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L’innamoramento psicotico in Mal di pietre (2016) – Recensione del film

Mal di Pietre (2016) è un film sulla malattia psichiatrica in età adulta, una patologia trascurata e minimizzata per buona parte del percorso del film dalla maggior parte dei personaggi, ad eccezione dell’insospettabile consorte che con un colpo di scena sorprende lo spettatore e si pone come una figura sufficientemente buona.

 

Trama del film Mal di pietre

La protagonista del film Mal di pietre è Gabrielle, una giovane donna francese sola, emarginata e ossessionata dall’amore perfetto, attraente e al tempo stesso poco seducente, esteticamente adulta e interiormente infantile, in procinto di varcare la soglia dell’età “giusta” per sposarsi e avviare una famiglia. È la madre stessa a sostenere la necessità di una decisione immediata per sistemare la faccenda: Gabrielle non è pazza, ha solamente bisogno di un uomo, senza questo elemento rischia di compromettere il buon nome della famiglia, pertanto deve stabilire se accettare il matrimonio con uno sconosciuto osservato con estrema sospettosità, o entrare al manicomio di Marsiglia.

Di fronte alla possibilità di essere internata, Gabrielle accetta a malincuore di convolare a nozze con il buon partito José, un muratore spagnolo di poche parole, con un lavoro solido e una scarsa attitudine alla passione, un uomo scelto accuratamente dalla madre che spera di risolvere il problema parcheggiando la figlia in una situazione di “contenimento”, con regole coniugali, poche fantasie e molta praticità.

Gabrielle è sognatrice, emotiva, ma anche diffidente, al contrario della madre che si ostina a mantenere un distacco quasi professionale da un problema che necessiterebbe di un equilibrio tra distanza e partecipazione emotiva, la consapevolezza di ciò che l’altro chiede e quello che si può ottenere.

Benché frettolosa, la donna si dirige inconsapevolmente verso la persona adatta per la figlia: José assomiglia ai genitori per il suo atteggiamento apparentemente distaccato, ma dietro questa “armatura” nasconde un reale interesse per quella ragazza bella e disturbata che osserva di nascosto mentre suona il piano. All’inizio, però, lo spagnolo dagli occhi chiari fatica ad esprimere le sue emozioni e il clima famigliare si ripete, così, nel matrimonio che Gabrielle aveva fantasticato diversamente: leggendo Cime Tempestose, immaginando le vicende passionali tra Heathcliff e Catherine, il turbinio di emozioni che trascina i protagonisti l’uno nelle braccia dell’altra, la rappresentazione dell’amore come un gioco di passioni travolgenti si scontra con la realtà costellata di interminabili silenzi e distanze.

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Mal di pietre: gli amori impossibili e i rifiuti vissuti da Gabrielle

L’amore romanzato è preteso e ricercato anche a costo di interpretare massicciamente dettagli insignificanti nell’interazione con l’altro: chiunque le dimostri un minimo gesto di attenzione in un contesto in cui la relazione non può svilupparsi diventa la persona giusta da rincorrere e corteggiare. L’amore impossibile porta alla selezione di uomini impossibili con i quali i contatti sono e saranno ristretti e limitati e il rifiuto è palese: il primo è un uomo sposato che le regala un libro senza alcun secondo fine, il secondo un tenente che un tempo l’avrebbe amata, ma ormai è in fin di vita e si augura soltanto di trovare al più presto una pace eterna. In entrambi i casi gli ostacoli sono insormontabili: non è possibile consolidare un legame con un uomo sposato e disinteressato, e nemmeno con un ragazzo che sta per morire, e per tale ragione non riesce a sperimentare un innamoramento nei suoi riguardi.

Nel film Gabrielle gestisce tre tipi di rifiuti in relazione a tre uomini diversi, l’uomo sposato, il marito e il tenente: il primo avviene con veemenza e disperazione, aggredisce e si abbandona nei campi e nella solitudine, il secondo è un rifiuto più emotivo che fisico, con meccanicità nei gesti e nella seduzione, l’ultimo con deliri e allucinazioni prominenti, in cui passionalità, rabbia e disperazione si susseguono fino a dileguarsi nella graduale presa di coscienza.

Il mal di pietre di Gabrielle e l’incontro con André

All’inizio Gabrielle prova ad instaurare un rapporto con “l’ermetico” José che resta imperturbabile: è gentile e premuroso ma tratta con estrema praticità il problema di salute della moglie che si aggiunge alla malattia mentale. La protagonista è colta dal mal di pietre un’anomalia organica che ostacola la gravidanza, curabile attraverso una terapia lunga e costosa in un ospedale sperduto nelle Alpi Svizzere. È qui, dopo essere stata abbandonata temporaneamente dal marito, che inizia a frequentare assiduamente André, uno dei pochi degenti incapace di muoversi per l’ospedale e quindi bisognoso di attenzioni e cure frequenti: Gabrielle conosce perfettamente le condizioni dell’uomo, ma rifiuta l’idea di non essere corrisposta e di non poter coltivare un amore con lui. La negazione la conduce a sostituire la morte del tenente con la guarigione completa e la sua indifferenza con l’amore salvifico che la porterà lontano dalla quotidianità infelice accanto al marito, il quale asseconda l’illusione psicotica destinata ad infrangersi ben presto fra le onde del mare.

Di fronte al silenzio di André, ormai morto da tempo, la donna non può fare altro che provare la rabbia, disperazione e infine rassegnazione: le lettere spedite ritornano al mittente e in casa dell’amante ci vive l’aiutante che svela il terribile segreto inconfessabile. Il giovane è il testimone della realtà, il primo perturbatore che mette Gabrielle di fronte ai limiti: il tenente non è tornato a trovarla, non ha mai avuto intenzione di soffiarla al marito, né tanto meno di avviare un progetto di vita insieme a lei, non è guarito, è uscito in barella dalla struttura per poi non ripresentarsi più. A questo punto, però, il confronto con i fatti accaduti diventa sopportabile probabilmente perché, con il tempo, la protagonista ha imparato ad assimilare la realtà progressivamente, accettando, infine, il distacco da una figura un tempo idealizzata.

Il personaggio del marito di Gabrielle

C’è da dire, però, che la figura del marito è fondamentale in questo processo di accompagnamento. Infatti in un primo momento José asseconda “strategicamente” e terapeuticamente il delirio della moglie: “lasciarla vivere” significa permetterle di crogiolarsi in una fantasia che all’inizio le procurava una felicità immensa e soddisfaceva il desiderio di essere amata, l’aspettativa di un’esistenza che lui stesso, ermetico, non è riuscito a regalargli, con la certezza che la verità sarebbe sopraggiunta nel tempo, quando le acque si sarebbero calmate. “Strategicamente” perché intuisce il senso di solitudine della moglie e la sensibilità all’abbandono e decide di andarci piano, introducendo la realtà “a piccole dosi”. La perturbazione, in questa vicenda, è quindi nient’altro che un confronto con i fatti che si presentano progressivamente: André non risponde a nessuna delle lettere, non viene a riprenderla, la storia finisce nel silenzio e nonostante gli anni di distacco emotivo e rassegnazione, Gabrielle elabora il lutto definitivamente quando dà senso al rifiuto subìto e a quel silenzio che, nella realtà, era il segno di un evento temuto e intollerabile.

Il confronto con José è così il punto di contatto tra i due coniugi che finalmente si ricongiungono: benché distante, l’uomo dimostra pazienza, rispetto e accettazione, qualità che Gabrielle coglie nel dialogo, nella narrazione del punto di vista esterno alla vicenda, quello di un marito che teme la separazione e il tradimento, comprende la malattia ed è pronto ad accoglierla, seppur con sofferenza. José è quindi sufficientemente buono, resiste alle messe alla prova, alla diffidenza e supera l’esame finale: a differenza degli altri, non è scappato, non ha abbandonato la compagna anche quando avrebbe avuto ogni pretesto e buona ragione, è rimasto, ha capito e si è aperto, svelando i sentimenti nascosti e inespressi. La condivisione è stato l’ultimo passaggio che ha permesso, in sintesi, una maggiore intimità relazionale, trasformando un rapporto meccanico e freddo, in fluido e caldo, sviluppando la possibilità di conoscersi e amarsi.

 

L’epistemologia dei valori nelle terapie di terza generazione

Oggi si parla di valori soprattutto nel contesto di quelle che oggi vengono chiamate “terapie comportamentali di terza generazione” (Hayes 2004), ma a monte di un metodo clinico che fa uso estensivo dei valori come l’ ACT (Hayes, Strosahl & Wilson 1999, 2012), ci sono una scienza di base e (ancora più a monte) un’epistemologia della scienza.

G. Presti
IESCUM, President elect dell’Association for Contextual Behavior Science

Andrea Compiani
IESCUM, psicoterapeuta docente ASCCO

 

I valori come scelte arbitrarie che guidano le nostre azioni

Partiamo dall’immagine di un mulino sulla riva di un fiume: l’acqua scorre, e fa girare la ruota del mulino. Riflettendo sugli elementi che compongono l’immagine, possiamo ben dire che il fiume giustifichi l’esistenza del mulino: i mulini si devono necessariamente costruire sui corsi d’acqua. Ma non possiamo sostenere l’opposto; cioè non possiamo dire che i fiumi nascono per far girare le ruote dei mulini. I fiumi esistono indipendentemente dai mulini.

Il rapporto che esiste tra il mulino e il fiume può servire da metafora per quello che ha detto Kurt Gödel (1962) sul rapporto che esiste tra sistemi simbolici (linguistici, matematici, ecc.) e sulle assunzioni che si devono usare per crearli. Gödel ci dice che un qualunque sistema simbolico (il mulino della nostra metafora) non può essere usato per esaminare le stesse assunzioni e gli stessi postulati che sono stati usati per crearlo (il fiume). Quanto appena detto ha a che fare con il metodo scientifico, con la psicologia, e anche con i valori. In che modo? Addentriamoci passo passo nella questione.

Gödel ci dice che per creare un sistema di simboli dobbiamo partire con delle premesse arbitrarie, e che non è possibile valutare queste premesse usando lo stesso sistema di simboli al quale hanno dato vita, così come non è possibile comprendere l’esistenza del fiume osservando il movimento della ruota del mulino.

Un concetto del tutto analogo lo ha formulato R. M. Pirsig (2011): a monte delle categorie che usiamo per comprendere il mondo c’è il criterio usato per creare le categorie, che Pirsig chiama “Qualità”. Pirsig arriva a concludere che Qualità non può essere sottoposta a definizione, in quanto si trova a monte del sistema categoriale che sarebbe necessario a definirla. Di fatto per Pirsig la Qualità è il criterio, è la fonte di definizione.

Seppur in modi diversi, sia Gödel che Pirsig ci stanno dicendo che a monte del nostro modo di comprendere e di agire ci sono delle scelte arbitrarie, e che queste scelte sfuggono ad ogni tipo di valutazione oggettiva. Per chi sa già di cosa si tratta, a questo punto il parallelo con i valori diventa abbastanza evidente. Anche i valori sono scelte arbitrarie, cioè non giudicabili razionalmente, che l’individuo usa per orientarsi e dirigere le proprie azioni (Hayes, Strosahl & Wilson 1999).

L’epistemologia dei valori nelle terapie di terza generazione

Come in un frattale, vediamo la stessa struttura “premesse-sistema valutativo” ripetersi su livelli differenti, ma dobbiamo fare molta attenzione a non fare confusione tra questi livelli.

Oggi si parla di valori soprattutto nel contesto di quelle che oggi vengono chiamate “terapie comportamentali di terza generazione” (Hayes 2004), ma a monte di un metodo clinico che fa uso estensivo dei valori come l’ ACT (Hayes, Strosahl & Wilson 1999, 2012), ci sono una scienza di base e (ancora più a monte) un’epistemologia della scienza.

Il lavoro clinico sui valori (livello di scienza applicata) deriva da una precisa teoria (livello di scienza di base) che è stata a sua volta costruita a partire da alcune premesse (livello epistemologico). Senza questa fondamentale distinzione, il rischio è di scambiare i valori per una delle molte “teorie”, o peggio per una delle molte “tecniche”, che oggi ingombrano i percorsi di formazione degli psicologi e degli psicoterapeuti.
Per comprendere che cosa siano i valori in un clima di chiarezza, proviamo a partire dal livello più alto, ovvero quello epistemologico.

Il fiume epistemologico che alimenta l’ ACT e la teoria da cui nasce si chiama contestualismo funzionale (Moderato & Ziino 1994; Anchisi, Moderato & Pergolizzi 2017;). Gli elementi del contestualismo funzionale che vogliamo evidenziare qui sono soprattutto due: l’oggetto di studio e il criterio di verità.

L’oggetto di studio è il comportamento nel suo contesto. In altre parole ciò che viene preso in considerazione non è un atto isolato, quindi classificato in base alla sua forma (ad esempio, un insulto), ma la relazione di questo atto con il contesto che lo circonda (ad esempio, un insulto dato su un palcoscenico seguendo un copione). Il comportamento viene di fatto definito dalla sua relazione col contesto, e questa relazione è anche conosciuta come funzione.
Il criterio di verità, cioè il metro di giudizio necessario a decidere che cosa comprendere all’interno di una teoria e che cosa no, nel nostro caso è pragmatico e quindi legato a uno scopo: è vero ciò che funziona.

Il secondo livello di cui è necessario parlare per arrivare ai valori è quello della scienza di base, cioè il livello del sistema teorico (di cui B.F. Skinner è stato iniziatore) che nel nostro caso descrive le relazioni tra comportamento e contesto (Chiesa 1992). Tutta la terminologia della tradizione comportamentista, (rinforzatore, operante, stimolo discriminativo, generalizzazione, operazioni motivazionali ecc.) nasce a questo livello. Qui le premesse sono costituite dalla scienza e dal suo metodo, che nel caso della psicologia si traducono nello scopo di prevedere e influenzare il comportamento.

In altre parole, per una teoria psicologica scientifica contestuale, il metro col quale costruire e valutare il proprio sistema di categorie è costituito dalla sua capacità di agire efficacemente sulla realtà che intende studiare; cioè, non si interroga su che cosa esista (l’approccio funzionale è “a-ontologico) ma si interroga su cosa funziona.

È proprio a qui, a livello della scienza di base, che il lavoro di Sidman sulle relazioni di equivalenza (Sidman, 1971) e la nozione di risposta derivata ha fatto sentire i suoi effetti, perché è partendo dai risultati di queste ricerche che è stato possibile formulare una teoria di matrice contestualista e funzionale su cognizione e linguaggio oggi nota come Relational Frame Theory (RFT; Hayes, Barnes-Holmes & Roche, 2001; Presti & Moderato 2014) che ha raccolto e perfezionato il lavoro Skinner sul comportamento verbale (Skinner 1957).

I valori: in cosa consistono e come funzionano?

Ma torniamo alla questione centrale: i valori. Che cosa sono i valori, dal punto di vista dei processi di funzionamento? Che cosa stava accadendo a Viktor Frankl quando decise di non fuggire dal campo di concentramento in cui era prigioniero per assistere i compagni di prigionia, pur sapendo di non avere alcuna possibilità di salvarli? Oppure, che cosa spinse Henry David Thoreau a isolarsi dalla sua comunità per vivere in eremitaggio in riva al lago Walden? O più in generale, che cos’è che spinge le persone a cercare uno scopo per la propria vita e a perseguirlo una volta trovato, anche a carissimo prezzo?

La cassetta degli attrezzi adatta per esplorare l’argomento senza tradire le nostre premesse epistemologiche (il contestualismo funzionale) ce la fornisce la Relational Frame Theory (Hayes, Barnes-Holmes & Roche, 2001; Presti & Moderato 2014). Il principale merito della RFT è quello di descrivere con linguaggio operazionale quella straordinaria capacità umana di tradurre il mondo fisico in concetti, per poi interagire con essi prima che col mondo reale, che chiamiamo “pensiero”. Dal punto di vista dei processi, quello che viene descritto dai valori non è altro che un felice e particolarissimo caso di rule following, o come diceva Skinner, di comportamento governato da regole. Diciamo “particolarissimo” perché il comportamento governato da regole è anche uno dei principali processi responsabili della sofferenza psicologica (Hayes, Strosahl & Wilson 1999, 2012), in quanto rende la condotta dell’individuo impermeabile alle contingenze dirette (Hayes, Brownstein, Zettle, Rosenfarb, & Korn, 1986). Tale comportamento “insensibile” è funzionale in alcuni contesti (ad esempio se dobbiamo evitare di prendere una scossa seguendo l’indicazione sul cartello “chi tocca i fili muore”) e disfuzionale in altri, in cui può favorire il mantenimento di comportamenti maladattivi o autodistruttivi (“non sono abbastanza magra”). In termini tecnici RFT questo tipo di regole viene chiamato “pliance” e sono regole che vengono apprese perché sostenute dal contesto sociale.

Ma al di là e a monte di quello che può essere “il lato oscuro del linguaggio”, dobbiamo anche prendere atto che gli esseri umani possiedono la capacità di usare in modo adattivo i propri pensieri, capacità nata per potersi muovere in un mondo dove le conseguenze dirette del comportamento non sono sempre certe, immediate, percepibili o prive di pericoli (Hayes, Barnes-Holmes & Roche, 2001; Hayes, Strosahl & Wilson 1999). In tali situazioni, incerte e poco definite, i valori diventano una bussola da utilizzare. Senza scendere troppo nei particolari tecnici, dal punto di vista della RFT e della scienza di laboratorio che ne ha ispirato lo studio e la descrizione, i valori sono regole definite “augmenting”, che hanno cioè la proprietà di modificare il significato delle conseguenze di un comportamento.

Da qui scaturisce anche il terzo livello e ultimo livello di analisi al quale vogliamo sottoporre i valori, quello della scienza applicata, che per gli psicologi equivale a dire “metodo clinico”. Ed è solo a questo ulteriore livello che si può cominciare a parlare di Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl & Wilson 1999, 2012) e quindi di valori in sensi stretto.

In cosa consiste l’ ACT

L’ ACT, non dimentichiamolo, è un modello di matrice comportamentista, o più precisamente è analisi clinica del comportamento. Questo significa che tutto ciò che conta è il comportamento nel senso più ampio del termine, che include l’azione ma anche la cognizione e l’affettività, e che lo scopo del clinico è quello di favorire il cambiamento proprio a questo livello.

Ma come orientare il paziente sulla direzione “giusta”? È a questo punto che i valori rivelano la loro utilità. A livello dell’applicazione clinica, i valori rappresentano le qualità che la persona vuole vivere, le cose di cui desidera occuparsi. In altre parole, i valori sono un punto cardinale ideale con il quale dare un orientamento alle azioni. Da ciò deriva che dal punto di vista della persona, un’azione non è mai giusta o sbagliata in sé, ma viene valutata in funzione della direzione che reputa importante per se stessa.

Quanto detto precedentemente per gli assunti di base di una teoria e per la Qualità, vale anche per i valori: essi sono la conseguenza di una libera scelta, e sono non giudicabili in quanto essi stessi sono la fonte del metro di giudizio. Dal punto di vista soggettivo, nella migliore delle ipotesi i valori dovrebbero essere il criterio con il quale le persone danno significato alla propria vita e prendono decisioni. Non è a caso che, come testimoniato dal citatissimo Viktor Frankl (1967) e da molti altri (si veda ad esempio Thoreau, 2005), è quando persegue i propri valori che la persona avverte la propria esistenza arricchirsi di un “senso”.

Quando invece la condotta della persona è asservita ad altri scopi in modo preponderante (ad esempio compiacere gli altri, sperimentare un minor grado di ansia, o allontanare i pensieri intrusivi), ecco che si genera quel senso di blocco, o di perdita di significato, che può portare alla richiesta di un aiuto professionale, o peggio. Quindi i problemi non nascono per colpa dei valori, ma per le condotte che le persone adottano; specularmente, la qualità della vita delle persone non è garantita dai valori (per quanto buoni possano sembrare), ma dalla capacità delle persone di orientare i propri comportamenti verso di essi. In altre parole, quello che veramente conta è l’azione.

Per questa ragione gli autori dell’ ACT dichiarano apertamente che “tutte le tecniche ACT sono subordinate allo scopo ultimo di aiutare la persona a vivere in linea con i propri valori. In tal senso, i classici interventi ACT di accettazione e defusione sono da considerarsi solo secondari”. (Hayes, Strosahl & Wilson 1999, pag. 205).

Quindi possiamo dire che i valori diventano l’elemento Qualitativo (nel senso inteso da Pirsig) col quale leggere l’andamento della terapia e orientare le azioni del paziente. Quando tutto va bene, i valori sono gli occhiali attraverso i quali la persona, clinico o paziente che sia, guarda e giudica la propria vita. Ci asterremo in questa sede dallo stilare una lista di tecniche o suggerimenti su come esplorare i valori del cliente e aiutarlo ad intraprendere un’azione che vada in quelle direzioni, poiché l’argomento è stato trattato già estesamente in altre sedi (Hayes, Strosahl & Wilson 1999, 2012; Dahl et al. 2009).

Per concludere, possiamo affermare che quando parliamo di valori, non ci riferiamo a una particolare tecnica, e nemmeno a una particolare teoria psicologica; l’ ACT non ha “inventato” i valori, ma ha descritto un processo che accompagna l’essere umano fin dai tempi in cui ha acquisito la capacità di parlare e di pensare. Possiamo dire che grazie ai valori, e grazie al linguaggio di cui i valori sono fatti, gli esseri umani si sono guadagnati la libertà di scegliere, andando al di là delle contingenze immediate, stabilendo per se stessi le regole del gioco e dandosi una direzione, arrivando a perseguire mete ben al di là dell’orizzonte visibile.

Chiudiamo dicendo che i valori descrivono una fondamentale e basilare facoltà di libera scelta, grazie alla quale le persone conferiscono “Qualità”, senso e direzione alla propria vita. Una parte del lavoro della psicoterapia consiste nel restituire alla persona questo senso di direzione, riportandola a contatto con il fiume che alimenta il mulino del suo agire.

Identificato un gene con un ruolo chiave nella depressione

Uno studio recente ha identificato la relazione tra uno specifico gene e la vulnerabilità di soggetti con depressione a fattori stressogeni e alla caduta nella spirale di abbassamento dell’umore, con relative conseguenze nella vita quotidiana.

 

La depressione è una patologia che affligge più di 300 milioni di persone all’anno ed è la seconda causa principale di morte, soprattutto per suicidio, tra i 15 e 29 anni. Ciò avviene perché tale condizione distrugge la qualità di vita sia di chi ne soffre che delle loro famiglie. A determinarne la manifestazione sono non solo fattori ambientali ma anche genetici.

