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Oculus quest: la realtà virtuale di Facebook – Psicologia digitale

La realtà virtuale o virtual reality (VR) consiste nella simulazione di un ambiente tridimensionale che può essere esplorato e con cui è possibile interagire usando dispositivi come visori, guanti e controller. La VR trova applicazione in diversi ambiti: dai videogiochi al cinema, dai viaggi alla medicina, dal turismo al settore educativo.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 4) Oculus quest: la realtà virtuale di Facebook

 

 Diverse aziende, come Google, Sony per la Playstation e Samsung, stanno investendo anche nello sviluppo di strumenti per la realtà virtuale. Attualmente sono disponibili diverse tipologie di visori, da quelli più economici, ma con prestazioni limitate, fino a quelli più avanzati. In breve le soluzioni possono andare dal cardboard, economico e semplice, in cui basta inserire lo smartphone per riprodurre un ambiente virtuale grazie ai sensori giroscopici del telefono, passando per i visori da collegare al pc o a una console, più potenti, ma con la limitazione della mobilità dell’utente a causa dei cavi, fino ai visori standalone o all in one, chiamati così perché non necessitano di pc, console o smartphone e con prestazioni maggiori rispetto alle altre tipologie.

Oculus VR, la condivisione della realtà virtuale

Oculus VR, società acquistata da Facebook cinque anni fa, concentra le sue risorse e i suoi sforzi esclusivamente sulla produzione di visori sempre più raffinati e avanzati. In questi anni ha lanciato Oculus GO, Oculus Rift e la versione Rift 6. L’ultimo prodotto è Oculus Quest, un visore standalone che quindi funziona senza essere collegato al pc o a un altro dispositivo con cui è possibile giocare ad uno dei 53 giochi disponibili (alcuni adattati da altre piattaforme, ad esempio Angry Birds VR, e altri creati appositamente), oppure immergersi in documentari, concerti e film vivendo esperienze come ad esempio visitare destinazioni sparse per il mondo, vagare nella savana o assistere ad un concerto.

Con Oculus Quest vengono tracciati i movimenti sia in piedi che da seduti, l’ambiente ed eventuali ostacoli possono intralciare gli spostamenti. Ha diverse funzionalità: roomscale, in cui ci si muove in un’area di gioco di 2 metri quadrati; standing, che permette di interagire con gli elementi del gioco mentre si è in piedi, accovacciati, girandosi o raggiungendo oggetti sul pavimento; stationary o sitting, che consente di giocare/esplorare da seduti. Oculus Quest è in grado di tracciare anche le mani servendosi dei controller Oculus Touch con cui si effettuano le operazioni nella realtà virtuale (prendere oggetti, stringere la mano, colpire, indicare, premere, ecc.).

Indossare un visore e dei guanti per usare dei controller e immergersi in esperienze virtuali fa pensare ad una forma di isolamento. Oculus Quest invece è pensato per non isolare l’utente dalla realtà circostante, ma anzi per creare esperienze partecipative e condivisibili. L’aspetto del coinvolgimento e della condivisione è valorizzato ed incentivato sia online che dal vivo. Attraverso il visore o l’app collegata è possibile accedere a Oculus Home da cui si possono condividere foto, video, streaming con gli amici di Facebook; il visore si può anche collegare tramite bluetooth a smartphone o Chromecast per estendere l’esperienza su altri dispositivi vicini.

Ambiti di applicazione

I visori VR hanno molti ambiti di applicazione: dal gaming con giochi di sport, d’azione, avventura o fantasy, al ramo industriale, dell’istruzione e della medicina. Pensiamo, ad esempio, alla progettazione di video e film o, ancora, in ambito educativo come strumento per apprendere in maniera immersiva e coinvolgente: ad esempio, TeenDrive365 è un programma di Toyota che utilizza Oculus Rift come simulatore di guida durante i corsi per la patente. Nel settore della salute pensiamo a dispositivi che hanno modelli tridimensionali del corpo umano che permettono di avere una visione completa in maniera non invasiva prima di effettuare l’operazione, o nella riabilitazione di pazienti, aiutandoli a riacquistare le funzioni cognitive e motorie. Nell’ambito della psicologia clinica viene utilizzato per l’esposizione in un ambiente controllato, per esempio nel trattamento di fobie, ansia e stress. La fedeltà della riproduzione porta gli utenti a sperimentare effettivamente le risposte fisiologiche che sperimenterebbero nella situazione reale (Martens et al., 2019; Wiederhold e Riva, 2019).

Le applicazioni della VR portano a vivere esperienze totalmente immersive in cui, pur essendo consapevoli della finzione, veniamo guidati dai nostri sensi in situazioni che percepiamo come reali in tutto e per tutto. La cosa che accomuna tutte le applicazioni è che l’utente diventa il protagonista dell’esperienza, entra in mondi nuovi in cui poter interagire, in cui può sperimentare e mettersi alla prova in diverse situazioni e ambiti.

 


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L’intelligenza artificiale fra utopie, distopie, pregiudizi algoritmici

Negli ultimi anni si sta assistendo a un incessante sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Per quanto l’IA porti interessanti e utili innovazioni, può nascondere risvolti inquietanti: la possibile evoluzione secondo cui essa riesca a superare le capacità stesse degli esseri umani e i bias cognitivi da essa generati.

 

Il mondo dell’intelligenza artificiale (IA) ormai sommerge il nostro quotidiano, anche nelle tradizioni più ataviche quali la preghiera. Sì, perché siamo arrivati al rosario digitale. Il dispositivo eRosary è un bracciale che si attiva facendo il segno della croce. E’ dotato di una croce intelligente che memorizza tutti i dati connessi all’applicazione.

Nel lavoro vengono analizzati due aspetti inquietanti dell’IA. Il primo riguarda la possibile evoluzione secondo cui essa riesca a superare le capacità stesse degli esseri umani in ogni settore. Il secondo aspetto riguarda i bias cognitivi generati dalla IA tramite i pregiudizi algoritmici.

La capacità di apprendimento di programmi estraendo pattern di dati è il machine learning o apprendimento automatico (sotto-settore dell’IA, che studia algoritmi che migliorano con l’esperienza). Tale processo di apprendimento rinvia alle reti neurali artificiali.

All’interno di una rete neurale artificiale, i neuroni vengono organizzati per strati/livelli (se sono più di due livelli, tale architettura è il deep learning o apprendimento strutturato profondo o apprendimento gerarchico. “Profondo” sta a significare appunto “su più livelli”). I neuroni di ciascuno strato sono connessi solo a quelli dello strato immediatamente superiore e a quello subito inferiore. Le interconnessioni fra strati avvengono attraverso pesi numerici. Naturalmente, in questo processo di trasmissione, i neuroni posizionati a livello apicale (cd. livello nascosto) si limitano a ricevere informazioni dallo strato inferiore. Secondo un sistema di bottom-up, è lo strato di base ad acquisire input esterni: un neurone di base è in grado di processare, ad esempio, le informazioni relative a uno specifico punto (pixel) derivante da una macchina fotografica. L’intera struttura acquisisce un’immagine – quella di un elefante, ad esempio – da uno strato all’altro tramite i pesi numerici. E’ anche possibile che, sempre mediante tali interconnessioni, l’immagine scenda di nuovo, fino a quando l’intera struttura è pienamente in sintonia così da riconoscere l’immagine dell’elefante. Per il training si usano gli “algoritmi di retropropagazione dell’errore” (backpropagation), attraverso cui si rivedono i pesi della rete neurale in caso di errori (la rete propaga all’indietro l’errore in modo che i pesi delle connessioni vengano aggiornati in modo più appropriato). E’ un processo iterativo. Una rete neurale si presenta quindi come un sistema “adattivo” durante la fase di apprendimento, compiendo un processo di “trial and errors”. Che il sistema abbia raggiunto la sintonia è indicato da un pattern di neuroni posizionati al livello basso, che “spara” tale informazione allo strato superiore. Dopo un allenamento costituito da milioni di immagini dell’elefante, finalizzato a un apprendimento autonomo (i sistemi di deep learning, infatti, migliorano le prestazioni all’aumentare dei dati), finalmente la macchina da sola è in grado di riconoscere un elefante (“apprendimento non supervisionato”). La rete neurale apprende quindi in modo autonomo come analizzare i dati grezzi e come svolgere un compito di riconoscimento visivo (classificare un individuo/oggetto riconoscendone, autonomamente, le caratteristiche).

L’apprendimento profondo consente ai computer una progressiva quantità di applicazioni, tra cui il riconoscimento facciale come strumento di sorveglianza in paesi come la Cina. La società della sorveglianza digitale è inaccettabile. Emblematica la protesta dello scorso 24 agosto a Hong Kong. Nel video virale appaiono manifestanti vestiti in nero, con il volto coperto e con gli ombrelli, l’icona della volontà di frapporre uno strato di stoffa oscurante tra l’occhio pervasivo dello Stato e il proprio spazio personale. “Quello non è un lampione”, afferma un tweet virale di un manifestante, “è un lampione intelligente dotato di videocamera e tecnologia di riconoscimento facciale. I manifestanti li stanno abbattendo”. Le informazioni vengono trasmesse immediatamente in tutta la Cina: abbattere quel palo costituisce la metafora di segare il tronco da cui si alimenta il potere repressivo delle autorità. Non a caso i migliori sistemi di riconoscimento facciale sono cinesi e, non a caso, la Microsoft non vende più tecnologie di IA a governi autoritari. Il tema è di attualità anche in Italia: la Polizia di Stato ha attivato il sistema SARI (Sistema Automatico per il Riconoscimento delle Immagini) basato su questo tipo di tecnologie. Si sono generate polemiche sull’ampiezza del database – 16 milioni di volti – poiché si teme una massiccia schedatura della popolazione (“Riconoscimento facciale in tempo reale: quello che vediamo nei film è realtà, 16 milioni di volti schedati”, settembre 2018, reperibile al LINK).

Un’altra pietra miliare nei progressi dell’apprendimento è stata la vittoria di Deep Blue dell’IBM nella sfida a scacchi del campione mondiale nel 1997. Deep Blue è comunque una “IA ristretta”, in quanto la macchina ha come unica capacità quella di giocare a scacchi, pur superando l’uomo. Così pure rimane una “IA ristretta” la forma di “apprendimento profondo con rinforzo” (reinforcement learning), una tecnica di apprendimento della macchina (esempio, il giocatore-macchina di “Breakout”, che scoprì la strategia vincente cui nessun umano aveva fino ad allora pensato). Tale forma di apprendimento è mutuata dalla psicologia comportamentista: il premio acquisito per un successo ottenuto (qui il punteggio) stimola a ripetere la stessa cosa.

Oggi il dibattito si è esteso all’“IA forte” o “IA di livello umano”, chiamata pure “IA generale” (IAG), che riesce a eguagliare – se non a superare – le capacità cognitive umane in ogni campo. Ci si arriverà? Ciò è auspicabile? Le macchine ci renderanno obsoleti? Che cosa significherà essere umani nell’era della “vita digitale”? (Tegmark, 2018).

La “vita digitale” rappresenta l’evoluzione cosmica ineludibile. E’ una evoluzione desiderabile, perché l’esito sarà quasi sicuramente buono, risponderebbe un “utopista digitale”. Di contro, un’altra schiera di sviluppatori e data scientist – i “tecnoscettici” – sostiene che preoccuparsi dell’evoluzione a livello vitale della IA significa imboccare un percorso potenzialmente dannoso – “rallentare la marcia della IA” stessa – distraendo risorse dal problema centrale: gli avanzamenti della IA. Quindi, entrambe le correnti di pensiero non si preoccupano di una possibile “vita digitale”, sebbene con argomenti affatto diversi. La terza via è il movimento della “IA benefica”: è realistico pensare di arrivare nel lungo periodo a una IA di livello umano, sebbene sia necessario prendere precauzioni ex ante, cioè misure di sicurezza perché la macchina non si rivolti contro l’uomo. Una “IA benefica” contribuirebbe a risolvere molte piaghe, quali guerre, cambiamenti climatici, giustizia sociale. Tuttavia, affinché tale utopia non si tramuti in distopia – l’uomo che soccombe alla macchina -, core della ricerca deve essere la sicurezza dell’IA (Tegmark, 2018). In altri termini, mantenere ben salde le briglie della macchina mentre essa avanza.

Un secondo tema cruciale del dibattito è quello dei bias cognitivi che possono essere generati dalla stessa IA tramite pregiudizi algoritmici. In un contesto esterno, complesso e in continua trasformazione, nel processo decisionale l’uomo ricorre a scorciatoie – le euristiche – per rendere più semplice e veloce l’adozione di una decisione. Tali scorciatoie, se sono errate, diventano bias cognitivi, costrutti fondati al di fuori di ogni giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie, su discriminazioni e gender.

Trasposti nell’IA, le ricadute possono diventare pericolosissime. Rimanendo nel campo del riconoscimento facciale, ricercatori del MIT Media Lab in uno studio del 2018, “Gender Shades”, hanno verificato l’accuratezza di alcuni sistemi di riconoscimento facciale dell’IBM. La ricerca ha dimostrato una precisione pari al 99% nel riconoscimento di uomini bianchi e solo del 34% per le donne dalla carnagione scura. Motivo di un così ampio gap nella percentuale di errore è che gli algoritmi usati da questi sistemi si sono basati su soggetti prevalentemente di tipo maschile e di carnagione chiara. Vale a dire, i volti neri erano meno presenti nei database usati per realizzare i software di riconoscimento e, di conseguenza, venivano identificati con maggiore difficoltà. Per comprendere fino in fondo il senso del problema, basti pensare a due circostanze: il pregiudizio insito nel sistema è stato del tutto ignorato fino a quando non è intervenuta un’audit indipendente; la quantità di dati che gli algoritmi analizzano è oggi costantemente in aumento (siamo nel campo dei big data) e, dunque, la probabilità di nascondere l’errore sempre più in profondità è destinata a crescere.

Analoga circostanza anche per il software di reclutamento del personale di Amazon: il bias privilegiava le assunzioni maschili. Ci sono voluti anni per rendersi conto dell’errore e molti tentativi per correggerlo. La probabilità di incorrere in alcuni di tali bias – quelli sessisti – si ridurrebbe se più donne lavorassero nell’IA (Rossi, 2019).

Nel settore della giustizia, affidare a un algoritmo il giudizio su un crimine o sulla possibilità che questo si verifichi è un’interferenza indebita e pericolosa. Ad esempio, in UK, uno studio realizzato da un organismo a tutela dei diritti e libertà nel paese ha evidenziato come il set di dati, già discriminatori in origine, consolidassero i pregiudizi minando diritti fondamentali. Alla base di tale bias c’è una duplice circostanza: in primo luogo, ci si è occupati di mappare zone urbane considerate più a rischio, concentrando gli sforzi della polizia verso quelle aree; in secondo luogo, si sono analizzati dati e informazioni sia di potenziali criminali sia di vittime, cercando di prevenirne le azioni. La sovrapposizione di questi due sistemi e la possibilità di utilizzare un enorme stock di serie storiche, unite alla velocità con cui si possono elaborare risposte, dovrebbero garantire un accurato “risk assessment” del crimine. Ma la vita reale è più complessa: le serie storiche non riescono a inferire a sufficienza le tendenze comportamentali del futuro, in primis perché le condizioni socio-economiche evolvono (Giribaldi, 2019).

Nello studio L’intelligenza artificiale può essere sessista e razzista: è ora di renderla equa (Schiebinger e Zou, 2018) è stato criticato come gli sviluppatori e i data scientist non abbiano insegnato alle macchine a riconoscere le minoranze sottorappresentate nella società. Sicuramente, un ordine di problemi deriva da come vengono raccolti i dati che alimentano gli algoritmi e i software. ImageNet, ad esempio, è un database di immagini utilizzato da moltissimi sistemi di visione automatizzati: il 45% di queste immagini viene dagli Stati Uniti, dove però vive solo il 4% della popolazione mondiale; le immagini provenienti da Cina e India (che insieme contano il 36% della popolazione mondiale) contribuiscono solo per il 3% al database! I sistemi di riconoscimento facciale già in commercio, quando hanno a che fare con donne di colore, sbagliano spesso (il 35% delle volte) nel riconoscere il genere, rispetto a quando le donne sono di carnagione chiara (0,8%). Nel 2015, Google si scusava (Burchia, 2015) perché un suo software aveva etichettato “gorilla” due afroamericani… e tuttora rischi di questo genere non sembrano scongiurati giacchè, nell’applicazione, la ricerca di termini quali “scimpanzé” e “scimmia” non conduce a risultati… (Simonite, 2018).

Per minimizzare i rischi urge un’etica dei dati. E in questo è importante il ruolo dell’Europa con un Codice Etico secondo cui l’IA non dovrà danneggiare la dignità, la sicurezza fisica, psicologica e finanziaria degli esseri umani. Anche il Consiglio d’Europa, con una Dichiarazione adottata nel febbraio 2019 (“Declaration by the Committee of Ministers on the manipulative capabilities of algorithmic processes”), mette in guardia contro il pericolo di discriminazione sociale causata dagli algoritmi. Sicché, il futuro dell’IA dipenderà dalla capacità di risolvere la questione dei bias cognitivi.

Ma non solo. Oltre i bias ci sono altre categorie di gravi errori. Ad agosto 2017, due chatbot progettati da Facebook cominciano a comunicare fra loro con un linguaggio incomprensibile persino dai ricercatori che li avevano progettati. A marzo 2018, in Arizona, un’auto a guida autonoma investe uccidendo la ciclista Elain Herberg. Il safety driver a bordo non è riuscito a frenare.

Questo genere di notizie generano un clima di insicurezza e angoscia nelle società, poiché l’IA sembra scappare di mano all’uomo e ci si rende conto di un’afasia tra uomo e macchina.

Ci avviciniamo a una “società della paura” man mano che ci avviciniamo a una “vita digitale”?

 

Trauma e stress psicosociale modificano il nostro sistema dopaminergico? 

Non è ancora chiaro il meccanismo tramite il quale stress acuti inducano un’attivazione del sistema dopaminergico, ma anche un unico evento stressante può modificare il sistema dopaminergico, alterando così la responsività dell’individuo a futuri stimoli. 

 

Quando si parla di avversità psicosociali ci si può riferire o a traumi veri e propri, quindi situazioni nelle quali la vita della persona è stata messa a repentaglio, o ha subito gravi lesioni/violenze, oppure a stress psicosociale, quindi situazioni come l’abbandono, la perdita di un familiare, i cambiamenti di lavoro.

È noto in letteratura che gli eventi traumatici aumentano il rischio di disturbi mentali (Carlsson&Carlsson, 1990); sembrerebbe che questa vulnerabilità nelle persone traumatizzate sia data da un’alterazione delle vie dopaminergiche (Bloomfiedl et al., 2019).

