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Sistemi e processi di Memoria a Breve Termine fonologica e semantica

Attraverso questa nuova ricerca, i ricercatori sono stati in grado di individuare le diverse aree del cervello coinvolte sia nel mantenimento dell’informazione fonologica che di quella semantica nella memoria a breve termine.

 

I meccanismi della memoria per acquisire nuove informazioni

Secondo un recente studio, quando proviamo a memorizzare nuove informazioni, siamo facilitati nella memorizzazione se queste posseggono qualcosa di significativo piuttosto che tramite un processo di mera ripetizione.

Il Dottor Jed Meltzer, autore principale dello studio e scienziato di neuro-riabilitazione presso l’Istituto di Ricerca di Baycrest di Rotman afferma che nell’apprendimento di nuove informazioni il nostro cervello può attivare due diverse vie per ricordare il materiale per un breve periodo di tempo: una mediante la ripetizione mentale dei suoni delle parole, l’altra mediante l’acceso al significato delle parole. Nonostante entrambe le strategie siano efficaci nel mantenere le informazioni nella memoria a breve termine, concentrarsi sul significato sembrerebbe più efficace nel mantenimento delle informazioni.

Studi precedenti hanno esaminato il ruolo della ripetizione nella creazione di memorie a breve termine, ma i risultati suggeriscono che l’utilizzo del significato della parola aiuti maggiormente a trasferire i ricordi dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. Questa scoperta è coerente con le strategie utilizzate dai campioni mondiali di memoria, che creano storie ricche di significato per ricordare informazioni casuali, come l’ordine di un mazzo di carte.

I sistemi della Memoria a Breve Termine fonologica e semantica

Attraverso questa nuova ricerca, i ricercatori sono stati in grado di individuare le diverse aree del cervello coinvolte sia nel mantenimento dell’informazione fonologica che di quella semantica nella memoria a breve termine.

Secondo il Dottor Meltzer, questa constatazione dimostra che esistono meccanismi cerebrali multipli che supportano la memoria a breve termine, sia per le informazioni basate sul suono che per quelle basate sul significato. Ciò potrebbe indurre a pensare che se in pazienti con danni cerebrali conseguenti ad ictus o demenza, è solo uno dei due meccanismi ad interrompersi, queste persone potrebbero imparare a compensare affidandosi alla via alternativa per formare ricordi a breve termine.

Per distinguere l’attività cerebrale coinvolta nel mantenimento dell’informazione fonologica rispetto a quella semantica, è stata effettuata una registrazione magnetoencefalografica durante tre diversi compiti di ripetizione di frasi manipolate sperimentalmente per avere un diverso grado di coinvolgimento delle risorse semantiche. Lo studio ha registrato le onde cerebrali di 25 adulti sani durante l’ascolto di frasi ed elenchi di parole che, dopo un periodo di 5 secondi, dovevano ripetere parola per parola. Dopo la magnetoencefalografia, i partecipanti hanno completato un compito di richiamo dello stimolo target verificando quanto si ricordassero di ogni frase. Attraverso le scansioni cerebrali, i ricercatori hanno identificato l’attività del cervello legata alla memorizzazione attraverso il suono e il significato.

I risultati hanno evidenziato diversi aspetti della memoria a breve termine:
1. Attività oscillatoria in bande di frequenza distinte durante il mantenimento di frasi e di elenchi di parole nella memoria a breve termine.
2. Maggior attivazione della corrente dorsale (via del dove/come) nella prova fonologica e attivazione, seppur più limitata, della corrente ventrale (via del cosa) per il mantenimento dell’informazione semantica
3. I pattern di attivazione base per l’ascolto e il mantenimento della frase, hanno una lateralizzazione emisferica maggiore a sinistra; tuttavia, si è osservata l’attivazione di regioni omologhe nell’emisfero destro. Questi risultati potrebbero suggerire che in assenza di supporto semantico, quando i partecipanti devono impiegare maggiori risorse per riuscire a mantenere gli stimoli in memoria, vengono reclutate aree dell’emisfero destro per portare a termine il compito.
4. La memoria semantica può essere mantenuta per più secondi senza un firing neuronale sostenuto rispetto a quella fonologica. I risultati mostrano che la memoria a breve a termine semantica utilizza un meccanismo sinaptico piuttosto che elettrico a conferma dell’ipotesi di Potter e Lombardi (1990), i quali hanno suggerito una distinzione tra memoria a breve termine fonologica e semantica. Essi propongono che la forma verbale di una frase non possa essere attivamente “memorizzata” semanticamente prima della ripetizione, ma piuttosto “rigenerata” dalle rappresentazioni semantiche attivate precedentemente. I risultati del presente studio sostengono questa ipotesi, suggerendo che forme di memoria a breve termine sinaptica piuttosto che elettrica sembrino influenzare maggiormente le componenti semantiche rispetto a quelle fonologiche.

Grazie a questi risultati il prossimo passo del Dottor Meltzer sarà quello di esplorare tramite la stimolazione cerebrale se è possibile potenziare la memoria a breve termine dei pazienti con ictus. Studi successivi potrebbero indagare quale tipo di memoria a breve termine risponda meglio al trattamento farmacologico o di stimolazione cerebrale valutando il grado di miglioramento ottenuto.

La valutazione dello sviluppo nella prima infanzia: le scale Griffiths III. Report, Roma, 16 e 17 giugno

Monica Rea, dottore di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza, attivamente impegnata nel percorso di adattamento dello strumento al contesto italiano, dedica due interessanti giornate di formazione per presentare le Griffiths III ai professionisti del settore. La dottoressa le descrive come uno strumento di screening, particolarmente indicato nel primo livello di valutazione dello sviluppo globale del bambino, che permette l’individuazione di un Quoziente di Sviluppo, che rispecchia la somma dei punteggi grezzi individuati nelle diverse sottoscale.

Ilaria Cosimetti, Agnese Pirola

 

Le Scale Griffiths III per la valutazione dello sviluppo nella prima infanzia

Le Scale Griffiths sono note a chiunque si occupi di valutazione dello sviluppo nella prima infanzia poichè da diversi anni sono un punto di riferimento affidabile per discriminare punti di forza e di debolezza nel bambino in età prescolare e fungono da base di partenza per la stesura di programmi di intervento mirati.

A seguito di un lungo lavoro di ristrutturazione delle Griffiths Mental Development Scales (GMDS) da parte dell’Association for Research in Infant and Child Development (A.R.I.C.D.), il panorama testistico si è arricchito della nuova versione di questo prezioso strumento: le scale Griffiths III.

In Italia sono attualmente alle prese con la traduzione dei manuali e dei protocolli di notazione ed è iniziato anche il lavoro di adattamento e di validazione statistica per il contesto nazionale, con la promessa di raggiungere questi obiettivi nel corso del 2018.

Monica Rea, dottore di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza, attivamente impegnata nel percorso di adattamento dello strumento al contesto italiano, dedica due interessanti giornate di formazione per presentare le Griffiths III ai professionisti del settore.

La dottoressa le descrive come uno strumento di screening, particolarmente indicato nel primo livello di valutazione dello sviluppo globale del bambino, che permette l’individuazione di un Quoziente di Sviluppo, che rispecchia la somma dei punteggi grezzi individuati nelle diverse sottoscale.

Tale valutazione non solo rispetta la vivace evoluzione tipica di questa fascia di età ma permette di pianificare un intervento mirato o di suggerire ulteriori indagini diagnostiche. Le scale possono essere nuovamente somministrate dopo 6 mesi per un follow-up e dopo un anno con finalità diagnostiche. Mirano insomma a quella fusione tra valutazione e intervento che, soprattutto in età evolutiva, sembra ormai essere l’unica modalità di presa in carico sensata.

Ma quali sono le novità rispetto alla precedente versione?

La nuova batteria è di più facile somministrazione, in quanto ridotta nel numero di item del 36%, la somministrazione più chiara e semplice e i materiali sono stati modernizzati per renderli più accattivanti. Il tempo richiesto per la somministrazione si è ridotto a circa 90 minuti.

Le Griffiths III si sviluppano lungo 5 scale, una in meno rispetto alla versione precedente con due principali novità: le scale Performance (E) e Ragionamento Pratico (F) sono confluite in un’unica Scala A ( Fondamenti dell’apprendimento) e la Scala D (Personale-sociale-emotiva) ambisce ad una valutazione molto più sofisticata che non si accontenta di valutare il solo comportamento adattivo ma mira alla valutazione della capacità di leggere le espressioni emotive, dell’empatia, della teoria della mente, della consapevolezza di sé, della capacità di auto giudizio e di moralità.

Sottoscale dello strumento Griffiths III

Le nuove 5 Sottoscale (immagine tratta dalle slide presentate al corso)

La fascia d’età presa in considerazione (0-6 anni) è più ristretta rispetto allo strumento precedente che era rivolto a due gruppi di età (0-2 e 2-8), ritenendo l’identificazione di possibili disturbi o ritardi nello sviluppo superflua tra i 6 e gli 8 anni.

Durante le due giornate di formazione è stato possibile familiarizzare con il protocollo di registrazione già disponibile in italiano e, attraverso la visione di filmati in cui la dottoressa utilizzava lo strumento con i bambini, sia a sviluppo tipico che atipico, prendere confidenza con le modalità di somministrazione e quindi di scoring.
Rimaniamo in attesa della chiusura dei lavori di taratura italiana, prevista nel 2018, per mandare quindi in pensione le vecchie scale e migliorare la qualità del nostro lavoro con le nuovissime Griffiths III.

La neofobia alimentare: un riflesso psico-fisiologico ancestrale che potrebbe causare carenze nutrizionali?

La neofobia alimentare, ovvero la riluttanza ad ingerire nuovi cibi, è una caratteristica degli animali onnivori, incluso l’essere umano. Il rischio di ingerire risorse alimentari tossiche, consente di approcciare ai nuovi alimenti in maniera cauta e, quando possibile, evitarli in favore di cibi familiari e conosciuti.

 

La neofobia alimentare, ovvero la riluttanza ad ingerire nuovi cibi, è una caratteristica degli animali onnivori, incluso l’essere umano. Questi organismi, esposti al rischio di un ambiente in cui molte risorse alimentari possono essere tossiche, consente di approcciare ai nuovi alimenti in maniera cauta e, quando possibile, evitarli in favore di cibi familiari e conosciuti.

E’ stato quindi suggerito che la neofobia alimentare abbia una funzione protettiva, che agisce tramite comportamenti alimentari di messa in sicurezza (Schulze, 1995). La risposta neofobica non è presente fin dalla nascita, bensì inizia a manifestarsi attorno alla fine del primo anno di vita, per toccare l’apice tra i 2 e i 5 anni. In questo periodo i bambini passano dall’essere totalmente nutriti di latte materno (e protetti a livello alimentare), all’essere esposti ai primi cibi solidi. Sebbene essi vengano selezionati per lo più dai genitori, la rapida crescita e acquisizione di autonomia e motricità, nonché le aumentate occasioni sociali (asilo, feste di compleanno ecc..) rendono ben presto i bambini in grado di esplorare il mondo e pertanto anche in grado di “procurarsi” il cibo da soli (in cucina, dalle mani degli amichetti, o nei barattoli lasciati su tavolini e ripiani ad esempio). Inoltre la neofobia alimentare sembra proteggere le scelte alimentari fintanto che non vengono acquisite alcune regole alimentari base, di cucina e composizione dei cibi, che possono far selezionare come “cibi buoni” gli alimenti che assomigliano e richiamano cibi già noti per le loro caratteristiche.

La neofobia alimentare dovrebbe piano piano ridursi e scomparire spontaneamente durante il proseguimento dell’infanzia. Tuttavia, anche alcuni adulti sembrano mantenere atteggiamenti neofobici nei confronti dei cibi nuovi, con nette preferenze per le pietanze note e familiari, nonostante non ci siano reali motivi per mantenere attivo tale comportamento difensivo.

Ciò fa pensare che un prolungarsi dell’atteggiamento neofobico possa produrre conseguenze nocive per la salute, in quanto meccanismo responsabile di una dieta alimentare poco varia e restrittiva. Scoprire quali fattori influenzano il grado di reazione neofobica può rappresentare un importante elemento per favorire lo sviluppo di un’alimentazione sana e variegata in bambini ed adulti.

Fattori che influenzano la neofobia alimentare

Informazioni indirette ed dirette

E’ stato rilevato che i cibi ben accetti sono solitamente quelli che sembrano buoni al gusto e che sembrano portare benefici all’organismo (due caratteristiche opposte a quelle di disgusto e pericolo che guidano l’evitamento di cibi nuovi). Pertanto, qualsiasi fattore situazionale che induca l’aspettativa di buon gusto e sicurezza di un cibo dovrebbe ridurre la neofobia alimentare. Tuttavia, le ricerche eseguite in questa direzione portano a conclusioni contrastanti.

Uno studio condotto da Pelchat e Pliner (1995) non rilevava incrementi di predisposizione al nuovo assaggio, in un gruppo di studenti a cui veniva mostrato del cibo, in una caffetteria, con indicazioni sulle proprietà nutrizionali benefiche dell’alimento. Per contro, lo stesso Pliner, in una successiva ricerca (McFarlane e Pliner, 1997) mostrava che le informazioni sulle conseguenze positive di un cibo aumentavano la predisposizione all’assaggio del nuovo cibo quando tali informazioni erano giudicante importanti o rilevanti per i soggetti. Inoltre, sembra che il fornire informazioni sia efficace soltanto con alcuni tipi di alimenti, mentre altri ne sono totalmente immuni. Ad esempio, Martins e colleghi (1997) rilevarono un’invariata propensione all’assaggio di nuovi cibi di origine animale.

Più coerenti appaiono invece le ricerche riguardanti il ruolo svolto dalla pura esposizione a cibi nuovi, intesa come reale prova di assaggio. Birch e colleghi si sono a lungo occupati di questo fattore, rilevando la notevole influenza ed effetto positivo di ripetute esposizioni a nuovi alimenti (Birch, 1982; 1987;1998). Questi risultati sono stati interpretati in termini di “sicurezza appresa”, per cui ripetute esposizioni insegnano che l’alimento è sicuro e non produce conseguenze negative.

Solitamente i soggetti anticipano che un cibo nuovo avrà un cattivo gusto. L’esposizione a nuovi cibi gustosi potrebbe aiutarli a modificare le loro aspettative negative nei confronti di altri nuovi cibi, le quali spesso non hanno un reale fondamento. Le esperienze positive con nuovi cibi potrebbero venir generalizzate anche ad altri alimenti, e pertanto produrre una riduzione della tendenza neofobica in maniera globale e duratura.

Influenza sociale

Vari studi sostengono il forte effetto dell’influenza sociale sulle scelte alimentari. I bambini seguono spesso un “modello di riferimento”, finendo per selezionare gli stessi cibi o sviluppare le stesse preferenze. Ma succede lo stesso anche per quanto riguarda i nuovi cibi? In uno studio di Harper e colleghi (1975) i bambini erano più propensi ad accettare un cibo nuovo se lo avevano visto mangiare prima dalla mamma. Hendy e colleghi (2000) hanno invece sondato l’ambiente scolastico, rilevando che i piccoli seguivano l’esempio della maestra, assaggiando nuovi alimenti, soltanto se questa esprimeva in maniera entusiasta commenti sull’alimento, mentre non ne venivano influenzati se il cibo veniva mangiato in silenzio.

Somiglianze familiari nella neofobia alimentare

I genitori giocano un ruolo importante nello sviluppo delle abitudini alimentari dei figli. Vari studi hanno esaminato le somiglianze familiari in termini di preferenze alimentari (Birch, 1980b; Pliner 1983). Tuttavia i risultati mostrano soltanto una modesta relazione tra le preferenze genitoriali e dei bambini, mentre più consistenti sembrano essere le somiglianze di preferenze alimentari tra fratelli. Sembra invece confermato il dato per cui genitori con maggior grado di neofobia alimentare da adulti, scelgono un’alimentazione maggiormente selettiva e abitudinaria per il nucleo familiare, che di conseguenza ne viene influenzato, apprendendo la preferenza per cibi familiari.

Implicazioni cliniche della neofobia alimentare

Effetti sulla salute

Dal momento che il rifiuto di nuovi cibi probabilmente diminuisce la varietà della dieta, ci si aspetta che la neofobia alimentare abbia delle ripercussioni nutrizionali. Uno studio condotto da Galloway e colleghi nel 2003 rilevava una correlazione negativa tra neofobia alimentare e consumo di verdure in bambine di 7 anni. Similmente, Cooke e colleghi, nel 2004, mostravano una correlazione negative tra neofobia e il consumo di frutta e verdura in bambini di età pre-scolare. In entrambi gli studi, il ridotto consumo di vegetali sembrava correlare con carenze vitaminiche.

Trattamento della neofobia alimentare

Visto che in alcuni casi la neofobia alimentare può compromettere un sano introito nutrizionale, predisporre strumenti in grado di ridurla sembra essere una valida alternativa. Conoscere i fattori che influenzano la neofobia diventa quindi essenziale. Sulla base di quanto emerso dalle ricerche citate nei paragrafi precedenti, strategie in grado di ridurre la neofobia alimentare dovrebbero focalizzarsi sul: fornire informazioni positive ed accattivanti sui nuovi alimenti, favorire l’esposizione diretta e ripetuta ai nuovi cibi e presentare i nuovi alimenti in situazioni familiari.

A livello di setting clinico, è possibile trattare la neofobia alimentare come un’altra fobia specifica, combinando pertanto tecniche tradizionalmente usate nei disturbi d’ansia (rilassamento, gerarchia espositiva, desensibilizzazione sistematica, ristrutturazione cognitiva e modelling) con educazione alimentare e nutrizionale. L’idea è quindi quella di esporre gradualmente il soggetto ai cibi temuti, mentre si modella il comportamento alimentare corretto, si sfidano le distorsioni cognitive e si previene l’evitamento (Pliner et al.,1983).

