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Conoscenza, visioni e qualità delle decisioni

Nel 2015 il presidente Obama emanò un ordine esecutivo destinato a rimanere nella storia “Using Behavioural Science Insights to better Serve the American People” (usare le scoperte delle scienze comportamentali per servire meglio il popolo americano) e il documento recita “quando le politiche sono progettate in modo da tener conto delle scoperte scientifiche in ambito di economia comportamentale e psicologia dei processi decisionali, esse hanno migliorato la situazione di individui, famiglie comunità e organizzazioni”. Nel 2017 Richard Thaler vince il premio Nobel per l’economia grazie ai suoi fondamentali contributi nella Behavioral Economics sviluppando la teoria della contabilità mentale. La sua teoria spiega come le persone semplificano il processo decisionale in materia finanziaria, creano resoconti separati nella loro mente e si concentrano sullo stretto impatto di ogni singola decisione piuttosto che sul suo effetto complessivo. La base delle sue riflessioni è il concetto di nudge. Una spinta che può essere applicata per migliorare il modo in cui si prendono decisioni che riguardano i propri risparmi, come Thaler stesso ha dimostrato applicando una “spinta gentile” per indurre a preferire, per esempio, una pensione sicura.

In questo senso, virtuosa è stata la scelta di Enpap, la cassa nazionale di previdenza e assistenza degli psicologi, nell’utilizzare sapientemente questa conoscenza prevedendo una prima base di architettura delle scelte, volta ad incentivare comportamenti funzionali e nello specifico a “spingere gentilmente” le psicologhe e gli psicologi ad aumentare la soglia di contribuzione annuale. Tuttavia, non è sufficiente. E forse nel nostro Paese abbiamo ancora bisogno di imparare a leggere come strettamente connessi due concetti che anticipano e determinano non solo il risparmio che siamo chiamati a gestire, ma anche una situazione di equità distributiva: l’istruzione, la formazione e il reddito.

Partiamo da due aspetti centrali: il primo aspetto lo troviamo nei dati raccolti dalla Banca d’Italia che hanno messo in evidenza che gli italiani hanno un livello di conoscenze finanziarie ancora insufficiente nel confronto con la media OCSE. Il secondo dato che ci richiede un’attenta lettura è il tasso di occupazione femminile. Sappiamo che le donne hanno un minor accesso al mercato del lavoro, percorsi più frammentati e, anche quando sono attive, si tratta di lavori precari e discontinui. Non è diverso per la libera professione, situazione che genera l’illusione di una flessibilità, ma che finalmente, durante il lockdown è stata smascherata come condizione, almeno per le donne, che permette di coprire contemporaneamente e faticosamente più ruoli. Come sappiamo equità e giustizia sociale non hanno a che fare con il dirsi uguali, ma con l’avere pari opportunità, che non sono “uguali opportunità”, ma opportunità necessarie a partire dalla condizione di partenza.

Il Gender Gap Report del World Economic Forum rivela che la retribuzione annuale delle donne ha appena iniziato a eguagliare la somma che gli uomini guadagnavano dieci anni fa. Questo significa che il mondo sta perdendo enormi quantità di talento dalla forza lavoro. Rispetto alla riduzione del gender pay gap nell’ultimo report pubblicato l’Italia arretra, portandosi al 76esimo posto dal 70esimo dello scorso anno, ultima in Europa, davanti solo a Grecia (84esimo posto), Malta (90esimo posto), e Cipro (91esimo posto). Il WEF sottolinea che, anche laddove le donne siano professionalmente dotate per ricoprire alcuni ruoli, non sono adeguatamente rappresentate. D’altra parte, sappiamo che a fronte di un’occupazione femminile che dall’attuale 48% arrivasse al 60%,  il PIL aumenterebbe del 7%, quindi avremmo risolto probabilmente molti dei problemi della crescita di un gap economico semplicemente puntando sulla valorizzazione del lavoro delle donne.

Se ora leggiamo in modo correlato due dati vediamo che se il gender gap è ampio, ancor più ampio è il divario in tema di financial literacy, aspetto che rappresenta una grande area di vulnerabilità del nostro Paese, indipendentemente dal genere, ma ancor più per le donne che in tema di educazione finanziaria sono ampiamente più disinformate degli uomini. E’ un divario che si riduce nelle generazioni più giovani (18-35 anni), ma resta comunque grave.

Ma allora perché si investe ancora così poco nell’educazione finanziaria? E che cosa significa per la nostra comunità professionale di psicologhe e psicologi composta per l’86% da donne? Se un grande traguardo è stato raggiunto con la creazione di un ponte tra l’economia e la psicologia, la sfida dei prossimi anni sarà quella di realizzare un programma di formazione alla gestione finanziaria di tutta la comunità professionale, colmando il gap culturale di un’ampia fetta di popolazione che ha poche o scarse conoscenze di un conto economico, di planning & budgeting (anche solo a livello personale) e di aspetti previdenziali. Siamo a conoscenza degli studi che hanno identificato i comportamenti apparentemente “irrazionali” sul piano economico, ma in realtà perfettamente comprensibili se si considera il modo in cui le persone ragionano ed utilizzano le informazioni. Pensiamo ai comportamenti di mental accounting (Thaler, 1999), di sunk costs (Arkes e Blumer, 1985; Arkes, 1996) o all’endowment effect (Kahneman, Knetsch e Thaler, 1990).

Tuttavia, non abbiamo previsto all’interno dei nostri percorsi di studio universitario le conoscenze di concetti economici di base, che permettano l’adozione di comportamenti finanziari adeguati e l’attitudine a formulare decisioni orientate al lungo periodo. A questo punto del ragionamento possiamo porci qualche domanda. Perché pur avendo solide conoscenze sul potere della formazione, sui processi di apprendimento, sull’economia comportamentale non riusciamo a trasformare queste risorse per ridurre il gender pay gap almeno all’interno della nostra comunità in modo da avviare un modello virtuoso? Perché non riusciamo a rendere obbligatoria già a partire dalla scuola secondaria un processo di alfabetizzazione finanziaria?

E ancora perché con le nostre conoscenze in termini di ricerca, modelli organizzativi e processi decisionali la nostra comunità non è ancora stata in grado di portare all’attenzione del legislatore la necessità di agire preventivamente sulla salute mentale con programmi di educazione emotiva fin dalla scuola primaria. Perché all’interno dei dipartimenti di salute mentale sono ancora pochi i modelli organizzativi che obbligano a produrre studi di esito, i soli in grado di potare evidenze concrete per aumentare in modo virtuoso gli investimenti? Conosciamo bene i costi di una mancata educazione emotiva fin dall’infanzia, ma non siamo ancora in grado di comprendere che, fino a quando non saranno inseriti programmi di educazione finanziaria all’interno dei nostri percorsi accademici, la nostra professione continuerà ad essere percepita come un servizio non essenziale, “un lusso” nel migliore dei casi o un costo, ma certamente non un investimento.

Solo quando avremo colmato questo gap formativo saremo in grado di fare “prevenzione” e le parole pronunciate qualche ora fa dal Presidente del consiglio Draghi ci fanno sperare che i tempi siano maturi “Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che «ogni azione ha una conseguenza. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni”.

L’intolleranza del dubbio nel disturbo ossessivo compulsivo secondo il modello psicoanalitico

Uno degli aspetti che caratterizza il disturbo ossessivo compulsivo è l’assoluta non tolleranza del dubbio, inteso come incertezza dell’azione e del pensiero. Il soggetto affetto da questo disturbo percepisce la soverchiante e pervasiva necessità di avere tutto sotto controllo, di dover dominare ogni aspetto della propria dimensione esistenziale, eludendo insicurezze di qualsiasi genere.

 

Il paradosso è che raggiungere questo scopo dà vita ad un’attività cognitiva eccessivamente analitica, e per questo capace di paralizzare l’agito e di rendere più complicato il processo decisionale. Dunque, se il pensiero paralizza l’azione, il DOC finisce per divenire vittima inesorabile di quello stesso dubbio che cerca di evitare.

L’origine della paura del dubbio

La diffidenza con cui il soggetto ossessivo si approccia all’incertezza può essere spiegato attraverso l’identificazione di quest’ultima con il più complesso concetto di ambivalenza, un senso di ambiguità tra pulsioni contrapposte – sperimentato nella fase anale- dal quale si è originato un paralizzante vissuto di non azione di cui il conflitto nevrotico ha rappresentato la soluzione disfunzionale.

È nella fase anale che per la prima volta il bambino prova l’entusiasmo di prendere iniziative autonome- a livello della propria attività sfinterica- che vorrebbe esercitare in assoluta libertà. Se non fosse che proprio in questa fase le sue pulsioni autonomistiche vengono frustrate dai primi ammonimenti genitoriali – specie materni – volti a reprimere, o meglio a disciplinare in una modalità adattiva, una pulsionalità completamente esente da regole. Il bambino vorrebbe regolare da solo la propria attività escretiva, ma non può farlo a causa dell’impedimento materno. E quello che all’apparenza appare un conflitto pulsionale senza conseguenze, per un bambino di diciotto mesi assume caratteristiche esistenziali, andando a sovrapporsi al più soverchiante dilemma tra autonomia e obbedienza, tra dipendenza e iniziativa, tra azione e passività (Freud, 1905; 1913).

È proprio nell’iniziativa che viene vissuto il maggior disagio, perché in essa si identifica un senso di colpa che lo allontanerà dal genitore. Il bambino vorrebbe sporcare l’ambiente per lasciare una traccia di Sé e per ricevere conferme della propria esistenza- ma sente che l’attuazione di questa pulsione lo porterebbe nella direzione opposta a quella voluta dalla madre, e dunque alla perdita del suo affetto (Freud, 1908). Se ne origina un conflitto di più ampia portata in cui l’amore verso il Sé comporta l’allontanamento dell’oggetto materno, e l’obbedienza ai rigidi dettami di quest’ultimo si tramuta in una mortificazione del Sé, e dunque in una ferita narcisistica (McWilliams, 1994).

