La self disclosure e i rischi degli psicoterapeuti cognitivo comportamentali nella relazione terapeutica

Una riflessione sul lavoro incentrato sul sintomo, cooperazione e self disclosure all'interno della relazione terapeutica, validazione e accoglienza.

ID Articolo: 170440 - Pubblicato il: 28 novembre 2019
La self disclosure e i rischi degli psicoterapeuti cognitivo comportamentali nella relazione terapeutica
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Il lavoro della collega Alessia Zoppi “La terapia personale nel percorso di formazione specialistica dello psicoterapeuta: centralità formativa o scelta soggettiva?” propone una serie di stimoli davvero intrigante. Tra i tanti risponderò ad alcuni, invitando altri colleghi a proseguire questo dibattito.

 

Alessia Zoppi si chiede quali siano i rischi che gli psicoterapeuti corrono quando gestiscono la relazione terapeutica e che potrebbero dipendere dal loro orientamento  teorico. Dopo aver accennato ai problemi degli psicoanalisti, sospesi tra i due poli opposti “dell’austero neutralismo di freudiana memoria o l’empatico relazionale di ferencziana memoria” (peccato che la collega non ne abbia approfondito lo sviluppo storico di questi due poli in psicoanalisi) Zoppi affronta i possibili rischi relazionali in psicoterapia cognitivo comportamentale: “La terapia cognitiva, diversamente dalla psicoanalisi, ha tre grandi aree di problematicità:  1) un’attenzione settoriale al disturbo;  2) il trattamento solo del sintomo con il rischio di nuove ricadute e cronicizzazione;  3) la mancanza, spesso, nel terapeuta della terapia personale che protegge dalla manifestazione di proiezioni, agiti transferali, incapacità di gestione del controtransfert, motivazioni disfunzionali alla terapia”.

Messaggio pubblicitario A queste osservazioni critiche della collega risponderò sia contrastando le sue vedute che accettandole nei loro aspetti più acuti. È vero che la psicoterapia cognitivo comportamentale fornisce un’attenzione strategicamente preferenziale al sintomo, attenzione che Zoppi denomina “settoriale”. È comprensibile che a una collega psicodinamica questa attenzione al sintomo possa sembrare un limite. Il problema è che rimproverare di questo atteggiamento la psicoterapia cognitivo comportamentale è sostanzialmente un fraintendimento, perché questa attenzione “settoriale” al disturbo e al sintomo non è un limite ma una consapevole scelta strategica e che corrisponde a una visione, la visione cognitivo comportamentale del funzionamento mentale, della sofferenza mentale, del processo terapeutico e, se vogliamo, del mondo.

La terapia cognitivo comportamentale non crede in livelli successivi di profondità dell’attività mentale e non ritiene affatto che il lavoro sul sintomo sia un lavoro superficiale. Al contrario, nel cognitivismo clinico lavorare sul sintomo significa lavorare sul processo stesso della sofferenza mentale. Questo è riconosciuto anche da alcuni esponenti degli sviluppi più recenti e relazionali della psicoterapia cognitivo comportamentale, come ad esempio Antonio Semerari (2015), il quale ha raccontato correttamente come questa tradizione clinica nacque proprio come un recupero della psicologia più interessata agli stati coscienti e controllabili e quindi più vicina alla psicologia del buon senso che non cercava significati inconsci e reconditi nel sintomo. Il lavoro di Beck (1979) o, in Italia, di Lorenzini e Sassaroli (1987) sulle credenze catastrofiche o sui circoli viziosi della paura della paura risponde proprio all’intuizione di cercare i meccanismi di perpetuazione della sofferenza nel sintomo stesso, attraverso processi ricorsivi di auto alimentazione degli stati disfunzionali di tipo rimuginativo (Fisher e Wells, 2009). Non basta. Secondo il modello cognitivo andare nel profondo, come poi confermato dalla ricerca sulla metacognizione di Wells (Fisher e Wells, 2009), può essere una condizione di aggravamento dei processi psicopatologici perché a rischio di aumentare il rimuginio.