La dopamina è un neurotrasmettitore che è principalmente coinvolto nei meccanismi di ricompensa, quindi stimoli come il sesso, il cibo e sostanze stupefacenti provocano un rilascio di dopamina, aumentando così la ricerca di questi stimoli da parte dell’individuo; viene rilasciata dalla substantia nigra ed inoltre è in relazione con il sistema nervoso simpatico, causando l’accelerazione del battito cardiaco, oppure l’aumento della pressione sanguigna (Kapur& Mann, 1992).

Non è ancora chiaro il meccanismo tramite il quale stress acuti inducano un’attivazione del sistema dopaminergico, ma è risaputo che anche un solo ed unico evento stressante è in grado di modificare il sistema dopaminergico, andando così ad alterare la responsività dell’individuo a futuri stimoli.

Gli individui traumatizzati percepiscono la minaccia in maniera più intensa ed esagerata, rispetto ad individui che non hanno subito traumi; inoltre la produzione della dopamina sembra essere maggiore negli individui con una storia di traumi (Kapur& Mann, 1992).

Anche la risposta dell’asse ipotalamo ipofisi surrene (HPA), che è la risposta del corpo allo stress prolungato, sembra essere alterata; l’attivazione di quest’asse porta alla produzione del cortisolo, noto come ormone dello stress.

Il sistema dopaminergico, oltre ad essere alterato nei soggetti traumatizzati, è alterato anche nelle persone che fanno esperienza di stress psicosociale, andando così a compromettere la percezione della minaccia – che verrà percepita con più intensità, rispetto ad un soggetto con un sistema dopaminergico nella norma – ed aumentando la vulnerabilità dell’individuo a sviluppare disturbi mentali, come ad esempio, ma non solo, la depressione, la schizofrenia e i disturbi di addiction (Bloomfiedl et al., 2019).

Caregivers di persone con demenza e mindfulness

Le demenze portano a una progressiva e inesorabile riduzione dell’autonomia, che rende necessario l’intervento del caregiver, un compito stressante e ricco di sfide. Rendere più sostenibile il caregiving giornaliero può portare molti benefici nel lungo periodo. Gli interventi basati sulla mindfulness si sono dimostrati utili per supportare i familiari di persone con demenza.

Maria Gazzotti – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

 Con l’avanzare dell’età il nostro organismo subisce profondi cambiamenti e, oltre ai mutamenti tipici dell’invecchiamento sano, che comprende comunque un declino delle abilità cognitive, aumenta esponenzialmente l’incidenza delle patologie dementigene. Il termine demenza indica una malattia cronica degenerativa ad esordio insidioso con un progressivo peggioramento cognitivo; é caratterizzata da deficit che coinvolgono la sfera cognitiva, emotiva, comportamentale e funzionale, con una progressiva perdita dell’autonomia che porta a dipendere dagli altri.

L’invecchiamento della popolazione é uno dei cambiamenti della società odierna che spicca maggiormente e che porta con sé un aumento di tutte le patologie croniche legate all’età, comprese le demenze, fattore che ha reso il decadimento cognitivo un problema di salute pubblica di rilevanza sempre maggiore, al punto che nel 2012 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’ADI (Alzheimer’s Disease International) hanno definito questa patologia una priorità mondiale di salute pubblica.

Le demenze colpiscono ad oggi circa 47 milioni di persone nel mondo e il numero è in aumento (Liu et al., 2017). Secondo alcune proiezioni, i casi di demenza potrebbero aumentare drasticamente nei prossimi 30 anni nei paesi occidentali, con 7.7 milioni di nuovi casi all’anno (1 ogni 4 secondi). Considerando nello specifico la situazione italiana, si stima che il numero di persone con demenza superi il milione e che siano circa 3 milioni le persone coinvolte nell’assistenza dei loro cari (Ministero della Salute).

Come detto sopra, uno degli aspetti caratteristici delle patologie dementigene é la progressiva ed inesorabile riduzione dell’autonomia, che rende necessario l’intervento di una persona, spesso un familiare, come un figlio o il coniuge, che possa assistere il malato, un compito stressante e ricco di sfide dal momento che spesso i caregivers si trovano a dover bilanciare tra le richieste del caregiving e quelle legate alla propria vita personale, sociale e lavorativa. È comprensibile come i caregivers possano trovarsi a sperimentare emozioni negative, tristezza, preoccupazione, sconforto, rabbia, senso di impotenza, con difficoltà a comprendere e ad accettare la malattia o comunque ad adattarsi ai cambiamenti della persona cara e della relazione. I figli si trovano ad affrontare un complesso capovolgimento dei ruoli, nel quale diventa il figlio colui che si prende cura del genitore, in modo nettamente più accentuato nei casi di demenza rispetto a quelli di invecchiamento non patologico; nel caso in cui il caregiver sia il coniuge si ha un altrettanto profondo sconvolgimento della relazione, nella quale uno dei due coniugi deve ora accudire l’altro, spesso fronteggiando contemporaneamente i cambiamenti della propria vita che, come detto sopra, sopraggiungono anche nei casi di invecchiamento non patologico.

Prendersi cura di un familiare affetto da malattie croniche ha generalmente effetti negativi come stress cronico, isolamento sociale, riduzione della salute fisica, difficoltà emotive, maggiore uso di farmaci, maggiori rischi di ansia e depressione, alti costi finanziari e personali, compromissione della salute e del benessere (Whitebird et al., 2012; Oken et al., 2010). È noto poi come prolungati alti livelli di stress predispongano proprio allo sviluppo di patologie psicologiche e fisiche (Liu et al., 2017;  Kor et al., 2019). Il burden legato a questo ruolo impatta sul benessere e sulla qualità della vita del caregiver con conseguenze anche nella gestione pratica della situazione, aumentando le probabilità di istituzionalizzazione del paziente. Rendere più sostenibile il caregiving giornaliero nel lungo periodo, riducendo lo stress e migliorando la salute mentale dei caregivers, può contribuire a ritardare l’istituzionalizzazione riducendo così anche i costi per la società (Liu et al., 2017; Kor et al., 2019).

Si ipotizza che il numero di caregivers di persone con demenza triplicherà nei prossimi anni arrivando a 131.5 milioni nel 2050 (Kor et al., 2019) e, proprio perché un numero sempre maggiore di famiglie si trova ad avere un familiare con decadimento cognitivo, e per le difficoltà che questo compito implica, sta diventando sempre più importante concentrarsi sulla condizione dei caregivers e su come sia possibile migliorarla (Whitebird et al., 2012; Oken et al., 2010).

Diversi studi si sono quindi occupati della ricerca di metodi che potessero mitigare gli effetti negativi di tale condizione, partendo dall’idea che rendere le persone maggiormente in grado di gestire lo stress cronico che si trovano ad affrontare giornalmente, possa portare benefici a lungo termine.

 Sono stati svolti numerosi interventi psicosociali, come il fornire informazioni, supporto sociale e skills training che hanno però portato a risultati non del tutto soddisfacenti nel ridurre il distress dei caregivers. Infatti, nonostante i caregivers possano diventare sempre più competenti e sviluppare sempre maggiori abilità utili a prendersi cura della persona cara, permarrà comunque il burden e ci saranno inevitabilmente momenti nei quali si sentiranno sopraffatti; è proprio qui che entra in gioco la mindfulness (Liu et al., 2017).

La mindfulness trae origine dal buddhismo e può essere definita come un particolare tipo di attenzione focalizzata sul momento presente, di consapevolezza non giudicante e di accettazione dell’esperienza (Whitebird et al., 2012). Gli elementi caratteristici della mindfulness sono la consapevolezza, che consente di affrontare con flessibilità e padronanza i pensieri e le emozioni negative, e l’accettazione non giudicante del momento presente. Il trattamento di mindfulness consiste nel ridurre lo stress, nell’imparare a gestire le emozioni attraverso la consapevolezza, nell’accettare la propria esperienza così com’è (Whitebird et al.,2012) ed è associata al benessere psicologico;  proprio le sue caratteristiche sopra descritte sono considerate degli antidoti potenzialmente efficaci contro svariate forme di stress psicologico, come ruminazione, ansia, preoccupazione, paura e rabbia (Keng, Smoski & Robins, 2011).

Negli studi presi in considerazione sono stati conservati interventi basati sulla mindfulness la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT) e l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), con buone evidenze del fatto che possano essere utilizzati come interventi supportivi standard per i familiari di persone con demenza (Liu et al., 2017; Kor et al., 2019).

I trattamenti basati sulla mindfulness possono aiutare i caregivers a sviluppare un atteggiamento di caregiving accettante e non giudicante, a rispondere a stimoli esterni, come ad esempio i problemi comportamentali, in modo meno reattivo e impulsivo, a sviluppare una maggiore pazienza nel gestire le diverse situazioni, a favorire un aumento dell’accettazione delle problematiche, prerequisito fondamentale per l’adattamento ai cambiamenti continui a cui inevitabilmente la diade caregiver-paziente va incontro (van Boxel et al., 2019). Aiuta inoltre ad essere consapevoli delle proprie reazioni inutili, dei pattern di pensiero automatico e a distaccarsi da questo pilota automatico per potersi relazionare in modo meno faticoso e più efficace (Liu et al., 2017).

É rappresentativo il vissuto di una una caregiver che ha riportato come, assumendo un atteggiamento più mindful, riusciva ad evitare di discutere con la madre che le chiedeva ripetutamente le stesse cose, sviluppando così una relazione più armoniosa e meno stressante (Kor et al., 2019).

Gli interventi basati sulla mindfulness rivolti a questo tipo di caregivers sono stati strutturati generalmente con incontri di gruppo a cadenza settimanale o bisettimanale per un totale che si aggira attorno agli 8 incontri, della durata di 90-120 minuti ciascuno, spesso con lo svolgimento di esercizi anche a casa; alcuni esempi di esercizi svolti sono quelli di consapevolezza del respiro, delle sensazioni corporee e dell’esperienza cognitiva ed emotiva (Kor et al., 2019; Oken et al., 2010).

I familiari di persone affette da demenza tendono a pensare ripetutamente al passato e al futuro e questa tecnica può aiutarli a rispondere agli stimoli interni ed esterni in modo meno impulsivo, più riflessivo e consapevole, aumentando le abilità di coping, portando a concentrarsi sull’esperienza presente nel qui ed ora con un’accettazione non giudicante e riducendo pensieri ripetitivi e ruminanti, con un effetto su preoccupazione, ruminazione, depressione, ansia e stress associati (Whitebird et al., 2012).

Prove crescenti mostrano che i programmi basati sulla mindfulness sono associati ad una riduzione di molteplici dimensioni psicologiche negative, come stress percepito, sintomi depressivi, aumento della qualità di vita, mentre minori sono le prove a sostegno di un effetto significativo sul burden e sull’ansia (Liu et al., 2017).

Il training mindfulness é breve, efficace, con costi relativamente contenuti e può essere una soluzione alternativa o aggiuntiva agli interventi convenzionali per i caregivers. Questo tipo di training é inoltre risultato ben accetto ai caregivers, infatti circa il 70% tende a completare tutte le sessioni previste dimostrando buona adesione al trattamento (Liu et al., 2017).

Gli effetti a lungo termine dei trattamenti basati sulla mindfulness non sono ancora stati stabiliti con certezza e saranno necessari studi futuri su larga scala e condotti rigorosamente per confermare i risultati ed approfondire gli effetti specifici su ansia e burden.

Per concludere, gli studi condotti fino ad ora hanno portato a risultati promettenti che indicano questo tipo di trattamenti come buoni interventi per i caregivers di persone con demenza, dotati inoltre del grande vantaggio di basarsi su esercizi e tecniche che, una volta imparati, possono essere utilizzati per gestire lo stress e le sfide del caregiving quotidianamente.

Le truffe romantiche o sentimentali (romance scam) online come fenomeno psicosociale persuasivo

Le truffe romantiche, chiamate anche truffe sentimentali (romantic scam o romance scam nel mondo anglosassone) online sono un fenomeno criminale in forte diffusione definito da specifiche caratteristiche che vanno dallo stato psicosociale vissuto dalla vittima alle tecniche persuasive manipolatorie utilizzate dai criminali.

 

Le truffe romantiche online sono un fenomeno criminale in forte crescita in alcuni paesi (in particolare USA, Gran Bretagna, Germania, Spagna ed altri Italia inclusa), ma molto probabilmente si sta espandendo anche in tutti quei paesi dove è diffuso l’uso di social network.

Le truffe romantiche avvengono soprattutto nel web e sono commesse da criminali (sempre più frequentemente da gruppi criminali) che falsificando la propria identità (molto frequentemente anche se non sempre) sfruttano in maniera non etica e manipolatoria una relazione di fiducia instaurata con l’intenzione di depredare finanziariamente la vittima. La relazione fiduciaria implica specifici aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali all’interno della comunicazione tra la vittima e il criminale il quale si presenta inizialmente come persona assolutamente affidabile, corretta dal punto di vista etico e semplicemente orientato alla ricerca di un rapporto socialmente significativo (amicizia, matrimonio, convivenza, etc.).

Solo nel 2016 sono stati segnalati all’FBI americana 15.000 reati ascrivibili alle truffe romantiche, circa 2.500 in più rispetto all’anno precedente, con un totale stimato di danni diretti finanziari superiori a 230 milioni di dollari (FBI, 2018), mentre in Gran Bretagna, sempre relativamente al 2016, la BBC News segnala 3.889 vittime, 39 milioni di sterline di danni diretti. L’Internet Crime Complaint Center (IC3) dell’FBI ha identificato nelle truffe romantiche il crimine online che produce la maggior quantità di perdite finanziarie per le vittime (FBI, 2018).

I criminali sfruttano a loro favore il fisiologico bisogno di relazionarsi, socialmente espresso più o meno consapevolmente dalla vittima, per costruire un copione, una narrazione convincente per arrivare a “spingerla” nella condizione di prestare aiuto (quasi sempre economico) facendo leva sul solido e coinvolgente rapporto di fiducia precedentemente stabilito. Questa dinamica psicosociale avviene con modalità piuttosto veloci per il fatto che si tratta quasi sempre di rapporti a distanza che prevedono di conseguenza interazioni comunicative molto diverse da quelle più tradizionali vis à vis.

Sono presenti, nello sviluppo di relazioni a distanza di questo tipo, sia processi di maggiore disinibizione che di maggiore idealizzazione del potenziale partner, il che rende il rapporto contemporaneamente ed inizialmente più veloce ed inteso rispetto allo scenario tradizionale dove invece si percepiscono maggiori informazioni (sia positive che non) durante la conoscenza diretta. L’abilità persuasiva del criminale consiste nell’utilizzare le specifiche conoscenze di queste dinamiche psicosociali in modo non etico, ma molto efficace, per manipolare il comportamento della vittima.

La situazione attuale relativa a questo crimine è particolarmente drammatica quanto attualmente sottostimata dalla nostra società, anche per il fatto che, per ragioni psicosociali, molto frequentemente vi è una grande resistenza psicologica delle vittime nel riportare pubblicamente i reati (per i sentimenti di vergogna e/o paura conseguenti al sentirsi giudicati come stupidi, sciocchi, ingenui, etc.) e per il fatto che, anche se denunciano l’accaduto agli organi competenti (la polizia postale nel nostro paese), non ottengono nella stragrande maggioranza dei casi nessuna giustizia legale, il che rende pressoché impossibile recuperare quindi anche i danni economici.

Oltre ai danni finanziari diretti (quanto effettivamente i criminali riescono ad estorcere alle loro vittime) vi sono da considerare anche i danni economici indiretti dovuti al deterioramento dello stato finanziario/patrimoniale e le problematiche psicosociali (problematiche stress correlate, ansia, depressione, rischio suicidario, etc.) provocate alle vittime ed alla rete sociale connessa a loro (figli, parenti, etc.).

Il recupero dei danni economici perpetrati alle vittime delle truffe romantiche è molto difficoltoso per l’estrema problematicità nel risalire alla vera identità del criminale che generalmente si trova in un paese diverso rispetto a quello del truffato al fine di scongiurare qualsiasi azione legale/inevestigativa da parte dello stesso.

La frode avviene perché vi è la concomitanza di vari elementi che rendono maggiormente “vulnerabile” la vittima. Questi elementi concernono sia caratteristiche psicologiche delle vittime (basso autocontrollo, impulsività, il forte desiderio di trovare un partner, etc.), sia fattori contestuali relativi ai truffati (come ad esempio aver da poco vissuto un evento traumatico o comunque fortemente stressante come una separazione o altro) sia la capacità persuasiva del criminale. Il criminale conoscendo (esplicitamente o meno) l’importanza dei fattori psicologici e contestuali appena menzionati relativi la vittima, dopo aver effettuato una selezione dei possibili bersagli attraverso le molte informazioni a disposizione sul web (spesso del tutto gratuitamente, si pensi ai social media quali facebook…), chiede loro il contatto avviando quindi, nel caso di risposta positiva, il copione narrativo persuasivo finalizzato alla richiesta (che può essere esplicita o meno) di denaro. Tessendo questa “ragnatela persuasiva” comunicativa il truffatore asseconda i bisogni psicosociali della vittima per instaurare un solido ed emotivamente positivo rapporto di fiducia che preparerà il “terreno” per la richiesta di denaro vera e propria, molto frequentemente connotata da un carattere di urgenza e necessità imminente (che molto spesso possiede un aspetto percepito dalla vittima come negativo, tragico o pericoloso per il presunto partner, ma che può talvolta essere connotato anche positivamente nel caso assuma la forma di preziosa occasione da cogliere molto velocemente).

Nel settore della psicologia scientifica vi è stato molto recentemente lo sforzo di individuare alcune caratteristiche psicologiche che rendono le vittime più vulnerabili nei confronti delle truffe romantiche (Coutlee, Politzer, Hoyle, & Huettel, 2014; Cross, 2019; Hadlington, 2017; McCoul, 2001; Modic & Lea, 2013; Whitty, 2013; Zuckerman, 2000), ma rimane da chiarire se alcune dimensioni quali, ad esempio, l’impulsività e lo scarso autocontrollo riscontrato in queste ricerche siano caratteristiche precedenti all’interazione manipolatoria o siano la conseguenza del processo di innamoramento molto frequente nel caso delle truffe sentimentali. Personalmente ho il piacere di essere in contatto con alcuni di questi colleghi pionieri di questo specifico settore quali il prof. David Modic della Cambridge University (UK) e la prof.ssa Monica Whitty della Melbourne University (AU), ma sono convinto che anche il lavoro sulla persuasione svolto dal prof. Robert Cialdini, professore presso l’Arizona State University (USA), pur non avendo trattato specificamente le truffe romantiche, possa esser molto utile nel gettare luce su questo fenomeno psicosociale.

