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I paesaggi nella psiche, la psiche nei paesaggi – Recensione al libro Mindscapes (2017) di V. Lingiardi

Lingiardi in Mindscapes parla a viaggiatori, psicoterapeuti, poeti e giardinieri. Tutti uniti in un cammino che ha tre tappe: avvolgersi nell’ambiente, condividerlo con chi ci è vicino, cambiare.

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato il 09/10/2017 su Il Corriere della Sera

 

La mente senza un momento di requie cercherà di dominare la realtà, di asservirla. La realtà opporrà resistenza, rifiuterà di piegarsi, imporrà alla mente di flettersi. È uno scontro di prepotenze, una partita della quale non sarà mai giocato il punto decisivo. Il pragmatista è fiero nel suo vedere fatti, per lui una strada è una sequenza di riferimenti utili: meccanico, panificio, lavanderia, bar. Il pragmatista crede che la sua mente, fedele fotografa del concreto, controlli la realtà. Il pensatore vede oppressione politica nei cartelloni pubblicitari, alienazione nei nonluoghi, tentacoli neri che escono dai tombini. Il pensatore si convince che la sua mente è più interessante di una realtà che si rifiuta di corteggiare, ama solo ciò che si illude di avere creato e si annoia del mondo.

Mindscapes di Vittorio Lingiardi: la psiche immersa nei paesaggi

È un conflitto inutile alla radice. Senza quello scontro con muri, spigoli, sapori e scottature, la mente non esiste. Senza la mente esistono solo vibrazioni, pesi e frequenze. Il libro Mindscapes, di Vittorio Lingiardi, sta lì in mezzo. Scenari della mente: “paesaggi raccolti nella psiche e psiche immersa nei paesaggi”. Squarci di immaginazione che per me sono atti di onestà, in cui la mente ammette di inventare un mondo oltre, nel quale può nuotare, volare, correre.

Si tratta di guardare l’universo intorno con occhi diversi e scoprire che non è semplicemente al di là della nostra pelle, ma è parte dell’animo. Che la nostra stessa essenza è nello scambio con la patina ferrosa che circonda la fabbrica, con la duna mediterranea e con la sensazione dell’acqua sorgiva, fredda che si mischia all’acqua salmastra, calda, e a ogni bracciata incontriamo un diverso grado di trasparenza e noi cambiamo ogni attimo, sorpresi e divertiti dai salti di temperatura.

Lingiardi in Mindscapes parla a viaggiatori, psicoterapeuti, poeti e giardinieri. Tutti uniti in un cammino che ha tre tappe: avvolgersi nell’ambiente, condividerlo con chi ci è vicino, cambiare. Sono forme di fuga, uscite dal mondo – ricordate Elémire Zolla? – atti silenziosamente creativi. Da psicoterapeuta so cosa dice Lingiardi in Mindscapes: creiamo con il paziente un paesaggio mentale condiviso, un film che questi non era riuscito a completare, e ne incurviamo la trama, scriviamo un finale nuovo. Ora abitiamo la nuova storia e poi ci strofiniamo le braccia per sentire la pelle di nuovo liscia dopo che abbiamo lavato via la salsedine.

Mindscapes malati, vite bloccate, paralizzate dalla paura, l’uomo descritto nel libro che ha paura delle malattie sessuali e sogna montagne radioattive, il medico paranoico che non ha relazioni e sogna paesaggi metafisici inanimati, treni che non prenderà mai. La donna forse abusata che oggi è grassa e vergognosa. I suoi mindscapes sono bambine nella bara e “ippopotami incastonati nelle rocce”. Prigioni della mente.

Allora si riprenda a dipingere paesaggi, a viverli insieme a chi ci è caro. L’amata, l’amico, i figli. L’autore del libro Mindscapes, Vittorio Lingiardi, terapeuta-giardiniere, mi porta a casa di Monet, Giverny. Ci sono stato con Eleonora, è un giardino, tutto il paese è un giardino e quando verso il mio caffè sul vassoio Eleonora ride. Subito sono a Memphis, la main street nel mio ricordo è un giardino fiorito e io con i miei colleghi sto creando qualcosa. Lingiardi va a Sud, che per lui è “piante di capperi sulle rovine, Mediterraneo”. Il mio Sud è con Eleonora a Bonifacio, quel fiordo vertiginoso di calcare bianco nel quale si accuccia il porto, mentre la falesia a picco fronteggia il mare possente. E poi falesie più miti a Torre Sant’Andrea in Salento, tra i cui archi è facile nuotare. Un Sud di olivi, vigna, fichidindia, cocci di birra e cespugli di origano e spiaggia chiara e il tutto genera interrogativi rivolti alle dune e loro non rispondono mai davvero.

Mio padre abbatté un pino nel giardino dalla casa al mare. Ora, aiutato da un cumulo di pigne secche, ne brucia il ceppo. Un fuoco lentissimo, invisibile sotto le ceneri. Si crea un piccolo cratere che manda volute di fumo per giorni. Mio figlio, non ancora adolescente, lo guarda spesso. Mi siedo vicino a lui sui gradini. Bello? Bello. Cosa vedi? Non lo so, come un vulcano. È bello avere un minivulcano, emana un’energia primigenia da cui si sprigiona il mistero della terra. Mio figlio e io, incursori nell’altrove, ci guardiamo e scrolliamo le spalle, perché di quella fonte non conosciamo l’origine.

Il narcisismo digitale: il Sè ideale enfatizzato attraverso i social network

Narcisismo digitale: Nel mondo virtuale, la dimensione del Sé ideale sembra essere predominante, l’individuo può facilmente enfatizzare proprie caratteristiche o omettere informazioni riguardanti la propria persona, in modo da veicolare un’immagine di sé positiva. I social network, e Facebook in particolare, costituiscono contesti ideali per l’espressione della sottodimensione del sé ideale, definita come “Sé ideale desiderato”, riconducibile all’identità che un soggetto vorrebbe affermare, date le giuste circostanze.

 

Che cos’è il narcisismo?

Il termine narcisismo a seconda dei vari contesti può assumere diversi significati se utilizzato ad esempio per descrivere un concetto psicoanalitico, un disturbo mentale, un problema sociale o più semplicemente un tratto di personalità. Nella maggior parte dei casi, comunque, quando parliamo di narcisismo ci riferiamo al sano amor proprio.

La società moderna incoraggia l’individualità a discapito dei legami reali di comunità; la notorietà è ritenuta più importante della dignità e come coniato da Cesareo e Vaccarini, (2012) siamo ufficialmente entrati “nell’era del narcisismo” e non da meno con il termine narcisismo oggi oltre le sopracitate definizioni si può aggiungere quella del “narcisismo digitale“.

Il narcisismo digitale

Interessante è l’analisi che si può attuare osservando l’uso dei selfie e dei vari social network volgendo l’attenzione sul rapporto narcisismo-autostima-insicurezza.

Rogers definisce l’autostima come il complesso di valutazioni che ogni individuo ha sul proprio concetto di , quest’ultimo inteso come l’insieme organizzato di elementi, come percezioni e credenze, attraverso i quali il soggetto descrive se stesso.

Si differenziano le dimensioni del “Sè attuale”, ovvero la percezione delle proprie reali caratteristiche e degli attributi che si ritiene effettivamente di possedere, e del “Sé ideale”, consistente invece nella rappresentazione di quelle caratteristiche che si vorrebbero idealmente possedere. La congruenza o la discrepanza tra tali dimensioni del Sé costituisce un fondamentale indicatore del livello di autostima dell’individuo: maggiore è la coerenza tra il Sé attuale e il Sé ideale, maggiore sarà il grado di autostima percepito; di contro, maggiore è la loro discrepanza, minore sarà il grado di autostima percepito.

Nel mondo virtuale, la dimensione del Sé ideale sembra essere predominante, l’individuo può facilmente enfatizzare proprie caratteristiche o omettere informazioni riguardanti la propria persona, in modo da veicolare un’immagine di sé positiva. I social network, e Facebook in particolare, costituiscono contesti ideali per l’espressione della sottodimensione del sé ideale, definita come “Sé ideale desiderato”, riconducibile all’identità che un soggetto vorrebbe affermare, date le giuste circostanze.

Oltre questo, diversi studi hanno analizzato come l’utilizzo di Facebook sia in grado di influenzare l’autostima attraverso due principali spiegazioni:

– la “Poor get Rich Hypotesis”, nota anche come Social Compensation Hypotesis, secondo la quale Facebook consentirebbe ai soggetti introversi e con basso livello di autostima di compensare la carenza di abilità interattive mediante opportunità di comunicazioni online, ovviando i problemi attinenti all’ansia sociale generati dalle tradizionali interazioni vis à vis;

– la “Rich get Richer Hypotesys”, secondo la quale invece Facebook rappresenterebbe per i soggetti estroversi e con un elevato livello di autostima un’ulteriore opportunità attraverso la quale potere interagire e comunicare con l’altro.
Gli stili di personalità risultano accomunati da una tendenza al controllo strategico delle informazioni riguardanti sé, al fine di veicolare immagini positive di sé e ciò è correlato al bisogno di modulare positivamente la propria autostima e soprattutto ad esorcizzare la propria insicurezza.

Quel che rimane è che veicolare un’ immagine di sé positiva non è comunque “essere”, per quanto si voglia fingere ad un certo punto dal virtuale si arriverà all’incontro reale e non ci saranno citazioni o filtri che tengano, il contenuto è sempre più importate del contenitore.

Lo stress può essere dannoso come una cattiva alimentazione

Lo stress può essere responsabile di cambiamenti specifici nella microbiologia intestinale delle donne, simili a quelli dovuti a una dieta ad alto contenuto di grassi.

 

Gli effetti dello stress

In un nuovo articolo pubblicato in Nature Scientific Reports, la professoressa Laura Bridgewater di microbiologia e biologia molecolare, ha scoperto che quando i topi femmine vengono esposti allo stress, i loro microrganismi vitali per la salute digestiva e metabolica si modificano, come se i topi mangiassero cibi ad alto contenuto di grassi.

La Bridgewater e i suoi collaboratori per giungere a questa conclusione hanno esposto per 8 settimane un gruppo di topi, sia di sesso maschile che di sesso femminile, ad una dieta ad alto contenuto di grassi. Dopo 16 settimane, gli stessi topi sono stati esposti a lieve stress per 18 giorni.
I ricercatori hanno poi estratto il DNA microbico prima e dopo l’esposizione a stress per verificare la microbiologia intestinale. Inoltre è stato misurato anche il livello di ansia rispetto alla dieta al alto contenuto di grassi.

Gli studiosi hanno trovato differenze interessanti tra i generi: i topi maschi hanno mostrato maggiore ansia rispetto alla dieta ed hanno anche dimostrato una diminuzione dell’attività in risposta allo stress.

Tuttavia è stato dimostrato che solo nei topi femmine lo stress ha causato un cambiamento nella microbiologia intestinale, come se questi avessero assunto una dieta ad alto contenuto di grassi.

Lo studio è stato eseguito solo sugli animali, ma i ricercatori ritengono che ci possano essere delle implicazioni significative sugli esseri umani.
Nella società le donne tendono ad avere tassi più alti di depressione e ansia legati allo stress” aggiunge la Bridgewater.

Questo studio suggerisce che una possibile fonte di discrepanza di genere possono essere i diversi modi in cui la microbiologia intestinale risponde allo stress.

Le sinapsi: che cosa sono e le tipologie

La sinapsi è un collegamento tra due neuroni che consente la comunicazione tra gli stessi attraverso la propagazione dell’impulso nervoso da una regione cerebrale all’altra. Quindi, in una sinapsi un terminale assonico neurale pre-sinaptico comunica a un neurone bersaglio post-sinaptico una informazione attraverso un impulso nervoso o corrente elettrica.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Il termine sinapsi, o giunzione sinaptica, deriva dal greco ed è composta da σύν (con) e da ἅπτειν (toccare), ovvero connettere. La sinapsi è un collegamento tra due neuroni che consente la comunicazione tra gli stessi attraverso la propagazione dell’impulso nervoso da una regione cerebrale all’altra. Quindi, in una sinapsi un terminale assonico neurale pre-sinaptico comunica a un neurone bersaglio post-sinaptico una informazione attraverso un impulso nervoso o corrente elettrica.
In relazione agli elementi neuronali che entrano in gioco con le sinapsi, è possibile individuare diversi tipi di sinapsi.

Sinapsi tra neuroni o interneuroniche

Le sinapsi interneuroiniche possono formarsi tra diversi elementi neuronali e una determinata zona postsinaptica. Proprio in base a quest’ultima possono essere individuati diversi tipi di sinapsi:
– asso-dendritiche, se la regione post sinaptica è caratterizzata da dendriti;
– asso-somatiche, nel caso in cui la regione post sinaptica sia caratterizzata da una regione somatica;
– asso-assoniche, quando comunica con un altro assone.

In prossimità delle sinapsi le ramificazioni assoniche perdono il rivestimento mielinico e si rigonfiano nei cosiddetti bottoni terminali o bottoni sinaptici. Il numero di sinapsi che un solo neurone può creare sono molteplici e alcune di queste sono di tipo eccitatorio, in cui le specializzazioni di membrana sul lato post-sinaptico sono più dense che sul lato pre-sinaptico, sono dette asimmetriche o sinapsi del I tipo di Gray, e altre di tipo inibitorio, in cui le specializzazioni di membrana hanno uno spessore simile e sono dette simmetriche o sinapsi del II tipo di Gray.

Le sinapsi inibitorie esercitano un potente controllo sulla risposta di un neurone.

Il principio fisico dell’inibizione consiste nell’afflusso di ioni cloro con carica negativa nel neurone post sinaptico, e consiste, in sostanza, in un flusso di corrente negativa uscente. L’azione di una sinapsi inibitoria contribuisce all’integrazione sinaptica in cui i potenziali inibitori possono essere sottratti da quelli eccitatori, facendo in modo che il neurone post-sinaptico inneschi meno facilmente i potenziali d’azione.

Inoltre, le giunzioni sinaptiche che si trovano tra gli assoni dei motoneuroni del midollo spinale e dei muscoli scheletrici sono chiamate giunzioni neuromuscolari. Normalmente un potenziale d’azione nell’assone di un motoneurone stimola sempre un potenziale d’azione nella cellula muscolare che innerva. La trasmissione sinaptica è affidabile ed è dovuta in buona parte alle specializzazioni strutturali delle giunzioni pre- e post-sinaptiche. La terminazione pre-sinaptica contiene un gran numero di zone attive e al contrario quella post-sinaptica, chiamata anche placca motrice, racchiude una serie di piccole pieghe, dove si ammassano i recettori per i neurotrasmettitori, allineate con le zone attive. In questo modo, è possibile che una grande quantità di molecole di neurotrasmettitore sia rilasciata su una superficie provvista di chemiocettori.

Sinapsi chimiche e sinapsi elettriche

Dal punto di vista funzionale, ovvero in base al tipo di segnale trasmesso dalla cellula pre-sinaptica a quella post-sinaptica, è possibile individuare due tipi di sinapsi: le sinapsi elettriche e le sinapsi chimiche.

Nelle sinapsi elettriche la propagazione dell’impulso nervoso è estremamente veloce, grazie al passaggio diretto di corrente da una cellula all’altra. Questo è dovuto alla vicinanza o alla continuità citoplasmatica tra la cellula pre-sinaptica e post-sinaptica, e alla presenza di strutture specializzate, il gap junction o giunzioni comunicanti, che si lasciano attraversare dall’onda di depolarizzazione del potenziale d’azione, adducendo una bassissima resistenza. La comunicazione è determinata da correnti ioniche ed è generalmente bidirezionale. Tutto questo consente di sincronizzare le risposte di diverse popolazioni neuroniche e ottenere un’attivazione massiva e molto rapida. Le giunzioni comunicanti appaiono molto comuni all’interno di una grande varietà di cellule non nervose, incluse le glia, le cellule epiteliali, le cellule dei muscoli lisci e di quello cardiaco ed alcune cellule ghiandolari. Esse si ritrovano frequentemente anche nei neuroni agli stadi embrionali precoci e permettono alle cellule vicine di condividere segnali sia elettrici che chimici, i quali possono coadiuvare alla crescita e maturazione.