Ribadisco però che il fatto che la collega Zoppi non sia consapevole di questi aspetti della psicoterapia cognitivo comportamentale è più che comprensibile data la sua formazione psicodinamica. Chiediamoci però, assumendoci le nostre responsabilità, se questo equivoco non dipenda da un difetto di comunicazione dell’ambiente cognitivo italiano che, insistendo troppo da alcuni anni su un pur benvenuto aggiornamento del paradigma cognitivo in termini relazionali ed emozionali abbia -in parte e tuttavia significativamente- rinunciato alla missione di diffondere una corretta conoscenza di cosa sia la terapia cognitivo comportamentale. Spunta il timore che nelle recenti svolte integrazioniste il lavoro sul sintomo, pur ancora presente, non sia più considerato centrale. E quindi non c’è per nulla un problema della Zoppi che non ha capito ma un nostro problema che non ci siamo spiegati.

Dirò poi alla collega Zoppi che l’opinione che lavorare solo sul sintomo significhi il rischio di ricadute è plausibile da un punto di vista psicodinamico ma è smentita non solo da alcuni dati di ricerca (accanto ad altri che invece dicono il contrario, certo; ormai la situazione dei dati empirici sta diventando caotica) ma soprattutto è in contraddizione proprio con quel verdetto di Dodo spesso invocato da chi, a torto o a ragione e compresa la collega Zoppi, lo usa per mettere in dubbio i successi della terapia cognitivo comportamentale nei disturbi d’ansia e dell’umore. È questo un interessante caso di una particolare declinazione del verdetto di Dodo, quel verdetto scientifico per il quale tutte le terapie hanno vinto a pari merito e che però nei discorsi clinici più informali tende a trasformarsi -chissà perché- sempre più in un dato a sfavore della terapia cognitiva. In due parole: tutti hanno vinto e allora chi godeva del favore delle linee guida come unico vincitore almeno per alcuni disturbi, ovvero la terapia cognitivo comportamentale, in realtà ha perso, e ha perso perché i suoi risultati sarebbero superficiali, focalizzati solo sul sintomo o temporanei o, peggio, artificiali, artefatti di laboratorio o di università irriproducibili nella realtà clinica. Naturalmente si tratta di una diceria non facilmente testimoniabile dato che circola nei discorsi di corridoio e non nelle pubblicazioni a stampa

Passando al problema dell’analisi personale, si potrebbe rispondere alla Zoppi che forme di terapia cognitivo comportamentale che la prevedono esistono e Zoppi correttamente le cita. Il problema è però che Zoppi sembra dare per scontato che i principi del paradigma psicodinamico valgano anche per ogni altro orientamento mentre, anche in questo caso, occorre notare che la terapia cognitiva non è, almeno al momento, “restia” all’analisi personale come scrive Zoppi ma semplicemente non la ritiene indispensabile perché non crede in un livello profondo di conoscenza personale o di scoperta di sé e ancor meno nel transfert o nel controtransfert. E per quanto riguarda quegli sviluppi relazionali della psicoterapia cognitivo comportamentale che la prevedono, essi pongono una serie di problemi teorici e clinici non indifferenti troppo complessi da trattare qui. Il problema non è introdurre o meno l’analisi personale, ma introdurla senza ripensare e, se è il caso, esplicitamente lasciarsi alle spalle i principi del paradigma clinico cognitivo comportale in relazione al rapporto tra formazione e analisi personale. Il rischio è trasformare questo inserimento nella solita iniziativa eclettica che sta diventando la vera debolezza dell’ambiente cognitivo in senso lato, un ambiente ombrello in cui si infila di tutto.