Conclusioni

Sebbene la neofobia alimentare sia chiaramente un riflesso adattivo per la specie, è possibile sostenere che la cultura abbia assunto gran parte della funzione protettiva svolta dalla neofobia. Tranne in rari casi, la cultura impedisce lo scontro con cibi pericolosi e tossici, rimuovendoli dall’ambiente o etichettandoli come nocivi. In un certo senso, la neofobia avrebbe perso un po’ la sua utilità.  E’ stato infatti rilevato che in vari casi, le limitazioni causate dalla neofobia alimentare provocano rischi e carenze nutrizionali. Le ricerche devono ancora chiarire la rilevanza di questo meccanismo, tuttavia può essere vantaggioso sviluppare strategie per ridurlo.

La diagnosi di disortografia evolutiva: in cosa consiste e gli strumenti diagnostici

La disortografia evolutiva è un disturbo specifico dell’apprendimento della scrittura, in cui il bambino ha difficoltà nel tradurre i suoni in simboli grafici, pur essendo intatti i vari sistemi (cognitivo, sensoriale, neurologico, ecc.) e avendo avuto normali opportunità educative e scolastiche. La disortografia va distinta dalla disgrafia, dove invece sono presenti problemi grafo-motori e dalla disprassia, in cui si evidenziano problemi motori e il soggetto fatica a compiere correttamente gesti coordinati e diretti a un determinato fine.

Patrizia Bagatti, OPEN SCHOOL PTCR MILANO

 

Dysorthography – Abstract

Dysorthography is a specific scholastic learning disability whose etiology is recognized to be neurodevelopmental. However, the disorder do not derive from patent deficits at sensory, motor or mental level. The disorders also do not derive from injury or a pervasive developmental disorder. Even though the definition of the disorders in the classifications excludes a cultural, social, economic, pedagogic or psychological etiology, this is not to say that such factors do not play a role.

Genetic factors, cognitive functions, psychological structuring and the familial and social systems contribute together to the development of skills in the child. The complementarity of those approaches should enable overall management of the child in cognitive terms and in terms of the child’s relationship with his/her environment.

Diagnosis frequently calls for the skills of various professionals working as a pluri-disciplinary team given the complex nature of the disorders and the frequent existence of associated disorders. The open-care professional networks frequently offer that pluri-disciplinary approach coordinated by a referring physician.

Screening for scholastic learning disabilities can only begin when the children have begun to learn, in other words after the start of primary school class CP (6–7 years). Screening during the obligatory examination at age 6 years is thus most frequently a screening for risk factors for specific learning disabilities. Screening for risk factors (such as spoken language disorders) may also be conducted by the maternal teachers or developmental Psycologists during the examination of infants in nursery school classes PS (3–4 years) or MS (4–5 years). Physicians with training in the field may be requested. During schooling, the network for specialized assistance to children in difficulty (consisting of a psychologist and specialist teachers) contributes to individual identification and screening.

La diagnosi della disortografia

In italiano la computazione di una parola comporta la traduzione della stessa dalla stringa orale a quella scritta, o viceversa. In linea generale, essendo una lingua trasparente, vi è un elevato grado di corrispondenza tra la sequenza di fonemi che compongono una parola e la stringa di lettere che ne caratterizza l’ortografia.

Nonostante ciò la nostra lingua, anche se in misura inferiore ad altre, presenta un discreto numero di stringhe fonologiche potenzialmente ambigue nell’ortografia, cosicché la traduzione fonema- grafema non sempre risulta automatica. Tali eccezioni riguardano le parole omofone non omografe come quelle che iniziano con l’h (es. hanno e anno) o le parole accentate (es. sì e si), o ancora parole precedute dall’articolo apostrofato (es. l’ago, lago).

In questi e altri casi, riferibili ad esempio alla pronuncia di alcune aree linguistiche, la soluzione ortografica corretta è rintracciabile solo analizzando il contesto semantico o sintattico.

Il protocollo generale di valutazione della disortografia è costituito da:
• Colloquio e anamnesi;
• Valutazione psicometrica del livello intellettivo;
• Valutazione psicometrica delle abilità di lettura, scrittura e calcolo, da essa interessate;
• Valutazione delle condizioni scolastiche di insegnamento/apprendimento.

Le valutazioni sopra accennate della disortografia si compongono di parametri costruttivi ed esecutivi; dove i primi includono il tipo di segno usato dal bambino e la relativa quantità, nonché verificare il valore sonoro convenzionale delle lettere che il bambino scrive; mentre per parametri esecutivi si intendono la direzionalità della scrittura, l’organizzazione dello spazio sul foglio e l’orientamento delle lettere nello spazio, oltre all’adeguatezza nell’utilizzo nel corsivo, del maiuscolo, minuscolo, ecc.).

Le prove utilizzate si differenziano in base all’età di valutazione e sono incluse in batterie come la Batteria per la valutazione della scrittura e dell’ortografia in età scolare (1 ^ elem-3^ Media) (Tressoldi e Cornoldi,2000), la Batteria per la valutazione della dislessia e disortografia evolutiva (2^ elem-3^ Media) (Sartori, Job e Tressoldi,1995) e la Batteria per la valutazione della scrittura (1 ^ elem-5^ elem) (Rossi e Malaguti,1998), composte di dettati ortografici, di parole, di non-parole, di parole omofone non omografe, dettati di frasi e autodettato.

La diagnosi di disortografia viene fatta per quei bambini che presentano una scrittura lenta o eccessivamente scorretta, che però non è imputabile a una scarsa velocità del gesto motorio, sempre tenendo presente che l’errore non va considerato in merito a fattori esterni, ambientali o psicologici, che, se presenti, possono essere un fattore accentuante.

La Consensus Conference prescrive di valutare componenti diverse in base alle fasi evolutive: all’inizio dell’alfabetizzazione è necessario valutare i processi di conversione fonema-grafema, mentre durante la scuola primaria le parole intere fino alla presenza di errori di conversione grafema-fonema. Questi in particolare, se riscontrati alla fine della scuola primaria, rappresentano un elemento diagnostico di gravità del disturbo.

Materiale diagnostico e osservativo per la valutazione della disortografia

Per valutare la scrittura si utilizzano prove di dettato (brano e frasi con difficoltà ortografiche), prove di scrittura spontanea (immagini da descrivere o sequenze narrative) e prove di velocità di scrittura. E’ importante rilevare la tipologia di errore, la cui definizione orienta l’intervento successivo.

In classe si potrà intervenire prestando attenzione agli aspetti meta-cognitivi (osservazione con i bambini delle caratteristiche del corsivo, considerazione sulla sua utilità, ricerca settimanale della pagina più bella e perché, caratteristiche di “eleganza”ecc.) e leggibilità di ogni lettera. Altri aspetti da considerare sono quelli ergonomici (disposizione del banco, postura, prensioni delle dita..), analizzabili anche attraverso esercizi grafici preparatori.

Si consiglia di presentare le lettere per famiglie e compiere esercizi per ogni famiglia, sottolineando i collegamenti tra lettere, soprattutto il passaggio dalle lettere con collegamento alto (b -v – o) e i collegamenti tra gruppi di lettere più frequenti (sc, gl, gn). Inoltre verranno presentate le lettere straniere ed eseguito un ripasso finale.

Eventualmente si consiglia l’uso di strumenti specialistici (righe quaderni speciali, penne..).

Una prova velocemente realizzabile per testare la collocazione individuale della competenza grafo-motoria è quella della velocità. Consiste di tre consegne. Nella prima si chiede al bambino di scrivere in modulo continuo (senza staccare la penna dal foglio) e in corsivo, la sillaba le: CeCeCeCeCe… per un minuto. Nella valutazione poi si conta il numero di coppie corrette (in cui siano riconoscibili entrambi i grafemi) e si moltiplica per 2. Nella seconda consegna si chiede al bambino di scrivere la parola uno, in corsivo, per un minuto: uno uno uno… Nella valutazione si conta il numero dei grafemi riconoscibili. Nell’ultima consegna, infine, il bambino viene invitato a scrivere i numeri in ordine, partendo da uno, per un minuto. Si tratta di un compito complesso per la pianificazione richiesta. Nella valutazione poi si conta il numero dei grafemi riconoscibili.

Per l’analisi generale dei comportamenti e della prestazione di scrittura può essere utilizzata la seguente Check-list:
Alunno ……………………….Data…………………..Classe ………………
• 1 – Scrive lettere in dimensioni troppo grandi.
• 2 – Scrive lettere in dimensioni troppo piccole.
• 3 – Scrive lettere in dimensioni diverse e irregolari.
• 4 – La sua scrittura non si tiene entro i margini della riga.
• 5 – Non rispetta i margini del foglio.
• 6 – Quando scrive a stampatello lascia spazi irregolari fra le lettere.
• 7 – Lascia spazi insufficienti e irregolari fra parola e parola.
• 8 – Il tratto della matita/penna è troppo forte.
• 9 – Il tratto della matita/penna è troppo tenue.
• 10 – Il tratto della matita/penna è a strappi.
• 11 -Il tratto della matita/penna è con altre forme di irregolarità.
• 12 – Scrive senza scorrevolezza
• 13 – La presa della penna/matita non è corretta.
• 14 – Non tiene la mano allineata col foglio e con la spalla.
• 15 – Non guarda ciò che scrive.
• 16 – Non tiene una posizione eretta del corpo e normale della testa.
• 17 – Scrive con le lettere fortemente inclinate a destra.
• 18 – Scrive con le lettere fortemente inclinate a sinistra.
• 19 – Scrive con le lettere irregolarmente inclinate.
• 20 – Non scrive, nel corsivo, le maiuscole più grandi delle maiuscole.
• 21 – Non unisce fluidamente, nel corsivo, le varie lettere di una parola.
• 22 – La forma delle lettere presenta angolature eccessive.
• 23 – La forma delle lettere presenta forme troppo ricurve.
• 24 – La forma delle lettere presenta i tratti iniziali poco leggibili.
• 25 – La forma delle lettere presenta i tratti finali mal segnati.
• 26 – Presenta difficoltà a chiudere le lettere (“a”, “b” , “f ” , ecc.).
• 27 – Presenta cattiva chiusura delle punte superiori (la “l” fatta come una “t”, la “e” fatta come una “i”).
• 28 – Presenta la chiusura non richiesta di tratti (la “i” fatta come una “e”).
• 29 – Rende dritti tratti verso l’alto che dovrebbero essere incurvati (la “n” fatta come la “u”; la “c” come la “i”).
• 30 – Presenta difficoltà nel tratto finale (non portato in su oppure in giù, non reso orizzontale a sinistra).
• 31 – Presenta la parte alta troppo breve (nelle lettere b, d, h, k).
• 32 – Presenta difficoltà nell’incrociare la “t”.
• 33 – Presenta lettere troppo piccole.
• 34 – Presenta chiusura di lettere a curva aperta come c, h, u, w
• 35 – Presenta omissione di parte di una lettera.

Disortografia vs disgrafia e disprassia

Nel diagnosticare una disortografia è importante differenziarla dalla disgrafia, e dalla disprassia.

La disgrafia è un deficit esclusivamente grafico, di riproduzione di segni alfabetici e numerici. Essa può talvolta essere legata ad un disturbo della coordinazione motoria o secondaria ad una lateralizzazione incompleta.

La disgrafia si manifesta all’incirca a partire dalla terza elementare, quando il bambino inizia ad aver automatizzato i gesti di scrittura, che viene personalizzata.

I bambini affetti da disgrafia hanno spesso un’impugnatura scorretta della penna e faticano a organizzare lo spazio sul foglio, lasciando spazi irregolari tra i simboli grafici, le parole, scrivendo in salita o in discesa e non riuscendo a regolare la pressione della mano sul foglio e, frequentemente, invertendo la direzione del gesto.

Altre difficoltà sono presenti:
– nella copia e produzione autonoma di figure geometriche e riproduzione di oggetti o copia di immagini, che risulta carente di particolari;
– nella copia di parole e di frasi;
– inversioni nella scrittura dei grafemi;
– errori attribuibili a una scarsa coordinazione oculo-manuale;
– il ritmo di scrittura è alterato (eccessivamente lento o veloce) e il gesto non è armonico e frequentemente interrotto con una perdita della naturale curvilineità.

La disgrafia è il disturbo specifico dell’apprendimento più difficile da valutare con parametri oggettivi.

L’equipe di Ajuriaguerra ha messo a punto un metodo oggettivo di rilevazione della disgrafia attraverso due scale: la scala D e la scala E. La prima non tiene in considerazione l’età anagrafica del ragazzo perché la disgrafia ha specificità che non sono in relazione con l’evoluzione della scrittura; è composta da 25 items divisi in tre gruppi:
• cattiva distribuzione nello spazio ( 7 items)
• maldestrezza (14 items)
• errori nella forma e nelle proporzioni (5 items).

La gravità del problema viene valutata attraverso un conteggio matematico degli item.
La scala D può essere utilizzata a partire dall’ottavo anno di età del bambino, periodo in cui è possibile fare una diagnosi certa di disgrafia. E’ tuttavia possibile fare una valutazione delle abilità grafomotorie in fase precalligrafica; se si rivelano anomalie è consigliabile intervenire il prima possibile per rieducare la scrittura.
La scala E rileva l’età grafomotoria del bambino, ossia la sua consapevolezza nell’acquisizione di una propria grafia.

La disprassia consiste invece in un deficit nella coordinazione dei gesti automatici e volontari, che può influenzare anche il modo di apprendere di un bambino a scuola.

Secondo il DSM IV la disprassia solitamente rientra nella classificazione dei Disturbi della Coordinazione Motoria, che colpiscono il 6% della popolazione infantile tra i 5 e gli 11 anni, comportando goffaggine, problemi nell’organizzare il lavoro e nel seguire delle istruzioni.

La disprassia è caratterizzata dalla non corretta esecuzione di una sequenza motoria che risulta alterata nei requisiti spaziali e temporali, risultando in un’attività motoria che può essere del tutto inefficace e scorretta, nonostante siano integre le funzioni volitive, la forza muscolare e la coordinazione.

Le ricerche finora condotte suggeriscono che la disprassia sia imputabile a un’ immaturità dello sviluppo neuronale del sistema nervoso centrale. Oltre alla corteccia cerebrale, la parte più diffusa del cervello, sarebbe coinvolto il sistema limbico, in particolare l’ippocampo, responsabile dei processi di memorizzazione ed apprendimento. Un’immaturità del sistema limbico causa reazioni sovra o sotto dimensionate degli stimoli sensoriali, intaccando i livelli di attività di controllo fisico ed emozionale, con conseguenti reazioni quali iperattività e perdita di attenzione.

Essendo un disturbo motorio, la disprassia viene valutata per mezzo di un esame neurologico della struttura anatomica che sostiene l’azione e la sua modalità di esecuzione e di un esame psicomotorio, che valuta il comportamento motorio nei suoi vari aspetti e l’espressione globale della sua personalità in rapporto all’età e ai parametri dello sviluppo psicomotorio. I parametri presi in considerazione sono:
– il rapporto che il bambino ha con sé stesso, con gli oggetti, con lo spazio e con gli altri;
– gli aspetti legati alla motricità;
– il livello di autonomia;
– le competenze relazionali;
– le competenze logico-cognitive.

I videogames possono cambiare il nostro cervello?

Sappiamo che i videogames sono una forma sempre più comune di intrattenimento, e diversi studi evidenziano che tale forma di intrattenimento ha un effetto sul nostro cervello e sul nostro comportamento.

 

I videogiochi stanno diventando sempre più usati anche dagli dagli adulti, l’età media dei giocatori è aumentata ed è stimata intorno ai 35 anni. Molti giocatori giocano su computer o console, ma ne è emersa una nuova tipologia, ovvero quelli casuali, che giocano su smartphone e tablet in momenti vuoti della loro giornata, come il loro viaggio per raggiungere scuole/lavoro di mattina.

Quindi, sappiamo che i videogames sono una forma sempre più comune di intrattenimento, e diversi studi evidenziano che tale forma di intrattenimento ha un effetto sul nostro cervello e sul nostro comportamento.

In particolare alcune ricerche suggeriscono che i videogames possono cambiare le regioni del cervello responsabili dell’attenzione e delle capacità visuospaziali e renderle più efficienti. I ricercatori hanno anche esaminato studi che esplorano le regioni del cervello associate al sistema di ricompensa e come queste sono legate alla dipendenza da videogames.

Gli effetti dei videogames sul cervello

Palaus e collaboratori, in uno studio recentemente pubblicato, hanno voluto approfondire e analizzare le tendenze che erano emerse dalla ricerca riguardo l’effetto dei videogmaes sul nostro cervello e sul nostro comportamento. I ricercatori hanno raccolto i risultati di 116 studi scientifici, di cui 22 che prendevano in considerazione i cambiamenti strutturali nel cervello e 100 che esaminavano i cambiamenti nella funzionalità cerebrale e / o del comportamento.

In generale, da questa review emerge che i videogames possono modificare il funzionamento e anche la struttura del cervello.

Ad esempio, l’uso di videogiochi influenza la nostra attenzione, e alcuni studi hanno rivelato che i giocatori mostrano miglioramenti in diversi tipi di attenzione, come ad esempio nell’attenzione selettiva. In particolare, sembrerebbe che le regioni del cervello coinvolte nell’attenzione lavorano in modo più efficace nei giocatori di videogames e richiedono una minore quota di attivazione per sostenere l’attenzione nei compiti impegnativi.

Ci sono anche evidenze secondo cui i videogiochi possono aumentare la dimensione e l’efficienza delle regioni del cervello implicate nelle competenze visuospaziali. Ad esempio, l’ippocampo destro si è dimostrato più ampio in giocatori di videogames.

