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Quando il lutto diventa patologico: il lutto complicato secondo il DSM-5

Il DSM-5 ha proposto la diagnosi di disturbo da lutto persistente e complicato per indicare proprio quelle condizioni in cui le manifestazioni acute del lutto, con vissuti a stampo negativo, di tristezza, colpa, invidia, rabbia, associati a persistenti ruminazioni relative alle cause, circostanze e conseguenze della perdita, permangono se sono trascorsi almeno 12 mesi dalla morte di qualcuno con cui l’individuo in lutto aveva una relazione stretta, considerando questo lasso di tempo come discriminante tra lutto normale e patologico.

Laura Pizzacani, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Il processo di elaborazione e accettazione del lutto

La morte di una persona cara rappresenta un’esperienza che altera il benessere psico-fisico e sociale di chi affronta la perdita in modo più o meno significativo e transitorio, sulla base delle caratteristiche soggettive dell’individuo, della sua storia personale, del contesto sociale in cui vive e della rilevanza della perdita.
Solitamente, infatti, al lutto seguono fasi caratterizzate da specifici aspetti cognitivi ed emotivi, che vanno da una iniziale negazione dell’evento, con profonda angoscia, tristezza e ansia associate alla mancanza di motivazione, fino alla sua progressiva accettazione, che porta al recupero di un buon funzionamento alla luce della rielaborazione, sul piano affettivo e cognitivo, della relazione con il defunto e all’acquisizione della capacità di stare nel mondo anche senza di lui.

La variabilità individuale delle manifestazioni sintomatologiche sopracitate, nonché la loro transitorietà, ci porta quindi a considerare il lutto non come una condizione di stato, ma come un processo estremamente mutabile, caratterizzato da manifestazioni che, nella maggior parte dei casi, evolvono spontaneamente nel tempo riducendosi sempre più a fronte del buon esito del processo di elaborazione.

Talvolta, però, si riscontrano casi in cui il lutto non viene elaborato, dando origine ad una condizione patologica, invalidante e persistente in cui queste emozioni negative continuano ad essere esperite, compromettendo significativamente il funzionamento del soggetto. Nei casi più complessi, alla perdita possono conseguire reazioni emotive compatibili con quelle del disturbo da stress post traumatico, caratterizzate da pensieri e ricordi intrusivi, iperattivazione fisiologica, fino ad arrivare a sintomi dissociativi, oppure con quelle del disturbo depressivo maggiore, nel quale prevalgono invece sentimenti di disperazione, tristezza, paura ecc.

Proprio per la parziale sovrapposizione del quadro sintomatologico legato al lutto complicato con il disturbo depressivo maggiore o il disturbo da stress post traumatico, le sue manifestazioni venivano ricondotte, fino a qualche anno fa ed in accordo con i criteri proposti dal DSM-IV-TR, all’interno di questi quadri diagnostici. Solo con la pubblicazione della quinta edizione del Manuale Diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali, il disturbo da lutto persistente complicato ha assunto una sua autonomia, pur restando tra quelle condizioni cliniche che necessitano di ulteriori studi per poter essere validate.

Già nel DSM-IV-TR il lutto era stato collocato tra le cosiddette “condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica”, proprio ad indicare come, nel normale processo di elaborazione conseguente a tale evento, potessero esserci difficoltà tali da rendere la condizione del sopravvissuto patologica. Tuttavia il manuale prevedeva la possibilità di virare verso una diagnosi di episodio depressivo maggiore qualora i sintomi e la compromissione funzionale perdurassero oltre i 2 mesi, facendo così rientrare le conseguenze della mancata elaborazione del lutto in un quadro più propriamente depressivo.

Il crescente dibattito scientifico in merito al tema, nonostante la contrapposizione tra coloro che attribuiscono particolare enfasi all’evitamento e a sintomi post-traumatici, e coloro i quali si concentrano maggiormente sulla componente ansioso-depressiva, ritenendo centrali il distacco emotivo e l’ansia da separazione, anche alla luce della consapevolezza della continuità esistente tra lutto normale e patologico, che si differenzierebbero solo per l’intensità dei disturbi manifestati e la persistenza della compromissione nel funzionamento, ha fatto sì che si giungesse ad una descrizione univoca dei criteri diagnostici specifici per il disturbo da lutto persistente e complicato.

La diagnosi di disturbo da lutto persistente e complicato secondo il DSM-5

Il DSM-5 ha quindi proposto la diagnosi di disturbo da lutto persistente e complicato per indicare proprio quelle condizioni in cui le manifestazioni acute del lutto, con vissuti a stampo negativo, di tristezza, colpa, invidia, rabbia, associati a persistenti ruminazioni relative alle cause, circostanze e conseguenze della perdita, permangono se sono trascorsi almeno 12 mesi dalla morte di qualcuno con cui l’individuo in lutto aveva una relazione stretta, considerando questo lasso di tempo come discriminante tra lutto normale e patologico. Questo disturbo, inoltre, si accompagna frequentemente a disturbi del sonno, iporessia, astenia e facile faticabilità, così come all’intensificazione di condotte disfunzionali quali uso di alcool o droghe.

I criteri diagnostici del disturbo da lutto persistente e complicato sono:
A. L’individuo ha vissuto la morte di qualcuno con cui aveva una relazione stretta.
B. Dal momento della morte, almeno uno dei seguenti sintomi è stato presente per un numero di giorni superiore a quello in cui non è stato presente e a un livello di gravità clinicamente significativo, ed è perdurato negli adulti almeno 12 mesi e nei bambini per almeno 6 mesi dopo il lutto:
1. Un persistente desiderio/nostalgia della persona deceduta. Nei bambini piccoli il desiderio può essere espresso nel gioco e nel comportamento anche tramite comportamenti che riflettono l’essere separato da, e anche riunito a, un caregiver o un’altra figura oggetto di attaccamento.
2. Tristezza e dolore emotivo intenso in seguito alla morte.
3. Preoccupazione per il deceduto.
4. Preoccupazione per le circostanze della morte. Nei bambini, questa preoccupazione per il deceduto può essere espressa attraverso i contenuti del gioco e il comportamento può estendersi fino alla preoccupazione per la possibile morte di altre persone vicine.
C. Dal momento della morte, almeno 6 dei seguenti sintomi sono stati presenti per un numero di giorni superiore a quello in cui non sono stati presenti e ad un livello di gravità clinicamente significativo, e sono perdurati negli adulti almeno 12 mesi e nei bambini almeno 6 mesi dopo il lutto:

Sofferenza relativa alla morte
1. Marcata difficoltà nell’accettare la morte. Nei bambini questa difficoltà dipende dalla capacità di comprendere il significato e la definitività della morte.
2. Provare incredulità o torpore emotivo riguardo alla perdita.
3. Difficoltà ad abbandonarsi a ricordi positivi che riguardano il deceduto.
4. Amarezza o rabbia in relazione alla perdita.
5. Valutazione negativa di sé in relazione al deceduto o alla morte (es. senso di autocolpevolezza).
6. Eccessivo evitamento di ricordi della perdita (per es. evitamento di persone, luoghi o situazioni associati al deceduto; nei bambini questo può includere l’evitamento di pensieri e sentimenti che riguardano il deceduto.

Disordine sociale e dell’identità
Desiderio di morire per essere vicini al deceduto.
Dal momento della morte, difficoltà nel provare fiducia verso gli altri.
Dal momento della morte, sensazione di essere soli o distaccati dagli altri.
Sensazione che la vita sia vuota o priva di senso senza il deceduto, o pensiero di non farcela senza il deceduto.
Confusione circa il proprio ruolo nella vita, o diminuito senso della propria identità (per es. una parte di se stessi è diminuita insieme al deceduto).
Dal momento della perdita, difficoltà o riluttanza nel perseguire i propri interessi o nel fare piani per il futuro (per es. amicizie, attività).

D. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti
E. La reazione di lutto è sproporzionata o non coerente con le norme culturali o religiose o appropriate per l’età.

Specificare se lutto traumatico, ovvero: lutto dovuto a omicidio o suicidio con persistenti pensieri gravosi riguardo alla natura traumatica della morte (spesso in risposta a ricordi della perdita), tra cui gli ultimi momenti del deceduto, il grado di sofferenza e delle ferite, o la natura dolorosa o intenzionale della morte.

Diagnosi differenziale del disturbo da lutto persistente e complicato

Il disturbo da lutto persistente e complicato presenta una sovrapposizione parziale, e anche spesso una comorbidità, con il disturbo depressivo maggiore e con il PTSD, tuttavia è possibile evidenziare le differenze esistenti tra questi quadri sintomatologici.

Nonostante la tristezza e i sentimenti di colpa rappresentino elementi pervasivi sia nel disturbo depressivo maggiore che nel lutto complicato, si evidenzia come nel primo caso questi siano generalizzati, mentre nel secondo vengano esperiti solo in relazione alla figura del defunto; la ruminazione sugli errori e sui fallimenti del passato, anch’essa presente in entrambi i casi, è centrata nel disturbo da lutto prolungato solo sulla persona deceduta anziché essere generalizzata.

Se confrontato al disturbo da stress post traumatico, invece, si può notare come nonostante entrambi rappresentino una risposta ad un evento inatteso e traumatico, nel PTSD la risposta sintomatologica è provocata da una minaccia all’integrità fisica propria o altrui, mentre nel lutto è provocata dalla perdita di una persona cara; le emozioni prevalenti esperite dal soggetto, inoltre, sono estremamente diverse, nel PTSD si tratta di paura e ansia, nel lutto di tristezza e nostalgia. Anche per quanto riguarda i pensieri intrusivi è ben identificabile una differenza, nel PTSD, infatti, questi determinano una attivazione incontrollata delle emozioni negative, mentre le intrusioni sperimentate a seguito della mancata elaborazione di un lutto sono prettamente relative ad immagini positive e confortanti della relazione con il defunto.

Si può osservare come una diagnosi differenziale si possa formulare anche rispetto al disturbo dell’adattamento, che secondo il DSM 5 rappresenta un insieme di sintomi emotivi e comportamentali in risposta ad uno o più fattori stressanti ed identificabili.

Epidemiologia e fattori di rischio

Secondo il DSM 5 la prevalenza del disturbo da lutto persistente e complicato si attesta approssimativamente tra il 2,4 e il 4,8% della popolazione.
Tra i fattori di rischio connessi alle variabili del soggetto, si ritiene siano più esposte persone di genere femminile, con pregressa diagnosi per disturbi psichici, soprattutto d’ansia/umore, e con abuso di alcol o droghe.

I fattori legati alla struttura di personalità, invece, che possono contribuire ad allungare i tempi e limitare l’elaborazione del lutto, sono la presenza di basse capacità di coping e la tendenza a reagire negativamente a situazioni che prevedono la necessità di tollerare gli imprevisti e il distress emozionale, quale quello conseguente alla perdita. Gli individui che hanno sperimentato una perdita significativa, infatti, non possono continuare a sostenere le loro vecchie assunzioni su sé, mondo e futuro, ma allo stesso tempo faticano ad accettare le nuove, che implicano una visione di questi aspetti negativa e priva di significato. È necessario, quindi, che gli assunti vengano modificati e resi nuovamente adattivi, ristabilendo una interpretazione degli eventi focalizzata su aspetti positivi grazie ad un drastico cambio di prospettiva.

Per quanto riguarda, invece, le condizioni esterne che possono rappresentare un fattore di rischio si evidenzia la mancanza di supporto sociale come elemento centrale.

I conflitti parentali porterebbero ad una maggior prevalenza del machiavellismo nei maschi

Secondo una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Personality and Individual Differences, i litigi tra i genitori sarebbero associati a elevati livelli di machiavellismo negli adolescenti di sesso maschile.

 

Cosa si intende per machiavellismo

Con il termine machiavellismo in psicologia si definisce uno dei tratti di personalità facente parte della cosiddetta “Triade Oscura” insieme al narcisismo e alla psicopatia. Il termine descrive un tratto di personalità caratterizzato da atteggiamenti quali l’essere cinico, manipolativo e ingannevole.

Il vocabolo deriverebbe dal nome dello scrittore italiano cinquecentesco Niccolò Machiavelli a cui viene erroneamente attribuita la frase “il fine giustifica i mezzi” utilizzata per indicare l’atteggiamento di chi pur di raggiungere i propri scopi prescinde dalle regole morali.

Come si sviluppa il machiavellismo e le possibili cause nel contesto familiare

L’autore dello studio András Láng spiega come è nata la ricerca “Dopo aver finito il dottorato nel 2011, mi sono trovato in una situazione in cui molte persone parlavano di machiavellismo nell’Istituto di Psicologia dell’Università di Pécs in Ungheria. Questo gruppo di colleghi tuttavia non sembrava particolarmente interessato agli aspetti dello sviluppo di tale atteggiamento. Il disinteresse per l’aspetto evolutivo del machiavellismo era diffuso anche all’interno della letteratura scientifica. Il mio lavoro vuole far luce sull’evoluzione di questo tratto al fine di arricchire lo scenario della letteratura psicologica su tale argomento“.

Allo scopo di osservare l’aspetto evolutivo del machiavellismo, gli autori hanno scelto come fascia di età sperimentale l’adolescenza per due ragioni principali: anzitutto è durante questo periodo di vita che il machiavellismo diventa un costrutto personologico relativamente stabile, in secondo luogo durante quest’età l’ambiente familiare riveste un ruolo importante per la crescita sana dei soggetti.

La ricerca è composta da due studi.
Un primo sondaggio compiuto con 266 soggetti (115 maschi e 151 femmine) ha rivelato che i conflitti genitoriali intensi e irrisolti sarebbero associati a elevati livelli di machiavellismo nei ragazzi ma non nelle ragazze. I soggetti di sesso maschile, d’accordo con affermazioni quali “I miei genitori si arrabbiano davvero molto quando discutono” e “I miei genitori rimangono arrabbiati anche quando il litigio è terminato”, prediligerebbero affermazioni machiavelliane quali “Fidarsi completamente di qualcun altro equivale ad andare in cerca di problemi”.

Il secondo studio che ha esaminato 98 famiglie ungheresi con almeno un figlio adolescente, ha confermato i risultati iniziali ottenuti. Le famiglie in cui era presente un alto livello conflittuale e una scarsa cooperazione genitoriale mostravano maggior probabilità di avere ragazzi con tratti di personalità machiavellica.

I due studi quindi forniscono risultati analoghi, sembra infatti che i litigi e la bassa qualità della cooperazione parentale siano associati in egual modo a più alti livelli di machiavellismo e che questa correlazione riguardi selettivamente i soggetti di sesso maschile.

Gli autori ipotizzano che questi adolescenti percepiscano se stessi come incapaci di affrontare la situazione e ritengano i genitori inabili nel mantenere un clima familiare positivo.

“Vorrei sottolineare due aspetti di questi studi” ha detto Lang “Ritengo che il machiavellismo sia un mezzo di sopravvivenza per alcuni di noi, un metodo per gestire il mondo che li circonda. Scenari familiari di rifiuto e conflitto possono condurre alcune persone ad utilizzare la manipolazione come unica strategia relazionale e rendere, in tal modo, più sopportabile la vita. In secondo luogo, sottolineerei la natura di genere di questo tratto personologico, le difficoltà familiari infatti sembrano influenzare la presenza di machiavellismo negli uomini ma non nelle donne. Non credo però che queste difficoltà lascino inalterate le donne, le quali potrebbero esserne influenzate in modi diversi rispetto a quelli maschili” ha concluso Láng.

ll limite maggiore riscontrato nel disegno sperimentale è rappresentato dall’impossibilità di formulare conclusioni circa la causalità tra le variabili osservate, in effetti potrebbe essere vero anche il contrario ovvero che gli adolescenti machiavellici rendano le famiglie più turbate.
In conclusione appaiono necessari studi longitudinali per formulare ipotesi certe circa la direzione della causalità tra conflitti genitoriali e machiavellismo.

La consultazione in psicoterapia: la giornata di confronto tra diversi approcci – VIDEO –

Il 30 settembre 2017 si è svolto al Teatro Arcimboldi di Milano un confronto clinico e scientifico tra alcuni autorevoli esponenti dei principali orientamenti di psicoterapia: Sandra Sassaroli per la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Annamaria Sorrentino per la psicoterapia sistemico-familiare e Fabio Vanni per la psicoterapia dinamica.

 

La giornata all’Arcimboldi è nata da un’idea di Annamaria Sorrentino della Scuola Mara Selvini Palazzoli e Sandra Sassaroli di Studi Cognitivi. che da tempo ragionavano su come costruire una iniziativa comune. Si stava cercando una formula che non fosse teorica ma pratica e clinica. Stefano Cirillo della Scuola Mara Selvini Palazzoli ha suggerito il nome di un terapista che non conoscevamo: Fabio Vanni della Scuola SIPRe e così è nata l’idea di confrontarsi portando un caso clinico a testa, illustrando agli studenti di psicoterapia le linee principali dell’intervento in psicoterapia e permettendo ai colleghi di diverso orientamento di fare osservazioni e domande e di ragionare sulle differenze e sui punti condivisi.

