expand_lessAPRI WIDGET

Anoressia nervosa, abuso sessuale nell’infanzia ed esiti della terapia cognitivo comportamentale intensiva 

Il ruolo dell’ abuso sessuale nello sviluppo dei disturbi dell’alimentazione è stato ampiamente studiato, portando spesso a risultati contrastanti. Per fare maggior chiarezza un’ équipe di professionisti ha deciso di valutare gli esiti a breve e lungo termine dei pazienti con anoressia nervosa (con e senza una storia riportata di abuso sessuale nell’infanzia), sottoposti a terapia cognitivo comportamentale migliorata (CBT-E).

 

Il ruolo dell’ abuso sessuale nello sviluppo dei disturbi dell’alimentazione

Il ruolo dell’ abuso sessuale come fattore di rischio nello sviluppo dei disturbi dell’alimentazione è stato ampiamente studiato negli anni, portando spesso a risultati contrastanti. Alcuni studi hanno mostrato come l’ abuso sessuale sia associato ad una più grave psicopatologia nei disturbi dell’alimentazione, altri invece hanno mostrato un legame tra la presenza di una storia di abuso sessuale e un aumento nella gravità di sintomi di ansia, di depressione e sintomi ossessivo-compulsivi. Di recente sono state pubblicate delle revisioni sistematiche che hanno suggerito che l’ abuso sessuale non sia tanto un fattore di rischio specifico per i disturbi dell’alimentazione, quanto un fattore di rischio potenziale per l’insorgere di malattie psichiatriche in generale.

Un’altra questione non ancora chiara, è quale sia il rapporto tra la presenza di una storia di abuso sessuale precedente all’esordio del disturbo dell’alimentazione e l’esito del trattamento. Infatti, negli studi condotti fino ad ora, sono stati applicati differenti approcci e trattamenti e considerate diverse variabili di esito. Tutto ciò ha portato a risultati contrastanti ed ha impedito di trarre conclusioni solide. Inoltre, resta da chiarire se sia necessario affrontare specificatamente l’ abuso sessuale durante il trattamento del disturbo dell’alimentazione oppure no. Infatti, mentre in alcuni studi era stato dimostrato come una pregressa storia di abuso sessuale avesse influenzato l’esito del trattamento in pazienti con diagnosi di disturbo dell’alimentazione, in altri non è stata trovata alcuna associazione tra queste due variabili.

Anoressia nervosa e storie di abuso sessuale: gli effetti della CBT-E

Per cercare di dare maggior chiarezza su questi aspetti, un gruppo di clinici e ricercatori italiani dell’Unità di Riabilitazione Nutrizionale di Villa Garda ha deciso di valutare gli esiti a breve e lungo termine dei pazienti con anoressia nervosa con e senza una storia riportata di abuso sessuale nell’infanzia. Entrambi i gruppi di pazienti sono stati trattati con la versione ospedaliera della terapia cognitivo comportamentale migliorata (CBT-E), un trattamento che si concentra sui meccanismi che mantengono la psicopatologia specifica del disturbo dell’alimentazione, ma che non si dedica ad affrontare direttamente l’ abuso sessuale.

La terapia prevedeva un periodo di 13 settimane di ricovero seguito da 7 settimane di day-hospital. Per tutti i pazienti sono stati registrati l’indice di massa corporea (BMI) e i punteggi ricavati dall’intervista Eating Disorder Examination (EDE), dal Brief Symptom Inventory (BSI) e dal Work and Social Adjustment Scale (WSAS) prima e dopo il trattamento e nei follow-up a 6 e 12 mesi dalla fine del ricovero.

Sono stati reclutati in totale 81 pazienti: 20 (24,7%) hanno riportato di aver subìto abusi sessuali nell’infanzia prima dell’insorgenza dell’ anoressia nervosa, mentre 61 (75,3%) non hanno riportato alcuna storia di abuso. Per valutare la storia di abuso sessuale che era avvenuto prima dell’insorgere del disturbo alimentare è stata utilizzata un’intervista sviluppata da Welch e Fairburn (1994). Per “abuso sessuale” è stato considerato qualsiasi tipo di esperienza sessuale non consensuale, che implicasse o un contatto fisico diretto, o l’aver subìto un’esposizione indecente, o l’essere stato toccato/stato costretto a toccare l’altra persona in qualsiasi modo sessuale. Quando i pazienti riferivano di aver vissuto almeno una di queste esperienze prima dell’inizio del loro disturbo dell’alimentazione e prima dell’età di 18 anni, si riteneva che avessero sperimentato un abuso sessuale nell’infanzia.

In questo studio sono stati confermati i buoni esiti del trattamento ospedaliero già dimostrati in studi precedenti. Inoltre, dai risultati non sono emerse differenze tra i due gruppi in termini di incremento dell’indice di massa corporea, della psicopatologia specifica dei disturbi dell’alimentazione (EDE), di quella generale (BSI) e della funzionalità lavorativa e sociale (WSAS), dimostrando che non c’è alcuna associazione significativa tra una storia pregressa di abuso sessuale e l’esito del trattamento.

Tali risultati hanno importanti implicazioni cliniche: in primo luogo, si è visto che i pazienti con diagnosi di anoressia nervosa con una storia riportata di abuso sessuale traggono beneficio dal trattamento specifico per il disturbo dell’alimentazione. Inoltre, il fatto di aver subìto un abuso sessuale nell’infanzia sembra non interferire con la CBT-E ospedaliera. Queste conclusioni confermano da un lato l’importanza di riconoscere la presenza di una storia di abuso e delle sue conseguenze, dall’altro dimostrano anche che non è necessario affrontare direttamente questo aspetto durante il trattamento per il disturbo alimentare. Dati tali risultati, sarebbe interessante in futuro valutare l’impatto di altri tipi di abuso sui trattamenti validati per i disturbi dell’alimentazione e prendere in considerazione anche pazienti con altre diagnosi di disturbi alimentari.

Come le temperature estreme influiscono sugli arbitri e sui giocatori di calcio durante le partite

Negli ultimi tempi la ricerca ha fatto molti progressi nell’ambito dello studio dell’ adattamento psicofisiologico dell’organismo umano alle condizioni ambientali più estreme. L’attività fisica, svolta all’aperto, deve adattarsi alle varie temperature e l’ adattamento psicofisiologico non deve inficiare la capacità di decidere.

 

Negli ultimi tempi la ricerca ha fatto molti progressi nell’ambito dello studio dell’ adattamento psicofisiologico dell’organismo umano alle condizioni ambientali più estreme. L’attività fisica, svolta all’aperto, deve adattarsi alle varie temperature e questo adattamento non deve inficiare la capacità di decidere. Questo è particolarmente importante nel gioco del calcio, nel quale i giocatori sono chiamati a disputare partite e i direttori di gara ad arbitrarle, che si svolgono con temperature estreme. Queste condizioni climatiche incidono negativamente sulle performance fisiche e cognitive degli atleti e degli arbitri. Il decremeto è probabilmente imputabile al fatto che avvengono dei processi fisiologici di adattamento corporeo che hanno delle ripercussioni negative sulle prestazioni, inclusa la capacità decisionale.

Keywords: temperature estreme, adattamento, giocatori, arbitri, performance cognitive

 

Temperature estreme e adattamento psicofisiologico

Negli ultimi tempi la ricerca ha fatto molti progressi nell’ambito dello studio dell’ adattamento psicofisiologico dell’organismo umano alle condizioni ambientali più estreme. L’attività fisica, svolta all’aperto, deve adattarsi alle varie temperature e l’ adattamento psicofisiologico non deve inficiare la capacità di decidere (Gaoua e al., 2017), come avviene, per esempio, nei soggetti che lavorano nell’edilizia, nella polizia, nel corpo dei vigili del fuoco, nell’esercito, nell’emergenza medica e nello sport agonistico. Tali professionalità sono spesso costrette ad esercitare i loro compiti in condizioni ambientali estreme e dalla loro capacità di adattamento psicofisiologico dipende il prendere la decisione giusta, che si rivela come la più proficua in quel momento (Gaoua e al., 2017).

L’attività fisica svolta in condizioni estreme determina una condizione di stress sia fisiologico che psicologico (Racinais e al., 2016).

Infatti, l’esposizione alle temperature estreme ha un notevole impatto sia sulle performance fisiche che su quelle cognitive (Racinais e al., 2008). Per esempio, le temperature molto basse diminuiscono la memoria e l’attenzione sostenuta (Gaoua e al., 2011). Inoltre, le variazioni estreme della temperatura corporea inficiano le performance cognitive più complesse (Gaoua e al., 2012). In aggiunta, le alte temperature incrementano l’impulsività e, quindi, ipotecano negativamente la capacità di decidere razionalmente (Gaoua e al., 2011).

Influenza delle temperature estreme sui giocatori e gli arbitri di calcio

Da questo punto di vista, i giocatori di calcio sono stati quelli finora più analizzati. A livello europeo, le squadre di calcio sono impegnate in competizioni che sono disputate con temperature che hanno un range molto vasto. Si va da una media di -5° dei campi di calcio della Norvegia ad oltre 30° di quelli della Spagna (Taylor e al., 2014).

Inoltre, per facilitare la partecipazione di tutte le squadre, i tornei internazionali di calcio, come ad esempio la coppa del mondo, sono disputati nei mesi estivi, durante i quali le temperature subiscono un notevole incremento e, soprattutto, aumenta il tasso di umidità. In questi match, disputati in condizioni climatiche particolari, i giocatori modificano le loro performance sportive con la finalità di mantenere comunque alto il gioco e di risentirne il meno possibile a livello fisico (Racinais e al., 2012). Anche in condizioni ambientali estreme è richiesta al calciatore una lucidità mentale che gli possa consentire di seguire le varie azioni di gioco e, soprattutto, di prendere le giuste decisioni dal punto di vista tattico (Catteral e al., 1993).

Lo stesso discorso vale per gli arbitri del gioco del calcio: infatti, essi, come i giocatori, devono correre nei diversi settori del campo e seguire attentamente le varie azioni di gioco per scoprire le eventuali infrazioni (Weston e al., 2011).

Come il giocatore, l’arbitro copre, durante i novanta minuti della partita, una distanza che va dai 7,5 agli 11,5 Km (Costa e al., 2013). Inoltre, gli arbitri che dirigono le partite di calcio di alto livello (tornei nazionali della massima divisione, tornei continentali e mondiali) trascorrono il 42% del tempo del match a correre con un’elevata intensità, che va dai 18 ai 24 Km orari (Castagna e al., 2007).

In aggiunta a questo intenso lavoro fisico, all’arbitro è richiesta un’elevata capacità cognitiva che si estrinseca nel prendere le decisioni durante la partita. Secondo Helsen e Bultynch (2004) ogni arbitro decide con una media di 137 decisioni per partita, ovvero decide fino 3-4 volte per ogni minuto di gioco. Queste decisioni il più delle volte si rivelano corrette, ma possono anche essere sbagliate.

Una ricerca di Van Meerbeck e al. (1987) rivela che la percentuale di errori decisionali può andare dall’11 al 35% delle decisioni prese. Gli errori fatti dall’arbitro, secondo la ricerca menzionata, sono egualmente distribuiti nel corso della partita, per cui si può ipotizzare che siano indipendenti dalla fatica fisica provata dal direttore di gara, ma imputabili presumibilmente ad altri fattori. Le decisioni che l’arbitro deve prendere sono prevalentemente influenzate dall’accuratezza delle informazioni che egli è in grado di ricevere nel corso della gara. L’esperienza incrementa la percentuale di informazioni esatte che egli è in grado di trarre dalle azioni di gioco (de Oliveira e al., 2014).

Frequentemente la stanchezza fisica provata e le pressioni psicologiche ricevute possono indurre l’arbitro a non raggiungere tempestivamente il luogo del campo dove si svolge un azione di gioco e questo può determinare una maggiore vulnerabilità dal punto di vista decisionale (de Oliveira e al., 2014).

Secondo una ricerca di Pilcher e al. (2002), la percentuale di decisioni errate prese dall’arbitro aumenta quando la partita viene disputata in condizioni climatiche di freddo (5°) rispetto a quando è disputata in un clima temperato (22,5°).

In ultima analisi, le temperature estreme incidono negativamente sulle performance fisiche e cognitive dei giocatori e degli arbitri. Questo decremeto è probabilmente imputabile al fatto che avvengono dei processi di adattamento psicofisiologico e corporeo che hanno delle ripercussioni negative sulle prestazioni, inclusa la capacità decisionale (Gaoua e al., 2012).

Un’analisi critica del processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Al primo Aprile sono passati due anni, e sempre due anni ci erano voluti perché la legge che sanciva la definitiva chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) trovasse effettivamente attuazione e ancora due anni ci sono voluti perché tale questione, per lungo tempo agli onori della cronaca, venisse fondamentalmente dimenticata. 

Raffaele Polin – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

Per qualche tempo perfino nei telegiornali in prima serata capitava di vedere un servizio sulla “chiusura degli OPG” e di sentir riecheggiare le parole di Giorgio Napolitano che li definiva “estremo orrore”.

Poi l’attuazione della legge 81: gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiudono, ogni regione deve impegnarsi a prendersi carico dei propri pazienti psichiatrico-forensi, e così inizia la corsa alla costruzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), con le fisiologiche differenze regionali in termini di tempistiche ed efficienza. Qualche protesta da parte dei movimenti (Antigone e StopOPG su tutti…) che da anni chiedevano l’abolizione dei manicomi giudiziari ma che non si ritenevano soddisfatti della riforma, e poi l’oblio. Di come il cambiamento sia avvenuto, di come si sia gestita la costruzione prima e la messa a regime poi delle REMS, di come molti pazienti psichiatrico-forensi non fossero compresi nel disegno di riforma e siano quindi di fatto rimasti in carcere… di tutto questo si è saputo molto poco.

Avendo vissuto dall’interno questa trasformazione storica (al tempo svolgevo il tirocinio universitario presso l’ Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia) ed essendo ormai passati due anni da tale momento, ho ritenuto interessante ripercorrere il cammino che ha portato alla chiusura e proporre qualche riflessione a riguardo.

Chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari: breve excursus storico

La riforma che ha portato alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ha un antecedente, ben più noto, studiato ed emulato in vari paesi d’Europa; una rivoluzione culturale quasi più che una semplice riforma. Una sfida che ha reso la psichiatria italiana famosa nel mondo, che rappresenta la manifestazione migliore dell’avanguardismo culturale di cui ogni tanto il nostro paese è capace. Una legge che sotto alcuni aspetti ha peccato di eccessiva ideologizzazione, che per l’impeto e la fretta di essere portata a compimento ha dimenticato di considerare alcune delle conseguenze che la chiusura dei manicomi avrebbe avuto sulla vita dei pazienti e sulla società, che può essere ampiamente criticata nel caso se ne considerino gli aspetti meramente pratici, ma di cui non può essere messa in discussione l’originalità e la profondità intellettuale che ne ha fondato le premesse.

