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Il pregiudizio tra eziologia e modalità di espressione comportamentale

Pregiudizio come fenomeno complesso a cavallo tra la dimensione sociale e quella individuale che si manifesta in diverse espressioni comportamentali

ID Articolo: 43105 - Pubblicato il: 14 maggio 2014
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Mauro Grillini, Basilico Cesare

 

 

Il pregiudizo tra eziologia e comportamento - Immagine: tratto da American History XIl pregiudizio rappresenta un fenomeno complesso, a cavallo tra la dimensione sociale e quella individuale, spesso foriero di problemi e tensioni che si ripercuotono pesantemente sulle società multietniche dell’inizio del XXII° secolo.

E’ un fenomeno conosciuto e studiato da molti decenni: già nel 1954 lo psicologo statunitense Gordon Allport pubblicò un libro dal nome “La natura del pregiudizio” in cui teorizzava brillantemente le origini di tale fenomeno e delle linee guida per impostare interventi per abbassarne il livello.

La definizione data da Allport è la seguente:

Il pregiudizio (etnico) è un sentimento di antipatia fondato su una generalizzazione falsa e inflessibile. Può essere sentito internamente o espresso. Può essere diretto verso un gruppo nel suo complesso o verso un individuo in quanto membro di quel gruppo.

Rupert Brown, professore di Psicologia Sociale all’Università del Kent, in parte contesta questa definizione: egli non ritiene che sia necessario presumere che siano credenze fasulle generalizzate in maniera arbitraria, ciò può corrispondere spesso a verità, ma talvolta risulta concretamente difficile da dimostrare. La definizione che lui dà di pregiudizio è:

Il mantenimento di atteggiamenti sociali o credenze cognitive squalificanti, l’espressione di emozioni negative o la messa in atto di comportamenti ostili o discriminatori nei confronti dei membri di un gruppo per la loro sola appartenenza ad esso.

In una prospettiva sociale di pregiudizio già Allport sosteneva che la categorizzazione è un processo cognitivo fondamentale nel costituirsi dello stesso; secondo Bruner (1957) essa è definibile come una caratteristica ineludibile dell’esperienza umana, un mezzo necessario per semplificare ed ordinare un mondo troppo complesso per la capacità computazionale del nostro cervello.

Campbell e Tajfel dimostrarono negli anni cinquanta che una conseguenza diretta della categorizzazione è l’accrescimento delle somiglianze intragruppo e delle differenze tra i diversi gruppi, ciò vale sia per stimoli fisici che per individui di diverse categorie sociali. Un’altra conseguenza della categorizzazione, altrettanto importante della precedente, fu dimostrata da Rabbie e Horwitz nel 1969 e da Tajfel et al. nel 1971: la semplice appartenenza ad un gruppo, anche creato a caso e senza alcuna conoscenza reciproca degli appartenenti ad esso, spingeva le persone a considerare le prestazioni dei membri del proprio gruppo superiori ed a favorire quando possibile i membri del proprio gruppo.

Un modo completamente diverso di considerare il pregiudizio è il non vederlo come un fenomeno sociale tra differenti gruppi, bensì come una caratteristica della personalità; il maggior rappresentante di tale filone di ricerca è Adorno, che nel 1950 teorizzò la personalità autoritaria: una personalità sensibile alle idee fasciste e razziste, iperdeferente ed ansiosa verso le figure d’autorità, che vede tutto o bianco o nero, senza sfumature intermedie, incapace o poco disposta a tollerare l’ambiguità in sé o negli altri e apertamente ostile verso chi è diverso e non si conforma.

Messaggio pubblicitario Adorno e collaboratori teorizzarono l’eziologia di tale carattere in un’ottica freudiana: queste persone erano cresciute in famiglie in cui vigeva una educazione rigida, conservatrice, punitiva e fredda; tali bambini risultavano frustrati nei loro bisogni di autonomia e spontaneità e, non riuscendo ad esprimere la propria rabbia verso i genitori punitivi e terrorizzanti, trovavano più semplice spostare l’aggressività verso altri soggetti considerati come più deboli o inferiori.

Tale ipotesi ha evidenziato parziali riscontri positivi nella ricerca e ha sollevato parecchi dubbi.