Erano presenti circa 500 allievi delle diverse scuole; molti sono intervenuti e hanno portato idee, commenti, critiche e spunti al dibattito. La giornata si è conclusa con tre colleghi un poco più giovani delle diverse scuole che hanno  portato i rilievi finali e hanno rilanciato spunti di riflessione e commenti: la Dr.ssa Ada Labanti per la Scuola SIPRe, Roberto Berrini per la Scuola Mara Selvini Palazzoli e Giovanni Maria Ruggiero per la Scuola Studi Cognitivi.

La cornice dell’Arcimboldi e una splendida organizzazione comune hanno contribuito alla riuscita dell’evento. Si pensa di ripetere l’esperienza con un unico caso commentato da clinici con diversi approcci, così da rendere il confronto ancora più stringente e illustrativo di differenze, aree comuni e analogie.

Qui di seguito si possono vedere i 3 interventi più le considerazioni finali.


1) La consultazione in psicoterapia – Intervento di Sandra Sassaroli


2) La consultazione in psicoterapia – Intervento di Fabio Vanni

 


3) La consultazione in psicoterapia – Intervento di Annamaria Sorrentino

https://www.youtube.com/watch?v=elFQ7aM61EE


4) La consultazione in psicoterapia: considerazioni finali

 

 

Il disturbo post traumatico complesso. Dalla teoria alla pratica multidisciplinare (2017) di M. Cheli, C. Gambuzza – Recensione del libro

Il libro Il disturbo post traumatico complesso. Dalla teoria alla pratica multidisciplinare affronta le conseguenze del trauma interpersonale in età evolutiva, proponendo un approccio multidimensionale integrato e body-centred da applicare ai servizi, e raccoglie una preziosissima esperienza clinica di colleghi esperti.

 

La diagnosi ‘Disturbo Post-Traumatico Complesso’ (PTST-C), proposta da Herman nel 1992, ha cercato di colmare la lacuna tra la diagnosi di Disturbo da Stress Post Traumatico, che descrive adeguatamente le conseguenze dei singoli eventi traumatici, e la sintomatologia dei traumi interpersonali ripetuti e di lunga durata, che comportano, specie se precoci, disregolazione emotiva, somatizzazione, disintegrazione e dissociazione.

Successivamente, molti autorevoli scienziati hanno cercato di inserire nel DSM una nuova categoria diagnostica: il disturbo post traumatico complesso (DPTS-C) come Disturbo dello Sviluppo. Tale impegno ha permesso negli ultimi decenni di prestare maggiore attenzione all’importante presenza del trauma, nella sofferenza della realtà clinica dei pazienti, superando così il ‘negazionismo’ Freudiano del trauma da abuso sessuale inteso come fantasia isterica (J.Bowlby ricordava in una intervista che Freud nel primo lavoro del 1985 aveva attribuito i sintomi isterici all’abuso sessuale, ma poco più tardi sostenne che quegli eventi non erano realmente accaduti, ma erano immaginari).

Tale sofferenza, evidente ai clinici e non definita ancora ufficialmente nel DSM V, esprime una complessità che necessita di un coordinamento tra servizi e sistemi di cura differenti sul territorio, al fine di non incentivare la frammentazione e quindi la patologia degli utenti.

Il disturbo post traumatico complesso. Dalla teoria alla pratica multidisciplinare – La struttura del libro

Approfondendo sia il processo diagnostico che di cura, il libro Il disturbo post traumatico complesso. Dalla teoria alla pratica multidisciplinare (saggiamente!) si suddivide in due parti. La prima parte, dal titolo ‘Sviluppare una cultura integrata sul trauma personale’, affronta le conseguenze del trauma interpersonale in età evolutiva e propone un approccio multidimensionale integrato e body-centred da applicare ai servizi, sulla base delle più recenti scoperte e attivazioni di programmi internazionali. La seconda parte, dal titolo ‘Esperienze sul campo’ raccoglie una preziosissima esperienza clinica di colleghi esperti, che hanno ricostruito e generosamente offerto l’attuazione pratica e personalizzata dei modelli proposti.

Tale organizzazione del libro Il disturbo post traumatico complesso consente una lettura a più livelli del materiale, da cui emerge una riflessione attenta, curiosa e approfondita, dal teorico al pratico, sulla possibilità concreta che ogni operatore ha (individualmente e nel sistema di cura in cui è inserito) di gestire la sofferenza del paziente con disturbo post traumatico complesso.

È descritta la prospettiva di studi Trauma Informed Care: parte dal presupposto che vi è un’alta prevalenza di esperienze traumatiche nelle persone in carico ai servizi di protezione dell’infanzia e di salute mentale. Essa può quindi diventare una guida pratica per rispondere, nei servizi di cura, alla crescente comprensione teorico-scientifica dell’interazione tra stress e sviluppo.

È necessaria sempre più una continuità della cura tra infanzia ed età adulta (apparentemente logica, ma raramente presa in considerazione a livello pratico) e per attuarla si deve volgere verso un ‘mutamento di paradigma’, che richiede una ‘vision’, ovvero l’adozione di una prospettiva centrata sul trauma complesso come disturbo dello sviluppo, e una ‘mission’, ovvero lo sviluppo di un modello ecologico dell’intervento. Tali obiettivi si traducono in un processo di integrazione, delle conoscenze e dei percorsi di cura, ma l’integrazione è un processo culturale, che richiede tempo, dedizione, pazienza e costituisce un passo avanti importantissimo.

Il disturbo post traumatico complesso. Dalla teoria alla pratica multidisciplinare è un libro ricco di contenuti e spunti di riflessione e rappresenta uno strumento concreto sia per approfondire il disturbo post-traumatico complesso, nelle sue implicazioni teoriche e pratiche, sia per creare un ‘sistema autenticamente curante’, capace di integrare la continuità nello sviluppo e nella crescita della persona.

Adattarsi ai tempi del terrorismo: effetti sulla popolazione generale e cambiamento nelle abitudini

In generale la paura di rimanere coinvolti in un attacco terroristico può essere razionale, nei casi in cui la minaccia ed il rischio siamo costanti (vivere nelle grandi città), ed irrazionale, quando si tende a sovrastimare il rischio di essere vittime di un attacco

Antonio Cozzi e Raffaele Guido – Open School Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

Terrorismo: quale definizione?

Per quanto non esista una definizione unica e condivisa del termine terrorismo, esso può essere descritto come l’uso sistematico di azioni criminali contro persone o beni, con lo scopo di diffondere paura e terrore nella popolazione. Proprio in funzione di tale scopo, l’impatto e la risonanza che gli atti terroristici hanno sulla popolazione risultano, ai fini della causa terroristica, più importanti degli esiti fisici dell’azione (danni, numero di vittime).

Spesso gli atti terroristici hanno scopi politici particolari, ne sono esempio le numerose organizzazioni nate in Europa nel ‘900, ad esempio l’IRA in Irlanda del Nord, le Brigate Rosse in Italia, ecc (Living with terrorism, 2017).

In altri casi, considerando ad esempio la minaccia attuale prodotta dal fondamentalismo islamico, le organizzazioni terroristiche agiscono in difesa dell’identità e dei valori religiosi e culturali che rappresentano, perseguendo coloro che sono considerati offensori e che ne minacciano l’identità e la sopravvivenza. L’accusa in questo caso può riguardare il non rispetto della cultura o religione (attantato di Charlie Hebdo), altre azioni possono essere attuate come vendetta nei confronti di paesi che hanno tentato di contrastare l’espansione estremista attraverso altre azioni militari (ne sono esempio gli attentati nelle principali capitali europee, e negli Stati Uniti, colpi inflitti al cuore del mondo occidentale) o che in generale ne abbiano minacciato i valori.

Gli effetti di un attacco terroristico sulla popolazione generale

L’attenzione a chi è stato fisicamente coinvolto in tali eventi è sicuramente la prima a dirigersi. Tuttavia, le conseguenze del terrorismo sono diffuse non solo nelle vittime dirette, ma anche nella comunità, nella popolazione generale.

La diffusione mediatica della minaccia terroristica, l’aumento degli attacchi e la loro violenza, condizionano in modo rilevante la vita delle persone, infondendo paura e diffidenza.

Non sono solo gli incidenti maggiori ad avere effetti sulle persone. Già un anno fa il sociologo Marco Orioles commentava l’aumentata diffidenza nei confronti dell’immigrazione sostenendo il ruolo delle immagini televisive riguardanti l’ingente flusso di migranti sui barconi e alle frontiere. In un’intervista, lo stesso Orioles commenta questa paura sottolineando come i migranti arrivavano anche 5 anni fa. Però finché la tragedia della migrazione rimaneva nel perimetro del Mediterraneo, coi barconi che affondavano, per noi era un fenomeno distante. Quando abbiamo visto le capitali dei paesi europei sotto assedio, ci siamo resi conto che la questione è ingestibile. La concomitanza con la minaccia jihadista ha facilitato l’associazione fra i due aspetti. (Orioles, 2016).

In generale la paura di rimanere coinvolti in un attacco terroristico può essere razionale, nei casi in cui la minaccia ed il rischio siamo costanti (vivere nelle grandi città), ed irrazionale, quando si tende a sovrastimare il rischio di essere vittime di un attacco (Waxman, 2011).

Le persone coinvolte indirettamente in tali eventi (vivere nelle prossimità o condizioni simili, avere parenti coinvolti in un attacco) riportano in particolar modo sintomi e disturbi da stress e modifiche comportamentali, sono presenti tuttavia anche sintomi ansiosi, depressivi, traumatici, percezione di scarso controllo sugli eventi, diffuso senso di insicurezza e pericolo. Possono presentarsi somatizzazioni e disturbi fisiologici (calo del sonno); ripercussioni, come già detto, sulla vita quotidiana (conflitti, problemi relazionali, calo di produttività nel lavoro) ed infine cali nelle risorse psicosociali (ridotta partecipazione, scarso supporto sociale, ritiro ed isolamento) (Institute of medicine, 2003).

In generale tuttavia, nonostante l’alto livello di stress esperito, solo una bassa percentuale della popolazione generale esposta ad attacchi terroristici sviluppa disturbi psichiatrici. Il decorso di tali disturbi risulta inoltre molto variabile: essi possono essere transitori, reattivi ed acuti, vanno solitamente in remissione spontanea e solo una bassa percentuale della popolazione manifesta un disturbo, generalmente post-traumatico o depressivo (Grieger, 2006).

Se sulle vittime dirette gli effetti permangono più a lungo, come dimostra uno studio retrospettivo del 2004 svolto con vittime di attentati in Francia tra il 1995 e il 1996, il quale ha riportato un tasso di 31% di PTSD nelle vittime (Verger et al, 2004), studi condotti sulla popolazione generale dopo gli attentati alle Torri gemelle del 9/11 e di Madrid nel 2004 confermano come i sintomi da PTSD tendano col tempo a diminuire, mentre aumentano tuttavia i sintomi depressivi. I sintomi PTSD sembrano più correlati alla magnitudo dell’ attacco terroristico, mentre sembra che ci siano altri fattori a mediare lo svuluppo di disturbi e sintomi depressivi (Silver et al, 2002; Miguel-Tobal et al, 2006).

Vari studi, tra cui uno condotto pochi giorni dopo l’attacco a Londra del 2005 e con follow up a 7 mesi di distanza, indicano inoltre come l’impatto di tali attentati tenda a diminuire nel tempo, in particolare il livello di stress percepito dalla comunità. Nonostante ciò, tuttavia, le persone riportavano cambiamenti e ripercussioni nei comportamenti e nello stile di vita, in particolare per quanto riguarda i viaggi e l’utilizzo dei mezzi di trasporto (Galea et al, 2003. Stein et al, 2004) Ciò avviene perché in tali contesti e con una minaccia così elevata, le persone sviluppano meccanismi e risorse per adattarsi alla situazione. In un ambiente di violenza minacciata e prolungata, ciò che è normalmente considerato inaccettabile ed estraneo alla quotidianità diventa normale ed accettabile (Living with terrorism, 2017). Questa capacità adattiva risulta dunque fondamentale per convivere con situazioni di alto rischio e difendersi da processi cognitivi maladattivi che potrebbero portare a sofferenze, disturbi e psicopatologie.

Terrorismo: Paura e psicosi

Le organizzazioni terroristiche hanno progressivamente modificato i propri obiettivi, passando dal colpire i simboli più rappresentativi del potere politico di uno stato (Torri gemelle, Pentagono) ai luoghi in cui si svolgono le attività lavorative e ricreative della gente comune (vedi Bataclan, Nizza e gli ultimi avvenimenti di Manchester e Londra). L’obiettivo è quello di trasmettere un senso di minaccia perpetuo e globale, generando modifiche comportamentali in buona parte della popolazione. L’assunto di base, fondato su una credenza erronea ma fortemente diffusa, è che un’attenta analisi delle proprie abitudini (scelta dei trasporti, dei luoghi da frequentare e degli eventi a cui partecipare) possa modificare il rischio di essere coinvolti in un attacco terroristico.

Da un’indagine del Censis, successiva all’ attacco terroristico al Bataclan, emerge come più del 10% della popolazione italiana abbia adottato in modo sistematico una serie di evitamenti, dettati dalla diffusione della paura: si evitano i mezzi pubblici, le uscite serali e la partecipazione ad eventi molto affollati. Ma circa i due terzi della popolazione ha modificato le proprie abitudini sotto la minaccia terrostica: si rinuncia a viaggiare all’estero o a frequentare i luoghi più rinomati e rappresentativi delle città.

Questa situazione sta portando ad un lento decremento dei flussi turistici con effetti sempre crescenti sugli introiti nel settore.

Un dato che colpisce è che i più influenzati siano i giovani dai 18 ai 35 anni (il 77% del totale). Una possibile spiegazione è data dall’efficace rete di comunicazione e propaganda delle organizzazioni terroristiche, in grado di raggiungere attraverso il web soprattutto la fascia più giovane della nostra società.

La diffusione della paura può anche portare a casi di “influenza” o “contagio” sociale, fenomeno che si verifica in situazioni ambigue e confuse in cui si tende a replicare il comportamento assunto dagli altri cospecifici (Deutsch e Gerard, 1955).

Un esempio è dato dai fatti di Torino, dove abbiamo visto come la psicosi da attacco terroristico possa portare a conseguenze anche molto gravi. Nella piazza in cui veniva trasmessa un’importante partita di calcio, per la quale erano affluite migliaia di persone, in circostanze non del tutto chiare, e dunque in assenza di un evidente segnale di reale pericolo, si è diffuso il timore che uno dei presenti fosse un terrorista. A seguito del primo clamore alcuni hanno pensato ad una bomba e chi era distante ha valutato lo sguardo di terrore di chi fuggiva come una prova sufficiente per confermare quell’ipotesi.

Da esseri sociali, quali siamo, l’espressione di paura di persone vicine può condizionare la nostra interpretazione della realtà, portandoci ad esperire noi stessi paura ed adottare una strategia di fuga. Viene da chiedersi quanto la vicinanza temporale dei fatti di Manchester e Londra e il persistere di un clima di imminente attacco terroristico abbiano aumentato l’intensità di questo fenomeno. Sicuramente le particolari modalità adottate dai terroristi hanno condizionato la folla nella valutazione della pericolosità degli stimoli: nel marasma della fuga c’è chi si è convinto di aver visto visto un camion, chi ha sentito urla in arabo, chi era certo si trattasse di una bomba.

È sotto gli occhi di tutti come un obiettivo raggiunto dai terroristi sia quello di aver diffuso il terrore anche attraverso una sorta di condizionamento: stimoli una volta neutri, come una valigia in una stazione, un giaccone un po’ più largo del solito (che adesso tutti associano ad una cintura esplosiva) oppure un furgone o un camion vicino ad aree affollate, sono ad oggi considerati potenzialmente dei pericoli per la nostra incolumità.

La personalità antisociale: fattori di rischio e indicazioni al trattamento

Esiste in letteratura una vasta mole di studi che hanno individuato caratteristiche specifiche emotive, cognitive e comportamentali del Disturbo Antisociale di Personalità. Diverse ricerche mostrano come pazienti con Disturbo Antisociale di Personalità mostrano difficoltà nel processare le informazioni emozionali e nel rispondere empaticamente agli altri (in Greco e Grattagliano, 2014).