Messaggio pubblicitario Andiamo però al vero nocciolo della critica della Zoppi, quello più intrigante e quello nel quale siamo al tempo stesso in disaccordo e in accordo. Ovvero l’accusa che la psicoterapia cognitivo comportamentale sarebbe particolarmente propensa alla pratica della self disclosure e a rischio delle derive relazionali più deteriori legate a questo intervento terapeutico. Sarebbe facile cavarsela rispondendo che la self disclosure è un intervento che non fa parte delle procedure caratteristiche delle terapie cognitivo comportamentali. Esse agiscono sulle distorsioni di pensiero attraverso tecniche che sono certamente condivise tra paziente e terapeuta ma che non concepiscono questa esperienza di condivisione relazionale come risolutivamente curativa in sé come avviene in altri casi compresa la self disclosure, in cui c’è un aspetto cognitivo, ovvero di normalizzazione del disagio giudicante  che il paziente sente verso i propri stati d’animo, ma soprattutto c’è un aspetto relazionale: la normalizzazione funziona non per il suo contenuto tecnico ma perché il terapista crea quella situazione di massima condivisione che è la self disclosure, la rivelazione di sé all’altro, la rottura della parete. Quindi accusare i terapeuti cognitivo comportamentale di essere a rischio di abuso di self disclosure è una contraddizione, a voler essere pedanti.

E però confessiamolo: questa è una risposta pedante. Chiediamoci invece: e se avesse ragione Zoppi?  E se malgrado tutte le teorie fosse concretamente possibile che il terapeuta cognitivo sia a rischio di un eccesso di accudimento e condivisione con il paziente? Nella mia privata e aneddotica esperienza personale so che questa accusa contro di noi è tradizionalmente coltivata in ambienti psicodinamici. E temo che potrebbe non essere del tutto infondata. Osserviamo che effettivamente fin dall’inizio la terapia cognitivo comportamentale, perfino nell’interpretazione in teoria freddamente razionalistica che ne diede Aaron Beck, si presentò come una procedura ben più validante e accogliente per il paziente rispetto alle psicoterapie psicodinamiche strettamente ortodosse in voga all’epoca, negli anni ’60. Come è noto, Beck iniziò il suo percorso verso il cognitivismo da psicoanalista studiando i depressi, che allora erano interpretati analiticamente come pazienti inconsciamente affetti da stati di rabbia e invidia. Beck ebbe l’idea che la loro depressione fosse fondata non su pulsioni di rivalsa aggressiva verso qualcuno ma da pensieri tristi di perdita di senso e di investimento nel futuro. Sentirsi dire cose di così semplice buon senso fu probabilmente molto validante per i pazienti di Beck, che forse si sentirono finalmente riconosciuti nel loro senso di perdita di vitalità e non più colpevolizzati per supposti stati di rabbia. Certo che sono strane queste doppie accuse che circolano nelle bettole della psicoterapia: insomma, questa terapia cognitivo comportamentale è troppo fredda o è troppo accogliente?

In seguito le cose sono andate perfino peggio, almeno dal punto di vista della collega Zoppi. La propensione al versante accogliente è aumentata. Abbiamo già visto come Beck fosse fin dall’inizio più validante degli psicoanalisti suoi coetanei. Seguirono poi gli sviluppi costruttivisti e relazionali, ad esempio quelli di Guidano e Liotti in Italia o la Schema Therapy di Young negli Stati Uniti che nacquero in contrapposizione a Beck accusato di freddezza razionalistica e quindi raccomandarono un ulteriore aggiustamento relazionale di tipo accogliente e validante. Perché accogliente e validante? Ma proprio perché questi nuovi sviluppi nascono accusando la psicoterapia di Beck di essere troppo fredda! E questa è una grande differenza con la psicoanalisi che invece ha sempre curato anche un versante confrontativo e negoziativo con il paziente, ad esempio in Kernberg o anche come accade nel modello Rotture e Riparazioni di Safran e Muran (2003), un modello relazionale che, quando si vanno a leggere i trascritti riportati nel libro, mostrano pagine e pagine di ferme negoziazioni e analisi ben poco accoglienti sugli aspetti più confrontativi della relazione. E nemmeno una validazione! Almeno nei trascritti riportati nel libro, nemmeno una volta che il terapista dica: capisco come lei deve sentirsi in questo momento in cui i frutti della terapia sembrano scarsi.