Rispetto a ciò uno studio recente ha identificato la relazione tra uno specifico gene e la vulnerabilità di soggetti con depressione a fattori stressogeni e alla caduta nella spirale di abbassamento dell’umore, con relative conseguenze nella vita quotidiana del paziente. Questa ricerca è stata effettuata dalla scuola di medicina dell’università di Maryland e pubblicata su Journal of Neuroscience (Chandra et al., 2017). Il gene identificato è conosciuto come SIc6a15 e la sua azione sui neuroni implicati nella depressione è stata verificata sia negli umani che negli animali. Infatti, le persone che presentano livelli alterati di questo gene in specifiche regioni cerebrali implicate nella regolazione emotiva sono più vulnerabili alla depressione o ad altre problematiche di natura emotiva correlate allo stress (Kohli et al., 2011).

Gene della depressione: come si comporta a livello cerebrale

Il legame tra questo gene e specifiche popolazioni di neuroni era stata già individuata nel topi (Lobo et al., 2016); in particolare, era stato evidenziato il coinvolgimento dei neuroni D2 del nucleo accumbens, regione alla base del circuito della ricompensa. Quest’ultimo si attiva ogni volta che si vive un’esperienza piacevole, cosa che non avviene nella depressione, caratterizzata dall’incapacità di provare piacere verso qualsiasi tipo di attività (anedonia).

Dunque, nelle condizioni depressive i neuroni del nucleo accumbens non si attivano come dovrebbero, non rilasciando dopamina e, di conseguenza, non attivando il circuito della ricompensa. Ciò è stato studiato prima sui ratti e poi sugli umani. Nel primo caso, i ricercatori avevano dimostrato che i topi suscettibili alla depressione, misurata attraverso la perdita di interesse per il cibo preferito solitamente, presentavano un’attività ridotta del gene SIc6a15 nel nucleo accumbens. Viceversa, quando si aumentava l’attività di tale gene, i topi diventavano più resilienti nel fronteggiare lo stress. Per quanto riguarda gli umani, invece, gli sperimentatori hanno analizzato i cervelli di persone morte per suicidio a causa del disturbo depressivo maggiore riscontrando gli stessi risultati ottenuti sugli animali.

Questi dati dimostrano l’esistenza di una correlazione tra il gene e il comportamento depressivo, anche se non è ancora chiaro come l’ SIc6a15 lavori esattamente nel cervello. Probabilmente esso altera i livelli di neurotrasmettitori cerebrali, cosa che potrebbe rivelarsi utile nel delineare un nuovo trattamento farmacologico ad hoc.

 

Storia naturale della morale umana di Michael Tomasello – Recensione

Per Tomasello, la morale è uno sviluppo del comportamento evolutivo di cooperazione, comportamento presente nelle specie sociali. La morale è tuttavia una forma speciale di cooperazione non praticata da altre specie perché è accompagnata da un senso di obbligazione consapevole e rappresentata concettualmente nella mente.

 

La morale e i comportamenti cooperativi

È stato tradotto in italiano e pubblicato il libro di Michael Tomasello sulla storia della morale umana. Tomasello descrive un modello evoluzionistico del comportamento morale nella specie umana, e lo fa con chiarezza e fascino.

Per Tomasello, la morale è uno sviluppo del comportamento evolutivo di cooperazione, comportamento presente nelle specie sociali. La morale è tuttavia una forma speciale di cooperazione non praticata da altre specie perché è accompagnata da un senso di obbligazione consapevole e rappresentata concettualmente nella mente.

Tomasello considera atti morali quelli che trattano in modo equanime gli interessi dell’individuo e gli interessi degli altri e si chiede che cosa ha indotto la specie umana a passare dalla cooperazione strategica alla morale. Probabilmente sono state dapprima le difficoltà ambientali a spingere i nostri antenati a collaborare tra loro nella ricerca del cibo, sviluppando quelle forme di intenzionalità consapevole e congiunta che hanno dato origine a una prima forma di morale.

Insomma, tutto iniziò quando un cambiamento ecologico costrinse i primi esseri umani a scegliere tra procacciare cibo insieme a un compagno o patire la fame. Questa è la parte di “innocente” e piana dello sviluppo della morale. La componente più conflittuale è emersa in seguito, quando la pressione demografica ha determinato la frammentazione delle popolazioni umane in gruppi definiti, le cui attività hanno richiesto la formazione di un “noi” in grado di esercitare un’intenzionalità collettiva e creando convenzioni e norme che definissero cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Quando i gruppi umani moderni hanno cominciato ad allargarsi, si sono divisi in bande più piccole. Lì è nato il ‘noi’ ma anche un ‘loro’, con senso di simpatia e lealtà per il proprio gruppo e purtroppo di ostilità verso l’estraneo. Il risultato migliore è stato una morale sociale che ci obbliga nei confronti non solo degli altri individui ma anche della comunità nella sua interezza. Il problema però emerge quando questa morale tendenzialmente universale si scontra con i bisogni di altri gruppi umani.

Questo ha generato la distinzione classica tra la morale di simpatia e la moralità di equità o di obbligo, distinzione che dipende dalla distinzione tra le due forme fondamentali della cooperazione – l’altruismo, sacrificarsi per gli altri, e il mutualismo, lavorare per il beneficio reciproco. Gli individui che hanno ottenuto i migliori risultati in queste circostanze sociali sono stati quelli che hanno riconosciuto la propria interdipendenza dagli altri e hanno agito di conseguenza, secondo un tipo di razionalità cooperativa. Per seguire in dettaglio questa affascinante storia, consigliamo il libro di Tomasello.

 

L’ arte secondo la psicoanalisi: le basi teoriche dell’arteterapia

Un qualsiasi prodotto artistico ha sempre suscitato ammirazione e meraviglia nell’uomo, il quale ha, per questo motivo, considerato l’ arte un fenomeno affascinante ma, nello stesso tempo, incomprensibile. 

 

L’ arte secondo Freud

Un qualsiasi prodotto artistico ha sempre suscitato ammirazione e meraviglia nell’uomo, il quale ha, per questo motivo, considerato il processo creativo un fenomeno affascinante ma, nello stesso tempo, incomprensibile. Il primo ad impegnarsi, con rigore scientifico, per trovare una soluzione all’enigma dell’ arte e ad avviare un tipo specifico di studi, è stato il padre stesso della psicoanalisi Sigmund Freud.

Egli ha compreso come la supposta separazione tra conscio ed inconscio, tra normale e patologico, tra umano e divino, sia inesistente. Con lui la creatività, fino a quel momento considerata facoltà di pochi, è divenuta una capacità che potenzialmente ogni individuo possiede.

Egli ha concepito l’ arte essenzialmente come uno dei mezzi più adeguati per affrontare le vicissitudini dell’esistenza, come una sfera posta tra Eros e Thanatos, rappresentante una soddisfazione del desiderio sostitutiva, non ossessiva, non nevrotica: una sorta di passaggio, di via regia verso l’inconscio, come il sogno ma, a differenza del sogno, profondamente creativa.

Approfondendo il rapporto tra sogno ed opera d’ arte, egli ha considerato quest’ultima come un sogno condiviso dall’artista con lo spettatore in cui i desideri insoddisfatti dell’artista divengono le forze propulsive della sua fantasia, la quale ha pertanto lo stesso significato dinamico del sogno e lo può porre in relazione con le nevrosi dello spettatore; l’artista riesce a servirsene in modo integrato, riesce a esprimere e comunicare dei contenuti che saranno poi oggetto di fruizione. Ha sostenuto che il piacere prodotto dal motto di spirito è analogo a quello che si verifica nella fruizione dell’ opera d’ arte e ha ipotizzato l’esistenza di un “piacere preliminare” o “premio di seduzione”. Come il riso nel motto di spirito deriverebbe dal piacere legato alla liberazione delle energie usate per il mantenimento della rimozione, il piacere legato alla fruizione di un opera d’ arte e connesso analogamente ad un compiacimento nel godere impunemente delle proprie pulsioni e desideri inibiti, attraverso un’identificazione con l’artista.

Inoltre Freud ha proposto la tesi che negli artisti vi sia una certa “flessibilità di rimozione” che gli permette di accedere al materiale inconscio più agevolmente di altri, entrandovi in contatto senza essere sommerso, gestendo nel modo migliore la relazione tra gli impulsi dell’Es e l’Io e ha attribuito all’artista la funzione fondamentale di metterci in comunicazione col nostro inconscio “senza rimprovero e senza vergogna”.

Arte e psicoanalisi: i maggiori contributi dopo Freud

I primi a rivolgersi a tali studi, dopo Freud, sono stati Rank e Sachs, i quali hanno inteso soprattutto dimostrare come le opere d’ arte siano espressione mascherata di profondi conflitti infantili dei loro “creatori” e siano essenziali per il superamento di tali conflitti.

Rank e Sachs hanno accordato grande importanza al complesso di Edipo e hanno mirato a sottolineare come l’ arte sia un fenomeno sociale nella sua accezione più ampia. Abraham ha analizzato il rapporto tra sogno e mito.

Bergler, invece, ha definito la creazione artistica non come espressione di desideri infantili, ma come una difesa contro questi desideri e ha posto le radici del conflitto nella fase orale dello sviluppo libidico.

Contributi fondamentali hanno apportato anche Kris e la Klein. Di Kris, il quale ha classificato accuratamente il processo creativo e ha cercato di stabilire le differenze tra l’espressione artistica della personalità normale e quella dello psicotico, è divenuto un classico il concetto di “regressione al servizio dell’Io”, durante il processo della creazione.

Secondo Kris, la creatività è basata sul processo di “regressione al servizio dell’Io”. Grazie alla capacità di allentare e successivamente recuperare il controllo delle componenti cognitivo-affettive irrazionali da parte dell’Io, diviene possibile utilizzare creativamente i contenuti del processo primario, colti attraverso il preconscio. Secondo Kris l’opera non è né espressione (diretta trasposizione di contenuti inconsci) né semplice imitazione, l’artista non rappresenta la natura, né la imita, ma la crea di nuovo, attraverso l’opera egli reinventa la realtà.

La Klein ha spiegato la creatività con la tendenza a riparare e ricreare, dentro e fuori di sé, gli oggetti d’amore, e ha postulato all’origine di essa e delle sublimazioni la posizione depressiva. Analizzando i soggetti dei quadri e un breve scorcio della vita della pittrice Ruth Kjar, la Klein mette in luce come la depressione – probabilmente connessa con una madre interna devastata, che aveva lasciato dentro di lei un terribile spazio vuoto – venisse superata con la ricostruzione nei suoi quadri della figura materna. Per la Klein le angosce della posizione depressiva e il conseguente pressante bisogno di riparare, sono le radici della creatività.

Tra coloro che hanno preso spunto per le loro ricerche dalle tesi della Klein, particolare importanza ha avuto H. Segal per la quale ogni creazione è ri-creazione di un oggetto, un tempo amato ed integro, poi perduto e rovinato, di un mondo interno e di un sé frantumati. La Segal ritiene che il successo dell’artista deriva dall’essere capace di riconoscere ed esprimere le sue fantasie ed ansie depressive. Nell’esprimerle, egli compie un lavoro simile a quello del lutto, in quanto ricrea internamente un mondo armonioso che viene proiettato nella sua opera d’ arte. Il lettore si identifica con l’autore attraverso l’opera rivivendo le sue personali ansie depressive e grazie all’identificazione con l’artista sperimenta un lutto riuscito, ristabilisce i suoi oggetti interni ed il suo mondo interno e si sente perciò reintegrato. Quindi è attraverso la “creazione” che l’artista supera la depressione, ed è mediante l’opera d’ arte che l’artista, rivive le sue ansie depressive, ristabilisce i suoi oggetti interni e si ritrova arricchito.

Diversa è ancora la posizione di J. Chasseguet – Smirgel, il cui interesse è rivolto verso i problemi della forma artistica e dello stile, e verso la funzione dell’atto creativo. Per la Klein l’ arte è vista come un’attività di riparazione, dove per riparazione si intende l’elaborazione e il superamento di una serie di esperienze spiacevoli, in particolare l’assenza e il lutto. L’espressione artistica porterebbe ad una modificazione dell’angoscia e non ad una fuga da essa. La riparazione nasce da una reale preoccupazione per l’oggetto che era amato e integro e la creatività è vista come un tentativo di riparare l’oggetto danneggiato. Nell’esperienza estetica verrebbe rivissuta inconsciamente questa esperienza, come se l’artista indicasse un percorso verso la ricostruzione dell’oggetto perduto e verso il superamento della disperazione iniziale.

Secondo la Smirgel nell’atto creativo non è in questione tanto la riparazione dell’oggetto, ma del soggetto medesimo “la riparazione di sé”, che a partire dai deficit originari, potenzialmente nevrotico-psicotici, recupera la propria integrità attraverso l’opera. In tal modo si libera l’attività creativa dalla dipendenza esterna dall’oggetto e la si impianta sulle risorse autonome della sublimazione. L’artista, attraverso le sue creazioni d’ arte, riuscirebbe a compensare, da solo, il deficit narcisistico subito durante l’infanzia. Solo attraverso l’analisi dell’opera d’arte, frutto, specchio, prodigioso doppio dell’artista, che riflette tutto lo stile psichico del creatore, si potrà accedere alla specificità di essa e, contemporaneamente, alla specificità e unicità del creatore stesso.

Gli studi degli psicoanalisti sull’ arte citati in questo articolo rappresentano le premesse fondamentali per la nascita e lo sviluppo dell’ arteterapia e grazie a questi contributi l’ arteterapia ha avuto un riconoscimento internazionale ed è potuta diventare una precisa metodologia e un preciso strumento di indagine terapeutica.

Essenziali quindi per l’applicazione dell’ arteterapia, risultano, i concetti dell’arte come “via regia verso l’inconscio”, il “piacere preliminare” e ”la flessibilità di rimozione” elaborati da Freud; i concetti di lutto, del dolore per la perdita dell’oggetto amato, sperimentati primariamente nella posizione depressiva, i necessari impulsi riparatori elaborati dalla Klein; il concetto di “regressione al servizio dell’Io” di Kris; il concetto dell’atto creativo come “riparazione di sé” della Chasseguet – Smirgel.

Cosa faccio in terapia: il ragionamento prima delle tecniche – Roberto Lorenzini su Trauma e Relazione Pt. 2

Proseguo il ragionamento dell’articolo con cui ero intervenuto nel dibattito su trauma e relazione. Avevo concluso parlando di cosa faccio in terapia e di come io tema che un certo patrimonio clinico si possa perdere, schiacciato sotto il peso di nuovi protocolli e nuovi paradigmi. Qualcosa che precede la scelta della tecnica di intervento ed è una teoria esplicativa complessiva dell’intero caso frutto del ragionamento clinico sul e con quello specifico paziente.


Il dibattito su Trauma e Relazione Terapeutica:

  1. Lo spettro del trauma che si aggira per il mondo (della psicoterapia) – 25 Maggio 2017
  2. Come non avere paura dello spettro del trauma – di Benedetto Farina – 04 Luglio 2017
  3. Il paradigma psicotraumatologico, in risposta a Benedetto Farina – 06 Luglio 2017
  4. Trauma e Relazione Terapeutica: in risposta a Benedetto Farina – Pt. 2 – 13 Luglio 2017
  5. L’Alleanza terapeutica: intervento di Fabio Monticelli nel dibattito su trauma e relazione – 14 Luglio 2017
  6. La relazione terapeutica è traumatica o il trauma è la vera relazione? – Roberto Lorenzini – 17 Luglio 2017

Quando ho di fronte un paziente o più in generale una persona cerco di seguire attraverso la traccia delle sue parole il filo del suo ragionamento. Naturalmente nel farlo anche io ragiono e da questo mio ragionare scaturiscono domande, attenzioni, atteggiamenti che a loro volta influenzano il dipanarsi del filo del ragionamento dell’altro. È questa la famosa relazione terapeutica non solo conforme alle indicazioni di Monsignor della Casa, questo tanto per ripulire il bordo del vaso su cui qualche entusiastico schizzo era pur finito. I fili dei due ragionamenti si intrecciano, si intessono e si influenzano l’un l’altro. Normalmente al termine sono abbastanza in grado di descrivere il ragionamento dell’altro e molto meno il mio perché evidentemente mi do per scontato, mi sembra naturale, ovvio e non ci bado, non è un oggetto esterno ma il soggetto descrittore stesso. Siccome invece è parte fortemente in gioco, a meno che non ci si accontenti di annotare liste di sintomi atti a soddisfare criteri con mentalità da collezionista di figurine attenta solo al “ce l’ho, mi manca” mi sforzo di immaginare di essere un omuncolo seduto sul bordo interno della soffice circonvoluzione frontale sinistra con i piedi che pencolano sopra il corpo calloso e di osservare cosa mi dice il mio cervello mentre cerca di capire cosa diavolo il cervello dell’altro dice a lui. Provo a seguire il ragionamento che faccio.

Indagare il sintomo in psicoterapia

Intanto definisco sintomo un comportamento o una emozione che il soggetto stesso ritiene inadeguato, sgradevole e di cui vorrebbe liberarsi. Insomma rispetto al quale ha sviluppato un problema secondario, come dicevamo un tempo.

Dopo averne indagato la pervasività e le varie forme che assume nei diversi ambiti esistenziali (la gravità) mi chiedo: “a cosa serve? quale risultato vuole ottenere o pericolo scongiurare?” E lo faccio più facilmente se vado a ricostruire in quali circostanze il sintomo è nato (scompenso ed esordio) prima di diventare col tempo un’abitudine automatica.  Continuando ad approfondire questa indagine sulla sua utilità (quello che un tempo si chiamava laddering) cerco di identificare gli scopi disfunzionali e terminali -o antiscopi, come a me piace chiamarli- che organizzano l’esistenza del soggetto.

Il sintomo acquista così significato nel contesto della vicenda esistenziale della persona, dei suoi valori e piani di vita. Fin qui cerco di dare un senso, un significato a ciò che agli stessi occhi del paziente appariva insensato, ascopico, estraneo a sé e come tale fuori dal suo controllo, mentre in realtà si tratta di un’espressione che persegue o salvaguarda qualcosa di molto importante per lui. Il paziente collabora volentieri perché ci si occupa direttamente del sintomo che lo tormenta e perché il capirne il senso lo fa sentire meno matto. Una seconda fase che potremmo dire essere la prova del nove, la verifica della prima,  parte sempre dal sintomo ma per indagare i motivi per cui gli dia tanto fastidio. Insomma le ragioni del problema secondario ognuna delle quali va indagata con la stessa tecnica precedente, il laddering.

Anche in questo caso si arriverà per una via diversa a definire  gli scopi disfunzionali e terminali e gli antiscopi del soggetto, insomma il suo panorama esistenziale, il perché e il come sta al mondo e come mai gli dia fastidio. A questo punto si potrà riconsiderare il sintomo come uno scopo strumentale (strategia) in conflitto con altri scopi strumentali i quali magari perseguono lo stesso scopo o antiscopo terminale, una strategia difettosa che ha complessivamente costi troppo elevati, spesso dallo stesso punto di vista di quegli scopi che cerca di perseguire. Insomma non funziona o, più spesso, non funziona bene ma comunque un po’ funziona e non avendo nulla di meglio non la si può abbandonare. Compreso il senso e l’utilità del sintomo pur continuando ad avvertirne il disagio, tento una operazione di normalizzazione dello stesso che riduca il problema secondario, principale motore da un lato del cambiamento ma anche, dall’altro, della sofferenza  che ha l’effetto dannoso di far percepire la situazione come emergenziale riducendo la disponibilità ad abbandonare gli antichi e sperimentati modi di fare per provarne di alternativi.
Quanto si cambia in terapia?

Ho imparato e insegnato che gli scopi esistenziali che organizzano l’esistenza sono in parte genetici e in parte di origine culturale, familiare ed esperienziale ed il loro cambiamento è opera ardua prefigurando una rivoluzione del paradigma, per dirla con Kuhn, esistenziale e quando ciò avviene siamo di fronte a vere e proprie rare conversioni. Ancorché molto difficili da ottenere, il più delle volte non c’è alcuna richiesta ne volontà di affrontarle. Questo dunque è un livello di cambiamento in cui raramente mi avventuro per incompetenza e timore di tentazioni da guru accontentandomi di una ristrutturazione che elimini la sofferenza con il minimo cambiamento possibile, cosa che mi sembra peraltro una forma di rispetto dell’unicità dell’altro.

Anche le strategie di perseguimento degli scopi o di evitamento degli antiscopi sono apprese, in genere precocemente e nel contesto familiare. Allora faccio notare al paziente come esse si siano dimostrate in passato adattive e addirittura decisive per la sopravvivenza nel contesto di apprendimento della famiglia d’origine, ma oggi in un contesto diverso siano invece disfunzionali e si siano trasformate in sintomi, qualcosa che mette in atto perché ha sempre fatto così, non accorgendosi che se prima funzionava adesso è addirittura controproducente rispetto agli stessi obiettivi per cui si era sviluppato.

La ristrutturazione cognitiva: la parte creativa della terapia

Successivamente inizia la parte per così dire creativa della terapia, la cosiddetta ristrutturazione cognitiva, che per semplicità distinguo in due livelli. Il primo consistente nell’elaborazione di nuove strategie compatibili comunque con i vincoli intrapsichici, interpersonali e contestuali attuali, attaccando solo quelli che rappresentano un rinforzo e un mantenimento del sintomo. Si tratta di  riscoprirle nel proprio patrimonio comportamentale di cui magari in modo pur minoritario e saltuario sono state presenti in passato, oppure copiarle osservando gli altri ed in particolare quelli più vicini al soggetto come aspetto motivazionale, oppure inventarle di sana pianta. Averle identificate non basta, si tratta  di sperimentarle inizialmente in contesti protetti che ne garantiscano il successo e il rinforzo per poi progressivamente generalizzarle e ripeterle finché non sostituiscano i vecchi automatismi.

Dopo aver gattopardescamente cambiato tutto perché nulla cambi mi limito a  provare a perturbare il livello superiore dell’assetto motivazionale auspicando un processo di cambiamento da lasciare avvenire da solo in tempi lunghi e grazie alle esperienze che il soggetto vive che sono i perturbatori più significativi

Lo faccio da un lato cercando di rendere meno assoluti e doveristici gli scopi evidenziando come normalmente non comportino la realizzazione e la felicità di cui li si accredita e dall’altro considerando meno intollerabili e minacciosi gli antiscopi, rendendoli -per quanto sgradevoli-  pensabili e immaginando schemi operativi non per prevenirli ma per viverli qualora vi ci si trovasse.