La paura di sbagliare e la difesa dalle emozioni

Il rigoroso genitore presente nell’eziopatogenesi del DOC è destinato a tramutarsi in un Super-Io rigido e ipercritico pronto a sabotare l’azione con il dubbio, ad imporre elevati standard di prestazione, a creare obblighi e doveri improcrastinabili che fanno dell’ossessivo un soggetto dotato di un rigido senso del dovere e di una morale inflessibile. Ferenczi parla di moralità sfinterica (1925) proprio in riferimento al fenomeno psichico – tipico della fase anale- in cui il rispetto delle regole escretive viene percepito dal bambino come una norma morale. Questa perfezione “moralizzante” può essere raggiunta, nel DOC, solo attraverso un’analisi cognitiva oltremodo dettagliata, che sia in grado di scongiurare ogni possibile errore. In realtà, al termine di ogni lunga e sofferta decisione, il soggetto inizierà a divenire preda di costanti ruminazioni post decisionali che lo spingono a reputare giusta proprio la direzione che non ha preso. Per questo ha paura di decidere da solo, e spesso si affida all’aiuto altrui per dissipare le tormentose incertezze (Shapiro, 1965).

Da un punto di vista clinico può sovvenire l’analoga difficoltà decisionale tipica del disturbo dipendente, dalla quale quella del DOC si differenzia tuttavia per essere ispirata non dalla volontà di mantenere un legame affettivo necessario alla sopravvivenza, quanto dal bisogno di evitare ogni possibile errore, che lo costringerebbe a subire la pressione soverchiante di un super-Io persecutorio e delle sue colpevolizzanti recriminazioni.

La difesa dall’errore e dal dubbio, nel DOC, non rappresenta dunque che il tentativo di proteggersi da un Super-Io dominante che andrà adeguatamente depotenziato nel setting terapeutico, non solo al fine di concedere maggiore spazio operativo all’Io, e dunque una più corretta impostazione delle relazioni oggettuali e dell’esame della realtà, ma anche per diminuire l’utilizzo di quei meccanismi di difesa che, nel disturbo DOC, sono manifestamente legati alla necessità di non accedere ad un universo emotivo visto come terribilmente “minaccioso”: ad esempio l’isolamento affettivo, che rende accessibile alla coscienza il solo aspetto cognitivo di un evento escludendo quello emotivo, e l’intellettualizzazione, mediante la quale anche aspetti di natura affettiva vengono posti sotto una luce difensivamente razionale, in un implicito tentativo di liquidazione dell’angoscia (Freud, 1965).

Ma quella del DOC non è assenza di emozioni, quanto il timore di affidarsi a vissuti affettivi che potrebbero comportare la regressione ad una fase in cui le esperienze affettive si sono mostrate fonte di conflitto, disagio e ambivalenza (McWilliams, 1994). Proprio al fine di evitare questa regressione e il vissuto conflittuale che ne deriverebbe, il DOC ha estremo bisogno di certezza: da qui l’utilizzo di una attività cognitiva esasperata e per questo circolare e chiusa al mutamento.

Ogni cambiamento è percepito come un pericolo, e l’ossessivo vi reagisce con riluttanza, spesso arrivando a negarne l’esistenza. Una serie di esperimenti scientifici ha dimostrato la ritrosia con la quale soggetti psicastenici, ossessivi o affetti da patologie di matrice ansiosa accettino il cambiamento anche da un punto di vista percettivo. Sottoposti alla proiezione di uno stimolo visivo in un setting sperimentale, essi non riuscivano a riconoscere come quel medesimo stimolo –nello specifico un coniglio- stesse assumendo gradatamente le sembianze di un’oca (Canestrari, 1958). Risultato in linea con quello degli studi in laboratorio già compiuti da Martin (1954), il quale dimostrò come soggetti psicastenici non riconoscessero l’inclinazione di un tavolo proiettato in uno schermo, continuando a considerarlo immobile.

La diffidenza con la quale l’ossessivo giudica l’ambivalenza è dovuta al contenuto indeterminato, e dunque non controllabile, della stessa. Accettare un mutamento significa abdicare a certezze rassicuranti in favore di un incerto che, in quanto non conosciuto, può rivelarsi potenzialmente insidioso e non dominabile. Inoltre al concetto di cambiamento si correla immancabilmente anche quello di indecisione, di dubbio e di potenziale “sbaglio”: tutte componenti che l’ossessivo tende a rifuggire, in ottemperanza ai bisogni di certezza costruiti sulla base di una personalità anancastica il cui fine primario è proprio quello di evitare il crollo previsionale. L’imprevisto. Quel cambiamento nel quale riconosce una sinistra perdita di controllo, la stessa incertezza che nella fase anale lo ha costretto alla creazione del conflitto nevrotico (McDougall, 1989).

Allo stesso modo l’annullamento della componente emotiva costituisce per l’ossessivo il solo strumento in grado di preservarlo dalla natura imprevedibile e incontrollabile delle emozioni, nella quale egli non riesce a vedere un potenziale creativo ma soltanto una minaccia ad una razionalità che assume per lui un valore di controllo difensivo.

Ma è una strategia solo in apparenza efficace. L’inflessibilità patologica del soggetto ossessivo lo spinge in realtà verso gli stessi eventi psichici dai quali cerca salvezza: da una parte la volontà di conoscere ogni dettaglio della realtà gli comporta una chiusura totale verso la conoscenza e il mutamento- lo abbiamo visto nell’ansia percettiva; dall’altra, cercando di sfuggire un’ambivalenza percepita come annichilente, egli non fa che reiterare quel rimuginio che lo condanna inevitabilmente al dubbio.

 

L’illusione della volontà cosciente (2020) D. Wegner – Recensione del libro

In questo libro viene approfondita la tematica dell’illusione che permea la nostra esistenza: quella connessa a ogni nostra decisione, azione e reazione.

 

Più volte al giorno abbiamo la sensazione di scegliere noi che cosa stiamo per fare, ma non siamo una fonte infallibile di conoscenza quando si tratta delle nostre azioni. Crediamo nella magia della nostra agentività causale e percepiamo tutte le nostre azioni come volontarie. Alcuni studiosi affermano che anche degli esseri non umani potrebbero rientrare nella categoria di chi possiede una mente cosciente; la si potrebbe individuare nei cani, nei gatti, nei delfini e in altri animali.

La sensazione della volontà è fondamentale perché ci dà un senso di responsabilità personale. È quella sensazione che ci fa dire: “sono stato/a io”; ma siamo davvero padroni delle nostre scelte e delle nostre azioni? Siamo noi a causare consciamente ciò che facciamo, oppure le nostre azioni ci capitano? In molti ci siamo posti queste domande almeno una volta nella vita, ma solo pochi se ne sono occupati a livello scientifico come ha fatto lo psicologo americano Daniel M. Wegner (1948-2013), che con questo punto interrogativo comincia la prefazione del libro L’illusione della volontà cosciente.

Secondo l’autore Wegner la volontà è un concetto su cui la psicologia non si è mai soffermata a sufficienza, e quando lo ha fatto non è riuscita a comprendere profondamente la causa delle scelte delle persone, da sempre divise tra volontà e determinismo senza però una vera chiarezza a riguardo. La mancanza di risposte certe da parte della scienza ha lasciato che anche la volontà cadesse vittima di quei luoghi comuni che l’autore si impegna a smontare presentando ogni volta controprove e argomentazioni.

Wegner prende parte al secolare dibattito tra determinismo e libero arbitrio smascherando gli svariati casi in cui crediamo erroneamente di avere il controllo sui nostri comportamenti. L’autore esamina la questione da molteplici angolazioni con grande attenzione, fino ad addentrarsi nell’ambito dell’ipnosi, della scrittura automatica, dei disturbi della personalità, della psicosi e degli stati di trance. Il libro approfondisce l’argomento in molteplici ambiti portando a importanti considerazioni.

La sua conclusione, come dice il titolo stesso, è che la nostra volontà cosciente altro non è che un’illusione: l’uomo si convince di essere padrone delle sue scelte, mentre in verità è in gran parte privo di controllo sulle sue azioni, causate invece dai processi neurologici. La tesi principale di Wegner è che, se a guidare l’azione è la percezione della volontà, allora manipolando tale percezione, ci saranno necessariamente delle conseguenze sull’azione. L’autore ci rivela che quella sensazione può esercitare un effetto davvero limitato sulle nostre azioni.

L’esperienza della volontà, quindi, è il modo in cui la nostra mente ci rappresenta le operazioni che compie, non la sua effettiva attività. Proprio perché abbiamo un’idea di quello che faremo, possiamo sviluppare delle teorie causali che ricolleghino questi pensieri alle nostre azioni sulla base dei principi di priorità, esclusività e coerenza. Arriviamo a concepire i pensieri precedenti come intenzioni, e sviluppiamo la sensazione che tali intenzioni posseggano un potere causale, anche se in realtà sono semplicemente delle anticipazioni di ciò che potremmo fare. Eppure dovrebbe esserci qualcosa che all’interno della nostra mente abbia un ruolo causale nel fare in modo che le nostre azioni si verifichino. Quel qualcosa, nella teoria della causazione mentale apparente, è una serie di processi mentali inconsci che causa l’azione e, al contempo, si avvicina molto ai pensieri che abbiamo prima di agire. In questo caso, è possibile che pensiero e azione nascano da sistemi mentali inconsci associati. La sensazione resta però quella di volere consciamente quello che facciamo.

La tesi principale di Wegner è che, se a guidare l’azione è la sensazione della volontà, allora manipolando tale percezione, ci saranno necessariamente delle conseguenze sull’azione. Non si può vedere l’intenzione cosciente causare un’azione, ma solo inferirla dalla costante relazione tra intenzione e azione. Il nostro credere alla causalità dell’io non è che un’illusione, ma un’illusione che trova l’origine in certi fenomeni che sarebbero l’uno la previsione del risultato prima che questo si realizzi, e l’altro, la presenza di un sentimento di “attività”.

L’illusione della volontà cosciente potrebbe essere un’errata interpretazione dei nessi causali meccanicistici alla base del nostro comportamento, derivante dal fatto di guardare noi stessi attraverso il sistema esplicativo di tipo mentalistico. Non vediamo le rotelle che girano soltanto perché troppo impegnati a leggerci nella mente.

 

La drunkorexia: classificazione, motivazioni alla base e gruppi a rischio

Fattori associati alla drunkorexia sono la disregolazione emotiva, la volontà di migliorare l’umore negativo, prevenire l’aumento di peso causato dall’assunzione di alcol, una scarsa stima verso il proprio corpo e la ricerca di sensazioni estreme.