Uno dei principali fu espresso da Rokeach nel 1956, il quale riteneva che la teoria e le scale utilizzate per misurare il pregiudizio da Adorno si riferissero esplicitamente ad un razzismo politicamente di destra rivolto alle classi normalmente discriminate negli U.S.A. in quegli anni; egli quindi teorizzò la mentalità chiusa, che, essendo scevra da contenuti, descriveva una forma mentis rigida, resistente alle informazioni contrastanti il suo sistema e facente largo uso del principio di autorità.

Altri autori hanno evidenziato ulteriori elementi alla base del pensiero pregiudiziale, quali la presenza di conflitti di interesse (reali o percepiti) tra gruppi – ben esemplificata da Sherif nei suoi studi sui campi estivi – piuttosto che la necessità di mantenere un’identità sociale positiva – intesa come insieme di aspetti dell’immagine individuale di sé che derivano dalle categorie sociali cui l’individuo sente di appartenere (Tajfel e Turner, 1986).

Oltre alle possibili eziologie, la ricerca, nel corso del tempo, ha preso in esame le modalità di espressione esteriori del pregiudizio, tanto in contesti di laboratorio (Augustinos, Ahrens e Innes, 1994) quanto in contesti di tipo ecologico ( Gaertner e Dovidio, 1986), riscontrando notevoli cambiamenti: se il pregiudizio “vecchio stampo” era caratterizzato da espressioni dirette di odio e intolleranza verso i membri di gruppi stigmatizzati, come cittadini americani di colore o portatori di handicap, quello moderno sembrerebbe invece più sfumato e sostenuto da temi relativi a differenze culturali, conflitti di valori e tradizioni e percezione di vantaggi immeritati ottenuti dagli outgroup in questione a discapito dei membri maggioritari (Pettingrew e Meertens, 1995); l’ansia e il disagio nel contatto reciproco sostituirebbero, inoltre, sentimenti di ostilità e rifiuto più tipici del razzismo classico.

Tale pregiudizio moderno non risulterebbe tuttavia completamente indipendente da quello vecchio stampo: entrambi presenterebbero una certa reciproca correlazione (Sniderman e Tetlock, 1986), recentemente dimostrata in uno studio relativo agli atteggiamenti nei confronti di persone con disabilità intellettiva (Akrami et al., 2006).

L’impressione generale è quella di una certa continuità di fondo del tema pregiudiziale, e di un assottigliamento delle modalità di espressione discriminatoria, fenomeni per i quali è necessario lo sviluppo di strumenti di rilevazione sufficientemente sensibili, nell’ottica dello sviluppo di interventi volti a favorire reciproca conoscenza, empatia e cooperazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Akrami, N., Ekehammar, B., Claesson, M., Sonnander, K. (2006). Classical and modern prejudice: attitudes toward people with intellectual disabilities. Research in Developmental Disabilities, 27 (6): 605-17.
  • Allport G., “La natura del pregiudizio”; 1976, la Nuova Italia.
  • Augustinos, M., Ahrens, C., Innes, M. (1994). Stereotypes and prejudice: The Australian Experience. British Journal of Social Psychology, 33, 125-141.
  • Brown R., “Psicologia sociale del pregiudizio”; 1997, il Mulino.
  • Gaertner, S.L., Dovidio, J.F. (1986). The aversive form of racism. In J.F. Dovidio e S.L. Gaertner ( Eds. ), Prejudice, Discrimination and Racism (pp. 61-89). San Diego: Academic Press.
  • Pettingrew, T.F., Meertens, R.W. (1995). Subtle and blatant prejudice in Western Europe. European Journal of Social Psychology, 25, 57-75.
  • Sherif, M., Harvey, O.J., White, B.J., Hood, W.R., Sherif, C.W. (1961). Intergroup conflict and co-operation: The robber’s cave experiment”. Norman: University of Oklahoma.
  • Sherif, M. e Sherif, C.W. (1953). Groups in harmony and tension: An integration of studies on intergroup relations. New York: Octagon.
  • Sherif, M., White, B.J. & Harvey, O.J. (1955). Status in experimentally produced groups. American Journal of Sociology, 60, 370-379.
  • Sniderman, P.M., Tetlock, P.E. (1986). Symbolic racism: Problems of motive attribution in political analysis. Journal of Social Issues, 42, 129-150.
  • Tajfel, H., Turner, J. (1986). The social identity theory of intergroup behaviour. In S. Worchel e W.G. Austin ( a cura di ), Psychology of Intergroup Relations. Chicago: Nelson.
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