. A questo punto entrò in gioco l’ Acceptance and Commitment Therapy, inizialmente chiamato comprehensive distancing, in cui però si utilizzavano diverse metodi come: l’accettazione, la defusione e lo spostamento di attenzione, tutte tecniche che vanno oltre al distanziamento di cui parlava Beck (1976).

All’inizio del periodo all’università del Nevada, Steven C. Hayes sposò Linda Parrott, che lo aiutò a rafforzare le sue tendenze contestuali e a eliminare le implicazioni meccanicistiche dal suo pensiero. Inoltre, il filosofo Stephen C. Pepper e il suo libro Ipotesi mondiali hanno ulteriormente consolidato queste distinzioni. Nel 1988 è nato il figlio Charlie nel 1991 la figlia Esther.

Nel 2001 Steven C. Hayes divorziò dalla seconda moglie Linda.

Steven C. Hayes è stato molto attivo politicamente all’interno della psicologia, dove ha proposto la fondazione della American Psychological Society (APS) e presieduto il suo comitato organizzativo. Successivamente, insieme ad altri colleghi, Steven C. Hayes ha fondato l’Associazione Americana per la Psicologia Applicata e Preventiva.

Nel 2005 sposò Jacque Pistorello, con cui ebbe, diversi mesi dopo, Little Stevie.

L’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

L’ Acceptance and Commitment Therapy, in italiano Terapia di accettazione e di impegno all’azione è una forma di psicoterapia di recente diffusione che fa parte delle psicoterapie cognitivo-comportamentali, più note come approcci di “terza onda” o “terza generazione”.

L’acronimo “ACT” richiama opportunamente il verbo inglese to act ovvero agire.

L’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT) è stata sviluppata, dunque, da Steven C. Hayes e i suoi collaboratori nel 1986, ma era stata preceduta da due articoli scientifici (Hayes & Brownstein, 1986; Hayes & Wilson, 1994) e poi, nel 1999, in un libro dal titolo Acceptance and Commitment Therapy: An experiential approach to behavior change edito da Guilford Press.

Da allora è stata oggetto di numerosi studi di perfezionamento e validazione e, a oggi, rappresenta una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia empiriche che le permettono di avere l’etichetta evidence-based (basata sull’evidenza).

L’obiettivo dell’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT), contrariamente a tutte le altre psicoterapie, non è la riduzione dei sintomi, ma la modificazione della relazione che si ha con i propri pensieri disfunzionali e con le emozioni negative. Questo si traduce in una riduzione della sintomatologia, ma come conseguenza di tale cambiamento di prospettiva e non come obiettivo primario.

Alla base dell’ ACT vi è il presupposto che la sofferenza psicologica sia connaturata all’esperienza umana e diversi processi psicologici sono, per loro stessa natura, potenzialmente distruttivi e derivanti da altra sofferenza. L’ Acceptance and Commitment Therapy postula, inoltre, che la radice di questa sofferenza sia il linguaggio. Questo assunto si fonda su una più ampia teoria di base del linguaggio e della cognizione umana, la Relational Frame Theory (RFT; Hayes, Barnes-Holmes, & Roche, 2001), alla quale l’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT) si appoggia quale substrato teorico e sperimentale.

Secondo la RFT tutte le attività cognitive umane sono qualitativamente linguistiche, dove per processi linguistici non si intendono soltanto il parlare o l’ascoltare o lo scrivere, ma anche il pensare, l’immaginare, il sognare ad occhi aperti, il visualizzare il futuro, il pianificare e così via. Secondo questa concezione tutto ciò che è mentale è linguistico. I pensieri, le immagini, le anticipazioni, i giudizi, le valutazioni, dunque, costituiscono una narrazione senza fine, un dialogo interno che le persone hanno con loro stesse. Quando questo dialogo interno è connotato negativamente o è troppo rigido determina problematiche di tipo psicologico.

Ad esempio, il linguaggio può diventare fonte di sofferenza psichica quando definisce rigidamente sé e gli altri, quando si associa a esperienze passate e fa rivivere ricordi dolorosi, quando spaventa almanaccando un futuro infausto, etc. Secondo l’ Acceptance and Commitment Therapy le persone sono influenzate profondamente da questo dialogo interno e non sono consapevoli di tale condizionamento, in altre parole sono cognitivamente “fuse” con la propria narrazione, sono tutt’uno con i propri pensieri, quindi sono quello che pensano di essere e questo pensiero è in grado di influenzare la propria vita.

Scopo dell’ Acceptance and Commitment Therapy

Lo scopo dell’ACT, in primis, consiste nel diventare consapevoli di questa fusione tra sé e il pensiero. Questo processo, dunque, porterebbe ad avere una maggiore flessibilità psicologica.

Il processo con cui l’ Acceptance and Commitment Therapy promuove questa consapevolezza prende il nome di detached mindfulness o defusione cognitiva. Attraverso la defusione cognitiva si diventa capaci di osservare la propria narrazione dall’esterno, come se accadesse a un amico, quindi in maniera più oggettiva.

In questo modo, si giunge a riconoscere che i pensieri non sono altro che eventi transitori, un flusso di parole, suoni e immagini continuamente mutevoli che non rappresentano pertanto la realtà.

Tecniche di Defusione cognitiva

Le tecniche per promuovere la defusione cognitiva sono moltissime e consistono, ad esempio, nell’osservare i pensieri con distacco, immaginare le parole scritte su uno schermo davanti a sé, ripeterle più volte, declamarle ad alta voce fino a che non diventano un suono senza significato o cantarle come una filastrocca. Un aspetto molto importante è che i pensieri non sono mai messi in discussione o confutati, contrariamente alla terapia cognitivo-comportamentale standard.

L’evitamento esperienziale e l’accettazione dell’esperienza

Un altro principio cardine dell’ Acceptance and Commitment Therapy è quello dell’evitamento esperienziale, dove per evitamento esperienziale si intende la non disponibilità da parte della persona a rimanere in contatto con particolari esperienze personali, come sensazioni fisiche, emozioni, pensieri, ricordi, etc. Questa non disponibilità si traduce in una messa in atto di comportamenti specifici per modificare l’impatto di questi eventi e i contesti che li provocano. Questo tipo di atteggiamento, oltre a essere molto faticoso, costituisce un problema e spesso peggiora la situazione, come nel caso dell’ evitamento dell’ansioso: più una situazione mi spaventa, più mi tengo lontano.

Secondo l’ACT, così come per la terapia cognitivo-comportamentale in generale, più lottiamo per cercare di respingere l’emozione negativa che ne consegue, evitandola chiaramente, più questa aumenta, amplificando così la sofferenza. Nel disturbo ossessivo compulsivo, per esempio, si mettono in atto rituali complessi nel vano tentativo di tenere a bada l’ansia provocata da pensieri o immagini considerati estremamente paurosi al punto da doverli controllare.

Quindi, secondo l’ Acceptance and Commitment Therapy, la sofferenza psicologica è spesso il risultato di un tentativo di evitare l’esperienza caratterizzata da sensazioni ed emozioni tipiche di una serie di eventi.

L’ Acceptance and Commitment Therapy propone, dunque, di contrastare questo evitamento con l’accettazione dell’esperienza, l’accoglimento non giudicante di ciò che si vive interiormente, senza l’assillo del controllo né della spiegazione.

E’ qui che l’ ACT diventa chiaramente una psicoterapia mindfulness based, perché tramite la pratica della mindfulness aiuta i pazienti a prendere consapevolezza dell’esperienza interiore nel qui e ora (nel momento presente) senza valutazioni o giudizi, ma con apertura e recettività, lasciando che i propri pensieri (le proprie narrazioni) vadano e vengano. Osservando i propri eventi interiori in questo modo anche i pensieri più dolorosi e le emozioni o i ricordi più negativi diventano meno minacciosi, e riducono il loro impatto e la loro influenza sulla nostra vita.

I valori e gli obiettivi

Un altro aspetto importante dell’ Acceptance and Commitment Therapy è la rilevanza che essa attribuisce ai valori personali. Secondo l’ ACT le energie e il tempo prima impiegati a cercare di lottare contro le proprie esperienze interiori dovrebbero essere investiti in azioni concrete, in un impegno fattivo, guidato dai propri valori, per rendere migliore la propria vita. L’ ACT aiuta, quindi, le persone a chiarire a se stesse cos’è davvero importante per loro, che persone vogliono essere, cosa ha veramente significato e valore, e cosa vorrebbero realizzare nella vita. Hayes e collaboratori (Dahl et al. 2005) definiscono i valori come le qualità continuative e globali delle azioni, ovvero si riferiscono ad un agire continuo nel tempo, dove il focus riguarda il modo in cui ci si vuole comportare, non l’obiettivo o il fine che si intende raggiungere. Se, ad esempio, il valore di una persona è “essere leale e onesto”, è possibile scegliere di intraprendere parecchie azioni diverse, tutte caratterizzate dalle qualità di “lealtà e onestà”. In altri termini, il valore viene coltivato costantemente, grazie ai modi in cui si decide di agire. I valori non coincidono con obiettivi che sono concretamente raggiungibili, ma rappresentano un processo continuo in cui trovare la direzione da seguire per aumentare il proprio senso di vita. Alla chiarificazione dei valori segue l’identificazione e la messa in pratica di azioni concrete e impegnate che permettono all’individuo di rimanere connesso e orientato verso i propri desideri, ovvero individuazione degli obiettivi.

Insomma,  l’ ACT aiuta a individuare gli obiettivi e ad agire con perseveranza e impegno per raggiungerli.

L’ Acceptance and Commitment Therapy può quindi essere sintetizzata come segue:

  • Accept your reactions and be present (Accetta le tue esperienze interiori e sii presente a te stesso)
  • Choose a valued direction (Scegli una direzione di valore)
  • Take action (Agisci)

Prove di efficacia ACT

L’ Acceptance and Commitment Therapy è stata utilizzata con individui, coppie e gruppi, sia come terapia a breve termine, che a lungo termine e per un ampio spettro di disturbi clinici. L’efficacia è stata dimostrata, attraverso la realizzazione di trial clinici randomizzati, per i seguenti disturbi: depressione, disturbo ossessivo compulsivo, stress lavoro-correlato, dolore cronico, stress da cancro terminale, ansia, disturbo post traumatico da stress, anoressia, abuso di sostanze e schizofrenia.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali (2017) – Recensione del libro

Giovanni Liotti è uno degli esponenti di spicco del cognitivismo italiano, il suo contributo è riconosciuto a livello internazionale e la sua elaborazione culturale rimane ancora ricca di spunti interessanti come dimostra il suo ultimo lavoro pubblicato per Raffaello Cortina e curato in collaborazione con Giovanni Fassone e Fabio Monticelli, L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali.

 

A gennaio del prossimo anno si celebrerà con un convegno nella sede della Biblioteca Nazionale a Roma il quarantesimo anniversario del cognitivismo italiano.

Giovanni Liotti è uno degli esponenti di spicco del movimento. Il suo contributo è riconosciuto a livello internazionale e la sua elaborazione culturale rimane ancora ricca di spunti interessanti come dimostra il suo ultimo lavoro pubblicato per Raffaello Cortina e curato in collaborazione con Giovanni Fassone e Fabio Monticelli, L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali.

Il volume fornisce le coordinate teoriche sulla teoria evoluzionistica della motivazione (TEM) e si divide in tre parti.

Gli autori sostengono una tesi di fondo: gli schemi comportamentali ed emozionali sono intrinsecamente motivati, diretti a conseguire mete che corrispondono a valori evoluzionistici e sono invarianti in tutti gli individui di una specie.

L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali: la motivazione nella prospettiva evoluzionista

La prima parte del volume propone un excursus sullo studio della motivazione nella prospettiva evoluzionista con l’illustrazione dei concetti di base.

Sono riprese le concettualizzazioni di autori che hanno fornito un contributo fondamentale allo studio delle emozioni: Darwin, Ekman, Bowlby, Panksepp, Gilbert.

Bowlby e Panksepp, sottolineano gli autori, condividono essenzialmente la tesi centrale dell’esistenza di sistemi psicobiologici frutto dell’evoluzione, omologhi negli animali e nell’uomo, che regolano sequenze caratteristiche sia di comportamenti sia di emozioni, in vista del perseguimento di specifici obiettivi adattativi.

E ancora, sono messi in evidenza i contributi di Tomasello sul potenziamento della capacità di cooperare in maniera paritetica come caratteristica cruciale dell’evoluzione di Homo sapiens, e di Lichtenberg e collaboratori, sull’esistenza nella teoria multimotivazionale di un sistema di affiliazione al gruppo sociale da considerare accanto alle altre motivazioni primarie relative ad attaccamento, avversione, sensualità/sessualità, esplorazione e regolazione dei bisogni corporei.

La teoria evoluzionistica della motivazione tiene in considerazione sia i processi alti sia i processi bassi in un’organizzazione gerarchica tripartita in cui i vari sistemi motivazionali si collocano al livello inferiore, intermedio o superiore in accordo con la loro successiva comparsa nel corso dell’evoluzione. Si delinea, perciò, una ricorsività dell’informazione fra sistemi motivazionali che unisce in maniera bidirezionale il livello arcaico, intermedio e il livello superiore evoluzionisticamente più recente.

Per superare la rigidità di questa organizzazione che comporta evidenti limiti, Liotti introduce in L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali i concetti di eterarchia e proprietà emergente. Il primo usato per definire “organizzazioni i cui elementi possono disporsi, a seconda delle contingenze ambientali, a diversi livelli di una struttura complessa, e inoltre possono stabilire connessioni funzionali molteplici fra loro”.

Le proprietà emergenti possono nascere dalla selezione naturale di due o più adattamenti evoluzionistici domain-specific e possono essere utilizzate per funzioni nuove, capaci di incrementare l’adattamento generale all’ambiente. Per questa ragione, oltre che “pennacchi evoluzionistici” le proprietà emergenti da un insieme di moduli possono essere chiamate “adattamenti domain-general”.

Questi due concetti permettono di esprimere la possibilità che il sistema dell’intersoggettività, in quanto sistema emergente, può acquisire episodicamente un livello eterarchicamente sovraordinato nell’organizzazione complessiva dei sistemi motivazionali.

Il sistema dell’intersoggettività, in quanto evoluzionisticamente più recente, esercita una funzione regolatrice sui sistemi sottostanti da cui emerge, mentre un’abnorme attivazione di questi ultimi può condurre a una più o meno protratta dissoluzione della motivazione intersoggettiva.

Ne consegue che nessuna influenza culturale sui contenuti della coscienza può annullare il fondamento evoluzionistico e dunque universale sul quale la coscienza di ordine superiore poggia.

Ne discende che ogni emozione umana presuppone l’intervento dei processi cognitivi superiori dell’uomo: le componenti fisiologiche delle emozioni sono trasformate in emozioni propriamente dette soltanto grazie all’intervento delle regioni neocorticali e “cognitive” del cervello umano.

Questa posizione è condivisa anche dal neuroscienziato LeDoux. Nel suo ultimo lavoro (LeDoux, 2016) sostiene che il senso del sé è fondamentale perché si possa provare paura. Sono le aree corticali, la corteccia prefrontale, sede dell’identità, che cognitivamente danno significato all’ emozione. Si prova paura solo quando il cervello è consapevole di se stesso e del corpo che ha avuto una reazione fisiologica alla minaccia.

Per la TEM i sistemi motivazionali più recenti evolvono da quelli più antichi, e usano le informazioni emozionali elaborate da essi per la sintesi di emozioni più raffinate e complesse.

Il terzo capitolo di L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali spiega l’esistenza di una forte tendenza, comparsa nel corso dell’evoluzione come Strategia Evoluzionisticamente Stabile (SES), a inibire l’aggressività distruttiva negli scontri fra conspecifici (Meccanismo di Inibizione della Violenza, MIV) e considera l’inibizione di questo meccanismo, dovuta a fattori sociologici e psicologici legati a tensioni dinamiche tra sistemi motivazionali diversi, come causa dell’aggressività distruttiva nell’interazione interumana.

La prima parte del volume si chiude con un capitolo curato da Antonella Ivaldi dedicato al confronto fra i risultati di due linee di studio sui fondamenti dei processi motivazionali umani quella di Joseph Lichtenberg e quella della Teoria Evoluzionistica della Motivazione che sono giunte a concordare sulla molteplicità di tali fondamenti e su molte loro caratteristiche.

L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali: le ricerche condotte con l’AIMT

Nella seconda parte del volume L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali sono riportate una serie di ricerche condotte con l’AIMIT (Analisi degli Indicatori della Motivazione Interpersonale nei Trascritti) uno strumento che permette attraverso l’analisi degli scambi verbali di rilevare la presenza di indicatori validi che segnalano la presenza di un processo motivazionale interpersonale in atto. E’ illustrato il percorso fatto per mettere a punto, validare e sviluppare l’AIMIT che consente di rilevare il ruolo dei Sistemi Motivazionali Interpersonali, ovvero Attaccamento, Accudimento, Rango, Sessuale, Cooperativo-paritetico, Gioco Sociale e Affiliazione.

Nel sesto capitolo de L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali sono messe in evidenza le criticità dello strumento: la complessità del procedimento di codifica, l’impegno richiesto in termini di tempo per trascrivere e codificare frase per frase il materiale clinico da analizzare, il livello di expertise richiesto per ottenere una valutazione sufficientemente attendibile, hanno giocato a sfavore di quella proliferazione nell’utilizzo del metodo, specialmente ai fini della ricerca, che invece era negli auspici degli autori.

Quindi, considerando che anche la lettura dei processi relazionali e sempre più incentrata sull’idea di assetto (Liotti, Monticelli, 2014), appare particolarmente importante per la teoria disporre di un metodo in grado di cogliere questo funzionamento sovramodulare, ascrivibile alla capacità combinatoria esercitata dai “piani alti” della coscienza intersoggettiva in termini di specificità (non cogliere il dato quando non c’è) e sensibilità (cogliere il dato quando c’e).

La comprensione delle emozioni in psicoterapia

La terza e ultima parte del volume L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali riguarda la clinica e si apre con un capitolo di Liotti sulla comprensione delle emozioni in psicopatologia e psicoterapia.

Liotti parte dalla considerazione che gli studi non hanno trovato alcuna rete neurale specifica per le emozioni primarie, mentre hanno rilevato mappe neurali specifiche per due diversi sistemi motivazionali e ipotizza che per avere una mappatura cerebrale occorre considerare il sistema motivazionale capace di organizzare molteplici emozioni e azioni in sequenze caratteristiche rivolte al perseguimento di una specifica meta, e non la singola emozione primaria. E’ illustrato, inoltre il contributo della TEM alla comprensione delle emozioni che caratterizzano la psicopatologia, con particolare riferimento all’ansia, alla tristezza, alla colpa, alla vergogna e alla collera.

Alla descrizione dell’alleanza terapeutica nella prospettiva dei sistemi motivazionali con esemplificazioni cliniche sono dedicati i successivi due capitoli curati da Fabio Monticelli.

L’alleanza terapeutica é un fattore predittivo del buon esito della psicoterapia: studi e meta-analisi che lo dimostrano si vanno accumulando da decenni.

La TEM per valutare e orientare le dinamiche motivazionali durante lo scambio clinico al fine di attivare il sistema cooperativo evita atteggiamenti psicopedagogici e direttivi; commenta le narrazioni dei pazienti in chiave empatica o di validazione emozionale; concorda le regole del setting anziché imporle rigidamente; condivide con il paziente l’intento che muove il terapeuta a porre alcune domande invece di tante altre possibili.

Nel condividere gli obiettivi, nel concordare i compiti e nel costruire e mantenere il legame l’attenzione è rivolta all’attivazione dei sistemi motivazionali in una dimensione sincronica (nella relazione con il terapeuta) e in una diacronica (MOI rintracciabili nella storia evolutiva).

