Terapie di terza ondata – Introduzione alla Psicologia

Le terapie di terza ondata prediligono l’accettazione, lo spostamento attentivo e la mindfulness per implementare il benessere psicologico.

ID Articolo: 170036 - Pubblicato il: 14 novembre 2019
Terapie di terza ondata – Introduzione alla Psicologia
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

Le terapie di terza ondata sono tutte quelle nuove forme di psicoterapia che si evolvono a partire dalla terapia cognitiva standard, aventi come scopo un lavoro sui processi cognitivi che sostanziano e mantengono i differenti sintomi da cui deriva disagio mentale.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Messaggio pubblicitario A partire dagli anni ’50 nascono e si sviluppano le terapie comportamentali, definite anche terapie di prima ondata, che traggono origine principalmente dagli studi sull’apprendimento realizzati rispettivamente da Pavlov, sul condizionamento classico, e da Thorndike e da Skinner, sul comportamento operante. Partendo da questi aspetti teorici divenne possibile studiare il comportamento, inteso come aspetto immediatamente riscontrabile, da cui si poteva inferire un determinato meccanismo mentale sottostante.

Successivamente, nacque il cognitivismo che aveva come focus lo studio dei processi cognitivi e non i comportamenti manifesti. Quindi, a partire dal funzionamento mentale e cognitivo era possibile inferire l’insorgenza di determinati comportamenti e di conseguenza di stati emotivi dolorosi. Questa seconda modalità di approcciarsi alla salute mentale fu definita seconda ondata. All’interno delle terapie della seconda ondata sono inoltre incluse quelle terapie integrate, nate sul finire degli anni ’80, che uniscono aspetti sia cognitivi sia comportamentali.

Le terapie della terza ondata, invece, si sviluppano negli anni successivi e si evolvono a partire dalla terapia cognitivo comportamentale (CBT). Il termine “terza ondata” fu usato per la prima volta da Hayes, psicologo comportamentista e fondatore dell’Acceptance and Commitment Therapy, nel 2004 all’interno di un articolo scientifico. Con il termine terapie di terza ondata ci si riferisce a tutte le nuove forme di psicoterapia che si evolvono a partire dalla terapia cognitiva standard, aventi come scopo un lavoro sui processi cognitivi che sostanziano e mantengono i differenti sintomi da cui deriva disagio mentale.

Esistono, dunque, diverse terapie di terza ondata, tutte caratterizzate dall’importanza dell’uso in terapia di esercizi esperienziali o attentivi, fondamentali nel favorire il cambiamento e l’apprendimento di nuove strategie funzionali e adattive. Per le terapie di terza ondata lo scopo del trattamento terapeutico non è la riduzione dei sintomi, ma raggiungere un maggiore e più flessibile ventaglio di alternative da cui trarre beneficio nel momento in cui si produce malessere mentale. Gli interventi di questo tipo si basano sull’accettazione, sull’apertura all’esperienza. L’obiettivo è capire i processi, ovvero le modalità di pensiero sottostanti che mantengono attivata l’emozione negativa derivante. Le terapie di terza ondata sono più contestuali ed esperienziali rispetto alla terapia cognitiva standard, meno teoriche, più focalizzate sulla funzione che sulla forma. Esse si basano sulla costruzione di alternative mentali e comportamentali ampie, flessibili ed efficaci, piuttosto che sull’eliminazione di problemi e dei sintomi in senso stretto. L’obiettivo finale è aumentare la flessibilità psicologica, per diventare consapevoli e aperti alle nuove esperienze, agendo in direzione delle cose considerate importanti per la persona.

Alcune terapia di terza generazione sono: l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT, Hayes, 1999), la Dialectical Behavior Therapy (DBT; Linehan, 1993), la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT; Segal, Williams, & Teasdale, 2001), la Metagognitive Therapy (MCT; Wells, 2000).

ACT

L’ACT origina da un modello teorico-filosofico definito Relational Frame Theory, secondo cui il linguaggio deriva dall’abilità di relazionarsi agli eventi in modo arbitrario. Di conseguenza, la sofferenza psicologica consiste nell’applicare il linguaggio umano alle esperienze derivanti da stati interni, come pensieri, emozioni, ricordi. Tali processi mentali inducono l’individuo ad attribuire al pensiero un significato letterale col quale ci si fonde diventando tutt’uno col pensiero stesso. L’inflessibilità psicologica, dunque, da cui deriva malessere è determinata dall’evitamento delle esperienze, dalla fusione cognitiva con i pensieri disadattivi, dall’attaccamento al sé concettualizzato, da cui deriva una perdita di contatto con il presente, e dal non riuscire a seguire i propri valori.

Messaggio pubblicitario Nell’ACT il benessere psicologico è un processo attivo in cui l’individuo si impegna ad accettare le emozioni e i pensieri esattamente come sono, applicando un processo di defusione dai pensieri considerati dolorosi o dannosi. Tali atteggiamenti, se mantenuti e sperimentati nel tempo, portano alla flessibilità psicologica, e quindi a maggior benessere. Lo scopo dell’ACT è l’accettazione dei pensieri e delle emozioni e lo sviluppo di strategie adattive volte a raggiungere una vita soddisfacente, attraverso una modificazione del comportamento finalizzato costantemente a impegnarsi in azioni volte nella direzione dei propri valori personali, nonostante le emozioni difficili che si potranno incontrare durante il percorso.