Nelle sinapsi chimiche, invece, la trasmissione dei segnali è affidata ad un mediatore chimico, detto neurotrasmettitore. Rispetto alle precedenti, tra cellula presinaptica e cellula postsinaptica esiste un punto di discontinuità strutturale che determina una separazione tra le due cellule ed è definito fessura sinaptica. Le sinapsi chimiche comprendono tre diverse strutture: la membrana presinaptica, la fessura sinaptica (o vallo sinaptico) e la membrana postsinaptica. Le sinapsi chimiche sono unidirezionali e presentano un certo ritardo nella trasmissione del segnale elettrico. Quindi, al sopraggiungere dell’impulso nervoso in prossimità del bottone sinaptico, le vescicole che esso contiene, ricche di messaggeri chimici o neurotrasmettitori, si fondono con la membrana cellulare liberando il proprio contenuto nella fessura sinaptica. I neurotrasmettitori sono, quindi, captati da specifici recettori posti sulla membrana post-sinaptica, e ne modificano la permeabilità al passaggio degli ioni. Si genera, in questo modo, un potenziale post-sinaptico depolarizzante (apertura dei canali ionici, con risultante eccitazione) oppure iperpolarizzante (chiusura dei canali ionici, con risultante inibizione).

Dopo aver trasmesso il segnale, il neurotrasmettitore è riassorbito dalla terminazione presinaptica o degradato da enzimi specifici presenti nella fessura della sinapsi. Sia i neurotrasmettitori che gli enzimi proteici necessari per il metabolismo devono essere sintetizzati dal soma, in quanto il terminale assonale che partecipa alla sinapsi non contiene gli organuli necessari alla sintesi proteica.
Molti terminali assonici contengono anche vescicole di dimensioni maggiori denominate granuli escretori e contenenti proteine solubili.

Le membrane pre e post sinaptiche

Nelle membrane pre e post sinaptiche si osservano numerosi accumuli di proteine che, nel loro insieme, sono chiamate specializzazioni di membrana.
Nel versante pre-sinaptico le proteine presenti entro il citoplasma del terminale assonico, insieme alla membrana stessa, rappresentano gli effettivi siti di rilascio del neurotrasmettitore e costituiscono le cosiddette zone attive.

La struttura proteica che attraversa la zona densa della membrana post-sinaptica è detta densità post-sinaptica e contiene i ricettori per il neurotrasmettitore, i quali convertono il segnale chimico intercellulare in segnale intracellulare, nella cellula post-sinaptica.

La modulazione del segnale di membrana

La membrana post-sinaptica risulta piena di molteplici canali trasmettitore-dipendenti e il numero di canali attivati durante la trasmissione sinaptica dipende dalla quantità di neurotrasmettitore liberato. L’unità elementare di neurotrasmettitore rilasciato equivale al contenuto di una singola vescicola sinaptica. La somma del potenziale d’azione eccitatorio è la forma più semplice di integrazione sinaptica presente nel sistema nervoso centrale.
Esistono due tipi di sommazione dei potenziali d’azione:
– spaziale che si ottiene nel momento in cui si sommano i potenziali d’azione generati contemporaneamente da molte sinapsi afferenti su un unico dendrite;
– temporale che invece si ha quando sono sommati i potenziali d’azione generati in rapida successione dalla stessa sinapsi.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Adolescenti e mediazione parentale nell’utilizzo della Rete

Negli anni in cui i nativi digitali sono alla seconda generazione non si può non considerare come e quale impatto possa avere l’utilizzo di Internet su bambini e adolescenti; la letteratura fa una disamina delle principali strategie di mediazione parentale che i genitori possono impiegare per monitorare le attività dei figli durante l’ utilizzo di internet.

 

Secondo dati Audiweb aggiornati a Giugno 2017, 43 milioni di italiani dagli 11 ai 74 anni ha accesso a Internet da qualsiasi luogo o strumento, che sia da casa o in mobilità, da tablet o da pc.

Quello che ci viene mostrato è un quadro che definisce molto chiaramente come Internet sia uno strumento diffuso a 360° tra la popolazione, dai più piccoli alle casalinghe fino ad arrivare agli over 70. Pervasivo anche perché presente su differenti device, dagli smartphone alle smart tv fino ad arrivare alle console per videogiochi. Inoltre, i dati ci mostrano come per tutte queste categorie l’utilizzo sia in aumento rispetto ai dati dell’anno precedente. Quello che appare maggiormente esposto è il segmento di popolazione dei più giovani: gli studenti di scuole medie e superiori presentano un tasso di penetrazione superiore al 98%, per cui la quasi totalità dei giovani nella fascia 11-17 anni ha accesso e fa un abituale utilizzo di Internet; genere, città di appartenenza e area geografica non sono discriminanti.

Adolescenti e utilizzo di internet: i rischi per la salute mentale

Non passano inosservati i potenziali rischi che questa diffusione così capillare dell’ utilizzo di internet può comportare sulla salute mentale degli adolescenti. Come osservato da George e colleghi (2017) gli adolescenti passano molte ore al giorno connessi e diverse ipotesi sono state formulate su quanto questa iperconnessione possa fare da trigger o, viceversa, possa riflettere sintomi relativi alla salute mentale. Tanto tempo speso online può favorire fenomeni di isolamento sociale o depressione, quanto può invece essere espressione di problematiche pre-esistenti che trovano online il luogo in cui riflettersi ed esprimersi con maggiore chiarezza o dove, addirittura, possono essere esacerbate nel medio o lungo termine.

D’altro canto, la presenza online può essere legata a carenze in competenze sociali, carenze che si cerca di eludere attraverso l’utilizzo di comunicazione mediata dalle tecnologie. In questo quadro variegato, gli Autori riconoscono la possibilità di modelli in cui l’associazione fra tempo speso online e salute mentale può essere bidirezionale, per cui le attività online possono avere ricadute negative su adolescenti già a rischio ma, come lo studio stesso porta alla luce, possono anche portare a effetti positivi, come la riduzione di sintomi di ansia e depressione. Le analisi degli Autori mostrano una correlazione tra queste ultime e il tempo speso online: maggiore è il numero di ore connessi e minore è la presenza di sintomi depressivi o di ansia.

Quello che sottolineano gli Autori è che la presenza online ha avuto non solo un’impennata negli ultimi anni, dovuta perlopiù allo sviluppo di nuove tecnologie, ma anche una variazione nella tipologia di partecipazione che le tecnologie adesso richiedono e sollecitano: solo dieci anni fa quasi tutte le ricerche su queste tematiche erano orientate allo studio di tecnologie che potremmo definire di fruizione passiva (tv o videogiochi violenti) mentre adesso social media, giochi e attività on line prevedono l’interazione con altri, la condivisione e la partecipazione attiva a ciò che viene pubblicato e condiviso, portando gli utenti ad essere attori, e non solo spettatori, di ciò che avviene nel mondo virtuale.

Non si tratta di una implicazione da poco perché può dar luogo a due fenomeni: da un lato la mutua interazione tra utenti permette l’espressione e lo sviluppo di aspetti del sé, di relazioni in attività condivise e di modalità nuove di apprendimento e divertimento, dall’altro la connessione può includere la partecipazione di figure parentali (e adulte in generale) con una nuova funzione di mediazione e controllo rispetto a ciò che avviene nell’ambiente virtuale. Online i più piccoli e gli adolescenti possono essere esposti a rischi diretti, come cyberbulling, contenuti violenti, di natura pornografica o in generale non adatti, o rischi indiretti, come la diffusione di dati personali ad uso commerciale o di malintenzionati.

La mediazione parentale sull’ utilizzo di internet

L’analisi della letteratura (e.g. Collier et al., 2016; Symons et al., 2017) fa una disamina delle principali strategie di mediazione parentale che i genitori possono impiegare per monitorare le attività dei figli durante l’ utilizzo di internet.

Viene chiamata mediazione parentale attiva la spiegazione ed interpretazione dei contenuti da parte dei genitori: un commento sul comportamento di un personaggio, una domanda su come viene vista una situazione, una opinione su ciò che si fruisce, volti a sviluppare il pensiero critico nel ragazzo; la mediazione parentale restrittiva riguarda le limitazioni su tempo speso e contenuti cui i figli possono accedere, anche adoperando sussidi tecnologici che permettono di monitorare l’ utilizzo di internet e/o limitarne l’uso; infine, la mediazione tramite supervisione e co-utilizzo che consiste nel monitorare il figlio quando è connesso e/o utilizzare Internet insieme a lui.

Secondo la meta analisi condotta da Collier e colleghi (2016), la mediazione parentale ha un effetto di filtro su contenuti e di moderazione su eventuali outcome negativi. Gli Autori hanno analizzato 57 studi e preso in considerazione per ogni stile di mediazione parentale diverse variabili su cui la letteratura ha mostrato solido interesse: il tempo speso on line, in assoluto e relativo a specifici contenuti (aggressivo, educativo, ecc.), è quello che si è mostrato più significativamente legato alla mediazione parentale, seguito da comportamento aggressivo (verbale, fisico, relazionale), abuso di sostanze (alcol, tabacco, droghe) e infine da comportamenti legati alla sfera sessuale (sesso prematuro, promiscuità, ecc.).

Anche dal lavoro di Symons e colleghi (2017) emerge come la mediazione parentale può fare da ‘effetto cuscinetto’ rispetto a questi rischi. Nel loro studio gli Autori hanno indagato le strategie messe in campo da parte di genitori di adolescenti di 13-17 anni nel rapporto con l’ utilizzo di Internet. Le prime difficoltà avvertite dai genitori riguardano i confini e la sovrapposizione di diversi aspetti della vita dei propri figli, aspetti che contemporaneamente vengono messi in gioco anche nelle interazioni online. Se da un lato viene riconosciuta l’importanza e la centralità della vita online dei ragazzi, dall’altro le preoccupazioni riguardano come i ragazzi si comportano, quali informazioni rendono pubbliche, con quali persone si relazionano e cosa questo comporta per esempio in termini di reputazione o di distrazione dalle attività offline. D’altro canto vengono riconosciuti anche i benefici del mondo virtuale come strumento di apprendimento e supporto alle attività scolastiche e alle relazioni con i compagni.

La mediazione parentale avviene online ‘connettendosi’ agli account dei ragazzi e diventando ‘amici’ nei social network e offline adottando uno stile di comunicazione aperto al confronto e al dialogo su ciò che avviene online, accompagnato da uno stile genitoriale tendenzialmente disponibile e un clima educativo di apertura e comprensione.

Una delle difficoltà incontrate dai genitori è modellare le diverse strategie in base all’età: col passare degli anni la spinta all’autonomia è sempre più sentita dagli adolescenti quanto dai genitori che comprendono il bisogno di spazi in cui il ragazzo possa sentirsi indipendente e libero nell’esplorazione.

Come sottolineano gli Autori, le tipologie di mediazione parentale variano di efficacia man mano che il bambino diventa adolescente: modalità restrittive e coercitive vengono vissute come positive linee guida dai più piccoli, ma come obblighi dai più grandi. Questi ultimi vivono una fase dello sviluppo in cui l’autorità parentale non viene più riconosciuta come negli anni precedenti soprattutto su alcuni domini della sfera personale come le amicizie e, in generale, tutto ciò che è determinato e ha conseguenze che riguardano l’ adolescente nella sua individualità.

I media sono agenti di socializzazione quanto le figure parentali, agenti che veicolano credenze e comportamenti nel percorso di crescita dei piccoli come degli adolescenti. Negli anni delicati della formazione il supporto parentale aiuta a creare il frame attraverso il quale le esperienze vengono interpretate, l’autonomia viene consolidata assieme all’auto-regolazione e al senso critico e in cui vengono sperimentate esperienze decisive con i pari.

Compito di chi segue la crescita dei ragazzi è guidare verso un utilizzo consapevole dei mezzi digitali attraverso un percorso che va dal fissare regole e limitazioni sensate allo sviluppo di un senso critico che porti verso scelte consapevoli, mature e responsabili.

Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (2017) – Recensione del libro

Il carcere è un luogo fuori dal mondo, un non-luogo che diventa contenitore del disagio, di ciò che la società tende a espellere, spesso senza interrogarsi troppo su quale davvero dovrebbe essere la sua funzione.

 

Ho lavorato in carcere per sette anni e quello che ho imparato a conoscere è un mondo molto diverso da quello che mi aspettavo di trovare quando, con una certa diffidenza, sono entrata la prima volta. Quello che ho scoperto è un mondo fatto innanzi tutto di persone: sembrerà banale ma stupisce camminare per quegli infiniti corridoi tetri e spogli e incontrare non carcerati e carcerieri ma persone come tutti noi alle prese con piccoli e grandi problemi del vivere di tutti i giorni.

Obiettivo e merito del volume Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi sono di dare accesso a una realtà troppo spesso esclusa dalla consapevolezza della società e relegata ai margini, ad icone stereotipiche o a notizia sensazionalistica solo quando qualche evento drammatico costringe il mondo a confrontarvisi.

Attraverso le pagine scritte da Lacatena e Lamarca, rispettivamente sociologa del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto e Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria della casa circondariale “Carmelo Magli” di Taranto, emerge un quadro di vita quotidiana in cui tutta la schiera di vissuti umani è rappresentata. I detenuti e gli operatori che lavorano in carcere vivono ogni giorno confrontandosi con necessità che vanno dalle più banali legate alla sopravvivenza a quelle più squisitamente esistenziali, costretti a trovare una dimensione possibile in un contesto in cui la libertà di cui si viene privati non è solo quella di uscire dalle mura, ma riguarda quasi ogni decisione, ogni aspetto del vivere.

Gli autori cercano di far conoscere questo mondo “altro” con le sue complessità, le sue regole, il suo linguaggio e i suoi attori, andando oltre una visione semplicistica in cui il detenuto è concepito come pericoloso criminale o vittima del sistema.

Il volume è organizzato in due parti: la prima narra cos’è il carcere, quali sono le sue dinamiche, la sua organizzazione anche in relazione a particolari categorie di detenuti, come sono strutturati gli istituti, chi lavora nel carcere e quali sono le peculiarità e criticità del mondo penitenziario. In questa prima parte vengono anche approfonditi alcuni temi critici legati a particolari categorie di detenuti: soggetti con una dipendenza da sostanze, donne e stranieri.

La seconda parte dell’opera dà invece voce ai protagonisti attraverso gli strumenti che hanno a disposizione: domandine, rapporti, reclami, lettere…

Tutto ciò che concerne la vita intramuraria, come il lavoro, l’istruzione e le attività culturali, sportive e ricreative, la sfera religiosa, gli spazi fisici, la salute fisica e psicologica, la necessità di coniugare bisogni e diritti delle persone recluse con le esigenze di ordine e sicurezza, fino al delicato tema dei legami affettivi e della sessualità negati, viene raccontato dagli autori e poi attraverso documenti scritti da detenuti e operatori alla prese con la difficile gestione della quotidianità in un ambiente come quello penitenziario.

Il volume, nei suoi ultimi capitoli, affronta poi il tema di come il carcere trova rappresentazione nel mondo esterno: non solo vengono proposti elenchi di film, opere d’arte e canzoni che in qualche modo raccontano il carcere, ma viene anche raccontata la progressiva attenzione che il giornalismo gli ha dedicato, anche nella sua dimensione deontologica nel trattare informazioni riguardanti persone che necessitano di una tutela privilegiata, come quelle private della libertà.

In appendice gli autori inseriscono alcuni interessanti documenti che illustrano ulteriormente il mondo “dentro”: un glossario che aiuta ad orientarsi nella vita del penitenziario attraverso il suo specifico linguaggio, una guida elaborata da alcune detenute del carcere di Rebibbia con espedienti utili alla vita quotidiana per fronteggiare l’indisponibilità di alcuni prodotti all’interno del carcere, la “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati” e il documento finale degli Stati Generali sull’esecuzione penale del 2016.