Viene messa in rilievo l’utilità di considerare il sistema di attaccamento nel corso dello sviluppo della personalità, per comprendere la forma individualizzata, composta da particolari sequenze di attivazione di diversi sistemi motivazionali, che possono caratterizzare le rotture dell’alleanza terapeutica.

La riparazione delle rotture è illustrata attraverso un caso clinico in cui si analizzano dettagliatamente le dinamiche relazionali.

Il libro si chiude con un capitolo dedicato alle perversioni sessuali in cui si esamina la terapia di un paziente da una doppia prospettiva, psicodinamica e della TEM che chiama in causa le strategie controllanti sessuali, punitive e accudenti riscontrabili in soggetti con attaccamento disorganizzato.

I libri di Liotti hanno accompagnato la mia formazione e non nego che leggendo L’ evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali molte parti mi risultavano familiari ma ciò che mi ha sorpreso non poco alla fine della lettura è stata la gioia per aver raccolto ancora una volta delle preziose indicazioni da utilizzare nel lavoro clinico con i pazienti.

Mi sono, perciò, interrogato su quale assetto motivazionale si fosse attivato per conseguire quale meta specifica. Lascio a voi intuirlo e se avete qualche difficoltà, sicuramente potrete superarla dopo aver letto il libro.

La tossicodipendenza in Trainspotting 2 – Recensione del film

Trainspotting 2: I ragazzi di Edimburgo tornano dopo ben vent’anni di assenza dagli schermi: un tempo scattanti e spregiudicati, ora si ritrovano stanchi e afflitti dagli strascichi di una giovinezza trascorsa tra i furti e l’eroina.

 

La trama di Trainspotting 2

 Il sipario di Trainspotting 2 si apre così con il coraggioso e sprezzante Mark che all’età di 46 anni è riuscito ad uscire dal tunnel della vecchia routine, a recidere i ponti con il passato e a costruire un’esistenza regolare tra il lavoro fisso e redditizio, lo sport e lo stile di vita sano, che non bastano, tuttavia, a salvarlo dal rischio di patologie collegate all’uso di sostanze in età giovanile. Sarà un malore improvviso ad occupare le prime scene e catapultare il protagonista nella consapevolezza di un’adolescenza imbevuta di abitudini malsane che si attenuano, cambiano ma non svaniscono nel nulla.

Mark, però, non è l’unico a sperimentare il fallimento: il resto del gruppo, composto da Francis “Franco” Begbie, Simon “Sick boy” e Daniel “Spud”, nel film Trainspotting 2 è intento a confrontarsi con l’amara realtà della vita degli adulti che si rivela diametralmente opposta a quella infantile e adolescenziale: nella quale non esistevano preoccupazioni e inibizioni, ci si concedeva e perdonava tutto, persino usare le sostanze in presenza di una neonata trascurata, vivere in un appartamento sfasciato, rubare e riprendere il giro.

Il violento e dominante Begbie, finalmente fuggito dal carcere, incontra un figlio riluttante nel seguire le sue orme criminali, il bello e biondo Sick boy sniffa cocaina e ricatta gli uomini d’affari, e lo sfortunato e dolce Spud compie futili e infruttuosi tentativi di uscire dalla dipendenza, compromettendo l’equilibrio famigliare. Insomma la situazione è peggiorata per tutti e a questo si aggiungono gli anni che trascorrono, il matrimonio e le responsabilità verso i figli che diventano incompatibili con le caratteristiche di personalità e le cattive abitudini.

Tutti e quattro affrontano problemi analoghi, tra cui la perdita del lavoro, le crisi famigliari, i lutti irrisolti, i comportamenti antisociali, ma spicca una differenza importante: Mark è scappato all’estero con il bottino, il resto degli amici è rimasto a casa.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

La fuga di Rent Boy

Sarebbe un errore interpretare la fuga di Rent Boy in Trainspotting 2 come una semplice palla al balzo colta all’improvviso, sembrerebbe invece che questa decisione sia tutt’altro che istintiva, bensì meditata come l’unica alternativa per non ricadere più, anche a costo di tradire gli amici e di salutare per sempre i genitori e un’aspirante partner. Il desiderio di scappare e rifarsi una vita altrove è infatti ricorrente nelle storie di tossicodipendenza in cui si tende ad attribuire all’esterno, nella fattispecie al posto e ai legami, la responsabilità delle proprie azioni; riducendo la riflessione sulle dinamiche psicologiche che conducono ad assumere la sostanza e ai fattori di rischio come la mancanza di interessi e di impegni, nonché le amicizie che condividono il consumo dell’eroina e l’incapacità di trovare metodi sani per gestire le emozioni e i pensieri. Mark, infatti, riesce a tenere un equilibrio fino ad un certo punto, quando la perdita del lavoro, la malattia e la separazione coniugale scatenano i sensi di colpa, la solitudine, la voglia di rimediare alle vecchie ferite causate alla famiglia e agli amici.

Non tutti, però, lo aspettano a braccia aperte: Begbie non perdona nemmeno in condizioni estreme, neanche in ricordo dei vecchi tempi in cui si era instaurata un’amicizia sincera, Spud si infuria e successivamente chiede aiuto, bisognoso e debole, e infine Sick boy medita la vendetta perfetta, ma alla fine è pronto a difenderlo a spada tratta. Tutti e tre appaiono feriti dalla perdita e dal tradimento del componente del gruppo, che coglie l’attimo e li lascia nell’abisso della dipendenza e della criminalità: Renton è l’unico a prendere i soldi e ricominciare un’altra vita senza dire una parola, e con ciò significa lasciare definitivamente gli amici che l’hanno considerato un fratello, ma verso il quale provano una lancinante invidia per quella azzardata audacia con cui ha posto fine ad una situazione agghiacciante. Del resto Rent boy non si sbaglia quando nel monologo finale del primo film giustifica il tradimento come un atto che avrebbe potuto commettere chiunque di loro se solo gli fosse data l’opportunità, ma solo a posteriori e dopo vent’anni valuta la ferita emotiva procurata a Simon, dal quale curiosamente torna spesso nell’arco del film.

Il rapporto tra Simon e Mark in Trainspotting 2 e il bisogno reciproco di aiuto

Il rapporto tra Simon e Mark è predominante nel film e appare ambivalente nonché poco integrato: entrambi avvertono l’inaffidabilità e al tempo stesso il bisogno di soccorrere ed essere soccorsi in una modalità in cui le emozioni di rabbia, delusione e paura, ad esempio, non sono consapevoli.

Non mancano tuttavia i momenti di confronto sulle esperienze presenti e passate da cui emerge la percezione di aver danneggiato la propria e la vita altrui: le accuse di aver introdotto la droga nel gruppo o di aver trascurato gli affetti a causa della stessa non permettono di accettare e imparare dalle scelte sbagliate, bensì di ricadere ancora, affermando l’uso della sostanza come l’unico tentativo di attenuare e regolare i contenuti disturbanti.

Il personaggio di Veronika Kovach

Nell’intreccio tra i vecchi personaggi si inserisce Veronika Kovach, ventenne, senza lavoro e titoli, fuggita dal suo paese natio e capitata volutamente nelle grinfie di Sick boy: la ragazza rievoca costantemente gli sbagli dei tre giovani che ora lei stessa sta per compiere se non “sceglie la vita”, abbandonando la compagnia e tornando a casa. Il confronto reciproco tra gli amici e la ragazza trasmette la consapevolezza, la paura, la rabbia, il senso di colpa, la difficoltà e l’importanza di andare oltre, cambiare direzione, riconoscere i legami essenziali e recuperarli prima che sia troppo tardi: Veronika è ancora in tempo, è da poco nel giro, non si droga e ha l’opportunità di andare a casa, al contrario dei tre amici che purtroppo regolano ancora i conti di una volta. L’ingresso di questo personaggio, inoltre, enfatizza le caratteristiche dei tre protagonisti; Simon, possessivo e incapace di definirsi la tiene stretta senza mettersi in gioco, Daniel attanagliato dai rimorsi della sua giovinezza le regala tutto quello di cui ha bisogno per uscire dalla vita che conduce, e infine Mark coglie di nuovo l’attimo, la soffia all’amico e la perturba comunicandole le ripercussioni del passato sul presente.

Conclusioni

Da un lato si percepisce un mantenimento di alcuni tratti di personalità e comportamenti improntati sulla ricerca della sostanza come fonte di piacere istantaneo e attenuazione/esaltazione di stati emotivi. Dall’altra parte, invece, si notano le riflessioni su di sé e sulle esperienze pregresse, nonché la capacità di ricercare e mantenere metodi alternativi per regolare e rielaborare gli stati interni; Daniel e Mark, più di tutti, riescono a sostituire l’eroina con la scrittura e lo sport, Begbie migliora il rapporto con il figlio ripensando alla relazione con il padre alcolista, Simon accetta la partenza di Veronika e abbandona le attività illecite per dedicarsi al locale.

Nonostante i conflitti e le incomprensioni i tre amici restano uniti di fronte al nemico Franco, che si riafferma ancora una volta come il violento ed emarginato del gruppo, incapace di superare la rabbia e di rappresentare sé e gli altri in vesti differenti: il valore di sé è misurato in base alla capacità di dominare e soggiogare e le persone sono percepite come oggetti da manovrare a piacimento. È l’unico personaggio che finisce nello stesso punto da cui è partito, mentre gli altri riescono a trovare una via di uscita alternativa, a riparare i rapporti danneggiati e ad affrontare le difficoltà con maggior consapevolezza. Sullo sfondo, però, resta la voglia di evadere velocemente, di ritornare a quell’epoca in cui le preoccupazioni erano colte con leggerezza e non esisteva un passato su cui riflettere.

Il ruolo svolto dal cervello nell’apprendimento di immagini durante lo sviluppo

Il neuroscienziato Christiaan Levelt, usando una registrazione elettrofisiologica in topi geneticamente modificati, ha mostrato che questa regione contiene neuroni inibitori che regolano in maniera efficiente come il cervello apprende ad integrare gli inputs binoculari.

 

I ricercatori David Hubel e Torsten Wiesel ottennero il premio Nobel nel 1981 per i loro studi sull’architettura funzionale del sistema visivo. Qualche anno prima, nel 1970, pubblicarono la loro ricerca “The period of susceptibility to the physiological effect of unilateral eye closure in kittens” in The Journal of Physiology, dove esponevano gli effetti fisiologici della deprivazione visiva tramite la sutura delle palpebre dell’occhio destro a gatti di differente età.

Registrando le attività neuronali della corteccia visiva primaria ed analizzando le risposte agli input provenienti dai due occhi, osservarono che nei gatti più piccoli si era verificato un declino della proliferazione neuronale deputata all’acquisizione dell’elaborazione dello stimolo visivo rispetto ai gatti con età maggiore di un anno. Conclusero (Wiesel & Hubel 1970) che la deprivazione visiva, durante il periodo critico, poteva causare deficit visivi permanenti e difficoltà nella riabilitazione della dominanza oculare nell’occhio precedentemente suturato. Esiste perciò una predisposizione del sistema nervoso verso stimoli con caratteristiche specifiche, la cui somministrazione durante il periodo critico induce una rapida e definitiva acquisizione di quella specifica funzione.

Il periodo critico è un intervallo di tempo differente per ogni specie e ad esso si riferiscono i neuroscienziati per indicare come nel cervello avvenga un raffinamento della struttura dei circuiti cerebrali affinché questi rispondano meglio ai problemi di interazione del soggetto con l’ambiente.

Solitamente, si fa riferire questo lasso di tempo ai primi anni di sviluppo della persona, dove la sua abilità di apprendimento per specifiche competenze e funzioni è fortemente incrementata e, inoltre, gli stimoli ambientali a cui la persona è soggetta potrebbero condizionare le sue capacità per il resto della sua vita.

Si presume che l’inizio e la fine di questi periodi critici sia regolato dalla corteccia, cioè lo strato più esterno del cervello ma una recente scoperta è stata fatta dai neuroscienziati (Christiaan Levelt et al. , 2017) del Netherlands Institute for Neuroscience. La ricerca mette in luce il ruolo cruciale di una regione sottocorticale del cervello, deputata già al trasferimento degli input sensoriali provenienti dall’occhio ed indirizzati alla corteccia visiva primaria.

La regione interessata sarebbe la struttura chiamata talamo (dal greco thalamos, “camera interna”), divisa in parecchi nuclei che ricevono l’informazione sensitiva dai sistemi sensoriali e inviano questa alle aree specifiche della corteccia tramite fibre di proiezione.

Il neuroscienziato Christiaan Levelt, usando una registrazione elettrofisiologica in topi geneticamente modificati, ha mostrato che questa regione contiene neuroni inibitori che regolano in maniera efficiente come il cervello apprende ad integrare gli inputs binoculari.

Sulla base di tali osservazioni, l’inizio del periodo critico della dominanza oculare avverrebbe con la maturazione delle sinapsi inibitorie caratterizzate da recettori GABA di tipo A che contengono le subunità α1. Inoltre, i neuroni del talamo deputati alla trasmissione dell’informazione del nucleo genicolato dorsolaterale subiscono il modellamento neuronale dovuto alla dominanza visiva. Tali risultati dimostrano che i circuiti inibitori del talamo svolgono un ruolo centrale nella regolazione del periodo critico.

Alla luce di tali risultati Levelt sostiene:

Per risolvere i problemi di sviluppo osservati nei problemi di apprendimento durante i periodi critici, ripristinare solo la flessibilità dei neuroni nella corteccia visiva non potrebbe essere sufficiente. Dunque, gli scienziati e i clinici potrebbero non limitarsi al mero studio dei deficit corticali, ma potrebbero focalizzarsi anche sul talamo e sul modo in cui processa le informazioni prima di accedere alla corteccia.

 

Esiste un legame tra omosessualità e cross-gender acting? – Le risposte di fluIDsex

C’è un legame tra omosessualità ed il vestirsi, atteggiarsi come bambini-ragazzini del genere opposto in infanzia? C’è qualche evidenza o motivazione ormonale per questo? (Tizy)

 

Salve Tizy,

prima di tutto mi piacerebbe chiarire che non esiste nessuna evidenza o motivazione ormonale dietro al cosiddetto fenomeno del cross-dressing.

Non è per nulla inusuale, per bambini in età prescolare, giocare con i ruoli di genere (vestiti, atteggiamenti …) e in generale può essere paragonato al fenomeno del “cross-gender acting”, ovvero quando ad alcuni attori viene richiesto di portare in vita personaggi di genere opposto al proprio; un fenomeno molto comune nel teatro antico in Grecia, nel periodo rinascimentale in Inghilterra e ancora oggi presente nel teatro Kabuki Giapponese.

Travestirsi o il giocare “a far finta di” è il modo più semplice, per un bambino, di capire il mondo in cui vivono e le molteplici realtà in cui si trovano immersi nella vita d’ogni giorno.

E’ vero che molti bambini che mostrano spesso questi atteggiamenti, da grandi si identificheranno come transgender e/o omosessuali, ma è in egual misura vero il contrario.

 

Lorena Lo Bianco

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Lo sviluppo del comportamento prosociale dall’infanzia all’età adulta e le differenze di genere

Un individuo socialmente competente, è in grado di agire nell’ ambiente sociale in modo da generare negli altri reazioni positive nei suoi confronti e quindi essere accettato. Un tipo di comportamento che genera questo tipo di reazione è il comportamento prosociale.

Pastore Valentina – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

La maggior parte degli psicologi (Batson, 1998; Eisenberg, Fabes & Spinrad, 2006) intende come comportamento prosociale, qualsiasi comportamento volontario diretto a beneficiare altre persone. Mentre nei vari ambiti della ricerca si utilizzano definizioni empiriche che di volta in volta circoscrivono il comportamento prosociale come quello messo in atto in particolari tipi di relazione con le altre persone e di tipo molto specifico, come ad esempio aiutare, donare e consolare (Caprara, 2006).

Di conseguenza risulta alquanto difficile giungere ad un’univoca definizione di prosocialità, tuttavia Mussen ed Eisenberg (1985) tentarono di dare una prima interpretazione ai comportamenti che potevano essere collocati all’interno di questa categoria in base alle caratteristiche distintive:

…si tratta di un comportamento diretto ad aiutare o beneficiare un’altra persona o un gruppo di persone, senza aspettarsi ricompense esterne (Mussen & Eisenberg, 1985, p. 53).

Successivamente, Roche (1995) propone una definizione di prosocialità più specifica. L’autore categorizza come prosociali quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, favoriscono altre persone, gruppi o fini sociali e aumentano la probabilità di generare una reciprocità positiva, di qualità, solidale nelle relazioni interpersonali o sociali conseguenti, salvaguardando l’identità, la creatività e le iniziative degli individui o gruppi implicati, sia che essi offrano o ricevano aiuto.

Più tardi l’autore ha enunciato i seguenti elementi costitutivi dell’azione prosociale:

  • Emittente: inteso come l’individuo che da inizio all’ azione prosociale tendente a realizzare o migliorare il benessere oppure a diminuire lo stato di sofferenza del proprio interlocutore.
  • Ricevente: colui che ottiene o trae beneficio dall’ azione prosociale manifestata dall’emittente.
  • Azione: l’atto implementato dall’emittente verso il ricevente e che presenta caratteristiche tali da realizzare o migliorare il benessere del ricevente, o almeno, ridurne lo stato di sofferenza.
  • Ambiente: inteso come l’insieme delle condizioni esterne, relativamente stabili, di natura fisica e psicologica, che influenzano la condotta degli individui interessati all’ azione prosociale.
  • Situazione: può essere riferita alle condizioni psicofisiche del ricevente o a particolari eventi esterni. Sia l’ambiente che la situazione, possono influenzare pesantemente l’esito dell’ azione prosociale.
  • Valori e norme sociali: intesi come gli elementi che definiscono i principi, rispettivamente soggettivi e intersoggettivi, che regolano la manifestazione di un’ azione prosociale. Nel caso in cui il soggetto non rispetti i valori, può andare incontro al conflitto interiore e al senso di colpa, quando invece sono le norme sociali a non essere rispettate, l’individuo può incorrere ad una sanzione.

In conclusione, le componenti essenziali dell’ azione prosociale sono l’emittente, vale a dire la persona che mette in atto il comportamento prosociale e il destinatario dell’azione. Quest’ultima determina un cospicuo vantaggio nel ricevente e un concomitante potenziamento di sentimenti quali il senso di integrazione e di appartenenza, che hanno, senza dubbio, implicazioni sull’ autostima dell’emittente.

L’emittente durante l’emissione del comportamento prosociale, esperisce sia l’autonomia personale di scelta del comportamento e l’assunzione di responsabilità, che l’efficacia nel vagliare i bisogni dell’altro.

L’ azione prosociale si reifica in specifici comportamenti che rappresentano dei target d’intervento a livello educativo, per citarne alcuni: aiuto fisico e verbale, conforto e sostegno verbale, conferma e valorizzazione positiva dell’altro, ascolto empatico, solidarietà, generosità e altruismo (Bortone, 2007).

Lo sviluppo del comportamento prosociale dall’infanzia all’età adulta

Lo sviluppo del comportamento prosociale inizia nei primi anni di vita e continua fino all’età adulta ed è influenzato da molti fattori che ne modellano la forma, la direzione e l’ampiezza (Vecchione & Picconi, 2006).

Alcuni autori (Burleson, 1994), sono concordi nell’assegnare un ruolo fondamentale alla matrice biologica e alla maturazione del sistema nervoso, nello sviluppo del comportamento prosociale. Nelle diverse fasi evolutive, la propensione alla prosocialità, è soggetta a una serie di mutamenti, che potrebbero essere causati da fattori ambientali, i quali intervengono nei processi di crescita e di maturazione tipici dello sviluppo, diversificando il percorso di vita di ogni singolo soggetto (Ibidem).