Al contrario! Nel trascritto il terapista Safran (o Muran?) riferisce al paziente come si sente lui terapista, ovvero messo sotto pressione! È il solito modo un po’ passivo aggressivo degli psicoanalisti di usare il loro controtrasfert facendo sentire il paziente in debito ogni qual volta sorge la lamentela del: ma cosa diamine stiamo facendo? E loro subito a suonare la campanella del controtransfert: oddio, che fa?! Mi sento pressato! Eppure il paziente sta solo lamentando la mancanza di risultati, il persistere della sofferenza! Una tipica situazione in cui ogni terapista cognitivo forse un po’ servizievolmente (siamo un po’ cagnolini noi cognitivisti, ammettiamolo) validerebbe il paziente, magari riformulando il caso, cercando insieme al paziente nuove spiegazioni e nuovi interventi fornendo il razionale, insomma come si dice al giorno d’oggi? Ah si, stimolerebbe il sistema motivazionale cooperativo. Ma leggiamo assieme Safran e Muran nella mia traduzione. Ho tradotto una tipica manovra dei due autori di Disembedding (disimpegno, potremmo tradurre) da un attacco di una paziente insoddisfatta seguita da una Exploration of construal, qualcosa che in campo cognitivo chiameremmo esplorazione delle alternative (Safran e Muran, 2000, pag. 165-166)

Disembedding

P.: E questo in che modo mi aiuterà?

T.: Bene … è difficile rispondere in astratto

P.: Non sono interessata in risposte astratte. Voglio una risposta diretta e concreta

T.: Mi piacerebbe rispondere alla sua domanda ma la mia esperienza è che se mi sento così pressato per me è difficile pensare in maniera chiara

P.: Bene, allora dica qualcosa che mi mostri come lavoreremo così posso vedere cosa sta accadendo

T.: Guardi … anche se dice questo … Io sento lo stesso tipo di pressione ad agire (perform)

P.: Bene, allora dica qualcosa di significativo

T.: Mi piacerebbe, ma io sento come se ci stessi provando e nulla di quello che dico la soddisfa, mi sento confuso (at a loss)

Mio commento. Il tono del paziente è sicuramente aggressivo, ma la richiesta di interventi operativi non è irrazionale da un punto di vista cognitivo. Il terapista invece risponde parlando di un suo stato d’animo personale (I feel so pressured) avviandosi verso una tecnica di analisi della relazione il cui obiettivo è analizzare l’aggressività del paziente; un terapista cognitivo probabilmente proporrebbe l’esplorazione di una riformulazione del caso che porti a nuovi interventi operativi il cui razionale è naturalmente condiviso con il paziente. Il tutto accennando prudentemente anche alla rabbia ma senza estrarla dalla relazione. La tecnica di Safran e Muran è sicuramente interessante e ha i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro il suo essere nel qui ed ora dello scambio relazionale. Tra i contro il rischio di ulteriormente irritare il paziente, perché l’effetto è molto personalizzante e finiscono per generare un senso di: “ti ho beccato caro paziente, vedi come mi metti sotto pressione!” C’è da dire che in questi timori non siamo soli: anche Bateman e Fonagy varie volte consigliano ardentemente di non fare troppe analisi della relazione (loro dicono: del transfert) con pazienti con disturbo di personalità, pena il surriscaldamento agonistico dell’atmosfera (Allen, Fonagy, & Bateman, 2008). Ma torniamo a seguire Safran e Muran.

Exploration of construal

P.: Non sente che la settimana scorsa era sprecata?

T.: Mi sembra chiaro che lei non era felice la settimana scorsa e questo è quello che conta

Tipica descrizione passivo aggressiva da psicoanalista: riformulo disinnescando l’insoddisfazione del paziente e indirizzandolo verso il suo stato emotivo

T.: mi vuole dire in che modo si è sprecata (la settimana)?