Giada Costantini, Open School STUDI COGNITIVI San Benedetto Del Tronto

 

La diagnosi del disturbo antisociale di personalità

Secondo la definizione del DSM 5 (2013) il Disturbo Antisociale di Personalità è un pattern pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che inizia nell’infanzia o nella prima adolescenza e continua nell’età adulta. Per porre questa diagnosi, l’individuo deve avere almeno 18 anni (Criterio B) e avere in anamnesi alcuni sintomi del disturbo della condotta prima dell’età di 15 anni (Criterio C).

Gli individui con disturbo antisociale di personalità non riescono a conformarsi alle norme sociali per quanto riguarda il comportamento legale (Criterio A1), sono frequentemente disonesti e manipolativi per profitto o per piacere personale (per es., per ottenere denaro, sesso o potere) (Criterio A2) e possono prendere decisioni sotto l’impulso del momento, senza riflettere e senza considerare le conseguenze per sé e per gli altri. Tendono a essere irritabili e aggressivi (Criterio A4), mostrano una noncuranza sconsiderata della sicurezza propria o degli altri (Criterio A5), tendono anche a essere spesso estremamente irresponsabili (Criterio A6) e mostrano scarso rimorso per le conseguenze delle proprie azioni (Criterio A7).

Si evince che, per definizione, le persone che rispondono ai criteri del disturbo antisociale di personalità presentano scarso senso di colpa e a questa carenza è abitualmente ricondotta larga parte della fenomenologia del disturbo.

La colpa è un’emozione fortemente legata alla sfera dello scambio sociale e manifesta implicazioni morali, in quanto l’attenzione della persona si focalizza in modo specifico su un atto compiuto valutato come trasgressivo, su una valutazione delle ripercussioni che tale comportamento potrà avere sugli altri, sulle eventuali modalità con le quali riparare ai danni arrecati. In chiave evolutiva, la colpa è stata selezionata per mantenere l’ordine sociale e la coesione del gruppo: nella cultura dove siamo immersi ci sono coordinate sociali e morali per muoversi adeguatamente all’interno del gruppo sociale, il colpevole di aver trasgredito tali norme ne rischia l’esclusione.

Le caratteristiche del disturbo antisociale di personalità

Esiste in letteratura una vasta mole di studi che hanno individuato caratteristiche specifiche emotive, cognitive e comportamentali del Disturbo Antisociale di Personalità.

Diverse ricerche mostrano come pazienti con Disturbo Antisociale di Personalità mostrano difficoltà nel processare le informazioni emozionali e nel rispondere empaticamente agli altri (in Greco e Grattagliano, 2014).

I deficit nel processamento emozionale sono l’aspetto caratteristico degli antisociali individuato già da Cleckley (1941). L’Autore notò come questi pazienti fossero in grado di riprodurre una pantomima delle emozioni pur senza sperimentarle. Così utilizzò il concetto di emozione paradosso (ibidem) per esprimere la mancata associazione negli antisociali tra la componente cognitiva e quella soggettiva e fisiologica delle emozioni.

Altri studi si sono concentrati sulla produzione linguistica di parole emotivamente connotate, ad esempio Louth et all. (1998) hanno osservato che individui antisociali parlavano con un tono di voce più basso e monotono e davano meno enfasi prosodica alle parole emotive rispetto ai soggetti di controllo. Questa riduzione nell’espressione prosodica emozionale, è stata trovata anche in uno studio sulla comprensione linguistica di informazioni emozionali, che mostrava che gli antisociali erano meno abili dei soggetti di controllo nel percepire l’emozione di paura a partire da stimoli vocali (Blair et al. 2002).

Altri studi hanno evidenziato come gli antisociali, diversamente dai soggetti di controllo, rispondono alle parole emozionali con la stessa velocità e accuratezza delle parole neutre (Lorenz e Newman 2002; Mitchell et al. 2002). Alcuni autori hanno suggerito che il deficit nella risposta emozionale in questi pazienti sia selettivo (Newman et al. 1987). Per esempio, Patrick, Bradley e Lang, (1993) hanno osservato negli antisociali una ridotta differenziazione rispetto ai non antisociali, nella frequenza del battito cardiaco in risposta a frasi-stimolo neutre vs frasi-stimolo minacciose. Allo stesso modo, studi di psicofisiologia hanno evidenziato una ridotta risposta elettrotermica agli stimoli avversivi negli antisociali, come pur un ridotto potenziamento del riflesso di ammiccamento palpebrale (Kosson et al. 2002). Questo potrebbe suggerire che questi pazienti hanno una ridotta capacità di sperimentare paura quando esposti a situazioni minacciose (Herpetz et al. 2001).

A ulteriore conferma di questa selettività, diversi studi hanno evidenziato che gli antisociali non mostrano nessun deficit nel provare emozioni positive come il piacere o la felicità, anzi appaiono orientati alla ricompensa e tendono ad assumere rischi, entrambi fattori associati ai centri della ricompensa nel cervello (Newman et al. 1987). Coerentemente, gli antisociali evidenziano un’accresciuta emozionalità positiva (Izard et al. 1993). Questo deficit nell’esperienza emozionale potrebbe addirittura essere alla base del successo spesso ottenuto dagli antisociali nel manipolare e mentire agli altri (Greco e Grattagliano, 2014): è possibile che la mancanza o la riduzione dell’intensità con cui vengono sperimentate alcune o tutte le emozioni, comporti una riduzione dell’interferenza emozionale tra emozioni esibite e quelle soggettivamente esperite durante la simulazione di espressioni emozionali, e questo a causa della mancanza di una reale emozione (ibidem). Così l’emozione soggettivamente esperita dall’antisociale trapela meno dall’espressione simulata dell’emozione rispetto ad altri individui, e tutto questo potrebbe rendere questi individui più convincenti e persuasivi agli occhi degli altri (ibidem).

Rifacendoci alla Teoria della Mente che si riferisce all’abilità di rappresentare gli stati mentali degli altri, i loro pensieri, desideri, credenze, intenzioni e conoscenze (Frith, 1989), diversi studi hanno cercato di verificare i deterioramenti nella capacità di rappresentare gli stati mentali dell’altro, in individui con Disturbo Antisociale di Personalità (Richell et al. 2003; Widom 1978). Nello specifico, Blair e collaboratori (2004) hanno verificato l’abilità degli individui con antisocialità a svolgere Advanced Theory of Mind Test (Happé, 1994), un test che misura il grado di comprensione di una storia valutando la comprensione degli stati mentali. I risultati hanno mostrato che la performance degli individui con antisocialità al compito non era peggiore di quella di individui del gruppo di controllo, pur mostrando una ridotta responsività ai segnali di stress. Richell e collaboratori (2003) hanno esaminato l’abilità degli individui con antisocialità di svolgere il Reading the Mind in the Eyes’ Task (Baron-Cohen et al. 1997), un test in cui i partecipanti devono giudicare lo stato socio-emozionale mostrato da un individuo basandosi solo sulle informazioni provenienti dalla zona degli occhi. Ancora una volta gli individui con Disturbo Antisociale di Personalità non mostravano deficit in questo compito.

Ciò nonostante, numerosi studi hanno evidenziato che gli antisociali hanno problemi nell’identificare le espressioni emozionali negative degli altri, specialmente tristezza e paura (Blair et al. 2004; Hasting et al. 2008). Blair, Colledge, Murray e Mitchell (2001) hanno confrontato le abilità a identificare le espressioni facciali in bambini e adolescenti tra i 9 e i 17 anni distinti sulla base di elevate o basse tendenze antisociali. Anche in questo caso sono emerse delle difficoltà nei bambini con elevate tendenze antisociali a riconoscere le espressioni di paura e tristezza, rispetto a quelli con basse tendenze antisociali. Stevens, Charman e Blair (2001) hanno condotto uno studio simile per esaminare il riconoscimento di tristezza, paura, felicità e rabbia nelle espressioni facciali e vocali in bambini e adolescenti tra i 9 e i 15 anni. Gli autori (ibidem) hanno scoperto un deficit specifico nel riconoscimento di paura e tristezza sia nelle espressioni facciali che vocali in bambini con elevate tendenze antisociali. Tuttavia, è stato evidenziato che gli antisociali tendono ad affermare e simulare la sperimentazione di queste emozioni, senza esperirle soggettivamente: possono dire che sono dispiaciuti per le loro azioni o apparire empatici con la loro vittima, senza provare niente di tutto ciò.

Per questo Cleckley (1988) parla di maschera di sanità, perché le parole o le azioni degli antisociali non riflettono il loro mondo interno: pur non avendo problemi a capire quello che gli altri stanno sentendo, non reagiscono emozionalmente a queste esperienze.

Concludendo le evidenze empiriche hanno osservato delle consistenti differenze nei processi emozionali degli antisociali, tuttavia non è chiaro se queste differenze sono legate all’assenza di emozione, al fallimento di processare automaticamente l’emozione o alla ridotta intensità dell’esperienza emozionale (Greco e Grattagliano, 2014).

Per quanto riguarda le caratteristiche cognitive, sembrerebbe che gli schemi di base di sé, degli altri e del mondo dei pazienti con Disturbo Antisociale di Personalità siano piuttosto rigidi e inflessibili. L’antisociale vede se stesso come forte e autonomo da solo, mentre gli altri sono visti come sfruttatori e da sfruttare, deboli, vulnerabili e da predare (Greco e Grattagliano, 2014). Inoltre, è piuttosto caratteristico un bias cognitivo nel percepire intenti malevoli da parte degli altri (Blackburn e Lee-Evans 1985). Le credenze intermedie riguardano la necessità di fare attenzione a chiunque, evitare la vittimizzazione diventando aggressore o sfruttatore, e il percepito diritto o non curanza nel violare le regole sociali per raggiungere i propri obiettivi. Le strategie di compensazione tipiche sono l’attacco, il furto o varianti più subdole come la manipolazione e la frode.

Caratteristica del Disturbo Antisociale è la messa in atto di un comportamento immorale. La questione aperta è se sono in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, quindi se possiedono la capacità di un normale giudizio morale. Nonostante l’interesse verso questa questione, i dati sperimentali circa l’abilità degli antisociali di formulare giudizi morali normali sono piuttosto limitati.

Tuttavia Mancini, Capo e Colle (2009) affermano che piuttosto che avere un deficit di empatia potrebbero avere scopi antisociali e quindi far uso dell’empatia per scopi immorali: lo scarso peso attribuito alla sofferenza degli altri, al pari dello scarso senso morale, sembra nascere dalla limitata importanza attribuita al rispetto degli scopi morali e al peso rilevante attribuito a scopi esplicitamente antisociali, come dominanza, vendetta, etc. (Lochman, Wayland, e White, 1993).

Prognosi e trattamento del disturbo antisociale di personalità

Dal punto di vista della prognosi e del trattamento, è stato osservato (Robbins, Tipp, Przybeck, 1991) che molte persone antisociali tendono a maturare nel corso degli anni, soprattutto al superamento dei quaranta-cinquanta anni di età (Black, 1999, p.89) e cessano di compiere azioni criminali o, almeno, crimini violenti. Le componenti comportamentali hanno di solito maggiori probabilità di trarre beneficio dal trattamento di quanto avvenga per i tratti di personalità (Dazzi e Madeddu, 2009). Tuttavia, tra questi ultimi, l’impulsività può più facilmente essere modulata rispetto ai tratti predatori o sadici (ibidem). La capacità di provare compassione può essere un elemento cruciale per una prognosi maggiormente favorevole (come anche il suo opposto, l’insensibilità) (Annette Streeck-Fisher (1998 a,b).

A rendere più complesso il trattamento c’è il ricorso a uso di sostanze: la relazione tra il disturbo antisociale di personalità e l’uso di sostanze rappresenta quella meglio documentata nella letteratura psicopatologica (Waldman, Slutske, 2000).

 

C’è stato un trauma significativo? I batteri intestinali potrebbero aiutarci a predire l’insorgenza di un Disturbo da Stress Post Traumatico

Confrontando il DNA microbico di un gruppo di soggetti con PTSD con il DNA microbico di un gruppo di soggetti di controllo che hanno subito almeno un trauma, senza però sviluppare il PTSD, è emerso che i soggetti del gruppo sperimentale, rispetto al gruppo di controllo, riportano livelli significativamente inferiori di tre batteri intestinali.

Greta Riboli

 

I batteri intestinali e la relazione con il PTSD

Come mai non tutti sviluppano un disturbo da stress post traumatico (PTSD) in seguito ad eventi traumatici di rilievo? Vari fattori influenzano l’insorgenza di questo disturbo e dei ricercatori sembrano aver scoperto come anche il microbioma intestinale svolga una sua importante funzione a riguardo.

Il microbioma è l’insieme dei microbi esistenti all’interno del tratto gastrointestinale umano. Tali microbi hanno il compito di svolgere diverse funzioni, tra le quali metabolizzare il cibo e mantenere in funzione il sistema immunitario, combattendo le infezioni. Studi recenti (Bravo et al., 2012) hanno evidenziato il ruolo del microbioma sul cervello: sembra avere la capacità di condizionare e determinare la produzione di neurotrasmettitori ed ormoni. Inoltre il microbioma intestinale sembra avere un ruolo nell’insorgenza di diverse patologie psichiatriche (Parashar & Udayabanu, 2016).

Il disturbo post traumatico da stress è una patologia psichiatrica correlata ad eventi traumatici e/o stressanti, contrassegnata da sintomi, tra cui possibili ricordi angoscianti, flashback, difficoltà di memoria, irritabilità e ipervigilanza (APA, 2013).

Come è già stato introdotto, l’insorgenza di questa patologia non ha un rapporto diretto 1:1 con un evento traumatico. Si parla infatti di vulnerabilità del soggetto allo sviluppo del PTSD e ci sono diversi fattori che possono influenzare questa sensibilità, tra cui: tipologia di trauma vissuto; fattori ambientali, condizioni di vita del soggetto, età del soggetto, rete di supporto; risorse interne, tra cui lo stile di coping; corredo genetico, ed ora si ipotizza rivestano una loro importanza anche le caratteristiche del microbioma.

Inoltre è necessario considerare che gli stati emotivi stessi possono apportare modifiche al microbioma: in particolare un rilascio massiccio di cortisolo (ormone dello stress), a seguito di determinate emozioni, può influenzare la crescita batterica e causare infiammazioni, le quali sembrano avere un ruolo privilegiato nell’insorgenza di diversi disturbi psichiatrici (Foster & Neufeld, 2013).

Confrontando il DNA microbico di un gruppo di soggetti con PTSD con il DNA microbico di un gruppo di soggetti di controllo che hanno subito almeno un trauma, senza però sviluppare il PTSD, è emerso che i soggetti del gruppo sperimentale, rispetto al gruppo di controllo, riportano livelli significativamente inferiori di tre batteri intestinali.

I tre batteri interessati sono l’Actinobacteria, il Lentisphaerae ed il Verrucomicrobia. Due di essi (actinobacteria e verrucomicrobia) raggiungono livelli significativamente inferiori in individui che hanno subito traumi in una prima fase di vita. Si ipotizza dunque che individui che hanno vissuto traumi infantili siano a rischio più elevato di sviluppare PTSD nell’arco della propria vita, essendosi verificati, in età precoce, in risposta al trauma, cambiamenti nel microbioma intestinale.

Interpretazione dei risultati

I ricercatori ipotizzano che i bassi livelli dei tre batteri possano aver provocato una disregolazione immunitaria ed un aumento dell’infiammazione.

La disregolazione e l’infiammazione, di conseguenza, potrebbero, a loro volta, aver contribuito allo sviluppo dei sintomi del PTSD.

L’utilità dello studio: tra limiti e nuovi sviluppi

I ricercatori non sono in grado di determinare con sicurezza che il deficit batterico riscontrato sia un fattore contribuente all’insorgenza del PTSD. Si domandano se il deficit batterico non sia magari una conseguenza dell’insorgenza del PTSD stesso.

Rimanendo dubbi come questo ancora aperti, la ricerca deve proseguire, magari disponendo anche di studi longitudinali.

L’identificazione e la comprensione del legame tra microbioma e sintomi psichiatrici può contribuire a miglioramenti nei futuri trattamenti, in quanto il microbioma può esser riequilibrato grazie a interventi dietetici, tra cui l’introduzione di prebiotici, probiotici e/o sinbiotici.

Abbraccialo per me: riflessioni psicologiche sul film e pensieri su una cura psicoanalitica delle psicosi

Abbraccialo per me è un film emozionante che racconta il dramma che una famiglia vive quando al suo interno vi è un membro affetto da una disabilità psichica.

Mirella Montemurro

 

Introduzione: la disabilità psichica in Abbraccialo per me

 Abbraccialo per me (2016) di Vittorio Sindoni è tra i più recenti film di argomento psichiatrico. Ha suscitato molto interesse e ottenuto riconoscimenti tra cui il patrocinio del Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora e il timbro di “interesse culturale” dal ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

E’ un film emozionante che racconta il dramma che una famiglia vive quando al suo interno vi è un membro affetto da una disabilità psichica. Il lungometraggio evidenzia lo stigma sociale, una psichiatria a volte inadeguata ed un particolare rapporto madre/figlio che non facilita il processo di cura.