Lo studio dello sviluppo della prosocialità è stato affrontato in studi longitudinali, in quanto ritenuti migliori, rispetto agli studi trasversali. Negli studi trasversali i soggetti, di età diversa, sono nati in periodi differenti, appartengono a coorti diverse, esposte a differenti stimolazioni, quindi il loro comportamento potrebbe essere influenzato non solo dalla variabile età ma anche da una serie di variabili legate al contesto socio-culturale di appartenenza, cioè alla variabile tempo (Pedon, 1995).

All’interno degli studi longitudinali invece, è possibile mantenere separato l’effetto della variabile tempo da quella della variabile età. Nelle ricerche longitudinali, un particolare comportamento viene misurato più volte ad intervalli regolari su un singolo gruppo di coetanei, tale metodo di misurazione permette di conoscere e studiare con maggior chiarezza i cambiamenti che interessano uno specifico ambito dello sviluppo (Ibidem).

La maggior parte degli studi (Brownwll & Carriger, 1990; Hay, Castle, Davies, Demetriou & Stimson, 1999; Rheingold H. L., Hay & West, 1976; Zahn-Waxler, Radke-Yarrow, Wagner & Chapman, 1992) che si sono occupati dello sviluppo del comportamento prosociale si sono focalizzati sul primo periodo di vita del bambino che, insieme all’età prescolare, risulta quella più soggetta a modificazione a livello biologico, cognitivo ed affettivo.

I primi segnali di attenzione che il neonato emette nei confronti degli altri, sono presenti sin dai primi mesi di vita, in questa fase emerge una forma primitiva di prosocialità che si manifesta in modo generalizzato, sottoforma di rudimentali tentativi di consolazione dell’altro come ad esempio offerta di cibo. Questa tendenza spinge il bambino a comunicare con gli altri e ad interessarsi alle attività delle persone che si trovano nel suo ambiente (Hay, 1994).

A partire dal secondo anno di vita questa tendenza, che inizialmente veniva messa in atto in modo indifferenziato, diventa sempre più differenziata e consapevole (Vecchione & Picconi, 2006).

È proprio in questo periodo che inizia a svilupparsi l’avvicinamento alla prospettiva degli altri, e la capacità di ricezione dei loro bisogni, a seguito dell’assimilazione di nuove esperienze e situazioni, capacità che aumenta in funzione all’età del bambino, grazie all’acquisizione del concetto di “altro” (Zahn-Waxler et al., 1992).

Lo sviluppo di capacità cognitive, come ad esempio il decentramento dell’io e l’assunzione di ruolo, svolgono un ruolo molto importante nello sviluppo della condotta prosociale, in quanto stimolano la percezione e la consapevolezza degli altri, e quindi la valutazione di motivazioni e sentimenti diversi dai propri (De Beni, 1998).

Le motivazioni all’aiuto si associano ai processi di ragionamento morale caratteristici di questa fase dello sviluppo. Nei primi anni di vita il bambino non è consapevole degli standard e delle norme che regolano la vita sociale, e la moralità viene controllata soprattutto dall’esterno. La decisione di prestare aiuto scaturisce dall’obbedienza alle figure autoritarie (come ad esempio genitori ed insegnanti), deriva da richieste esplicite, viene regolata dal timore di ricevere una punizione o può scaturire da motivazioni edonistiche e strumentali al raggiungimento di fini personali (Vecchione & Picconi, 2006).

Si può quindi affermare che, nei primi anni di vita, il comportamento sociale ha una relazione di segno positivo con l’età (Staub, 1970).

Come affermano Bryan e London (1970):

E’ abbastanza chiaro come la generosità incrementi con l’età almeno nel corso dei primi anni di vita (pp. 206-207).

Risultati analoghi sono emersi per numerose forme e manifestazioni di aiuto e di prosocialità, ma non è possibile comunque generalizzare questo fenomeno a tutte le situazioni e a tutti i contesti di ricerca.

Risulta meno chiara la traiettoria di sviluppo della prosocialità nel periodo scolare, e i risultati delle ricerche effettuate sono in parte contradditori.

Secondo alcuni autori, in questo periodo ci sarebbe un aumento nella predisposizione all’ azione prosociale (Fabes, Carlo, Kupanoff & Laible, 1999; Fabes & Eisenberg, 1996).

Altri autori, invece sostengono che, una volta portati a compimento i processi più elementari di maturazione cognitiva sia più difficile rintracciare uno schema stabile e generalizzabile.

A conferma di tale ipotesi, vi sono gli studi di Green e Schneider (1974), questi autori sostengono che una volta che il bambino ha sviluppato la capacità cognitiva di riconoscere ed apprezzare i bisogni degli altri, ed ha appreso le prescrizioni dettate dalle norme sociali, la propensione all’aiuto viene dettata soprattutto dalle contingenze ambientali o dalle disposizioni individuali.

All’origine di tale variabilità ci potrebbe essere l’utilizzo di metodologie di tipo trasversale o di metodologie che si sono limitate alla rilevazione di due sole osservazioni nel tempo, che risultano insufficienti per capire in modo chiaro la traiettoria di sviluppo (Rogosa & Villet, 1985).

Anche le diverse fonti di valutazione utilizzate e i diversi tipi di informazioni raccolte potrebbero essere fonte di variabilità. Nel caso vengano usati questionari di autovalutazione, il soggetto stesso fornisce informazioni relative al proprio comportamento, nel caso invece vengano utilizzati questionari di eterovalutazione, i giudizi provengono da altre persone che sono a contatto con il bambino. Parecchi studi hanno sottolineato che spesso è presente un disaccordo tra differenti fonti e valutatori (Gagnon, Vitaro & Tremblay, 1992; Nantel-Vivier et al., 2003; Offord et al., 1996; Sines, 1988), e ciò può essere all’origine dei risultati controversi a cui hanno portato alcune ricerche che utilizzavano diversi tipi di fonti.

Oltre a questi fattori che causano variabilità è importante sottolineare il fatto che il comportamento prosociale in sé è un concetto ampio e multisfaccettato, all’interno del quale possono essere contemplati comportamenti diversi, che nonostante siano correlati gli uni con gli altri (Dlugokinski & Firestone, 1973; 1974; Rusthon, 1980), è opportuno specificare che i loro nessi possono modificarsi al variare dell’età dei bambini (Hay, 1994; Jackson & Tisak, 2001) ed essere ulteriormente influenzati da variabili cognitive o situazionali.

Soprattutto nel periodo di transizione dall’infanzia all’adolescenza, la relazione con l’età dipende dalla specifica forma di comportamento che viene indagata e dal modo in cui essa viene operazionalizzata, in quanto questo periodo è caratterizzato da una maggiore sofisticazione cognitiva e dall’arricchimento del repertorio comportamentale dell’individuo.

Non è quindi possibile tracciare un’unica traiettoria di sviluppo e ritenerla come universalmente valida e generalizzabile a tutti i soggetti appartenenti alla popolazione (Vecchione & Picconi, 2006).

Comportamento prosociale: differenze di genere

Rispetto alle differenze di genere, a primo acchito, adottando una concezione stereotipica dei ruoli di genere, viene spontaneo considerare le femmine come maggiormente sensibili, empatiche e prosociali rispetto ai maschi, che vengono considerati più individualisti, e orientati al successo personale (Broverman, Broverman, Clarkson, Rosenkrantz & Vogel, 1970; Spence, Helmreich & Stapp, 1974).

Nonostante ciò, i risultati di numerose ricerche empiriche, sono in parte contrastanti (Carlo, Roesch, Knight & Koller, 2001; Moore & Eisenberg, 1984; Radke-Yarrow et al., 1983; Whiting & Edwards, 1973).

Sono emerse differenze relative al genere, nella frequenza con cui gli atti prosociali vengono messi in atto, relativamente alle situazioni e ai contesti in cui i comportamenti vengono agiti (Eisenberg & Fabes, 1998), alla specifica tipologia di comportamento messo in atto e alle motivazioni che spingono il soggetto ad agire in modo prosociale.

Nella maggior parte degli studi, in cui è emersa una differenza relativa al genere, essa tende a manifestarsi nella direzione di una maggiore frequenza nella messa in atto di comportamenti prosociali da parte di soggetti di sesso femminile (Fabes & Eisenberg, 1996), infatti nelle relazioni tra pari, le ragazze tendono a condividere le proprie cose con gli altri e a cooperare, più di quanto non facciano i ragazzi, i quali mettono in atto un maggior numero di comportamenti coercitivi (Burford, Foley, Rollins, Rosario, 1996).

Per quanto riguarda la specifica tipologia di comportamento prosociale messo in atto, tra i soggetti di sesso maschile, sono maggiormente diffuse forme più edonistiche di comportamento morale, dettate dai rinforzi provenienti dall’ambiente, ed uno stile più aggressivo nella risoluzione dei problemi (Rhys & Bear, 1997; Eberly & Montemayor, 1998).

Relativamente al contesto, mentre le donne tendono a mettere in atto comportamenti altruistici soprattutto all’interno delle relazioni famigliari e in relazioni di lunga durata in cui un partner o un amico necessitano di aiuto o supporto, gli uomini tendono a prestare il loro aiuto agli altri quando la situazione richiede azioni rapide e decise o quando qualcuno necessità di un chiaro aiuto essendo in serio pericolo .

Mentre alcuni studi hanno messo in evidenza una differenza tra i due sessi, altre ricerche non hanno rilevato differenze particolarmente rilevanti, di conseguenza non si può concludere che le femmine siano maggiormente prosociali rispetto ai maschi.

La discordanza tra i risultati, potrebbe in parte essere attribuita agli impianti metodologici utilizzati, alle caratteristiche del campione e alla potenza degli strumenti utilizzati.

Inoltre, poiché le differenze di genere nella predisposizione al comportamento prosociale possono essere ascritte al processo di socializzazione che caratterizza i due sessi (Mussen & Eisenberg, 1977), è plausibile che tali differenze emergano con maggior chiarezza a partire dalla tarda infanzia, nel momento in cui inizia il processo di socializzazione (Belansky & Boggiano, 1994; Bussey & Bandura, 1999).

Mindfulness e sport: lasciar andare e…vincere!

La mindfulness sta diventando una pratica sempre più diffusa in ogni ambito, da quello clinico a quello aziendale passando anche per la psicologia dello sport.

 

Gli atleti nell’affrontare una gara mettono in atto una serie di strategie psicologiche per gestire lo stress determinato dalla competizione (emozioni negative, paura di sbagliare/perdere, pensieri disfunzionali che possono influenzare negativamente la loro performance). In aggiunta ci possono essere alcune caratteristiche di personalità o l’adozione di stili di coping evitanti o, ancora, elementi psicopatologici, che possono peggiorare ulteriormente la prestazione (Birrer, 2012).

Fino a qualche anno fa all’interno della psicologia dello sport veniva utilizzato un programma di terapia cognitivo-comportamentale (CBT) per potenziare l’autocontrollo rispetto a pensieri ed emozioni che avrebbero potuto inibire la performance (Moore, 2009)

Gli studi più recenti invece hanno cercato di introdurre un programma basato sulla mindfulness e sull’accettazione.

Nel 2012 Birrer e i suoi collaboratori, hanno cercato di elaborare un modello che spiegasse la maggiore efficacia della Mindfulness rispetto al programma tradizionale, sulla base della letteratura sulla Mindfulness e gli studi sulla psicologia dello sport.

La pratica mindfulness

Ma innanzitutto, cos’è la mindfulness? La parola mindfulness, in italiano consapevolezza, traduce il termine Vipassana, il nome in lingua pali di un’antica tecnica di meditazione buddista. E’ stato John Kabat Zinn, un biologo molecolare statunitense a ideare nel 1979 un protocollo scientifico (Mindfulness based-stress reduction) a partire dalle antiche tecniche della presenza mentale, protocollo la cui efficacia è stata confermata in termini sperimentali e ampliata in diversi ambiti.

La pratica mindfulness va distinta da quella che è stata definita come dispositional Mindfulness (DM) perché la prima indica un metodo che va coltivato, mentre la seconda indica la tendenza a “Essere mindfulness” una propensione innata  alla consapevolezza intenzionale, ovvero l’ essere consapevoli dei propri pensieri e sentimenti nel momento presente.

Gli atleti con maggior pratica Mindfulness ed elevata dispositional Mindfulness migliorano il livello di strumenti psicologici richiesti attraverso diversi meccanismi che agirebbero come mediatori tra la mindfulness e la performance finale.

In particolare si tratta di:

  • Attenzione “nuda”: la Mindfulness migliora l’attenzione e le abilità percettive e cognitive. Gli atleti si distraggono di meno, sono più capaci di controllare la loro attenzione, di concentrarsi e di direzionare l’azione sull’obiettivo. Se l’attenzione non si disperde su contenuti irrilevanti, c’è una maggior lucidità e quindi efficacia nell’ottenere il risultato migliore.
  • Attitudine: atteggiamento della pratica di consapevolezza (accettazione, non giudicante, apertura, rispetto di sé e non reattività). la pratica della consapevolezza aumenta l’accettazione esperienziale (Hayes et al., 1999). Gli atleti accettano una discrepanza di prestazioni (prestazioni inaspettate e prestazioni inattese) non mettendo in atto delle risposte reattive che incidano sulle loro abilità motorie.
  • Chiarimenti dei valori: la pratica di consapevolezza porta a una chiarificazione dei valori personali (Shapiro et al., 2006). Gli atleti potrebbero identificare i conflitti tra i loro valori personali e il loro comportamento nel raggiungimento di un risultato o nella soddisfazione di un bisogno.
  • Autoregolazione e regolazione delle emozioni negative. Gli atleti possono diventare più capaci a gestire la rabbia, la paura e altre emozioni negative. La regolazione dell’arousal, le capacità di coping, la comunicazione e la capacità di leadership migliorerebbero con la Mindfulness.
  • Chiarezza circa la propria vita interiore: la Mindfulness insegna a vedere con chiarezza i nostri movimenti interiori e a essere meno reattivi in presenza di emozioni negative. Una migliore consapevolezza ha un effetto positivo sullo sviluppo personale e sulla vita, sul sé così come sulla capacità di comunicazione, di coping e di leadership.
  • Esposizione: la pratica incide sull’esposizione in particolare permette di rimanere in contatto con le esperienze spiacevoli senza evitarle. In termini sportivi, significa che gli atleti possono essere maggiormente in grado di gestire un momento stressante o spiacevole durante una gara o durante l’allenamento.
  • Flessibilità cognitiva, emotiva e comportamentale:l’adattamento e flessibilità nel rispondere all’ambiente come risultato della MD  permette il consolidamento dello sviluppo personale e degli strumenti di comunicazione e leadership.
  • Non-attaccamento: ovvero la credenza che ciascuno di noi possa essere felice è indipendente dall’ottenere risultati positivi, questo è il risultato della pratica Mindfulness.
  • Minore rimuginio: la Mindfulness riduce il rimuginino o la sensazione di incontrollabilità del rimuginino.

Questi meccanismi vanno quindi  a influenzare una serie di abilità utilizzate dagli atleti tra cui le abilità di coping, motivazionali, gestione del dolore, abilità attentive, legate all’arousal, percettive, cognitive, motorie e comunicative. La riduzione del rimuginio sembra essere quello che produce effetti su una quantità maggiore di abilità.

La performance ad alti livelli

Per dimostrare l’efficacia degli interventi di Mindfulness sugli atleti bisogna però comprendere meglio cosa sia la performance ad alti livelli per la psicologia dello sport.

Essa può essere compromessa da alcuni fattori psicologici (non necessariamente patologici). Tra gli altri, gli inibitori della performance includono anche le aspettative irrealistiche spesso determinate da una personalità perfezionistica o problematica, ansia da competizione, timore di sbagliare, tensione percepita, comportamenti evitanti, problemi relazionali, difficoltà di vita….tutti questi elementi abbassano la performance.

Al contrario uno stato psicofisico caratterizzato da processi orientati all’obiettivo permettono una performance eccellente. Durante la gara gli atleti adottano una serie di comportamenti automatici in risposta a specifiche situazioni. Questo processo è chiamato adattamento alla discrepanza e consiste nell’automonitoraggio, nell’autovalutazone e nella scelta del comportamento migliore (più adattivo).

Uno degli effetti della mindfulness è proprio quello di modificare il modo con cui le persone si relazionano ai propri stati interni intesi come pensieri ed emozioni. Secondo la psicologia buddista, diminuisce la proliferazione mentale, cioè l’abituale reazione di attaccamento o avversione a quegli stati che possono essere giudicati come piacevoli, spiacevoli o  neutrali ( Grabovac, 2011).

Mindfulness e sport: come è possibile il connubio tra meditazione e prestazione sportiva?

Ma come si può mettere insieme la Mindfulness che si fonda sul l’accettazione del qui e ora con la prestazione sportiva?

Se attraverso la Mindfulness si cerca di liberarsi dal desiderio osservando gli attaccamenti, ciò può sembrare in contraddizione con l’atleta che vuole vincere la gara. È un paradosso che forse può essere spiegato dalle parole di un famoso tennista che perse in modo del tutto inaspettato, visto il vantaggio nell’ultimo set, durante una semifinale degli US Open. Il suo commento è stato: “ho pensato, è fatta. Prima di giocare l’ultimo match ball ero molto eccitato all’idea che le cose andassero così bene. 15’ dopo ho perso la partita. Perdere così è veramente deludente, anche perché avevo capito che il mio avversario aveva già rinunciato alla vittoria nella sua testa“.

Un altro nuotatore, dopo aver conseguito l’ennesimo record mondiale, ha affermato: “chi pensa di vincere ha già perso“.

In queste affermazioni c’ è il punto di incontro tra lo sport e la Mindfulness: focalizzare l’attenzione sul momento presente accettando ciò che arriva in quel momento, senza fare previsioni su quello che accadrà. Stare lì con un’esperienza spiacevole o con un dolore fisico o con un pensiero che arriva o con l’eccitazione che travolge.

Stare lì. Accettare e lasciare andare senza aspettarsi nulla sul dopo.

A partire da questo modello, in una ricerca svedese del 2107 si cerca di fare un passo in più. In particolare si fa riferimento a due studi che indagano il rimuginio e la capacità di regolazione emotiva come mediatori tra la consapevolezza e l’uso di strategie di coping adeguate nello sport.

Si ipotizza che in un contesto sportivo la mindfulness non agisca direttamente sulla prestazione, ma attraverso altre variabili. In particolare la tesi di fondo è che l’ansia da competizione medi tra la naturale predisposizione alla mindfulness e la performance sportiva. Dunque, il risultato finale sembra essere influenzato indirettamente attraverso una riduzione del rimuginio, ovvero un pensiero negativo incontrollabile, ripetitivo e autocentrato, e un miglioramento della regolazione emotiva.

Quest’ultima non si riferisce tanto al controllo emotivo, quanto alla capacità di gestire, adattarsi e rispondere alle emozioni. Perché ciò avvenga occorre essere consapevoli, riconoscere e accettare le proprie emozioni. In secondo luogo occorre mettere in atto comportamenti finalizzati al risultato e inibire comportamenti impulsivi come risposta reattiva alle emozioni negative. Ciò comporta una certa flessibilità o uso di strategie appropriate per modulare l’intensità delle risposte emotive. Infine, occorre lavorare sull’accettazione degli stati negativi come facenti parte della vita.