Il rovescio della medaglia: videogiochi e dipendenza

Tuttavia dalle ricerche emerge che i videogiochi possono anche portare a forme di dipendenza. In tal senso i ricercatori riscontrato tra diversi studi che vi sarebbero cambiamenti funzionali e strutturali nel sistema di ricompensa neurale nei soggetti dipendenti dal gioco. Questi cambiamenti cerebrali sono fondamentalmente uguali a quelli osservati in altri disturbi da dipendenza.

Tuttavia, la ricerca sugli effetti dei videogames è ancora agli albori.

È probabile che i videogiochi abbiano sia aspetti positivi (su attenzione, capacità visive e motorie) sia aspetti negativi (rischio di dipendenza) ed è essenziale che si comprenda questa complessa dualità – spiega Palaus.

 

Il Trauma e il Corpo. L’intervento che cura – Report del seminario con Kekuni Minton

L’Istituto Gestalt Therapy Kairos ha organizzato, lo scorso 10 e 11 giugno, un seminario incentrato sulla presentazione di come il trauma venga trattato secondo l’approccio della psicoterapia sensomotoria; si tratta di un approccio elaborato da Pat Ogden, che si avvale dell’integrazione di vari contributi, tra cui quello del terapeuta gestaltico Ron Kurtz.

 

Dopo l’apertura dei lavori, effettuata dalla dottoressa Giovanna Silvestri, e l’intervento del vice presidente dell’Enpap Federico Zanon, i direttori della Scuola, il dottor Giovanni Salonia e la dottoressa Valeria Conte, effettuano una relazione volta a mettere in luce l’importanza fondamentale che sia le parole che i processi corporei rivestono in ambito psicoterapeutico; questi ultimi rappresentano la chiave d’accesso ai vissuti più profondi del paziente.

La giornata di studio si va ad inserire nell’attività di confronto tra l’approccio gestaltico ed altri approcci, rispetto alle pratiche terapeutiche; in questo contesto di confronto intellettuale e professionale il dott. Kekuni Minton, didatta del Sensorimotor Psychoterapy Institute, illustra alcuni aspetti del trattamento, soffermandosi su come la psicoterapia sensomotoria vada ad intervenire sulla psiche e sul soma della persona che ha subito un trauma. I lavori del seminario si concludono con una tavola rotonda in cui tutti i relatori rispondono alle domande formulate dai partecipanti e si confrontano vicendevolmente sulle tematiche in esame.

Il trauma secondo la psicoterapia sensomotoria

Il trauma, nella prospettiva della teoria sensomotoria, va ad interferire con la nostra capacità di assimilare nuove informazioni e di creare nuove rappresentazioni della realtà: la persona traumatizzata rimane legata ai ricordi traumatici, che necessitano di essere sottoposti ad un adeguato processo di rielaborazione. Si tratta di un processo molto delicato, dato che implica la riattivazione di memorie traumatiche, le quali possono generare nel paziente un vissuto interno di minaccia: lavorare sull’elaborazione del trauma può essere vissuto come un riproporsi dell’evento traumatico originario, dal cui ricordo doloroso la persona cerca di difendersi.

La psicoterapia sensomotoria lavora non solo con le memorie dichiarative (le memorie esplicite, ossia i ricordi consapevoli che vengono richiamati alla memoria attraverso processi cognitivi e verbali), ma, anche e soprattutto, con le memorie implicite (gli apprendimenti procedurali, cui è possibile avere accesso attraverso processi somatici). In questo quadro viene mutuato da Daniel Siegel il concetto di “integrazione orizzontale”: si integrano i processi cognitivi di attribuzione di significato, attuati dall’emisfero sinistro del cervello, con i processi emotivi, legati alla corporeità e alla regolazione degli affetti, in cui è implicato l’emisfero destro.

Il processo di rielaborazione del trauma con la psicoterapia sensomotoria

La psicoterapia sensomotoria opera in base al presupposto che nel trattamento delle memorie traumatiche il limitarsi al solo parlare con il paziente di quanto accaduto, per favorire un processo di consapevolizzazione, possa rivelarsi controproducente, accentuando i processi di disregolazione emozionale e irrigidendo i meccanismi di difesa che agiscono, in modo automatico ed inconsapevole, a livello corporeo.

Il terapeuta lavora con i vissuti corporei del paziente, oltre che con la storia di vita; si avvale di memorie implicite e cerca, nella fase iniziale del trattamento, di stabilizzare il paziente a livello corporeo, ripristinando il senso di sicurezza personale, minato dal trauma, e un adeguato livello di arousal, ossia di attivazione.

La persona che ha subito un trauma può presentare uno stato di allarme, di eccessiva attivazione (iperarousal), mediato dal sistema nervoso simpatico, oppure una condizione di scarsa attivazione, debolezza, mancanza di energia (ipoarousal), mediata dal sistema nervoso parasimpatico; può verificarsi anche uno stato denominato “freeze” (congelamento), in cui il livello di attivazione è alto (uno stato di iperarousal), ma la reazione osservabile è di immobilità, “difesa di congelamento”, di fronte ad un pericolo imminente. Nella fase iniziale del trattamento il terapeuta cerca di riportare la persona in uno stato di arousal (attivazione) ottimale, denominato “finestra di tolleranza”; il trattamento segue le linee guida postulate già da Pierre Janet nel trattamento del trauma e si struttura in tre fasi: riduzione e stabilizzazione dei sintomi, trattamento delle memorie traumatiche e, infine, reintegrazione della personalità.

La cornice teorica neurobiologica viene mutuata dalla teoria polivagale, elaborata da Stephen Porges, il quale definisce “neurocezione”, la modalità che l’essere umano ha di rapportarsi agli altri e all’ambiente circostante, attuando un processo di interazione, in assenza di pericolo, o mettendo in atto dei meccanismi di difesa (attacco/fuga, o immobilizzazione) in presenza di un pericolo; si tratta di un processo che avviene in modo automatico, al di fuori della coscienza, attraverso circuiti neurali che individuano, nell’ambiente, una situazione di sicurezza, di pericolo o di rischio di vita, determinando una risposta adattativa corrispondente.

Il processo terapeutico viene denominato “bottom up”: mentre nei processi “top down” l’intervento si focalizza in prima battuta sulle funzioni verbali e cognitive, legate alla corteccia frontale, per poi “scendere” ai processi emozionali (sistema limbico) e, infine, ai processi corporei, nella psicoterapia sensomotoria si parte dal “ basso” (bottom), ossia dai vissuti corporei, per poi salire, progressivamente, alla consapevolezza emozionale e alle funzioni verbali e cognitive di attribuzione di senso.

Il verificarsi di un evento traumatico può determinare uno stato di dissociazione strutturale della personalità: una parte del sé della persona è implicata nella vita quotidiana e mette in atto normali condotte di interazione con l’ambiente (condotte di esplorazione, attaccamento, sessualità, regolazione dell’energia etc.), mentre un’altra parte del sé è rimasta “fissata” all’esperienza traumatica e mette in atto condotte di difesa (attacco/fuga, freezing, sottomissione etc.) quando qualcosa, nell’esperienza presente del soggetto, rievoca il trauma; il terapeuta lavora con le parti dissociate, che vanno riportate alla coscienza, e che emergono sia sotto forma di memorie somatiche, che nella relazione terapeutica, attraverso agiti e identificazioni proiettive.

Oltre che con il corpo si lavora, in una fase successiva del percorso, con i vissuti di attaccamento; il terapeuta individua l’esperienza di attaccamento che manca al paziente e la offre, come “esperimento”, per aiutare il paziente a familiarizzare con un vissuto nuovo: relazionarsi con una figura di attaccamento che risponde ai suoi bisogni.

Il trattamento è finalizzato all’acquisizione della capacità, da parte del paziente, di attuare una corretta autoregolazione, di entrare in contatto e in intimità con l’altro e di avere un senso di integrazione del sé.

La famiglia del tossicodipendente: tra terapia e ricerca – Recensione

La famiglia del tossicodipendente: Gli autori considerano il sintomo del giovane tossicomane da eroina in un’ottica trigenerazionale, che mira ad esplorare non solo le componenti insoddisfacenti della relazione coniugale e le sue dirette risultanze nella relazione con i figli, ma anche le problematiche relative al rapporto di ciascuno dei genitori con la propria famiglia d’origine nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

La famiglia del tossicodipendente: le relazioni di attaccamento tra genitori e figli e i meccanismi di difesa

La prima edizione di questo volume rappresentava uno dei primi manuali completi sulla tossicodipendenza, esaminata nell’intreccio dei diversi fattori che contribuiscono alla sua insorgenza. Il testo presentava una ricerca/intervento che rintracciava alcuni scenari familiari, su tre generazioni, utili nel trattamento degli uomini tossicodipendenti da eroina. L’aggiornamento del volume vent’anni dopo la prima edizione, attraverso numerosi casi clinici che tentano di chiarire le elaborazioni teoriche riconducibili all’orientamento psicodinamico e sistemico-relazionale, ha consentito di approfondire alcune teorizzazioni e procedure sorte in seno alla terapia familiare, alla teoria dell’attaccamento e all’infant research, accogliendo nella propria esperienza clinica nuovi studi, come quelli di Liotti o Lorna Smith Benjamin per esempio.

I cambiamenti che hanno coinvolto i consumatori di droghe, relativi alla qualità delle sostanze usate e alla loro diffusione capillare, hanno generato un intreccio di problemi non più circoscritti ai servizi per le tossicodipendenze, ma allargati ai consultori per adolescenti, ai servizi sociali, alle scuole e naturalmente agli ambulatori privati, ai quali le famiglie portano richieste di consultazione, a causa di figli tossicodipendenti di ogni età. Il testo attuale si propone anche di allargare l’attenzione ai percorsi familiari delle donne dipendenti dall’eroina, nonché di sottolineare la necessità di non perdere di vista i rischi che corrono i figli dei tossicodipendenti. L’attenzione con cui il libro è stato accolto venti anni fa è stata indirizzata su molteplici aspetti, ma forse quello che ha colpito di più è stata l’efficacia del richiamare sulla scena il padre del giovane tossicodipendente, tradizionalmente periferico nella famiglia e lasciato spesso in disparte anche dai terapeuti.

Gli autori considerano il sintomo del giovane tossicomane da eroina in un’ottica trigenerazionale, che mira ad esplorare non solo le componenti insoddisfacenti della relazione coniugale e le sue dirette risultanze nella relazione con i figli, ma anche le problematiche relative al rapporto di ciascuno dei genitori con la propria famiglia d’origine nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

I ricercatori nell’analisi del problema della tossicodipendenza, evidenziano: “il meccanismo tipico di tale percorso, attraverso il quale si pongono le basi della scelta tossicomanica, è quello secondo cui entrambe le generazioni, quella dei genitori e quella del figlio tossicodipendente, risultano caratterizzate da un disturbo nella relazione d’attaccamento alle rispettive figure genitoriali (in una sorta di circolo autoperpetuantesi, così come descritto da Fromm-Reichmann,Bowlby, Main, Holmes e molti altri), le cui conseguenze tuttavia vengono poi negate per mezzo di vari meccanismi difensivi, tra i quali occupano un posto centrale l’idealizzazione e la scissione a livello individuale e la minimizzazione a livello familiare.

Gli stadio dello sviluppo della tossicodipendenza e la famiglia del tossicodipendente

Gli autori descrivono minuziosamente gli stadi di sviluppo eziopatogenetico della tossicodipendenza, suddividendolo in 7 stadi:
1° stadio Le famiglie di origine
2° stadio La coppia genitoriale
3° stadio Il rapporto madre-figlio nell’infanzia
4° stadio L’adolescenza
5° stadio Il passaggio al padre
6° stadio L’incontro con le sostanze stupefacenti
7° stadio Le strategie organizzate sul sintomo

In base alla ricerca svolta dagli studiosi circa la famiglia del tossicodipendente, sono stati individuati anche tre sottogruppi di famiglie che presentavano i seguenti aspetti:
-nel primo sottogruppo, che rappresenta la maggioranza delle famiglie, apparentemente c’è un accudimento ineccepibile sul piano formale, mentre è inadeguato su quello sostanziale. Sono presenti esperienze traumatiche non sufficientemente elaborate;
-nel secondo sottogruppo, invece, i genitori risentono delle esperienze deludenti avute con la loro famiglia di origine, ed è presente una strumentalizzazione dei figli da parte dei genitori;
-il terzo sottogruppo riguarda, principalmente, la famiglia del tossicodipendente multiproblematica.

I ricercatori, considerati gli stadi sopra descritti, hanno cercato di mettere in evidenza la possibile esistenza di tre percorsi verso la tossicomania:
-1 percorso : l’abbandono dissimulato;
-2 percorso: l’abbandono misconosciuto;
-3 percorso : l’abbandono agito.

Secondo gli autori, analizzando le differenze tra i tre diversi percorsi eziopatogenetici, “emerge con chiarezza come la caratteristica che meglio qualifica la tossicodipendenza, isolata come comportamento sintomatico a sé stante, sia la componente di abbandono affettivo, in vario grado oggettivabile, sperimentata dal soggetto all’interno del percorso relazionale familiare.”

Relazione tra tossicodipendenza e disturbi di personalità

Interessanti gli approfondimenti sulla comorbidità tra tossicodipendenza e disturbi di personalità riportati nel testo, per sottolineare che l’operatore, quando si trova di fronte a manifestazioni tossicomaniche concomitanti a disturbi psicotici, o a comportamenti antisociali all’interno di un tessuto di marginalità sociale, ha meno problemi a farsi una ragione della presenza della droga. Le tossicodipendenze che risultano invece ascrivibili al percorso 1 (la stragrande maggioranza quindi), invece, suscitano maggiori perplessità, dal momento che i soggetti che presentano il sintomo appaiono spesso affetti unicamente da problemi di droga all’interno di contesti familiari e sociali del tutto “normali”, e non infrequentemente sono addirittura inseriti in ambiti lavorativi o approdati a relazioni affettive extrafamiliari sufficientemente stabili.

Tuttavia ad un’indagine più approfondita, traspare la difficoltà, da parte di questi soggetti, a superare forti conflitti interni relativi all’ambivalenza degli affetti (strutture nevrotiche di personalità) o ad affrontare un processo di integrazione di affetti scissi e contrapposti (strutture di personalità borderline). Tali pazienti, secondo gli autori, tendono a utilizzare la droga con lo scopo autoterapeutico di proteggersi dalla sofferenza che inevitabilmente insorgerebbe nel momento in cui dovessero affrontare la conflittualità nevrotica o integrare le componenti affettive scisse e inconciliabili.

 

Lettere tra C.G. Jung e Victor White, a cura di A. C. Lammers e A. Cunningham – Recensione

L’importanza del dialogo a distanza con Victor White è legata alla sua identità di teologo cattolico, che orienta il contenuto delle lettere sul rapporto tra psicologia e religione, argomento chiave nel percorso teorico junghiano. Se infatti per Freud la religione è illusione, per Jung essa riveste un profondo significato nell’esistenza umana.

 

Negli ultimi anni si è assistito a una sorta di Jung-Renaissance italiana (ma non solo) che ha condotto alla disponibilità nel nostro paese di numerosi volumi ascrivibili allo psicologo svizzero ma non compresi nelle pur abbondanti Opere pubblicate da Bollati Boringhieri. Oltre al Libro rosso, che ha attratto l’attenzione di un pubblico anche non specializzato per la sua singolare componente iconografica, sono stati pubblicati di recente anche i Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche (4 voll.) e sui Sogni dei bambini (2 voll.) che affiancano quelli da più tempo disponibili sui Sogni e sullo Yoga Kundalini (tutti editi da Bollati), oltre a quelli sulla Psicologia analitica (il primo tenuto da Jung, nel 1924), sulla Visione, sull’Ombra (editi invece da Magi).

Anche la disponibilità degli epistolari si è allargata: oltre alle fondamentali Lettere tra Freud e Jung, pubblicate negli anni ’70 e mai fuori disponibilità, sono state recentemente ristampate le Lettere di C. G. Jung (3 voll., a vari corrispondenti), ritradotte le Lettere tra Jung e Pauli e infine pubblicate per la prima volta le Lettere tra C. G. Jung e Victor White, oggetto di questa recensione. Certamente non si deve sottovalutare l’importanza della raccolta delle Lettere di C. G. Jung, che contengono spunti e anticipazioni sulle opere edite e specifiche opinioni espresse dallo psicologo svizzero su temi diversi. Peraltro si tratta di un “ritratto realizzato dal pittore di corte” (Lemmers, 2007, p. 39): sia perché sono presenti solo le lettere di Jung e non quelle dei suoi interlocutori, sia perché la prosa junghiana originale è stata modificata dai curatori a fini estetici e non scientifici. La maggior parte delle lettere furono infatti redatte in inglese da Jung, che non era madrelingua, e contengono elementi idiosincratici la cui eliminazione, se rende forse più letterario il risultato, potrebbe comportare anche la perdita di contenuto.

Gli scambi epistolari con Freud, Pauli e White costituiscono invece altrettante occasioni per illuminare da tutti i lati dialoghi con figure culturalmente molto significative del Novecento. Non vale la pena neanche di accennare all’importanza specifica delle lettere scambiate con Freud, che hanno chiarito diversi aspetti prima oscuri del rapporto tra i due. Delle lettere con Wolfgang Pauli, uno dei più importanti fisici della sua generazione, si è già parlato qui su State of Mind.

L’importanza del dialogo a distanza con Victor White è legata alla sua identità di teologo cattolico, che orienta il contenuto delle lettere sul rapporto tra psicologia e religione, argomento chiave nel percorso teorico junghiano. Se infatti per Freud la religione è illusione, per Jung essa riveste un profondo significato nell’esistenza umana. Il fondatore della psicoanalisi sognava un mondo definitivamente affrancato dalle credenze religiose, da lui ritenute un fardello frutto di un tentativo dell’umanità di trovare un sostituto paterno. Il teorico della psicologia analitica, al contrario, ritiene la religione un’esigenza autentica, archetipica, e cerca piuttosto di interpretarne il contenuto in chiave positiva. In ogni caso, secondo Junguna terapia a orientamento puramente biologico non è sufficiente e richiede un completamento spirituale” (Jung, 1952a, p. 288).