Anche lo stesso prof. Cialdini, durante una comunicazione personale avvenuta poche settimane fa in merito proprio a questo tema, mi ha espresso la convinzione che analizzare attraverso la prospettiva della persuasione il fenomeno delle romance scam può aiutare a comprenderlo meglio come fenomeno psicosociale (comunicazione personale, 23 ottobre 2019). In estrema sintesi i processi persuasivi identificati dal prof. Cialdini (Cialdini, 2009) sono: la reciprocità (dobbiamo contraccambiare un favore che ci viene offerto/proposto), l’autorità (siamo più propensi ad accettare una richiesta se arriva da chi giudichiamo come autorevole/competente), il consenso sociale (a parità di altre condizioni tendiamo ad adottare scelte comportamentali condivise da un gruppo numeroso di persone), la scarsità (siamo propensi ad attribuire un valore maggiore a qualcosa che percepiamo come scarsamente disponibile), l’impegno e la coerenza (anche se apparentemente poco significativi, una volta effettuata una scelta o un comportamento, abbiamo la tendenza ad effettuare scelte o comportamenti futuri coerenti con quelli effettuati precedentemente) e la piacevolezza percepita di chi emette il messaggio persuasivo (preferiamo accettare richieste da persone che ci piacciono o, in misura maggiore, che abbiamo la percezione che piacciamo loro).

Risulta molto interessante leggere il fenomeno delle truffe romantiche con la prospettiva offerta dalla comunicazione persuasiva, perché permette di comprenderne le dinamiche ed estrapolare delle informazioni utili per prevenirne il fenomeno criminoso.

Le conseguenze finanziarie e psicosociali delle romance scam o truffe romantiche sono in genere molto pesanti per gli intensi sensi di colpa, l’ansia, la depressione (talvolta anche con pericolo suicidario), lo stress e la frustrazione di non poter avere né giustizia legale (molto spesso si tratta di crimini avvenuti internazionalmente, quindi praticamente non perseguibili), né di recuperare l’aspetto economico, né di poter beneficiare del supporto sociale per la paura di essere oggetto di giudizi negativi da parte della loro stessa rete sociale significativa (in genere le vittime non ne parlano nemmeno con i parenti più stretti o gli amici). A questa condizione occorre aggiungere anche che, in seguito al crimine, vi è in genere la scarsa capacità di ricostruire facilmente un rapporto di fiducia nei confronti di altre persone il che indebolisce ulteriormente la possibilità di essere supportati socialmente (professionalmente o meno) in maniera efficace.

Minando il senso di fiducia, le romance scams producono un effetto molto negativo e potenzialmente pericoloso perché da una parte depauperano le risorse sociali positive potenzialmente benefiche per il truffato, dall’altra promuovono un senso di sfiducia nei confronti del proprio futuro, conducendo la vittima ad un pericoloso pessimismo che alimenta un fenomeno di impotenza appresa.

Le conseguenze delle truffe sentimentali sono connotate dagli aspetti psicosociali sopra menzionati che non devono essere sottovalutati per i pesanti costi individuali e sociali che comportano. Vi è la necessità di una risposta sociale, istituzionale e politica che fornisca da un lato un piano di prevenzione attraverso una corretta informazione relativa questo fenomeno, dall’altro un più efficace supporto psicologico, legale e finanziario alle vittime di questa tipologia di crimini finalizzato a contenerne i danni psicosociali.

 

La rana bollita: una storia di ansia, attacchi di panico e cambiamento (2017) di M. Innorta – Recensione del libro

Marina Innorta ripercorre, in La rana bollita, il personale vissuto con il disturbo di ansia, partendo dal culmine della sua manifestazione nelle forme più estreme fino al punto di ripresa e rinascita, senza la pretesa di offrire soluzioni finali e universali su come liberarsene.

 

La protagonista del libro usa la metafora della rana bollita, riconoscendosi in quella rana che annaspa ormai da anni nel pentolone sempre più caldo dell’ansia.

Ella è tuttavia conscia della deriva a cui sta andando incontro, così, pur stremata e debilitata, trova la forza di reagire, tirando una zampata e saltando fuori dal pentolone, prima di restarci secca, anzi bollita.

Il principio della rana bollita e la metafora dell’ansia

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone. (N. Chomsky)

Il principio della rana bollita IMM 1

Il filosofo americano Noam Chomsky si è servito del principio metaforico della rana bollita per spiegare determinati comportamenti sociali in merito all’accettazione passiva di vessazioni, perdita di etica e valori da parte di Società e Popoli, fino a giungere alla deriva assoluta. Pur non essendoci basi scientifiche che dimostrino il principio (né si tratta di un possibile esperimento da replicare!), esso ben si presta a spiegare la capacità di adattamento dell’uomo. Per tale ragione il principio è stato assunto come metafora della vita nel trattare temi correlati al cambiamento, soprattutto in sociologia e psicologia. Convivere con il disturbo di ansia è infatti un esempio calzante di come la natura umana tenda a tollerare il dolore in piccole dosi, incorporandolo, invece che dargli voce e spazio. Perché le ansie cercano disperatamente di dirci qualcosa, di essere ascoltate, e dinanzi a rifiuto o indifferenza alzano il calibro della manifestazione con reazioni e somatizzazioni più o meno pesanti. Per contro, le persone spesso raddoppiano la dose di resistenza ad esse, animate da quel “in fondo non è poi così grave, va bene anche così”, ignorando che, così facendo, altro non fanno che predisporsi alla “bollitura”.

Una storia di ansia: sintomi e vissuto

La rana bollita inizia con il racconto di un anonimo pomeriggio di novembre quando, a seguito dell’ennesimo attacco di panico, la protagonista, stoica sofferente di disturbi di ansia da anni, si ferma e forse per la prima volta si chiede (realizzandone la risposta): “ma devo proprio sopportare che sia così?”. Inizia di lì il suo percorso verso questa paura senza nome e spesso invisibile che è l’ansia. La protagonista descrive con vividezza e chiarezza la convivenza fisica e psichica con l’ansia e gli attacchi di panico, da lei definiti “giri di giostra al luna-park del terrore”. Un ruolo fondamentale lo giocano “le ragazze della cantina”, a cui lei ricorre per umanizzare lo svilente e incessante lavorio mentale che precede e segue ogni decisione, risolvendosi alla fine con evitamento e/o rinuncia. Le ragazze della cantina sono le voci interne, quelle parti di sé spesso in combutta tra loro, che scalpitano per essere ascoltate: vi è la Bambina lamentosa che strilla e l’Adolescente ribelle sempre contro tutto e tutti, la Perfettina perennemente insoddisfatta, la Contabile con la sua mania dei bilanci e il Giudice che emette sentenze, ovvero condanne senza possibilità di appello. Al centro regna sovrana sua maestà la Ragione, detentore del “fare la cosa giusta” e infine vi è una Saggia vecchina, sempre in disparte, che anche quando si espone resta inascoltata.

Il Sistema Nervoso è ipereccitabile e così si tende a fare tutto più veloce: pensieri, battito cardiaco, respiro… si vive in affanno, con la paura di non arrivare mai, di non fare mai in tempo; è ciò che la protagonista definisce “vivere con il pilota automatico inserito”. Il rapporto con il tempo per una persona ansiosa è una corsa continua con la mente che scappa sempre più in avanti delle gambe, fa voli pindarici tra ricordi passati e proiezioni (preoccupazioni) future, fino quasi a perdere il contatto con l’ambiente circostante. Ne consegue la sensazione di essere assente a sé stessi, perennemente disconnessi, in un altrove irrazionale che nel presente non accade.

La protagonista infine evidenzia, e sottilmente denuncia, lo stigma sociale di cui si è preda quando si soffre di disturbi mentali, ancor più in caso di uno tanto intangibile quanto indefinito come l’ansia. “La salute mentale non è un argomento da pausa caffè” afferma. La società considera spesso gli ansiosi “malati colpevoli”, le cui caratteristiche non sono un reale disagio bensì debolezza del carattere. E per contro, chi ne soffre, se ne vergogna e tace.

Antidoti, naturali e non, contro l’ansia

Partendo dal presupposto che, quando si parla di disturbi di ansia non vi è una cura preconfezionata, né è nell’intento dell’autrice offrire la sua come esempio, ella si limita a raccontare gli ingredienti che le sono stati salvifici contro la stretta morsa dell’ansia. Alcuni di questi li considera universali e benefici a priori, altri rispecchiano più le predisposizioni personali.

Tra le diverse pratiche vi è la mindfulness che, insegnando a essere presente a sé stessi, induce alla consapevolezza e al dialogo con sé. L’autrice afferma quanto sia stato per lei fondamentale dialogare con la propria ansia, guardarla in faccia e darle un nome: paura. Perché è a cominciare dal momento in cui si affronta una paura, o anche solo la si definisce, che essa appare meno minacciosa. Altro antidoto è stato coltivare le proprie passioni: scrivere sul suo blog “il suo luogo calmo dove trovare rifugio dal caos e dal rumore del mondo”. La psicoterapia, consigliata dal medico di famiglia e accettata sin dal principio di buon grado, e il rapporto più controverso con la terapia farmacologica a cui ha ricorso sin dall’inizio con largo uso di ansiolitici rifiutando però, in seconda fase, gli antidepressivi. Infatti, il trattamento farmacologico in presenza di ansia allo stato cronico si basa ad oggi su una combinazione di ansiolitici (in prima fase) e antidepressivi se il disturbo persiste (ndr.).

Vi è poi un ingrediente che potrebbe considerarsi comune e universale per una vita equilibrata, ovvero il contatto con la natura, quello che la protagonista chiama “Vitamina N”. Il potere curativo della natura sta nel riportare l’individuo al tempo presente, al qui ed ora, immergendosi nel flusso della vita riconnettendosi solo con le cose importanti, essenziali. La cura agisce nella misura in cui si riesce ad abbassare il volume del frastuono interno dei pensieri e focalizzarsi sull’attimo presente; si percepirà allora il fruscio delle foglie, il rumore del vento, il dolce suono delle onde del mare e ci si sentirà più ancorati al tempo presente e alla terra. Il mare, in particolare, è considerato l’ansiolitico naturale per eccellenza per il suo comprovato potere calmante.

Infine, lo sport all’aria aperta e in generale il praticare attività sportive, considerato come una sfida con sé stessi il cui superamento sta tutto nella costanza con cui ci si applica. Questo è molto evidente nella corsa (che è infatti l’attività praticata dalla protagonista) dove spostare l’asticella del limite ogni volta più in là non è solo una motivante sfida con sé stessi, bensì è il modo migliore per recuperare l’autoefficacia perduta. L’autoefficacia è la fiducia che si ripone nelle possibilità di successo delle proprie azioni, è la percezione di riuscire a fare accadere le cose; laddove essa manchi o viene meno, lì si insinua la disperazione. Con lo sport, quel senso di impotenza e fallimento si riduce ad ogni obiettivo prefissato e superato e la fiducia rinnovata porta naturalmente a fissarne uno più grande, una distanza più lunga.

Va da sé che, essendo l’ansia un disturbo frastagliato e destabilizzante, fare ciò che fa star bene non è sempre un percorso lineare e scevro da resistenze, sorgeranno sempre dei contro più ragionevoli dei pro a dominare la partita. L’arma vincente sta nel mettersi in ascolto di sé stessi, affidarsi alle proprie risorse interne e perseguire in ciò che fa star bene, provando a sovrastare quelle paure paralizzanti.

Chiavi di volta e considerazioni finali

In conclusione, alcune riflessioni maturate e atteggiamenti di cui l’autrice ha preso consapevolezza e che l’hanno aiutata a saltar fuori dal pentolone dell’ansia:

  • L’importanza di chiedere: chiedere porta con sé la paura del rifiuto, l’ammissione di vulnerabilità e fragilità; è il fare i conti con l’incertezza, che è ciò che le persone ansiose meno tollerano. Si riesce ad uscire da questo vicolo cieco vedendo la richiesta come affermazione della propria volontà più che della vulnerabilità. Chiedere è sapere quel che si vuole, ma non riuscire a ottenerlo da soli; è sapere però di meritarlo e come tale è un gesto di forza e non di debolezza. Questo vale non solo nell’ambito professionale, ma anche e soprattutto in quello personale, altrimenti si finisce inconsciamente per pretendere che gli altri ci capiscano telepaticamente quando più ne avremmo bisogno. E gli altri, pur conoscendoci bene, non sono nella nostra testa e non possono sapere di cosa abbiamo bisogno se non glielo si dice.
  • Coltivare la gratitudine: la mente ha una naturale e malsana tendenza a trattenere e cogliere le cose dolorose e negative piuttosto che positive, a focalizzarsi su quello che manca piuttosto che su ciò che si ha. Coltivare la gratitudine significa fare lo sforzo di focalizzarsi invece sulle cose che si hanno, quelle che danno gioia, perché tanto qualcosa mancherà sempre, ma focalizzarsi su quello è un auto-condanna all’infelicità.
  • Accettarsi e prendersi la responsabilità della propria vita e felicità: è di fatto vivere la propria vita, anche se non soddisfa le aspettative altrui, o comporta scelte anti-convenzionali. Vale la pena rinunciare all’approvazione degli altri per trovare il proprio equilibrio e un sano rapporto con la realtà, afferma la protagonista. È diventare parte attivi nel processo di cura, prendersi carico del proprio percorso terapeutico senza delegare allo specialista o allo psicofarmaco. È questa l’unica cura efficace che lei ha potuto veramente provare e da cui ha tratto beneficio, pur non eliminando definitivamente i suoi disturbi.

Il concetto alla base di questo ultimo assunto è che, pur essendo controverso definire l’ansia una malattia, è impossibile pensare che per guarirne basti un intervento esterno. Allora bisogna rimettere in discussione la propria relazione con il mondo, prendersi la responsabilità della propria condizione e mettersi in cammino per venirne a capo, perché nessun altro potrà farlo al posto nostro. Così come nessuno assicura la risoluzione assoluta del problema, ma un miglioramento e una pacifica convivenza con il disturbo sono assolutamente possibili. Il trattamento dell’ansia non può prescindere dalla consapevolezza di come si esperisce l’ansia. L’ansia è la paura immaginaria di quel che potrebbe accadere, non di ciò che realmente sta accadendo; la minaccia è nella testa preda di paure irrazionali, e non nel presente. Nel momento in cui lo si realizza e ci si radica sull’attimo presente, l’ansia gradatamente si acquieta, e con essa anche quel rumoroso e devastante lavorio mentale. E quando ciò accade, sembra per assurdo che il tempo scorra quasi lento o semplicemente alla sua giusta velocità.

 

I meccanismi neurobiologici della Terapia Metacognitiva

Uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Psychology, indaga i meccanismi neurobiologici che stanno alla base dei cambiamenti clinici osservabili nei pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo in Terapia Metacognitiva (Winter et al., 2019).

 

Grazie all’utilizzo delle tecniche di neuroimaging, negli ultimi anni i meccanismi neurobiologici correlati alle modificazioni cognitive e comportamentali negli individui che seguono una terapia sono stati largamente indagati; tuttavia, sono ancora sconosciuti i motivi per i quali la psicoterapia abbia un ruolo nella modificazione dei substrati neurali (Yang et al., 2014).

Gli autori del presente studio (Winter et al., 2019) si sono posti l’obiettivo di analizzare gli effetti della Terapia Metacognitiva (MCT), in pazienti affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo resistenti al trattamento (trOCD).

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), quando trattato con sedute di psicoterapia e psicofarmaci adeguati, ha una percentuale di remissione compresa tra il 20% e il 70% a seconda del tipo di trattamento seguito dal paziente e dalla gravità dei sintomi (così come definiti dai criteri del DSM 5; Fisher & Wells, 2005). La Terapia Metacognitiva, per quanto si distacchi dalle tecniche terapeutiche attualmente più accreditate per il trattamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, si sta dimostrando una tecnica promettente per questo genere di pazienti, concentrandosi sullo stile del pensiero piuttosto che sul suo contenuto (van derHeiden et al., 2016); gli effetti neuropsicologici della MCT, tuttavia, sono ancora in parte sconosciuti.

Grazie alle tecniche di neuroimaging come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la tomografia a emissione di positroni (PET) e l’elettroencefalogramma (EEG), le basi neurobiologiche del DOC sono state ampiamente studiate, individuando nell’iperattività del circuito cortico-striato-talamo-corticale (CSTC) il correlato neurologico del disturbo (Linden, 2006; Saxena et al., 2001).

Anche l’amigdala svolge un ruolo importante nei pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo, poiché responsabile delle emozioni di ansia e paura tipiche dei pazienti con questo disturbo (Milad&Rauch, 2012): è proprio a causa del coinvolgimento dell’amigdala che la Deep Brain Stimulation (DBS), che se utilizzata per il DOC ha come target la stimolazione di quest’ultima e del nucleo della stria terminale (BNST), si sta dimostrando una tecnica terapeutica innovativa e efficace nel trattamento del trOCD (Naesström, Blomstedt&Bodlund, 2016).

Nello studio qui riportato (Winter et al., 2019), a un soggetto con trOCD di 51 anni sono stati impiantati due elettrodi per la DBS. Il paziente mostrava sintomi di controllo e di ordine e simmetria con esordio negli anni ’80. Il protocollo di ricerca prevedeva tre fasi: la prima consisteva nella misurazione delle local field potential (LFP), ovvero della corrente elettrica prodotta dall’amigdala e dal nucleo delle stria terminale (BNST), prima del trattamento. La seconda nella somministrazione di 5 sedute di Terapia Metacognitiva e la terza nel controllo delle LFP e dei sintomi residui del Disturbo Ossessivo-Compulsivo tramite l’Obsessive-Compulsive Disorder-scale (OCD-S).

I sintomi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, in seguito alle sedute di Terapia Metacognitiva, erano significativamente diminuiti. Inoltre, le analisi effettuate tramite gli elettrodi del BNST, hanno mostrato una modificazione della LFP in seguito alla terapia, in particolare del comportamento oscillatorio neuronale: questi risultati dimostrano una correlazione tra MCT e modificazioni neuronali in pazienti con trOCD (Winter et al., 2019).

Nonostante i limiti della ricerca, come la presenza di un solo soggetto, i risultati aprono la strada a futuri studi riguardanti gli effetti della Terapia Metacognitiva sui meccanismi neurobiologici del Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

 

La self disclosure e i rischi degli psicoterapeuti cognitivo comportamentali nella relazione terapeutica

Il lavoro della collega Alessia Zoppi “La terapia personale nel percorso di formazione specialistica dello psicoterapeuta: centralità formativa o scelta soggettiva?” propone una serie di stimoli davvero intrigante. Tra i tanti risponderò ad alcuni, invitando altri colleghi a proseguire questo dibattito.