Francesco Gioffredi detto “Ciccio” è un ragazzo esuberante, con problemi comportamentali. Ciccio e la sua famiglia vivono in una piccola cittadina siciliana che reagisce alle bizzarrie del ragazzo con ostilità. All’interno della famiglia il padre Pietro percepisce Ciccio come un nemico, perché soffre la sua esclusione dal rapporto simbiotico madre-figlio. La madre Caterina vive le sue esuberanze giustificandole come delle ragazzate negando la presenza di un benché minimo disagio psicologico. La negazione della malattia da parte della madre porterà Ciccio a non curarsi adeguatamente. Tania, sua sorella maggiore, prenderà in mano la situazione e riuscirà finalmente ad indirizzare il fratello verso un percorso di cura.

Questo bel film stimola, a mio avviso, una riflessione sulla tematica relativa al rapporto genitori/figlio e su un argomento più vasto legato alla necessità di ampliare l’orizzonte di osservazione rispetto al trattamento di malattie mentali gravi.

Nel presente lavoro, traendo spunto da Abbraccialo per me, farò alcune riflessioni sul rapporto genitori/figlio nella lettura di Donald Winnicott e nel successivo paragrafo focalizzerò l’attenzione su una tipologia di cura, quella psicoanalitica, su pazienti psicotici.

Lo scopo di questo lavoro è duplice: in primo luogo si vuole favorire una riflessione sul ruolo primario della famiglia nel processo di cura del paziente grave. Il secondo scopo è quello di riflettere su un percorso terapeutico integrato a quello farmacologico. In particolare il trattamento psicoanalitico dimostra, come ben raccontato nell’ultimo libro Psicoanalisi delle psicosi: Prospettive attuali a cura di Riccardo Lombardi, Luigi Rinaldi, Sarantis Thanopulos (2016), di aver già operato e di continuare a farlo nella direzione della cura del paziente grave.

Rapporto genitori/figlio: Abbraccialo per me nella lettura di D. Winnicott

Un illustre psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (1974) sosteneva che “la madre debba essere sufficientemente buona”. Secondo l’Autore una madre deve saper illudere e gradualmente disilludere. In una prima fase il bambino ha bisogno di un ambiente protettivo quasi perfetto. Successivamente la madre dovrà esporlo, gradualmente, alle frustrazioni e difficoltà esterne senza difenderlo da ciò che è in grado di affrontare da solo.

La relazione diventa disfunzionale quando l’ambiente di accudimento è carente: quando le funzioni di holding (sostegno) ed handling (maneggiamento del neonato) sono deficitarie e anche quando la madre non riesce a modulare le fasi di illusione/disillusione. Questa mancata modulazione porta il bambino ad una illusione infantile onnipotente che inevitabilmente lo esporrà ad una disillusione traumatica mancando la madre della gradualità delle frustrazioni del mondo esterno.

Il rapporto tra Caterina e Ciccio in Abbraccialo per me è di tipo simbiotico. Caterina con tutte le sue forze nega a sé stessa ed agli altri la malattia del figlio. Con tutte le sue energie distorce la realtà, proprio come fa Ciccio con le sue allucinazioni e deliri. Nel tentativo di proteggerlo crea in lui una illusione onnipotente nella quale viene coinvolta a tal punto da assomigliare ad una folie à deux.

Winnicott sostiene che vi è una condizione psicologica che chiama “preoccupazione materna primaria” (1981) che inizia durante la gravidanza e si protrae fino a qualche mese dopo il parto caratterizzata da devozione, dipendenza. Winnicott parla di “ritiro”, “dissociazione”, “fase schizoide” della personalità. La fase di “preoccupazione materna primaria” è una condizione psicologica necessaria che ha bisogno di emergere, stabilirsi e cessare quando il bambino non ha più bisogno di tale stato di cose. Caterina sembra permanere in questo stato di devozione, dipendenza, fornendo a Ciccio una protezione eccessiva.

In Abbraccialo per me, nella madre Caterina prende il sopravvento anche un potente processo identificativo. Caterina si identifica con la fragilità di Ciccio, la fa propria. La simbiosi con il figlio le impedisce di vedere il figlio come “Altro da Sé” e quindi di aiutarlo. C’è un figlio ideale, un figlio frutto delle sue proiezioni, che non è Ciccio. A tale proposito, colpisce la scena dove il giovane riceve la proposta di suonare ad un matrimonio. Ciccio è preoccupato di non farcela e seduto sul letto chiede alla madre di aiutarlo. In questa scena sembra che glielo stia dicendo in qualche modo alla madre: “mamma aiutami perché non riesco più a far finta di nulla. Il gioco, il gioco della vita, sta diventando troppo complesso per me”. Anche in questo caso la madre non riesce a cogliere il bisogno del ragazzo. Caterina viene fomentata da questa notizia: finalmente vedrebbe suo figlio valorizzato. Gli compra una giacca molto elegante, eccessiva. Quella giacca è emblematica. E’ ciò che Caterina mette addosso al proprio figlio. E’ una giacca/Sé molto impegnativa e soprattutto che non sceglie Ciccio.

Come sostiene Palacio Espasa (2001) il bambino reale non è mai solo “il bambino”, ma è anche il “bambino che i genitori avrebbero voluto essere…” e specularmente i genitori si identificano con “i genitori che avrebbero voluto avere…” Queste identificazioni incrociate sono cruciali per la formazione dei primi legami e rappresentano una delle chiavi di lettura per comprendere le interazioni tra genitori e figli.

Caterina, ad esempio, ritiene che Ciccio abbia bisogno di musica, di esprimere la sua vena artistica, proprio quella che non era riuscita a coltivare lei stessa da giovane: “So io quello di cui ha bisogno Ciccio!” si può tradurre in: “So io quello di cui avevo bisogno da piccola”.

Come si poteva recuperare la relazione madre/figlio? Attraverso un padre. Il delicato compito del padre è quello di contrastare una possibile regressione fusionale della coppia madre-bambino.

All’inizio il padre ha una funzione di affiancamento alla compagna, per sostenerla nelle cure rivolte al neonato. Successivamente diventa una figura relazionale. Anche il padre si ritroverà a fare i conti con la mancata coincidenza tra figlio reale e figlio idealizzato. Per poter riconoscere ed accettare il figlio come “Altro da sé”, nella sua concretezza di persona diversa, dovrà operare uno sforzo separativo come quello richiesto alla madre.

Nel film Abbraccialo per me la figura paterna è mancata. Pietro non ha saputo “salvare” la relazione madre/figlio. Si è posto all’interno del rapporto in una posizione simmetrica rispetto a Ciccio. Non è riuscito a creare un legame con questo figlio perché accecato dalla rabbia narcisistica: “questo figlio si è preso tutto, me l’ha rubata” dice a Tania poco prima di morire.

La madre perpetrando la negazione del disagio psichico del figlio ha tardato le cure per poi interromperle definitivamente. Ciccio ha iniziato a curarsi per merito della sorella Tania che ha assunto un ruolo materno competente vicariando la madre simbiotica.

Concludendo, si può asserire che per riattivare un processo di crescita della relazione genitore/figlio sia necessario che i genitori sviluppino nei confronti del figlio un equilibrio tra amore di sé nell’altro (investimento narcisistico) e amore dell’altro come differente da sé (investimento oggettuale). La relazione simbiotica genitore/figlio, spesso foriera di danni psicologici, diventa ancor più pericolosa quando, come nel film Abbraccialo per me, il figlio presenta a monte un disagio psichico.

Una cura psicoanalitica delle psicosi

 Abbraccialo per me stimola anche una riflessione più generale sulla cura dei disturbi psichiatrici gravi che vengono di solito ascritti a quella categoria di malattie non curabili con la talking cure. Come sottolineato dal regista (“La carenza di strutture e di terapie adeguate è uno dei problemi che le famiglie affrontano. In molti casi la risposta che viene data loro passa solo dagli psicofarmaci mentre esistono anche altre possibilità”) ritengo sia necessario ampliare l’orizzonte di osservazione clinica. Sebbene la cura psichiatrica in Italia venga considerata una delle migliori al mondo si ritiene che l’orientamento biologista tipico di alcuni psichiatri odierni precluda l’apertura verso cure in parallelo a quella psicofarmacologica. Si dovrebbe, al contrario, optare per un modello che preveda l’attenzione su dinamiche biologiche, psicologiche e sociali. La lettura in parallelo del disturbo mentale potrà quindi legittimare tanto il trattamento psicoanalitico quanto quello farmacologico (Martini, 2016).

Lo studio della psicosi ha una lunga storia nella psicoanalisi, così come il dibattito sull’adeguatezza del trattamento psicoanalitico per la loro cura. Freud sosteneva che lo schizofrenico non potesse essere trattato psicoanaliticamente perché il suo ritiro libidico di tipo narcisistico impediva lo sviluppo del transfert (Kafka, 2016). Federn (1952) fu il primo psicoanalista a trattare pazienti psicotici; teorizzando che nello psicotico non ci siano abbastanza “guardie di confine”: L’Io non può differenziare gli stimoli esterni da quelli interni. Diversi psicoanalisti (Aulagnier, Bion, Grotstein, Ferrari) convergono verso una lettura della psicosi come “buco nero” nella rappresentazione affettiva e mentale del proprio corpo e del rapporto con la realtà.

Un primo esempio di cura psicoanalitica di pazienti gravi si realizzò nell’Ospedale Psichiatrico Chestnut Lodge nel 1933 quando il dottor Bullard jr (che successe al padre nella direzione clinica) trasformò l’istituto in un primo ospedale psichiatrico ad approccio psicoanalitico. Chestnut Lodge si sviluppò fino a diventare una istituzione con cento pazienti e venti psichiatri che tenevano dalle quattro alle cinque sedute settimanali con ciascuno dei loro pazienti. Kafka (2016), psichiatra e psicoanalista americano che lavorò presso il Chestnut Lodge dal 1957 al 1967, racconta di come vi fosse un assiduo lavoro di équipe e di come venisse data importanza al singolo individuo, promuovendo un trattamento “su misura”. “Se sai qualcosa di una persona schizofrenica, sai qualcosa di una persona schizofrenica” (Kafka, 2016). Chestnut Lodge era dotata anche di una struttura dove venivano ospitati quei pazienti dimessi dall’ospedale ma non ancora reinseriti nel tessuto sociale e lavorativo. Inoltre veniva offerta accoglienza anche alle famiglie che provenivano da lontano. Il Chestnut Lodge era anche un istituto di formazione per la ricerca clinica che forniva la possibilità di osservare pazienti per lunghi periodi. Al Lodge infatti i pazienti continuavano ad essere curati anche nelle fasi di compenso psicopatologico.

Un nome che segnò la storia di Chestnut Lodge fu Frieda Fromm-Reichmann psichiatra, neurologa e psicoanalista che lavorò nell’ospedale dal 1935 al 1957 anno della sua morte. Joanne Greenberg paziente di Frieda scrisse un libro autobiografico che racconta il dramma della malattia e l’incontro con la cura. Un percorso doloroso ma il solo in grado di permettere a Deborah (alias Joanne) di acquisire lentamente la consapevolezza di sé e del mondo reale. Il titolo Non ti ho mai promesso un giardino di rose (1964) pare fosse una frase che Frieda disse a Joanne.

Il Chestnut Lodge non è l’unico esempio di istituto psichiatrico ad orientamento psicoanalitico. Un’altra importante realtà è il Menninger Clinic nel Kansas dove hanno lavorato illustri psicoanalisti tra cui: Rapaport, Simmel, Fenichel, Fonagy, Kernberg, Gabbard e l’italiano Edoardo Weiss. Nel 2003 la Menninger Clinic si è spostata a Houston e continua ad operare con efficacia.

In riferimento ai trattamenti psicoterapici afferenti a diversi approcci (psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, sistemico, etc) sono presenti organizzazioni internazionali tra cui l’International Society for the Psychological Treatments of the Schizophrenias and Other Psychoses che si occupa in modo organico e sistematico del trattamento psicoterapico integrato delle psicosi. A San Francisco è anche presente The Center for The Advanced Study of the Psychoses, diretto dai noti L. Bryce Boyer e Thomas H. Ogden, autori di articoli e libri conosciuti in tutto il mondo. In Italia sono diversi gli psicoanalisti (A. Correale, F. De Masi, R. Lombardi, F. Petrella, L. Rinaldi,  S. Thanopulos ed altri) che operano prevalentemente su pazienti gravi.

Si premette che i pazienti psicotici che si possono curare con la psicoanalisi sono pazienti trattati farmacologicamente e che presentano una qualche capacità di autoriflessione, una organizzazione narrativa della mente, come anche che tollerino il ritmo di presenza-assenza della seduta (Correale, 1997). Nel lavoro analitico bisogna tener conto della matrice multifattoriale della psicosi (Grotstein, 2001) e dei suoi limiti. Come sostiene lo psicoanalista Lombardi (2016) il lavoro deve essere un lavoro di équipe: psichiatra farmacologico, analista per la famiglia e analista per il paziente psicotico. Lombardi sottolinea inoltre l’importanza di intervenire il prima possibile specie quando la psicosi si presenta in età adolescenziale e nei primi esordi schizofrenici.

Il trattamento psicoanalitico non può essere quello classico. Non si può costruire, ad esempio, un setting strutturato; non si utilizza l’interpretazione di transfert ed in generale il pensiero simbolico (De Masi, 2016). Il lavoro psicoanalitico con questo tipo di pazienti è prevalentemente di tipo descrittivo e di chiarificazione in modo tale che la persona possa comprendere sempre meglio quale è la parte sana e quale è quella psicotica. Si lavora per costruire una esperienza di scambio, comprensione e fiducia nella relazione analitica che favorisce la costruzione di un legame del paziente con la dimensione relazionale (Lombardi, 2016).

Lo psicoanalista aiuta il paziente a pensare, lo aiuta a comprendere e a sviluppare delle capacità di far fronte al pensiero psicotico. Il paziente viene aiutato ad uscire dal mondo delirante, acquisendo pian piano una modalità di funzionamento basato sulle leggi della realtà psichica e dei legami emozionali fino ad arrivare a svolgere una vita del tutto normale. Vi sono numerose testimonianze di come si possa ritornare a vivere normalmente. Nella stessa opera letteraria troviamo riscontri positivi della cura psicoanalitica delle psicosi. Oltre al già citato libro Non ti ho mai promesso un giardino di rose, ricordo The Center Cannot Hold: A Memoir of My Schizophrenia (Un castello di sabbia. Storie della mia vita e della mia schizofrenia) di Elyn R. Saks pubblicato nel 2007 e diventato un best seller negli Stati Uniti. La Saks brillante professoressa universitaria racconta in questo libro il decorso della sua schizofrenia cronica e di come abbia potuto affrontarla anche grazie alla psicoanalisi. Elyn Saks ha beneficiato per una durata di trent’anni dell’assistenza di una terapia farmacologica e parallelamente di una psicoanalisi con il noto psicoanalista Kaplan.

 

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Comprendere ciò che si legge: uno studio sui prerequisiti della comprensione del testo a scuola

La comprensione del testo è il risultato del rapporto tra le suddette abilità (Comprensione = Decodifica x Comprensione linguistica) e qualora una di queste due componenti venga danneggiata, il processo di comprensione ne risulterà deficitario. Questo significa che affinché si avvii la comprensione del testo scritto devono essere garantite abilità minime in entrambe le componenti (Gough e Tunner, 1986; Hoover e Gough, 1990).

 

Introduzione: le componenti della comprensione del testo

La comprensione di ciò che si legge è un processo complesso che coinvolge diversi aspetti del funzionamento mentale di ogni individuo. Oltre ad abilità cognitive generali, come l’attenzione e la memoria che guidano il lettore nella costruzione dei significati, entrano in gioco anche processi di natura metacognitiva e strategica.

Gough e Tunmer (1986), autori del modello “Simple view of reading”, sostengono che le componenti primarie per lo sviluppo di una buona comprensione del testo siano l’abilità di decodifica e la comprensione linguistica. La comprensione del testo è il risultato del rapporto tra le suddette abilità (Comprensione = Decodifica x Comprensione linguistica) e qualora una di queste due componenti venga danneggiata, il processo di comprensione ne risulterà deficitario. Questo significa che affinché si avvii la comprensione del testo scritto devono essere garantite abilità minime in entrambe le componenti (Gough e Tunner, 1986; Hoover e Gough, 1990).