 

L’alcol, nonostante ampiamente utilizzato e socialmente accettabile, può avere effetti dannosi a livello cerebrale, andando ad intaccare la memoria e le funzioni esecutive (Welch, 2017). Il suo quantitativo elevato nel sangue, può essere moderato dall’assunzione di cibo, che ne riduce la velocità di assorbimento (Hahn et al., 1997).

La letteratura si è occupata di indagare il rapporto tra ingerimento di cibo e di bevande alcoliche, evidenziando come all’aumentare del consumo di alcol, diminuisca quello di cibo, che tende ad essere assunto in modo più disordinato, e viceversa (Cummings & Tomiyama, 2018). Questo pattern, che non mostra alcuna differenza di genere (Peralta, 2002), viene adottato con lo scopo di avvertire più rapidamente gli effetti dell’alcol, o bilanciarne il valore calorico, mediante digiuni prolungati volti a limitare l’assunzione di calorie dagli alimenti (Bryant et al., 2012). Mentre nel primo caso la condotta è motivata dal percepire rapidamente gli effetti inebrianti dell’alcol, nel secondo caso la restrizione calorica viene pianificata per compensare le calorie dell’alcol al fine estetico di prevenire l’aumento di peso (Choquette et al., 2018; Hunt & Forbush, 2016). Se prima di un episodio di binge drinking il soggetto non avrà ristretto le calorie, si verificheranno sensi di colpa e affettività negativa, che alimenteranno un circolo vizioso di comportamenti alimentari disfunzionali, provocati dalla sopravvalutazione dell’aspetto fisico. Tale restrizione alimentare, conseguente o antecedente all’abuso di alcol, è stata etichettata come drunkorexia (Kershaw, 2008).

Queste condotte compensatorie, possono provocare gravi complicanze mediche, come alterazioni cardiocircolatorie, disturbi elettrolitici, osteoporosi, amenorrea (similmente all’anoressia), con l’aggiunta di epatopatia e danni al sistema nervoso centrale per l’abuso di alcol.

Tra le fasce di popolazione più a rischio, è stata individuata quella degli gli studenti universitari. Nella ricerca di Roosen & Mills (2015); il 42% del campione riportava preoccupazioni relative al contenuto calorico dell’alcol, mentre il 37%, prima di assumerlo, limitava l’ingestione di cibo. Tuttavia, come riportato da Lupi et al. (2017), si tratta di un comportamento comune tra i giovani adulti italiani tra i 18-26 anni, sia studenti che non studenti, spesso concomitante al binge drinking ed il consumo di cocaina.

Non essendo un disturbo clinico universalmente condiviso e riconosciuto dai manuali diagnostici, non viene valutato nella pratica clinica. Tutt’ora, gli esperti si interrogano se identificare o meno la drunkorexia come disturbo alimentare o da uso di sostanze. Ciò che potrebbe aiutare nella classificazione è l’individuazione dei predittori implicati nel comportamento drunkoressico.

Tra questi, sono emersi la disregolazione emotiva, la volontà di migliorare l’umore negativo (Ward & Galante, 2015) e prevenire l’aumento di peso causato dall’assunzione di alcol (Rahal et al., 2012). Anche una scarsa stima verso il proprio corpo ed il voler ricercare sensazioni estreme sono caratteristiche implicate nella drunkorexia.

L’indagine di Griffin & Vogt (2020), oltre a voler confutare l’idea per cui la drunkorexia fosse un comportamento associato esclusivamente allo stile di vita degli studenti universitari, ha cercato di comprendere i predittori di queste condotte problematiche legate al consumo di alcol; valutando il ruolo della bassa autostima verso il proprio corpo e la ricerca di sensazioni estreme. All’interno del comportamento drunkoressico le condotte compensatorie, come restrizione calorica, aumento dell’esercizio fisico e tendenze bulimiche, sono state esaminate su 95 studenti universitari e non.

Secondo i risultati, la drunkorexia si verificava indipendentemente dall’essere uno studente universitario o meno, in quanto si tratta di un problema generalizzato ad una fascia della popolazione a rischio, tra i 18 e i 26 anni.

Coerentemente con Hill & Lego (2020), una bassa autostima legata all’apparenza del proprio corpo e il fattore “disinibizione” nella ricerca di sensazioni, sono risultati essere predittori individuali significativi nella drunkorexia. Nel dettaglio, la disinibizione, spesso correlata al consumo di alcol (Carlson et al., 2010), si riferisce alla probabilità che una persona si impegni nel ricercare sensazioni mediante comportamenti sconsiderati, avendo scarsa capacità decisionale e una ridotta sensibilità alle conseguenze future (Hoyle et al., 2002).

L’autostima legata al peso corporeo, anziché all’apparenza fisica, non prediceva nel campione i comportamenti drunkoressici, poiché si tratta di un aspetto maggiormente legato alla presenza di un disturbo alimentare, del quale non erano affetti i soggetti dello studio.

Se per i pazienti affetti da disturbo alimentare, la drunkorexia si manifesta con l’impegno in comportamenti finalizzati a prevenire l’aumento di peso, tra coloro senza un disturbo alimentare, come i partecipanti dello studio, può essere la conseguenza del ricercare un’azione rapida inebriante da parte dell’alcol, che possa aumentare la stima verso il proprio aspetto fisico. Tra coloro più disinibiti e motivati da una ricerca di sensazioni estreme, le condotte drunkoressiche compensano la scarsa fiducia verso il proprio aspetto, aumentando i livelli di autostima nell’individuo. Dunque, percepire rapidamente gli effetti inebrianti dell’alcol, comporta il sentirsi meglio nel proprio corpo.

Essendo la drunkorexia originata da motivazioni simili a quelle sottostanti i disturbi alimentari e il disturbo da abuso di sostanze (Hunt & Forbush, 2016), dovrebbe essere classificata come un disturbo alimentare, risultante dall’alcol (o un disturbo del cibo e dell’alcol), piuttosto che una categoria univoca (disturbo alimentare o da uso di sostanze).

Essendo presente non solo nella popolazione studentesca, ricerche future dovrebbero orientarsi all’indagine del comportamento drunkoressico nella popolazione generale e non solo tra coloro aventi una patologia alimentare sottostante, individuando ulteriori gruppi target per i quali strutturare linee guida in vista di interventi clinici futuri.

Inoltre, sono necessarie ricerche successive per indagare le motivazioni alla base del disturbo, con l’obiettivo che la problematica alimentare in risposta al consumo di alcol venga presa sul serio dagli operatori sanitari e dagli sportelli di intervento presso le università.

Essendo la prevenzione la miglior forma di intervento, sarebbe utile predisporre, fin dall’età scolare, incontri psicoeducativi finalizzati ad un aumento della consapevolezza dei comportamenti a rischio, per impedire l’emergere di problematiche successive in adolescenza o nella giovane età adulta.

 

Therapeutic Space: from the face-to-face setting to the virtual room – ECDP 2021 / Poster Session

POSTER PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY 2021

Modafferi Cinzia1, De Pietri Simona2, Fiaschi Mara Donatella3, Zunino Anna4

1 V.I.E. srl Valorizzazione Innovazione Empowerment spin-off Università degli Studi di Genova
2 Psicoterapia e Scienze Cognitive, Studi Cognitivi, Genova
3 Ordine degli Psicologi della Liguria
4 Universita degli Studi di Genova

POSTER DOWNLOAD (PDF)

L’emergenza COVID-19 e il concomitante lockdown hanno indotto psicologi e psicoterapeuti a sperimentare nuove forme di supporto e terapia a distanza.

L’Ordine degli Psicologi della Liguria, in collaborazione con lo spin-off universitario V.I.E. – Valorizzazione Innovazione Empowerment srl, ha indagato come clinici e pazienti abbiano vissuto quest’esperienza.

Sono stati sviluppati due diversi questionari, uno per i clinici e uno per i pazienti maggiorenni, per indagare il loro vissuto rispetto all’esperienza della terapia a distanza. Attraverso la piattaforma Limesurvey sono stati ottenuti due diversi link per la compilazione online dei questionari. Il link al questionario per i clinici è stato diffuso ai professionisti iscritti all’Ordine degli Psicologi della Liguria, chiedendo loro di compilare il questionario e fornendo le istruzioni per poter abbinare le risposte del clinico a quelle dei propri pazienti. Il questionario è stato online e a disposizione nei mesi di maggio e giugno del 2020.

Dall’analisi dei risultati emerge come i clinici che hanno utilizzato la modalità a distanza si siano sentiti per la maggior parte a proprio agio ed efficaci, e di essere riusciti a proseguire il trattamento con i propri pazienti senza trasformare l’intervento in un sostegno psicologico per la pandemia in atto.

Agio, competenze informatiche e percezione di efficacia sono correlate tra loro.

L’approccio teorico di riferimento non sembra aver avuto un impatto significativo sulle variabili, facendo supporre la possibilità che nella terapia online potrebbero manifestarsi quei fattori aspecifici dell’intervento terapeutico che non sono legati all’approccio teorico di appartenenza.

I terapeuti hanno evidenziato alcuni limiti legati a problemi pratici (ad esempio, l’avere connessioni internet scadenti), a difficoltà nel ritagliarsi luoghi dove fosse garantita la privacy e a problematiche legate alla tipologia di pazienti (ad esempio, pazienti gravi). Allo stesso tempo, però, hanno riferito come i propri pazienti, inaspettatamente, siano stati molto capaci di adattarsi alla nuova situazione, e, sia per loro sia per i pazienti, la terapia online è stata perccepita come una risorsa, adattabile ad altre situazioni (ad esempio, in caso di allerta meteo, infortuni, trasferimenti) e ad altri interventi.

Si delinea, tuttavia, un quadro molto eterogeneo su diversi aspetti: alcuni clinici riferiscono che nella modalità online hanno esperito una maggiore vicinanza, altri invece riferiscono distanza; alcuni riferiscono l’impossibilità a lavorare con determinate tpologie di utenti come i bambini, altri, invece, ne riferiscono la possibilità; alcuni evidenziano la difficoltà nella sintonizzazione e nell’empatia, altri, invece, riferiscono maggiore sintonizzazione ed empatia.