Una legge che, nonostante lui stesso ne abbia preso le distanze in alcuni momenti, ha un nome e un cognome: Franco Basaglia. La Legge Basaglia, o più propriamente Legge 180, fu approvata in parlamento il 13 Maggio nel 1978, in fretta e in anticipo rispetto alla complessiva legge sanitaria che istituì il Sistema Sanitario Nazionale e che vedrà la luce alla fine dello stesso anno. Dal punto di vista legislativo il passaggio era netto, dall’obiettivo di cura-custodia della legge che risaliva al 1904 alla negazione dell’equivalenza malattia mentale-pericolosità sociale (Basaglia, 1968).

Al contrario della grande rivoluzione che riguardava i manicomi, l’effetto sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari fu completamente assente. Essendo strutture controllate dal Ministero di Grazia e Giustizia e non da quello della Sanità come i manicomi civili, si ritrovarono in un vulnus che può essere letto, a seconda delle interpretazioni, come grave lacuna, opportunismo politico, incapacità di affrontare un problema complesso, calcolata dimenticanza o semplice contingenza. Fatto sta che la riforma riguardava la sanità, non la giustizia. Fondamentalmente si è compiuta una scissione che è stata definito un “paradosso italiano”, ovvero una situazione in cui per decenni hanno convissuto uno dei sistemi di assistenza psichiatrica territoriale tra i più radicali e avanzati del panorama internazionale e un sistema psichiatrico-forense di impianto ottocentesco (Andreoli, 2002).

Misure di sicurezza e pericolosità sociale

Si è già anticipato che le importanti conquiste fatte grazie alla Legge 180 non hanno toccato se non molto tangenzialmente la realtà della psichiatria forense. Il punto è stato proprio che la vetta più alta toccata da Basaglia, convincere il mondo che il matto non è di per sé anche pericoloso, era effettivamente di molto più difficile riuscita nel momento in cui l’oggetto del discorso diventava proprio il “matto criminale”. E infatti la pericolosità sociale è a tutt’oggi il perno intorno a cui ruota la perizia e quindi il destino di un autore di reato riconosciuto infermo/seminfermo di mente. Prima di andare a vedere meglio come siano andate le cose credo quindi sia necessario fare un po’ di chiarezza sulle diverse posizioni giuridiche che ogni autore di reato può assumere, e in particolare spendere due parole sul costrutto di Misura di Sicurezza; è infatti sulla base di questo statuto, che a sua volta poggia sul concetto di pericolosità sociale, che si può distinguere ad esempio tra “internati” e “detenuti” e quindi comprendere da chi sarà composta la popolazione che, una volta fuoriuscita dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, andrà ad abitare le REMS.

ll sito del Ministero di Giustizia recita così:

Le misure di sicurezza sono sanzioni che si applicano nei confronti di autori di reato considerati socialmente pericolosi allo scopo di prevenirne il pericolo di recidiva. Si distinguono dalla pena in quanto:

  • scaturiscono da un giudizio di pericolosità e non di responsabilità – infatti si applicano anche ad autori di reato non imputabili – e di probabilità di recidiva futura.
  • non hanno funzione retributiva, ma solo una funzione rieducativa del reo.

Queste misure sono caratterizzate dall’indeterminatezza del loro termine in quanto legate alla prognosi di pericolosità

È fin da subito evidente come il problema sia inestricabilmente legato al concetto stesso di pericolosità sociale. Sulla pericolosità sociale sono state spese tante parole, sono sorti dibattiti accesissimi, e diversi autorevoli psichiatri e illustri uomini di legge si sono impegnati per un suo superamento, senza però mai riuscire a proporre un’alternativa soddisfacente. La mancata revisione del codice penale sull’applicazione delle misure di sicurezza, che rimangono competenza dell’autorità giudiziaria sebbene sia il personale medico a svolgerle nella loro pragmatica, evidenzia la confusione che la legge 81 non è riuscita a risolvere (Zanalda, Mencacci, 2013). Riassumendo al massimo, si possono individuare almeno due aspetti della pericolosità sociale macroscopicamente criticabili se non apertamente inaccettabili. Innanzitutto il fatto che non sia possibile produrre dati empiricamente e scientificamente solidi per certificare che un soggetto in futuro commetterà di nuovo reato, la valutazione di pericolosità sociale è in larga parte soggettiva e arbitraria. Le parole di Ferracuti in questo senso sono illuminanti:

La previsione di recidiva, ossia il giudizio di pericolosità sociale, viene ad essere fondato su elementi quali la personalità del reo, la natura del crimine, le modalità dello stesso, la gravità, progressione e consapevolezza di malattia. Questi parametri, di per sé, hanno scarso riscontro scientifico rispetto ad una possibilità di recidiva, che dovrebbe oltretutto essere previsione di recidiva specifica del fatto in esame. Ovviamente uno schizofrenico paranoide con personalità pre-morbosa di tipo antisociale è un soggetto che ha notevoli possibilità di essere valutato come socialmente pericoloso; tuttavia la valutazione dovrebbe essere effettuata solo sulla sua patologia mentale che ha dato luogo alla non imputabilità. Nel momento in cui si utilizza anche un criterio personologico si apre la strada a valutazioni che possono essere basate su stereotipi e pregiudizi. Per la predizione di comportamenti a lungo termine fattori attuariali e non certo psicopatologici hanno molte più probabilità di successo di previsione. (CriManScri, 2015)

L’altro tema per cui la pericolosità sociale è stata aspramente criticata è lo spazio che lascia alla possibilità che si verifichi quella situazione che nel tempo è stata definita “ergastolo bianco”. Su questa problematica hanno posto l’accento ampiamente tutti quei movimenti che reclamavano a gran voce la chiusura dei manicomi criminali. Per una più approfondita trattazione del tema rimando all’ormai celebre documentario-manifesto che Francesco Cordio ha realizzato per conto della Commissione d’inchiesta condotta dal Sen. Marino “Ergastolo bianco-O.P.G., dove vive l’uomo”. Doveroso sottolineare come con la legge 81 (la legge con cui sono stati chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) sia stata introdotta un’importante modifica stabilendo che “le misure di sicurezza detentive, compreso il ricovero nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima”.

Ad ogni modo, dopo tanti dibattiti al riguardo, anche dopo la legge 81, è ancora la pericolosità sociale a determinare il futuro dei pazienti psichiatrico forensi, che diventano “internati” proprio quando in sede di processo il magistrato abbia decretato che il rischio di recidiva è consistente, che qualsiasi altra misura non sia adeguata a far fronte alla pericolosità del soggetto e che quindi si prevede il ricovero in REMS.

Se ciò non avviene e non si attribuisce quindi una misura di sicurezza al reo, il soggetto intraprende l’iter detentivo normale ed è per questo chiamato “detenuto”, senza togliere il fatto che possa comunque presentare disturbi psichiatrici. I detenuti possono essere distinti in tre macrocategorie: coloro la cui malattia mentale è sopraggiunta in carcere (art. 148 c.p.), i minorati psichici (art. 111 DPR 230/2000) e coloro per i quali l’infermita psichica debba essere accertata per un periodo di osservazione non superiore ai 30 giorni (art. 112 DPR 230/2000) (Ferracuti, Biondi, 2015).

La nascita della legge 81 e la nascita delle REMS

L’inizio del processo di deistituzionalizzazione prende il via ufficialmente col Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 1 Aprile 2008. Esso è governato da un principio, quello di territorialità, che ne influenza fortemente la direzione e che in particolare produce due importanti effetti (Cimino, 2014): la creazione delle “Articolazioni per la tutela della salute mentale in carcere”  (i cosiddetti “repartini”, sezioni di istituti penitenziari normali appositamente dedicati all’accoglienza di categorie di detenuti con problematiche di natura psichiatrica) e la differenziazione delle Misure di Sicurezza (tra misure detentive e non detentive). L’obiettivo fondamentalmente è quindi quello di iniziare a svuotare gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, e la modalità, in linea con la prima grande riforma psichiatrica di origine basagliana, è quella di riportare il maggior numero possibile di pazienti sul territorio; o nei casi in cui ciò non sia possibile nelle carceri ordinarie.

Nel frattempo le regioni si assumono la responsabilità della gestione sanitaria degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e cominciano a prevedere una prima distribuzione degli pazienti in modo che ogni istituto sia la sede per ricoveri di internati delle regioni limitrofe, così da stabilire rapporti di collaborazione preliminari per ulteriori fasi di avvicinamento degli soggetti alle realtà geografiche di provenienza.

È in questo scenario che irrompe l’inchiesta parlamentare condotta da Ignazio Marino e che susciterà tanto scalpore trasformando una situazione ai più completamente sconosciuta in un caso mediatico di una certa rilevanza. Nel 2011, nell’ambito di una inchiesta sul funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale, una commissione parlamentare visita i sei manicomi criminali presenti sul territorio nazionale mettendo in luce tutte le enormi criticità che li contraddistinguono. Non è di sicuro mia intenzione criticare l’inchiesta condotta né tantomeno il cambiamento, doveroso, e il processo di deistituzionalizzazione, sacrosanto; mi sembra altresì corretto indurre una riflessione sulla strumentalizzazione politica dell’esposizione pubblica che tale caso ha finito per assumere.

Così, sotto la pressione di una situazione che ogni giorno di più diventava politicamente imbarazzante e anzi prometteva sempiterna gloria a chiunque fosse riuscito a liberarsi di quell’ “estremo orrore” per sempre, si vara una legge “Disposizioni per il definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari” con la quale si stabilisce un’apodittica data di chiusura, il 1 Febbraio 2013. In realtà i punti oscuri rimasti irrisolti, e senza i quali pensare a un’effettiva chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari diventa difficile, sono diversi e piuttosto strutturali e il risultato è che la data di chiusura verrà posposta per ben due volte; nel Marzo 2013 si differisce una prima volta la data al 1 aprile 2014, e successivamente di nuovo al 1 Aprile 2015: si era fissata una scadenza decisamente troppo ravvicinata.

Poco più di due anni fa quindi la legge 81 trova finalmente attuazione, e coloro che hanno una misura di sicurezza detentiva devono uscire dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ed essere trasferiti nella REMS della Regione di competenza. A regime le REMS saranno trenta, per un totale di circa seicento posti disponibili, e si tratta in tutti i casi di strutture residenziali socio-sanitarie di piccole dimensioni; l’intenzione è stata quella di creare piccole residenze il cui obiettivo principale fosse quello di curare e non di recludere o punire. Il direttore è un medico psichiatra e l’equipe di lavoro è composta da personale di esclusiva pertinenza sanitaria e anche la costruzione e gestione delle strutture è in mano al Sistema Sanitario Nazionale. Per ogni paziente internato è definito, entro 45 giorni dal suo ingresso, un Progetto Terapeutico-Riabilitativo Personalizzato (PTRI) che deve essere controllato e aggiornato periodicamente. Le intenzioni sono ottime, e si può difficilmente trovarsi in disaccordo col fatto che la nuova legge, “oltre gli interventi strutturali, preveda attività volte progressivamente a incrementare la realizzazione dei percorsi terapeutico-riabilitativi, definendo prioritariamente tempi certi e impegni precisi per la dimissione di tutte le persone internate per le quali l’autorità giudiziaria abbia già escluso o escluda la sussistenza della pericolosità sociale, con l’obbligo per le Aziende Sanitarie Locali di presa in carico all’interno di progetti terapeutico-riabilitativi individuali (PTRI) che assicurino il diritto alle cure e al reinserimento sociale”. (Decreto Legge 25 Marzo 2013, n. 24)

Il problema è che la normativa che vincola la maggior parte dei fondi sulla realizzazione delle strutture non ha individuato specifiche risorse per il potenziamento dei DSM, sui quali ricade la maggior parte dell’onere di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

Inoltre recentemente è stato approvato in Senato con il voto di fiducia al Governo Gentiloni un nuovo decreto legge sulla giustizia che rischia di vanificare gran parte del lavoro fatto in questi anni: di fatto si stabilisce che nelle REMS non andranno solo coloro per i quali è stata accertata l’infermità mentale al momento del reato, ma anche coloro per i quali l’infermità sia sopraggiunta in carcere (i “148”) e quelli in osservazione. Usando le parole di Marino: “con questo decreto legge si torna di fatto alla vecchia logica in cui tutti i rei con problemi di disturbi mentali finiranno nelle REMS, che diventeranno rapidamente sovraffollate e ingestibili; ovvero si tornerà ai vecchi Ospedali Psichiatrici Giudiziari. L’auspicio è che alla Camera e in un sussulto di responsabilità modifichino quanto fatto al Senato”. (Marino, 2017).

Considerazioni conclusive:

Personalmente ritengo che qualunque riforma, a maggior ragione se di tale portata, darà sempre spazio a polemiche e critiche, ci sarà sempre qualche aspetto che poteva essere affrontato meglio o che qualcuno avrebbe portato avanti in maniera diversa. Davanti a un tale cambiamento è evidente che non tutti potranno essere uniti nell’essere soddisfatti senza riserva alcuna di come esso sia avvenuto e degli effetti che produrrà. Anche perché, se è sempre vero che demolire è più facile che costruire, viviamo in un momento storico in cui la pars destruens affascina l’opinione pubblica molto più della pars costruens. Vorrei quindi provare a non soffermarmi sulle pur numerose e legittime critiche, “situazionali” mi verrebbe da dire, che possono essere mosse riguardo al processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e limitarmi a proporre una considerazione di ordine generale che mette in luce quello che a parer mio è stato un errore strutturale che ha influenzato negativamente tutto il processo.

Ribadisco, a costo di risultare ripetitivo, che ritengo l’inchiesta svolta dalla commissione parlamentare un evento straordinario, che ha dato alla psichiatria forense uno scossone talmente violento da non poter essere ignorato fornendo così l’input necessario a un cambiamento di cui non si poteva più fare a meno; ha sbattuto in faccia a tutti noi gli orrori di cui gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari si erano macchiati e ci ha resi consapevoli del fatto che fosse impensabile andare avanti in quella direzione. Proprio per questo motivo trovo sia un peccato che tale denuncia non abbia dato vita a un dialogo costruttivo e maturo ma si sia presto trasformata in una guerra ideologica tra vecchio ordinamento e nuovo corso, con entrambi gli schieramenti arroccati a sostenere rigidamente la versione più radicale e fanatica di entrambe le prospettive (“dopo due mesi di Rems scapperà il primo morto e capiranno perché esistevano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e la contenzione” – “No opg! No rems! No psichiatria!”). Lo schierarsi aprioristicamente “contro” tutto ciò che ricordava lontanamente gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari non ha permesso di discernere criticamente il marcio da ciò che invece poteva rappresentare una risorsa, e così si è buttato via tutto indistintamente.