Come si legano allora rimuginio, regolazione emotiva e mindfulness nello sport? In questi studi vengono esaminati 244 giovani atleti in uno studio trasversale e 65 nello studio longitudinale. Tutti vengono sottoposti a questionari sulla regolazione emotiva, rimuginio e sull’essere consapevoli. In entrambe le ricerche risulta che gli atleti con una predisposizone innata alla mindfulness avevano una maggiore capacità di comprendere i propri stati interni, una minore reattività, una maggiore capacità di autoregolazione in situazioni di stress e quindi una migliore performance.

D’altra parte negli anni 70 Gallwey aveva già introdotto l’utilità della meditazione o meglio della consapevolezza, nel miglioramento della gestione dello stress nello sport ispirandosi alla filosofia zen e alla psicologia umanistica. Gallwey nel “Il gioco interiore del tennis” parlava di due sfide: la partita con l’avversario e quella interiore con i propri stati, ovvero il dubbio su se stessi, l’insicurezza, l’ansia e il conseguente calo di concentrazione.

Già allora dunque il punto di partenza era proprio un miglioramento della consapevolezza con l’obiettivo di trovare il modo migliore per affrontare gli ostacoli interiori al raggiungimento del risultato.

Lo stesso Kabat Zinn nel 1985 aveva messo a punto un training di Mindfulness per gli atleti di canottaggio futuri olimpionici. I ricercatori hanno riferito che gli atleti avevano superato le aspettative dell’allenatore in riferimento sia all’esperienza che avevano sia per le abilità fisiche. Gli stessi atleti hanno affermato che la Mindfulness li aveva aiutati a svolgere al loro pieno potenziale. Tuttavia, nonostante i buoni risultati questo programma era stato accantonato nella psicologia dello sport per i due decenni successivi.

Negli ultimi dieci anni sono stati sviluppati dei programmi di training basati sulla Mindfulness e sono stati compiute una serie di ricerche sugli atleti per testarne l’efficacia in modo più rigoroso.

Insomma anche in questo ambito, imparare a stare fermi nella tempesta, qualunque forma essa prenda, ancorati al corpo e al respiro, sembra essere la direzione per poter affrontare le sfide che arrivano.

Nuove scoperte sull’ apprendimento della paura a livello cerebrale

Il nostro cervello si sviluppa a partire da un programma genetico che in interazione con i fattori ambientali consente l’evoluzione e lo sviluppo dell’individuo: i nostri comportamenti non sono soltanto il frutto di un processo biologicamente determinato, ma possono essere modificati attraverso l’ apprendimento.

 

Per esempio, cosa accade nel cervello quando si apprende che il fuoco scotta e ci si può bruciare? Seguendo la visione canonica dell’ apprendimento condizionato alla paura, si tratterebbe di un’associazione tra stimolo sensoriale e percezione della minaccia.

Tale associazione avviene nell’amigdala laterale (LA). La letteratura, infatti, dimostra che il flusso di informazioni scorre dall’amigdala laterale a quella centrale (Herry and Johansen, 2014; LeDoux, 2007; Wilensky et al., 2006), che fungono rispettivamente da input e output. Ricerche recenti, però, hanno dimostrato che anche l’amigdala centrale (CeA) è indispensabile per l’ apprendimento condizionato alla paura (Ciocchi et al., 2010; Goosens and Maren, 2003; Li et al., 2013; Penzo et al., 2014; Penzo et al., 2015; Wilensky et al., 2006; Yu et al., 2016), poiché è implicata in funzioni cognitive, come l’ attenzione (Calu et al., 2010; Lee et al., 2011; Roesch et al., 2012), fondamentali per l’apprendimento.

Uno studio condotto dal team del Cold Spring Harbor Laboratory e pubblicato su Nature Neuroscience ha indagato la relazione tra le due parti dell’amigdala dei ratti attraverso una serie di esperimenti. I primi hanno dimostrato, attraverso una proteina fluorescente che registrava quando le cellule erano attive, che la risposta aversiva iniziava nell’amigdala centrale e poi veniva in quella nell’amigdala laterale. Altri esperimenti invece prevedevano il blocco dell’attività di un insieme di neuroni nell’amigdala centrale, chiamato proteina chinasi C delta (PKC-delta). Quando i topi erano sottoposti a scossa elettrica, l’attività nell’amigdala laterale era attenuata. Ciò dimostrava che l’ottica convenzionale, secondo cui l’attività aveva inizio nell’amigdala laterale, non era corretta.

Infine, un’ultima serie di esperimenti prevedeva di creare ricordi negativi artificiali nei ratti usando l’optogenetica, ovvero impiegando impulsi di luce laser per attivare neuroni specifici, in questo caso i neuroni PKC delta dell’amigdala centrale. In questo modo i ricercatori creavano un ricordo di un disagio mai sperimentato. I topi erano collocati in una gabbia con due stanze. Quelli che avevano ricevuto la stimolazione ricordavano il disagio e lo associavano al luogo in cui lo avevano vissuto, cioè una delle due camere. Successivamente veniva data loro la libertà di muoversi ma tutti evitavano il posto associato al disagio, anche dopo alcuni giorni.

In conclusione questi esperimenti evidenziano che i neuroni PKC-delta svolgono un ruolo importante nel trasmettere informazioni aversive dall’amigdala centrale a quella laterale. Tutti questi dati nel complesso sono significativi perché potrebbero dare avvio alla ricerca di nuove modalità di trattamento per i disturbi d’ansia e post-traumatici (PTSD), caratterizzati da ricordi paurosi frutto di associazioni.

KiVa, il programma anti-bullismo. Prove di efficacia anche in Italia

KiVa è portato avanti nelle scuole e agisce su due fronti, quello della prevenzione, che coinvolge tutti gli studenti senza distinzione, e quello dell’intervento, che agisce specificamente sugli studenti coinvolti in precedenti situazioni di bullismo.

 

Caratteristiche e diffusione del fenomeno del bullismo

Il bullismo può essere definito come la manifestazione di comportamenti aggressivi perpetuati nel tempo ai danni di una persona che non è in grado di difendersi (Olweus, 1999). Spesso le vittime di bullismo vanno incontro a problemi di diverso tipo, come bassa autostima e disadattamento psicosociale, depressione e ansia, fino ad arrivare nei casi più gravi a comportamenti di autolesionismo (Card, 2003). I rischi legati al bullismo però non riguardano solo le vittime. Ragazze e ragazzi che mettono in atto prevaricazioni e vessazioni nei confronti di coetanei sono spesso più inclini all’abuso di alcol e sostanze e alla partecipazione in atti criminali (Barker et al., 2008; Selkie et al., 2015; Valdebenito et al., 2015).

Il bullismo in Italia è un fenomeno purtroppo molto diffuso e in continua crescita tra i giovani. Da un rapporto Istat del 2014 emerge un dato preoccupante: più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni è stato oggetto di offese e/o comportamenti violenti da parte di coetanei nel corso dell’anno precedente. La prevalenza è maggiore tra i ragazzi di 11-13 anni (22,5%) rispetto alla fascia d’età di 14-17 anni (17,9%), ed è maggiore tra le ragazze (20,9%) rispetto ai coetanei maschi (18,8%). Il cyberbullismo rappresenta un’ ulteriore preoccupante manifestazione di tale fenomeno. Circa il 6% dei ragazzi che possiedono un cellulare o fanno uso di Internet, ha subìto atti di bullismo tramite chat, social network, email o sms.

Il programma KiVa contro il bullismo

Cosa fare per contrastare il fenomeno? Nello scenario internazionale sono stati promossi molteplici programmi di intervento. Uno studio di meta-analisi ha analizzato l’efficacia di 44 programmi anti-bullismo, evidenziando complessivamente una riduzione del fenomeno tra il 20 e il 23% dei casi (Ttofi e Farrington, 2011). Tra questi, il programma KiVa (acronimo di “Kiusaamista Vastaan”, ovvero “contro il bullismo”), ideato presso l’Università di Turku in Finlandia (Kärnä et al., 2011), ha mostrato rilevanti risultati in termini di efficacia. Incoraggiati da tale riscontro, molti altri Paesi hanno deciso di adottare questo modello, compresa l’Italia.

Recentemente le due studiose Nocentini e Menesini dell’Università di Firenze, hanno pubblicato i risultati della loro ricerca-intervento basata proprio sul programma KiVa (2016).

Il programma KiVa in breve:
KiVa è portato avanti nelle scuole e agisce su due fronti, quello della prevenzione, che coinvolge tutti gli studenti senza distinzione, e quello dell’intervento, che agisce specificamente sugli studenti coinvolti in precedenti situazioni di bullismo.

L’aspetto distintivo di questo programma è che agisce non solo sui protagonisti del fenomeno (bulli e vittime), ma anche su tutti coloro che assistono e che con il loro comportamento (o non comportamento) rinforzano il susseguirsi delle vessazioni. L’assenza di rinforzo per atti di questo tipo toglie linfa vitale al bullo, in quanto, venendo meno il consenso e il sostegno sociale, si sente isolato nelle sue intenzioni e scoraggiato a proseguire i suoi atti di bullismo.

Le attività portate avanti nelle classi sono mirate ad incrementare l’empatia e l’autoefficacia di chi assiste ad atti di bullismo, in modo da fornire supporto alla vittima più che sostegno al bullo. La finalità è creare all’interno della scuola la consapevolezza che il bullismo rappresenti un comportamento inaccettabile, che coinvolge tutti.

Lo studio italiano

Tra gli obiettivi principali, le studiose hanno voluto: a) verificare se il programma fosse efficace nel ridurre il fenomeno del bullismo; b) testare se il programma fosse in grado di aumentare l’attitudine al non intraprendere azioni di bullismo e di facilitare l’atteggiamento protettivo e l’empatia nei confronti delle vittime.

Lo studio ha coinvolto 13 scuole della regione Toscana, precisamente a Firenze, Siena e Lucca, di cui 7 sono state assegnate alla condizione sperimentale (attuazione di KiVa) e 6 alla condizione di controllo (non attuazione di KiVa). Lo studio ha coinvolto un totale di oltre 2000 studenti di 8 e 10 anni.

Il programma è stato implementato nel contesto italiano durante un intero anno scolastico. Sono state apportate alcune modifiche, dovute principalmente a differenze culturali e linguistiche, ma l’impianto generale è rimasto invariato. Si sono svolte complessivamente 10 lezioni da 90 minuti ciascuna, ad opera delle stesse insegnanti delle classi. Durante le lezioni venivano svolte attività che miravano ad aumentare la consapevolezza rispetto all’importanza del ruolo di chi assiste a eventi di bullismo, a stimolare l’empatia verso le vittime e a fornire agli studenti strategie sicure a sostegno e difesa delle vittime di bullismo. Tra i metodi utilizzati vi erano la discussione, il lavoro di gruppo, i giochi di ruolo e la visione di filmati. Il programma ha incluso anche i genitori dei ragazzi, fornendo loro una guida informativa riguardo il bullismo e il programma KiVa. Venivano forniti anche consigli utili per poter riconoscere segnali importanti nei loro figli, riconducibili a condotte di bullismo (come bullo o come vittima).

I risultati dello studio mostrano che il programma ha avuto efficacia nel ridurre il fenomeno del bullismo tra gli studenti che hanno partecipato. Per entrambe le fasce d’età, 8 e 10 anni, KiVa ha permesso una riduzione del bullismo e un incremento dell’empatia e dell’attitudine a sostenere la vittima, contrariamente a quanto riportato nelle scuole dove non era stato condotto il KiVa. Il risultato è stato più evidente per gli studenti di 8 anni rispetto a quelli più grandi. Complessivamente, il programma ha permesso una riduzione del bullismo del 51% tra i partecipanti di 8 anni e del 42% per quelli di 10. Questo risultato è in linea con quello riportato dallo studio originario condotto in Finlandia (Kärnä et al., 2013; Kärnä et al., 2011).
Complessivamente, questo studio mostra come il programma di intervento KiVa sia efficace nel sensibilizzare i ragazzi sul problema del bullismo. Agire su quella “zona grigia”, rappresentata da indifferenti o complici, sembra costituire un elemento fondamentale nel contrasto del fenomeno.

Life, Animated (2017) un film per provare a guardare il mondo con gli occhi di chi soffre di autismo – Recensione

Come gli eroi della Disney hanno permesso a Owen di comunicare con il mondo: Life, animated è un film sull’autismo per provare a guardare il mondo con gli occhi di chi soffre di autismo. Un film che apre la mente di tutti!

 

Dopo il bestseller Life, Animated: a story of sidekicks, heroes, and autism, scritto dal padre, Ron Susskind, vincitore del premio Pulitzer, la storia di Owen diventa un film per opera del regista premio Oscar Roger Ross.

Owen conosce tutti i film della produzione Walt Disney, conosce le caratteristiche dei personaggi, il significato delle storie e tutte le battute; assumendo le voci dei suoi eroi Owen riesce a suo modo a comunicare con gli altri e a comprendere il mondo esterno a lui.

Life, animated: la trama

La trama di Life, animated è la storia vera del precorso di Owen, che a tre anni ha iniziato a mostrare i primi sintomi del proprio autismo, il padre racconta di un bambino che come gli altri cresceva e giocava, ma ad un certo punto è scomparso: si è chiuso nel suo mondo non parlava più anzi il suo sviluppo sembrava regredire.

Ed ecco i primi consulti medici specialistici che conducono alla diagnosi di disturbo dello spettro autistico. La reazione dei genitori di Owen? Senso d’impotenza, tristezza e paura.

Questi sono i vissuti che i genitori spesso sperimentano, quando si confrontano con la diagnosi di disabilità del proprio bambino. In un istante s’infrangono sogni per un futuro sereno e ricco del proprio bambino, si può essere sopraffatti da domande del tipo: “Sarò in grado di affrontare tutto questo? Riuscirò ad aiutarlo? C’è una cura? Come farà quando sarà grande? Potrà essere felice?”.

Penso che un libro e un film come Life, Animated possa essere uno spunto di fiducia per le famiglie che affrontano il tema dell’ autismo e della disabilità in generale.

La domanda – si chiede Ron Suskind – è:

Un libro come quello che abbiamo scritto e ora un film, ci avrebbero aiutato quindici anni fa, quando a Owen fu diagnosticato l’ autismo? Quando avevamo solo paura, eravamo confusi ed era un vero inferno, non sapendo quello a cui stavamo assistendo né cosa fare.”

Naturalmente la risposta è “sì”.

Owen – racconta il padre – era rimasto in silenzio per anni, era considerato uno scarto della società e ritenuto inguaribile, mi dicevano ‘Non farti illusioni. Potrebbe non parlare mai più. Probabilmente dovrai ricoverarlo”.

Inaspettatamente Owen Suskind riappare nelle vesti dei personaggi Disney che gli permettono di far emergere il suo mondo interiore.

La visione del mondo di Owen

La sua visione del mondo è straordinaria perché è libera dalle molte convenzioni sociali il cui scopo primario è limitare il comportamento e frenare la spontaneità. E questo per me è un concetto fresco e nuovo. Ciò che Owen ha fatto semplicemente vivendo la sua vita immerso in miti e favole è stato trovare un modo per interpretare e comprendere il mondo e la condizione umana. Quindi con il Gobbo di Notre Dame intuisce la condizione di chi è emarginato perché diverso e nella diversità trova la propria identità e valore; con Peter Pan comprende la fatica e la paura nel crescere e diventare grandi e poi ancora nella Sirenetta scopre il desiderio di trasgressione e la spinta all’autonomia e all’emancipazione.

Il film Life, Animated ci permette di entrare nella testa di Owen e comprendere dal suo stesso punto di vista, come sono le persone e le cose e personalmente mi ha permesso di capire ancora meglio la frase che spesso i bambini con autismo con i quali lavoro spesso mi dicono: “a scuola…fuori dalla mia testa il mondo è una Jungla!

Troppo spesso il mondo dei neurotipici guarda con timore e diffidenza le persone che escono dai confini della convenzionalità, tuttavia il mondo non è dei neurotipici!

Interessante è il punto di vista anche del fratello di Owen che improvvisamente perde il compagno di giochi, e la possibilità di condividere esperienze e avventure, fino a che anche lui grazie a Peter Pan e molti altri ritrova il contatto con il fratello.

Il senso di responsabilità, di cura e di protezione contraddistingueranno il percorso di vita del fratello.

Life, animated è un film per tutti: adulti e ragazzi, genitori e operatori. Un commovente film sulla fiducia, un film sulla diversità come opportunità.

Un consiglio: se ne avete l’opportunità guardate la versione originale in lingua inglese per non perdere la voce originale di Owen.

Cosa si nasconde dietro il perverso?

Ciò che costituisce l’ essenza della perversione, clinicamente intesa, non è costituito da un atto o da una fantasia, ma dal significato degli stessi in rapporto alla propria persona e alle altre persone, alla organizzazione di base della personalità. Nella perversione propriamente detta, centrali sono la rigidità degli atti e delle fantasie, l’erotizzazione degli stessi, la scissione dell’Io, la perdita della percezione del proprio corpo come parte del Sé, l’idealizzazione delle difese perverse e il continuo tentativo di sedurre le parti sane della personalità e di trasformare gli altri, compreso l’eventuale terapeuta, in oggetti di una rappresentazione interna.

 

Oggi, che idea precisa si ha del perverso? La risposta che spesso viene attribuita al perverso è: colui che è volto al male, che è incline ad azioni malvagie.

Ma chi è il perverso? Il perverso è quel soggetto che sviluppa una distruttività nei confronti dei suoi simili attraverso pensieri e azioni di carattere maligno.

La perversione secondo il modello freudiano

Nel modello Freudiano la perversione è descritta come parte della pulsione e componente essenziale ai fini dello sviluppo psicosessuale. Nel libro “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905), Freud classifica le varie forme patologiche della perversione sessuale distinguendole in aberrazioni riguardanti la meta (esibizionismo, voyerismo, sadismo e masochismo) e aberrazioni riguardanti l’oggetto sessuale (omosessualità, pedofilia, zoofilia). Descrive inoltre le diverse pulsioni parziali, corrispondenti a diverse zone erogene, le quali si sottometteranno in seguito (a conclusione del processo di sviluppo psicosessuale) al primato genitale.

Il fallimento di questo processo determina un conflitto che può essere di due tipi: nevrotico o perverso. Da qui la nevrosi, diventa il negativo della perversione. Per S. Freud, la perversione fa parte dello sviluppo psicosessuale normale, ma dalla pubertà in avanti può assumere una forma patologica a seconda di quanto il nuovo scopo sessuale (perversione) si allontani dalla normalità.

S. Freud, ha più volte dimostrato che un ruolo importante per la formazione di sintomi perversi, sono i meccanismi della fissazione e della regressione libidica, nel determinare il raggiungimento del piacere sessuale attraverso istinti parziali con oggetti parziali.

La caratteristica fisiologica della vita sessuale infantile è l’autoerotismo che viene utilizzato per dare soddisfazioni a pulsioni parziali e indipendenti tra loro. Il risultato finale dello sviluppo affettivo è riflesso nella vita sessuale adulta, dove il piacere è raggiunto attraverso la soddisfazione delle pulsioni genitali tramite la presenza di un oggetto sessuale esterno.

Fattori di tipo costituzionali (interni) o tipo ambientali (esterni) possono influenzare il normale sviluppo della vita sessuale infantile, e consente che ogni fase raggiunta diventi un punto di fissazione libidica. L’individuo, essendo fortemente incline dopo la pubertà a regredire allo stadio di fissazione, sarà impedito nel raggiungimento dell’unificazione degli istinti parziali e delle attività con cui soddisfarli. La comparsa dei sintomi perversi in età adulta sarà uno degli effetti prodotti dall’alterato processo di crescita psicosessuale.