Dal punto di vista dei pazienti che hanno partecipato, la maggior parte si è sentita a proprio agio, accolta e ha sentito che il proprio percorso è continuato in modo efficace. La sensazione di accoglienza e di agio sono risultate correlate positivamente alla sensazione di aver proseguito in modo efficace il percorso. I pazienti hanno apprezzato la possibilità di poter continuare gli incontri nonostante la distanza fisica e in un ambiente protetto che non li ha esposti al pericolo del contagio. I limiti evidenziati sono relativi alla mancanza nella propria casa di un luogo dove poter trovare la giusta privacy (diversi pazienti hanno indicato luoghi alternativi, ad esempio la propria auto, le terrazze, i garage) e la mancanza di alcune peculiarità del setting vis à vis (come la presenza fisica o lo studio stesso come ambiente).

Solo una parte dei clinici iscritti all’Ordine della Liguria ha risposto all’indagine, pertanto le considerazioni presentate fanno riferimento a un numero relativamente esiguo di terapeuti e pazienti.
I clinici che hanno risposto al questionario sollevano due aspetti molto interessanti per la professione: la possibilità di utilizzare questo strumenti in altre circostanze e la necessità di avere una maggiore formazione e univocità nelle modalità (ad esempio, la possibilità di una piattaforma istituzionale).

L’indagine ha inoltre permesso di dare voce ai pazienti e ricevere da parte loro un feedback relativamente a una modalità terapeutica che, seppur condivisa tra diversi clinici, manca ancora di un corpo di indicazioni pratiche al quale fare riferimento. Sarebbe auspicabile, quindi, avere una visione più allargata in merito all’utilizzo della modalità a distanza da parte dei professionisti coinvolti e poter condividere quelle che sono state le esperienze e le “buone pratiche” che sono state messe in atto.

Introduction

During the lockdown psychotherapists had the chance to use E-therapy with their patients. The current pilot study aimed to investigate how clinicians and patients dealt with it. We surveyed the expectations of both clinicians and patients relative to different aspects of the process and setting features.

Method. We developed on-line therapist-and patient-report questionnaires that were completed by 145 psychologists and 70 adult patients, respectively, in Liguria (Northwestern Italy).

Results. Psychotherapists reported a perceived satisfying level of comfort (73.1%) and self-efficacy (81.1%), and that psychotherapy did not turn into psychological support (81%). Interestingly, the theoretical approach did not have a significant impact on these variables. Limits seemed to be more related to practical issues (e.g., a slow internet connection), the difficulty to find the required privacy, and the type of patient population (e.g., children, psychotic patients). Also, clinicians generally reported a good ability of their patients to adapt to the altered situation, which they did not expect, and both groups perceived E-therapy as a resource, suitable for other situations (e.g., temporary hindrances) and interventions, too. On the patients’ side, they reported to be comfortable (81.4%) and felt contained (97.2%). Most of them appreciated the possibility to continue despite the physical distance. Limits were mainly related to a lack of privacy in their homes and the peculiarity of the face-to-face setting.

Conclusion. Beyond the current situation, further research is recommended in order to understand when a face-to-face therapy can be integrated with E-therapy, which seems to be a flexible resource both for therapists and patients.

Novelty of research. This is the first investigation of the perceived effects on therapists and patients of the shift forced by the pandemic from the face-toface setting to the E-therapy in an Italian context.

Terapie a confronto: schema therapy e DBT nel Disturbo Borderline di Personalità – Il terzo episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del terzo episodio della serie dedicato al confronto tra Schema Therapy e DBT nel Disturbo Borderline di Personalità. Ospite della puntata, la Dott.ssa Alessandra Brugnoni.

 

TERAPIE A CONFRONTO: SCHEMA THERAPY E DBT NEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ:

 

 

L’applicazione della DBT nel contesto scolastico

Le applicazioni della DBT all’interno del contesto scolastico sono molteplici, includendo sia gli adolescenti sia gli insegnanti, e permettono di guidare i ragazzi nel delicato periodo di crescita e di promuovere adeguate competenze personali e professionali.

Marta Chemello – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

La DBT (Terapia Dialettico Comportamentale) negli ultimi anni si è affermata come trattamento d’elezione per il Disturbo di Personalità Borderline poiché la disregolazione emotiva appare centrale nel generare e mantenere alcuni comportamenti disadattivi quali autolesività, tentativi di suicidio e difficoltà interpersonali.

In adolescenza la disregolazione emotiva sembra essere un terreno fertile per l’insorgere di problematiche quali disturbi d’ansia, impulsività e aggressività patologiche, disturbi del comportamento alimentare, depressione e comportamenti disadattivi, difficoltà relazionali e comportamenti autolesivi (Rathus e Miller, 2016).

Negli ultimi anni differenti ricercatori hanno sperimentato l’applicazione della DBT in popolazioni di adolescenti all’interno del contesto scolastico.

Richard e colleghi (2013) hanno proposto l’applicazione della DBT in gruppi di rieducazione organizzati per alunni che abbiano infranto le norme scolastiche; in tale contesto l’obiettivo è quello di ridurre i comportamenti-problema entro un tempo di permanenza massimo di 90 giorni per poi tornare alla scuola di appartenenza; tuttavia, applicando i programmi d’intervento standard i livelli di ricaduta rimanevano piuttosto elevati. Il DBT skills training generalmente utilizzato nella popolazione adulta è stato quindi riadattato per gli adolescenti e chiamato “Teen Talk”. Tale programma prevede la realizzazione di gruppi composti da 4-6 studenti, tutti del medesimo sesso; gli incontri hanno una cadenza bisettimanale e durano 45-50 minuti.

Ciò che emerge al termine dell’implementazione di questo programma è come la frequenza dei comportamenti-problema si sia ridotta sia nel gruppo sperimentale che in quello di controllo; in particolare nel primo emergono specifiche aree di miglioramento quali aggressività, comportamento e iperattività. Inoltre i genitori riportano un significativo decremento dei disturbi somatici, dell’isolamento sociale, dell’aggressività, dei comportamenti problema, dell’iperattività e della depressione.

Nel complesso è possibile affermare come vi sia una riduzione nel distress percepito, sia da parte dei genitori che da parte dei ragazzi rispetto al gruppo di controllo che non ha ricevuto alcun trattamento; in generale emerge una maggior consapevolezza da parte degli alunni che sembra migliorare il loro funzionamento all’interno del contesto scolastico.

Uno studio successivo (Zapolski & Smith, 2017) ha applicato il DBT skills training a ragazzi seguiti dal corpo docente per aver mostrato difficoltà comportamentali o scolastiche. I partecipanti sono quindi stati suddivisi in gruppi, ciascuno composto da 5-10 alunni, di entrambi i sessi. Il programma è stato implementato per 9 settimane, con incontri a cadenza settimanale della durata di 45 minuti; ciascuno prevedeva la medesima strutturazione (revisione degli homework, presentazione della tematica affrontata, attività inerenti quest’ultima e assegnazione di compiti per la settimana successiva). Similmente al precedente studio, in ciascun incontro viene presentato un riadattamento delle tematiche affrontate all’interno del DBT skills training.

Nella valutazione iniziale molti ragazzi riferivano comportamenti a rischio e la tipologia di questi ultimi sembrava correlata all’umore riferito (ad esempio quando l’umore veniva riferito come estremamente negativo con maggior probabilità i ragazzi riferivano di aver rotto qualche oggetto, iniziato un litigio oppure disobbedito ai genitori o insegnanti). Al termine dell’implementazione del percorso è emersa una preliminare evidenza di efficacia nel ridurre la probabilità di mettere in atto comportamenti-problema, soprattutto qualora si sperimenti un basso tono dell’umore.

Tuttavia l’applicazione della DBT non si limita al coinvolgimento degli alunni, bensì un recente studio (Justo, Andretta & Abs, 2018) ha visto l’utilizzo del DBT skills training con gli insegnanti. Spesso questi ultimi manifestano delle difficoltà nella regolazione delle proprie emozioni, e ciò influenza negativamente il rapporto che riescono ad instaurare con i propri alunni. In alcuni studi sono state proposte agli insegnanti alcune pratiche di mindfulness che in questo contesto vengono integrate con abilità specifiche del DBT skills training, ovvero tolleranza della sofferenza, regolazione emotiva e efficacia interpersonale.

Hanno partecipato 36 insegnanti di scuola primaria, suddivisi in 2 differenti gruppi che hanno preso parte a 4 incontri, ciascuno della durata di 180  minuti e ad un follow-up a 2 mesi dal termine del percorso. Emerge come le insegnanti mantengano, anche al follow-up, i miglioramenti ottenuti rispetto alle loro capacità interattive all’interno del contesto scolastico, dimostrandosi particolarmente attente nell’aiutare gli alunni nel riconoscimento e nella regolazione delle proprie emozioni. Tuttavia nei mesi successivi all’intervento è diminuita negli insegnanti la consapevolezza delle proprie emozioni forse perché, relativamente a tale abilità, si richiede un intervento più duraturo nel tempo. A livello qualitativo le insegnanti riferiscono la necessità di interventi di maggiore durata, le loro difficoltà ed insicurezze nell’essere chiamate a riflettere in maniera così approfondita sulle componenti dell’intervento proposto e la significativa delle riflessioni personali generate dall’intervento stesso.

Nel contesto italiano l’applicazione della DBT nelle scuole è ancora poco presente nonostante sia stata pubblicata la traduzione italiana del programma DBT STEPS-A (Mazza et al, 2019). Tale programma si pone come obiettivo l’applicazione dello Skills Training all’interno delle scuole secondarie di primo e secondo grado con la finalità di promuovere negli studenti abilità di regolazione emotiva, riduzione dei comportamenti impulsivi, acquisizione di competenze di problem solving e sviluppo di una buona efficacia interpersonale (Stefanoni, 2020).

Come è stato illustrato, le applicazioni della DBT all’interno del contesto scolastico sono molteplici, sia includendo popolazioni di adolescenti sia di insegnanti; in entrambi i casi appare funzionale l’acquisizione di specifiche competenze incluse all’interno del DBT Skills Training con lo scopo nel primo caso di guidare i ragazzi nel delicato periodo di crescita che stanno attraversando e nel secondo per promuovere adeguate competenze personali e professionali che possano supportare i docenti nel delicato compito che sono chiamati a svolgere.