A sostegno di tale ipotesi, i dati di diverse ricerche suggeriscono che per uno sviluppo ottimale della comprensione del testo scritto sia utile valutare e potenziare le abilità implicate nella comprensione orale, fin dalle prime fasi di scolarizzazione (Carretti e Zamperlin, 2010; Florit, Levorato e Roch, 2008).

Bishop e Snowling (2004) rielaborando il modello Simple View of Reading proposto da Gough e Tunmer (1986) delineano altre due componenti fondamentali legate al linguaggio: l’elaborazione fonologica (phonological skills) e gli aspetti semantici e sintattici (nonphonological language skills). Gli autori sottolineano come la comprensione del testo sia direttamente collegata anche alla competenza linguistica sul versante sintattico e semantico.

Il fatto di non conoscere il significato di molte parole o non riuscire a cogliere il significato di una frase potrebbe ostacolare la creazione di una rappresentazione coerente del testo. I risultati presenti in letteratura mostrano infatti come il successo in prove di conoscenza lessicale e di comprensione sintattica sia fortemente associato a un buon livello di comprensione del testo (Nation et al. 2010; Carretti et al. 2002).

Sulla base di questa breve analisi, appare fondamentale considerare la competenza lessicale e la capacità di comprensione orale come due componenti essenziali che determinano il successo in prove di comprensione del testo. Lo studio che segue, partendo da questo presupposto, vuole offrire un contributo all’ampliamento delle conoscenze sull’efficacia degli interventi di potenziamento a scuola, considerata come luogo d’eccellenza in cui sviluppare competenze trasversali e strategie metacognitive.

Lo Studio: Obiettivi, metodo e campione

L’obiettivo della ricerca è stato quello di confrontare gli effetti di due percorsi di potenziamento differenti:
1) il primo focalizzato sulla comprensione orale;
2) il secondo sulle competenze lessicali.

A questo studio hanno partecipato tre classi terze di scuola primaria, per un totale di 63 bambini (30 M, 33 F).
La scuola che ha partecipato alla ricerca è situata in una zona periferica del comune di Roma, in un contesto particolarmente svantaggiato dal punto di vista socio-culturale.

L’unico criterio di inclusione dei partecipanti è stato l’assenza di una certificazione di disabilità cognitiva secondo quanto previsto dalla legge 104/92.

Il lavoro sperimentale prevede un’articolazione in tre fasi:
1) fase pre-test: le 3 classi sono state sottoposte alle prove di valutazione iniziale.
2) fase di intervento: dopo la valutazione iniziale sono state individuate le due classi (due gruppi sperimentali) che avrebbero iniziato il potenziamento, una classe avrebbe lavorato sulla comprensione orale e l’altra sulle competenze lessicali, mentre la restante classe (gruppo di controllo) avrebbe seguito la programmazione didattica ordinaria.
3) fase post-test di valutazione finale: le 3 classi sono state sottoposte alle medesime prove somministrate nella fase iniziale.

L’intero lavoro è stato svolto durante l’orario scolastico nel periodo che va dal 20 settembre al 20 novembre del 2016.

Gli strumenti utilizzati nelle fasi di valutazione (pre-test e post-test) sono i seguenti:
La comprensione del testo è stata valutata attraverso la somministrazione del brano informativo della batteria MT-Clinica (Prove MT- Clinica, Cornoldi, Carretti, 2016) corrispondente alla classe frequentata. Il test di comprensione prevede la lettura di un brano, senza limiti di tempo, con la consegna di porre attenzione al contenuto, in modo da rispondere successivamente alle domande a scelta multipla relative al testo.

La comprensione orale è stata valutata attraverso le prove CO-TT (Carretti et all., 2013). Il test prevede la lettura da parte dell’esaminatore di una prima parte del brano. Successivamente viene consegnata la scheda con la prima serie di domande a scelta multipla e si invitano gli studenti a rispondere. Segue la lettura da parte dell’esaminatore della seconda parte del brano e la consegna del foglio con le restanti domande.

Infine è stato chiesto alle insegnanti di compilare le scale SDAI (Batteria BIA, Cornoldi, Marzocchi, 2010) sia all’inizio che alla fine del training, al fine di monitorare il livello di disattenzione e iperattività mostrato dagli alunni in classe e ricavare dati utili su eventuali cambiamenti osservati durante l’intero percorso.

Come precedentemente esplicitato, la fase di intervento ha avuto come obiettivo il potenziamento di due differenti componenti che possono essere considerate i precursori fondamentali della comprensione del testo: la comprensione orale e le competenze lessicali.
I due percorsi di potenziamento sono stati assegnati ai gruppi sperimentali (due delle tre classi coinvolte), mentre la terza classe è stata considerata come gruppo di controllo dello studio.

Il primo gruppo sperimentale, coinvolto nel percorso di potenziamento sulla comprensione orale, è composto da 18 soggetti (8 M, 10 F). Il materiale utilizzato è stato selezionato dal programma di trattamento CO-TT (Carretti et al., 2013).
Il programma si concentra su tre aree fondamentali: metacognizione, memoria di lavoro e collegamenti fra le diverse parti del testo.

Il secondo gruppo sperimentale, coinvolto nel percorso di potenziamento sulle competenze lessicali, è composto da 20 soggetti (11 M, 9 F). Il materiale utilizzato è stato selezionato dai seguenti programmi di intervento:
1) “Nuova guida alla comprensione del testo” vol. 3: 8-12 anni (De Beni et al., 2004)
2) “Lessico e ortografia” (Bigozzi et al., 1999)
3) “Imparo parole nuove” (Aprile, 2010)
4) “Superabilità più” (Zamperlin et al. 2009)

Entrambi i programmi sono stati eseguiti dalle insegnanti dopo un periodo di adeguata formazione iniziale, durante la quale sono stati esposti gli obiettivi della ricerca, le basi teoriche della comprensione del testo e gli aspetti principali del training che avrebbero dovuto eseguire.

Entrambi i programmi sono stati articolati in 20 incontri della durata di un’ora ciascuno. Gli incontri si sono svolti durante l’orario scolastico nelle prime ore di attività didattica (lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9:00 alle 10:00).

Rispetto alla struttura dell’incontro sono state date le seguenti indicazioni:
10 minuti iniziali: introduzione dell’attività del giorno facendo un breve riepilogo dell’incontro precedente;
40 minuti: attività di potenziamento sulla base delle attività previste nei due programmi;
10 minuti di conclusione dell’incontro: riflessione sulle attività svolte. In particolare viene richiesto agli studenti di autovalutarsi e individuare le difficoltà riscontrate.

Risultati

La valutazione pre-test è stata effettuata nel mese di settembre 2016.

Nella prova di comprensione del testo il 27% del campione totale coinvolto nello studio si colloca in una fascia di “richiesta di intervento immediato” mentre il 20% ottiene un punteggio che si colloca nella fascia di “richiesta di attenzione”. Quasi la metà dei partecipanti dimostra di non aver ancora acquisito delle competenze sufficienti in compiti di comprensione del testo, emergono quindi difficoltà significative in questo ambito.

Per quanto riguarda la prova di comprensione orale i risultati sono sulla stessa linea. Il 28% si colloca in una fascia di “richiesta di intervento immediato” mentre il 30% mostra difficoltà meno gravi ma comunque da segnalare (fascia “abilità da sostenere”).

Infine è stato chiesto alle insegnanti di compilare le scale SDAI (Scala di disattenzione e iperattività, Cornoldi et al. 1996). Rispetto al parametro “disattenzione” vengono segnalati 11 soggetti su 62 (superano il cut off clinico >14), mentre per quanto riguarda l’iperattività ne vengono segnalati 4.
Questa fase di valutazione iniziale ci ha permesso di avere una visione d’insieme sulle tre classi coinvolte nello studio. I risultati sono stati condivisi con le insegnanti ed è stato deciso, di comune accordo, che le due classi coinvolte nel percorso di potenziamento sarebbero state quelle che hanno ottenuto i punteggi più bassi alle prove.

Al termine del periodo del potenziamento sono state somministrate le medesime prove della fase iniziale con l’obiettivo di verificare l’efficacia degli interventi proposti.

Nello specifico sono state condotte delle ANOVA (analisi della varianza) a misure ripetute con fattore entro i soggetti (i tempi pre e post trattamento) e fattore tra i soggetti (le classi coinvolte nello studio). Questo tipo di analisi ci ha permesso di capire se fossero stati registrati cambiamenti statisticamente significativi nella prestazione alle prove somministrate prima e dopo il trattamento, e capire quali dei due gruppi sperimentali avessero ottenuto maggiori benefici dal training.

Per quanto riguarda la comprensione del testo è stato possibile osservare un miglioramento in entrambi i gruppi sperimentali, mentre i punteggi ottenuti dal gruppo di controllo non si discostano significativamente da quelli iniziali. Dall’ANOVA effettuata è infatti emerso un effetto significativo nella condizione entro i soggetti dei due gruppi sperimentali. La differenza tra la condizione pre e post risulta statisticamente significativa F (1, 63) = 17.01 p< 0.01.

Non emerge invece alcun effetto significativo nell’interazione tra il gruppo di appartenenza e la sessione. Non è quindi possibile concludere quale dei due training abbia avuto una maggiore influenza sulla comprensione del testo.
Anche per quanto riguarda la comprensione orale è stato possibile osservare un cambiamento in entrambi i gruppi sperimentali. Dall’ANOVA effettuata è emerso un effetto significativo della sessione. La differenza tra la condizione pre e post risulta statisticamente significativa F (1, 63) = 5.852 p= 0.019.

Emerge inoltre un effetto significativo nell’interazione tra il gruppo di appartenenza e la sessione F (2)= 3.160 p= 0.51. In questo caso è possibile ipotizzare che uno dei due training abbia avuto una maggiore influenza sulla comprensione orale. Osservando le medie delle risposte corrette fornite dai tre gruppi coinvolti nello studio è possibile osservare come il gruppo che ha svolto il training sul lessico passi da M=6.33 nella fase pre a M=8.11 nella fase post.

Al termine del percorso le insegnanti hanno compilato le scale SDAI al fine di monitorare anche i possibili effetti dei training sulle componenti attentive.

Nella classe che ha svolto il potenziamento sulle competenze lessicali le insegnanti hanno riferito punteggi di disattenzione e iperattività notevolmente più bassi rispetto all’inizio del training. Alle insegnanti non è stato mostrato alcun riferimento alle scale compilate in precedenza in modo da garantire un giudizio che fosse il più possibile obiettivo rispetto ai cambiamenti osservati.

grafico 1

Fig. 1 In ascissa viene riportato il codice identificativo degli alunni e in ordinata i punteggi di disattenzione della scala SDAI pre e post.

 

grafico 2

Fig. 2 In ascissa viene riportato il codice identificativo degli alunni e in ordinata i punteggi iperattività della scala SDAI pre e post .

 

Riflessioni conclusive

Entrambi i percorsi di potenziamento hanno prodotto dei miglioramenti nella comprensione del testo. Dai risultati emerge come il training sul potenziamento delle competenze lessicali mostri degli effetti significativi anche sulla comprensione orale.

Il programma sulle competenze lessicali è stato strutturato su alcune caratteristiche del linguaggio che influenzano anche la comprensione d’ascolto, come l’arricchimento lessicale e la capacità di fare inferenze. Il cambiamento osservato dimostra quindi la validità di un percorso di potenziamento che prenda in considerazione questi aspetti.

Il ruolo del vocabolario e delle conoscenze lessicali è una delle componenti di base necessaria al processo di comprensione del testo. Non è possibile pensare all’attivazione di processi di elaborazione delle informazioni contenute in un testo se manca l’accesso ai significati dei termini incontrati nel processo di lettura. Tuttavia, dato che il testo da comprendere non è solo una lista di parole, un buon bagaglio lessicale non garantisce automaticamente la comprensione dei contenuti espressi o da estrarre dal testo. Per questo risultano fondamentali le abilità inferenziali sia di tipo lessicale che semantico (De Beni, Cisotto e Carretti, 2001).

La classe che ha lavorato su questi aspetti è costituita da soggetti che, secondo il parere delle insegnanti, partivano da una condizione di svantaggio linguistico e culturale. Lavorare sugli aspetti inferenziali, sull’ampliamento del vocabolario, riflettendo sulle difficoltà osservate attraverso il confronto tra i pari ha stimolato negli studenti un atteggiamento metacognitivo e ha contribuito a migliorare anche la comprensione orale.

Le insegnanti di questa classe hanno segnalato punteggi di disattenzione e iperattività notevolmente più bassi rispetto all’inizio del trattamento, in particolare per quanto riguarda i soggetti segnalati all’inizio come disattenti e iperattivi. Questi dati suggeriscono che un lavoro di questo tipo potrebbe produrre degli effetti positivi anche sulle componenti attentive osservate nel contesto scolastico.

Concludendo ritengo che sia importante sottolineare come i cambiamenti sopra descritti siano stati il frutto di un attento lavoro di analisi, reso possibile anche grazie alla collaborazione delle insegnanti. Loro stesse hanno condiviso la riflessione su come l’utilizzo di strumenti di valutazione standardizzata a scuola possa fornire dati precisi rispetto ai cambiamenti osservati.

Speriamo che questo studio possa essere considerato come un proficuo esempio di collaborazione tra il mondo della scuola e quello degli specialisti (psicologi dell’apprendimento, logopedisti, pedagogisti e educatori) che si occupano di valutazione degli apprendimenti.

Il fenomeno del Binge watching e i disturbi del sonno

In un studio recente Exelmans e Van den Bulck hanno mostrato come il binge watching notturno si associ a un rischio raddoppiato di disturbi del sonno.

In cosa consiste il fenomeno del binge watching

Una serie dopo l’altra, gli appassionati di serie TV passano sempre più notti davanti allo schermo; in America hanno pensato di dare un nome a questa maratona di episodi (5,10 o 15) senza sosta: Binge Watching.

Questo termine fa riferimento ad un disturbo dell’alimentazione, il binge eating disorder (BED). In entrambi i casi si hanno come filo conduttore le abbuffate, vere e proprie maratone, cambia soltanto l’oggetto di cui ci si abbuffa, da una parte abbiamo il cibo, dall’altra le serie TV.

I ricercatori stanno quindi iniziando a studiare questo fenomeno, che nei casi più estremi porta ad isolamento sociale, comportamenti compulsivi, disordini alimentari e disturbo del sonno.

Binge watching e disturbi del sonno

In un studio recente Exelmans e Van den Bulck infatti hanno mostrato come il binge watching notturno si associ a un rischio raddoppiato di disturbi del sonno.

Di questa ricerca hanno fatto parte 463 soggetti che hanno risposto a questionari specifici su abitudini di visione televisiva, qualità del sonno, stanchezza, insonnia, ed eccitazione pre-sonno.

80 % dei partecipanti ha riferito di aver avuto almeno una sessione di binge watching nel mese precedente. I risultati hanno inoltre rilevato che più queste sessioni erano frequenti, minore era la qualità del sonno e maggiori i casi di insonnia e di affaticamento il giorno dopo. Lo studio ha evidenziato inoltre che la visione in modalità “abbuffata” compromette la capacità di addormentarsi, determinando una eccitazione cognitiva.

Secondo gli autori, quando si guarda la televisione questa eccitazione è ridotta, mentre diverso è il caso delle serie tv poiché in queste la struttura narrativa è costruita in modo da mantenere alta la tensione con colpi di scena e finali di puntata spesso a sorpresa, in cui un episodio contiene più rami narrativi che continuano negli episodi seguenti e che si intersecano nelle diverse stagioni. Va poi considerato che le serie tv non forniscono quella chiusura della storia e quel senso di sollievo dato dal sapere come va a finire che invece caratterizzano i film, tutti elementi che mantengono sovraeccitato il cervello e rimandano il momento dell’addormentamento.

Si dovrebbe quindi smettere di appassionarsi alle serie tv?

Gli esperti rispondono che è sufficiente moderarsi un po’ e cercare di non trascorrere troppe ore immersi nelle intricate storie proprio prima di dormire.

Il cervello ci protegge dai brutti ricordi e pensieri

Uno studio di Schmitz, Correia e Anderson, pubblicato recentemente su Nature Communications, ha identificato una “chiave chimica”, all’interno dell’ippocampo, che consente di sopprimere pensieri intrusivi e memorie spontanee, aiutando così a far luce sui meccanismi di alcuni disturbi tra cui  l’ansia patologica, il PTSD, la depressione e la schizofrenia, nei quali spesso si esperiscono pensieri persistenti e intrusivi negativi, anche sotto forma di rimuginio, ruminazione e allucinazioni.