 

Alessia Zoppi si chiede quali siano i rischi che gli psicoterapeuti corrono quando gestiscono la relazione terapeutica e che potrebbero dipendere dal loro orientamento  teorico. Dopo aver accennato ai problemi degli psicoanalisti, sospesi tra i due poli opposti “dell’austero neutralismo di freudiana memoria o l’empatico relazionale di ferencziana memoria” (peccato che la collega non ne abbia approfondito lo sviluppo storico di questi due poli in psicoanalisi) Zoppi affronta i possibili rischi relazionali in psicoterapia cognitivo comportamentale: “La terapia cognitiva, diversamente dalla psicoanalisi, ha tre grandi aree di problematicità:  1) un’attenzione settoriale al disturbo;  2) il trattamento solo del sintomo con il rischio di nuove ricadute e cronicizzazione;  3) la mancanza, spesso, nel terapeuta della terapia personale che protegge dalla manifestazione di proiezioni, agiti transferali, incapacità di gestione del controtransfert, motivazioni disfunzionali alla terapia”.

A queste osservazioni critiche della collega risponderò sia contrastando le sue vedute che accettandole nei loro aspetti più acuti. È vero che la psicoterapia cognitivo comportamentale fornisce un’attenzione strategicamente preferenziale al sintomo, attenzione che Zoppi denomina “settoriale”. È comprensibile che a una collega psicodinamica questa attenzione al sintomo possa sembrare un limite. Il problema è che rimproverare di questo atteggiamento la psicoterapia cognitivo comportamentale è sostanzialmente un fraintendimento, perché questa attenzione “settoriale” al disturbo e al sintomo non è un limite ma una consapevole scelta strategica e che corrisponde a una visione, la visione cognitivo comportamentale del funzionamento mentale, della sofferenza mentale, del processo terapeutico e, se vogliamo, del mondo.

La terapia cognitivo comportamentale non crede in livelli successivi di profondità dell’attività mentale e non ritiene affatto che il lavoro sul sintomo sia un lavoro superficiale. Al contrario, nel cognitivismo clinico lavorare sul sintomo significa lavorare sul processo stesso della sofferenza mentale. Questo è riconosciuto anche da alcuni esponenti degli sviluppi più recenti e relazionali della psicoterapia cognitivo comportamentale, come ad esempio Antonio Semerari (2015), il quale ha raccontato correttamente come questa tradizione clinica nacque proprio come un recupero della psicologia più interessata agli stati coscienti e controllabili e quindi più vicina alla psicologia del buon senso che non cercava significati inconsci e reconditi nel sintomo. Il lavoro di Beck (1979) o, in Italia, di Lorenzini e Sassaroli (1987) sulle credenze catastrofiche o sui circoli viziosi della paura della paura risponde proprio all’intuizione di cercare i meccanismi di perpetuazione della sofferenza nel sintomo stesso, attraverso processi ricorsivi di auto alimentazione degli stati disfunzionali di tipo rimuginativo (Fisher e Wells, 2009). Non basta. Secondo il modello cognitivo andare nel profondo, come poi confermato dalla ricerca sulla metacognizione di Wells (Fisher e Wells, 2009), può essere una condizione di aggravamento dei processi psicopatologici perché a rischio di aumentare il rimuginio.

Ribadisco però che il fatto che la collega Zoppi non sia consapevole di questi aspetti della psicoterapia cognitivo comportamentale è più che comprensibile data la sua formazione psicodinamica. Chiediamoci però, assumendoci le nostre responsabilità, se questo equivoco non dipenda da un difetto di comunicazione dell’ambiente cognitivo italiano che, insistendo troppo da alcuni anni su un pur benvenuto aggiornamento del paradigma cognitivo in termini relazionali ed emozionali abbia -in parte e tuttavia significativamente- rinunciato alla missione di diffondere una corretta conoscenza di cosa sia la terapia cognitivo comportamentale. Spunta il timore che nelle recenti svolte integrazioniste il lavoro sul sintomo, pur ancora presente, non sia più considerato centrale. E quindi non c’è per nulla un problema della Zoppi che non ha capito ma un nostro problema che non ci siamo spiegati.

Dirò poi alla collega Zoppi che l’opinione che lavorare solo sul sintomo significhi il rischio di ricadute è plausibile da un punto di vista psicodinamico ma è smentita non solo da alcuni dati di ricerca (accanto ad altri che invece dicono il contrario, certo; ormai la situazione dei dati empirici sta diventando caotica) ma soprattutto è in contraddizione proprio con quel verdetto di Dodo spesso invocato da chi, a torto o a ragione e compresa la collega Zoppi, lo usa per mettere in dubbio i successi della terapia cognitivo comportamentale nei disturbi d’ansia e dell’umore. È questo un interessante caso di una particolare declinazione del verdetto di Dodo, quel verdetto scientifico per il quale tutte le terapie hanno vinto a pari merito e che però nei discorsi clinici più informali tende a trasformarsi -chissà perché- sempre più in un dato a sfavore della terapia cognitiva. In due parole: tutti hanno vinto e allora chi godeva del favore delle linee guida come unico vincitore almeno per alcuni disturbi, ovvero la terapia cognitivo comportamentale, in realtà ha perso, e ha perso perché i suoi risultati sarebbero superficiali, focalizzati solo sul sintomo o temporanei o, peggio, artificiali, artefatti di laboratorio o di università irriproducibili nella realtà clinica. Naturalmente si tratta di una diceria non facilmente testimoniabile dato che circola nei discorsi di corridoio e non nelle pubblicazioni a stampa

Passando al problema dell’analisi personale, si potrebbe rispondere alla Zoppi che forme di terapia cognitivo comportamentale che la prevedono esistono e Zoppi correttamente le cita. Il problema è però che Zoppi sembra dare per scontato che i principi del paradigma psicodinamico valgano anche per ogni altro orientamento mentre, anche in questo caso, occorre notare che la terapia cognitiva non è, almeno al momento, “restia” all’analisi personale come scrive Zoppi ma semplicemente non la ritiene indispensabile perché non crede in un livello profondo di conoscenza personale o di scoperta di sé e ancor meno nel transfert o nel controtransfert. E per quanto riguarda quegli sviluppi relazionali della psicoterapia cognitivo comportamentale che la prevedono, essi pongono una serie di problemi teorici e clinici non indifferenti troppo complessi da trattare qui. Il problema non è introdurre o meno l’analisi personale, ma introdurla senza ripensare e, se è il caso, esplicitamente lasciarsi alle spalle i principi del paradigma clinico cognitivo comportale in relazione al rapporto tra formazione e analisi personale. Il rischio è trasformare questo inserimento nella solita iniziativa eclettica che sta diventando la vera debolezza dell’ambiente cognitivo in senso lato, un ambiente ombrello in cui si infila di tutto.

Andiamo però al vero nocciolo della critica della Zoppi, quello più intrigante e quello nel quale siamo al tempo stesso in disaccordo e in accordo. Ovvero l’accusa che la psicoterapia cognitivo comportamentale sarebbe particolarmente propensa alla pratica della self disclosure e a rischio delle derive relazionali più deteriori legate a questo intervento terapeutico. Sarebbe facile cavarsela rispondendo che la self disclosure è un intervento che non fa parte delle procedure caratteristiche delle terapie cognitivo comportamentali. Esse agiscono sulle distorsioni di pensiero attraverso tecniche che sono certamente condivise tra paziente e terapeuta ma che non concepiscono questa esperienza di condivisione relazionale come risolutivamente curativa in sé come avviene in altri casi compresa la self disclosure, in cui c’è un aspetto cognitivo, ovvero di normalizzazione del disagio giudicante  che il paziente sente verso i propri stati d’animo, ma soprattutto c’è un aspetto relazionale: la normalizzazione funziona non per il suo contenuto tecnico ma perché il terapista crea quella situazione di massima condivisione che è la self disclosure, la rivelazione di sé all’altro, la rottura della parete. Quindi accusare i terapeuti cognitivo comportamentale di essere a rischio di abuso di self disclosure è una contraddizione, a voler essere pedanti.

E però confessiamolo: questa è una risposta pedante. Chiediamoci invece: e se avesse ragione Zoppi?  E se malgrado tutte le teorie fosse concretamente possibile che il terapeuta cognitivo sia a rischio di un eccesso di accudimento e condivisione con il paziente? Nella mia privata e aneddotica esperienza personale so che questa accusa contro di noi è tradizionalmente coltivata in ambienti psicodinamici. E temo che potrebbe non essere del tutto infondata. Osserviamo che effettivamente fin dall’inizio la terapia cognitivo comportamentale, perfino nell’interpretazione in teoria freddamente razionalistica che ne diede Aaron Beck, si presentò come una procedura ben più validante e accogliente per il paziente rispetto alle psicoterapie psicodinamiche strettamente ortodosse in voga all’epoca, negli anni ’60. Come è noto, Beck iniziò il suo percorso verso il cognitivismo da psicoanalista studiando i depressi, che allora erano interpretati analiticamente come pazienti inconsciamente affetti da stati di rabbia e invidia. Beck ebbe l’idea che la loro depressione fosse fondata non su pulsioni di rivalsa aggressiva verso qualcuno ma da pensieri tristi di perdita di senso e di investimento nel futuro. Sentirsi dire cose di così semplice buon senso fu probabilmente molto validante per i pazienti di Beck, che forse si sentirono finalmente riconosciuti nel loro senso di perdita di vitalità e non più colpevolizzati per supposti stati di rabbia. Certo che sono strane queste doppie accuse che circolano nelle bettole della psicoterapia: insomma, questa terapia cognitivo comportamentale è troppo fredda o è troppo accogliente?

In seguito le cose sono andate perfino peggio, almeno dal punto di vista della collega Zoppi. La propensione al versante accogliente è aumentata. Abbiamo già visto come Beck fosse fin dall’inizio più validante degli psicoanalisti suoi coetanei. Seguirono poi gli sviluppi costruttivisti e relazionali, ad esempio quelli di Guidano e Liotti in Italia o la Schema Therapy di Young negli Stati Uniti che nacquero in contrapposizione a Beck accusato di freddezza razionalistica e quindi raccomandarono un ulteriore aggiustamento relazionale di tipo accogliente e validante. Perché accogliente e validante? Ma proprio perché questi nuovi sviluppi nascono accusando la psicoterapia di Beck di essere troppo fredda! E questa è una grande differenza con la psicoanalisi che invece ha sempre curato anche un versante confrontativo e negoziativo con il paziente, ad esempio in Kernberg o anche come accade nel modello Rotture e Riparazioni di Safran e Muran (2003), un modello relazionale che, quando si vanno a leggere i trascritti riportati nel libro, mostrano pagine e pagine di ferme negoziazioni e analisi ben poco accoglienti sugli aspetti più confrontativi della relazione. E nemmeno una validazione! Almeno nei trascritti riportati nel libro, nemmeno una volta che il terapista dica: capisco come lei deve sentirsi in questo momento in cui i frutti della terapia sembrano scarsi.

Al contrario! Nel trascritto il terapista Safran (o Muran?) riferisce al paziente come si sente lui terapista, ovvero messo sotto pressione! È il solito modo un po’ passivo aggressivo degli psicoanalisti di usare il loro controtrasfert facendo sentire il paziente in debito ogni qual volta sorge la lamentela del: ma cosa diamine stiamo facendo? E loro subito a suonare la campanella del controtransfert: oddio, che fa?! Mi sento pressato! Eppure il paziente sta solo lamentando la mancanza di risultati, il persistere della sofferenza! Una tipica situazione in cui ogni terapista cognitivo forse un po’ servizievolmente (siamo un po’ cagnolini noi cognitivisti, ammettiamolo) validerebbe il paziente, magari riformulando il caso, cercando insieme al paziente nuove spiegazioni e nuovi interventi fornendo il razionale, insomma come si dice al giorno d’oggi? Ah si, stimolerebbe il sistema motivazionale cooperativo. Ma leggiamo assieme Safran e Muran nella mia traduzione. Ho tradotto una tipica manovra dei due autori di Disembedding (disimpegno, potremmo tradurre) da un attacco di una paziente insoddisfatta seguita da una Exploration of construal, qualcosa che in campo cognitivo chiameremmo esplorazione delle alternative (Safran e Muran, 2000, pag. 165-166)

Disembedding

P.: E questo in che modo mi aiuterà?

T.: Bene … è difficile rispondere in astratto

P.: Non sono interessata in risposte astratte. Voglio una risposta diretta e concreta

T.: Mi piacerebbe rispondere alla sua domanda ma la mia esperienza è che se mi sento così pressato per me è difficile pensare in maniera chiara

P.: Bene, allora dica qualcosa che mi mostri come lavoreremo così posso vedere cosa sta accadendo

T.: Guardi … anche se dice questo … Io sento lo stesso tipo di pressione ad agire (perform)

P.: Bene, allora dica qualcosa di significativo

T.: Mi piacerebbe, ma io sento come se ci stessi provando e nulla di quello che dico la soddisfa, mi sento confuso (at a loss)

Mio commento. Il tono del paziente è sicuramente aggressivo, ma la richiesta di interventi operativi non è irrazionale da un punto di vista cognitivo. Il terapista invece risponde parlando di un suo stato d’animo personale (I feel so pressured) avviandosi verso una tecnica di analisi della relazione il cui obiettivo è analizzare l’aggressività del paziente; un terapista cognitivo probabilmente proporrebbe l’esplorazione di una riformulazione del caso che porti a nuovi interventi operativi il cui razionale è naturalmente condiviso con il paziente. Il tutto accennando prudentemente anche alla rabbia ma senza estrarla dalla relazione. La tecnica di Safran e Muran è sicuramente interessante e ha i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro il suo essere nel qui ed ora dello scambio relazionale. Tra i contro il rischio di ulteriormente irritare il paziente, perché l’effetto è molto personalizzante e finiscono per generare un senso di: “ti ho beccato caro paziente, vedi come mi metti sotto pressione!” C’è da dire che in questi timori non siamo soli: anche Bateman e Fonagy varie volte consigliano ardentemente di non fare troppe analisi della relazione (loro dicono: del transfert) con pazienti con disturbo di personalità, pena il surriscaldamento agonistico dell’atmosfera (Allen, Fonagy, & Bateman, 2008). Ma torniamo a seguire Safran e Muran.

Exploration of construal

P.: Non sente che la settimana scorsa era sprecata?

T.: Mi sembra chiaro che lei non era felice la settimana scorsa e questo è quello che conta

Tipica descrizione passivo aggressiva da psicoanalista: riformulo disinnescando l’insoddisfazione del paziente e indirizzandolo verso il suo stato emotivo

T.: mi vuole dire in che modo si è sprecata (la settimana)?

T.: Bene… a rischio di ipersemplificare, è come se lei abbia due strategie di base per ottenere quello che vuole dalla gente  e nessuna funziona. Una è permettere che le facciano il lavaggio del cervello, accondiscendere e in qualche modo farsi privare di qualcosa di molto importante. L’altra è uscire fuori come un toro…

T.: Non so qual è l’alternativa a queste due strategie ma voglio lavorare con lei per trovarne una. Le pare che ne valga la pena?

P.: Si

In questa seconda parte ci sentiamo più vicini a Safran e Muran. L’ultima frase in particolare la pronuncerebbe ogni terapista cognitivo comportamentale. La differenza sta nella tensione interpersonale della prima parte, che Safran e Muran magistralmente incrementano mentre probabilmente noi cognitivisti, sempre un po’ troppo amichevoli e non così freddi e razionalistici come vogliamo far sembrare, ce la giocheremmo maggiormente sul piano della validazione alla Carl Rogers.

Dobbiamo ammetterlo: gli psicoanalisti quando parlano di relazione sanno parlare anche di ferme prese di posizione del terapeuta che mettono il paziente di fronte alle sue responsabilità. Oddio, hanno anche quel loro inimitabile modo, un po’ da verginelle molestate, di colpevolizzare il paziente a colpi di controtransfert. Che è un modo di fare self disclosure molto diverso da chi cerca la condivisione come facciamo dalle nostre parti. Di certo non nutrono tante paure di perderlo o di farlo andare via questo paziente, paure che invece sembrano il timore pervasivo degli psicoterapeuti cognitivo comportamentali, sempre troppo timorosi di essere troppo freddi o troppo distanzianti.

Un esempio di questa nostra debolezza? Leggiamo questa citazione di alcuni tra i nostri migliori colleghi: “Un terapeuta, diciamo di orientamento cognitivo, invita una paziente con disturbo alimentare a scrivere un diario alimentare. Le spiega il razionale, la paziente non scrive il diario. Un altro terapeuta cognitivista invita un paziente con ansia sociale a esporsi alle situazioni temute, dopo avergli spiegato il razionale dell’intervento, i costi dell’evitamento e via dicendo. Il paziente dice di aver capito, ma non si espone. (…) La spiegazione è chiara, formulata con pacatezza ed empatia, ma il paziente rifiuta. Alla gentile insistenza del clinico reagisce con veemenza, o vera e propria rabbia” (Dimaggio, Ottavi, Popolo e Salvatore, , pp. 307-310, 2018).

Devo dire che si tratta di una citazione che rileggo spesso perché mi ci sento rispecchiato con una certa fedeltà e un certo disagio. Mi riconosco in questo quadro catastrofico, in cui io, povero psicoterapeuta cognitivo comportamentale, sono chiaramente terrorizzato, mi sento sul serio a rischio altissimo di perdere il paziente anche qualora facessi la mia terapia “con pacatezza ed empatia” ma niente, il paziente mi manderebbe a quel paese: “reagisce con veemenza, o vera e propria rabbia” E tutto questo perché? Forse perché avrei troppa paura di essere troppo freddo e distanziante. Che il paziente scopra il bluff e intraveda dietro la facciata validante, dietro la maschera di Carl Rogers il mio ghigno razionalista alla Aaron Beck che evidentemente non sarei capace di mascherare. Nella mia esperienza sono le stesse paure dei nostri allievi più giovani fin dai primi anni di training, quelle di perdere il paziente, e a quanto pare non ce ne liberiamo mai del tutto, noi terapisti cognitivi. Non per nulla ci siamo inventati il fantasma interno del paziente difficile, il mostro che ci molla li in seduta e se ne va perché sbagliamo una parola. Insomma siamo un po’ tremebondi. Chiaro che poi leggi Safran e Muran e ti cambia la vita: finalmente qualcuno che ci insegna a tenere al suo posto il paziente, dopo gli eccessi di accoglienza dei cognitivisti, Beck compreso.