Nei perversi, l’esistenza di una disposizione costituzionale molto arrendevole alla soddisfazione degli istinti sessuali perversi poliformi (disposizione polimorfamente perversa) è una delle cause interne responsabili della deviazione dello sviluppo della sessualità.
Si tratta di soggetti, inclini anche in età adulta a ricercare il piacere mediante la soddisfazione di impulsi parziali mostrando scarsa resistenza agli eccessi sessuali normalmente imposta dalla morale ed etica.

La perversione secondo Khan

M. Khan (1979), psicoanalista inglese, osserva che la qualità della relazione madre-bambino, vissute dalla prima infanzia è uno degli elementi ambientali che assume il peso nel condizionare negativamente lo sviluppo psicosessuale.

Egli, partendo dal concetto di “oggetto transizionale” di D.Winnicott (1951) e dal ruolo svolto dall’erotizzazione delle pulsioni sessuali parziali di S.Freud (1905), formula il concetto di “oggetto interno composito”, per spiegare la realtà interna del pervertito derivata dalla relazione oggettuale primaria, da cui scaturisce la futura modalità di entrare in rapporto con gli oggetti della sua esistenza. Quindi, l’oggetto interno composito, svolge un ruolo normalmente assunto dall’oggetto transizionale nella formazione del mondo intrapsichico dell’individuo e del suo modo di entrare in contatto con la realtà esterna. L’oggetto transizionale è qualcosa di esterno, e resta all’esterno come un’entità in sé, pur essendo sottoposta all’onnipotenza immaginativa psichica dell’esperienza infantile. Questo stadio primitivo dello sviluppo, è reso possibile dalla speciale capacità della madre di adattarsi ai bisogni del piccolo, permettendogli l’illusione che quanto egli crei esista realmente.

Nella realtà sperimentata da un potenziale perverso, tutti questi fattori sono rovesciati. Egli, deve affrontare fin dall’inizio cure materne non adattate. La madre si prodiga intensamente alla cura del bambino, ma in modo impersonale.
Il bambino è considerato dalla madre come una “cosa di propria creazione”, non una persona in formazione, con propri diritti. A causa di questo comportamento materno, il bambino inizia molto prematuramente, a percepire che ciò che è la madre, che lo investe pulsionalmente e di tutto il proprio affetto, non è lui come persona globale, ma solo gli aspetti di lui (le funzioni dell’Io e l’Io corporeo).
Nel periodo seguente, il bambino interiorizza il Sé, come una “cosa” creata dalla madre. Queste esperienze deformano l’Io del bambino impedendone uno sviluppo integrato.

M. Khan, osserva che l’Io perverso sarà il risultato di un collage: lo sviluppo delle funzioni dell’Io e quello istintuale procedono parallelamente e distintamente in assenza dell’investimento della parte emotiva esperienziale. Questa tipologia di soggetti, si relazionerà con gli altri, oltre che per appagare i propri bisogni pulsionali, non per amare ed essere amati, ma per trovare un tipo di partecipazione che trasformerà quanto è estraneo al proprio Io in qualcosa di collegato con l’Io.

A causa della delusione primaria sperimentata, nel perverso il rapporto con l’altro sarà finalizzato sempre a ricercare uno stato di illusoria unità, in cui l’altro comprenda, compatisca, e appaghi tutti i bisogni del proprio Io e tutte le proprie tensioni istintuali. Cosi la dipendenza oggettuale si traduce nel costringere l’oggetto ad adattarsi.

L’altro, sarà qualcuno che, seconda la realtà intrapsichica del perverso, dovrà essere acquiescente al punto tale da essere ridotto a cosa inanimata e realizzare con lui una vera e propria identificazione. Da qui la necessità del perverso, di realizzare l’oggetto interno composito in sostituzione di un oggetto transizionale. L’oggetto interno composito, a differenza di quello transizionale, è qualcosa di intrapsichico, e da ciò deriva una continua pressione interna che va esternata, con l’evento sessuale.

Il funzionamento psichico del perverso

J. Bergeret (1996), psicoanalista francese, che si è occupato degli stati –limite, asserisce che ogni forma di patologia perversa, ha una forma di organizzazione di personalità di tipo stato-limite, definendole tali personalità “astrutturazioni” e collegandole in una categoria nosografica intermedia tra quella nevrotica e quella psicotica.

Egli, propone il termine di “perversità” al posto di quello di “perversione”; la perversità si riferisce alla patologia del carattere, somigliante alla personalità nevrotica per livello di maturità ma con caratteristiche di fragilità narcisistica, inducendo il soggetto a un massiccio uso di difese, per scongiurare lo scompenso psichico, al contrario della perversione che ha una struttura di personalità organizzata in modo perverso e analoga a quella psicotica, sia dalla solidale struttura che nell’assetto difensivo.

J.Bergeret, considera il dinamismo perverso una dimensione interiore, che non consiste nell’imporre al soggetto un comportamento piuttosto di un altro, ma essenzialmente nel condizionarlo dall’interno.
Paul-Claude Racamier, psicoanalista francese in “Il genio delle origini. Psicoanalisi e Psicosi” (1992), collega la perversione al disturbo narcisistico e pone all’ origine del disturbo narcisistico una perversione relazionale.

Sia il narcisista che il perverso negano la separatezza, trattano l’altro come oggetto da controllare. Le relazioni non sono tra soggetti, sono relazioni di potere. Il carattere narcisista viene posto in relazione al mancato riconoscimento infantile del bambino come soggetto, a processi intrusivi e di
appropriazione che distorcono lo sviluppo psico-affettivo e psicosessuale.

Parlando della perversione relazionale egli dice: “Non sessuale, non morale, non erotica, ma narcisistica”. Per Racamier il trionfo del perverso sull’oggetto è di tipo difensivo, serve a negare il bisogno di oggetti esterni e la dipendenza da essi, a trionfare sulle angosce di morte. Il “vuoto” viene posto negli altri, la difesa è dal dolore psichico collegato al lutto e al conflitto. L’importante è confondere, disorientare, tenere sotto scacco. Il coinvolgimento affettivo è evitato in quanto vissuto come minaccia all’integrità di un Sé precario, vanificazione delle pretese di autosufficienza.

Per Racaimer, il vero perverso, non agisce mai apertamente ma lo fa sempre in modo velato, subdolo e insidioso; la modalità con cui entra in contatto con la mente dell’altro è raffinata e poco trasparente. La migliore condotta del perverso, è quella manipolatoria, cioè dominare l’altro attraverso il controllo della sua autonomia morale e mediante la presenza dei suoi tratti narcisistici manifestati con la grandiosità. Il pensiero del perverso è basato sull’agire e sulla manipolazione.

Per l’autore, il pensiero del perverso mette in atto un vero e proprio dirottamento dell’intelligenza altrui, e lo fa trasmettendo il non pensiero. Se normalmente il pensiero permette la costruzione di collegamenti tra i contenuti logici, la creazioni di interferenze tra le idee, il pensiero perverso mira all’opposto e cioè opera solo per allentare e disconnettere i nessi logici. È un gioco della destrutturazione del pensiero, è l’antitesi del pensiero. Il perverso, in questo modo raggiunge l’obiettivo di infliggere una notevole sofferenza psicologica alla vittima.

Riassumendo ciò che costituisce l’ essenza della perversione, clinicamente intesa, non è costituito da un atto o da una fantasia, ma dal significato degli stessi in rapporto alla propria persona e alle altre persone, alla organizzazione di base della personalità. Nella perversione propriamente detta, centrali sono la rigidità degli atti e delle fantasie, l’erotizzazione degli stessi, la scissione dell’Io, la perdita della percezione del proprio corpo come parte del Sé, l’idealizzazione delle difese perverse e il continuo tentativo di sedurre le parti sane della personalità e di trasformare gli altri, compreso l’eventuale terapeuta, in oggetti di una rappresentazione interna.

Solo una minima parte di soggetti perversi richiedono il trattamento. Quando vi è richiesto significa che il livello dell’ansia, della depressione o dei sintomi ossessivi sono troppo elevati.

Può accadere, che richiedano l’intervento terapeutico sia per confermare a loro stessi e agli altri di essere malati, sia per far credere ai familiari di essere realmente intenzionati a compiere un percorso terapeutico.

Il cuore accusa il colpo dopo un trauma

I problemi cardiaci sono una tra le prime cause di mortalità (American Heart Association, 2008).
Cosa accade alle donne che hanno subito uno o più traumi? Se quest’ultime sono in menopausa la salute cardiaca è messa ancora più a dura prova.
A parlarne è la Società Nord Americana che si occupa di Menopausa (NAMS) durante l’incontro annuale, tenutosi a Philadelphia (USA) tra l’11 ed il 14 ottobre 2017.

I problemi cardiaci

Non solo cattive abitudini quali fumare, una cattiva alimentazione e lo scarso esercizio fisico possono contribuire all’ insorgere di problemi cardiaci, ma anche i fattori psicosociali possono divenire nemici primari della salute cardiaca.

In particolare, durante la menopausa e nel periodo successivo alla menopausa, i rischi per la salute vascolare aumentano, in seguito ad un naturale deterioramento dell’endotelio, il rivestimento interno del cuore e dei vasi sanguigni.

Le esperienze di vita traumatiche come fattori psicosociali

Secondo il manuale diagnostico dei disturbi mentali, un’esperienza è traumatica quando il soggetto ha sperimentato o assistito ad uno o ad una serie di eventi che hanno minacciato la sua o l’altrui sopravvivenza.
Nel presente studio vengono considerati come fattori psicosociali proprio i traumi vissuti dai soggetti. Nel dettaglio sono stati indagati incidenti automobilistici, disastri naturali, la morte di un figlio, essere vittime di violenze fisiche ed essere vittime di molestie sessuali.

Lo studio

Lo studio è stato condotto su 272 donne in peri e post menopausa. Le altre condizioni necessarie sono riassumibili in un discreto stile di vita, che comprende, ad esempio, il requisito che le donne non fossero fumatrici.

È stato così ipotizzato che un maggior numero di esperienze di vita traumatiche sia connesso ad una funzione endoteliale più scarsa, indipendentemente da altri fattori di rischio per la malattia cardiaca e indipendentemente da storie di abuso infantile.

I risultati ottenuti hanno confermato l’ipotesi dei ricercatori. È infatti emerso che le donne che avevano segnalato un maggior numero di esperienze traumatiche  (almeno tre) hanno riportato una funzione endoteliale più debole, la quale rende i soggetti più vulnerabili a livello cardiaco.

I risultati ottenuti da questo studio confermano pienamente l’importanza cruciale dei fattori psicosociali, in questo caso l’esposizione a più traumi, nell’aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari in una popolazione femminile di mezza età.

Per questo motivo, come riportato dal dr. Pinkerton, d’ora in poi risulta fondamentale che gli operatori sanitari, innanzi ad una donna di mezza età, anziché informarsi solamente sulla sua salute fisica, approfondiscano anche la sua storia di vita.

Come un cielo stellato: una ricerca UNISR sviluppa un sistema per rilevare l’attività sinaptica in vivo

Il risultato assomiglia ad un cielo stellato dove ogni stella indica una sinapsi del cervello e l’intensità luminosa il livello di attività di questa sinapsi”. Così il Prof. Antonio Malgaroli, Professore di Fisiologia e di Neuroscienze presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, commenta il metodo rivoluzionario che il suo gruppo di ricerca ha ideato e recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communications. L’équipe di scienziati che ha svolto il lavoro è formata tra gli altri da Mattia Ferro, Jacopo Lamanna, Maddalena Ripamonti, Gabriella Racchetti e Vincenzo Zimarino.

 

Le problematiche delle tecniche “storiche”

La ricerca parte da una considerazione importante: tutto quello che vorremmo sapere sul cervello dipende dalle nostre ipotesi e conoscenze sul funzionamento di specifici circuiti cerebrali. Quando ricordiamo il viso di una persona, prendiamo una decisione impulsiva, se siamo depressi, quando percepiamo un suono, se mostriamo un comportamento fobico…da qualche parte nel nostro cervello uno o, molto spesso, più circuiti sinaptici si sono attivati. Purtroppo l’armamentario a disposizione per misurare l’attività di tali circuiti e correlare questa attività ad un determinato comportamento – umano e animale – è ancora molto povero. Esso comprende o metodiche molto precise ma poco informative sull’attività globale dei circuiti cerebrali (ad esempio quelle che ci permettono di registrare l’attività elettrica di una singola sinapsi), oppure metodi di misura a più basso ingrandimento, quali le tecniche di Brain Imaging, che purtroppo guardano ad eventi su scale temporali molto più lunghe e mancano della risoluzione spaziale necessaria per risolvere l’attività delle sinapsi. Non sapere dove vengono codificate le attività della mente e quali circuiti sinaptici partecipano è il più grosso limite metodologico che ostacola lo sviluppo delle neuroscienze e delle neuroscienze cognitive.

L’idea di un metodo rivoluzionario

La comunicazione tra cellule neuronali avviene a livello della sinapsi, un punto di contatto microscopico tra il neurone pre-sinaptico e quello post-sinaptico. Quando il neurone pre-sinaptico riceve un segnale elettrico, libera alla sinapsi un pacchetto di neurotrasmettitori al fine di inviare un messaggio al neurone post-sinaptico. Questi pacchetti di neurotrasmettitore sono contenuti nelle vescicole sinaptiche, piccoli organelli di forma sferica, la cui fusione con la membrana della sinapsi libera il neurotrasmettitore.   In questo modo il segnale elettrico può propagarsi tra neuroni, facendo viaggiare lo stimolo all’interno del circuito.

Figura 1

Fig.1: Una sinapsi ippocampale. I circuiti sinaptici dell’ippocampo – una specifica area del cervello – codificano le memorie degli episodi della nostra vita. Le tre frecce indicano tre vescicole all’interno del terminale pre-sinaptico pronte a liberare il neurotramettitore. A seguito di un segnale elettrico, queste vescicole sinaptiche si fonderanno con la membrana plasmatica rilasciando all’esterno le molecole di neurotrasmettitore e attivando la post-sinapsi. Il pannello a destra delimita i confini del terminale pre-sinaptico e della post-sinapsi; in arancione sono indicate le tre vescicole dalla forma tondeggiante. Gentile concessione del team di ricercatori.

Ma come osservare questi eventi di comunicazione su grande scala? Spiega il Prof. Malgaroli: “L’idea vincente è stata quella di colorare l’interno delle vescicole sinaptiche nell’attimo in cui esse liberano il neurotrasmettitore. In questo modo i circuiti che comunicano diventano visibili, con una intensità di colorazione che riflette il livello di attività del circuito sinaptico. La cosa più straordinaria è che questa metodica non solo è quantitativa ma funziona in vivo e quindi può essere usata per comprendere le basi del comportamento”.

Per raggiungere questo obiettivo, i ricercatori hanno disegnato a tavolino una molecola denominata SynaptoZip: “Abbiamo preso una proteina che normalmente si trova integrata nella membrana delle vescicole sinaptiche [in arancione nella Fig. 2, N.d.R.], cui abbiamo attaccato una proteina fluorescente [in verde] e un’esca [in viola]. Abbiamo inoltre creato per sintesi chimica un piccolo tracciante peptico, Synbond [in azzurro], che può essere colorato con un qualsivoglia colore fluorescente in grado di agganciarsi all’esca”. Al momento del segnale elettrico, se Synbond è presente esso viene catturato in modo estremamente efficace. “La novità è che per la prima volta nella storia si può misurare l’attività delle singole sinapsi appartenenti ad un qualsivoglia circuito cerebrale. È come se finalmente si potesse fotografare all’interno del cervello di un essere vivente l’attività dei circuiti sinaptici, e questo con una risoluzione altissima”.

Figura 2

Fig.2: La struttura di SynaptoZip, il misuratore di attività cerebrale. In arancione una molecola normalmente integrata nella membrana plasmatica delle vescicole sinaptiche; in verde GFP, una molecola fluorescente; in viola un piccolo peptide che funge da esca per il legante fluorescente Synbond (in azzurro). All’arrivo di un segnale elettrico, le vescicole sinaptiche espongono all’esterno l’esca e catturano Synbond, colorandosi.

Le applicazioni in ambito clinico

La grande novità di questo metodo è che rende possibile studiare i meccanismi di un qualunque comportamento animale o gli effetti di un trattamento farmacologico. “Abbiamo testato il costrutto nella corteccia visiva, valutando il grado e la distribuzione spaziale dell’attivazione sinaptica a seguito di impulsi luminosi applicati all’occhio dell’animale. Esperimenti simili sono stati condotti nella corteccia prefrontale, l’area decisionale per eccellenza, dove abbiamo riscontrato un livello di attività molto più elevato che nella corteccia visiva, presumibilmente legato alla numerosità delle operazioni cognitive che vengono svolte da questa regione corticale. Nella corteccia prefrontale abbiamo inoltre esplorato l’effetto duraturo causato da una singola iniezione di ketamina, oggi utilizzata in clinica come antidepressivo ad azione rapida, dimostrando che una singola dose di ketamina modifica l’attività di questi circuiti sinaptici, una modifica che permane almeno per una settimana dall’iniezione”.

Chiediamo infine al Prof. Malgaroli se esistano dei limiti a questa tecnica: “Al momento questa potentissima metodica non può essere applicata all’uomo, il suo impiego è limitato allo studio delle basi neurali del comportamento animale. Quindi, essa non permette ancora di affrontare alcune funzioni complesse quali il linguaggio, il ragionamento astratto, ma anche alcune patologie che sono esclusive dell’uomo. Si può però immaginare che a breve la nostra ricerca motiverà lo sviluppo di metodi analoghi che utilizzino molecole già presenti nel nostro cervello, e non richiedano modifiche di tipo genetico. Queste potrebbero essere facilmente applicate all’uomo e utilizzate per la diagnosi precoce di molteplici patologie neurologiche e psichiatriche. A nostro avviso le applicazioni future di questa tecnologia sono molto rilevanti e porteranno ad un grosso progresso nel campo delle neuroscienze”.

Figura 3

Fig.3: Una mappa di attività delle sinapsi della corteccia visiva attivate grazie all’esposizione dell’animale ad una serie di stimoli visivi. La gradazione di colori riflette il grado di attività di queste sinapsi nella corteccia visiva (Area V1, strato IV). Gentile concessione del team di ricercatori.

Figura 4

Fig. 4: Un esempio di un assone corticale. Il pannello in cima indica la posizione delle sinapsi (in verde) grazie alla presenza della proteina fluorescente GFP. Il pannello sotto è un’immagine dello stesso assone, con l’intensità della colorazione (in rosso) a dare un’indicazione dell’attività delle sinapsi. Gentile concessione del team di ricercatori.

 

 

Da internet allo smartphone, mai più senza! – Il fenomeno delle new addictions

Le nuove dipendenze o new addictions quali gioco d’azzardo, internet, sesso, lavoro, telefono cellulare e shopping compulsivo sembrerebbero malattie della postmodernità.

Francesca Cavaiani e Giorgia Cipriano – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

Dalle sostanze alle attività lecite: come cambia il fenomeno delle dipendenze nel panorama delle new addictions

Nell’ultimo decennio i concetti di abuso e di dipendenza hanno subito una dilatazione notevole: mentre all’inizio si riferivano esclusivamente al consumo di sostanze come l’alcol e l’eroina, l’attuale spettro delle dipendenze include un gruppo multiforme di disturbi in cui l’ oggetto della dipendenza non è solo una sostanza, bensì un’attività lecita e socialmente accettata, se non addirittura incoraggiata.

Valleur e Matysiak (2004) hanno evidenziato come le nuove dipendenze o new addictions quali gioco d’azzardo, internet, sesso, lavoro, telefono cellulare e shopping compulsivo siano malattie della postmodernità.