È un peccato ad esempio che tutti coloro che hanno prestato servizio per anni nei servizi di psichiatria forense non siano stati minimamente interpellati in fase di dismissione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e costruzione delle REMS. Possibile che gli unici ad aver avuto a che fare con questa categoria così particolare di pazienti negli ultimi 30 anni non siano stati interrogati sulle caratteristiche che secondo loro doveva avere la struttura che li avrebbe ospitati e in generale il processo di cura che li avrebbe visti coinvolti? o riguardo difficoltà che erano state riscontrate e su come sarebbe stato possibile secondo loro superarle sfruttando il cambiamento in atto? Da un momento all’altro è partita la caccia alle streghe: chiunque avesse lavorato in un Ospedali Psichiatrici Giudiziari era colluso con un sistema che per anni aveva torturato i pazienti, e qualunque preoccupazione per la sicurezza (tema che non può non essere posto nel momento in cui si sta parlando di soggetti autori di reato…) era vista come sadico tentativo di coercizione; la psichiatria stessa veniva fatta convergere, quasi fosse assimilabile ad un Treno ad Alta Velocità, in quell’insieme di elementi che negli ultimi anni i movimenti “NO” hanno combattuto.

Infine ci tengo quantomeno ad abbozzare e mettere sul tavolo un discorso che però merita delle riflessioni ulteriori una trattazione a parte, quello sulle Articolazioni per la tutela della salute mentale in carcere. Entro il 30 Giugno 2012 infatti in ciascuna regione è stata resa obbligatoria per legge l’attivazione, in almeno uno degli Istituti Penitenziari del proprio territorio, di una specifica sezione per la tutela intramuraria della salute mentale delle persone ivi ristrette. Queste articolazioni dovrebbero concorrere operativamente al superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, poiché garantiscono l’espletamento negli Istituti ordinari delle osservazioni per l’accertamento delle infermità psichiche e previene l’invio in Ospedali Psichiatrici Giudiziari o in CCC nei casi di persone con infermità psichica sopravvenuta nel corso della misura detentiva o condannate a pena diminuita per vizio parziale di mente (fondamentalmente di tutti i detenuti…). Uso volontariamente i verbi al condizionale perché in realtà la realizzazione di tali sezioni speciali è ancora solo un utopia in molte regioni italiane.

Personalmente sono convinto che se si devono trovare delle problematiche e muovere delle critiche al processo di deistituzionalizzazione nel suo complesso, allora è proprio a tali Articolazioni che bisogna guardare. Mentre la situazione per il paziente internato è cambiata radicalmente con la riforma, per i detenuti la questione è rimasta fondamentalmente invariata; e il confine che separa una situazione dall’altra, se si considera la questione da una prospettiva psicopatologica, è spesso piuttosto labile.

Di nuovo, più di 35 anni dopo la legge Basaglia che lasciò fuori i “folli rei” dal disegno di riforma, si ha l’impressione che un problema piuttosto evidente sia stato (volontariamente?) dimenticato per manifesta incapacità ad affrontarlo.

Pensieri e azioni: uno studio rivela nuovi dettagli sulla loro relazione nel disturbo ossessivo compulsivo

Gli autori di tale studio si propongono di indagare la relazione di diversi meccanismi di funzionamento cognitivo, come l’elaborazione di informazioni e l’uso di queste per la pianificazione e il controllo delle proprie azioni. In altri termini, l’obiettivo è studiare il processo di decision-making per comprendere se le credenze e le informazioni provenienti dall’ambiente, dove si verificano continui e improvvisi cambiamenti e il controllo delle proprie azioni siano accessibili ed elaborate in maniera parallela o indipendente fra loro, sia nei soggetti normali che in quelli con DOC.

 

La computational psychiatry: un nuovo campo interdisciplinare

Di recente, nasce un nuovo campo interdisciplinare su cui poter fare affidamento: la computational psychiatry, unione delle conoscenze in ambito psichiatrico, informatico e ingegneristico. L’obiettivo che essa si pone è quello di conoscere e gestire i diversi livelli di complessità e le tipologie di dati multiformi che interessano la mente umana.

Essa consta di due approcci complementari: il primo basato sui dati, “data driven”; il secondo basato sulla teoria, “theory driven” (Maia, 2015). L’approccio data-driven applica il metodo del machine-learning per l’elaborazione di una grande mole di dati per ottimizzare e riorganizzare lo studio delle patologie, predire o migliorare il trattamento. L’approccio theory-driven usa modelli che provano a verificare delle ipotesi, con l’obiettivo di esplicitare e approfondire a più livelli di analisi le tipologie di meccanismi sottostanti.

La computational psychiatry per lo studio del disturbo ossessivo compulsivo

A tal proposito vi è un nuovo studio (Vaghi et al. 2017) che si è avvalso della computational psychiatry per osservare alcuni fenomeni sottostanti il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Negli anni si sono sviluppati diversi studi sulle origini e gli sviluppi del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Alcuni studiosi ritengono che una possibile origine del DOC derivi da forme di comportamenti specie-specifici non più regolati dai normali meccanismi di controllo a causa di una disfunzione cerebrale (Wise & Rapaport, 1988), altri suppongono che i comportamenti legati a tale disturbo siano delle evoluzioni patologiche di una naturale tendenza comportamentale a sviluppare e praticare rituali sociali (Fiske & Haslam, 1997).

Gli autori di tale studio, invece, si propongono di indagare la relazione di diversi meccanismi di funzionamento cognitivo, come l’elaborazione di informazioni e l’uso di queste per la pianificazione e il controllo delle proprie azioni. In altri termini, l’obiettivo è studiare il processo di decision-making per comprendere se le credenze e le informazioni provenienti dall’ambiente, dove si verificano continui e improvvisi cambiamenti e il controllo delle proprie azioni siano accessibili ed elaborate in maniera parallela o indipendente fra loro, sia nei soggetti normali che in quelli con DOC.

Lo strumento di cui si sono avvalsi i ricercatori è un modello matematico computerizzato che riesce a prevedere l’andamento del gioco e che, al contempo mostra sia le procedure messe in atto durante il gioco dai partecipanti sia un risultato statistico di come le variabili si possono correlare fra loro.

In merito alle ipotesi, se le credenze e informazioni sull’ambiente implicano un comportamento di controllo delle proprie azioni, dovrebbe essere impossibile separare le prime dalle seconde; se, invece, le credenze fossero processate in maniera indipendente, queste potrebbero essere utilizzate sia per guidare le azioni sia per indicare le tipologie e i livelli di credenze che si possiedono, definendo questa forma di funzionamento cognitivo come architettura “parallela”. Da quest’ultimo concetto emerge che in tale studio, oltre al particolare interesse clinico, vi è anche un interesse ad individuare architetture cognitive alternative (Vaghi et al. 2017).

I ricercatori hanno chiesto a due gruppi, il primo composto da soggetti con DOC e il secondo da soggetti normali, di effettuare diverse prove in un gioco computerizzato che richiedeva di catturare una pallina proveniente dal centro di un cerchio, per riprodurre un ambiente caratterizzato da continui e improvvisi cambiamenti.

Dall’osservazione di ciascuna prova si notava che i soggetti riuscivano ad incamerare l’informazione inerente l’andamento della pallina ma si notava, successivamente, una disgregazione nel rispondere a questa informazione visiva in maniera ottimale. In altre parole, i soggetti con DOC, nonostante acquisissero l’informazione visiva non riuscivano a monitorare un’azione preventiva al fine di catturare la pallina proveniente dal centro del cerchio (Vaghi et al. 2017).

I risultati emersi mostrano che il cervello elabora le informazioni indipendentemente dalla pianificazione delle azioni ma che, al contempo, le normali funzioni dipendono dalla relazione esistente fra i due.

Pare, quindi, che questo collegamento tra le informazioni provenienti dall’ambiente e le azioni sia in qualche modo interrotta all’interno delle persone con il DOC. Di conseguenza, ciò che loro fanno entra in conflitto con ciò che loro sanno. Questa informazione suggerisce che i comportamenti compulsivi siano una importante caratteristica piuttosto che una mera conseguenza delle ossessioni o un risultato di una credenza errata (Vaghi et al. 2017).

Batterer intervention programs: davvero efficaci nella lotta alla violenza domestica?

Da uno screening della letteratura recente (2010-2017), emergono evidenze empiriche controverse rispetto all’efficacia di interventi di natura psicoterapeutica, o psicoeducativa, o di gestione del rischio su uomini maltrattanti. Sebbene siano state riscontrate evidenze rispetto alla riduzione della recidiva, stimata in termini di percentuali di riarresto, grazie all’intervento psicoterapeutico su uomini autori di violenza domestica, non ci sono risultati significativi a sostegno dei programmi sui maltrattanti nel ridurre la successiva vittimizzazione delle partner.

 

La violenza domestica e i quesiti sui programmi di intervento

La violenza all’interno della coppia (intimate partner violence, IPV) mina il benessere della vittima a livello mentale, fisico e sociale (Gracia, 2014). Secondo stime mondiali ad opera della World Health Organization, il 30% della popolazione femminile, su scala mondiale, è stata vittima di violenza domestica. Inoltre, 3/4 delle donne interessate ritengono che la violenza subita sia un fatto comune nel loro paese d’origine. Il dato corrobora l’ipotesi che le variabili contestuali portino le comunità locali a giustificare la violenza di genere, identificando la donna come colpevole ed istigatrice degli abusi e trattenendola dal cercare aiuto professionale o sporgere denuncia (Gracia, 2014). Secondo lo studio di Richards (2014), il 50% dei partner abusanti viene arrestato per violenza domestica entro 10 anni dalla prima incarcerazione.

La disinformazione, il disimpegno sociale e background culturali sfavorevoli, contribuiscono al radicamento sociale dell’IPV. Tuttavia, alcuni psicologi e sociologi considerano l’intervento incentrato sui maltrattanti stessi – Batterer Intervention Programs (BIPs)-, a confronto in una situazione gruppale, la chiave di volta al fine di contrastare la violenza domestica.

L’efficacia degli interventi rivolti ai maltrattanti

In tale ambito di ricerca e di intervento, tuttavia, è fondamentale porsi la seguente domanda: gli uomini abusanti all’interno della relazione di coppia possono davvero cambiare? E in tal caso, come? Quali sono i programmi di intervento, sui partner maltrattanti, più efficaci per contrastare la violenza domestica?

Il quesito è complesso e richiede di considerare il fenomeno multidimensionalmente, esaminando le principali evidenze statistiche presenti in letteratura ed esponendo le criticità ad oggi individuate all’interno della comunità scientifiche di riferimento.

Da uno screening della letteratura recente (2010-2017), emergono evidenze empiriche controverse rispetto all’efficacia di interventi di natura psicoterapeutica, o psicoeducativa, o di gestione del rischio su uomini maltrattanti. Sebbene siano state riscontrate evidenze rispetto alla riduzione della recidiva, stimata in termini di percentuali di riarresto, grazie all’intervento psicoterapeutico su uomini violenti (Hasisi, Shoham, Weisburd, Haviv, & Zelig, 2016), non ci sono risultati significativi a sostegno dei programmi sui maltrattanti nel ridurre la successiva vittimizzazione delle partner (Ellsberg, Arango, Morton, Gennari, Kiplesund, Contreras, & Watts, 2014). Tali interventi, secondo Ellsberg e collaboratori (2014), risultano infatti meno efficaci delle pratiche incentrate sulle donne vittime di violenza domestica.

Un altro problema rispetto alla stima dell’efficacia di programmi incentrati sui maltrattanti, è di tipo metodologico: nell’ambito della violenza domestica non esistono ancora linee guida internazionali e metodologie standardizzate per il monitoraggio e la valutazione dell’efficacia di interventi incentrati sugli uomini abusanti come destinatari diretti (Wojnicka, Scambor & Kraus, 2016; Lilley-Walker, Hester & Turner, 2016).

Inoltre, quantificare la riuscita di interventi psicoeducativi e psicoterapeutici, in termini unicamente di decrescita delle percentuali dei nuovi arresti, potrebbe essere fuorviante dal momento che reincarcerazione e recidiva non sono concettualmente e operazionalmente sovrapponibili. L’utilizzo di batterie di strumenti dedicati, è perciò essenziale per un assessment dei cambiamenti a livello comportamentale, emotivo e cognitivo al fine di comprendere l’effettivo cambiamento del maltrattante.

I test più comunemente usati, inclusi nel Toolkit dell’Unione Europea per la valutazione del cambiamento positivo negli interventi su maltrattanti sono self-report e interviste semistrutturate, come la Spousal Assoult Risk Assassment (Kropp et al., 2000), la Baratt Impulsiveness Scale ( Patton et al., 1995), la Toronto Alexityhmia Scale (Bagby et al., 1986), la Symptom Checklist-90-R (Derogatis, 1994). Questi strumenti possono essere sensibili a variabili culturali e di somministrazione dovute all’adattamento degli strumenti dalla lingua originale, o dare adito a bias di desiderabilità sociale e/o di abituazione dei soggetti agli item (qualora il programma preveda che la somministrazione sia ripetuta pre e post intervento). Alcuni test utilizzati internazionalmente per la valutazione del rischio di recidiva e comportamenti violenti, inoltre, come l’HKT-30, elaborato presso Università di Tilburg, non sono ancora stati validati su panorama italiano.

Un ulteriore fattore da considerare, per rispondere al quesito sull’efficacia di interventi incentrati sui maltrattanti, è legato al framework teorico da cui si osserva il fenomeno della violenza domestica: secondo Westmarland e Kelly (2016), l’operazionalizzazione eterogenea del costrutto influenza la concettualizzazione dell’efficacia stessa dell’intervento attuato. La prospettiva di orientamento femminista o modello Duluth (Pence & Paymar, 1993) spiega, ad esempio, la violenza domestica come derivato di modelli sociali patriarcali, suggerendo focus di intervento incentrati su variabili culturali, onde contrastare stereotipi di genere funzionali al radicamento della violenza domestica. Le prospettive neuropsicologica e delle tossicodipendenze, mirano invece a comprendere le cause soggettive alla base del fenomeno. Secondo lo studio di Carbajosa e collaboratori (2017), le differenze individuali predicono infatti la riuscita o meno del cambiamento del singolo maltrattante, che può essere classificato come responsivo o resistente all’intervento.