Un’opera del genere non può non partire da una riflessione sul ruolo del carcere nella società: il compito della giustizia non è la vendetta e il carcere non può e non deve essere concepito solo come punizione, ma soprattutto, come recita anche la nostra Costituzione, come occasione di rieducazione e reinserimento sociale, nel rispetto della dignità umana. E’ necessario prima di tutto occuparsi di persone e dei loro bisogni, anche in considerazione del fatto che un’ottica puramente coercitiva non è e storicamente non è mai stata efficace per affrontare e prevenire la devianza alle norme che reggono una società.

Cosa significa vivere in carcere e quali sono i suoi effetti sulle persone?

Nonostante sia il sistema più usato nel corso della storia per far fronte alla devianza, l’analisi sociologica ci illustra come da sempre il carcere non svolga un ruolo di deterrente dal commettere reati né abbia un reale potere rieducativo, ma al contrario tenda a produrre criminali ancora più incalliti, funzionando come vera e propria scuola di criminalità. L’effetto è, infatti, quello di “prigionizzare” i detenuti, spingendoli ad assumere tradizioni, modi e abitudini propri unicamente della cultura penitenziaria, nettamente separati e in contrasto con i modelli promossi nel mondo esterno.

Lacatena e Lamarca portano dati e considerazioni che sottolineano come solo attraverso un programma teso a ristabilire le capacità di interazione sociale, incentivando il lavoro e altre attività tese ad un processo di recupero e di empowerment della persona reclusa, favorendo le relazioni con l’esterno sarà possibile una piena rieducazione e risocializzazione. Altrimenti il carcere rimarrà un contenitore in cui gettare soprattutto piccoli delinquenti e persone provenienti da fasce più disagiate della popolazione con l’effetto di sedare le ansie e permettere, più che una reale sicurezza, la maggiore percezione della stessa da parte del mondo esterno.

Le politiche degli ultimi anni, con fasi altalenanti, hanno portato, infatti, ad una composizione particolare della popolazione detenuta, costituita da una significativa percentuale di stranieri e persone tossicodipendenti, contribuendo al problema del sovraffollamento.

Nonostante i dati reali non giustifichino eccessivi allarmismi e paure, di fatto esiste una discriminazione che deriva dalla povertà economica, sociale e culturale che spinge alla marginalità.

Gli stranieri sono puniti per reati meno gravi rispetto agli italiani, sono maggiormente sottoposti a custodia cautelare e hanno minore accesso a misure alternative. Allo stesso modo il ricorso alla pena detentiva è ancora troppo praticato per persone tossicodipendenti, nonostante sia stata introdotta ormai dagli anni ’80 la misura alternativa di affidamento in prova ai Servizi Sociali. Il senso di queste misure non è e non deve essere quello di uno sconto di pena o premio, ma di uno strumento di riabilitazione e rieducazione più idoneo per questi soggetti. Il carcere, inoltre, non rappresenta un deterrente per questo tipo di reati, anzi l’effetto criminogeno dell’ambiente penitenziario si combina alla diminuzione della sensibilità rispetto all’afflittività della pena, tanto che si registra un tasso del 68% di recidive, a fronte del 18% di chi ha usufruito di pene alternative. Per questo il maggior ricorso a misure alternative avrebbe indubbi vantaggi economici e di sicurezza per la società.

Gli spazi in carcere rappresentano una questione centrale e spinosa. Nel 2013 la “Sentenza Torreggiani” ha condannato l’Italia per la violazione dell’art.3 della Convenzione europea che stabilisce il divieto di tortura, pene o trattamenti inumani o degradanti, imponendo un adeguamento delle strutture per far fronte in maniera idonea e sufficiente al problema del sovraffollamento. Nonostante nel corso degli anni successivi siano stati emanati provvedimenti e norme a tale proposito, di fatto non hanno ancora trovato piena attuazione e il sovraffollamento resta una seria difficoltà per la popolazione detenuta.

Non è solo una questione di metri quadri a disposizione: l’ambiente fisico e sociale ha un’enorme influenza su pensieri, sentimenti e percezioni. Gli spazi angusti, la convivenza forzata, le condizioni in termini di igiene, illuminazione, ecc. in cui i reclusi trascorrono la loro vita sono spesso all’origine di reazioni crescenti di collera, disagio, paura, infelicità che possono esitare in aggressività verso se stessi e gli altri.

Secondo gli autori “ridefinire l’architettura delle nostre carceri e contenere il più possibile il numero dei detenuti presenti al loro interno è una priorità ineludibile per ragioni umane e, non ultima, di spesa sanitaria” (p.240).

Le numerose criticità del sistema penitenziario emergono prepotentemente quando si considera la questione della salute fisica e mentale.

La vita della prigione, con i suoi spazi, la promiscuità, accentuata dal sovraffollamento, il più difficile accesso alle cure, la scarsa igiene, oltre alla privazione della libertà, comporta spesso gravi conseguenze per la salute dei detenuti. La detenzione è un evento altamente stressante che priva la persona di risorse basilari, generando vissuti di impotenza e mancanza di speranza per il futuro. L’ambiente carcerario può amplificare precedenti disagi fisici e psichici, orientandoli verso condotte autolesive, ma anche il solo trovarsi in tale contesto genera grandi sofferenze. Il carcere è un luogo che crea, infatti, rischio suicidario: la percentuale dei suicidi in carcere è di 12 volte superiore a quella della vita libera.

Nonostante dopo la “sentenza Torreggiani” qualcosa sia cambiato e da diversi anni sia stato istituito un servizio atto ad accogliere tutti i nuovi giunti per individuare più facilmente i detenuti a rischio, l’ambiente carcerario rappresenta una grande sfida per le capacità di adattamento di una persona e il corpo rischia di diventare l’unico elemento attraverso cui esercitare controllo contro il senso di impotenza e passività.

Ciò che gli autori del volume sottolineano con forza è la necessità di rafforzare l’intero sistema di ascolto e attenzione alle esigenze della persona detenuta. Non un criminale, non un recluso, non qualcuno da “gestire” per le sfide che comporta alle esigenze di ordine e sicurezza dell’organizzazione penitenziaria, ma una persona con sentimenti, pensieri, bisogni e fragilità.

Solo attraverso un maggiore ascolto orientato al bisogno, incentivando il lavoro e la percezione di utilità e riparazione attraverso la pena, coltivando le relazioni col mondo esterno e privilegiando le misure alternative alla detenzione sarà possibile mirare davvero alla rieducazione del reo, creando le condizioni di sicurezza per un rilascio alla vita libera. La pena, compresa la reclusione, può davvero essere occasione di riabilitazione, a patto però che non venga intesa come spazio in cui riversare ciò che la società non riesce ad integrare, ma come momento in cui permettere al condannato di intraprendere un processo di recupero, creando un ponte con il “dopo” e favorendo la reintegrazione a fine pena. Una simile prospettiva, che privilegia la reale efficacia alla spettacolarità della punizione, avrebbe indubbi vantaggi in termini di sicurezza e costi soprattutto per la società nel suo insieme.

Le crisi epilettiche infrequenti possono danneggiare la memoria

Un team di ricercatori rivela un meccanismo in grado di spiegare come anche le crisi epilettiche relativamente infrequenti possano portare a deficit cognitivi a lungo termine, mediante ricerche su modelli animali.

 

Le crisi epilettiche infrequenti possono indurre deficit cognitivi

Anche se è evidente che le crisi epilettiche siano correlate alla perdita di memoria e ad altri deficit cognitivi nei pazienti con malattia di Alzheimer, come ciò accada è qualcosa di misterioso. In uno studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine, un team di ricercatori rivela un meccanismo in grado di spiegare come anche le crisi relativamente infrequenti possano portare a disordini cognitivi a lungo termine in modelli animali. Una miglior comprensione di questo nuovo meccanismo può far pensare all’attuazione di strategie future capaci di ridurre i deficit cognitivi nella malattia di Alzheimer e in altre condizioni associate a crisi epilettiche.

L’autore Jeannie Chin, assistente di neuroscienze presso il Baylor College of Medicine, dichiara che è stato complesso capire come le crisi non frequenti possano portare a cambiamenti persistenti nella memoria nei pazienti con malattia di Alzheimer. Per risolvere questo enigma, hanno utilizzato un modello animale, in particolare un topo affetto dalla malattia di Alzheimer, concentrandosi sui cambiamenti genetici che avrebbero potuto innescare le crisi,  e molto probabilmente causare la conseguente perdita di memoria o altri deficit cognitivi.

I ricercatori hanno misurato i livelli di un certo numero di proteine coinvolte nella memoria e nell’apprendimento e hanno scoperto che i livelli della proteina deltaFosB aumentano notevolmente nell’ippocampo dei topi con malattia di Alzheimer che hanno crisi epilettiche.

Cosa causa i deficit cognitivi e di memoria dopo una crisi epilettica

In questo studio, i ricercatori hanno scoperto che dopo una crisi, la proteina deltaFosB rimane nell’ippocampo per un periodo insolitamente lungo; la sua emivita, il tempo necessario per ridurre del 50% la sua quantità, è di otto giorni. La maggior parte delle proteine ha un’emivita che è di uno o due giorni.

Poichè la deltaFosB è un fattore di trascrizione, cioè il suo compito è quello di regolare l’espressione di altre proteine, è possibile dedurre che l’aumento dei livelli di deltaFosB potrebbero essere responsabili della soppressione della produzione di proteine necessarie per l’apprendimento e per la memoria. Infatti, nello studio è stato riscontrato che quando i livelli del deltaFosB aumentano, quelli di altre proteine, come la calbindina, diminuiscono nel giro dentato dell’ippocampo. Da diverso tempo è noto che la calbindina è coinvolta nella malattia di Alzheimer e nell’epilessia, ma il suo meccanismo di regolazione è ancora sconosciuto. I ricercatori hanno ipotizzato che il deltaFosB potrebbe essere responsabile della regolazione della produzione della calbindina.

Ulteriori indagini sono a sostegno di questa ipotesi. Gli scienziati hanno dimostrato che la deltaFosB può legarsi al gene calbindina (Calb1) che sopprime l’espressione della proteina. Infatti, aumentando i livelli di calbindina nel giro dentato dell’ippocampo mediante inibizione della deltaFosB, si è verificato un miglioramento della memoria spaziale nel modello animale con malattia di Alzheimer. Viceversa, aumentando sperimentalmente i livelli di deltaFosB nei topi sani, l’espressione di calbindina è stata soppressa e la memoria degli animali si è deteriorata, dimostrando che deltaFosB e calbindina sono regolatori chiave della memoria.

Questa scoperta aiuta a capire come le crisi epilettiche poco frequenti possano avere effetti dannosi sulla memoria. La DeltaFosB ha un’emivita relativamente lunga, quindi anche quando le crisi sono rare, la proteina rimane nell’ippocampo per settimane agendo come un inibitore, riducendo la produzione di calbindina e di altre proteine, disregolando la conseguente attività cerebrale coinvolta nella memoria.

I ricercatori hanno trovato gli stessi cambiamenti dei livelli deltaFosB e calbindina nell’ippocampo dei pazienti affetti da Alzheimer e nel lobo temporale dei pazienti epilettici. Tuttavia, viene sottolineato come sia ancora troppo presto sapere con certezza se la regolazione di deltaFosB o di calbindina possa migliorare o prevenire i problemi di memoria o altri deficit cognitivi nelle persone con malattia di Alzheimer.

Realtà Virtuale: un nuovo strumento per la diagnosi e il trattamento dei pazienti con ADHD

Nonostante l’utilizzo della Realtà Virtuale sia stato inizialmente sperimentato per la maggior parte sui disturbi fobici, attualmente l’interesse nei confronti di questa interfaccia si sta dirigendo verso altri disturbi, tra cui il Disturbo da Deficit dell’Attenzione dell’Iperattività (ADHD).

Ilaria Perrucci e Stefania Luchesa – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto, PTCR Bolzano

 

Che cos’è la Realtà Virtuale?

La realtà virtuale (RV) è uno strumento che permette una forma specifica di comunicazione (Riva, 1999). Attraverso un’interfaccia grafica e la manipolazione di tre variabili quali lo spazio, il tempo, l’interazione è possibile creare una dimensione caratterizzata da un forte senso di realtà, che permette di sperimentare l’esperienza di essere fisicamente presente in un mondo virtuale, al punto da poter interagire con esso, con sensazioni, emozioni e valutazioni tipiche della quotidiana interazione con il mondo. In questo modo il soggetto non è più semplice spettatore di ciò che accade sullo schermo, ma vive la sensazione di un coinvolgimento e di una partecipazione, nonostante quegli oggetti e quegli spazi esistano solo nella memoria del computer e nella mente del soggetto stesso (Botella et al. 1998).

Tipologie di Realtà Virtuale

In relazione al grado di immersione e coinvolgimento si distinguono tre tipologie di Realtà Virtuale, ovvero la Realtà Virtuale Immersiva (RVI), che si caratterizza da una forte sensazione di immersione nello spazio esplorabile visivamente e dalla possibilità di interagire con gli oggetti raffigurati nello spazio virtuale; la Realtà Virtuale Non Immersiva (desktop RV), nella quale manca la sensazione di coinvolgimento poiché il setting non viene percepito come reale; l’Augmented Reality o Realtà Aumentata (RA), che permette di sovrapporre le immagine generate dal computer a quelle reali aumentandone il contenuto informativo.

Molto spesso Realtà Aumentata e Realtà Virtuale vengono utilizzate come sinonimi per indicare la stessa tecnologia, in realtà tra di esse c’è una differenza fondamentale. La Realtà Virtuale è immersiva: i visori devono per forza escludere il mondo esterno. La Realtà Aumentata è progettata per mantenere la connessione dell’utente con il mondo reale, e questo significa che non serve un visore. La realtà aumentata quindi è stata pensata nel tentativo di amplificare i cinque sensi, come se permettesse di “acquisire la vista di un falco, l’udito di un cervo o l’olfatto di un cane” (Cantelmi T., Pensavalli M., Marzocca M., 2014). Alcuni esempi di realtà aumentata sono: VeinViewer, un dispositivo sanitario che proietta le immagini delle vene del paziente sulla sua pelle per aiutare i medici a individuare il punto esatto in cui fare le iniezioni; Word Lens, uno strumento che traduce delle parole attraverso la fotocamera dello smartphone, riconoscendo il testo e poi presentando all’utente un’immagine con la traduzione; HoloLens di Microsoft, prodotto in grado di trasferire alcune funzionalità del computer (es: mail) dallo schermo fisso ad altrove (es: parete, tavolo).

Nascita e applicazioni

Il termine Virtual Reality fu coniato alla fine degli anni ottanta del secolo scorso da Jaron Lanier, uno dei pionieri in questo campo, che ha fondato la compagnia VPL Research (Virtual Programming Languages, “linguaggi di programmazione virtuale”). Dopo pochi anni gli strumenti di realtà simulata iniziano ad essere utilizzati anche nell’ambito psicologico ed allo stesso tempo emergono le prime evidenze scientifiche a favore dell’efficacia del loro impiego, sia per quanto riguarda l’aspetto diagnostico che terapeutico dell’ intervento psicologico.

Posti a confronto con i tradizionali protocolli, gli ambienti di Realtà Virtuale mostrano numerosi vantaggi, in primo luogo, forniscono un contesto protetto per il paziente, dove è possibile sperimentare la situazione temuta, permettendo esperienze altrimenti quasi impossibili. Un’altra importante peculiarità di queste nuove tecnologie consiste nella possibilità di mediare tra lo studio del terapeuta e il mondo reale. In tal senso la Realtà Virtuale può essere usata in seduta e non la sostituisce escludendo gli elementi essenziali alla base di una buona psicoterapia.

Realtà Virtuale nel contesto terapeutico

Perché dunque potrebbe essere utile l’impiego della Realtà Virtuale nel percorso psicoterapico?