Caretti e La Barbera definiscono il fenomeno delle new addictions come:

espressione di un disagio psichico profondo e di un malessere culturale vasto e pervasivo – e – seppur ogni forma sembra caratterizzarsi per degli aspetti specifici, esse nel loro insieme manifestano un desiderio di fuga e un’incapacità a tollerare il dolore mentale che porta, a volte quasi consapevolmente, a rinunciare all’uso del pensiero e della riflessività a favore di una scarica emozionale iterativa messa in atto con modalità progressivamente più compulsive”.

Le new addictions senza uso di sostanze potrebbero interessare un numero sempre maggiore di persone, considerando tale fenomeno come una dipendenza tout court e una vera e propria addiction, evidenziando sempre più la differenza tra Addiction e Dipendenza (Del Miglio e Corbelli, 2003).

Con il termine Dipendenza si intende una condizione in cui l’organismo ha bisogno di una determinata sostanza per funzionare e sviluppa una dipendenza fisico-chimica da essa. Il termine Addiction, invece, denota la dipendenza che spinge l’individuo alla ricerca dell’oggetto di dipendenza, senza il quale la sua esistenza diventa priva di significato: è dunque un coinvolgimento crescente e persistente della persona al punto che l’oggetto di dipendenza pervade i suoi pensieri ed il suo comportamento (Del Miglio, Couyoumdjian, Patrizi, 2005). Gli elementi fondamentali che caratterizzano una dipendenza e, in specifico, anche un’ addiction, sono due: non poter fare a meno di qualcosa o non poter rinunciare ad un comportamento senza sperimentare disagio e la centralità che assume il prodotto o comportamento nell’esistenza dell’individuo, la quale non ha più senso senza l’oggetto di dipendenza.

Esistono diversi tipi di new addictions in riferimento all’uso di internet, dei videogiochi, degli smartphone.

Le dipendenze sopra citate possono essere incluse nella categoria della dipendenza comportamentale (Lee, 2006) che può essere definita in questi termini:

un comportamento abituale e ripetitivo che incrementa il rischio di disturbi o che è associato a problemi personali o sociali; tale comportamento è percepito dal soggetto come perdita di controllo e con l’incapacità di smettere, nonostante i tentativi di interrompere o di ridurre la frequenza del comportamento problematico. I comportamenti sono caratterizzati da una gratificazione immediata (ricompensa a breve termine), spesso accompagnata da effetti negativi successivi (costi a lungo termine) (Marlatt, Baer, Donovan e Kivlahan, 1988).

Le new addictions e le addictions in generale (Griffith 1996, 1997) possono essere sia passive (es. televisione), sia attive (es. videogiochi), hanno le proprietà di induzione e di rinforzo, che possono favorire la tendenza alla dipendenza. Le dipendenze da prodotti tecnologici sono un sottoinsieme delle dipendenze comportamentali, con le seguenti componenti nucleari comuni:

  • Dominanza: l’attività in esame diventa la più importante nella vita del soggetto e domina i suoi pensieri, i suoi sentimenti ed il suo comportamento
  • Alterazione del tono dell’umore: esperienza soggettiva che segue l’inizio dell’attività in esame e che facilita il ricordo della stessa
  • Tolleranza: per ottenere i medesimi effetti iniziali è necessario aumentare l’attività in questione
  • Sintomi di astinenza: malessere psichico e/o fisico, che si esprime sotto forma di tremori, irritabilità, disforia, in seguito alla diminuzione drastica o all’interruzione improvvisa dell’attività
  • Conflitto: si esprime in forma intrapersonale o interpersonale e verte intorno all’attività in esame
  • Ricaduta: tendenza ripetuta al ritorno verso schemi precedenti dell’attività in questione, anche a distanza di molti anni di astinenza e di controllo.

Analizzeremo qui di seguito, la dipendenza da internet in generale ed in specifico la smartphone addiction, strettamente connessa alla prima.

La dipendenza da Internet

La dipendenza da Internet, al pari delle altre dipendenze comportamentali, si può definire come un disturbo del controllo dell’impulso che non implica un’intossicazione (Young. K .S. 1996a).

Young K.S. (1996b) definisce Internet dipendenti coloro che soddisfano 4 o più dei seguenti criteri nel corso di 12 mesi:

  • Essere mentalmente assorbito da Internet
  • Avvertire il bisogno di utilizzare Internet sempre più a lungo per sentirsi soddisfatto
  • Essere incapaci di controllare il proprio utilizzo della rete
  • Sentirsi inquieto o irritabile mentre si tenta di ridurre o interrompere l’utilizzo di Internet
  • Utilizzare Internet come mezzo per fuggire dai problemi o per alleviare il senso di abbandono, impotenza, colpa, ansia o depressione
  • Mentire ai familiari o agli amici per nascondere il proprio grado di interesse per la rete
  • Avere messo a repentaglio o aver rischiato di perdere una relazione significativa, il lavoro o opportunità di studio o di lavoro a causa di Internet
  • Tornare in rete anche dopo aver speso grandi somme di denaro per i collegamenti
  • Ritiro sociale quando si è off line (aumento di depressione e ansia)
  • Rimanere collegati più a lungo di quanto si era programmato all’inizio.

Due sono, in generale, i momenti evolutivi di una dipendenza ed essi valgono anche per l’ internet addiction: all’inizio il soggetto è convinto di potersi fermare da solo quando lo desidera e poi, successivamente, percepisce la propria impotenza di fronte all’oggetto della sua dipendenza. Nello specifico la dipendenza da internet si sviluppa secondo Young (1998) seguendo tre principali fasi:

  • Fase I, Coinvolgimento: vi è l’accesso alla realtà, con un senso di curiosità per essa
  • Fase II, Sostituzione: l’immersione profonda nella comunità di internet fa si che essa sostituisca ciò che non si ha nella propria vita. Le attività che precedentemente erano centrali non contano più, in quanto sono state sostituite da quelle trovate i rete.
  • Fase III, Fuga: ci si rivolge alla comunità di internet sempre più spesso e per periodi sempre più lunghi. Si è sviluppata la dipendenza. Si fugge dal mondo reale e dalla propria vita; la sofferenza emotiva viene placata dalle sensazioni provate in rete.

La dipendenza da smarthphone

Negli ultimi dieci anni lo sviluppo tecnologico degli smartphone ha prodotto un impatto sociale senza precedenti e, infatti, il loro massivo utilizzo può essere considerato una delle new addictions, una nuova forma di dipendenza tecnologica: la dipendenza da smartphone.

Attraverso gli smartphone si può accedere all’utilizzo di Internet ed in particolare all’utilizzo dei social network, infatti circa l’80% degli accessi ai social network avvengono tramite l’utilizzo dei cellulari (Kuss, Griffiths, 2017).

Quindi, le problematiche nell’utilizzo degli smartphone sono simili a quelle connesse all’ internet Addiction ovvero comportamento compulsivo, tolleranza, impatto sulla vita quotidiana, preferenza di relazioni virtuali rispetto alle relazioni reali, craving, pensiero pervasivo e ripetuti tentativi di smettere e a volte irregolarità nel ritmo circadiano (Lin, Lin, Lin, Lee, Lin Chiang, Chang, Yang & Kuo, 2017).

L’utilizzo di uno smartphone, di un tablet o di un computer è ormai indispensabile nella quotidianità perché strumento di facile impiego e, come tutte le tecnologiche, estremamente produttivo in quanto permette in tempi più brevi di effettuare un “lavoro” che nell’ordinario richiederebbe più tempo o più risorse. L’utilizzo, però, compulsivo di questi dispositivi, potrebbe interferire con la vita quotidiana causando un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre importanti aree. Diviene un disturbo quando non si interagisce più con le persone reali, ma si trascorre più tempo sui social media, sui giochi e comunque sugli smartphone controllando ripetutamente testi, mail, siti internet o applicazioni, creando conseguenze negative sulla qualità della vita. Secondo Suler (1999), ci si trova di fronte ad un problema significativo nel momento in cui la propria vita faccia a faccia si dissocia da quella virtuale, l’attività in rete diventa un mondo a parte e l’esame di realtà fallisce.

La dipendenza da smartphone è conosciuta come nomophobia ovvero la paura di essere senza cellulare: è però doveroso precisare che non è il telefono in sé che causa la compulsione ma i giochi, le applicazioni, i siti internet ecc.

La dipendenza da smartphone, come le altre new addictions, può comprendere diversi problemi di controllo dell’impulso, nella fattispecie in relazione a diversi aspetti come ad esempio: le relazioni virtuali, le compulsioni online, il sovraccarico di informazioni e la dipendenza da cybersex. Partendo dalla prima, ovvero dalle relazioni virtuali, si può affermare che è sempre più frequente osservare persone al ristorante o comunque in luoghi di incontro che sono fisicamente insieme senza però avere un’interazione, in quanto occupati con lo smarthphone. Questo è uno dei tanti esempi in cui questa dipendenza si estende a tal punto che gli amici virtuali e i social network passano in primo piano rispetto al qui ed ora e alle reali relazioni sociali. L’utilizzo compulsivo dello smartphone può inoltre causare problemi finanziari e di lavoro: il telefono può essere infatti utilizzato come dispositivo che consente il gioco d’azzardo, il commercio di azioni, lo shopping online. Mentre negli scorsi anni era possibile sviluppare queste dipendenze solo se fisicamente nei luoghi, oggi grazie ad internet, e più in generale allo smartphone, è possibile sviluppare questi tipi di new addictions ovunque anche a casa propria o al lavoro.

Con il termine dipendenza da sovraccarico di informazioni si intende la navigazione web compulsiva che comprende la visione di video, l’utilizzo delle app, il continuo controllo di notizie e così via: questo può portare a trascurare alcuni aspetti della vita, delle relazioni e del mondo reale. L’uso del telefonino per il cybersex è sempre più frequente soprattutto perché consente l’anonimato, ma ciò può avere un impatto negativo sulle relazioni intime in quanto favorisce fantasie che sono spesso infattibili nella vita reale.

Un altro comportamento legato all’utilizzo di internet è il cyberbullismo. Alcuni studi hanno dimostrato come l’uso frequente della tecnologia è associata con questa forma di bullismo. Juvonen e collaboratori (2008) dimostrano che gli studenti che utilizzano internet per almeno tre ore al giorno con l’utilizzo di applicazioni di messaggistica istantanea e uso della web cam, hanno maggiore probabilità di essere vittima di cyberbullismo. In un recente studio, Tsimtsiou e collaboratori (2017) hanno dimostrato che il cyberbullismo è associato con l’Internet addiction e con le ore spese online sul proprio smartphone.

Gli smartphone e Internet possono essere coinvolgenti perché il loro uso, proprio come l’uso di farmaci e alcool, può innescare il rilascio della dopamina a livello cerebrale e alterare l’umore. Inoltre, proprio come nell’uso di droghe e alcool, è possibile sviluppare rapidamente la tolleranza, cosicché è richiesto un aumento del numero di ore passate davanti allo schermo per ottenere la stessa ricompensa piacevole. In tal senso, alcuni studi condotti da Volkow e collaboratori (1997a; 1997b) hanno dimostrato che esistono delle reazioni di dipendenza nei confronti di sensazioni ed esperienze provocate da qualcosa che viene eseguito: la dipendenza da internet e la dipendenza da smartphone, quindi, si potrebbe spiegare come provocata da reazioni emotive e neurobiologiche che si ricavano dall’attività on line.

Per il trattamento della dipendenza da smartphone è consigliabile una terapia cognitivo comportamentale in grado di fornire metodi passo per passo che consentano un maggior controllo dello smartphone e dell’ uso di internet diminuendo i comportamenti compulsivi e modificando le percezioni che ognuno di noi ha sullo smartphone. La terapia può inoltre proporre modi più sani per fronteggiare le emozioni che la persona sente più scomode come lo stress, l’ansia, la noia o la depressione.

La scala per misurare la dipendenza da smartphone

L’aumento dell’utilizzo dei dispositivi elettronici e la possibilità dello sviluppo della conseguente dipendenza ha portato numerosi studiosi ad indagarne in modo qualitativo e quantitativo l’utilizzo.

Lo smartphone ha la possibilità di diventare un problema sociale prevalente poiché ha le caratteristiche della dipendenza come la tolleranza, il ritiro e la difficoltà di eseguire attività quotidiane o i disturbi del controllo dell’impulso. Kuss & Griffiths hanno menzionato la possibilità di una dipendenza da siti di social networking (SNS) attraverso il loro studio di social networking online e Park & ​​Lee hanno anche riferito che l’uso di smartphone potrebbe essere attribuito alla solitudine e alla depressione. La Cina ha segnalato i fattori di rischio psicologici della dipendenza dai siti di social network. Kwon, Dai-Jin, Hyun e Soo, nel loro studio “Smartphone Addiction Scale: Development and Validation of a Short Version for Adolescents” del 2013, hanno creato una scala efficiente per lo screening da dipendenza da smarthphone.

La Scala di Addiction Smartphone (SAS) è stata progettata per identificare il livello del rischio di dipendenza da smartphone: la scala infatti fornisce un valore cut off per valutare il livello di dipendenza. Questo questionario si è inoltre dimostrato valido e attendibile nel valutare l’efficacia o meno di un possibile trattamento.

In un precedente studio Kwon et al. hanno sviluppato e convalidato la SAS (Smartphone Addiction Scale), che consisteva di 33 domande e 6 punti, per valutare la dipendenza da smartphone utilizzando self-reporting. Sono stati considerati seguenti sei distinti fattori nel questionario. Tuttavia, vi sono limitazioni riguardo lo studio di validazione di questa scala poiché è stata somministrata a un campione non sufficientemente rappresentativo della popolazione. Inoltre, il rapporto tra maschi e femmine non era bilanciato, rendendo difficile anche un confronto di genere. Infine, il valore di cut-off non è stato suggerito per valutare il grado di dipendenza. La ricerca più recente di Kwon (2013) è stata progettata per sviluppare una scala di versione abbreviata per valutare il grado di dipendenza da smartphone negli adolescenti, includendo un valore di cut off a scopo diagnostico.

In conclusione, gli smartphone sono dispositivi popolari di facile utilizzo; in quanto tali, sarebbe utile poter applicare in più contesti strumenti di assessment per la prevenzione e la diagnosi precoce della dipendenza da smartphone, ormai una delle dipendenze più frequenti all’interno del fenomeno delle new addictions. Lo studio che ha messo appunto il questionario ha inoltre evidenziato che gli adolescenti sono più vulnerabili alla dipendenza da smartphone rispetto agli adulti: gli adolescenti, infatti, sono più propensi ai cambiamenti delle innovazioni tecnologiche. Di conseguenza è auspicabile introdurre e adottare misure preventive per individuare non solo chi soffre già di dipendenza da smartphone ma anche coloro che potrebbero sviluppare tale dipendenza.

L’empatia tra neuroscienze e aspetti applicativi – Report dal convegno “Empathy Neuroscience: Translational relevance to conflict trasformation”, Roma, 18 e 19 ottobre 2017

L’ empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri, o, come afferma un proverbio inglese, di “camminare nelle loro scarpe”: riuscire a vedere il mondo con gli occhi del proprio interlocutore, senza per questo perdere la propria individualità.

 

Dell’importanza dell’ empatia si parla molto ultimamente, e non solo in ambito strettamente relazionale e/o clinico, ma anche su scala più ampia; il convegno organizzato da Fondazione Child si pone in questa scia. Nello specifico, studiosi provenienti da varie parti del mondo (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Israele, Palestina) e afferenti a vari ambiti di ricerca ed intervento (docenti universitari e ricercatori, psicologi, psicoterapeuti, insegnanti ed educatori) si sono dati appuntamento a Roma lo scorso 18 e 19 ottobre presso l’Istituto Nazionale di Sanità per confrontarsi  sull’ impatto concreto che l’ empatia ha nel contesto delle relazioni umane.

Due i principali temi presi in esame: l’importanza dell’ educazione all’ empatia, intesa come una modalità di stare in relazione che va insegnata e attivamente coltivata fin dall’infanzia; l’analisi di come l’ educazione all’ empatia venga concretamente utilizzata in uno scenario relazionale estremamente complesso, il conflitto israelo-palestinese, per far sì che le parti in causa riescano a individuare l’una le ragioni dell’altra, rispettando le reciproche identità e perseguendo una mediazione tra le istanze reciproche. L’ atteggiamento empatico viene insegnato ai bambini a titolo preventivo, per mostrare loro come sia possibile convivere pacificamente con l’alterità, che si tratti di alterità culturale, religiosa o di genere.

L’ empatia nella ricerca: i contributi dalle neuroscienze

Il convegno si apre con i saluti istituzionali del professore Ernesto Caffo, docente di Psichiatria dello Sviluppo presso l’università di Modena e Reggio Emilia, del professor Simon Baron-Cohen, docente di Psicopatologia dello sviluppo presso l’università di Cambridge e del prof. Fabio Lucidi, docente di Psicometria presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma.

Il primo giorno di convegno è incentrato sugli aspetti legati alla ricerca sull’ empatia, attraverso il contributo offerto dalle neuroscienze; nel primo intervento il prof. Emile Bruneau, docente presso l’Università della Pennsylvania, propone una visione panoramica di come il costrutto di empatia è stato analizzato in ambito neuroscientifico, in modo da circoscrivere l’oggetto di studio.

Una distinzione importante da fare, che ha significative ricadute nel momento in cui dalla ricerca si passi alla parte applicativa, è quella tra la dimensione cognitiva e la dimensione emotiva dell’ empatia; per empatia cognitiva si intende il comprendere le ragioni dell’altra persona, il capire cosa le stia succedendo assumendone la prospettiva (perspective taking).

L’ empatia affettiva si identifica, invece, con il “sentire” quello che sente l’altra persona; il sentire può, a sua volta essere distinto in:

  • sentire quello che sente l’interlocutore (“feeling as”);
  • sentire in risposta a quello che sente l’altra persona (“feeling for”). Ad esempio, il mettersi in contatto con i vissuti emozionali connotati negativamente dell’interlocutore può generare un vissuto reattivo di stress, che in taluni casi può ripercuotersi negativamente sulla relazione e generare, paradossalmente, un atteggiamento non empatico o, addirittura, antiempatico, nell’altro interlocutore che si sente “sopraffatto” e non riesce a gestire adeguatamente l’immersione nel vissuto dell’altra persona.

L’ atteggiamento empatico ha, inoltre, dei limiti, nella misura in cui può essere viziato da bias cognitivi, che portano ad empatizzare in modo acritico con alcuni vissuti piuttosto che con altri, finendo col tradursi in una “empatia parrocchiale”, nel senso che l’ empatia fa da collante all’interno dei gruppi, cementando il senso di appartenenza, ma anche irrigidendo i confini tra il gruppo e il non-gruppo. Per quanto riguarda l’intervento nelle situazioni di conflitto, l’ empatia cognitiva risulta particolarmente utile nelle negoziazioni iniziali, mentre l’ empatia affettiva nelle negoziazioni successive.

I successivi interventi del prof. Ahmad Abu-Akel, docente presso l’università di Losanna, del prof. Salvatore Maria Aglioti, docente di Neuroscienze cognitive presso l’università di Roma La Sapienza, e del prof. Bhishmadev Chakrabarti, docente presso l’università di Reading, proseguono nell’illustrare e confrontare i risultati di una serie di studi sull’ empatia, realizzati in ambito neuroscientifico. Le relazioni vertono sul nesso, analizzato attraverso tecniche di neuro imagining, tra la percezione del dolore (ad esempio vedere che una persona viene punta da un ago) e l’ empatia (immaginare come ci si sentisse se ci si trovasse nella stessa situazione), e su come sia possibile mettere a punto, partendo dai risultati degli studi, degli strumenti che aiutino a intervenire nelle situazioni di conflitto.