 

Il rimuginio: quando i pensieri e le memorie negative affiorano alla mente

Nel corso della propria esistenza infatti capita di frequente di avere a che fare con pensieri automatici legati a memorie, immagini o preoccupazioni. Quando questo succede, il pensiero legato ad un evento accaduto viene recuperato e focalizza la nostra attenzione su quell’evento, che lo si voglia oppure no, in modo spontaneo. Quando i pensieri e le memorie spontanee sono a contenuto negativo o traumatico, affiorano alla mente e possono assumere la forma di rimuginio pervasivo e persistente, di ruminazione su ciò che è accaduto di negativo in passato, riportandoci con la mente all’episodio accaduto e intensificando il malessere personale.

Pertanto diventa centrale per il benessere dell’individuo la capacità di controllare i propri processi di pensiero e di sopprimere il recupero spontaneo di memorie negative e dolorose.

Quando queste abilità di controllo del pensiero falliscono, si verificano alcuni dei sintomi più invalidanti dei disturbi d’ansia, della depressione, del PTSD e della schizofrenia (Brewin, Gregory, Lipton & Burgess, 2010).

Il meccanismo cerebrale che sopprime le memorie negative

Il professor Anderson, dell’unità di scienze mediche e cognitive dell’università di Cambridge, autore dello studio, in particolare sottolinea la capacità dell’individuo di poter intervenire per evitare il recupero di memorie e pensieri con lo scopo di inibire anche un comportamento conseguente.

Gli autori dello studio hanno così ipotizzato che possa esistere un meccanismo simile, a livello cerebrale, che possa sopprimere il recupero di memorie interrompendo in questo modo pensieri spontanei a esse collegati.

Il meccanismo cerebrale di controllo inibitorio delle memorie non è infatti legato solo alla corteccia prefrontale che svolge un ruolo di “controllore esecutivo” dell’intero sistema ma, in questo studio, è stato associato anche all’attività degli interneuroni GABAergici dell’ippocampo, la sede della memoria.

Gli autori nel loro studio (Anderson et al., 2017), hanno utilizzato una procedura definita “Think/No-Think” con l’intento di mostrare come l’inibizione GABAergica a livello ippocampale sia collegata al circuito inibitorio prefrontale con lo scopo di interrompere il recupero di memorie non volute e sopprimere così la comparsa di pensieri automatici.

Il compito sperimentale consisteva nel chiedere ai  soggetti di imparare l’associazione di coppia di parole legate da un significato comune come ad esempio “Muschio/Nord”, o di una coppia di parole scollegate tra loro come “insetto/strada”.

In un secondo momento ai soggetti veniva chiesto di rievocare la coppia di parole associate se una delle due parole in coppia era verde o di sopprimere l’associazione se invece era rossa: ad esempio, il soggetto, a cui veniva mostrato la parola “insetto” in rosso, doveva interrompere il pensiero che avrebbe associato “strada” ad “insetto”.

Usando una combinazione tra risonanza magnatica funzionale (fMRI) e la spettroscopia a risonanza magnetica, i ricercatori sono stati in grado di osservare ciò che stava accadendo nel cervello dei soggetti a cui veniva chiesto di inibire oppure di non sopprimere i loro pensieri.

L’ausilio della spettroscopia ha permesso di misurare l’attività dei neurotrasmettitori e non solo l’attività delle regioni cerebrali come la maggior parte degli studi fMRI.

Lo studio di Anderson e colleghi (2017) ha mostrato come l’inibizione dei pensieri intrusivi e automatici sia legata al neurotrasmettitore GABA, la cui aumentata concentrazione all’interno dell’ippocampo predice l’abilità del soggetto di sopprimere il processo di recupero della memoria e di conseguenza di evitare che si presentino pensieri nella mente.

Le ricerche neuroscientifiche  precedenti (Milard, 2002), si sono focalizzate soprattutto sull’approfondimento del ruolo della corteccia prefrontale, da sempre considerato il “centro di comando” del cervello, nella regolazione top-down dei circuiti cerebrali legati alla memoria, al controllo motorio e nella modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (Calhoon & Tye, 2015).

Tuttavia questo studio ha evidenziato come il quadro sia incompleto: infatti pare che l’inibizione delle memorie e dei pensieri automatici avvenga a livello delle cellule ippocampali che ricevono comandi dalla corteccia prefrontale facendo sì che questi siano implementati al meglio.

L’attività GABAergica degli interneuroni ippocampali infatti potrebbe giocare un ruolo importante nell’abilitare la corteccia prefrontale, rendendo la soppressione di pensieri intrusivi e automatici ancora più efficace (Anderson, 2017).

Questi meccanismi inibitori del neurotrasmettitore GABA nei confronti dei pensieri e delle memorie automatiche, mostrati nello studio di Anderson e colleghi (2017), sono stati evidenziati su 30 soggetti non patologici.

I ricercatori, tuttavia, sottolineano come sia possibile che nei soggetti patologici, con una diminuita attività delle cellule ippocampali GABA, sia più difficile modulare la comparsa di memorie e pensieri spontanei, come si verifica ad esempio nella schizofrenia.

Infatti, tale studio potrebbe spiegare le grandi questioni ancora aperte legate alla schizofrenia nella quale si è riscontrata un’iperattività ippocampale che correla con la presenza di sintomi intrusivi e pervasivi come le allucinazioni.

Tale iperattività delle cellule GABA dell’ippocampo potrebbe rendere maggiormente difficoltoso il loro controllo mnemonico da parte della corteccia prefrontale: l’ippocampo pertanto fallirebbe nell’inibire pensieri e memorie che tornerebbero nella mente dei soggetti affetti da schizofrenia, sotto forma di allucinazioni.

Un’elevata attività dell’ippocampo, dovuta a influenze sia genetiche che ambientali ancora da stabilire correttamente, potrebbe essere la chiave di lettura per molte patologie caratterizzate da una patologica inabilità al controllo di memorie e pensieri non voluti, intrusivi e spesso con contenuto negativo come il disturbo da Stress Post-traumatico, i disturbi d’ansia, il disturbo depressivo persistente.

Nonostante lo studio non passi in disamina i trattamenti che si possono mettere in atto alla luce di questa scoperta, tuttavia Anderson e colleghi ritengono che i risultati possano far luce sui meccanismi ancora non del tutto conosciuti che alimentano il rimuginio ansioso, la ruminazione e la presenza nei soggetti con PTSD di immagini e pensieri traumatici anche a distanza di anni dal trauma.

Utilizzare delle strategie per migliorare l’attività inibitoria delle cellule GABA dell’ippocampo, potrebbe aiutare molte persone a sopprimere il circolo vizioso dei pensieri intrusivi e diminuire di conseguenza il loro malessere e disagio psicofisico in quanto per loro sarebbe possibile interrompere il riaffiorare alla mente di ricordi e pensieri negativi.

Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI): prove di efficacia – La collaborazione con la Queensland University of Technology di Brisbane

In collaborazione con la Queensland University of Technology di Brisbane è stato condotto un nuovo studio di efficacia sulla Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) attraverso una multiple baseline case series con 7 pazienti, con disturbi di personalità non borderline

 

Nella psicoterapia contemporanea è indispensabile tentare di fornire prove dell’efficacia di quello che si fa. È una questione di responsabilità verso i pazienti. I tempi dei maestri autoproclamati sono finiti da tempo.

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI): dalle prove di efficacia su casi singoli alle case series

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), prima formulata per un ampio ventaglio di disturbi di personalità (Dimaggio & Semerari, 2003; Dimaggio et al., 2007), è stata successivamente manualizzata (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) per pazienti con disturbi non-borderline, quali evitante, narcisista, ossessivo-compulsivo, dipendente, paranoide. Le procedure della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) sono state descritte nel massimo dettaglio, in modo che le procedure fossero riproducibili con un training adeguato. Questa manualizzazione era il primo passo per testarne l’efficacia e possibilmente diffondere l’approccio all’estero.

Inizialmente abbiamo pubblicato alcuni casi singoli di a buon outcome, di pazienti con vari disturbi di personalità, segno che la terapia poteva funzionare, ma naturalmente era un livello del tutto preliminare: si selezionano i casi proprio perché sono andati a buon fine!

Il secondo passaggio è stato la case series svolta al Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) di Roma. Tre pazienti hanno soddisfatto i criteri di inclusione – disturbi di personalità non borderline e che soddisfacessero almeno 10 criteri di disturbo di personalità. I pazienti  hanno ricevuto 2 anni di terapia individuale, con follow-up a 3 mesi. I pazienti hanno tutti completato il trattamento e le terapie sono andate bene (Dimaggio et al., 2017). Anche questo però è un passaggio preliminare, anche se di maggiore solidità. Il campione è molto piccolo, i terapeuti sono tra i fondatori dell’approccio con Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e lo studio si è svolto alla lettera in casa. Era necessario riprodurlo e ampliarlo.

Prove di efficacia a multiple baseline: la collaborazione con la Queensland University of Technology di Brisbane

In collaborazione con la Queensland University of Technology di Brisbane abbiamo condotto un nuovo studio di efficacia. Ho formato con tre giorni di corso, più supervisione regolare mensile un gruppetto di giovani colleghe e lì abbiamo attuato una multiple baseline case series con 7 pazienti, di nuovo con disturbi di personalità non borderline.

Il disegno multiple baseline prevede misure dei sintomi settimana dopo settimana e il trattamento inizia solo quando i sintomi sono stabili, in questo modo si evita che alcuni pazienti sembrino migliorare solo perché magari dopo un’acuzie andavano naturalmente verso una fase di remissione.

L’articolo di Gordon-King, K., Schweitzer, R.D. & Dimaggio, G. (in stampa). Metacognitive Interpersonal Therapy for Personality Disorders Featuring Emotional Inhibition: A Multiple baseline Case Series. è stato accettato dal Journal of Nervous and Mental Disease, seguendo un lavoro di caso singolo tratto da questa serie da poco pubblicato (Gordon-King, Schweitzer & Dimaggio, 2017).

I risultati sono stati molto confortanti. C’è stata una sola interruzione prematura di trattamento, ma comunque con buon outcome che la paziente ha attribuito ai farmaci. Tutti i pazienti sono andati bene in termini di riduzione importante del numero di criteri soddisfatti per disturbi di personalità. Per dire, tutti i pazienti alla fine della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) non avevano più diagnosi di DP e massimo 7 criteri rimasti. Solo un paziente è passato da 27 criteri a 11, mantenendo quindi la diagnosi di DP Non Altrimenti Specificato. I risultati erano clinicamente significativi anche per quanto riguarda misure di sintomi psicologici generali e ansia e depressione, funzionamento sociale e alessitimia. Insomma, una roba niente male. Tra l’altro sommato alla case series, precedente abbiamo 10 pazienti trattati con 1 solo drop-out e nessuno adverse effect. Il passo successivo è di avere studi di efficacia randomizzati con gruppi di controllo, per valutare la tenuta di questi risultati che appaiono molto incoraggianti.

Ricordiamo che la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) è un modello sviluppato interamente in Italia, che prende il modello della metacognizione di Semerari e colleghi (1999), adotta una formulazione del caso basato sul concetto di schema interpersonale patogeno per come operazionalizzato da Luborsky & Crits-Christoph (CCRT, Tema Relazionale Conflittuale Centrale) e si basa sul modello dei dei sistemi motivazionali multipli, che partendo da Gilbert, Lichtenberg e Panksepp, è stato sviluppato e testato e applicato clinicamente in Italia dai colleghi di area cognitivo evoluzionistica (Liotti & Monticelli, 2011; Fassone et al., 2016; Ivaldi, 2017).

Altri lavori di efficacia sono in corso, in Italia e all’estero (Norvegia, Danimarca e Spagna), riporteremo i risultati appena saranno disponibili.

Decision making e l’ipotesi del marcatore somatico

Damasio descrive il ruolo chiave giocato dalle cortecce prefrontali, in particolare della corteccia prefrontale ventromediale, nel comportamento emotivo e nel decision making. Dopo aver legato indissolubilmente il processo di ragionamento a quello della decisione, Damasio ha modo di rimarcare ulteriormente il ruolo del corpo nel processo intellettivo razionale decisionale introducendo l’ipotesi del marcatore somatico.

Daniele Giusto, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI BOLZANO 

“ …la ragione è, e può solo essere,
schiava delle passioni…”
(D. Hume)

 

Non c’è nulla di piú comune in filosofia, e anche nella vita quotidiana, che parlare del conflitto tra passione e ragione per dare la palma alla ragione, e per affermare che gli uomini sono virtuosi solo nella misura in cui obbediscono ai suoi comandi(…).Per dimostrare come tutta questa filosofia sia erronea, cercherò di dimostrare in primo luogo che la ragione, da sola, non può mai essere motivo di una qualsiasi azione della volontà; e in secondo luogo che la ragione non può mai contrapporsi alla passione nella guida della volontà”. (D. Hume)

La psicologia sperimentale del secolo corrente si muove su questa linea di ricerca: la ragione perde lo scettro e il trono viene spodestato dall’emozione. Le emozioni diventano il veicolo della decisione che si manifesta non solo attraverso il cervello, abbiamo bisogno di concepire la decisione come frutto di un’elaborazione di tutto il corpo agli stimoli ambientali.

Damasio descrive il ruolo chiave giocato dalle cortecce prefrontali, in particolare della corteccia prefrontale ventromediale, nel comportamento emotivo e nel decision making. Dopo aver legato indissolubilmente il processo di ragionamento a quello della decisione, Damasio ha modo di rimarcare ulteriormente il ruolo del corpo nel processo intellettivo razionale decisionale introducendo l’ipotesi del marcatore somatico. Un concetto già presente in William James, che mette in luce quanto il sistema cognitivo umano non sia limitato a strutture sottocorticali, ma si estenda a tutto l’organismo. Questo ci permette di svincolare ancora una volta i processi di ragionamento da una concezione puramente analitica cognitiva, che descrive la decisione come frutto di un ragionamento “freddo”, dettato dalle regole della logica e del continuo calcolo mentale dei costi e benefici.

Il decision making

Il decision making caratterizza alcuni dei più importanti eventi della vita: ad esempio, scegliere con chi sposarsi, quale casa comprare, su quale lavoro investire, se smettere di fumare sono decisioni lente che devono tenere in considerazione diversi elementi e devono esser valutate in base ad un tempo futuro, invece, se bere un altro bicchiere prima di mettersi in strada, quale pizza prendere in una serata con gli amici, scegliere se scappare da un pericolo richiedono che il processo del decision making sia rapido ed efficace.

In termini formali, il processo decisionale può essere considerato come il risultato di processi mentali (cognitivi ed emozionali), che determinano la selezione di una linea d’azione tra diverse alternative. Ogni decision making produce una scelta finale.

Ragionamento e decisione sono tanto intrecciati da venire spesso usati in maniera intercambiabile. I due termini, di solito, implicano che chi decide conosca almeno la situazione, le differenti possibili scelte d’azione e le conseguenze di ciascuna di esse nell’immediato e in tempi futuri (Damasio, 1994). I deficit di ragionamento e decisione a volte sono alla base della tossicodipendenza, dei disturbi alimentari, del disordine ossessivo compulsivo, della schizofrenia, della mania e dei disturbi di personalità (Rahman et al., 2001).

Eseguito in modo corretto, il decision making dà luogo a capacità umane elevate, come ad esempio l’etica, la politica, il comportamento economico.

Ricercatori nei campi della psicologia e dell’economia sono generalmente d’accordo sull’importanza di due fondamentali motivazioni umane, come il desiderio di ridurre l’incertezza e il desiderio di ottenere vantaggio (Bentham, 1948); queste motivazioni sono fondamentali nella presa di decisioni.
Contrariamente alle prime teorie, che vedevano il decision making legato alla scelta razionale, oggi è risaputo che le decisioni umane sono basate su motivazioni edoniche più che su motivazioni razionali (Cabanac, 1992).

Per esempio, i comportamenti sessuali rischiosi sono piuttosto il risultato di un’anticipazione di una ricompensa immediata piuttosto che un’analisi del rischio a lungo termine. Recentemente, ci sono stati numerosi tentativi di interpretare problemi clinici come il comportamento additivo, il comportamento criminale e il danno cerebrale in termini di decisione legata alla ricompensa. Questi tentativi si sono focalizzati sulle recenti scoperte concernenti la psicologia e le neuroscienze sul decision making (Bechara et al., 1999; Rahman, et al., 2001; Rogers et al., 1999).
Le immagini funzionali e altre tecniche fisiologiche, hanno chiarito quali processi neurali sottostanno all’esecuzione delle decisioni favorevoli e non.

Decisione guidata dall’emozione

Antonio Damasio è l’autore che più di ogni altro ha sostenuto l’idea della decisione come frutto di un ragionamento influenzato dall’emozione. L’idea di base di Damasio è che, nel considerare le alternative per un corso d’azione, basiamo la nostra decisione sulla rappresentazione di simili eventi che si sono incontrati nel passato. Queste rappresentazioni, tuttavia, non sono emozioni neutre, ma sono caratterizzate da disposizioni emozionali risultanti da eventi valutati come positivi o negativi. In contrasto con quanto accade in domini più astratti, quando l’argomento ha a che fare con il dominio personale, la nostra reazione non è puramente intellettuale ma caratterizzata da componenti fisiche.