In quest’ottica, singolarmente, Jung trovò un interesse relativamente marginale tra i protestanti, pur essendo egli stesso luterano e figlio di un pastore. “I teologi protestanti” scriveva infatti Jung proprio a White, nel 1945, “ancora non hanno deciso se condannarmi in quanto eretico, o sminuirmi definendomi un mistico. Come saprà, gli eretici e i mistici godono entrambi di una pessima reputazione tra i protestanti, perciò ormai il mio caso è senza speranza” (Lammers e Cunningham, 2007, p. 49). Al contrario, le sue opere ricevettero grande attenzione da parte cattolica. Alcuni teologi ritennero che il suo pensiero potesse essere armonizzato con la fede: tra di essi Hugo Rahner (fratello maggiore del più famoso Karl e più volte presente ai convegni di Eranos) e appunto Victor White. Altri invece, soprattutto in Italia, videro subito in Jung un potenziale pericolo per il Cattolicesimo e ne stigmatizzarono il pericolo: esempi famosi di questa tendenza furono Pintacuda (1965) e Gemelli (1953).

White giunse al punto di pubblicare un libro, dedicato a una lettura in chiave teologica della psicologia analitica, dal titolo Dio e l’inconscio, per il quale lo stesso Jung scrisse una prefazione. Jung, peraltro, si dimostra ben cosciente che “la via che conduce a un punto di incontro [tra psicologia e religione] è troppo lunga e anche troppo difficile perché possa sorgere senz’altro un’intesa” (Jung, 1952a, p. 290). White, in effetti, riteneva che la psicologia analitica potesse essere armonizzata con il pensiero neotomista. In questo senso il dialogo era destinato a naufragare fin da principio, soprattutto per la diversità di vedute su una questione della massima importanza sia per la teologia che per la psicologia: il problema della presenza del male nel mondo.

Per il neotomista White, il male non è che privatio boni, assenza del bene, ed è impossibile ricondurne il manifestarsi nel mondo all’intenzione divina. Al contrario, dal punto di vista di Jung il male ha un’identità positiva, sia sul piano umano che su quello divino. Nell’uomo, l’Ombra, la personificazione degli aspetti negativi dell’uomo, riveste un ruolo fondamentale nel processo di individuazione, ovvero in quel percorso che conduce l’essere umano a esprimere tutte le sue potenzialità. In ambito teologico, Jung è talmente lontano dal concepire il male come privatio boni, da proporre persino l’idea che Satana possa costituire il quarto membro della divinità cristiana. Lo psicologo svizzero, infatti, si era convinto che la storia del pensiero occidentale dimostrava l’esigenza (psicologica) di passare da un Dio trinitario a un Dio quaternitario. Il Demonio sembrò allora in un primo tempo a Jung il personaggio più adatto da cooptare tra le Persone divine (Jung, 1942/1948, p. 183 e p. 190). Allorché, tuttavia, la Chiesa decise la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria Vergine, Jung ritenne che in qualche modo questo passo sancisse la divinità della Madonna (Jung, 1951): la Quaternità era stata ottenuta per un’altra via.

Oltre alla questione del male, un’altra idea junghiana costituì un elemento di forte contrasto con la teologia ufficiale. Jung, infatti, sostenne in Risposta a Giobbe (1952b) che Dio, prima della creazione del mondo, doveva essere sostanzialmente inconscio, e solo attraverso l’uomo avrebbe raggiunto la piena autocoscienza. Il pensiero religioso di Jung si rivelava quindi definitivamente come incompatibile con la teologia classica e lo psicologo svizzero accettò su di sé senza obiezioni l’etichetta di eretico che diversi critici gli affibbiarono, anche se negò vibratamente di poter essere definito uno gnostico (Jung, 1952c, p. 463). Si capisce quindi come i contatti con un cattolico, per quanto aperto, come White dovettero raffreddarsi molto, anche se non si fermarono del tutto fino, in pratica, alla morte del più giovane teologo, nel 1960.

Sembra necessario segnalare una svista nell’edizione italiana, che genera equivoci nella comprensione di alcuni passi delle lettere tradotte. L’opera di Jung Trasformazioni e simboli della libido (Wandlungen und Symbole der Libido, 1912) viene più volte (Lammers e Cunningham, 2007, pp. 51 e nota, 52, 65, 84) menzionata erroneamente con il titolo Psicologia dell’inconscio, (cui corrisponde invece Über die Psychologie der Unbewussten, 1943). L’equivoco è generato dalla circostanza per cui Trasformazioni e simboli della libido è noto in inglese come The Psychology of the Unconscious: A Study of the Tranformations and Symbolisms of the Libido, mentre il titolo inglese del testo tradotto in italiano come Psicologia dell’inconscio è On the Psychology of the Unconscious. In effetti, Trasformazioni e simboli della Libido, nella sua versione originale, non è presente nelle Opere di C. G. Jung, dove invece è tradotta, al volume 5, l’edizione definitiva (Jung, 1952d), dal titolo originale Symbole der Wandlung). Psicologia dell’inconscio è invece collocata nel volume 7. Vale la pena di chiarire tutto ciò al fine di emendare la altrimenti incomprensibile nota 14 a p. 51, in una eventuale seconda edizione del volume delle Lettere tra C. G. Jung e Victor White.

 

Il fenomeno cognitivo del Self-Talk: i benefici del parlare a se stessi

L’abitudine di parlare a se stessi ad alta voce viene definita dagli psicologi come Self-Talk. La ricerca ha dimostrato come questo fenomeno sia in grado di influenzare il comportamento e la cognizione. Ethan Kross, un professore di psicologia presso l’Università del Michigan, sostiene che il Self-Talk è uno strumento utilizzato dalle persone per prendere le distanze dalle esperienze nel momento in cui riflettono sulla propria vita; in più, permetterebbe di osservare gli eventi in maniera più obiettiva.

 

Self-talk: riduce l’ansia e aumenta la motivazione

In particolare sono stati individuati due tipi di Self-Talk:
Self-Talk didattico: le persone parlano a se stesse riguardo a un determinato compito.
Self-Talk motivazionale: le persone parlano a se stesse per auto-motivarsi: “Posso fare questo”. Potrebbe essere banale, ma motivare se stessi ad alta voce può funzionare.

Una ricerca pubblicata da Procedia — Social and Behavioral Sciences ha studiato gli effetti sia del Self-Talk didattico che del Self-Talk motivazionale nel basketball. E’ stato trovato che gli studenti passano la palla più velocemente mentre giocano a basket quando motivavano se stessi attraverso il Self-Talk.

Anche il modo in cui si fa riferimento a se stessi può fare la differenza. Mr. Kross ed i suoi colleghi hanno studiato l’impatto del Self-Talk interno, attraverso cui la persona parla a se stessa nella sua testa, per vedere come questo possa influenzare atteggiamenti e sentimenti. Essi hanno scoperto che quando i soggetti parlano di se stessi in seconda o terza persona, per esempio: “Si può fare questo” o “Jane può fare questo”, invece di “io posso fare questo”, non solo si sentono meno in ansia durante l’esecuzione di un compito, ma riescono a raggiungere un livello di performance migliore. Kross sostiene che questi effetti siano dovuti all’auto-distanziamento: esso avviene attraverso un processo per cui la persona si concentra su di sé, mantenendo un punto di vista distaccato, in terza persona.

Per spiegare perché il mantenimento della distanza psicologica abbia effetti positivi, Kross riporta un esempio: “quando vi è un amico/a che rimugina su un problema, per le persone risulta particolarmente semplice fornire ottimi consigli”. Una delle ragioni principali per cui le persone sono così in grado di fornire consigli agli altri su una determinata questione, è che non sono risucchiate da questi problemi, per cui riescono a mantenere una certa distanza da tali esperienze.

Riguardo al Self-Talk didattico, parlare da soli ad alta voce può accelerare le capacità cognitive in relazione alla risoluzione dei problemi e alle proprie prestazioni. Ad esempio, quando le persone sono alla ricerca di un oggetto, parlare ad alta voce, potrebbe aiutarle a trovarlo più velocemente. Tutto ciò è spiegato dall’ipotesi di feedback, secondo la quale pronunciare e sentire il nome di un oggetto permette di immaginare come esso si presenta, e quindi di individuarlo più velocemente e in maniera più accurata in un dato contesto.

Il fenomeno cognitivo del self-talk

Mr. Lupyan ha voluto verificare l’ipotesi di feedback mediante il Self-Talk. In un esperimento, i soggetti sono stati invitati a cercare una foto di un oggetto specifico, come una banana, tra le 20 immagini di oggetti casuali. In particolare, a un gruppo di soggetti venne chiesto di pronunciare il nome dell’oggetto ad alta voce, mentre all’altro non venne avanzata alcuna richiesta. L’ipotesi dello studio era che pronunciare il nome aiutasse effettivamente la ricerca visiva. Mr. Lupyan e i suoi colleghi hanno scoperto che, quando i soggetti pronunciavano la parola “banana” prima di cercarne la foto, erano in grado di trovare il quadro in maniera più rapida e precisa rispetto a chi non aveva precedentemente pronunciato la parola “banana”.

Lo studio ha rilevato che dire la parola ad alta voce rendeva i soggetti più consapevoli dei tratti fisici della banana, e ciò ha permesso che le caratteristiche del frutto spiccassero tra gli altri oggetti. Vale la pena notare, tuttavia, che questo tipo di Self-Talk non è efficace se non si conoscono i tratti dell’oggetto. In altre parole, se una persona è alla ricerca di una papaia e non ha idea delle sue caratteristiche, il Self-Talk non ha nessun effetto sui processi cognitivi.

In conclusione, dalla letteratura emerge come il Self-Talk si dimostri di grande utilità nell’aiutare le persone a concentrarsi sul loro obiettivo e a rimuovere le distrazioni.

 

La terapia cognitivo comportamentale e la terapia familiare a confronto sulla cura dell’anoressia nei pazienti adolescenti

Con questo articolo si vogliono mettere a confronto due delle principali terapie utilizzate in caso di anoressia in adolescenza che coinvolgono sia il paziente che la famiglia: la terapia cognitivo comportamentale transdiagnostica ( CBT-e) e la terapia familiare (FBT).

Elisabetta Ballerini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

E’ probabile che lo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione nell’ adolescenza e nella prima età adulta sia favorito dall’interazione di fattori biologici e ambientali ma un fattore scatenante in questa età della vita è sicuramente la dieta. I possibili processi che inducono a iniziare una dieta durante l’ adolescenza sono molteplici:

  • L’identità non ancora ben definita e questo porta a giudicare il proprio valore nell’aspetto fisico e nella magrezza;
  • La pubertà porta delle modificazioni corporee che alcune volte sono lontane dal proprio ideale femminile;
  • Varie situazioni stressanti possono minacciare il senso di autocontrollo.

I fattori socio-culturali implicati nello sviluppo dell’ anoressia nell’ adolescenza non sono stati ancora identificati con certezza ma si pensa che un ruolo centrale sia stato giocato dall’ideale di magrezza sviluppatosi negli anni 50 nei paesi occidentali.

Negli ultimi anni inoltre l’industria della dieta ha utilizzato qualsiasi mezzo per favorire il disprezzo sociale nei confronti delle persone affette da obesità e nel favorire lo sviluppo dei disturbi alimentari attraverso slogan in cui solo le persone magre potevano essere felici e non avere problemi.

L’esoridio dell’ anoressia in adolescenza

L’ anoressia nei casi tipici inizia proprio nell’ adolescenza con una marcata perdita di peso che è perseguita seguendo una dieta ferrea e molto ipocalorica, spesso associata ad un’attività fisica eccessiva e compulsiva. Altre persone per dimagrire si inducono il vomito o usano altre forme non salutari di controllo del peso come lassativi e diuretici. In alcuni adolescenti il disturbo è breve ma spesso persiste e richiede trattamenti specialistici e complessi. Sintomi comuni che peggiorano con la perdita di peso sono la depressione, il deficit di concentrazione, la perdita dell’interesse sessuale, l’ossessività e l’isolamento sociale. In generale il 10-20 % delle persone con anoressia sviluppa una condizione che dura tutta la vita.

Gli adolescenti con anoressia nervosa sono più vulnerabili agli effetti della malnutrizione e alla perdita di peso in quanto il loro corpo non è ancora ben sviluppato e questo porta ad un profondo impatto sulla salute fisica e sul funzionamento sociale. E’ importante intervenire subito e efficacemente per evitare effetti a lungo termine.

Anoressia nell’ adoelscenza: il ruolo della famiglia

E’ ampiamente riconosciuto che le cause dei disturbi alimentari sono complesse ma certe teorie enfatizzano il ruolo primario delle interazioni familiari nell’eziopatogenesi di questi disturbi. Particolari stili di interazione tra i membri della famiglia possono rappresentare dei fattori di rischio importanti nell’insorgenza dell’ anoressia nervosa. Molti studi inoltre hanno evidenziato che l’emotività espressa dei familiari può avere un ruolo nel mantenere o aggravare il disturbo alimentare o al contrario favorirne il miglioramento. L’emotività espressa è una misura delle attitudini e dei comportamenti verso un familiare ammalato che include cinque dimensioni:

  • Commenti critici: la critica è considerata un valido sistema educativo, e pertanto utilizzata anche nei confronti dei comportamenti che sono espressione del disturbo;
  • Ostilità: questa reazione al disturbo del proprio figlio non fa altro che intensificare le emozioni negative del familiare con anoressia che spesso reagisce accentuando i comportamenti disfunzionali;
  • Commenti positivi;
  • Calore.

CBT- E e Trattamento Fondato sulla Famiglia a confronto

Con questo articolo si vogliono mettere a confronto due delle principali terapie utilizzate in questo ambito che coinvolgono sia il paziente che la famiglia in quanto in pazienti adolescenti la partecipazione attiva dei genitori è essenziale per favorire il processo di guarigione: la terapia cognitivo comportamentale transdiagnostica ( CBT-e) e la terapia familiare (FBT).

Il Trattamento Fondato sulla Famiglia (Family-Based Treatment – FBT) sviluppato negli anni ’90 all’interno del Maudsley Hospital di Londra, costituisce un modello d’intervento che integra diversi aspetti dell’approccio cognitivo-comportamentale con quelli dell’intervento sistemico-relazionale. L’approccio FBT individua nel sostegno alle funzioni genitoriali una priorità clinica imprescindibile per rimettere “in carreggiata” lo sviluppo adolescenziale rimasto incagliato nel disturbo del comportamento alimentare. E’ un trattamento intensivo ambulatoriale che promuove il controllo genitoriale della normalizzazione del peso del figlio adolescente affetto da anoressia nervosa, migliorando allo stesso tempo il funzionamento familiare in relazione allo sviluppo adolescenziale. Dall’inizio della terapia i genitori sono invitati a aiutare il proprio figlio e i terapisti realizzano molteplici obiettivi per aiutare i genitori ad avere successo.

Il Trattamento Fondato sulla Famiglia

Il Trattamento Fondato sulla Famiglia è un trattamento diviso in tre fasi della durata di un anno ed è gestita da due terapeuti: nella prima fase i genitori sono assolti dalla responsabilità di causare il disturbo e la terapia è interamente centrata sui disturbi alimentari e include i pasti in famiglia, questa procedura da la possibilità al terapeuta di vedere direttamente i modelli di interazione familiari durante i pasti. In questa fase il terapeuta dirige la discussione in modo da creare e poi rinforzare una solida alleanza tra genitori e figli per promuovere una ristabilizzazione del peso. La resa del paziente alle richieste di aumentare la sua assunzione di cibo, così come un cambiamento nello stato d’animo della famiglia segnala l’inizio della fase due che prevede nell’adolescente di avere di nuovo il controllo del cibo insieme alla sua famiglia e tutte le questioni che sono state tralasciate per il cibo, ora possono essere affrontate e portate avanti. Inoltre i genitori sono aiutati a trasferire il controllo dell’alimentazione e del peso al figlio con modalità appropriate per l’età.

La fase tre inizia quando l’adolescente ha raggiunto un livello di peso sicuro per la sua salute, il tema centrale di questa fase è di arrivare ad avere un adolescente sano e in cui i disturbi alimentari non sono l’unico argomento di interazione con la famiglia. La fase tre quindi è focalizzata nello stabilire una relazione salutare tra i genitori e l’adolescente.

I terapeuti incoraggiano l’allineamento dei genitori nel processo di ripresa del peso corporeo, incoraggiando a diminuire le critiche verso il paziente e mantenendo una posizione agnostica sulla causa della malattia, in modo che i genitori non si sentono accusati. La realizzazione di queste attività è di fondamentale importanza per interrompere il mantenimento di alcune caratteristiche e promuovere l’aumento di peso.

L’intervento ha dimostrato di produrre una rapida ripresa rispetto alla terapia individuale sia immediatamente sia a cinque anni di follow up. I terapisti sostengono che la chiave di questa terapia sia che i genitori abbiano il controllo sulla rialimentazione dei loro figli assistendoli durante tutto il periodo della terapia.

La Terapia cognitivo comportamentale transdiagnostica

La terapia cognitivo comportamentale transdiagnostica (CBT-e) è una potenziale opzione in quanto è un trattamento per pazienti adulti ma ha dimostrato di essere efficace anche con pazienti adolescenti sottopeso. La CBT-e è un trattamento per i pazienti con una psicopatologia di disturbi alimentari a prescindere dalla loro diagnosi. La CBT-e è progettata per produrre un cambiamento duraturo verso la modifica dei meccanismi fondamentali che mantengono la psicopatologia dei disturbi alimentari utilizzando una serie di procedure e strategie comportamentali integrati con una progressiva educazione del paziente e lo sviluppo di un piano personalizzato per evitare possibili ricadute.