 


Leggi il resto della discussione:

  1. Lo spettro del trauma che si aggira per il mondo (della psicoterapia) – 25 Maggio 2017
  2. Come non avere paura dello spettro del trauma – di Benedetto Farina – 04 Luglio 2017
  3. Il paradigma psicotraumatologico, in risposta a Benedetto Farina – 06 Luglio 2017
  4. Trauma e Relazione Terapeutica: in risposta a Benedetto Farina – Pt. 2 – 13 Luglio 2017
  5. L’Alleanza terapeutica: intervento di Fabio Monticelli nel dibattito su trauma e relazione – 14 Luglio 2017
  6. La relazione terapeutica è traumatica o il trauma è la vera relazione? – Roberto Lorenzini – 17 Luglio

 

Identikit del paziente con alessitimia – Le ricadute sulla relazione terapeutica

I soggetti con alessitimia dimostrano un’attivazione fisiologica alla presenza di emozioni, ma presentano scarse competenze rispetto alla possibilità di riorganizzare l’esperienza corporea vissuta, come se mancassero di una rappresentazione mentale di quanto accaduto.

Chiara Polizzi, Alessandra Rossi – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca 

 

Cosa si intende per alessitimia

L’ alessitimia è un costrutto di derivazione psicoanalitica; letteralmente significa “non avere parole per le emozioni”. Il termine alessitimia è stato introdotto agli inizi degli anni settanta da Nemiah e Sifneos (1970) per definire un insieme di caratteristiche di personalità riscontrabili nei pazienti psicosomatici. Si può definire clinicamente l’ alessitimia come la difficoltà sperimentata da un individuo di: 1) identificare, descrivere e interpretare i propri e gli altrui sentimenti; 2) distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche; 3) individuare quali siano le cause che determinano le proprie o le altrui emozioni, con conseguente fatica a utilizzare il linguaggio come veicolo per l’espressione delle emozioni stesse.

Taylor, Bagby e Parker (1997) hanno considerato l’ alessitimia un “disturbo dell’elaborazione degli affetti” che interferisce con i processi di auto-regolazione e riorganizzazione delle emozioni.

Secondo gli autori, i soggetti alessitimici dimostrano un’attivazione fisiologica alla presenza di emozioni, ma presentano scarse competenze rispetto alla possibilità di riorganizzare l’esperienza corporea vissuta, come se mancassero di una rappresentazione mentale di quanto accaduto.

L’origine eziopatologica dell’ alessitimia è complessa e multi-fattoriale: si pensa dipenda da un insieme di cause di ordine genetico, neurofisiologico, intrapsichico, da modelli di comunicazione familiare e fattori socioculturali.

I fattori più significativi riguardano appunto le variabili socioculturali (si veda la maggior prevalenza nei maschi e nei ceti svantaggiati, Salminen, 2000), i deficit neurobiologici e le variazioni nell’organizzazione cerebrale (ad esempio una disfunzione dell’emisfero destro o un deficit del trasferimento interemisferico). Inoltre, è stata messa in luce l’influenza critica, estremamente significativa, delle prime esperienze relazionali e di attaccamento madre – bambino (Legrenzi, 1997).

Alessitimia e psicopatologia

La scarsa conoscenza dei propri stati emotivi è uno degli argomenti più studiati in psicologia e psicoterapia: inizialmente, è stata considerata per la sua relazione con disturbi di somatizzazione, dipendenze e PTSD (Taylor et al., 1997), giungendo più recentemente a studi riguardanti l’associazione tra il fenomeno e gli esiti dei trattamenti, lo stile di attaccamento, fattori genetici e correlati neuronali (Taylor & Parker, 2004).

L’ alessitimia appare inoltre associata a variabili che rappresentano il segno distintivo dei disturbi di personalità: 1) difficoltà nelle relazioni interpersonali; 2) sintomi somatici e psicologici; 3) maggior difficoltà nella regolazione degli impulsi. È dunque ragionevole considerare l’ alessitimia come tipica dei soggetti che presentano Disturbi di Personalità (Grabe, Spitzer & Freyberger, 2001).

La letteratura ha osservato come alti livelli di alessitimia siano in relazione con alti livelli di psicopatologia e malessere globale, e con la rappresentazione disfunzionale delle relazioni interpersonali, che risultano dunque complesse e deficitarie (Carcione, Semerari., Lysaker, Dimaggio., Conti, Procacci, et al., 2011): i pazienti alessitimici faticano nell’instaurare rapporti intimi, si mantengono su un piano di superficialità e non possiedono buone abilità di sintonizzazione e mentalizzazione dell’altro. Effettuando un’analisi interna ai 3 Cluster dei disturbi di personalità riconosciuti dal DSM IV, la ricerca sembra trovare evidenti relazioni tra alessitimia e disturbi di personalità in Cluster C.

Una via alternativa nello studio dell’ alessitimia in relazione alla personalità è stata recentemente intrapresa dal gruppo italiano di Dimaggio (Dimaggio, Carcione, Nicolò, Lysaker, Dangerio, Conti et al., 2012): gli autori si sono proposti di esplorare la relazione tra una misura globale di compromissione della personalità, indipendentemente dai Cluster, (ovvero il numero di tratti soddisfatti alla SCID II) e le variabili di alessitimia, gravità sintomatologica e problemi nel funzionamento interpersonale. I dati hanno evidenziato una differenza significativa fra i gruppi (creati in base al numero di criteri SCID soddisfatti), rispetto a tutte le variabili in esame. È risultato tuttavia che le differenze in termini di alessitimia non sono significative al netto della gravità sintomatologica. Una possibile spiegazione può essere che l’ alessitimia non sia un tratto distintivo di maggiore gravità personologica, ma un riflesso di un disagio emotivo intenso, che potrebbe compromettere la capacità di distinguere e comunicare le proprie emozioni.

La presenza di specifici malfunzionamenti metacognitivi nei Disturbi di Personalità, inoltre, ostacolerebbe la costruzione e la comprensione degli stati interni (cognitivi, affettivi, emotivi) propri e altrui (Popolo, Semerari, Carcione, Fiore, Nicolò, Conti, et al., 2010) con la derivazione di evidenti lacune nell’espressione e regolazione delle emozioni altrettanto differenziati. Sarà presumibilmente la natura della compromissione metacognitiva, unitamente alle strategie di mastery, a differenziare qualitativamente le caratteristiche alessitimiche del soggetto (ad esempio, alcuni pazienti potrebbero avere la tendenza a sovraregolare le emozioni inibendole, mentre altri a perdere il controllo su di esse quando le sperimentano, disregolando – Dimaggio, & Semerari, 2003).

Alessitimia e legame di attaccamento: la funzione “contenitiva” del caregiver

Studi osservativi condotti sui neonati nell’interazione con il loro caregiver principale (solitamente la madre), mostrano che nel bambino è rintracciabile un’attività comunicativa centrata sull’espressione delle emozioni (Crugnola, & Baioni, 2002). Se è quindi dimostrata la presenza di emozioni innate di base, espresse fin dall’inizio dal punto di vista comportamentale e fisiologico, l’aspetto soggettivo-esperienziale delle emozioni primarie e le emozioni più complesse (amore, vergogna, invidia, orgoglio, colpa) si sviluppano durante la prima infanzia. Quelli che nel neonato sono stati indifferenziati di soddisfazione o disagio, pian piano si differenziano in una complessa gamma di emozioni specifiche e conoscono una progressiva de-somatizzazione: le acquisizioni, nel secondo anno di vita, della capacità rappresentativa e del linguaggio hanno un impatto fondamentale nello sviluppo della consapevolezza emotiva soggettiva e nella capacità di identificare e regolare gli affetti, sia a livello intrapersonale che nelle relazioni con gli altri.

La madre ha, secondo la concezione di Bion (1962), un ruolo di contenitore, cioè ha la funzione di assorbire, contenere, elaborare ed interpretare gli stati affettivi del bambino, soprattutto quelli disturbanti (Taylor et al., 1997); laddove questa funzione di contenitore e regolatore fallisce, il bambino (e poi l’adulto) sviluppa un “contenitore interno difettoso”: le emozioni non sono trasformate in rappresentazioni mentali, ma rimangono a livello di percezioni, sensazioni, impulsi all’azione (di qui l’alto rischio di disturbi psicosomatici).

Tutte queste riflessioni hanno una rilevanza particolare per la definizione del costrutto di alessitimia, in quanto forniscono una concettualizzazione originale e interessante dell’importanza evolutiva delle primissime relazioni di attaccamento, in cui il soggetto impara a regolare non solo il suo funzionamento interpersonale, ma anche quello mentale ed emotivo. Grazie ad un legame di attaccamento sicuro e ad una buona sensibilità, responsività e sintonizzazione del caregiver, il bambino impara ad utilizzare la valutazione cognitiva per modulare gli affetti, e gli affetti per arricchire la cognizione. Quando questo non accade, il bambino diviene deficitario nella regolazione delle proprie emozioni, ma anche nella capacità discriminatoria delle stesse. Sembra che l’ alessitimia sia associata a stili di attaccamento insicuro, in particolare insicuro-distanziante, ma anche a stili preoccupati e timorosi (Montebarocci, Codispoti, Baldaro, & Rossi, 2004). L’attaccamento insicuro è stato associato a una ridotta mentalizzazione, intesa come capacità di leggere e comprendere gli stati mentali propri e altrui, inclusi i sentimenti, le credenze e le intenzioni (Fonagy et al., 2001).

Ricadute terapeutiche nel lavoro con pazieti alessitimici

Dall’osservazione clinica del funzionamento interpersonale di pazienti alessitimici (Grabe, Spitzer, &Freyberger, 2001; Nemiah & Sifneos, 1970; Taylor et al., 1997) e da studi empirici (Guttman & Laporte, 2002; Vanheule, Desmet, Rosseel et al.; Weinryb et al., 1996), sappiamo che i pazienti alessitimici hanno la tendenza verso il conformismo sociale e l’evitamento del conflitto, e tendono ad approcciarsi agli altri in modo non empatico, freddo e distaccato.

Questi pazienti evitano le relazioni strette e, se entrano in relazione, mantengono una posizione dipendente o impersonale, cosicché la relazione si mantiene su un piano di superficialità. Sono state osservate anche relazioni interpersonali caotiche (Sifneos, 1996) e inadeguata differenziazione fra sé e gli altri ( Blaunstein & Tuber, 1998; Taylor et al., 1997). In linea con queste osservazioni la ricerca in ambito di attaccamento indica che l’attaccamento evitante è quello maggiormente tipico di questo gruppo di pazienti (Taylor, 2000; Verhaeghe, 2004) e che tale attaccamento si manifesti anche nella stanza di terapia (Mallinckrodt, King, & Coble, 1998): dal momento che i pazienti alessitimici tendono al ritiro e ad una limitata condivisione dell’esperienza, ci si può aspettare che siano in qualche modo riluttanti nell’ingaggiarsi in una relazione terapeutica.

L’intervento dovrebbe quindi tenere in considerazione sia la scarsa consapevolezza rispetto ai vissuti emotivi in generale, così come le difficoltà nel comunicarli ad altri. Dalle fasi iniziali del percorso psicoterapeutico, pertanto, il terapeuta dovrebbe aiutare i pazienti fortemente alessitimici a distinguere le manifestazioni di arousal al fine di poterle meglio descrivere e sviluppare possibili spiegazioni per le stesse. Una utile strategia per il terapeuta potrebbe essere quella di utilizzare il rispecchiamento degli stati emotive, ancor prima di ipotizzarne possibili cause.

La relazione terapeutica dovrebbe inoltre essere costante oggetto di attento monitoraggio e discussione con questo tipo di pazienti. Ciò potrebbe stimolare la loro capacità di avere in mente la relazione, chiedendosi di volta in volta come ci si sente in relazione, agendo quindi a livello sia esperienziale che rappresentativo.

Il trattamento per l’infertilità e lo stress che sperimentano le coppie

Nonostante le ripetute affermazioni che l’infertilità e lo stress legato ai relativi trattamenti siano situazioni intollerabili per le relazioni di coppia, uno studio che ha coinvolto circa 40.000 donne ha scoperto che il trattamento per l’infertilità, in realtà, non aumenta il rischio di divorzio.

 

Lo stress percepito nel trattamento per l’infertilità può compromettere la stabilità della coppia?

Secondo la Dottoressa Mariana Martins, docente presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Porto (Portogallo), i risultati di tale studio sono rassicuranti per le coppie che stanno vivendo o contemplando l’idea di sottoporsi ad un trattamento per l’infertilità. Capire, infatti, la qualità dei rapporti di chi si sottopone a tali trattamenti è utile per sostenerli durante il percorso.

Questo studio si è basato su dati di donne che si sono sottoposte a vari trattamenti tra il 1994 e il 2009, per un totale di 42.845 pazienti. Lo status coniugale delle partecipanti è stato comparato, per età, con un gruppo di controllo della popolazione generale e seguita similmente in tutto il periodo dello studio.
Durante i 6 anni del follow-up la maggior parte delle coppie ha concepito figli con i loro partner e circa un quinto delle coppie si è separata o hanno divorziato.

Secondo la Dottoressa Martins, i risultati di questo studio non sono del tutto incompatibili con quanto finora è emerso circa lo stress e l’ansia causati dai trattamenti per la fertilità.

I risultati hanno, infatti, provato che i soggetti che hanno una maggiore probabilità di divorziare sono coloro che hanno maggiori difficoltà, rispetto agli altri, nella gestione delle emozioni negative e dello stress. E’ inevitabile che la maggior parte delle coppie sperimenti un certo grado di stress durante il trattamento per l’ infertilità, e l’incertezza dei risultati rende la sintomatologia psicologica simile a molte altre malattie croniche. Secondo la Dottoressa Martins è fondamentale quindi fornire adeguate informazioni, modulare aspettative realistiche circa il trattamento, nonchè fornire supporto psicologico per agevolare la coppia in questo difficile processo.

L’ identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico – Recensione del libro

Calamadrei concettualizza l’ identità creativa come proposizione dell’operosità del soggetto nel libero funzionamento della sua mente, la cui creatività, nonostante lavori silenziosamente ed in maniera inconscia, esprime la possibilità della produzione di significati per riconoscere la realtà, sia interiore che esteriore influenzando la costituzione dell’ identità individuale.

 

Sulle tracce dell’ identità creativa tra materialismo scientifico e neuroscienze

enL’idea che, per dimostrare l’esistenza di qualcosa, come non suscettibile di interpretazione, si debba ricorrere all’oggettività che il dato scientifico restituirebbe a valle della procedura scientifica che ne costituisce il metodo attraverso il quale la certezza del dato è incontrovertibile, è un pregiudizio che segna da sempre l’intero percorso dell’evoluzione nella conoscenza delle cose in generale.

Se poi, in particolare, ciò di cui si vuole dimostrare l’esistenza ha a che fare con i fenomeni che popolano l’universo interiore dell’essere umano che per definizione sono autonomi dalla materia e dunque non determinabili come qualcosa, il pregiudizio diventa un assunto sulla base del quale si formula la tesi secondo cui se un fenomeno non può essere indagato dalla prospettiva scientifica non può essere spiegato, quindi non può essere conosciuto, dunque non esiste.

Così per esempio, fin dagli albori del razionalismo scientifico, quando fu il turno di Cartesio di voler dar conto dell’esistenza di ciò che egli definì come la dimensione peculiare di cui l’uomo consiste, si potrebbe ipotizzare che non fu un caso il suo definirla come res cogitans ovvero come cosa pensante. Cosa pensante, dunque, che nonostante intesa come sostanza spirituale, nella misura in cui fu connotata da Cartesio come cosa, e dunque come non poter essere pensata a prescindere dalla materia, divenne il fondamento indubitabile della stessa esistenza. Da questo fondamento Cartesio fa emerge quell’ “IO” dell’uomo inteso come soggetto umano pensante che è l’io, è la mente, è l’anima, è l’intelletto e a partire dal quale è possibile per Cartesio dimostrare l’ autoevidenza esistenziale del suo “cogito ergo sum”.

L’ autoevidenza dell’ esistenza come soggetto pensante, non estendendosi però tout court all’autoevidenza dell’esistenza di ciò che è esterno, e dunque non garantendo l’esistenza della realtà che circonda l’uomo, portò Cartesio, come noto, a dover riconoscere l’esistenza di un’altra sostanza che avesse caratteristiche diverse dalla sostanza spirituale ma che fosse ad essa strettamente congiunta. Tale sostanza, connotata altresì come cosa avendo come caratteristiche quella della divisibilità e dell’estensione che la sostanza spirituale non poteva che rifiutare fu per Cartesio il corpo, ovvero la res- exsensa.

Questo dualismo sostanziale di mente e corpo se da un lato è stato ed è tutt’ oggi considerato come uno degli aspetti deteriori della filosofia cartesiana, compreso il tentativo di Cartesio di spiegare come attraverso la ghiandola pineale le due sostanze riuscissero a comunicare, dall’altro però ha dato avvio alla prima condizione per lo studio scientifico del corpo umano, in quanto nel riconoscere la sostanzialità al corpo, Cartesio, di fatto, lo svincola dalla concezione tradizionale (aristotelica) nella quale il corpo era considerato non come sostanza ma come organo o strumento della sostanza anima/mente e rendendone di conseguenza lecita l’accessibilità influenzerà notevolmente lo sviluppo degli studi biologici del comportamento.

E’ infatti proprio nella componente materialista delle posizioni di Cartesio e nel suo dualismo di mente e corpo che possono essere rintracciate le origini delle riflessioni su una serie di questioni come quelle del rapporto tra mente e cervello, della natura e dell’architettura cognitiva del soggetto, della capacità rappresentativa della mente umana, del ruolo dell’intenzionalità e coscienza del pensiero, dello statuto della psicologia del senso comune, dei rapporti tra ragione ed emozione, nonché le origini moderne di un’analisi del comportamento in chiave biologica che portate all’estremo inaugurano la teoria del materialismo, per l’appunto, secondo la quale tutti i fenomeni, compresi quelli mentali, sono di tipo materiale e dunque riconducibili alla materia fisica.

Da ciò è conseguito non solo che l’indubitabilità del cogito ergo sum non ha avuto ha più ragion d’essere ma anche che la res cogitans ha smesso di esistere come sostanza in quanto dal punto di vista delle neuroscienze non sarebbe che la risultanza illusoria e meccanica di processi chimici e fisici attraverso i quali alla conoscenza della personalità dell’individuo si giunge attraverso la mera comprensione del funzionamento del cervello.

Ora, però se da un punto di vista meramente biologico-scientifico conoscere la personalità di un individuo equivale dunque a comprendere il funzionamento del cervello secondo il nesso sequenziale neuroni-cervello- personalità-comportamento- attraverso il quale tutto ciò che l’individuo fa non è altro che la conseguenza necessaria della sua neuro-chemio-biologia, da un punto di vista esperenziale, come ci ricorda Vito Mancuso, già Platone sosteneva invece con le parole di Socrate che:

Se uno dicesse che, se non avessi ossa, nervi e tutte le altre parti del corpo che ho, non sarei in grado di fare quello che ritengo di fare direbbe bene; ma se dicesse che io faccio tutte le cose che faccio proprio a causa di queste, e che, facendo le cose che faccio, io agisco sì con la mia intelligenza ma non in virtù della scelta del meglio, costui ragionerebbe con assai grande leggerezza.

Nella medesima prospettiva anche Marco Aurelio, sottolinea ancora Mancuso, scriveva nei suoi Pensieri:

Ricordati che ciò che muove i fili della tua esistenza è nascosto dentro di te, ed è energia, vita e, se così si può dire, uomo. Non confonderlo mai, quando te lo immagini, con l’involucro che l’avvolge, né con gli organi che gli sono stati modellati intorno. Questi sono come l’ascia che tini in mano, da cui differiscono solo in quanto intimamente aderenti al corpo. Queste parti, infatti, senza la causa che le muove e le controlla, non sono di utilità maggiore della sola spola per la tessitrice, della sola penna per lo scrittore, della sola frusta per l’auriga.

Seguendo queste considerazioni, non si vuole e non si deve negare o anche e solo contestare l’utilità della prospettiva scientifico-biologica ma evidenziarne i limiti, rivendicando una logica di comprensione dei fenomeni tutti che ha il suo cardine nei concetti di relazione e di sistema e grazie alla quale seppur la res cogitans continuerebbe a non poter essere considerata nella sua esistenza come sostanza, ciò che del cogito ergo sum cartesiano può essere ancora perfettamente indubitabile è la possibilità della libera consapevolezza di sé.

Ed è a questa accezione di consapevolezza di sé come libera che, a nostro avviso, può associarsi il significato della locuzione di identità creativa che Calamadrei concettualizza come proposizione dell’operosità del soggetto nel libero funzionamento della sua mente, per l’appunto, la cui creatività, quale caratteristica specifica dell’attività mentale spontanea, nonostante lavori silenziosamente ed in maniera incomprensibile poiché continua a svilupparsi in maniera inconscia, esprime la possibilità della produzione di significati per riconoscere la realtà, sia interiore che esteriore influenzando la costituzione dell’ identità individuale quale essenza della qualità dell’essere la cui sostanza sfugge per l’appunto come sottolinea Calamandrei anche alle neuroscienze.

Queste ultime infatti, seppur inaugurano un nuovo approccio alla comprensione della complessità del funzionamento cerebrale secondo una concettualizzazione di scienza che va nella direzione opposta al confinamento specialistico dello studio del cervello e alla delimitazione del sapere tecnico degli anni passati, attingendo da matematica, fisica, chimica, nanotecnologie, ingegneria, informatica, psicologia, medicina, biologia, filosofia, rimangono però, come ogni altra disciplina scientifica, confinate nell’ambito della metodologia scientifica e dunque impossibilitate intrinsecamente a conoscere le dimensioni psicologiche attraverso le quali l’identità dell’ Io si costituisce e il Sé si struttura e per le quali, come Calamandrei sottolinea, un aiuto maggiore può provenire piuttosto dall’antropologia e dalla storia evolutiva della nostra specie.

Le neuro-scienze, sottolinea ancora Calamandrei, per comprendere il funzionamento cerebrale sono portate infatti a studiare gli eventi a livelli sempre più dettagliati e frammentati tuttavia anche alle neuroscienze non va negata però l’utilità in quanto, come Calamandrei sottolinea, il loro contributo è di fondamentale importanza nella misura in cui le conoscenze acquisite per loro tramite sul funzionamento cerebrale stanno rendendo possibile un ricongiungimento tra la biologia della mente e la teoria psicoanalitica.