Le emozioni primarie dipendono dai circuiti del sistema limbico, in primo luogo dall’attività dell’amigdala (Le Doux, 1993) e del cingolo anteriore. Il meccanismo delle emozioni primarie non descrive l’intera gamma dei comportamenti emotivi ma ne costituisce il meccanismo di base.
Secondo Damasio, in termini di sviluppo dell’individuo, le emozioni primarie sono seguite dai meccanismi delle emozioni secondarie, che si presentano dopo aver cominciato a provare dei sentimenti e a formare connessioni sistematiche tra categorie di oggetti e situazioni, da un lato, ed emozioni primarie, dall’altro.

Il processo delle emozioni secondarie non può poggiare soltanto sulle strutture del sistema limbico. La rete va ampliata e richiede l’intervento delle cortecce prefrontali e di quelle somatosensitive (Damasio, 1994).

Le rappresentazioni disposizionali prefrontali, che sono necessarie per le emozioni secondarie, formano un lotto separato rispetto alle rappresentazioni disposizionali innate che sono necessarie per le emozioni primarie: le prime però hanno bisogno delle seconde per potersi esprimere. Le emozioni secondarie sono fondamentali per la formazione dei marcatori somatici. I marcatori somatici vengono acquisiti attraverso l’esperienza sotto il controllo di un sistema di preferenze interne e sotto l’influenza di un insieme esterno di circostanze che comprendono non solo entità ed eventi con i quali l’organismo deve interagire, ma anche convenzioni sociali e norme etiche. La base neurale del sistema di preferenze interne consiste di disposizioni regolatrici per lo più innate, per assicurare la sopravvivenza. La conquista della sopravvivenza coincide con la riduzione massima degli stati somatici insoddisfacenti e con il raggiungimento di stati omeostatici (Damasio, 1994).

Nelle prime fasi dello sviluppo, punizione e ricompensa vengono somministrate non solo dalle circostanze ambientali, ma anche dai genitori o chi per loro, i quali incarnano l’etica e le convenzioni sociali della cultura cui l’organismo appartiene.

L’interazione tra i due sistemi di punizione e di ricompensa estende il repertorio di stimoli che diverranno automaticamente marcati. Senza dubbio è nell’infanzia e nell’adolescenza che si acquisisce il pensiero critico, anche se il processo continua nel tempo.

Se dobbiamo raggiungere una decisione riguardo ad un problema personale posto in un ambiente sociale, che è complesso e il cui esito è incerto, si richiedono sia conoscenze estese sia strategie di ragionamento che consentano di operare su tali conoscenze, queste includono fatti riguardanti oggetti, persone, situazioni del mondo esterno. Le decisioni personali e sociali, però, non sono separabili dalla sopravvivenza, e perciò le conoscenze includono anche fatti e meccanismi riguardanti la regolazione dell’organismo nel suo insieme. Le strategie di ragionamento ruotano attorno ad obiettivi, scelte d’azione, previsioni d’esiti futuri e programmi per il conseguimento d’ogni obiettivo a varie scale temporali. I processi dell’emozione e del sentimento sono parte essenziale dell’apparato neurale per la regolazione biologica, il cui nucleo è costituito da controlli omeostatici, pulsioni e istinti. (Damasio, 1994). Per il modo in cui è fatto il cervello, la conoscenza necessaria alla presa di decisione dipende da numerosi sistemi che si trovano in regioni cerebrali relativamente separate, piuttosto che in un’unica regione. Larga parte di tale conoscenza viene richiamata sotto forma d’immagini in molti siti cerebrali anziché in uno solo. Dato che il richiamo della conoscenza da diversi siti in molti sistemi paralleli è possibile solo in modo distribuito, per consentire al ragionamento di operare, occorre che la rappresentazione dei fatti sia mantenuta attiva in un’ampia mostra parallela e per un periodo prolungato.

Le decisioni personali e sociali sono dunque cariche d’incertezza e in modo diretto o indiretto hanno un influsso sulla sopravvivenza. Richiedono quindi un ampio repertorio di conoscenze riguardanti il mondo interno e il mondo esterno.

Un organismo forma rappresentazioni neurali che possono divenire immagini, essere manipolate in un processo chiamato pensiero e alla fine influenzare il comportamento aiutando a prevedere il futuro, a pianificare e a scegliere la prossima azione. Questo è il processo tramite il quale le rappresentazioni neurali, che consistono di modificazioni biologiche create in un circuito neurale dall’apprendimento, diventano immagini nella nostra mente. (Damasio, 1994).

Secondo Damasio, la conoscenza esiste nella memoria sotto forma di rappresentazione disposizionale e può essere resa accessibile alla coscienza in versioni sia linguistica sia non linguistica, pressoché in modo simultaneo. Inoltre, è fondamentale che chi decide, possegga qualche strategia logica per produrre inferenze efficaci sulla base delle quali scegliere un’adeguata risposta e che siano operanti i processi di sostegno che il ragionamento richiede. Ad esempio, l’attenzione e la memoria operativa fanno parte di questo processo, spesso, però, non si fa nemmeno un accenno all’emozione o al sentimento e non si dice quasi nulla del meccanismo mediante il quale si genera un repertorio d’opzioni diverse tra cui scegliere. (Damasio, 1994). Il ragionare per poi decidere può essere arduo, ma lo è in modo particolare, quando sono in gioco l’esistenza e il suo contesto sociale immediato.

Damasio distingue, quindi, un dominio personale e uno non personale: una profonda menomazione della capacità personale di decidere non si accompagna necessariamente ad una menomazione altrettanto profonda nell’ambito non personale, o viceversa.

Il dominio personale e sociale immediato è quello che si trova più vicino alla nostra sorte e anche quello che comporta il massimo d’incertezza e complessità. Parlando in generale all’interno di tale dominio, decidere bene significa selezionare una risposta che alla fine sarà vantaggiosa per l’organismo direttamente o indirettamente in termini di sopravvivenza. Decidere bene significa anche decidere alla svelta, specie quando il tempo è poco o almeno decidere entro un arco temporale che si giudica adeguato per risolvere il problema in questione (Damasio, 1994).

Per spiegare cosa succede nel momento della presa di decisione, Damasio suggerisce di provare ad immaginare una situazione nella quale, “prima di applicare un qualsiasi tipo d’analisi costi-benefici alle premesse e prima di cominciare a ragionare verso la soluzione del problema, accada qualcosa di molto importante quando viene alla mente, sia pure, a lampi, l’esito negativo connesso con una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco.” Dato che ciò riguarda il corpo, Damasio l’ha definito tratto somatico e dato che esso contrassegna un’immagine, l’ha chiamato marcatore.

Ipotesi del marcatore somatico

Il marcatore somatico (Damasio, 1994) forza l’attenzione sull’esito negativo alla quale può condurre una data azione e agisce come un segnale automatico d’allarme che “avvisa” di far attenzione al pericolo che ti attende se scegli l’opzione che conduce a tal esito. Il segnale può far abbandonare immediatamente il corso negativo d’azione e così portare a scegliere fra alternative che lo escludono, protegge da perdite future e in tal modo permette di scegliere entro un numero minore d’alternative. È possibile impiegare l’analisi costi benefici e l’appropriata competenza deduttiva, ma solo dopo che il passo automatizzato ha ridotto drasticamente il numero di opzioni disponibili.

Nel normale processo umano di decisione, i marcatori somatici possono non essere sufficienti, poiché in molti casi avrà luogo un successivo processo di ragionamento e decisione finale. I marcatori rendono più efficiente e preciso, con ogni probabilità, il processo di decision making. (Damasio, 1994).

In breve, i marcatori somatici sono esempi speciali di sentimenti generati a partire dalle emozioni secondarie. Quelle emozioni e sentimenti connessi, tramite l’apprendimento, a previsti esiti futuri di determinati scenari. Quando un marcatore somatico negativo è giustapposto ad un particolare esito futuro, la combinazione funziona come un campanello d’allarme, quando invece interviene un marcatore positivo, esso diviene un segnalatore d’incentivi: qui sta l’essenza dell’ipotesi.

I marcatori somatici, inoltre, possono operare celati e utilizzare un anello “come se”. Essi non deliberano per noi, ma assistono il decision making illuminando alcune opzioni ed eliminandone altre (Damasio, 1994).

In conclusione è evidente che il marcatore somatico nel processo decisionale è ancorato al lato emotivo delle persone. Le emozioni quindi sono un fattore importante di interazione tra le condizioni ambientali e i processi decisionali.

A chi appartiene il bambino ricoverato in ospedale? – Report dal Congresso jENS, Venezia 2017

A chi appartiene il bambino ricoverato in ospedale? Questo interrogativo, un po’ provocatorio, è rimasto sullo sfondo degli interventi che nell’edizione 2017 del jENS hanno approfondito gli aspetti della Family Centered Care.  

— ENGLISH ABSTRACT —

 

A chi appartiene il bambino ricoverato in ospedale?

Questo interrogativo, un po’ provocatorio, che sembra sondare l’ovvio, è rimasto sullo sfondo degli interventi che nell’edizione 2017 del jENS (Congress of joint European Neonatal Societies) hanno approfondito gli aspetti relazionali e comunicativi connessi al ricovero in ospedale di un bambino malato e della sua famiglia.

Senza ovviamente la pretesa di scandagliare le connotazioni legali ed etiche (il concetto di “appartenenza” di un essere umano ad un altro non va proprio a braccetto con le nozioni sui diritti umani) è abbastanza condivisa l’idea che la tutela del minore, anche quando questo è malato e ricoverato, rimane affidata ai suoi genitori.

La Family Centered Care al jENS di Venezia

Eppure, nonostante appaia come un concetto acquisito, resta a quanto pare ampio spazio al dibattito, se per due giornate si è discusso di Family Centered Care, di come favorire il coinvolgimento dei genitori nei processi di cura, dei progressi fatti rispetto alle neonatologie di inzio ‘900 e di quanto però resta ancora da fare (tanto) per risolvere le criticità esistenti nel rapporto tra famiglie e staff sanitari.

Il bambino in ospedale e la Family Centered Care - Report dal Congresso JENS - Imm1

Immagine 1- Reparti di Neonatologia a inizio ‘900

L’approccio Family Centered Care si basa sull’idea centrale che la famiglia è la costante e principale fonte di supporto e stabilità nella vita di un bambino e che i genitori sono i massimi esperti della sua cura e debbano quindi essere sistematicamente coinvolti nelle decisioni mediche, nelle attività assistenziali, nella valutazione degli esiti del servizio sanitario fornito.

Nella realtà però il rapporto tra genitori e operatori è tutt’altro che semplice e si regge su una serie di equilibri delicati e potenziali attriti; può ad esempio accadere che entrambi siano rispettivamente convinti di avere maggiormente a cuore il benessere del bambino e che si contendano il diritto di decidere come meglio tutelarlo, a discapito però dell’alleanza terapeutica, indispensabile nel processo di cura.

Il bambino in ospedale e la Family Centered Care - Report dal Congresso JENS - Imm3

Immagine 2 – Slide dal convegno: i potenziali attriti tra genitori e personale sanitario

Il professor Latour, dell’Università di Plymouth, ammette che i principi della Family Centered Care, benché riconosciuti e implicitamente condivisi, sono tuttora poco praticati nelle realtà di reparto, per una quantità di ragioni, sia individuali che organizzative.

La ricerca sta cercando di raccogliere evidenze che dimostrino come una separazione precoce e forzata dei neonati dai loro genitori, soprattutto in caso di nascita prematura o con patologie, abbia poi ripercussioni a lungo termine sullo sviluppo cognitivo e comportamentale; dimostrare questo darebbe senz’altro un forte impulso alla piena accoglienza delle famiglie negli ospedali, se non altro in un’ottica di prevenzione di costi assistenziali sul medio e lungo periodo (perché non va dimenticato che gli ospedali, al di là degli intenti filantropici, sono prima di tutto Aziende).

Alcune ricerche stanno dando risultati interessanti, ma quest’ipotesi è tuttora piuttosto controversa. Esistono però indicatori già assodati che giustificano l’urgenza di rendere le famiglie protagoniste attive della cura; la dimissione è più veloce quando i genitori acquisiscono precocemente il proprio ruolo, il contatto pelle a pelle favorisce la regolazione fisiologica dei piccoli e ne migliora la tolleranza alle procedure dolorose, la vicinanza fisica incoraggia e promuove l’allattamento al seno, il linguaggio genitoriale è fondamentale per promuovere le prime vocalizzazioni, l’ingaggio delle madri nella cura riduce il rischio di insorgenza di depressione post parto.

Mats Eriksson dell’Università di Orebro e Bonnie Stevens dell’Università di Toronto richiamano inoltre all’importanza della stretta collaborazione con i genitori per la misurazione e il trattamento del dolore; i genitori sono infatti i massimi esperti anche nell’interpretazione dei segnali di sofferenza o di sollievo del loro bambino.

Malgrado ciò molti operatori restano convinti che coinvolgere i genitori nelle procedure dolorose sia in realtà fonte di estrema angoscia e quindi pensano, escludendoli, di esercitare un desiderio di protezione. C’è l’idea che allontanare i genitori in certi momenti li protegga da un ulteriore carico emotivo e permetta allo staff di esercitare una propria responsabilità, ossia quella di assumersi il carico di gestire la situazione quando il genitore, troppo coinvolto emotivamente, non sarebbe in grado di farlo.

In questo emerge il rischio che la Family Centered Care si riduca ad una sorta di benevolente paternalismo dove, malgrado le migliori intenzioni dell’operatore, il ruolo dei genitori si riduce a quello che l’infermiere permette loro di fare.

Questo anche perché è ancora diffusa tra gli operatori una convinzione di base secondo cui i genitori non dovrebbero occuparsi di attività inerenti l’assistenza infermieristica, bensì limitarsi allo stare vicini al bambino, coccolandolo e garantendo un accudimento di base; tutto ciò collude anche con il bisogno dell’operatore, talvolta inespresso, di sentirsi riconosciuto nel proprio ruolo di esperto e di mantenere inalterati alcuni confini.

Anna Axelin, del Dipartimento di Scienze Infermieristiche dell’Università di Turku, ribadisce invece come la facilitazione da parte degli operatori a favore del ruolo attivo dei genitori resti la componente chiave per trasferire in maniera funzionale sulle famiglie la responsabilità della cura dei bambini, soprattutto in un’ottica di ritorno alla vita a casa.

L’aspetto psicoeducativo viene riconosciuto come cruciale, anche considerando che l’esigenza di informazioni adeguate, corrette e comprensibili rimane tra quelle prioritarie espresse dalle famiglie.

Non sono mancate le raccomandazioni di rito a mantenere costante un atteggiamento empatico e comprensivo, precursore di qualunque relazione terapeutica efficace.

Il bambino in ospedale e la Family Centered Care - Report dal Congresso JENS- Imm2

Immagine 3 – Slide dal convegno: l’importanza di un atteggiamento empatico

Questo ovviamente vale non soltanto nei confronti delle famiglie (due genitori all’apparenza aggressivi non dovrebbero mettere l’operatore automaticamente sulla difensiva, bensì in ascolto della loro sofferenza) ma anche degli operatori (va ricordato che medici e infermieri non sono degli aitanti robot, bensì persone normali che portano a loro volta nella relazione il proprio bagaglio personale di seccature quotidiane, inquietudini, problemi famigliari, lutti e frustrazioni).

 

Bambini sculacciati? Salute a rischio: più probabilità di depressione e suicidi

Aver ricevuto sculacciate da bambini può provocare ripercussioni da adulti. Secondo uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’università del Michigan, pubblicato sulla rivista Child Abuse, i bambini che sono stati sculacciati da grandi sono più soggetti a disturbi mentali o altri disagi emotivi fino al suicidio.

 

Gli effetti controproducenti delle sculacciate

La sculacciata educativa è ancora molto in voga tra i genitori, nonostante sia dannosa e controproducente per la salute mentale dei bambini: chi la subisce, infatti, ha una maggiore probabilità di porsi in una posizione di sfida nei confronti dei genitori, e meno probabilità di obbedirvi. I bambini sculacciati sono più propensi a comportarsi in modo anti-sociale, sono più aggressivi e hanno più probabilità di sviluppare disturbi mentali.

Un nuovo studio condotto da Andrew Grogan-Kaylor e Shawna Lee, entrambi professori associati del “Social Work” della Michigan University affermano che la violenza causata da ripetute sculacciate può indurre da adulti alla depressione, a tentare il suicidio, a diventare dipendenti dall’alcol e, in alcuni casi, all’uso di droghe.