Il coinvolgimento dei genitori è periferico e consiste in una singola sessione di valutazione durante le prime due settimane più otto brevi sedute di 15 minuti con il paziente e i genitori subito dopo una seduta individuale con il paziente. Lo scopo della sessione iniziale è di identificare i fattori familiari che possono ostacolare i tentativi del paziente di cambiare mentre le sessioni successive sono dedicate alla soluzione di problemi di attuazione della CBT-e come la pianificazione dei pasti e la condotta dei pasti. Ci possono essere sessioni supplementari se sono presenti difficoltà familiari, crisi familiari, difficoltà estreme durante i pasti o ostilità dei genitori verso l’adolescente.

Tutte le sessioni vengono registrate in modo da controllare le sedute e garantire che il trattamento sia ben strutturato e applicato bene.

Quando questa terapia viene utilizzata nell’ anoressia comprende circa 40 sedute in 40 settimane per permettere il tempo necessario di recuperare il peso. Negli adolescenti questo tempo potrebbe essere più breve rispetto agli adulti in quanto recuperano più velocemente, infatti secondo uno studio il tempo necessario ad un adolescente per raggiungere un BMI di 18,5 è di 15 settimane inferiore rispetto ad un adulto.

La CBT-e è divisa in quattro fasi: nella fase uno si cerca di incoraggiare il paziente a recuperare il peso attraverso un’educazione personalizzata, l’automonitoraggio e affrontando la preoccupazione per il peso, nella fase due è molto importante sottolineare i progressi perché gli adolescenti fanno fatica a evidenziarli e bisogna programmare la fase tre nella quale si affrontano i moduli per l’immagine corporea, la restrizione dietetica e le emozioni, alla fine della fase tre vengono fatti dei passi indietro e analizzati gli stati mentali e l’ultima fase consiste nel concludere bene e cercare di prevenire possibili ricadute e mantenere il peso. Dopo 20 settimane c’è una seduta di follw up per analizzare eventuali progressi o difficoltà.

Per riassumere possiamo sintetizzare che la terapia FBT cerca di responsabilizzare i genitori a gestire i comportamenti che mantengono l’ anoressia dei figli e cerca di promuovere il recupero del peso. I genitori in questo trattamento hanno sviluppato un legame terapeutico molto forte con il terapeuta ed erano d’accordo sui compiti e sugli obiettivi della terapia e secondo alcuni studi questa alleanza è molto più forte rispetto all’alleanza adolescente terapeuta. Però ci sono delle limitazioni, non tutti i terapeuti hanno una buona preparazione e non tutti applicano le stesse procedure, come pesare gli adolescenti o affrontare i pasti in famiglia e avere un dietista che segua l’alimentazione dell’adolescente e questo può gravare sull’esito della terapia.

Invece la CBT-e è centrata sull’adolescente, sul fornire un percorso personalizzato in cui tutti i terapeuti seguono un percorso adattandosi alle necessità dello stato di sviluppo dell’adolescente. La CBT-e usa procedure e strategie cognitivo comportamentali che si adattano bene a questa fascia di età, infatti molti adolescenti non hanno la consapevolezza di avere un disturbo alimentare e per questa ragione sono difficili da ingaggiare e la terapia prevede anche di aiutarli ad affrontare le problematiche associate allo sviluppo psicosociale. Tutti gli adolescenti sono seguiti da un medico, un dietista e un terapeuta che lavorano in equipe per dare la migliore assistenza all’adolescente. Come nella FBT anche nella CBT-e è presente il coinvolgimento dei genitori che non hanno un ruolo primario ma solo di valutare se ci sono fattori familiari che possono ostacolare il cambiamento dell’adolescente e di aiutarli in questo percorso per aiutare al meglio il proprio figlio con anoressia.

Il paradigma psicotraumatologico, in risposta a Benedetto Farina

Innanzitutto ringraziamo Benedetto Farina per il suo gentile e documentato intervento.  Benedetto Farina risponde al nostro articolo e ci rassicura riportando correttamente che: “solo un terzo di tutti i pazienti che ci chiedono aiuto, indipendentemente dalla diagnosi con cui si presenta il paziente, ha come fattore di rischio il trauma (Green et al 2010).

Perché ci rassicura? Perché uno dei nostri timori, virgolettato dallo stesso Farina, è che si pensi che: “L’intera sofferenza emotiva è sempre più esplorata sotto questa etichetta [il trauma n.d.r.] e tutti i disturbi stanno diventando varianti del disturbo post-traumatico da stress (da qui in poi PTSD: post-traumatic stress disorder). Non è così, ci dice Farina: il Trauma dello Sviluppo (TdS) colpisce solo circa il 10% della popolazione generale e circa un terzo di quella clinica.

Il resto della risposta ci rassicura un po’ meno. Farina riporta che secondo una rassegna di McCrory e collaboratori: “Il maltrattamento infantile, incluso quello fisico, emotivo, il neglect, rappresenta verosimilmente il predittore più potente per la bassa qualità della salute psichica durante tutta la vita. Tali eventi di vita negativi incrementano il rischio di una vasta gamma di disturbi psichici durante l’infanzia e la vita adulta” (McCrory et al 2017). Inoltre il Trauma dello Sviluppo è il “il predittore più potente per la bassa qualità della salute psichica” e anche per le malattie fisiche, secondo i dati dello studio ACE (Adverse Childhood Experiences) promosso dal Centro per la Prevenzione e Controllo delle Malattie del Dipartimento della Salute degli USA.

[Leggi il resto della discussione: (1) Lo spettro del trauma che si aggira per il mondo (della psicoterapia) – (2) Come non avere paura dello spettro del trauma N.d.R.]

Il trauma dello Sviluppo: fattore di rischio o generatore di patologia?

L’affermazione è supportata da dati, e in sé è indiscutibile. Ma affermare che il TdS sia un potente fattore di rischio per lo sviluppo dei disturbi psicologici non equivale a concludere che questo rappresenti, citando Farina, “un elemento che genera una dimensione patologica” o che “ha un ruolo primario nel generare la psicopatologia”. Gli stessi Autori che cita Farina (McCrory et al., 2017) sono scientificamente molto cauti in merito, anzi sottolineano che uno dei principali dati emersi dal loro studio è che “le alterazioni in specifici aspetti del funzionamento neurocognitivi (legate al TdS) sono presenti anche in assenza di un disturbo psicologico” e che “questi aspetti atipici associati a esperienze di maltrattamento, sono simili a quelle osservate nei disturbi psicologici in cui è presente una storia di maltrattamento”. Cioè, il Trauma dello Sviluppo ha un impatto che aumenta il rischio di, ma non ha il ruolo primario nella genesi della patologia.

Il balzo arbitrario tra un fattore di rischio e generatore di patologia è un fantasma che non ci rassicura del tutto.

Una domanda centrale diverrebbe quindi: quali elementi mediano il rapporto tra TdS e patologia adulta? Qualche linea di ricerca in merito esiste. Da un lato sempre McCrory e colleghi suggeriscono almeno tre elementi: iperfocalizzazione attentiva sulle proprie emozioni o su stimoli minacciosi, ipervigilanza ed evitamento interpersonale, strategie attentive e cognitive che possono essere favorite da un contesto di maltrattamento, oppure svilupparsi anche indipendentemente da questo e che sono a livello prossimale più connesse alla genesi e al mantenimento dei disturbi psicologici. Questa ipotesi è confermata da un recente studio (Huh et al., 2017) che mostra come la relazione tra TdS e severità di sintomi ansiosi e depressivi in età adulta sia significativamente associata allo sviluppo di strategie cognitive maladattive come tendenza a rimuginare, catastrofizzare, criticare sé stessi e gli altri in risposta a eventi stressanti.

Interpretazioni dei dati e paradigmi teorici di riferimento

Ci sono poi un paio di aspetti che non possono essere discussi solo in termini di dati ma che sono anche legati ai presupposti teorici e alle loro conseguenze. Lo ripetiamo: i risultati delle ricerche in sé sono indiscutibili; ma c’è una zona prima dei dati e ce ne è un’altra dopo i dati nelle quali c’è purtroppo anche spazio per interpretazioni. La prima zona è quella della scelta delle definizioni delle variabili misurate dai dati, definizioni che derivano dal paradigma teorico di riferimento; la seconda zona è quella della derivazione delle conseguenze cliniche e pratiche dei risultati, conseguenze che a loro volta dipendono di nuovo dal paradigma teorico di riferimento. Ed è proprio qui che temiamo che spesso tra terapisti cognitivo-comportamentali si parlino linguaggi a volte troppo differenti. Ad esempio, insieme a molti altri, il linguaggio del paradigma cognitivo standard e il linguaggio del nuovo –sebbene antico- paradigma del trauma e della dissociazione.

La definizione di trauma

La definizione di trauma è il primo aspetto in cui si assiste a uno scontro tra paradigmi e non tra ricerche. Cosa intendiamo dire? Ci trova d’accordo sostenere che il trauma, definito come cumulo di eventi vulneranti che preparano il disturbo sia tra i principali fattori predisponenti di psicopatologia. Il concetto è utile, ma riteniamo che in esso ci sia anche  un’unghia di tautologia, quando la definizione di trauma rasenta l’onnicomprensività. Possiamo sbagliarci, ma a nostro parere quando per trauma si intende non solo il grande trauma ma anche il trauma piccolo e cumulativo, il trauma “small t” e non solo “big T” -alludendo a una certa terminologia non propriamente cognitiva- allora diventi più facile concludere che il trauma sia alla base non solo del PTSD, ma di tutta la psicopatologia.

Non basta: anche della patologia organica! Virgolettiamo Farina: “il trauma non conduce solo al PTSD che è solamente la categoria diagnostica che descrive le conseguenze cliniche dei singoli eventi traumatici (e che non è in grado di descrivere la complessità clinica generata dal TdS), ma genera una dimensione patologica che diffonde in tutti i quadri clinici peggiorandone la prognosi e determinando resistenza a qualsiasi tipo di trattamento”.

Sul fatto che in ogni patologia ci siano fattori distali e fattori prossimali, siamo tutti d’accordo. Su dove e come agire, ci si divide. A torto o a ragione, storicamente il cognitivismo, da Ellis e Beck, ha avuto il merito di attirare l’attenzione sui fattori prossimali, sul qui e ora, stornandola dai traumi più o meno passati. Inoltre, e altrettanto storicamente, il cognitivismo clinico ha concepito il disturbo psicologico come una disfunzione trattabile mediante l’accertamento e la volontaria e consapevole ritaratura nel presente della giuntura slogata e malfunzionante e non come la ricrescita di un arto mancante. Può piacere o meno, il cognitivismo lavora su questo collo di bottiglia accessibile alla coscienza.

Il paradigma psicotraumatologico

A noi pare invece che il paradigma psicotraumatologico concepisca il disturbo non come una disfunzione ma come un deficit. Non si tratta di una funzione male utilizzata ma una struttura danneggiata. Lunghe crepe attraversano le pareti e le volte della costruzione e spaccano subdolamente i muri e i tetti della mente, mentre non ci sono interruttori della luce lasciati accesi che dovrebbero essere spenti o usci lasciati aperti e che andrebbero chiusi. Non è quindi un paradigma funzionalista ma strutturalista: non ci sono funzioni male utilizzate, ma strutture quasi distrutte (appunto). E ci pare sia un paradigma fortemente evolutivo. La struttura è crepata perché a suo tempo non fu costruita bene durante la fase di sviluppo. Quindi ci sono pezzi interi che mancano e che vanno ricostruiti.

Non è un caso –pensiamo- che stiano emergendo nuovi protocolli particolarmente adatti al trattamento del trauma. Facciamo però attenzione: tra questi protocolli più adatti al trauma, quelli che paiono avere sempre più successo (almeno secondo la nostra personale impressione) tra i colleghi, sono in alcuni casi ancora una volta protocolli estranei alla tradizione cognitiva. Sono protocolli che non agiscono sulla gestione consapevole delle funzioni, ma sono, sia pure in misura più moderata rispetto alle tecniche relazionali, più focalizzati sulla ricostruzione inconsapevole, corporea, esperienziale, delle strutture deficitarie, come nel caso della sensorimotor therapy e dell’EMDR.

E poi, accanto a questi interventi esperienziali, vi sono poi gli interventi relazionali. Di questo argomento, ancora più complesso e delicato di quello del trauma, scriveremo in un articolo successivo.

La terza ondata del cognitivismo

Nel frattempo, come si sa, anche il cognitivismo clinico è stato investito da una svolta, la cosiddetta “terza ondata”. Eppure vi è una differenza. La terza ondata non comprende teorie del deficit o modelli strutturalisti. Nella ACT (Acceptance and Committment Therapy) e nella MCT (MetaCognitive Therapy) si parla di funzioni da usare differentemente, non di impalcature danneggiate, traumatizzate, e da ricostruire. Anzi, i modelli di terza ondata sono ancora più accentuatamente funzionalisti del cognitivismo standard, inficiato da qualche residuo strutturalista, come ad esempio il concetto di sè.

Tuttavia, non vogliamo essere troppo agonistici, per usare un termine evoluzionista. Tutte queste innovazioni possono essere fruttuose, se usate bene. Ma consigliamo che queste tecniche vengano usate dopo che si sia diventati esperti nelle tecniche standard. Temiamo invece che questo interesse psicotraumatologico stia favorendo l’imponente adozione da parte di schiere di terapisti cognitivi di modelli non cognitivi. Rischio accentuato laddove il concetto di trauma abbia avuto un tale allargamento delle sue applicazioni da dimostrarsi adattabile a qualsiasi essere umano.

L’esito più infausto è l’eclettismo tecnico di elementi cognitivi e non cognitivi avvolto così profondamente nella bandiera dell’integrazione da occultare allo stesso professionista una visione chiara e consapevole del nodo teorico che guida il suo operare. La conoscenza e l’approfondimento in Italia delle tecniche cognitive rischia così di confondersi ulteriormente con il crescente successo dei nuovi modelli corporei, esperienziali e immaginativi. Non sappiamo quanto davvero ci convenga segare il ramo su cui siamo seduti e su cui è seduta a oggi la più stabile e consolidata ricerca di efficacia. E questo ramo è ancora la CBT di Beck.

John Bowlby e la teoria dell’attaccamento – Introduzione alla Psicologia

La teoria dell’attaccamento nasce in seguito ad attente e ripetute osservazioni effettuate nei confronti dei bambini, più in generale dei mammiferi, durante i primi anni di vita; il più grande sostenitore e studioso di questa teoria è stato John Bowlby, considerato un tra i più grandi psicoanalisti del ventesimo secolo.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

John Bowlby sosteneva che: “l’ attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba” (Bolwby, 1982). La teoria dell’attaccamento, inserita nell’ottica sistemica, etologica ed evoluzionista, propone un nuovo modello psicopatologico in grado di dare indicazioni generali su come la personalità di un individuo cominci ad organizzarsi fin dai primi anni di vita. La teoria dell’attaccamento fornisce un valido supporto per lo studio di fenomeni legati a storie infantili di gravi abusi e trascuratezza, correlate con lo sviluppo di un ampio spettro di disturbi di personalità, sintomi dissociativi, disturbi d’ansia, depressione e abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti.

La vita di John Bowlby

John Bolwby nasce a Londra il 26 febbraio del 1907. Suo padre, il generale maggiore Sir Anthony Bowlby, era un medico chirurgo e nominato chirurgo reale di re Edoardo VII. John Bolwby durante la carriera universitaria vinse diversi premi e conseguì la laurea prima in scienze precliniche e poi in psicologia.

Successivamente, John Bowlby iniziò a lavorare in una scuola all’avanguardia per bambini, dove entrò in contatto con bambini disturbati, le cui difficoltà derivavano dalla loro infanzia infelice e frammentata. Contemporaneamente, incontrò John Alford, il quale consigliò a John Bowlby di recarsi a Londra per seguire il training in psicoanalisi.

Nell’autunno del 1920 John Bowlby tornò a Londra seguendo il suggerimento di Alford e nel 1933, terminati gli studi medici presso la University College Hospital, frequentò il tirocinio in psichiatria; nel 1936 fu assegnato alla Child Guidance Clinic di Londra fino al 1940, anno in cui diventò psichiatra dell’esercito britannico. Dopo la guerra, John Bowlby fu nominato vice direttore di Jock Sutherland della prestigiosa Tavistock Clinic di Londra, con lo specifico compito di sviluppare un dipartimento infantile.

Nel 1950, su incarico ricevuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, elaborò uno studio sulla salute mentale dei bambini orfani o privati della loro famiglia d’origine.

John Bowlby ha dedicato gli anni dal 1964 al 1979 alla stesura della sua imponente trilogia: Attaccamento (1969), Separazione (1973) e Perdita (1980). Egli ricoprì molte cariche prestigiose e importanti posti di consulenza, ricevette molte onorificenze a livello mondiale. Andò in pensione dal National Health Service e dal Medical Research Council nel 1972, rimanendo però alla Tavistock Clinic.

Nel 1980 fu professore all’University College of London e le sue conferenze furono trascritte e raccolte in libri come, “Costituzione e rottura dei legamenti affettivi” e in “Una base sicura”. Sempre mentalmente e fisicamente attivo, all’età di settantanni iniziò la psicobiografia di Darwin, da lui sempre ammirato, pubblicata pochi mesi prima della sua morte. Il suo ottantesimo compleanno fu celebrato a Londra con una conferenza alla quale parteciparono in moltissimi. Tre anni dopo ebbe un ictus mentre si trovava nella sua cità Skye con la famiglia.

Pochi giorni dopo, il 2 settembre 1990, John Bowlby morì. Fu seppellito a Trumpan, in un piccolo cimitero vicino a Waternish, luogo selvaggio dove spesso faceva lunghissime passeggiate; era stato egli stesso a chiedere di essere sepolto in quel posto.