L’importanza dell’utilizzo della Realtà Virtuale nel contesto terapeutico è da ricercare nella diade paziente-terapeuta. In tal senso, il paziente ha la possibilità di sperimentare in maniera attiva e immediata le proprie modalità di gestione di emozioni, pensieri e comportamenti. Il terapeuta, a sua volta, ha l’opportunità di intervenire direttamente all’interno del setting per lavorare con il paziente nell’ottica di una maggiore acquisizione di consapevolezza dei propri vissuti e di una gestione più funzionale degli stessi.

Le prime applicazioni della Realtà Virtuale hanno interessato il trattamento delle fobie. L’idea è quella di presentare al soggetto la situazione ansiogena, dandogli la possibilità di stabilire il grado di intensità dell’esperienza, per il tempo necessario a far sì che la sua reazione emotiva si riduca per intensità e si estingua per abituazione.

Nonostante l’utilizzo della Realtà Virtuale sia stato inizialmente sperimentato per la maggior parte sui disturbi fobici, attualmente l’interesse nei confronti di questa interfaccia si sta dirigendo verso altri disturbi, tra cui il Disturbo da Deficit dell’Attenzione dell’Iperattività (DDAI) meglio conosciuta con l’acronimo di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder).

Che cos’è l’ADHD?

L’ ADHD, è uno dei disturbi del neurosviluppo più diffusi (Evans et al., 2006) e studiati (Vitiello e Sherrill, 2007). Esso interessa perlomeno il 7,8% della popolazione in età scolastica (Center for Disease Control, 2005). Molto spesso si sente parlare dell’ ADHD, tuttavia, in Italia esistono ancora numerose ombre su questo disturbo del neurosviluppo, in particolare per quello che concerne la diagnosi. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività costituisce un grave problema in età evolutiva, il quale può compromettere numerose aree dello sviluppo e rendere molto difficoltoso l’inserimento sociale del bambino nei vari contesti, interferendo così, in maniera significativa, con le attività quotidiane dello stesso.

Infatti, molto spesso il frutto del lavoro di un paziente con ADHD risulta essere incompiuto, poco accurato, disorganizzato e disordinato. Le persone con questo disturbo hanno una grande difficoltà a concentrarsi sullo stesso compito per un periodo di tempo prolungato. Mediamente, infatti, i tempi di attenzione nei pazienti con ADHD si aggirano intorno ai 15 minuti. Ragion per cui, tale deficit, costituisce un enorme limite rispetto agli obiettivi prefissati, soprattutto, nei contesti educativo-didattici. Infatti, tra le figure che si trovano a gestire i problemi dell’attenzione e l’iperattività e le difficoltà ad essi annesse, si trovano principalmente insegnanti, genitori, psicologi dell’età evolutiva e neuropsichiatri infantili. I segni più evidenti di questi problemi sono lo scarso autocontrollo dei propri comportamenti motori che si esplica pertanto, in una forte iperattività motoria, l’elevata distraibilità e l’impulsività. Tali problemi, pertanto, costituiscono i sintomi primari dell’ ADHD (American Psychiatric Association, 2000).

Attualmente esistono valide ed efficaci strategie di intervento che hanno origine dalla terapia cognitivo comportamentale e che possono notevolmente ridurre le manifestazioni del problema, aiutando a favorire le relazioni interpersonali dei pazienti nonché aumentarne i risultati accademici positivi, potenziando così la loro autostima.

Perché la Realtà Virtuale può costituire un nuovo strumento per la diagnosi e il trattamento dei pazienti con ADHD?

La risposta a questa domanda risiede nelle caratteristiche stesse della Realtà Virtuale, ovvero poiché permette di costruire degli scenari di esercizio in cui si controllano tutti i parametri. In tal senso una delle cose fondamentali è quella di misurare ciò che si fa, misurare la complessità degli esercizi che si propongono e di conseguenza di misurare i risultati di quello che i pazienti fanno.

La realtà Virtuale nella diagnosi dell’ ADHD

Per quanto riguarda la diagnosi dell’ ADHD essa si basa sulla raccolta anamnestica delle informazioni relative al bambino, nonché sulle osservazioni degli insegnati nel contesto scolastico e sulle osservazioni dei genitori all’interno delle dinamiche famigliari. Questo perché all’interno del DSM-5 è specificato che il disturbo deve essere pervasivo, pertanto presente, in almeno due contesti. Tuttavia, se per altri disturbi del neurosviluppo sono stati messi a punto numerosi test diagnostici, per l’ ADHD non esistono sufficienti strumenti di assessment in grado di determinare con accuratezza la presenza del disturbo.

A tal riguardo un particolare strumento impiegato frequentemente nei contesti sperimentali, l’Eye-Tracking, in applicazione alla Realtà Virtuale, potrebbe rappresentare una svolta decisiva per la valutazione dell’ ADHD, in quanto fornirebbe specifici marcatori fisiologici, i movimenti oculari involontari, in grado di stabilire con maggiore accuratezza la presenza o assenza del disturbo. La tecnica Eye-Tracking grazie alla registrazione della dilatazione e della contrazione delle pupille, consente di realizzare un effettivo tracciamento oculare che definisce l’intero percorso effettuato dall’occhio durante la visione. Pertanto, lo strumento permette di individuare dove è orientato lo sguardo e con quale livello di attenzione si sta osservando un oggetto o una scena.

Un studio pubblicato su Vision Research da alcuni ricercatori dell’università di Tel-Aviv ha evidenziato come i movimenti oculari involontari riflettano in maniera accurata la presenza dell’ ADHD così come è possibile ottenere dei benefici dalla loro stimolazione.

Hanno preso parte alla ricerca due gruppi di 22 adulti, un gruppo di soggetti con ADHD e un gruppo di controllo quindi senza ADHD, sottoposti ad un test computerizzato, volto alla diagnosi dell’ ADHD, chiamato TOVA (Test of Variables of Attention) e monitorati da un sistema eye-tracking che misurava i movimenti oculari involontari. Il primo gruppo con ADHD ha effettuato dapprima il test senza l’utilizzo del farmaco ed in un secondo tempo dopo aver assunto il Metilfenidato. Il secondo gruppo costituisce il controllo.

Dai risultati è emersa una forte correlazione tra ADHD e incapacità di sopprimere i movimenti oculari in corrispondenza di stimoli visivi. La ricerca, inoltre, ha messo in luce un miglioramento della performance dei partecipanti che hanno assunto il Metilfenidato, i quali hanno normalizzato la soppressione dei movimenti oculari involontari al livello del gruppo di controllo.

Pertanto, secondo il capo gruppo della ricerca, il Dr. Moshe Fried, il nuovo metodo potrà costituire una nuova frontiera economica e quindi accessibile agli esperti del settore.

L’utilizzo della Realtà Virtuale nel trattamento dell’ ADHD

Per quanto riguarda la riabilitazione delle funzioni cognitive, ci sono degli esercizi per focalizzare l’attenzione su un determinato stimolo, per migliorare la capacità di inibire le informazioni esterne all’oggetto interessato, per potenziare le abilità visuo-spaziali e per implementare le abilità di pianificazione. In particolare, è possibile potenziare l’individuazione, la discriminazione, il riconoscimento, la sequenza e l’attenzione uditiva così da consentire alla persona di selezionare e di attribuire un significato ai suoni che sente; incrementare quel processo cognitivo che consente di focalizzare l’attenzione su di una ristretta gamma di stimoli, garantendo un’elaborazione di tali informazioni più accurata ed efficiente. Infine rafforzare il processo cognitivo che consente di mantenere l’attenzione per un tempo prolungato potenziandone la dimensione temporale.

Fin ad oggi il trattamento dei disturbi del neurosviluppo, come l’ ADHD, pone in rilievo l’adozione di un approccio metacognitivo, in grado di promuovere una maggiore consapevolezza del funzionamento della persona, al fine di favorirne una migliore regolazione interna ed un più efficace automonitoraggio emotivo. Le nuove tecnologie di Realtà Virtuale, pertanto, possono corroborare gli interventi cognitivi-comportamentali e psicoeducativi. Esse permettono di fornire alla persona un feedback dell’entità del proprio lavoro e solamente attraverso la consapevolezza dell’errore si può attuare una condotta correttiva migliorativa. Quindi il paziente piccolo o adulto è sempre molto ingaggiato in questa gara contro se stesso poiché ha sempre la possibilità di migliorarsi, con esercizi sempre nuovi che garantiscono il mantenimento di una buona motivazione.

Inoltre, alla base della riuscita degli interventi psicoeducativi e terapeutici adottati per il trattamento dell’ ADHD, la parola chiave è gratificazione. Infatti, gli ambienti di Realtà Virtuale essendo un setting protetto fornirebbero la possibilità di inserire il bambino in un ipotetico contesto scolastico nel quale poter lavorare sugli aspetti critici manifestati quotidianamente in classe. I vantaggi pertanto sarebbero principalmente due: in primo luogo, si ottimizzerebbero i tempi di applicazione del rinforzo; secondariamente il terapeuta, essendo concentrato sul singolo minore, avrebbe la possibilità di gratificarlo in maniera efficace.

Conclusioni

Partendo dai dati della letteratura scientifica, il trattamento ideale per l’ ADHD risulta essere di tipo multimodale, ovvero un tipo di trattamento che implica il coinvolgimento indiretto di scuola e famiglia e diretto del bambino stesso, oltre che in alcuni casi, l’utilizzo di un farmaco. Per questo motivo, prevedere all’interno di un percorso diagnostico-riabilitativo l’inclusione delle tecnologie di ultima generazione consentirebbe un approccio integrato ad un disturbo articolato e complesso, che necessità di un assessment adeguato e di un trattamento altrettanto sofisticato.

Attualmente nel panorama scientifico non sono presenti sufficienti dati che affermano l’efficacia di strumenti in grado di porre diagnosi accurate di ADHD. Pertanto, nonostante esista una maggior conoscenza in merito alle modalità di intervento, sarebbe opportuno approfondire le ricerche circa l’applicazione delle nuove tecnologie di Realtà Virtuale coadiuvate al processo diagnostico standard, poiché con un assessment adeguato è possibile strutturare trattamenti personalizzati per il singolo paziente.

Neurobiologia dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione: stato dell’arte e prospettive – Report dal convegno

Si è concluso il terzo convegno di formazione del 2017, dedicato alla neurobiologia dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, organizzato dall’équipe dell’Ambulatorio DCA – ASST Santi Paolo e Carlo, Presidio San Paolo Polo Universitario UNIMI, Milano – con il patrocinio di SITCC Lombardia e il supporto di Nutrimente Onlus.

Gloria Faraci, Giandomenico Schiena

 

Il giorno 6 ottobre i relatori hanno aperto i lavori scientifici con una rassegna diacronica sullo stato dell’arte di genetica e neuroimaging delle principali diagnosi dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, quali Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e Binge-Eating Disorder, successivamente oggetto di approfondimento traslazionale da parte di ricercatori esperti dell’Università degli Studi di Milano e Bicocca.

I circuiti neuronali implicati nelle condotte alimentari disfunzionali coinvolgono i sistemi di regolazione del reward (sazietà e ricompensa), del driving (esplorazione) e del craving (desiderio impellente), processi biologici evoluzionisticamente molto conservati che sostengono importanti fenomeni umani, dalla regolazione della fame alla pianificazione finalizzata più sofisticata, e coprono quindi diverse funzioni mentali trasversali nell’espressione del comportamento, tra cui l’emotività nel suo complesso, l’impulsività, la compulsività e il loro adeguato controllo. Non stupisce perché queste condizioni patologiche affianchino quasi sempre una doppia diagnosi, tra cui disturbi d’ansia e dell’umore, sottintendendo un ampio spettro psicopatologico.

Anche le review più autorevoli suggeriscono investimenti biotecnologici trans-categoriali (“cross-disorder anlysis”, Baker, Curr Psy, Sep 2017): la formulazione di “spettri personologici” aumenterebbe il potere statistico di associazioni multi-variabile rilevanti nella complessità della patogenesi dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. E non si tratta di una tautologia metodologica, bensì di una strategia scientifica per aumentare la sensibilità di scoperta di aplotipi suscettibili al rischio di malattia, pur sacrificandone la specificità (relativamente importante in termini di efficienza tecnica, a conti fatti, nel marasma sintomatologico polisindromico peculiare dei disturbi della nutrizione).

L’encefalo presenta un’organizzazione sistematica dei circuiti della fame, gli stessi che coordinano il sensation seeking in senso lato (ricerca), tra cui tossicofilie e ginepraio di dipendenze (affettive, gambling, shopping compulsivo, ecc.): la corteccia prefrontale e l’amigdala, tra le altre cose, regolano il valore di gratificazione del nutrimento, il sistema limbico (insula) processa gusto, sapore e le proprietà edoniche, i nuclei della base mediano il rinforzo dell’azione e le leve incentivo-motivazionali (perché voglio o non voglio reiterare un’azione), il talamo organizza le risposte agli stimoli condizionando l’autodeterminazione nei confronti di un alimento (o di un qualsivoglia obiettivo desiderato).

Le condotte alimentari disfunzionali si manifestano come l’espressione fenomenologica dell’interazione costante e progressiva di numerose variazioni genetiche, o polimorfismi, e influenze ambientali cumulative, variabili che le definiscono come patologie multifattoriali complesse.

Se è vero che le fonti epidemiologiche prodotte dalla comunità scientifica concordano nel riconoscere un’importante familiarità nella suscettibilità allo sviluppo dei disturbi della nutrizione, le metanalisi riportano ancora dati contraddittori e/o inconclusi sul ruolo dei singoli geni implicati nella predisposizione al rischio (Bulik CM 2015, Karolinska Institutet). Questo, di fatto, rende molto insidiosa la valutazione del peso relativo delle diverse componenti ereditarie e delle sollecitazioni stratificate dell’ambiente esperienziale nell’eziopatogenesi.

Le risorse biotecnologiche e molecolari investite nella genetica dei disturbi della condotta alimentare dagli anni ’70 ad oggi hanno utilizzato diverse aree d’indagine e metodi assortiti: studi su alterazioni cromosomiche qualitative e quantitative (Halmi, American Journal of Human Genetics 1974), studi su gemelli (Holland, British Journal of Psychiatry, 1984), studi su pedigree di famiglie (Strober, review, Journal of Clinical Psychiatry, 1991), studi di linkage (Grice, American Journal of Human Genetics, 2002), studi di associazione caso-controllo “GWAS” (Wang, Molecular Psychiatry, 2011), studi specifici di SNPs e di varianti rare (Yilmaz, Psychiatric Genetics, 2017), studi epigenetici (Booij, International Journal of Eating Disorders, 2015).

Questi ultimi, di rara avanguardia, hanno il pregio di affrontare finalmente l’ostico dilemma dell’interazione genoma-ambiente, in quanto spostano il focus di ricerca dal codice genomico umano come entità automatica programmata a priori a un’interfaccia in continua interazione tra il bagaglio di geni ereditati e ciò che avviene al di fuori – un ambiente in grado di modificare, influenzare e determinare l’espressione della complessa macchina genetica attraverso diversi processi biochimici, tra cui la metilazione della cromatina cromosomica. Eventi esterni al DNA hanno il potere di cambiarne fisicamente la struttura favorendo o impedendo la trascrizione di proteine codificate dai geni. Tuttavia, si tratta di ricerche embrionali con non poche falle metodologiche. Per esempio, attualmente non siamo in grado di studiare i pattern di metilazione delle basi azotate degli acidi nucleici nei neuroni umani per ovvi motivi etici, quanto fin qui raccolto ci arriva dall’osservazione su cellule ematiche o buccali.

L’inconsistenza e la contraddittorietà dei dati di letteratura sinora ottenuti dipendono da metodologie di campionamento eterogenee (diversi criteri d’inclusione dei soggetti analizzati, tra cui cut-off di BMI o body mass index, comorbidità, età, ecc.), scarsa replicabilità degli studi, dimensioni di popolazioni reclutate statisticamente non significative (bias maggiore), shift dei sistemi di controllo emotivo degli impulsi life-time e un’altra infinità di molteplicità di variabili umane individuali difficilmente riproducibili. Il pleiotropismo di queste condotte comportamentali ad impatto altamente negativo sulla qualità di vita è, dunque, manifestazione di una penetranza genetica ad oggi imprevedibile.