Grogan-Kaylor afferma che “La nostra società vede nella sculacciata e negli abusi fisici due comportamenti completamente diversi, ma la ricerca dimostra che anche lo schiaffo o la sculacciata portano agli stessi risultati negativi di atti come l’abuso, e solo in misura leggermente inferiore”. Inoltre con la sculacciata si ottiene il contrario di ciò che i genitori di solito vorrebbero che il bambino facesse.

I ricercatori hanno preso in esame i dati relativi a 8.300 persone, di età compresa tra i 19 e i 97 anni, nell’ambito di uno studio denominato CDC-Kaiser  ACE, che osserva gli effetti sulla salute a lungo termine e sul benessere in bimbi sottoposti ad abusi, trascuratezze o abbandono da piccoli. Tutti i  partecipanti che hanno compilato il questionario erano sottoposti a controlli ambulatoriali di routine.

E’ stato chiesto loro quanto spesso siano stati sculacciati nei primi 18 anni di vita,  il loro background familiare e se un adulto avesse inflitto abuso  fisico  (spintoni, schiaffi) o emotivo (insulti o minacce). Quasi il 55% del campione ha confermato di essere stato sculacciato, gli uomini più delle donne. Quelli che sono stati esposti a questo tipo di punizioni corporali avevano un’elevata probabilità di mostrare livelli elevati di depressione e altri problemi di salute mentale.

Secondo gli studiosi  è importante non solo impedire i maltrattamenti ai bambini, ma ancora più importante è prevenire questa attitudine dei genitori  ad essere troppo duri nei confronti dei figli.

Una nuova comunicazione neuronale importante per la memoria

Gli scienziati che hanno preso parte alla ricerca hanno individuato un fenomeno neuronale particolare tra due regioni del cervello, durante il sonno, fondamentale per la formazione dei ricordi in memoria: una comunicazione incrociata o cross-talk formata da onde ad alta frequenza.

 

Una ricerca scopre un nuovo meccanismo neuronale implicato nella memoria

Il National Institute of Neurological Disorder and Stroke (NIH), che mira ad accelerare lo sviluppo di nuovi approcci per lo studio del cervello, in collaborazione con il Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies Initiative (BRAIN Initiative)  ha, di recente, supportato una ricerca che ha approfondito i meccanismi implicati nel modo in cui le informazioni sono immagazzinate nella memoria. Gli scienziati (Buzsáki et al.) che hanno preso parte alla ricerca hanno individuato un fenomeno neuronale particolare tra due regioni del cervello, durante il sonno, fondamentale per la formazione dei ricordi in memoria: una comunicazione incrociata o cross-talk formata da onde ad alta frequenza.

Come già affermato nella letteratura neuroscientifica, esiste un’area importante dedita alla creazione dei ricordi in memoria: l’ippocampo o propriamente detto “corno d’Ammone”. Questo importante ruolo è dovuto alla plasticità sinaptica che permette un potenziamento a lungo termine neuronale grazie alla somministrazione di stimolazioni elettriche ad alta frequenza.

Lavori precendenti, come lo studio del professore György Buzsáki, M.D., Ph.D., hanno rivelato un innesco di una rete neurale ad alta frequenza chiamata ripples (letteralmente corrente ondulata) nell’ippocampo durante il sonno.

Nel corrente studio, oltre a confermare la presenza di queste ripples nell’ippocampo durante il sonno, è stata trovata la presenza inaspettata di ripples anche nella neocorteccia, considerata la sede presunta delle funzioni di apprendimento e quella filogeneticamente più recente, che comprende la corteccia sensitiva primaria, la corteccia motoria primaria e le cortecce associative.

Quando per la prima lo abbiamo notato, abbiamo pensato che non fosse corretto poiché non era mai stato osservato prima“, dice Dion Khodagholy, Ph.D. e primo co-autore dello studio.

Sulla base di ciò, i ricercatori (Buzsáki et al.) hanno teorizzato che tale dialogo, o cross-talk, potesse aiutare il mantenimento delle informazioni nel cervello.

Oltre all’uso di un insieme di elettrodi di registrazione collocati nella parte più profonda del cervello, i ricercatori (Buzsáki et al.) si sono avvalsi di un innovativo sistema chiamato NeuroGrid, che consiste di un insieme di minuscoli elettrodi collegati insieme come i fili di una coperta, i quali vengono collocati in una zona del cervello in modo tale che ogni elettrodo possa monitorare continuamente l’attività di un diverso set di neuroni.

“Questo particolare dispositivo ci permette di osservare diverse aree del cervello allo stesso tempo”, dice la ricercatrice Jennifer Gelinas.

Grazie a questi strumenti,  i ricercatori (Buzsáki et al.) hanno potuto esaminare l’attività cerbrale durante la fase di sonno più lunga, il sonno NREM (No Rapid Eye Moviment), di due gruppi di topi in diverse aree del cervello. Il primo gruppo di topi era addestrato ad individuare delle ricompense in un labirinto mentre il secondo era composto da ratti che esploravano il labirinto in modo casuale.

Le registrazioni elettroencefalografiche mostravano che nei topi addestrati, l’apprendimento del compito incrementava la sincronizzazione delle onde ad alta frequenza nella cross-talk tra l’ippocampo e la neocorteccia; inoltre, una seconda sessione di training incrementava ancora di più la loro presenza.

Nel gruppo di ratti, ai quali era stato permesso di esplorare il labirinto in maniera casuale, non si osservava nessun cambiamento significativo nella registrazione elettroencefalografica nella comunicazione incrociata tra le aree.

Lo studio, quindi, suggerisce che questo tipo di comunicazione sia importante per la creazione e l’immagazzinamento dei ricordi e “identificare specifici pattern di reti neurali che permettono di andare avanti con la formazione della memoria suggerisce un modo per capire meglio la memoria e affrontare potenzialmente anche i disturbi della memoria” sostiene Dr. Gelinas.

Lobi frontali, corteccia frontale e corteccia prefrontale- Introduzione alla psicologia

I lobi frontali costituiscono la parte del cervello più estesa negli esseri umani e rappresentano anche l’area ontogeneticamente e filogeneticamente più giovane. I lobi frontali occupano la porzione anteriore dell’emisfero cerebrale e costituiscono la parte anteriore del cervello.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

I lobi frontali

I lobi frontali sono delimitati dalle scissure centrale e laterale, sulla parte laterale, e dalla scissura limbica, sulla parte mediale. Anteriormente, presentano una sporgenza che costituisce il polo frontale dell’emisfero corrispondente.

In particolare, la parte laterale del lobo frontale è separata dal lobo temporale, in posizione inferiore, per mezzo della scissura laterale di Silvio e, dal lobo parietale, in posizione posteriore, dalla scissura centrale di Rolando. Anteriormente alla scissura centrale di Rolando si può individuare un’altra scissura verticale, detta solco precentrale, che segna il limite anteriore della circonvoluzione precentrale (o prerolandica). Dal solco precentrale originano altre due scissure a decorso pressoché orizzontale, il solco frontale superiore e il solco frontale inferiore, che si dirigono verso il polo frontale.

Inoltre, sulla parte laterale del lobo frontale sono da rilevare due aree, la motoria primaria, localizzata nella circonvoluzione precentrale; e l’area di Broca, corrispondente all’opercolo della circonvoluzione frontale inferiore, sede del principale centro per la coordinazione motoria del linguaggio.

La parte mediale del lobo frontale, invece, è separata dalla parte laterale per mezzo del margine superiore dell’emisfero, e dal lobo limbico per mezzo della scissura limbica. È costituita dalla sola circonvoluzione frontale interna, che segue il decorso della circonvoluzione limbica sottostante. Al suo estremo posteriore, essa accoglie parte del lobulo paracentrale, grossa piega di passaggio tra le circonvoluzioni precentrale e postcentrale.

La parte inferiore (od orbitaria) del lobo frontale poggia sulle cavità orbitarie, scavate nello spessore dell’osso frontale. È percorsa in senso anteroposteriore da due scissure, i solchi orbitari, che individuano i confini delle circonvoluzioni orbitarie mediale, intermedia e laterale. Un’ulteriore scissura, il solco olfattivo, accoglie nella sua compagine il bulbo olfattivo.

La corteccia frontale

La corteccia frontale è suddivisa in: corteccia motoria che comprende l’Area Motoria Primaria e le aree motorie non-primarie (area premotoria e area supplementare motoria) e la corteccia prefrontale che ha connessioni reciproche con tutti i sistemi sensoriali e motori, sia corticali che sottocorticali. Inoltre la corteccia prefrontale è interconnessa con strutture coinvolte nella memoria, regolazione delle emozioni e rinforzi, sia positivi che negativi. Grazie all’ampia rete di connessioni anatomiche, la corteccia prefrontale ha accesso ad una varietà di informazioni interne ed esterne all’organismo. La corteccia prefrontale opera la sintesi di queste varie informazioni allo scopo di regolare una gamma di processi mentali e comportamenti.  Essi sono connessi con le aree posteriori cerebrali mediante fibre di associazione intraemisferiche e intervengono in complessi circuiti neuronali, unitamente alle strutture subcorticali quali il talamo, l’amigdala, i gangli della base e il cervelletto.

La corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale occupa la parte più rostrale dei lobi frontali e costituisce una vasta area che si collega alle aree motorie, percettive e limbiche del cervello.

La corteccia prefrontale svolge un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento e, grazie alle connessioni con diverse aree corticali, risulta essere il substrato neuroanatomico delle funzioni esecutive: pianificazione, attuazione e conclusione di comportamenti diretti ad uno scopo attraverso azioni coordinate e strategiche, integrazione e sintesi di informazioni, organizzazione, regolazione del comportamento emotivo. Inoltre, le connessioni con le aree limbiche determinano i processi di riconoscimento e gestione delle emozioni. Le funzioni esecutive sono legate all’apprendimento di nuove esperienze, alla pianificazione, al decision making, all’apprendimento di nuovi comportamenti derivanti da una sequenza di azioni, etc.

Lesioni a carico di questa area portano al manifestarsi di sindromi disesecutive, ovvero deficit a carico delle funzioni esecutive, quali perdita di iniziativa, apatia, lentezza nell’iniziare azioni, comportamenti di perseverazione, risposte emozionali ridotte oppure disinibizione, euforia, impulsività e deficit a livello cognitivo, come disturbi a carico della memoria di lavoro, deficit di pianificazione, incapacità di usare strategie e perdita dell’attenzione.

La corteccia prefrontale si connette attraverso una serie di fascicoli ai gangli della base e il talamo. Danni a carico di queste strutture porta al manifestarsi di disturbi motori, deficit esecutivi e compromissione della motivazione e della personalità.

La corteccia prefrontale si suddivide principalmente in due regioni: la corteccia dorsolaterale e la corteccia orbitofrontale.

La corteccia prefrontale dorsolaterale

La corteccia dorsolaterale comprende le porzioni laterali dell’emisfero, ovvero le aree di Brodmann dalla 9 alla 12, le aree 45 e 46 nonché la parte superiore dell’area 47. Inoltre, si estende fino al giro frontale superiore, al giro frontale medio e al giro frontale inferiore, tre grandi circonvoluzioni connesse ciascuna con altre aree cerebrali, posteriori e frontali.

La corteccia dorsolaterale è una delle componenti principali dei processi esecutivi, quali comportamento strategico, pianificazione, astrazione e flessibilità cognitiva, e working memory. La working memory, in particolare, è una memoria a breve termine che permette l’immagazzinamento di informazioni in entrata e allo stesso tempo il loro recupero dalla memoria a lungo termine. La working memory è fondamentale nella pianificazione dell’azione, e consente di recuperare le conoscenze passate, e le loro rappresentazioni, depositate nella memoria a lungo termine, utilizzandole nel dirigere il comportamento presente. Quando questa capacità è compromessa, non si è più in grado di orientare il comportamento verso uno scopo attraverso azioni coordinate e strategiche. Inoltre, risulta essere deficitaria anche la capacità di monitorare il decorso dell’azione volta a passare da un piano all’altro e, di conseguenza, il comportamento messo in atto appare caotico, confuso, rigido.

I soggetti con lesioni della corteccia prefrontale dorsolaterale presentano i comportamenti perseverativi: non riescono a ricordare le esperienze passate e di conseguenza continuano a comportarsi nel medesimo modo reiterando il comportamento.

La corteccia orbitofrontale

La corteccia orbitofrontale o ventromediale interessa le porzioni inferiori dell’area 47 di Broadman e quelle mediali delle aree 9- 12 ed è coinvolta nei processi di riconoscimento emotivo e di decisione mantenendo in memoria l’associazione fra uno stimolo familiare e la risposta considerata gratificante per il soggetto.

La corteccia orbitofrontale mette insieme le esperienze interne e quelle esterne, permette di compiere una valutazione sociale istantanea che consente di agire in base alle circostanze.

Inoltre, la divisione ventromediale si attiverebbe quando l’individuo deve operare una decisione in mancanza di molte informazioni esterne, quindi deve prendere decisioni basandosi maggiormente sulla sensazione più che sulle conseguenze logiche.

Il ruolo dell’intera corteccia orbitofrontale è quello di regolare una vasta gamma di comportamenti sociali.

Il lobo orbitofrontale presenta una enorme rete di proiezioni che si estende nei centri emotivi, permettendo di modulare le reazioni emotive. Una delle funzioni primarie di queste reti sembra essere quella di inibire le reazioni emotive, coordinandole con gli stimoli provenienti dal mondo esterno per rendere le azioni adeguate al contesto.

Inoltre, la corteccia orbitofrontale sembra essere coinvolta nei processi di problem solving.

I pazienti con lesioni nella regione ventromediale, mostrano incapacità di gestione della vita quotidiana e deficit nella regolazione di comportamenti socialmente adattivi.

Alcuni non sono capaci di prendere decisioni poiché non integrano le informazioni emotive e sociali, per questo è possibile che risultino incapaci di fare scelte appropriate alle circostanze e di modulare il comportamento in modo adattivo nel rispetto delle norme sociali.

Suddivisione funzionale della corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale può essere suddivisa, inoltre, a livello funzionale in porzione di destra, sede delle emozioni negative, e la parte sinistra legata alle emozioni positive. Esse si attivano in maniera asimmetrica in risposta a emozioni e stati diversi in situazioni sociali diverse (Davidson, 2002).

Davidson ha elaborato la teoria degli Stili Emozionali identificando 6 Stili fondati neurobiologicamente determinati, in quanto riflettono livelli di attività diversi riguardanti le attivazioni delle aree in questione.

Ogni dimensione ha due estremi che sono il risultato di un’attività più intensa o ridotta in quei circuiti.

Gli Stili Emozionali sono trasversali rispetto alle categorie diagnostiche dei Disturbi Psichici e rappresentano caratteristiche sottostanti le manifestazioni psicologiche che ne condizionano l’espressività.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Effetti del contatto con la natura sul benessere personale

Un team di ricercatori del dipartimento di psicologia del “University of British Columbia Okanagan”, conosciuto come “Happy Team” e diretto da Holli-Anne Passmore, ha dato avvio ad una serie di studi per dimostrare come il contatto con la natura può incrementare la felicità e il benessere delle persone.

 

Psicologia positiva: gli effetti della natura sul benessere personale e sulle emozioni

Uno di questi studi (Passmore,& Holder, 2017) ha esaminato gli effetti di un intervento di due settimane, in cui 395 studenti universitari erano assegnati in modo casuale a una di tre condizioni: natura, oggetti costruiti dall’uomo e gruppo di controllo. Ai partecipanti era richiesto di prestare attenzione nel loro ambiente quotidiano a come la natura o gli oggetti costruiti dall’uomo, a seconda dell’assegnazione, li facessero sentire. Inoltre, dovevano fotografare le scene o gli oggetti che notavano descrivendo le emozioni da essi evocate.

I risultati dimostravano che il gruppo sperimentale che doveva notare elementi naturali, rispetto agli altri due gruppi, presentava un livello significativamente maggiore di benessere generale, connettività verso altre persone, verso la natura e verso la vita nel suo complesso, e più elevata tendenza prosociale.

Questa ricerca, dunque, sottolinea la connessione esistente tra il fermarsi a notare qualcosa del proprio ambiente naturale e il conseguente benessere personale. Non si tratta soltanto di trascorrere del tempo all’aperto ma di riuscire a trovare nel proprio ordinario ambiente naturale qualcosa di diverso, come notare un giardino di fiori accanto al complesso aziendale dove lavoriamo da anni e capire l’effetto positivo che questo semplice giardino può avere su di noi.

Si può concludere che tale ricerca fornisce un importante supporto empirico del fatto che la natura si configura come un efficace intervento di psicologia positiva.

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