 

Metacredenze sulle emozioni. L’impatto delle emozioni nelle nostre vite – Partecipa alla ricerca!

Che cosa sono le emozioni? Vengono definite come un processo formato da più componenti specifiche che hanno un decorso temporale e vengono attivate da stimoli interni o esterni, naturali o appresi.

 

Le emozioni sono quindi un mezzo con cui affrontiamo delle situazioni. Possiamo pensare anche ad esse come alla manifestazione di pensieri con i quali, in qualche misura, valutiamo la nostra esperienza.

Cosa sono invece le metacredenze? Le metacredenze vengono definite come delle informazioni soggettive relative al proprio funzionamento cognitivo. Sono delle credenze che abbiamo riguardo il significato dei nostri pensieri, dei nostri ricordi e delle nostre emozioni. In altre parole, sono delle credenze che riguardano i nostri stessi processi cognitivi.

Ci siamo quindi chiesti: che cosa penseranno le persone riguardo alle proprie emozioni? Come vivranno quelle positive? E quelle negative? Come gestiscono i propri pensieri, le proprie preoccupazioni? Ossia, quali specifiche metacredenze riguardo alle emozioni ci caratterizzano?

Diverse ricerche (De Castella et al., 2013, 2018; Ford & Gross, 2019) suggeriscono che le credenze inerenti le proprie emozioni e le metacredenze (Wells & Matthews, 1996; Wells, 2002, 2008) hanno dirette conseguenze sulla scelta di determinate strategie di regolazione delle emozioni e sull’attuazione di comportamenti potenzialmente dannosi per la persona. In generale, le ricerche correnti suggeriscono che ciò che pensiamo riguardo ai nostri processi cognitivi (per esempio le emozioni) influenzano più o meno direttamente la nostra conseguente risposta semi-adattiva. Questo risulta particolarmente importante in relazione alla messa in atto di strategie di regolazione emotiva disfunzionale che caratterizza gran parte dei disturbi psicopatologici.

Riteniamo dunque utile indagare la natura delle credenze riguardo alle proprie emozioni per identificare delle caratteristiche ricorrenti e così descrivere dettagliatamente questo costrutto. Identificare infatti la natura delle credenze che ci condizionano nella vita di tutti i giorni, come nel caso delle metacredenze sulle emozioni, potrà permettere di circoscrivere maggiormente quelli che possono rivelarsi dei target di intervento terapeutico.

La ringraziamo se vorrà partecipare alla nostra ricerca compilando il questionario riguardante le emozioni e le metacredenze su di esse. La invitiamo a condividere il link del questionario, in modo da raggiungere più persone ed avere un gruppo ampio e diversificato da cui poter raccogliere dati.

 

PARTECIPA ALLA RICERCA:

ACT Avanzata. 
La guida del professionista esperto all’Acceptance and Commitment Therapy (2020) di Darrah Westrup – Recensione

La lettura di ACT avanzata favorisce il passaggio dalla teoria alla pratica e offre aiuti concreti nelle sfide quotidiane in seduta coi pazienti.

 

Descrizione

Il libro è stato scritto nel 2014 e tradotto e pubblicato in Italia a dicembre 2020.

Ormai i manuali per l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) sono sempre più diffusi, ma questo è uno dei pochi di livello avanzato per terapeuti ACT in circolazione. In particolare, in lingua italiana è il secondo (in ordine cronologico) dopo il libro di Russ Harris.

ACT Avanzata fornisce preziosi suggerimenti e esempi di reali colloqui terapeutici per aiutare ad affinare la comprensione dei processi fondamentali dell’ACT e consente di imparare strategie pratiche per superare le barriere comuni che possono presentarsi durante la terapia, come l’eccessiva identificazione con i pazienti, o la difficoltà a mettere in pratica la teoria, con lo scopo di colmare il divario tra ciò che si è appreso nella formazione ACT e le specifiche e uniche sedute effettive con il paziente.

Leggendo il volume, si potrà apprezzare che l’autrice non promuove una terapia ACT ‘senza errori’, ma piuttosto offre ai terapeuti modi per rendere flessibile il proprio intervento e riconoscere e agire sul processo terapeutico mentre si svolge.

L’autrice

Darrah Westrup, PhD, è una psicologa clinica abilitata che esercita in Colorado e California con una solida reputazione per il suo lavoro come terapeuta ACT, formatrice, ricercatrice e consulente per professionisti in varie aziende e organizzazioni. È un’autorità riconosciuta sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e ha condotto numerose presentazioni e corsi di formazione a conferenze, seminari e workshop internazionali, nazionali e locali. Ha prestato servizio per oltre cinque anni come consulente esperto di ACT per l’implementazione del trattamento basato sull’evidenza dell’ACT per la depressione ed è anche coautrice di altri due libri sull’ACT: Acceptance and Commitment Therapy for the Treatment of Post-Traumatic Stress Disorder e Trauma-Related Problems e The Mindful Couple.

Destinatari

La lettura e lo studio di questo testo sono adatti sia ai terapeuti che hanno già familiarizzato con libri e corsi di livello base e intermedio, perché favorisce il passaggio dalla teoria alla pratica, sia ai terapeuti esperti perché possono trovare aiuti concreti nelle sfide quotidiane che incontrano nelle sedute coi pazienti.

Contenuti

Nella prima parte l’autrice offre il suo punto di vista sulle basi teoriche dell’ACT per consentire un efficace ripasso e creare un terreno comune per proseguire con le parti più pratiche. Nello specifico, si affrontano i problemi con i processi fondamentali dell’ACT, gli obiettivi, il modo e il ritmo con cui sono strutturate le sessioni, lo stile e il modo in cui il terapeuta si presenta nella stanza di terapia. Inoltre si dà ampio spazio a tematiche come l’importanza dell’ascolto, dell’essere presenti e del silenzio.

La seconda parte tratta delle difficoltà comuni incontrate dai terapeuti quando si avvicinano ai principali componenti dell’ACT – come il ruolo del linguaggio, la disperazione creativa e il sé come contesto – ed esplora come poter lavorare con alcune delle barriere al trattamento che tendono a manifestarsi nel corso della terapia.

L’ultima sezione esamina le questioni più sottili, ma comunque di notevole impatto sull’intervento di tipo ACT, per esempio la coerenza, la ricerca della felicità, le intenzioni, sensazioni di solitudine e come poter crescere come terapeuti ACT.

Conclusioni

Sebbene non sia altrettanto pratico e immediato quanto il manuale avanzato di Harris, è sicuramente una lettura preziosa per i terapeuti che si trovano bloccati, che desiderano implementare il passaggio dalla teoria alla pratica, che vogliono aumentare le proprie abilità nel trattamento ACT e imparare a renderlo flessibile e efficace per ogni paziente.

 

La metacognizione e i comportamenti di dipendenza: una relazione di natura bidirezionale?

Le credenze metacognitive positive sembrano essere coinvolte nell’inizio del comportamento di dipendenza, motivando ad impegnarsi in esso, quelle negative invece nella perpetuazione dei comportamenti di dipendenza.

 

Per metacognizione si intende qualsiasi conoscenza e processo cognitivo coinvolto nella valutazione, nel monitoraggio e nella conseguente regolazione della cognizione stessa (Flavell, 1979).La maggior parte dei teorici in questo campo distingue la conoscenza metacognitiva dai processi di regolazione metacognitiva. Nel primo caso ci si riferisce alla conoscenza che gli individui hanno dei propri processi cognitivi e delle strategie necessarie per modificarli, mentre, con il termine regolazione metacognitiva ci si riferisce alle strategie utilizzate per regolare o controllare la cognizione (Wells, 2000). Il modello Self-Regulatory Executive (Wells & Matthews, 1994) fu il primo a suggerire che le problematiche di natura psicologica siano strettamente connesse alla metacognizione. Secondo il suddetto modello, specifiche credenze metacognitive determinano l’attivazione ed il mantenimento di strategie di coping disadattive (come eccessivo monitoraggio delle minacce o evitamento) che determinano la perseveranza del disagio psicologico. Collettivamente, le strategie disadattive determinano lo sviluppo di una sindrome cognitiva attenzionale (CAS; Wells, 2000, 2013).

Le credenze metacognitive possono essere suddivise in tre sottotipi (Spada, Caselli, Nikčević, & Wells, 2015):

  • credenze metacognitive generiche riguardanti le esperienze cognitivo-affettive interne (es. “Devo controllare i miei pensieri in ogni momento”) e al loro significato;
  • credenze metacognitive positive sull’utilità delle strategie CAS (es. “Se mi preoccupo sarò preparato”) che sono legate all’attivazione della CAS;
  • credenze metacognitive negative sulla controllabilità e pericolosità degli eventi mentali (es. “Non posso controllare i miei pensieri”).

Una recente meta-analisi ha dimostrato la presenza di livelli più elevati di credenze metacognitive nei disturbi alimentari, nel disturbo d’ansia generalizzato, nel disturbo depressivo maggiore, nel disturbo ossessivo-compulsivo e nella schizofrenia rispetto ai gruppi di controllo sani, soprattutto per quanto concerne le credenze metacognitive generiche sull’incontrollabilità, il pericolo e sulla necessità di controllare i pensieri (Sun et al., 2017).  Nel complesso, questi risultati confermano la caratteristica transdiagnostica delle credenze metacognitive e mostrano come gli individui che sviluppano una psicopatologia presentano spesso una valutazione negativa dei propri eventi mentali.

Rispetto alle dipendenze, diversi ricercatori hanno indagato il legame tra credenze metacognitive e uso di alcol, tabacco, gioco d’azzardo o uso problematico di Internet (Spada, Caselli et al., 2015) e, data la recente natura di questo campo di ricerca, fornire una panoramica delle prove esistenti appare giustificato. Pertanto, una revisione sistematica presa in esame si è proposta di identificare e presentare le attuali evidenze riguardanti il ruolo delle credenze metacognitive nei comportamenti di dipendenza.

La revisione ha incluso 38 studi pubblicati tra il 1999 e il 2018.

Le indagini prese in esame hanno evidenziato la presenza di un’associazione positiva tra le credenze metacognitive sugli stati cognitivo-affettivi e diversi comportamenti di dipendenza. Difatti, esse hanno mostrato che le persone che si impegnano in comportamenti di dipendenza hanno credenze metacognitive generiche disfunzionali, credenze metacognitive sui pensieri legati alla dipendenza e credenze metacognitive sul craving. Queste credenze metacognitive sono più prevalenti nelle popolazioni cliniche che in quelle di controllo e predicono l’appartenenza alla categoria del comportamento di dipendenza, la gravità del comportamento, il craving e la ricaduta.