Le tecniche di neuroimaging nello studio dei disturbi della nutrizione

La ricerca che sfrutta le moderne tecniche di neuroimaging per studiare i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione si scontra con le stesse problematiche. Anche in questa letteratura, pertanto, la non omogeneità, talora la contraddittorietà, di risultati tra uno studio e l’altro è una paradossale regola. Allora, come davanti a un quadro impressionista, il cui soggetto si apprezza più distintamente allontanandosi un poco dall’opera, così nel brain imaging ci si può fare un’idea più chiara senza concentrarsi sui singoli paper, ma considerando le fonti bibliografiche sulla risonanza magnetica strutturale, funzionale, su quella a tensore di diffusione (la DTI), la PET (positron emission tomograhy) e la SPECT (single photon emission computed tomography), nel loro complesso.

Le evidenze che emergono al netto sono: un’alterazione dei circuiti neuronali striato-prefrontali, substrato anatomico del reward, del driving, del craving, e anomali funzionamenti dell’insula, adibita a processare all’interno del circuito limbico le informazioni gustative e viscerali (Frank, 2015), una ipo-attivazione delle aree e dei sistemi bottom-up (attenzione guidata da stimolo ambientale esterno, in primis attraverso vie sensoriali ottiche) e un’iper-attivazione di quelli top–down (attenzione guidata da processi cognitivi interni, quali rappresentazioni immaginifiche e memoria) (Fuglset et al, 2015). Questi ultimi costituiscono il correlato neurobiologico del controllo patologico che pazienti affetti da Anoressia Nervosa hanno sugli istinti, tra cui la fame, e le proprie vite in generale.

Così, malgrado la mancata replicabilità di molti risultati, la letteratura sul neuroimaging dei disturbi della nutrizione riesce, comunque, a darci nuovo insight sulle loro patogenesi – ma, soprattutto, nuovo insight su che cosa siano i disturbi stessi: malattie che alterano la struttura e la fisiologia cerebrale. La speranza è che queste nuove consapevolezza e sensibilità scientifiche si traducano in terapie innovative, non solo farmacologiche, oggi controverse.

L’ARTICOLO PROSEGUE DOPO LE IMMAGINI DEL CONVEGNO

Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione uno sguardo neurobiologico - Report IMM2

Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione uno sguardo neurobiologico - Report IMM1

La Dott.ssa Gloria Faraci espone al Convegno “Neurobiologia dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione”

La ricerca sui disturbi alimentari: l’importanza di giungere a nuovi trattamenti, non solo farmacologici

Una chiave di lettura biologica, quindi, per i disturbi del comportamento alimentare, che non escluda ma che affianchi e completi la dimensione psicologica, ammesso e non concesso che la dicotomia epistemologica regga ancora, dovrebbe fare da faro nella nebbia all’interno della marea di dati acquisiti su questi fenomeni.

La peculiare articolazione del tema e il severo impatto sociale dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione impongono la formulazione di nuove prospettive d’indagine traslazionale che tengano conto di un’eziopatogenesi genetica complessa embricata con l’ambiente (fisico, chimico, microbiologico, sociale, ecc.) e del fenotipo anatomo-fisiopatologico delle strutture nervose corticali e sottocorticali coinvolte.

A conferma del ruolo principale che i fattori biologici hanno nella patogenesi dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione vi sono numerosi modelli animali. Anche l’anoressia, come molte altre malattie, ha il suo modello riprodotto nei roditori. (È difficile pensare che un ratto rifiuti il cibo sino a morire di inedia per motivazioni psicologiche o perché i media divulgano l’equazione tra bellezza e magrezza).

Uno dei più convincenti modelli animali di Anoressia Nervosa è il ratto ABA, acronimo per Activity-Based Anorexia (per una revisione sull’argomento: Gutierrez, 2013). Il professor Fabio Fumagalli, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano, ne ha parlato nel corso del convegno riportando osservazioni in itinere rilevate nelle sue ricerche.

I ratti, curiosamente in particolare le ratte adolescenti, messi in una gabbia singola (quindi privati del fisiologico contatto sociale), con accesso limitato al cibo e con una ruota a disposizione su cui correre, incominciano a macinare chilometri su chilometri, nonostante la mancanza di adeguato introito calorico. Si arriva a dovere togliere al ratto la disponibilità della ruota per evitare che muoia di stenti. Oltre all’esercizio fisico strenuo e alla restrizione nutrizionale, il ratto ABA riproduce altri reperti della clinica dell’Anoressia Nervosa, come il blocco del ciclo estrale delle ratte, parallelo all’amenorrea secondaria delle pazienti, e alterazioni endocrino-metaboliche quali le alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (notoriamente attivato in condizioni di stress), della leptina e della grelina.

L’obiettivo finale è sempre trovare nuove terapie. La storia della medicina è piena di terapie che funzionavano sui topi, ma che non hanno funzionato nell’uomo. I modelli animali, pur con una buona face validity come il ratto ABA, possono non avere una predictive validity altrettanto buona ‒ ma offrono la possibilità di controllare tante variabili che negli studi con i pazienti non sono controllabili, e che rendono spesso non replicati tali studi.

Trovare nuove terapie farmacologiche, certo, ma non solo. Un filone di ricerca che si sta sviluppando, in netto ritardo rispetto ad altri disturbi psichiatrici come i disordini dell’umore, è quello della neuro-stimolazione. Parliamo di tecniche in grado di generare nuove correnti elettriche nel cervello, o applicandole direttamente attraverso due elettrodi posti sullo scalpo, come nella transcranic Direct Current Stimulation (tDCS), o generando, sullo stesso scalpo, un campo magnetico, come nella Transcranic Magnetic Stimulation (TMS). Pochi studi, attualmente, sono stati pubblicati con queste tecniche (per la TMS: Van den Eynde et al., 2013; McClelland et al., 2013; Dunlop et al., 2015; due di McClelland et al., entrambi del 2016 – per la tDCS: Khedr et al., 2014). I risultati preliminari sono incoraggianti. Se la maggioranza di studi ha usato la TMS, la tDCS ha l’indubbio vantaggio di essere facilmente trasportabile e, dal punto di vista delle apparecchiature da acquistare, molto meno costosa.

La dott.ssa Giulia Mattavelli, ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano – Bicocca, ha parlato nel corso del convegno di tutto questo e del filone di ricerca in cui è attualmente impegnata: la modulazione dell’atteggiamento verso il cibo e l’immagine corporea di pazienti affetti da disturbi del comportamento alimentare tramite tDCS. Il grande fascino del contributo scientifico dell’elettrofisiologia sta nell’immediata suggestione terapeutica: se riesco a dimostrare che manipolando le correnti elettriche encefaliche ho una risposta comportamentale condizionata forse è possibile studiare dei protocolli di neuro-stimolazione che modifichino la sintomatologia, l’evoluzione e l’esito dei disturbi della condotta alimentare.

Altrettante potenziali risonanze traslazionali si possono ottenere sfruttando risorse di ricerca microbiologica. Durante l’evento scientifico, è intervenuta a tal proposito la dott.ssa Francesca Borgo – Dipartimento di Scienze della Salute, UNIMI. La ricercatrice ha illustrato il ruolo del “microbiota-gut-brain axis”, ovvero delle correlazioni tra la flora microbica intestinale e il sistema nervoso, nella patogenesi e nel mantenimento dei disturbi della nutrizione.

Il microbiota intestinale è stato definito come la principale fonte di variabilità biologica confinata in un soggetto e fornisce costante stimolazione immunologica, modellando le risposte agli antigeni estranei. Inoltre, è stata dimostrata una sorta di “mimesi molecolare” tra le proteine microbiche e diversi neuro-peptidi chiave coinvolti nella regolazione del comportamento finalistico e delle emozioni (Cryan 2012, Nature – Reviews). Sono stati rilevati negli esseri umani anticorpi reattivi a tali neuro-peptidi, i dosaggi di queste sostanze e dei loro metaboliti sono stati associati a condizioni neuropsichiatriche ad ampio spettro, come sindromi ansiose, disturbi dell’umore, disordini del sonno e alimentari (Wang 2014).

L’intestino umano ospita un ecosistema dinamico e complesso, che consiste in circa un kg e mezzo di batteri in un adulto medio, approssimativamente il peso dell’encefalo umano. La formazione evolutiva di un articolato microbiota intestinale nei mammiferi ha giocato un ruolo rilevante nello sviluppo cerebrale e, verosimilmente, nelle interazioni sociali più fini (Dinan 2015). I geni compresi all’interno del microbiota intestinale (microbioma) superano significativamente per quantità i geni contenuti nel genoma umano e sono in grado di produrre migliaia di sostanze neuro-attive. I microbi intestinali sono parte di un sistema biologico viscerale inconscio che regola condotte e agiti. Evidenze recenti indicano che la flora microbica ha un impatto preponderante sulle funzioni cognitive e su modelli basilari di comportamento, come l’interazione sociale e la gestione della risposta allo stress. In assenza di flora microbica la neurochimica sottostante risulta profondamente alterata.

I mammiferi vivono simbioticamente in uno stato di associazione co-evoluzionistica con la pletora di microorganismi che risiedono a vari livelli micro-ambientali nei propri tessuti. Il microbioma all’interno dell’ospite ha interazioni tissutali locali nicchia-specifiche e a distanza, nella fattispecie con il sistema nervoso centrale.

La ricerca si è occupata in modo zelante del ruolo di questo asse delineato tra flora microbica, intestino e cervello sia in condizioni fisiologiche che patologiche, da situazioni genericamente legate allo stress, depressione, ansia e sindrome dell’intestino irritabile, fino a patologie del neuro-sviluppo come l’autismo (Luna 2015). Alla luce del ruolo principale della nutrizione nella fenomenologia dell’Anoressia Nervosa, e considerando la ben nota importanza dei sintomi dello spettro ansioso in questi tratti fenotipici complessi, possiamo dedurre che un microbiota modificato in questi pazienti possa essere un mediatore-chiave dell’interazione genoma-ambiente per la semeiotica fisiopatologica restrittiva e la cronicizzazione tipiche della malattia, richiamando ancora una volta l’attenzione su questa fondamentale interfaccia multifattoriale.

Negli ultimi anni la ricerca neuro-scientifica ha dimostrato l’importanza del microbiota nello sviluppo dei sistemi cerebrali che sono essenziali per la reattività allo stress e le scelte di “problem solving” stress-correlate. La comunicazione dialogica bidirezionale nell’asse intestino-cervello influenza l’omeostasi fisiologica e può contribuire al rischio di malattia attraverso alterazioni del tratto gastrointestinale, il sistema immunitario, il sistema nervoso centrale e autonomo.

Altri potenziali meccanismi implicati nel controllo delle condotte alimentari potrebbero coinvolgere: l’influenza microbica sul circuito neuronale del “reward” (sazietà, ricompensa, gratificazione) e il metabolismo del triptofano (aminoacido essenziale precursore della serotonina, neurotrasmettitore protagonista di stati affettivi). Il microbioma intestinale umano è prodotto da una quantità enorme di microorganismi, generalmente riconosciuti come batteri commensali. Senza questa comunità microbica endogena non saremmo in grado di digerire i polisaccaridi vegetali e avremmo qualche problema a estrarre i lipidi dalla dieta. I batteri intestinali locali sono elementi fondamentali per un metabolismo regolare, una nutrizione sana e una fisiologica qualità di vita.

Le risorse neuro-scientifiche attuali dedicate allo studio dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, così come ridefiniti dal DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – quinta edizione), appartengono a diverse aree disciplinari altamente specialistiche che necessitano di un attivo confronto, con il fine di integrare l’assortimento di evidenze fin qui raccolte e, in ultima analisi, favorire il chiarimento dell’eziologia di tali patologie multifattoriali complesse.

Prevenzione e terapia per la salute della donna – Convegno di studi a Palermo

Prevenzione, terapia e promozione di stili di vita sani per il benessere della donna, specialmente nel duplice versante della menopausa e delle problematiche di pertinenza ginecologico-sessuologico-riproduttiva, all’interno della relazione di coppia. Questi i temi centrali del Convegno tenutosi a Palermo nelle giornate del 19 e 20 Ottobre scorso e che ha visto dialogare e confrontarsi differenti specialisti della salute, come medici, psicologi e infermieri.

 

La promozione della salute della donna nei casi di vulvodinia

Con un’apertura alla prevenzione primaria, in particolare in menopausa, focalizzata sul ruolo delle vitamine D e K nel mantenimento della funzionalità e della robustezza delle ossa, il dibattito si è progressivamente focalizzato sugli aspetti terapeutici e sulla promozione della salute, con un interesse specifico per il ruolo dello psicologo nel trattamento di due patologie invalidanti per la donna e la coppia, sul versante della compromissione dell’identità sessuale e genitoriale: la vulvodinia e l’infertilità.

La vulvodinia é una sindrome dolorosa che interessa la vulva, della durata superiore a tre mesi; si tratta di una patologia che compromette l’identità della donna, la salute fisica e psicologica, le relazioni intime, il benessere.

La vulvodinia provoca bruciore, fastidio, dolore – spiega Maria Stella Epifanio, assistant professor in Scienze psicologiche, pedagogiche e della formazione presso l’Università degli studi di Palermo – senza che si possa risalire a condizioni cliniche obiettivabili. Il disturbo comporta tutta una serie di limitazioni, come il fatto che la donna non riesca a stare seduta, perché infastidita da quelle che sente come scosse elettriche o punture, e ciò conduce a cattiva qualità della vita e pensieri sproporzionati verso la malattia, come la sua inguaribilità. Si tratta di un disturbo della donna, perché compromette la sua identità, scatenando disturbi depressivi, ma anche della relazione di coppia, perché spesso associato all’impossibilità della penetrazione, e a un blocco dell’attività sessuale.

Tra le cause psicologiche chiamate in causa nell’origine del disturbo sono da citare vissuti traumatici (molestie e abusi sessuali, problemi relazionali); caratteristica psicologica di molte di queste donne è inoltre una forte associazione della vulvodinia con l’ansia di tratto. Il trattamento psicologico risulta spesso difficoltoso perché la donna lo rifiuta, mal comprendendo l’associazione tra ansia e dolore fisico, e chiedendo solo che cessi il dolore fisico. E’ invece necessario dare espressione e forma al dolore, per sviluppare una maggiore tolleranza a esso e capacità di coping, all’interno della relazione terapeutica. Migliorando la qualità della relazione in terapia, normalmente i sintomi dolorosi diminuiscono, così come la lamentosità della paziente e si assiste a un rapporto più disteso con la famiglia e il partner”.

La promozione della salute della donna nei casi di infertilità

Il miglioramento della qualità di vita come compito prioritario dello psicologo, per la donna e per la coppia, anche all’interno del delicatissimo ambito dell’infertilità. Si parla di infertilità di coppia, secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) quando una coppia non riesce a procreare dopo 12-24 mesi di rapporti finalizzati allo scopo, ed è senza dubbio un momento di profonda crisi, sia per l’individuo che per la coppia, scatenando vissuti di frustrazione, senso di inadeguatezza e perdita.

Nello specifico, l’infertilità scatena tutta una serie di reazioni emotive sia nell’uomo che nella donna – precisa Zaira Donarelli, psicologo psicoterapeuta – L’uomo prova l’angoscia di non lasciare nulla dopo la propria morte, si sente in colpa per aver negato alla moglie di avere dei figli, oltre a subire una devalorizzazione narcisistica. Lo stress è comunque più elevato nella donna che sperimenta un evento simile al lutto. Le reazioni emotive progressivamente sperimentate dalla donna e dalla coppia riguardano inizialmente la sorpresa, quindi la negazione, la rabbia, la vergogna e l’isolamento, in un turbinio di emozioni che destabilizzano la coppia e possono portarla all’allontanamento affettivo e sessuale o, in casi più fortunati, a una nuova solidità e intimità interne.

