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Psicoanalisi, critiche e dibattiti: in risposta a Corbellini

Stare dalla parte della psicoanalisi e degli psicoanalisti significa impedire che si insinui quel soffio generatore di un’atmosfera paranoica e cospiratrice che, guidando la mano in un riflesso condizionato, porta a negare le diverse critiche che ci prendono di mira. Chiunque tiri un sasso contro il nostro studio cerca in qualche modo di dirci qualcosa.

 

A proposito del dibattito suscitato dalla lettera di Gilberto Corbellini, è mia convinzione che la cosa migliore per chi si occupa di psicoanalisi, e ne ha a cuore le sorti, sia quella di non obbedire alla logica degli opposti estremismi. È invece importante saper individuare spunti di riflessione anche quando contenuti in missive come questa: a mio parere durissima, denigratoria, generalizzatrice, dissacratoria, priva di argomentazioni costruttive, con un veleno in cauda che fa presupporre un pregiudizio atavico ed inscalfibile.

Stare dalla parte della psicoanalisi e degli psicoanalisti significa impedire che si insinui quel soffio generatore di un’atmosfera paranoica e cospiratrice che, guidando la mano in un riflesso condizionato, porta a negare le diverse critiche che ci prendono di mira. Chiunque tiri un sasso contro il nostro studio cerca in qualche modo di dirci qualcosa. È nostro compito capire perché ciò avviene e quale posizione abbiamo occupato, tale da generare un gesto aggressivo. Jacques Lacan ha scritto che se l’analista “ha preso quel posto, tanto peggio per lui. Ha nondimeno la responsabilità che pertiene al posto che ha accettato di occupare”.

Un grido, ancorché provocatorio, può essere la punta di un movimento di critica che ci interroga, e ci chiede conto. Ed è li che come analisti dobbiamo farci trovare. Questo attacco non deve essere inteso come rivolto alle nostre persone, essendo noi semplici garanti di una posizione transeunte, che ci impone di farci trovare pronti sullo scambio dialettico, sul dare e avere con un’opinione pubblica sempre più evoluta, satura di diagnosi preconfezionate dalla quinta edizione Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5, APA 2014), che chiede alla psicoanalisi quelle risposte immediate che noi non possiamo dare. 
Un’analisi è infatti qualcosa che, pur partendo dal sintomo che procura sofferenza, lo eccede e lo trascende, ottenendo in corso d’opera effetti terapeutici che diventavo sovente secondari rispetto al cuore della questione che sottende il disagio del soggetto.

Perché esistono questi attacchi alla psicoanalisi? È abbastanza chiaro, e chi fa lo psicoanalista lo sa bene, che la questione della verificabilità dei nostri risultati è una questione che noi dobbiamo porci, pena aumentare a dismisura il bacino di utenza di soggetti che come il signor Corbellini ci danno addosso, incontrando spesso dall’altra parte non una risposta precisa, efficace e ragionevole come quella della presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), quanto una difesa acritica che, sbagliando, pone la psicoanalisi come un dogma inattaccabile, e non come un corpus clinico e teorico in continuo divenire.

La psicoanalisi si basa ancora sulla tripartizione freudiana (nevrosi, psicosi, perversione), ma ha subito mutamenti legati al tempo che noi viviamo. Non tratta solo grandi isterie di freudiana memoria, non è solo strumento che accompagna un soggetto nel riannodare o sciogliere i punti cruciali della propria vita, ma oggi si rivolge anche ai sintomi contemporanei assai diffusi (si pensi alle fobie, agli attacchi di panico, al disturbo post traumatico da stress, ai disturbi del comportamento alimentare), malesseri per i quali molti pazienti non vogliono una risposta farmacologica sic et simpliciter, quanto piuttosto desiderano indagare a fondo le ragioni di quel che loro sfugge e porta sofferenza. Come ho avuto modo di scrivere in un’intervista su Il Foglio, l’invenzione lacaniana del sintomo pone oggi la psicoanalisi in grado di decifrare gran parte del disagio attuale. È normale pensare a punti di criticabilità, di fallibilità, spesso contestati dal paziente che non può sempre e solo essere ‘resistente all’analisi’. Se da un lato la lettera di Corbellini è violenta e devastante, è altrettanto vero che la letteratura nei confronti contro la malapratica analitica è troppo ricca, troppo vasta, troppo articolata per non domandarci perché tanta gente ci dà addosso.

Non passa giorno che voce non si unisca al coro di attacchi alla disciplina di Freud e ai suoi attuali nipoti. Non tanto all’analisi tout court, quanto alla cattiva psicoanalisi, per molti purtroppo sovrapponibile alla prima. Oltre al J’accuse di M. Onfray , “Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane“, ci sono i pamphlet dell’intellighenzia europea ed italiana: il feroce e unilaterale “Il libro nero della psicoanalisi“, “Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi“, “Inconscio ladro!” di Elisabetta Ambrosi, il godibile “Alice nel paese degli analisti“, per finire con l’ottimo “Al di là delle intenzioni. Etica e analisi“ di Luigi Zoja.

Perchè periodicamente gli psicoanalisti sono sempre più soggetti all’accusa di tramutarsi in ‘guru’ in cerca di adepti da irregimentare? Se ben guardiamo la blogosfera (a tutti gli effetti il fronte delle voci più libere) la schiera dei detrattori e critici non è più solo formata da trinariciuti organicisti che negano tout court la validità dell’introspezione e non riconoscono lo statuto dell’inconscio, ma da tanti pazienti, o analizzanti, i quali possono solo accodarsi nelle innumerevoli discussioni sui forum per lagnare l’inefficacia del trattamento analitico, o denunciare errori pagati a caro prezzo, non solo economico. Fino a quando, di fronte ad una critica sempre più vasta e sempre più articolata, si percorrerà la via del ‘non è vero nulla’, rimandando un serio dibattito, restando indifferenti a queste istanze? Gli aspetti da esaminare riguardano principalmente controindicazioni che possono derivare da un’analisi inefficace. Non tutti sanno preventivamente che un’analisi sbagliata può causare seri danni, e che in caso di un rapporto deleterio, non esistono istanze alle quali fare riferimento. Io, avendo incontrato gli effetti della malapratica analitica, so bene che chi va su un lettino oggi, non ha precise garanzie di terzietà, di protezione da errori. Ecco il vulnus principale dell’instrumentum analitico. In campo medico, se un’operazione va male, il malato può rivolgersi all’azienda sanitaria, al tribunale dei diritti del malato, o altro ancora. Nel campo della psicoanalisi, se una cura si inceppa o deraglia è ben difficile trovare un luogo nel quale portare le proprie rimostranze. È fondamentale che l’analista abbia a fondo scavato nelle sue zone opache, quelle che conducono a errori, e se ne assuma la responsabilità tenendo quel posto senza fuggire, esponendosi alla prova dei controlli, delle supervisioni ma anche delle critiche del paziente facendole sue.

Il miglior modo per difendere la psicoanalisi è dunque renderla trasparente esaltando in tal modo la sua eccellenza, che fortunatamente continua ad esistere. Un analista che sbaglia diagnosi, magari distratto da altre cose, o semplicemente con un lavoro su se stesso stagnante, espone il paziente a rischi talora altissimi. Il ‘controtransfert’ è quella risposta relazionale ed emotiva dell’analista verso il paziente, utile nel processo analitico fino a quando non diventa una pioggia di detriti che provengono dall’analista, il quale senza controlli, può scaricarli sul malcapitato paziente. Chi non ricorda l’analista Moretti de ‘La stanza del figlio’, irritato perché il paziente Orlando con un ritardo ha fatto sì che lui non fosse vicino al figlio nel momento della disgrazia? Ecco, quella scarica di rabbia che gli riversa addosso in seduta, è un controtransfert incontrollato. Lacan tratta la questione del controtransfert :

(…) Come è scritto da qualche parte, se si trascurasse quell’angolo dell’inconscio dell’analista, ne risulterebbero delle vere e proprie zone cieche, da cui conseguirebbero eventualmente nella pratica fatti più o meno gravi e incresciosi: misconoscimento, intervento mancato o inopportuno, o persino errore.

Cosa garantisce al paziente che, accortosi di questo, l’analista immediatamente lasci quel posto e non arrechi danni? Nulla. Il movimento psicoanalitico garantisce terzietà? Per esserlo, è necessario che chi apre le porte alla gentilezza sia, in questo caso, gentile, parafrasando al contrario la lezione di Brecht. È fondamentale che lo psicoanalista sia, al netto della conduzione della cura, inserito in una rete, più ampia, che possa osservare ed eventualmente correggere eventuali errori. Sia insomma ‘giudicabile’.

Non va dimenticato che l’analisi è un luogo particolare, una sorta di ‘no man’s land’ nella città, uno spazio vuoto, una zona franca addobbata con gli affreschi della propria esistenza, che noi diamo in custodia all’analista. Si può paragonare il setting analitico ad un’officina nella quale, grazie ad un buon avvitatore, tutte le viti della macchina vengono allentate. Svitate quel tanto che basta perché il guscio mostri la sua mobilità, e si possa giungere all’anima del motore. Una destrutturazione guidata. È la terra di un uomo che piange e rimemora il passato, un uomo che sogna e in quel luogo sa di poter proiettare le diapositive più intime perché garantito dalla sicurezza. Ecco perché gli errori possono avere effetti così gravi. Quando le viti sono allentate, i colpi accidentali vanno più in profondità, si riverberano sull’intera struttura. Le scuole psicoanalitiche hanno sviluppato gli anticorpi per saper contenere e correggere questi svarioni? Il mondo scientifico chiede alla psicoanalisi alcune cose che la disciplina di Freud e Lacan non può dare: verificabilità, standardizzazione dei dati, questo perché la psicoanalisi è essenzialmente ‘uno per uno’. Ma garanzie verso il paziente quelle sì. Oggi quelle devono essere fornite.

L’analista, dico, da qualche parte, deve pagare qualcosa per reggere la sua funzione. Paga in parola, paga con la sua persona. Infine bisogna che paghi con un giudizio sulla sua azione. È il minimo che si possa esigere

È rispettata questa massima di Lacan?

Io ho indagato a fondo la questione dalla malapratica analitica, perché l’ho conosciuta e pagata sulla mia pelle di analizzante.

Il trauma è dato dal fatto che certi avvenimenti vengono a situarsi in un certo posto di quella struttura, vi assumono il valore significante che vi è connesso in un determinato soggetto. Ecco in che cosa consiste il valore traumatico di un avvenimento.

Questa frase di Lacan rimase per me a lungo enigmatica sino a che non ne sperimentai la verificabilità su di me e, in seguito, i suoi effetti di insegnamento sulla mia pratica clinica.

La mia analisi mi portava ad innegabili peggioramenti nell’umore, nel corpo, nella lucidità. Interpretazioni errate, diagnosi usate in maniera mutevole e sovente senza alcun legame con le mie parole o azioni. Giudizi, indicazioni comportamentali da tenere. Quando iniziarono i contrasti personali su tale conduzione, una fase di critica che sovente avviene quando si è realmente al lavoro, incontrai la negazione. Non c’era nulla che non andasse in quel modo di condurre la cura, io ero semplicemente ‘resistente all’analisi’. Non si trattava di una pratica che mi stava nuocendo, quanto io che ero affetto da ‘psicosi’ che mi rendeva impossibile ragionare. Stavo conoscendo quello che R. Pirsig aveva preconizzato:

Una volta che sei dichiarato pazzo, tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia. Le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate sono paranoie… e l’istinto di sopravvivenza, meccanismi di difesa

Ricordo una fredda mattina di dicembre. Lo sferragliare del treno mi impediva di parlare al telefono in maniera chiara: “Non posso venire oggi in seduta, non posso parlare perché il treno mi sovrasta la voce!” Le mie parole incomprensibili non vennero ascritte al rumore del treno, ma ad una parte scissa e psicotica che ne impediva la fuoriuscita.

Entrai progressivamente in una cupa depressione di piombo, una deriva e un isolamento che mi indebolì sino al crollo, fisico e mentale. Lì la mia ‘cura’ si interruppe con una cornetta abbassata in faccia. Il cuore ne risentì in modo grave.

Pagai nel corpo e nella mente. Divenni vittima di un’infinita ripetizione di quel momento, che per molti anni occupò gran parte della mia vita onirica. Un lungo e mortifero disturbo post traumatico da stress ha invalidato gran parte della mia esistenza. Da quel periodo in poi, il mal di cuore non mia ha mai più abbandonato. Ad ogni ripetizione della scena, che non essendo mai potuta uscire dalle sacche asfissianti del non detto si è ripresentata per anni ed anni, il cuore inizia a ingrossarsi e dolere, quasi compresso in una gabbia. La scienza lo chiama ‘tako tubo’, letteralmente cuore in gabbia.

Una depressione causata da un’analisi psicotizzante, sulla quale cercai di chiedere, in seguito, chiarimenti, ottenendo molto tempo dopo una risposta che preconizzava azioni legali qualora io avessi insistito nel chiedere. Ma l’angoscia è anche l’affetto presente laddove c’è desiderio, il che mi ha permesso di immettere quell’esperienza nella mia pratica clinica. Io, che ho visto il dissolversi di tutto e la paura ai miei primi cenni di depressione, ho imparato a mantenere solidamente la posizione nei confronti dei miei pazienti.

Il rapporto analitico si fonda dunque su basi che contengono le premesse per un legame fondato su un assoluto squilibrio di potere (da un lato il soggetto supposto sapere, dall’altro il paziente che giunge in studio in condizioni di sofferenza, dunque di minor capacità contrattuale).

Penso alla mia pratica, ormai ventennale, nel corso della quale ho sempre intravisto e toccato con mano il potere che un analista può avere nelle sue mani. Ricordo l’attenzione estrema verso il viso e l’animo di soggetti fragili, con strutture prepsicotiche, quando mi usciva un tono di voce troppo alto.

O tutte le volte che l’isteria si proponeva in tutta la sua procace e ostentata tendenza al sacrifico e alla seduzione. Ogni giorno, ogni minuto, si devono pesare le parole, perché ciò che per analista può essere un refuso della parola, per l’analizzante può divenire minaccia, allusione, imposizione.

Esercito nella messa in discussione quotidiana col quesito di fine giornata: ho toccato il limite dell’angoscia che ognuno può sopportare? Ho forse incarnato alla lettera chi costui voleva che io fossi, o sono riuscito a occupare la sola posizione possibile, quella del vuoto? Ho dato fiato al mio narcisismo quando l’analizzante raccontava i suoi sogni erotici? E con quell’altro, quello che milita in quel partito che io avverso nella quotidianità, cosa ho messo in campo? Il mio lavoro o le mie sporchissime questioni personali? L’evoluzione in una dimensione fascista e autoritaria dell’analisi è inversamente proporzionale al lavoro che un analista opera su se stesso, e lo sottopone al vaglio altrui, oltreché a quello della sua coscienza. Per fermare un Golem quando inizia a seminare distruzione, ci vuole un rabbino. Quello che so è che di notte, quando quelle scene tornano, prendo in braccio mia figlia, e assieme andiamo in giardino, ad osservare l’Orsa Minore. Quello che so è che il suo sorriso, per un tempo limitato, interrompe la ripetizione meccanica delle scene che da anni mi hanno privato del sonno. Quello che so è che la sola testimonianza che ho potuto mettere in atto, è una sorta di resistenza umana, e clinica, a ciò che ho patito. Dunque ben vengano le lettere di denuncia, anche aggressive, se permettono di aprire una discussione su queste zone grigie.

 

La malnutrizione in età geriatrica

E’ ormai noto lo stretto legame tra l’alimentazione e una buona condizione di salute. L’aumento della vita media e la speranza di poter migliorare ulteriormente sia la longevità sia la qualità della vita degli anziani, hanno fatto convergere un grande interesse scientifico e medico-sociale sui fenomeni che condizionano l’invecchiamento.

Federica Ferrante – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

L’importanza e lo stretto legame del binomio “alimentazione e buona salute” è sottolineata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che considera nutrizione adeguata e salute dei diritti fondamentali per l’uomo.

L’alimentazione, infatti, è uno dei fattori che maggiormente incide sullo sviluppo, sul rendimento e sulla produttività delle persone, sulla qualità della vita e sulle condizioni psicofisiche con cui si affronta l’invecchiamento. L’aumento della vita media e la speranza di poter migliorare ulteriormente sia la longevità sia la qualità della vita degli anziani, hanno fatto convergere un grande interesse scientifico e medico-sociale sui fenomeni che condizionano l’invecchiamento.

Ultimamente vediamo un incrementarsi di interesse nei confronti delle demenze, ma le difficoltà dell’anzianità non fanno riferimento soltanto al deterioramento cognitivo. Anche l’anziano può presentare una varietà di problematiche non connesse necessariamente all’invecchiamento cerebrale.

I disturbi del comportamento alimentare sono da molti anni oggetto di attenzione crescente da parte del mondo scientifico, in virtù della loro diffusione tra le fasce più giovani della popolazione e della loro eziologia complessa.

Anche se vi sono evidenze importanti relativamente al fatto che i disturbi alimentari si sviluppano tipicamente in adolescenza e che il loro esordio in età avanzata non è comune, non si può trascurare il fatto che molti anziani abbiano evidenti problemi di alimentazione/nutrizione anche se, probabilmente, non hanno le stesse caratteristiche o manifestazioni dei più comuni Disturbi alimentari diagnosticati nei giovani.

Quando si parla di Disturbi dell’alimentazione, si compie spesso l’errore di far riferimento esclusivamente agli adolescenti. Risulta strano pensare a un anziano che possa presentare problemi nell’alimentazione e, proprio per questo, c’è poca letteratura sull’argomento. Non siamo entrati ancora nell’ottica che l’anziano può essere fragile quanto un giovane e che anche lui possa riversare le sue sofferenze nella relazione con il cibo.

Più che parlare di “disturbo del comportamento alimentare”, in ambito geriatrico sarebbe più opportuno parlare di  “malnutrizione”, uno stato in cui una carenza o un eccesso di nutrienti provoca effetti negativi sulla composizione corporea e sul funzionamento (NICE, 2006). Si possono identificare una malnutrizione per eccesso (sovranutrizione: obesità) e una malnutrizione per difetto (sottonutrizione).

Anche se una riduzione delle necessità energetiche è quasi sempre una manifestazione normale dell’invecchiamento, essa può causare la comparsa di uno stato di malnutrizione. Questa può, a sua volta, condizionare negativamente la comparsa e l’evoluzione di patologie croniche a elevata prevalenza in età geriatrica. Le complicanze della protratta ipoalimentazione possono riguardare tutti gli organi e gli apparati dell’organismo. Alcune conseguenze sono caratteristiche, come la particolare sensibilità al freddo, la fragilità delle unghia, la caduta dei capelli. Per non parlare della ridotta efficienza muscolare, della perdita della massa ossea con un conseguente maggiore rischio di fratture, dell’anemia, del declino delle funzioni cognitive, della ritardata cicatrizzazione di ferite e lesioni e sicuramente anche dell’aumentata morbilità e mortalità e della maggior durata della degenza ospedaliera e maggior incidenza di re-ospedalizzazioni (Amerio & Domeniconi, 2010).

Come cambia la regolazione del comportamento alimentare con l’invecchiamento

Tramite la vista, l’olfatto e il gusto, il cervello viene informato sulla disponibilità del cibo e sulle sue caratteristiche chimiche e fisiche. Con l’invecchiamento gli organi di senso subiscono dei cambiamenti che possono avere un impatto negativo sull’approccio al cibo.

La diminuzione delle abilità visive è imputabile ad una serie di eventi a carattere degenerativo che, con andamento progressivo e graduale e con un’alta variabilità interindividuale, riducono l’efficacia del sistema sensoriale. La diminuzione del senso del gusto e dell’olfatto, soprattutto relative all’intensità con cui si percepiscono sapori e odori, può ridurre il piacere del mangiare. Molte persone anziane lamentano il fatto che i cibi non hanno più il sapore gradevole che avevano in passato. Le modificazioni del gusto sono comunque variabili e spesso associate al massiccio utilizzo di sigarette, alla scarsa igiene orale, agli stati di malattia. Ad ogni modo, sembra che con l’invecchiamento diminuisca la capacità di identificare i sapori principali. La percezione del dolce probabilmente è più preservata rispetto alle altre.