La teoria dell’Attaccamento

Il comportamento di attaccamento si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, figura di attaccamento, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Secondo John Bowlby prendere in braccio il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata, da parte della madre, ad un segnale di disagio espresso dal bambino.

John Bowlby, rifiutò il modello di sviluppo di Freud secondo il quale il bambino avanza dalla fase orale a quella anale per giungere a quella genitale, e affermò che il legame madre-bambino non si basa solo sulla necessità di nutrimento del piccolo, ma sul riconoscimento delle emozioni. John Bowlby intuì che l’ attaccamento riveste un ruolo centrale nelle relazioni tra gli esseri umani, dalla nascita alla morte. Egli dimostrò come lo sviluppo armonioso della personalità di un individuo dipenda principalmente da un adeguato attaccamento alla figura materna o un suo sostituto.

John Bowlby formulò la teoria dell’attaccamento dopo aver letto i lavori etologici di Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen. Difatti, tale teoria prende spunto dagli studi etologici sull’imprinting e dagli esperimenti di Harlow con i macachi Rhesus fornendo a John Bowlby il fondamento scientifico che egli riteneva necessario per evolvere dalla impronta psicoanalitica. Secondo la teoria di Lorenz i piccoli di anatroccolo, privati della figura materna naturale, seguivano un essere umano o qualsiasi altro oggetto, nei confronti del quale sviluppavano un forte legame che andava oltre la semplice richiesta di nutrizione, dato che questo tipo di animale si nutre autonomamente di insetti. Harlow, a sua volta, aveva dimostrato come, in una serie di esperimenti, i piccoli di scimmia venivano messi a confronto con una madre fantoccio, fatta di freddo metallo, alla quale era attaccato un biberon e con un’altra madre fantoccio senza biberon, ma coperta di una stoffa morbida, spugnosa e pelosa. Le piccole scimmie mostrarono una chiara preferenza per la madre di stoffa passando fino a diciotto ore al giorno attaccate ad essa, come avrebbero fatto con le loro madri reali.

John Bowlby identifica quattro fasi attraverso le quali si sviluppa il legame di attaccamento:

  • Dalla nascita alle otto-dodici settimane: il bambino non è in grado di discriminare le persone che lo circondano nonostante riesca a riconoscere, attraverso l’odore e la voce, la propria madre. Successivamente, il bambino riuscirà a mettere in atto modi di relazionarsi sempre più selettivi, soprattutto con la figura materna;
  • Sesto – settimo mese: il bambino è maggiormente discriminante nei confronti della persone con le quali entra in contatto;
  • Dal nono mese: l’ attaccamento con la figura di attaccamento diventa stabile e visibile, richiama l’attenzione della figura di riferimento e la usa come base per esplorare l’ambiente, ricercando sempre  protezione e consensi.
  • Il comportamento di attaccamento si mantiene stabile fino ai tre anni, età in cui il bambino acquisisce la capacità di mantenere tranquillità e sicurezza in un ambiente sconosciuto essendo, però, sempre in compagnia di figure di riferimento secondarie, ed avere la certezza che la figura di riferimento faccia sempre e presto ritorno.

John Bowlby riteneva che l’ attaccamento si sviluppasse attraverso alcune fasi, e che possa essere di tipo sicuro, quando il bambino sente di avere dalla figura di riferimento protezione, senso di sicurezza, affetto; di tipo insicuro quando il bambino nel rapporto con la figura di attaccamento prevalgono instabilità, eccessiva prudenza, eccessiva dipendenza, paura dell’abbandono.

Una base sicura

Il concetto di base sicura è stato elaborato da John Bowlby nel 1969, osservando il comportamento dei macachi e quello dei bambini nei primi mesi in cui notò la presenza di schemi di comportamento identici. In particolare, verificò come la madre, e la relazione con lei, fornisce al bambino la base sicura dalla quale può allontanarsi per esplorare il mondo e farvi ritorno. Quando il bambino avverte qualche minaccia da parte del mondo esterno, cessa l’esplorazione per raggiungere prontamente la madre per poter ricevere conforto e sicurezza.

Per John Bowlby i legami emotivamente sicuri hanno un valore fondamentale per la sopravvivenza. Egli sottolinea anche che il conflitto è una dimensione ordinaria della condizione umana e che la malattia psichica è data dall’incapacità di affrontare efficacemente i conflitti.

Mary Ainsworth ideò nei tardi anni ’60 un valido strumento di indagine, la Strange Situation, per classificare i tre pattern di base, riscontrabili in bambini di età prescolare. La Ainsworth dall’osservazione di gruppi di bambini che si ricongiungevano alla madre, dopo essere stati separati, distinse quanto segue: un primo gruppo manifestava sentimenti positivi verso la madre, un secondo mostrava relazioni marcatamente ambivalenti ed un terzo intratteneva con la madre relazioni non espressive, indifferenti o ostili.

Indagare l’attaccamento nei bambini: la Strange Situation

La strange situation si concretizza in venti minuti di osservazione in cui si trovano in una stanza il bambino, la mamma e un estraneo. In quella occasione si possono osservare i diversi comportamenti e le reazioni emotive del bambino in presenza della madre, al momento della separazione da questa ed in compagnia di un estraneo.

Da qui si dedussero diversi stili di attaccamento: sicuro, insicuro ansioso ambivalente e insicuro evitante (e in un secondo momento anche lo stile disorganizzato).

Lo stile di attaccamento che un bambino svilupperà dalla nascita in poi dipende in grande misura dal modo in cui i genitori, o altre figure parentali, interagiscono e da cui si svilupperà uno dei seguenti stili di attaccamento:

  • Stile Sicuro: il bambino si fida e si affida al supporto della figura di attaccamento, sia in condizioni normali sia di pericolo. In questo modo, il bambino si sente libero di poter esplorare il mondo. Tale stile è determinato dalla presenza di una figura sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a concedergli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede.I tratti che caratterizzano questo stile sono: sicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di essere amabile, capacità di sopportare distacchi prolungati, nessun timore di abbandono, fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri. L’emozione predominante è la gioia.
  • Stile Insicuro Evitante: questo stile è caratterizzato dalla convinzione del bambino che, alla richiesta d’aiuto, non solo non incontrerà la disponibilità della figura di attaccamento, ma addirittura verrà rifiutato. Così facendo, il bambino costruisce le proprie esperienze facendo esclusivo affidamento su se stesso, senza il sostegno degli altri, ricercando l’autosufficienza anche sul piano emotivo, con la possibilità di arrivare a costruire un falso Sé. Questo stile deriva da una figura di attaccamento che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amato, percezione del distacco come “prevedibile”, tendenza all’evitamento della relazione per convinzione del rifiuto, apparente esclusiva fiducia in se stessi e nessuna richiesta di aiuto. Le emozioni predominanti sono tristezza e dolore.
  • Stile Insicuro Ansioso Ambivalente: il bambino non ha la certezza che la figura di attaccamento sia disponibile a rispondere ad una richiesta d’aiuto. Per questo motivo l’esplorazione del mondo è esitante, ansiosa e il bambino sperimenta alla separazione angoscia. Questo stile è promosso da una figura d’attaccamento che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da frequenti separazioni, se non addirittura da minacce di abbandono, usate come mezzo coercitivo. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amabile, incapacità di sopportare distacchi prolungati, ansia di abbandono, sfiducia nelle proprie capacità e fiducia nelle capacità degli altri.

Dalle osservazioni derivanti della Strange Situation è emerso che alcuni bambini manifestavano comportamenti non riconducibili a nessuno dei tre pattern descritti. Di conseguenza, è stato definito un quarto stile di attaccamento da parte di Main e Salomon: disorientato/disorganizzato.

  • Stile Disorientato/Disorganizzato: il bambino si mostra disorientato/disorganizzato, ovvero manifesta ansia, pianto, si butta sul pavimento o porta le mani alla bocca con le spalle curve, gira in tondo, manifesta comportamenti stereotipati, e assume espressioni simili alla trance in risposta alla separazione dalla figura di attaccamento. Sono anche da considerarsi casi di attaccamento disorganizzato quelli in cui i bambini si muovono verso la figura di attaccamento con la testa girata in altra direzione, in modo da evitarne lo sguardo.

Tutti i bambini sviluppano entro i primi 8 mesi di vita uno stile di attaccamento, che si completa entro il loro secondo anno. L’indicatore per eccellenza che il legame di attaccamento è stabilito, si identifica nell’angoscia da separazione. Possono verificarsi attaccamenti multipli, che nel corso dello sviluppo sono suscettibili di variazioni.
Non è chiaro quando avvenga esattamente il passaggio dall’ attaccamento genitoriale a quello tra i pari. Nell’adolescenza, però, l’ attaccamento attraversa un periodo di transizione. L’adolescente si allontana intenzionale dalla relazione con i genitori e familiari, per costruire relazioni nuove con coetanei, relazioni amicali e amorose.

I Modelli Operativi Interni

I Modelli Operativi Interni sono rappresentazioni mentali che, secondo John Bowlby, si costruiscono nel corso dell’interazione col proprio ambiente. Essi consentono di valutare e analizzare le diverse alternative possibili, scegliendo quella ritenuta migliore per affrontare le difficoltà che si verificano. Quindi permettono al bambino, e poi all’adulto, di prevedere il comportamento dell’altro guidando le risposte, soprattutto in situazioni di ansia o di bisogno.

Lo sviluppo dei Modelli Operativi Interni utilizza come cornice teorica lo sviluppo senso-motorio di Jean Piaget, riferendosi, principalmente, ai processi di assimilazione e di accomodamento, tipici delle prime fasi dello sviluppo del bambino. Gli schemi interiorizzati del bambino, nei primi anni di vita, possono continuamente essere ridefiniti sulla base dei cambiamenti della realtà esterna e della relazione con la figura di attaccamento che muta con il tempo e con lo sviluppo.

 

 

Per John Bowlby è importante che il legame di attaccamento si sviluppi in maniera adeguata, poiché da questo deriva un buono sviluppo della persona. Se si manifestassero in età adulta stati di angoscia e depressione, è possibile possano derivare da periodi in cui la persona ha fatto esperienza infantile di angoscia e distacco dalla figura di riferimento. Quindi, il modello di attaccamento, sviluppatosi durante i primi anni di vita, deriva dalla relazione con la figura di riferimento e influenzerà la relazione con la stessa anche durante l’infanzia. Successivamente, diviene un aspetto su cui si fonda l’assetto personologico adulto e influenzerà le relazioni e i rapporti futuri.

La separazione precoce dalla figura di riferimento, evento traumatico per un bambino, può avere diverse ripercussioni sulla vita dell’individuo a seconda della durata e del periodo in cui si verifica la separazione.

La separazione dalla figura di riferimento si snoda, secondo John Bowlby, in tre momenti: la protesta per la separazione, la disperazione dovuta all’assenza della figura e il distacco finale. La separazione può risultare meno dolorosa se vi sono alcune circostanze favorevoli come la presenza di figure sostitutive o di un ambiente accogliente.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Ipocondria. Guida per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo – Recensione del libro

Le persone che soffrono di ipocondria o disturbo d’ansia per la salute, infatti, sono costantemente preoccupate di avere una malattia grave e cercano informazioni e rassicurazioni costanti sui sintomi che provano o sulle malattie temute. Come reazione a queste paure, le persone affette da ipocondria si sottopongono a numerosi esami medici, che tuttavia non rassicurano davvero il paziente, se non nel breve periodo. Alcune persone, al contrario, sono talmente spaventate dall’idea di avere un problema grave da evitare qualunque visita medica o accertamento, pur continuando a preoccuparsi.

 

Ipocondria: la preoccupazione costante di essere affetti da una grave malattia

La preoccupazione per la propria salute o per quella delle persone care è un’esperienza assolutamente comune per la maggior parte delle persone. A chi non è capitato di provare ansia in attesa del referto di un esame medico importante? O di preoccuparsi della propria morte o di quella di persone care apprendendo la notizia della morte di un conoscente per una grave malattia? Preoccuparsi e provare ansia riguardo alla salute e alla morte è assolutamente normale.
Ma cosa succede quando una persona è così preoccupata da stare in costante ascolto dei piccoli segnali del proprio corpo, temendo che siano sintomo di qualche grave malattia, ricorrendo a controlli continui e sottoponendosi a esami medici ripetuti anche invasivi, ignorando le rassicurazioni del medico e delle persone che le stanno intorno?

Quando queste preoccupazioni assumono proporzioni tali da far stare molto male al solo pensiero di avere una malattia e incidono pesantemente sulla qualità della vita, allora ci si trova di fronte ad un disturbo clinico.

Come Leveni, Lussetti e Piacentini ben descrivono nel loro volume, le persone che soffrono di ipocondria o disturbo d’ansia per la salute, infatti, sono costantemente preoccupate di avere una malattia grave e cercano informazioni e rassicurazioni costanti sui sintomi che provano o sulle malattie temute. Come reazione a queste paure, le persone affette da ipocondria si sottopongono a numerosi esami medici, che tuttavia non rassicurano davvero il paziente, se non nel breve periodo. Alcune persone, al contrario, sono talmente spaventate dall’idea di avere un problema grave da evitare qualunque visita medica o accertamento, pur continuando a preoccuparsi.

Questo disturbo è stato per lungo tempo ignorato e minimizzato dalla psichiatria generale e ciò ha influito negativamente sulla vita di tante persone sofferenti che non hanno potuto così ricevere un trattamento adeguato. Il termine, infatti, ha assunto nel corso del tempo una connotazione negativa, facendo pensare alle persone che soffrono di questo disturbo come a dei “malati immaginari” che traggono gratificazione dal presentarsi come malati.

La realtà, però, è molto diversa: le persone affette da questo disturbo, meglio descritto come disturbo d’ansia per la salute, sono realmente sofferenti e la loro vita è pesantemente condizionata e menomata per via delle continue preoccupazioni e dei conseguenti tentativi di controllo e rassicurazione.

L’andamento del disturbo è di solito cronico e disabilitante, se non adeguatamente trattato. Negli ultimi anni, tuttavia, è stata ampiamente dimostrata l’efficacia di trattamenti psicoterapici specifici e, se pur in misura minore, anche di quelli farmacologici. In particolare i risultati indicano una forte evidenza a sostegno dell’efficacia delle psicoterapie comportamentali o cognitivo-comportamentali, con riduzione dei sintomi, miglioramento del benessere soggettivo e, aspetto non meno importante sul piano sociale, riduzione significativa dei costi a carico del sistema sanitario.

Questo manuale, dunque, si propone da un lato di fornire ai clinici un utile strumento teorico e pratico per riconoscere e trattare adeguatamente pazienti che soffrono del disturbo d’ansia per la salute e dall’altro di accompagnare i pazienti stessi nel percorso di conoscenza del problema, dando loro informazioni preziose e pratiche, suffragate da argomentazioni scientificamente rigorose, e aiutandoli ad affrontare le proprie preoccupazioni e a uscire dai circoli viziosi che mantengono il disturbo.

Il modello teorico dell’ipocondria

Gli autori illustrano il modello interpretativo dell’ipocondria di Salkovskis e Warwick (riportato e tradotto per intero in un capitolo del volume), due fra i più importanti e autorevoli clinici e ricercatori a livello internazionale, che ipotizza come il nucleo centrale di questo disturbo sia rappresentato dalla tendenza a interpretare erroneamente ogni segnale proveniente dal corpo e altre informazioni ritenute rilevanti per la salute come prove dell’esistenza di una grave malattia.

Secondo questo modello, a mantenere le interpretazioni erronee è l’interazione fra diversi elementi, che gli autori del volume sintetizzano in modo efficace ed evocativo nella metafora del “fiore dell’ipocondria”: le radici del fiore sono costituite da fattori genetici, biologici, legati all’ambiente educativo e agli eventi di vita e rappresentano la vulnerabilità che predispone la persona a sviluppare il disturbo; alla base del gambo del fiore si collocano gli eventi critici e il gambo su cui si regge il fiore è dato dalle credenze superstiziose e convinzioni di base sulle malattie; al centro del fiore c’è la preoccupazione e i petali sono formati dai diversi circoli viziosi che, nel tentativo di sedare la preoccupazione, mantengono invece il problema.

Questi circoli viziosi sono illustrati nel dettaglio e riguardano la ricerca di informazioni inerenti la malattia temuta, le continue ricerche di rassicurazione, l’evitamento, i continui controlli, l’eccessiva attenzione sul corpo, l’ansia e l’evitamento di attività fisica. A innaffiare il fiore dell’ipocondria ci pensa il rimuginio che porta il paziente a farsi e a guardare il proprio “film dell’orrore”, immaginando sempre più nel dettaglio tutto ciò che di negativo potrebbe capitare, in una spirale sempre più drammatica e catastrofica.

Il trattamento dell’ipocondria

La seconda parte del volume è un vero e proprio manuale di auto-aiuto, da utilizzare da soli o con l’aiuto del terapeuta durante il trattamento, in cui i pazienti sono accompagnati passo dopo passo nell’identificazione di tutti gli elementi che compongono il loro personale fiore dell’ipocondria. Ogni capitolo comprende dettagliate schede di lavoro per i compiti a casa grazie ai quali i pazienti possono imparare a esplorare gradualmente le loro convinzioni disfunzionali e a confrontarsi con l’idea di fondo che sostiene la terapia: il problema non è dato dall’avere una malattia fisica, ma dalla convinzione e dalla preoccupazione di esserne affetto e queste paure hanno conseguenze negative importanti, inclusi forse i suoi stessi sintomi, creando disabilità e compromissione della qualità di vita.

L’obiettivo del trattamento, infatti, consiste nel mettere la persona con un disturbo d’ansia per la salute nella condizione di considerare e adottare convinzioni più funzionali e meno catastrofiche, aiutandola a esplorare modi alternativi e meno rigidi di dare senso alle proprie esperienze.