Per quanto riguarda le strategie di gestione del rischio di recidiva, Canada e Regno Unito hanno adattato la pratica dei Circles of Support And Accountability (COSA) non ancora praticata sul panorama italiano. Questa tipologia di intervento, basata sugli assunti della Social Club Theory (Sandri et al., 2016), implica l’inserimento dell’individuo in una rete sociale di volontari appositamente formati per affiancarlo in varie attività, favorendo il monitoraggio continuativo dei suoi comportamenti.

Gli uomini maltrattanti possono cambiare?

Conclusivamente, non esistono ad oggi dati sufficienti per asserire se gli individui maltrattanti possano cambiare e come si possa operazionalizzare e misurare tale cambiamento.

Da uno studio di Morrison (2017), consistente in una serie di interviste semi-strutturate a professionisti che lavorano nei BPS, Batterer Intervention Programs, sono emerse alcune aree tematiche utili a modellizzare interventi qualitativamente adeguati. In primo luogo, il gruppo di maltrattanti costituisce un catalizzatore di cambiamento in termini di confronto e condivisione. A livello di ampiezza, dallo studio di Morrison emerge che si riscontrano più facilmente gli esiti sperati, con gruppi piccoli, che non eccedano i quindici destinatari. La co-conduzione del gruppo, da parte di due facilitatori di sesso opposto, è descritta come un ulteriore elemento che favorisce l’efficacia dell’intervento, al fine di trasmettere ai maltrattanti la rappresentazione di interazioni uomo-donna non connotate da aggressività e violenza. I facilitatori, non possono improvvisare nella conduzione del gruppo di maltrattanti: sempre secondo i dati qualitativi di Morrison (2017), il personale deve essere qualificato tramite opportuni training di formazione dedicati al trattamento di individui maltrattanti dei quali poter fornire qualifiche in merito.

Infine, secondo Babcock e collaboratori (2016), un ulteriore problema inerente l’implementazione di interventi a contrasto della violenza domestica, in senso lato, è che una prospettiva eterocentrata, a livello di ricerca e intervento, rende difficile lo studio di interventi a favore del cambiamento con destinatari maltrattanti LGBT. L’eventualità di applicare tali interventi su maltrattanti omosessuali comporterebbe infatti una rinegoziazione del background teorico e culturale di partenza, di ridisegnare cioè il sedimentato concetto di violenza di coppia al di là di ruoli e stereotipi di genere.

Manuale di Psicologia generale dello sport (2017) – Recensione

Il manuale di psicologia generale dello sport, nasce dalla pluriennale esperienza di una docente impegnata tra Roma e Napoli, sia nella didattica che nella ricerca. Operando a favore di tanti studenti di Scienze Motorie, l’autrice ha voluto dare forma ad un volume capace di descrivere in maniera precisa e articolata la valenza dello sport in una cornice di stampo psicologico.

Margherita Sassi

 

Manuale di psicologia generale dello sport: un libro sullo stato dell’arte della psicologia dello sport

La psicologia dello sport è una disciplina relativamente giovane nel nostro Paese.

Il Manuale di psicologia generale dello sport scritto dalla prof.ssa Laura Mandolesi ed edito da Il Mulino, è un lavoro estremamente aggiornato, capace di considerare la complessità dello stato dell’arte e di fornire allo stesso tempo indicazioni puntuali e documentate.
Il manuale, nasce dalla pluriennale esperienza di una docente impegnata tra Roma e Napoli, sia nella didattica che nella ricerca. Operando a favore di tanti studenti di Scienze Motorie, l’autrice ha voluto dare forma ad un volume capace di descrivere in maniera precisa e articolata la valenza dello sport in una cornice di stampo psicologico.

Accanto alla presentazione delle principali teorie di riferimento, il manuale fornisce infatti suggerimenti operativi per le attività sul campo, prendendo in considerazione alunni, docenti, atleti e allenatori e finalizzando il progetto editoriale alla comprensione e alla realizzazione del benessere, sia dell’individuo che della collettività.

Che si parli di docenti o di allenatori, ciascuno, nello svolgere il proprio ruolo, necessita di una conoscenza scientifica, sia dei processi cerebrali legati all’azione che degli effetti del movimento sul benessere personale. E questo perché, indipendentemente dal tipo di attività, solo un’impostazione simile può offrire un valido supporto al naturale tentativo dell’individuo – alunno o atleta – di dare un senso a quello che accade, all’interno dell’ambiente in cui si muove.

Nel manuale di psicologia generale dello sport, l’autrice presta una cura meticolosa ai particolari, affrontando temi relativi sia all’età evolutiva che all’attività fisica adattata, e analogamente, dimostra una netta disponibilità nel tenere conto degli studenti di Scienze Motorie, offrendo indicazioni rassicuranti su come affrontare il lavoro del futuro, a partire dall’acquisizione di competenze multidisciplinari, ormai necessarie sul piano applicativo.

Il libro si occupa di questioni delicate e importanti legate al settore della salute e del movimento, compreso l’ingresso delle nuove tecnologie nel mondo dello sport e della ricerca.

Si tratta di argomenti a volte trascurati, ma che se ben compresi possono favorire importanti linee guida sia nel lavoro di prevenzione, attraverso l’informazione e la formazione, sia nella gestione di situazioni complesse, come possono essere quelle dell’eccellenza e della disabilità.

L’autrice sviscera con sincerità e competenza i fondamenti anatomo-fisiologici del sistema nervoso, delineando l’impostazione psicobiologica, che oltre a caratterizzare la prima parte del manuale basa la dissertazione sui processi cognitivi, attentamente contestualizzati nel panorama di riferimento. Nell’ultimo capitolo c’è anche spazio per focalizzare l’interesse su aspetti basilari e quindi di valore, quali la creatività, la sensibilità e la qualità in rapporto alla pratica sportiva; e così, nel trattare di benessere, di resilienza e di passione, è possibile rintracciare diversi spunti in base ai quali recuperare ed approfondire i fondamenti dello sport.

Nell’ambito di una corretta progressione didattica, l’autrice non solo frappone concetti chiave e nozioni scientifiche, ma riesce anche ad abbracciare una delle sfide contemporanee più ostiche, quella di promuovere una formazione altamente qualificata di chi si adopera nel settore motorio e sportivo.

La prospettiva di raggiungere obiettivi come quest’ultimo è quella che in effetti ha dato corpo al manuale, il primo nel suo genere su scala nazionale volto a rappresentare la complessità della sfida abbracciata.

LAURA MANDOLESI insegna Psicologia generale e dello sport nel corso di laurea triennale in Scienze Motorie e Neuroscienze dell’attività motoria nel corso di laurea magistrale in Scienze Motorie per la Prevenzione e il Benessere dell’Università degli Studi di Napoli «Parthenope». Svolge attività di ricerca presso la Fondazione Santa Lucia di Roma.

L’apparire è il nuovo essere: riflessioni su American Psycho

La ginnastica mattutina, il ‘Patty Winters Show’, il bigliettino da visita color bianco d’uovo, i migliori locali di Manhattan, gli outfit targati Gucci e D&G, le escort d’alto borgo e le prostitute di strada, le videocassette di genere pornografico, il ‘Late Night and David Letterman’, la cocaina, la musica di Phil Collins e Whitney Houston rappresentano il loop in cui è risucchiato il protagonista di American Psycho, Patrick Bateman.

 

E’ il classico yuppie della grande mela, vicepresidente di una grande società finanziaria di famiglia, proveniente da una delle più prestigiose università del paese; frequenta colleghi con cui è in continua competizione e ha una fidanzata che non ama e che abitualmente tradisce.

Ogni azione è atta a preservare il suo status sociale, è costantemente alla ricerca del bello con una maniacale attenzione al corpo, al cibo, all’abbigliamento: la spasmodica cura della propria immagine che però non sottende nulla. Di fatti l’affascinante e curato broker di Wall Street, all’imbrunire rivela la ferocia di uno spietato serial killer, le cui vittime sono barboni, bambini, animali, colleghi, prostitute, ex fidanzate. Tuttavia la psicopatia di Bateman non riserva soltanto l’omicidio; ma contempla anche pratiche di tortura, cannibalismo, lacerazioni e mutilazioni attraverso una accurata metodica che emerge in particolar modo dalla tipologia di scrittura dell’autore, capace di generare nausea e repulsione nei suoi confronti.

Le scelte stilistiche di Bret Easton Ellis, autore di American Psycho, sono estremamente crude – da mettere alla prova anche i più imperturbabili e impassibili – per riflettere le agonie del protagonista e la sua confusione mentale molto discutibile in termini morali. La maschera eccessivamente curata e ostentata di giorno viene meno al calare della sera lasciando il posto alle più profonde pulsioni, quelle più istintive e primordiali prive di una ratio di qualsiasi genere.

American Psycho: quello che conta è la superficie, solo la superficie

Bateman non è altro che il prodotto di una società malsana il cui diktat è l’eccesso di materialità e la sua ostentazione dove “quello che conta è la superficie, solo la superficie” e gli individui sono giudicati sulla base di ciò che posseggono, in nome del dio denaro. Il benessere elimina ogni forma di etica generando una disgregazione del proprio io e la conseguente incombenza di un vuoto esistenziale, in cui non c’è spazio per autentici legami e relazioni interpersonali. Il progresso conduce ad una depersonalizzazione in grado di rievocare la bestialità degli individui, quel tipo di impulsi capace di deturpare e smembrare con estrema lucidità quelli considerati altri, al di fuori del proprio status, de-umanizzati anch’essi e ridotti a manichini mutilati gettati nelle discariche in periferia. Il tutto viene sepolto e nascosto sotto un tappeto infinito di brand, multinazionali, marche, griffe, locali alla moda, droghe e idiozie dei talk show trasmessi in tv; mostrando tanti automi presi in trappola da un “blazer bleu marin con bottoni in finta tartaruga […] e cravatta di Hugo Boss in seta stampata”, gelatinati che camminano fianco a fianco al proprio assassino.

Routine, lusso sfrenato, superficialità, pulsioni e brutalità: American Psycho, lo specchio dell’America degli anni 80 in tutte le sue contraddizioni.

 

AMERICAN PSYCHO – IL TRAILER DEL FILM:

 

Quanto conta un tocco delicato per non sentirsi esclusi?

Uno studio pubblicato recentemente su Scientific Reports da un gruppo di ricercatori dell’ University College di Londra, indaga il diverso impatto di un tocco affettuoso o di uno neutro nel ridurre l’ esclusione sociale.

 

Tutti i mammiferi presentano il bisogno innato di prossimità, di attaccamento e di appartenenza che garantisce loro la sopravvivenza. Nonostante il nostro mondo sociale stia diventando sempre più visivo e digitale, il potere delle relazioni e del contatto umano resta di capitale importanza. Le esperienze di vita che conducono alla rottura di legami sociali, infatti, si configurano tra le più dolorose.

Uno studio pubblicato recentemente su Scientific Reports da un gruppo di ricercatori dell’ University College di Londra, indaga il diverso impatto di un tocco affettuoso o di uno neutro nel ridurre l’ esclusione sociale. In letteratura si riscontrano solo altre tre ricerche sul tema, anche se esse considerano come fattori cuscinetto dell’ esclusione sociale la presenza di un amico, di un peluche o di messaggi di testo supportivi.

Nello studio sopracitato il paradigma sperimentale, invece, era costituito dal cosiddetto “Cyberball task” (Williams, Cheung,  & Choi, W,  2000), con cui in precedenza erano già state registrate reazioni negative in risposta all’ostracismo a livello affettivo, cognitivo e fisiologico (Williams, 2009). Il compito prevedeva che il campione di 84 donne in salute giocassero a palla virtualmente con altri due giocatori.

Le partecipanti lanciavano e ricevevano la palla più volte e poi dovevano compilare un questionario che conteneva domande riguardanti i bisogni di appartenenza, l’ autostima e il controllo.

In una seconda fase di gioco, dopo aver eseguito un paio di passaggi, inaspettatamente non ricevevano più la palla determinando in loro un senso di esclusione sociale. A questo punto venivano bendate e il loro braccio sinistro era toccato con una spazzola morbida e setosa in due modalità: lenta o veloce. Infine, completavano lo stesso questionario fornito loro in precedenza per confrontare i risultati con la propria baseline.

I risultati mostravano che solo il tocco lento riduceva la negatività generata dall’ esclusione sociale indotta dal gioco, anche se nessun tipo di tocco era sufficiente ad eliminare del tutto gli effetti negativi dovuti all’ esclusione.

Tale studio di rivela particolarmente interessante perché per la prima volta dimostra come il supporto sociale passi semplicemente attraverso un minimo instante di contatto affettivo. Ricerche future dovrebbero indagare il meccanismo neurofisiologico alla base, per esempio considerando una specifica codifica cerebrale del contatto pelle a pelle, e come questi effetti emersi possano variare in funzione della temperatura corporea.

 

Siamo tutti completamente fuori di noi (2015) di Karen Joy Fowler – Recensione del libro

Siamo tutti completamente fuori di noi di Karen Joy Fowler è un libro che parla di attaccamento, perdita, colpa, perdono di sé e degli altri. Un ventaglio di sentimenti che ruotano intorno ad un legame fraterno molto particolare.

 

La particolarità e l’interesse proprie di questo romanzo non riguardano unicamente la tematica affrontata ma anche la modalità di narrazione. E’ un libro ad incastro, come una bambola matrioska, dove ad ogni livello il lettore non solo resta sorpreso dall’evolversi della trama ma entra anche in contatto con stati emotivi ogni volta diversi tra loro, in un crescendo di intensità.

Siamo tutti completamente fuori di noi di Karen Joy Fowler può essere descritto come un libro che parla di relazioni di attaccamento, di elaborazione del lutto (lutto inteso come separazione e perdita più che di morte in senso stretto), di colpa, di perdono di sé e degli altri.

Siamo tutti completamente fuori di noi di Karen Joy Fowler – La trama

La trama della storia di Siamo tutti completamente fuori di noi parte dal centro perché, come spiegherà la protagonista, quando si hanno tante cose da dire e non sappiamo da quale partire, allora è preferibile cominciare dal cuore delle cose. All’inizio del romanzo incontriamo quindi Rosemary Cooke, la protagonista, durante il periodo del college. E’ una ragazza normale ma per certi aspetti un po’ strana: presenta difficoltà ad entrare in relazione con gli altri, non è in grado di mantenere le giuste distanze fisiche né di seguire le regole della conversazione e, per questo, fin da piccola è stata derisa dai compagni di classe. A distanza di molti anni Rosemary sta ancora affrontando la perdita di sua sorella gemella Fern, avvenuta quando avevano 5 anni.