Ecco che il counseling psicologico permette di affrontare tale dolore emotivo, attraverso vari steps: l’accettazione del problema, ovvero il lutto di un progetto esistenziale, l’acquisizione di utili strumenti per far fronte alle pressioni sociali, che si sostanziano nella classica domanda che si fa alle neo coppie “E i bambini quando?” e attivando strategie di coping per gestire il malessere, con benefici sia sul bisogno di genitorialità che sulla qualità della vita della coppia. La coppia che sceglie la fecondazione assistita deve poi essere opportunamente motivata e accompagnata nel processo, affrontando le difficoltà insite nella scelta. Infatti, la fecondazione eterologa è un evento non previsto, non un fatto privato che riguarda il concepimento della coppia, ma una concatenazione di eventi esterni ed estranei quali diagnosi, controlli medici. Un percorso insidioso, a partire dai pochi donatori in Italia fino al ricevente, la donna, che deve ricevere un gamete esterno, ma che, se supportata a livello psicologico dal punto di vista della motivazione e della chiarificazione rispetto al percorso, insieme al partner, può completare il percorso con successo. E’ poi molto importante rilevare ai figli a un certo punto di essere nati da una fecondazione eterologa. Tutti compiti di pertinenza psicologica, regolamentati dalle Linee guida sulla procreazione assistita del Ministero della salute del 2008 e in cui si pone l’accento sull’attenzione dello psicologo alla coppia, benchè in Italia il counseling non sia obbligatorio”.

Un percorso grazie al quale coronare il desiderio di maternità (e paternità), riappropriandosi del diritto alla genitorialità, elaborando il lutto della perdita della procreazione naturale, all’interno di un sodalizio benefico di coppia dove coniugare e armonizzare opportunamente il ruolo di donna e di madre.

Nuove mutazioni genetiche inciderebbero sull’autismo

La maggior parte dei casi di autismo simplex è legata alla presenza di nuove mutazioni genetiche nel bambino non ereditate dai genitori, questo secondo un nuovo studio effettuato presso la Facoltà di Medicina dell’University of Washington (UW).

 

I risultati, pubblicati nella rivista Cell, mostrano che queste nuove mutazioni si verificano sia nelle regioni codificanti che in quelle non codificanti del genoma.

Le regioni di codifica contengono geni che codificano le proteine, mentre le regioni “non codificanti” regolano l’attività del gene, ma non contengono geni.

Evan Eichler, professore di scienze genomiche a capo dello studio, ha dichiarato:

Siamo eccitati da questi primi risultati perché suggeriscono che molteplici nuove mutazioni in un bambino, codificanti e non codificanti, sono importanti per comprendere la genetica della malattia

La maggior parte dei casi di autismo si verificano in famiglie senza storia del disturbo. Conosciuti come autismo simplex, questi casi spontanei si verificano da nuove mutazioni che appaiono per la prima volta quando si formano gli spermatozoi dei genitori.

Queste mutazioni di nuova costituzione (de novo) appaiono nel genoma del bambino, ma non nel genoma di un genitore. Sono anche improbabili che si verifichino nei fratelli dei bambini affetti.

Autismo simplex e il ruolo delle mutazioni genetiche: lo studio dell’università di Washington

Per lo studio, i ricercatori hanno utilizzato un enorme database genomico creato dall’Iniziativa di Ricerca Autism Research di Simons Foundation. Hanno confrontato i genomi di 516 individui che soffrivano di autismo simplex, con i genomi dei loro genitori e un fratello che non era affetto dal disturbo.

In questo modo, i ricercatori speravano di trovare nuove mutazioni che erano più probabili comparire nel bambino interessato e avevano più possibilità di essere collegate ad un aumento del rischio di sviluppare l’ autismo simplex.

Nella maggior parte degli studi precedenti, i ricercatori hanno confrontato solo le mutazioni nella piccola porzione del genoma che comprende le istruzioni per la sintesi delle proteine. Questa regione di codifica contiene geni. Il nuovo studio ha confrontato quasi tutti i genomi dei partecipanti allo studio, comprese le regioni non codificanti, che regolano l’attività del gene, ma non contengono geni.

Queste regioni “non codificanti” continuano a svolgere un ruolo vitale nella regolazione della produzione di proteine, spegnendo e disattivando i geni.

I ricercatori hanno scoperto che le mutazioni che appaiono nelle regioni non codificanti dei genomi tendono a verificarsi in aree che influenzano l’attività dei geni nei neuroni nello striatum del cervello, una struttura che si pensa svolgere un ruolo importante in alcuni dei comportamenti e sintomi autistici. Tipicamente, lo striatum coordina la pianificazione, ricompensa la percezione, la motivazione e altre funzioni cognitive.

Le mutazioni sono state trovate anche nelle regioni del genoma che influenzano i geni per lo sviluppo delle cellule staminali embrionali e lo sviluppo del cervello fetale.

Nel complesso, pochissime delle nuove mutazioni erano necessarie per aumentare le probabilità di avere l’ autismo. Infatti, il rischio di autismo simplex è aumentato con appena due di queste nuove mutazioni.

Per capire meglio il ruolo che queste mutazioni hanno nelle regioni non codificanti per quanto riguarda il rischio di autismo, sarà necessario ripetere lo studio con molti più gruppi di genitori e dei loro figli, ha affermato Eichler.

Bisogna pur mangiare. Nuove esperienze di cura e testimonianze inedite su anoressia, bulimia e obesità (2017) di L. Mendolicchio – Recensione del libro

Bisogna pur mangiare racconta della sofferenza che le persone affette da disturbi del comportamento alimentare si portano dentro ma anche del lavoro che ogni giorno coloro che si occupano di curare questi disturbi svolgono.

 

Il libro Bisogna pur mangiare inizia con una premessa di Michela Marzano. Racconta della sofferenza che le persone affette da disturbi del comportamento alimentare si portano dentro ma anche del lavoro che ogni giorno coloro che si occupano di curare questi disturbi svolgono.

Leonardo Mendolicchio, psichiatra, psicanalista e direttore sanitario di Villa Miralago, che da anni si occupa di Disturbi del Comportamento Alimentare, con questo testo conduce il lettore in una visita guidata all’interno di Villa Miralago, comunità di cura ad orientamento psicoanalitico.

Mendolicchio spiega che per avvicinarsi ai Disturbi del Comportamento Alimentare, si deve innanzitutto capire l’egosintonia che tante persone affette da questi disturbi vivono col proprio sintomo. Approfondisce poi i fattori culturali che possono determinare l’insorgenza di tali disturbi.

Bisogna pur mangiare: il valore del sintomo

Descrive inoltre, in Bisogna pur mangiare, il difficile processo di cura che ha inizio dalla concezione del sintomo, che valore ha e di qual è la sua genesi. Da prima il sintomo viene vissuto dalle pazienti come gratificante o tranquillizzante, vivendo di abitudini e ripetizioni riescono quindi a controllare l’angoscia. In questa visione psicoanalitica il sintomo alimentare viene visto come un chiaro messaggio inviato all’altro, attraverso il cibo il soggetto agisce sull’altro allontanandolo o ricercandolo. Il cibo ha però anche una connotazione morale, etica, sia il rifiutare il cibo che la dipendenza da esso rappresentano l’astenersi da una scelta. Di contro è la fame che rompe gli equilibri e invade la mente di chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare. Un ulteriore tema che viene affrontato nel percorso di cura è quello dell’immagine corporea nella sua collocazione psicanalitica.

Mendolicchio propone una overture alla cura, esprime il suo punto di vista rispetto agli approcci terapeutici. È critico nella definizione della terapia cognitivo–comportamentale come approccio di elezione nella cura dei disturbi alimentari.

A mio parere i disturbi alimentari possono essere superati in due modi: il primo è relativo alla risoluzione dell’identificazione del soggetto con il suo sintomo, che passa attraverso la cristallizzazione della idealizzazione dell’immagine corporea; il secondo è quello legato al contenimento dell’angoscia sottostante, che è sempre secondaria alla possibilità da parte del soggetto di governare gli aspetti pulsionali.

L’utilizzo del lavoro di gruppo, spiega Mendolicchio in Bisogna pur mangiare, un gruppo motivazionale per pazienti affette da disturbi alimentari, permette però una egodistonia del sintomo.

La cura dei disturbi alimentari nella comunità

Villa Miralago rappresenta quindi il luogo della cura dei disturbi alimentari, comunità a cui i soggetti partecipanti si avvicinano con un proprio vissuto, che determina fortemente il percorso che stanno per intraprendere.

La comunità diventa quindi il luogo di incontro tra il soggetto e la sua storia, gli operatori sono parte attiva di questo processo.

Protagonista è quindi il trasfert:

Nei casi in cui non si produca l’attivarsi del transfert istituzionale, il paziente, anche se varca la soglia dell’istituzione, non vi entra veramente. Questi frangenti non sono rari; l’esperienza comunitaria può rimanere estranea al soggetto.

Villa Miralago è un sistema comunitario ad orientamento psicoanalitico nel quale l’équipe di lavoro è multidisciplinare per rispondere al meglio alle esigenze di cura dei pazienti. Léquipe si avvale di dietisti, nutrizionisti, cuochi, psicologi, psichiatri, educatori, medici, infermieri, tecnici della riabilitazione corporea, psicomotricisti, infermieri e ASA. Intervengono inoltre figure che introducono un lavoro di cura che passa dall’arte e dal teatro.

La terapia di gruppo, il transfert, i gruppi motivazionali, la riabilitazione nutrizionale, l’équipe, l’arteterapia e il teatro non sono tecniche empiriche che trasmettono un magico effetto salutare, bensì sono una rete sottile, ma tenace, che imbriglia il soggetto e gli permette di esteriorizzare la pulsione e l’angoscia derivante, producendo un appello che, raccolto costantemente, permette di esperire che la fame può spegnersi e soddisfarsi.

L’altra metà della storia (2017) – Cinema e Psicologia

Il film è l’adattamento del romanzo vincitore del Booker Prize “Il senso di una fine” di J. Barnes. Tony Webster, un settantenne divorziato, nel film L’altra metà della storia riceve una lettera da uno studio notarile che l’informa che la madre di Veronica, una sua fiamma dei tempi del liceo, gli ha lasciato un diario in eredità. La lettera perturba la vita tranquilla del protagonista che sta aspettando la nascita di un nipote dalla sua unica figlia.

La mente di Tony inizia a muoversi tra presente e passato: amori, amicizie travagliate, scelte compiute e omissioni rievocano “emozioni giovanili come quelle lette sui libri che mettono sottosopra la vita” e parallelamente “emozioni di sostegno quelle della maturità che ti dicono andrà tutto bene“.

Ma i ricordi sono autentici o ricostruiti da chi li evoca?

L’uomo decide, pieno di curiosità, di incontrare Veronica che ha in mano il lascito dell’eredità. Di lei non aveva più notizie da tanto tempo. L’incontro aprirà le porte di una rivisitazione degli accadimenti legati al suo amore per la donna, nonché ad una verità inimmaginabile che spinge Webster a riconsiderare se stesso e la propria vita.

La dimensione intersoggettiva, l’uomo narra alla ex moglie il dipanarsi degli eventi ricostruiti tra memorie del passato e notizie che emergono nel presente, lo aiuta a superare l’incapacità di vedere quello che ha davanti agli occhi, accusa che proprio l’ex moglie gli muove.
Infatti, quello che pareva e si credeva fosse accaduto in un certo qual modo viene completamente stravolto da verità nascoste che sono comprese ora in forme mai emerse in precedenza.

Allora, in concomitanza con il suicidio di uno studente del college, Adrian amico di Tony – lui stesso si toglierà la vita in seguito prendendo alla lettera le parole di Camus “Il suicidio è la vera e sola domanda filosofica” – citò P. Lagrange “La storia è la certezza che si consolida nell’incontro delle imperfezioni della memoria con l’inadeguatezza della documentazione“.

Sulla scia di questa “certezza” gli indizi, le reminiscenze inaffidabili, le ipotesi, le immagini, i flashback costituiscono ora per Webster le tracce da seguire nella ricostruzione del racconto.

Quante volte raccontiamo la storia della nostra vita aggiustandola, migliorandola, portando dei tagli strategici e più si va avanti negli anni e sempre meno persone potranno dire che la nostra vita non è la nostra vita, ma è solo la storia che ne raccontiamo, la storia della nostra vita raccontata agli altri, ma sopratutto a noi stessi“.

L’articolo continua dopo il trailer del film L’altra metà della storia:

La nostalgia: un’emozione tra passato e presente nel film L’altra metà della storia

Tempo e memoria evocano nostalgia in Tony: “Mi sono chiesto spesso cosa sia la nostalgia e se io ne soffra, suppongo di essere un nostalgico“.
Quando riaffiorano nella nostra mente ricordi del passato e si riaffacciano le emozioni provate in quei momenti lo stato d’animo è caratterizzato da un misto di tristezza per ciò che è passato e di gioia per averlo comunque vissuto.

La nostalgia è un’emozione che riapre il confronto tra passato e presente e ci porta in un altrove che paradossalmente non è ne qui ed ora, nè lì e allora, ma un luogo della nostra autobiografia che attiva percezioni e sensazioni avvolte da significati sempre nuovi. I ricordi del nostalgico, infatti, mutano, si trasformano, si arricchiscono, ad ogni rievocazione sono ricostruiti. D’altra parte la tendenza a unificare frammenti di esperienza dando unitarietà, coerenza e continuità alla narrazione è il processo con il quale costruiamo la nostra identità. La nostalgia ci permette di mantenerla, ma anche di riordinarla in un processo generativo di rinnovamento continuo.

«La nostra vita non è la nostra vita, ma è solo la storia che ne raccontiamo, la storia della nostra vita raccontata agli altri, ma sopratutto a noi stessi».

Affrontare e Gestire lo Stress lavoro-correlato

Una forza lavoro sana è essenziale per un’azienda di successo” (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2013).

“…Considerare il problema dello stress sul lavoro può voler dire una maggiore efficienza e un deciso miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro, con conseguenti benefici economici e sociali per le aziende, i lavoratori e la società nel suo insieme…” (Accordo Europeo sullo stress sul lavoro, Bruxelles, 8 ottobre 2004).

Cos’è lo stress lavoro-correlato?

Lo stress lavoro-correlato può essere definito come un danno fisico e una riposta emotiva che interviene quando le caratteristiche del lavoro non corrispondono alle capacità, risorse o bisogni dei lavoratori. Può condurre ad un indebolimento della salute e addirittura ad infortuni (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2000).
Lo stress non è una malattia, ma uno stato di prolungata tensione che può ridurre l’efficienza sul lavoro e può determinare problemi di salute psicologica e fisica (come ad esempio, ansia, depressione, esaurimento nervoso e cardiopatie) (Backé et al., 2012; Chen et al., 2009).
Lavorare sotto una certa pressione per un breve periodo può migliorare le prestazioni e dare soddisfazione quando si raggiungono obiettivi impegnativi. Al contrario, quando le richieste e la pressione diventano eccessive e prolungate possono causare stress e gravi problemi di salute mentale e fisica.

Perché è così importante gestire lo stress lavoro-correlato?

Affrontare lo stress lavoro-correlato e i rischi psicosociali può essere considerato costoso, ma ignorarli costa molto di più, come evidenziato da numerose ricerche (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2014):
Ricerche recenti nei paesi della Comunità Europea evidenziano come lo stress legato alla attività lavorativa sia il problema di salute più largamente diffuso tra i lavoratori europei dopo i disturbi muscoloscheletrici.

La condizione di stress interessa circa il 22% dei lavoratori in Europa.
È stato stimato che una percentuale compresa tra il 50% e il 60% delle giornate lavorative perse in un anno è correlata allo stress lavoro-correlato.
Lo stress comporta costi significativi sia per le organizzazioni sia per le economie nazionali. Da una relazione dell’Eu-Osha (2014) emerge che il costo economico dello stress legato alla attività lavorativa in Europa è pari a 20 miliardi di euro all’anno (costi legati alla perdita di produttività, assenteismo per malattia, assistenza sanitaria ecc.).