La difficile relazione terapeutica con i pazienti ipocondriaci

I dati di ricerca sono incoraggianti e dimostrano l’efficacia di questo tipo di trattamento, nonostante si tratti di un disturbo grave e difficile da trattare.
Parte della difficoltà, tuttavia, sta nell’accesso di questi pazienti agli specialisti adeguati. Queste persone, infatti, essendo convinte di avere un disturbo medico, non si rivolgono a psichiatri o psicoterapeuti, ma al medico di base o a specialisti di varie branche della medicina, spesso rimbalzati dall’uno all’altro alla ricerca di una diagnosi che “finalmente” confermi i loro sospetti di avere una grave malattia.
L’invio, dunque, è un tema molto delicato e dovrebbe essere gestito con la massima collaborazione da parte di tutte le figure curanti, per facilitare la difficile accettazione della diagnosi.
Gli autori dedicano ampio spazio a questo delicato argomento, dando indicazioni pratiche di grande utilità su come coinvolgere medici e specialisti nel trattamento del disturbo.

Il ruolo dei familiari

Viene anche approfondito il cruciale ruolo dei familiari, rilevando l’opportunità di un loro coinvolgimento diretto nella terapia, in modo che possano da un lato aiutare il paziente a non ricadere nei circoli viziosi, evitando per esempio di cedere alle richieste di rassicurazione, e dall’altro trovare ascolto e un aiuto per “sopravvivere” loro stessi alla difficile relazione con persone affette da questo disturbo.

Conclusioni

Il manuale di Leveni, Lussetti e Piacentini rappresenta in definitiva un tentativo sicuramente ben riuscito di sintetizzare e rendere fruibile a clinici e pazienti ciò che le ricerche hanno dimostrato negli ultimi anni rispetto all’ipocondria in termini di meccanismi d’azione e delle ricadute che queste scoperte hanno avuto nel generare trattamenti efficaci e sperimentati in vari setting clinici. Di particolare merito, a mio avviso, è la seconda parte del volume, quella dedicata ai pazienti: in queste pagine, concepite appunto come un quaderno di lavoro, gli autori offrono un aiuto concreto nell’accompagnare con empatia e rispetto le persone affette dal disturbo d’ansia per la salute attraverso il difficile cammino di accettazione della diagnosi, riconoscimento dei meccanismi di mantenimento e cambiamento dei significati attribuiti alle varie sensazioni fisiche, alle informazioni mediche o alle cognizioni intrusive negative sulla salute.

Emotion Acceptance Behavior Therapy (EABT): un nuovo possibile trattamento per l’anoressia nervosa nei soggetti adulti?

L’emotion acceptance behavior therapy (EABT) è una strategia psicoterapeutica ambulatoriale progettata specificamente per il trattamento di adulti e tardo adolescenti con Anoressia Nervosa (Wildes et al., 2011).

 

I presupposti teorici dell’ EABT per il trattamento dell’ anoressia

Nel corso dell’ultimo decennio sono avvenuti importanti progressi nella gestione dell’ anoressia nervosa (AN) in adolescenza (Lock et al., 2009); tuttavia una significativa minoranza di soggetti non ottiene benefici diretti dal trattamento (Eisler et al., 2007) e il passaggio ad altre forme di disturbo alimentare è piuttosto comune (Tozzi et al., 2005). Per di più, i trattamenti per i soggetti adulti con Anoressia restano ancora in fase di ricerca e sperimentazione (Wilson et al., 2007).

L’emotion acceptance behavior therapy (EABT) è una strategia psicoterapeutica ambulatoriale progettata specificamente per il trattamento di adulti e tardo adolescenti con Anoressia (Wildes et al., 2011).

In accordo con i primi scritti di Bruch (1988) e Slade (1982) e con le più recenti formulazioni dell’ anoressia nervosa e dei disturbi alimentari (vedi Fairburn, 2008; Schmidt et al., 2006), L’EABT si basa su un modello teorico che enfatizza il ruolo dei sintomi anoressici nel facilitare l’evitamento emozionale. Il modello postula che le persone con Anoressia mostrano spesso caratteristiche individuali, come tratti di personalità evitanti e problemi di ansia e umore, che rendono le loro esperienze emotive negative e incontrollabili. Queste esperienze emozionali negative sfociano nell’evitamento emozionale, cioè nel desiderio di evitare di sperimentare sensazioni fisiche, pensieri, impulsi e comportamenti correlati agli stati emotivi. I sintomi dell’ Anoressia (come l’eccessiva restrizione dietetica, i comportamenti di compensazione, l’eccessivo esercizio fisico, i pensieri rimuginanti su cibo, corpo e peso) vengono visti come elementi facilitanti l’evitamento emozionale, in quanto, da un lato, prevengono l’insorgere di emozioni negative e, dall’altro, riducono l’intensità e la durata delle reazioni emotive.

L’EABT ipotizza la presenza di due principali problemi correlati all’evitamento emozionale: in primo luogo, sebbene i sintomi possano ridurre le emozioni negative nel breve termine, nel lungo periodo gli sforzi di evitare i vissuti emotivi incrementa la frequenza e l’intensità delle reazioni emotive negative. Ciò a sua volta alimenta il circolo vizioso di vulnerabilità emotiva, evitamento e disturbo alimentare. Secondariamente, dal momento che i soggetti passano molto tempo focalizzati sulle loro ruminazioni e su tutto ciò che riguarda alimentazione, corpo e peso, i loro obiettivi nelle restanti aree di vita vengono spesso offuscati e messi da parte (Wildes et al., 2011).

Come funziona l’ EABT

L’EABT si propone pertanto di trattare non solo i sintomi, ma anche l’evitamento emozionale e la disconnessione dalle attività sociali, ricreative ed affettive.

L’EABT combina interventi comportamentali standard, rivolti alla gestione dei sintomi clinici (come il monitoraggio del peso corporeo e la prescrizione di un’alimentazione regolare e bilanciata) con tecniche psicoterapeutiche rivolte all’aumento della consapevolezza emotiva, alla riduzione dell’evitamento emozionale e all’incoraggiamento della ripresa di attività di valore e relazioni interpersonali.

L’EABT ha avuto forti influenze dalle terapie comportamentali di terza generazione, come l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), la DBT (Dialectical Behavior Therapy) e la MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy) (Hayes, 2004). Queste terapie sono simili agli approcci cognitivo comportamentali nell’utilizzo di strategie di cambiamento comportamentali supportate empiricamente (come le esposizioni, l’analisi comportamentale); tuttavia le terapie di terza generazione si distinguono per l’enfasi posta sul contesto e sulle funzioni dei fenomeni psicologici, piuttosto che sulla modificazione cognitiva dei sintomi. Pertanto, l’EABT si propone di aiutare i pazienti ad identificare le funzioni che assolvono i sintomi dell’ Anoressia, compresa la correlazione con l’evitamento emozionale, e di promuovere strategie alternative (come lo sviluppo di tolleranza e di valore alle esperienze emotive negative) per favorire la riconnessione con le attività quotidiane e le relazioni affettive. Non vengono invece utilizzati gli strumenti cognitivi di ristrutturazione dei pensieri disfunzionali.

L’EABT si sviluppa in tre fasi. Nella prima fase, come in altre psicoterapie, il focus è indirizzato a motivare il paziente al trattamento e costruire una buona alleanza terapeutica. Lo scopo principale è quello di creare una formulazione personalizzata e condivisa del disturbo con particolare enfasi sulla relazione tra sintomi ed esperienza emotiva, illustrando come i comportamenti agiti servano a disconnettere il paziente dall’emotività negativa, ma anche dalle relazioni e dagli affetti. Sulla base di questo modello iniziale vengono fissati gli obiettivi del trattamento: 1) mantenimento del peso (e solo successivamente, recupero di peso); 2) riduzione dei sintomi tipici del disturbo alimentare, 3) accettazione delle emozioni e di altre esperienze evitate; 4) coinvolgimento interpersonale e relazionale.

Lo scopo della fase due è quello di aiutare il paziente a raggiungere gli obiettivi attraverso l’uso di tecniche psicoterapeutiche adattate dalle terapie comportamentali di terza generazione (mindfulness, accettazione e contatto con il momento presente). Ad esempio, quando il paziente si sentirà ansioso nei confronti di un determinato alimento, le strategie mindfulness l’aiuteranno ad osservare, descrivere e tollerare le sensazioni, i pensieri e le sensazioni fisiologiche relative a questa esperienza (piuttosto che sfidare la validità delle sue credenze, come avviene per le ristrutturazioni cognitive). In modo simile, l’esposizione graduata può aiutare il paziente ad aumentare la capacità di fronteggiare alcune situazioni che provocano reazioni aversive (come gli ambienti sociali). Infine, l’auto-monitoraggio viene usato per aiutare il paziente ad identificare il legame che unisce sintomi e reazioni emotive, o sintomi e distacco dalle relazioni.

La terza e ultima fase del protocollo EABT si focalizza sul consolidamento degli obiettivi, sulla prosecuzione delle pratiche comportamentali e sulla pianificazione della chiusura del trattamento. (Wildes et al., 2011).

I risultati ottenuti con l’applicazione di questo modello appaiono stimolanti ma necessitano di ulteriori approfondimenti e ricerche. Tuttavia, i promettenti esiti ottenuti finora fanno aumentare l’interesse nell’utilizzo delle strategie mindfulness e degli interventi basati sull’accettazione per il trattamento di adulti con anoressia nervosa (Baer et al., 2005; Berman et al., 2009; Wildes et al., 2011).

Riaccendere la passione di coppia guardando…immagini di cuccioli

Una delle sfide più difficili per due partners è mantenere viva la passione di coppia e la soddisfazione coniugale negli anni poiché, anche nelle relazioni soddisfacenti, questo aspetto tende ad affievolirsi.

 

Uno studio pubblicato su Psychological Science (2017) ha dimostrato l’efficacia di un intervento non convenzionale per riaccendere la scintilla coniugale e ritrovare la passione di coppia: immagini di cuccioli!

Soddisfazione coniugale: il condizionamento semplice per ritrovare la passione di coppia

L’ipotesi alla base dell’intervento consisteva nel verificare se fosse possibile migliorare la soddisfazione coniugale modificando le associazioni automatiche che ogni partner presentava quando pensava al coniuge. La teoria di riferimento prevedeva che i sentimenti nei confronti del coniuge potessero dipendere dall’associazione di quest’ultimo con affetti positivi o negativi, derivanti dal partner stesso o da stimoli non strettamente legati ad esso, come immagini di cuccioli.

Il paradigma utilizzato era il cosiddetto “evaluative conditioning”, ovvero una tipologia di condizionamento semplice che comporta un’associazione tra immagini positive (cuccioli) e quelle del proprio partner.

Il campione era costituito da 144 coppie sposate assegnate in modo randomizzato ad un gruppo sperimentale e ad uno di controllo. Nel primo caso, alle coppie venivano presentate una serie di immagini relative al volto del proprio coniuge bilanciate con altre ad accezione positiva (cuccioli), nel secondo caso invece il volto del partner era presentato insieme a stimoli neutri (es. immagine di un bottone). I soggetti hanno svolto questo compito ogni tre giorni per sei settimane. Inoltre, ogni due settimane per otto settimane, è stato misurato in modo implicito l’atteggiamento reciproco di ogni partner richiedendo loro di indicare più velocemente possibile il tono emotivo di una parola positiva o negativa dopo aver visto una serie di volti, inclusa quella del coniuge.

I risultati hanno dimostrato che tale tecnica associativa funzionava perché i soggetti del gruppo sperimentale (esposti all’associazione di immagini coniuge – cuccioli), rispetto al gruppo di controllo, mostravano un maggior numero di risposte automatiche positive nei confronti del partner lungo il corso dell’intervento.

E’ necessario, però, che questi dati non vengano sopravvalutati tralasciando l’importanza del comportamento di ogni partner ai fini della soddisfazione coniugale e della passione di coppia, poiché l’interazione tra i coniugi è il primo fattore fondamentale nella formazione delle associazioni automatiche.

In ogni caso questi risultati forniscono l’evidenza di un meccanismo di cambiamento della soddisfazione coniugale, suggerendo una nuova tipologia di intervento per le relazioni di coppia: l’atteggiamento tra partner può evolversi anche semplicemente attraverso l’esposizione passiva ad informazioni.

 

 

Dieci punti per resistere alle influenze sociali indesiderate

Nell’ultimo capitolo del libro L’effetto Lucifero Zimbardo prova ad esaminare cos’è l’eroismo, a dare una definizione di eroe ed a dare consigli, tramite un programma in dieci passi, su come riuscire a resistere alle influenze sociali mantenendo una propria indipendenza di pensiero.

Cesare Basilico – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Nel libro “L’effetto LuciferoPhilip Zimbardo (2008) analizza le influenze sociali ed ambientali che contribuiscono ad elicitare nelle persone comportamenti considerati moralmente negativi e riprovevoli. Lo fa alla luce di un suo storico studio del 1971, l’esperimento della Prigione di Stanford, in breve tempo sfuggitogli di mano per l’intervento di forze che non aveva precedentemente considerato ed alle quali poi dedicherà gran parte dei suoi studi, compresa anche una sua esperienza come consulente nel processo a militari americani implicati nei casi di torture a prigionieri nel carcere di Abu Ghraib nel 2004.

Nell’ultimo capitolo del libro Zimbardo guarda al rovescio della medaglia e, a partire dalla conoscenza ipotizzata del funzionamento di tali meccanismi, prova ad esaminare cos’è l’eroismo, a dare una definizione di eroe ed a dare consigli, tramite un programma in dieci passi, su come riuscire a resistere alle influenze sociali mantenendo una propria indipendenza di pensiero. Tale argomento viene ripreso ed ampliato nell’ebook “Resisting Infulence”, scritto da lui stesso e da Cindy X. Wang (2006), presente in inglese sul sito http://www.lucifereffect.com.

Resistere alle influenze sociali: i dieci passi illustrati da Zimbardo

Questo programma in 10 passi mira ad incrementare la resistenza alle influenze sociali indesiderabili e, allo stesso tempo, a promuovere la resilienza personale e la virtù civica. Propone spunti utili a contrastare diverse strategie di influenza e fornisce dei modi semplici ed efficaci di farci fronte. Una buona capacità di resistenza nasce dallo sviluppo di tre caratteristiche chiave: la consapevolezza di sé, la sensibilità alle situazioni ed “il sapersela cavare”. Sono tre caratteristiche centrali per la maggior parte di queste strategie generali di resistenza. Ecco i dieci passi commentati direttamente da Zimbardo.

 “Ho fatto uno sbaglio!”

Iniziamo incoraggiando l’ammissione dei nostri errori, prima a noi stessi e poi agli altri. Accettiamo il fatto che errare è umano. Hai fatto un errore di giudizio; la tua decisione era sbagliata. Tu avevi ogni motivo di credere che fosse giusta quando l’hai scelta, ma ora sai che sbagliavi. Dì le quattro parole magiche: “Mi dispiace”; “Scusa”; “Perdonami”. Dì tra te e te che imparerai dai tuoi errori, crescerai grazie a loro. Non continuare a mettere denaro, tempo e risorse in cattivi investimenti. Vai avanti. Fare ciò riduce chiaramente il bisogno di giustificare o razionalizzare i nostri errori ed in tal modo riduce anche la possibilità di continuare supportare azioni malvagie o immorali. Confessare gli errori riduce la motivazione a ridurre la dissonanza cognitiva, essa evapora quando si entra onestamente in contatto con la realtà. Lasciare, piuttosto che perseverare, quando si ha torto ha un costo immediato, ma nel lungo termine porta sempre ad un guadagno.

Considera quanti anni la Guerra del Vietnam è continuata dopo che l’establishment militare e politico Statunitense, come il Segretario della Difesa Robert Mc Namara, conosceva perfettamente che era una guerra ingiusta e che non poteva essere vinta. Questa sciagurata resistenza ad ammettere un errore quante migliaia di vite è costata? Mentre il riconoscimento dell’errore e del fallimento le avrebbe potute salvare. E quanti benefici avrebbe portato il riconoscimento da parte dei leader politici dei loro errori in Iraq? Questa è ben più di una decisione politica per “salvarsi la faccia” negando gli errori, è un imperativo morale: salvare le vite dei soldati e  dei civili

“Io sono mindful”

In molte situazioni persone intelligenti fanno cose stupide perché non riescono a notare caratteristiche chiave nelle parole o nelle azioni degli “agenti di influenza” e si perdono indizi situazionali ovvi. Troppo spesso noi funzioniamo col pilota automatico, usando script superati che hanno funzionato per noi in passato; non ci fermiamo a riflettere se siano appropriati nel qui e ora. Seguendo il consiglio della ricercatrice di Harward Ellen Langer, noi dobbiamo trasformare il nostro stato usuale di disattenzione non concentrata in uno stato “mindful”, specialmente nelle nuove situazioni. Non esitare a svegliare la tua corteccia; nelle situazioni familiari le vecchie abitudini continuano a comandare anche se sono diventate obsolete o errate. Abbiamo bisogno di ricordarci di non vivere le nostre vite col pilota automatico, ma di prendere sempre un momento Zen per riflettere sul significato della situazione immediata, per riflettere prima di agire. Non andare mai incurante su sentieri pericolosi ed oscuri. Per risultati ancora migliori aggiungi il “pensiero critico” alla presenza mentale. Chiedi prove che supportino le asserzioni fatte; richiedi che le idee siano sufficientemente elaborate da poterti permettere di separare la retorica dalla sostanza. Prova a vedere se il fine giustifica i mezzi, anche se le cose dovessero andare male. Immagina i possibili finali con le probabili conseguenze delle azioni svolte nel presente. Rigetta le soluzioni semplici proposte per problemi complessi, sociali o personali che siano. Incentiva il pensiero critico nei bambini fin da quando son piccoli, informandoli delle pubblicità ingannevoli, delle affermazioni scorrette e delle prospettive distorte che si presentano dinanzi a loro. Aiutali a diventare consumatori di conoscenza più saggi e diffidenti.