Esplorare la creatività: un viaggio transdisciplinare nella profondità dell’attività spontanea della mente dal riduzionismo scientifico alla necessità dell’unitarietà dei saperi

Nell’ottica della logica di comprensione dei fenomeni sopra evidenziata, con un intento finanche troppo esplicito, Calamandrei muove l’impianto del suo libro a partire proprio dal porre in evidenza la necessaria unità dei saperi per quella indispensabile nouvelle alliance, purtroppo oggi sempre più minacciata dalla parcellizzazione e dalla ultraspecializzazione delle conoscenze, su cui ha scritto pagine illuminanti il premio Nobel Ilya Prigogine.

Ed è all’utilizzo di questa concezione di nouvelle alliance che Calamandrei fa propria, che può iscriversi il tratto dell’originalità del suo scritto attraverso il quale Calamandrei, dando infatti anche conto della consapevolezza della differenza tra una scienza puramente speculativa come potrebbe essere definita la psicologia e una scienza applicata come potrebbe essere definita quella delle neuroscienze, può non temere come Freud aveva temuto per le conquiste della biologia, che le evoluzioni delle scoperte e delle conoscenze delle neuroscienze sostituiranno del tutto ciò che la psicologia ha teorizzato.

Con questa consapevolezza Calamandrei propone dunque il suo lavoro invitando il lettore ad interpretarlo come un percorso di integrazione, per l’appunto, nell’ottica della psicoanalisi, necessaria per ottenere una visione d’insieme dei meccanismi psicologici che sono competenze fondamentali alla base della matrice del pensiero, delle sue forme non consapevoli e che si situano in un’area intermedia tra biologia e psicologia nei cui meandri è possibile tracciare una probabile genesi del concetto di creatività la cui spinta vitale è uno degli aspetti cardine del funzionamento mentale. Analizzarla sostiene Calamandrei equivale infatti a descrivere come funziona la mente e delineare quali siano i meccanismi psicologici che sostengono la capacità di comprensione del pensiero cercando di mantenere la visione d’insieme dell’intera costruzione mentale, di come sia andata auto-costruendosi nel corso dei secoli evolvendo dall’antenato australopiteco. Interessante e molto, pertanto, il percorso delineato da Calamandrei che, seguendo un’ottica di tipo evolutivo che traccia una sorta di storia naturale dello sviluppo della mente, attraverso la puntualizzazione scientifica delle tappe evoluzionistiche, giunge alla descrizione di ciò che caratterizza un cervello tipicamente umano e che segna il combinarsi di plasticità e di creatività.

Il percorso di esplicitazione di questo passaggio, comincia dunque dalle nuove conoscenze neuro scientifiche acquisite sul funzionamento cerebrale secondo le quali la variabilità delle risposte che caratterizzano i diversi individui appartenenti ad una specie è un requisito di base della plasticità e creatività, ovvero della capacità di affrontare, con nuove e variabili strategie, situazioni problematiche che si presentano per la prima volta. Dal punto di vista evolutivo, uno dei requisiti all’origine della plasticità è la presenza di una corteccia in grado di fornire risposte non stereotipate o specie-specifiche ma individuali. Un contributo a tale concetto di variabilità, sottolinea Calamandrei, deriva dalle teorie della genetica che, superato il loro orizzonte di staticità, giungono ad affermare che l’influenza genetica è determinante per la psicologia di un individuo ma non nel senso di un’eredità biologia fissa ed inalterabile da cui non possiamo fuggire. Ne consegue che l’attività dei sistemi cerebrali è estremamente plastica e risulta modificabile dall’esperienza.

Come puntualizza Calamandrei, però, per l’organismo non ci sono esperienze diverse, quanto piuttosto differenti aspetti di un’unica esperienza, e dato che ogni sistema è plastico ciascuno apprende ed immagazzina informazioni relative alla stessa esperienza indipendentemente, come se ci fosse cioè una sorta di cultura condivisa all’interno del cervello tra i vari sistemi che sono esposti a circostanze ambientali analoghe. La nostra esperienza attentiva cosciente invece, sottolinea Calamandrei, sembra privilegiare una sola modalità percettiva, quella cioè maggiormente dipendente dai livelli simbolici e alla quale è data maggiore rilevanza costituendo la memoria del proprio vissuto che in quanto tale è estremamente soggettiva. Ciò implica che gli stimoli a cui prestiamo attenzione, quello che noi ricordiamo e quello che per noi risulta importante, vengono accompagnati, insieme all’elaborazione cognitiva, dalla marcatura emotiva. Quest’ultima che può divenire un processo di attivazione generale e diffuso da parte del sistema Reticolare Ascendente, definito “arousal” è quella che guiderà il nostro comportamento verso la situazione che lo stimolo emotivamente attivante necessita. Ciò spiegherebbe la modalità attraverso la quale gli stati emotivi monopolizzano le risorse del cervello e sono cruciali nell’organizzazione dell’attività cerebrale influenzando potentemente il pensiero cosciente, giungendo a poter concludere che il valore che un individuo attribuisce al proprio contenuto emotivo costituisce infatti il valore psicologico del suo vissuto che rappresenta la qualità dell’essere, dei suoi sentimenti, le capacità immaginative che donano il senso che hanno per quell’individuo, le esperienze che sta provando e che sono una possibilità di esperienza unicamente umana, altamente soggettiva e pertanto non generalizzabile.

Ciò conduce Calamandrei a poter affermare che non solo ogni mente deve essere considerata come estremamente individuale e che di conseguenza esista in un suo particolare modo di funzionare ovvero quello specifico di quell’unico soggetto che non può essere generalizzato ma anche che ciascuna mente non è data ma è costruita. Ogni mente cioè, sottolinea Calamandrei, si deve formare e avere coscienza del proprio funzionamento per poter dare una definizione soggettiva ai sentimenti che accompagnano le immagini che sperimenta. Ed è proprio l’acquisizione della propria mente e la coscienza del proprio funzionamento che consente, secondo gli psicoanalisti, di poter ottenere la proprietà di divenire un soggetto ovvero il costituirsi di ciò che gli psicoanalisti chiamano Sé e che nel tempo hanno connotato come soggettivazione. Ciò implica una considerazione di estrema rilevanza che Calmandrei pone in evidenza e secondo la quale il cervello e la mente sono intrinsecamente legati al corpo biologico e l’acquisizione di un senso di soggettivazione psicologica non si limita solamente alle componenti cerebrali, contenute nella scatola cranica, ma è un fenomeno mentale diffuso nel corpo fino alla periferia percettiva.

Di conseguenza, si può considerare, per Calamandrei, come sia proprio il percorso di acquisizione dell’esperienza soggettiva a trasformare le tappe neuronali in un prodotto che acquisisce senso per l’individuo. In questa prospettiva, la creatività, nello stretto rapporto tra parte cognitiva e parte emotiva esprime l’esistenza di logiche diverse alla base della dimensione individuale attraverso le quali la mente filtra il rapporto tra il cervello, i diversi input  sensoriali e le informazioni con le quali processerà la realtà.

In questa direzione è ancora l’alliance tra neuroscienze e psicologia che permette a Calamandrei di raggiungere una prospettiva a partire dalla quale è possibile osservare in un’ottica innovativa i rapporti tra cervello e rappresentazione della realtà. Non è un caso infatti che i capitoli dedicati alla memoria, che come noto costituisce una sorta di luogo simbolico della mente, sviluppano con grande generosità di dettagli il complesso intreccio tra i meccanismi predeterminati e i processi olistici che caratterizzano ogni funzione mentale.

In questo intreccio, lo scarto tra ciò che la prospettiva psicologica non riesce a spiegare come risultato di ciò che è innato e predeterminato e ciò che la prospettiva delle neuroscienze non riesce a spiegare come risultato di ciò che è acquisito, ancora nell’ottica di integrazione dei saperi, viene colmato dal contributo della prospettiva delle teorie antropologiche relative al confronto con i nostri antenati e con la loro produzione artistica. In quest’ultima che si manifesta in forme d’arte nelle quali l’oggetto rappresentato si fonde con la sua rappresentazione e non è concepito ancora come simbolo, può trovare dimora allora lo stato mentale creativo che conterrebbe la totale libertà di espressione dell’uomo che si istituisce in una dimensione simile a quella del funzionamento psichico neonatale e che consente la totale libertà interiore contraddistinta dal suo essere inconscia.

Lo stato mentale creativo all’origine della tessitura della trama dello sviluppo dell’intero apparato psichico

Nel tempo che anticipa la rivoluzione simbolica nella quale le specializzazioni funzionali più raffinate si potranno integrare solamente attraverso il processo esperenziale di maturazione ed apprendimento che è un fenomeno esclusivamente sociale, la mente può configurarsi, seguendo le considerazioni sopra esplicitate, come una tabula rasa dove i livelli superiori di elaborazione ovvero quelli neocorticali dove si trova la cognizione devono ancora formarsi.

È in questo tempo dunque che il contributo creativo percorre strade di riflessione psicologica e di comprensione interiore che sono, per gran parte del loro percorso, inconsce così come è inconscio e dunque lontano dalla nostra consapevolezza il lavoro di elaborazione che Calamandrei definisce come quello di un fiume carsico che si muove nel sottosuolo della mente fino a quando, affiorando in superficie, permette alla coscienza di prendere coscienza del lavoro svolto.

Per comprendere allora l’enigma del contributo della creatività nel costituirsi del Sé, Calamandrei ci invita dunque a considerare l’esistenza di questo stato mentale di base antecedente alla costituzione e fruizione della funzione percettiva ed ancora di più di una funzione rappresentativa e a fare lo sforzo di riuscire a far sostare la nostra riflessione su questi primi momenti vitali. È in questi infatti che emerge il primo aspetto del Sé che costituirà la base funzionale per lo sviluppo dell’intero apparato psichico che si continuerà nel processo di soggettivazione narcisistica e si manterrà anche quando sarà maggiormente coinvolto nel processo di intersoggettività. Tutto ciò conduce Calamandrei a poter affermare inoltre che il Sé non è dunque un risultato del processo di crescita realizzato da un apparato psichico che è costruito e che funziona nello stesso modo in ogni individuo ma che al contrario ogni individuo è il proprio apparato psichico e il proprio funzionamento. Ne consegue che lo sviluppo psichico quindi, può essere complessivamente considerato un processo di auto-creazione nel quale l’intera soggettività, con l’insieme delle sue funzioni e delle sue esperienze, viene coinvolta.

Di conseguenza, la costituzione del Sé, dell’apparato psichico, lo sviluppo delle istanze, le identificazioni, in una parola la soggettivazione può definirsi come un lavoro di trasformazione e di appropriazione soggettiva a partire dalla capacità della mente di informarsi sul proprio funzionamento e di rappresentarsi la propria attività rappresentativa.

Questo modo di procedere del contributo creativo nella misura in cui opera nella quasi totale invisibilità alla coscienza può allora essere associato secondo Calamandrei al modo di procedere dello sviluppo del narcisismo che, nelle indicazioni avanzate da Freud in “Introduzione al Narcisismo”, può essere interpretato come fenomeno strettamente connesso a livello biologico ovvero come un elemento sano costitutivo del Sé e delle basi narcisistiche della personalità che si manifesta prima del concepimento strutturale della mente.

In questa prospettiva e particolarmente nei momenti iniziali della vita, dunque, l’instaurarsi del narcisismo e lo strutturarsi del Sé nella misura in cui possiedono, quindi, una loro storia ed una propria evoluzione autonoma di sviluppo rispetto alle dinamiche che si stabiliscono nei confronti dell’oggetto, si legano allora alla concettualizzazione della creatività, confermando l’ipotesi dell’esistenza di un periodo iniziale di narcisismo presente già nel periodo immediatamente successivo alla nascita e prevalente fino alla metà del primo anno di vita in cui l’attività mentale deve per l’appunto strutturarsi e ancora svilupparsi per avere coscienza del proprio funzionamento.

Narcisismo sano e creatività: elementi primitivi a vantaggio del processo di strutturazione del Sé

Stabilito il nesso tra narcisismo e creatività, l’incedere del libro evolve verso le conquiste cognitive più elevate. Queste ultime nell’orizzonte teorico che vede il narcisismo e la creatività come gli elementi di base, i più primitivi che compaiono al primo accenno di organizzazione mentale e di soggettivazione, si strutturano nei processi di funzionamento mentale più complessi il cui progredire è determinato dall’incontro con l’ambiente e con gli oggetti esterni che, dal punto di vista della psicoanalisi, come tutte le stimolazioni interne ed esterne vengono mediate dal legame con la madre.

A questo legame, Calamndrei dedica particolare considerazione in quanto sarà dalla qualità di questo legame che dipenderà l’evoluzione del rapporto madre-bambino e di conseguenza lo sviluppo del narcisismo sano e quindi della creatività che, nella prospettiva avanzata da Calamandrei, concorrendo a pieno titolo entrambe alla strutturazione del Sé, sono fortemente connesse al concetto di Processo Primario e al concetto di Processo Secondario.

Illuminanti a questo proposito le riflessioni di Calamandrei che fruendo dell’ausilio di svariate teorie psicoanalitiche che si sono occupate dell’elaborazione della relazione madre- bambino, pone particolare rilievo ai modelli operativi affettivo-relazionali inconsapevolmente appresi che costituiranno le modalità interiorizzate ed inconsce utilizzate  come guida per i comportamenti relazionali futuri. Tra queste, quella di Shore, per esempio, riuscendo ad individuare nella regolazione affettiva della madre la garanzia per rendere il bambino un individuo sociale, trova il suo fondamento nel meccanismo del  “cross modal matching” che si realizza, per l’appunto, quando l’affettività della madre è strettamente correlata, durante la costituzione del Sé, con lo stato d’animo del neonato e la sua risposta media ed indirizza verso il significato ogni sensazione che deriva dalla sensorialità. Con questo meccanismo, spiega Calamandrei, la madre infatti, da un lato favorisce la percezione interiore quando indica al neonato la forma dinamica ed emotiva che deve valorizzare, dall’altro favorisce la condivisione e la conferma di ciò che il bambino esperisce inducendo in lui un atto percettivo interiore di spostamento e di correlazione e accompagnando il bambino con la condivisione di una sensazione emotiva gli insegna sa creare significati.

Questo meccanismo, inoltre, spiegherebbe anche il meccanismo psicologico di base dell’identificazione che sottolinea Calamandrei, sembra essere infatti in prima istanza molto vicino a quello percettivo quando porta, per l’appunto alla significazione resa quando due rappresentazioni vengono correlate attraverso un atto di percezione interiore con il quale il concetto di identificazione acquisisce lo stesso significato dell’atto dell’appropriarsi soggettivo e del comprenderne la via elaborativa nella quale si sviluppa poi il meccanismo che forma i simboli. .

L’identificazione, afferma Calamndrei è infatti l’apprendere l’atto stesso, il come fare, è cioè l’impadronirsi del procedimento che correlando due stimoli “grezzi” questi, diventano qualcosa di più, accedendo ad un livello superiore di significato. Se poi, questo “nuovo” significato, puntualizza Calamandrei, viene anche condiviso da qualcuno che esterno a noi, diviene simbolico consentendo al bambino di accedere all’altra faccia della medaglia del processo di significazione che è il Processo Secondario. Pertanto è fondamentale evidenziare per Calamndrei una puntualizzazione che riguarda il fenomeno dell’appropriazione soggettiva. A questo proposito, sostiene Calamandrei, sebbene il fenomeno di appropriazione, vada considerato come un’auto-creazione soggettiva, nella misura in cui si manifesta in questa fase iniziale della vita nella quale si sviluppa contemporaneamente anche l’intersoggettività cioè la relazione con la madre, l’oggetto e la sua mente, non bisogna mai dar troppo per scontato raccomanda Calamandrei  come, fin dall’inizio, l’esperienza del pensiero e la sua costruzione, come anche l’appropriazione del significato, siano una co-creazione del rapporto madre-bambino.

In questa co-creazione, l’assenza della fondamentale sintonia affettiva, genererebbe, infatti, come teorizzato da Winnicott e Khan, il sentimento della “separatezza” che rappresenta il fallimento della regolazione degli affetti e viene sperimentato come una lacerazione nel sentimento di continuità nell’esistenza del bambino. In questi termini, la relazione madre bambino costruita con questa sintonia affettiva, rappresenta lo spazio potenziale in cui comincia  l’area dell’esperienza culturale che potrà definirsi sana e non destrutturante per l’adulto solo se la mediazione della madre in questa fase consentirà al bambino di acquisire quella sensazione di sicurezza che gli donerà una predisposizione psicologica all’arricchimento interiore e alla capacità di un’esperienza di condivisione con gli altri di tipo identificativo. Ciò conduce Calamandrei a poter affermare che quando gli investimenti narcisistici sono fluidi ovvero quando sono stati metabolizzati dal bambino in una forma che gli ha concesso l’elaborazione della separazione dalla madre oggetto in termini di autonomia si giunge all’esito favorevole del processo creativo che consisterebbe infatti nella capacità di effettuare un buon passaggio dal Processo Primario al Processo Secondario in modo che il soggetto possa riuscire ad incanalare parte delle energie narcisistiche in modo che non restino patogene e paralizzanti ma al contrario rivolte verso obiettivi creativi socialmente condivisibili.

Sulla differenza tra il pensiero metaforico e il pensiero simbolico: la prospettiva della psicoanalisi

Entrando quindi nel dettaglio dell’analisi del concetto di Processo Primario e del concetto di Processo Secondario che nella costruzione psicoanalitica freudiana definiscono due modalità del processo del pensiero, scrive Calamandrei che il primo concetto, parafrasando Winnicot, coincidendo con la stessa esperienza del vivere conduce all’esplicitazione dell’evoluzione psicologica che avviene nel contesto sociale; il secondo concetto conduce invece all’esplicitazione della costruzione psicologica identitaria del singolo rispetto alla socialità e vedrà l’espansione della creatività nell’area dell’esperienza culturale, con l’acquisizione dei concetti simbolici, con la loro definizione da parte della mente.

In questa prospettiva il Processo Primario si dovrebbe poter considerare, come aveva già teorizzato Freud come una formazione prodotta da eventi naturali spontaneamente e dunque costituito dalla prima esistenza dell’inconscio in cui la parte dell’inconscio che non è stata rimossa è primitiva ed infantile. In questa fase, secondo Freud, ciò che l’uomo esprime attraverso la rappresentazione dell’immagine, infatti, non è che la mera rappresentazione della cosa ovvero la memoria dell’esperienza di una cosa esterna o interna al corpo, accaduta alla sensorialità percettiva, necessariamente inconscia di cui la mente si è poi appropriata.

Nel processo Primario sarebbe dunque presente la modalità del pensiero metaforico che, dal punto di vista della psicoanalisi, rappresenta la capacità cognitiva cerebrale di formare correlazione che espressa attraverso la metafora assume, seguendo le considerazioni di Model riportate da Calamandrei, la funzione fondamentale di interpretare la memoria inconscia delle sensazioni somatiche, proprio perché le memorie emotive formano categorie basate sulla similitudine metaforica. In quest’orizzonte teorico, le metafore si formerebbero quindi, sostiene Calamandrei, proprio nell’interazione tra percezione e motricità e analizzate nella prospettiva che si basa sul concetto di mente incarnata ovvero di mente radicata basilarmente nel corpo, sono rese somiglianti per analogia le cose. Il significato cognitivo delle metafore è dunque strutturale per il pensiero metaforico che è stato per qualche millennio il tipo di pensiero proprio dei cacciatori-raccoglitori fino all’introduzione del linguaggio e ha costituito la fonte della loro immaginazione e creatività. Ciò confermerebbe come sostenuto da Calamandrei, che la competenza qualitativamente più elevata dell’elaborazione cognitiva non sembra essere coinvolta nella creazione primitiva delle immagini, avallando dunque l’esistenza dello stato mentale inconscio in cui opera la creatività.

Pertanto, seguendo ancora le teorizzazioni di Freud si determina un cambiamento qualitativo nel processo di pensiero quando alla sola rappresentazione della cosa nell’immagine, si aggiunge una denominazione ovvero la rappresentazione di parola che consentirebbe il passaggio dal Processo Primario al Processo Secondario. E’ quest’ultimo che per Freud è preconscio, più adulto e civilizzato ad essere caratterizzato dal linguaggio. Ne consegue che la rappresentazione verbale gioca dunque un ruolo importante di associazione significativa che vede nel Processo Secondario lo stabilirsi di un legame che connette le due rappresentazioni “cosa” e “parola” e attraverso il quale la capacità manifestata dalla mente nel produrre questo accoppiamento genera la creazione dell’organizzazione superiore. Nelle teorizzazioni di Freud, è dunque già esplicita la comprensione che nella formazione del Processo Secondario il linguaggio non è un semplice atto di denominazione ma un esprimersi attraverso le parole che si configura come una modalità di pensiero che ha un ruolo essenziale seppur non esclusivo nello sviluppo della funzione simbolica attraverso la quale l’acquisizione dei concetti simbolici che come noto rimanda alla rivoluzione sintattica o come la definisce Calamandrei rivoluzione dello scambio, costituisce anche il presupposto dell’intersoggettività nella misura in cui rappresenta una modalità del linguaggio attraverso la quale il Sé si modella in senso cognitivo rispetto all’interazione con gli altri Sé al fine di una condivisione di significato attribuita all’oggetto a cui il simbolo rimanda. Il simbolo, a differenza della metafora che sostituisce un termine proprio con uno figurato, rimanda a qualsiasi elemento atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile ma capace di evocarla.

Nell’elaborazione del pensiero simbolico, di conseguenza, a differenza dell’elaborazione del pensiero metaforico, l’oggetto perde le sue caratteristiche individuali per trasformarsi in una rappresentazione che contiene tutte le possibili variazioni dell’oggetto. La capacità di trasmissione di tali rappresentazioni generate da un’attività mentale individuale ad altre menti dipende dalla condivisione dell’esperienza che deve essere simile per tutte le menti e che rimanda al concetto di ambiente culturale condiviso. La rappresentazione verbale, quindi, consente di comprendere in maniera cosciente ciò che avviene internamente, rendendosi palese come qualcosa che viene dall’esterno.