T.: Bene… a rischio di ipersemplificare, è come se lei abbia due strategie di base per ottenere quello che vuole dalla gente  e nessuna funziona. Una è permettere che le facciano il lavaggio del cervello, accondiscendere e in qualche modo farsi privare di qualcosa di molto importante. L’altra è uscire fuori come un toro…

T.: Non so qual è l’alternativa a queste due strategie ma voglio lavorare con lei per trovarne una. Le pare che ne valga la pena?

P.: Si

In questa seconda parte ci sentiamo più vicini a Safran e Muran. L’ultima frase in particolare la pronuncerebbe ogni terapista cognitivo comportamentale. La differenza sta nella tensione interpersonale della prima parte, che Safran e Muran magistralmente incrementano mentre probabilmente noi cognitivisti, sempre un po’ troppo amichevoli e non così freddi e razionalistici come vogliamo far sembrare, ce la giocheremmo maggiormente sul piano della validazione alla Carl Rogers.

Dobbiamo ammetterlo: gli psicoanalisti quando parlano di relazione sanno parlare anche di ferme prese di posizione del terapeuta che mettono il paziente di fronte alle sue responsabilità. Oddio, hanno anche quel loro inimitabile modo, un po’ da verginelle molestate, di colpevolizzare il paziente a colpi di controtransfert. Che è un modo di fare self disclosure molto diverso da chi cerca la condivisione come facciamo dalle nostre parti. Di certo non nutrono tante paure di perderlo o di farlo andare via questo paziente, paure che invece sembrano il timore pervasivo degli psicoterapeuti cognitivo comportamentali, sempre troppo timorosi di essere troppo freddi o troppo distanzianti.

Un esempio di questa nostra debolezza? Leggiamo questa citazione di alcuni tra i nostri migliori colleghi: “Un terapeuta, diciamo di orientamento cognitivo, invita una paziente con disturbo alimentare a scrivere un diario alimentare. Le spiega il razionale, la paziente non scrive il diario. Un altro terapeuta cognitivista invita un paziente con ansia sociale a esporsi alle situazioni temute, dopo avergli spiegato il razionale dell’intervento, i costi dell’evitamento e via dicendo. Il paziente dice di aver capito, ma non si espone. (…) La spiegazione è chiara, formulata con pacatezza ed empatia, ma il paziente rifiuta. Alla gentile insistenza del clinico reagisce con veemenza, o vera e propria rabbia” (Dimaggio, Ottavi, Popolo e Salvatore, , pp. 307-310, 2018).

Devo dire che si tratta di una citazione che rileggo spesso perché mi ci sento rispecchiato con una certa fedeltà e un certo disagio. Mi riconosco in questo quadro catastrofico, in cui io, povero psicoterapeuta cognitivo comportamentale, sono chiaramente terrorizzato, mi sento sul serio a rischio altissimo di perdere il paziente anche qualora facessi la mia terapia “con pacatezza ed empatia” ma niente, il paziente mi manderebbe a quel paese: “reagisce con veemenza, o vera e propria rabbia” E tutto questo perché? Forse perché avrei troppa paura di essere troppo freddo e distanziante. Che il paziente scopra il bluff e intraveda dietro la facciata validante, dietro la maschera di Carl Rogers il mio ghigno razionalista alla Aaron Beck che evidentemente non sarei capace di mascherare. Nella mia esperienza sono le stesse paure dei nostri allievi più giovani fin dai primi anni di training, quelle di perdere il paziente, e a quanto pare non ce ne liberiamo mai del tutto, noi terapisti cognitivi. Non per nulla ci siamo inventati il fantasma interno del paziente difficile, il mostro che ci molla li in seduta e se ne va perché sbagliamo una parola. Insomma siamo un po’ tremebondi. Chiaro che poi leggi Safran e Muran e ti cambia la vita: finalmente qualcuno che ci insegna a tenere al suo posto il paziente, dopo gli eccessi di accoglienza dei cognitivisti, Beck compreso.