Nello specifico, la revisione ha messo in luce che le credenze metacognitive generiche sull’incontrollabilità e il pericolo, sulla necessità di controllare i pensieri e una mancanza di fiducia cognitiva sono quelle più strettamente associate ai comportamenti di dipendenza. Dal punto di vista del modello metacognitivo dei comportamenti di dipendenza, le credenze metacognitive contribuiscono all’inizio e alla perseveranza dei comportamenti di dipendenza perché promuovono stili di pensiero dannosi e strategie di coping disfunzionali, che a loro volta aumentano la probabilità di impegnarsi in comportamenti di dipendenza. Secondo Spada, Caselli e Wells (2013), questo suggerisce che i comportamenti di dipendenza possono essere visti come una strategia per controllare il pensiero e gli stati emotivi indesiderati. Questa ipotesi è coerente con la ricerca sulla ruminazione e sui pensieri legati al desiderio, che suggerisce che la ruminazione predice l’uso di alcol e il desiderio (Caselli et al., 2010, 2013) e che le persone che tendono ad avere una valutazione negativa dei loro pensieri legati al desiderio presentano un rischio maggiore di ricaduta dopo la cessazione (Nosen & Woody, 2009).

Scendendo più nello specifico, secondo i risultati presi in esame, le credenze metacognitive positive sembrano essere coinvolte nell’inizio del comportamento di dipendenza, motivando le persone a impegnarsi in esso. Al contrario, le credenze metacognitive negative sembrano essere prevalentemente coinvolte nella perpetuazione dei comportamenti di dipendenza. Quando vengono attivate, queste credenze rafforzano la percezione del fallimento dell’autoregolazione e l’effetto dannoso del comportamento di dipendenza sul funzionamento, che a sua volta può promuovere il pensiero ripetitivo negativo e le emozioni negative. Inoltre, se gli individui credono di non poter regolare il loro comportamento, è probabile che limitino i loro tentativi di controllarlo (Raylu & Oei, 2004).

Tuttavia, la maggior parte degli studi inclusi nella revisione sono trasversali e quindi impediscono di trarre conclusioni sulla natura causale delle credenze metacognitive. È dunque possibile che le credenze metacognitive siano solo una conseguenza dei comportamenti di dipendenza. Infatti, gli effetti delle sostanze possono modificare la percezione dei pensieri e promuovere credenze disfunzionali. Allo stesso modo, l’emozione negativa spesso associata ai comportamenti di dipendenza (Brière, Rohde, Seeley, Klein, & Lewinsohn, 2014; Lorains, Cowlishaw, & Thomas, 2011) può influenzare l’elaborazione delle informazioni in modo negativo e portare a una valutazione pessimistica degli eventi mentali (Teasdale, 1983), o aumentare la tendenza a presentare pensieri negativi ripetitivi, che potrebbero stimolare credenze metacognitive negative (Papageorgiou & Wells, 2003). Inoltre, Nosen e Woody (2014) hanno dimostrato che il successo dell’astinenza dal fumo è associato alla diminuzione delle credenze metacognitive sul desiderio. Per questi autori, questo risultato è segno di una relazione bidirezionale tra credenze metacognitive e comportamenti di dipendenza.

Concludendo, l’attuale evidenza supporta il modello metacognitivo dei comportamenti di dipendenza e suggerisce che gli interventi che mirano alle credenze metacognitive, come la terapia metacognitiva (Wells, 2013; Spada, Caselli & Wells, 2012), potrebbero essere utili per i soggetti affetti da comportamenti di dipendenza.

 

 

Giudicare gli altri, a cosa serve? – Il quarto episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

GIUDICARE GLI ALTRI, A COSA SERVE?

Immaginare il proprio futuro può divenire un ostacolo nel vivere il presente? Indagine comparativa tra disturbi d’ansia e disturbi di panico nell’orientamento al futuro

Nei disturbi d’ansia e di panico si possono presentare distorsioni temporali, rispetto a un presente, sentito come particolarmente intenso e a tratti difficile da gestire, e a un futuro, vissuto spesso come incerto e incontrollabile.

Andrea Coluccia – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

La prospettiva temporale è stata definita da Savickas (2011) come un “quadro mentale del passato, presente e futuro”. É di fatti un’esperienza personale del tempo caratterizzata da un senso di continuità tra i tre momenti temporali.

Questo quadro mentale è influenzato da credenze circa la realizzabilità degli obiettivi che un individuo si prefigge, che incidono sulla presenza dei disturbi d’ansia e disturbi di panico. Diversi studi, tra cui per la prima volta quelli di Trommsdorff (Future orientation and socialization, 1983), hanno messo in luce come buone capacità nella prospettiva temporale sono essenziali per organizzare le normali attività quotidiane e per un corretto funzionamento sociale.

Ma da cosa dipendono queste capacità e soprattutto come influiscono sulla presenza di disturbi psicologici?

L’orientamento al futuro

Diversi studi, a partire da quelli di Nuttin (1996), hanno dapprima preso in considerazione l’organizzazione e lo sviluppo delle funzioni esecutive (come la pianificazione e l’esecuzione finalistica) in quanto rilevanti nello studio sulla prospettiva futura.

Alcune ricerche hanno evidenziato come si presentino differenti sensibilità e stati psicologici di fronte ai fattori temporali: in una situazione in cui una persona è rilassata, ad esempio, prende il sole in riva al mare, senza avere alcun impegno in programma, il tempo non è un problema. Se si chiede a questa persona quanto tempo ha passato su quella spiaggia, la durata percepita è molto più breve del tempo oggettivo trascorso.

Una situazione diversa è quella in cui una persona è in attesa di una chiamata importante, ma non sa quando questa chiamata potrà arrivare. In questa contingenza chi è in attesa controlla ripetutamente l’orologio, per scoprire probabilmente che il tempo oggettivo non è avanzato di molto dall’ultimo controllo. La discrepanza tra le due situazioni indica che i giudizi soggettivi di durata del tempo, poggiano su processi cognitivi ed emotivi differenti.

Mentre nel primo caso sono stati coinvolti dei processi di giudizio di durata retrospettiva, nella seconda situazione, in particolare, processi di giudizio di durata prospettica, mettendo in luce come la prospettiva futura dipenda da numerose variabili, interne ed esterne, e che sono soggette a variazioni a seconda delle situazioni che si presentano.

Teorie e ipotesi sulla prospettiva temporale

Nuttin (Future Time Perspective, 1985) osserva che l’organizzazione di un determinato “piano di vita” avviene intorno a fini che in parte sono dettati da esigenze individuali, in parte dagli obiettivi che la struttura sociale tende a privilegiare. Nella sua teorizzazione, le motivazioni rappresentano l’espressione concreta e funzionale dei bisogni che a loro volta costituiscono gli elementi fondamentali dell’inserimento dell’uomo nel mondo.

Una delle caratteristiche del comportamento umano è la sua strutturazione in una “sequenza di obiettivi”, il che significa che ogni condotta assume il suo significato all’interno di un contesto progettuale più esteso, complesso e articolato.

La prospettiva temporale assume un’importanza cruciale nell’impostazione teorica di Nuttin, per il quale i concetti di anticipazione e di aspettativa sono indice di un costante orientamento dell’individuo verso il futuro. L’anticipazione non costituisce solo l’esito dell’esperienza passata, ma un orientamento dinamico verso il futuro, che risulta correlato con la motivazione, e connesso con l’elaborazione cognitiva di obiettivi e progetti.

Al giorno d’oggi, la modalità con cui i giovani vivono il presente risulta sostanzialmente modificata rispetto alla tradizionale rappresentazione del loro vissuto temporale.

Il tempo presente è modellato dall’atteggiamento verso il passato, da un lato, e verso il futuro, dall’altro. Ad esempio, se il pensiero del futuro è caratterizzato da incertezza ed inquietudine, allora anche il quotidiano perderà di senso e di valore. Il tempo smetterà di apparire una risorsa preziosa e non sarà considerato un mezzo che consente di raggiungere obiettivi futuri, ma potrà apparire come eccessivamente lungo, uniforme e senza qualità.

Un atteggiamento ottimistico verso il futuro tende a dipendere dal valore positivo o negativo degli obiettivi che si progettano e si prevedono e dalla probabilità soggettiva della loro realizzazione. Importante è anche la percezione delle tre direzioni temporali (passato, presente, futuro) come legate fra loro, oppure, contrapposte.

Si tratta di un’impressione di continuità o di discontinuità temporale e, soprattutto, di ciò che Nuttin ha definito integrazione temporale, ovvero “coscienza di un futuro in continuità attiva con il presente ed il passato e una disposizione all’attribuzione interna che riconosce il ruolo dell’azione personale nei risultati ottenuti”.

Pertanto in presenza di determinati disturbi, come disturbi d’ansia e di panico, si possano presentare distorsioni temporali, rispetto a un presente, sentito come particolarmente intenso e a tratti difficile da gestire, e a un futuro, vissuto spesso come incerto e incontrollabile.

Disturbi d’ansia e di panico e interpretazione del futuro: rimuginare per potersi preparare al peggio

L’ansia spesso viene identificata come uno stato di malessere ma in realtà è un’emozione di base di tutti gli esseri umani che si attiva quando si percepisce una situazione come potenzialmente pericolosa. Per questo può essere considerata una risorsa in grado di dare lo sprint necessario per affrontare situazioni che richiedono un determinato livello di allerta.

L’ansia diventa disfunzionale quando è eccessiva e sproporzionata rispetto alla situazione, comportando diversi cambiamenti nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni e nel comportamento della persona che la sperimenta.

Secondo il modello cognitivo dell’ansia di Clark & Beck (2010), un determinato evento, il cosiddetto stimolo attivante, che può essere rappresentato da una sensazione fisica, un pensiero, un’immagine o una situazione esterna, viene valutato inizialmente in modo rapido e involontario. Per gli individui ansiosi questo stimolo assume una valenza negativa perché percepito come un possibile pericolo. Influenza i processi emotivi e comportamentali e attiva una modalità di minaccia, che innesca un ciclo di pensieri legati alla percepita mancanza di risorse e a preoccupazioni che aumentano lo stato ansioso, determinando il meccanismo del rimuginio ansioso: una strategia di regolazione delle emozioni che implica la costruzione ripetuta di ipotetici scenari futuri negativi in condizioni di incertezza.