Strade di identità creatività oggi: generare e condividere un mondo nell’indistinzione dei limiti tra noi e gli altri percorrendo lo spazio evolutivo del pensiero simbolico e del linguaggio

Come sintetizzato da Calamndrei, dato che il simbolismo è un’acquisizione intersoggettiva che deve quindi essere appresa, il linguaggio è anche lo strumento che dall’esterno plasma la nostra mente e che, fin dai tempi antichi, noi tutti utilizziamo per pensare con noi stessi al modo in cui pensano gli altri. Da questo meccanismo Calamandrei ci invita a poter dedurre che tutto ciò che può determinare la nostra comprensione, anche degli stati emotivi interni, è qualcosa che abbiamo già percepito, che proviene dall’esterno, che è simbolico e sociale, appreso nel rapporto materno prima e riflesso nel rapporto con gli altri poi.

In questa prospettiva si può allora condividere la tesi secondo la quale l’elemento determinante per il progresso della nostra specie è stata la conquista cognitiva di poter mantenere un’intesa tra due persone su di uno stesso obiettivo quale un’unità di intenti o di emozioni e significati e quindi di poter imparare ad utilizzare i simboli, sviluppando il Processo Secondario e poi potersi esprimere compiutamente attraverso il linguaggio. È in questi termini che la teoria psicoanalitica seppur non si è occupata molto della formazione del linguaggio ma solamente del suo aspetto razionale, anche se ha sempre sottolineato il potere evocativo delle parole, in quanto intimamente connesse con il loro essere degli atti senso-motori, ritiene che l’intenzionalità e l’emotività inconscia siano una forma di pensiero che può essere comunicata e percepita, compresa da un’altra persona attraverso una relazione identificativa tale per cui la nicchia ecologica in cui si è sviluppato l’uomo è stata modellata, fin dall’inizio, dalla sua capacità di intenzionalità inconscia condivisa.

In tale relazione, afferma Calamandrei, Il Sé partecipa e modella l’ambiente umano e viene alterato da ciò che percepisce, ma è anche vero che ciò che percepisce è una creazione del Sé. In questo gioco di contaminazione di strutturazione interna ed esterna i cambiamenti psicologici sono sinonimo di crescita solo in persone che hanno la capacità di integrare le nuove esperienze e si sanno modificare. Ne consegue che la costituzione del Sé non è mai definitiva ma costantemente soggetta a cambiamenti per i quali come Calamandrei ha ampiamente argomentato l’interazione con l’ambiente procede attraverso l’attivazione di nuove funzioni o lo sviluppo di nuovi pensieri il cui evolversi dipende da quell’attività mentale spontanea attraverso la quale la mente si auto-costruisce fin dalle prime percezioni, attraverso il processo di appropriazione soggettiva.

Questo potenziale di auto-creazione opera soprattutto durante l ‘acquisizione della metafora prima e del simbolo verbale poi quando cioè trasforma la sensazione corporea in strumento cognitivo per comprendere il mondo circostante. Infatti, se la metafora costituisce la base del pensiero inconscio ed è uno strumento a sostegno del processo di identificazione e soggettivazione, il simbolo costituisce l’emblema della comunicazione umana in quanto, come afferma Calamandrei solo gli uomini comunicano utilizzando simboli e pensare per simboli è dunque ciò che ci rende essenzialmente esseri umani.

Il pensiero simbolico, quindi, emerge insieme con i cambiamenti anatomici del cervello, della società e della comunicazione collettiva agli albori dell’umanità, per evolvere poi compiutamente attraverso la scoperta e l’utilizzo del linguaggio definito nella prospettiva antropologica “pieno” o complesso.

Quando il linguaggio è divenuto “pieno” dal punto di vista psicologico, sostiene Calamandrei, significa che la nostra mente è andata incontro a modificazioni, in quanto ascoltare e capire qualcuno che sta parlando con noi, ci consente di identificarci, di diventare l’altro o piuttosto di lasciare che l’altro diventi per un breve istante parte di noi.

Il linguaggio pertanto, da quando si è sviluppato, è stato l’agente fondamentale dell’articolazione della complessità delle esperienze e dei processi di pensiero, poiché ne ha reso espliciti gli elementi e i nessi, rendendo possibile l’organizzazione strutturale della mente in cui ogni vera creatività si manifesta allora nei cambiamenti interiori e costringe la mente a spingersi oltre i limiti delle proprie possibilità già raggiunte.

Probabilmente, insomma, afferma Calamandrei, senza il linguaggio o qualche altra forma di significazione senso-motoria che strutturasse il processo del pensiero, l’umanità non si sarebbe evoluta oltre il Processo Primario.

Da ciò consegue che il funzionamento mentale, nel suo strutturarsi evolve dalla necessità di creare legami differenzianti dall’esperienza globale primitiva attraverso un conoscere insieme. Ciò implica per Camalmandrei che una caratteristica particolare del nostro cambiamento psicologico e della crescita della mente è dunque il suo manifestarsi sul limite della interazione con gli altri che costituisce lo spazio dove ciò che avviene è già un fenomeno intersoggettivo, in quanto si realizza in una condivisione che implica le identificazioni incrociate che includono anche quella parte di mondo che si costituisce come “non-me” e che esige inevitabilmente, un cambiamento interno per essere integrato.

In quest’ottica, lo spazio dell’esperienza culturale è allora l’area dove si realizza la coscienza di Sé e delle relazioni interpersonali, dove queste vivono attraverso le identificazioni e l’empatia. Pertanto, raggiungere un’ identità creativa afferma Calamadrei significa dunque scambiare emozioni attraverso le identificazioni ed è in questi termini che l’ identità creativa può configurarsi per Calamandrei come il confronto in cui il nostro Sé si integra nello scambio delle identificazioni, si eleva nel livello di comprensione, grazie all’indistinzione dei limiti tra noi e gli altri, quando cioè lasciamo l’opportunità che nell’incontro venga concessa un’occasione per l’attività creativa inconscia.

Concludendo il libro di Calamandrei si potrebbe definire come un lungo viaggio orientato non alla ricerca dei presupposti psicologici e neuro-scientifici della costituzione dell’ identità creativa ma indirizzato all’ esplicitazione degli stessi come assunti a partire dai quali è possibile, seguendo una mappatura ben definita dalle traiettorie delle strade percorse dalla teoria psicoanalitica, dalle conoscenze neuro-scientifiche e dalle teorie prodotte da tutti gli altri contributi disciplinari, giungere ad un comune punto d’arrivo in cui la concettualizzazione della locuzione di identità creativa potrebbe essere considerata come una delle più arcaiche intuizioni dell’umanità in quanto è nell’ accezione creativa che l’identità può configurarsi come l’ unica possibilità di evoluzione per l’essere umano dai tempi in cui può definirsi tale e al contempo come l’unica possibilità di non estinzione per il genere umano oggi a condizione però che se si acquisisca il significato attribuito da Calamandrei alla creatività che nella sua spontaneità e libertà di procedere concede all’ identità la capacità di effettuare un cambiamento ogni volta che è necessario consentendoci di non regredire nello stato dell’indistinto fusionale dal quale con tanta fatica ci siamo evoluti.

Autoipnosi e tumore al seno: insegnare l’autoipnosi migliora la qualità della vita

“Apprendere tecniche di autoipnosi migliora la qualità della vita dei pazienti con diagnosi di tumore al seno. A sostenerlo è un interessante articolo (Forester-Miller, 2017), recentemente pubblicato sull’American Journal of Clinical Hypnosis

 

Le pazienti che ricevono una diagnosi di tumore al seno vengono introdotte in percorsi di terapia con un certo livello di complessità. Spesso si trovano ad affrontare diversi tipi di esami, alcuni dei quali invasivi, visite, consulti, operazioni e trattamenti. Tali trattamenti possono portare a effetti collaterali indesiderati come affaticabilità, ansia, dolore, insonnia, perdita dei capelli, vampate di calore e cambiamenti nel peso, nella funzione sessuale e nei rapporti familiari e sociali che si sommano alle preoccupazioni per il proprio futuro e per la propria salute.

Di fronte a questa situazione e alla prospettiva del percorso di cura, alcune pazienti riportano di sentirsi sopraffatte perché sentono ridursi il grado di controllo sulle loro vite. A fronte di queste reazioni emotive, molte donne sentono il bisogno di tornare a sentirsi attive nel prendersi cura della loro salute psico-fisica.

Autoipnosi: effetti su pazienti con tumore al seno

Diversi studi in passato hanno osservato l’efficacia dell’ ipnosi in campo oncologico: riduzione del dolore, più rapida guarigione delle ferite chirurgiche, riduzione dello stress e miglioramento del benessere motivo, migliore gestione degli effetti collaterali delle terapie). Lo studio di  Forester-Miller, 2017  è particolarmente interessante perché dimostra l’efficacia in particolare dell’ autoipnosi.

23 donne che avevano ricevuto diagnosi di tumore al seno hanno partecipato ad un programma di quattro incontri di formazione all’ autoipnosi in piccoli gruppi (massimo 10 partecipanti)  della durata di 90 minuti ciascuno. Nel corso della formazione, oltre a fornire brevi cenni teorici sulla materia, si è insegnato alle partecipanti a raggiungere lo stato di trance ed ad utilizzare il linguaggio in modo funzionale per se stesse, così da darsi le suggestioni più adatte a favorire il processo di guarigione. Gli effetti dell’intervento con autoipnosi sono stati misurati attraverso un questionario specifico sulla qualità della vita di pazienti affette da tumore al seno.

I risultati, hanno mostrato cambiamenti significativi in diverse misure di qualità della vita. Dopo aver concluso la formazione, le partecipanti si sono sentite meno disturbate dagli effetti collaterali del trattamento, meno spaventate dalla malattia o dalla morte (un pensiero spesso frequente in questa popolazione), più allegre e rilassate. Inoltre hanno riportato di dormire meglio, di godere di più delle attività piacevoli e più in generale di essere più felici nelle vite che vivevano.

Dal punto di vista fisico le partecipanti, dopo l’intervento con autoipnosi, hanno riportato meno episodi di affanno e meno gonfiore insieme a miglioramenti sulla percezione di se stesse come sessualmente attraenti.

Alla luce di tali osservazioni, l’autore supporta l’utilizzo dell’ autoipnosi come strumento per il miglioramento del benessere psicofisico delle donne che attraversano percorsi di cura per il tumore al seno e sottolineano come la brevità dell’intervento e la possibilità di erogarlo a gruppi di pazienti lo rendano una scelta conveniente per le strutture sanitarie.

Tali risultati si aggiungono al crescente volume di ricerca che supporta l’uso dell’ ipnosi e dell’ autoipnosi come metodica per migliorare lo stato di salute psicofisica dei pazienti che hanno ricevuto diagnosi oncologiche, sottolineando quanto le reazioni emotive possano e debbano essere parte integrante della cura.

Non voglio una vita spericolata: differenze individuali nel Personal Need For Structure

Una delle variabili psicologiche che influenza il modo di categorizzare la realtà è il Personal Need for Structure (PNS) teorizzato da Thompson, Naccarato, Parker, & Moskowitz (2001). Secondo gli autori, gli individui con un alto livello di Personal Need for Structure sono costituzionalmente portati a preferire l’ordine, la chiarezza e la definizione nelle situazioni quotidiane, sono poco attratti dalla possibilità di mettere in discussione e cambiare attitudini, pensieri e comportamenti e reagiscono con ansia e fastidio di fronte all’ambiguità e all’imprevedibilità (Thompson et al., 2001).

Giulia Anna Aldi, OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva di Firenze (SCF)

 

Il bisogno di categorizzare la realtà in strutture mentali ordinate e dotate di senso è una prerogativa fondamentale di ogni essere umano, in quanto siamo incessantemente bombardati da un fuoco incrociato di informazioni provenienti dall’ambiente in cui viviamo, dagli altri e da noi stessi. Se non potessimo elaborare e rappresentare la realtà secondo strutture cognitive dotate di senso ci sarebbe impossibile muoverci all’interno di essa e finiremmo per percepire il mondo come un inimmaginabile, spaventoso e paralizzante caos. Per struttura cognitiva si intende la creazione e l’uso delle rappresentazioni mentali (schemi, prototipi, scripts, atteggiamenti, stereotipi) che sono semplificazioni generalizzate delle esperienze. Sebbene la conoscenza che deriva da queste strutture non possa essere applicata a tutte le situazioni e non sia sempre accurata, essa ci permette di trarre conclusioni su un evento in tempi ragionevolmente brevi e senza spendere un’enorme quantità di energie cognitive nel tentativo (Neuberg & Newsom, 1993).

Esiste una generale tendenza a vivere le situazioni imprevedibili ed incerte come ansiogene e stressanti, in quanto questo tipo di eventi viola l’ancestrale bisogno umano di trovarsi in un ambiente prevedibile e strutturato, che possa favorire l’adattamento e la sopravvivenza dell’individuo (Rietzchel, De Dreu, & Nijstad, 2007). Questa tendenza, però, non è presente in tutti allo stesso modo, ma ci sono differenze individuali sia nella frequenza con cui le persone categorizzano le informazioni in strutture definite, sia nella modalità con cui reagiscono di fronte alla mancanza di chiarezza ed ordine (Neuberg et al., 1993).

Il Personal Need for Structure: descrizione del costrutto e strumento di misura

Una delle variabili psicologiche che influenza il modo di categorizzare la realtà è il Personal Need for Structure (PNS) teorizzato da Thompson, Naccarato, Parker, & Moskowitz (2001). Secondo gli autori, gli individui con un alto livello di Personal Need for Structure sono costituzionalmente portati a preferire l’ordine, la chiarezza e la definizione nelle situazioni quotidiane, sono poco attratti dalla possibilità di mettere in discussione e cambiare attitudini, pensieri e comportamenti e reagiscono con ansia e fastidio di fronte all’ambiguità e all’imprevedibilità (Thompson et al., 2001). Inoltre, questi soggetti si mostrano rigidi, caratterizzati da una tipologia di pensiero del tipo “bianco o nero” che non prende in considerazione sfaccettature troppo complesse e tendono ad evitare informazioni ambigue (Cavazos, Judice-Campbell, & Ditzfeld; 2012).

Il livello di Personal Need For Structure si misura tramite l’omonimo questionario autosomministrato sviluppato dal gruppo di ricerca di Thompson, Neuberg e Naccarato (Naccarato & Parker, 1989; Neuberg et al., 1993; Thompson et al., 2001) e adattato in italiano da Vannucci, Mazzoni e Cartocci (2011). Il questionario è composto da 12 items a cui il soggetto dà un punteggio da 1 (completamente in disaccordo) a 6 (completamente d’accordo); un alto punteggio indica un elevato livello di Personal Need For Structure. Tale costrutto è composto da due fattori, misurati da due sottoscale: il bisogno di struttura (“Need for simple structure”) e la risposta alla mancanza di struttura (“Response to a lack of structure). Il primo fattore riguarda la preferenza verso ciò che è prevedibile, semplice e ben organizzato, per cui individui con alti punteggi in questa sottoscala preferiscono avere una vita strutturata e lineare e si trovano d’accordo con affermazioni tipo:
“Penso che una routine regolare mi metta in grado di godermi maggiormente la vita”; “Sono felice di avere uno stile di vita chiaro e strutturato”; “Mi piace avere una collocazione per tutto e che tutto sia al proprio posto”.

Il fattore “Response to a lack of structure”, invece, descrive la tendenza a reagire con emozioni negative e disagio di fronte alle situazioni imprevedibili e non organizzate. Persone con un alto punteggio in questa scala esprimono accordo per items come: “Non mi piacciono le situazioni incerte”; “Odio cambiare i miei programmi all’ultimo momento”; “Odio stare con persone imprevedibili”; “Mi sento a disagio quando in una situazione le regole non sono chiare”, mentre sono in disaccordo con affermazioni del tipo: “Mi piace l’allegria dovuta al trovarmi in una situazione imprevedibile”.

Personal Need for Structure e processi cognitivi: dalla percezione di categorie illusorie alla formazione di stereotipi

Ma qual è l’utilità di questo costrutto? Una crescente letteratura ha tentato di mettere in relazione il livello di Personal Need for Structure con altre variabili psicologiche, per analizzare quali sono le caratteristiche dei soggetti con alto Personal Need for Structure.

Alcune ricerche hanno dimostrato che il Personal Need for Structure influenza innanzitutto il modo in cui elaboriamo le informazioni a livello prettamente percettivo (Vannucci et al., 2011; Whitson & Galinsky, 2008). In un interessante esperimento di Vannucci et al. (2011), ad esempio, soggetti con alti livelli di Personal Need for Structure sono stati sottoposti ad un task al computer che consisteva nel cercare di identificare immagini di oggetti la cui nitidezza era stata alterata a vari livelli. I soggetti potevano provare ad identificare subito l’oggetto, oppure dire “non so” e tentare di farlo ad una condizione di minore ambiguità. Immediatamente prima di essere sottoposti al task, tutti i soggetti avevano partecipato ad un altro compito durante il quale i soggetti sperimentali avevano ricevuto feedback del tutto casuali rispetto alla correttezza delle proprie risposte, trovandosi quindi in una situazione percepita come “fuori controllo”; i soggetti di controllo, invece, non avevano ricevuto alcun feedback ed erano stati spronati a dare la risposta più istintiva possibile senza preoccuparsi della sua accuratezza.

I risultati hanno mostrato che i soggetti nella condizione di mancanza di controllo tendevano a tentare identificazioni più precoci rispetto ai controlli, cercando di categorizzare anche gli stimoli più ambigui; le risposte di controlli e soggetti sperimentali, però, non differivano nel livello di accuratezza. In pratica, l’elevato bisogno di struttura spingeva i soggetti con alto Personal Need for Structure che si trovavano in una situazione fuori dal loro controllo a cercare di eliminare l’ambiguità il prima possibile, “costruendo” una percezione illusoria di struttura a partire da uno stimolo che, nella realtà, ne era privo (Vannucci et al., 2011).

Questa modalità di affrontare la realtà creando categorie illusorie sembra presentarsi anche sottoforma di caratteristiche più squisitamente cognitive. In uno studio ormai datato (Smith & Gordon, 1998) i soggetti con più alti punteggi di Personal Need for Structure, rispetto a quelli con punteggi più bassi, riportavano atteggiamenti più negativi nei confronti di persone omosessuali; gli autori hanno spiegato questo dato affermando che il bisogno di semplificazione e categorizzazione gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel mantenimento di stereotipi. Uno studio più recente (Clow & Esses, 2005) ha confermato che i soggetti con alto Personal Need for Structure tendono a sviluppare stereotipi meno accurati di fronte a persone sconosciute e che il fatto di ottenere più informazioni sull’oggetto dello stereotipo non modifica il loro punto di vista.

Coerentemente con questi dati, alti livelli di Personal Need for Structure sembrano correlare positivamente con alta rigidità cognitiva e scarsa adattabilità (Hamtiaux & Houssemand, 2012) e negativamente con apertura mentale (Sarmany-Schuller, 2000; Schaller, Boyd, Yohannes, & O’Brien, 1995) e tolleranza all’ambiguità/incertezza (DeRoma, Martin, & Kessler, 2003).

Personal need for structure e creatività: il disegno degli alieni

In questa cornice, non stupisce scoprire che gli individui con alti livelli di Personal Need for Structure sembrano avere difficoltà nei compiti che richiedono creatività (Thompson et al., 2001); ad esempio, potrebbero avere notevoli difficoltà nel disegnare un alieno, partorendone, dopo molto sforzo, uno poco dettagliato e originale (Rietzchel, Slijkhuis, & Van Yperen, 2014).

Un disastro, quindi? Non sempre. Studi più recenti (Rietzchel et al., 2014; Rietzchel et al., 2007) hanno messo almeno in parte in discussione l’idea che alti livelli di Personal Need for Structure si associno a performance peggiori in compiti creativi. Secondo l’autore, infatti, un alto livello di Personal Need for Structure sarebbe correlato a bassi livelli di creatività solo se accompagnato da alti livelli di un altro costrutto: la paura dell’invalidazione o “Personal Fear of Invalidity” (PFI, Thomson et al., 2001), cioè la paura di prendere una decisione sbagliata e quindi pagarne le conseguenze. Gli individui con alta PFI avrebbero la tendenza a preoccuparsi molto prima di prendere una decisione e ad essere di conseguenza indecisi e titubanti.

Un individuo con alti livelli di Personal Need for Structure e di PFI, messo di fronte ad una situazione ambigua e destrutturata, cadrebbe in contraddizione: da una parte il suo forte desiderio di struttura lo spingerebbe alla ricerca di una soluzione semplice e logica, dall’altra la paura di sbagliare lo costringerebbe a complicare il problema vagliando tutte le soluzioni possibili, in una spirale di ansia che inibirebbe il pensiero creativo. Gli individui con alto Personal Need for Structure ma bassa PFI, invece, strutturerebbero in maniera semplice e veloce il problema e sarebbero più focalizzati sulla ricerca di una soluzione, in quanto questa ridurrebbe lo stato di ambiguità in cui si trovano a disagio; pensando in modo sistematico e non casuale, alla fine produrrebbero più idee, tra le quali probabilmente almeno alcune finirebbero per essere originali (Rietzchel et al., 2007).

Dunque, anche i soggetti con alti livelli di Personal Need for Structure possono essere creativi, a modo loro. Se poi il compito richiesto è altamente strutturato, nel senso che richiede sì la produzione di idee originali, ma la procedura è descritta in modo dettagliato e si sviluppa in modo logico e sequenziale, i soggetti con alto Personal Need for Structure avranno la loro rivincita, dimostrando di essere in grado di disegnare originalissimi alieni (Rietzchel et al., 2014).

Personal Need For Structure: implicazioni cliniche

Fino a questo momento abbiamo detto che i soggetti con alti livelli di Personal Need for Structure funzionano meglio di fronte a situazioni strutturate e di cui percepiscono il controllo, mentre reagiscono con disagio di fronte all’incertezza e all’ambiguità, cercando in tutti i modi di “infilare” la nuova situazione in un “cassetto” vecchio, oppure creandone uno nuovo a tutti i costi, anche se illusorio. Ma cosa succede quando nessuna di queste operazioni è possibile?

La risposta a questa domanda sembra avere importanti implicazioni anche dal punto di vista clinico. Innanzitutto, vari studi hanno evidenziato che esiste un’associazione positiva tra alti punteggi alla sottoscala “Response to a lack of structure” e alti livelli di ansia (Neuberg et al., 1993; Sollár, 2008; Prokopcakova, 2015).

Inoltre, alti livelli di Personal Need for Structure sono risultati associati positivamente ad una mancanza di processi creativi di fronte alla consapevolezza della propria mortalità (Routledge & Juhl, 2012) e negativamente all’ottimismo (Prokopcakova, 2015).