Gli interventi a seguire della prof. ssa Theresa Betancourt, ricercatrice presso l’università  di Harvard, e del prof. James F. Leckman, docente di Psichiatria dello sviluppo presso l’università di Yale, mettono in luce ulteriori elementi  illustrando, rispettivamente, i risultati di una serie di studi condotti sui bambini soldato in Sierra Leone (in particolare riguardo l’impatto dei traumi di guerra sullo sviluppo psicologico) e i vantaggi della promozione delle abilità empatiche sin dall’infanzia, nell’ottica di favorire un adeguato sviluppo emotivo e cognitivo.

L’ empatia e le esperienze in ambito israelo-palestinese

Il secondo giorno di convegno è incentrato sulla parte applicativa e sullo story telling: vengono proposte, dai numerosi relatori, tantissime esperienze, maturate sul campo, in cui educatori che operano in zone di conflitto raccontano le attività che attuano per promuovere l’ empatia, intesa come un’abilità trasversale, che si trasmette anche attraverso l’insegnamento di altre nozioni.

Si avvicendano numerose testimonianze di educatori ed educatrici che operano in ambito israelo-palestinese e che fanno i conti quotidianamente con la concreta difficoltà di fronteggiare i conflitti, elaborando e trasmettendo modalità alternative di entrare in relazione. Un esempio, tra i tanti proposti, è un film realizzato nell’ambito di un progetto che coinvolgeva soggetti israeliani e palestinesi, “Two sided story”,di cui viene proiettato il trailer (ndr: di seguito inserito nell’articolo). Viene mostrato come dall’iniziale diffidenza ed ostilità, si arrivi a non vedere più l’altro come il diverso e il nemico, riuscendo a coglierne l’essenza di persona portatrice di una storia speculare alla propria.

GUARDA IL TRAILER DEL FILM “TWO SIDED STORY”: 

In conclusione, l’ empatia rappresenta sia un oggetto di studio che una concreta risorsa che permette di intervenire sulle dinamiche di conflitto, sia in fase di negoziazione che a titolo preventivo.

Dall’adozione in poi… – L’esperienza di un servizio che prende in carico le famiglie adottanti

La seguente trattazione mira a raccontare la nostra esperienza (nel periodo 2014-2015) relativamente a quanto succede dall’ adozione in poi. La storia di un servizio che ha ri-preso in carico le famiglie adottanti, nel loro processo genitoriale.

 

Ri-preso nel senso di un’accoglienza in uno spazio dedicato, specifico e sensibile a questa condizione.

Siamo partiti dall’attuale fotografia familiare, per poi connetterci alle radici della decisione dell’ adozione e proiettarci di fronte a noi, nel percorso evolutivo, aprendo uno spazio di ascolto e dialogo reciproco, che ci auguriamo si incrementi nel tempo.

Si tratta di famiglie a vari stadi del percorso, da situazioni di neo adozione, a situazioni ormai strutturate negli anni, ciascuna con bisogni specifici individuali e specifiche fasi evolutive, nonché adottive.

Adozione: linee guida regionali e intenti della presa in carico delle famiglie

Il progetto pensato e strutturato nel corso del tempo dagli operatori della Val di Cornia, in special modo dagli operatori che si occupano di adozione e affidamento a tutti i livelli, nasce sotto lo stimolo delle linee guida della regione Toscana, che norma la valutazione delle coppie aspiranti all’ adozione nazionale e/o internazionale, ma sottolinea anche la necessità di supportare e seguire le coppie che abbiano ricevuto l’idoneità adottiva e che effettivamente abbiano acquisito questo status genitoriale, attraverso l’arrivo di uno o più bambini.

Il proseguimento del contatto con le famiglie, successivo all’abbinamento, è necessario almeno per due ordini di motivi.

Il primo è insito nel processo stesso. Al momento della richiesta adottiva infatti, la coppia è sottoposta ad una serie di accertamenti, di natura legale, sanitaria, sociale e psicologica. Fra queste in particolare, l’indagine psico-sociale viene vissuta con eccessiva pressione, un processo invasivo, “indagatorio”. Ci si sente rimescolati, “giudicati”, messi sotto esame e questo spesso rompe il legame di fiducia con i servizi stessi.

Le coppie pensano sovente che si tratti di un procedimento che potrebbe avere altri toni e livelli, se non addirittura evitato.

E’ necessario quindi rimarginare questa incrinatura, eliminando il vissuto di giudizio e pressione, aggiungendo l’elemento supportivo e strumentale, in un’ottica di fiducia reciproca.

L’altra motivazione che spiega il senso della componente valutativa, riguarda la natura della genitorialità adottiva in sé. Le famiglie non hanno percezione degli elementi emotivi, psicologici, sociali e culturali che dovranno affrontare con i loro futuri figli. La valutazione iniziale, come il corso preparatorio ed il sostegno ad ogni tappa difficile, è fondamentale per poter affrontare le mille complessità della situazione e per evitare la dolorosa esperienza del fallimento dell’ adozione. Dolorosa e traumatica sia per genitori che per i bambini.

Non dobbiamo dimenticarci che, in caso di affido e adozione, si parla di bambini, dal neonato all’adolescente, che hanno vissuto l’esperienza fondamentale del rifiuto e dell’ abbandono della famiglia originaria. Spesso si aggiunge una realtà prenatale costituita da trascuratezza e/o abuso di sostanze, scarsa igiene, malnutrizione, sforzi fisici, tutti fattori che determinano ritardi nello sviluppo, crisi di astinenza, crisi respiratorie, malattie metaboliche, infettive, difficoltà di vario tipo (Baldini, 2009).

Sicuramente non sperimentano il contatto precoce col corpo della madre, tanto meno con quello del padre. La loro primaria esperienza è di solitudine e freddezza.

Dopo la nascita, molti di loro passano da una realtà ad un’altra, facendo l’esperienza più o meno lunga di uno o più istituti, che per quanto buoni, e non sempre è così, non potranno mai offrire lo spazio psico-emotivo di un nucleo familiare caldo.

Non di rado poi nella famiglia originaria, questi bambini subiscono maltrattamenti, violenza subita e/o assistita, abusi e soprusi di ogni genere, che minano profondamente la fiducia in sé e nelle figure di attaccamento.

Sono bambini dunque, che per quanto piccoli, arrivano già con un bagaglio lungo, pesante e costituito da assenze significative.

Le coppie adottanti o aspiranti tali, recriminano spesso la realtà genitoriale in genere, riportando situazioni in cui le famiglie naturali non sono buone famiglie, trovando ingiusta l’indagine rivolta solo a loro, come elemento discriminante. Si sentono messi in discussione a priori.

Nel corso di quest’anno trascorso insieme alle famiglie che hanno affrontato un percorso di adozione, abbiamo discusso e riflettuto molto su questo tema e credo che ancora ci sia da riflettere.

Hanno ragione queste coppie, la genitorialità è un processo difficile, difficile per tutti gli individui non solo per i genitori adottivi, che si acquisisce e si modifica nel tempo. E’ anche una gran risorsa, è il nostro futuro, perché le nuove generazioni rappresentano il futuro, il frutto dell’operato individuale ma anche dell’operato di tutto il contesto sociale. I bambini sono responsabilità e patrimonio di tutta la società.

Crediamo fortemente che come individui, ma anche come istituzioni pubbliche (sanitarie, socio-sanitarie, educative, scolastiche, ecc.) si debba investire molto più e ad un più elevato livello qualitativo sulla genitorialità. Sulla genitorialità in genere, non necessariamente su una genitorialità carente o disfunzionale.

Un progetto di promozione al benessere e di arricchimento ad ampio raggio, costituirebbe un’ottica assai più funzionale di quella riparativa o preventiva (che si focalizza comunque su un problema).

Questo è un processo necessario, ma graduale nel tempo, che probabilmente procede per scalini e sicuramente uno step fondamentale è costituito dall’impegno verso la genitorialità delle famiglie adottive.

Non necessariamente si tratta di situazioni problematiche, ma di uno spazio dedicato, disponibile ad accogliere eventuali difficoltà, ma di fondo uno spazio per affrontare con strategie ottimali, in un clima di serenità e fiducia, la situazione familiare, fase per fase, negli elementi peculiari della realtà specifica e in quelli comuni della realtà genitoriale in genere.

A casa con il bambino

La riflessione parte dalla profonda consapevolezza che il processo di adozione sia un processo in divenire, non un punto d’arrivo e non si esaurisce con l’acquisizione dell’idoneità, successiva alla valutazione dei servizi Sanitari e di Giustizia Minorile, né si esaurisce con l’abbinamento, tanto meno con l’arrivo effettivo del piccolo nella casa dei suoi nuovi genitori.

L’arrivo a casa in realtà introduce una nuova fase evolutiva. Il bambino/a o i bambini e i rispettivi genitori, devono cominciare a “riconoscersi”, come figure familiari, figure di riferimento e di attaccamento reciproco. Devono imparare a riconoscersi.

Riconoscersi è un processo successivo dell’ adozione e più articolato del conoscersi. La conoscenza può avvenire anche velocemente e può essere veicolata dal fare quotidianamente una serie di cose, dal gestire e condividere spazio, tempo, esperienze.

Il bambino viene introdotto nel proprio-spazio familiare-intimo, gli si predispone uno spazio tutto per sé, si condividono spazi comuni, oggetti, abitudini. Il proprio tempo, pensato in due, diventa un tempo che deve includere un terzo (o più).

Nell’usuale processo genitoriale, quando nasce un figlio, l’ordine precedente si sconvolge naturalmente, nonostante costituisca un processo in parte preparato e voluto. Eppure pur sempre un processo nuovo, che ci trova impreparati. Ma il piccolo è in fasce, per cui i genitori hanno modo di inserirlo in modo graduale, anche in base ai propri tempi, modi, capacità, risorse emotive.

Pensiamo ad un figlio adottivo che non è quasi mai in fasce, che ha un suo pensiero, abitudini, una sua storia, esperienze totalmente diverse, un’altra famiglia alle spalle, spesso due (quella naturale e quella dell’istituzione). Ancora più complesso quando si tratta dell’ adozione di un bambino che parla un’altra lingua, mangia un altro cibo e ha vissuto in un ambiente naturale-culturale-sociale completamente diverso (es. villaggio africano, cambogiano, paese indiano, peruviano, ecc.).

Il conoscersi spesso parte già con delle difficoltà oggettive, veicolate dai medium comunicativi che non sono gli stessi.

Rimane il linguaggio dei gesti, il corpo ed il comportamento.

Ma anche questo linguaggio, è connotato culturalmente e ancora di più, psicologicamente. Pensiamo ad un abbraccio, che potremmo valutare come strumento comunicativo universale, in realtà se abbiamo di fronte un bambino che nel contatto con i genitori ha ricevuto solo violenza fisica o non ha sperimentato in alcun modo questa sensazione (es. nel caso del progetto “mamma segreta”), il contatto affettivo, l’abbraccio può costituire una realtà sconosciuta e temuta. E’ il caso dei bambini oppositivi, che resistono all’abbraccio e al contatto, lo rifiutano talvolta in modo anche violento. Per cui, anche i primi contatti sono veri e propri campi di esplorazione sconosciuta.

Nel processo di conoscenza, i genitori adottivi devono veramente mettere in campo tutta una serie di risorse, capacità ad ogni livello, una grande capacità di tolleranza, di flessibilità e accoglienza.

Spesso le coppie, subiscono “violenza” da parte dei piccoli arrivati, capita che il loro spazio debba essere totalmente stravolto e talvolta venga anche distrutto fisicamente. I bambini adottati, nella loro disperata e disperante angoscia, spesso mettono in atto condotte violente e distruttive, aggrediscono cose e persone, feriscono psicologicamente. Mi vengono in mente due esempi: una bambina cilena che ancora in Cile con i nuovi genitori, si è buttata in terra, in mezzo alla strada urlando e sbattendo pugni e calci, oppure il ragazzino indiano che ha freddato la madre dicendo “Voi mi avete comprato”.

Questi genitori dunque, si ritrovano a conoscere e connaturare qualcuno, che sembra “non accogliere la loro accoglienza”. Spesso la loro disponibilità viene continuamente frustrata, svalutata, resa vana.

Per molte coppie è un processo iniziale veramente stressante. Per talune lo è per molti anni o per sempre (come il caso di bambini che non si adattano mai o che hanno gravi handicap).

Se pensiamo poi all’ adozione di più bambini contemporaneamente, di solito fratelli, le cose si complicano ulteriormente. Al loro interno si crea un patto fraterno, che spesso fa muro nei confronti della coppia genitoriale e impedisce ai rispettivi membri, decisioni autonome. Si sperimenta una piccola famiglia dentro la famiglia. Quando il patto fra pari viene meno poi, si innescano gelosie e meccanismi assai potenti, che mirano ad ottimizzare l’attenzione esclusiva degli adulti. L’equilibrio familiare viene costantemente minato dal suo interno.

Questa descrizione per sommi capi e generalizzata, vuole essere esemplificativa dell’estrema articolazione e complessità dello specifico processo di conoscenza, primo passo per un avvicinamento reciproco.

L’incontro effettivo con il piccolo, diverso da noi, avviene unicamente grazie alla capacità di sintonizzarsi ad un livello emotivo profondo, che permette di ri-conoscersi, di sentire la stessa cosa, nonostante una storia diversa, un linguaggio diverso, una cultura totalmente lontana. Se si è capaci di stare nello “stesso sentire”, ci si incomincia ad “appartenere”, a creare un nucleo di appartenenza.

Il riconoscimento è un processo che richiede la sovrapposizione dell’altro rispetto alle orme inconsce, createsi fin dalla nascita, rispetto a ciò che riteniamo “familiare”, una sorta di binario che ci conduce nella modalità relazionale propria. Questa sovrapposizione si crea grazie alla conoscenza che crea elementi comuni, spazi di comunicazione, di condivisione di spazio-tempo, modi di dire, ma soprattutto grazie ad un sentire comune che ci fa appartenere e riconoscere con fiducia, senza vivere l’altro pericoloso o estraneo.

Sia la conoscenza che il riconoscimento sono processi che possono avvenire in tempi relativamente brevi, in tempi lunghi, talvolta in tempi che non si esauriscono mai. Alcuni genitori continuano a dire che non sanno cosa i propri figli hanno vissuto, nel loro paese d’origine. Questa non conoscenza, è come una mancata appartenenza di un pezzo della loro vita. Manca una parte che spesso spiega e rende ragione di quanto loro sono e di quanto potrebbero essere. C’è un vuoto, non facile da significare.

Il processo di riconoscimento ha un suo tempo ed una logica in tutte le relazioni genitori-figli, quelle adottive presentano elementi aggiuntivi e articolati che rendo il tutto più difficile e penoso, in gran parte dei casi.

La qualità dell’attaccamento primario di questi bambini, spesso è caratterizzato da assenza, violenza, maltrattamento, ne consegue una risposta relazionale costituita da evitamento, insicurezza, angoscia, elementi assai complessi e distruttivi, che complicano l’avvicinamento da parte dell’adulto che li accoglie.

Per raggiungere una buona relazione, il bambino deve modificare e correggere il suo binario inconscio che conduce agli altri ed il genitore deve trovare la chiave d’accesso per questa possibilità.

Probabilmente non è possibile modificare quel binario primario, ma una buona relazione, può creare binari paralleli e alternativi.

Il progetto nella sua attuazione

La traduzione del progetto e delle linee guida regionali all’interno del nostro servizio, si è articolato in un iniziale censimento delle cartelle, relative alle coppie in varie fasi, da quelle in attesa di abbinamento adottivo a quelle che hanno adottato da anni.

Le coppie sono state suddivise poi in gruppi, secondo un criterio soggettivo di significanza. Si è creato un primo gruppo di genitori con figli da 0 a 11 anni circa, un gruppo di genitori con figli adolescenti ed un gruppo di genitori che hanno già ottenuto l’idoneità e sono in attesa di abbinamento.

Ciascuna coppia è stata invitata ad un colloquio congiunto con una psicologa e un’assistente sociale, di 90 minuti circa.

La coppia psicologa-assistente sociale era diversa da quella del processo valutativo iniziale. Scelta che si è rivelata importante nella fase iniziale.

Sono poi seguiti gli incontri di gruppo mensile, di confronto sulla genitorialità. Si sono creati due gruppi di 10 coppie ciascuno, di genitori con figli preadolescenti, un gruppo di genitori con figli adolescenti. Successivamente è nata l’esigenza di un gruppo di ragazzi adolescenti e un gruppo di bambini in età scolare (6-10 anni).

I colloqui singoli avevano lo scopo di conoscere le coppie rispetto alla realtà attuale. Si è scelto volutamente di arrivare al colloquio senza aver letto le storie e le relazioni valutative iniziali, lasciando tutto lo spazio di accoglienza e di conoscenza reciproca.

E’ stato un incontro di conoscenza che ha fornito le basi per il processo di ri-conoscimento successivo. Uno spazio con l’obiettivo di ricreare fiducia e riappacificazione con i servizi. Da una parte infatti, le coppie hanno vissuto il processo valutativo come spazio di giudizio ingiustificato, dall’altro si sono poi sentiti abbandonati nelle fasi successive, durante la costruzione della genitorialità.

A tal proposito è importante tener presente che gli operatori che hanno compiuto la valutazione, hanno sempre offerto la loro disponibilità in qualunque fase del processo successivo. Di fatto, quasi mai i genitori hanno accolto tale disponibilità. Quindi, nonostante l’offerta dei servizi, il processo valutativo ha forse innescano processi interni di inadeguatezza e genitorialità mancata, creando una frattura ed una condizione di solitudine da parte delle famiglie.

Questo ambito dedicato, ha assunto la funzione di ricucire lo strappo e di creare uno spazio continuativo di comprensione e di condivisione dell’intero percorso, che va dalla domanda adottiva all’arrivo del bambino, per tutte le fasi successive.

Le tematiche affrontate, sia nel colloquio individuale che nel contesto di gruppo, hanno riguardato aspetti comuni a tutti i genitori e aspetti specifici della condizione adottiva.

Fra queste: il conflitto fra sentirsi genitori comuni-speciali, con tutto quello che comporta essere speciali, la difficile gestione del proprio ruolo rispetto ai genitori naturali e alla storia pregressa del proprio figlio, la difficile gestione di crisi emotive e i comportamenti provocatorie dei figli, le angosce abbandoniche, la compartecipazione con la famiglia allargata (nonni, zii, ecc.), la relazione con l’eventuale presenza di figli naturali, le tematiche relative all’integrazione razziale, l’inserimento scolastico con le difficoltà linguistiche, ecc.

Il percorso di gruppo, rappresentato da uno spazio di due ore, con cadenza mensile, ha costituito prima di tutto il contenitore dove si è creato il “nucleo familiare allargato”, culla per questo nuovo rapporto istituzionale-genitoriale, in senso normativo e affettivo. Il gruppo ha assunto il ruolo di contesto di accoglienza, condivisione e discussione rispetto alla qualità relazionale ma anche alle tematiche su citate, in presenza e condivisione con altri genitori in situazioni analoghe e degli esperti che hanno creato la struttura contenitivo-protettivo, in termini concreti, psicologici, sociali ed emotivi.

Questo percorso si è avvalso, sia della condivisione attraverso il dialogo, sia della condivisione attraverso l’elaborazione grafico-simbolica. Si sono cioè approntati dei lavori mutuati dalla teoria e tecnica gestaltica, nonché da quelli dell’arte terapia, atti a far emergere una capacità creativa-elaborativa di tematiche inconsce. Strumenti utilizzati nel gruppo intero o in sotto gruppi.

I prodotti emersi, hanno avuto un duplice effetto. Da una parte quello di rafforzare e approfondire la conoscenza degli altri genitori, attraverso un clima giocoso. Dall’altra di svelare la propria capacità “generativa”. Ciascun membro in relazione agli altri, attraverso tecniche giocose, che impiegano strumenti non verbali, ha stupito se stesso e gli altri, nei prodotti emersi e nella loro significanza.