“Io sono responsabile”

Assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e azioni ci pone, nel bene e nel male, sul sedile di guida. Permettere agli altri di compromettere la nostra responsabilità, di diffonderla, ci porta direttamente sul sedile posteriore, e fa muovere la macchina in maniera sconsiderata senza qualcuno che la guidi veramente. Noi diventiamo più resistenti alle influenze sociali non desiderabili mantenendo sempre un senso di responsabilità personale e restando disposti ad essere ritenuti responsabili per le nostre azioni. L’obbedienza all’autorità è meno cieca se siamo consapevoli che la diffusione della responsabilità è solo un trucco perpetrato da noi stessi per nasconderci la nostra complicità individuale in azioni discutibili. La tua non conformità a norme di gruppi anti-sociali è salvaguardata fino a quando non permetti la dislocazione della responsabilità, quando ti rifiuti di suddividere la responsabilità nella gang, nella fratellanza, nel laboratorio, nel battaglione, nell’azienda. Immagina sempre un futuro dove le azioni di oggi saranno sotto processo e nessuno accetterà le tue suppliche: “Stavo solo eseguendo gli ordini!” o “Lo stavano facendo tutti!”.

“Io sono Me, il meglio che posso essere”

Non permettere agli altri di de-individuarti, di metterti in una categoria, in una scatola, in un slot, di trasformarti in un oggetto. Afferma la tua individualità: dichiara gentilmente il tuo nome e le tue credenziali, con voce forte e chiara. Insisti nel richiedere lo stesso comportamento agli altri. Cerca il contatto oculare (togli gli occhiali da sole) e offri informazioni riguardo te stesso che rinforzino la tua identità unica. Cerca un terreno comune con gli altri dominanti ed usalo per aumentare la loro percezione di similarità nei tuoi confronti. L’anonimato e la segretezza nascondono le azioni sbagliate e distruggono le connessioni umane. Queste condizioni sono l’humus dal quale può generarsi la deumanizzazione e, ora noi lo sappiamo bene, la deumanizzazione è la porta d’ingresso del bullismo, degli stupri, delle torture, del terrorismo e della tirannia. Vai un passo oltre l’autoindividuazione: lavora per modificare ogni condizione sociale che fa sentire le persone anonime. Supporta invece le pratiche che fanno sentire gli altri speciali, così che anche loro abbiano un senso di valore personale e di autostima. Non accettare o usare mai gli stereotipi: le parole e le etichette possono essere distruttive.

“Io rispetto un’Autorità Giusta, ma mi ribello ad un’Autorità Ingiusta”

In ogni situazione impegnati nel distinguere, tra le persone che hanno un’autorità, coloro i quali, per esperienza, saggezza, anzianità di servizio o con status speciali, meritano rispetto, e quelle figure di autorità ingiusta che chiedono la nostra obbedienza senza avere alcuna sostanza. Molti di quelli che si ammantano di autorità sono pseudoleader, falsi profeti, truffatori, egocentrici, che non dovrebbero essere rispettati, bensì dovrebbero essere disobbediti ed esposti apertamente ad una valutazione critica. I genitori, gli insegnanti ed i leader religiosi dovrebbero giocare un ruolo più attivo nell’insegnare ai bambini questa importante differenza. Dovrebbero essere gentili ed educati quando questo atteggiamento è giustificato, ma dovrebbero essere bambini coraggiosi e saggi a resistere a quelle autorità che non meritano il loro rispetto. Facendo così si ridurrebbe l’obbedienza cieca ad autorità auto-proclamatesi le cui priorità non sono nel nostro interesse.

“Io voglio l’accettazione del gruppo, ma do valore alla mia indipendenza”

La brama dell’accettazione da parte di un gruppo sociale desiderato è più forte di quella del mitico unico anello ne “Il Signore degli Anelli”. Il potere di quel desiderio di accettazione può far fare a certe persone quasi qualsiasi cosa per raggiungere lo scopo, e può far raggiungere anche ulteriori estremi per evitare il rifiuto da parte del Gruppo. Noi infatti siamo animali sociali, e spesso le nostre connessioni sociali ci danno benefici e ci aiutano a raggiungere obiettivi importanti che non potremmo mai raggiungere da soli. Tuttavia ci sono casi in cui il conformarsi alle norme di un gruppo è controproducente per il bene sociale. E’ imperativo determinare quando seguire la norma e quando rifiutarla.

Essenzialmente noi viviamo all’interno delle nostre stesse menti, in uno splendore solitario, e perciò noi dobbiamo essere pronti e determinati a dichiarare la nostra indipendenza nonostante il rifiuto sociale che essa potrebbe elicitare. Non è facile, specialmente per persone giovani con delle immagini di sé fragili, o adulti la cui immagine di sé è corrispondente a quella del loro ruolo lavorativo. Le pressioni esercitate su di loro per fare del “gioco di squadra” sacrificando la propria personale moralità per il bene del team sono praticamente irresistibili. Ciò di cui abbiamo bisogno è di fare un passo indietro, raccogliere opinioni esterne e trovare nuovi gruppi che sosterranno la nostra indipendenza e promuoveranno i nostri valori. Ci saranno sempre altri gruppi differenti e migliori per noi.

“Io sarò più attento allo schema”

Chi costruisce lo schema diventa il burattinaio, o l’aiuto burattinaio. Il modo in cui le questioni sono poste è spesso più importante di argomenti persuasivi costruiti però all’interno di quello stesso schema. Gli schemi più efficaci sono quelli che non lo sembrano per niente; solo spezzoni di suoni, immagini visive, slogan e loghi. Essi ci influenzano senza che noi ne siamo consapevoli attirando il nostro orientamento verso le idee o le questioni che subliminarmente promuovono. Per esempio negli U.S.A. i votanti che erano favorevoli a ridurre i benefici per le tasse ereditarie dei ricchi sono stati incoraggiati a votare contro la “death tax”; questa tassa era praticamente la stessa della precedente, ma l’etichetta era differente. Noi desideriamo cose che sono descritte come “scarse”, anche se sono abbondanti. Siamo maldisposti verso le cose che sono narrate come potenziali perdite, e preferiamo cosa ci è presentato come un guadagno, anche se le percentuali di guadagni e perdite sono le stesse. Noi non vogliamo una possibilità di perdita del 40% ma vogliamo la possibilità di vincita del 60%. Il linguista George Lakoff ci mostra chiaramente nei suoi studi che è fondamentale essere consapevoli del potere dei frame e stare attenti a controbilanciare le loro insidiose influenze sulle nostre emozioni, sui nostri pensieri e sui nostri voti.

“Io bilancerò la mia Prospettiva Temporale”

Possiamo essere portati a fare cose che non sono realmente ciò che vogliamo fare in conformità ai nostri valori; ciò può accadere quando ci lasciamo intrappolare in un momento di presente espanso. Quando smettiamo di pensare ai nostri impegni presi nel passato ed alle responsabilità che essi comportano nel futuro, diventiamo più vulnerabili; in queste circostanze tentazioni presenti in certe situazioni possono portarci ad eccessi, come nel romanzo “Il Signore delle Mosche”. Per non agire in maniera conformista quando altri attorno a te si stanno comportando in maniera abusante o fuori controllo puoi far leva su una prospettiva temporale che va oltre il mero istante presente. Così sarà più probabile che tu inizi un’analisi costi/ benefici delle conseguenze future delle tue azioni; in alternativa o in aggiunta a tali operazioni potrai resistere essendo sufficientemente consapevole di uno schema passato contenente i tuoi valori ed obiettivi personali.

Sviluppando una prospettiva temporale bilanciata, in cui passato, presente e futuro sono presenti contemporaneamente nella tua mente, sei in una posizione migliore per agire responsabilmente e saggiamente; quando si ha una prospettiva temporale in cui sono presenti solo uno o due schemi temporali, il rischio di subire influenze sociali e ambientali è molto aumentato. Il potere situazionale è indebolito quando il passato ed il futuro si combinano per contenere gli eccessi del presente. Per esempio la letteratura indica che i Gentili virtuosi che aiutarono gli Ebrei Olandesi a nascondersi dai Nazisti non si impegnarono a creare razionalizzazioni, come i loro vicini, atte a generare ragioni per non aiutare. Questi eroi avevano ben in mente le strutture morali derivanti dagli insegnamenti nel loro passato e mai persero di vista la possibilità di un futuro in cui si sarebbero voltati a guardare questa situazione terribile e si sarebbero dovuti chiedere se avevano fatto la cosa giusta scegliendo di non soccombere alla paura ed alla pressione sociale.

“Io non sacrificherò libertà personali o civili per l’illusione della sicurezza”

Il bisogno di sicurezza è una potente determinante del comportamento umano. Possiamo essere spinti a fare azioni ben lontane dal nostro sentire quando siamo posti davanti a presunti pericoli o alla promessa di sicurezza dal pericolo. Spesso i governanti aumentano il loro potere proponendoci un patto col diavolo: sarai al sicuro dal pericolo se cederai una parte della tua libertà, sia personale che civica, a quella autorità. Il tentatore mefistofelico argomenterà che la sua capacità di salvarti dipenderà dai piccoli sacrifici fatti dalla comunità di un loro piccolo diritto o una loro piccola libertà. Rifiutate quel patto. Mai sacrificare libertà personali di base per la promessa di sicurezza, perché i sacrifici sono reali ed immediati e la sicurezza è una illusione distante. Ciò è vero sia nei tradizionali matrimoni combinati che nelle promesse elettorali di sicurezza al costo del sacrificio collettivo di diritti, privacy e libertà. Il classico di Erich Fromm “Fuga dalla Libertà” ci ricorda che questo è il primo passo che un leader fascista fa per imporsi in una società nominalmente democratica.

“Io mi posso opporre a Sistemi ingiusti”

Gli individui vacillano davanti alla forza di sistemi come quello militare o quello organizzativo di una prigione, come anche quelli delle gang, del culti, delle fraternità, delle corporazioni ed anche delle famiglie disfunzionali. Ma la resistenza individuale concertata con quella di altri che la pensano allo stesso modo può fare la differenza. Per cambiare i sistemi bisogna assumersi il rischio di denunciare la corruzione al loro interno e lavorare costruttivamente per cambiarli. La resistenza può implicare il sottrarsi da una “situazione totalizzante” in cui tutte le informazioni, le ricompense e le punizioni sono controllate; può implicare lo sfidare il pensiero dominante di gruppo e l’essere pronto a provare tutte le accuse di reato fatte; può implicare l’ottenere un appoggio da parte di altre autorità (avvocati, reporter investigativi o compatrioti rivoluzionari). I sistemi hanno un’enorme forza di resistenza al cambiamento e contrastano anche gli assalti più virtuosi. In questa situazione gli individui che compiono atti di eroismo che sfidano i sistemi ingiusti ed i loro perpetuatori sono più efficaci se sollecitano gli altri a seguire la loro causa. Il sistema può ridefinire un’opposizione individuale come un delirio, un paio di opponenti come una follia a due, ma con tre persone dalla tua parte tu diventi una forza di idee con cui dover fare i conti.

I dieci passi di Zimbardo: l’importanza di ulteriori studi

Come ricorda Zimbardo, questo programma in dieci passi è solamente lo “starter kit” che ognuno di noi può avere per costruire resistenza e resilienza contro influenze sociali indesiderabili e tentativi illegittimi di persuasione. Per poter avere un ruolo positivo nel proprio ambiente c’è bisogno di consapevolezza e sensibilità, e di forza di volontà per pensare da sé, praticando la propria autonomia nel modo più ampio possibile.

Questa è un’area di lavoro vecchia ma contemporaneamente nuova: già dalla fine degli anni ’70 si producono lavori su tali argomenti(Andersen e Zimbardo, 1979), tuttavia ad oggi esistono pochissime evidenze empiriche al riguardo (Manso, 2009; Mastroianni, 2007); praticamente le effettive conoscenze in questo ambito sono ferme da quarant’anni ad una fase esplorativa ed ipotetica. Questo sicuramente è dovuto alla elevata difficoltà nello strutturare esperimenti atti a falsificare ipotesi in questo campo, oltre che alla spinosità delle questioni ed all’elevato rischio di “politically uncorrect” nel trattare l’argomento tout court.

Zimbardo nel 2007 ha presentato il suo “Programma in 10 passi per resistere a influenze non volute”. Questa lista non è intesa per essere definitiva, bensì è stata pensata come un modo per incominciare ad esaminare queste modalità di resistenza. Ciò che più manca a questo intrigante campo di ricerca sono degli studi: studi in cui si esamina e si testa la capacità delle persone di resistere ad influenze sociali indesiderate sarebbero utilissimi per comprendere meglio il funzionamento interpersonale ed intrapsichico di queste azioni. A partire da tali conoscenze sarebbe possibile anche iniziare a strutturare programmi scientificamente validi per aumentare la resistenza delle persone alle influenze gruppali. Un ulteriore aspetto scarsamente considerato in questo campo (ed anche nei 10 passi di Zimbardo) è l’impossibilità di oggettivizzare le caratteristiche di un sistema giusto od ingiusto, o di un tipo di influenza lecita od illecita (Manso, 2009), essendo tali distinzioni legate completamente al sistema valoriale preponderante nello spazio e nel tempo in cui questo ambito di ricerca si è sviluppato. Se vi fosse un sistema valoriale differente tali distinzioni cambierebbero radicalmente, è innegabile. Forse le future ricerche dovrebbero concentrarsi maggiormente sulla forma e sul funzionamento delle influenze sociali gruppali, lasciando maggiormente sullo fondo il loro contenuto che, in quanto non oggettivizzabile, è per sua natura transeunte e può avere un effetto confondente.

Provare scarsa attrazione fisica verso il partner: c’è qualcosa di sbagliato? – Le risposte di fluIDsex

Sono in una relazione con un ragazzo da due anni, abbiamo sempre avuto molta intesa sessuale, anche ultimamente. Io lo amo però non lo trovo per niente attraente, anzi spesso mi ripugna. Cosa significa? Ho qualcosa di sbagliato? (Andrea)

 

Buongiorno Andrea,

immagino come la ripugnanza, abbinata sia all’intesa sessuale sia all’amore, porti ad una duplice sofferenza: una iniziale, legata alla sensazione spiacevole stessa ed una successiva, connessa alla difficoltà di integrare armonicamente i diversi aspetti. Questa seconda sofferenza risulta addirittura capace di portarla ad attribuire qualcosa di sbagliato a lei stesso/a. Non ne faccia una questione etica: non c’è nulla di sbagliato né in lei, né nella situazione che sta vivendo. Ciò che prova e pensa è psicologicamente lecito in quanto presente.

Invece, il significato che possano avere queste diverse spinte (una relazione di due anni, di intesa sessuale e amore con l’assenza di attrazione ed in cui si trova l’altro spesso ripugnante) non è semplice da trovare e forse non è nemmeno necessario farlo.

Si lasci guidare dalle sue sensazioni e provi a rintracciare cosa pensa e cosa prova nel mentre. E si ricordi che non è una questione di giusto o sbagliato nemmeno separarsi da qualcuno, qualora, nonostante l’affetto, esso non risulti più desiderabile per lei.

Buona fortuna e per altre domande: sa dove trovarci!

Greta Riboli

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

I sette geni dell’insonnia: le cause biologiche della mancanza di sonno

Un nuovo studio ha mostrato come anche l’insonnia possa avere una causa genetica. Un team di ricercatori, guidato dai professori Danielle Posthuma, Vrije Universiteit (VU) di Amsterdam e Eus Van Someren, dell’Istituto Olandese di Neuroscienze, avrebbero individuato i fattori genetici della mancanza di sonno.

 

Le cause genetiche dell’insonnia

Molti di noi, ad un certo punto della vita, hanno avuto problemi di insonnia ed è noto quanto sia difficile superarla. Più pensiamo a dormire, più è difficile addormentarsi. L’insonnia è spesso una battaglia con le nostre menti. La National Sleep Foundation la definisce come la difficoltà ad addormentarsi o incapacità di dormire nonostante l’organismo ne abbia il reale bisogno fisiologico.

Ma oltre alla lotta psicologica, ci sono anche cause genetiche?

Un nuovo studio ha mostrato come anche l’insonnia possa avere una causa genetica. Un team di ricercatori, guidato dai professori Danielle Posthuma, Vrije Universiteit (VU) di Amsterdam e Eus Van Someren, dell’Istituto Olandese di Neuroscienze, avrebbero individuato i fattori genetici della mancanza di sonno.

A tal fine, i ricercatori hanno condotto uno studio di associazione genome wide (GWAS), che prevede un’indagine di tutti i geni di diversi individui di una particolare specie per determinare le variazioni geniche tra gli individui in esame. In seguito si tenta di associare le differenze osservate con alcuni tratti particolari, ad esempio un disturbo o una malattia.

I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Genetics, dimostrano che l’insonnia condivide il patrimonio genetico con altri disturbi. In questo studio, gli scienziati hanno eseguito queste analisi genetiche in 113.006 persone, trovando così sette geni.

La più forte associazione genetica con l’insonnia è stata nella “sindrome delle gambe senza riposo”. La sindrome delle gambe senza riposo è caratterizzata dalla impellente necessità di effettuare movimenti frequenti degli arti inferiori. Altre condizioni le cui basi genetiche si sovrappongono a quelle dell’insonnia sono: disturbi d’ansia, depressione e nevroticismo.

Questa è una scoperta interessante, perché questi disturbi tendono ad andare di pari passo con l’insonnia. Ora si può affermare che ciò è dovuto in parte alla base genetica condivisa.

Lo studio ha anche identificato differenze genetiche tra i sessi. Il Prof. Posthuma spiega come sia stata trovata una differenza tra uomini e donne in termini di prevalenza: nel campione studiato, della quale facevano parte principalmente persone di età superiore ai 50 anni, il 33 per cento delle donne ha riferito di soffrire di insonnia, mentre per gli uomini questa percentuale scende al 24 per cento.

 

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