Forse siamo un po’ traumatizzati, forse siamo sempre un po’ dissociati, abbiamo bisogno di tanto holding, di una madre sufficientemente buona, di un Winnicot che ci contenga nel suo abbraccio. Anche se poi questo Winnicot chissà perché lo chiamiamo sempre Bowlby, facendo un bel po’ di confusione tra clinica e scienza sperimentale, tra contenimento in seduta e attaccamento ma che ci vuoi fare, è l’eclettismo cognitivo sempre un po’ confusivo. Se queste sono le paure dello psicoterapeuta cognitivo comportamentale medio è possibile che Zoppi abbia in parte ragione e che la tentazione di essere estremamente accogliente fino a scadere nell’accudimento e di esagerare nell’usare la self disclosure potrebbe essere dietro l’angolo. Ed è così: lo confesso, talvolta ho questa tentazione, anche se in teoria come cognitivista comportamentale ortodosso (sinistra fama) non dovrei nemmeno sapere cosa sia, questa self disclosure. Ma ormai questa bestia è stata sdoganata, i buoi sono scappati ed è inutile chiudere i cancelli. E Zoppi mi ha beccato.

Tuttavia si dovrà pur rispondere alla collega Zoppi che non tutti gli psicoterapeuti cognitivo comportamentali sono così. E non parlo solo dei freddi colleghi cognitivisti standard seguaci di Beck, che ormai si sono guadagnata la nomea di gelidi ortodossi da mummificare insieme ai loro colleghi freudiani altrettanto ortodossi. E infatti non è così, dato che esistono anche cognitivisti relazionalisti che diffidano esplicitamente della self disclosure! È il caso ad esempio di Bruno Bara, che nel suo libro “Il Terapeuta Relazionale” nel capitolo dedicato alla self disclosure (2018, pp. 155-158) non la raccomanda affatto! Anzi, Bara diffida questo intervento. Eppure lui è il più relazionalista dei cognitivisti. E poi occorre ricordare alla collega Zoppi quel che lei sa già bene e ammette: che accanto a psicoterapeuti cognitivo comportamentali che rifiutano la self disclosure esistono anche psicoanalisti, guarda caso relazionalisti, che invece la raccomandano da Ferenczi in poi. Certo, alcuni hanno la manica larga, ancora Ferenczi, mentre altri la accolgono con grande prudenza e giudizio e solo nei termini di svelare al paziente gli stati interni stimolati dalla dialettica transfert – controtransfert, come se non erro diceva il padre fondatore della svolta relazionale Stephen Mitchell (Mitchell, Aron, Harris, & Suchet, 1999).

Quello che voglio dire è che forse il problema della deriva accuditiva è un problema di tutti. E questo è vero per tante ragioni. Me ne viene in mente un’altra giusto ora! E qual è? È che, per ammissione della stessa Zoppi, tra i vari argomenti a favore della prevalenza degli aspetti relazionali prevalgono spesso quelli basati sul già citato verdetto di Dodo e dei fattori comuni, fattori che spesso presentano una intensa caratterizzazione relazionale ancora una volta con una forte propensione al versante accuditivo. La prova? Basti leggere Michael Lambert, il pontefice massimo dei fattori comuni in persona quando li descrive, questi fattori comuni: sono quasi tutti caldi, di tipo accogliente: empatia (empathy), calore (warmth), accettazione (acceptance) e, giusto un po’ più duro ma comunque validante, l’incoraggiamento a assumersi rischi (encouragement of risk taking), per poi proseguire con comprensione empatica, (empathic understanding), cura e rispetto (positive regard) (Lambert e Barley, 2001). La stessa Zoppi quando parla dei fattori aspecifici scrive: “identificazione con il terapeuta, calore del terapeuta, empatia, alleanza terapeutica”. Anche in psicoanalisi la svolta relazionale che culmina in Mitchell passa anche attraverso la psicologia del se di Kohut che valida e accoglie il bisogno di auto realizzazione del paziente, chiamandolo narcisismo sano. Si tratta comunque una svolta che privilegia il versante validativo. L’eccesso di accudimento non è quindi un rischio della sola svolta relazionale cognitiva, ma di ogni svolta relazionale.

E se non fosse un problema solo della svolta relazionale? Se fosse in atto una festa dell’accoglienza (non sono derisorio: sto parlando anche di me stesso) che però sembra farci capire perché ormai tutti noi siamo a rischio di esagerare in accudimento. Eppure tutti noi sappiamo che l’aspetto accogliente non esaurisce il campo d’azione dei fattori comuni. Esso comprende anche la negoziazione su scopi e compiti.

In conclusione propongo che occorrerebbe riflettere tutti su questa possibile deriva accuditiva che ci affligge nello sviluppo moderno della psicoterapia invece di rilanciarci l’accusa a vicenda. Tutti noi -chi più chi meno- siamo influenzati dal relazionalismo compresi quelli che si atteggiano a ortodossi. Il modello di Liotti insiste molto sul fatto che si debba distinguere la cooperazione dall’agonismo e dall’accudimento. Idea giusta ma dobbiamo chiederci perché mentre agonismo e cooperazione sono ben distinti possa invece risultare più difficile distinguere la cooperazione dall’accudimento. Forse perché la definizione di cooperazione è fatta in negativo? Sappiamo cosa la cooperazione non è: essa non è accudimento e non è agonismo. Bene, ma operativamente cosa è? A volte mi sorge il dubbio che a definirla operativamente la cooperazione finirebbe spesso per somigliare pericolosamente all’intervento razionalistico, la bestia nera dei relazionalisti.

Viene da chiedersi se il miglior modo per insegnare agli allievi come evitare la deriva accuditiva sia proprio quello di recuperare un apprendimento -certo ragionato e non meccanico e tanto meno dogmatico- delle tecniche standard: formulazione condivisa del caso, negoziazione condivisa degli obiettivi, proposta e condivisione del razionale del trattamento, esecuzione tecnica (disputa, questioning ed esposizione comportamentale) eseguita per carità cooperativamente e infine monitoraggio dell’andamento, anche questo condiviso.

Tutte procedure che se ben fatte proteggono il terapeuta dalla deriva accuditiva e che al tempo stesso contengono tutto il necessario per creare e gestire un’alleanza terapeutica. Come dite? Che in queste tecniche c’è una componente relazionale? Che tutto quell’onnipresente “condiviso” lo dobbiamo ai colleghi relazionalisti? E sia: ammettiamolo ringraziando Carl Rogers, Sandor Ferenczi, Richard Sterba, Phillis Greenacre, Ralph Greenson, Donald Winnicot, Heinz Kohut ed Edward Borin, Victor Meyer, Ira Turkat, David Lane, Michael Bruch e anche Judith Beck (leggiamoci il suo contributo sull’alleanza terapeutica nella seconda edizione del Basic and Beyond; c’è perfino una concessione alla self disclosure!) oltre che Gianni Liotti.

Grazie Liotti, sul serio; anche se rimaniamo diffidenti verso la forzata ricerca di una serie di interventi relazionali alla ricerca della cooperazione come esito: ecco dove potrebbe celarsi il rischio accuditivo, nella ricerca della cooperazione come esito e non come connotazione. Parafrasando John Lennon, la cooperazione è quello che capita mentre stai facendo altro, come ad esempio le tecniche (fatte bene). Poi se ci sarà una rottura ne parleremo, si chiama rinegoziazione. Oppure per chi lo preferisce si può usare il disembedding passivo aggressivo alla Safran e Muran. A me lascia perplesso: Signora mia paziente, così mi mette sotto pressione!

Un laboratorio dedicato allo studio della mente dei bambini: il MinDevLab di Milano – Intervista al Prof. H.S. Bulf

Parliamo di bambini, parliamo di ricerca. Parliamo di quel che accade nella mente umana nei primi mesi di vita. Un argomento che molto spesso affascina clinici, ricercatori ma anche i meno esperti.

 

Da sempre la ricerca in questo campo ha cercato di rispondere a numerosi interrogativi, tanto facili da sollevare quanto difficili da indagare, avvalendosi di strumenti sempre più evoluti e compiendo così molti passi in avanti nella comprensione dei processi cognitivi e percettivi dei più piccoli.

Tra i laboratori di ricerca ad oggi più all’avanguardia, troviamo il MinDevLab di Milano: una realtà che vanta studi innovativi, i cui risultati hanno un notevole impatto, sia sulla comunità scientifica nazionale e internazionale, che sui tanti genitori ed educatori che si rivolgono al centro per comprendere meglio lo sviluppo cognitivo del bambino.

Per conoscere le attività del laboratorio, i temi e le metodologie di ricerca, abbiamo intervistato il Prof. Herman Sergio Bulf.

Intervistatore (I): Salve Prof. Bulf, e grazie per l’intervista. Lei è Professore di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Milano Bicocca e ricercatore presso il MinDevLab. Ci parli del laboratorio: come è nato e quali sono le vostre attività?

HB: Il MidDevLab è uno dei pochi laboratori in Italia che si occupano di studiare la mente dei bambini prima che inizino a parlare. L’obiettivo è quello di comprendere come si sviluppa la mente nelle prime fasi dello sviluppo, quando il cervello è estremamente plastico, e come il cervello si organizza modificando la propria anatomia e funzionalità in base agli stimoli che riceve. Studiamo in particolare quando emergono, e come si sviluppano, le capacità percettive e cognitive nei primi mesi di vita. Il laboratorio è nato grazie all’interesse dei ricercatori del MindDevLab, e in particolare delle Prof.sse Chiara Turati e Viola Macchi Cassia, per l’indagine dello sviluppo cognitivo precoce.

I: Quali sono i principali temi di ricerca su cui lavorate?

HB: Le nostre ricerche hanno l’obiettivo di indagare come i bambini di pochi mesi di vita riconoscono volti con diverse espressioni emotive, se sono in grado di comprendere sequenze di gesti e azioni, e come rispondono al tocco sociale. Siamo inoltre interessati a comprendere se i bambini sono in grado di discriminare tra insiemi di diversa numerosità e se sanno comprendere l’ordine con sui si susseguono diversi eventi in una sequenza. Tutte queste capacità sono fondamentali per l’emergere di competenze più complesse e astratte, come ad esempio le competenze comunicative e linguistiche.

I: Come è nato il suo interesse per queste determinate aree di ricerca? C’è stato un episodio o un momento in cui ha capito che questa sarebbe stata la sua strada o è più una passione maturata nel tempo?

HB: Mi sono letteralmente innamorato dello studio delle competenze cognitive e percettive precoci quando ero uno studente di psicologia dello sviluppo. Ho capito che indagare il funzionamento della nostra mente in età estremamente precoci è fondamentale non solo per meglio comprendere i meccanismi di funzionamento della mente adulta, ma anche per identificare marcatori precoci di eventuali disturbi dello sviluppo, consentendo così di intervenire quando la plasticità del cervello è massima.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI:

 

Bambini e ricerca le attivita del MinDevLab - Intervista al Prof. H. Bulf IMM 1

Imm. 1 – Prof. Herman Sergio Bulf

Bambini e ricerca le attivita del MinDevLab - Intervista al Prof. H. Bulf IMM 3

Imm. 2 – I ricercatori del MinDevLab di Milano

I: Come si sono evolute, nel corso degli anni, le metodologie di ricerca utilizzate nel laboratorio?

HB: Tutte le metodologie che utilizziamo sono innocue per i bambini, di breve durata, e si basano sui comportamenti spontanei dei bambini che ancora non parlano e non rispondono a istruzioni verbali. Nel laboratorio vengono utilizzate sia misure comportamentali che neurofisiologiche. Il laboratorio era inizialmente organizzato per rilevare misure di tipo comportamentale che consistono nell’osservazione dei tempi di fissazione visiva del bambino. Ad esempio, mostriamo la bambino due diverse immagini e osserviamo se il bambino ne osserva una per più tempo. Questo ci consente di capire se il bambino riesce a discriminare tra le due immagini e se ha delle preferenze visive. Una decina d’anni fa, grazie ad un importante finanziamento europeo ricevuto dalla Prof.ssa Turati, abbiamo potuto acquistare sistemi per misurare l’attività neurofisiologica. Ad esempio, siamo in grado di misurare l’attività cerebrale del bambino in risposta agli stimoli, come ad esempio volti o oggetti.

I: Come si svolge una giornata tipo nel vostro laboratorio?

HB: Nel laboratorio c’è sempre molto fermento. Oltre ai ricercatori lavorano infatti nel laboratorio dottorandi e assegnisti di ricerca. Il tempo è dedicato alla messa a punto degli strumenti per le ricerche, ai contatti con i genitori, e soprattutto all’osservazione dei bambini. Ad ogni bambino e ai suoi genitori viene dedicata circa un’ora. Al bambino diamo infatti il tempo di adattarsi al nuovo ambiente e spieghiamo ai suoi genitori gli obiettivi della ricerca. L’osservazione sperimentale ha invece una durata limitata, di una decina di minuti circa, per potersi adeguare alle limitate capacità di attenzione e concentrazione dei bambini così piccoli.

I: Un lavoro e una mission, i vostri, che hanno grande impatto a livello internazionale. Con quali Università e/o altri centri di ricerca collaborate?

HB: Il laboratorio ha una forte caratterizzazione internazionale. Collaboriamo infatti con altri importanti centri di ricerca in Europa, Stati Uniti e Giappone, che come noi hanno l’obiettivo di studiare il funzionamento delle mente nella prima infanzia. Ad esempio, siamo attualmente coinvolti in un progetto europeo che prevede un network di cinque laboratori europei. Oltre al MinDevLab partecipano al progetto due laboratori inglesi, uno svedese e uno olandese. L’obiettivo è quello di indagare le competenze cognitive nella prima infanzia con tecnologie all’avanguardia che permettono di osservare il comportamento del bambino in contesti ecologici.

I: Il MinDevLab è una realtà innovativa e stimolante. Ho avuto modo di vedere che partecipate anche a eventi come La notte europea dei ricercatori proprio per sensibilizzare e informare i cittadini sull’importanza del fare ricerca. Come risponde il territorio alle vostre attività?

HB: La possibilità di incontrare i cittadini è fondamentale, sia perché ci permette di far conoscere la nostra realtà, sia per sensibilizzare sull’importanza di indagare le competenze precoci dei bambini. Oggi infatti sappiamo che i bambini sono estremamente competenti: fin dalla nascita possiedono capacità percettive e cognitive insospettabili fino a qualche decennio fa, quando non esistevano metodologie adeguate per rilevarle. Le risposte a eventi come La notte europea dei ricercatori sono sempre molto positive, e rappresentano uno stimolo importante per la nostra ricerca.

I: Immagino che trovare il campione per le vostre ricerche non sia sempre facile. In che modo reclutate i vostri piccoli partecipanti?

HB: Ogni mese scriviamo alle famiglie dei nuovi nati, e abbiamo una buona percentuale di risposta, circa il 20%. Le famiglie che partecipano alle nostre ricerche chiedono di tornare, per partecipare alle osservazioni destinate ai bambini più grandi. I bambini coinvolti nelle nostre ricerche hanno dai 3 mesi ai 24 mesi di età, ma sono coinvolti anche bambini più grandi, in età prescolare. Per partecipare basta prendere un appuntamento tramite una telefonata al laboratorio.

I: Quali sono, se ci sono, i dubbi o le perplessità più frequenti manifestati dai genitori? E, ovviamente, come possiamo tranquillizzarli a riguardo?

HB: I genitori vogliono comprendere quali sono gli obiettivi della ricerca, e si assicurano che le metodologie utilizzate non siano invasive. I genitori sono accanto al loro bambino in ogni fase dell’osservazione. Vengono coinvolti e tranquillizzati spiegando che i nostri sistemi sono innocui e che vengono utilizzati ormai da decenni dai diversi laboratori che si occupano di studiare la mente dei bambini ad età così precoci. Inoltre, i ricercatori sono a disposizione non solo per spiegare a fondo gli obiettivi della ricerca, ma anche per rispondere a eventuali dubbi e domande.

I: Quali sono le direzioni (e anche le ambizioni) future del MinDevLab?

HB: Una delle direzioni future è sicuramente quella di potenziare la comprensione dei processi cognitivi di bambini a rischio di sviluppo problematico, al fine di identificare indicatori di rischio precoci e di implementare interventi che possano sfruttare la plasticità cerebrale che caratterizza queste prime fasi dello sviluppo.

I: Concludo con una piccola curiosità personale: qual è stato il risultato a suo avviso più sorprendente emerso dalle vostre ricerche?

HB: Il comprendere che le limitate capacità attentive e percettive dei bambini sono in realtà un vantaggio per lo sviluppo, perché permettono al bambino di selezionare le informazioni più rilevanti e adeguate al suo sviluppo. E che a volte i bambini sono più bravi degli adulti! Ad esempio, i bambini di pochi mesi sono in grado di discriminare i contrasti fonetici di tutte le lingue del mondo, mentre questa capacità viene persa nel corso dello sviluppo, come conseguenza della sintonizzazione percettiva sui contrasti fonetici del nostro ambiente linguistico.

Tutta vita

E’ umano che ognuno abbia le sue preferenze circa il panorama che si svelerà dopo la prossima imminente curva ma sarà comunque per tutti un elevarsi dalla prosa alla poesia, dall’ordinario allo straordinario, dalla commedia al dramma e qualunque sia il canovaccio predisposto dagli autori si farà sul serio, senza rete, senza prove, ‘buona la prima’.

 

Tempi gloriosi ed esaltanti ci attendono laggiù oltre la prossima curva di cui non si intuisce ancora il verso e consiglia già di rallentare.

Il tram tram risaputo che intreccia annoiato i giorni a farne settimane e poi mesi e infine anni, d’un tratto sarà scalzato da una novità ingiustificatamente inaspettata, prima incerta e dubbiosa poi, ad ogni esame, sempre più concreta, evidente e ineludibile  nonostante i primi capricciosi scalpiccii. Internet, prima ancora dei dottori, ne definirà i contorni e i tempi e per quanto non si possa mai dire esattamente, inizierà a delinearsi una risposta alla antica domanda su di che morte si dovrà morire. Da quel momento, attenzione!! Sarà davvero tutta vita. Basta con le domande esistenziali, con la definizione delle priorità, con le scelte e i dubbi. I percorsi e i tempi saranno scanditi dai protocolli EBM internazionali rivisti e reinterpretati dal nostro cuoco di fiducia. Ci sarà sempre qualcosa da fare, questioni di cui occuparsi, più o meno in fretta. Parlo per esperienza diretta essendoci già passato al tempo intenso della prima malattia con obiettivi incalzanti a breve scadenza, che non necessitavano di avere un perché, e le decisioni affidate ad organismi superiori inaccessibili e sapienti che operavano per il mio bene. Da parte mia, inoltre, la tanto rimproverata, nella quotidianità, assenza e anestesia sensitiva ed emotiva, rappresentava un pregio, non infastidendo l’operatore che sa il fatto suo e il mio meglio di me. La meravigliosa sensazione di non essere rimproverato nel rispondere ‘assente’ all’appello.