L’ipotalamo svolge un ruolo essenziale nella regolazione del comportamento alimentare in quanto capace di ricevere numerosi segnali e inviare a sua volta stimoli capaci rispettivamente di attivare o inibire l’assunzione del cibo. Esiste una comunicazione bidirezionale tra ipotalamo-corteccia cerebrale e ipotalamo-periferia che si sviluppa attraverso impulsi afferenti sia sensoriali che umorali, grazie anche alla mediazione di neurotrasmettitori. In pratica, l’ipotalamo acquisisce una serie di informazioni dagli organi di senso. Dallo stomaco poi, giungono informazioni sullo stato di pienezza o di vacuità dell’organo. L’instaurarsi di uno stato anoressico nell’anziano sembra sia da attribuirsi principalmente all’alterazione di segnali gastrici che provoca un precoce senso di sazietà. Le persone anziane sembrano sentirsi più sazie con minori quantitativi di cibo, fenomeno che potrebbe essere causato da una diminuzione dello stimolo ad alimentarsi, mediato da diversi ormoni e neurotrasmettitori.

Accanto a questi segnali nervosi, il cervello è in grado di riconoscere dei messaggi chimici che lo aggiornano sullo stato di nutrizione del corpo e sulle sue riserve energetiche. L’ipotalamo elabora tutte queste informazioni ed emette la risposta comportamentale connessa alla ricerca del cibo o all’evitamento.

Sono riconosciute due aree ipotalamiche deputate al controllo dell’assunzione di cibo: la regione ventromediale, che è il centro della sazietà, e quella laterale che è il centro dell’appetito. Alterazioni a vari livelli di questo sistema possono verificarsi con l’invecchiamento e condizionerebbero l’instaurarsi nel soggetto anziano di una sorta di anoressia “fisiologica”, che è strettamente connessa al processo di invecchiamento, ma che, d’altra parte, rende l’anziano particolarmente vulnerabile nei confronti dello sviluppo di forme di anoressia patologica in rapporto a molteplici fattori di rischio fisici, psichici, ambientali e socio-economici.

La Fondazione Umberto Veronesi nel 2016 ha diffuso dei dati preoccupanti: un anziano su due presenta uno stato di malnutrizione e, in alcuni casi, di denutrizione con evidenti condizioni di anoressia senile. Spesso, infatti, l’anziano non si nutre in modo adeguato rispetto al suo reale fabbisogno corporeo in quanto ha una dieta monotona e/o poco varia, oltre che ridotta. A ciò si aggiungono altri problemi legati all’anzianità, come una dentizione imperfetta (mancanza di denti o protesi non più adeguate), disordini della deglutizione, presenza di patologie croniche, polifarmacologia. Tutte queste condizioni creano inappetenza che, a sua volta, può essere aggravata dallo stato di solitudine in cui vivono spesso gli anziani. La riduzione drastica di cibo, infatti, può essere causata non soltanto da difficoltà mediche, ma anche da fattori sociali (difficoltà economiche e disagi socioambientali) e soprattutto psicologici (solitudine, isolamento e alterazioni del tono dell’umore).

Malnutrizione e deterioramento cognitivo

Un’altra condizione che influenza notevolmente l’approccio al cibo è uno stato di deterioramento cognitivo. I rapporti tra dieta e decadimento cognitivo sono tutt’oggi sfumati. Tranne che in qualche caso molto circoscritto, non è possibile tracciare nelle popolazioni di anziani un collegamento diretto tra dieta e processi neurodegenerativi. D’altra parte, le abitudini dietetiche possono contribuire a definire il profilo di rischio di un individuo assieme a tutte le componenti biologiche e di comportamento che condizionano lo stato di salute. È  bene ricordare l’attenzione che bisogna rivolgere all’equilibrio dietetico dell’anziano, perché una carenza alimentare in un organismo fragile potrebbe causare uno scompenso che si riflette anche su altri sistemi e diventa generalizzato.

L’interazione tra demenza e stato nutrizionale è complessa e poco chiara. Difatti, mentre è ancora controversa la relazione causale dei fattori nutrizionali nel determinare i processi neurodegenerativi o vascolari alla base delle sindromi demenziali, è frequente il riscontro della malnutrizione come complicanza della demenza sia nelle forme moderate che severe (González-Gross, Marcos & Pietrzik, 2001; Salerno-Kennedy & Cashman, 2015). Le persone con demenza, infatti, possono arrivare al punto di avere difficoltà di comunicare che hanno fame o che non gradiscono il cibo che gli è stato dato. Essi possono comunicare le loro esigenze attraverso il loro comportamento, ad esempio, rifiutando il cibo o trattenendolo in bocca. Possono avere difficoltà a impugnare le posate o a prendere in mano un bicchiere. Possono anche avere difficoltà a trovare il cibo nel piatto e portarlo alla bocca. Una persona con demenza può non aprire la bocca e potrebbe essere necessario ricordarglielo. Tutto questo lo potrebbe portare a evitare i pasti perché sono fonte di imbarazzo, delusione o tristezza.

Le persone con la variante comportamentale della demenza frontotemporale possono andare incontro a iperalimentazione, avere dei cambiamenti nelle preferenze alimentari e sviluppare l’ossessione per cibi particolari. Possono iniziare a godere di sapori e cibi di cui non erano precedentemente appassionati o possono prendere in antipatia qualche piatto di cui sono sempre stati ghiotti. Questo può essere causa di danni a specifiche aree del cervello o di un’alterata percezione del gusto.

Nel parkinsonismo, i tremori continui possono rendere difficile anche soltanto tagliare il cibo e portarlo alla  bocca. Inoltre, possono provocare una perdita di peso a causa dell’aumentato consumo energetico.

La malnutrizione potrebbe giocare un ruolo importante nella progressione del declino cognitivo. Il riconoscimento precoce e la presa in carico di situazioni di malnutrizione o a rischio di malnutrizione rappresentano importanti interventi di prevenzione per ridurre i fattori di rischio di fragilità degli anziani con e senza demenza con atteso incremento della qualità e della speranza di vita.

 

Digital Perspectives in Psychology: SFU Milano organizza la prima conferenza europea di Psicologia Digitale – Milano, 19 e 20 febbraio 2021

Sigmund Freud University di Milano, in collaborazione con State of Mind e Studi Cognitivi organizza la prima conferenza europea di Psicologia Digitale il 19 e 20 febbraio 2021 a Milano. Il titolo della conferenza è “Digital Perspectives in Psychology”.

 

Le nuove tecnologie e l’avvento del digitale stanno drasticamente modificando comportamenti, modalità di apprendimento, fenomeni psicologici, ricerca, tecniche diagnostiche e riabilitative in psicologia.

Gli sviluppi tecnologici mostrano un duplice aspetto: da una parte essi sono strumenti diagnostici e terapeutici promettenti; dall’altra possono generare importanti cambiamenti non solo sociali ma anche psicologici e mentali che occorre approfondire.

Questo scenario offre nuove sfide e nuove opportunità per i vari settori di ricerca teorici e applicativi delle scienze psicologiche.

La conferenza, prima nel suo genere, rappresenta un’occasione di incontro e confronto per il mondo della psicologia. Essa si articolerà in sei diversi ambiti di discussione:

  • E-Therapy
  • Videogaming
  • Social media
  • Virtual reality
  • Robotica e intelligenza artificiale
  • Digital learning (blended teaching)

La conferenza sarà aperta da una Lectio Magistralis di Daniel Freeman, docente di Psicologia Clinica presso l’Università di Oxford.

I lavori prevedono i seguenti formati: Lectio Magistralis di esperti, poster di ricerca, dimostrazioni pratiche di tecnologie digitali.

L’evento è destinato a ricercatori e psicologi, che avranno la possibilità di valutare conoscenze, strumenti e tecniche da integrare nella propria pratica professionale o di ricerca.

 

L’evento è organizzato dalla Sigmund Freud University di Milano.
Studi Cognitivi e State of Mind sono partner dell’evento.

 

 


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY

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Riflessioni meta-cognitive dello psichiatra psicoterapeuta sul metodo della consultazione terapeutica bi-sistemica singola: domande sistematiche, ‘skilled intuition’ e interpretazione precoce

Il processo duale (intuizione ed analisi) come fulcro della consultazione terapeutica bi-sistemica singola (CTBS) e della comprensione psicoanalitica secondo Theodor Reik.

Il presente articolo segue ad altri due contributi dell’autore, precedentemente pubblicati su State of Mind:
1- Dalla prima visita psichiatrica alla consultazione terapeutica bi-sistemica singola
2- Theodor Reik e la comprensione psicoanalitica

 

Abstract

 In questo lavoro affronto il processo duale (intuizione ed analisi) come fulcro della mia consultazione terapeutica bi-sistemica singola e della comprensione psicoanalitica secondo Theodor Reik. A tale idea di consultazione sono giunto dopo avere precedentemente trasformato la prima visita psichiatrica in una terapia a seduta singola. Spesso i pazienti vengono da noi una o due volte in tutto e quindi la prima visita deve essere già un atto terapeutico. La terapia va intesa come una consultazione in quanto deve anche stimolare le risorse auto-terapeutiche del paziente. Deve essere bi-sistemica in quanto, al tempo stesso, sistematico-analitica ed intuitiva. Anche Reik dà importanza all’intuizione congetturale ed alla successiva comprensione razionale del paziente, valorizzando la soggettività del terapeuta, la sua auto-osservazione interna e la sua ‘response’ globale al paziente. L’intuizione può essere ricercata non solo con le associazioni libere e l’attenzione liberamente fluttuante, ma anche con la ricerca sistematica del terapeuta. La dinamica interattiva tra i due attori, determinata anche dai numerosi cicli di domanda-risposta sempre più mirati, può portare all’intuizione esplicativa del caso.

Parole Chiave: prima visita psichiatrica, terapia a seduta singola, consultazione terapeutica bi-sistemica singola, processo duale, intuizione, unipatia, comprensione, Theodor Reik.

 

Io ho una formazione psicoterapeutica prevalentemente psicodinamica e psicoanalitica, per cui anche la mia prassi fa molto riferimento a tale modello epistemologico ed empirico e mette al centro del processo di cambiamento terapeutico del paziente l’interpretazione, che potremmo denominare ‘interpretazione precoce’, dati i tempi ed i modi della CTBS. Per un approfondimento sul ruolo dell’intuizione nell’interpretazione rimando il lettore ad un interessante lavoro di Cecilio Paniagua (2003). L’autore sottolinea l’esistenza di forti motivazioni nell’analista che lo portano all’interpretazione pre-strutturale (la tendenza a interpretare gli elementi inconsci profondi). Tale interpretazione gratifica più direttamente i desideri di dipendenza dell’analizzando e il narcisismo dello psicoanalista, fornendo contemporaneamente una soddisfazione meno sublimata delle pulsioni epistemofiliche. L’interpretazione precoce può essere un punto di forza del modello CTBS quando il paziente è pronto e disponibile a tale tipo di intervento, un punto di debolezza quando è il contrario perché, in tali casi, anche se intuisci precocemente il nocciolo del problema non lo puoi interpretare al paziente e lo devi tenere per te come congettura. Andando un attimo ad un esempio specifico, se un paziente ha vissuto una violenza fisica e/o mentale nel suo passato, un’interpretazione precoce, nella dinamica di transfert e controtransfert, può essere vissuta anch’essa come un atto violento, come una dinamica sado-masochistica psichica in cui un terapeuta sadico fa allontanare da sé e dal trattamento un paziente masochista.

La CTBS richiede una mentalità ed una prassi specifiche e, pertanto, un addestramento ad hoc, in modo particolare per sviluppare sempre di più nel terapeuta una ‘skilled intuition’. L’unica cosa che non si può fare in corso di CTBS è, ovviamente, la verifica degli effetti di un trattamento farmacologico eventualmente prescritto, in quanto si devono per forza attendere i vari tempi di latenza terapeutica degli psicofarmaci utilizzati. Un allenamento clinico alla celerità ci può essere anche dato dall’effettuazione delle consulenze psichiatriche ospedaliere, ma esercitarsi a fare CTBS è, naturalmente, l’attività formativa più importante per il suo apprendimento. La mentalità più adeguata è quella di pensare che il primo potrebbe anche essere l’ultimo incontro con quel paziente, per cui sfrutto una seduta di circa un’ora fin dai primi minuti. Appena posso, cerco di capire se non rivedrò più il paziente, quindi se tale incontro sarà unico. E, ovviamente, approfittarne per essere immediatamente diagnostico e terapeutico. Vanno comprese, nel più breve tempo possibile, le risorse interne ed esterne, attuali e potenziali della persona, per mantenere con lei un atteggiamento di tipo consulenziale, stimolante l’auto-terapia. Non solo le libere associazioni e l’attenzione liberamente fluttuante sono importanti, ma anche la strategia sistematico-analitica è fondamentale in quanto, con un apparente paradosso, stimola moltissimo anche quella intuitiva. Le varie domande fatte dal terapeuta e le risposte del paziente lo aiutano successivamente a fare ulteriori domande sempre più mirate, e questa continua e specifica interattività lo può condurre ad avere intuizioni spesso decisive per la vera comprensione del caso. L’insight può essere ricercato anche con la sistematicità, come sostiene Carkhuff (1987). Questa mia affermazione sembra in contraddizione con il pensiero di Reik, che temporalmente colloca prima l’intuizione alla ragione, la congettura alla comprensione del paziente. Anche per me viene prima l’intuizione della vera comprensione profonda e terapeutica della persona, ma io posso fortemente stimolare questa intuizione con le tante domande cliniche ed extra-cliniche tipiche dell’atteggiamento medico sistematico ed olistico che fa riferimento al modello bio-psico-sociale del disturbo mentale.

Nella CTBS il numero delle domande è elevato anche perché non devo arrivare a formulare una sola diagnosi clinica psichiatrica o psicologica, ma entrambe. Vedere un terapeuta curioso (ma non narcisista epistemofilo!), interessato e impegnato a fare domande per capire bene come stanno le cose, senza risultare stressante ed invasivo, di solito fa piacere al paziente, che dà il suo consenso ad uno stile di intervista abbastanza strutturata e veloce. All’inizio della CTBS però, se il paziente dimostra di averne bisogno, lo si lascia esporre attivamente e liberamente quello che lui pensa siano i suoi problemi ed il motivo della sua richiesta di consultazione, le sue aspettative, come si fa in un’intervista semi-strutturata. Ma siccome voglio approfittare soprattutto dei primi minuti dell’incontro per inquadrare bene il caso, ho bisogno di essere fin dall’inizio attivo e direttivo, non prolungando troppo questa fase iniziale non strutturata e porre al paziente successivamente domande chiarificatrici al fine di determinare in lui quell’apertura, quella confidenza, quell’’auto-tradimento’ reikiano verso di me che mi permette di intuirlo al più presto per poi comprenderlo e curarlo durante il resto dell’incontro. Quindi, il gioco di forte intersoggettività ed interattività reciproca tra i nostri stimoli attivi (domande, ecc.), la tendenza del paziente ad ‘auto-tradirsi’ con le sue risposte e, di nuovo, la nostra sensibilità iperestesica a captare le sue azioni e reazioni più o meno consapevoli ai nostri input, è fondamentale per il buon esito della CTBS. Il terapeuta non si limita ad identificarsi col paziente, non solo empatizza con lui, ma diventa temporaneamente il paziente stesso, eclissando il proprio Io. Come fa l’attore che non interpreta l’eroe, ma diventa l’eroe stesso. Quindi, in tale luce, possiamo vedere il terapeuta come un attore camaleontico che diventa temporaneamente i suoi vari pazienti. È un essere ‘unipatico’ (Fornaro, 2011). L’intuizione è una forma di intersoggettività primaria che fa meno pensare all’empatia (una forma di intersoggettività secondaria) e di più all’ipotetico substrato neuro-biologico dei neuroni specchio. Il processo empatico è descritto più come se fosse un atto che dipende dal volere conscio, è eseguito meccanicamente dal terapeuta e tale processo può avere un significato euristico solo per gli strati più superficiali della mente, quelli più vicini alla consapevolezza. I neuroni specchio scaricano non solo quando il soggetto compie un’azione, ma anche quando la vedono compiere da un altro soggetto in modo simile. Si tratta di una simulazione incarnata inconsapevole. Da un punto di vista neuro-biologico, è come se il soggetto diventasse temporaneamente l’altro. Negli anni ’30 e ’40, in cui Reik scriveva i suoi libri sull’ascolto psicoanalitico, i neuroni specchio non erano stati ancora scoperti, come anche le differenze funzionali tra i due emisferi cerebrali (emisfero destro più intuitivo, emisfero sinistro più logico-sintetico) e le teorie psicologiche intersoggettive non erano state ancora elaborate e pubblicate. Reik può essere considerato pertanto un precursore di tutto ciò. Reik tendeva ad avere una visione prevalentemente positiva dell’intuizione, come anche tanti altri autori più recenti (me compreso) che si occupano dello studio cognitivo e/o psicoanalitico del processo duale. Ad esempio, nella ricerca sui processi cognitivi diagnostici in medicina generale, abbiamo riscontrato un tasso di errore diagnostico iniziale del 15,6 %. Il medico di famiglia fa meno errori diagnostici quando usa prevalentemente metodi rapidi intuitivi rispetto a quelli ultrarapidi (anch’essi intuitivi) e a quelli lenti, più analitici (Ehrlich, et al. 2018). Ma ancora oggi, altri autori hanno una visione dell’intuizione come di un processo cognitivo che porta all’errore di valutazione, al cosiddetto bias (Kaheman, 2011). L’intuizione ha un grande valore diagnostico e terapeutico, ma è come un’ipotesi che va sempre verificata all’interno di un processo cognitivo duale, con un terapeuta che va progressivamente sempre di più verso una ‘skilled intuition’.

Reik sostiene che è meglio non comprendere il paziente piuttosto che capirlo male. È una sorta di male minore. Ma in tutti i casi, secondo me, la non comprensione o il malinteso possono essere vissuti come un dramma da parte del paziente, magari già non capito in passato dai propri genitori e/o dalle loro figure sostitutive successive (insegnanti, datori di lavoro, precedenti terapeuti, ecc.).

Reik era anche molto critico nei confronti degli psicoanalisti che si facevano influenzare dal loro modello teorico di riferimento, arrivando così a non cogliere la verità interna del paziente. Ciò può risultare anche molto frustrante per il terapeuta in quanto forse è impossibile curare veramente una persona se prima non hai cercato di capirla fino in fondo. La dimensione meta-cognitiva è molto importante perché abbiamo bisogno di ascoltare il nostro ascolto e comprendere la nostra comprensione, sforzandoci di arrivare finalmente ad intuire l’intuizione, che a mio parere ancora sfugge ad una sua identità chiara, nonostante le innumerevoli ipotesi formulate a riguardo ed il grande contributo di Reik. Siccome esiste anche un inconscio inconoscibile e abbiamo i nostri limiti cognitivi di esseri umani, comprendere veramente l’altro e se stessi è sicuramente un’utopia, ma comunque dobbiamo avere almeno una tendenza costante a perseguire tale tipo di conoscenza partecipativa. E mi piace concludere riportando in questa sede le conclusioni epistemologiche a cui giunge Mauro Fornaro (2011), in cui riconosco Reik e me stesso:

Poiché le epistemologie che prevedono un approccio di tipo partecipativo all’oggetto meglio si confanno alle peculiarità della relazione clinica, m’è parso che il vertice dell’intuizione sia raggiunto laddove essa avvenga nel corso e a seguito dell’immedesimazione ‘unipatica’ col soggetto in cura – un’immedesimazione guadagnata in una ricezione passiva, funzionalmente regressiva, attenta alle risonanze somatico-emozionali che il terapeuta avverte nella sua stessa persona.

Ritiro sociale. Psicologia e clinica (2019) a cura di M. Procacci e A. Semerari – Recensione del libro

Il libro Ritiro Sociale a cura di Michele Procacci e Antonio Semerari disegna un modello della sofferenza psicologica incentrato sul deficit delle funzioni regolative delle emozioni, un deficit che ha alla sua base situazioni familiari e sociali di deprivazione relazionale.

 

Nei pazienti è stata la stessa insufficienza di situazioni relazionali soddisfacenti che ha portato al mancato sviluppo della corrispondente competenza sociale; mancato sviluppo che a sua volta aggrava la carenza di relazioni, in un circolo vizioso che si nutre di se stesso.

L’opera espande il modello disregolativo di Semerari dallo spettro drammatico e impulsivo a quello dei disturbi dell’inibizione e del ritiro sociale. Il principio è che anche inibizione e ritiro siano disregolazioni emotive, sia pur meno clamorose dell’impulsività. I vantaggi clinici di questa espansione sono molteplici mentre il rischio è uno solo: che questa espansione non finisca per trasformare ogni disturbo in una condizione deficitaria.