La narrazione procede in prima persona; Rosemary fin da subito divide la sua vita in due parti: prima e dopo la scomparsa di sua sorella: un prima felice e un dopo vuoto e triste. Non è in grado di spiegare completamente i sentimenti che prova poiché gli eventi, così come lei li rievoca, sono in realtà distorti. Ricorda solo che una estate viene mandata dai nonni e al suo ritorno la sorella è scomparsa, lasciando un vuoto incolmabile nella famiglia e distruggendone i legami interni.

Nessuno le spiega cosa sia accaduto, Fern è un argomento tabù in casa, il clima è pesante e carico di emotività inespressa. In questa prima fase di Siamo tutti completamente fuori di noi, Karen Joy Fowler descrive il modo in cui ogni membro della famiglia affronta la perdita ovviamente da solo poiché manca una elaborazione del lutto condivisa. La madre sviluppa sintomi depressivi che la portano a trascurare i figli; il padre si rinchiude in se stesso e annebbia la consapevolezza ricorrendo all’alcool; il fratello di Rosemary manifesta apertamente rabbia e risentimento verso la famiglia fino poi ad andarsene via di casa durante l’adolescenza.

A questo punto si scopre l’aspetto saliente e di maggiore interesse della trama: Fern, la sorella di Rosemary, è in realtà uno scimpanzé. Il padre, psicologo e ricercatore all’università, sulla scia di altri esperimenti di allevamento di scimpanzé per studiare lo sviluppo del linguaggio (vedi gli studi della famiglia Kellogg negli anni ‘30), decide insieme alla moglie di allevare Fern e Rosemary in parallelo nello stesso identico modo, come sorelle gemelle.

Le modalità di cura avvengono non solo adeguando Fern alla sorella umana (pannolino, vestiti, letture della buona notte) ma anche viceversa (Rosemary poteva mangiare solo quello che poteva andare bene alla sorella, non si visitano luoghi e nazioni se non è possibile far viaggiare Fern, e così via), senza iniquità. Le descrizioni dei momenti condivisi dalle due sorelle evidenziano un legame di attaccamento reciproco ma anche di empatia notevole e unico: anche Fern  “comunica” più volte quanto percepisca la sorella simile a sé e diversa dagli altri esseri umani che la circondano. E sarà proprio questa sensazione di essere simili e diversi dagli altri che farà sentire sempre fuori luogo Rosemary dai suoi coetanei e che amplificherà il vuoto lasciato dalla scomparsa di Fern dalla sua vita.

Il mistero sulla scomparsa di Fern, che è il cuore del romanzo Siamo tutti completamente fuori di noi, porta ad un crescendo di stati emotivi. Dal senso di vuoto e perdita per i fratelli si passa al rancore di Rosemary verso i genitori,  persone indegne che hanno riservato a suo parere un trattamento diverso alle due figlie, liberandosi con leggerezza di una di loro. La narrazione si dipana ulteriormente attraverso l’esplorazione dei vissuti emotivi e memorie distorte, fino poi scoprire l’amara verità: la colpa non è da ricercarsi negli altri ma dentro di sé, e sarà molto difficile riuscire a perdonare se stessi e i propri errori.

Il rapporto tra età ed emozioni positive: l’effetto buonumore nell’anziano

Perché invecchiando siamo più felici? Secondo la teoria della selettività socio-emozionale (Carstensen, 1991, 1993, 1995, 1998; Carstensen, Gross, & Fung, 1997), all’aumentare dell’età, le emozioni vengono regolate in maniera diversa rispetto alle età precedenti. La maggiore consapevolezza che il tempo a disposizione è limitato, così come il bagaglio di esperienza personale, motiverebbero l’ anziano a dare priorità alla ricerca di emozioni positivesignificati positivi da attribuire agli avvenimenti, rielaborando le vicende negative della propria vita in chiave positiva, e restringendo le relazioni interpersonali solo a quelle emotivamente significative.

 

L’effetto buonumore nell’ anziano: nella terza età si va alla ricerca di emozioni positive

L’elemento chiave in questa teoria è rappresentato dalla prospettiva temporale, che nell’ anziano è percepita come ridotta ed induce la persona ad avere una motivazione volta al raggiungimento di emozioni positive, investendo nelle cose sicure e assaporando gli aspetti positivi della vita.

L’ anziano investe sempre più le proprie risorse in attività per le quali può avere riscontri positivi sicuri, e non sperimentare fallimenti. L’effetto buonumore legato all’età si osserva però solo in quei casi in cui le persone anziane posseggono sufficienti risorse cognitive che le mettono in grado di regolare le proprie emozioni attraverso strategie efficaci.

Secondo la teoria proposta da Carstensen, gli obiettivi sociali dell’uomo ruoterebbero intorno a due categorie generali, quelle legate all’acquisizione di conoscenze e quella legata alla regolazione delle emozioni. Quando il tempo è percepito come “aperto”, gli obiettivi prioritari sono quelli di conoscenza. Al contrario, quando il tempo è percepito come “limitato”, si assisterebbe ad una focalizzazione sugli obiettivi di natura emotiva.

L’associazione tra tempo rimasto ed età cronologica spiega le differenze età- relate negli obiettivi sociali. Tuttavia, gli autori spiegano che la percezione del tempo è flessibile e gli obiettivi sociali cambiano sia nelle persone più giovani che in quelle più anziane quando vengono imposti dei vincoli di tempo. Col trascorrere degli anni, le persone diventano sempre più consapevoli che il tempo si sta in qualche modo “esaurendo”. Alcuni contatti sociali superficiali vengono sentiti come banali, a differenza dei legami più stretti, e delle relazioni instaurate da tempo. Attività sgradevoli o semplicemente prive di significato vengono evitate e la persona si concentra sul presente piuttosto che sul futuro o sul passato.

Si può ben pensare che questa selettività abbia quindi delle conseguenze ed implicazioni molto importanti per la nostra società, che assiste ad un incremento considerevole della popolazione anziana.

I presupposti filosofici della mediazione umanistico-trasformativa

La mediazione dei conflitti può essere definita come una pratica, e proprio dalla problematizzazione del concetto di prassi si può analizzare che tipo di prassi sia. 

Maurizio D’Alessandro, Alberto Quattrocolo – Estratto dell’articolo “La prassi della mediazione del conflitto” di prossima pubblicazione

 

Mediazione dei conflitti tra prassi e produzione

La mediazione dei conflitti può essere definita come una pratica, e proprio dalla problematizzazione del concetto di prassi si può analizzare che tipo di prassi sia. A partire dagli anni sessanta del Novecento si è assistito, in campo filosofico, ad un rinnovato interesse per la categoria di azione in seguito a quella «crisi dei fondamenti» in cui sembravano versare le scienze sociali ed alla nuova «esigenza di fondazione» proveniente delle etiche applicate.

La discussione verte sulla divisione operata da Aristotele tra scienze teoretiche, scienze pratiche e scienze poietiche. Come è noto, mentre le scienze teoretiche quali la teologia e la matematica hanno per oggetto «il necessario», le scienze pratiche come l’etica e la politica hanno per oggetto il «per lo più». L’apparente minor grado di precisione di tali discipline non assume alcun significato di minor grado di scientificità, ma indica semplicemente l’esser conforme alla natura dello stesso oggetto indagato.

L’introduzione, operata da Aristotele, tra due campi apparentemente affini come la prassi e la produzione, permette di distinguere i due ambiti e definire meglio gli statuti delle due forme di sapere: il fare produttivo mira alla realizzazione di oggetti, che al termine dell’azione sono presenti nel mondo come cose (res) e per i quali viene utilizzata una razionalità tecnica-procedurale, che è ripetibile e che può essere insegnata; l’agire propriamente detto, invece, ha in se stesso il proprio fine che non è limitato da oggetti, non segue una procedura ripetibile (o almeno non sempre e per ogni caso) ed è di difficile insegnamento.

Lo sforzo aristotelico di definire l’ambito della prassi una scienza, anche se del «per lo più», può essere ascrivibile al tentativo di mediare tra quello che potremo definire il prassismo dei politici e l’impianto meramente teorico dei sofisti.

L’azione non è né una scienza né una tecnica

Ne consegue, seguendo l’argomentazione, che l’azione non soggiace a regole prestabilite, universali, necessarie e riproducibili, come accade per il fare produttivo.

La necessità di mettere alla prova i concetti espressi fino ad ora ci spinge a definire meglio alcune procedure della «mediazione dei conflitti».

Mediazione e “soddisfazione” della persona

Alcune concezioni della mediazione dei conflitti, che possono essere ricondotte a quella impostazione che viene definita del «problem solving», pongono come fine la «risoluzione del conflitto». Le procedure utilizzate sono atte, dunque, ad intervenire all’interno del contenzioso (conflitto) con la finalità di giungere ad una conciliazione o ad una riappacificazione, in tali pratiche solo chi funge da medium nel conflitto si frappone tra i due contendenti in qualità di arbitro, giudice che distribuisce torti ma, al di là della questione della congruenza tra il metodo e i risultati attesi, la domanda che più ci sta a cuore è: i vissuti dei due contendenti trovano spazio ed ascolto in questo modello? Si può parlare di una «soddisfazione» dei soggetti coinvolti nel conflitto?

Per rispondere a tali domande occorrerebbe intendersi sul significato del termine «soddisfazione». Probabilmente, sotto un certo profilo, la risposta è affermativa, se la controversia si è chiusa con un accordo che ha fatto venire meno le ragioni razionali e comportamentali della lite. L’aspetto critico, secondo noi, sta nel valutare se si sono risolte anche le ragioni di natura “non razionale” alla base del conflitto, cioè quegli elementi cognitivi ed emotivi che hanno reso necessario agli attori del conflitto il ricorso ad un professionista esterno per la gestione del loro rapporto e la soluzione della contesa.

Il modello “umanistico-trasformativo”: la libertà

Il «modello trasformativo» di mediazione dei conflitti rappresenta il tentativo di dare risposta ad altre esigenze che vengono tralasciate dai modelli che si rifanno al concetto di giustizia.

In conseguenza di ciò, il fondamento della mediazione “trasformativa” diventa la libertà dei due soggetti coinvolti nel contenzioso, e ciò rende possibile lo svincolarsi di tale pratica da dettami tecnico-produttivi. La mediazione trasformativa dei conflitti, infatti, utilizza alcune tecniche senza però essere essa stessa una tecnica. Poiché la prassi della mediazione dei conflitti non è descrivibile in termini scientifico-procedurali, essa può essere considerata una forma di prassi nel senso espresso e non un fare produttivo.

Il modello “umanistico-trasformativo”: il riconoscimento

Torniamo, dunque, a quel “quid” mancante, cui si faceva cenno più sopra in relazione ad un conflitto in cui a seguito dell’intervento di terzi le ragioni del contrasto sono state eliminate: l’uomo in quanto «animale sociale» o «animale culturale» (secondo una nozione dell’antropologia filosofica) non agisce solo per soddisfare i propri bisogni primari, ma è caratterizzato anche dall’esigenza culturale, tutt’altro che secondaria, di essere riconosciuto; un bisogno che è anche un’esigenza psicologica fondamentale per la costruzione, l’integrazione, l’evoluzione e il mantenimento dell’identità del singolo e del gruppo. La mancata soddisfazione del bisogno di riconoscimento, d’altra parte, è spesso (per non dire sempre) uno dei fattori alla base dell’innescarsi di un conflitto; e d’altra parte è visceralmente connesso con il sentirsi compresi, ancor più che capiti.

Proprio il «bisogno di riconoscimento» è il secondo presupposto della impostazione trasformativa della mediazione dei conflitti: libertà e riconoscimento costituiscono le due strutture fondamentali di tale prassi ed in quanto tali la rendono possibile. È da queste due strutture fondanti che trae origine conseguentemente la dimensione dell’ascolto.

Sentiti e domande aperte come strumenti dell’ascolto e della mediazione

In ragione di ciò, l’ascolto del mediatore, che si esplica attraverso i sentiti e le domande è volto a ristabilire una «comunicazione non distorta» e a rompere la bidimensionalità in cui i due soggetti coinvolti si sono reciprocamente appiattiti. Il mediatore, sotto questo profilo, si ritrae da se stesso e, nell’accantonamento di sé in quanto soggetto pensante e giudicante (cioè di soggetto portatore di principi e di valori e incline ad affermarli di fronte ad un fatto di cui è testimone), svolge la funzione essenziale di diventare specchio non distorcente, che, nel riflettere i vissuti dei contendenti, restituisce loro tridimensionalità. Il sentito e la domanda svolgono un ruolo decisivo nella riuscita della mediazione trasformativa, poiché il sentito «nomina» il vissuto dandogli corpo e forma, e soprattutto permette alla persona (che è anche, ma non solo, confliggente) di sentirsi riconosciuta e di riconoscersi, mentre la domanda, se posta nel modo corretto, concorre insieme al sentito a svolgere una funzione di «apertura» e di attribuzione di significati ai fatti, ai comportamenti, alle percezioni e alle rappresentazioni coinvolte dalla tempesta del conflitto e lambite dal mare delle relazione.

Nell’espressione del sentito i soggetti, quindi, si percepiscono riconosciuti; la domanda, invece, deve avere la struttura della «domanda aprente» che è caratterizzata dalla dotta ignoranza; dice Hans Georg Gadamer:

Chi crede di sapere di più non è capace di domandare. Per essere capaci di domandare bisogna voler sapere, il che significa però che bisogna sapere di non sapere. […] Domandare significa porre in questione, proprio in ciò consiste il carattere aperto dell’oggetto della domanda; esso è aperto in quanto la risposta non è ancora stabilita.

Il fine della mediazione

Sta ai mediatori restituire ai soggetti tale libertà, da cui l’interazione conflittuale li ha tenuti lontani, relegandola nell’ambito dei non-detti e più in generale dell’inesprimibile. Ed è la mancata espressione, la mancata comunicazione di questo carico, ciò che residua come una lacuna e come un generatore di sgomenta sofferenza, allorché il conflitto è gestito ponendo attenzione solo al risultato e non al processo.

La dialettica della mediazione, allora, presuppone, tenuto fermo il fondamento della libertà, che il fine di tale azione non sia, come è già stato detto, prestabilito; lo scopo non è più quello della riappacificazione o della risoluzione del contenzioso ma quello del ristabilimento di una comunicazione non distorta, la quale è il presupposto affinché le persone protagoniste del conflitto possano, se lo vogliono e se ce la fanno, restituire «umanità» all’altro.

Se il dialogo viene ripristinato e la bidimensionalità dei soggetti del contenzioso viene decostruita i due contendenti:

Giungono entrambi a collocarsi nella verità dell’oggetto, ed è questo che li unisce in una nuova comunanza. Il comprendersi nel dialogo non è un puro mettere tutto in gioco per far trionfare il proprio punto di vista, ma un trasformarsi in ciò che si ha in comune, trasformazione nella quale non si resta quelli che si era (ivi, pag. 437).