E’ umano che ognuno abbia le sue preferenze circa il panorama che si svelerà dopo la prossima imminente curva ma sarà comunque per tutti un elevarsi dalla prosa alla poesia, dall’ordinario allo straordinario, dalla commedia al dramma e qualunque sia il canovaccio predisposto dagli autori si farà sul serio, senza rete, senza prove, ‘buona la prima’. Forse inaspettata e talmente sconosciuta da rischiare di passare inosservata, potrà far transitorio capolino un briciolo di autenticità? Ma non è detto… si può restare col costume di scena fino all’ultimo. Non immagino troppi indugi su rimpianti o rimorsi, i bilanci truccati continuamente ricorretti saranno già stati consegnati insieme ai libri contabili al tribunale per la definitiva archiviazione e tutta l’attenzione sarà sull’unica avventura ancora sconosciuta, la terra inesplorata da cui non arrivano notizie certe, favorendo così il proliferare di leggende, fantasie e narrazioni più o meno bizzarre a riempire l’ignoto. Ogni giorno sarà unico, pieno del suo presente, istante per istante fatto di mindfulness articolare, intestinale, algica. L’eccitazione per l’attesa dell’imprevisto sarà un cocktail forte di cui si era perso il sapore: un terzo di paura, un terzo di orgoglio ed uno di curiosità, come quando da piccoli si partiva per una gita domenicale, e la sua forza si diluirà nella quieta soddisfazione per l’ultima spunta sull’agenda dell’esistenza che finalmente lascia liberi dai compiti e dai doveri, come l’ultimo giorno di scuola davanti ai quadri, tra gli spintoni degli amici prima delle vacanze estive che li disperderanno.

L’adrenalina tornerà a tendere i muscoli inflacciditi ed affannare il respiro, poco importa se non sarà per l’attesa di vedere se verrà all’incontro in pantaloni o in gonna lasciando presagire intenzioni diverse e percorsi alternativi per raggiungere all’esito scontato e condiviso, e l’attesa palpitante sarà per l’immagine confusa ‘vedo e non vedo’, non di una trasparenza del vestitino controluce, ma della scintigrafia ossea o della TAC total body. Poco importa, davvero, se le parole che si spizzeranno sulla mail non riguarderanno la data e il luogo del prossimo incontro ma dell’ennesimo illusorio consulto. L’attesa trepidante di un valore ematico sarà simile alla proclamazione del voto di laurea di un figlio o al suo primo apparire sullo schermo dell’ecografo tanti anni fa nella pancia della madre. L’importante è avere un progetto da realizzare, una battaglia da combattere, dei traguardi da raggiungere per ammazzare il tempo. Non fa molta differenza che si tratti di conquistare l’amata, asciugare le ali ad un figlio, passare alla storia o tornare a mangiare al tavolino, cambiare il pannolone o contenere le metastasi. La guerra non è forse un’esperienza indimenticabile e in qualche modo bella, anche se, come dice il poeta, fa male, e i reduci non è forse vero che stentano a riadattarsi ad una vita normale, come chi torna ad una vita sessuale coniugale d’ordinanza dopo una full immersion di video pornografici. Insomma sono certo che ne vedremo delle belle se sapremo godercele, come distesi su un prato d’estate la notte dell’Assunta ad aspettare gli ultimi colpi dei fuochi d’artificio che sono sempre i più inaspettati e rimbombano il torace.

Sono inoltre quasi certo, e comunque fortemente speranzoso, che tutta questa botta rinnovata di vita, di interesse, di slancio, di passione risveglierà almeno in parte la sonnolenza dei sensi che progressivamente segrega i vecchi dal contatto con la realtà. Di tale allontanamento siamo in parte consapevoli quando la vista e l’udito ci rimandano informazioni sempre meno nitide, impastate e ci abituiamo, per non essere fastidiosi, all’approssimazione, ad esserci senza capire, senza avere più voce in capitolo. In verità, anche gli altri sensi si predispongono al letargo, ma in modo meno evidente e consolatoriamente attribuibile all’esterno: i pomodori non hanno più il sapore di una volta, il glicine profuma di meno così come le lucciole e le gracidanti rane sono scomparse. I polpastrelli non distinguono più il trapassare della pelle in mucosa e l’insorgere della morbida peluria sulla pelle di seta. Olfatto, gusto e tatto sono anch’essi attutiti, miopi, intontiti, ma non esistono occhiali o protesi a sostenerli, né specialisti cui rivolgere rabbiose lamentele in verità destinate al padreterno.

Compresane l’esaltante bellezza è lecito chiedersi quanto durerà questa nuova stagione che ci aspetta oltre la curva appena intravista giù in fondo. Dal punto di vista soggettivo del vecchio, la cui principale caratteristica è la lentezza di tutti i processi metabolici, tempi di reazione, percettivi, elaborativi e motori sarà un tempo breve essendo grande l’unità di misura soggettiva. Per gli accompagnatori un tempo infinito che li farà sentire colpevoli quando gioiranno del suo termine.

 

Bulimia e basi neurali – Introduzione alla psicologia

La bulimia nervosa si manifesta attraverso una evidente preoccupazione per la magrezza e per il peso, che si traduce tecnicamente nel decidere di seguire un regime alimentare estremamente restrittivo che il fisico non è in grado di sostenere, visto lo scarso apporto calorico ingerito.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Di conseguenza, si finisce col provare una forte e irrefrenabile fame che inevitabilmente conduce a una abbuffata. L’abbuffata oggettiva consiste nell’ingestione di grosse quantità di cibo che tendono a soddisfare sia la voglia di dolce sia quella del salto, durante la quale sia avverte una evidente perdita di controllo. L’abbuffata, a sua volta, è seguita sempre dalla messa in atto di comportamenti compensatori come il vomito autoindotto, i clisteri, etc. aventi come scopo l’eliminazione di quanto è stato ingerito. In ogni caso, dopo aver completato questa prassi solitamente si è invasi da forti sensi di colpa e pensieri autosvalutativi, che si tende a contrastare attraverso pensieri  rigidi volti a voler ricominciare con la dieta. Ovviamente, tutto questo circolo vizioso porterà nuovamente alla restrizione e a quello che ne consegue.

Tendenzialmente, chi è affetto da bulimia mostra un peso nella norma o, in alcuni casi, superiore, ma da un punto di vista medico all’esame obiettivo si ha un quadro seriamente compromesso che può variare da gravi alterazioni elettrolitiche, a complicanze renali e aritmie, fino a lacerazioni esofagee, rottura gastrica, e sintomi gastrointestinali importanti. Nelle donne sono spesso presenti irregolarità nel ciclo mestruale.

L’autostima, in queste persone, è un elemento cardine poiché intorno a essa gira l’intero assetto del funzionamento bulimico. Erroneamente queste persone credono che star bene con se stessi e stimarsi derivi dall’avere una forma fisica eccellente e quindi essere magri. Di conseguenza, se non si è all’altezza delle proprie aspettative significa che non ci si apprezza o non si vale abbastanza. Per questo capire che l’autostima non è esteriorità ma altro, diventa un passaggio fondamentale.

Altri fattori di rischio per lo sviluppo della bulimia possono essere di tipo personologico, riguardanti la modalità con cui si entra in interazione con l’ambiente circostante, o ambientali derivanti da situazioni familiari difficili emotivamente da sostenere che incidono sul benessere quotidiano.

Bulimia e Neuroscienze

Alcuni studi hanno indagato le relazioni esistenti fra disturbi alimentari e diversi circuiti neurali associati al senso del gusto. Grazie all’utilizzo di strumenti medici come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) è stata analizzata sia la modalità con cui l’insula processa i segnali di ricompensa legati al senso di fame e sazietà, sia il processo di sensibilizzazione agli stimoli gustativi in individui con e senza disturbi alimentari. Per processo di sensibilizzazione si intende l’aumento iniziale della risposta fisiologica a stimoli gustativi mostrati ripetutamente, che a livello neurale è associato all’attivazione del talamo sinistro, del nucleo lentiforme sinistro, del cervelletto sinistro, del precuneo destro e del giro cingolato destro. In particolare, per quanto riguarda la bulimia, sembrerebbe che essa sia associata ad un aumento del volume dell’insula ventrale anteriore sinistra. Poichè l’insula è responsabile del processamento dei segnali di ricompensa provenienti dal cibo, un suo aumento di volume potrebbe alterare questo meccanismo (Frank et al., 2013). In particolare, l’insula ventrale anteriore sinistra sembrerebbe associata alla sensazione di pienezza e sazietà, pertanto, un aumento di volume potrebbe interferire con l’autopercezione del senso di pienezza, spiegando le abbuffate dell’individuo bulimico.

Per quanto riguarda il processo di sensibilizzazione, uno studio del 2015 ha evidenziato un aumento della sensibilizzazione agli stimoli gustavi nella bulimia (Wagner et al., 2015). Lo studio ha coinvolto un campione composto da un gruppo di donne guarite dall’anoressia e dalla bulimia ed un gruppo di controllo. Alle donne vengono somministrate due soluzioni gustative: saccarosio (calorico) e sucralosio (non calorico). Attraverso fMRI sono valutate le risposte neurali dell’insula e delle regioni associate al processo di sensibilizzazione. I risultati evidenziano come le risposte cerebrali delle donne guarite da anoressia mostravano una sensibilizzazione ridotta al saccarosio (calorico) ed una maggiore al sucralosio (meno calorico), mentre le donne guarite da bulimia evidenziavano una maggiore sensibilizzazione sia al saccarosio che al sucralosio. Dunque, sembrerebbe che le abbuffate degli individui bulimici siano spiegate da una percezione eccessiva del senso di fame, gestito dall’insula, e da una maggiore sensibilizzazione verso stimoli gustativi generici (calorici e non calorici).

 

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Terapia carceraria: l’uso delle lettere d’addio in psicoterapia nelle donne con condotte di autolesionismo

Il presente studio qualitativo è stato il primo ad analizzare l’impatto delle lettere di addio su donne detenute che presentano condotte di autolesionismo. Nelle carceri femminili del Regno Unito vi sarebbero percentuali allarmanti di autolesionismo.

 

Gli interventi e i trattamenti di prevenzione per l’autolesionismo nelle popolazioni comunitarie non hanno portato a riduzioni clinicamente significative di tale comportamento; per quanto riguarda le popolazioni carcerarie, gli studi sono ancora più scarsi e, soprattutto, non esistono interventi che mirano a proteggere le detenute.

Anche le terapie psicologiche disponibili in carcere sono limitate; ciò nonostante il presente studio riporta i resoconti soggettivi di donne che hanno ricevuto lettere d’addio alla fine di una breve terapia psicodinamica interpersonale (PIT), ed evidenzia come queste lettere abbiano avuto un impatto positivo sugli episodi di autolesionismo.

La psicoterapia interpersonale psicodinamica (PIT) è una terapia a tempo limitato, sviluppata da Hobson (1985), che utilizza la relazione paziente-terapeuta come strumento per risolvere i problemi interpersonali. Il modello sottolinea l’importanza di una buona alleanza di lavoro e le caratteristiche principali sono:

  • Assumere che i problemi dei clienti derivino principalmente da disturbi nella sfera relazionale con le persone significative presenti nella loro vita;
  • Mettere in atto un approccio incoraggiante e di supporto da parte del terapeuta, il quale cerca di sviluppare una comprensione più profonda con il paziente attraverso la negoziazione, l’esplorazione dei sentimenti e la metafora;
  • Collegare il disagio dei pazienti a specifici problemi interpersonali;
  • Usare la relazione terapeutica per affrontare i problemi e testare soluzioni nel qui ed ora.

Le lettere di addio consistono in una formulazione scritta sulle motivazioni e sui problemi che sono stati al centro della terapia e sui cambiamenti raggiunti alla fine di tale esperienza. Nello specifico, il terapeuta incoraggia il paziente a scrivere le proprie riflessioni sull’esperienza, promuove una conversazione sui sentimenti e fornisce uno spazio aggiuntivo per riflettere sul significato di essa. Inoltre, la lettera d’addio descrive in dettaglio come si è sviluppata la relazione tra il paziente e il terapeuta e come questo rapporto, e altri aspetti, potrebbero aver contribuito al cambiamento. Infine, è un aiuto per favorire l’integrazione e migliorare la consapevolezza.

Un’ulteriore considerazione è l’impatto che potrebbe avere la condivisione della lettera o la sua consegna a qualcuno.

Nell’attuale studio il terapeuta ha scritto le lettere d’addio e queste sono state lette, discusse e consegnate alle donne nell’ultima sessione di PIT. Si ipotizza che le lettere aiutino le pazienti ad affrontare meglio la fine della terapia e forniscano un resoconto del processo terapeutico a cui possano riferirsi una volta conclusa la terapia.

La ricerca si proponeva di sviluppare una comprensione più profonda degli effetti delle lettere d’addio sulle donne detenute, in particolare in relazione al loro comportamento autolesionista. Questo è stato importante per diversi motivi: in primo luogo, è stato dimostrato che le prospettive dei pazienti su eventi importanti in terapia differiscono da quelle dei terapeuti (Yalom, 2001); in secondo luogo, l’indagine sulle opinioni del paziente in merito alle lettere può mettere in discussione le ipotesi che i terapeuti hanno su come le lettere contribuiscano alla terapia (Ahern e Madill, 2002); infine, possono consentire di ottenere una comprensione più profonda di questo modello di terapia, nonché di altri modelli terapeutici.

Sono state reclutate un totale di 13 donne; 8 di loro avevano già effettuato tre mesi di terapia, mentre 5 di loro ne avevano già effettuati sei.

Il metodo utilizzato consisteva in un’intervista semi-strutturata riguardo diversi aspetti della loro esperienza, che includeva dettagli sui gesti autolesionistici, opinione sulla PIT e sull’uso e l’impatto della lettera d’addio.

Dall’analisi sono emersi tre temi principali:

  • Connessione con il terapeuta: ricezione della lettera;
  • Connessione a sé stessi: comprensione e consapevolezza;
  • Connessione ad altri: condivisione della lettera d’addio.

La lettera sembra aiutare le donne a diventare più consapevoli dei loro pensieri, sentimenti e risposte, invece di continuare a trascurarli o evitarli. Inoltre sembra esserci conferma del fatto che le lettere siano una potente esperienza per le persone che hanno spesso sperimentato rifiuto e abbandono.

È stato emozionante. È stato davvero emozionante perché era come…è diverso quando ne parli e poi quando lo vedi in bianco e nero è come wow! È come…Non lo so, è difficile da spiegare, perché a volte quando non ne parli non lo vedi o non ci pensi. (Ali)

Le lettere d’addio sembravano essere fondamentali per aumentare la capacità delle donne di tollerare sentimenti forti; in passato questa intensità avrebbe probabilmente portato ad assumere una condotta autolesionistica. In alcune occasioni la rilettura della lettera sembrava proprio costituire un’alternativa all’autolesionismo: la lettera potrebbe fungere da motivatore, da spinta per una comprensione maggiore dei propri sentimenti, evitando così di sentirsi sopraffatti da essi.

A volte, quando mi sento un po’ autolesionista, torno indietro e la leggo. (Liz)

Ai partecipanti è stato chiesto se avevano condiviso il contenuto delle loro lettere con altri o avrebbero voluto farlo. Tutti i partecipanti hanno affermato che la loro lettera era privata ed esponeva le proprie difficoltà interpersonali che avevano avuto nella loro vita. Alcuni hanno affermato che consentire ad altri di leggerla era piuttosto rischioso e avrebbe richiesto un’attenta riflessione, poiché ritenevano che il materiale personale potesse potenzialmente danneggiare e aumentare i loro problemi interpersonali.

Diverse partecipanti avevano differenti ragioni per condividere le loro lettere; alcune pensavano che le lettere fossero un modo utile per includere e facilitare la comprensione di altre persone e il loro comportamento autolesionista.

Ho inviato una lettera a mia mamma…non lo so, è solo…ci ho pensato non appena l’ho ricevuta perché…perché non ho mai avuto un rapporto con mia madre e lei non mi capisce davvero. Quindi volevo che capisse ovviamente perché sono come sono, sai cosa intendo e cosa ho passato. (Ali)

In conclusione, lo studio ha confermato l’ipotesi che queste lettere abbiano avuto un impatto positivo sugli episodi di autolesionismo nelle donne in carcere. Per una percentuale minima di donne (n=2), le lettere d’addio non erano un elemento positivo. Questa minoranza ha riferito che la riflessione sul passato e ciò che era stato esplorato in terapia le ricollegava con esperienze e sentimenti difficili che avevano cercato di dimenticare. Per questo piccolo numero di donne, il rifiuto di avere le lettere o il non leggerle veniva usato come meccanismo di protezione e difesa.

Infine, è importante notare che questa interpretazione è solo una delle molte possibili interpretazioni e i risultati di questo studio non possono essere generalizzati, ma è bene poterli utilizzare come punto di partenza per nuove ricerche future.

 

Cessazione del climaterio femminile: risvolti psicologici

La cessazione del climaterio, ovvero la fine del lungo periodo di fertilità femminile, assume un’importante connotazione nella vita di una donna da un punto di vista bio-psico-sociale e richiede, pertanto, un’ottima capacità di fronteggiamento e di adattamento.

 

La cessazione del climaterio avviene tipicamente tra i 45 ed i 55 anni di età, secondo i dati riportati dal Ministero della Salute, ed è accompagnato dall’arrivo della menopausa, un momento fisiologico in cui terminano i flussi mestruali. Biologicamente ciò significa che termina la produzione di estrogeni e progesterone da parte delle ovaie e che, pertanto, viene meno la capacità riproduttiva della donna stessa. Questa importante tappa, è accompagnata talvolta da sintomi di natura neurovegetativa, quali:

  • Vampate di calore
  • Sudorazione profusa
  • Palpitazioni e tachicardia
  • Disturbi del sonno
  • Vertigini
  • Secchezza vaginale
  • Alterazioni della pressione arteriosa

Il calo degli estrogeni può avere conseguenze anche a lungo termine, aumentando il rischio di patologie cardiache e di patologie osteoarticolari, favorite spesso dall’aumento di peso, tipico della menopausa, e dal rallentamento metabolico.

A livello psicoattivo, invece, sintomi tipici sono:

A livello psicologico, il quadro di complica ulteriormente, in quanto subentrano non solo i fattori di accettazione personale, ma anche i fattori di accettazione familiare, di coppia e sociale. Si parla, infatti, di crisi climaterica, in cui subentrano elementi di lutto e perdita, ed un indebolimento generale della fiducia personale della donna stessa che, infatti, sarà costretta a fronteggiare un senso di vuoto, dato dalla cessazione della fertilità, ed un conseguente senso di inutilità personale e familiare. Crede di non essere più “utile” alla coppia e alla società, quasi venisse meno il suo essere madre.

Tipicamente, le donne che vivono l’arrivo della menopausa tendono a percepirsi sole, abbandonate, anche se effettivamente hanno qualcuno accanto che le appoggia e le supporta. Se, invece, si trovano a affrontare tale situazione da sole o in concomitanza dell’allontanamento dei figli adulti dalla famiglia di origine per poterne costruire una propria, il senso di vuoto e abbandono potrebbe protrarsi e complicare il quadro.