Tuttavia il rischio sembra evitato grazie alla cura degli autori di sottolineare la natura specificamente deficitaria del tipo di inibizione sofferto da questo tipo di pazienti. Soprattutto il primo capitolo è puntuale nel distinguere l’inibizione al comportamento sociale e l’attitudine al comportamento sociale, due dimensioni non sovrapposte che possono andare in direzioni contrarie, con individui che possono mostrare contro-intuitivamente elevata inibizione e altrettanto elevata attitudine o viceversa.

Secondo gli autori chi ha elevata attitudine oppure bassa inibizione non rientrerebbe del tutto nello spettro deficitario e può essere trattato secondo modalità più standard. L’aspetto deficitario è invece trattato nelle sue sottigliezze neurobiologiche nel secondo capitolo; nei suoi aspetti evoluzionistici e motivazionali nel terzo capitolo, capitolo che è l’architrave teorica del modello, permettendo a Semerari e ai suoi di affondare le loro radici nel terreno del paradigma evoluzionista di Liotti; nelle sue manifestazioni sociali nel quarto capitolo nel quale Livia dipinge una affresco dettagliato delle dimensioni della condivisione sociale; nel suo aspetto applicato alla socialità digitale e tecnologica dei tablet e degli smartphone nel quinto; e infine nel suo aspetto clinico vero e proprio nei restanti capitoli che trattano il ritiro sociale nell’autismo, nei disturbi dell’umore, nei disturbi di personalità e nelle psicosi. Il decimo capitolo infine fa la sua proposta di trattamento che si affida ai principi aggiornati del modello metacognitivo interpersonale di Semerari. Chiude il volume un’appendice sugli strumenti di valutazione.

Il sonno, cosa succede se non dormiamo?

Le conseguenze date dal non dormire si ripercuotono sia a livello fisico che psicologico, portando a problemi cardiovascolari, depressione, rischio di diabete e un’importante alterazione delle funzioni cognitive.

 

Il sonno è uno stato di riposo contrapposto alla veglia; è una condizione che implica la mancanza temporanea della coscienza, della volontà e le funzioni neurovegetative rallentano. Tuttavia si tratta di un processo fisiologico attivo e non passivo, dato che, alcune componenti del sistema nervoso centrale e del sistema nervoso autonomo sono in interazione tra loro, inoltre, alcune cellule cerebrali sembrano avere un’attività 10 volte superiore durante il sonno (Buysse, 2014).

Il sonno è suddiviso in fasi, più precisamente 5 stadi, ognuno dei quali, è caratterizzato da onde cerebrali differenti. Quando ci addormentiamo passiamo progressivamente dallo stadio 1 (sonno leggero non-REM) fino allo stadio 4 che rappresenta il sonno più profondo, dopo di che, passiamo al sonno REM (Rapid eye movment) che è la fase durante la quale tipicamente sogniamo. E’ interessante notare che la fase REM non è caratterizzata da un sonno profondo, anzi, il cervello in questo stadio risulta essere attivo tanto quanto mentre svolgiamo un attività intellettuale (come risolvere un problema di matematica, oppure studiare) (Buysse, 2014).

La scienza tutt’ora non sa dare una spiegazione sul perché abbiamo bisogno di dormire, ci sono varie teorie a riguardo, come la teoria della “pulizia”. Secondo questo modello, mentre dormiamo, dei canali che si trovano tra i nostri neuroni si espandono permettendo il passaggio di liquido cerebrospinale, questo processo permette di “pulire” il cervello, portando via prodotti di scarto come le proteine beta-amiloidi.

Anche se non si sa con esattezza il perché dobbiamo dormire, sono ben noti gli effetti dati dalla deprivazione del sonno. Le conseguenze date dal non dormire si ripercuotono sia a livello fisico che psicologico, portando a problemi cardiovascolari, depressione, rischio di diabete (Stenuit & Kerkhofs, 2008). In particolare si denota un’alterazione delle funzioni cognitive, quali calo della memoria, dell’attenzione e della percezione; le alterazioni sono tali che, guidare in uno stato di deprivazione dal sonno è tanto pericoloso quanto guidare dopo aver bevuto alcolici.

Una ricerca pubblicata sul Journal of Experimental Psychology ha dimostrato che anche il “placekeeping” cioè la capacità di seguire procedure complesse risulta essere estremamente alterato in uno stato di deprivazione da sonno; inoltre a livello cerebrale si denota un’attivazione minore della corteccia prefrontale e del lobo temporale.

Contrariamente al pensiero comune, non ci sono prove scientifiche del fatto che la mancanza di sonno possa portare alla morte (Chua et al., 2017).

 

Theodor Reik e la comprensione psicoanalitica

Il processo duale (intuizione ed analisi) come fulcro della consultazione terapeutica bi-sistemica singola e della comprensione psicoanalitica secondo Theodor Reik.

Il presente articolo è il secondo, in ordine di pubblicazione, dei tre contibuti sul tema scritti dallo stesso autore e pubblicati da State of Mind. Il primo e il terzo contributo sono rispettivamente:
1- Dalla prima visita psichiatrica alla consultazione terapeutica bi-sistemica singola
3- Riflessioni meta-cognitive dello psichiatra psicoterapeuta sul metodo della consultazione terapeutica bi-sistemica singola: domande sistematiche, ‘skilled intuition’ e interpretazione precoce

 

Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così. (Italo Calvino – Il barone rampante)

 

Abstract

In questo lavoro affronto il processo duale (intuizione ed analisi) come fulcro della mia consultazione terapeutica bi-sistemica singola e della comprensione psicoanalitica secondo Theodor Reik. A tale idea di consultazione sono giunto dopo avere precedentemente trasformato la prima visita psichiatrica in una terapia a seduta singola. Spesso i pazienti vengono da noi una o due volte in tutto e quindi la prima visita deve essere già un atto terapeutico. La terapia va intesa come una consultazione in quanto deve anche stimolare le risorse auto-terapeutiche del paziente. Deve essere bi-sistemica in quanto, al tempo stesso, sistematico-analitica ed intuitiva. Anche Reik dà importanza all’intuizione congetturale ed alla successiva comprensione razionale del paziente, valorizzando la soggettività del terapeuta, la sua auto-osservazione interna e la sua ‘response’ globale al paziente. L’intuizione può essere ricercata non solo con le associazioni libere e l’attenzione liberamente fluttuante, ma anche con la ricerca sistematica del terapeuta. La dinamica interattiva tra i due attori, determinata anche dai numerosi cicli di domanda-risposta sempre più mirati, può portare all’intuizione esplicativa del caso.

Parole Chiave: prima visita psichiatrica, terapia a seduta singola, consultazione terapeutica bi-sistemica singola, processo duale, intuizione, unipatia, comprensione, Theodor Reik.

 

Lo psicoanalista sorpreso e Ascoltare con il terzo orecchio: Theodor Reik e la comprensione psicoanalitica

La soggettività dell’analista osservatore ha un ruolo insostituibile e, in modo particolare, i suoi processi intuitivi inconsci sono un organo adibito all’indovinare (individuare con esattezza affidandosi all’intuito). Le sensazioni sono impressioni raggiunte con l’intuizione, una sorta di pre-conoscenza. È un sentire qualcosa piuttosto che un conoscerlo o giudicarlo con la ragione. L’inconscio comunica con gli altri inconsci e stabilisce con essi un rapporto di comprensione. Ci dobbiamo pertanto affidare a lui, lasciandoci sorprendere e affidandoci alla regola fondamentale delle libere associazioni e dell’attenzione liberamente fluttuante (metodo funzionale al dialogo tra gli inconsci). Soprattutto nelle prime fasi dell’investigazione non ci dobbiamo aggrappare al pensiero conscio, perché, se rifletti, interrompi l’attività del cercare la verità. L’ordine che governa il processo analitico è quindi determinato dall’azione reciproca degli inconsci ed il cuore del libro Surprise and the Psychoanalyst (Reik, 1936) è costituito dall’esposizione di una teoria dell’ascolto psicoanalitico che individua la specificità di tale ascolto nel ruolo preponderante che in esso svolge il processo inconscio dell’intuizione, sia per intuire il paziente che l’inconscio del terapeuta, che reagisce a quello del paziente. La scansione temporale del processo va dalla registrazione inconscia degli ‘indizi’ alla loro comprensione razionale ed il suo spartiacque è il momento della sorpresa (la reazione di soddisfacimento ad una aspettativa inconscia, come vedremo meglio più avanti). A tal fine è fondamentale la capacità di auto-osservazione del terapeuta.

Auto-osservazione

L’attenzione del bambino piccolo è rivolta inizialmente all’esterno e solo dopo si dirige sul proprio sé. La capacità di auto-osservarsi si sviluppa dalla presa di coscienza di essere osservato dagli altri, che lo considerano come un Io. Il bambino incorpora nel suo Sé, introietta, lo sguardo con cui l’altro significativo lo osserva. Questa introiezione produce una scissione nel Sé, tra una parte che osserva (Super-io) e una parte osservata, ed è tale scissione che rende possibile l’auto-osservazione e la meta-cognizione. Tale capacità è fondamentale per la comprensione della mente altrui, in quanto siamo costretti a guardare profondamente in noi stessi per raggiungere tale scopo. Non è infatti possibile un’introspezione profonda della mente dell’altro senza un confronto inconscio con le nostre esperienze precedenti. La mente inconscia del paziente viene percepita da quella del terapeuta, che è in grado di congetturare i significati nascosti solo attraverso l’utilizzo dei segni, come dice Kant: Nihil est in intellectu quod non prius fuerit in sensibus. L’esperienza ha quindi le sue origini nelle nostre percezioni sensoriali.

Telepatia

C’è una sorta di comunicazione telepatica diretta tra i due inconsci, che non è super-sensoriale e non procede nel vuoto, ma che rende reali quei sensi arcaici, rudimentali, che sono sopravvissuti, ma che si sono alienati alla nostra consapevolezza e che leggono meglio l’istinto rispetto al pensiero. E gli istinti spesso sono più intelligenti della nostra ‘intelligenza’ conscia. Il linguaggio gestuale è un’espressione istintiva e quello verbale ne ha preso parzialmente il posto. La percezione inconscia passa i confini delle comunicazioni ricevute attraverso i nostri organi di senso conosciuti. Tali sensi si riattivano ed utilizzano come segnali l’espressione di stimoli che non superano la soglia della nostra coscienza. Movimenti piccolissimi accompagnano ogni processo di pensiero ed impulsi sotterranei sono costantemente inviati silenziosamente attraverso la parola, il gesto ed il movimento. Tale tipo di comunicazione è comparabile a quella che noi presupponiamo nelle società animali inferiori alla nostra.

Evoluzione e civilizzazione

Nei primi giorni dell’evoluzione l’uomo afferrava più immediatamente cosa passava nella mente altrui, ma poi c’è stata una progressiva perdita di questo tipo immediato di comprensione, grazie all’avanzamento della tendenza a soppiantare l’istinto. Gli animali non hanno bisogno di psicologia, nel senso di una teoria della vita interna degli altri animali, perché loro conoscono con certezza istintiva cosa si muove nella mente dell’altro. Anche l’uomo primitivo non ha bisogno di questo tipo di psicologia, perché possiede ancora in larga misura la stessa certezza istintiva sulla vita mentale altrui. Sempre di più però questa certezza istintiva è andata persa. L’interiorità si è accresciuta più differenziata, ma anche più difficile da conoscere. Ma l’antica affidabilità e immediatezza con cui diventavamo consapevoli degli impulsi negli altri è stata persa solo nella nostra coscienza; nell’inconscio invece è stata preservata. La civilizzazione ha ridotto l’importanza delle percezioni sensoriali. Lo scopo è quello di cavarsela con un minimo di percezione sensoriale, lasciando il susseguente processo di cognizione all’intelletto. E la memoria che si sviluppa diventa un sostituto della percezione sensoriale. La perdita di intensità e di significato dei sensi è un segno della diminuita vitalità della razza umana, associata ad un indebolimento dell’istinto sessuale.

Ci viene ricordato da Freud che i mortali non sono fatti per trattenere i segreti e che quindi, il nostro ‘auto-tradimento’ schizza fuori da tutti i nostri pori. E la pelle, la nostra superficie corporea, è stato il primo organo a far trasparire i processi mentali interni. Noi reagiamo all’inconscio altrui con tutti i nostri organi, con tutti i nostri vari strumenti di ricezione e comprensione.

Introiezione e proiezione

Incorporare qualcosa, divorarla, è il modo elementare con cui i primitivi rendevano le cose comprensibili, le rendevano proprie. Il fatto che l’origine della comprensione fosse l’atto di incorporare l’oggetto, di sentirlo dentro di sé, non ha mai perso di significato. All’inizio della vita c’è solo l’Io del bambino. Il mondo esterno ed i suoi oggetti, come il suo corpo ed i suoi organi, appartengono a lui. Successivamente, il mondo esterno viene gradualmente e, con esitazione, separato. Ma, in un certo senso, rimarrà per sempre una parte distaccata del suo Io. Nel processo di introiezione, l’Io non fa altro che riappropriarsi di una parte di sé, temporaneamente separata dalla spinta della realtà. Si tratta di una forma di cannibalismo psicologico, che connette la passione più sublimata della conoscenza altrui al desiderio primitivo di divorare. L’oggetto compreso deve essere cambiato da se stesso ad una parte dell’Io, da qualcosa di esterno a qualcosa di interno al soggetto. L’introduzione di un oggetto dentro di noi determina un cambiamento del nostro Io. Per un momento l’Io diventa l’oggetto. Abbiamo divorato l’oggetto ed il nostro Io, temporaneamente, non c’è più. Questa assimilazione inconscia per introiezione dell’oggetto è la naturale attitudine dell’Io inconscio a trasformarsi temporaneamente nell’altro. Per comprendere l’inconscio di un’altra persona dobbiamo quindi, almeno per un istante, trasformarci in lui, diventare l’altro. Possiamo capire però solo lo spirito che ci rassomiglia e comprendere l’esperienza di un’altra persona soltanto sperimentandola in noi stessi. L’analista, vibrando inconsciamente al ritmo pulsionale dell’altro, inconsciamente risponde ai vissuti comunicati dal paziente, ed è l’osservazione analitica di questa sua risposta che gli permette di indovinare e comprendere i processi inconsci del paziente. Dopo l’introiezione abbiamo la proiezione, grazie alla quale l’Io trasformato viene gettato all’esterno e percepito come un oggetto psicologico. Questo processo costituisce la ri-emergenza, dall’Io inconscio dell’analista, dei vissuti pulsionali del paziente precedentemente introiettati e rielaborati. L’impulso del paziente, che ha inconsciamente riattivato un impulso corrispondente nell’analista, viene visto esternamente. L’osservazione di tali impulsi repressi o rimossi è solo possibile attraverso la via indiretta della percezione interna del terapeuta. Posso comprendere quindi l’esperienza altrui solo se la vivo io. L’analisi dell’altro può portare, in un modo peculiare ed indiretto, alla congettura di processi segreti che sono nel nostro Io, proseguendo in tal modo l’auto-analisi del terapeuta. L’analisi è, pertanto, un processo di ‘illuminazione reciproca’.

Terapeuta come attore

Sul palco, l’attore diventa l’eroe, sente quello che lui sente. Si trasforma in lui nel momento che lo sta recitando. I grandi attori non entrano nella personalità dell’eroe, ma diventano l’eroe stesso. Non imitano la sua esperienza, ma realmente vivono il suo destino, con l’aiuto delle loro possibilità psichiche interne e delle tracce di memoria delle proprie esperienze. Non c’è quindi empatia, identificazione, ma un cambiamento nell’Io dell’attore a livello inconscio. C’è quindi in lui una memoria inconscia ed un rivivere le proprie esperienze del passato.

Congettura e comprensione

Gli impulsi e le idee inconsce del paziente non stimolano subito l’analista ad una comprensione psicologica. Il loro primo effetto sarà invece quello di stimolare inconsciamente in lui impulsi ed idee simili. L’impulso del paziente crea un eco nell’inconscio dell’analista e tale eco è il fattore determinante della congettura psicologica. Questa è la base istintiva della comprensione psicologica e l’effetto psichico prodotto sull’analista dai segnali dell’inconscio del paziente non è un semplice processo di identificazione, ma un cambiamento dell’Io inconscio del terapeuta. C’è quindi un intervallo di tempo inconscio, un periodo di latenza per giungere alla comprensione psicologica, partendo da una congettura iniziale. In questo stadio preliminare l’analista si comporta come un investigatore che ha premura di preservare ogni indizio raccolto per poi farne uso. La fase intuitiva, congetturale, dell’ascolto è composta dalla sequenza temporale di tre processi diversi: la percezione conscia, preconscia e inconscia di elementi significativi del materiale portato dal paziente; l’assimilazione da parte dell’inconscio dell’analista di questi elementi (introiezione); la ri-emergenza nella coscienza dell’analista degli elementi che erano stati inconsciamente assimilati. Reik concepisce l’ascolto clinico come un passaggio graduale di durata imprevedibile tra una fase intuitiva, in cui l’analista perviene inconsciamente a indovinare – o a congetturare – il significato inconscio di alcuni elementi del materiale portato dal paziente, e una fase di comprensione. Nel congetturare, le tracce di memoria del terapeuta (conoscenza inconscia) sono più importanti della sua conoscenza conscia. La specificità della psicoanalisi risiede quindi nei processi della fase intuitiva, congetturale, dell’ascolto. L’ascolto analitico è un dispositivo psicologico volto specificamente alla produzione di intuizioni e l’intuizione è centrale nel processo della comprensione psicologica. Ciò che però all’inizio è stato spesso afferrato e congetturato solo inconsciamente deve passare attraverso il filtro dell’intelletto prima che la sua verità possa essere confermata.

Ascoltare col terzo orecchio

Riprendendo la genesi dell’auto-osservazione, il terzo orecchio non è altro che la terza persona presente nell’auto-osservazione, dopo la prima che è il Sé osservato, e la seconda, che è il sorvegliante interno introiettato (tenere sotto controllo il controllore introiettato, per ascoltare le voci interne che lo rappresentano). L’analista ascolta col terzo orecchio, udendo non solo ciò che il paziente dice, ma anche le proprie voci interne che emergono dalle profondità del proprio inconscio. L’analista ha una certa abilità e sensibilità (iperestesia) ad afferrare e a decodificare i prodotti e i segni dell’inconscio del paziente. Con la percezione endopsichica, l’osservazione dell’altro è deviata nell’osservazione dell’Io (che gioca il ruolo di medium), o piuttosto di una parte dell’Io del terapeuta, trasformata dall’introiezione del paziente in una esperienza inconscia dell’Io.

Intuizione e insight

Psicologicamente, l’intuizione è come una forma di visione, in cui una ricognizione di certe relazioni finora inconsce forza la via verso la consapevolezza. La cosa essenziale è un’immediata, o apparentemente immediata, comprensione conscia di una cognizione finora inconscia, con un vissuto di sorpresa.

L’insight è il momento in cui un’idea emerge dall’inconscio, passando dal processo psichico primario a quello secondario. L’emergenza dai piani profondi ed oscuri del pensiero dell’analista è preceduto per una frazione di secondo da un senso di alienazione, come di assenza mentale, di sensazione nebbiosa. E’ come se una cognizione analitica fosse annunciata da un momento di eclisse che la precede. Il buio più profondo precede l’alba. Forse questo momento di eclisse prima della congettura è solo l’espressione di una resistenza inconscia alla cognizione che si sta spingendo nella consapevolezza e, allo stesso tempo, il segnale della sua emergenza imminente. Dopo tale situazione caotica di passaggio si ha la lucidità immediata con cui l’idea supera la soglia della consapevolezza, la conclusione arriva nella mente del terapeuta che vive l’esperienza: ‘Oh, that’s it’.

Response

Reik non usa mai la parola ‘contro-transfert in quanto la ‘response’ è un fenomeno molto più olistico. È una reazione globale dell’analista alle comunicazioni, verbali e non, della persona analizzata. Tale risposta include tutti i tipi di impressioni ricevute ed include la consapevolezza delle voci interne reattive dell’analista verso il paziente. E’ un’esperienza interna prevalentemente inconscia e solo una sua piccola parte diventa conscia. La ‘response’ è il risultato di questa rielaborazione inconscia, è fondata sull’esperienza sensoriale del terapeuta e si palesa consciamente con un’intuizione. E tale ‘response’, nel momento in cui raggiunge l’introspezione più profonda nell’inconscio, ha la natura della sorpresa.

Surprise

La sorpresa del paziente e del terapeuta è influenzata da un risparmio di operazioni intellettuali consce in quanto l’intervento dell’inconscio permette un cortocircuito al posto delle inferenze logiche. Un paziente è sempre sorpreso quando gli viene detto un qualcosa che inconsciamente già conosce. Quindi, la sorpresa è una reazione al soddisfacimento di una aspettativa inconscia. Anche per l’analista la conoscenza più vitale ottenuta dell’inconscio rimosso del paziente è una sorpresa e deve utilizzare gli stessi meccanismi del processo primario utilizzati dal paziente se vuol scoprire il significato segreto dei processi inconsci.