Questo processo di ricorsività del pensiero è un processo transdiagnostico che si accompagna a tutti i disturbi con una componente ansiosa, e in modo particolare, oltre ai disturbi di ansia generalizzata e ansia sociale, ai disturbi di panico, in cui sono gli stessi segnali somatici a divenire il principale oggetto del rimuginio (Sassaroli, Ruggiero, 2008).

Sia per i disturbi d’ansia, che per i disturbi di panico, il rimuginio rappresenta un’operazione costosa per il proprio presente: le persone che rimuginano, investono molto tempo ed energia, avendo ripercussioni sul benessere e sulle prestazioni.

Per quanto riguarda il danno al benessere, in particolare nei disturbi di panico, il rimuginio può portare a numerosi sintomi fisici invalidanti, come insonnia, mal di testa e irrequietezza, oltre a dolori cronici. Ciascuna di queste condizioni fisiche è associata al perseverare dei sintomi tipici di panico, che il rimuginio mantiene attivi sostenendo uno stato di allerta continuo e incrementando l’intensità dell’ansia. Sassaroli (2019) e altri autori sottolineano come in pensieri ipotetici e preoccupazioni orientate al futuro, il rimuginio agisce da freno a mano sulle attività del presente, non permettendo di raggiungere uno stato di sicurezza, poiché tiene in vita la minaccia nella mente focalizzando l’attenzione su di essa.

La seconda conseguenza negativa del rimuginio associato a questi disturbi è l’ingente richiesta al sistema cognitivo, impattando sulla memoria di lavoro. La capacità di concentrarsi o di svolgere contemporaneamente un secondo compito è danneggiata dal momento in cui parte della memoria di lavoro è occupata nell’attività del rimuginio.

Secondo Freeston (2000) diviene anche un ostacolo anche nelle capacità di problem-solving, dal momento che molte persone lo utilizzano a questo scopo.

Inoltre, a differenza dei disturbi d’ansia, nei disturbi di panico tende a instaurarsi in più anche la paura della paura che condiziona l’orientamento al futuro. Le sensazioni somatiche del panico, spesso improvvise e inspiegabili, sono seguite da un’interpretazione catastrofica (“non respiro… e se mi sento male? Mi sta venendo un infarto?”) che a sua volta aumenta i sintomi generando il “vortice del panico” in cui la persona provando ansia anticipatoria per la paura di avere nuovi attacchi di panico, innesca di nuovo tutto il meccanismo, come si può vedere dall’immagine.

Disturbi d ansia panico e rimuginio effetti negativi del riflettere sul futuro IMM1

Imm. 1 – Meccanismo alla base del panico

Immaginare il futuro può divenire un ostacolo per vivere bene il presente?

Per molte persone il rimuginio ha uno scopo funzionale (es: mantenimento di una condizione di sicurezza) mentre per altri abbandonarlo significa perdere dei punti di riferimento, sentendosi vulnerabili ad eventuali minacce future. La maggior parte degli psicologi, tra cui Sassaroli e Ruggiero (2019), sia per i disturbi di ansia che per i disturbi di panico, sottolineano come preoccuparsi eccessivamente per eventi futuri, ritenuti come catastrofici, non sempre porta a strategie funzionali per fronteggiarli. Oltre a non rappresentare un efficace metodo di soluzione di un problema che potrebbe ipoteticamente presentarsi, non permette di rimanere concentrati e vivere a pieno le attività del presente.

I contenuti di pensiero tipici di ansia e panico tendono ad essere astratti e privi della capacità di portare avanti un’azione: spesso si estendono a contenuti distanti dalla tematica principale, costruendo un processo di problem solving che esige un grande dispendio di tempo e di energie mentali, portando a un conseguente abbassamento del tono dell’umore o un’amplificazione del vissuto di paura e minaccia, e ciò tende a influire notevolmente sulla qualità del presente, in particolare sui disturbi di panico nei quali l’ansia anticipatoria nei confronti delle situazioni che si affrontano tende ad essere quasi sempre presente, non permettendo che le diverse attività possano essere condotte con serenità e inficiando a volte sulle relazioni sociali.

Molti studiosi si interrogano su come separarsi da questi stili di pensiero, che rappresentano un fattore di mantenimento di questi disturbi, correndo il rischio che la persona non riesca a vivere con tranquillità il normale trascorrere del tempo.

Innanzitutto bisogna fare alcune distinzioni: una cosa è vivere e sentire pienamente i propri stati d’animo e le proprie emozioni spiacevoli, con consapevolezza, accogliendole positivamente ed accettandole per quelle che sono; altra cosa è passare tanto tempo del presente rimuginando continuamente sui propri pensieri, al fine di individuare soluzioni o alternative a problemi che forse non si presenteranno mai, o nel tentativo di cambiare o modificare un evento futuro immaginato.

Si mette quindi in evidenza l’importanza di riuscire a tollerare alcuni stati spiacevoli, nonostante ciò possa risultare complesso, ricordandoci di tornare nel presente e agendo su di esso prima che possa sfuggire di mano, vivendolo in uno stato di piena consapevolezza.

 

I legami patologici nei casi di maltrattamento domestico: la Battered Woman Syndrome (BWS)

Elementi costitutivi della Battered Woman Syndrome sono impotenza appresa, legame asimmetrico e ciclo della violenza.

 

Molte donne soggette a maltrattamento non sembrano in grado di spezzare il legame che le vincola al proprio carnefice, con l’effetto di perpetrare una sofferenza che uccide il corpo e l’anima.

Sovente si parla di masochismo. In altre occasioni si preferisce far riferimento ad una sorta di compiacenza. E facendo ricorso ad euristiche ben poco empatiche, si pensa che, in fondo, ognuno ha ciò che desidera.

Il determinismo psichico sostiene come ogni azione sia costruita sulla base di una motivazione psicologica. Non può non essere così anche in questo frangente, in cui la psiche, ancora più del corpo, si trova coinvolta in un triste gioco al massacro.

In particolare sembra che nella donna maltrattata si instauri un meccanismo patologico che la spinge a negare la propria soggettività e a trasformare il carnefice in una sorta di “appiglio esistenziale”, la sola giustificazione ad una vita che in sua assenza verrebbe svuotata di ogni senso.

La donna maltrattata viene isolata, privata di ogni autoconsapevolezza e autonomia, resa vittima di una disperazione senza uscita in cui la totale assuefazione al maltrattante costituisce l’unica alternativa.

Ma c’è un istinto di sopravvivenza, nella continuazione di questo legame indubbiamente patologico e distruttivo. Perpetrare un rapporto di vicinanza con colui che attenta quotidianamente alla propria integrità psico-fisica costituisce in realtà un mezzo di difesa per mantenere una sorta di equilibrio psicologico in una situazione nella quale non esiste via d’uscita.

Elementi costitutivi della Battered Woman Syndrome

Da un legame di violenza ricorsivamente perpetrato si origina un vissuto di soggezione collusiva, in cui la donna rifiuta di riconoscere la propria condizione di maltrattata, arrivando a negarne l’esistenza o a minimizzarne la gravità. Ma è proprio questa negazione a costituire la più grave conseguenza patologica scaturita dal maltrattamento.

Come accade nella Sindrome di Stoccolma la vittima è terrorizzata dall’asimmetria del rapporto che la lega al carnefice, e anziché cercare mezzi di liberazione decide di assuefarsi completamente a quest’ultimo, mostrando atteggiamenti apatici e anedonici rispetto ad un’eventuale fuga dallo stesso  (Walker, 1979).

Le possibili motivazioni sono la volontà di evitare ritorsioni ancor più violente e lesive del Sé, la dissociazione mentale causata dall’alternarsi di condotte punitive e premiali volontariamente posta in essere dal carnefice- proprio per disorientare le reazioni della vittima- e infine la volontà di quest’ultima di aggrapparsi all’unico legame affettivo messo a sua disposizione in un contesto dominato dalla coercizione e dall’isolamento.

Nei casi di violenza domestica, la psicologa Lenore Walker (1979) attribuisce l’incapacità di separarsi dal carnefice all’effetto di una sindrome piuttosto affine a quella di Stoccolma, che porta il nome di Battered Woman Syndrome, e i cui elementi costituivi sono i seguenti:

  • Impotenza appresa: la donna, vittima di una paralizzante situazione di marginalità, sviluppa un locus of control esterno che la rende incapace di gestire gli eventi della propria vita e di apportare agli stessi una modifica migliorativa. Dopo aver tollerato per lungo tempo condotte abusanti da parte del partner, ella perde non solo la speranza di potersi liberare ma anche la motivazione a farlo, scegliendo di ignorare gli stimoli esterni che le offrono una potenziale occasione di cambiamento. Aspetti come agency ed autoefficacia vengono dunque neutralizzati in favore di una passività distruggente;
  • Legame asimmetrico: la donna si trova intrappolata in una situazione coercitiva “totalizzante” e non può che assuefarsi al differenziale di risorse volontariamente posto in essere dal partner, al fine di privarla di ogni possibilità di ribellione. È l’abusante a disporre di qualsiasi potere all’interno della coppia: dalle questioni ordinarie a quelle più importanti, la sua volontà è la sola che detenga potere attuativo. L’asimmetria, intesa come sperequazione di diritti e autonomie nel legame, è il frutto del programma di soppressione psichica posto in essere dal carnefice, al fine di isolare gradatamente la vittima da qualsiasi legame -estraneo alla realtà dell’abuso- che serva a renderla cosciente della propria condizione e quindi a fornirle un bacino di risorse- fisiche, psichiche ed economiche- utili a ripristinare una simmetria nel legame o a spezzarlo definitivamente;
  • Ciclo della violenza: nei casi di Battered Woman Syndrome, la violenza si perpetra attraverso l’evolversi di un ciclo ricorsivo- denominato “ciclo della violenza”, suddiviso in quattro fasi distinte (Walker, 1980): una prima fase, chiamata di crescita della tensione, in cui la donna viene resa oggetto di critiche, rimproveri e continue umiliazioni da parte del partner, anche di fronte ai figli o ad estranei; una seconda fase, quella della violenza acuta, in cui l’irritabilità si trasforma in un’autentica aggressione fisica all’indirizzo della donna; una terza fase, definita delle scuse, in cui il maltrattante vive la propria condotta aggressiva con intenso disagio e senso di colpa, e sembra pentito di ciò che ha fatto; la quarta, definita della luna di miele, in cui l’abusante si profonde in promesse di cambiamento, corroborate da occasionali attenzioni, gentilezze e richieste esplicite di perdono. Disorientata da questo alternarsi di condotte punitive e premiali, e sempre più limitata da uno stato di soggezione psichica nella quale ha perduto ogni certezza del Sé, la donna è disposta a dare fiducia alle promesse del partner e, scegliendo di non riconoscere la portata fittizia dei suoi buoni propositi, si illude che ogni occasione sarà quella giusta per ottenere un cambiamento reale da parte sua;

Non esiste una codificazione formale per la Battered Woman Syndrome, ma si ritiene che la donna possa esserne considerata affetta ove abbia subito due cicli di violenza completi, estrinsecati in ciascuna delle fasi sopra elencate (Walker, 1980; Reale, 2011).

