Report del workshop “ACT per il trattamento della vergogna”

Il Dott. J. B. Luoma ha approfondito l’emozione della vergogna delineandone caratteristiche e modalità di trattamento secondo la prospettiva ACT

ID Articolo: 196513 - Pubblicato il: 30 novembre 2022
Report del workshop “ACT per il trattamento della vergogna”
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Report del workshop “ACT per il trattamento della vergogna” tenuto da J. B. Luoma al convegno ACT Italia 2022. 

 

Nel pomeriggio del 25 novembre 2022 ha avuto inizio il Convegno di ACT Italia dal titolo “Sviluppare contesti nutrienti, pacifici e flessibili”. Il convegno si è aperto con un lungo workshop  chiamato “ACT per il trattamento della vergogna, l’autocritica e lo sviluppo della compassione verso se stessi”, condotto dal dott. Jason B. Luoma, psicologo, psicoterapeuta e peer-reviewed ACT trainer presso il Portland Psychotherapy Clinic, Research and Training Center a Portland (OR).

I quattro sistemi emozionali

Il dott. Luoma ha subito presentato i quattro sistemi emotivi (vedi Figura 1) attivati dal sistema nervoso. Nello specifico:

  • I sistemi attivati dal sistema nervoso simpatico sono il sistema della minaccia e il sistema della ricompensa, entrambi caratterizzati da correlati fisiologici caratteristici di un corpo attivato e in allerta;
  • I sistemi attivati dal sistema nervoso parasimpatico sono il sistema di shutdown e il sistema di sicurezza a livello sociale, correlati a un corpo calmo e lento.

ACT per il trattamento della vergogna Il workshop del Dott J B Luoma Fig 1

Figura 1. Sistemi emotivi 

Dopo essere entrato nel dettaglio di ciascun sistema, il dott. Luoma ha approfondito l’emozione della vergogna, dividendola in due tipologie: la vergogna leggera e quella più intensa. La prima viene attivata dal sistema nervoso simpatico (in particolare, dal sistema della minaccia) ed è, quindi, correlata a sintomi di arousal e attivazione fisiologica. La vergogna più intensa è, invece, attivata dal sistema nervoso parasimpatico (sistema shutdown) e porta a risposte di “spegnimento”, come la paralisi.

Il ruolo adattivo delle emozioni

Le emozioni si sono evolute perché adattive, quindi non ci sono emozioni intrinsecamente buone o cattive. Dal punto di vista della Contextual Behavioral Science, le emozioni sono modi in cui gli organismi sono organizzati in un determinato momento.

Pertanto, anche la vergogna non è un’emozione negativa di per sé, ma ha un valore adattivo, in quanto si è evoluta a partire da repertori comportamentali che hanno a che fare con la negoziazione della posizione all’interno del branco.

Differenza tra vergogna e colpa

Come ha illustrato il dott. Luoma, la vergogna e la colpa si differenziano per due aspetti: le cognizioni associate e il focus dell’attenzione.

Le cognizioni che sono associate alla colpa sono valutazioni negative del comportamento o delle azioni di una persona; quelle associate alla vergogna sono, invece, valutazioni negative di se stessi. A questo punto il dott. Luoma ha citato l’attrice Brené Brown, la quale in un pezzo per teatro sulla vergogna ha recitato “In guilt I made a mistake. In shame I am a mistake” [nella colpa ho fatto un errore, nella vergogna io sono un errore].

Nella colpa l’attenzione si focalizza su un cattivo comportamento o un danno per una relazione, quindi qualcosa che si può cambiare. Mentre nella vergogna l’attenzione è orientata a un sé che è cattivo o a rischio di ostracismo, ma il sé non si può cambiare.

Gli aspetti motivazionali della vergogna

Nella vergogna ci sono due possibili aspetti motivazionali: la vergogna può spingere a proteggersi, quindi a fuggire e ritirarsi, oppure a un tentativo di riparazione, quindi a cercare un modo per essere una persona buona, rispettata e di valore. L’aspetto riparativo emerge quando la persona riesce a trovare il modo di mettere a riparo la propria immagine di sé e quando l’azione non viene percepita come estremamente difficile. Le persone che cronicamente hanno avuto esperienze in cui questo tentativo di riparazione è stato frustrato, tenderanno a spostarsi sull’altro aspetto motivazionale, quindi quello della protezione.

Il ruolo della cultura nella vergogna

La cultura ha un ruolo importante nella reazione alla vergogna: le culture più focalizzate sull’individuo trovano riparo alla vergogna attraverso la riappropriazione del proprio status sociale, mentre nelle culture più collettivistiche si pone riparo alla vergogna attraverso la rappacificazione e il tentativo di connessione.

Dal momento che è più facile rappacificarsi piuttosto che riguadagnarsi il proprio status sociale, questo fa sì che, nelle culture più focalizzate sull’indipendenza, la vergogna è vissuta con più difficoltà.

La funzione comunicativa della vergogna

Tutte le emozioni hanno una funzione comunicativa, anche la vergogna, che si caratterizza per un modo di manifestarsi abbastanza visibile. Gli indicatori non-verbali della vergogna esposti dal dott. Luoma sono: spalle e petto chiusi, toccarsi il viso, sguardo e viso rivolti verso il basso, inibizione sociale ed evitamento del contatto con gli altri (vedi Fig. 2).

ACT per il trattamento della vergogna Il workshop del Dott J B Luoma Fig 2

Fig. 2. Manifestazione non-verbale della vergogna

Quello che viene naturale fare di fronte ai suddetti indicatori non-verbali è avvicinarsi e dare sostegno. Se la vergogna viene mostrata nei contesti giusti, può quindi ricevere come risposta il sostegno e la cooperazione. Se si manifesta, invece, in contesti non adatti, può creare problemi.