Tenendo conto di questi dati, tale persistente modalità di pensiero rigida e inflessibile, unita alla mancanza di creatività di fronte ai problemi della vita e ad un’elevata intolleranza all’incertezza, potrebbe persino aumentare il rischio di suicidio in soggetti già predisposti; infatti, alti livelli di Personal Need for Structure si sono rivelati predittori di tentativi di suicidio in un campione di ex-offenders affetti da Disturbo da Uso di Sostanze (Majer, Beasley, & Jason, 2015).

A livello terapeutico, perciò, valutare il Personal Need for Structure potrebbe essere utile e doveroso, in modo da poter agire sui processi cognitivi per renderli più flessibili, aiutando il paziente a sviluppare creatività e tolleranza all’incertezza, e a creare nuovi punti di vista su di sè, gli altri e il mondo. Magari anche disegnando bellissimi alieni, perchè no?

Il cervello traumatizzato: come il trauma altera le funzioni cerebrali

Mentre le reazioni al trauma possono variare notevolmente e non tutti svilupperanno disturbi post-traumatici da stress, il trauma può modificare il cervello in maniera prevedibile: tre in particolare sembrano i cambiamenti più importanti in un cervello traumatizzato.

 

Recentemente è stato affrontato su Your Tango, una rivista nazionale di lifestyle, il tema del disturbo da stress post-traumatico (DPTS). Jennifer Sweeton, psicologa clinica ed esperta internazionale di trauma e disturbi d’ansia, sostiene che circa il 50% della popolazione sperimenterà un evento traumatico ad un certo punto della vita. Mentre le reazioni al trauma possono variare notevolmente e non tutti svilupperanno disturbi post-traumatici da stress, il trauma può modificare il cervello in maniera prevedibile.

Trauma e cervello: i cambiamenti nel cervello traumatizzato

Una maggiore consapevolezza, è essenziale per poter richiedere il giusto trattamento per affrontare i sintomi del disturbo da stress post-traumatico. Anzitutto è importante comprendere che un cervello traumatizzato si comporta in modo differente proprio in quanto risultato di eventi traumatici. Infatti, proprio come il cervello cambia in risposta alle esperienze passate con il mondo, può cambiare anche in risposta alla previsione di quelle future. In altre parole, il cervello è plastico e può subire cambiamenti.

Il trauma può alterare il funzionamento cerebrale in molti modi, ma tre dei cambiamenti più importanti nel cervello traumatizzato sembrano verificarsi nelle seguenti aree:

  1. La corteccia prefrontale (PFC);
  2. La corteccia cingolata anteriore (ACC)
  3. L’amigdala

La PFC è la parte anteriore del lobo frontale del cervello. È implicata in diverse attività che includono il pensiero razionale, la risoluzione dei problemi, l’espressione della personalità, la pianificazione, l’empatia e la moderazione della condotta sociale. Quando questa zona del cervello funziona in modo adeguato, siamo in grado di pensare chiaramente, di prendere buone decisioni e di avere una buona essere consapevolezza di noi stessi e degli altri.

L’ACC è la parte della corteccia cerebrale situata nella regione superiore della superficie mediale dei lobi frontali, sopra il corpo calloso. Questa zona è responsabile (in parte) della regolazione delle emozioni. Quando questa regione funziona in modo adeguato, siamo in grado di gestire i pensieri e le emozioni difficili senza esserne totalmente sopraffatti.

Infine, l’amigdala e’ una piccola struttura del cervello che fa parte del sistema limbico ed e’ coinvolta nella gestione delle emozioni, tra cui la paura. Questa zona subcorticale agisce al di fuori della consapevolezza o del controllo cosciente e il suo compito primario è quello di ricevere tutte le informazioni in entrata – tutto ciò che viene visto, sentito, toccato, gli odori e il gusto – e risponde a una domanda: “È una minaccia?” Se rileva la presenza di una minaccia, di un pericolo, attiva la sensazione di paura e ci rende vigili e reattivi.

Il cervello traumatizzato sembra diverso da quello non traumatizzato perché vi sarebbe da una parte scarsa attivazione della corteccia prefrontale e della corteccia cingolata anteriore, e dall’altra un’iperattivazione dell’amigdala.

In altre parole, se si subisce un trauma ed emergono sintomi del disturbo da stress post traumatico, si può verificare stress cronico, esagerate risposte di allarme, ipervigilanza, paura, irritabilità o scoppi di collera. Potrebbero emergere anche difficoltà nel mantenere la calma e difficoltà ad addormentarsi. Il soggetto non si sente al sicuro. Questi sintomi sono plausibilmente correlati a un’iperattivazione dell’amigdala. Allo stesso tempo, gli individui traumatizzati possono avere difficoltà di concentrazione e di attenzione prolungata e, spesso, riportano di non essere in grado di pensare in maniera lucida: sintomi plausibilmente correlati alla scarsa attivazione della corteccia prefrontale nel cervello traumatizzato.

Infine, chi sperimenta i sintomi del disturbo da stress post traumatico a volte lamenta di sentirsi incapace di gestire le proprie emozioni. Questo aspetto rimanda a una disfunzione del sistema di regolazione emotiva.

La Sweeton afferma che:

La miglior cosa da fare nel caso di insorgenza di disturbo post-traumatico da stress è rivolgersi alla psicoterapia, utilizzando metodi evidence-based.

 

La relazione terapeutica è traumatica o il trauma è la vera relazione? – Roberto Lorenzini sul dibattito Trauma & Relazione

Intervengo a mia volta nel dibattito sul trauma e relazione terapeutica. Gli articoli che mi hanno preceduto sono pieni di preoccupazioni. Stante che non mi turba il sonno, la mia preoccupazione aumenta quanto sento i giovani colleghi in formazione affermare “qui gli ho fatto un po’ di ACT”, “serve proprio della Sensory o dell’EMDR, o almeno una bella imagery with rescripting”…


Il dibattito su Trauma e Relazione Terapeutica:

  1. Lo spettro del trauma che si aggira per il mondo (della psicoterapia) – 25 Maggio 2017
  2. Come non avere paura dello spettro del trauma – di Benedetto Farina – 04 Luglio 2017
  3. Il paradigma psicotraumatologico, in risposta a Benedetto Farina – 06 Luglio 2017
  4. Trauma e Relazione Terapeutica: in risposta a Benedetto Farina – Pt. 2 – 13 Luglio 2017
  5. L’Alleanza terapeutica: intervento di Fabio Monticelli nel dibattito su trauma e relazione – 14 Luglio 2017

Mi preoccupo non perché sia contrario per principio, anzi ritengo che  l’uso corretto di tali tecniche di provata efficacia sia proprio quello appunto di tecniche, ma perché vedo il rischio di prescindere da una formulazione del caso coerente. Il rischio è l’assenza di una formulazione complessiva e unitaria del funzionamento del paziente secondo un modello epistemologico che non può mutare per ogni singolo aspetto generando un vestito di Arlecchino di varie ipotesi ad hoc.

In terapia si può fare ciò che si vuole. Più invecchio e più trovo inutili regole e regolette come pure molte liturgiche norme del setting.  Persino gli osannati protocolli iniziano a farmi lo stesso effetto della corazzata Kotiomkin al compianto Fantozzi. Si può fare ciò che si vuole con due limitazioni: che il protocollo sia scelto in base ad una teoria esplicativa del caso e che se ne possa verificare l’efficacia. Insomma bisogna sapere perché si fa una cosa e valutare se funziona (a proposito della relazione terapeutica, credo, Sant’Agostino diceva “ama e fa quello che vuoi”).

A tutto questo si aggiunge il problema del trauma. I riflettori sul trauma li ha certamente accesi la EMDR (per i lettori non addentro alle tecniche di psicoterapia, l’EMDR è una tecnica di stimolazione oculare efficace per i postumi psicologici del trauma e significa “eye movement desensitization reprocessing”) con la sua meticolosità tecnica e i clamorosi risultati nei grandi traumi. Io stesso ho frequentato il primo livello e sono stato contagiato dall’entusiasmo dei neofiti che mi verrebbe da chiamare talvolta adepti, mitigato solo dalla ricorrente immagine intrusiva di un personaggio televisivo della mia generazione, il mago Giucas Casella che chiedeva “a me gli occhi”. Il che non mi aiutava a praticare la stimolazione visiva manuale senza rischiare di ridere, procrastinando così l’accesso al secondo livello e facendomi approdare alle acque per me più navigabili dell’imagery with rescripting.

Sono convinto che l’EMDR col tempo tornerà ad essere  un importantissimo strumento della terapia cognitiva e che  l’innamoramento iniziale si trasformerà  in solido amore, mentre ora sta attraversando lo stesso destino di molte altre geniali intuizioni che si sono succedute nel tempo.

Diffidare da chi ha capito tutto

Le teorie hanno un focus di applicazione rispetto cui sono estremamente euristiche e clinicamente efficaci. Ma tanto più sono belle, eleganti  e innovative, più ce ne innamoriamo e più si tende a forzarne l’applicazione prima in campi limitrofi e poi sempre più lontani sottomettendo i fatti alla teoria per l’affezione che si ha per essa. L’effetto –scusatemi per questa metafora boccaccesca alla quale sono probabilmente da troppo tempo innamorato e che non riesco a non citare un po’ troppo spesso, me ne rendo conto- è da pelle del sacco scrotale dei genitali maschili, pelle che se tirata cede e arriva un po’ ovunque ma  perde la sua originaria utilità e funzione. Questo effetto abbiamo osservato di frequente nel cognitivismo nostrano. L’attaccamento, costrutto utilissimo nello spiegare le relazioni esclusive della primissima infanzia, è stato utilizzato per dar ragione di tutte le molto più complesse relazioni dell’età adulta e talvolta di tutta la psicopatologia. Stessa sorte è toccata alla “metacognizione”, al “rimuginio” , alla “massimizzazione della capacità predittiva”, e così via. Si può dire che non ci sia teorico italiano, forse per la nostra naturale tendenza a creare spiegazioni omnicomprensive e a divertirci con i massimi sistemi e le speculazioni assolute che non abbia nascosta nell’armadio qualche sua colpa omniesplicativa.

Nel mio caso hanno persino generato dei libri di cui sento tardivamente il dovere di chiedere scusa ai lettori e agli alberi abbattuti. Ora rischiamo che la storia si ripeta con l’EMDR, una tecnica che ha mostrato risultati sorprendenti sul disturbo post traumatico da stress facendoci gridare al miracolo e accorrere numerosi ai corsi di formazione nella speranza da un lato di risparmiare fiato e rinforzare i muscoli delle braccia, dall’altro di aiutare i numerosi pazienti che pur comprendendo e condividendo le nostre spiegazioni, continuano a tribolare, facendoci sentire impotenti con la nostra tradizionale attrezzatura.

Quale può essere un utilizzo sensato della tecnica EMDR all’interno di un intervento di terapia cognitiva e comportamentale? Immaginiamo una corretta formulazione del caso. Due, a mio avviso, sono gli aspetti centrali che orientano poi l’intervento. In primo luogo i pensieri disfunzionali (che io chiamo l’antiscopo e qualcun altro stato doloroso o chiamatelo come vi pare) che guida in negativo tutto il comportamento del soggetto, ovvero quello stato mentale composto di percezioni esterne e un pattern di emozioni e valutazioni che il soggetto reputa intollerabile e, ad un certo punto della sua esistenza, ha deciso di non voler sperimentare mai più costi quel che costi e che chiameremo per semplicità “il mostro”.

In secondo luogo le strategie cognitivo comportamentali che il soggetto utilizza  in quella fuga senza fine che informa tutta la sua vita per mettere più distanza possibile, che tuttavia non basta mai, tra sé e il mostro.

Traumatizzato a chi?

È verosimile ipotizzare che “il mostro” sia modellato su una esperienza traumatica, senza dimenticare tuttavia che può essere stato vissuto con tale drammaticità perché preceduto da eventi simili che avevano già sensibilizzato l’individuo. Comunque per questo è già previsto nella stessa tecnica EMDR di cercare di risalire ad esperienze sempre più precoci che abbiano aumentato la vulnerabilità individuale a quel tipo di evento stressante.

Un tempo credevo che  il timore maggiore riguardasse l’ignoto, il non conosciuto (ad esempio, la morte) di fronte al quale non abbiamo capacità predittiva e schemi  per gestirlo. Pensavo che si potesse temere un certo stato non perché lo si è sperimentato drammaticamente, ma semplicemente perché non lo si è mai sperimentato, neppure a piccole dosi ed è dunque del tutto imprevedibile e ingestibile. A partire da questa ipotesi in terapia tradizionalmente sostituivo l’evitamento del mostro che  genera un circolo vizioso (più evito, meno conosco e più temo) con l’esposizione in immaginazione e in vivo (esplorazione) che consente di scoprire che il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge, pur restando piuttosto sgradevole.

Qualora la mancanza di conoscenza fosse la prima causa della psicopatologia pochi sarebbero i margini di utilizzo dell’EMDR. Mentre se il mostro  si è creato per via di un trauma un primo fecondo utilizzo dell’EMDR sarebbe l’identificazione delle origini del “mostro”, e la sua elaborazione con strumenti non esclusivamente consapevoli e corticali.

Mi occupo ora del secondo aspetto, non meno problematico del primo: le strategie disfunzionali e diseconomiche di fuga dal mostro. Sono infatti questi i comportamenti e le emozioni associate che spingono il paziente a chiedere terapia, queste si, al contrario del mostro stesso, consapevoli ed egodistoniche. Le strategie sono sostenute da una serie di credenze che riguardano il mondo e, in particolare il funzionamento del sé,  dell’altro e le regole della relazione. Anche in questo caso si tratta di ricostruirne la storia di apprendimento che si radica in genere nelle vicende d’attaccamento e si conferma poi nelle esperienze relazionali successive. Nella storia di queste primigenie relazioni non è affatto raro trovare vere e proprie esperienze traumatiche magari risalendovi a ritroso da traumi più recenti e accessibili alla memoria ma dello stesso significato.

Cosa è trauma?

Ma a questo punto diventa necessaria una definizione del concetto di trauma che io credo vada inteso in termini dimensionale rifuggendo dalla tentazione categoriale che appare rassicurante e precisa ma genera discontinuità non presenti in natura e la necessità di categorie intermedie, come la comorbilità e/o le categorie residuali e non altrimenti specificate. A me piace considerare “trauma” una esperienza che per l’alto contenuto emotivo e il vissuto di minaccia che induce ad imparare per sempre e non dimenticare, genera in breve tempo una credenza negativa su di sé e/o sugli altri destinata ad auto-confermarsi. Ma questo è ciò che avviene comunemente nel normale ciclo dell’esperienza che modifica via via le aspettative innate, di cui dunque il trauma non è altro che una contrazione spazio-temporale.

Altro termine che va chiarito è “elaborazione del trauma o del ricordo. Credo semplicemente che tutte le credenze centrali o, per dirla con Kuhn, quelle appartenenti al nucleo metafisico, pur generando piani e strategie comportamentali siano schermate da una cintura protettiva che ne impedisce la facile invalidazione per l’utilità che hanno mostrato come salvavita in momenti cruciali e siano spesso inconsapevoli. Tutte le credenze patogene sono state apprese dall’esperienza ed in particolare dall’esperienza relazionale per cui si potrebbe dire che tutte le relazioni siano traumatiche.

Così si finirebbe però per non dire niente e addirittura si suggerirebbe che tutta l’esperienza sia traumatica in quanto induce credenze che nei nostri pazienti si sono poi dimostrate patogene. Se vogliamo mantenere una peculiarità al concetto di trauma dobbiamo caratterizzarlo non come causa di un apprendimento disfunzionale e resistente al cambiamento ma per le modalità di rapidità ed emergenzialità in cui tale apprendimento avviene. Laddove non si trovino tali evidenti eventi  discontinui e puntiformi non credo aggiunga qualcosa al tradizionale operare considerare  traumatica una intera relazione che ha ripetuto nel tempo lo stesso schema fino a stabilizzare una certa visione di sé e dell’altro. Una volta identificate le credenze patogene che sostengono le strategie disfunzionali di fuga e si siano identificate le relazioni in cui tali credenze, un tempo adattive (questo è un aspetto decisivo da sottolineare) hanno avuto origine, il problema resta quello di modificarle e qui qualsiasi tecnica o strumento va bene “basta che funzioni”: discussioni, suggestione, farmaci, nuove esperienze, la relazione terapeutica strategicamente orientata alla invalidazione degli schemi consueti.

Quello che reputo essenziale e irrinunciabile e minacciato dal diffondersi dei protocolli è qualcosa che precede la scelta della tecnica di intervento ed è una teoria esplicativa complessiva dell’intero caso frutto del ragionamento clinico sul e con quello specifico paziente. Si, insomma ricorderete certamente, la psicopatologia spentasi mestamente per mano dei manuali diagnostici DSM e dei protocolli.

Questa teoria tenterò di riassumerla in un prossimo articolo seguendo il corso del mio pensiero quando lavoro.

 


Leggi il resto della discussione:

  1. Lo spettro del trauma che si aggira per il mondo (della psicoterapia) – 25 Maggio 2017
  2. Come non avere paura dello spettro del trauma – di Benedetto Farina – 04 Luglio 2017
  3. Il paradigma psicotraumatologico, in risposta a Benedetto Farina – 06 Luglio 2017
  4. Trauma e Relazione Terapeutica: in risposta a Benedetto Farina – Pt. 2 – 13 Luglio 2017
  5. L’Alleanza terapeutica: intervento di Fabio Monticelli nel dibattito su trauma e relazione – 14 Luglio 2017

 

Dal corpo alla mente: a Catania un seminario internazionale sugli approcci bottom-up in psicoterapia – Report dall’evento

Lo scorso 7 Luglio a Catania si è svolto Vulcanica…mente, seminario scientifico internazionale che si svolge ogni anno nella città siciliana e quest’anno incentrato sul rapporto corpo-mente e sulle tecniche psicoterapeutiche che, a partire dai sintomi di natura somatica, dimostrano la loro efficacia sul funzionamento cognitivo.

 

Si è svolto lo scorso 7 Luglio presso la sede della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania Vulcanica…mente, seminario scientifico internazionale che si svolge annualmente a Catania e quest’anno incentrato sul rapporto corpo-mente e sulle tecniche psicoterapeutiche che, a partire dai sintomi di natura somatica, dimostrano la loro efficacia sul funzionamento cognitivo.

L’esigenza da cui è partito il seminario è stata quella di scardinare il luogo comune secondo cui l’approccio cognitivo al funzionamento della mente è da considerarsi intellettualistico, così da relegare in secondo piano le emozioni, e ricordo in proposito l’importanza attribuita da Guidano e Liotti alle emozioni – spiega Tullio Scrimali, Psichiatra e Psicoterapeuta, Professore di Psicologia Clinica presso l’Università di Catania. Direttore della scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva Aleteia di Enna e organizzatore del seminario – Ecco perché questo seminario riguarda gli approcci bottom-up alla psicoterapia, che attribuiscono rilevanza al corpo nel suo stretto rapporto con la cognizione, come il biofeedback.

Dal corpo alla mente gli approcci bottom-up in psicoterapia - Report dal seminario -Tullio Scrimali

Il Prof. Tullio Schimali durante il seminario “Dal corpo alla mente”

In questa direzione si è mosso l’intervento di Damiana Tomasello, Docente Aleteia, che ha illustrato il ruolo del biofeeback nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione.

Posto che esiste un’associazione forte tra ansia, stress e alimentazione e che lo stato ansioso costituito dalla presentazione del cibo che si ritiene ingrassante inibisce la sua assunzione, l’utilizzo del biofeedback risulta molto utile poiché, aumentando l’autoregolazione emotiva e di fatto abbassando i livelli di ansia, permette l’alimentazione anche dopo la presentazione del cibo temuto, come una merendina. Inoltre è utile avvalersi di telecamere all’interno del setting clinico per fornire una visione più obiettiva di se stessi e facilitare la ristrutturazione cognitiva dell’immagine corporea.

L’intervento terapeutico nei casi di traumi, con l’utilizzo di apposite tecniche come lo Yoga, è stato l’oggetto del workshop tenuto da Cecilia La Rosa del Centro Clinico De Sanctis di Roma.

E’ noto che il trauma porta memorie emotive che si sedimentano nel corpo: basti pensare alle vittime di abuso sessuale che mostrano reazioni fisiche di terrore ed evitamento dei rapporti sessuali. Il corpo si attiva prima, ricorda i traumi del passato prima ancora di raccontare il trauma stesso, per cui è un’utile alleato nel processo di risignificazione mentale dell’esperienza. Da qui l’importanza di un lavoro terapeutico sull’osservazione del corpo: così al paziente si segnalano i movimenti che compie durante il racconto, come l’arretrare quando rievoca uno scippo. E’ prioritario rispetto al racconto provvedere a mettere il paziente in condizioni di “sicurezza nervosa”: qualora l’arousal fosse troppo elevato da impedire il racconto è necessario infatti un trattamento farmacologico per calmare il sistema nervoso autonomo e abilitare le funzioni riflessive e narrative.

Un’attenzione al corpo e ai “segnali” che esso invia, da usare come strumento utile ai fini diagnostici e che ha portato il prof. Scrimali allo sviluppo del MindLAB Set, pensato per operare il monitoraggio di parametri psicofisiologici in ambito psichiatrico e psicologico nel contesto di tecniche di auto-osservazione e psicoeducazione, e all’interno di programmi psicoterapeutici.

Il MindLAB Set è stato ideato e sviluppato per il monitoraggio dell’attività elettrodermica e per fornire un’informazione di ritorno continua al paziente (biofeedback) di tale attività, tramite per esempio informazioni visive sincroniche, relative a quanto sta accadendo nel singolo istante – sottolinea Scrimali – La mia idea è quella di portare le neuroscienze nella stanza di terapia; in quest’ottica è in via di perfezionamento il NeuroLAbset con cui porteremo nella stanza del clinico l’attività elettroencefalografica, in modo da monitorare l’attività del cervello e supportare la diagnosi e l’intervento attraverso le rilevazione dei ritmi cerebrali, come le onde teta, riscontrabili nei casi di psicosi.

Lion: la strada verso casa, un film sull’adozione (2016) – Recensione

Lion è un film che cattura ed emoziona. Gli occhi di Saroo bambino ci raccontano della sua solitudine e del suo smarrimento ma contemporaneamente anche della sua tenacia e della sua voglia di combattere.

 

Titolo originale: Lion – Un film di Garth Davis. Con : Dev Patel, Nicole Kidman, Rooney Mara, David Wenham – Drammatico – Australia, Stati Uniti – 2016

Trama del film Lion

Il film è tratto dall’autobiografia di Saroo Brierley “A long way home”.