Velocità di comprensione

Reik (1948) affronta anche il tema della velocità dei processi cognitivi di comprensione del paziente, evidenziandone le possibilità ed i limiti:

La prova scoperta dalle prime impressioni qualche volta conduce ad introspezioni che sarebbero state altrimenti ottenute solo dopo un lungo tempo e con uno sforzo di duro lavoro di scavo psicologico.

Evidenzia perfino l’importanza diagnostico-terapeutica della prima fase interattiva paziente-terapeuta antecedente al primo incontro:

L’analista può raggiungere qualche introspezione psicologica di un paziente perfino prima dell’inizio del trattamento se si fida delle sue impressioni, appena si rende consapevole di loro.

Ma la velocità di comprensione dell’altro non può essere sempre intesa come ipervelocità forzata:

La comprensione psicologica dei processi inconsci richiede, come tutte le comprensioni, un tempo definito, che varia in ciascun caso. La nascita di un’idea analitica può essere lievemente accelerata come la nascita di un bambino. Ma se noi cerchiamo di accelerare il progresso di una gravidanza, il risultato sarà un aborto. L’essenza dell’intervallo inconscio, questa fase fruttifera, consiste nel nostro non insistere coscientemente per comprendere i processi interni ed avere fiducia degli sforzi psicologici del nostro inconscio nel corso del tempo.

 

Mondi psicopatologici (2018) di G. Stanghellini e M. Mancini- Recensione del libro

Mondi psicopatologici assomiglia ad una guida per un viaggio interiore: si divide in due parti, la prima che contiene le informazioni utili, la seconda dove ci sono alcune mappe della psiche umana da esplorare.

 

Sono mappe, appunto, e come tali servono ad orientarsi, ma non pretendono di esaurire la reale particolarità di ciascun mondo. Infatti, leit motiv del libro rimane l’unicità di ciascun essere umano, che sì, presenta tratti e sfumature categorizzabili ma che difende con forza la propria essenza speciale.

Come gli autori stessi esplicitano nella prefazione, lo scopo di questo libro è fondare la pratica dell’intervista terapeutica […] su concetti chiave come ‘soggettività’, ‘persona’, ‘mondo della vita’, ‘emozioni’, ‘valori’, ‘significato’, cura’ e ‘comprensione’ ispirandosi alla tradizione della psicopatologia fenomenologica, approccio che essi definiscono come costruito sull’esperienza individuale del paziente, sulle sue emozioni, sui suoi valori e sulla loro interazione (Prefazione, XV). Il loro monito è quello di andare oltre e sganciarsi dal colloquio clinico che miri esclusivamente a categorizzare i sintomi svuotandoli di soggettività, per spostarsi sempre più su un piano di comprensione, di ricerca di significato, di costruzione di un noi terapeutico, passando dalle emozioni e dai valori propri di ciascun paziente, riconoscendo senso e valore a ogni forma di vita (Prefazione, XX).

Il volume ha essenzialmente due grandi sezioni: la prima più tecnica, focalizzata sul saper-fare, il bagaglio che l’esploratore deve riempire consapevolmente con l’attrezzatura necessaria per avventurarsi nei mondi dei pazienti; la seconda riguarda il sapere, ciò che gli autori definiscono come una cartografia del mondo della vita in cui vivono le persone affette dai principali disturbi mentali, dell’atmosfera emotiva e della struttura dei valori con cui le loro esperienze si intrecciano (p. 188).

‘Lo zaino dell’esploratore’ contiene una serie di indicazioni per condurre un’intervista terapeutica che abbia come obiettivo la comprensione dei vissuti legati all’esperienza soggettiva psicopatologica più che la categorizzazione sterile di sintomi e la definizione di quadri clinici. Per far questo gli autori propongono un approccio che superi il razionalismo scientifico in modo da preservare una sensibilità fenomenologica e raggiungere una comprensione del significato e della situazione clinica come sentita (p. 23).

È una sezione di stampo più specialistico, che racconta appunto dei limiti di un approccio esclusivamente tecnico (vs approccio fenomenologico); troviamo qui una definizione del concetto di sintomo spaziando dal punto di vista biomedico a quello psicodinamico, fino all’idea che il sintomo è l’opportunità per il paziente di ottenere una nuova consapevolezza di sé. Il sintomo è la manifestazione di un significato a cui solo il sintomo ha dato l’opportunità di emergere (p. 51). La cassetta degli attrezzi si compone di strumenti cari alla tradizione fenomenologica, quali l’epochè (o la sospensione del giudizio), la comprensione empatica e eidetica (ossia la comprensione della più profonda essenza del fenomeno) e la comprensione dialettica, concetto che riporta all’idea del sintomo come incontro della persona con la sua alterità, che consente alla persona di mettersi in una diversa prospettiva per accrescere la conoscenza del proprio Sé, la cui costruzione è intesa come un processo narrativo e dinamico di cui ciascuno è attivo protagonista. Essi considerano in generale la patologia mentale come una crisi di dialogo (p. 66) tra la persona e la sua alterità, una sorta di rottura della continuità personale, che si manifesta attraverso il sintomo, la cui forma, decorso e esito è nelle mani attive del paziente. Viene illustrato il concetto di mondo della vita composta dalle dimensioni del corpo, l’alterità, il tempo, il Sé, lo spazio così come vissute da chi lo abita; preminente è il ruolo delle emozioni, che rivelano come il mondo è per me (p. 118), dei valori, la chiave per comprendere la forma di vita, l’essere nel mondo di una data persona (p. 152), e del bisogno di riconoscimento da parte dell’altro che si trascinano.

L’intervista terapeutica di stampo fenomenologico viene quindi intesa come ricerca di significato (p. 159) attraverso il dialogo, che diviene strumento di cura (p. 171). Il metodo proposto e esplicato è il cosiddetto metodo PHD che vede l’integrazione di tre dispositivi fondamentali: la fenomenologia – Phenomenology -, l’ermeneutica – Hermeneutics – e il pensiero psicodianamico – psycho-dynamics – (Stanghellini, 2016; 2017).

Dopo questo a tratti faticoso e lento excursus tecnico, che rimane certamente puntuale, prezioso e necessario per una piena comprensione del metodo fenomenologico, si approda finalmente nella seconda parte, quella dedicata a I mondi della vita. Questi sono intesi come il mondo del paziente, fatto di un’atmosfera psichica, un nucleo emotivo e una struttura di valori che ricoprono un ruolo fondamentale nella propria costruzione della visione del mondo (p. 189), il cui accesso da parte del clinico attraverso un’intervista terapeutica scevra di pregiudizi e mossa solo dal desiderio di un’autentica e libera conoscenza dell’altro così com’è e così come sente e vive il e nel suo mondo, diventa il primo e più importante passo per avvicinarci alla cura, in relazione e con il dialogo.

Le descrizioni che seguono riguardano il mondo delle persone fobiche, isteriche, narcisiste, borderline, paranoiche, delle persone tossicomani e di quelle affette da disturbi della nutrizione e dell’alimentazione; il mondo delle persone melanconiche, maniacali e schizofreniche. Tali quadri psicopatologici vengono proposti attraverso l’analisi e la descrizione delle esperienze e dei vissuti di ciascuna delle dimensioni che compongono i mondi della vita (tempo, spazio, corpo, altro, Sé, emozioni e vissuti). Naturalmente, come intuibile e come esplicitato anche dagli autori stessi, tale sezione è incompleta e non esaurisce tutto il panorama psicopatologico, ma al momento affronta i più gravi disturbi mentali (tralasciando le forme più sfumate e vicine alle esperienze psicopatologiche quotidiane) offrendone dei prototipi che fungano da faro, mantenendoci ancorati al concetto che ciascuna persona, per quanto possa attraversare e sostare in tali mondi, conserva sfumature esistenziali tipiche e individuali, preziose e imprescindibili nella pratica clinica terapeutica.

Mondi psicopatologici è un volume prezioso e uno strumento di lavoro di grande spessore e fresca accessibilità, che apre ad un panorama teorico-clinico nuovo, differente seppur con tanti punti di contatto con l’approccio costruttivista, che aggiunge conoscenza e può permetterci di allargare – se accolto e integrato – i nostri orizzonti teorici e pratici.

 

 

La terapia EMDR in bambini e adolescenti con Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD): efficacia e follow-up

La letteratura mostra risultati efficaci in relazione al trattamento terapeutico con EMDR negli adulti, ma poche sono le ricerche effettuate sull’effetto nei bambini e negli adolescenti; tuttavia, gli studi svolti fino ad ora confermano la validità dell’EMDR nel trattamento del PTSD infantile.

 

I bambini, come gli adulti, possono fare esperienza di eventi traumatici nel corso della loro vita; questi eventi (abusi, guerre, incidenti e disastri naturali) possono causare lo sviluppo in età infantile o adolescenziale del Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD, Luthra et al., 2009). Gli effetti e le conseguenze che il PTSD può avere sulla vita sociale e psicologica del bambino sono devastanti e spesso è frequente la comorbilità con altri disturbi psicopatologici, quali ansia, depressione e disturbi della personalità. Alcuni dei sintomi caratteristici del PTSD nei bambini e adolescenti sono: flashback e incubi riguardanti l’evento traumatico, difficoltà nell’espressione delle emozioni ed evitamento di luoghi, persone o attività che ricordano l’evento; disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, iperattività, aumento dell’irritabilità e della rabbia (Foa, Keane, Friedman, & Cohen, 2008).

Possibili terapie per il trattamento del PTSD sono la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma (TF-CBT) e la terapia basata sulla desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (EMDR). Nello specifico, la terapia EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia che utilizza i movimenti oculari, o altre forme di stimolazione bilaterale alternata destra/sinistra, per trattare i disturbi legati direttamente ad esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo. Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico vanno incontro a una desensibilizzazione, perdono cioè la loro carica emotiva negativa e avviene un rapido cambiamento, una ristrutturazione cognitiva che permette di cambiare prospettiva, modificando la valutazione di sé e dell’evento e, di conseguenza, mettere in atto comportamenti più adattivi (Shapiro& Forrest, 2016).

La letteratura mostra risultati efficaci in relazione al trattamento terapeutico negli adulti, ma poche sono le ricerche effettuate sull’effetto nei bambini e degli adolescenti; tuttavia, gli studi svolti fino ad ora confermano la validità dell’EMDR nel trattamento del PTSD infantile, con percentuali superiori rispetto alla TF-CBT (Chen et al., 2018).

Lo scopo del presente studio è valutare se l’EMDR sia effettivamente una terapia efficace nel trattamento del PTSD e se influisce sui livelli d’ansia nei bambini e negli adolescenti. Più nello specifico, l’ipotesi è che l’EMDR riduca i sintomi della patologia, della depressione e dell’ansia nei bambini con PTSD dopo un follow-up di 6 settimane.

Il campione finale dei partecipanti era costituito da 30 soggetti con PTSD (20 ragazze e 10 ragazzi), di età compresa tra i 6 e i 18 anni. Gli strumenti utilizzati erano quattro questionari self-report, somministrati prima della terapia e sei settimane dopo la conclusione del trattamento terapeutico.

  • Demographics questionnaire: è un questionario utilizzato al fine di ottenere informazioni sociodemografiche sui partecipanti della ricerca (età, sesso, famiglia, storia psichiatrica, dati specifici sull’evento traumatico…).
  • Kiddle Schedule for Affective Disorders and Schizophrenia (K-SADS; Kaufman et al., 1997) per bambini e adolescenti: è un’intervista strutturata sviluppata per indagare la presenza di disturbi psichiatrici, attuali e passati, nei bambini e negli adolescenti.
  • Child post-traumatic stress reactionindex (PTSD-I; Pynoos et al., 1987): è un questionario composto da 20 item che valutano la gravità dei sintomi post-traumatici nei bambini e negli adolescenti che hanno fatto esperienza di eventi traumatici.
  • State-Trait Anxiety Inventory (STAI; Gaudry, Vagg, &Spielberger, 1975): è una misura sviluppata per determinare lo stato d’ansia e i livelli dei tratti d’ansia in contesti clinici e di ricerca. La scala è divisa in due parti: la prima parte misura l’attuale stato ansiogeno, mentre la seconda parte valuta i sentimenti generali d’ansia.

I risultati confermano l’ipotesi secondo cui l’EMDR sembra essere efficace per la risoluzione del trauma e, di conseguenza, allevia i sintomi d’ansia, depressione e stress in bambini e adolescenti con PTSD.

La ricerca non evidenzia nessuna differenza significativa tra il tipo di trauma (abusi, incidenti, catastrofi naturali…) e la risposta al trattamento; tuttavia, questi dati dovrebbero essere supportati anche da studi con campioni di dimensioni maggiori per poter essere generalizzati. Infine, il campione dei soggetti era costituito sia da coloro che utilizzano farmaci psicotropi e sia da coloro che non hanno utilizzato alcun farmaco durante la terapia: nell’analisi statistica, non è stata trovata nessuna differenza significativa tra i pazienti che hanno usato i farmaci e quelli che non lo hanno fatto, in termini di risposta al trattamento.

Un punto di forza del presente studio è che esso ha dimostrato un tasso minimo di abbandono, in quanto essendo l’EMDR una terapia più breve rispetto ad altre tipologie di terapie cognitive, la propensione a portarla a termine era maggiore. I limiti, invece, sono: la piccola dimensione del campione, l’assenza di un gruppo di controllo e la mancanza di misurazioni di follow-up. Pertanto, non è possibile fare deduzioni sugli effetti più a lungo termine dell’EMDR; un’altra limitazione è costituita dai fattori confondenti, come ad esempio il tipo di trauma e la frequenza del trauma. Infine, la mancanza di un’equa distribuzione dei sessi può essere considerata una limitazione, il numero di ragazze, infatti, era superiore a quello di ragazzi.

 

 

I bias cognitivi rivolti alle policy del nudging

Tradizionalmente, per indurre un cambiamento comportamentale a livello individuale e collettivo, la scatola degli attrezzi dei policy-makers è dotata in primis di divieti, obblighi, sussidi, sanzioni, tassazione, politica dei prezzi. Grazie alla sostituzione di tali attrezzi – in parte obsoleti e non più competitivi nel costo – con altri di nuova generazione, si sta implementando in modo crescente il nudging.

 

E’ una policy di soft power per scoraggiare un’azione o il consumo di un bene/servizio (demerit good) – ovvero incoraggiarne altri (merit goods); in più, è una policy low cost fondata sulla moral suasion. E in tempi di conti pubblici critici, tale requisito non è di poco momento.

La celeberrima immagine è quella dell’animale adulto che dà una piccola spinta al cucciolo per aiutarlo a superare un ostacolo o a buttarsi in un’esperienza che lo spaventa, ma che lo premia nel lungo periodo per la sua stessa sopravvivenza.

La teoria del nudge di Thaler (Nobel per l’Economia nel 2017) ha contribuito al consolidarsi dell’economia comportamentale e a utilizzarla nell’analisi e valutazione delle politiche pubbliche. La batteria di strumenti comprende: i bias cognitivi – tra cui il framing effect – e la moral suasion, che sopperiscono alla mancanza di volontà dell’individuo, spesso inducendolo a scelte miopi di appagamento immediato a scapito di quelle (più costose) lungimiranti di lungo periodo.

Numerosi paesi infatti sfruttano positivamente taluni errori sistematici, persuadendo e incoraggiando tramite piccole, ma efficaci ‘spinte gentili’ (nudging), i soggetti verso comportamenti virtuosi sul piano individuale e per la collettività.

Anche il settore privato (ad esempio nel marketing) si avvale del nudging con successo.

La fortuna dello sviluppo delle politiche di nudge è collegata essenzialmente ad almeno tre circostanze: i) l’idea che noi siamo ‘Uomini’ e non ‘Econi’ (Thaler, Sunstein): soggetti fallaci, che si confondono, si contraddicono, dimenticano, le cui previsioni sono per lo più imprecise e distorte. Niente a che fare con l’onniscente e ottimizzante homo oeconomicus (l’Econe); ii) nel 2010, in UK, viene costituita un’unità di ricerca, il Behavioural Insight Team, volta ad attuare, validare e adattare politiche pubbliche basate sul nudging; iii) Sunstein, professore alla Harvard Law School di Economia comportamentale (applicazione dei concetti di psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni economiche), viene nominato dal Presidente Obama capo dell’Ufficio dell’Informazione e delle Regole. Secondo la sua linea, un governo otterrebbe buoni risultati ‘sospingendo’, suggerendo, più che imponendo. Le regole devono diventare l’opzione naturale per una collettività che le sceglie in quanto ritenute migliori e senza che ciò pregiudichi le libertà di scelta.

La filosofia su cui si fonda tale policy è il ‘paternalismo libertario’ di Thaler e Sunstein. Benché libertarismo e paternalismo siano ossimori (Sunstein e Thaler, 2003b), gli autori del nudging, Thaler e Sunstein, creano un ponte tra queste due sponde (Sunstein e Thaler, 2003a): da un lato, ‘paternalisticamente’, si decide che una scelta o un comportamento sia migliore per i singoli e per la collettività – tutelare la salute fisica, l’ambiente, risparmiare per la pensione, ecc. – e dall’altra, non si introducono obblighi né divieti. Se da una parte si spingono le persone a preferire le scelte migliori per loro, allo stesso tempo si lasciano inalterate tutte le opzioni loro possibili (da cui l’aggettivo ‘libertario’). Una leggera spinta verso un comportamento più virtuoso a beneficio dell’individuo e della società può mai essere etichettato pregiudizievole della libertà individuale? Una leggera modifica dell’architettura della scelta, infatti, non è equiparabile a una limitazione della libertà: il soggetto è stimolato a imboccare pattern decisionali che altrimenti avrebbe ignorato per i naturali limiti della razionalità, soprattutto quando si trova a operare in condizioni di incertezza.

Il ragionamento è soggetto a confusioni, cantonate – la maggior parte delle quali rientrano nell’ampia categoria dei bias cognitivi e a naïves semplificazioni. Basti pensare al mental accounting, termine coniato da Thaler per indicare che nella mente non tutti i soldi sono uguali e, di conseguenza, vengono posti in appositi cassetti mentali che aiutano il soggetto a decidere su come allocarli (nel cassetto A si trovano quelli destinati al ménage familiare, in quello B all’istruzione dei figli, nel D vanno quelli per il tempo libero, nel cassetto E i risparmi che si accumulano nel tempo, ecc.).

Ma non è solo la razionalità a essere limitata; lo è anche la volontà, pure nella capacità di autocontrollo. Nelle scelte intertemporali, miopi sul breve periodo vs quelle ottimizzanti di lungo periodo, l’individuo è portato a cedere al canto delle Sirene piuttosto che a essere un pianificatore lungimirante che fa rotta verso la strada di casa (Elstern, 2005).

A tale mix di cedimenti sia nella razionalità sia nella volontà un supporto viene appunto dal nudging. Uno dei temi più cari alla teoria dei nudge è l’opzione di default. Tali opzioni costituiscono scelte predefinite che divengono effettive quando il decision-maker non intraprende azioni per cambiarle. Consiste, quindi, nell’abilità dell’architetto strutturare una situazione o una modalità di vendita di un prodotto/servizio perché l’individuo privilegi la situazione di base senza che senta la necessità di scegliere e fare cambiamenti (status quo bias). Sulla base di tale bias, la strategia degli individui è ‘scegliere di non scegliere’. La situazione attuale viene presa come punto di riferimento (focal point), e qualsiasi mutamento (opt-out) viene considerato una perdita (di varia natura: costi fisici, cognitivi, di tempo, emotivi, ecc.).

Johnson e Goldstein hanno osservato le percentuali di donatori di organi nei paesi europei, rispetto alla popolazione, enucleando due categorie di paesi: uno – che sembrerebbe molto generoso – dove la quasi totalità dei cittadini è donatrice e un secondo – apparentemente più egoista – in cui, invece, i valori sono molto più bassi. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione che l’architettura di un programma di policy riesce a dirigere le scelte di massa a beneficio dell’intera collettività e a gratificare (attraverso il rilascio di dopamina) il singolo donatore, con l’atto del futuro dono. L’architettura della scelta diventa quindi dirimente per la sanità pubblica e per il numero di vite salvate tramite trapianto di organi.

L’opzione di default è l’opzione di partenza e, quindi, la modalità in cui la donazione degli organi è strutturata. Nel gruppo dei paesi con i tassi più alti (l’Austria con il 99% della popolazione), l’opzione di default è quella del silenzio-assenso per cui si è automaticamente donatori e, in vita, si può semmai esprimere la volontà di uscire dal programma (sistema opt-out).

Nei paesi con i tassi più bassi (come la Germania, con il 12 per cento), invece, l’opzione di default è non donare, a meno che in vita si decida di aderire al programma di donazione (sistema opt-in).

La libertà è garantita in entrambe le situazioni, ma il risultato, di fatto, dipende da quale è l’opzione di default. In entrambi i casi la popolazione si appiattisce allo status quo (status quo bias), e quindi al default bias (le persone replicano le scelte passate, si comportano allo stesso modo e vengono prese dalla pigrizia persino quando le circostanze richiederebbero un cambiamento). Si può allora sfruttare in maniera strategica la tendenza al default, avvalendosi dell’umana e generalizzata tendenza a evitare scelte impegnative e pensieri spiacevoli; a risparmiare energia, all’inerzia. Di fatto, quando sono indecise, le persone aderiscono a quanto fanno gli altri (effetto gregge) o, semplicemente, a non far nulla.

Istituti finanziari del nord Europa hanno impostato i clienti come investitori etici. Se qualcuno desidera sottoscrivere fondi non etici, deve firmare una specifica lettera. In pratica, puntano sulla pigrizia dell’utente.

Il Massachusetts General Hospital, per migliorare la salute dei propri dipendenti, ha usato due accorgimenti presso la mensa: evidenziare con un segnale tipo semaforo il livello di benessere dei cibi in vendita (verde per le insalate, rosso per gli hamburger); mettere ad altezza occhi i cibi più salutari e abbassare il junk food. In due anni, secondo i dati della ricerca, vi è stato un calo del 39% nel consumo di cibo spazzatura.

In UK le utilities di luce e gas hanno inviato ai clienti lettere con frasi del tipo: 9 persone su 10 nel tuo quartiere pagano la bolletta con regolarità; il consumo della tua abitazione è superiore alla media del tuo vicinato. La ricerca dimostra che chi ha ricevuto simili pungoli ha pagato più velocemente il debito e ridotto il consumo elettrico.

Anche in questi due ultimi esempi è bastato cambiare il frame per ottenere risultati efficaci.

Altro esempio di nudging è ispirato alla Fun Theory (something as simple as fun is the easiest way to change people’s behaviour for the better). Per il loro interesse – fare moto – si invoglia all’azione le persone, vincendo la loro naturale pigrizia, puntando sul divertimento. A Stoccolma, nella metropolitana di Odenplan, proprio accanto alla scala mobile, è stata creata una bellissima scala dove i gradini sono configurati e disegnati come la tastiera di un pianoforte e i gradini, calpestandoli, emettono ciascuno una nota di pianoforte (Piano Stairs).

Tuttavia, le contestazioni sulle politiche pubbliche basate sul nudging non hanno tardato: il conduttore tv ultraconservatore Glenn Beck ha etichettato Sunstein l’’uomo più pericoloso d’America’: i suoi ‘buoni consigli’ sono una limitazione delle libertà individuali. Sugden ha criticato l’uso del nudging per le politiche pubbliche perché in qualche modo avalla e sfrutta i bias stessi e le ‘cascate informative’, processi per cui le scelte errate compiute da alcuni in anticipo, inducono altri soggetti a trascurare le proprie informazioni e valutazioni in base all’ipotesi che coloro che hanno deciso per primi, erano consapevoli di cosa stessero facendo. Oppure, un individuo che decide in ritardo tenta di evitare le conseguenze sulla propria reputazione dovute a scelte contrastanti da quella modale. Si tratta insomma di un effetto gregge che amplifica e rende collettivi i bias cognitivi. Perciò, le politiche di nudging possono finanche amplificare gli errori cognitivi compiuti da altri, lavorando contro altre importanti politiche, tipicamente di debiasing. Il ‘paternalismo liberale’ – con i suoi escamotage – rischia di trasformarsi in un sottile metodo di controllo intrusivo – e persino manipolatorio – della sfera economica nella libertà del cittadino di decidere cosa sia davvero meglio per sé.

Forse, più che di ‘pungoli’, ci sarebbe bisogno di porre le persone nelle condizioni di scegliere consapevolmente, sollecitando quello che Kahneman definisce ‘pensiero lento’, ossia il sistema di pensiero riflessivo, intenzionale e logico, che secondo gli esperimenti verrebbe attivato quando l’individuo pone attenzione, le/gli vengono forniti più elementi di giudizio e tempo sufficiente per operare la scelta.

Al di là del dibattito sul ruolo della libertà del cittadino, l’applicazione e la diffusione del nudge costituiscono una innovazione forte di evidence based policy, cioè del ricorso a policy validate empiricamente con approcci rigorosi.

 

Dalla prima visita psichiatrica alla consultazione terapeutica bi-sistemica singola

Il processo duale (intuizione ed analisi) come fulcro della consultazione terapeutica bi-sistemica singola e della comprensione psicoanalitica secondo Theodor Reik.

Al presente articolo seguono altri due importanti contibuti dell’autore sul tema:
2 – Theodor Reik e la comprensione psicoanalitica
3 – Riflessioni meta-cognitive dello psichiatra psicoterapeuta sul metodo della consultazione terapeutica bi-sistemica singola: domande sistematiche, ‘skilled intuition’ e interpretazione precoce

 

 

Abstract

In questo lavoro affronto il processo duale (intuizione ed analisi) come fulcro della mia consultazione terapeutica bi-sistemica singola e della comprensione psicoanalitica secondo Theodor Reik. A tale idea di consultazione sono giunto dopo avere precedentemente trasformato la prima visita psichiatrica in una terapia a seduta singola. Spesso i pazienti vengono da noi una o due volte in tutto e quindi la prima visita deve essere già un atto terapeutico. La terapia va intesa come una consultazione in quanto deve anche stimolare le risorse auto-terapeutiche del paziente. Deve essere bi-sistemica in quanto, al tempo stesso, sistematico-analitica ed intuitiva. Anche Reik dà importanza all’intuizione congetturale ed alla successiva comprensione razionale del paziente, valorizzando la soggettività del terapeuta, la sua auto-osservazione interna e la sua ‘response’ globale al paziente. L’intuizione può essere ricercata non solo con le associazioni libere e l’attenzione liberamente fluttuante, ma anche con la ricerca sistematica del terapeuta. La dinamica interattiva tra i due attori, determinata anche dai numerosi cicli di domanda-risposta sempre più mirati, può portare all’intuizione esplicativa del caso.

Parole Chiave: prima visita psichiatrica, terapia a seduta singola, consultazione terapeutica bi-sistemica singola, processo duale, intuizione, unipatia, comprensione, Theodor Reik.

English abstract

In this paper I face dual-process (intuition and analysis) as the heart of my single bi-systemic therapeutic consultation and of Theodor Reik’s psychoanalytic comprehension. I arrived at such idea of consultation after previously transforming first psychiatric visit into a single session therapy. Often patients come to us once or twice at all, so first psychiatric visit has already to be a therapeutic act. Therapy must be intended as a consultation because it has also to stimulate patient’s self-healing resources. It has to be bi-systemic because, at the same time, systematic-analytic and intuitive. Also Reik gives importance to conjectural intuition and to next rational comprehension, appreciating therapist’s subjectivity, his inner self-observation and his global response to the patient. Intuition can be found not only by free associations and free floating attention, but also by a therapist’s systematic research. The interactive dynamic between the two actors, also caused by several cycles of question-answer always more targeted, can bring to the explicative intuition of the case.

Key Words: first psychiatric visit, single session therapy, single bi-systemic therapeutic consultation, dual-process, intuition, unipathy, comprehension, Theodor Reik.

Introduzione

Nel 2007 applicai il modello manageriale della Qualità Totale ad un’ipotesi riorganizzativa del Dipartimento di Salute Mentale che tendesse all’eccellenza, partendo da un cambiamento radicale della prima visita psichiatrica (Gherardi, 2007). In un mio articolo del 2014, ho poi proposto di trasformare la prima visita psichiatrica tradizionale (PVP) in una terapia a seduta singola (TSS) e, successivamente, in una consultazione terapeutica bi-sistemica singola (CTBS), in quanto i pazienti vengono spesso da noi una o due volte in tutto e quindi, la prima visita deve essere già un atto terapeutico. Nel 1985 partecipai ad una ricerca presso il servizio psichiatrico territoriale di Imola sugli autodimessi di quell’anno (8,6 %) (Gallo, et al. 1988). La maggioranza di tali autodimessi (2 su 3) erano rappresentati da prime visite, che interrompevano il rapporto alle prime consultazioni in quasi la metà dei casi (il 47,7 % dopo 1-3 consultazioni). Nel corso del 2011, il 28,5 % delle mie prime visite psichiatriche private ha avuto con me solo un incontro, l’11,4 % due in tutto. Nel 2012 tali percentuali sono lievemente diminuite, rispettivamente al 26,4 % e all’8 %. In sintesi, nella libera professione psichiatrica, circa un paziente su quattro viene da noi una volta in tutto (Gherardi, 2014).

La terapia va intesa come una consultazione, perché è finalizzata anche a stimolare le risorse auto-terapeutiche del paziente. E’ bi-sistemica in quanto, al tempo stesso, è sistematico-analitica ed intuitiva nelle modalità d’indagine e di cura (teoria del processo duale). Il terapeuta infatti usa, contemporaneamente, la parte conscia ed inconscia della propria mente, per comprendere e curare. In modo particolare, utilizza l’intuizione dell’inconscio, una forma di intelligenza propria dei suoi strati più superficiali, la logica del processo primario. La CTBS è quindi una forma di consultazione terapeutica anche intuitiva in quanto, come sostiene Jung (1921), chi intuisce carica anche l’oggetto intuito di un influsso inconscio. Non si possono infatti separare le forme epistemologiche di comprensione dell’altro e di se stessi dalle forme conseguenti di terapia. Rimando il lettore allo splendido articolo di Mauro Fornaro sulla validità epistemologica dell’intuizione nella clinica psicoterapeutica (2011). Comunque, non sempre abbiamo bisogno di utilizzare la nostra intuizione per comprendere pienamente il paziente durante la prima visita. Spesso bastano infatti le nostre abilità sistematico-analitiche.

Recentemente ho partecipato ad uno studio osservazionale prospettico sui processi cognitivi diagnostici in medicina generale, da cui è emerso come i medici di medicina generale usino strategie diagnostiche ‘miste’, ma prevalentemente quelle ultrarapide e rapide, più intuitive, rispetto a quelle lente, più analitiche, per fare diagnosi (Ehrlich, S. et al. 2018). Ho poi utilizzato la stessa scheda sui processi cognitivi diagnostici utilizzati dal medico di famiglia con le mie prime visite psichiatriche private del 2018 e del primo semestre 2019. In tali 18 mesi ho utilizzato l’intuizione pura ‘solo’ in circa 3 pazienti su 10 (nel 32,5 % delle donne e nel 32,7 % degli uomini) e prevalentemente un’intuizione di tipo cognitivo, piuttosto che il ‘gut feeling’. Come dice infatti Reik, la verità è come una donna che non può essere sempre conquistata nello stesso modo e l’essenza della tecnica psicoanalitica è il raggiungimento e la chiarificazione della verità interiore del paziente (Reik, 1948).

Nel mio lavoro del 2014 avevo anche considerato il concetto bioniano di ‘mente binoculare intuitiva’ nell’osservazione non sensoriale del paziente (Bion, 1970). Per Bion risulta fondamentale, a tal fine, l’assenza di memoria, comprensione e desiderio e, secondo lui, anche l’apparato sensoriale può essere d’intralcio all’intuizione psicoanalitica in seduta.

L’osservazione psicoanalitica non riguarda le impressioni sensoriali e gli oggetti percepibili attraverso i sensi. La consapevolezza dei concomitanti sensoriali dell’esperienza emotiva è un impedimento all’intuizione della realtà da parte dello psicoanalista.

Anche per un operatore che, come me, valorizza molto le abilità intuitive del terapeuta, tali affermazioni mi sono sembrate eccessive e mi hanno stimolato ancora di più a riflettere su che cosa consista veramente il processo intuitivo nella sua essenza. Ho perciò attentamente studiato un libro di Duccio Sacchi del 2010 sul pensiero di Theodor Reik riguardo all’ascolto ed alla comprensione psicoanalitica (Reik, 1935 & 1948). Reik nacque a Vienna nel 1888 e morì a New York nel 1969. Psicologo, psicoanalista, fu allievo e amico di Freud. Ritenendo che Reik sia riuscito tanti decenni fa (il 1935 ed il 1948 sono gli anni della prima pubblicazione dei suoi due libri sull’ascolto e sulla comprensione psicoanalitica, da me tradotti dall’inglese e sintetizzati nel presente lavoro) ad avvicinarsi al ‘nocciolo’ dell’intuizione e quindi alla vera comprensione del paziente, ho deciso di scrivere il presente contributo per vedere la CTBS alla luce del suo pensiero illuminante, al fine di un ulteriore chiarimento, evoluzione e potenziamento di tale strategia terapeutica. Come psicologo psicoanalista, Reik è riuscito, con concetti psicoanalitici, ad essere antesignano del modello cognitivo del processo duale (ragionamento intuitivo ed analitico), oggi largamente accettato per la sua validità epistemologica ed empirica (Kahneman, 2011).

Ovviamente, non ci sono ancora in letteratura internazionale studi di efficacia sulla CTBS, in quanto rappresenta un mio modello di intervento molto specifico, da me ancora sottoposto ad ulteriore elaborazione ed indagato per ora parzialmente sotto il profilo diagnostico, coi primi risultati riportati in sintesi precedentemente nel presente lavoro. Per quanto attiene all’efficacia della TSS, da cui deriva il mio metodo, rimando il lettore ai dati abbastanza aggiornati riportati nel libro sulla TSS di Cannistrà e Piccirilli (2018). La TSS tende a massimizzare l’efficacia terapeutica del singolo incontro rispetto a quello tradizionale. Sarebbe interessante condurre in futuro uno studio di comparazione tra TSS e CTBS per vedere se quest’ultima riesce a massimizzare ulteriormente l’efficacia della TSS.

Dalla prima visita psichiatrica alla consultazione terapeutica bi-sistemica singola

Non possiamo più ritenere la PVP come riservata esclusivamente al processo valutativo, diagnostico e di impostazione di un piano terapeutico, ma come un atto terapeutico. Per passare dalla PVP alla TSS ed infine alla CTBS, sono transitato attraverso la Psicoterapia a Seduta Singola (PSS) di Moshe Talmon, ritenuta la forma più breve di psicoterapia, ma non una forma di psicoterapia breve (Talmon, 1990). Per l’analisi della letteratura a riguardo, rimando il lettore ad un mio articolo del 2008. La PSS è un intervento molto più vicino ad una tecnica ‘open-ended’ che ad una psicoterapia breve, perché, in realtà, né il terapeuta né il paziente sanno all’inizio della seduta quale sarà la durata della cura, anche se si erano accordati precedentemente di vedersi una volta in tutto. Dopo la PSS, il terapeuta deve lasciare la porta aperta al paziente, che lo può ricontattare in caso di bisogno. Talmon si propone di ottenere il massimo, sfruttando l’opportunità del primo incontro. Convoglia le risorse del paziente verso la guarigione naturale, scegliendo il metodo meno intrusivo e meno restrittivo, aiutandolo ad aiutarsi da sé, nella cornice del continuo processo di cambiamento tipico dell’uomo. Tale approccio è proposto a pazienti e terapeuti che sono disponibili e motivati a prendersi cura fin dall’inizio del problema. Può utilizzare varie tecniche terapeutiche, purché l’approccio sia adattato alla singola persona, senza costringerla dentro un rigido modello teorico. Solo così infatti l’individuo si sentirà veramente ascoltato e compreso. Considerare tale seduta completa in sé stessa, olistica, terapeutica fin dall’inizio e come se fosse l’ultima, è l’atteggiamento mentale fondamentale.

La consultazione terapeutica bi-sistemica singola

Deve essere sistematico-analitica e, al tempo stesso, intuitiva. E’ un’esperienza di co-pilotaggio, con il terapeuta con le sue competenze ed il paziente con le sue capacità attuali e potenziali di auto-terapia. Il terapeuta deve anche usare il suo inconscio per intuire il paziente e quindi, aiutarlo ad auto-intuirsi per potersi veramente auto-curare. Sull’intuizione rimando il lettore a due mie rassegne della letteratura, dove avevo sviluppato un’idea di terapia intuitiva in psichiatria e psicoterapia (2009 e 2011). In linea con il modello bi-sistemico della mente proposto da Kahneman (due processi di pensiero: il sistema 1, veloce, automatico, intuitivo; il sistema 2, lento, logico e riflessivo) (Kahneman, 2011), ho proposto il modello bi-sistemico della CTBS, al tempo stesso clinico e psicologico, diagnostico e terapeutico, sistematico-analitico ed intuitivo, ovvero conscio ed inconscio. Per rivelare il paziente a se stesso. Con questa forma di intersoggettività primaria, con questo ‘intelligere’ (saper collegare, connettere) inconscio, riusciamo in meno tempo e più facilmente a cogliere l’essenza del paziente e a formulare e ad adottare terapeuticamente un’ipotesi esplicativa profonda.

 

Insonnia: il metodo semplice per (ri)addormentarsi in 7 minuti (2019), di E. Rolla – Recensione del libro.

Insonnia approfondisce temi di grande importanza per la popolazione generale: il sonno e l’insonnia. Enrico Rolla ha affrontato queste questioni in modo chiaro, completo e professionale, realizzando un manuale per i non addetti ai lavori interessati, ma anche un valido riferimento per il professionista che opera per il benessere della persona.

 

 “L’insonnia è un male che affligge quasi dieci milioni di italiani nella sua forma cronica e il 45% della popolazione nella sua forma transitoria”, per non tralasciare il numero di persone che presenta questo problema antecedentemente, in seguito o congiuntamente ad altre forme di disagio psichico (depressione e disturbi d’ansia) e di coloro che pensano di aver risolto il problema delegando ad un farmaco, il quale con il trascorrere del tempo, diminuisce i suoi effetti terapeutici aumentandone quelli negativi.

In questo scenario Insonnia, rappresenta una valida risorsa e risposta a tale problema.

Poter addormentarsi quando si è stanchi e poter deporre un peso che si è portato per tanto tempo, è una delizia, è un fatto meraviglioso.  (Hermann Hesse)

Nel suo ultimo lavoro il grande Prof. Enrico Rolla, ha affrontato e approfondito un tema centrale per la salute della popolazione generale e lo ha fatto in modo chiaro, completo e professionale realizzando un manuale contenente utili consigli per i non addetti ai lavori interessati al tema, ma anche un valido riferimento per il professionista che opera per il benessere della persona.

Insonnia infatti, partendo da un’ampia panoramica su cosa sia il sonno, le sue fasi e gli studi in merito alla quantità di sonno necessaria per età, prosegue illustrando cosa intendiamo per insonnia, quali sono i diversi tipi di insonnia e i fattori causali, entrando poi nel vivo della Terapia Cognitivo Comportamentale per il trattamento dell’insonnia e dei protocolli validati dalle scienze.

Enrico Rolla, all’interno del suo lavoro, ci mostra come procede un intervento terapeutico in tal senso. Dopo un’attenta fase valutativa e di monitoraggio, grazia ad esempio ai questionari e al Diario del sonno che sono contenuti all’interno del testo, si passa all’approfondimento e la spiegazione del programma di trattamento nelle sue varie fasi:

  1. Fase educativa dove vengono fornite spiegazioni sul sonno, igiene del sonno, problematiche relative alla sua mancanza e  relativi programmi di intervento.
  2. L’utilizzo del diario del sonno in cui annotare le ore di sonno, la qualità, il tempo impiegato per addormentarsi la sera e quello per riaddormentarsi quando ci si sveglia di notte.
  3. Valutare la presenza di eventuali disturbi d’ansia o depressione.
  4. Valutare il resoconto storico dell’insonnia, misurando l’efficienza del sonno tramite diario del sonno e relative schede presenti nel testo.
  5. Utilizzare questionari per misurare la gravità dell’insonnia e approfondire atteggiamenti che la persona attua nei confronti del sonno.
  6. Valutare la presenza di comportamenti e abitudini che possono peggiorare il problema.
  7. Individuare le credenze disfunzionali sul sonno, gli sforzi che il soggetto mette in atto per riaddormentarsi, ecc
  8. Insegnare una buona igiene del sonno.
  9. Monitorare i risultati che solitamente si ottengono in poche settimane (4-5).

All’interno del libro vengono inoltre approfondite tecniche come il rilassamento muscolare progressivo, la respirazione diaframmatica o profonda, l’ipnosi e l’autoipnosi, e il valore aggiunto viene rappresentato dalla disponibilità di poterle mettere in pratica grazie alla presenza di file audio che diventano un valido aiuto al training.

Si parla ancora di altre interessanti tecniche come il controllo dello stimolo, la terapia della restrizione del sonno e le tecniche paradossali.

Essere un buon dormitore, in fondo, significa soltanto non pensare al sonno. (Enrico Rolla)

Non viene tralasciato l’aspetto cognitivo tra gli obiettivi del lavoro in studio e tra gli interventi illustrati, all’interno di Insonnia l’attenzione viene posta anche al riconoscere e individuare gli errori di pensiero che i pazienti sviluppano in riferimento al sonno e la relativa assenza dello stesso. Come evidenzia l’autore infatti, non è raro sentire in studio pazienti che riferiscono di aver sviluppato problematiche con il sonno e relativa insonnia proprio a seguito di singoli episodi, i quali sono stati vissuti in maniera catastrofica e con un atteggiamento particolarmente ansioso. Non mancano persone che si impongono di andare a dormire in maniera rigida ad una certa ora, di dover dormire un certo numero di ore o persone che si approcciano al sonno con un atteggiamento profetico “di colui/colei che sa già che passerà un’altra notte insonne…”, predisponendosi in una condizione della profezia che si autoavvera (effetto Pigmalione).

Ma non si può non pensare di aver paura di non dormire. Cosa fare allora? Anche in questo caso Enrico Rolla spiega come  si possa intervenire con tecniche e strategie terapeutiche, trasformando le aspettative (da catastrofiche) a risultati (efficaci ed efficienti). Ne sono esempio l’appuntamento giornaliero con le proprie preoccupazioni, dove la persona dovrà pensare volontariamente, per l’appunto, alle proprie preoccupazioni per un tempo stabilito.

Concluderei riportando alcuni consigli che l’autore ci offre:

  1. Andare a letto quando si ha veramente sonno.
  2. Fare in modo che la camera da letto sia in un posto tranquillo e lontano da fonti luminose.
  3. Dedicare il letto solo al sonno, al sesso e nient’altro.
  4. Limitare il tempo dedicato a guardare uno schermo luminoso prima di andare a letto, come tv, tablet e cellulari.
  5. Seguire delle routine della buona notte, (ad esempio preparando una tisana, leggendo un buon libro, meditando, …).
  6. Limitare i sonnellini pomeridiani.
  7. Mantenere delle accortezze rispetto a ciò che si mangia durante i pasti serali.
  8. Evitare l’assunzione di alcol, caffeina, fumo nelle ore serali in quanto sostanze eccitanti.
  9. Se ci si sveglia durante la notte, non rimanere più di 15-20 minuti a letto, ma alzarsi e cambiare stanza e riprovare a tornare a letto non appena si percepirà nuovamente sonno.

Un libro ricco di informazioni, materiale pronto all’uso, grafici, illustrazioni, file audio e, dunque, non soltanto un ricettario, ma un vero strumento alla portata di tutti e, come lo stesso autore suggerisce, “con l’esercizio, tutti possono diventare “normali o buoni dormitori” e finalmente raccontare che l’insonnia non è più un problema”.

 

Nascono prima le emozioni negative o la metacognizione?

Matthews e Wells hanno ipotizzato nel loro modello che le credenze metacognitive potrebbero precedere l’insorgenza di emozioni negative e disfunzionali. Uno studio ha cercato di esplorare questa eventualità.

 

Secondo il Self-Regulatory Function Model (S-REF), le emozioni negative sono influenzate da determinate credenze metacognitive che inducono l’individuo a reagire allo stress in maniera disfunzionale (Matthews& Wells, 1994). Rimane però una questione aperta se esista un rapporto di causalità tra fattori metacognitivi e sintomi emotivi presenti nei disturbi psicologici.

Secondo il S-REF, così come formulato da Matthews e Wells (1994), le credenze metacognitive dovrebbero precedere temporalmente l’insorgere di emozioni negative e disfunzionali. Il S-REF, inoltre, ipotizza che la sofferenza psicologica sia associata a uno stile di pensiero definito Cognitive Attentional Syndrome (CAS), che rappresenta uno stato di pensiero negativo e ripetitivo (come la ruminazione e il rimuginio) che intensifica le risposte emotive dell’individuo (Wells, 2009).

Per indagare il rapporto causa-effetto che intercorre tra metacognizione ed emozioni negative, in particolare quelle presenti nei disturbi d’ansia e depressivi, gli autori del presente studio (Capobianco et al., 2019) hanno analizzato due campioni statistici composti 265 soggetti.

Sono stati somministrati l’Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS) e il Meta-cognitions Questionnaire 30 (MCQ-30) per tre volte in un periodo di 2 mesi.

Lo studio è stato condotto utilizzando lo Structural equation modeling (SEM), un modello in grado di individuare le relazioni di causalità presente tra due o più variabili (Berrington et al., 2006).

I risultati hanno mostrato che, per quanto riguarda i sintomi emotivi dei disturbi d’ansia piuttosto che per quelli depressivi, le credenze metacognitive potrebbero esserne un predittore affidabile. In questo caso, infatti, sarebbero proprio le metacognizioni a precedere l’insorgere di emozioni negative. Tuttavia, l’effetto osservato dell’ansia sulle credenze metacognitive esperite dagli individui, ha suggerito una notevole reciprocità nelle relazioni causali e temporali coerente con i presupposti teorici del modello S-REF. I risultati, nel caso dei sintomi emotivi della depressione, al contrario, non hanno mostrato relazioni causali e temporali significative (Capobianco et al., 2019).

 

La terapia con le fiabe

Nel variegato panorama delle psicoterapie si sta facendo spazio, già da qualche anno, la pratica della fiaba terapia, ovvero la cura dei disagi psicologici attuata mediante la produzione, l’interpretazione, il racconto e la drammatizzazione di episodi attingenti al mondo fiabesco.

 

 La fiaba terapia è una modalità terapeutica che stimola direttamente l’attività fantasmatica del soggetto, tanto adulto quanto bambino, consentendo l’insorgenza di una fase regressiva che lo conduce indietro, ad un tempo passato, fino alla rievocazione di un conflitto traumatico precedentemente vissuto e non rielaborato. La funzione catartica della fiaba fa leva sui suoi connotati fortemente simbolici, grazie ai quali è possibile elaborare contenuti inconsci senza ricorrere al meccanismo della rimozione; rivivere situazioni negative, stemperate da un clima rassicurante e protettivo garantito dal lieto fine, una sorta di compensazione dall’impotenza infantile, grazie alla quale il soggetto può tornare a regolare i propri moti psichici, così come gli eventi della sua vita, munito di energia e determinazione in vista di finalità adattive.

Alla stregua del mito e della leggenda, la fiaba è caratterizzata dal contenuto simbolico: ed è proprio questa sua peculiarità intrinseca a renderla una terapia di elezione soprattutto con i bambini, nel cui universo psichico proprio il ricorso al simbolo garantisce un accesso privilegiato.

Nel paziente infantile l’inesplorabilità tipica del conflitto inconscio risulta infatti amplificata da contesti emotivi immaturi, deficit di verbalizzazione e differenziazione dalla realtà: si rivela pertanto indispensabile l’utilizzo di terapie che, pur conservando le caratteristiche proprie della psicoanalisi, siano in grado di superarne le limitazioni evidenziate.

In questo senso l’utilizzo della fantasia costituisce una valida modalità di accesso al contenuto inconscio del bambino. Nello specifico la trama fiabesca dipinge un mito che il bambino può esplorare in via del tutto immaginativa e questo gli consente di far riaffiorare il materiale inconscio non elaborato e di ottenere la visione integrata di un’esperienza frammentaria, non risolta e quindi patologica (Sordano, 2006). Inoltre l’immaginario costituisce un campo esplorativo illimitato delle possibili esperienze vitali, a mezzo del quale il bambino può sperimentare percorsi e adottare soluzioni senza le compromissioni irreversibili proprie dell’approccio realistico (Santagostino, 2006; Von Franz, 1972; Valente, 1995).

L’elemento magico dello strumento fiabesco consente la rielaborazione della realtà traumatica e conflittuale tramite una serie di passaggi simbolici che costituiscono l’intreccio formale tipico della fiaba, ovvero la perdita di un membro della famiglia e l’allontanamento dell’eroe da casa (evento modificante), l’imposizione di un divieto all’eroe e una sua infrazione (trasgressione), la comparsa di un antagonista (aggressore) che ha il compito di ostacolare il recupero dell’equilibrio iniziale attraverso una serie di trappole e malefici, l’intervento di un personaggio magico grazie al quale l’eroe otterrà la sconfitta del malvagio e guadagnerà la salvezza (Propp, 1928).

Questo canovaccio si ripete nella fiaba come un filo conduttore immutabile grazie al quale la realtà psichica del bambino viene ridotta ad una serie di modelli operativi simbolici che le caratteristiche dei personaggi – più che altro simili ad archetipi- riescono a rispecchiare fedelmente: così l’eroe rappresenta il Sé inteso come totalità psicofisica del bambino, ma anche l’Io che riesce a mantenere un dialogo con i conflitti interni, l’antagonista incarna il nemico, il cattivo, l’ostacolo alla realizzazione del Sé, mentre l’alleato è l’amico che viene in soccorso dell’eroe e lo aiuta a sconfiggere il male.

Tale fissità di ruoli ricalca la stereotipia delle figure familiari e consente di rielaborare il rapporto conflittuale che il bambino ha con ognuna di esse. La strega rappresenta un femminile potenzialmente distruttivo nel cui ritratto è possibile intravedere le caratteristiche di una madre intrusiva che il bambino avverte come minacciosa carceriera del Sé. Ella tiene prigioniero l’eroe oppure avvelena la principessa costringendola ad un sonno eterno: dunque il pericolo non è tanto il divoramento o la distruzione quanto la condanna all’immobilizzazione e la liberazione dal sortilegio dell’eroe simboleggia in questo senso l’affrancamento del bambino dal corpo materno (Santagostino, 2006).

Il mostro può spesso rappresentare una figura genitoriale distruttiva e indistruttibile, capace di rigenerarsi e presentarsi sotto mille forme diverse, sfuggendo ad ogni possibile controllo. In questo senso il genitore appare come un caos indistinto in cui convivono bene e male, possibilità di salvezza e distruzione: una figura mostruosa tipica della fase uroborica in cui il bambino si sente prigioniero della madre e invischiato con lei in un tutto indifferenziato (Neumann, 1980).

Al contrario le fate costituiscono l’idealizzato positivo della madre: sono il seno buono, l’oggetto materno che protegge e difende dal pericolo. Il ruolo della fata è anche quello di conferire poteri attivi ai protagonisti restituendo libertà, forza e coraggio: ella concede senza chiedere nulla in cambio, rappresenta un femminile simbolico che non abbandona l’eroe nel momento del pericolo e lo aiuta senza legarlo a sé (Santagostino, 2006; Von Franz, 1972).

La figura della vecchietta, la cui conformazione estetica potrebbe simboleggiare una bruttezza anche interiore, si pone in uno stadio intermedio tra l’archetipo della strega cattiva e la bontà della fata salvifica identificabile con l’archetipo della madre buona. Ella non offre all’eroe la liberazione, ma comparendo all’improvviso sul suo cammino lo aiuta a liberarsi dai malefici e a guadagnare la salvezza. Questo potrebbe rappresentare il senso metaforico di un passaggio tra la considerazione negativa e quella positiva della madre, una sorta di oggetto transizionale grazie al quale il bambino può sviluppare e reintroiettare una visione materna meno persecutoria (Santagostino, 2006; Von Franz, 1972).

 Storie presentate da bambini affetti da disturbi disorganizzati si concludono negativamente, lasciando intravedere la convinzione dell’impossibilità di salvezza in situazioni dolorose. Molto spesso si tratta di storie in cui l’aggressività verso il genitore viene simbolizzata nella presenza di figura nefaste che avranno la meglio sui buoni. Al contrario i bambini ansiosi tendono ad applicare all’eroe la medesima immobilità che caratterizza il loro contesto emotivo, perennemente alla ricerca di una salvezza concedibile solo da un’entità superiore che tuttavia non arriva o non arriva mai in tempo. Il bambino ansioso è passivo, insicuro, preoccupato, e si mostra diffidente anche verso la magia che nelle sue storie non assume un ruolo salvifico.

Anche nei bambini aggressivi sono i cattivi ad avere la meglio, ma se questo costituisce un epilogo funesto per i piccoli pazienti affetti da disturbi dell’umore, al contrario per questi altri si tratta di un lieto fine: è con gioia che bambini caratterizzati da personalità oppositive elaborano mentalmente la distruzione del buono appannaggio del malvagio, a testimonianza di un’aggressività endogena che nella fiaba si slatentizza in via simbolica (Sordano, 2006).

È a questo punto che giunge l’intervento terapeutico della fiabazione: il bambino, dopo aver inventato una storia e averla esposta al conduttore, sotto la guida di quest’ultimo sarà chiamato alla risoluzione della stessa; e non dovrà farlo avvalendosi dell’elemento magico in cui ogni cosa torna a posto per mano di una volontà inconoscibile e soprannaturale, ma dovrà trovare da solo soluzione nuove e creative in grado di liberare l’eroe (Propp, 1928).

Nella fiaba di Hansel e Gretel, ad esempio, la salvezza non proviene dall’intervento magico, ma dall’astuzia dei due fratelli che riescono a far finire nel pentolone la strega cattiva che voleva divorarli (White, 2015). Nella fiaba dei tre porcellini l’elemento salvifico viene individuato nel legame raggiunto dai tre fratellini che si alleano per far finire nella pentola di olio bollente il lupo cattivo: alleanza che simboleggia altresì la conclusione della rivalità fraterna per l’accesso alle risorse genitoriali, accompagnata dal naturale passaggio dall’infanzia all’adolescenza in cui gli investimenti affettivi trasmigrano da un legame esclusivamente verticale- bambino genitore- ad uno orizzontale- legame tra pari (Sordano, 2006).

Quando l’eroe riesce a raggiungere la salvezza grazie alle sue doti di astuzia e maestria egli si trasforma da salvato in salvatore, e ciò consente l’acquisizione di competenze, autostima e sicurezza necessarie alla strutturazione funzionale del Sé. In questo contesto anche il senso di colpa potrà trovare una risoluzione interiore e l’aggressività verrà sublimata, neutralizzata, resa inerme di fronte alla costruttività interiore (Sordano, 2006; Kaes, 1993).

Molto spesso il raggiungimento di una dimensione evolutiva viene agevolato dall’utilizzo della fiaba all’interno di contesti collettivi: il bambino racconta la sua storia di fronte a un gruppo di pari guidati da un conduttore il cui compito è quello di contenere la sua angoscia, fare da specchio al suo disagio, aiutarlo ad assumere nuovi punti di vista e nuove prospettive. La parola nel gruppo ha il potere di aprire prospettive inconsce e insondabili, senza contare che i ragazzi, trovandosi insieme in un unico contesto, sperimentano una velleità relazionale che li pone in una dimensione collaborativa. Tutti vogliono aiutare l’eroe a salvarsi dal maligno e ciascuno offre il proprio contributo perché ciò possa avvenire.

Così i componenti del gruppo imparano a pensare alla relazione più che al singolo personaggio e la trama della fiaba diviene lo strumento per favorire una comunicazione inconscia tra i partecipanti e costruire un confronto tra i modelli dell’Io e le molteplici possibilità di essere del Sé (Sordano, 2006). Man mano che la struttura gruppale acquisterà relazione e coesione interna l’emergere di strutture grafiche o narrative sarà sempre meno collegato all’intenzionalità cosciente del singolo e farà maggior riferimento al registro del corpo e dell’immaginario collettivo, mostrandosi in grado di attuare un decentramento dal Sé e dai temi ricorrenti della propria storia per divenire parte di una nuova matrice relazionale (Sordano, 2006; Neri, 1996).

 

La scoperta dell’intelligenza. Alfred Binet e la storia del primo test (2019) di E. Cicciola – Recensione del libro

La scoperta dell’intelligenza racconta i contributi di Binet, i cui meriti storici sono legati soprattutto alla fondazione dell’Année Psychologique, la prima rivista francese interamente dedicata alla psicologia scientifica e al test di intelligenza messo a punto, pubblicato come Scala metrica dell’intelligenza.

 

Il nome di Binet è (o dovrebbe essere) noto a tutti gli studenti e i cultori di psicologia come quello dell’autore del primo test di intelligenza infantile (la scala di Binet o scala di Binet-Simon). Tuttavia, Alfred Binet (nato Alfredo Binetti) non è certo stato oggetto di una mole di studi monografici minimamente proporzionale alla sua importanza storica. Si tratta peraltro di un destino che lo accomuna a tutti i numerosi grandi personaggi della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia francesi di fine Ottocento. Una storiografia incentrata sul mondo anglosassone e su quello germanofono ha posto a lungo in secondo piano tanto Binet quanto personaggi come Théodule Ribot (l’iniziatore della psicologia scientifica francese), Paul Dubois (che inventò una psicoterapia di tipo cognitivista cinquant’anni prima di Albert Ellis), Hippolyte Bernheim (che praticò una psicoterapia ipno-suggestiva, influenzando gli inizi della psicoanalisi). Addirittura Pierre Janet, il vero padre della psicoterapia moderna, tuttora attende una vera e propria rivalutazione; mentre Jean-Martin Charcot viene ricordato spesso solo perché occasione della svolta decisiva degli interessi del giovane Freud.

Di fatto, questa monografia di Elisabetta Cicciola è la prima dedicata integralmente a Binet, e non solo, in lingua italiana e fortunatamente colma la lacuna in modo più che adeguato. Restituisce infatti dello psicologo francese un’immagine articolata, un ruolo storico più ampio di quello – pur fondamentale – di iniziatore degli studi per la costruzione dei test di intelligenza.

Ciò che in senso assoluto caratterizzò il percorso teorico di Binet fu essenzialmente un solido ancoraggio empirico-sperimentale: sue espressioni tipiche erano: l’anima della psicologia sperimentale è il controllo; piccoli fatti raccolti di prima mano; il futuro della psicologia è nei piccoli fatti. L’esperimento, tuttavia, aveva senso in quanto si caratterizzava per la misurazione, secondo Binet:

Lo scopo della scienza è considerare ogni fenomeno come una grandezza e applicare una misura a questa grandezza. Ogni scienza progredisce più o meno rapidamente verso questo ideale matematico.

I suoi interessi furono estremamente vari. La psychologie du raisonnement (La psicologia del ragionamento, 1886) si inseriva nella tradizione francese di ispirazione associazionista dei Taine e dei Ribot (che negli stessi anni pubblicava monografie sulla memoria, la volontà e l’attenzione). Etude de psychologie expérimentale (Studio di psicologia sperimentale, 1888) aveva un titolo piuttosto vago (e che risentiva ancora dell’accezione ribotiana di sperimentale semplicemente come non-filosofico; cfr. Innamorati, 2005) ma conteneva spunti diversi e interessanti, compresa una sezione sul feticismo, che peraltro è disponibile anche tradotta in italiano (Binet, 2005). On Double Consciousness (Sulla doppia coscienza/personalità, 1890) e Les altérations de la personnalité (Le alterazioni della personalità, 1892) si concentravano sulla personalità multipla e altri temi studiati all’epoca sia da Ribot che da Pierre Janet, che da poco aveva pubblicato L’automatismo psicologico (Janet, 1889), vero punto di svolta del suo pensiero in psicopatologia.

Tuttavia già si vedeva nelle nuove opere di Binet un certo distanziamento dalla tradizione associazionista che aveva segnato i suoi esordi. Nel 1891, del resto, Binet aveva iniziato un’attività sperimentale vera e propria nel primo laboratorio di psicologia fisiologica francese all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, diretto dal 1899 da Henri Beaunis. Binet, dapprima volontario, ne divenne condirettore nel 1892 e poi direttore unico, al posto di Beaunis, a partire dal 1894. Proprio nel 1894 uscivano La psychologie des grands calculateurs (La psicologia delle persone dotate dei grandi calcolatori) e Introduction à la psychologie expérimentale (Introduzione alla psicologia sperimentale), nei quali Binet esponeva tra l’altro le proprie ricerche sugli individui dotati di eccezionali capacità di memoria e di calcolo. In effetti, sottolinea Cicciola, nella tradizione di ricerca tedesca le ricerche esperimentali volgevano unicamente su individui normali (tanto che sperimentatore e soggetto sperimentale, spesso ambedue studenti universitari, potevano sovente scambiarsi il ruolo); al contrario Binet condusse studi anche sui giocatori di scacchi, i grandi calcolatori, i prestigiatori, gli attori, i drammaturghi, i pittori, gli artisti e gli alienati. I ‘soggetti sperimentali’ di Binet appartenevano dunque a un’ampia gamma di individui a volte ‘ordinari’ e altre volte invece ‘straordinari’ (p. 65).