Il segnale comunicativo della vergogna è quindi quello di mostrare consapevolezza di aver danneggiato il proprio status sociale o di aver violato alcune norme importanti, con la funzione di riparare le tensioni tra ruoli sociali.

A questo punto, il dott. Luoma ha proposto un’esercitazione che consisteva nel contattare un’esperienza personale in cui si è provata vergogna, compilando un foglio di lavoro e poi discutendo in piccoli gruppi su quali sono stati, in quell’occasione, i cue che hanno attivato la vergogna, su quali impulsi, pensieri e comportamenti sono emersi, su quale sistema emotivo si è attivato (vedi Fig. 1) e sull’utilità di compilare questionari simili con pazienti bloccati nella vergogna.

Intervenire sulla vergogna in terapia

La seconda parte del workshop si è focalizzata sull’intervento diretto sulla vergogna in psicoterapia. Il dott. Luoma ha delineato le fasi dell’intervento:

  • Concettualizzazione del caso;
  • Costruzione della sicurezza a livello sociale;
  • Lavorare sull’autocritica;
  • Lavorare sulla vergogna.

Concettualizzazione del caso

Messaggio pubblicitario Il primo passo consiste nel depotenziare la vergogna (deblaming) attraverso la psicoeducazione e la costruzione della consapevolezza della vergogna e dell’autocritica. Questo passaggio consente poi di co-costruire una concettualizzazione del caso condivisa. I quattro domini della concettualizzazione del caso sono:

  • comprendere il pattern funzionale;
  • costruire una narrativa validante;
  • identificare le risorse di sicurezza a livello sociale;
  • valutare e monitorare il cambiamento.

Costruzione della sicurezza a livello sociale

Entrando nel vivo dell’intervento, il primo aspetto da trattare è proprio l’attivazione del sistema di sicurezza a livello sociale. Per farlo, ci sono due possibili vie, descritte dal dott. Luoma:

  • attraverso gli altri: appartenenza (belongingness);
  • attraverso sé stessi: auto-compassione (self-compassion) e gentilezza orientata verso di sé.

Questi aspetti non hanno solo a che fare con delle emozioni, ma costituiscono dei veri e propri comportamenti. Dal punto di vista ACT, infatti, le emozioni sono comportamenti.

A questo proposito, la differenza tra gentilezza e compassione è che la prima è definita dal fare del bene a qualcuno, senza aspettarsi niente in cambio; la seconda costituisce la risposta alla sofferenza dell’altro e, insieme, il desiderio di aiutarlo. In un certo senso, afferma il dott. Luoma, la compassione è ciò che nasce dall’incontro della gentilezza con la sofferenza.

Lavorare sull’autocritica

Per quanto riguarda la seconda fase dell’intervento, il lavoro sull’autocritica viene svolto attraverso un dialogo, all’interno della persona, tra due interlocutori (self-to-self relating): uno che critica e l’altro che ascolta queste critiche.

In questa fase, si sviluppa la consapevolezza relativamente all’autocritica e alla vergogna nella vita quotidiana e una sensibilità ai loro effetti, utilizzando un linguaggio che facilita la perspective taking (voci, parti, conversazione, etc.). Inoltre, si promuove la defusione dal pensiero o dalla prospettiva autocritica.

Lavorare sulla vergogna

Nell’illustrare l’ultima fase dell’intervento, ossia il lavoro diretto sulla vergogna, il dott. Luoma ha riportato due citazioni toccanti: una dello psicologo Les Greenberg, fondatore dell’Emotion-Focused Therapy: “You can’t leave some place until you arrive.” [non si può lasciare un posto finché non si è arrivati]; l’altra della scrittrice A. M. Lindbergh (vedi Fig. 3) “Non credo che la pura sofferenza insegni. Se la sola sofferenza insegnasse, tutto il mondo sarebbe saggio, perché ogni persona soffre. Alla sofferenza bisogna aggiungere l’elaborazione, la comprensione, la pazienza, l’amore, l’apertura e la disponibilità a rimanere vulnerabili”.

ACT per il trattamento della vergogna Il workshop del Dott J B Luoma Fig 3

Fig. 3. Citazione sul dolore di A. M. Lindbergh

Queste riflessioni assumono significato nel contesto dell’intervento sulla vergogna dal momento che l’obiettivo è quello di aiutare i pazienti a mettersi in contatto con la vergogna, a stare con essa, allo stesso tempo portando altre prospettive per aiutarli ad apprendere nuovi modi di affrontarla. Nell’intervenire sulla vergogna, bisogna tenere in considerazione che esistono due tipi di vergogna:

  • una vergogna primaria, derivante da eventi che hanno causato vergogna;
  • una vergogna secondaria, derivante dall’autocritica e risultato del disprezzo o disgusto verso se stessi.

La tecnica del chairwork

Infine, dopo aver delineato le modalità di intervento specifiche per ciascun tipo di vergogna, il dott. Luoma ha approfondito il chairwork, quale tecnica per l’esposizione e l’assunzione di una prospettiva maggiormente flessibile (vedi Fig. 4). Tale tecnica consiste nel disporre fisicamente tre sedie nella stanza: una dedicata al sé autocritico, una al sé vulnerabile, e una a un sé osservatore e compassionevole. Il cambio “fisico” di posizione da una sedia all’altra facilita l’assunzione di una prospettiva differente da quella a cui il paziente è abituato, favorendo l’abilità di notare cosa cambia da una prospettiva all’altra.

ACT per il trattamento della vergogna Il workshop del Dott J B Luoma Fig 4

Fig. 4. La tecnica del chairwork

 

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