E’ altamente probabile che il fenomeno aumenti in futuro, a causa di alcuni cambiamenti in corso nel mondo del lavoro (es. contratti di lavoro precari, insicurezza lavorativa, forza lavoro sempre più vecchia, squilibrio fra lavoro e vita privata): l’Organizzazione mondiale della Sanità prevede che entro il 2020 la depressione – spesso associata a uno stile di vita stressante – sarà la principale causa di assenza sul lavoro.

Effetti dello stress lavoro-correlato sui lavoratori

Disturbi dell’umore (es., ansia, attacchi di panico, depressione, apatia)
Disturbi del sonno (es., insonnia, incubi notturni, spossatezza al risveglio)
Disturbi cognitivi (es., disturbi della memoria, difficoltà di concentrazione)
Disturbi gastrointestinali (il nervosismo può stimolare lo stomaco e causare contrazioni spasmodiche dell’intestino, colite)
Disturbi dell’apparato cardiocircolatorio (es., ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica)
Disturbi dell’apparato genitale (es., alterazioni del ritmo mestruale, amenorrea)
Disturbi della sfera sessuale (es., calo del desiderio, impotenza)
Disturbi dermatologici (es., dermatiti, psoriasi, arrossamenti).

Effetti dello stress lavoro-correlato sull’azienda

Maggiore assenteismo
Maggiore turnover
Aumento degli infortuni
Maggiore conflittualità
Peggioramento del clima interno
Diminuzione della produttività e della qualità
Peggioramento dell’immagine aziendale.

Quali sono i benefici della valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato?

Tutti questi elementi rappresentano per l’azienda evidenti costi che potrebbero essere sensibilmente ridotti applicando un percorso di valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato che non sia semplicemente una procedura dovuta al mero rispetto della normativa, ma anche una presa di coscienza dell’azienda e dei lavoratori sulla tematica stress lavoro-correlato e sull’importanza della promozione di un ambiente di lavoro sano. I vantaggi sono:
Per i LAVORATORI: maggiore benessere e soddisfazione sul lavoro.
Per i DIRIGENTI: una forza lavoro più sana, più motivata e più produttiva.
Per le AZIENDE: miglioramento delle prestazioni, riduzione dei tassi di incidenti ed infortuni, minore assenteismo e turnover.
Per la SOCIETA’: riduzione dei costi e degli oneri per i servizi.

La valutazione del rischio stress lavoro-correlato è un obbligo normativo

La legge attualmente in vigore che disciplina la valutazione del rischio stress lavoro correlato è il D.Lgs. 81/08, art. 28 e successive modifiche e integrazioni.

Il D.Lgs 81/2008, in materia di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro e le successive disposizioni integrative e correttive, obbligano il datore di lavoro ad effettuare la valutazione dello stress lavoro-correlato secondo quanto previsto dall’Accordo Quadro Europeo, siglato a Bruxelles l’8 ottobre 2004.

Tale articolo stabilisce che: “La valutazione … deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004” (art. 28, comma 1).

Il centro di Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova cosa offre

Alla luce della attuale normativa e della crescente attenzione al fenomeno stress lavoro-correlato, l’obiettivo del Centro di Psicoterapia e Scienze Cognitive di Genova è quello di offrire alle aziende interventi volti alla prevenzione e gestione dello stress lavoro-correlato a livello aziendale e/o individuale. Nello specifico:

  • Consulenza offerta alle aziende
    Valutazione rischio stress lavoro-correlato (adempimento D.lgs 81/2008)
    Testing psicologico
    Erogazione di corsi di Formazione sullo stress lavoro-correlato e sui rischi psicosociali
    Counseling aziendale/Sportello di ascolto
    Corsi di Mindfulness
    Tecniche di rilassamento
  • Consulenza offerta al singolo
    Tecniche individuali di gestione dello stress/ stress management
    Supporto psicologico ai problemi sul lavoro
    Miglioramento dell’empowerment individuale
    Programma MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction)
    Psicoterapia individuale ad orientamento cognitivo-comportamentale

Gli interventi psicologici volti alla prevenzione e gestione dello stress lavorativo proposti dal Centro di Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova possono quindi essere suddivisi in: a) interventi diretti all’organizzazione e b) interventi diretti all’individuo.
I primi riguardano interventi di tipo organizzativo che agiscono su quei fattori di rischio relativi al contenuto e al contesto del lavoro oppure fanno riferimento a interventi di formazione e prevenzione.
Gli interventi a livello individuale mirano invece a promuovere efficaci strategie di coping e di resilienza individuale al fine di migliorare la capacità individuale di gestione dello stress e, di conseguenza, ridurre il suo potenziale impatto negativo sulla salute (Hulsheger,et al., 2013).

Il Linguaggio dei bambini: il timbro universale delle mamme

Nel rivolgersi ai figli piccoli le mamme non modificano solo il ritmo e l’intonazione della voce, ma anche il timbro. Una ricerca ha scoperto che questa alterazione timbrica è universale, ossia identica per tutte le lingue.

 

Il “linguaggio dei bambini” delle mamme

Quando parlano con i neonati i genitori, senza volerlo, utilizzano un “Linguaggio dei Bambini” in un’unica forma includendo contorni esagerati e formulando frasi corte e ripetitive, qualunque sia il paese in cui vivono o la lingua che usano. A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori della Princeton University.

Precedenti ricerche avevano già dimostrato che parlando con i figli piccoli le madri modificano il loro modo di esprimersi adottando il cosiddetto baby talk che, esagerando gli accenti e il ritmo del parlato per renderlo più musicale, ha un ruolo importante per l’apprendimento della lingua. Questa tipologia di linguaggio stimola il coinvolgimento emotivo del piccolo ed evidenzia la struttura del linguaggio, aiutando i bambini a codificare sillabe e frasi.
Finora però non era stata condotta un’approfondita ricerca sul timbro della voce.

Il linguaggio delle madri con i bambini è universale

Piazza e i suoi colleghi, nel loro laboratorio infantile di Princeton, si sono interessati al modo attraverso il quale i bambini rilevano la struttura delle voci che ascoltano attorno a loro durante la fase di apprendimento.

Nel nuovo studio, attraverso l’utilizzo di risorse di intelligenza artificiale, hanno messo a punto un algoritmo di riconoscimento vocale e apprendimento automatico che hanno applicato sulle voci di 12 madri di lingua inglese mentre giocavano con i loro bambini, di età compresa tra i 7 e i 12 mesi e quando parlavano con altri adulti.

L’algoritmo è stato in grado di stabilire correttamente quando le donne usavano il timbro da neonato e quando invece quello da adulto.
La domanda successiva è stata quella di scoprire se queste differenze si sarebbero riscontrate su madri che parlano una lingua differente dal primo campione analizzato.

I ricercatori hanno esteso l’analisi su un altro campione composto da 12 madri di lingue diverse (spagnole, russe, polacche, tedesche, francesi, ungare, mandarine e cantonesi); per verificare se l’algoritmo fosse in grado di distinguere fra i due tipi di parlata.

Il risultato della ricerca è stato il medesimo. La macchina apprende algoritmi che sono stati appresi dal primo campione di madri inglesi, e che sono stati riutilizzati anche sul campione misto e il risultato sarebbe stato il medesimo a test invertiti.

Questo significa, ha concluso Elise Piazza, “che questi cambiamenti nel timbro rappresentano una forma universale di comunicazione con i neonati“.
In ultima, i ricercatori affermano che con alta probabilità i risultati ottenuti dai test condotti sulle madri avrebbero avuto gli stessi risultati se le ricerche fossero state condotte sui padri.

L’ attivazione comportamentale in psicoterapia: come cambiare i comportamenti dei pazienti

Nella mia prospettiva, l’ attivazione comportamentale e gli esperimenti comportamentali in generale, si dovrebbero integrare con altre tecniche, in particolare quelle basate sulla riattivazione emotiva in seduta. Si prefigurano in questo modo sequenze di intervento, come quelle che andiamo sviluppando in Terapia Metacognitiva Interpersonale e nelle terapie orientate metacognitivamente.

L’importanza dell’ attivazione comportamentale in terapia

Pensare una terapia senza la componente comportamentale oggi mi sembra difficile. Anni fa avevo una posizione radicalmente anticomportamentista, non senza un certo livello di sdegno intellettuale. Ero di matrice costruttivista Kelliana al quale si affiancava un background di psicoanalisi interpersonale (alla Kohut e Mitchell). Nel corso degli anni ho cambiato idea radicalmente.

Da un lato gli studi che mostravano quanto la componente comportamentale fosse fondamentale nel cambiamento che si ottiene nella CBT. Dall’altro la crescente consapevolezza che gli schemi che guidano disfunzioni e maladattamento nelle relazioni abbiano sì un aspetto cognitivo, ma che la parte più stabile, e difficile da cambiare, sia quella procedurale/tacita/implicita. Le esperienze relazionali che viviamo nello sviluppo si scrivono nel corpo come sequenze di azioni, reazioni ed emozioni, delle quali possiamo non essere coscienti. Guidati ad esempio dall’ attivazione di uno schema di attaccamento evitante, quando abbiamo bisogno di cure non esprimiamo l’emozione e sminuiamo la sofferenza che proviamo e la necessità di essere aiutati, senza renderci conto di farlo. Sono automatismi.

Per cambiare la componente procedurale degli schemi è necessario rompere le routine comportamentali. Non penso al comportamentismo amentalista degli albori, ma faccio riferimento a un’idea di mente in cui l’azione è la parte che svela quali cognizioni e affetti hanno più peso. Detto semplicemente: un paziente con disturbo evitante di personalità può dire “Tendo a temere il giudizio e mi vergogno all’idea che gli altri pensino che sono un incapace, ma ora mi rendo conto di questo e ci sorrido su”. Sembra che abbia acquisito capacità di distanza critica/defusion/differenziazione. Poi gli si chiede: “Ma ci va all’università? Ha cercato lavoro? Ha provato a invitare una ragazza a uscire?” “Io? No no per carità, queste cose non le faccio”.

Che significa? Che la capacità di distanza critica a livello cognitivo non valeva niente, e che la vera cognizione era quella che antecedeva il comportamento di evitamento. E senza un’esposizione comportamentale quello schema non si sarebbe mai infranto.

A partire da queste riflessioni mi sono spostato sempre di più verso l’attenzione alla componente bottom-up della psicoterapia, in cui il cambiamento esperienziale precede, accompagna e sostiene la ristrutturazione cognitiva. Allo stesso tempo, mi è sembrato sempre più evidente che senza una componente comportamentale una psicoterapia, di qualunque orientamento, sia destinata a una minore efficacia, o comunque a essere efficace con un minor numero di pazienti. Guidato da questa idea, con il mio collega Golan Shahar siamo partiti dall’ attivazione comportamentale, noto trattamento efficace per la depressione e abbiamo curato un numero speciale della rivista Psychotherapy.

L’ attivazione comportamentale e l’integrazione con altre tecniche

Abbiamo chiesto ad autori di diversi orientamenti come utilizzassero l’ attivazione comportamentale, originariamente pensata come protocollo a sé per il trattamento della depressione, in una serie di disturbi: dolore cronico, ansia, depressione (naturalmente), disturbi di personalità, schizofrenia. Per spiegare di che si tratti, traduco l’abstract della mia introduzione con Shahar.

L’ attivazione comportamentale è un trattamento efficace per la depressione, che ha come bersaglia la deprivazione di rinforzi positivi. È diventato sempre più evidente che molti disturbi mentali e forme di sofferenza psicologica coinvolgano la riduzione di attività guidate allo scopo e piacevoli. Questa riduzione lascia gli stati mentali negativi al centro della coscienza, senza che sentimenti e memorie positive, esperienze di agency, autoefficacia, competenza, rilassamento, energia e situazioni li controbilancino. Una riduzione dell’attività la si può trovare in disturbi che passano dal dolore cronico, ai disturbi di personalità alla schizofrenia. Crediamo che il tempo sia matura per pensare che l’ attivazione comportamentale, più che un trattamento in sé, sia considerata un meccanismo di cambiamento fondamentale in psicoterapia per un’ampia gamma di disfunzioni, e in modo indipendente dall’orientamento preferito dal clinico… riflettiamo sul fatto che l’ attivazione comportamentale vada implementata in molte forme di psicoterapia e per vari disturbi mentali, per rendere i trattamenti più rapidi e migliorare gli outcome, purché sia effettuata all’interno di un’attenzione importante alla relazione terapeutica”.

Nella mia prospettiva, l’ attivazione comportamentale e gli esperimenti comportamentali in generale, si dovrebbero integrare con altre tecniche, in particolare quelle basate sulla riattivazione emotiva in seduta. Si prefigurano in questo modo sequenze di intervento – come quelle che andiamo sviluppando in Terapia Metacognitiva Interpersonale e nelle terapie orientate metacognitivamente, – si vedano questi due articoli: Agency before action: The application of behavioral activation in psychotherapy with persons with psychosis e Behavioral activation in the treatment of metacognitive dysfunctions in inhibited-type personality disorders – che funzionano in questo modo.

Si parte dal ricordo di un episodio narrativo emotivamente rilevante. Il paziente può ad esempio raccontare: “Ho detto a mia madre che avrei fatto un viaggio con gli amici in estate, era la prima volta, ci tenevo. Mi rispose dura: non se ne parla nemmeno, è assurdo, non sei abbastanza grande e responsabile. Mi sono arrabbiato moltissimo”.
Il terapeuta chiede di approfondire l’episodio attraverso un esercizio di immaginazione guidata, in modo da cogliere meglio le emozioni
Terapeuta, durante l’imagery: “Come si sente ora che sua madre le ha detto che non può partire con gli amici”
Paziente: “Arrabbiato… no… forse… non lo so… strano”
Terapeuta: “La sua espressione… è vero, non sembra arrabbiato, cosa può essere?”
Paziente: “Debole, mi sento debole. Come… una specie di tristezza, che non ci posso fare niente, che mia madre in fondo a ragione”.

A quel punto il terapeuta, dopo una breve pausa può iniziare il rescripting in immaginazione: Terapeuta: “Provi a dire a sua madre lì di fronte a lei: ho voglia di partire, di stare con gli amici, sono capace”.
Il paziente ci prova e il terapeuta gli chiede di dirlo più forte, modulando l’intensità della voce e la postura, in modo da essere sempre più convinto e fermo nell’esprimere il desiderio”.
Terapeuta: “Come si sente ora?”
Paziente: “Meglio, più forte, ho voglia di farlo questo viaggio e mia madre non mi può smontare” .

Su questa base si può articolare l’esperimento comportamentale per consolidare quanto sperimentato in seduta che, senza il mantenimento tra una seduta e l’altra, rischierebbe di svanire lentamente.
Terapeuta: “Con questo in mente, proviamo a programmare di chiedere il trasferimento per potere fare il lavoro che davvero le piacerebbe”.

Oggi la psicoterapia la si può immaginare come una serie di processi organizzati così.

 

L’influenza dei fattori psicologici sul decorso della malattia nel paziente in dialisi

Da un punto di vista psicologico, per i pazienti con insufficienza renale cronica è necessario un adattamento del malato alla sua nuova condizione, che presuppone l’accettazione della perdita della funzione renale e la dipendenza dalla macchina dialitica in modo permanente. La perdita della propria autonomia e la condizione futura di incertezza genera un forte disagio emotivo: le emozioni più frequenti vissuti dai pazienti che iniziano il trattamento della dialisi sono di intensa rabbia e frustrazione, generati dai limiti ai quali devono sottostare.

Antonella Sanzò, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI San Benedetto del Tronto

 

L’insufficienza renale cronica e il trattamento con la dialisi

L’insufficienza renale cronica è una malattia invalidante che richiede al paziente un cambiamento radicale del proprio stile di vita e delle proprie abitudini. Oltre alle conseguenze fisiche che comporta è da considerare anche l’influenza che essa ha sulla salute psicologica del paziente. Gli aspetti psicologici, a loro volta, hanno un peso sul decorso della patologia.