Helen Deutsch, famosa psicoanalista austriaca, è stata una delle prime a trattare tale tematica già nei primi Novecento, in cui regnava un forte misconoscimento a riguardo. La studiosa ha affermato che nel climaterio è presente una vera e propria umiliazione narcisistica: una forte ferita viene a crearsi nell’Io e nell’ideale di sé che la donna si è creata negli anni, in cui sente di perdere parte della propria identità e della propria funzione. Attribuisce, pertanto, un significato di castrazione alla fase, sente venir meno il suo essere donna ed il valore sessuale in cui ha sempre creduto fino ad allora. Inoltre, si avverte una discrepanza tra il corpo fisiologico e quello psicologico, in quanto inconsapevolmente si continuano ad avere gli stessi desideri senza avere inizialmente consapevolezza che il proprio corpo non è più lo stesso. È questo il motivo per cui il climaterio assume una connotazione di crisi, più che di semplice momento.

C’è da sottolineare, inoltre, il sopraggiungere reale della perdita di giovinezza, che fino ad ora ha sempre aleggiato, senza mai concretizzarsi. Come la giovane adolescente, anche la donna in menopausa deve fare i conti con il suo corpo che cambia, soprattutto con la tendenza ad accumulare grasso lungo l’addome e con la difficoltà a mantenere la solita forma fisica, in quanto rallentano i processi metabolici ed il consumo di energia. Anche le forze fisiche sembrano essere minori, aumentando, invece, affaticamento e dolori articolari. Bisogna, pertanto, modificare la propria coscienza corporea, la propria immagine di sé costruita negli anni, integrandola con le novità del cambiamento.

Infine, vorrei ricordare l’esito positivo che accompagna la crisi climaterica, in cui la donna investe le proprie energie e supera il suo senso di dispersione e perdita, riscoprendo talenti, passioni o investendole nella cura familiare e del partner. La menopausa, infatti, come momento di rinascita e di ulteriore crescita, non come fine della sessualità e del senso di utilità.

 

Come posso essere certo che il mio dubbio sia un’ossessione?

Dubbi e pensieri intrusivi possono riguardare tutti, ma a volte per alcune persone il dubbio diventa una condanna. È il caso di quelle forme Disturbo Ossessivo Compulsivo dove le ossessioni hanno per oggetto tematiche fortemente angoscianti legate al danno, al senso di colpa e alla vergogna.

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), infatti, non riguarderebbe solo le forme di controllo, pulizia, ordine e simmetria, ma altre forme di sintomatologia sarebbero rappresentate da pensieri proibiti come pensieri blasfemi, pensieri aggressivi (voler far del male a qualcuno o potere attentare alla propria vita), pensieri perversi con contenuti incestuosi o pedofilici. La chiarezza andrebbe fatta sull’interpretazione, il significato, la ricorsività del pensiero stesso, dove il soggetto non riesce a tollerare neppure 1% di probabilità che il timore rappresentato nel pensiero ossessivo possa verificarsi, dunque tutti i suoi atti mentali e/o comportamentali avranno come finalità quello di poter escludere la probabilità che ciò che si teme in qualche modo possa realizzarsi o nascondere del vero.

Nello specifico, nel presente articolo verrà approfondita l’ossessione circa il dubbio di poter essere o diventare pedofilo, un dubbio che per paura, angoscia e vergogna, spesso impedisce alla persona che lo sperimenta, di chiedere aiuto ad un professionista.

Per provare a fare chiarezza ho realizzato con molta emozione una video-intervista con il Prof. Francesco Mancini, massimo esperto in tema di Disturbi Ossessivo-Compulsivi, che ringrazio per la disponibilità offertami e che tramite il presente elaborato ho il piacere di condividere.

I dubbi possono riguardare tutti. Come capire se il nostro dubbio (ad esempio di essere o poter essere pedofilo) sta diventando o è diventato un’ossessione?

Questo il primo quesito posto al Prof. Francesco Mancini, il quale per dare risposta ha fatto un interessantissimo riferimento ad uno scritto storico del 1650 in cui un arcivescovo inglese che si chiamava Taylor, descrisse con estrema accuratezza un caso di un suo fedele ossessionato dal dubbio di aver detto delle bestemmie intenzionalmente. Il suo interrogativo era del tipo: La bestemmia, il pensiero blasfemo che mi viene in testa, è un pensiero che ho voluto? L’ho pensato intenzionalmente? Lo condivido? Oppure sono solamente pensieri che mi sono capitati in testa? È un pensiero peccaminoso oppure no?

Già ai tempi Taylor riconobbe questa situazione come un caso patologico che definì ‘malattia dello scrupolo’.

Francesco Mancini tende a sottolineare l’interessante definizione che l’arcivescovo in questione offrì del concetto di scrupolo, ossia il dubbio che sorge dopo che la certezza era stata raggiunta. In tal senso dunque, ricollegandosi alla domanda di partenza, il professore spiega che per poter comprendere il confine tra un pensiero intrusivo e un’ossessione è importante notare se il nostro dubbio sta assumendo le caratteristiche della scrupolosità, ossia se a conclusione di un ragionamento seguono nuovi dubbi o ragionamenti del tipo e se magari…, e se fossi davvero…, e se non fosse un ossessione… A quel punto la ricorsività e la scrupolosità ci indicherebbero che siamo nel campo dell’ossessività.

Le persone ossessionate dal dubbio di poter essere pedofili, quali comportamenti più frequentemente metterebbero in atto peggiorando il problema?

Anche in questo caso Francesco Mancini spiega come i comportamenti che queste persone metterebbero in atto nel tentativo di neutralizzare il proprio dubbio risulterebbero altamente disfunzionale e tra questi sono ritrovabili:

  • La ruminazione del pensiero (pensare tanto al tema del pensiero);
  • Mettersi alla prova mentalmente. In questo caso la persona ad esempio può provare ad immaginare delle scene di carattere pedofilico, per studiare su se stesso l’effetto sperimentato. In questo caso però, si verrebbe a creare una confusione in quanto il soggetto tenderebbe a pensare che il fatto stesso di averci pensato tanto, non sarebbe legato al terrore generato dal contenuto del pensiero, ma questo elemento diventerebbe piuttosto un indizio a conferma del proprio sospetto, che in questo caso è quello di poter essere un pedofilo. In tal senso, si innescherebbe un meccanismo secondo il Prof. Francesco Mancini, ricorsivo a circolo vizioso, dove il tentativo di soluzione messo in atto dal soggetto con lo scopo di eliminare il sospetto, costituirebbe un nuovo indizio a sostegno del sospetto che ossessiona il soggetto;
  • Ragionamento ricorsivo;
  • Comportamenti di evitamento (evitare luoghi frequentati da bambini, evitare contatti con bambini).

Francesco Mancini inoltre riporta i dati di una ricerca in merito a questi comportamenti di evitamento denominati comportamenti di sicurezza, dove il solo fatto di aver messo in atto tale comportamento di sicurezza, confermerebbe nella mente del soggetto la minaccia e la certezza che quel comportamento meritava di essere messo in atto.

Un’ultima domanda non poteva che riguardare quale tipo di terapia per questi pazienti.

In questo senso il Prof. Francesco Mancini riferendosi a ciò che le linee guida internazionali affermano e sottolineano senza esitazioni, risponde: ‘la Terapia Cognitivo Comportamentale’.

L’ovvio è quello che non si vede mai finché qualcuno non lo esprime con la massima semplicità. (Kahlil Gibran)

 

GUARDA L’INTERVISTA AL PROF. MANCINI IN VERSIONE INTEGRALE:

Parole invisibili (2019) di Stefano Carnicelli – Recensione del libro

Parole invisibili si snoda su due binari, due registri narrativi, distinti ma visceralmente collegati, che avvolgono il lettore in un microcosmo emozionale.

 

Il sogno.

Quante volte il sogno ci ha svelato aspetti di noi che non sapevamo ci appartenessero?

E quante volte ci ha lasciato sulla pelle l’impressione di aver vissuto momenti mai nati?

Tante, troppe volte. Ma perché accade?

Forse perché il sogno sceglie di parlarci di quelle emozioni che, per vigliaccheria o per eccesso di razionalità, non sappiamo (non vogliamo) percepire ad occhi aperti. Così, complice il corpo che si affida lentamente all’inconscio, il cognitivo si eleva inspiegabilmente ad anteprima del reale. Il sogno come misterioso trailer di un domani che è parte del desiderato. Magia.

Ma immaginiamo il contrario. Immaginiamo di vivere sognando. Di portare il sognato con noi nella vita di ogni giorno. Immaginiamo di camminare per strada con in mente un lucido bagaglio di parole, espressioni di attimi tangibili, cui non riusciamo a dare forma e voce.

Scrigni pieni del nostro sentire che restano muti. Magia? No. Autismo.

Questo, il tema che Stefano Carnicelli (autore pluripremiato dei romanzi Il cielo capovolto e Il bosco senza tempo) affronta, con penna autentica e delicata, nel suo Parole invisibili, intenso viaggio nei luoghi mentali dell’autismo letto come disagio, aspetto comportamentale, e non come demone o malattia da ‘sedare’ a colpi di farmaci.

A stupire maggiormente, nella genialità di un libro di importante spessore per profondità di scrittura e per classe di un linguaggio accurato, è l’approccio magistralmente inedito. L’opera, infatti, si snoda su due binari. Due registri narrativi, distinti ma visceralmente collegati, che avvolgono il lettore in un microcosmo emozionale.

Due registri narrativi, dunque, due protagonisti.

C’è Lorenza, donna reduce da faticose prove esistenziali che – tra gravidanze fallite e affanni di un irriverente ed invadente iter adottivo – le hanno, in compenso, donato la bramata maternità.

C’è Achille, suo figlio. Un bambino voluto, cercato, sognato. Un bambino autistico.

E mentre madre e figlio si raccontano in prima persona, a capitoli alterni, in una sorta di diario a due voci, pagina dopo pagina scopriamo quelle verità che soltanto una cronaca non filtrata da ipocrisie o preconcetti lascia trasparire.

Scopriamo, ad esempio, il coraggio di Lorenza quando confessa:

ho imparato a contare le lacrime, a bagnarmi con esse. Le ho sentite scorrere sul viso, scendere sul collo, arrivare al cuore. Le ho asciugate ricacciandole indietro come si fa con delle mosche fastidiose e aggressive. Le ho ingerite con violenza, come a volerle sopprimere.

Coraggio iniettatole in vena dall’amore di sangue e di carne per Achille e dalla consapevolezza di esserne la sola, affidabile, voce.

L’unico tramite con una società, lo si vuole denunciare, ancora impreparata per poter essere e restare concretamente a fianco delle famiglie meno fortunate.

Ma ad affiorare è anche la tenacia di Achille che, sequestrato nel suo silenzio, grida al mondo:

non sono pazzo! Molto semplicemente la mia esistenza è stata in qualche modo capovolta… il mio è un linguaggio muto che si muove con gesti sbilenchi e maldestri di un bambino autistico. Le mie sono parole invisibili che non riescono a superare la barriera del suono.

Ed è sublime la descrizione del destino delle parole di Achille che sembrano perdersi nel viaggio ideazione-realtà e che invece diventano tasselli di un’identità perfetta. Perfetta perché quella prigione della (non) voce diviene aquilone, diviene libertà, proprio grazie alla sua capacità di portare a termine un’operazione complicatissima: l’introspezione. Achille si guarda dentro, senza indossare il paracadute della prudenza, alla ricerca del meccanismo che genera pensieri muti e trova la soluzione, la cura: essere.

Semplicemente essere. Non lasciarsi dissolvere dalla società.

Perché Achille è un bambino speciale. Con percezioni speciali. Non diverso. Speciale.

Lo dimostrerà ai suoi compagni. Lo dimostrerà a sua madre quando – nella commovente chiusa dell’opera – le dedicherà un traguardo importante. Lo dimostrerà a se stesso anche se, del suo essere speciale, non aveva mai dubitato e, anzi, ne aveva tratto forza.

Sì, Achille è proprio speciale. Ed ha voce. Eccome se ce l’ha.

‘Achille è un angelo’ fa dire ad una bimba il Carnicelli in un passo indelebile del romanzo ‘e gli angeli non parlano e per sentirli bisogna usare le orecchie del cuore’.

Verissimo.

Achille ha la voce nello sguardo e nelle movenze. Ha voce da vendere e tanto da dire.

Basta saperlo ascoltare lasciandosi guidare dall’empatia. L’empatia che salva.

Empatia necessaria affinché nessuno pronunci più Parole invisibili.

 

Il futuro è nelle tecniche di stimolazione cerebrale

Attualmente le stimolazioni transcraninche più utilizzate sono la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e la stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS). Ultimamente si inizia a parlare anche di stimolazine cerebrale a rumore casuale (tRNS).

 

Le differenze tra le tre metodologie sono le seguenti:

TMS: La stimolazione magnetica transcranica è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica, consiste in una bobina che viene posizionata in prossimità della cute del cranio della persona. La bobina è in grado di generare un campo magnetico che va a modulare l’attività elettrica dei neuroni delle zone più superficiali del cervello (Palm et al., 2016).

tDCS: La stimolazione transcranica a corrente diretta è anch’essa una metodologia di stimolazione non invasiva e consiste in due elettrodi applicati sullo scalpo della persona che fanno passare una corrente elettrica costante di 1-2 mA. E’ possibile fare una stimolazione anodica quindi che eccita i neuroni, oppure una stimolazione catodica che inibisce i neuroni.

tRNS: La stimolazione a rumore casuale, è la tecnica di stimolazione non invasiva più recente e ciò che la rende peculiare è che la frequenza della corrente che attraversa i neuroni è casuale, varia cioè tra i 100 e i 650 Hz. Anch’essa consiste in due elettrodi che vengono applicato sullo scalpo della persona (Palm et al., 2016).

Stando a recenti ricerche, la tRNS sembrerebbe produrre effetti più significativi, rispetto alle altre tecniche di stimolazione cerebrale, tra i vari effetti positivi che sono stati riscontrati, si delineano in particolare benefici per quel che riguarda: abilità cognitive, in particolare il calcolo matematico; diminuzione del dolore cronico in pazienti con sclerosi multipla (Palm et al., 2016); decremento dell’attività della corteccia motoria in soggetti con il morbo di Parkinson (Stephani et al., 2011); diminuzione dei sintomi depressivi (Chan et al., 2012); miglioramento dei sintomi negativi della schizofrenia (Palm et al., 2013).

A livello neuronale, la tRNS opera sull’attivazione/de-attivazione dei canali del sodio Na+, depolarizzando o iperpolarizzando il neurone; inoltre, la sua frequenza casuale, non permetterebbe alla zona stimolata di prevedere e abituarsi alla stimolazione, mantenendo così stabili i benefici dati dalla sollecitazione elettrica.

I ricercatori stanno ancora cercando di capire quale sia il range di frequenza ottimale in grado di massimizzare i benefici; attualmente la più promettente sembra essere una stimolazione con frequenza che continua a variare tra i 100 e i 700 Hz (Moret et al., 2019).

The Inner Game

L’atleta riesce ad esprimere la sua performance ottimale quando riesce a ridurre al minimo gli ostacoli personali interni e sviluppa la fiducia nelle proprie capacità di apprendere in modo naturale dall’esperienza diretta (W. Thimothy Gallwey).

 

L’avversario che c’è nella nostra mente, è molto più forte dell’avversario che c’è dall’altra parte. (W. Thimothy Gallwey)

Controllo della prestazione

Vi è mai i capitato di pensare per molto tempo alla vostra ultima prestazione in campo, soffermarvi a cercare di capire dove avete sbagliato, nonostante le indicazioni vi fossero chiare, e poi ritrovarvi nonostante tutto il giorno seguente a fare lo stesso errore? Ecco, vi sarete detti, come è possibile contemporaneamente sapere come tirare, ma poi non riuscire a realizzarlo?

Vi propongo una riflessione sulla pratica del “fidarsi del proprio inconscio” nel golf, così come nella pratica sportiva in generale, citando il maestro Tim Gallwey, noto per il suo enorme contributo proposto con l’Inner Game Coaching, perché essa può aiutarci a capire cosa succede nella nostra mente e, soprattutto, come riuscire a modificare quei comportamenti che non ci fanno raggiungere i nostri obiettivi, nello sport così come nella vita. Secondo questo concetto la nostra mente viene facilmente distratta dalla tendenza a preoccuparsi, a rimpiangere, a confondersi. Sono le interferenze che lo stesso giocatore subisce (come ad es. il giudizio, lo stress, l’eccessiva autocritica, la paura di sbagliare, o l’essere osservati, ecc.…) che condizionano il risultato della prestazione.

Pensate, ad esempio, a quando giocano padre e figlio, a quanto il primo, appena il ragazzo tira, si esprima in modo fortemente convinto nel dare giudizi e consigli (guidato senza dubbio dalle sue migliori intenzioni), ma come questi rimangano impressi nella testa del ragazzo anche quando il padre non sarà più presente in campo con lui, cominciando a fargli interiorizzare un’enorme pressione. Ciò che Gallway presuppone è che dentro, in ciascuno di noi, esista una sorta di partita giocata dalla nostra mente, i cui avversari sono uno esterno e uno interno, chiamati rispettivamente Self One e Self Two. Il Self  One è  la parte razionale, che giudica, paragona, decide, rende distorta la nostra percezione, mentre il Self Two è l’essere umano con tutte le sue potenzialità latenti e la sua capacità di imparare.

Secondo Gallway, il giudizio della componente Self One interferisce costantemente nello stato di apprendimento, quindi contro il Self Two, provocandoci infinite difficoltà. Questo dialogo interiore è presente pressoché in modo inconsapevole all’interno della mente, ma il guaio è che il gioco procede simultaneamente, quindi, come sospendere questa pratica continua della parte Self One?

Per farlo servono delle abilità interiori, che devono essere allenate, poiché

L’atleta riesce ad esprimere la sua performance ottimale quando riesce a ridurre al minimo gli ostacoli personali interni e sviluppa la fiducia nelle proprie capacità di apprendere in modo naturale dall’esperienza diretta. (W. Thimothy Gallwey)

Da qui la sua formula: PRESTAZIONE = POTENZIALE – INTERFERENZE

L’allenamento mentale consiste quindi tutto nello sviluppare il potenziale e nel ridurre le interferenze. Semplice a dirlo, starete pensando, ma non altrettanto a metterlo in pratica. In realtà il nostro potenziale è molto alto al nostro interno, ma altrettanto alta è la capacità di farsi colpire dalle interferenze.

Triangolo PEL

Alla base del gioco interiore c’è il triangolo PEL (o PAD ) dove ai vertici ci sono oltre alla performance altri due fattori fondamentali: l’apprendimento e il divertimento. Ogni lato del triangolo rappresentato sostiene gli altri due.