Sempre a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, Binet iniziava a occuparsi di psicologia infantile e pedagogia. I primi frutti di questo nuovo impegno furono La fatigue intellectuelle (La fatica intellettuale, 1899), in cui Binet raccoglieva i propri risultati empirici sull’influenza del lavoro mentale sull’affaticamento anche fisico; La suggestibilité (La suggestionabilità, 1900), dedicato alla psicologia della testimonianza infantile. Uno studio che anticipava singolarmente Jean Piaget fu L’étude expérimentale de l’intelligence (Lo studio sperimentale dell’intelligenza, 1903), dove Binet raccoglieva i frutti di ricerche longitudinali sullo sviluppo intellettuale delle figlie. Scrive al riguardo Cicciola:

La metodologia utilizzata fu ampia e incrociata allo scopo di ottenere un controllo significativo […] Non erano rari inoltre i momenti in cui egli arrivava perfino a ingannare i soggetti sperimentali pur di ottenere delle risposte autentiche. Binet fu in tal senso un vero ‘affabulatore’, arrivando spesso a svelare il ‘vero’ tramite l’imbroglio(p. 52).

Ma Binet non finì mai di ampliare il proprio eclettico orizzonte: in L’âme et le corps (L’anima e il corpo, 1905) oltre agli studi sperimentali confluivano considerazioni di ordine filosofico sui rapporti tra fisico e mentale; in Les révélations de l’écriture d’après un control scientifique (Le rivelazioni della scrittura sulla base di un controllo scientifico, 1906), Binet esponeva invece le proprie ricerche nell’ambito della grafologia, disciplina che, nata in Francia con Jean-Hippolyte Michon, aveva ricevuto un forte impulso grazie alla pubblicazione, nel 1888, di La scrittura e il carattere, di Jules Crépieux-Jamin (che diventò famoso per la perizia con cui dimostrò l’innocenza di Dreyfus, l’ufficiale ebreo ingiustamente accusato di tradimento).

Ma i meriti storici di Binet sono legati soprattutto alla fondazione (con Beaunis) dell’Année Psychologique, la prima rivista francese interamente dedicata alla psicologia scientifica, tuttora in vita; e al test di intelligenza messo a punto con Simon nel 1904 e pubblicato per la prima volta proprio sull’Année Psychologique nel 1905, come Scala metrica dell’intelligenza. Il test nasceva dalla necessità (soprattutto a un fine pedagogico) di uscire dalla vaghezza della terminologia messa a punto dagli alienisti per classificare un’intelligenza anormale, soprattutto nei bambini. All’epoca si distingueva tra ‘idioti’, ‘imbecilli’ e ‘deboli mentali’ (in ordine decrescente di gravità) ma nessun criterio preciso consentiva una distinzione sensata e condivisa tra diversi periti. Binet e Simon realizzarono un metodo di diagnosi differenziale in grado di fissare il livello intellettivo dei bambini arretrati, confrontandolo con quello dei bambini della stessa età o con un livello analogo (p. 163).

La scala comprendeva nella sua versione originale trenta brevissime prove di difficoltà crescente, finalizzate a classificare la capacità dei bambini di giudicare, comprendere, ragionare, le tre modalità di espressione dell’intelligenza secondo Binet e Simon. Il test conobbe due revisioni, nel 1908 e nel 1911 (l’ultima versione fu firmata soltanto da Binet, per ragioni storicamente non chiarite). Già dalla seconda versione, tuttavia, la Scala assumeva l’aspetto di un vero e proprio test, nel senso moderno, e soprattutto la misura non aveva più come riferimento il rapporto tra normalità e anormalità ma si basava sul concetto di ‘età mentale’:

Gli autori decisero di assegnare a ogni prova un ‘livello di età’, definito come l’età più giovane alla quale un bambino di intelligenza normale dovrebbe essere in grado di completare il compito con successo. Il bambino iniziava il test con compiti per l’età più giovane e procedeva finché non era più in grado di completarli. L’età associata con gli ultimi compiti che poteva affrontare corrispondeva alla sua ‘età mentale’ e il livello intellettivo generale era calcolato sottraendo l’età mentale dalla reale età cronologica (p. 181).

La scala venne a questo punto adattata anche per l’età adulta e Binet previde giustamente le sue grandi potenzialità applicative anche in ambito giudiziario e militare. In effetti, una versione adattata del test venne utilizzata già durante la Prima guerra mondiale negli Stati Uniti, rendendo assai più efficiente l’operazione di reclutamento. Fu questo a risultare poi l’impulso decisivo nelle ricerche testologiche sull’intelligenza.

Il dono nella cultura ebraica: la fiducia e la speranza nell’attesa

L’ebraismo è un sistema di vita in cui tutti i momenti sono vissuti sul piano religioso. Non vi è, infatti, nessuna distinzione tra religione e cultura ebraica poiché quest’ultima più che essere una ortodossia è una ortoprassi ovvero un sistema di codici etici e sociali scritti nelle tavole della legge.

 

D’altronde, l’ebraismo nasce con l’esodo dall’Egitto nel momento in cui Dio dona le tavole della legge a Mosè. La Torà è composta da cinque libri (il pentateuco) frutto del dono profetico ricevuto da Mosè che in contatto mistico con Dio li compilò. Il primo libro tratta della genesi dell’universo e dell’uomo, i quali sono un dono di Dio. In effetti, il legame tra Dio e il mondo è contraddistinto dal dono gratuito senza nessun tipo di ricompensa.

Tale relazione contraddistingue la cultura ebraica da tutte le altre culture ovvero il donare non presuppone nessuna ricompensa o ricambio. Ciò che Dio si aspetta è l’assoluta ubbidienza soprattutto da parte dell’uomo che ha creato a sua immagine e somiglianza e lo mette subito alla prova nel giardino dell’eden ponendolo di fronte all’albero della conoscenza, del bene e del male. L’uomo sceglie il dono del male rappresentato dal serpente e ciò comporta la sua caduta dall’Eden.

Ecco il dono malefico, ingannevole, velenoso come frutto del male che, nella cultura ebraica, si contrappone al bene che risiede in Dio. Contrapposizione che non riguarda Dio poiché egli precede il male essendo il creatore di tutte le cose compreso il male personificato da Satana. D’altronde è il serpente creato da Dio che offre la mela ad Eva.

Il dono di Dio, quindi, è un dono buono mentre può essere velenoso quello che viene da Satana e dallo scambio tra gli uomini. Un’altra caratteristica del dono di Dio è che esso prevede la rinuncia. Eva dovrebbe rinunciare alla bella mela offerta dal serpente, Adamo dovrebbe rinunciare all’offerta di Eva così come Abramo deve rinunciare alla sua casa, alla sua terra, a suo figlio di fronte all’offerta di Dio. Se l’uomo saprà rinunciare così come ha fatto Abramo potrà entrare in stretto contatto con Dio, potrà fare legame con Dio. Abramo rinuncia alla sua casa, alla sua terra, a suo figlio per dare compimento al progetto di Dio e riceve in dono una nuova casa, una nuova terra, una nuova generazione che per la sua età non avrebbe potuto più avere.

Mosè, il grande condottiero, scelto per portare il popolo ebreo dall’Egitto nella terra promessa, deve rinunciare ed è costretto a guardare da lontano la terra d’Israele. Il popolo liberato nel deserto deve rinunciare al vitello d’oro per avere le tavole della legge. Chi non rinuncia, Caino, è costretto ad errare nel deserto, a vivere in assenza di legami anche se guadagna la vita. Ecco il segreto: si deve rinunciare per guadagnare. Gli uomini che non intendono rinunciare cadono dalla torre, costruiscono su pilastri precari poiché la vera forza sono i legami.

Nel Libro dei Numeri viene descritta la pena a cui sono sottoposti coloro che non hanno saputo rinunciare costruendo il vitello d’oro. Essi sono costretti a girovagare nel deserto per 40 anni e molti di loro non vedranno la terra promessa. Ida Magli sostiene che il rito della circoncisione comporta la perdita di una parte che assomiglia ad una parte femminile. Il rituale della circoncisione che serve a stabilire il patto con Dio, indipendentemente dal giudizio della Magli, comporta la rinuncia ad una parte del prepuzio e sul piano simbolico sembra richiamare la rinuncia necessaria per stabilire il legame con Dio. La circoncisione, inoltre, deve essere praticata inesorabilmente l’ottavo giorno dopo la nascita e il numero 8, secondo la tradizione ebraica, richiama simbolicamente ciò che va oltre il naturale. Il maschio attraverso la circoncisione va oltre il naturale avvicinandosi a Dio contribuendo a perfezionare la natura.

Dio, spesso, nell’Antico Testamento viene visto come iroso, vendicativo, irascibile, etc. Al contrario, nella Torà si hanno molteplici esempi del perdono di Dio. Perdona Adamo ed Eva, andandoci a parlare subito dopo la caduta, perdona Abramo restituendogli il figlio Isacco, perdona l’umanità durante il diluvio universale salvando Noè e tutte le specie animali e vegetali, perdona Mosè per aver rotto le tavole della legge facendogli vedere la terra promessa, e cosi via. Essendo l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, Giuseppe perdona i suoi fratelli che lo avevano venduto agli egiziani. Il termine perdono letteralmente significa donare completamente la vendetta e, quindi, è un dono rafforzato. Nella concezione ebraica è il dono di Dio per non rompere il legame con l’uomo e, di conseguenza, è il dono da offrire anche per fare legame tra gli uomini.

V. Pavoncello ipotizza che si ravvisa nella creazione stessa, nel suo continuo essere creata, un atto di grazia e un incessante perdonare e, quindi, si può immaginare un Dio perdonante nella sua essenza creatrice. Chiaramente se vi è il perdono, deve esserci un preesistente stato di colpa, che egli individua nei primi istanti della creazione nel momento in cui nelle cose create vi era una mancanza di essenza, ovvero di presenza di Dio che si librava solamente nelle acque. E’ per farsi perdonare questa mancata presenza che ritorna sulla Terra popolandola di tutte le specie animali e vegetali, e dividendo le acque dona l’asciutto.

Anche in questo caso il perdonare comporta la rinuncia ovvero rinunciare al senso di onnipotenza e scoprire le proprie imperfezioni. E’ quello che mette in atto Giuda, fratello di Giuseppe, che si offre al posto del fratello Beniamino come ostaggio sentendosi in colpa per il rapimento e la vendita. Pavoncello, nel cercare di confermare l’assenza dalla Terra, mette in risalto il valore dell’acqua, intrisa della presenza di Dio, nella cultura ebraica.

Il dono dell’acqua è l’essenza purificatrice: tutti i riti di purificazione avvengono attraverso l’acqua. I pozzi contenenti il dono prezioso dell’acqua sono i luoghi dell’incontro dove nascono anche nuovi amori, ma oltre a liberarci dall’arsura possono anche avvelenarci mettendo in rilevo che il dono ha un doppio effetto liberatorio o nefasto. Dio si serve dell’acqua per purificare ma anche per punire come nel diluvio universale.

Un’altra caratteristica del dono nella cultura ebraica è l’attesa di un evento che dovrà avvenire in un tempo non definito. L’attesa messianica, ovvero di un tempo in cui l’agnello potrà tranquillamente convivere con il lupo, può essere definita come la fiducia trascendentale che la speranza non sarà delusa.

Adorno sostiene che il pathos del dono stia tutto nell’attesa. La cultura ebraica ha riempito e continua a riempire questo vuoto con la fiducia e la speranza che saranno contraccambiati da Dio. A. Luzzato avverte che l’errare degli ebrei in cerca della terra promessa è legato, da un lato, alla colpa per aver tradito il giuramento ai piedi del monte Sinai e, dall’altro, alla fiducia e alla speranza che la dispersione finirà in un tempo di restaurazione che sarà contraddistinto da giustizia e pace. O. Di Grazia sostiene che la fiducia e la speranza legate all’attesa risiedano non tanto in quello che dovrà avvenire ma in ciò che è avvenuto. E’ il legame tra Dio e l’uomo, che troviamo sin dal primo rigo della Genesi, che infonde fiducia e speranza. Il vuoto dell’attesa, quindi, si riempie con ciò che viene trasmesso dalle generazioni precedenti che giustifica la speranza e la fiducia. Di Grazia nel suo articolo si chiede quando l’attesa finirà che cosa succederà, si esaurirà la speranza come forza redentrice? A questa domanda risponde no perché la speranza e la fiducia risiedono nel legame con l’altro ovvero nel rispetto dei dettami della Torà.

Fiducia e speranza sostengono la relazione, ed essendo quest’ultima predeterminata come sostiene Cigoli, sta alle generazioni passate trasmetterle. Il dono, l’atto del donare, trova la necessaria linfa nella fiducia e nella speranza che si esplica nei passaggi generazionali. Scabini e Cigoli ne Il famigliare sostengono che

il dono è inteso come espressione di un atto fiduciario; all’origine di un nuovo legame vi è un open gift, un’apertura di credito che, se ricambiata con un altro dono, che è in genere non equivalente, ma migliore, dà luogo a una relazione sociale – ed ancora – il dono ….. è una caratteristica del legame incondizionato: il legame familiare si alimenta di azioni che prestano fiducia all’altro ed ha alla sua origine un quid gratuito.

La famiglia, una comunità, vive nella misura in cui può sperimentare il tempo dell’attesa che si riempie delle azioni tipiche dell’atto del donare così come individuate da Mauss dare, ricevere, ricambiare. Il tempo dell’attesa è un tempo psicologico che se riempito dalla fiducia e dalla speranza porta benefici come la costituzione del legame sociale e relazionale; al contrario, la mancanza di fiducia e speranza comportano la morte della relazione e/o la patologia.

Un brillante esempio letterario c’è lo dà Elizabeth Jane Howard ne Il tempo dell’attesa nel momento in cui fa dire alle piccole Clary e Polly:

Il fatto è che se una madre perde un bambino può sempre averne un altro, ma di madre invece ognuno ne ha una soltanto.

Dalla biografia dell’autrice sappiamo che da piccola le era morta la mamma e che il padre era dedito alle belle donne e addirittura molestò la stessa figlia (dono avvelenato trasmesso dalle generazioni precedenti). La Howard si sposò giovanissima per scappare dal padre e ben presto lasciò sia il marito che la figlia nata dal matrimonio. Da quel momento ebbe molti uomini e mariti. Il dono avvelenato proveniente dalle generazioni precedenti non dà fiducia e speranza nelle relazioni sia di carattere coniugale che genitoriale. La vita apparentemente dissoluta della Howard trova spiegazione proprio nel dono avvelenato ricevuto.

S. Parise, a tal proposito, mette in risalto che per Freud il senso dell’attesa ovvero il tempo psicologico è legato alla fuga dal dispiacere:

… tanto piu frustrante è il momento che si vive, tanto più lunga e I’attesa della sua fine. Al contrario, il tempo sembra fermarsi nell’attimo in cui il desiderio trova il suo oggetto.

M. M. Khan sostiene:

Attendere fa parte della natura dell’uomo. Da tempo immemorabile l’uomo attende qualcuno, o con devozione attende a qualcuno: una divinità, un dio, una persona amata (…). Gli enigmi e i paradossi dell’attesa sono fra le creazioni più nobili della mente e dell’animo dell’uomo. Tutti coloro che hanno intrapreso grandi viaggi negoziano l’attesa (…). L’attesa è l’esperienza cruciale di chiunque cerchi di costruirsi i propri strumenti per sperimentare se stesso e gli altri. L’attesa, la lunga attesa, può essere salute e può essere malattia. Colui che attende trova. La non-attesa garantisce la non-scoperta….

Penelope nella sua lunga attesa non perse mai la fiducia e la speranza di ritrovare il suo amato marito Ulisse. Il senso dell’attesa, quindi, sono la fiducia e la speranza, che trova i suoi riscontri all’interno delle trasmissioni generazionali.

 

Leggere previene la demenza?

La demenza è un deterioramento cognitivo globale che presenta caratteristiche di progressività e irreversibilità, l’eziopatogenesi è organica.

 

Per fare diagnosi di demenza ci dev’essere un calo delle funzioni cognitive rispetto ad un precedente livello di funzionamento; si stima che il 5% dei soggetti con età superiore ai 65 anni soffra di demenza, l’incidenza sembra aumentare sempre di più negli anni, si stima infatti che nel 2030 i casi di demenza saranno il doppio rispetto ad adesso, questo perché la longevità aumenta sempre di più, e più si avanza con l’età più la probabilità di avere una demenza aumenta (Prince et al., 2013).

Una delle classificazioni eziologiche principali è costituita da demenze primarie e demenze secondarie.

Le demenze primarie sono tutte quelle demenze di tipo degenerativo di cui non è nota l’eziopatogenesi. La demenza primaria più frequente è la malattia di Alzheimer, in questo caso si sa cosa accade a livello cerebrale, cioè la formazione di placche amiloidi e ammassi neuro-fibrillari, tuttavia è sconosciuto il motivo per cui vengano a formarsi.

Le demenze secondarie sono quadri di degenerazione cognitiva dove le cause eziologiche sono identificabili; sono infatti alterazioni date da condizioni neurologiche, metaboliche ed endocrine. Un esempio di questa tipologia di demenza è la demenza vascolare (danni cerebrali dati da ictus).

I fattori di rischio attualmente associati alla demenza sono sette: diabete, ipertensione, obesità, fumo di sigarette, depressione, inattività cognitiva e basso livello di istruzione (Lewis at al., 2016).

Uno studio longitudinale della durata di 17 anni, pubblicato nel 2019 sulla rivista Neurology, è stato condotto su 983 adulti (avevano tutti più di 65 anni), suddivisi in istruiti, ovvero tutti coloro che avevano più di quattro anni di scolarità (746 individui), e in analfabeti, ovvero tutti coloro con meno di 4 anni di scolarità (237 soggetti); i risultati di questo studio mostrano che le persone analfabete, quindi che non sanno o che hanno scarse abilità nel leggere o nello scrivere, hanno una probabilità tre volte superiore di sviluppare una demenza primaria; inoltre gli effetti dell’analfabetismo sembrano essere diversi per genere, difatti le donne analfabete mostrano più rischio di sviluppare una demenza rispetto agli uomini; la degenerazione cognitiva sembra essere più lenta, una volta iniziata, negli individui con molti anni di scolarità, tuttavia quest’ultimo è un dato controverso, dato che studi diversi, hanno trovato risultati differenti.

Pare quindi che una continua stimolazione cognitiva attraverso la lettura e lo studio, possa giovare ed agire come uno dei fattori protettivi nei confronti delle demenze primarie (Renteria et al., 2019).

Fitspiration: non è tutto oro quello che luccica

L’immagine corporea è un costrutto multidimensionale, caratterizzato dall’insieme di percezioni e valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico. Per molto tempo si è assistito alla promozione di ideali estetici irrealistici, sopratutto legati all’estrema magrezza, ma negli ultimi anni questa tendenza si sta invertendo, virando dalla thinspiration alla fitspiration. Ma questi trend sono davvero così diversi?

Alice Nannini – OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva Firenze

 

Introduzione

L’immagine corporea è stata inizialmente definita da Schilder come l’immagine del proprio corpo nella mente, il modo in cui questa appare a se stessi (Schilder, 1935). È una rappresentazione soggettiva che possiede una componente percettiva (come la persona percepisce e valuta la forma del proprio corpo), affettiva (quali sentimenti nutre verso il proprio corpo), attitudinale (a livello cognitivo, cosa pensa e conosce del proprio corpo) e comportamentale (Slade, 1994) e che comprende la persona nella sua globalità. Tale costrutto multidimensionale risulta quindi rilevante, poiché caratterizzato dall’insieme di percezioni e valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico (Cash & Pruzinsky, 2002).