Forse siamo un po’ traumatizzati, forse siamo sempre un po’ dissociati, abbiamo bisogno di tanto holding, di una madre sufficientemente buona, di un Winnicot che ci contenga nel suo abbraccio. Anche se poi questo Winnicot chissà perché lo chiamiamo sempre Bowlby, facendo un bel po’ di confusione tra clinica e scienza sperimentale, tra contenimento in seduta e attaccamento ma che ci vuoi fare, è l’eclettismo cognitivo sempre un po’ confusivo. Se queste sono le paure dello psicoterapeuta cognitivo comportamentale medio è possibile che Zoppi abbia in parte ragione e che la tentazione di essere estremamente accogliente fino a scadere nell’accudimento e di esagerare nell’usare la self disclosure potrebbe essere dietro l’angolo. Ed è così: lo confesso, talvolta ho questa tentazione, anche se in teoria come cognitivista comportamentale ortodosso (sinistra fama) non dovrei nemmeno sapere cosa sia, questa self disclosure. Ma ormai questa bestia è stata sdoganata, i buoi sono scappati ed è inutile chiudere i cancelli. E Zoppi mi ha beccato.

Tuttavia si dovrà pur rispondere alla collega Zoppi che non tutti gli psicoterapeuti cognitivo comportamentali sono così. E non parlo solo dei freddi colleghi cognitivisti standard seguaci di Beck, che ormai si sono guadagnata la nomea di gelidi ortodossi da mummificare insieme ai loro colleghi freudiani altrettanto ortodossi. E infatti non è così, dato che esistono anche cognitivisti relazionalisti che diffidano esplicitamente della self disclosure! È il caso ad esempio di Bruno Bara, che nel suo libro “Il Terapeuta Relazionale” nel capitolo dedicato alla self disclosure (2018, pp. 155-158) non la raccomanda affatto! Anzi, Bara diffida questo intervento. Eppure lui è il più relazionalista dei cognitivisti. E poi occorre ricordare alla collega Zoppi quel che lei sa già bene e ammette: che accanto a psicoterapeuti cognitivo comportamentali che rifiutano la self disclosure esistono anche psicoanalisti, guarda caso relazionalisti, che invece la raccomandano da Ferenczi in poi. Certo, alcuni hanno la manica larga, ancora Ferenczi, mentre altri la accolgono con grande prudenza e giudizio e solo nei termini di svelare al paziente gli stati interni stimolati dalla dialettica transfert – controtransfert, come se non erro diceva il padre fondatore della svolta relazionale Stephen Mitchell (Mitchell, Aron, Harris, & Suchet, 1999).

Quello che voglio dire è che forse il problema della deriva accuditiva è un problema di tutti. E questo è vero per tante ragioni. Me ne viene in mente un’altra giusto ora! E qual è? È che, per ammissione della stessa Zoppi, tra i vari argomenti a favore della prevalenza degli aspetti relazionali prevalgono spesso quelli basati sul già citato verdetto di Dodo e dei fattori comuni, fattori che spesso presentano una intensa caratterizzazione relazionale ancora una volta con una forte propensione al versante accuditivo. La prova? Basti leggere Michael Lambert, il pontefice massimo dei fattori comuni in persona quando li descrive, questi fattori comuni: sono quasi tutti caldi, di tipo accogliente: empatia (empathy), calore (warmth), accettazione (acceptance) e, giusto un po’ più duro ma comunque validante, l’incoraggiamento a assumersi rischi (encouragement of risk taking), per poi proseguire con comprensione empatica, (empathic understanding), cura e rispetto (positive regard) (Lambert e Barley, 2001). La stessa Zoppi quando parla dei fattori aspecifici scrive: “identificazione con il terapeuta, calore del terapeuta, empatia, alleanza terapeutica”. Anche in psicoanalisi la svolta relazionale che culmina in Mitchell passa anche attraverso la psicologia del se di Kohut che valida e accoglie il bisogno di auto realizzazione del paziente, chiamandolo narcisismo sano. Si tratta comunque una svolta che privilegia il versante validativo. L’eccesso di accudimento non è quindi un rischio della sola svolta relazionale cognitiva, ma di ogni svolta relazionale.