Da qui il significato profondo dell’aggettivo “trasformativa” che definisce tale modello di mediazione dei conflitti. Al termine di un simile percorso, infatti, piccole e grandi trasformazioni si sono compiute: ad esempio, a livello della rappresentazione che si ha dell’altro e di se stessi in rapporto a lui.

Vivere nei pressi di uno spazio verde migliora la qualità della vita

Vivere vicino a parchi e aree verdi aiuta a vivere meglio. In un nuovo studio, condotto in Germania, si collega il luogo di residenza allo stato di benessere della persona.

 

Gli effetti benefici del vivere in prossimità di ambienti naturali

Rumori, inquinamento, ritmi frenetici e mancanza di coesione sociale sembrano essere tra i fattori che mettono a rischio la salute mentale di chi vive in città. Non mancano, infatti, gli studi che dimostrano che vivere in città aumenti i livelli di stress e il rischio di soffrire di disturbi mentali.

Uno studio condotto dai ricercatori del Max Planck Institute for Human Development di Berlino ha rivelato le caratteristiche di questo fenomeno. Secondo un team di ricerca capeggiato dallo psicologo Simone Kuhn, il vivere in prossimità di ambienti naturali sarebbe legato ad una migliore funzionalità dell’amigdala, struttura del cervello che lavora nei momenti di stress.

Allo studio hanno partecipato 341 residenti berlinesi tra i 61 e gli 82 anni. Ai partecipanti è stato chiesto di effettuare un test di memoria e ragionamento e successivamente di sottoporsi a esami di risonanza magnetica per valutare la salute e la struttura delle aree che processano lo stress. I dati delle scansioni sono poi stati incrociati con i luoghi di residenza dei soggetti e il numero di volte che si recavano in aree verdi.

I ricercatori hanno così scoperto una relazione tra l’ambiente di residenza e la salute mentale; gli abitanti della città con maggior accesso a grandi parchi avevano più probabilità di mostrare una struttura cerebrale più sana, quindi, erano più in grado di affrontare lo stress. I risultati sono stati confermati anche dopo aver tenuto conto di altri fattori come l’educazione e il reddito che non hanno influito con rilevanza statistica sull’esito della prova.

Una precedente ricerca condotta dalla statunitense Harvard T.H. Chan School of Public Health su donne che vivono fuori città aveva già ampiamente dimostrato che vivere a contatto con la natura ha effetti benefici sulla loro salute mentale e sul loro benessere. Inoltre, hanno un tasso di mortalità fino al 12% inferiore rispetto alle donne che vivono più lontano dalla natura. In uno studio britannico del 2016 è risultato che semplicemente avere delle piante in ufficio aiuta a migliorare il benessere e la produttività dei dipendenti di quasi il 15%.

Con le stime che prevedono oltre il 70% della popolazione mondiale risiedente in ambienti urbani entro il 2050, bisognerà indagare gli effetti non solo fisici ma anche psicologici del distacco dell’uomo dall’ambiente naturale.

Come si è visto, sempre più studi stanno portando alla luce l’importanza del legame tra uomo e natura. Questi risultati potrebbero quindi essere molto importanti ai fini della pianificazione strutturale delle città, nonostante la necessità di ulteriori conferme necessarie a supporto della tesi dimostrata nel presente studio di ricerca.

Sono comunque necessari più studi longitudinali per accumulare prove a supporto di questa tesi.

Le rivendicazioni e i movimenti sociali dei nostri giorni: come si spiegano?

È il bello della democrazia, il fatto che tutto si mantenga nei limiti della civiltà dei modi e dei comportamenti, ma è anche un suo ingannevole incantamento. Ci si lascia andare a decisioni gravissime convinti che tutto sarà privo di pericoli e di conflitti. La natura non violenta del confronto democratico è ottimale per gestire il cambiamento nelle abitudini sociali, come a esempio l’evoluzione del rapporto tra uomo e donna negli ultimi cento anni, dalle suffragette allo scandalo di Harvey Weinstein. Questa efficienza tuttavia non è facilmente applicabile a conflitti tra stati o a tentativi di secessione.

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero e Sandra Sassaroli pubblicato su Linkiesta il 28/10/2017

 

L’illusione di sicurezza e le rivendicazioni sociali dei nostri giorni

Una strana illusione di superficiale sicurezza accompagna il crescere dei rancori e delle rivendicazioni sociali degli ultimi anni. Nelle interviste a passanti casuali dopo la Brexit molti elettori inglesi favorevoli al “leave” sembravano increduli delle conseguenze pratiche della loro scelta, quasi sbalorditi che la loro idiosincrasia personale si fosse realizzata in un evento fin troppo reale. Oggi la questione della Catalogna oscilla tra rischio di reale lesione violenta dell’unità politica della Spagna –con tutte le implicazioni di ordine pubblico e militari del caso- e sensazione che si tratti della solita tempesta in un bicchier d’acqua, dell’ultima manifestazione di un malcontento di piazza fine a se stesso e privo di sviluppo pratico.

Al contrario, nel referendum del Kurdistan gli attori sembrano consapevoli delle conseguenze politiche, legali e militari dell’atto -gli eserciti si schierano- mentre in Europa atti gravidi di effetti storici sembrano sempre esprimersi in una maniera attutita, priva di conseguenze davvero rischiose. Rivoluzioni pacifiche nel migliore dei casi, altre volte eventi privi di sostanza.

È il bello della democrazia, il fatto che tutto si mantenga nei limiti della civiltà dei modi e dei comportamenti, ma è anche un suo ingannevole incantamento. Ci si lascia andare a decisioni gravissime convinti che tutto sarà privo di pericoli e di conflitti. La natura non violenta del confronto democratico è ottimale per gestire il cambiamento nelle abitudini sociali, come a esempio l’evoluzione del rapporto tra uomo e donna negli ultimi cento anni, dalle suffragette allo scandalo di Harvey Weinstein. Questa efficienza tuttavia non è facilmente applicabile a conflitti tra stati o a tentativi di secessione.

Le conseguenze psicologiche di questa illusoria sensazione di sicurezza può essere la tendenza a ragionare solo in termini di astratta giustizia e di diritti da assicurare seduta stante. Il che va bene, se però si unisce anche a un ragionamento concreto sui percorsi da imboccare per ottenerli questi diritti, e sugli inevitabili costi ed effetti collaterali negativi che qualunque cambiamento implica. Invece la sensazione è che si inneschino eventi potenzialmente giganteschi con la leggerezza con la quale si gioca alla playstation. Ci sono videogiochi in cui è possibile, prima di cena, gestire imperi millenari e partire alla conquista del mondo. Dopodiché si può anche chiudere la serata soddisfatti. Promuovere la separazione dall’Europa o dalla Spagna con lo stesso spirito svagato forse è meno consigliabile.

Il senso di pretesa come stato psicologico disfunzionale del narcisismo e il malessere sociale

Ragionare in termini semplicistici non è solo un segnale di stupidità. È anche una posizione verso il mondo, uno stato psicologico disfunzionale che non a caso è alla radice di molti disturbi. Il senso di pretesa, il cosiddetto “entitlement” per cui le cose ci sembrano dovute e –appunto- pretendiamo che esse ci siano subito, qui e ora solo perché è giusto, è alla base del narcisismo.

Naturalmente anche questo è troppo semplice. Il malessere sociale che viviamo in questa epoca agitata non è imputabile a una causa psicologica e nemmeno è possibile sostenere il contrario. Tuttavia, i due concetti, sociale e psicologico, possono illuminarsi a vicenda. In psicoterapia, accanto al momento della vicinanza psicologica e dell’accoglimento si dà importanza anche a quello dell’appello alle risorse personali e all’impegno a rafforzare la propria capacità di sopportare la frustrazione, ad avere un rapporto realistico con il mondo e a esporsi coraggiosamente alle situazioni temute: parlare in pubblico, impegnarsi nei rapporti sociali, andare nei luoghi dove si prova ansia, controllare le proprie emozioni peggiori nei luoghi di lavoro: rabbia, invidia, rancore, gelosia. La previsione degli aspetti negativi e concreti fa parte della crescita psicologica. Aspettarsi che un cambiamento psicologico avvenga solo attraverso l’ascolto e la comprensione dei propri traumi è illusorio, sebbene oggi la teoria del trauma sembri tornare in voga, dopo che lo stesso Freud la aveva seppellita un secolo fa.

Nel campo politico e sociale questa nozione sembra scomparire, soprattutto nei cosiddetti movimenti populisti ma non solo. Ci si imbarca in avventure che lasciano perplessi, si pensa di poter rievocare stati e nazioni risalenti a epoche lontane, oggi la Catalogna o magari domani la Repubblica di Venezia, ritenendo di poter dirimere ogni ostacolo con una democratica stretta di mano tra amici. Vedremo cosa accadrà, vedremo come va a finire.

Guarire dalla depressione post partum. Indicazioni cliniche e psicoterapia (2017) – Recensione

Attraverso uno stile chiaro, l’autrice del manuale Guarire dalla depressione post partum fornisce un inquadramento teorico e diversi esempi pratici sulla psicopatologia perinatale e per questo costituisce un testo utile e consigliato sia per i clinici che per le donne che attraversano con qualche difficoltà il periodo del post partum.

 

Guarire dalla depressione post partum: quando l’arrivo di un bambino ci mette dinnanzi ai nostri limiti

Karen Kleiman, autrice del manuale Guarire dalla depressione post partum, lavora da più di 20 anni con pazienti affette da depressione post partum e ha fondato nel 1988 il Postpartum Stress Center in Pennsylvania. Attraverso uno stile chiaro, l’autrice fornisce un inquadramento teorico e diversi esempi pratici sulla psicopatologia perinatale e per questo costituisce un testo utile e consigliato sia per i clinici che per le donne che attraversano con qualche difficoltà il periodo del post partum.

La nostra società si basa sugli ideali della perfezione, dell’efficienza e dell’organizzazione, ma tali standard sono destinati a crollare quando nasce un bambino e ci si scontra con i propri limiti e le proprie fragilità. Questo può costituire uno dei motivi per cui può insorgere la depressione post partum, la quale è caratterizzata da diverse manifestazioni cliniche che possono variare per intensità, gravità, durata. Ma la Kleiman ci tiene a ribadire in tutto il manuale Guarire dalla depressione post partum che dalla depressione si può uscire e che “proprio come il bruco quando pensava che il mondo fosse finito diventò una farfalla”, così anche le mamme possono rinascere dopo un periodo di disperazione.

L’importanza di un ambiente di holding

Ciò che, in ambito terapeutico, può essere sostanziale è l’offrire alla donna sofferente di depressione, un ambiente di holding, di protezione e contenimento e porsi con una modalità molto simile a quella che la mamma utilizza con il proprio bambino:

Nei primi stadi dell’alleanza terapeutica, alla paziente andrebbero trasmessi messaggi corrispondenti a quelli che Winnicott considera essenziali nel rapporto tra la madre e il neonato: “Lei non è sola. Sa dove trovarmi. Mi faccia sapere se ha bisogno di qualsiasi cosa. Mi informi se è cambiato qualcosa”.

Questo consente di creare un’alleanza basata su intimità, fiducia e comunicazione e crea i presupposti per una buona terapia.

La Kleiman dedica molta attenzione alla presa in carico della paziente e in Guarire dalla depressione post partum descrive come procedere, le difficoltà, le resistenze e l’importanza di essere empatici e di dare voce alla depressione vissuta nello specifico da ciascuna donna. Sentirsi comprese e riconosciute diventa un aggancio fondamentale. Vengono descritti anche gli strumenti che possono funzionare e come impostare la prima telefonata e lo screening. Vengono anche fornite informazioni sull’assessment e sulle possibili terapie alternando continuamente la teoria con esempi pratici.

Successivamente, si entra nel vivo della patologia delle donne nel post partum e ci si sofferma in particolare sui pensieri spaventosi che possono comparire su di sé o sul bambino, sulle difficoltà legate all’allattamento, all’insonnia, alla relazione con il bambino, ai pensieri suicidari, alle manifestazioni psicotiche.

L’ultima parte di Guarire dalla depressione post partum è tutta dedicata al percorso di guarigione e a come è possibile accompagnare le donne che ne soffrono ad uscire dal dolore della depressione post partum e a come ricercare un senso e un insegnamento dalla sofferenza che possa essere utile per il presente e il futuro.

Il testo della Kleiman non costituisce un manuale di psicopatologia perinatale, ma fornisce, attraverso diversi esempi e riflessioni, spunti interessanti per approfondire la specificità della psicopatologia post partum.

Tutto passa dalla mente. A Palermo una giornata dedicata al benessere psicologico

Promuovere il benessere psicologico come valore fondante della qualità di vita, informando sul ruolo dello psicologo e della psicologia e sulle loro funzioni in direzione di un accresciuto benessere alla cittadinanza: questo l’obiettivo della Giornata Nazionale della psicologia, tenutasi il 10 Ottobre scorso e promossa dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli psicologi, in stretta collaborazione con i vari Ordini Regionali.

 

All’interno di tale iniziativa, giunta alla seconda Edizione, nella città di Palermo, momento centrale è stato il Convegno “Giornata del benessere psicologico: tutto passa dalla mente”, svoltosi lo scorso 13 Ottobre, occasione di dibattito tra esperti e di apertura al territorio, al fine di fornire stimoli di riflessione sul ruolo della psicologia e dello psicologo per la promozione della salute, da intendersi, secondo le indicazioni dell’OMS, come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente come l’assenza disagio o malattia.

Il benessere psicologico nei diversi contesti di vita

Il concetto di benessere coinvolge a vasto raggio una molteplicità di contesti di vita e la sua promozione risulta essenziale nell’ottica di garantire una crescita armonica da un punto di vista cognitivo, emotivo e sociale, in particolare in età evolutiva.

La questione del benessere deve interessare gli operatori e la società intera, alla luce del fatto che il numero di bambini e adolescenti con disagio psicologico, inclusi quelli con disturbi del comportamento alimentare, si aggira oggi intorno al 9%. Se prendiamo in esame il ruolo dello sport e dell’alimentazione nella promozione del benessere cognitivo e fisico dobbiamo necessariamente riferirci al ruolo benefico di alcuni cibi e dell’attività sportiva durante lo sviluppo – sottolinea Massimiliano Oliveri, professore ordinario di psicobiologia e psicologia fisiologica dell’Università di Palermo – Ecco che gli acidi grassi essenziali Omega 3 massimamente contenuti nel pesce favoriscono la sintesi di fattori di crescita, similmente l’esercizio fisico ha effetti benefici sulla plasticità sinaptica e sulla cognizione. Se indubbiamente questi due elementi influenzano la salute psichica e del cervello, non possiamo trascurare il ruolo delle opportunità culturali, come le frequentazioni o il cinema, che aumentano il volume delle aree cerebrali che controllano le funzioni esecutive, la memoria verbale e il linguaggio.