Saroo vive in India centrale in condizioni molto povere insieme al fratello maggiore, a una sorella minore e alla madre. Un giorno Saroo chiede di accompagnare suo fratello Guddu al lavoro: viene lasciato per qualche ora su una panchina in una stazione ferroviaria non distante dal villaggio natale e si addormenta. Al risveglio, si ritrova completamente solo: comincia a cercare forsennatamente il fratello e, per sbaglio, sale su un treno che non farà alcuna sosta e lo condurrà a Calcutta, una città lontana circa 1600 km dal suo paese d’origine.

Nella metropoli, il bambino si sente estremamente disorientato, non parla la lingua locale e quindi non riesce a spiegare a nessuno la sua situazione o a fare comprendere da quale posto provenga. Inizia a vivere per strada. Dopo molte peripezie e incontri sbagliati, il suo destino sarà l’orfanotrofio, dove lotterà ancora per sopravvivere. Un giorno all’interno dell’istituto un’assistente sociale gli dichiara che una famiglia australiana lo vorrebbe adottare. Il protagonista parte quindi per Hobart, in Tasmania.

All’età di 25 anni, Saroo vive a Melbourne ed è uno studente universitario. Ma non ha dimenticato la sua famiglia d’origine e attraverso Google Earth inizia la ricerca del suo villaggio natale per ritrovare sua madre e i suoi fratelli.

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Motivi di interesse

Il film è diviso in due parti: la prima che racconta delle avventure dell’infanzia di Saroo e di un’India piena di ambivalenze e contradditorietà; la seconda che descrive la scissione interna del protagonista diventato adulto.

Lion è un film che cattura ed emoziona. Gli occhi di Saroo bambino ci raccontano della sua solitudine e del suo smarrimento ma contemporaneamente anche della sua tenacia e della sua voglia di combattere.

La sua biografia si è spezzata: una situazione imprevista l’ha portato via dall’affetto dei suoi familiari da cui si è sempre sentito amato.
Il nome del fratello che il protagonista ripetutamente grida all’interno del treno, rappresenta uno dei momenti più strazianti del film.

Per tutta la prima parte del lungometraggio, Saroo continua ad aggrapparsi alla speranza che suo fratello e sua madre lo troveranno: ma questo non avverrà e piano piano accetterà l’idea di fare spazio a una nuova famiglia che si vuole prendere cura di lui.

Acconsentirà a farsi nuovamente amare da una madre – interpretata da Nicole Kidman – che avrebbe potuto avere figli, ma che invece ha preferito accogliere quei bambini che in un qualche angolo del mondo hanno bisogno di amore. In un momento molto toccante del film, la Kidman con le lacrime agli occhi rivela al protagonista: “Avremmo potuto avere figli nostri. Ma abbiamo scelto di non farlo. Abbiamo scelto te.”

La vita di Saroo nella “nuova” famiglia non sarà sempre facile, soprattutto dopo l’adozione del fratello – proveniente dal medesimo orfanotrofio – che richiederà molte attenzioni e cure da parte dei genitori e nei confronti del quale il protagonista avvertirà sentimenti contrastanti.

Lo sviluppo della pellicola attesta che in una biografia interrotta il richiamo alle origini può riecheggiare intensamente.
Così, dal semplice profumo di un cibo che gli rievoca la sua terra, Saroo comincia a ricordare. E ciò che aveva messo a tacere – seppur inconsapevolmente – riaffiora in modo violento, cambiando inaspettatamente il corso della sua esistenza.
Il giovane decide di ritrovare il suo villaggio attraverso il supporto di Google Earth. La ricerca non si rivela semplice: né da un punto di vista pratico, né da un punto di vista emotivo.

Il ragazzo sta male e si sente in colpa perché dall’altra parte del mondo qualcuno potrebbe ancora cercarlo e contemporaneamente soffre per la famiglia adottiva, perché sente di tradirla andando alla ricerca delle sue origini. Si chiude in se stesso, escludendo tutti gli affetti che lo circondano: dalla fidanzata, alla madre, al padre e al fratello adottivo. Il suo obiettivo diventa un’ossessione: non mangia, non dorme, sente solo di non poter fermarsi: perché capisce di non volere più essere sospeso in un costante stato di incompletezza.

La stessa sospensione che coinvolge lo spettatore per tutta la durata del film, dato che l’identificazione con il protagonista risulterà inevitabile.

La storia di Saroo dimostra che la “famiglia” non risiede solo dove esiste un legame di sangue. La famiglia è il luogo dove si viene accolti, amati, protetti a prescindere da chi ci ha messi al mondo.
Il sentimento di chi si prende cura per una vita di qualcuno, non cambia né si modifica. Quell’amore è per sempre: non ha tempo, non ha colore, non ha patria, non ha confini.

Per questa ragione, la madre adottiva di Saroo non si sente affatto tradita – come il figlio teme – quando le confessa di essere alla ricerca del suo villaggio natale: lei lo comprende e lo sostiene in un percorso che ritiene naturale e lo rassicura sul fatto che lo amerà per sempre.

Lion è un film importante che non può lasciare imperturbati: penetra, emoziona e si insinua nella mente di chi lo guarda sotto forma di quesiti profondi.

Tutte le notti sogno di ritornare da mia madre e di sussurrarle all’orecchio: sono qui”. Saroo ritroverà la strada di casa: la sua biografia potrà finalmente riprendere. E lo spettatore ricominciare a respirare.

Indicazioni di utilizzo

In un’adozione, tacere è più comodo per tutti, ma fa danni. Seppellisce le emozioni, ingigantisce le fantasie. […]I ragazzi non fanno domande. Per estrema lealtà verso il nucleo che li ha accolti o perché il filo del dialogo si è spezzato” (tratto da D.Repubblica.it, 21.04.2014, di Daniela Condorelli)

Il film permette di entrare sia nella prospettiva del genitore adottivo che in quella del figlio adottato. Ci dimostra che non è facile dialogare e affrontare determinate tematiche: le paure e i timori coinvolgono entrambe le parti. Ammettere di voler conoscere e ritrovare le proprie origini da parte del figlio è un passaggio importante e complesso quanto il supporto del genitore che dovrebbe riuscire ad assecondarne, al di là della minaccia del proprio ruolo, il cammino spesso fisiologico.

Coscienza e inconscio tra neuroscienze e cognitivismo

Coscienza e inconscio: Fascino e controversie, sull’onda di una ricerca che da secoli divide e sollecita continuamente nuove domande: la coscienza è da sempre oggetto di studio in molteplici ambiti, dalla filosofia alla psicologia, fino alle neuroscienze e alla scienza cognitiva. Per secoli l’uomo ha cercato di trovare un significato a quella parte di sé più peculiare e a tratti impenetrabile, per secoli esclusa dalle speculazioni scientifiche e infine accolta e studiata con lenti oggi nuove.

Valentina Carnevali, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

“La coscienza è l’ultima e la più tardiva evoluzione della vita organica,
e di conseguenza è ciò che vi è di meno compiuto e più fragile
F. Nietzsche

 

Il concetto di coscienza, spesso riferito a processi e contenuti mentali molto diversi tra loro, allude quindi a realtà apparentemente sfuggenti e difficilmente individuabili. Quando poi si guarda all’altro lato della sua complessità, ovvero la non consapevolezza o, per alcuni, l’inconscio, le controversie aumentano, così come il fascino che tali processi esercitano su studiosi e scienziati da oltre un secolo.

La coscienza tra filosofia e scienza: breve quadro introduttivo

In ambito filosofico il dualismo cartesiano mente/corpo ha relegato a lungo il mentale a una dimensione ontologica, impedendo che divenisse oggetto di studio da parte delle scienze naturali.

L’idea secondo cui l’uomo sarebbe costituito da due sostanze ontologicamente distinte, la rex extensa, ovvero la materia, dotata di estensione spaziale e di cui fanno parte i corpi (quindi anche il cervello) e la rex cogitans, sostanza inestesa dotata dell’attributo del pensiero, ha di fatto rallentato, se non impedito, lo studio della coscienza come fenomeno riducibile a eventi fisici. Nell’opera di Cartesio, infatti, la coscienza non può nascere dalla materia perchè rex extensa e rex cogitans, diverse nella sostanza e regolate da principi differenti, non possono essere ricondotte l’una all’altra, né possono essere spiegate l’una con l’altra. Di conseguenza, nella visione cartesiana e nelle varianti neo-cartesiane, gli stati coscienti della mente non corrispondono agli stati fisici del cervello. I contenuti di coscienza non sono quindi esplorabili con gli strumenti propri delle scienze naturali, ma solo seguendo la metodologia soggettiva dello “sguardo interiore” (cifra interpretativa che di fatto decreta l’impossibilità dello studio scientifico della coscienza).

Le correnti di pensiero filosofico che delegittimano lo studio della coscienza rifiutandone le prerogative causali (epifenomenismo) o addirittura negandone l’esistenza (eliminativismo) contestano poi qualsiasi validità degli studi empirici sull’argomento (Smith-Chuurchland, 1986). Nel materialismo eliminativista il concetto di coscienza viene rifiutato perchè le nostre esperienze fenomeniche (dette anche qualia) non si riferirebbero a una realtà esterna, valutabile oggettivamente, ma sarebbero il prodotto illusorio di resoconti soggettivi (Dennet, 1991). Secondo questa corrente di pensiero, quindi, la ricerca empirica non troverà mai le basi neurali dell’esperienza soggettiva perchè di fatto l’esperienza soggettiva non si riferisce a nessuna realtà sostanziale.

Quando all’inizio del ‘900 il mentalismo cartesiano e il dominio della coscienza si iniziarono a scontrare con fenomeni inconsci quali la grande isteria convulsiva, la fuga dissociativa, l’amnesia psicogena e il disturbo di personalità multiple (che sembravano esibire una natura mentale ma al tempo stesso trascendevano la sfera della consapevolezza), lo sconcerto di filosofi, psicologi e neuroscienziati si delineò con forza. Al fine di riconciliare l’esistenza di fenomeni mentali apparentemente inconsci con una visione coscienzialistica della mente, si misero a punto due strategie (Livingstone-Smith, 1999): alcuni studiosi negarono che si avesse a che fare con fenomeni realmente insconsci, definendoli piuttosto come casi in cui si era verificata una dissociazione o scissione della coscienza (teorie dissociazioniste), mentre altri negarono che i fenomeni in questione fossero autenticamente mentali, descrivendoli come disposizioni neurofisiologiche (teorie disposizioniste).

Anche in epoca moderna lo studio della coscienza non è stato sempre accettato e condiviso dagli studiosi di campi comunque coinvolti nelle ricerche sulla psiche. In ambito psicologico, l’approccio ancora soggettivo del metodo introspettivo proposto dalla Scuola di Wundt (1896) è stato bandito infatti dalla ricerca psicologica con l’avvento del Comportamentismo che, spinto da una necessità estrema di oggettivizzazione degli studi, respinge l’indagine privata di contenuti di coscienza perchè non documentabile e quantificabile con le tecniche proprie degli studi di laboratorio.

Coscienza e neuropsicologia

Tuttavia, anche se bandito dagli studi psicologici per un lungo periodo del secolo scorso, il problema di cosa sia la coscienza ha finito per imporsi in ambito neuropsicologico, in cui la ricerca attenta e sistematica dei disturbi cognitivi provocati dalle lesioni cerebrali ha cominciato a suscitare interesse. A partire dagli anni ’80 del XX secolo la coscienza ha così conquistato una propria dignità scientifica, in particolare all’interno delle neuroscienze cognitive e della neuropsicologia.

In particolare, in questi anni incominciano ad essere studiati e pubblicati casi di pazienti con lesioni cerebrali che presentano dei disturbi di consapevolezza motoria o spaziale apparentemente inspiegabili in base alla nozione di coscienza adottata dal senso comune. Si tratta di soggetti che, nonostante abbiano perso la capacità di movimento di una metà del corpo (emiplegia) o la capacità di percepire e concepire una metà dello spazio esterno (negligenza spaziale), si comportano come se non ne fossero consapevoli (anosognosia) (Berti et al., 2014).

Nel corso dei decenni sono state così portate alla luce numerose patologie della coscienza, quali il blindsight o visione cieca (Weiskrantz, 1986), la emisomatoagnosia (Bisiach, 1999), la sindrome della mano aliena (Biran e Chatterjee, 2004), l’embodiment (Garbarini et al., 2013) e la somatoparafrenia. Ciò che accomuna queste sindromi neuropsicologiche è il fatto di mostrare l’esistenza di disturbi della sfera della coscienza circoscritti all’interno di specifiche dimensioni cognitive (per esempio quella visiva, motoria o corporea), con network neuronali dedicati, rivelando che il concetto di coscienza alla base del sé non è unitario, ma multicomponenziale o modulare. Inizia a emergere così l’idea, in contrasto col senso comune che reputa la coscienza come dotata di una struttura unitaria e indivisibile, di molteplici coscienze distribuite ed emergenti ciascuna all’interno di una diversa funzione cognitiva: una lesione cerebrale circoscritta può quindi danneggiare la consapevolezza relativa a un certo processo senso-motorio, senza intaccare la coscienza per altri processi paralleli e concomitanti. Il senso di sé potrebbe dunque configurarsi proprio come il risultato dell’integrazione di queste diverse “coscienze parziali”.

Una sensazione così radicata della nostra autocoscienza, come il fatto che il nostro corpo è uno e sempre lo stesso, che si muove intenzionalmente in forza di questo senso di unicità e che abita uno spazio soggettivamente percepito come unico, in realtà non ha quindi una struttura unitaria e indivisibile, ma è il risultato di rappresentazioni multiple a livello spaziale e senso-motorio, che possono essere alterate in modo autonomo per effetto di lesioni cerebrali circoscritte. Ecco che dunque i paradigmi della scienza cognitiva dei processi di elaborazione dell’informazione risultano particolarmente indicati per mettere in luce un modello multicomponenziale della mente, che ben si adatta ad essere lesionato in modo circoscritto. Su questo tema si interrogano in un articolo Vittorio Gallese e Francesca Ferri (2014): gli autori discutono la possibilità che alla base dei disturbi dissociativi schizofrenici ci possa essere una alterazione del senso di sé corporeo e agente (predisposizione all’azione), una forma di distacco del sé dalle sue basi corporee somatosensoriali e motorie che porterebbe anche all’impossibilità dell’interazione sociale. Questa ipotesi sarebbe corroborata anche dai dati di diverse ricerche che dimostrano una alterazione delle rappresentazioni somatosensoriali (deficit di riconoscimento di proprie parti del corpo), motorie (deficit nel discriminare se movimenti osservati sono propri o altrui) e dolorifiche (riduzione della percezione dolorifica) nei pazienti schizofrenici.

Un’architettura neurocomputazionale compatibile col modello modulare della coscienza è quella del Global Workspace Theory – GWT – (Baars, 1997), che introduce anche il concetto di inconscio. In questa architettura il ruolo della coscienza è quello di facilitare lo scambio di informazioni tra processi cognitivi inconsci, specializzati e paralleli. Più recentemente questa teoria è entrata in simbiosi con la neuroscienza cognitiva soprattutto per merito di Dehaene e collaboratori (Dehaene e Naccache, 2011; Deahene e Changeux, 2004; Gaillard et al., 2009). Secondo questi ricercatori, nel cervello sono presenti due spazi computazionali, ognuno caratterizzato da una diversa trama di connettività. Il primo spazio è costituito da sottosistemi di elaborazione ipotizzati dalla GWT, ognuno dei quali è specializzato nel trattare un particolare tipo di informazione (per esempio, nella corteccia occipito-temporale l’elaborazione del colore ha luogo in V4, l’elaborazione del movimento in MT/V5, l’elaborazione dei volti nell’area fusiforme delle facce…). L’operare di questi elaboratori modulari si avvale di connessioni locali limitate di medio raggio. Il secondo spazio è la spazio di lavoro globale neuronale (per cui ora si parla di una Global Neuronal Workspace Theory, GNWT): esso è costituito da neuroni distribuiti, tenuti assieme da connessioni di lunga distanza, particolarmente densi nell’area prefrontale, nel cingolato e nelle regioni parietali. L’ingresso dell’informazione in questo spazio di lavoro sarebbe il correlato neuronale dell’accesso alla coscienza. Questo modello ha ricevuto una serie di importanti conferme sperimentali. In uno studio fRMI, Dehaene et al. (2006) hanno utilizzato il paradigma del priming di mascheramento per porre a confronto l’elaborazione lessicale inconscia con quella cosciente. Una parola veniva proiettata su uno schermo per poche decine di millisecondi, subito seguita da un’altra immagine (la maschera), che impediva al soggetto di percepire la parola a livello conscio. In genere, la parola diviene cosciente quando l’intervallo tra essa e la maschera è di circa 50 ms. I risultati hanno mostrato che le parole mascherate (inconsce) hanno indotto un’attività locale nelle parti della corteccia visiva deputate al riconoscimento di parole, mentre le parole visibili (coscienti) hanno generato un’intensa attività anche nei lobi parietale e frontale. Dunque, in accordo alla GNWT, l’elaborazione cosciente di informazioni recluta risorse cerebrali fortemente distribuite, mentre l’elaborazione inconscia è più localizzata.

Inconscio cognitivo: processi di elaborazione non consapevoli

Ad oggi le neuroscienze hanno dimostrato pertanto anche l’esistenza di numerosi processi neurali responsabili di stati non accessibili alla coscienza: è questa una prima concettualizzazione dell’ ”inconscio cognitivo”, ovvero quella parte del funzionamento mentale che è inconscia non perchè è stata rimossa (come concettualizzato dalla Teoria Psicoanalitica), ma perchè non è mai stata conosciuta, e quindi non sarà ne potrà mai essere ricordata. Fanno parte di questo inconscio tutti quei processi cognitivi che avvengono in modo “covert” e non raggiungono l’elaborazione corticale consapevole.
Berlin (2011), in una ricca review che indaga il rapporto tra inconscio e relative basi neurali, descrive una grande varietà di stati inconsci riscontrabili a livello cognitivo, tra cui:

  • percezione subliminale, in cui lo stimolo è al di sotto della soglia e quindi troppo debole per produrre l’esperienza cosciente;
  • mascheramento, in cui anche un forte stimolo può inizialmente eccitare le aree visive ma l’interferenza in una fase successiva di elaborazione impedisce l’esperienza cosciente;
  • visione cieca, in cui le vie sottocorticali possono portare alla rappresentazione inconscia di uno stimolo;
  • neglect;
  • rivalità binoculare, in cui uno stimolo presentato ad un occhio inibisce il processamento di uno stimolo presentato all’altro occhio;
  • crowding, in cui i campi di integrazione spaziale nella periferia sono troppo grandi per isolare un singolo oggetto, e così rappresentazioni di proprietà di oggetti diversi interferiscono uno con l’altro (Pelli e Tillman, 2008).

Inoltre, i dati di ricerca mostrano che anche processi motivazionali ed affettivi possono verificarsi al di fuori della consapevolezza, andando a confermare alcune intuizioni di Freud ed evidenziando che l’attività mentale è radicata in sistemi motivazionali ed emozionali filogeneticamente antichi, capaci di influenzare la sviluppo della mente (LeDoux, 1998a; Panksepp, 1988; Pfaff, 1999) e di operare al di fuori della piena consapevolezza.

Una recente review (Custers e Aarts, 2010) raccoglie infatti gli studi che mostrano come anche obiettivi e motivazioni possono operare al di fuori della coscienza (un fenomeno che chiamano “unconscious will”). I risultati evidenziano che in certe circostanze le azioni possono essere iniziate senza che il soggetto sia consapevole dell’obiettivo finale.

Studi sugli aspetti inconsapevoli delle emozioni dimostrano poi che le persone possono sperimentare stati emotivi e agire di conseguenza senza esserne consapevoli (possono quindi provare qualcosa senza sapere che la stanno provando). I dati sperimentali dimostrano infatti che il processamento emotivo ha inizio al di fuori della consapevolezza (Balconi e Lucchiari, 2008; Bunce et al., 1999; LeDoux, 1998a; Phelps et al., 2000; Wiens, 2006). Evidenze circa l’esistenza di una percezione inconscia di volti mascherati sono emerse da studi che si sono avvalsi di report soggettivi (Esteves, Parra, Dimberg, & Öhman, 1994), risposte autonomiche (Morris, Buchel, & Dolan, 2001a) e brain imaging (Whalen et al., 1998). In alcuni studi, ad esempio, i soggetti mostravano una conduttanza cutanea maggiore in risposta a volti spaventosi mascherati (Esteves et al., 1994) e i potenziali evocati dimostravano l’avvenuto processamento di stimoli subliminali (volti spaventosi), sostenendo così l’esistenza di processamenti emotivi al di fuori della consapevolezza (Kiss & Eimer, 2008).

Si ritiene che queste “emozioni inconsce” siano mediate da un circuito sottocorticale che include il collicolo superiore, il pulvinar e l’amigdala (Berman & Wurtz, 2010; Diamond & Hall, 1969; Lyon, Nassi, & Callaway, 2010). Si è osservato inoltre che immagini a valenza attivante (volti spaventati o arrabbiati) determinano un incremento dell’attività dell’amigdala anche quando sono mascherate da altri stimoli, agendo dunque al di fuori della consapevolezza (Morris, Ohman e Dolan, 1998; Whalen et al., 1998).

Le emozioni possono quindi essere anche precognitive: la “rivoluzione emotiva” che si è insinuata nel cognitivismo standard soprattutto in risposta alle difficoltà di trattamento dei “pazienti difficili” (Roth e Fonagy, 2004) ha preso le mosse proprio dalla messa in crisi del grande cardine su cui il cognitivismo nato da Beck ed Ellis si imperniava, ovvero il dominio assoluto delle cognizioni sulle emozioni.

E’ ormai dunque dimostrato che ci siano aspetti delle nostre reazioni emotive non chiari alla coscienza. Inoltre, ricordi e temi di vita dolenti possono nascondersi oltre la soglia della consapevolezza e stimoli contestuali del tempo presente possono farli rivivere. Questa è l’idea chiave di Conway e collaboratori (2004), ricercatori esperti nella memoria autobiografica, e della loro Self-Memory System Theory (Conway&Pleydell-Pearce, 2000).