Alla base dell’immagine corporea occorre distinguere due elementi: “body image evaluation”, ossia la soddisfazione o insoddisfazione per il proprio aspetto riconducibile al livello di concordanza o discrepanza tra percezione del fisico e ideali estetici interiorizzati, e “body image investiment”, inteso come l’importanza psicologica attribuita al proprio aspetto. Tale investimento può avvenire secondo due modalità: la salienza motivazionale (valore dato alla cura di sè per apparire al meglio o aumentare la propria capacità di attrazione) e la salienza dell’autovalutazione (motivo per cui la persona giudica il proprio aspetto come parte integrante del senso di sé o del valore attribuito al sé) (Cash, Melnyk & Hrabosky, 2004). La costruzione dell’immagine corporea deriva da un insieme di fattori biologici, psicologici e socio-culturali e riveste un ruolo fondamentale in adolescenza, un periodo critico connotato da sfide continue da fronteggiare e cambiamenti fisici evidenti che rendono necessario ridefinire e ri-mentalizzare il corpo e la sua rappresentazione. Proprio in età adolescenziale si assiste ad un incremento dell’insoddisfazione corporea, prodotta dalla scontentezza per la forma generale del proprio corpo o la dimensione di parti di esso (Thompson, Heinberg, Altabe & Tantleff-Dunn, 1999) e che appare strettamente implicata nell’eziologia e nel mantenimento dei disturbi alimentari (Attie & Brooks-Gunn, 1989; Polivy & Herman, 2002; Stice & Shaw, 2002) e di comportamenti alimentari problematici, come la tendenza a seguire diete dimagranti (Huon, Lim, Walton, Hayne, &  Gunewardene, 2000).

Secondo il Modello Tripartito dell’Influenza, proposto da Thompson e colleghi (1999), esistono tre fattori che incidono sullo sviluppo dei problemi correlati ad una percezione negativa del proprio corpo e ai disturbi alimentari: i pari, i genitori e i mass media. L’influenza di queste variabili socioculturali è mediata da due processi: l’interiorizzazione dell’ideale di bellezza proposto dalla società e la tendenza al confronto sociale. (Thompson et al., 1999; Keery, Van Den Berg & Thompson, 2004; Nerini, Stefanile & Mercurio, 2009). Il primo si riferisce all’accettazione e incorporazione degli standard trasmessi dai media che divengono principi e norme in grado di guidare il comportamento (Cafri, Yamamiya, Brannick  & Thompson, 2005; Cash, 2005). Il secondo processo è alla base della Teoria del confronto sociale di Festinger (1954), per cui le persone tendono continuamente a valutare le proprie capacità e caratteristiche mediante il confronto con gli altri e ciò può avvenire con una modalità “downward” (verso il basso), se il paragone avviene con persone ritenute più sfortunate sotto certi aspetti, o ”upward” (verso l’alto), se si verifica con individui percepiti come socialmente migliori. Quest’ultima tipologia è quella che può produrre effetti negativi sull’umore e sull’autovalutazione (Gibbons & Gerard, 1989; Wheeler & Miyake, 1992). Inoltre, è emerso che l’internalizzazione degli ideali mediatici precede e predice il confronto sociale, che a sua volta determina sentimenti negativi e insoddisfazione corporea (Rodgers, McLean & Paxton, 2015): i media continuano a veicolare e promuovere determinati canoni estetici che sono in un primo momento interiorizzati e assorbiti e in seguito trasmessi e rinforzati dalle interazioni sociali, diventando il canale primario di auto ed etero valutazione ed esercitando pressioni sia sul livello di soddisfazione corporea che sul comportamento (Stefanile, Pisani, Matera & Guiderdoni, 2010).

In passato, e soprattutto a partire dagli anni ’90, tv, riviste e giornali hanno supportato l’ideale di magrezza (thin ideal beauty) quale simbolo di status sociale, capace di incarnare potere, determinazione, successo e avvenenza. L’epoca dei corpi “perfetti” ma irrealistici, fisici androgini, scheletrici e stereotipati. I soggetti più vulnerabili a queste influenze sono proprio i giovani (Brown & Whiterspoon,2002): alcuni studi hanno dimostrato che una breve esposizione a immagini di donne magre incrementa l’insoddisfazione corporea ed emozioni negative (Botta, 1996; Anschutz, Engels, Becker & Van Strien, 2010), mentre un’esposizione prolungata risulta direttamente correlata ad ansia, umore depresso, disturbi alimentari, bassa autostima, dipendenza da esercizio fisico (Stice & Whitenton, 2002). Le immagini mediatiche rendono normativo il thin ideal beauty e propongono continuamente corpi oggettivati sessualmente. Come specificato da Volpato (2011), la persona è ridotta a mero oggetto sessuale quando il suo valore è confinato alla capacità di attrarre sessualmente, visto come puro strumento del volere e piacere altrui; ciò può condurre all’auto-oggettivazione, per cui si interiorizza la prospettiva dell’altro (pensando e trattando se stessi come oggetto del desiderio altrui) e si giunge ad una costante sorveglianza del corpo in grado di indurre stati d’ansia e di diminuire la consapevolezza degli stati interni (Fredrickson e Roberts, 1997). Il focus è posto unicamente su attributi corporei osservabili, limitando le risorse cognitive e incidendo su interessi e prestazioni.

Con l’avvento di internet, e in seguito dei social media, l’influenza sull’immagine corporea si è ulteriormente ampliata e modificata. Viviamo costantemente connessi e l’uso dei social è ormai parte integrante della quotidianità, soprattutto per adolescenti e giovani adulti (Kuss & Griffiths, 2011), soddisfando il bisogno di appartenenza alla comunità e consentendo la costruzione di un’identità sociale (Marino et al., 2016). A differenza di altri media, tali piattaforme mostrano una natura prettamente attiva e interattiva e riflettono valori, desideri e preoccupazioni degli utenti (Fuchs, 2017). Gli aspetti positivi legati all’opportunità di possedere uno spazio online in cui scambiarsi informazioni, creare e mantenere relazioni, esprimere se stessi e accrescere le conoscenze sul mondo circostante, non devono però distogliere l’attenzione dai potenziali rischi e pericoli derivanti dall’utilizzo dei social media, in particolare dall’impatto che questi hanno sulla salute psicofisica. Diverse ricerche sperimentali si sono occupate della relazione tra uso dei social, immagine corporea e disturbi alimentari (Holland & Tiggermann, 2016), mostrando come a mediare l’associazione tra social media e insoddisfazione corporea sia il confronto basato sull’aspetto fisico (Fardouly & Vartanian, 2015; Fardouly, Pinkus & Vartanian, 2017).

Blog Pro-Ana e Thinspiration

A partire dalla fine degli anni ’90 negli Stati Uniti, e dai primi anni del 2000 in Italia, si è assistito all’emergere di forum e blog “Pro-Ana” (a favore dell’anoressia) che incitano all’estrema magrezza, al perfezionismo, al sacrificio e controllo alimentare e consentono lo scambio di informazioni e trucchi (“tips and tricks”) su come perdere peso. Nello specifico, la filosofia pro-ana è considerata un vero e proprio stile di vita per i suoi seguaci e permette la creazione di un’identità di gruppo, divenendo fonte di supporto e condivisione sociale. È stato dimostrato che la partecipazione di persone non affette da un disturbo alimentare a questi siti web è associata ad un’alta spinta alla magrezza, perfezionismo e insoddisfazione corporea (Custers & Van der Bulck, 2009), oltre che bassa autostima (Bardone-Cone & Grass, 2007); mentre in coloro che già manifestano problematiche alimentari può aggravare la sintomatologia, correlando con stress, emotività negativa, maggiore lunghezza dei ricoveri, prognosi meno favorevole, impatto negativo su insoddisfazione corporea e dieta (Gale, Channon, Larner & James, 2016; Rodgers, Lowy, Halperin & Franko, 2016).

Uno dei termini frequentemente rintracciabili visitando questi siti è “thinspo”, abbreviazione della parola inglese “thinspiration”, composto da “thin”, magro, e “inspiration”, ispirazione: nato inizialmente per superare la pressione mediatica legata ai Pro-ana (con siti chiusi e oscurati da diversi paesi europei), gli hashtag #thinspiration e #thinspo si sono presto diffusi sui social, dove si ritrovano migliaia e migliaia di immagini che celebrano la magrezza come valore assoluto ed esaltano corpi emaciati. I contenuti tipici della Thinspiration, glorificando la restrizione calorica estrema, mantengono atteggiamenti e comportamenti orientati al thin ideal beauty (Ghaznavi & Taylor, 2015; Talbot, Gavin, van Steen & Morey, 2017) e sostengono le credenze tipiche della psicopatologia dei disturbi alimentari. In seguito alla crescente preoccupazione e all’allarme dovuto a tali temi, alcuni social hanno cercato di arginare il problema: Instagram, piattaforma incentrata sull’immagine e sul photo-sharing (condivisione di foto), che spopola tra i giovani under 35, già dal 2012 ha messo al bando molteplici hashtag incriminati. Nonostante questo, le community continuano a riorganizzarsi e ad arginare i divieti, creando nuovi account e nuove etichette con varianti lessicali e proseguendo così la diffusione della filosofia Pro-Ana.

Fitspiration

Accanto al proliferare dei siti web Pro-ED (Pro-Eating Disorders, a favore dei disturbi alimentari, che oltre ai Pro-Ana includono anche i Pro-Mia, a favore della bulimia) si sono affermati i cosiddetti “Healthy living blog”, dedicati alla vita sana, che attraverso informazioni su nutrizione ed esercizio fisico si propongono di migliorare la salute delle persone. Gli argomenti trattati da questi blog, pur non riguardando in maniera palese comportamenti patologici e disfunzionali, sono risultati potenzialmente dannosi per coloro che già hanno problematiche col cibo e con l’immagine corporea (Boepple & Thompson, 2014; Lynch, 2010).

Su Internet e soprattutto sui social media è nato un nuovo trend, con contenuti simili agli Healthy living blog, che ha acquisito in breve tempo notevole popolarità: la “Fitspiration”, dalla fusione di Fit e Ispiration, letteralmente ispirazione al fitness. Ad ottobre 2017 sono state condivise ben 48 milioni di immagini su Instagram usando l’hashtag Fitspo, abbreviazione di Fitspiration. Ha cominciato a diffondersi un nuovo ideale di bellezza, come dimostrato dalle innumerevoli foto accompagnate da messaggi e didascalie che ritraggono corpi tonici, atletici, forti (Boepple, Ata, Rum & Thompson, 2016; Boepple & Thompson, 2016). Più precisamente, sotto questo termine sono racchiusi due tipi di ideali, quello atletico (fisico asciutto, bassa percentuale di grasso e aspetto tonico) e quello muscoloso (con gambe e braccia ben definite, addominali evidenti e massa muscolare predominante).

È possibile evidenziare come quest’inversione di tendenza da thin a fit, tipica degli ultimi anni, possa essere riconducibile a due aspetti socioculturali: il primo che concerne un rafforzamento nella valutazione positiva di un fisico femminile relativamente muscoloso, con corpi scolpiti considerati sempre più attraenti e desiderabili (Rodgers et al., 2018), e il secondo che riguarda un incremento delle preoccupazioni da parte della popolazione maschile per il proprio aspetto fisico e in particolare per il livello di muscolosità, osservabile negli alti tassi di utilizzo di steroidi anabolizzanti androgeni (Sagoe, Molde, Andreassen, Torsheim & Pallesen, 2014).

Il focus apertamente dichiarato sul fitness, che l’European Health & Fitness Association (EHFA) definisce come: “stato dinamico di benessere fisico, psicologico e sociale, risultante dalla pratica di un’attività motoria adeguata alle capacità, possibilità ed esigenze-preferenze di ciascun individuo che assume la responsabilità della propria salute”, non deve però trarre in inganno. Gli account Fitspiration, che imperversano sul web e propongono uno stile di vita salutare attraverso l’esercizio fisico e la corretta alimentazione, nascondono infatti numerose insidie. Boepple e Thompson (2016) hanno comparato i contenuti relativi ai siti di Thinspiration con quelli provenienti dai siti Fitspiration e hanno evidenziato che, sebbene i primi fossero maggiormente correlati alla perdita di peso e all’impulso alla magrezza, entrambi (rispettivamente 88% e 80%) presentavano messaggi colpevolizzanti sul peso o sul corpo e stigmatizzanti verso il sovrappeso, termini oggettivanti e suggerimenti per diete ipocaloriche e restrizione alimentare.

Analogamente, Alberga e colleghe (2018) hanno analizzato 360 post di Fitspiration e Thinspiration su Instagram, Tumblr e Twitter, rintracciando diverse similitudini, con immagini focalizzate per entrambi su aspetto fisico e apparenza, foto sessualmente allusive e messaggi che incoraggiavano a ridurre l’introito calorico. Sono stati anche confrontate 734 immagini, di cui 269 relative a Thinspiration, 189 a Fitspiration e 276 a Bonespiration (corpi magrissimi e ossa sporgenti) su tre piattaforme, Instagram, Twitter e We Heart It: nonostante i contenuti Fitspiration presentassero generalmente corpi più muscolosi, un sottogruppo di immagini era simile a quelle Thinspiration nell’evidenziare clavicole, costole e colonna vertebrale, enfatizzando l’ideale della magrezza (Talbot et al., 2017). Un esperimento condotto su 130 studentesse universitarie, di età compresa tra 17 e 30 anni, ha rilevato che l’esposizione a immagini Fitspiration incrementa l’insoddisfazione corporea, l’umore negativo e il bisogno di praticare esercizio fisico e mangiar sano (Tiggerman & Zaccardo, 2015).

Eppure alcuni studi hanno rimarcato delle differenze principali tra Thinspiration e Fitspiration. Harris e colleghi (2016) hanno trovato che su Twitter i messaggi Thinspo riguardavano maggiormente tematiche di perdita di peso, purging, binging, disturbi alimentari e il desiderio di possedere una certa caratteristica o tipo di corpo, mentre quelli Fitspo erano più inclini a includere alimentazione sana, esercizio fisico e forza. Inoltre, mentre i mittenti della fitspiration erano soprattutto aziende e organizzazioni, quelli thinspiration riguardavano soprattutto i contenuti di singole persone. Un’altra analisi, eseguita sempre su Twitter, ha mostrato come i contenuti Fitspiration abbiano principalmente una valenza positiva (Tiggermann, Churches, Mitchell & Brown, 2018).

Carrotte e colleghe (2017) hanno invece indagato le caratteristiche dei contenuti Fitspo su Instagram, Facebook, Twitter e Tumblr, trovando che, su 415 post esaminati ben 295 erano relativi solo a fitness ed esercizi, e in particolare le donne apparivano tipicamente magre e toniche, mentre gli uomini muscolosi. Emerge una sovra rappresentazione di un certo tipo di ideale corporeo a cui sono soggetti entrambi i sessi, che combina il fitness con magrezza o muscolosità, suggerendo come si possa essere adeguati solo in un determinato modo (Tiggermann & Zaccardo, 2016). Un’altra ricerca si è occupata di esaminare la natura di immagini e testi presenti sui post Fitspiration (Deighton-Smith & Bell, 2018): dall’analisi di contenuto su 1000 immagini di Instagram, è emerso che gli individui erano tipicamente rappresentati in modi sessualmente oggettivanti, incoraggiando così l’auto-oggettivazione; mentre dall’analisi dei testi su 400 immagini sono stati identificati alcuni temi comuni, ad esempio “fit è sexy”, “le tue scelte ti definiscono”, “piacere e perseveranza attraverso il dolore”, esaltando l’attività fisica come mezzo per raggiungere certi ideali estetici e perpetuando la cultura dell’apparenza.

Holland e Tiggermann (2017) hanno condotto un’analisi comparativa tra un campione di 101 donne che pubblicavano su Instagram immagini Fitspiration e un campione di 102 donne che condividevano immagini di viaggio. Quelle del primo gruppo riportavano punteggi significativamente più elevati in merito a impulso alla magrezza, bulimia, impulso alla muscolosità, emotività negativa ed esercizio compulsivo (quest’ultimo si riflette nel senso soggettivo di essere obbligati o spinti ad esercitarsi, priorità dell’esercizio fisico sulle altre attività e distress in caso di incapacità di allenarsi); almeno un quinto di queste donne erano a rischio di sviluppare un disturbo alimentare rispetto a chi pubblicava immagini di viaggio.

Negli uomini appare evidente che il fitness e la muscolosità siano componenti chiave nella costruzione del concetto di sé e dell’autostima. Le preoccupazioni del genere maschile sono soprattutto rivolte all’incremento di peso e di massa muscolare, evidenziando livelli più elevati di insoddisfazione corporea e una maggiore possibilità di incorrere in disturbi alimentari o dismorfia muscolare (Furnham & Calman, 1998). Palmer (2015) ha studiato gli effetti della Fitspiration sul genere maschile, rilevando che la maggioranza di essi si servivano dei contenuti offerti sui social per accrescere la propria conoscenza e migliorare la routine di allenamento e di conseguenza il proprio aspetto esteriore. Non solo, i partecipanti di sesso maschile effettuavano confronti di tipo downward e il loro scopo principale era rendere gli altri gelosi della propria forma fisica. Pur mostrandosi selettivi nella ricerca di immagini e consapevoli della manipolazione e artificiosità di alcune di esse, i contenuti a cui erano esposti mantenevano lo stereotipo di iper mascolinità esercitando pressioni sul fisico ideale da esibire.

Un altro studio (Robinson et al., 2017) ha messo in rilievo che la visione di immagini relative all’ideale atletico conduceva a maggior insoddisfazione corporea rispetto a quelle che esaltavano il thin ideal beauty, e che le immagini Fitspiration presentavano promesse ingannevoli, portando a credere che impiegando tempo e sforzi sufficienti sarebbe stato possibile sviluppare il proprio corpo. Inoltre, le immagini di fitness erano fonte di ispirazione, ma di fatto non conducevano ad un conseguente cambiamento comportamentale. In contrasto, uno studio di tipo longitudinale ha specificato che l’interiorizzazione dell’ideale del corpo atletico, così come accade per quello magro, risulta deleterio, inducendo nei soggetti forti sensi di colpa in caso di mancata sessione di allenamento, predicendo in particolare l’esercizio compulsivo, ma non l’insoddisfazione corporea o la dieta (Homan, 2010).

Alcuni autori (Vaterlaus, Patten, Roche & Young, 2015), utilizzando focus group e interviste, hanno osservato che più della metà dei 34 partecipanti (tra i 18 e 25 anni) che possedevano Instagram, Pinterest o Facebook seguivano account Fitspo per rimanere motivati. È stato però riconosciuto che quelli che condividono contenuti relativi a dieta ed attività fisica spesso esercitano una forma di “ditigal bragging” (millanteria digitale), elevando la propria autostima e senso di realizzazione e celebrando i risultati raggiunti, ma al tempo stesso inducendo negli altri sentimenti di vergogna per il proprio corpo e stile di vita. Occorre anche menzionare il contributo di Libero magazine, una rivista digitale che si occupa di promozione della salute mentale e di condivisione di storie su ansia, depressione, disturbi alimentari, che, a partire dal 2014 circa, ha lanciato su diversi social l’hashtag StopFitspiration per rendere consapevoli dei danni connessi ai messaggi Fitspiration e sostenere un approccio più positivo e più bilanciato col fitness e col proprio corpo.

Ippocrate, conosciuto come il padre della medicina, sosteneva che:

Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute.

Il trend Fitspiration è stata creato per perseguire uno stile di vita salutare, ponendo in primo piano proprio l’importanza di svolgere attività fisica e curare l’alimentazione, in antitesi alla Thinspiration. Gli utenti dei social che seguono la Fitspiration riferiscono effettivamente anche benefici: si sentono parte di una comunità, ricevono supporto sociale, hanno accesso a numerose informazioni sulla salute, si sentono più motivati e percepiscono maggior senso di controllo personale. Eppure questo fenomeno, come emerge chiaramente da molteplici ricerche, presenta aspetti problematici: privilegia ideali fisici non generalizzabili né raggiungibili da tutti, con messaggi e testi che possono generare ansia, preoccupazioni, percezioni negative sul proprio corpo, sentimenti di inadeguatezza, atteggiamenti estremi nei confronti dell’esercizio fisico e anche disordini del comportamento alimentare. L’insoddisfazione corporea esperita può a sua volta esitare in isolamento sociale, vergogna, depressione e altri tipi di distress psicologico. È uno specchio che riflette una cultura ossessionata dalla forma fisica e dall’aspetto esteriore, che in realtà promuove, almeno in parte, comportamenti disfunzionali o potenzialmente dannosi e che ci invita a riflettere sul confine spesso labile tra salute e patologia. Risulta fondamentale predisporre innanzitutto interventi psicoeducativi, per informare sulle modalità con cui certi messaggi sui social media possono incidere sull’immagine di sé, su pensieri e comportamenti delle persone. Sono sicuramente necessarie ulteriori ricerche per approfondire un tema così ampiamente diffuso e in continua espansione, per comprendere altresì la sua influenza sul benessere dei giovani e degli adulti e sulle ricadute a breve/lungo termine, determinando i fattori di rischio individuali e i differenti tipi di contenuto associati con esperienze negative o positive del movimento Fitspiration.

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