L’ARTICOLO PROSEGUE DOPO LE IMMAGINI DEL CONVEGNO:

Relatori del Congresso di Palermo “Tutto passa dalla mente”

Relatori del Congresso di Palermo “Tutto passa dalla mente”

Altro ruolo fondamentale nella promozione del benessere psicologico è svolto dalla scuola, che, nella prospettiva di Maurizio Gentile, psicologo psicoterapeuta e coordinatore dell’Osservatorio sulla dispersione scolastica dell’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia:

Deve incentivare la crescita emotiva e relazionale degli alunni focalizzandosi sulla mente dei docenti e non esclusivamente sull’utilizzo massivo degli strumenti tecnologici. Ecco l’importanza della formazione dei docenti nella conduzione del gruppo classe e nel riconoscimento delle dinamiche affettive.

Il benessere psicologico nel dolore cronico: la pratica della mindfulness

Il benessere come obiettivo trasformativo, di evoluzione e cambiamento, a cui puntare anche nelle condizioni apparentemente più immutabili e disperate. Il riferimento va alla discriminante tra quello che posso guidare e cambiare e quello che devo semplicemente accettare, nella condizione della cronicità di quelle patologie che per loro natura non lasciano grandi margini di miglioramento, come le neoplasie, in riferimento alla pratica della Mindfulness.

Seguendo la pratica Mindfulness si impara gradualmente a rapportarsi con il dolore, in particolare il dolore cronico, invalidante e difficilmente eliminabile, nel modo più neutro possibile, attraverso un’osservazione non giudicante. Quando il dolore non è respinto o fatto oggetto di paura, attraverso la consapevolezza delle sensazioni, si inizia a sperimentare uno stato di benessere. Il segreto consiste nell’imparare ad accogliere il dolore con il respiro e a starci nel qui ed ora, prendendo ogni momento così come viene –  dice Simone Cheli, Docente dell’Università degli Studi di Firenze – Molteplici sono i vantaggi sperimentabili con la mindfulness: riduzione della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca, dei livelli di cortisolo e dei trigliceridi, tutti vantaggi che si sono dimostrati paragonabili a quelli degli antidepressivi, seguendo un trattamento di otto settimane.

Promozione di stili di vita improntati alla salute a partire dalla pratica dell’attività fisica e di uno stile alimentare equilibrato, da attuarsi il più precocemente possibile, insieme alla ricchezza degli stimoli di ordine affettivo, sociale e culturale, garanzie di benessere psicologico e della “giovinezza del cervello”: una sfida aperta per una psicologia efficace che voglia realmente definirsi al servizio della collettività e che adotti la filosofia delle iniziative efficaci come azioni sociali che poggiano sulla consapevolezza della salute come diritto negato.

La compulsione come costrutto dell’ alimentazione incontrollata

L’ alimentazione compulsiva è un costrutto transdiagnostico che è caratteristico di alcune condizioni di attenzione medica e psichiatrica come ad esempio l’obesità e i DCA (disturbi del comportamento alimentare).

Luisa Resta, OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva di Firenze

La compulsione come costrutto transdiagnostico

I comportamenti compulsivi possono essere definiti come delle condotte ripetute nonostante le conseguenze avverse ovvero dei comportamenti reiterati che risultano inappropriati in determinate situazioni. I soggetti con le compulsioni riconoscono spesso che il loro comportamento è dannoso, ma si sentono emotivamente costretti a metterlo in atto.

La compulsione affonda le sue radici nella sintomatologia tipica del disturbo ossessivo-compulsivo, nel discontrollo degli impulsi e nelle condotte di abuso di sostanze. Tuttavia il comportamento compulsivo è una caratteristica non solo dell’abuso di sostanze e delle dipendenze, ma anche di qualche disturbo alimentare, come il BED, o in alcune forme di obesità, come pure del costrutto della dipendenza da cibo.

Nelle dipendenze da sostanze la compulsione si manifesta come una spinta persistente ad usare le droghe e un’incapacità di controllarne l’uso; allo stesso modo le patologie legate al cibo sono caratterizzate da un bisogno smodato e incontrollabile di alimentarsi in modo eccessivo nonostante gli sforzi di tenere sotto controllo tale comportamento.

Gli attuali modelli di comprensione pongono l’attenzione su tre elementi in particolare:
1) l’alimentazione incontrollata come abitudine;
2) l’alimentazione come strategia disfunzionale per fronteggiare uno stato emotivo negativo;
3) l’alimentazione incontrollata nonostante le conseguenze avverse.

L’ alimentazione compulsiva è caratterizzata dai suddetti elementi che derivano da disfunzioni cerebrali nelle aree deputate all’apprendimento per ricompensa, ai processi emotivi e al controllo delle inibizioni. Disfunzioni dei sistemi relativi ai neurocircuiti (nello specifico, i gangli della base, l’amigdala estesa e la corteccia prefrontale) sembrano implicate in tali condotte patologiche di alimentazione.

L’alimentazione eccessiva è frutto di un’abitudine appresa

Per quanto riguarda il primo aspetto, occorre ricordare come la formazione di un’abitudine sia il risultato finale di un processo di apprendimento adattivo in cui le azioni volontarie diventano abituali attraverso meccanismi di rinforzo. Gli stimoli ambientali legati all’alimentazione, noti come rinforzi condizionati, possono aumentare in modo robusto il desiderio di mangiare anche in assenza di cibo in sé o in assenza di bisogni fisiologici legati alla fame. Attraverso ripetuti accoppiamenti di uno stimolo (stimolo condizionato) con il cibo (stimolo incondizionato), lo stimolo appreso diventa un incentivo saliente, provocando così intensi impulsi per ottenere la ricompensa associata e agisce anche come un rinforzo condizionato che contribuisce al mantenimento del desiderio di ricercare cibo, anche senza la presentazione degli alimenti.

Si ipotizza che il comportamento compulsivo possa riflettere un’ abitudine disadattiva di stimolo-risposta che precedentemente costituiva un comportamento flessibile e volontario. Le abitudini si formano attraverso un’azione rinforzata ripetuta finché l’associazione stimolo-risposta non interrompe lo scopo del comportamento (ad esempio la ricerca di un particolare alimento) come motivazione per eseguire l’azione.

Le abitudini possono essere considerate compulsive quando persistono nonostante la svalutazione, o una riduzione dell’efficacia del rinforzo. Nell’ alimentazione compulsiva, l’incapacità di adattare il comportamento alimentare in base al valore motivazionale del risultato può riflettere un’abitudine compulsiva. In talune ricerche è stato evidenziato come un comportamento compulsivo possa essere generato da un conflitto o una situazione stressante, successivamente tale condotta tende a caratterizzarsi per la sua natura compulsiva anche quando gli stimoli scatenanti sono assenti, plausibilmente anche a causa delle endorfine rilasciate nel cervello. In altre parole, una volta che tale comportamento si è radicato, si trae una sorta di euforico appagamento che produce assuefazione, paragonabile in tutto e per tutto alla dipendenza da sostanze. Alcuni studi hanno evidenziato nei soggetti con un disturbo da binge eating una particolare distorsione cognitiva quando si impegnano nell’apprendimento di un’abitudine rispetto ad altri tipi di apprendimento, il che sembrerebbe essere alla base dell’abitudine compulsiva come risposta appresa.

Il cibo come sollievo dalle emozioni negative

Mettere in atto un comportamento, come ad esempio ingerire grosse quantità di cibi gradevoli, allo scopo di alleviare uno stato emotivo negativo è un altro elemento importante che caratterizza l’ alimentazione compulsiva. Tale elemento si rintraccia ad esempio anche nella sintomatologia del disturbo ossessivo-compulsivo, caratterizzato da ansia e stress prima di commettere comportamenti compulsivi e sollievo conseguente all’esecuzione degli stessi.

Si ipotizzano due processi distinti, ma sovrapposti alla base di questo effetto negativo indotto dall’astensione comportamentale: diminuzione della ricompensa e maggiore stress. La funzione di ricompensa diminuita è caratterizzata da un’abituazione e dalla perdita di motivazione per le ricompense ordinarie. La sensazione negativa deriva anche dall’interessamento dei sistemi cerebrali legati allo stress che si ipotizza siano ripetutamente coinvolti in tale meccanismo, causando irritabilità e ansia. Pertanto, nel momento in cui un comportamento diviene compulsivo, si ipotizza uno spostamento dei fattori che l’hanno motivato: mentre inizialmente il comportamento è rinforzato positivamente, in seguito la compulsione potrebbe sorgere a partire dai meccanismi di rinforzo negativo, come il sollievo dalle emozioni negative a causa dell’astensione. I vissuti di disforia, ansia e irritabilità nel momento in cui la ricompensa (cibo) cercata non è disponibile caratterizzano i disturbi alimentari e possono portare ad un comportamento alimentare compulsivo.

Per quanto riguarda l’alimentazione, l’astinenza da certi cibi si configura come un nuovo equilibrio alimentare, comunemente chiamato dieta, che implica una riduzione delle calorie ingerite e/o un cambiamento di dosaggio energetico, passando da cibi altamente appetibili e proibiti ad un incremento di cibi più salutari. Numerosi studi hanno infatti evidenziato come la maggior parte dei soggetti obesi, a inizio dieta, provino sensazioni di irritabilità e ansia intense. Inoltre anche il passaggio da un equilibrio alimentare ricco di calorie ad uno meno calorico comporta un peggioramento del tono dell’umore e sintomi depressivi, e questi sono associati a loro volta con un’alimentazione eccessiva come strategia di gestione dello stress, riflettendo probabilmente un tentativo di automedicamento emotivo attraverso il comfort food. Tali risultati sembrano supportare l’ipotesi che la dieta possa peggiorare uno stato emotivo negativo, e che l’ alimentazione compulsiva possa essere mantenuta attraverso un meccanismo di rinforzo negativo.

Nei modelli sperimentali animali, l’accesso ripetuto e intermittente a un cibo gradevole porta a segni emozionali di ritiro spontaneo, come ansia, depressione e una maggiore reattività allo stress. Dopo l’esposizione ad una dieta ad alta percentuale di grassi, i ratti mostrano elevate soglie di ricompensa di stimolazione cerebrale. Un simile funzionamento ridotto del sistema di ricompensa è stato osservato anche nei ratti soggetti a obesità, prima dello sviluppo dell’obesità, indicando come il ridotto funzionamento del sistema della ricompensa costituisce allo stesso tempo sia un fattore di vulnerabilità che una conseguenza dell’eccessivo consumo di alimenti gradevoli.

Avere nuovamente accesso a dei cibi appetibili in seguito ad un periodo di privazione ne induce un consumo eccessivo e ciò a sua volta allevia il disagio causato da depressione e ansia. Le prove derivanti dai modelli animali suggeriscono fortemente che l’alimentazione patologica può contribuire all’emergere di uno stato emotivo negativo e che ottenere sollievo da ansia o stress può portare ad un’ alimentazione compulsiva.

Perdita di controllo e conseguenze negative dell’ alimentazione compulsiva

Infine, l’ultimo elemento caratteristico dell’ alimentazione compulsiva sembra essere la perdita di controllo, dovuta a deficit nei meccanismi deputati alla soppressione delle azioni inappropriate. Questi deficit probabilmente conferiscono vulnerabilità al comportamento di dipendenza e / o emergono da un uso persistente e prolungato di cibo altamente appetibile, e spingono i soggetti a procrastinare il comportamento disfunzionale anziché porvi fine. Ricerche sperimentali hanno mostrato come individui con disturbi del comportamento compulsivo mostrino una scarsa performance sui compiti relativi alle funzioni esecutive e al controllo inibitorio relativo al cibo, come limitare le risposte, inibire il craving o ritardare l’assunzione. Tali deficit sono associati ad un aumento di peso maggiore e ad una bassa risposta al trattamento per la perdita di peso.

Tale mancanza di controllo spesso persiste nonostante le complicanze fisiche, psicologiche e sociali che portano o esacerbano l’alimentazione incontrollata. Tali soggetti spesso soffrono a causa delle emozioni negative in seguito alle abbuffate, a causa di vissuti di vergogna, negazione e colpa. Quando queste conseguenze emotive e fisiche negative superano gli effetti desiderabili di un cibo gradevole, le persone spesso tentano di iniziare una dieta o di evitare di cedere all’impulso disfunzionale, sebbene poi ricadano spesso in abitudini alimentari scorrette e poco sane.

Nonostante la ricerca si stia interessando sempre più a tale argomento, occorrono ancora numerosi sforzi per una comprensione più profonda dei meccanismi sottostanti al comportamento alimentare compulsivo, non solo in un’ottica patogenetica ma per migliorare le prospettive di prevenzione e trattamento.

Onde cerebrali diverse per diversi tipi di apprendimento

Per la prima volta i ricercatori hanno identificato le caratteristiche neurali dell’ apprendimento implicito e dell’ apprendimento esplicito.

 

È ormai dimostrato che azioni quali guidare una moto e memorizzare le regole degli scacchi richiedano tipi diversi di apprendimento; ora però i ricercatori hanno distinto questi tipi di apprendimento sulla base delle onde cerebrali prodotte.

Earl Miller, professore di neuroscienze al Picower Institute for Learning and Memory e autore dell’articolo afferma:

Queste differenze nelle onde neurali potrebbero guidare gli scienziati nello studio della neurobiologia sottostante l’apprendimento di abilità motorie e di compiti cognitivi complessi. Il nostro obiettivo è quello di aiutare i soggetti con problemi di apprendimento e di memoria, potremmo infatti trovare un modo per stimolare il cervello umano ottimizzando così le tecniche di training per mitigare questi deficit.

Apprendimento implicito e apprendimento esplicito

Gli scienziati credevano esistesse un solo tipo di apprendimento fino a quando non si presentò il caso del famoso paziente Henry Molaison, meglio conosciuto come HM. A seguito di un’operazione che portò alla rimozione di parte del cervello, HM sviluppò una grave amnesia. Il paziente non ricordava ad esempio di aver mangiato qualche minuto prima ma era in grado di apprendere abilità motorie e di migliorarle nel tempo sebbene non avesse memoria di svolgere tali attività.

Il caso di HM e in generale dei pazienti amnesici ha svelato l’esistenza di due diverse tipologie di apprendimento: apprendimento implicito e apprendimento esplicito.