Mindfulness

Il termine Mindfulness significa volgere l’attenzione al momento presente in modo curioso e non giudicante (Kabat-Zinn, 1994). Mindfulness è quindi un processo attraverso il quale si porta l’attenzione, la consapevolezza e l’accettazione al momento attuale (Hanh, 1987). L’obiettivo è eliminare sofferenza inutile, attraverso una comprensione attiva e profonda dei propri stati mentali. Secondo la tradizione originaria, la pratica della Mindfulness dovrebbe consentire di passare da uno stato di disequilibrio e sofferenza ad uno di maggiore percezione soggettiva di benessere, grazie ad una conoscenza profonda del proprio funzionamento.

Il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) in origine era un programma di intervento per pazienti affetti da dolore cronico o malattie terminali, ma successivamente fu usato anche per altre patologie fisiche e psicologiche. Gli evidenti risultati ottenuti dall’MBSR hanno permesso che tale protocollo si diffondesse anche in ambito di terapia cognitiva. Partendo dall’MBSR si sono sviluppati approcci più specifici tra cui la Mindfulness Based Cognitive Therapy (Segal, Teasdale e Williams, 2002).  Lo scopo di tale approccio è “aiutare gli individui a realizzare una trasformazione radicale nella loro relazione con i pensieri, con le emozioni e con le sensazioni fisiche che possono contribuire alle ricadute depressive” (Teper, Segal, & Inzlicht, 2013). In sostanza si tende a creare una nuova relazione con il proprio corpo e con le proprie esperienze, per uscire dai circoli viziosi che portano al manifestarsi del malessere.

MCT

La terapia metacognitiva o MCT, diversamente dagli altri approcci terapeutici, non si focalizza sulle distorsioni cognitive, ma su uno specifico pattern che prende il nome di Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS). Il CAS rappresenta l’insieme dei processi cognitivi che mantengono le emozioni negative, ovvero una serie di pensieri ripetitivi e ricorsivi come il rimuginio, la ruminazione, che portano a focalizzare l’attenzione sul problema specifico e che diventano causa della sofferenza stessa. La MCT distingue la cognizione dalla metacognizione, che consiste nel pensiero applicato al pensiero, ovvero un attento processo di controllo dei pensieri volto a valutare il contenuto die pensieri stessi. Quindi, le credenze metacognitive, ossia idee e teorie che ogni persona ha in merito al contenuto dei propri pensieri, determinano il malessere e le proprie emozioni negative, in quanto rappresentano il centro da cui deriva tutto. Il trattamento si focalizza sulla rimozione del CAS attraverso specifiche tecniche di spostamento dell’attenzione da ciò che crea sofferenza a nuovi scenari. Tuttavia è fondamentale che si rafforzino le conoscenze procedurali dei pazienti, per garantire loro di sviluppare nuove abilità, volte a rispondere a propri stati interni, più flessibili e decentrate.

Conclusioni

Le terapie cognitive di terza ondata, dunque, identificano nell’accettazione, nello spostamento dell’attenzione e nella pratica della mindfulness le strategie d’elezione per operare il cambiamento e implementare il benessere psicologico. In sintesi, piuttosto che focalizzarsi sul modificare direttamente gli eventi psicologici, questi interventi mirano a modificare i processi che mantengono gli stati psicologici presentati e la relazione dell’individuo con questi, attraverso strategie quali mindfulness, accettazione, spostamento dell’attenzione o defusione cognitiva.

Tutte le terapie di terza ondata sono largamente supportate da studi scientifici che ne attestano l’efficacia su gruppi specifici di popolazioni cliniche. Infatti, esistono numerosi studi di letteratura dai quali è possibile inferire i numerosi benefici riportati nella pratica clinica.

 

Sigmund Freud University - Milano - LOGO

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 3, media: 3,67 su 5)

Consigliato dalla redazione

Dai contenuti ai processi mentali SLIDER

Dai contenuti ai processi mentali: la terza ondata della Terapia Cognitiva

La rivincita di Epimeteo, colui che pensa dopo: Le Psicoterapie di terza ondata si spostano dai contenuti ai processi mentali, con interventi esperienziali

Bibliografia

  • Davidson, R. J., Kabat-Zinn, J., Schumacher, J., Rosenkranz, M., Muller, D., Santorelli, S. F., … & Sheridan, J. F. (2003). Alterations in brain and immune function produced by mindfulness meditation. Psychosomatic medicine, 65(4), 564-570.
  • Kabat‐Zinn, J. (2003). Mindfulness‐based interventions in context: past, present, and future. Clinical psychology: Science and practice, 10(2), 144-156.
  • Hayes, S.C. (1989). Rule-governed Behaviour: Cognition, Contingencies and Instructional Control. New York: Plenum Press.
  • Hayes, S.C., Strosahl, K.D., Wilson, K.G. (2013). ACT. Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: Raffaello Cortina.
  • Palermo, T.M. (2009). Enhancing Daily Functioning with Exposure and Acceptance Strategies: An Important Stride in teh Development of Psychological Therapies for Pediatric Chronic Pain. In: Pain, 141, pp. 189-190.
  • Wilson, K.G., Sandoz, E.K., Kitchens, J., Roberts, M.E. (2010), The Valued Living Questionnaire: Defining and Measuring Valued Action within a Behavioural Framework. In: Psychological Record, 60, pp. 249-272.
  • Kabat‐Zinn, J. (2003). Mindfulness‐based interventions in context: past, present, and future. Clinical psychology: Science and practice, 10(2), 144-156.
  • Kabat-Zinn, J., & University of Massachusetts Medical Center/Worcester. Stress Reduction Clinic. (1990). Full catastrophe living: using the wisdom of your body and mind to face stress, pain, and illness. New York, N.Y.: Delacorte Press.
  • Teper, R., Segal, Z. V., & Inzlicht, M. (2013). Inside the mindful mind: How mindfulness enhances emotion regulation through improvements in executive control. Current Directions in Psychological Science, 22(6), 449-454.
State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario