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COVID-19: le linee guida internazionali per il benessere psicologico e la gestione dello stress

Il coronavirus ci ha costretti quasi tutti a stare a casa ed è sempre più comune sentire associare questa esperienza di limitazione di mobilità a quella di quarantena ed isolamento. Quali possano essere le ricadute psicologiche di questa pandemia è ancora presto per dirlo, ma sulla base di esperienze simili passate forse è possibile essere preparati e applicare alcuni utili suggerimenti forniti dagli esperti per migliorare il nostro benessere.

 

La diffusione pandemica del COVID-19 ha costretto numerosi governi ad intervenire con misure di contenimento particolarmente restrittive che rientrano nella definizione di “distanziamento sociale”. Con distanziamento sociale si fa riferimento a un insieme estremamente variegato di azioni volte a ridurre il contatto tra gli individui, quali ad esempio la cancellazione degli eventi di massa, la chiusura delle scuole e dei luoghi di lavoro (Centers for Disease Control and Prevention, 2017; European Centre for Disease Prevention and Control, 2020). Ci sono alcune misure di distanziamento sociale che riguardano non tanto i gruppi, ma i singoli individui, che possono essere categorizzate in: Isolamento, Quarantena, e Limitazione degli spostamenti (raccomandazione di restare a casa). Sebbene queste tre misure abbiano caratteristiche estremamente differenti, nel linguaggio comune sono state spesso utilizzate come sinonimi creando molta confusione.

Per fare chiarezza, la prima cosa da fare è descrivere questi tre concetti (European Centre for Disease Prevention and Control, 2020):

  • Isolamento – L’isolamento fa riferimento a quelle azioni volte a separare un individuo che ha già contratto il coronavirus (o in generale qualsiasi patologia infettiva) da tutti gli altri individui con l’intento di evitare che possa contagiare altre persone. L’isolamento è quindi una precauzione che viene applicata nei casi di persone confermate positive al virus o con sintomi tali da sospettare di essere stati contagiati. L’isolamento comporta generalmente una separazione fisica della persona in ospedale (quando le condizioni di salute sono gravi o moderate) o in una struttura domiciliare (per situazioni meno gravi) fino alla completa guarigione.
  • Quarantena – La quarantena è un periodo di distacco e restrizione di una persona che non risulta positiva o con sintomatologia evidente della patologia, ma che è stata esposta al virus o che abbia avuto contatti stretti con casi confermati di coronavirus. Il periodo da trascorrere in quarantena varia a seconda dalla tipologia di malattia infettiva, ma per il coronavirus il tempo di quarantena è stato fissato a quattordici giorni. I soggetti in quarantena hanno generalmente il divieto di uscire fino alla conclusione del periodo indicato.
  • Limitazione degli spostamenti (raccomandazione di restare a casa) – La limitazione degli spostamenti è una misura rivolta all’intera popolazione con la raccomandazione di restare a casa per evitare gli incontri fisici e la creazione di aggregazioni di persone. È una misura che viene applicata per periodi di tempo estremamente variabili e che dipendono da numerosi fattori, ma che per esigenze lavorative, motivi di salute e necessità permette di uscire di casa.

Le tre misure, sebbene condividano la necessità di distanziamento fisico, hanno proprietà specifiche che le rendono chiaramente diverse nelle caratteristiche, ma anche nelle ricadute sulla quotidianità. Basti pensare come non sia permesso uscire di casa a tutti coloro che si trovano in quarantena o in isolamento neanche per esigenze lavorative, motivi di salute e necessità, concesse invece nei casi di limitazione degli spostamenti. Proprio sull’esperienza di quarantena è stata pubblicata recentemente sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet una review di studi (Brooks, et al., 2020) che basandosi su esperienze di quarantene e isolamento di altre malattie (quali Sars, influenza H1N1, Ebola, influenza equina e MERS) ne ha descritto i possibili rischi psicologici.

Quello che emerge da questa revisione di studi è che in generale le persone sottoposte a quarantena tendono a riportare maggiori condizioni di stress rispetto a chi non ha ricevuto questa misura restrittiva, ma ad emergere in modo particolarmente evidente sono problematiche emotive quali la paura e la preoccupazione di poter contrarre la patologia o di poterla trasmettere ad altri, ma anche l’ansia di non riuscire a svolgere attività importanti come acquistare cibo e generi di prima necessità. Gli studi hanno messo in evidenza che l’agitazione può anche essere legata a problematiche di natura lavorativa, economica o familiare dovute all’incertezza della situazione in cui si sta vivendo. La noia e la solitudine legate al cambio di stile di vita ed ai lunghi periodi passati a casa, insieme all’interruzione così repentina della quotidianità, potrebbe anche portare a maggiore tristezza ed umore depresso, ma anche frustrazione ed irritabilità legate all’assenza di libertà di movimento e l’impossibilità di poter svolgere delle attività a cui si tiene. A tutte queste problematiche possono anche aggiungersi difficoltà del sonno e a svolgere le attività quotidiane, ma anche il rischio di stigma ed emarginazione sociale.

Come detto in precedenza, le problematiche descritte in questo studio fanno riferimento alle conseguenze di condizioni di vero e proprio isolamento o quarantena. Tuttavia c’è una crescente attenzione da parte delle istituzioni per gli effetti sulla popolazione dello stress generato da questo stato di crisi (World Health Organization, 2020a). Come sottolineato dall’American Psychological Association (APA, 2020), il passare molto tempo a casa con stimoli e contatti sociali limitati potrebbe comunque essere considerato rischioso per il benessere psicologico degli individui. Infatti nonostante le problematiche psicologiche legate alla “limitazione degli spostamenti” (raccomandazione di restare a casa) non siano equiparabili a quelle vissute in quarantena o in isolamento, e nonostante a livello globale le influenze negative per la salute mentale degli individui sembrino essere ancora sotto controllo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, 2020a) ha comunque espresso preoccupazione i livelli di stress che sta generando questa crisi globale. Per questo motivo, sebbene, non ci siano ancora ricerche che possano dimostrare le conseguenze psicologiche delle restrizioni di mobilità causate dal COVID-19, precedenti studi condotti su esperienze stressanti e condizioni ambientali limitanti ed ostili hanno permesso a numerosi enti, organizzazioni, ordini ed associazioni scientifiche nazionali ed internazionali (Australian Psychological Society, 2020; Berufsverband Österreichischer PsychologInnen, 2020; Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, 2020a; 2020b; Centers for Disease Control and Prevention, 2020; European Federation of Psychologists Associations, 2020; Ordem dos Psicólogos Portugueses, 2020), di sintetizzare, in ottica di prevenzione, alcuni consigli da applicare per supportare il benessere psicologico e la salute mentale durante l’epidemia di COVID-19. In linea con l’infografica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, 2020b) le principali indicazioni alla popolazione sono:

  • Evita la visione eccessiva e la ricerca compulsiva di notizie sul coronavirus che potrebbero causare ansia e stress. Quando siamo preoccupati tendiamo a valutare le cose in modo peggiore di quello che sono. Avere informazioni accurate su tematiche di salute pubblica è importante, ma fai riferimento e condividi solo fonti ufficiali ed affidabili.
  • Mantieni uno stile vita salutare, mangia sano ed in modo equilibrato, e cerca di dormire bene e con regolarità. Se sei in grado di svolgere attività fisica in casa, non perdere l’occasione di restare in forma. Evita il consumo di alcool, tabacco o di altre sostanze quando sei stressato e che potrebbero limitare la tua lucidità. Trova dei momenti per te e presta attenzione ad i tuoi bisogni, alle tue emozioni ed ai tuoi sentimenti.
  • Conserva buone relazioni sociali e continua a comunicare con i tuoi amici ed i tuoi familiari. Nonostante non sia possibile incontrare fisicamente le persone, prova a mantenere i contatti attraverso le telefonate, i messaggi e le chat. Le nuove tecnologie permettono di mantenere una rete sociale attraverso il mondo virtuale, usa anche video-chiamate ed i social network per restare in contatto con le persone intorno a te in questo momento di limitazione della mobilità.
  • Imposta le tue giornate creando e seguendo routine quotidiane. Svolgere attività regolari e organizzare il tempo della tua giornata può facilitare l’adattamento in una situazione nuova come questa. Togli il pigiama quando inizi la giornata e cerca di strutturare momenti specifici per il lavoro, per lo studio, per rilassarti e per divertirti. Definisci degli orari per i pasti e se è possibile prova a creare una distinzione fisica degli spazi per attività diverse.
  • Utilizza le strategie che hai già applicato in passato per superare situazioni difficili. Prova a ricordare come hai gestito in precedenza le tue emozioni durante delle avversità. Focalizzati sul positivo, prova a pensare al “distanziamento sociale” come un atto altruistico che stai mettendo in atto per proteggere le persone che sono più vulnerabili riducendo la possibilità di diffusione del virus.
  • Cerca ulteriore supporto se lo ritieni necessario. Se credi che lo stress, la paura o l’agitazione stiano influenzando negativamente la tua quotidianità creandoti una situazione di malessere, il supporto di uno psicologo può aiutarti. Gli psicologi sono professionisti altamente qualificati ed esperti che possono aiutarti ad affrontare le difficoltà. Vai sul sito del Ministero della Salute per trovate l’elenco delle iniziative di supporto psicologico in tutte le regioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, 2020a) ha chiaramente espresso la necessità di affiancare alle misure di contenimento del COVID-19 azioni di supporto del benessere psicologico per aiutare la popolazione ad affrontare lo stress generato da questa crisi. Per riuscire a prevenire e fronteggiare adeguatamente le difficoltà che potrebbero insorgere risulta quindi indispensabile seguire le linee guida internazionali e del Ministero della Salute affidandosi al supporto degli psicologi.

 

L’abuso sessuale sui minori: tra fragilità e indifferenza

L’abuso sessuale a danno di minori è una delle forme di violenza più estreme della nostra società. Danneggia lo sviluppo fisico, psicologico, emozionale e sociale dei bambini.

 

È un fenomeno di proporzioni enormi: secondo le Nazioni Unite circa il 10% dei minori europei è o è stato vittima di qualche forma di abuso sessuale. Eppure ancora si fa fatica a riconoscere l’effetto devastante che questo può generare, anche a distanza di molti anni. Spesso non si comprende davvero cosa succede a un bimbo abusato e gli adulti, profondamente toccati dai racconti della vittima, tendono a non ascoltare con attenzione, a dubitare.

La base per sradicare questo fenomeno è migliorarne lo studio e la comprensione, assistere i minori vittime di abuso. Invece spesso capita che gli adulti dubitino delle parole di un bambino, mentre la vittima fatica a esprimere quello che sente e ha vissuto.

Le cinque fasi dell’adattamento all’abuso

Una delle teorie che può aiutarci a capire cosa succede a questi minori è la Sindrome di Adattamento all’Abuso, sviluppata dallo psichiatra statunitense Roland Summit (1987). L’autore divide questa sindrome in cinque fasi. Si comincia per quella della “segretezza”, in cui il minore viene manipolato emozionalmente. Prima dell’abuso, si crea un contesto oscuro dove il bambino può percepire che qualcosa non va, ma nondimeno si fida della parola dell’adulto. L’abusatore ottiene la sottomissione fisica ed emozionale del minore, che si trova in una situazione di paura e insicurezza. Spesso le vittime raccontano che chi gli ha inflitto violenza “era buono” e di non aver denunciato perché gli “veniva chiesto di non dire niente”.

La seconda fase è il “sentimento di impotenza”. Il minore vittima di abuso, si trova in uno stato di vulnerabilità e di mancanza di riferimenti. Soffre l’abbandono e l’assenza di protezione. Di questo può approfittare l’abusatore, traendo vantaggio della necessità di affetto da parte del bambino.

In una situazione di abuso sessuale cronico e ripetuto il minore cerca disperatamente un equilibrio, si adatta al dolore e alla violenza. Di fatto si dissocia. Prova a isolare le emozioni causate dall’abuso perché questo non invada anche il resto della sua vita. Così il minore mantiene una facciata di normalità, senza mostrare la sua sofferenza. Si adatta al trauma. Questa è la terza fase, che Summit chiama “intrappolamento e adattamento”, e spiega come molto spesso gli altri adulti che circondano il minore abusato non si rendano conto di quello che gli sta succedendo.

La fase successiva è quella della “rivelazione ritardata, conflittuale e poco convincente”. Sprofondato nella paura e la manipolazione da parte dell’adulto, è poco probabile che il minore possa denunciarlo spontaneamente, meno ancora al di fuori della famiglia. Può però succedere che la violenza venga scoperta in maniera accidentale o un professionista medico se ne renda conto. Oppure, il minore trova l’opportunità di denunciare in un momento di crisi all’interno della famiglia. Ma la denuncia stessa porta a una nuova crisi e alla reazione della famiglia e questo spesso causa nella vittima un sentimento di colpa, altre paure, vergogna. Il minore può sentirsi responsabile per la reazione degli adulti, pentirsi di aver parlato e di conseguenza – questa è l’ultima fase che Summit chiama “ritrattazione” – arrivare a dire di essersi sbagliato, di non ricordare bene.

La responsabilità degli adulti

Spostiamo ora l’attenzione sugli adulti. Spesso non sanno né ascoltare le richieste di aiuto dei minori né come intervenire. Sono ostacoli legati a miti e pregiudizi erronei: si crede per esempio che gli abusi sessuali su minori capitino solo fra le classi socioeconomiche più basse, o che i bambini mentano o esagerino il loro racconti, oppure che queste cose riguardino solo le bambine e comunque siano molto rare. Molti sono ancora convinti che gli abusi avvengano solo fuori di casa e che siano gravi solo se includono il coito. O ancora che i minori stessi provochino o seducano gli adulti e che quindi siano essi stessi responsabili attivi dell’abuso.

Ma chi lavora in questo campo sa fin troppo bene che tutto questo è falso: gli abusi avvengono a tutti i livelli della società, ai danni di maschi e femmine. È poco probabile che un bambino inventi di sana pianta un episodio di abuso. Abusi che sono in gran parte operati all’interno della famiglia o da conoscenti: in generale esiste fra abusato e abusatore una relazione di fiducia o affetto preesistente.

Inoltre, è necessario ampliare il nostro concetto di abuso sessuale: questo non si limita alla penetrazione. Per il minore possono avere effetti devastanti anche episodi di esibizionismo, masturbazione, contatti con genitali. Ed è un errore pericoloso pensare che i minori abbiano qualche responsabilità per aver cercato affetto e contatto fisico. Sono innocenti, pur avendo bisogno di vicinanza, carezze, abbracci adatti alla loro età. Colpevolizzarli per questo non è altro che un modo subdolo per togliere responsabilità agli adulti.

L’abuso sessuale sui minori si origina da vari fattori. Per combatterlo bisogna partir dal punto centrale della questione, cioè il conflitto tra l’esperienza del bambino e l’indifferenza del mondo adulto. Dobbiamo promuovere una maggiore consapevolezza dei rischi a cui i minori sono esposti, oltre a sradicare miti e convinzioni sbagliate sul fenomeno che impediscono la prevenzione e un’assistenza corretta alle vittime. Soprattutto, l’adulto che sa di un bambino che soffre di abusi sessuali ha sempre la responsabilità di denunciare e fare tutto quello che è in suo potere per interrompere le violenze. Questo non vuol dire credere a tutto quello che un bambino dice, bensì allargare lo sguardo per evitare cadere nella disattenzione o pregiudizi che possono essere dannosi.

 

Aspetti neuropatologici e neuropsicologici nella variante comportamentale della demenza frontotemporale (bvFTD)

L’articolo propone un approfondimento circa le caratteristiche neuropatologiche della variante comportamentale della Demenza Frontotemporale, in rapporto agli specifici deficit cognitivi e segni clinici che la sindrome comporta.

 

 La Demenza Frontotemporale descrive un gruppo di sindromi che presentano deficit nelle funzioni esecutive, modificazioni nel comportamento e problemi di linguaggio. Ne esistono due sottotipi, comportamentale e linguistica, quest’ultima suddivisa nei tipi non-fluente e semantica. Il tipo comportamentale della demenza frontotemporale costituisce la forma più comune all’interno dell’ampio cluster delle sindromi da degenerazione frontotemporale, la quale include la paralisi supranucleare progressiva, la sindrome corticobasale e appunto la demenza frontotemporale (Murley et al., 2018).

La variante comportamentale della Demenza Frontotemporale (bvFTD – behavioural variant frontotemporal dementia) è attualmente considerata la seconda causa più comune di demenza dopo quella di Alzheimer (Young et al., 2018; Rascovsky et al., 2011; Harciarek et al., 2013) e rappresenta soprattutto in fase di esordio e a ragione dell’eterogeneità sintomatologica, una sfida diagnostica per il clinico.

I cambiamenti nella personalità, nel comportamento e nelle facoltà cognitive caratteristici della bvFTD riflettono disfunzioni a carico delle connessioni reciproche tra le cortecce orbitofrontale, prefrontale dorsolaterale e prefrontale mediale e i nuclei della base ed il talamo. Questi circuiti sono a loro volta influenzati da afferenze corticali dai lobi temporale e parietale (Lanata et al., 2016).

Una normale attività nella corteccia prefrontale mediale, inclusa la corteccia cingolata anteriore, è associata con la motivazione. Lesioni in queste aree determinano una riduzione del comportamento motorio spontaneo che include l’avvio della comunicazione. Esse determinano inoltre un deficit del comportamento finalizzato in generale. La corteccia cingolata anteriore è spesso compromessa da processi neurodegenerativi nella bvFTD, particolarmente nel lobo destro, e causa apatia e inerzia. Pazienti con una forma apatica di bvFTD occupano molte ore guardando la televisione, non si occupano della propria igiene personale o delle loro responsabilità sociali. Non iniziano una conversazione e parlano solo se interrogati. La bvFTD è caratterizzata da una precoce e pervasiva modificazione cerebrale nelle regioni che sono state considerate critiche per i processi di cognizione sociale: corteccia orbitofrontale, corteccia prefrontale ventromediale, insula e il lobo temporale anteriore.

Se da un lato è lecito supporre che i deficit di cognizione sociale possano riflettere più generalmente una disfunzione esecutiva (a titolo di esempio, per la risoluzione di un dilemma sociale, correlato con l’empatia, occorrono capacità di flessibilità cognitiva), ci sono evidenze che dimostrano che nella bvFTD i cambiamenti nella cognizione sociale precedano e superino le disfunzioni esecutive, in relazione alla precoce compromissione della corteccia prefrontale ventromediale e orbitofrontale e del lobo temporale, piuttosto che i cambiamenti nella corteccia prefrontale dorsolaterale (Harciarek et al., 2013).

Anche altri studi confermano che relativamente ai deficit di cognizione sociale, la perdita dell’abilità di interpretare gli stati emotivi altrui, la perdita di consapevolezza e di empatia sembra siano dovuti ad una disfunzione della corteccia orbitofrontale mediale destra e dell’insula anteriore (Lanata et al., 2016).

I deficit nelle funzioni esecutive che comunemente sono osservati nella bvFTD, a carico della working memory, flessibilità mentale, controllo inibitorio e pianificazione, non sono così comuni nella prima fase della malattia.

Uno studio di meta-analisi sulle funzioni esecutive nella bvFTD ( Lough et al., 2001) ha evidenziato una preservata abilità esecutiva in un contesto di alterazione comportamentale e di deficit nella cognizione sociale quale risultato di una primaria compromissione nella corteccia orbitofrontale, prefrontale ventromediale e temporale anteriore, e non nella regione della corteccia prefrontale dorsolaterale. Gli autori hanno descritto casi in cui si evidenziavano cambiamenti significativi nel comportamento e nella personalità, con un deficit nella fluenza verbale ma con una performance nella norma nel Wisconsin (WCST). Il medesimo studio ha indicato nei risultati delle prove di Theory of Mind il deficit più evidente in test formali, confermando che nella bvFTD vi è una grande difficoltà nell’abilità di prendere la prospettiva dell’altro ed interpretarne i segnali sociali.

Rahman e colleghi (Rahman et al., 1999) hanno trovato una dissociazione tra le funzioni esecutive in pazienti con bvFTD, con un deficit di decision-making, mentre la working memory spaziale e la programmazione erano preservate. Risultati che anche altri studi più recenti sembrano confermare. In particolare Vijverberg e collaboratori (Vijverberg et al., 2017), nella comparazione del profilo neuropsicologico nella bvFTD e i disturbi psichiatrici più comuni, hanno evidenziato un deficit significativo nei compiti di fluenza verbale (soprattutto per i nomi di animali) e risultati migliori in attenzione, working memory e memoria verbale rispetto al gruppo dei soggetti schizofrenici o con disturbo bipolare.

Un altro studio (Ranasinghe et al., 2016) ha rilevato differenti pattern di deficit cognitivo nei diversi stadi della bvFTD. In particolare si è osservato che nelle prime fasi della malattia sono più evidenti i disturbi neuropsichiatrici, insensibilità agli errori, lenti tempi di risposta, deficit di denominazione, mentre sono preservate memoria, attenzione e denominazione degli stati affettivi altrui. Progressivamente il declino si estende alla rievocazione libera, shifting, abilità visuospaziali, fluenza semantica, denominazione delle emozioni, calcolo e comprensione sintattica. Dalla meta-analisi effettuata nello studio emerge una capacità di controllo inibitorio al di sotto della media (z=-1.4/-1.6) ma non così compromessa come ci si aspetterebbe viste le caratteristiche del disturbo.

Correlata al controllo inibitorio, è proprio la disinibizione il segno più eclatante di bvFTD. Un grande ruolo nei sistemi di controllo cognitivo è giocato dalla corteccia orbitofrontale (OFC), che può essere definita come una stazione di collegamento nella corteccia frontale, perché ha un ruolo inibitorio in relazione alla corteccia limbica. La OFC gioca anche un ruolo critico nella modificazione del comportamento in relazione a premi e punizioni. Una disfunzione della OFC è comunemente associata con la disinibizione e la labilità emotiva, le quali possono manifestarsi anche con impulsività (guida spericolata, gioco d’azzardo, abuso di sostanze, acquisto compulsivo, comportamento criminale, binge eating) (Christidi et al., 2018).

Sembra invece che una disfunzione fronto-sottocorticale possa essere responsabile dei movimenti ripetitivi (ritualistici e compulsivi) e dell’espressività verbale stereotipata.

Anche le disfunzioni neurochimiche sembra giochino un ruolo fondamentale nell’eziologia dei disturbi della bvFTD. In particolare si osserva una diminuzione di densità dei neuroni serotoninergici e dopaminergici, mentre le vie noradrenergiche e colinergiche risultano preservate. Si è documentata una perdita fino al 40% dei neuroni serotoninergici nei nuclei del Rafe e una disfunzionalità dei recettori 5HT1 e 5HT2A nelle regioni fronto-orbitale, cingolata, frontale mediale e temporale. E’ stata osservata una perdita di neuroni glutammatergici e GABAergici, ma la conseguenza funzionale di questa perdita non è ancora chiara, in parte a ragione della complessità delle dinamiche di interazione tra neuroni glutammatergici e GABAergici nei circuiti corticali (Murley et al., 2018; Hughes et al., 2015).

Allo stato attuale della ricerca, sembra che la bvFTD rifletta un profilo di deficit neuropsicologico multi-dominio correlato ad una generale disfunzionalità corticale e sottocorticale. La rilevazione del quadro è resa ancora più complessa dall’eterogeneità dei segni clinici nelle fasi di esordio, i quali possono apparire simili a quelli osservati in un disturbo psicotico. Inoltre le modificazioni cerebrali strutturali, evidenti nelle fasi avanzate della sindrome, possono non essere documentate fino ad alcuni anni dall’esordio sintomatologico. Ai fini di una diagnosi precoce di bvFTD, la letteratura è concorde nel raccomandare un assessment che tenga in considerazione i segni clinici, i sintomi comportamentali e psicologici, così come una misura della performance neuropsicologica.

 

Capire le adolescenti. Le sette tappe per passare dall’infanzia all’adolescenza (2019) di L. Damour – Recensione del libro

Lisa Damour in Capire le adolescenti parla delle donne e delle tappe che devono intraprendere per passare dall’infanzia all’adolescenza. Ogni tappa è ben descritta e arricchita da aneddoti realmente accaduti, episodi che hanno vissuto le pazienti dell’autrice, pazienti figlie o pazienti madri.

 

Di questo libro colpisce il titolo: Le adolescenti. Come mai l’autrice dice LE e non GLI adolescenti? Basta leggere qualche pagina di Capire le adolescenti per avere la risposta a questa domanda.

Si parla di donne, e la prima donna che viene citata nel testo è a dir poco nota: Anna Freud. La prima a parlare di “linee evolutive”, la psicanalista che ha ipotizzato che la crescita dall’infanzia all’adolescenza avvenga su fronti multipli attraversando una serie di stati. Lisa Damour più volte nel suo testo riconosce dei meriti ad Anna Freud, la definisce una delle prime professioniste ad aver normalizzato molte delle sfide che si verificano in adolescenza. Lisa Damour non parla di stadi evoluivi, bensì di “tappe”, sette tappe attraverso cui viaggia l’adolescente, ma soprattutto il genitore che si rapporta a lei.

Sette tappe e sette capitoli di un libro. Ogni capitolo si apre con un aneddoto realmente accaduto, episodi caratterizzanti le vite di pazienti dell’autrice, pazienti figlie o pazienti madri.

Prima tappa: un’inevitabile distacco dell’adolescente dal suo nido familiare. Il capitolo del libro ci mette di fronte a madri confuse, con difficoltà a interpretare il comportamento della propria figlia, quella figlia che fino a poco tempo fa era affettuosa, complice, e invece adesso è una figlia che si isola, che risponde a tono, indecifrabile. Ma la Damour aiuta le madri in questione a decifrare le proprie figlie, talvolta utilizzando anche delle metafore: una figlia adolescente nuotatrice e una madre piscina. La nuotatrice prende il largo, si diverte, sguazza libera, ma sempre sente l’esigenza di aggrapparsi al bordo della piscina.

Che ruolo hanno le relazioni con i pari in età adolescenziale? Tappa 2: l’adolescente si unisce a una nuova tribù. La Damour racconta di aver avuto non poche pazienti adolescenti che le hanno fatto varie richieste di aiuto: essere accettata dal gruppo, non essere esclusa, essere popolare, essere vista. Perché è di questo ciò di cui un’adolescente ha bisogno: l’inserimento in un gruppo di pari. Talvolta non è semplice, richiede un conformarsi, anche quando ci si sente diversi. L’adolescente senza amiche si sente persa. Anche in questo capitolo non mancano le linee guide per il genitore, il quale potrebbe avere motivo di preoccuparsi o no. Riconoscere i campanelli d’allarme come isolamento, bullismo, sconforto. Perché prevenire è meglio che curare.

Da brava psicologa la Damour dedica un capitolo alle emozioni: la terza tappa. L’adolescenza è caratterizzata da emozioni estreme, al punto che devono essere scaricate su qualcun altro: il genitore. Il genitore però spesso si limita a “sopportare” le lamentele della propria figlia, quando invece quest’ultima sta facendo una richiesta d’aiuto. Le linee guida per relazionarsi a dovere con le emozioni di un’adolescente sono ben esplicate dall’autrice. Talvolta genitori e figlie si trovano di fronte a semplici problemi comunicativi, risolvibili. A volte ci si relaziona a disturbi dell’umore, i quali richiedono un percorso più complesso, ma riconoscere i primi segnali o richieste d’aiuto non è difficile.

Talvolta l’autorità del genitore viene messa in discussione: tappa 4. Di fronte a una tappa simile il genitore è sconcertato. Fino a poco tempo prima la propria figlia era obbediente, facilmente gestibile, adesso scatta una certa ribellione, che tra l’altro è positiva. L’adolescente cerca i suoi spazi, rompe l’attaccamento morboso con la figura genitoriale. Ciò non sarà semplice per il genitore che vuole tenere la propria figlia al suo posto, ma non ci riesce. Talvolta alzare la voce non serve, tuttavia è opportuno riconoscere i pericoli veri e le linee guida per far ciò sono ben esplicate dalla Damour.

Le ultime cinque tappe ci mettono di fronte a quelli che potrebbero essere i problemi più concreti e frequenti dell’adolescenza.

Tappa 5: incertezza per il futuro. Cosa l’adolescente vuole essere? Qual è il suo punto d’arrivo? Spesso i modelli di riferimento adolescenziali provengono dalla rete. È quindi opportuno che il genitore stia ben attento ciò con cui si rapporta il proprio figlio in internet, ma non solo. L’incertezza per ciò che sarà proviene anche dal contesto scolastico. L’adolescente attribuisce importanza alla scuola, ma forse non nelle dovute misure. Per tale motivo che il genitore dovrebbe adoperarsi al fine di assistere la propria figlia e mostrarsi attento anche verso i suoi impegni scolastici, naturalmente senza invadenza, ma come una guida.

E le relazioni sentimentali? È proprio in adolescenza che fanno la prima vera comparsa. Questa è la tappa 6, alquanto difficile per il genitore, perché l’adolescente è spesso molto riservata su questa tematica, quindi ci si è spesso all’oscuro di tante cose. Forse il genitore si è dimenticato di essere stato adolescente a sua volta, per cui non sempre darà al proprio figlio i consigli giusti. L’adolescente seguirà sempre la propria bussola interiore, scoprendo gradualmente anche la propria sessualità.

L’ultima tappa riguarda il proprio aspetto e l’accettazione corporea. Inulte dire che a quest’età sarà piuttosto frequente non accettarsi fisicamente, ricorrendo anche ad un pessimo rapporto con il cibo e diete sbagliate.

Diciamo che l’intento dell’autrice è quello di far rimembrare alle madri di oggi cosa significa essere adolescenti. Ciò sarà molto utile al fine di relazionarsi alle proprie figlie riconoscendo segnali non costruttivi; e una volta terminato il libro, credo che il lettore possa sentirsi davvero proiettato nella sua adolescenza, rendendosi conto che forse non era un’età poi così terribile ma tutt’altro: un’età carica di emozioni ed esperienze indimenticabili.

 

“Voglio che tu mi voglia!”: come il desiderio sessuale cambia nel corso della relazione

Uno studio recentemente pubblicato su Archives of Sexual Behavior ha indagato la correlazione esistente tra desiderio sessuale e soddisfazione di coppia, in particolare sull’oscillazione del desiderio maschile e femminile nel corso del tempo (McNulty et al., 2019).

 

È ormai risaputo quanto il desiderio sessuale e l’intesa in camera da letto siano importanti per la riuscita di una relazione stabile e duratura. A questo proposito, gli autori si sono prefissati l’obiettivo di indagare una particolare area di interesse per le relazioni di lunga durata: come il desiderio, nel corso del tempo, cambia negli uomini e nelle donne all’interno di un rapporto esclusivo (McNulty et al., 2019).

L’intesa e il comportamento sessuale sono caratteristiche distintive delle relazioni romantiche (Hazan & Zeifman, 1994) ed è proprio per la loro importanza che hanno numerose implicazioni critiche per il benessere della coppia (Maxwell & McNulty, 2019; McNulty, 2016). Uno studio condotto da McNulty e colleghi (2016) ha evidenziato come la soddisfazione sessuale sia in grado di predire significativamente i cambiamenti nella soddisfazione relazionale; individui soddisfatti a livello sessuale, infatti, sono più disposti a rimanere a lungo all’interno di una relazione monogama esclusiva (Day et al., 2015).

Nonostante l’importanza della soddisfazione sessuale all’interno della coppia, è abbastanza raro che entrambi i partner mantengano i medesimi livelli di desiderio nel corso degli anni ed è comune che uno dei partner abbia un maggior desiderio rispetto all’altro (es. Risch et al., 2003).

Nei rapporti di lunga durata, diversi studi hanno dimostrato che la frequenza dei rapporti sessuali cala drasticamente man mano che gli anni passano (Ard, 1977; McNulty et al., 2016); esistono alcune prove scientifiche che sembrano sostenere l’ipotesi che siano le donne a mostrare un calo più marcato del desiderio sessuale rispetto ai partner maschili (es. Arndt, 2009; Graham et al., 2017; Murray & Milhausen, 2012).

In uno studio condotto da Byers e Lewis (1988), gli autori hanno evidenziato che il 50% dei soggetti appartenenti al loro campione, almeno una volta, si è mostrato in disaccordo col partner sull’avere un rapporto sessuale;disaccordi riguardavano in particolar modo le donne che rifiutavano un atto sessuale desiderato dal loro compagno. Inoltre, le donne sembrano riportare un minor livello generale di desiderio sessuale rispetto agli uomini (es. Murray & Milhausen, 2012).

Il presente studio si è posto l’obiettivo di indagare, all’interno di un campione composto da 314 soggetti (tutti implicati in una relazione stabile), se le coppie esperissero tassi differenti di desiderio sessuale rispetto ai propri partner. Sono state prese in considerazioni due ulteriori variabili, ovvero la gestazione e la maternità, in rapporto a quanto influissero sul desiderio femminile (McNulty et al., 2019).

I risultati hanno mostrato che nelle donne il desiderio sessuale tendeva a diminuire più rapidamente nel tempo rispetto al desiderio della controparte maschile; gli uomini infatti non riportavano una diminuzione significativa del desiderio. Inoltre, la gestazione e il parto diminuivano ulteriormente il desiderio femminile (ma non quello maschile), accentuando la già presente differenziazione tra i sessi. Infine, il declino del desiderio sessuale femminile era in grado di predire significativamente il declino della soddisfazione relazionale della coppia (McNulty et al., 2019).

 

Covid-19: vademecum comportamentale rivolto al personale sanitario per la gestione delle comunicazioni con i pazienti

Un vademecum comportamentale rivolto al personale sanitario della Continuità Assistenziale (CA) e delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), per la gestione delle comunicazioni con i pazienti e i loro famigliari, nell’ambito dell’emergenza COVID-19.

 

La pandemia da SARS-CoV-2 sta mettendo a dura prova non solo il personale sanitario ospedaliero ma anche territoriale, a causa sia dell’incremento dei flussi di chiamate e richieste di intervento, sia degli aspetti psico-sociali correlati: isolamento, ansia, paura, panico, lutto.

Lo scopo del presente fascicolo è fornire al personale sanitario della Continuità Assistenziale e delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale delle indicazioni per migliorare la gestione degli aspetti comunicativi e relazionali, particolarmente cruciali in questa fase storica del Sistema Sanitario Nazionale.

I contesti considerati sono quelli tipici dell’attività di CA: valutazione telefonica, visita domiciliare e visita ambulatoriale. I comportamenti indicati sono finalizzati a migliorare l’interazione del sanitario con il paziente e con i famigliari.

I vantaggi attesi per il paziente e per i famigliari sono: miglioramento della comprensione delle indicazioni e delle informazioni ricevute; riduzione dell’ansia e di altri aspetti psicologici disfunzionali; miglioramento dei comportamenti funzionali ad una corretta gestione della malattia. I vantaggi che ne derivano per il sanitario sono: miglioramento dell’efficacia nella gestione dei problemi clinici; incremento di self-confidence; riduzione dello stress psico-fisico lavoro correlato.

Consulta il vademecum cliccando qui

 

Il lutto perinatale e le sue ripercussioni sulla coppia

A seguito del lutto perinatale ci si trova ad affrontare sofferenza, emozioni e cambiamenti che hanno ripercussioni anche sul funzionamento della coppia.

 

La perdita durante la gravidanza è un evento traumatico, ambiguo e paradossale, che va a toccare non solo la donna e il partner nelle loro individualità, ma anche la comunicazione, le dinamiche relazionali e, infine, la sfera della sessualità e dell’intimità di coppia.

Quando una gravidanza termina prima del tempo, la coppia genitoriale si trova a dover integrare le precedenti emozioni di gioia che derivano dall’attesa della nuova vita, a vissuti di profonda sofferenza, che si manifestano come conseguenza del lutto. La nascita di un figlio spesso rappresenta il coronamento del sogno di genitorialità e di generatività della diade, e la sua morte comporta non solo la perdita del figlio stesso, ma anche la privazione, almeno temporanea, delle speranze e dei sogni che i genitori avevano creato intorno alla nascita (Gandino, Vanni, Bernaudo, 2018). In seguito all’evento inaspettato, e qualora il lutto venga a incistarsi, tra i partner possono emergere alcune problematiche coniugali che talvolta conducono alla deriva del rapporto (Shreffler, Wonch Hill, Cacciatore, 2012).

La letteratura scientifica evidenzia come inevitabilmente la coppia faccia esperienza di alcuni cambiamenti che possono riguardare la comunicazione, la dinamica relazionale o l’intimità e la sessualità.

Per quanto concerne i cambiamenti nella comunicazione sono state osservate due differenti modalità di espressione del lutto: quella istintiva, prevalentemente femminile e caratterizzata da manifestazioni affettive intense, e quella pratica, contraddistinta da strategie di elaborazione più concrete e orientate al fare, per lo più tipica degli uomini (Martin, Doka, 2000). Quando queste diversità non si incontrano, possono generare dei conflitti e limitare il supporto che i partner sono in grado di offrirsi reciprocamente (Hutti, Armstrong, Myers, Hall, 2015). I differenti modi di affrontare ed esprimere il lutto, se non sono supportati da una buona comunicazione, possono porsi come limite alla continuità del legame.

Sul piano delle dinamiche di coppia è emerso che i partner non sempre hanno la possibilità di elaborare il lutto in maniera congiunta. Infatti, può accadere che quando uno di loro ricerca l’apertura e la condivisione, l’altro non desideri parlare della perdita; viceversa quando quest’ultimo ricerca la prossimità, può accadere che l’altro preferisca ritirarsi nelle proprie attività (Hooghe, Neimeyer, Rober, 2012). Quando la coppia fa esperienza di lutto, si viene a creare un movimento interno alla diade equiparabile a una danza tra prossimità e lontananza: la ricerca di vicinanza e l’apertura verso l’altro si alternano all’evitamento e al ritiro relazionale (Rosenblatt, Barner, 2006).

Il lutto perinatale è un evento in grado di influenzare anche la sfera sessuale della coppia, sia per quanto riguarda la frequenza dell’attività sessuale, sia per la percezione del piacere a esso connesso. La diade può percepire un’ambivalenza riguardo a due desideri contraddittori: quello di ritrovare il piacere intimo condiviso e quello di evitare la sessualità stessa, in quanto connessa alla perdita (Dyregrov, Gjestad, 2012). Inoltre, cercare il piacere in un periodo di lutto può suscitare sensi di colpa, vergogna e inadeguatezza, soprattutto se un partner non è in linea con il desiderio dell’altro.

In conclusione, la perdita perinatale si configura come un evento paradossale e in quanto tale possiede delle conseguenze che anch’esse mostrano carattere di ambiguità sul piano della comunicazione, delle dinamiche di coppia e, infine, della sessualità. La diade, “come in una danza”, negozia le difficoltà e le diversità, talvolta in maniera maldestra, calpestandosi i piedi, e talvolta con modalità armoniose. Quando nella coppia ciascuno si adatta ai movimenti dell’altro, si possono mettere in atto delle strategie congiunte e più adattive rispetto all’elaborazione del lutto e al superamento della perdita; viceversa, emergono degli attriti quando i bisogni individuali entrano in opposizione e si tramutano in movimenti relazionali non compatibili con quelli del partner. Questa danza è in continuo cambiamento e, pertanto, non esiste una posizione in cui la coppia possa stabilirsi e in cui possa mantenere immutate le distanze (Rosenblatt, Barner, 2006). Per aiutare i partner a ricomporsi tra loro in modo armonico, il contesto in cui la coppia è inserita, a partire dal personale sanitario ospedaliero fino a giungere all’entourage familiare e amicale, può fare molto. In primo luogo, può comprendere il significato che la perdita assume per i partner e legittimare l’espressione emotiva connessa all’evento, che si esprimerà con la modalità che in quel momento è consona e possibile a ciascuno di essi (Gandino, Sensi, Vanni, 2019).

 

Vulnerabilità psicologica in soggetti affetti da disturbo depressivo maggiore (o unipolare) nel periodo di quarantena

Nelle persone con depressione l’emergenza sanitaria da Covid-19 non fa altro che acuire il senso di inadeguatezza e di chiusura verso il mondo. Come possono essere aiutati questi pazienti a superare il periodo di quarantena?

 

L’Italia, il nostro paese, oramai funge da svariati mesi da emblema e da monito riguardo le conseguenze che uno Stato potrebbe, e nel nostro caso è costretto, affrontare per fronteggiare i problemi di natura organica, economica e psicologica dei quali il virus in questione, il Covid-19, ne è la causa. Tra le tante patologie di natura psicologica i disturbi del tono dell’umore sono estremamente diffusi. Questi consistono in alterazioni emotive, di entità tale da causare, al soggetto che le esperisce, gravi problemi e persistenti disfunzioni, accompagnate da un marcato disadattamento alle normali condizioni ambientali di vita. La perdita delle minime e semplici incombenze della quotidianità, aggravata dalla situazione contingente, fanno del disturbo depressivo una condizione atroce. Ma cos’è la depressione?

Il termine depressione viene utilizzato in modo generico ed estensivo nel linguaggio colloquiale in riferimento ad una sensazione di lieve sconforto o di tristezza momentanea scatenata da un evento o da un pensiero capace di provocare, nel soggetto che lo esperisce, uno stato di malessere transitorio. Tuttavia, volendo uscire dalle imprecisioni di uso comune, è bene sapere che il disturbo unipolare fa riferimento ad uno stato di malinconia di tipo patologico, della durata all’incirca di più di due settimane. Sebbene i principali sintomi identificativi appaiono ben chiari, non lo sono altrettanto le cause, ancora imperfettamente note. Come si fa a fare una diagnosi del disturbo?

I criteri diagnostici maggiormente utilizzati sono quelli che fanno riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), redatto dall’American Psychiatric Association e ormai giunto alla quinta edizione (DSM 5 – APA, 2013). Secondo i criteri dell’attuale DSM 5, per fare diagnosi di Depressione Maggiore il paziente deve presentare almeno cinque o più tra i seguenti sintomi per un periodo di almeno due settimane (criterio A di diagnosi). Nei cinque o più sintomi devono comparire “umore depresso” o “perdita di interesse o piacere”. I sintomi elencati nel DSM 5 comprendono:

  1. Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
  2. Marcata diminuzione di interesse o piacere (anedonia) per tutte, o quasi tutte le attività, per la maggior parte del giorno.
  3. Perdita di peso significativa in assenza di diete o aumento di peso (ad esempio, può essere significativa una variazione del peso corporeo superiore al 5% nell’arco di un mese), oppure riduzione/aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
  4. Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
  5. Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
  6. Faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno.
  7. Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati quasi ogni giorno.
  8. Ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione quasi ogni giorno.
  9. Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ideazione suicidaria senza un piano specifico, oppure tentato suicidio o piano specifico per suicidarsi.

Sempre facendo riferimento al DSM 5, gli altri due criteri che necessitano di essere soddisfatti al fine di porre diagnosi sono:

  • CRITERIO B: I sintomi devono causare disagio o compromissione clinicamente significative in ambito sociale, occupazionale o in altro ambito funzionale importante.
  • CRITERIO C: l’episodio depressivo maggiore non deve essere attribuibile all’uso di particolari sostanze o ad altra condizione patologica.

Quindi i soggetti affetti da disturbo depressivo come possono essere aiutati in questo periodo di quarantena?

Come già detto in precedenza, non sono chiare le cause alla base dell’origine del disturbo; le teorie più recenti propendono verso un modello eziologico che considera l’interazione di alcuni elementi quali la vulnerabilità biologica e quella caratteriale assieme ad eventi di vita stressanti, come ad esempio la presenza di eventi traumatici multipli nel corso della vita. A tal proposito il malcontento generale dovuto allo stato obbligatorio di quarantena non fa altro che acuire il senso di inadeguatezza e la chiusura in soggetti depressi, che sovrapponendosi alla già conclamata patologia crea una sorta di doppio trauma.

Inoltre, la mancanza di lavoro, soprattutto per alcune categorie di cittadini che sono impossibilitati a svolgere le loro mansioni abituali anche da casa, e il basso livello socio-economico rappresentano altri fattori di malessere. In situazioni del genere, diviene pertanto necessaria la presenza della figura del terapeuta, seppur a distanza, ma non solo, poiché di fondamentale importanza sono anche l’avere adeguate relazioni sociali, nonché il supporto di quei familiari che vivono all’interno dello stesso nucleo del soggetto depresso, che ora più che mai ha bisogno di dover ricevere il giusto incoraggiamento, il sostegno e l’aiuto da parte delle persone a lui più vicine.

L’impegno e la costanza dei propri cari nel fornire un supporto è molto importante, poiché rappresenta una fonte di speranza verso una possibile guarigione e un senso di utilità per i parenti dell’affetto. Questo perché lo scompenso depressivo non causa unicamente sofferenza e malessere al soggetto che ne soffre, ma solitamente presenta delle conseguenze negative anche nei confronti dei familiari e di chi gli sta attorno. In effetti è esperienza comune dei soggetti vicini alla persona depressa quella di essere “contagiati” dal suo cattivo umore.

Purtroppo bisogna dire anche che molti individui affetti dalla patologia provano un profondo senso di vergogna che spesso porta ad avere difficoltà nell’ammettere di esserne colpiti, acuendo maggiormente la propria situazione in una sorta di circolo vizioso infernale. Pertanto il primo passo alla base della ripresa consiste proprio nell’accettare la patologia, considerandola come un problema ormai diffuso e comune. Colui che accetta la propria condizione, riesce più facilmente a trovare i meccanismi e le soluzioni più adeguate, atte ad affrontarla e a porvi fine.

 

Il narcisismo espresso nei social network: tra selfie e autostima

Il narcisista vede la propria immagine come qualcosa di idealizzato, proprio perché non sarebbe in grado di accettare l’immagine di Sé reale, quella fallibile, quella per certi versi patetica di un soggetto incapace di riconoscersi e accettarsi.

 

La parola narcisismo è stata coniata da uno studioso inglese, sessuologo, che alla fine dell’Ottocento la utilizzò per indicare chi era dedito in maniera eccessiva all’autoerotismo. Nel corso dell’ultimo secolo, al narcisismo sono stati dati contenuti allineati a tale prima definizione, ma sicuramente non limitati alla sfera sessuale. Diversi autori si sono occupati di provare a definire il narcisismo, soprattutto nell’ambito della psico-patologia uno di questi, che ne ha dato una lettura invero originale, è stato Alexander Lowen, secondo cui lui il narcisista è una persona che nega i sentimenti.

Andiamo con ordine. Lowen inizia il proprio ragionamento sulle attitudini narcisistiche delle persone osservando come esse siano integralmente assorbite dalla propria immagine di sé. La parola immagine già può aiutarci a comprendere come il mondo attuale, così pieno di immagini con le quali veniamo costantemente bombardati, sia una sorta di ambiente ideale per lo sviluppo di tali tendenze. L’autore però va oltre: il narcisista non solo è assorbito dalla propria immagine, ma non riesce a distinguere fra l’immagine di chi effettivamente è e l’immagine di chi crede di essere. Quindi, l’immagine di sé che assorbe il narcisista, non è quella che viene chiamata del sé reale, ma è un’immagine idealizzata, in quanto la prima gli risulta inaccettabile. Lowen identifica il sé con il corpo vivente, quindi all’interno della concezione del sé vi è sia il corpo, sia la mente. L’immagine del sé reale contempla sia le percezioni e le espressioni meramente corporee, sia le percezioni e le espressioni più profonde, più radicate e che si fondono con il corpo per mezzo della mente. In ciò, Lowen identifica i sentimenti. La perdita dell’immagine reale del sé, quindi, è una perdita della possibilità di sperimentare il sentimento, sia dal punto di vista del “sentire”, sia dal punto di vista dell’”esprimere”: il narcisista nega il proprio sé, proprio perché ne nega una parte costitutiva, la parte emotiva, investendo la sua intera esistenza su un’immagine che potremmo definire più esteriore che estetica.

Quanto precede, spiega molto bene un’altra caratteristica che viene unanimemente ascritta al narcisista: la mancanza di empatia. Non essendo in grado di sperimentare i propri sentimenti, ancor meno sarà in grado di riconoscere quelli altrui. Il fatto che i suoi comportamenti, mirati esclusivamente a esaltare la propria grandiosità attribuendosi presuntuosamente meriti e capacità che spesso non ha, facciano soffrire gli altri è una sorta di effetto collaterale del quale egli non ha nemmeno consapevolezza (o, più spesso, nel quale egli non ha proprio interesse). Il suo obiettivo primario non è indurre sofferenza, il narcisista infatti non è necessariamente un sadico, ma riuscire a suscitare negli altri attenzione e ammirazione smisurate.

Non è tutto oro quello che luccica, però, e chi ha tendenze narcisistiche incarna perfettamente questo proverbio. L’immagine di sé che questi soggetti hanno è distorta in due direzioni: verso l’esterno, in quanto si è detto che è un’immagine che vuole essere al centro dell’attenzione altrui, priva di difetti e oggetto di lusinghe; verso l’interno, verso se stessi, in quanto essi sono tremendamente insicuri, permalosi, estremamente sensibili alle critiche e, in apparenza sorprendentemente, dotati di una bassa autostima.

Quest’ultima caratteristica può generare stupore in quanto ci si aspetterebbe che una persona che ritiene di essere più meritevole e smart di chiunque altro, abbia un’elevata autostima. Tuttavia, il significato di autostima è diverso da quello di ego, inoltre non bisogna commettere l’errore di considerare il narcisista come una persona che vede la realtà. Il narcisista vede la propria immagine di sé come qualcosa di idealizzato, proprio perché non sarebbe in grado di accettare la propria immagine di sé reale, quella fallibile, quella per certi versi patetica di un soggetto incapace di riconoscersi e accettarsi. Si può comprendere, allora, perché quando si parla di narcisismo, entra in gioco anche l’autostima, in quanto essa si può declinare come la consapevolezza: di possedere gli strumenti per affrontare la vita e le sue richieste; di saper usare questi strumenti; di meritare di raggiungere i propri obiettivi (o, in senso più ampio, di meritare la felicità). Se una persona vive l’ambiente in cui è immersa, quindi anche le persone che la circondano, esclusivamente come fonte di approvazione, è evidente che non possiede alcun tipo di consapevolezza sulle proprie capacità e sulla possibilità di meritare o meno il raggiungimento degli obiettivi che si prefigge. Come si è visto, infatti, questa stessa persona non ha altro obiettivo che vedere celebrata la propria immagine.

Ci troviamo di fronte, dunque, a qualcuno che ha escluso i sentimenti dalla propria vita, che tendenzialmente ha poca consapevolezza di sé, che ha una bassa autostima e che riesce a vedere solamente un’immagine esteriore di ciò che è. A questo punto, è legittimo ipotizzare che il narcisista sia una sorta di selfie di sé stesso ed è proprio ai selfie che si rivolge la ricerca esplorativa presentata di seguito.

Per indagare la relazione tra autostima, social media e narcisismo in modo del tutto esplorativo, abbiamo condotto una ricerca anonima su un campione di n=84 partecipanti residenti in Italia, maggiorenni e che vi hanno partecipato volontariamente. I dati sono stati raccolti in maniera anonima, senza richiedere alcun dato sensibile, come ad esempio indirizzo email, indirizzo ip o altro. Inoltre, è stato richiesto e ottenuto il consenso informato a tutti i partecipanti. Sono stati utilizzati test volti a misurare la dipendenza da social network, l’autostima e il narcisismo. Si presentano di seguito i risultati ottenuti.

Strumenti Utilizzati:

  • Rosenberg Self-Esteem Scale, per misurare l’autostima: La Scala di Autovalutazione dell’Autostima di Rosenberg, realizzata nel 1985 è oggi una delle più utilizzate a livello mondiale per la valutazione dell’autostima da parte del soggetto esaminato. Come tutte le Scale di Autovalutazione consente di ottenere una risposta di massima che aiuta il soggetto che la compila a comprendere il proprio livello di autostima e se è opportuno intervenire nel caso l’autostima sia bassa. Non sostituisce assolutamente il parere di un professionista esperto ma consente di porsi domande ed eventualmente cercare risposte in caso di bassa autostima.
  • SB-PNI inventory: Il PNI è stato uno dei primi test a valutare il narcisismo patologico a livello multidimensionale. Il PNI a 28 item ha buone capacità psicometriche. Successivamente è stato elaborato un test molto breve, l’SB-PNI composto da 12 item che indaga in particolare la “grandiosità” e la “vulnerabilità” ed è quello qui utilizzato. Lo scopo del test è quello di ridurre i tempi di compilazione pur conservando le caratteristiche della scala principale in sole dodici domande.

Preliminarmente, va specificato che l’82.8% del campione è composto da donne con un livello di istruzione così suddiviso: 50% ha un titolo universitario, il 41% scuola superiore. Il 62.8% dei soggetti è fidanzato/sposato mentre il 31% si è dichiarato single. Inoltre, l’età media dei partecipanti è di 27 anni con una deviazione standard di 6.

Il 52.8% dei soggetti utilizza applicazioni per smartphone (giornalmente) molto spesso (misurato su scala likert da 1 a 5, dove 1 è molto poco e 5 è molto spesso) e, analogamente, il 36.6% utilizza i social network molto spesso, sempre su base giornaliera.

Per quanto riguarda i selfie, il 63.6% dei soggetti pubblica i suoi selfie su Instagram, il 33.6% su Facebook.

Narcisismo espresso nei social network tra selfie e autostima Psicologia Fig 1

Fig, 1 Utilizzo giornaliero dei social network

Per quanto riguarda i selfie, in media, nel campione considerato, i partecipanti scattano 1.3 selfie al giorno, con una deviazione standard di 2.4 mentre ne vengono pubblicati in media 0.5 con una deviazione standard di 1.44.

Narcisismo espresso nei social network tra selfie e autostima Psicologia Fig 2

Fig. 2 Caratteristiche dei selfie scattati

Oltre alle caratteristiche demografiche abbiamo utilizzato le correlazioni per indagare la relazione tra alcune delle principali variabili di questa ricerca. Abbiamo trovato che: il test della dipendenza da social network è correlato positivamente con il test del narcisismo (r = .730): ciò significa che maggiore è l’utilizzo dei social network, più elevata è la propensione narcisistica degli individui che si sono sottoposti al test. Questo non ci sorprende molto, in quanto i social network sono il “luogo” prediletto per condividere i propri selfie scattati.

Un altro dato che non sorprende è il legame di correlazione negativa emerso fra il test del narcisismo e il test dell’autostima (r=-481), il che non fa che confermare quanto emerso nelle premesse del presente lavoro: una persona narcisista ha una bassa autostima.

Un risultato che desta interesse è quello relativo alla variabile età. Infatti, nel nostro studio, l’età è correlata in maniera debole al test della dipendenza dai social (r = -.039) e al test del narcisismo (r = -.112), ma positivamente correlata al test dell’autostima (r = .237): quindi, più l’età dei soggetti aumenta, più l’autostima tende ad aumentare. Abbiamo inoltre chiesto ai partecipanti quanto siano soddisfatti dalla propria vita (soddisfazione misurata con una scala likert da 1 a 5, dove 1 è molto poco e 5 è moltissimo). I risultati sono i stati i seguenti: la soddisfazione per la propria vita è correlata debolmente al test della dipendenza dai social network (r = .088) e al test del narcisismo (r = -.041) ma vi è correlazione positiva più significativa con il test dell’autostima (r = .309). Pertanto, emergerebbe che le persone soddisfatte della propria vita hanno anche un adeguato livello di autostima.

In conclusione, anche se questa ha ricerca ha prodotto esiti potenzialmente interessanti, bisogna specificare che la medesima non può avere valenza scientifica, ma è stata condotta a scopi esplorativi e divulgativi. Inoltre, essendo la ricerca basata su un questionario pubblicato online tramite campionamento di convenienza, non è possibile sapere se una persona abbia compilato più volte il questionario. Infine, ci preme sottolineare che ai soggetti non è stato restituito alcun risultato, pertanto in esito alla compilazione dei questionari non vi è stata alcuna considerazione di qualsivoglia genere sotto il profilo diagnostico.

 

Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere (2020) di D. Lucangeli – Recensione del libro

Apprendere richiede costanza e impegno e l’errore fa parte di questo processo. L’errore è naturale e fisiologico quando si impara, allora perché è tanto temuto? Questa e altre tematiche vengono affrontate nel libro Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere.

 

È possibile favorire l’apprendimento nei bambini riducendone la fatica?

Che ruolo giocano le emozioni a scuola?

Si può pensare una didattica a misura di emozioni?

A queste e molte altre domande risponde Daniela Lucangeli nel suo ultimo libro Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere, destinato a insegnanti e genitori e a chiunque abbia a cuore l’educazione dei più piccoli.

L’autrice è Daniela Lucangeli – Professore universitario di Psicologia dello Sviluppo a Padova e presidente dell’Associazione Nazionale per gli Insegnanti Specializzati (CNIS) –  e da tempo promuove in rete la diffusione di contenuti scientifici relativi alla didattica nelle scuole.

L’obiettivo è proporre una didattica che tenga conto di ciò che la psicologia spiega sui processi di apprendimento. Garantire benessere e gratificazione al bambino è prioritario.

Se un bambino impara con gioia,
la lezione si inciderà nella mente insieme alla gioia.
Nella sua memoria resterà traccia dell’emozione positiva
che gli dirà: – Ti fa bene, continua a cercare! 

In cinque lezioni brevi e chiare sono sintetizzati i risultati di numerosi anni di ricerche universitarie.

Quali sono i processi psicologici che favoriscono e rendono più a “misura di bambino” l’apprendimento scolastico?

Lezione 1 – La scuola dell’abbraccio

Educare la mente senza educare il cuore significa non educare affatto.

Gli emisferi cerebrali sono strettamente connessi: le funzioni cognitive e le emozioni sono in rapporto di reciproca interdipendenza.

Si parla di “warm cognition” (trad: cognizione calda): cognizioni ed emozioni sono interconnesse; a ogni pensiero corrisponde un “sentire” emozionale del cervello.

Quando il cervello apprende sperimenta emozioni positive e crea una “traccia emozionale” che renderà piacevole il ricordo di quell’apprendimento. Come esseri umani siamo portati a ricercare e a ripetere ciò che ci procura benessere: pertanto se impariamo con piacere desideriamo continuare a farlo.

Viceversa, se imparare ci porta a sperimentare emozioni negative, come ansia o paura, allora quella situazione diventerà per noi una situazione di “pericolo”: si attivano risposte di allerta al posto di quelle piacevoli.

Per il bambino, imparare una nozione o un concetto sarà associato a sensazioni a cui desidera sottrarsi.

Si innesca un corto circuito emozionale: l’ansia ostacola l’apprendimento, generando paura e senso di inadeguatezza.

Come si può evitare che questo accada?

  • Riducendo la paura dell’errore e lasciando al bambino la possibilità di sbagliare
  • Infondendo coraggio e fiducia al piccolo allievo
  • Accendendo gli “interruttori emozionali” che generano emozioni piacevoli durante l’apprendimento:

L’abbraccio
La carezza
Il sorriso
La voce
L’allegria dell’insegnante

Lezione 2 – Sbagliando si impara

Apprendere richiede costanza e impegno e l’errore fa parte di questo processo.

L’errore è naturale e fisiologico quando si impara, allora perché è tanto temuto?

Quando il bambino sbaglia ci pone subito queste domande:

  • di chi è la colpa, dell’insegnante o del bambino?
  • c’è un problema o una patologia nel bambino?

Anche se l’errore è una preziosa fonte di informazioni, la connotazione che gli diamo è fortemente negativa.

Quali domande alternative possiamo porci per integrare in maniera più utile l’errore nel processo di apprendimento del bambino?

  • In che fase del processo di apprendimento il bambino ha trovato difficoltà?
  • Cosa ostacola il processo di assimilazione?
  • Quali strategie posso utilizzare per superare l’ostacolo?

L’errore da colpa o sintomo diventa allora bussola per orientare la didattica verso il bambino in difficoltà.

Cosa può fare la scuola?

  • Valutare per misurare e non per giudicare.
  • Esporre il bambino a un ambiente adatto alle sue esigenze di apprendimento.
  • Facilitare il compito rendendolo più semplice e quindi fattibile.
  • Insegnare strategie utili per affrontare la difficoltà, senza che essa rimanga un ostacolo insormontabile.
  • “Allearsi” con l’allievo e non con l’errore.

Lezione 3 – Verso il successo scolastico

Favorire il successo scolastico significa prima di tutto promuovere la motivazione nel bambino.

Le emozioni negative come paura o ansia da prestazione ingolfano la memoria di lavoro e rendono faticoso l’apprendimento.

Al contrario le emozioni piacevoli come la gratificazione e la gioia portano le informazioni a un livello più profondo di analisi. Le informazioni non rimangono in superficie come nozioni, ma si integrano a un livello più profondo con le conoscenze.

Quindi promuovere il successo scolastico significa sostenere le emozioni positive con azioni specifiche:

  • promuovere il senso di autoefficacia: il bambino, sperimentando successo in ciò che fa, aumenta la sua motivazione a ripetere l’esperienza dell’apprendimento
  • dosare il compito affinché l’impegno non sia troppo alto rispetto alle capacità del bambino (per evitare il senso di impotenza) ma allo stesso tempo nemmeno troppo facile perché non subentri il senso di noia
  • spostare l’accento dalla abilità (non sono capace) alla strategia (individuare il modo giusto per riuscirci)
  • ricordare che il cervello è plastico: l’impegno e la costanza creano nuove competenze che rendono meno faticoso l’apprendimento
  • porre richieste adeguate a nutrire nel bambino la fiducia di potercela fare

Lezione 4 – Stare male a scuola

Nel 2018 L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un preoccupante aumento dei disturbi depressivi in età evolutiva. Umore instabile e disturbi della condotta hanno forti ripercussioni sui processi di apprendimento a scuola.

In questo momento storico è quanto mai necessario che si crei un ponte fra scuola e psicologia. Comprendere cosa fa stare bene o cosa crea disagio a un bambino è il primo passo per sostenerlo nella suo percorso di crescita, di cui la scuola rappresenta una fase fondamentale. Non solo per gli apprendimenti, ma anche per le relazioni coi coetanei, per la socialità e l’acquisizione delle competenze emozionali.

Sostenere l’apprendimento significa quindi sostenere anche il benessere a scuola:

  • evitando un eccessivo carico cognitivo che richieda l’assimilazione di troppe informazioni
  • promuovendo l’elaborazione creativa delle informazioni più che la loro memorizzazione
  • facilitando i processi di auto regolazione emotiva nei bambini affinché le emozioni di ansia, paura e stress siano controbilanciate dalla fiducia, il senso di sfida e l’interesse

Lezione 5 – Tutti bravi con i numeri

Nonostante l’intelligenza numerica sia dal punto di vista evolutivo la più antica (nasca cioè prima di quella linguistica), oggi nei primi sei anni di vita scarsa attenzione è data al potenziamento delle abilità numeriche.

Così come la facoltà linguistica ha bisogno di esposizione ed esercizio per essere affinata, anche le abilità di calcolo richiedono lo stesso impegno.

Le lettere dell’alfabeto hanno una natura fonologica, i numeri invece hanno una natura visuo-spaziale (è la posizione del numero all’interno di una cifra a determinare il valore di quel numero – in 123 e 321 il valore del 3 è diverso in funzione della sua posizione).

Abituare all’uso delle abilità numeriche significa abituare al calcolo mentale, senza ridurre l’apprendimento alla semplice assimilazione delle regole.

Imparare a nuotare e saperlo fare è cosa diversa dal saper elencare le azioni necessarie per farlo.

Da una dimensione descrittiva occorre passare una prassi che renda effettivo l’apprendimento. Nel nuoto come nella matematica.

Il libro di Daniela Lucangeli in poco più di 100 pagine offre spunti e apre spazi di riflessione su temi di interesse comune per insegnanti e genitori.

Le cinque lezioni che compongono il testo sono corredate da una ricca bibliografia che propone utili approfondimenti per chi desidera impegnarsi in una didattica a misura di bambino e ricca di emozioni positive.

 

 

Dopo un danno cerebrale, i neuroni danneggiati regrediscono ad uno stadio embrionale

La riparazione dei danni al cervello e al midollo spinale è una delle principali sfide della medicina moderna. Sembra che il processo di regressione ad uno stadio embrionale delle cellule, conseguente a un danno cerebrale, sia fondamentale per la compensazione del danno stesso.

 

Fino a qualche anno fa, si pensava che il cervello fosse ‘’statico’’ nel senso che, una volta persi neuroni a causa di un danno cerebrale, non ci fosse modo di averne altri, e che quei neuroni erano ormai persi per sempre, l’unica speranza del malcapitato era quella di riuscire a recuperare in parte le funzioni cognitive perse, grazie alla plasticità cerebrale che permette il formarsi di nuove connessioni (sinapsi) tra i neuroni, cosi che compensino (in parte) al danno subito (Daniel & Allison, 2019).

Secondo le nuove scoperte pubblicate su Nature il 15 aprile 2020 dai ricercatori dell’Università della California alla San Diego School of Medicine, quando le cellule cerebrali adulte vengono danneggiate ritornano allo stato embrionale. Gli scienziati riferiscono che, una volta regressi ad uno stadio embrionale, le cellule riacquistano la capacità di creare nuove connessioni, processo fondamentale per la compensazione del danno cerebrale (Gunnar & Mark, 2020).

Riparare i danni al cervello e al midollo spinale è una delle principali sfide della medicina moderna, fino a tempi relativamente recenti, era considerata una sfida impossibile; il nuovo studio delinea una “tabella di marcia trascrizionale della rigenerazione nel cervello adulto” (Gunnar & Mark, 2020).

Utilizzando gli incredibili strumenti delle neuroscienze e della genetica molecolare, i ricercatori sono stati in grado di identificare il modo in cui l’intero insieme di geni in una cellula cerebrale adulta si reimposta per rigenerarsi. Questo fornisce una visione fondamentale di come, a livello trascrizionale, avvenga la rigenerazione (Gunnar & Mark, 2020).

La rivoluzione paradigmatica è iniziata quando dei ricercatori hanno scoperto che nell’ippocampo e nella zona subventricolare vengono costantemente prodotte nuove cellule cerebrali che sono poi indirizzate nelle varie regioni del cervello per tutta la vita (Daniel & Allison, 2019).

Tuttavia, con il nuovo studio pubblicato su Nature, intitolato Injured adult neurons regress to an embryonic transcriptional growth state, si delinea che la capacità del cervello di riparare o sostituire se stesso non si limita solo a due aree, dato che quando una cellula cerebrale adulta della corteccia viene ferita, ritorna (a livello trascrizionale) ad essere un neurone embrionale corticale, il che le conferisce la capacità di riadattarsi e ricreare sinapsi per riprendere la sua funzione cerebrale. Ma la cellula non sempre attraversa questo processo di riacquisizione delle sue capacità di crescita, è necessario infatti un ambiente che ne favorisca il processo (Gunnar & Mark, 2020).

Alla luce di questa scoperta, quindi, si palesa di fronte ai ricercatori la sfida di trovare un modo per favorire l’ambiente in grado di stimolare il neurone embrionale a ripartire.

Sono già in corso delle sperimentazioni su topi, che tramite la modifica di specifici geni, tentano di riprodurre un ambiente consono alla crescita del neurone embrionale (Gunnar & Mark, 2020).

 

Il pensiero desiderante durante l’isolamento

Di per sé, il pensiero desiderante può avere delle ricadute positive perché sostiene la motivazione alla realizzazione di uno scopo raggiungibile e, lì dove esso non lo sia immediatamente, aiuta a tollerare attesa e frustrazione e, addirittura, a pianificare strategie (Castelfranchi, 2007). L’attività desiderante diventa disfunzionale, invece, nel momento in cui ci rinchiude in costruzioni di immagini o di azioni irrealizzabili e quando diventa pervasiva, rigida.

 

“Respira. E affronta questo giorno come se fosse il primo”.

“Fosse facile…” risponderebbe ogni essere umano nel momento storico che proviamo ad affrontare.

Esiste un sistema motivazionale che ci spinge a muoverci, a sperimentare, a lasciarci trasportare dalla curiosità. Si chiama “esplorazione” e “autonomia” (Liotti & Monticelli, 2008). Eppure ci è stata detta una cosa chiara e ben precisa: dobbiamo stare a casa. E una volta esplorati i meandri delle nostre già ben note dimore, ahimè, ci resta ben poco da fare. E qui, chi prima e chi dopo, sfoggia sul tavolo gli assi nella manica. Strategie, modi per gestire i tempi vuoti e piatti. Tentativi di fronteggiare le emozioni che derivano dal senso di costrizione che sono varie e personali: ansia, paura, tristezza, rabbia. Il ventaglio è vasto. Alcune di esse rappresentano risposte automatiche e procedurali, incarnate nel nostro corpo (Dimaggio et al., 2019). Appena lo scorso weekend, ho notato di aver investito almeno 3 ore della mia giornata in una attività falsamente efficace per allontanare l’ansia ma che, in fin dei conti, non mi ha portato assolutamente a niente. Alla fine, mi sono ritrovata ugualmente con un po’ di tachicardia e con i più disparati scenari futuri catastrofici. Eppure, vi giuro, all’inizio sembrava davvero funzionare: un’attività che non richiedeva nient’altro che restare seduti sul divano, o sul letto, o in piedi davanti al camino. Fantasticavo.

Il pensiero desiderante (PD) è una strategia di coping cognitiva perseverativa con cui spesso gestiamo l’attivazione dello schema maladattivo interpersonale e le conseguenti emozioni negative (Dimaggio et al., 2019). Il contenuto dei pensieri desideranti può essere uno stato o un’azione vera e propria (Salkovskis & Reynolds, 1994). Tale processo funziona perché simula, nel cervello, l’attivazione neurale dei circuiti deputati a provare piacere nello stesso modo in cui accade quando siamo davvero impegnati in attività soddisfacenti. In tal senso, la dopamina riveste un ruolo cruciale.

Di per sé, il PD può avere delle ricadute positive perché sostiene la motivazione alla realizzazione di uno scopo raggiungibile e, lì dove esso non lo sia immediatamente, aiuta a tollerare attesa e frustrazione e, addirittura, a pianificare strategie (Castelfranchi, 2007). L’attività desiderante diventa disfunzionale, invece, nel momento in cui ci rinchiude in costruzioni di immagini o di azioni irrealizzabili e quando diventa pervasiva, rigida. In questo caso il PD non spinge più all’azione ma si sostituisce totalmente ad essa, generando un circolo vizioso in cui si sopprimono, allontanano e inibiscono le emozioni. A livello emotivo, infatti, il PD ci fa subito sentire bene, appagati, felici. È l’antidolorifico di ogni male. Dopo pochi istanti però ritorna tutto. L’emozione spesso resta identica, l’intensità cambia. E non sempre in meglio.

Quindi il PD diviene una strategia disfunzionale che prova a gestire il gap tra lo stato attuale e quello desiderato ed è sostenuto dalle metacredenze positive (Wells, 2000) in merito alla funzione e alle conseguenze di esso. In breve, crediamo che funzioni! Invece, le emozioni belle si spengono alla chiusura del sipario della nostra mente; frustrazione, rabbia, senso di costrizione restano e se il focus attentivo resta su di esse, diventa davvero difficile sganciarsene.

Attraverso il pensiero desiderante ogni favola si realizza. Il debole si riscatta. Gli eventi si sovvertono come Biancaneve che sposa il principe azzurro e Jane che resta con Tarzan. Ma che succede se il principe non esiste o, guarda un po’, ci dimentichiamo che è indisponibile? Che succede se costruiamo nella nostra mente un cambiamento che è operativamente impossibile? Succede che pianifichiamo qualcosa di irrealizzabile e dopo, quando e se ce ne rendiamo conto, stiamo peggio.

In questo periodo di isolamento, in cui l’esplorazione è fisiologicamente bloccata, è molto semplice scivolare incautamente nel PD. Sicuramente ce ne è di tempo per sentirci felici e drogati di fantasie nei momenti vuoti, noiosi o dolorosi. Io per ora ho già immaginato di trascorrere Pasqua a Lisbona. Di concludere quello specifico progetto di lavoro. Ho ultimato gli arredamenti della mia casa e sono andata in concessionaria per l’acquisto della macchina dei miei sogni. Ah, ho anche cantato a squarciagola al concerto per cui ho acquistato un biglietto 6 mesi fa. Eppure…viaggiare è impossibile. Il mio studio è fisicamente chiuso e non posso vedere i miei colleghi. Concerti ne sono stati annullati a iosa.

Esistono due strumenti che fanno parte della cassetta degli attrezzi di una sopravvivenza efficace: accettazione e consapevolezza, provando a non considerare questi processi come rassegnazione passiva ai compromessi. La mindfulness ce lo insegna, con i suoi pilastri che ricordano l’importanza della pazienza, della sospensione del giudizio, della non azione, della possibilità di stare nel qui e ora, accettando il momento presente così com’è. Essa ci guida nella sospensione del rimuginio o della ruminazione mentale aprendoci all’esperienza del momento presente così come è, senza giudicarla perché è l’unica disponibile. Inoltre, in questo modo, non andiamo ad alimentare le emozioni negative che ci capita di provare. In questo modo, invece di impelagarci nel contenuto dei pensieri, modifichiamo il rapporto con essi (Kabat-Zinn, 2003).

Per chi è alle prime armi potrebbe andare bene una via di mezzo. Posso sognare di fare un viaggio romantico alle Maldive, ma magari non con L. che è felicemente sposato. Posso sognare di costruire una villa a tre piani con piscina, ma devo sentirmi pronta a chiedere quell’aumento che credo mi spetti. Posso voler pubblicare quel saggio, ma intanto so che devo studiare. Questo processo trasforma un pensiero desiderante in un piano di azione realizzabile. Oppure, permette di cercare soluzioni alternative ma adattive. Dall’altro lato, vi è la piena accettazione dello stato delle cose.

Ed è proprio in questo periodo che ne ho compreso l’utilità. È pur vero che l’elenco delle cose che non posso più fare mi provoca emozioni spiacevoli. Ma posso ricordarmi che è soltanto una fase momentanea. E che posso reinventare il tempo e i miei obiettivi in altri modi. E’ un po’ quello che succede quando desidero uno Spritz dopo lavoro al bar di fiducia, ma invece che dannarmi per il fatto che non posso andarci, chiamo degli amici per un aperitivo online. E se momentaneamente manca la tonica, beh posso brindare con un Martini. E se manca quello, ci sarà una birra o un bicchiere di vino. Alle brutte, ho scoperto che va bene anche un classico bicchiere d’acqua. Ghiaccio e limone possono fare la differenza.

In alterativa, portiamo l’attenzione al respiro, che rappresenta in ogni modo, l’essere nel momento presente. Osserviamolo con curiosità e senza giudicarlo. Provando a sospendere il pilota automatico che ci porta ad agire in maniera inconsapevole impedendoci di scegliere, laddove possibile, la cosa più funzionale per alleviare le nostre emozioni spiacevoli (e cambiare necessariamente lo stato delle cose).

Ora, come rispondereste a chi vi dice: “Respira. E affronta questo giorno come se fosse il primo”?

 

La Scrittura Espressiva ed i suoi effetti sul benessere psicofisico durante la quarantena o autoisolamento in relazione all’epidemia di COVID-19

Dall’inizio del 2020 molti stati hanno imposto misure di distanziamento sociale senza precedenti come quarantena ed autoisolamento, nel tentativo di ridurre la diffusione ed i contagi relativi al nuovo Coronavirus e all’epidemia di COVID-19. Queste necessarie misure di distanziamento sociale però rischiano di compromettere il benessere psicofisico di una grande fetta di popolazione, che si trova ad affrontare un prolungato periodo di isolamento.

Il nostro gruppo di ricerca del dipartimento di psicologia dell’università di Manchester (Regno Unito) ha creato uno studio per esaminare gli effetti di un modello d’intervento psicologico, Expressive Writing o scrittura espressiva, sul benessere psicofisico durante il periodo di quarantena o autoisolamento a causa dell’epidemia di COVID-19.

Sarà in grado di prendere parte al nostro studio chiunque si trovi in quarantena o autoisolamento da almeno una settimana. Raccoglieremo informazioni inerenti alla vostra nazionalità, il vostro stato lavorativo attuale, il vostro periodo di autoisolamento o quarantena, nel totale rispetto della legge sulla riservatezza dei dati personali dei partecipanti. Ogni partecipante avrà un codice identificativo per garantire l’assoluta anonimità e dovrà compilare dei questionari durante le varie fasi dello studio. Sarà inoltre chiesto ai partecipanti di completare delle sessioni giornaliere di Expressive Writing (Scrittura Espressiva) per la durata complessiva di una settimana. Sarà successivamente necessario completare dei questionari   in più fasi, in maniera tale da permetterci di ottenere una panoramica generale dello stato psicofisico dei partecipanti.

Questo studio ha come scopo la raccolta ed analisi dei dati che emergeranno per permetterci di sviluppare un modello d’intervento che sia specifico per chi si trova ad affrontare un prolungato periodo di isolamento o distanziamento sociale. La scheda informativa per i partecipanti (PIS) è adesso disponibile attraverso il seguente link:

https://apps.mhs.manchester.ac.uk/surveys//TakeSurvey.aspx?SurveyID=l4KM9681I

 

Per informazioni:

Piersanti Gebbia

[email protected]

Il deficit cognitivo nella psicosi: un illustre sconosciuto

Un interessante lavoro dell’UCLA (McCleery et al., 2019) ha raccolto 47 studi clinici che hanno utilizzato la MCCB per valutare il deficit cognitivo nei disturbi psicotici considerando tre gruppi di soggetti: 1) individui con esordio psicotico recente; 2) soggetti ad elevato rischio genetico per lo sviluppo di un disturbo psicotico, rilevando ad esempio la presenza di familiari di primo grado probandi per la schizofrenia; 3) individui ad alto rischio clinico per la presenza di segni e sintomi prodromici di un disturbo psicotico.

 

Il DSM 5 (APA, 2013) definisce le caratteristiche chiave dei disturbi psicotici secondo cinque ambiti: deliri, allucinazioni, pensiero disorganizzato, comportamento motorio anormale e sintomi negativi. In generale il deficit cognitivo non compare tra i criteri diagnostici che concorrono alla diagnosi. Nonostante vari studi concordino nel definire il deficit cognitivo come uno dei primi segni clinici che emerge nei disturbi psicotici, esso è l’ultimo che viene diagnosticato e sovente non viene trattato. Si consideri che l’incidenza dei deficit cognitivi è stimata nel 80% dei soggetti psicotici, percentuale che sale al 98% nei soggetti con diagnosi di schizofrenia (Keefe et al., 2005).

L’effetto di questa lacuna diagnostica può essere determinante negli esiti della cura, poiché il deficit cognitivo può essere persistente anche dopo un miglioramento del quadro clinico generale e, di fatto, essere determinante nella disabilità del paziente. La compromissione cognitiva nei soggetti psicotici correla infatti con vari aspetti di funzionamento (quotidiano, lavorativo, sociale) e può contribuire ad esacerbare la sintomatologia, l’isolamento sociale, le difficoltà relazionali, con gravi ripercussioni nella qualità della vita (Tripathi et al., 2018).

La ricerca

Nel 2004, il National Institute of Mental Health (NIMH) ha sviluppato l’iniziativa MATRICS (Measurement and Treatment Research to Improve Cognition in Schizophrenia) al fine di giungere ad un generale consenso della comunità scientifica circa i criteri e le metodologie da utilizzare nella valutazione cognitiva del soggetto psicotico (Marder et al., 2004). Da questo lavoro è stata sviluppata la batteria MCCB – Matrics Consensus Cognitive Battery (Nuechterlein et al., 2006) attualmente tradotta in 20 lingue. La batteria esplora 7 domini: attenzione e vigilanza, working memory, velocità di esecuzione, apprendimento verbale, apprendimento visivo, ragionamento e problem solving, cognizione sociale.

Un interessante lavoro dell’UCLA (McCleery et al., 2019) ha raccolto 47 studi clinici che hanno utilizzato la MCCB per valutare il deficit cognitivo in tre gruppi di soggetti: 1) individui con esordio psicotico recente (-recent onset- RO), entro un anno dalla diagnosi; 2) soggetti ad elevato rischio genetico per lo sviluppo di un disturbo psicotico (-genetic high risk- GHR), rilevando ad esempio la presenza di familiari di primo grado probandi per la schizofrenia; 3) individui ad alto rischio clinico (-clinical high risk- CHR) per la presenza di segni e sintomi prodromici di un disturbo psicotico. Riguardo al peso e alla gravità della compromissione, i risultati mostrano un deficit cognitivo in ognuno dei domini valutati nel gruppo RO (da -.74 a -1.20 ds) con solo un lieve risparmio delle prestazioni in working memory e nella cognizione sociale rispetto ai soggetti con forme croniche di schizofrenia. Studi longitudinali sul deficit cognitivo nel gruppo GHR mostrano un quadro di compromissione attenuato e comunque coerente con lo sviluppo successivo di sintomi psicotici. All’interno del gruppo CHR, similmente a quanto osservato nel gruppo GHR, sono stati osservati deficit cognitivi solo all’interno del gruppo di soggetti che successivamente hanno sviluppato un disturbo psicotico (gruppo CHR+). Riguardo al decorso, i risultati derivati dagli studi longitudinali mostrano una stabilità dei profili cognitivi nel tempo sia nel gruppo CHR+ sia nel gruppo RO. E’ stata invece riscontrata una certa eterogeneità dei risultati durante la fase cronica dei disturbi psicotici. Specificatamente, considerando l’andamento del deficit cognitivo in uno studio longitudinale con soggetti schizofrenici, si è trovata una stabilità nel tempo nel 50% dei soggetti, un modesto declino nel 40% e una marcata compromissione nel rimanente 10% (Thompson et al., 2013). Un peggioramento del quadro è associato a vari fattori quali l’età di insorgenza del disturbo, la gravità dei sintomi negativi e le risorse residenziali (i più penalizzati sembra siano i soggetti che vivono da soli).

Riguardo al trattamento: la ricerca indica modesti benefici, e in alcuni casi dannosi, dei farmaci antipsicotici sulla performance cognitiva (Woodward et al., 2005; Hori et al., 2006). Inoltre i risultati degli studi che determinino le differenze tra antipsicotici tipici e atipici sono inconsistenti in relazione alla misurazione delle performance cognitive. Alcune ricerche hanno rilevato un modesto miglioramento del deficit cognitivo, soprattutto riguardo la working memory, attraverso un approccio glutammatergico e colinergico.

Rispetto al training cognitivo (TC), le analisi rilevano sostanzialmente un miglioramento della performance cognitiva, che però non sembra avere un elevato trasferimento ecologico nel funzionamento della vita quotidiana (Wykes et al., 2011). In altre parole, il TC funziona se è ripetuto a cicli continui e qualora sia inserito in programmi riabilitativi articolati.

L’aumento della performance cognitiva attraverso programmi di neurostimolazione (ad esempio la stimolazione elettrica transcranica) è per ora un interessante ambito di ricerca, ma la letteratura in merito è ancora piuttosto scarsa.

Considerazioni conclusive

Lo stato attuale della ricerca suggerisce che il deficit cognitivo: 1) è sempre presente in un disturbo psicotico ed è causa di disabilità, 2) in alcuni casi ne precede l’esordio, 3) investe molti domini cognitivi, 4) è relativamente stabile nel tempo se non trattato, 5) necessita di un approccio multidimensionale.

Poiché la performance cognitiva è legata all’efficienza e all’efficacia funzionale del soggetto in molti aspetti della propria vita, sarebbe opportuno includere il trattamento del deficit cognitivo tra gli obiettivi terapeutici principali nella cura dei disturbi psicotici.

 

Bruce Wayne: la battaglia contro il crimine e contro il proprio senso di impotenza – La LIBET nelle narrazioni

La serie Gotham narra in modo dettagliato la vita di Bruce Wayne: dopo l’omicidio dei genitori e la conseguente incapacità di ottenere giustizia, Bruce inizia la sua battaglia contro il senso di impotenza e debolezza, intraprendendo un percorso che lo porterà alla scelta di dedicare la sua vita a combattere il crimine.

La LIBET nelle narrazioni – (Nr. 15) Bruce Wayne

 

Attenzione: l’articolo può contenere spoiler!

Bruce è l’unico figlio di Martha e Thomas Wayne, ricca famiglia di Gotham e unico erede del grande patrimonio della famiglia.

Una sera, una volta usciti da teatro, Bruce e i suoi genitori furono rapinati da un uomo mascherato. Sebbene sia Thomas che Martha avessero dato al rapinatore ciò che voleva, il malvivente, prima di fuggire, freddò entrambi i genitori davanti a Bruce, lasciando quest’ultimo indenne. Quando la polizia arrivò sulla scena, Bruce fu confortato dal detective Jim Gordon, che gli promise di trovare l’assassino. Bruce fu poi accompagnato a casa dal maggiordomo della sua famiglia, Alfred Pennyworth, che divenne in seguito suo tutore. Gordon e il suo compagno Harvey Bullock furono in grado di uccidere l’uomo che avrebbe freddato i Wayne, uomo che però non si dimostrò essere il vero killer.

Con l’omicidio dei genitori e l’incapacità di avere giustizia, Bruce iniziò probabilmente a provare un senso di impotenza e debolezza: i suoi genitori erano morti in sua presenza e lui non aveva potuto fare nulla. Iniziò allora a fortificare il proprio corpo, tentando di contrastare il senso di impotenza provato: tenendo una mano sopra ad una candela, imponendosi di non dormire. In quel periodo gli incubi erano una costante. Diede inoltre inizio a una spasmodica ricerca di qualsiasi cosa potesse aiutarlo a trovare l’identità dell’assassino dei suoi genitori. Nel ragazzo si insinuò inoltre la sfiducia riguardo l’intero funzionamento interno di Gotham.

Nelle stagioni successive Bruce trascorre le giornate tra tentati omicidi, rapimenti e ritirate forzate (costretto da Alfred) nella casa sulle montagne svizzere e tenta in diversi modi, durante tutta la serie, di stare lontano dal proprio tema doloroso di minaccia, così da non sentirsi impotente e in balia degli eventi. Ad esempio, nella seconda stagione, si mette alla prova abbandonando la sua villa per vivere in strada con Selina (amica e futura Cat Woman) nei vicoli malfamati di Gotham.

Sicuramente la vita di Bruce in quegli anni non si può certo definire tranquilla. Viene rapito da Theo Galavan, discendente della famiglia Dumas, tornato a Gotham per vendicarsi di coloro che avevano offeso la sua famiglia, in particolare appunto Bruce Wayne, e rivendicare il controllo della città; la vita dell’erede di casa Wayne viene minacciata inoltre da Jerome, assassino e pazzo criminale, che lo rapisce.

Bruce è anche sequestrato dalla Corte dei Gufi, isolamento in cui è costretto ad affrontare la morte dei genitori attraverso il lavaggio del cervello. È costretto ad affrontare la morte dei suoi genitori e a lasciarli andare, abbandonando anche emozioni e sentimenti. Arriva così ad un passo dal far detonare una bomba che avrebbe distrutto Gotham. Uccide anche Alfred (per poi riuscire a resuscitarlo una volta ripresosi dal lavaggio del cervello). Per combattere il senso di colpa inizia così ad adoperarsi per le strade della città per combattere il crimine.

Qualcosa cambia quando Bruce uccide un uomo, Ra’s Al Ghul, colui che aveva realmente tramato la morte dei genitori di Bruce. Improvvisamente, nonostante tutti i suoi sforzi, la rabbia prende il sopravvento e diventa ciò che ha sempre combattuto. Torna ad essere in balia degli eventi. Da questo momento in poi, il piano principalmente prescrittivo di Bruce, muta in immunizzante, prendendo forma in serate in discoteca, spese sconsiderate e alcool. Allontana anche Alfred, licenziandolo.

All’apice dello sbando, Bruce viene avvelenato, e, agonizzante, ha diverse allucinazioni in cui vede le persone conosciute durante la sua vita e una figura mascherata che lo porta nel passato alla morte dei suoi genitori e gli confesserà di essere nato in quel momento.

Inizia così un’altra fase, in cui il piano riprende la forma di combattere i cattivi.

La quarta stagione termina con la distruzione di Gotham, dove ormai erano rimasti solo criminali e Bruce, che antepone il combattere il crimine al seguire i proprio affetti. Sceglie di congelare le proprie emozioni, anteponendo ciò che crede essere i suoi doveri, alle persone a lui più care.

Bruce Wayne l analisi del personaggio e della sua vita in chiave LIBET

Immagine 1: LIBET del personaggio di Bruce Wayne nella serie TV Gotham

 

Ricerca preliminare quantitativa sulla relazione tra videogame, violenza ed aggressività

Al di là dei diversi studi, rimangono ancora sconosciuti i fattori per possono influenzare o sopprimere la relazione tra l’uso di videogiochi violenti e l’aggressività; le variabili interagiscono fra loro in modi che ancora non comprendiamo, rendendo difficile generalizzare molti dei risultati ottenuti.

 

La preoccupazione per le potenziali conseguenze negative date dall’interazione con i media non è un fenomeno nuovo: è prassi che lo sviluppo tecnologico arrivi accompagnato da ansia e allarmismo verso le potenziali conseguenze negative sugli utenti. I videogiochi, proprio per la loro natura interattiva, sono stati particolarmente al centro di questo tipo di controversie, anche per via dei contenuti di natura violenta presenti in moltissimi titoli. Per esempio, giochi estremamente popolari come Call of Duty o Grand Theft Auto (GTA), che sono riusciti a conquistare il grande pubblico raggiungendo vendite da record (Macy, 2017), sono distinti dalla presenza di scene violente (Saar, 2014). Proprio la presenza di tali contenuti ha suscitato i dubbi della comunità scientifica, la quale ha voluto indagarne la potenziale influenza sui giocatori, in particolare su quelli più giovani. Per poter meglio comprendere gli effetti dell’esposizione ad un medium violento, sia esso un videogioco o un film, la ricerca scientifica ha posto l’attenzione sulla distinzione fra il termine aggressione e il termine violenza, concetti erroneamente considerati sinonimi. L’aggressività viene definita come un’ampia varietà di comportamenti ostili (Allen & Anderson, 2017), innescati da stimoli ambientali o sociali particolari che si rifanno a comportamenti territoriali di avvicinamento ed esplorazione. Essa può esprimersi, dunque, con azioni benigne od ostili, in modo diretto o indiretto (Kirsh, 2012). La violenza (da Vis, che significa forza nelle lingue indoeuropee) rappresenta, invece, una delle dimensioni possibili che può assumere l’aggressività (Baron & Richardson, 1994), con forme maggiori di intensità e distruttività, svolta con l’intento di causare danni (Anderson & Bushman, 2001). La violenza è ascrivibile a un atteggiamento antisociale, intenzionale, organizzato e finalizzato al raggiungimento di uno scopo preciso (Ferguson, 2018). La violenza può, dunque, essere aggressiva, ma l’aggressività non è violenza (Ferguson, 2018). Questa distinzione risulta necessaria per comprendere gli effetti di un videogioco violento (VVG- Violent VideoGames), poiché anche in letteratura vi è confusione circa le conseguenze rilevabili post-gioco (Anderson & Bushman, 2002).

Ci sono ragioni teoriche plausibili per aspettarsi che giocare a VVG possa aumentare l’aggressività, ma ci sono altrettante motivazioni per credere che la relazione sia probabilmente più complessa. Bandura (2001) suggerisce che l’apprendimento per osservazione, concetto spesso utilizzato per confermare la relazione positiva fra contenuti violenti e comportamenti violenti, non è sinonimo di mimetismo, ma include anche l’apprendimento di regole sull’adeguatezza di particolari comportamenti in date circostanze. Allo stesso tempo, i VVG possono essere usati per indurre senso di rilassamento o per aiutare la gestione dell’umore, suggerendo, così, che il gioco possa essere associato a una ridotta ostilità e ad un aumento dell’umore positivo (Ferguson & Olson, 2013; Ferguson & Rueda, 2010).

Ancora, alcuni livelli maggiori di aggressività sono stati rilevati solo dopo l’esposizione al medium in questione, ma in modo limitato e circoscritto nel tempo. Tuttavia, è bene precisare che tale fenomeno viene definito pseudo-aggressività, o aggressività apparente, la quale viene manifestata per l’affermazione e la tutela della propria identità (Ferguson, 2018), con valore funzionale alla vittoria dell’attività ludica. Inoltre, è bene non dimenticare la componente competitiva che può accompagnare il giocatore. Un fenomeno analogo si potrebbe osservare, ad esempio, in un giocatore di calcio con livelli di aggressività più alti subito dopo aver sbagliato un goal importante, ma non per questo sarebbe capace di compiere azioni violenti nel lungo periodo.

Al di là dei diversi studi, rimangono ancora sconosciuti i fattori per possono influenzare o sopprimere la relazione tra l’uso del gioco violento e l’aggressività; le variabili interagiscono fra loro in modi che ancora non comprendiamo, rendendo difficile generalizzare molti dei risultati ottenuti.

Più recentemente, la ricerca si è concentrata sui videogiochi come potenziale fonte di dipendenza patologica e sulla possibilità di considerare tale dipendenza come un vero e proprio disturbo mentale (Griffiths et al., 2016). I ricercatori, a tal proposito, hanno sistematicamente sostenuto che tutte le dipendenze condividono caratteristiche e aspetti comuni simili. In questo contesto, è stato osservato come la dipendenza possa verificarsi indipendentemente dai mezzi (ad es. assunzione di sostanze o comportamento eccessivo) ogniqualvolta un individuo provi i sei componenti fondamentali della dipendenza (ad es. salienza, tolleranza, sintomi di astinenza, modificazione dell’umore, conflitto, e recidiva) (Griffiths, 2005). Diversi studi empirici sembrano supportare questa nozione, poiché i componenti principali delle dipendenze sono stati empiricamente testati e hanno dimostrato di applicarsi a una vasta gamma di comportamenti di dipendenza, come la dipendenza da gioco online (Pontes, Király, Demetrovics e Griffiths, 2014), dipendenza da Internet generalizzata (Kuss, Shorter, Van Rooij, Van de Mheen, & Griffiths, 2014), dipendenza da lavoro (Andreassen, Griffiths, Hetland e Pallesen, 2012), dipendenza da shopping (Andreassen et al., 2015) e persino dipendenza da studio (ad es. precursore della dipendenza da lavoro) (Atroszko, Andreassen, Griffiths e Pallesen, 2015). Alcune di queste forme specifiche di dipendenze (comportamentali) sono state definite “dipendenze tecnologiche” (Griffiths, 1995) da oltre due decenni. Le dipendenze tecnologiche sono state definite operativamente come dipendenze comportamentali non chimiche che implicano un’eccessiva interazione uomo-macchina (Griffiths, 1995). Inoltre, le dipendenze tecnologiche possono essere passive (ad esempio, guardare la televisione) o attive (ad esempio, giocare ai videogiochi) e di solito contengono elementi che inducono o possono contribuire alla promozione di tendenze che creano dipendenza (Griffiths, 1995). Sulla base di ciò, le dipendenze tecnologiche possono essere viste come un sottoinsieme di dipendenze comportamentali (Marks, 1990), con tutte e sei le componenti principali della dipendenza (cioè salienza, tolleranza, sintomi di astinenza, modificazione dell’umore, conflitto e ricaduta) per la prima volta descritto da Brown (1993) e successivamente modificato da Griffiths (1996, 2005)”.

Dal 1 gennaio 2022 il Gaming Disorder sarà riconosciuto come una patologia a tutti gli effetti da parte dell’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, avendo deciso di inserire la dipendenza da videogiochi nella prossima edizione dell’ICD-11 (International Classification of Desease). La stessa OMS definisce tale disturbo come caratterizzato da controllo alterato/indebolito sull’attività di gioco, che diventa la principale occupazione della propria vita a discapito delle altre, con una durata di minimo 12 mesi.

L’etichetta patologica del Gaming Disorder non vede in accordo tutta la comunità scientifica, infatti l’American Psychiatric Association ha ritenuto opportuno l’inserimento dell’internet gaming disorder (o dipendenza da videogiochi online) nella Sezione III del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, come condizione che necessita ulteriori ricerche cliniche prima di essere considerata formalmente un disturbo (DSM-5; American Psychiatric Association, 2013).

In tale sede, l’internet gaming disorder viene definito come un disturbo da dipendenza che riflette un impegno persistente e ricorrente con i videogiochi, spesso con altri giocatori, con conseguente disagio clinicamente significativo come indicato da cinque (o più) dei seguenti nove criteri fondamentali su un periodo 12 mesi:

  1. consapevolezza che tali comportamenti stiano causando problematiche psicosociali;
  2. mentire in merito alla quantità di tempo passato a giocare o nascondere l’uso dei videogiochi;
  3. uso di videogiochi per sfuggire o alleviare gli stati di eccessiva preoccupazione per il gioco;
  4. sintomi di astinenza quando non si gioca o il gioco viene impedito;
  5. tolleranza, risultante nella necessità di dedicare quantità crescenti di tempo ai videogiochi;
  6. tentativi infruttuosi di controllare l’attività ludica;
  7. abbandono delle altre attività per dedicarsi esclusivamente al gioco;
  8. uso continuativo dei videogiochi nonostante stati d’animo negativi;
  9. mettere a repentaglio o perdere una relazione significativa, lavoro o istruzione o opportunità di carriera a causa dell’eccessivo uso dei videogiochi.

Tuttavia, la proposta dell’Internet Gaming Disorder ha portato con sé dubbi riguardo alla sua entità diagnostica. Più precisamente, l’inclusione del termine “Internet” è stata contestata in favore dell’uso del termine “Video Gaming Disorder” (o più semplicemente Gaming Disorder), suggerendo che l’eccessivo uso di Videogiochi possa non essere confinato esclusivamente a un contesto online (Griffiths & Pontes, 2014). Il termine internet addiction, è stato inoltre criticato dalla comunità scientifica per la sua mancanza di specificità, data l’eterogeneità di comportamenti potenzialmente problematici che possono avvenire in rete e dei diversi meccanismi eziologici sottostanti (Starcevic e Aboujaoude, 2016).

I videogiochi sono stati considerati dalla comunità scientifica non solo per gli eventuali effetti negativi associati, ma anche  per le loro potenzialità nel migliorare le funzioni cognitive, percettive e motorie (vedi Granic, Lobel, & Engels, 2013). Infatti, giocare ai videogiochi è associato ad una maggior coordinazione oculo motoria (Griffith, Voloschin, Gibb e Bailey, 1983), ad un incremento dell’attenzione (Howard, Wilding e Guest, 2016), a maggior capacità di rotazione mentale (Spence & Feng, 2010), e ad un miglioramento della working memory (Colzato, van den Wildenberg, Zmigrod, & Hommel, 2010). Per questo, i videogiochi possono rallentare il declino cognitivo associato con l’età, di deficit mnestici ed essere usati come strumenti riabilitativi nel post stroke o per una malattia neurodegenerativa, come il morbo di Alzheimer (Ballesteros & Reales, 2004).

L’obiettivo del presente studio sarà quello di analizzare la prima tra le diatribe scientifiche riguardanti l’uso dei videogiochi che abbiamo qui brevemente introdotto: la relazione che esiste tra videogiochi violenti e aggressività. Nello specifico, verrà analizzata e rilevata una statistica descrittiva del campione al fine di contribuire alla comprensione della relazione esistente fra videogiochi violenti ed eventuali comportamenti di aggressività e di rabbia.  L’ipotesi di partenza del presente studio è che esista una relazione significativamente elevata preesistente fra l’utilizzo di videogames e condotte devianti a livello socio-emotivo (quali, ad esempio, la violenza o la mancanza di controllo degli impulsi).

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Discussioni

L’ipotesi di partenza del presente studio presupponeva l’esistenza di una relazione (significativamente elevata) preesistente fra l’utilizzo di videogames e condotte devianti a livello socio-emotivo (quali, ad esempio, la violenza o la mancanza di controllo degli impulsi). In relazione ai risultati emersi dalla nostra domanda di ricerca introduttiva, i test inseriti nell’indagine propongono delle evidenze che dovranno essere ulteriormente avallate da future indagini.

Come si denota dai risultati, il primo dato che emerge è un’assenza di significatività statistica elevata tra le ore di attività ludica dei videogiochi e la percezione di stati di tensione legati al controllo della rabbia o aggressività, come evidenziato in alcuni degli item inseriti ad hoc per la strutturazione delle relazioni emotive (quali il QAG e il IGDT9SF). Ulteriormente, non vi è una nessuna correlazione (significativamente elevata) tra l’utilizzo di videogiochi negli ultimi dodici mesi dal contenuto violento PEGI 18+ e le dinamiche di condotta violente o aggressive. Risulta interessante come l’insoddisfazione legata all’insuccesso di una missione o un obiettivo virtuale non sollevi alcuna conseguenza evidenziabile nella condotta quotidiana “offline” (così come si evince dalla tabella 4 e 5), nonostante il diverso tempo impiegato con dispositivi ludici, sia online che non. Da questi dati è possibile affermare che i VVG non sembrano esercitare alcuna influenza negativa significativamente elevata (ad esempio Ferguson, 2015). Infatti, come afferma Bandura (2001), l’apprendimento per osservazione non è sinonimo di mimetismo ma include l’apprendimento di regole sull’adeguatezza di comportamenti particolari per circostanze particolari.

Inoltre, non emerge significatività statistica elevata tra l’alterazione del tono dell’umore e la ricerca regolare di nuove skills e/o accessori di potenziamento e/o estetica utili per la costruzione del proprio avatar. Per cui si può ipotizzare che l’acquisto dei pacchetti di potenziamenti non vengano percepiti come fondamentali o uniche alternative per la buona esecuzione dell’esperienza ludica. Infatti, recenti ricerche (Rieger et al., 2015) hanno suggerito come l’utilizzo di un VVG possa essere associato non solo ad una ridotta ostilità ma a un aumento dell’umore positivo.

Un altro elemento di interesse che potrebbe essere ulteriormente esplorato è l’importanza delle relazioni instaurate online, tra videogiocatori e/o utenti delle piattaforme digitali. Come si riporta anche nei risultati, non vi è una rilevanza sulla totalità della dominanza di relazioni virtuali rispetto a quelle instaurate nella quotidianità. Infatti, il legame instaurato online è finalizzato ad un obiettivo comune o per instaurare un’alleanza a breve o lungo termine, che non influenza le relazioni strette sul piano reale. All’interno dell’indagine non si sono presentate correlazioni con l’uso di videogiochi e condotte perseguibili dal punto di vista giuridico (unica nota di rilevanza la detenzione di Hashish, che potrebbe essere associate a dinamiche non statisticamente significative alla nostra indagine sullo stato emotivo e uso di videogiochi).

Il campione è consapevole delle discrepanze tra il piano virtuale e reale, associato anche ad un range di livello culturale e sociale medio; si potrebbero produrre evidenze su una possibile differenza tra le componenti culturali e sociali e l’uso di videogames, tendenzialmente legate alle dinamiche socio-educative di provenienza.

Scopo di questa indagine è scomporre e ricomporre le illazioni e i luoghi comuni sulla condotta ludica, lo stato emotivo e la condotta della popolazione di utenti, al fine di approfondire evidenze e nuovi quesiti.