E se non fosse un problema solo della svolta relazionale? Se fosse in atto una festa dell’accoglienza (non sono derisorio: sto parlando anche di me stesso) che però sembra farci capire perché ormai tutti noi siamo a rischio di esagerare in accudimento. Eppure tutti noi sappiamo che l’aspetto accogliente non esaurisce il campo d’azione dei fattori comuni. Esso comprende anche la negoziazione su scopi e compiti.

In conclusione propongo che occorrerebbe riflettere tutti su questa possibile deriva accuditiva che ci affligge nello sviluppo moderno della psicoterapia invece di rilanciarci l’accusa a vicenda. Tutti noi -chi più chi meno- siamo influenzati dal relazionalismo compresi quelli che si atteggiano a ortodossi. Il modello di Liotti insiste molto sul fatto che si debba distinguere la cooperazione dall’agonismo e dall’accudimento. Idea giusta ma dobbiamo chiederci perché mentre agonismo e cooperazione sono ben distinti possa invece risultare più difficile distinguere la cooperazione dall’accudimento. Forse perché la definizione di cooperazione è fatta in negativo? Sappiamo cosa la cooperazione non è: essa non è accudimento e non è agonismo. Bene, ma operativamente cosa è? A volte mi sorge il dubbio che a definirla operativamente la cooperazione finirebbe spesso per somigliare pericolosamente all’intervento razionalistico, la bestia nera dei relazionalisti.

Viene da chiedersi se il miglior modo per insegnare agli allievi come evitare la deriva accuditiva sia proprio quello di recuperare un apprendimento -certo ragionato e non meccanico e tanto meno dogmatico- delle tecniche standard: formulazione condivisa del caso, negoziazione condivisa degli obiettivi, proposta e condivisione del razionale del trattamento, esecuzione tecnica (disputa, questioning ed esposizione comportamentale) eseguita per carità cooperativamente e infine monitoraggio dell’andamento, anche questo condiviso.

Tutte procedure che se ben fatte proteggono il terapeuta dalla deriva accuditiva e che al tempo stesso contengono tutto il necessario per creare e gestire un’alleanza terapeutica. Come dite? Che in queste tecniche c’è una componente relazionale? Che tutto quell’onnipresente “condiviso” lo dobbiamo ai colleghi relazionalisti? E sia: ammettiamolo ringraziando Carl Rogers, Sandor Ferenczi, Richard Sterba, Phillis Greenacre, Ralph Greenson, Donald Winnicot, Heinz Kohut ed Edward Borin, Victor Meyer, Ira Turkat, David Lane, Michael Bruch e anche Judith Beck (leggiamoci il suo contributo sull’alleanza terapeutica nella seconda edizione del Basic and Beyond; c’è perfino una concessione alla self disclosure!) oltre che Gianni Liotti.

Grazie Liotti, sul serio; anche se rimaniamo diffidenti verso la forzata ricerca di una serie di interventi relazionali alla ricerca della cooperazione come esito: ecco dove potrebbe celarsi il rischio accuditivo, nella ricerca della cooperazione come esito e non come connotazione. Parafrasando John Lennon, la cooperazione è quello che capita mentre stai facendo altro, come ad esempio le tecniche (fatte bene). Poi se ci sarà una rottura ne parleremo, si chiama rinegoziazione. Oppure per chi lo preferisce si può usare il disembedding passivo aggressivo alla Safran e Muran. A me lascia perplesso: Signora mia paziente, così mi mette sotto pressione!

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Bibliografia

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  • Semerari, A. (2015). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Bari: Laterza.
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