L’ adozione è un processo di abbondanza, è un dono reciproco, per il bambino accolto e per il genitore che ha modo di recuperare la propria ferita sulla capacità generativa. E lo strumento simbolico, unito alla verbalizzazione, ha un grande valore riparativo (Basile G., 2006).

I bambini e i ragazzi stessi, all’interno del gruppo di pari, possono trovare e ritrovare un senso e un’origine comune alla propria storia. Il senso di condivisione e di appartenenza può essere anche in questo caso, mediato sapientemente con tecniche strumentali manipolative, come la creta, il colore e la carta di vario genere e formato. Mezzi trasformativi-trasformati in clima ludico, che nella nostra esperienza hanno assunto ruolo di espressione, proiezione e recupero di tematiche individuali, nonché recupero di esperienze perse.

Ci auguriamo che questo percorso parallelo di genitorialità e filiazione possa proseguire costruttivamente trasformandosi in base alle necessità, creando nuove possibilità di riconoscimento ed incontro.

Nel nostro immaginario, andando oltre con i possibili sviluppi, i gruppi potrebbero per esempio allargarsi alle generazioni precedenti, ai nonni, anch’essi coinvolti direttamente nel percorso adottivo e indirettamente come modelli pregressi di genitorialità.

Spesso, l’ adozione costituisce un atto non condiviso o uno spazio dove si rinnovano i precedenti conflitti genitori-figli ed il passaggio alla funzione successiva, ovvero essere genitori di genitori che adottano un bambino non è semplice e lineare. Se per i genitori, approcciarsi ad un bambino diverso (per storia, razza, cultura, lingua) può essere difficile, per i nonni può esserlo ancora di più, innescando talvolta reazioni anche di opposizione e rifiuto.

E forse, riflettendo sul meta-processo, tornando indietro da dove siamo partiti, da noi come servizio che abbiamo offerto uno spazio dedicato, arriviamo alle famiglie adottive come nuclei socio-affettivi che offrono uno spazio-tempo-amore dedicato a sé e ai propri figli, di cui sono genitori a tutti gli effetti.

Dopo quanto detto e sperimentato, concludiamo rinnovando l’importanza di un processo di accompagnamento, che come la genitorialità, non può esaurirsi nel tempo e nello spazio limitato di un inizio, ma deve proseguire costruttivamente ed evolutivamente, allargandosi in tutte le dimensioni (famiglia allargata, scuola, socialità, attività sportive, ecc.).

L’altruismo costa caro: gli individui pro-sociali, dinnanzi a un’iniquità, attivano pattern cerebrali simil-depressivi

Il nuovo studio di Tanaka e colleghi, pubblicato su Nature Human Behavior, ha messo in luce che un pattern di risposta neurale nell’amigdala e nell’ippocampo, in seguito a una situazione di iniquità verificatasi durante un processo di decision-making economico, può predire indici depressivi sia presenti che futuri.

 

In particolare esso mostra che l’attivazione dell’amigdala, evocata dall’iniquità, produce nei soggetti pro-sociali ovvero soggetti più disposti al sacrificio per gli altri, una risposta emotiva negativa simile alla depressione.

Nonostante l’aumento dell’ iniquità economica nella società, la nostra spinta ad aiutare e a condividere con chi è meno fortunato di noi varia notevolmente tra gli individui.

Alcuni che potremmo definire “individualisti” tendono infatti a prendere decisioni e a mettere in atto comportamenti egoistici che mirano solo a massimizzare i guadagni per se stessi mentre ci sono altri, maggiormente pro-sociali, che al contrario sono disposti al sacrificio e si mostrano volenterosi nei confronti degli altri con il fine di promuovere l’equità sociale.

In particolare quest’ultimi mostrano un’ineguagliabile capacità di spendere tempo ed energie per altri anche a costo di se stessi.

Tuttavia questa profonda preoccupazione empatica per chi è in svantaggio, manifestata dagli individui pro-sociali, è stata osservata allo stesso modo nelle manifestazioni depressive ma clinicamente non rilevanti.

Come si potrebbe spiegare questo relazione tra manifestazioni simil-depressive e la preoccupazione per l’eguaglianza sociale tra gli individui?

Recentemente Tanaka e colleghi (2017) hanno approfondito tale argomento focalizzandosi in particolare sui meccanismi neurali che sottendono l’ iniquità sociale e la sua relazione con gli indici depressivi, misurati tramite il Beck Depression Inventory (Beck, 1996), in una popolazione non patologica (Tanaka et al., 2017), composta da 343 soggetti dividi in due gruppi “pro-sociali” e “individualisti”.

Lo studio ha misurato: gli indici depressivi al momento dell’esperimento e un anno dopo; la sensibilità all’ iniquità tramite l’Ultimatum game (Güth et al, 1987) mentre i soggetti erano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI); infine il loro orientamento sociale con un compito comportamentale (Tanaka et al., 2017).

Nell’Ultimatum Game, i “proposers” fanno una serie di offerte riguardo a come ripartire una somma di denaro (es. 500 €) a dei “responders” che a questo punto possono decidere se accettare o rifiutare ogni offerta fatta loro.

Se i “responder” accettano l’offerta, il denaro viene distribuito come quanto stabilito dai “proposers”, in caso di rifiuto invece nessuno dei giocatori riceve il denaro.

Le proposte fatte dai “proposers”: possono essere eque (ognuno riceve metà della somma 250/250 €), b) inique ma svantaggiose per loro (i “responders” ricevono più dei “proposers”) e c) inique ma vantaggiose per loro (“proposers” ricevono di più dei “responders”).

Il tutto è avvenuto mentre i soggetti erano nello scanner e i soggetti via via erano sia “proposers” che “responders”

In questo studio i soggetti che tendevano a minimizzare la differenza nella ricompensa e a promuovere l’equità sono stati definiti “pro-sociali” in quanto hanno esibito un maggior rifiuto di offerte inique rispetto ad altri soggetti detti “individualisti”, che al contrario si sono mostrati maggiormente egoisti e che, nonostante l’ iniquità, accettavano comunque l’offerta.

Un’interessante questione è stata se l’ iniquità nell’offerta, cioè se una grossa differenza nella ripartizione della ricompensa tra se stessi e l’altro, potesse essere rappresentata diversamente a livello dei circuiti cerebrali come una funzione dell’orientamento dei valori sociali dei soggetti (iniquità vs equità economica).

Gli autori, impiegando metodi basati su pattern di analisi multivoxel (MVPA), sono riusciti a identificare differenze tra le diverse condizioni sperimentali in termini di pattern di attività neurale in specifiche regioni cerebrali.

In particolare lo studio, per le tre condizioni, ha identificato il coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, due strutture mediali dei lobi temporali, che sono risultate cruciali anche per i disturbi dell’umore, tra cui la depressione, e per lo stress.

Dallo studio di Tanaka e colleghi (2017) è emerso che le risposte neurali nell’amigdala e nell’ippocampo evocate dall’ iniquità durante il decision-making economico, nella prima condizione (svantaggio per il sé), di fatto prediceva indici depressivi, che venivano misurati dai punteggi nel BDI, attuali e futuri negli individui sia pro-sociali che individualisti.

Nella seconda condizione (vantaggio per il sé) invece, le risposte neurali dell’amigdala e dell’ippocampo sembravano predire indici depressivi soltanto nei soggetti pro-sociali ma non negli individualisti.

Per quanto detto finora, sembrerebbe che nell’essere pro-sociali ci siano dei costi: infatti nella quando ci offrono e accettiamo una ricompensa svantaggiosa in cui è presente una perdita economica, rispondiamo con un umore negativo simile alla depressione sia che siamo di orientamento pro-sociale che individualista.

Se invece tendiamo ad avere un orientamento pro-sociale e accettiamo una condizione iniqua ma di maggior vantaggio per noi, rimaniamo comunque più colpiti rispetto a soggetti individualisti nell’accettare un guadagno maggiore e ci sentiamo in colpa.

Questo studio risulta interessante non solo per aver dimostrato che nell’essere pro-sociali ci sono dei costi in termini di umore negativo ma soprattutto per aver evidenziato come questa sensibilità all’ iniquità economica coinvolga di fatto due strutture cerebrali cruciali per la depressione, dimostrando così una relazione tra pattern neurali-umore-decision making.

Gli autori hanno ipotizzato infatti che questa relazione tra la sensibilità all’ iniquità durante la presa di decisione in campo economico, evocata dalla risposta neurale nell’amigdala e nell’ippocampo e gli indici depressivi sia in parte dovuta anche al coinvolgimento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che sovrintende alla secrezione dell’ormone dello stress, il cortisolo, precursore degli episodi depressivi (Tanaka et al., 2017).

Altri studi inoltre hanno sottolineato come questa relazione tra pattern neurali, umore e decision-making sia confermata anche da misurazioni fisiologiche delle emozioni: in particolare uno studio di Moretti e Di Pellegrino (2010) ha dimostrato come rifiutare un’offerta iniqua nell’Ultimatum game fosse associato ad un aumento non solo della conduttanza cutanea ma anche della percezione soggettiva di un’emozione negativa, il disgusto.

Tuttavia lo studio non chiarisce fino a che punto l’ iniquità percepita induca un’attività neurale correlata con un’attivazione negativa, né se queste temporanee emozioni negative possano aiutare a comprendere la relazione tra pattern neurali e umore e né se la depressione possa essere predetta da risposte neurali che evocano simili percezioni di iniquità (rifiuto da parte di un amore, dilemmi morali che coinvolgono colpa o conflitto morale).

Le Smart drugs – Introduzione alla psicologia

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Smart drugs: che cosa sono

Le smart drugs sono sostanze psicoattive perfettamente legali e capaci di incrementare le capacità di apprendimento e di memoria. Con il termine smart drugs, però, ci si riferisce a una serie di prodotti, tra cui medicinali veri e propri, estratti vegetali e integratori alimentari prodotti principalmente in maniera artigianale.

Il nome scientifico è nootropi, derivante dal latino ed è composto da nous, cioè intelletto, e tropein, ovvero cambiare, e significa sostanze intelligenti. Il loro scopo è aumentare, o alterare, le capacità cognitive di chi li assume, potenziando il rilascio di agenti neurochimici. Tale miglioramento si manifesta implementando l’apporto di ossigeno al cervello e stimolando la crescita delle cellule nervose. Quindi, le smart drugs, o droghe furbe, sono quei composti, sia di origine naturale sia sintetica, contenenti principi attivi con presunte o accertate proprietà psicoattive.

Storia delle smart drugs

Le smart drugs derivano dalla medicina alternativa/etnica, che consiglia l’uso di sostanze vegetali ricavate da erbe e piante già al centro di riti tradizionali e usanze celebrative, come adiuvanti di alcuni funzioni cognitive. I popoli primitivi conoscevano bene i pericoli di queste sostanze e non a caso le consideravano sacre, termine che deriva dal latino dove sacer significa ciò da cui si deve stare lontano.

Negli anni ‘90 il termine Smart Drugs si diffuse negli Stati Uniti per definire alcuni farmaci usati in medicina per attivare alcune funzioni cognitive deterioratesi durante la senescenza.

Nel 1991, fu pubblicato il libro “Smart Drugs and Nutrients”, da parte di Ward Dean, un gerontologo americano, e dal giornalista John Morgenthaler in cui si descrivevano una serie di sostanze nootropiche, in grado di risvegliare ricordi dimenticati, di aumentare il quoziente di intelligenza e la potenza sessuale, come ad esempio il piracetam o la lecitina. Ad oggi, negli Stati Uniti le Smart Drugs rappresentano una serie di sostanze farmacologicamente attive, che comprendono anche gli steroidi, in grado di agire sulla performance generale dell’individuo.

A fine anni ´90 in Europa arriva la moda studentesca dell’uso di sostanze naturali o sintetiche vendibili legalmente con presunte indicazioni di efficacia sulla concentrazione e sulla memoria o con proprietà psicoattive. Attualmente, non esiste una terminologia univoca sul termine Smart Drugs, si parla, dunque, di droghe vegetali, etniche, etnobotaniche, naturali, biodroghe, etc.

Inoltre, per alcuni il termine Smart Drugs indica una serie di bevande energetiche o pastiglie stimolanti, simulanti l’effetto dell’ecstasy, che assicurano risultati eccitanti pur rimanendo nella legalità, come la caffeina, il ginseng, etc.

Smart shop

Gli Smart Shop sono negozi presenti in diverse nazioni europee, da una quindicina d’anni, specializzati nella vendita di particolari prodotti erboristici diversi per origine o formulazione. Gli Smart Shop, in Italia sono circa un centinaio, vendono non solo Smart Drugs di origine naturale e sintetica, ma anche prodotti destinati alla coltivazione di piante (soprattutto funghi e canapa) e prodotti accessori destinati ad ottimizzare l’effetto derivato dall’assunzione di sostanze fumabili (cartine, filtri, pipe, bong, vaporizzatori).

Inoltre, un vasto mercato è sancito dalla vendita online, dove è possibile acquistare smart drugs di ogni tipo.

Classificazione delle smart drugs

Le smart drugs si classificano rispetto alle modalità di consumo o per classi chimico-fisiche. Tra i prodotti in commercio si trovano pillole, gocce, bevande, oppure decotti ed infusi da preparare, oltre che misture concentrate, i cui effetti possono essere diversi a seconda del prodotto ingerito. In generale, si possono distinguere i prodotti caffeinici, efedrinici, afrodisiaci e eco-drug.

1.     Prodotti caffeinici

La caffeina è un alcaloide naturale presente nelle piante di caffè, cacao, tè, cola, guaranà e mate, che svolge un’azione stimolante sul sistema nervoso centrale. Sul mercato sono numerose le bevande che contengono caffeina e taurina (Energy drink), il cui consumo talvolta è associato anche all’alcol. La caffeina è una delle sostanze psicoattive più diffuse e l’uso prolungato comporta tolleranza e dipendenza e assuefazione.

2.     Prodotti efedrinici

L’efedrina è un alcaloide naturale presente nelle piante dell’Ephedra, con una struttura chimica molto simile a quella delle metamfetamine. Viene utilizzata in numerosi integratori alimentari commercializzati per perdere peso o migliorare le prestazioni atletiche, oppure associata ad altri prodotti contenenti caffeina per ottenere preparati dagli effetti eccitanti. L’efedrina agisce sul sistema nervoso simpatico provocando eccitazione e provoca stati di ansia e confusione, irrequietezza, insonnia e, in casi estremi, stati psicotici, attacchi cardiaci e ictus. La Food and Drug Administration (FDA), sulla base dei dati scientifici relativi alla farmacologia dell’efedrina e agli effetti avversi riportati a seguito dell’assunzione di integratori dietetici a base di questa sostanza, ha deciso di proibire la commercializzazione di tutti i prodotti che contengono derivati dell’efedrina.

3.     Afrodisiaci

Esistono erbe e estratti vegetali con effetti psicoattivi cui sono attribuite proprietà afrodisiache, come nel caso della Damiana (Turnera aphrodisiaca Urban), una pianta originaria dell’America centrale e dell’Africa. Gli estratti della pianta sono utilizzati per la preparazione di composti naturali e afrodisiaci. Altre sostanze vegetali psicoattive cui sono attribuite proprietà afrodisiache sono l’Acanthea virilis, il Lepidium mejenii e la Corynenthe yohimbee.

4.     Eco-drug

Gli eco-drug sono sostanze psicoattive di origine naturale (vegetale), non sintetizzate in laboratorio. L’uso di questi prodotti fa riferimento all’antropologia e alla medicina tradizionale, riabilitando e riproponendo sostanze vegetali ricavate da erbe e piante al centro di riti e cerimonie di culture passate. Tuttavia l’utilizzo abituale di questi prodotti espone i consumatori a conseguenze psicofisiche. A esempio alla Salvia Divinorum, potente allucinogeno naturale la cui assunzione può provocare allucinazioni, distorsioni delle percezioni sensoriali, di spazio e tempo, perdita di contatto con la realtà, depressione e fenomeni di dissociazione, è stata inserita, recentemente, nelle tabelle delle sostanze stupefacenti e psicotrope di cui al DPR 309/90.

 

Inoltre, si possono suddividere anche in base agli effetti psicofisici che producono e in base ai componenti organici che stimolano e attivano. Quindi, si individuano le seguenti categorie:

  • I nootropi colinergici sono composti chimici che esercitano sull’organismo effetti simili a quelli esercitati dall’acetilcolina; in base al loro meccanismo d’azione si distinguono colinergici ad azione diretta, interagenti con i recettori di acetilcolina, e colinergici ad azione indiretta; più noti come anticolinesterasici, questi colinergici agiscono impedendo la distruzione dell’acetilcolina tramite il blocco delle colinesterasi. Fra i colinergici più noti ricordiamo l’acetil-L-carnitina, la colina, il piracetam e il pramiracetam.
  • I nootropi dopaminergici sono sostanze che mimano l’azione della dopamina. Fra le sostanze nootrope appartenenti a questa categoria ricordiamo l’L-dopa, la fenilalanina e la tirosina.
  • I nootropi serotoninergici sono sostanze che mimano gli effetti del neurotrasmettitore serotonina. Per questo, molte di esse sono utilizzate nel trattamento della depressione; fra i nootropi più noti ricordiamo triptofano, 5-HTP e griffonia.

Le smart drug ad azione antidepressiva, ansiolitica, adattogena e stabilizzatrice dell’umore sono moltissime. Tra i nootropi più noti di questa categoria si ricordano il litio, la carbamazepina, il valproato di sodio e il gabapentin. Infine, fra le smart drug stimolanti, attivanti e toniche si ricordano la caffeina, la nicergolina, la nicotina, la cocaina e le anfetamine.

Gli effetti delle smart drugs

Gli effetti delle smart drug collaterali più frequenti sono: nausea, vomito, ansia, palpitazioni e in alcuni casi anche crisi epilettiche, episodi psicotici, sintomi da astinenza. Nonostante le informazioni in merito agli effetti farmacologici (tossicità, farmacocinetica, farmacodinamica) e alle conseguenze psicofisiche delle smart drug siano limitate, è ormai appurata la loro capacità di indurre dipendenza.

Nel dettaglio alcuni effetti specifici:

–       Cannabis sintetica (per esempio la “Spice”): panico e ansia, paranoia, difficoltà respiratorie, sudorazione, dolore toracico, allucinazioni, agitazione;

–       Catinoni sintetici (come il Metilone e i Sali da bagno/Ivory Wave/Mefedrone/MCAT): agitazione e psicosi, tachicardia, ipertensione, convulsioni. Ma anche danni al sistema nervoso centrale, alle vie respiratorie superiori e bronchiali, al sistema cardiovascolare e morte;

–       Fenetilamine (come PMMA, 2C Series, D-Series): allucinazioni gravi e ischemie, convulsioni e insufficienza epatica e renale, ipertermia e morte;

–       Fenciclidina (PCP): problemi neurologici, alterazioni della coscienza, disturbi psichiatrici e comportamenti violenti;

–       Piperazine (per esempio BZP, TFMPP, MBZP): convulsioni tossiche, acidosi respiratoria ipertermia rabdomiolisi. insufficienza renale, convulsioni e morte;

–       Khat: deficit dell’attenzione, euforia, aumento della temperatura, anoressia, tachicardia e aumento della pressione;

–       Ketamina: tachicardia, dolore addominale, vertigine; e poi danni alla vescica; ipertensione; edema polmonare; compromette lo stato di coscienza e del ricordo;

–       Salvia Divinorum: stati di psicosi duraturi;

–       Triptamine: irrequietezza, agitazione e dolori gastro-intestinali, tensione muscolare.

 

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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