Il tempo e la tipologia di genere video-ludico non risultano quindi correlati a condotte devianti a livello emotivo e sociale né alla dipendenza da gioco da internet. Futuri studi dovranno approfondire le variabili individuali che possono innescare i comportamenti qui esaminati. Inoltre, anche il livello di istruzione e i comportamenti violenti sembrano essere non correlati tra di loro in modo significativo. Anche se questa ricerca pilota ha ottenuto dei risultati interessanti, non è priva di limiti. Infatti, il campione reclutato è di tipo non probabilistico e non è quindi necessariamente rappresentativo della popolazione generale di videogiocatori Italiani. Inoltre, non è stato possibile controllare la veridicità dei dati, in quanto, trattandosi di un questionario sottoposto online in forma anonima, gli autori dello studio non possono sapere se un soggetto ha risposto in modo sincero alle domande sottoposte. Inoltre, questa è una indagine quantitativa a scopo divulgativo e non scientifico e non può in nessun modo essere vista come tale. I partecipanti hanno prestato il loro consenso volontario alla partecipazione della ricerca stessa e dovevano essere maggiorenni per potervi partecipare. Inoltre, non è stato fornito nessun riscontro alla fine del questionario ed i dati sono stati conservati in forma anonima.

Questa ricerca non fa riferimento a nessuna Università né ad altre Istituzioni. Il suo scopo rimane di carattere divulgativo ed informativo. L’approvazione etica per la raccolta dati è stata data dall’AIPCCG.

 

LockDown Bites: raccomandazioni in pillole ai tempi del COVID-19

Le modalità di risposta al lockdown dipendono anche dal livello di salute mentale individuale. Paure, tristezza, senso di impotenza sono difficili da gestire e possono determinare nel tempo l’insorgenza di disturbi psicologi profondi. Proponiamo di seguito dieci raccomandazioni in ‘‘pillole’’ su come affrontare il lockdown promuovendo il nostro benessere psicologico.

 

L’emergenza a cui il mondo sta assistendo non è solo di tipo sanitario, ma anche economico, politico e nondimeno psicologico. Numerosi studi hanno esaminato le implicazioni psicologiche sulla popolazione a seguito dell’applicazione di misure governative restrittive per limitare i contagi da virus, individuando quelli che possono essere i maggiori fattori di rischio e protettivi, le conseguenze a breve e lungo termine, le possibilità di prevenzione e di intervento (Brooks et al. 2020, Johal 2009, Liu et al. 2012).

I risvolti psicofisici dovuti alle misure di contenimento si ripercuotono a diverse intensità su tutta la popolazione coinvolta, che affronta improvvisamente una drastica restrizione delle proprie libertà e diritti, fino a quel momento considerati imprescindibili. Un’attenzione particolare va riservata agli operatori sanitari, in prima linea nel contenere l’emergenza sanitaria, alle Forze dell’Ordine, ai volontari della Protezione Civile e a coloro che ogni giorno lavorano per garantire i beni e servizi di prima necessità (DiGiovanni, Conley, Chiu & Zaborski, 2004). L’esposizione rende queste figure particolarmente vulnerabili, ma in questa guerra di posizione, anche noi siamo tutti in trincea.

A fronte delle conoscenze sulle possibili conseguenze negative del lockdown sul benessere della popolazione, in un momento in cui le misure restrittive interessano circa 3 miliardi di cittadini a livello mondiale, si ritiene di fondamentale importanza la ricerca di strategie atte a prevenire e contenere i risvolti psicologici negativi della pandemia. Abbiamo così sintetizzato in dieci ‘‘pillole’’ alcune raccomandazioni allo scopo di promuovere comportamenti più resilienti per chi sta affrontando questa situazione da casa. Il costrutto psicologico della “resilienza” si riferisce alla capacità dell’individuo di resistere, fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita dopo aver subito eventi avversi. Non si nasce resilienti, ma lo si diventa, attraverso l’utilizzo di strategie che possono essere apprese e implementate da ciascuno di noi. Ecco di seguito le nostre dieci ‘‘pillole’’:

  • #Restiamoacasa. Siamo abituati a combattere agendo attivamente, ma in questo periodo limitare gli spostamenti rappresenta il gesto più eroico che possiamo compiere per tutelare noi stessi, i nostri cari e coloro che sono più vulnerabili.
  • Aiutiamoci. Mettendo da parte l’individualismo a favore del collettivismo, aumenta il senso di appartenenza ad una realtà sociale più ampia. Anche durante il lockdown possiamo sentirci necessari per gli altri: offrire aiuto tramite iniziative prosociali, volontariato, donazioni o anche piccoli gesti contribuisce a sentirsi maggiormente interconnessi, favorendo un maggior senso di comunità. L’altruismo può rivelarsi un meccanismo sociale più vantaggioso per chi lo adotta rispetto chi ne beneficia: non solo sembra ridurre l’ansia, lo stress e migliorare lo stato di salute, ma pare addirittura che aiuti a vivere più a lungo (Post, 2005).
  • Social, ma non troppo. Nella comune incertezza e difficoltà, i social network possono diventare una preziosa fonte di integrazione anche attraverso la creazione di reti di supporto sociale nelle comunità. Videochiamate, telefonate o messaggi possono essere un buon modo per sentire più vicino chi è lontano. Ma non lasciamoci intrappolare nella rete: solo un uso consapevole dei dispositivi digitali potrà impedire al mondo virtuale di rimpiazzare quello reale.
  • Attenzione alle fake news. In questo momento così delicato, in cui siamo quotidianamente bombardati da informazioni inerenti il COVID-19, è fondamentale vagliare le notizie che circolano, soprattutto sul web. Accertarsi della credibilità e dell’ufficialità della fonte d’informazione limita la creazione di allarmismi o reazioni d’ansia ingiustificate. Per le stesse ragioni è auspicabile limitare la consultazione di statistiche o di informazioni inerenti il virus a massimo due volte al giorno.
  • Non temere la paura. Ogni emozione ha una sua funzione: quella della paura è di prepararci a reagire efficacemente a una minaccia. Una buona dose di paura quindi ci permette di far fronte ad essa, senza esserne sopraffatti. Esagerati allarmismi o minimizzazioni possono compromettere le nostre capacità di giudizio, esponendoci ad un maggior rischio di contagio.
  • Essere nel presente. La minaccia che ci troviamo a fronteggiare oggi non consiste solamente nel timore del contagio o nella paura di perdere i propri cari, ma comprende anche preoccupazioni per il futuro, come le ripercussioni economiche del lockdown. È importante rimanere ancorati al presente, gestendo le difficoltà una alla volta e al momento opportuno, senza sovraccaricare la mente di questioni che nel qui ed ora non possono essere affrontate.
  • Tollerare la noia. Spesso imprigionati tra scadenze e impegni, con difficoltà siamo disposti ad accogliere positivamente momenti vuoti e di inattività. E se la noia non fosse un nemico, ma un alleato prezioso per dar il via alla nostra creatività? Se sciogliessimo le briglie alla nostra mente lasciando vagare la nostra immaginazione, senza necessariamente far qualcosa con un preciso scopo? É proprio in questi momenti che impariamo a stare con noi stessi, ad ascoltare i nostri bisogni, abbandonandoci all’introspezione lasciando tutto il mondo fuori.
  • Cogliere l’opportunità. Svincolati dalla frenesia quotidiana e dalla smania della produttività, possiamo ora fermarci e dar valore a questo tempo che abbiamo a disposizione. Coloro che sono a casa possono riscoprire la libertà di scegliere come passare il proprio tempo, senza il senso di costrizione che spesso accompagna le nostre giornate. Dedicarci ai nostri affetti, rispolverare hobbies o impegnarci in nuovi progetti, prenderci cura del nostro corpo e della nostra mente, sono solo alcune delle possibilità.
  • Comunicare emozioni. La comunicazione delle emozioni è molto importante: evitare di esprimerle o condividerle può compromettere il nostro benessere psicofisico. Impariamo ad accettare anche le emozioni negative come parte della nostra vita cercando di non sopprimerle, ma piuttosto dando loro ascolto e voce. Esprimere le proprie emozioni non solo aumenta la forza psicologica e la capacità di fronteggiare momenti difficili come quello che stiamo vivendo, ma porta anche a un miglioramento delle relazioni interpersonali (Graham, Huang, Clark & Helgeson, 2008).
  • Non avere paura di chiedere aiuto. La tensione, la paura, la tristezza o l’eccessivo stress possono essere veramente difficili da gestire per chi è a casa o per chi è a lavoro, primi tra tutti gli operatori sanitari. A volte confrontarsi con le persone care non sembra la strada più giusta per alleviare il sovraccarico emotivo che, a lungo andare, può determinare conseguenze nocive per il proprio benessere psicofisico. Esistono per questo professionisti della salute mentale, pronti a supportare e ad aiutare a sviluppare modalità più efficaci di gestione dello stress e dell’ansia.

Quando si parla di salute si fa riferimento a una condizione di equilibrio tra benessere fisico, sociale e mentale. La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, che deve essere garantito fornendo a tutti cure equitarie sia in termini medici che psico-sociali. A tal proposito, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) ha promosso #psicologicontrolapaura, un servizio di consulto psicologico gratuito a distanza. Affidarsi ad un professionista della saluta mentale significa darsi la possibilità di considerare questo momento difficile da un altro punto di vista, scoprendo che, anche dal disagio, può nascere qualcosa di positivo, come la riscoperta di sé e l’acquisizione di nuovi strumenti e strategie da riutilizzare poi nelle nuove sfide che la vita ci presenterà.

 

Narcisismo patologico e depressione: il ruolo mediatore dell’elaborazione emotiva

Il presente studio ha esaminato la possibilità che un’elaborazione emotiva compromessa mediasse la relazione tra narcisismo patologico e depressione e, in secondo luogo, ha indagato come questo effetto avrebbe portato al deterioramento nel funzionamento sociale.

 

Il narcisismo patologico è una sindrome della personalità complessa che contribuisce a notevoli difficoltà sia per i pazienti che per coloro che li circondano. Le dimensioni del comportamento arrogante, auto-esaltante e sfruttatore (grandiosità narcisistica) così come la propensione alla vergogna, il risentimento e l’ipersensibilità interpersonale (vulnerabilità narcisistica) possono fluttuare in risposta a fallimenti, rifiuti o mancanza di ammirazione da parte degli altri. Numerose ricerche hanno indagato il legame tra narcisismo patologico e depressione. Sebbene ancora oggi si sappia poco sulla depressione narcisistica, sembra che svolgano un importante contributo le difficoltà di elaborazione delle emozioni. Pertanto, gli individui con caratteristiche narcisistiche possono incontrare difficoltà ad integrare ed elaborare in modo costruttivo i sentimenti riguardo al loro senso di sé e alla loro relazione con gli altri; ciò rende i sentimenti negativi più fastidiosi e duraturi, contribuendo alla gravità depressiva. Inoltre, il narcisismo patologico e i deficit di elaborazione emotiva associati potrebbero contribuire alla percezione di un disturbo depressivo legato al funzionamento sociale, ossia gli individui narcisisti considerano l’esposizione sociale come un evento avverso.

Il presente studio ha esaminato la possibilità che un’elaborazione emotiva compromessa mediasse la relazione tra narcisismo patologico e sintomi depressivi e, in secondo luogo, ha indagato come questo effetto avrebbe portato al deterioramento nel funzionamento sociale percepito nel contesto della depressione. L’ipotesi specifica era che le caratteristiche narcisistiche sarebbero indirettamente collegate alla depressione attraverso i processi di elaborazione emotiva.

Il campione finale era costituito da 99 pazienti ambulatoriali psichiatrici tra i 12 e i 35 anni; la maggior parte dei soggetti era di sesso femminile. Gli strumenti utilizzati per l’indagine sono stati:

  • The Pathological Narcissism Inventory (PNI; Pincus et al., 2009; Wright et al., 2010), composto da 52 items che valutano la grandiosità e la vulnerabilità narcisistica;
  • The 25-item Emotional Processing Scale (EPS-25; Baker et al., 2010), che misura i cinque aspetti dell’elaborazione emotiva disadattiva: soppressione (espressione emotiva limitata), emozione non elaborata (emozioni indesiderate persistenti ed invadenti), disregolazione emotiva (reazioni emotive incontrollabili), evitamento di sentimenti spiacevoli ed esperienza emotiva impoverita;
  • The nine-item Patient Health Questionnaire (PHQ-9; Kroenke et al., 2001), che valuta la gravità dei sintomi depressivi, utilizzando come spazio temporale le ultime due settimane. Attraverso il PHQ-9 è stata indagata anche l’influenza dei sintomi sul funzionamento sociale, sulla valutazione della capacità di “svolgere il proprio lavoro, prendersi cura delle cose a casa e stare con le altre persone”.

Tra le variabili demografiche considerate, solo l’età era positivamente associata a sintomi depressivi. In relazione alle modalità di regolazione delle emozioni sono stati creati due modelli di mediazione: il modello che esamina la grandiosità narcisistica includeva come mediatori la disregolazione emotiva e l’impoverimento emotivo; mentre il modello che esamina la vulnerabilità narcisistica includeva la mancata elaborazione delle emozioni, la disregolazione emotiva e l’impoverimento emotivo come mediatori. La soppressione non è significativamente correlata ai sintomi depressivi.

La grandiosità narcisistica non è risultata significativamente associata alla depressione, ma è stato riscontrato un significativo effetto indiretto della vulnerabilità narcisistica sui sintomi depressivi, attraverso la mancata elaborazione emotiva come mediatore. I risultati suggeriscono che la vulnerabilità narcisistica causi sentimenti negativi persistenti ed invadenti, che a loro volta contribuiscono alla gravità dei sintomi depressivi. Di conseguenza, risulta alterato anche il funzionamento sociale. Gli individui con vulnerabilità narcisistica, infatti, prediligono la ruminazione e la preoccupazione costante piuttosto che il riconoscimento di un proprio stato d’animo; l’ipervigilanza e l’ipersensibilità implicate nella vulnerabilità narcisistica incrementano l’attenzione sulle esperienze negative e, di conseguenza, aumentano le probabilità di sviluppare sintomi depressivi. Allo stesso modo, l’ipersensibilità alla vergogna nelle relazioni interpersonali può precludere la richiesta di supporto sociale per alleviare le emozioni angoscianti.

Sebbene lo studio presenti dei limiti, quali un piccolo campione e un esclusivo utilizzo di strumenti self-report, lo studio dei deficit di elaborazione emotiva e della vulnerabilità narcisistica nel trattamento della depressione rimane un’area interessante per la ricerca futura, estendendo la valutazione anche agli individui con disturbo narcisistico di personalità.

In conclusione, i trattamenti sulle capacità di elaborazione emotiva possono essere il bersaglio fondamentale dell’intervento nei confronti di pazienti con depressione nel contesto della vulnerabilità narcisistica.

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