The inner game - IMM 1

Immagine 1. Triangolo PEL

Questo dialogo interiore è presente pressoché in modo inconsapevole all’interno della mente del giocatore, ecco perché risulta utile, all’interno di un percorso di coaching, indirizzare consciamente la propria attenzione, alimentandola con le informazioni di cui ha bisogno, e al contempo bloccare la strada al manifestarsi di pensieri disfattisti o emozioni negative (paura di sbagliare, sentirsi giudicati, …) che portano la persona in uno stato d’animo che limita il proprio potenziale.

In altre parole, imparando in modo naturale ad osservare le nostre azioni, possiamo distrarre le interferenze, ovvero trasformare il giudizio che abbiamo di noi stessi e della nostra performance attraverso tecniche di autocorrezione e acquisizione di consapevolezza delle nostra reali potenzialità.

In queste poche righe non si vogliono certo ridurre al minimo i concetti dei fondamenti del coaching, ma si vuole piuttosto stimolare il lettore a introdurre nella pratica quotidiana del golf, cosi come in altri sport, considerazioni sulla forza della propria consapevolezza e della propria dimensione emotiva, non dimenticando che anche la tecnica influisce in modo ingente nel migliorare la propria performance finale.

 

La terapia personale nel percorso di formazione specialistica dello psicoterapeuta: centralità formativa o scelta soggettiva?

La competenza terapeutica non è data solo dalla formazione tecnica assunta negli anni di specializzazione, ma sostanzialmente essa si costruisce dall’integrazione di formazione, modello, carattere del terapeuta.

 

Ogni modello terapeutico, basandosi su assunti teorici e tecniche diverse, punta a obiettivi terapeutici complessi e apparentemente divergenti. La competenza terapeutica non è data solo dalla formazione tecnica assunta negli anni di specializzazione, ma sostanzialmente essa si costruisce dall’integrazione di formazione, modello, carattere del terapeuta.

Potremmo anche parlare di una integrazione tra competenza e attitudine personale (Vîşcu, 2014). Mentre il carattere, o anche l’attitudine, sono variabili soggettive, su cui il controllo tecnico è minimo e rispetto alle quali la possibilità di intervento non è neanche troppo auspicabile in quanto distorcerebbe la personalità del terapeuta stesso (ad esempio, fingendo l’austero neutralismo di freudiana memoria o l’empatico relazionale di ferencziana memoria), su formazione e modello ci sarebbe molto da dire. E’ lecito domandarsi se all’interno della formazione personale giochi un ruolo centrale o marginale la terapia personale. Non tutte le scuole infatti impongono un percorso personale obbligatorio, con un monte ore minimo e significativo dell’esperienza della terapia che si andrà poi ad applicare sui pazienti. Mentre marcato è il numero di ore di didattica e supervisione. La ricerca scientifica può dare utili informazioni in merito e può approfondire ulteriormente l’argomento per aumentare un’indagine al riguardo che possa giustificare l’utilità di terapia personale nella formazione del futuro psicoterapeuta. Mentre esistono ricerche che dimostrano che la terapia personale fa bene al futuro terapeuta in ottica di crescita professionale (Bike, Norcross, Schatz, 2009 e Mackey, Mackey, 1994; Macran, Shapiro, 1998 e Orlinsky, Schofield, Schroder, Kazantzis, 2011 e Sheikh, Milne, MacGregor, 2007 cit. in Åstrand, Sandell, 2019; Norcross, 2005), non esistono molte ricerche sull’efficacia della terapia (ricerca sull’outcome) che dimostrino incontrovertibilmente che i terapeuti con formazione e terapia personale siano più efficaci di altri, nonostante ciò è lecito domandarsi che cosa la ricerca possa dirci in merito; risultano essere presenti evidenti fattori terapeutici necessari al processo di cura, quali fattori specifici e aspecifici delle terapie. Secondo il verdetto di Dodo tutti hanno vinto e ognuno deve ricevere il premio (Luborsky et al., 1975, cit.in Dazzi, Lingiardi, Colli, 2006, p.8) dunque le terapie dovrebbero avere tutte la medesima efficacia; ma grazie a quali fattori? La ricerca in psicoterapia ha differenziato il ruolo dei fattori aspecifici (fattori supportivi: identificazione con il terapeuta, calore del terapeuta, empatia, alleanza terapeutica, etc.; fattori di apprendimento: esperienza emotiva correttiva, insight, assimilazione dell’esperienza problematica, etc.; fattori di azione: regolamento del comportamento, abilità cognitive, etc.) e specifici sull’efficacia (interventi clinici differenti) (Dazzi, Lingiardi, Colli, 2006, p.25). Di questi, i secondi, paradossalmente più orientati al modello teorico e alla tecnica, sembrano non essere i veri fattori di efficacia e cambiamento, a differenza dei primi che risultano significativi e che sembrano essere comuni a tutte le buone terapie.

Alcune ricerche sostengono che l’interazione tra fattori specifici e aspecifici può spiegare almeno il 60% della varianza di outcome (Beutler, Moleiro, Malik, et al., 2000, cit. in Dazzi, Lingiardi, Colli, p.27). In generale definire efficace una psicoterapia rispetto ad un’altra risulta molto complesso per l’interazione di fattori legati al terapeuta, al paziente e a molteplici variabili extrasetting che è molto complesso manipolare in ricerca (Luborsky, 2002, cit. in Dazzi, Lingiardi, Colli, 2006, p.44). Ma se i fattori significativi sono prevalentemente quelli aspecifici, che senso ha una terapia didattica? Si potrebbe approfondire la ricerca a conferma dell’ipotesi secondo cui un percorso di terapia personale, possa annoverarsi come strumento essenziale dell’efficacia terapeutica, in quanto funzionale ad apprendere in prima persona il peso dei fattori aspecifici (come fiducia, alleanza, percezione dell’empatia del terapeuta, etc.)? Tutte le ricerche sul tema propendono per l’importanza di una terapia personale nel percorso di vita di uno specialista della salute mentale (Norcross, 2005; Åstrand, Sandell, 2019); per quali motivi?

Terapia personale o terapia didattica?

Nell’ambito della ricerca in psicoterapia l’efficacia del percorso di terapia personale come variabile del processo terapeutico e di funzionalità terapeutica emerge marcatamente in diverse ricerche che riassumono l’efficacia della terapia personale, i cui scopi possono essere: ridurre il disagio professionale e aumentare le capacità emotive, empatiche e di insight del terapeuta; aumentare la consapevolezza degli aspetti personali che possono interferire con il lavoro; apprendere con una immersione diretta, aumentando la consapevolezza della tecnica e dei meccanismi centrali di processo; aumentare la fiducia nell’efficacia della terapia; sperimentarsi nel ruolo di paziente (Macran, Stiles e Smith 1999; Elman e Forrest, 2004, cit.in Perdighe, Mancini, 2010). In molte ricerche è confermata la funzionalità della terapia personale per ampliare lo sviluppo di capacità personali quali empatia e introspezione, le quali sembrano essere facilitatori di intervento con il paziente (Norcross, 2005; Åstrand, Sandell, 2019). In un altro ambito sembra che il percorso di terapia personale possa avere una funzione importante, quello della prevenzione della iatrogenicità della terapia e del rischio di errori terapeutici. Dalla ricerca sembrano emergere errori terapeutici specifici legati ai singoli modelli. Secondo Janiri e Petrini (2008) le psicoterapie e i loro modelli di trattamento possono essere caratterizzate da specifici rischi terapeutici. Nella visione psicodinamica possono essere le interferenze controtransferali non gestite o mal gestiste a determinare problematiche nel rapporto con il paziente, fino a vere e proprie dinamiche patologiche e violazioni del setting. Rispetto al controtransfert Downing (cit. in Mazzei, 1994) sostiene che esistono tre specifici tipi di controtransfert legati alla personalità del paziente e un tipo specifico in cui si attiva materiale del passato del terapeuta. Mazzei (1994) lo definisce Reazione ad una situazione, Reazione ad un fantasma e Reazione ad un triangolo: il clinico reagisce ad una riattivazione di fattori personali del suo passato, attualizzati dalla relazione con il paziente.

La messa in atto controtransferale

presuppone che il significato intrapsichico di un’interazione nell’analisi possa essere completamente diverso da un analista all’altro, e che di fronte allo stesso materiale dello stesso paziente analisti diversi possono comportarsi in modo diverso (Gabbard, Lester, 1995, p.137).

Gli analisti dovrebbero essere in grado di monitorarsi per non mettere in atto comportamenti elicitati sia dal mondo interno del paziente che dal proprio mondo interno. Questa posizione neutra del terapeuta corrisponde a ciò che Lacan (1973) definisce l’analisi del Desiderio dell’analista. Per fare questo il terapeuta deve conoscere molto bene la sua dinamica controtransferale, che spesso è emersa con chiarezza come transfert in psicoterapia personale. Dunque la terapia su di sé consente di conoscere i propri meccanismi inconsci e poterli riconoscere e utilizzare in modo proficuo nel trattamento con i pazienti.

La terapia cognitiva, diversamente dalla psicoanalisi, ha tre grandi aree di problematicità: 1) un’attenzione settoriale al disturbo;  2) il trattamento solo del sintomo con il rischio di nuove ricadute e cronicizzazione; 3) la mancanza, spesso, nel terapeuta della terapia personale che protegge dalla manifestazione di proiezioni, agiti transferali, incapacità di gestione del controtransfert, motivazioni disfunzionali alla terapia. In questo tipo di modello non si dà voce ad un vissuto inconscio e dunque non si considera il peso dello stesso nella relazione con il paziente. Nella terapia cognitiva (come in altri modelli) il rischio di usare la self-disclosure può indurre un contatto e apertura eccessive fino a veri e propri processi di inversione del ruolo. In questo modello una formazione personale associata ad un percorso psicoterapico potrebbe favorire una maggiore gestione delle tecniche, una comprensione degli effetti delle stesse sul vissuto del paziente, e sensibilizzare ad una attenzione al vissuto più implicito che si associa alla manifestazione sintomatica. In generale le scuole cognitive sono più restie all’obbligo di terapia didattica: l’EABCT e la British Association for Behavioral and Cognitive Psychotherapies non impongono alcuna terapia personale per l’accreditamento formativo (fonte: Mancini, Perdighe, 2010).

Nel caso dell’approccio sistemico, il rischio iatrogeno può riguardare un invischiamento del clinico nei giochi familiari patologici, fino a prendere parte alle dinamiche patologiche del sistema, fenomeno definito dalla Fruggeri (1995) familiarizzazione del terapeuta. In questo tipo di approccio sperimentare una terapia personale di tipo sistemico potrebbe aiutare il clinico a conoscere meglio la tendenza implicita che ha di assumere un certo ruolo o funzione all’interno di un sistema complesso, a monitorare il rischio di parallelismo con alcuni membri del sistema a causa della propria storia personale, o finire ad invischiarsi in battaglie simmetriche o complementari sempre come fenomeno legato alla propria storia famigliare. Il percorso personale è dunque centrale per ciò che riguarda ‘l’igiene mentale’ funzionale al ruolo di terapeuta e alla neutralità citata da molte teorie (Vîşcu, 2014).

Terapia didattica si o no?

In una ricerca di Norcross e Guy (2005) è emerso che su un campione di più di 8000 specialisti della salute mentale, raccolti attraverso una revisione degli studi sul campo, ben il 72-75% aveva avuto almeno una seduta terapeutica. Le cause che tendenzialmente spingono a fare un percorso personale sono state identificate in: obbligo di training, facilitare una crescita personale, risolvere problemi personali (Orlinsky, Rønnestad, Willutzki et al., 2005 cit. in Orlinsky et al., 2011). Mentre le cause legate al training spingono a pensare che queste terapie siano didattiche, lo svolgimento di un percorso scelto per motivazioni personali induce a pensare ad una terapia voluta dal professionista a prescindere dal modello e dallo scopo didattico. In due importanti ricerche emerge che prevalentemente la terapia prescelta è quella psicodinamica, forse proprio a causa dell’obbligatorietà che questo modello impone nella formazione personale (Pope, Tabachnik, 1994; Norcross, Karpiak, Santoro, 2005 cit. in Orlinsky et al., 2011):

Psychoanalytic clinicians have the highest rates (82% to 100% ) and behavior therapists the lowest (44% to 66 % ) in the United States. In our latest study of 694 clinical psychologists in the United States  (…) 100% of self-identifed psychoanalytic therapists had undergone personal therapy, 86 % of systems therapists, 83 % of eclectic or integrative therapists, 81% of psychodynamic therapists, 76 % of humanistic therapists, 65% of cognitive therapists, and 64% of behavior therapists (Norcross, 2005, p.841).

Anche in ambito cognitivo Rezzonico e Bani (2008) promuovono il percorso terapeutico personale per fare esperienza del modello e consigliano un’analisi cognitiva personale. Molti autori propongono come validi strumenti di monitoraggio e formazione: supervisione e terapia personale didattica. Nonostante ciò è lecito pensare alla terapia didattica come realmente funzionale? Gabbard e Lester (1995) sostengono che è necessario porre grande attenzione ai rischi legati all’analisi didattica, poiché la posizione del paziente-allievo non è per nulla paragonabile a quella del paziente ‘puro’. Infatti domanda di terapia e scopo terapeutico sono diversi: nel caso della terapia didattica il rischio dello scopo formativo e del mero raggiungimento del monte ore minimo per l’obbligo formativo imposto dalla scuola, possono limitare il disvelamento del desiderio del paziente e del suo mondo inconscio. La terapia può essere di per sé organizzata su una domanda estremamente consapevole, asintomatica, non metaforica. Un buon terapeuta direbbe che ci si può comunque lavorare!, ma le distorsioni potrebbero non riguardare solo il paziente, ma anche il terapeuta stesso, posto in una posizione semi-didattica. Greenacre (1966) e Ganzarain (1991) sostengono che il terapeuta stesso, nelle terapie didattiche, è molto più restio ad interrompere il processo quando questo è chiaramente concluso, o viola la rigidità del setting cercando di creare una relazione terapeutica anche al di fuori dei confini della stessa a causa della sovrapposizione tra ruolo didattico e terapeutico (spesso nelle scuole sono gli stessi didatti a svolgere terapie agli allievi). Per tali ragioni l’ideale è che il futuro terapeuta intraprenda la terapia quando si sente motivato a svolgere un cammino di conoscenza, e non quando si senta obbligato dal monte ore scolastico. Cremerius (1989) sosteneva che l’analisi didattica corrisponde più a un rituale di sottomissione il cui obiettivo è l’indottrinamento, più che ad un percorso gnoseologico e terapeutico su se stesso. Al contrario alcuni teorici del modello psicoanalitico si allineano con la teoria di Freud (1937) il quale sosteneva che la terapia personale didattica deve consentire al didatta di giudicare se il candidato può essere ammesso a un ulteriore ammaestramento (Freud, 1937, p. 531).

Le ricerche a favore della terapia personale come aspetto funzionale al training del candidato sono molte (Orlinsky, Rønnestad, Willutzki, 2003; Rønnestad, Skovholt, 2003). Una recente ricerca di Åstrand e Sandell (2019) rivela che in effetti nel percorso di formazione analitico la terapia personale ha un peso di efficacia significativo su un gruppo di terapeuti in formazione, rispetto a facilitating the development of a theory and knowledge based professional subjectivity, a personally founded, professional attitude” e lo sviluppo sembra dovuto a “shared experience,”“personal influence,” and “knowledge integration. (p.1).

Un’altra domanda che potremmo aprire riguarda la coerenza tra terapia personale e modello di formazione: è giusto che il futuro terapeuta debba svolgere una terapia del medesimo orientamento della scuola di formazione? Sebbene spesso la formazione che fa seguito ad un percorso personale è coerente con il modello della propria psicoterapia, potrebbe accadere che un futuro terapeuta abbia intrapreso un certo percorso di psicoterapia personale, con ottimi risultati, ma che non possa poi corrispondere al modello per varie questioni (es. distanza della sede di formazione, spesa, investimento di tempo, etc.). Alcuni modelli teorici prediligono una coerenza tra modello della propria terapia e formazione personale (ad esempio il modello psicoanalitico ortodosso), ma non si rischia così di abbattere proprio quel famoso verdetto di Dodo e quelle tante ricerche sull’efficacia dei fattori terapeutici? La domanda è aperta e complessa. Infatti, se da una parte la ricerca ci porterebbe a dire che nella terapia uno vale uno, d’altro canto proprio il rischio iatrogeno e la possibilità di fare esperienza diretta del proprio modello di formazione come pazienti potrebbe favorire il futuro terapeuta nel percorso di conoscenza delle tecniche che andrà ad applicare.

Conclusioni

Questo articolo si pone come obiettivo quello di evidenziare alcuni spunti sul tema del ruolo giocato dalla terapia personale nella formazione dello specializzando in psicoterapia. La possibilità di esaurire il quesito che muove questo lavoro è relativa in quanto, in primo luogo vi è un’ampia disparità tra modelli rispetto all’obbligo di terapia personale dello specializzando. Alcune scuole non obbligano a fare esperienza diretta del modello che si sta studiando, mentre altre ne caratterizzano quasi pedissequamente il percorso formativo. Di norma è il modello psicoanalitico a richiedere ai suoi studenti di intraprendere o di dimostrare lo svolgimento di un monte ore minino di terapia personale oltre alla formazione teorica e alla supervisione da svolgersi nei 4 o 5 anni di specializzazione post-universitaria. Questo tipo di terapia viene spesso indicata come analisi didattica e sembra che la funzionalità di una terapia obbligata dal modello possa essere confermata da alcune ricerche. Il secondo motivo che crea complessità è che spesso la terapia personale incide, molto più della teoria appresa, sul proprio modo di essere terapeuta. Questo spinge a domandarsi come possa un collega senza una terapia personale apprendere fino in fondo la tecnica che studia (Geller, Norcross, Orlinsky, 2005). In ultimo, in questo articolo soggiace l’idea che sia difficile essere empatici con la posizione del paziente (Geller, Norcross, Orlinsky, 2005; Malan, 1995) se non si è stati almeno una volta pazienti! È possibile, in ultimo, sviluppare attraverso terapia personale quella che viene definita therapeutic attitude (Grimmer, Tribe, 2001) ovvero una capacità di maneggiare la tecnica in modo fluido avendone fatto esperienza diretta. La psicoterapia personale è dunque essenziale a vari livelli e per varie motivazioni, la ricerca lo conferma e i diversi modelli dovrebbero propendere per un allineamento formativo in questo senso.

 

Una risposta a questo articolo a firma di Giovanni Maria Ruggiero è stata pubblicata il 28 novembre 2019:

La self disclosure e i rischi degli psicoterapeuti cognitivo comportamentali nella relazione terapeutica

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