L’ apprendimento esplicito si potrebbe definire un apprendimento consapevole, in cui cioè l’individuo è cosciente di ciò che sta imparando, un esempio è la memorizzazione di un lungo passaggio all’interno di un libro. L’ apprendimento implicito al contrario, è definibile come “apprendimento delle abilità motorie” o “memoria muscolare”, in questo tipo di apprendimento non si ha accesso consapevole a ciò che si sta imparando, è il caso dell’imparare ad andare in bicicletta. Molte attività, quale ad esempio imparare a suonare un nuovo brano musicale, richiedono entrambi i tipi di apprendimento.

Cosa succede a livello cerebrale durante l’ apprendimento

Studiando il comportamento degli animali durante l’esecuzione di diversi compiti, i ricercatori hanno osservato come venissero impiegati i diversi tipi di apprendimento. La scoperta interessante è rappresentata dal fatto che questi tipi di comportamenti erano accompagnati da differenti pattern di onde cerebrali.

Cosa succede quindi quando impariamo qualcosa? Quando i neuroni si attivano, producono segnali elettrici che si combinano per formare onde cerebrali le quali oscillano a diverse frequenze. Durante i compiti di apprendimento esplicito si è verificato un aumento delle onde alfa2-beta (oscillanti a 10-30 hertz, tipiche degli stati di veglia) a seguito di una scelta corretta e una maggioranza di onde delta-theta (3-7 hertz, caratterizzanti gli stati di rilassamento o di sonno) dopo una scelta errata. Le onde alpa2-beta aumentavano durante l’esecuzione dei compiti espliciti per poi diminuire con il progredire dell’ apprendimento. I ricercatori hanno inoltre osservato la cosiddetta “negatività correlata agli eventi” (picchi di attività neurale in risposta a errori comportamentali) solo nei compiti che si pensava richiedessero apprendimento esplicito.

L’aumento di onde alfa2-beta nel cervello durante i compiti espliciti potrebbe riflettere la costruzione di un modello di apprendimento, il ritmo alfa-beta tornerebbe alla normalità solo in seguito alla costruzione di tale modello – spiega Miller.

Al contrario, nei compiti di apprendimento implicito i ritmi delta-theta aumentavano in concomitanza a risposte corrette e decrescevano durante l’ apprendimento. Miller ipotizza che questo pattern potrebbe riflettere la connessione neurale codificante l’abilità motoria durante l’ apprendimento.

I risultati dimostrano che esistono diversi meccanismi sottostanti l’ apprendimento, questo potrebbe essere sfruttato per migliorare le strategie di insegnamento durante l’ apprendimento di un compito. Individuando infatti il tipo di apprendimento che l’individuo sta utilizzando si potrebbe modificare e al tempo stesso potenziare il processo, se ad esempio l’individuo sfrutta l’ apprendimento implicito potremmo fornire feedback positivi in quanto sappiamo che tale tipo di apprendimento si basa su queste risposte.

Inoltre studi precedenti avevano dimostrato come alcune parti del cervello quali ad esempio l’ippocampo, fossero maggiormente coinvolte nell’ apprendimento esplicito mentre aree quali i gangli della base venissero utilizzate in quello implicito. Miller afferma invece che il presente studio identifica sovrapposizioni a livello strutturale in questi due sistemi, indicando che in parte questi condividono le stesse reti neurali.

Infine lo studio delle caratteristiche neurali potrebbe essere utile per identificare in fase precoce malattie quali l’ Alzheimer come afferma Roman Loonis studente del laboratorio di Miller e ricercatore dell’Istituto Picower:

Nell’Alzheimer si verificano cambiamenti nelle strategie di apprendimento: i soggetti affetti utilizzano l’ apprendimento implicito poiché il sistema di apprendimento esplicito risulta calante a causa della demenza, sintomo tipico di questo morbo.

 

Ortoressia come strategia di coping nei soggetti anoressici

Tutte queste considerazioni suggeriscono una forte sovrapposizione tra Anoressia e ortoressia rispetto a ciò che si pensava: l’ ortoressia potrebbe essere un potenziale sottotipo o variante dell’ anoressia, probabilmente una forma meno grave. Un approccio corrispondente è stato suggerito da Kinzl e al. (2006) che avanza l’ipotesi che l’ ortoressia possa essere la porta per un disturbo alimentare più grave come l’anoressia. Il loro studio valutava l’ ortoressia nei dietisti e ha mostrato un altro possibile effetto: l’ ortoressia potrebbe essere una strategia di coping per i soggetti anoressici.

Luisa Resta, OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva di Firenze

 

Definizione di ortoressia

Nel 1997, il medico americano Steven Bratman coniò il termine ortoressia nervosa come una combinazione delle parole di origine greca “orthos” (appropriato, giusto) e “orexis” (appetito) per indicare l’ossessione per uno stile alimentare sano e consapevole. Le altre caratteristiche del comportamento ortoressico son considerate le seguenti:
– preoccupazione mentale rivolta al mangiar sano;
– idee esagerate/prevalenti riguardanti gli effetti e i benefici salutogeni del cibo;
– una rigida aderenza alle regole alimentari auto-imposte.

Sebbene non inserita all’interno dell’ultima edizione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), di recente l’ ortoressia nervosa è stata oggetto di ricerche scientifiche che hanno stimolato il dibattito internazionale circa l’opportunità o meno di annoverare questo disturbo all’interno della nosografia ufficiale del mondo psichiatrico.

A tal proposito, Moroze e al. (2015) hanno proposto una classificazione dell’ ortoressia nella sottocategoria del disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, un fenomeno che insorge nei primi dieci anni di vita, caratterizzato dall’evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo (es. odore, colore, consistenza..), che di per se non è rappresentativo dell’ ortoressia.

Al di là di tali considerazioni, rimane poco chiaro il modo in cui il comportamento ortoressico si distanzia dall’ anoressia. Bratman aveva sottinteso una stretta relazione con l’ Anoressia Nervosa quando coniò il termine “ortoressia”. Nondimeno, egli assunse il desiderio di essere magri come pure la perdita di peso intenzionale, come irrilevanti nei soggetti ortoressici.

Correlati psicologici e comportamenti simili nell’ ortoressia e nei disturbi alimentari

  • La focalizzazione cognitiva sulla nutrizione

Analizzando dettagliatamente il concetto teorico del comportamento ortoressico, emergono numerose similitudini con i tipici comportamenti alimentari disfunzionali, in particolare con l’ Anoressia. In entrambe si ravvisa una predominante focalizzazione cognitiva sulla nutrizione: i cibi non vengono scelti in base alla sensazione di fame, sazietà o alle preferenze individuali, bensì secondo una valutazione cognitiva riguardante il loro contenuto calorico o i loro presunti effetti benefici e dannosi sulla salute. La selezione rigida e la progressiva riduzione dei cibi “consentiti” prevalgono sia nell’ Anoressia che nell’ ortoressia, come pure il perfezionismo, l’ansia, il bisogno di controllo, la rigidità dei comportamenti e i rituali legati alla preparazione dei cibi. Al di fuori dei pasti, una considerevole quantità di tempo viene spesa nella pianificazione e nella realizzazione dei pasti quotidiani al fine di riuscire a prestare attenzione ai pensieri rispetto a ciò che sarà mangiato, alla raccolta di informazioni nei confronti di ciascun ingrediente, alla preparazione degli ingredienti, e infine all’assunzione del cibo.
Finora si è pensato che l’assenza di una perdita di peso significativa e intenzionale discriminava tra ortoressia e gli altri disturbi dell’alimentazione; inoltre, la sindrome ortoressica non sembra includere alcuna forma di distorsione dell’immagine corporea. Tuttavia, studi recenti giungono ad una diversa conclusione in riferimento alle correlazioni trovate tra l’ ortoressia e la spinta alla magrezza (comportamento che interferisce con l’aumento di peso) – ossia la principale caratteristica dell’ anoressia – e il perfezionismo.

  • Ortoressia e insoddisfazione corporea

Inoltre, i soggetti ortoressici mostrano una percezione e una valutazione distorte del loro corpo. Uno studio recente suggerisce che le donne con un elevato e marcato comportamento ortoressico sono meno soddisfatte e accettano meno il loro corpo rispetto a quelle con un livello inferiore di pratiche ortoressiche. Risultati simili sono stati trovati anche da Brytek – Matera e al. (2015), indicando una correlazione tra sintomi ortoressici e il rapporto non sano tra sé e il proprio corpo. Pertanto, le difficoltà nella percezione e nell’accettazione del corpo sembrano giocare un importante ruolo nell’ ortoressia, che pone maggiore enfasi sulla stretta relazione tra ortoressia e sintomi di altri disturbi dell’alimentazione.

  • Credenze disfunzionali alla base della restrizione di cibo

Sia l’ ortoressia che l’ anoressia nervosa condividono la restrizione del consumo di cibo, che nell’ anoressia è dovuta ad un’intensa paura di ingrassare, mentre nell’ ortoressia è causata da paure legate al cibo poco salutare secondo le credenze personali. Per la diagnosi di Anoressia la perdita di peso deve essere presente – a differenza dell’ ortoressia, in cui la perdita di peso non è considerata un sintomo centrale del potenziale disturbo. Mentre nell’ ortoressia le idee prevalenti si focalizzano sui benefici della nutrizione e i potenziali benefici del cibo sulla salute, nei soggetti anoressici i pensieri disfunzionali sono associati con un disturbo dell’ immagine corporea. È anche possibile che il disturbo dell’immagine corporea sia presente anche nell’ ortoressia (es. riguardante un corpo sano piuttosto che un corpo magro) e le idee sopravvalutate riguardanti i benefici del cibo si ritrovino anche nell’ anoressia (es. le paure relative al contenuto di grassi dei cibi).

Ortoressia come strategia di coping nell’ anoressia nervosa

Tutte queste considerazioni suggeriscono una forte sovrapposizione tra Anoressia e ortoressia rispetto a ciò che si pensava: l’ ortoressia potrebbe essere un potenziale sottotipo o variante dell’ anoressia, probabilmente una forma meno grave. Un approccio corrispondente è stato suggerito da Kinzl e al. (2006) che avanza l’ipotesi che l’ ortoressia possa essere la porta per un disturbo alimentare più grave come l’anoressia. Il loro studio valutava l’ ortoressia nei dietisti e ha mostrato un altro possibile effetto: l’ ortoressia potrebbe essere una strategia di coping per i soggetti anoressici.

In letteratura, tra gli studi che hanno esaminato la relazione tra questi due disturbi legati all’alimentazione, Barthels e al. (2017) trovano una correlazione di .53 tra ortoressia e spinta alla magrezza, e una correlazione pari a .27 con l’insoddisfazione corporea, come le due principali caratteristiche dell’ anoressia. Inoltre, Segura-Garcia e al. mostrano che il 28% dei pazienti con AN o BN presentano una sintomatologia ortoressica, con una tendenza ad aumentare tali sintomi nel 58% dei casi dopo il trattamento.

Gramaglia e al. (2017) hanno confrontato un campione di soggetti con diagnosi di anoressia e condotte ortoressiche con un gruppo di controllo, da cui si evince che i pazienti con un comportamento ortoressico pronunciato hanno punteggi più alti nella sottoscala dell’autocelebrazione, suggerendo come siano più in grado di sentirsi attraenti e di beneficiare dal mettere in mostra il proprio corpo. Sorprendentemente, i timori ipocondriaci non sembrano giocare un ruolo significativo riguardo alla presenza delle tendenze ortoressiche nei pazienti alimentari.

I risultati maggiormente degni di nota sono il raggiungimento dei bisogni psicologici di base in ambito di dieta e alimentazione. I pazienti con evidenti comportamenti ortoressici sono maggiormente soddisfatti in termini di competenza ed autonomia. Supponendo che tutti i pazienti ricevano un trattamento dietetico paragonabile, questi risultati suggeriscono che i pazienti con un comportamento ortoressico più pronunciato sembrano sentirsi maggiormente autonomi e competenti mentre imparano a mangiare in modo più normale. Ciò potrebbe suggerire che il comportamento alimentare ortoressico serve come strategia di coping per i pazienti con un comportamento alimentare anoressico. Tale ipotesi è supportata dai risultati della ricerca di Segura-Marcia e al. (2015) che indicavano come l’ ortoressia fosse associata, a livello clinico, all’aumento dei sintomi di un disturbo alimentare e un passaggio verso forme meno gravi di disturbi alimentari.

Inoltre, è emerso come i sintomi ortoressici aumentino nel triennio successivo al trattamento, mentre gli indicatori per un disturbo alimentare (AN, BN) tendono a diminuire, sottolineando la possibilità che l’ ortoressia sia usata come strategia di coping dai soggetti anoressici.
La sensazione di avere autocontrollo, specialmente sull’assunzione di cibo, costituisce un rinforzo importante nello sviluppo e nel mantenimento del disturbo alimentare anoressico; gli individui anoressici affermano che il senso di autonomia è fortemente legato al loro desiderio di guarire dal disturbo alimentare.

Il comportamento alimentare ortoressico potrebbe essere un modo più salutare per controllare l’assunzione di cibo e per spostare la propria attenzione dai cibi a basso contenuto di calorie ai cibi sani, con conseguente maggiore varietà di alimenti consentiti per chi soffre di anoressia e minor pericolo di perdere peso. I risultati delle frequenze relative al consumo alimentare sostengono questo presupposto: a prescindere dal contenuto di calorie, gli individui anoressici con numerosi comportamenti ortoressici mangiano più cibi sani.

Cambiare la strategia di selezione dei prodotti alimentari e insegnare ai pazienti anoressici ad aumentare la varietà di alimenti consentiti è un obiettivo importante del trattamento, suggerendo come il comportamento alimentare ortoressico possa aiutare gli individui anoressici ad uscire dal loro disturbo alimentare.

Dal momento che l’ anoressia è ancora difficile da trattare e ha un alto tasso di mortalità nel corso della vita, considerare il comportamento alimentare ortoressico come un piccolo mattoncino nell’andamento progressivo del trattamento psicoterapeutico potrebbe essere un nuovo approccio promettente e un complemento al trattamento allo stato dell’arte. Spostare l’attenzione su alimenti sani e minimizzare l’attenzione per il contenuto delle calorie potrebbe essere un primo passo nel recupero dall’ anoressia. Tuttavia, va tenuto in considerazione che i pazienti esaminati da Gramaglia e colleghi non presentano punteggi bassi sulle sottoscale correlate al comportamento alimentare disfunzionale; probabilmente il mancato recupero dal loro disturbo alimentare riflette il fatto che le modifiche comportamentali richiedono del tempo. Ciò suggerisce un nuovo indirizzo per gli studi in tal senso, cioè la valutazione del comportamento alimentare ortoressico in fase di trattamento e con diverse misurazioni di follow-up per indagare tali condotte alimentari nel tempo.

cancel