Questa teoria descrive il sistema di controllo esecutivo centrale non solo come attivatore di strategie cognitive, ma anche come inibitore dell’accesso di informazioni autobiografiche nella coscienza, in quanto pericolose e dolorose. Il sistema associativo, con cui leghiamo stimoli nella nostra memoria a lungo termine (o conoscenza autobiografica) entra poi in gioco in modo significativo: i ricordi o gli stimoli che nella rete associativa si pongono in una posizione di vicinanza al tema dolente vengono marchiati essi stessi come pericolosi e innescano una risposta di inibizione e di evitamento mentale. La Self-Memory System Theory offre così un ponte di discussione tra approcci dinamici e cognitivi su temi di grande importanza clinica, quali l’attività mentale ai limiti della consapevolezza e i meccanismi di difesa. Per alcuni ricercatori, inoltre, questa teoria rappresenta la spiegazione di fondo dell’efficacia di una terapia ad oggi di grande successo: l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) (Gunter e Bodner, 2009).

Inconscio cognitivo: memorie e rappresentazioni mentali implicite

Alla luce delle numerose evidenze e considerando anche la concettualizzazione di inconscio emergente dalla teoria psicoanalitica (e le successive revisioni in ambito psicodinamico), è possibile sostenere l’esistenza di “molti inconsci”, ciascuno dei quali fa riferimento a processi e cornici teorico-concettuali differenti.

L’inconscio cognitivo, in particolare, non si configura unicamente come un insieme di processi covert e attivazioni neurali, ma è concepito anche come un mondo di rappresentazioni mentali implicite o tacite (cioè non consapevoli) che, se disfunzionali, vanno modificate in psicoterapia. Tali credenze irrazionali sono “transferali” nel senso che si sono create nell’infanzia per dei motivi che nell’età adulta non sussistono più (e per questo il paziente deve imparare a sostituirle con credenze più funzionali). Si può quindi dire che l’inconscio cognitivo sia quella parte di noi anche denominabile “memoria procedurale” o “elaborazione parallela distribuita”.

Più precisamente, a partire dal momento in cui, nell’intersoggettività, iniziamo a sviluppare le nostre capacità linguistiche, la conoscenza che abbiamo di noi stessi e del mondo si ripartisce in due categorie. La prima, che non utilizza il linguaggio, è stata definita implicita, procedurale, tacita o non dichiarativa (“saper come”), mentre la seconda, fondata sul linguaggio, è detta dichiarativa o semantica o esplicita (“sapere che”). Il “sapere come”, base dell’inconscio cognitivo, è costituito da schemi senso-motori ed emozionali che prescindono dal linguaggio.

I processi inconsci operano attraverso processi simultanei, a differenza di quanto avviene invece nella coscienza, che lavora attraverso processi seriali. La coscienza opera quindi una selezione tra le tante informazioni presenti nell’inconscio e questo è il motivo per cui quello che diventa conscio è sempre una parte molto ridotta e forse anche distorta della complessità delle elaborazioni inconsce parallele. Ciò che esce dall’inconscio non è quindi mai uguale a quanto vi era contenuto: i due linguaggi non sono facilmente traducibili l’uno nell’altro, poiché si tratta di codici cognitivi diversi nella loro natura (in quanto alcune rappresentazioni inconsce non sono neppure esprimibili a parole, si pensi ad esempio alla memoria procedurale che regola il movimento). E’ in questo che l’inconscio cognitivo si differenzia nettamente da quello dinamico, poiché quest’ultimo prevede una certa traducibilità dei contenuti mentali rimossi, mentre l’inconscio cognitivo si configura più come una modalità di immagazzinamento nella memoria implicita, poco o per nulla soggetta ad elaborazione verbale.

Pertanto, nella prospettiva cognitiva, ed in particolare in quella cognitivo-evoluzionista, è di gran lunga più interessante studiare i modi in cui alcune attività mentali non riescono ad acquisire la qualità della coscienza anche laddove sarebbe importante che ciò avvenisse, piuttosto che indagare come un contenuto mentale possa essere rimosso nell’inconscio per difesa dall’angoscia (Liotti, 1996a). L’importanza della trasformazione di attività mentali non coscienti in attività coscienti sta soprattutto nel loro divenire comunicabili attraverso il linguaggio, e dunque modulabili e condivisi in una dimensione intersoggettiva (Liotti, 2001). Fra i processi mentali che dovrebbero acquisire la dimensione della coscienza per divenire modulabili, emozioni e affetti sono certamente, anche da un punto di vista clinico, i principali.

Questo inconscio cognitivo procedurale riguarda anche i rapporti interpersonali, ad esempio certi aspetti degli stili di attaccamento. Queste modalità relazionali apprese nell’infanzia, permangono nell’adulto e regolano buona parte della vita quotidiana e del funzionamento affettivo. Alcune emozioni nascono quindi da vulnerabilità sviluppatesi durante la storia evolutiva dell’individuo (sotto forma di genitori dannosi ed esperienze traumatiche), fuori cioè dalla coscienza (Caselli, 2012). Questa maggiore consapevolezza ha messo in scacco sia il cardine cognitivista della maggiore importanza del funzionamento attuale su quello storico-evolutivo, sia l’ideale psicoanalitico di poter incidere terapeuticamente su certi comportamenti, soprattutto in pazienti gravi, col solo strumento dell’interpretazione verbale.

Quando infatti il cognitivismo standard inizia a confrontarsi con il trattamento di pazienti complessi, con disturbi di personalità e gravi deficit sul piano relazionale e metacognitivo, le tecniche fino a quel momento di grande efficacia con pazienti con disturbi d’ansia e depressione hanno incominciato a scricchiolare e si è reso necessario un ampliamento del paradigma, che andasse ad includere anche aspetti apparentemente indipendenti dalla consapevolezza.

La svolta relazionale del cognitivismo in Italia è stata profondamente influenzata dalla Teoria dell’attaccamento di Bowlby. In particolare, l’orientamento cognitivo-evoluzionista ha trovato in questa teoria una base concettuale per spiegare gran parte del funzionamento generale della mente e della psicopatologia, tenendo conto sia degli aspetti più vicini al cognitivismo standard, sia di quegli elementi relazionali e impliciti che la avvicinano a tratti alla matrice psicoanalitica.

Coscienza e inconscio nella prospettiva cognitivo-evoluzionista

L’idea unificante essenziale è che l’uomo possieda, fin dalla nascita, una serie di disposizioni o tendenze innate, definite Sistemi Motivazionali, che non richiedono la coscienza per operare in quanto evolute prima della comparsa della coscienza umana ed esistenti ancora oggi in specie animali prive di autocoscienza. Esse configurano quindi il fondamento innato di una attività mentale inconscia. Le disposizioni innate alla relazione sociale, in particolare, divengono coscienti in forma di esperienze emozionali (il che è congruente con un paradigma di regolazione delle emozioni, e non con quello pulsionale). L’uomo ha dunque diverse disposizioni innate alla relazione, da cui emergono diversi Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) a base innata che operano al di fuori della coscienza. Essi organizzano, una volta attivati, il comportamento sociale e l’esperienza emozionale e rappresentazionale di sè-con-l’altro. Le emozioni sono le prime fasi delle operazioni mentali organizzate dagli SMI che possono conseguire la qualità dell’esperienza cosciente. La conoscenza che si sviluppa a partire da tali disposizioni innate alla relazione è di tipo implicito e non richiede, per il suo funzionamento, né la coscienza né l’autocoscienza.

Le emozioni appaiono nell’esperienza soggettiva prevalentemente come fasi delle operazioni degli SMI; le prime operazioni, riguardanti la regolazione del comportamento interpersonale, sono avvolte nel silenzio del corpo e sono totalmente estranee alla coscienza. Operazioni successive degli SMI raggiungono poi la coscienza in forma di emozioni. Il completamento cognitivo del processo emozionale porta al tipo di esperienza cosciente che Damasio (1999) chiama “conoscenza del sentimento”. Gli SMI sono pertanto attivi ed operano prevalentemente al di fuori della coscienza. Le emozioni, dunque, emergono nella relazione e rimandano ad essa: la coscienza appare quindi come un processo intrinsecamente interpersonale.

Nel modello cognitivo-evoluzionista si suppone che la formazione dei significati personali patogeni discenda dalle memorie implicite formate durante le esperienze di attaccamento precoci e organizzate nei Modelli Operativi Interni (MOI), strutture di conoscenza che da un lato rappresentano l’esperienza di sè-con-l’altro effettuata attraverso ripetute interazioni di attaccamento, dall’altro attribuiscono valore e significato alle emozioni di attaccamento percepite in sé e negli altri.

La memoria delle percezioni di sè-con-l’altro che si susseguono nel tempo durante il primo anno di vita è dunque tacita, non dichiarativa, procedurale, e mette capo alla coscienza nucleare (Damasio, 1999) o primaria (Edelman, 1989), il cui fondamento è di natura emozionale e non implica il linguaggio. La conoscenza relativa alla mente propria e altrui può poi diventare dichiarativa (semantica ed episodica), e mette capo alla coscienza di ordine superiore, che si avvale invece di processi linguistici.

In particolare, la memoria implicita del bambino a partire dai primi giorni di vita sintetizza progressivamente le sequenze interattive in cui la figura di attaccamento risponde alle sue emozioni di attaccamento, organizzandole in rappresentazioni generalizzate delle interazioni e in Modelli Operativi Interni. Quando i MOI relativi all’attaccamento, contenuti nella memoria implicita, si confrontano con le nascenti capacità linguistiche del bambino, iniziano a prendere forma strutture semantiche da cui poi derivano i grandi temi narrativi che caratterizzano i diversi pattern di attaccamento. Tali nuclei di significato, intorno ai quali ruotano i processi organizzativi della conoscenza di sé, possono quindi non essere coscienti.

La dissociazione fra conoscenza semantica e conoscenza episodica, che si sviluppa all’interno della relazione di attaccamento, è alla base degli esiti psicopatologici. Inoltre, il tema semantico intorno a cui si costruisce la conoscenza di sè-con-l’altro predispone a disturbi emozionali in quanto non permette la conoscenza adeguata del significato e del valore (e quindi la regolazione) di alcune classi di emozioni fondamentali, prevalentemente riferite al Sistema Motivazionale dell’Attaccamento. Se ad esempio nessuno risponde (o risponde ma in modo inadeguato) ai segnali emozionali espressi dal bambino nella relazione di attaccamento, questi non potrà che rappresentare, nella conoscenza implicita di sè-con-l’altro, le proprie emozioni come radicalmente inutili, inefficaci o pericolose per il mantenimento della relazione; inoltre non potrà costituire alcuna rappresentazione delle emozioni dell’altro, in quanto l’altro è assente o ambivalente.

Se nel paradigma psicoanalitico sono le difese inconsce ad ostacolare la presa di coscienza delle emozioni, nella concettualizzazione cognitivo-evoluzionista sono dunque l’intersoggettività e l’interazione tra emozioni e cognizioni a giocare un ruolo chiave: le difese appaiono infatti più indirizzate a gestire le conseguenze di drammatiche e infelici esperienze reali di attaccamento. Così ad esempio, nell’attaccamento insicuro evitante, il MOI del bambino contiene una rappresentazione di sé come fastidioso se richiedente attenzioni e cure e dell’altro come indisponibile. Pertanto, ricordi episodici negativi nell’interazione con i genitori, possono essere esclusi dalla coscienza perchè occupata da rappresentazioni semantiche idealizzate dei genitori stessi. L’interdizione del ricordo è così dovuta a pressioni interpersonali più che alla necessità della coscienza di proteggersi dall’angoscia generata da pulsioni inaccettabili. Secondo questa tesi, sviluppata dallo stesso Bowlby, i genitori imponevano al bambino, attraverso le loro parole e sotto la minaccia implicita di abbandono affettivo qualora non le avesse accettate, di attribuire un significato positivo ad un’esperienza che in se stessa era stata emotivamente negativa. L’idealizzazione dei genitori, dunque, non appare come una difesa da pulsioni aggressive verso di loro, ma come effetto del gioco congiunto di pressioni interpersonali e della disposizione innata del bambino a cercare conforto nelle figure di attaccamento. Se ricordi episodici negativi vengono esclusi dalla coscienza perchè questa è occupata ad elaborare significati idealizzanti e irrealistici della relazione con le figure di attaccamento, questi ricordi esclusi costituiscono esempi dell’inconscio cognitivo più che del classico inconscio psicoanalitico (Liotti, 2001).

Anche nella Teoria dell’attaccamento, dunque, l’inconscio è ampiamente concepito come insieme di rappresentazioni e memorie implicite delle relazioni di attaccamento, e si avvicina molto di più all’inconscio cognitivo, inteso per l’appunto come processi e conoscenze implicite, piuttosto che a quello psicoanalitico, topico o dinamico (Laplanche e Pontalis, 1993; Ellenberger, 1970; Eagle, 1987). L’incontro con la Teoria dell’attaccamento ha determinato dunque il rinnovato interesse dei cognitivisti per le attività mentali inconsce e per la dimensione relazionale dello sviluppo normale e patologico (Liotti, 2011; Semerari, 2000). La Teoria dell’Attaccamento ha così permesso ai cognitivisti di comprendere il ruolo centrale, nella formazione della personalità e nella genesi dei disturbi emotivi, delle strutture di memoria inconscia (implicita) costruite nelle esperienze di attaccamento.

Tale prospettiva ha permesso quindi di allargare il lavoro del terapeuta cognitivista dall’attenzione esclusiva su processi e contenuti cognitivi espliciti, ritenuti i soli responsabili dei disturbi emotivi, all’ampio e complesso fronte delle strutture e dei contenuti impliciti costruiti nelle prime relazioni intersoggettive sotto la spinta delle motivazioni interpersonali innate. Questi contenuti e processi impliciti si rivelano in terapia attraverso modalità espressive non verbali, attivazioni emotive apparentemente improprie o sproporzionate, oppure tramite circolarità interpersonali disadattive che, di regola, coinvolgono anche il terapeuta. L’attenzione alla relazione terapeutica e alla sua modulazione divengono così veri e propri strumenti di cura.

L’innesco del sistema di attaccamento nella relazione terapeutica, infatti, comporta inevitabilmente la riattivazione dei MOI dell’attaccamento, confermati e rafforzati nel corso dello sviluppo che ha seguito la prima infanzia. I MOI influenzano la percezione interpersonale e le vicissitudini dell’elaborazione dell’informazione emozionale, prima che queste divengano coscienti, rendendo difficile per il paziente l’esplorazione di significati alternativi, o la riflessione critica delle proprie aspettative, riattivando le stesse modalità di lettura del mondo apprese nell’infanzia attraverso la relazione con l’altro significativo. Per certi aspetti, dunque, sono da ritenersi la controparte cognitivo-evoluzionista del concetto psicoanalitico di transfert, anche se tra i due vi sono differenze sostanziali (Liotti, 2001): ad esempio, nella prospettiva cognitivo-evoluzionista, alla base di quanto accade nel transfert, va riconosciuta in prima istanza l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento, e mai primariamente di quello sessuale o aggressivo. In particolare, l’esistenza di una pulsione primaria distruttiva è negata nella prospettiva cognitivo-evoluzionista.

La prospettiva cognitivo-evoluzionista rientra dunque tra quegli approcci psicoterapeutici di paradigma relazionale (molti di essi proprio di matrice psicoanalitica) che condividono la natura relazionale della mente e del suo sviluppo, la centralità delle dinamiche interpersonali di attaccamento per la comprensione della patologia e il ruolo sovraordinato della relazione terapeutica nel trattamento (Lingiardi et al. 2011; Bromberg, 2008; Liotti, 2011; Liotti e Farina, 2011). All’interno di questa concettualizzazione del funzionamento, quindi, anche l’inconscio, adeguatamente rivisto e depurato da alcuni concetti non sostenuti dalle evidenze sperimentali che nel corso dei decenni si sono imposte sul versante scientifico, è rientrato a far parte della pratica clinica, specie per quanto riguarda proprio la gestione e la modulazione di quei cicli interpersonali tra paziente e terapeuta che, se abilmente direzionati, possono divenire essi stessi potenti strumenti terapeutici.

Il cervelletto può giocare un ruolo importante nella schizofrenia

Secondo un nuovo studio di brain imaging svolto presso l’Università di Oslo in Norvegia, il cervelletto è una delle regioni cerebrali più implicate nella schizofrenia. I risultati mostrano che il volume cerebellare di pazienti affetti da schizofrenia è più piccolo rispetto a soggetti sani.

 

La schizofrenia è un disordine mentale cronico debilitante caratterizzato da sintomi psicotici (positivi) quali deliri, allucinazioni, paranoia e pensieri disordinati, nonché sintomi più sottili (negativi) quali perdita di motivazione o di giudizio, problemi di memoria, movimento rallentato, disinteresse nell’igiene e ritiro sociale.

La funzione del cervelletto nella schizofrenia

Lo studio di brain imaging è stato usato per indagare la funzione del cervelletto nel disturbo schizofrenico e ha importanti implicazioni per la comprensione di questo disordine.

Anche se il cervelletto occupa solo il 20% del cervello umano, detiene circa il 70% di tutti i suoi neuroni. Il cervelletto è da tempo associato al movimento corporeo e al coordinamento e quindi è stato raramente incluso negli studi incentrati sulle basi biologiche dei disturbi mentali.

Per lo studio, i ricercatori hanno valutato le scansioni cerebrali di 2.300 partecipanti provenienti da 14 siti internazionali utilizzando strumenti sofisticati che hanno permesso di analizzare sia il volume che la forma del cervello.

I ricercatori sono stati sorpresi nello  scoprire che il cervelletto è tra le regioni cerebrali implicate e più consistenti nella schizofrenia: i pazienti affetti dal disturbo schizofrenico hanno volumi cerebrali minori rispetto agli individui sani.

I grandi gruppi di dati hanno permesso ai ricercatori di concentrarsi sulle differenze più sottili nel volume del cervello nei pazienti con schizofrenia rispetto ai controlli sani.

È importante sottolineare che le differenze cerebrali che vediamo nella schizofrenia sono generalmente molto sottili. Questo è un motivo per cui i grandi studi collaborativi sono così importanti  – dice Moberget. – Quando abbiamo visto lo stesso schema ripetuto in molti gruppi di pazienti e controlli da diversi paesi, i risultati sono diventati molto più convincenti.Questi risultati mostrano chiaramente che il cervelletto svolge un ruolo importante nella schizofrenia – ha affermato l’autore principale Dr. Torgeir Moberget.

The grief maze game: il gioco per l’elaborazione del lutto

The Grief Maze game è un gioco da tavolo ideato dal dott. S. Pesci per favorire l’elaborazione del lutto in psicoterapia.

 

Come si gioca a The Grief Maze game

Come è specificato nelle istruzioni, il gioco può essere proposto a bambini e ragazzi nel contesto di un percorso terapeutico già avviato, perchè innesca esperienze ad alta intensità emotiva. Anche le attività di gioco suggerite implicano un certo livello di coinvolgimento corporeo tra terapeuta e paziente, tra paziente e un eventuale partner del gioco. Infatti, nello svolgimento del gioco, può essere coinvolta una seconda persona (in genere un familiare stretto), anche lei coinvolta o sopravvissuta al lutto. Perciò il gioco deve svolgersi in un clima di contenimento e sicurezza affettiva, nel pieno rispetto della sensibilità del paziente.

Nel gioco, i partecipanti avanzano lungo un tabellone tirando un dado. Il percorso rappresentato è un dedalo a più vie, che permettono di ritornare sui propri passi, costruire un tragitto personale ed eventualmente ripetere alcune attività. Infatti, il presupposto del gioco è che ci siano molteplici esperienze utili all’elaborazione del lutto.

Il dedalo è composto da caselle di quattro diversi colori. Le caselle compongono un percorso intricato con un’entrata e un’uscita; in corrispondenza dell’uscita, c’è l’immagine archetipica di un vecchio saggio dall’aria gentile.

I quattro colori delle caselle corrispondono a quattro tipologie di carte: esperienze, affermazioni positive, giochi da fare con il terapeuta e giochi da fare con un’altra persona.

Ogni volta che la pedina del bambino (o quella del partner) si ferma su una casella, il terapeuta pesca una carta del colore corrispondente e propone ai giocatori di svolgere un’attività riportata sulla carta, oppure di giocare. Uno dei colori corrisponde ad affermazioni positive e comprensive che il terapeuta, portavoce del vecchio saggio, comunica ai partecipanti per incoraggiarli a proseguire nel doloroso lavoro.

Le esperienze e i giochi, una volta eseguiti, danno diritto a ricevere delle stelline come riconoscimento dell’impegno profuso. Lo scopo del gioco è giungere all’uscita e arrivare dal vecchio saggio con almeno venti stelline.

The Grief Maze game: gli scopi del gioco

Le proposte contenute nelle carte si basano sull’idea che il lutto richieda di trovare un equilibrio tra due “compiti”: un faticoso lavoro di adattamento emotivo e concreto alla perdita, e la capacità di prendere distanza dal dolore e portare avanti la propria quotidianità.

Le esperienze suggerite per il primo compito, ossia l’elaborazione della perdita sono:
– la verbalizzazione dei sentimenti che legavano al defunto, quando era in vita;
– l’espressione dello stato emotivo attuale;
– il ricordo di aneddoti, divertenti o dolorosi, legati al rapporto con il defunto;
– modi per mantenere il legame, ma, al tempo stesso, sciogliere questioni irrisolte con la persona che non c’è più.

Tutto ciò, attraverso l’uso dell’immaginazione, della scrittura e del disegno.

Il secondo compito, ossia la possibilità di prendere le distanze dal proprio dolore, è rafforzato attraverso i giochi da fare con il terapeuta, che aiutano il giovane paziente sia ad esprimere diversi aspetti di sè, sia a ritrovare il piacere nella relazione con l’altro. I giochi da svolgere con l’eventuale partner sopravvissuto alla perdita hanno le stesse funzioni, con in più quella di entrare in contatto emotivo, esprimere il proprio dolore e condividerlo per alleviarlo.

Il gioco è un valido strumento per l’elaborazione del lutto; propone, in modalità ludica, attività espressive e creative utili a rimarginare le ferite aperte da una perdita. Inoltre, poichè si gioca insieme, il percorso elaborativo avviene attraverso la relazione, la comunicazione e la condivisione tra bambino e terapeuta, o tra bambino e adulto significativo. Certamente, non è un gioco adatto a bambini molto piccoli: alcune esperienze suggerite dal gioco richiedono capacità di pensiero e scrittura complesse, ma possono essere accantonate, oppure adattate all’età del paziente.

D’ altra parte, la ricchezza di questo gioco sta nel fatto che queste stesse attività forniscono proficui spunti per il lavoro sul lutto anche con pazienti adulti.

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