L’insufficienza renale cronica è una patologia invalidante non soltanto per la salute del paziente, ma influisce in maniera significativa sullo stile di vita delle persone, in quanto cambia radicalmente la loro normale routine e li sottopone a diversi stress. Nella sua forma più avanzata, infatti, tale patologia richiede la sostituzione della funzione renale con la terapia dialitica, che presuppone il sottoporsi al trattamento dialitico quotidianamente per i pazienti in trattamento peritoneale o a giorni alterni per i pazienti in emodialisi. Oltre al dispendio di tempo che tale trattamento terapeutico comporta, sono da considerare anche i fastidi fisici correlati al trattamento, quali i crampi muscolari, dolori addominali, pruriti, ecc. Ad essi si aggiunge anche la necessità di seguire una dieta alimentare specifica e limitare l’assunzione dei liquidi.

Tale patologia ha un impatto significativo anche sull’equilibrio familiare, sociale e lavorativo della persona: molto spesso il paziente è costretto a dover modificare il proprio ruolo in questi ambiti e accettare la condizione di dipendenza dai familiari e dall’equipe medica. Da un punto di vista psicologico, è necessario un adattamento del malato alla sua nuova condizione, che presuppone l’accettazione della perdita della funzione renale e la dipendenza dalla macchina dialitica in modo permanente. La perdita della propria autonomia e la condizione futura di incertezza genera forti emozioni: le emozioni più frequenti vissuti dai pazienti che iniziano il trattamento della dialisi sono di intensa rabbia e frustrazione, generati dai limiti ai quali devono sottostare.

E’ da considerare che tale processo di adattamento non riguarda soltanto il paziente, ma anche i suoi familiari, i quali si trovano nella condizione di dover accettare i ritmi imposti dal trattamento, oltre alla gestione delle emozioni esperite.

Un buon adattamento del paziente alla sua nuova condizione, così come la sua capacità di gestire adeguatamente le situazioni stressanti e la possibilità di poter contare sul supporto dei familiari, incidono positivamente sulla sua salute. Per valutare l’adattamento del paziente vengono presi in considerazione alcuni parametri, quali la presenza e l’incidenza di stati ansiosi, depressivi e la capacità di aderire al programma di trattamento (Boaretti, Trabucco, Rugiu, Loschiavo, Magagnotti, Fontana et al, 2006). Tuttavia, sono frequenti i casi in cui si riscontrano difficoltà di adattamento alla malattia e ai ritmi imposti dal trattamento, con l’insorgenza di quadri psicopatologici caratterizzati da depressione, ansia, disturbi sessuali e disturbi del sonno.

L’ incidenza del tono dell’umore, delle emozioni e delle valutazioni sulla malattia nel decorso della stessa

Uno studio condotto su 12 pazienti di età compresa tra i 34 e gli 87 anni con insufficienza renale cronica ed in trattamento emodialitico, seguiti per tre mesi dall’inizio del trattamento, ha rilevato che questi pazienti, in una fase iniziale, presentavano un abbassamento del tono dell’umore dovuto ai cambiamenti della propria condizione fisica e del proprio ruolo sociale. Essi sperimentavano emozioni di depressione e rabbia, in particolare per la loro condizione di dipendenza e per le preoccupazioni per il futuro e manifestavano sentimenti di impotenza; con il procedere del tempo, si assisteva ad un miglioramento del tono dell’umore, probabilmente dovuto ad una accettazione della propria condizione (Di Corrado, Murgia e Agostini, 2013).

La depressione è il disturbo psicologico che più frequentemente si riscontra nei pazienti sottoposti ad emodialisi, con una percentuale che varia tra il 20% ed il 30% (Grigoriou, Karatzaferi e Sakkas, 2015).

Per quanto riguarda l’insufficienza renale cronica, risulta difficile a volte distinguere alcuni sintomi tipici della depressione dai sintomi dell’uremia, cioè dallo stadio terminale dell’insufficienza renale cronica. L’uremia, infatti, si presenta con alcuni sintomi che sono tipici anche della depressione, quali stanchezza e perdita dell’appetito.

Come detto in principio, non è da escludere la presenza di un basso tono dell’umore dovuto alle molteplici perdite con cui devono fare i conti i pazienti in dialisi: perdita del proprio ruolo in ambito familiare e lavorativo, perdita della propria autonomia, perdita della funzionalità di un organo e perdita della funzionalità sessuale.

In una recente meta analisi è stato mostrato come la diagnosi di depressione variasse anche in base agli strumenti di misura usati per valutarla: usando interviste cliniche l’incidenza dei sintomi depressivi nei pazienti in dialisi era all’incirca 22,8%, mentre quando erano usate scale di valutazione self – report o scale somministrate dai clinici l’incidenza era del 39,3% (Palmer, Vecchio, Craig et al. 2013; Birmele, Le Gall, Sautenet et al., 2012). Probabilmente, l’uso di strumenti self report rende più difficile distinguere tra i sintomi depressivi veri e propri e i sintomi dovuti a tale condizione medica.

Umore depresso, scarsa energia, emozioni di rabbia e frustrazione, valutazioni negative sulla propria condizione e sulla malattia influenzano il decorso della stessa: in uno studio è stato riscontrato che tali sintomi raddoppiavano la possibilità di non aderire al trattamento di cura rispetto ai pazienti che non ne presentavano. (Akman, Uyar, Afsar et al. 2007). Un altro studio condotto negli Stati Uniti d’America su 154 pazienti che avevano effettuato il trapianto di rene e 89 pazienti in trattamento dialitico è stato rilevato che i pazienti che raggiungevano livelli di depressione clinica significativa riportavano una minore aderenza al trattamento rispetto ai pazienti che riportavano una depressione clinica lieve. (Cukor, Rosenthal, Rahul, Clinton e Paul, 2009).

E’ stata riscontrata anche una forte interferenza nella capacità di aderire alla dieta alimentare: i pazienti che riferivano valutazioni negative maggiori sulla loro malattia erano meno in grado di seguire la restrizione dietetica imposta dalla terapia (Kim e Evangelista, 2013). Probabilmente, la percezione dei pazienti di trovarsi in una condizione cronica senza speranza, in cui pensano di non poter avere alcun controllo sul loro stato di salute li induce ad abbandonare totalmente ogni possibilità di gestire attivamente la malattia e ciò va a rinforzare ulteriormente lo stato depressivo, generando un circolo vizioso. E’ stato riscontrato che i pazienti in emodialisi che hanno una maggiore consapevolezza dei rischi della loro patologia e valutano di avere un minore controllo su di essa hanno un maggiore rischio di sviluppare sintomi depressivi. (Ibrahim, Kong Chiew-Tong e Desa, 2011).

La presenza di un quadro depressivo influisce negativamente sul sistema immunitario: diversi studi hanno mostrato un’associazione tra depressione e rischio di mortalità sia nei pazienti in emodialisi peritoneale, sia nei pazienti in dialisi peritoneale (King-Wing Ma e Kam-Tao, 2016).
Nonostante questi studi dimostrino l’incidenza della depressione nei pazienti in dialisi, essa frequentemente viene sottovalutata e non trattata (King-Wing Ma e Kam-Tao, 2016).

L’influenza del declino cognitivo sulle capacità di adesione al trattamento

Le difficoltà di seguire un piano di cura è dovuto non solo alla presenza di un quadro psicopatologico depressivo, ma è da considerare anche che i pazienti in trattamento dialitico hanno un rischio maggiore di andare incontro ad un declino cognitivo, dovuto all’età avanzata, alla presenza di patologie cardio vascolari e disturbi metabolici. Il declino cognitivo di entità moderata o grave è presente in maniera significativa nei pazienti in emodialisi rispetto alla popolazione generale: fino al 70% dei pazienti in emodialisi dai 55 anni in su hanno un declino cognitivo da moderato a grave (Kalirao, Pederson, Foley, Kolste, A, Tupper, D, Zaun et al. 2011).

I pazienti in dialisi, infatti, frequentemente hanno problemi di memoria, rallentamento motorio e deficit di attenzione. La presenza del declino cognitivo in questi pazienti risulta essere un altro fattore che influenza la loro capacità di aderire ai trattamenti farmacologici: essi frequentemente ignorano le restrizioni alimentari a cui devono essere sottoposti ed in generale hanno difficoltà a seguire il programma di trattamento. La possibilità di intervenire tempestivamente in questi casi attraverso dei training cognitivi è importante per limitare tale decadimento e migliorare la loro qualità della vita.

La percezione di controllo e adattamento alla malattia

Altro aspetto che influenza il trattamento dei pazienti in dialisi è la presenza di sintomi ansiosi, presenti soprattutto all’inizio del trattamento sostitutivo. L’ansia è un’emozione che viene normalmente sperimentata nei momenti di stress, ma quando essa è eccessiva risulta poco funzionale per la salute psicologica dell’individuo e per la sua qualità della vita. Alcuni studi hanno rilevato come essa sia presente nel 46,6% dei pazienti in emodialisi (Arenas, Álvarez-Ude, Reig-Ferrer et al., 2007).

Indubbiamente, tale patologia può condurre facilmente a stati di ansia, ma è da considerare anche la predisposizione dei pazienti: in uno studio che valutava l’ansia di stato e di tratto presente in pazienti in trattamento emodialitico è stato rilevato che l’ansia di stato era presente nell’87% dei casi tra coloro che erano in trattamento emodialitico, mentre nel gruppo di controllo, costituito da soggetti che non presentavano problemi di salute, era presente nel 63% dei casi; invece, l’ansia di tratto era presente in maniera più significativa nel campione emodialitico (73% dei casi) rispetto al gruppo di controllo (33%). (Kohli, Batra e Aggarwal, 2011)

Nello studio sopracitato è stato misurato anche il locus of control dei pazienti. Il locus of control è un altro fattore associato con il benessere psicologico: esso fa riferimento alle credenze che l’individuo ha rispetto alla sua possibilità di avere un controllo su di sé e sulla propria salute. In particolare, indica l’atteggiamento mentale per mezzo del quale si riescono ad influenzare le proprie azioni e i risultati che ne derivano. Il locus of control è interno, nel caso in cui l’individuo pensa di poter avere un controllo sulla propria condizione oppure esterno nel caso in cui egli crede che essa sia influenzata esclusivamente da fattori esterni.

In tale studio è stato riscontrato che i pazienti avevano un locus of control esterno rispetto al gruppo di controllo. Questo potrebbe essere spiegato con la percezione che essi probabilmente avevano di essere dipendenti dai medici, dalla macchina per la dialisi e dai familiari. Tuttavia, i pazienti con un locus of control interno si adattavano meglio alla terapia. Sempre nello stesso studio sono state analizzate anche le strategie di coping usate per far fronte al problema di salute: generalmente, i pazienti che hanno una malattia cronica mostrano una maggiore tendenza all’evitamento del problema, piuttosto che tentare di individuare delle strategie per migliorare la loro condizione. Sono state evidenziate sia strategie di evitamento, sia strategie di fronteggiamento; tra queste ultime vi era il tentativo di riconsiderare il proprio problema in termini positivi e tale capacità consentiva di aiutare i pazienti a sperimentare un livello di ansia minore.

L’importanza del supporto psicologico per gestire le emozioni contrastanti

Considerando quanto detto sinora e l’importanza che i fattori psicologici rivestono sul decorso dell’insufficienza renale cronica, sarebbe opportuno per i pazienti che presentano tale patologia avere la possibilità di ricevere un supporto psicologico che li aiuti ad accettare la presenza di una malattia cronica e adattarsi ai cambiamenti che essa comporta nella loro vita.

Gli studi hanno dimostrato come i pazienti in trattamento dialitico che hanno la possibilità di ricevere un trattamento di tipo cognitivo – comportamentale mostrano una diminuzione dei sintomi depressivi. Simili miglioramenti sono stati riscontrati anche attraverso terapie di gruppo per pazienti dializzati (Lii, Tsay e Wang, 2007).

Come detto in precedenza, l’inizio del trattamento dialitico genera un cambiamento nella vita del paziente che coinvolge tutta la famiglia, anche dal punto di vista delle emozioni; sarebbe auspicabile che i servizi ospedalieri deputati al trattamento di persone con insufficienza renale cronica diano anche ai caregiver la possibilità di ricevere un supporto psicologico per allievare le loro emozioni, migliorando in tal modo la qualità della vita anche del paziente stesso.

 

Nerve: un film sulla fobia sociale (2011) – Cinema e Psicologia

Un film sulla fobia sociale, la descrizione di un esperimento condotto per una tesi di laurea e svolto seguendo le gesta quotidiane di un ragazzo alle prese con la paura. Questo ha tentato J.R. Sawyers nel suo film Nerve, uscito nel 2011.

 

La trama del film Nerve

Aurora è una studentessa di psicologia che per analizzare la fobia sociale propone a Josh di diventare il suo soggetto sperimentale. La procedura utilizzata per testare le reazioni di Josh – e allo stesso tempo impostare una sorta di aiuto terapeutico che possa permettergli di compiere progressi – è l’esposizione comportamentale, indurlo ad affrontare situazioni ansiogene di difficoltà crescente. Si parte dal chiedere il numero di telefono alle sconosciute per arrivare ad approcci più complessi, nel tentativo di abituarlo a tollerare l’agitazione e ad accettare gli eventuali rifiuti.

Gli incidenti di percorso non mancano, sebbene ciò che sembrerebbe più instabile nello sviluppo del film non sia tanto l’umore del protagonista quanto la trama narrativa. Alcuni passaggi sono estremamente realistici, veri, in altri si perde il significato complessivo della vicenda. Il tentativo di Josh di scalare la montagna di un appuntamento con una ragazza è percorso dalla sfiducia, da un’inquietudine rabbiosa, autocritica, che ben rispecchia gli stati d’animo della fobia sociale.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

Le emozioni e i comportamenti del protagonista del film Nerve

La frustrazione nel percepirsi inadeguato, la sensazione che un destino avverso ostacoli il raggiungimento di un’accettabile appartenenza al mondo delle relazioni, sono per Josh una compagnia emotiva costante alla quale egli reagisce con modalità talvolta poco comprensibili allo spettatore. Non si capisce la ragione per cui il ragazzo inizi a raccogliere senzatetto per strada portandoli a casa e facendoli bivaccare in salotto per svariati mesi, né appare motivabile la metamorfosi fulminea con cui si trasforma per brevi parentesi in un soggetto provocatorio, che attira l’attenzione degli altri con azioni bizzarre e spavalde negli stessi contesti sociali che poco prima lo lasciavano atterrito e poco dopo tornano a sembrargli ostili.

Il ritiro emotivo si alterna all’impulsività con cui tira un pugno a uno sconosciuto molesto, la timidezza che lo paralizza alla sola idea di rivolgere la parola a una ragazza diventa coraggio risoluto nel dichiararsi ad Aurora affrontando il suo fidanzato. La sensazione da spettatore è che non vi sia un’integrazione narrativa tra i diversi stati emotivi del protagonista, come se fossero persone diverse e non, eventualmente, parti diverse della stessa persona.

Il passaggio dall’ansia al terrore alla rabbia per finire alla consapevolezza delle proprie risorse avviene senza una linea che congiunga i significati in modo attendibile, mostrando cosa accade all’emotività di Josh in relazione ai progressi che compie e alle ricadute di cui è vittima. La matassa pare sciogliersi quando il ragazzo si rende conto che l’esposizione non basta – forse Aurora avrebbe dovuto pensarci prima di iniziare – e ammette il disagio di non sentirsi risolto. Suo malgrado sta descrivendo il film, un’idea pregevole non risolta. Buttarsi a caso nella mischia delle relazioni sociali, fraternizzare con gli sconosciuti per spezzare il tabù di non essere visto dagli altri esseri umani non è una terapia bensì un modo caotico per uscire dall’isolamento. Unito all’elaborazione delle emozioni e integrando i vari livelli della personalità – impulsi, storia personale, costruzione dell’identità – diventerebbe una terapia. Come accade al film, che mostrando un leone in gabbia svela una potenziale caratteristica della fobia sociale senza dirci come può la belva ritornare in natura e non essere in pericolo.

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