Sintomatologia e correlati cognitivo – emotivi della Battered Woman Syndrome

Tra gli indici emotivi e cognitivi potenzialmente riscontrabili nella sindrome della donna maltrattata troviamo:

  • un vissuto depressivo, cui si accompagnano stati di ansia generalizzata e di ipervigilanza alle condotte del partner; nello specifico è stata rilevata la marcata capacità, nelle donne soggette a maltrattamento, di interpretare la mimica facciale, i movimenti e le posture corporee dell’abusante che, in un tragico legame di rievocazione mnestica, hanno appreso ad associare all’evento aggressivo (Reale, 2011). La medesima ipervigilanza viene posta nel controllo delle proprie condotte, che la vittima si sforza di rendere adesive alle volontà del partner cercando non solo di soddisfarle ma altresì di intuirle e anticiparle, attraverso comportamenti premurosi che la spingono a mettere le sue esigenze sempre al primo posto, cancellando totalmente le proprie;
  • lo sviluppo di meccanismi di difesa quali negazione, minimizzazione e razionalizzazione, in base ai quali la vittima o non riconosce la violenza del partner o tende a giustificarla con argomentazioni contingenti, ad esempio definendola un episodio passeggero, transitorio o dettato dallo stress. Ma nella maggior parte dei casi ella sceglie di attribuire a se stessa il verificarsi dell’agito aggressivo, convincendosi che in assenza del suo errore la violenza non avrebbe avuto luogo (autocolpevolizzazione). In realtà l’agito violento è il risultato dell’aggressività endogena del maltrattante, proiettata difensivamente sulla donna a prescindere dalla condotta di quest’ultima (Schimmenti, Craparo, 2014). Ma l’impossibilità di riconoscerlo è dovuta proprio al risultato delle condotte manipolatorie che l’abusante esercita su di lei, a seguito delle quali viene privata di ogni autostima e capacità di giudizio circa il Sé e la realtà. Per questo molte vittime arrivano addirittura a mostrarsi acriticamente collusive con il pensiero maschilista e prevaricatore dell’abusante, nel quale la donna viene considerata per natura inferiore all’uomo e dunque liberamente violabile da parte di quest’ultimo. Non si tratta di un pensiero che la donna ha maturato volontariamente, ma di una realtà eteroimposta cui è costretta ad assoggettarsi a caro prezzo: quello della totale rinuncia alla propria soggettività;
  • il consolidarsi progressivo di una coercizione mentale simile ad un brainwashing, -lavaggio del cervello- e la presenza di gaslighting, un’ulteriore forma di abuso psicologico nel quale il maltrattante, servendosi di subdole tecniche manipolatorie, induce la donna a credere ad una realtà fittizia nella quale millanta eventi mai accaduti e le imputa azioni mai commesse (Schimmenti, Craparo, 2014). Malgrado i tentativi di resistenza iniziale, la vittima finisce col dubitare continuamente del proprio agito fino al punto di credere a qualsiasi menzogna le venga propinata dall’abusante, sperimentando autentici vissuti dissociativi;
  • numbing, identificabile in una sorta di intorpidimento emotivo e cognitivo che tende a permanere nella dimensione psichica della vittima privandola della capacità di mentalizzazione, simbolizzazione e valutazione oggettiva degli eventi (Reale, 2011). Al numbing si accompagnano una serie di sintomi affini a quelli tipici del PTSD, quali vissuto di negazione dell’evento traumatico, elevata potenzialità riattivante dello stesso, impossibilità di ricostruirne le fasi da un punto di vista logico-narrativo, vissuti di iperarousal e stati intrusivi nei quali la vittima rivive drammaticamente le aggressioni subite e non riesce a reagire a quella presente;
  • condizione di paralisi traumatica, che sussiste in tutti i casi in cui la donna si trova relegata in una condizione di non azione psichica e cognitiva, a causa della quale è incapace di difendersi dall’azione violenta e appare passiva, fragile, demotivata a reagire all’abuso (Reale, 2011). Affinché si parli di paralisi psicologica traumatica è richiesta la presenza di tre elementi: almeno un episodio di abuso consumato all’interno della relazione; la realizzazione di tale abuso in un contesto di legame traumatico, mirato a porre la donna in una condizione di inferiorità e ad instaurare all’interno del rapporto un differenziale di potere appannaggio del maltrattante; infine la incapacità della vittima di difendersi e tutelare i propri diritti e quelli dei figli.

La sindrome della donna maltrattata costituisce l’ennesima testimonianza di come il femminicidio sia una soppressione psichica prima ancora che fisica, un crudele piano nel quale l’uomo si pone l’obiettivo di cancellare la donna, e questa si lascia cancellare.

Data la presenza di un sempre maggiore interesse sociale e scientifico per un fenomeno tristemente attuale come quello del maltrattamento, il riconoscimento formale della Battered Woman Syndrome potrebbe risultare opportuno ai fini di una più precisa identificazione diagnostica dei disturbi collegati alla violenza domestica e di un più adeguato intervento terapeutico sugli stessi.

 

L’impatto del COVID -19 sulla salute psichica della società. Il ruolo del fattore neurotrofico derivato dal cervello e possibili interventi

Studi recenti sul Covid-19 hanno dimostrato che lo stress e la mancanza di significativi rapporti interpersonali hanno reso sempre più comune la diagnosi di disturbi del sonno, cali del tono dell’umore, apatia, stati ansiosi, disturbo da stress post traumatico, depressione e disturbi di personalità.

 

Ormai è noto che il COVID-19 ha profondamente modificato abitudini e stili di vita, contribuendo a far assumere comportamenti che possono risultare dannosi per la salute psicofisica. Inoltre, il lockdown ha imposto una lunga esperienza di isolamento sociale che ha lasciato gli individui privi di difese di fronte all’intenso bombardamento mediatico sull’andamento del coronavirus, alla paura di perdere il proprio lavoro, di potersi ammalare e di non poter ricevere assistenza o cure adeguate oltre che al trauma legato ad una diagnosi o ad un lutto inaspettati.

Al riguardo, studi recenti (Kwong & al, 2020 e Tacquet & al, 2020) hanno dimostrato che l’esposizione a forti stress e a una condizione psicologica caratterizzata dalla mancanza di significativi rapporti interpersonali hanno reso sempre più comune la diagnosi di disturbi del sonno, cali del tono dell’umore, apatia, stati ansiosi, disturbo da stress post traumatico, depressione e disturbi di personalità (Nenov-Matt & al, 2020). Gli anziani in particolare rappresentano il gruppo sociale nel quale il virus ha mietuto il maggior numero di vittime e ha bruscamente interrotto le abitudini attive (cucire, ricamare, attività artistiche, lettura) le relazioni sociali e l’attività fisica (Di Santo & al, 2020). Tale quadro di situazione, associato ad una maggiore solitudine, può aumentare del 40% il rischio di declino delle capacità cognitive e nel tempo di demenza (Sutin & al., 2018).

Ciò può trovare una possibile spiegazione (Buchman & al, 2016) nella riduzione dei valori del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), una neurotrofina che contribuisce in modo rilevante alla sopravvivenza e alla produzione dei neuroni oltre che all’attivazione dei processi di neuroplasticità. E’ stato, infatti, osservato (Notaras & van den Buuse, 2020) che questa neurotrofina è direttamente coinvolta nei processi di adattamento fisiologico (resilienza) ad eventi stressanti e che una riduzione dei livelli di BDNF, oltre a rallentare la sinaptogenesi e la neurogenesi, rappresenta il comune denominatore di molte malattie e disturbi  (ivi incluse l’ansia, la depressione e il declino cognitivo) che si caratterizzano per anomalie nei processi cognitivi e di elaborazione delle emozioni a causa di malfunzionamenti delle aree cerebrali preposte alla loro regolazione (Price & Duman, 2020).

Risulta quindi molto importante pensare interventi di psicoeducazione che consentano di aumentare la consapevolezza sulla necessità di mantenere uno stile di vita sano (che includa una attività motoria e un adeguato regime alimentare), di essere curiosi, di coltivare interessi, passioni e hobby che facilitino l’inclusione sociale. E’ altresì utile cercare di rinforzare la resilienza familiare promuovendo l’ascolto attivo e il sostegno reciproco tra i membri della famiglia oltre che sviluppare una adeguata capacità di gestione dello stress e delle emozioni anche attraverso il ricorso alla mindfulness e agli esercizi di bioenergetica.

Occorre, inoltre, prendere atto che la pandemia ha proposto in modo forte la necessità di integrare il supporto psicologico nell’ambito dell’assistenza di base del cittadino e di facilitare al contempo l’accesso a questi servizi di pubblica utilità. Infine, è imprescindibile sviluppare una coscienza comune che permetta di abbattere pregiudizi e di rendere normale il ricorso allo psicologo nei momenti di difficoltà.

 

“Pensarti non è mai abbastanza”: lo stile di attaccamento e l’idealizzazione dello stalker

Lo stalking è definito come un fenomeno caratterizzato da comportamenti ripetitivi e invadenti, di sorveglianza, controllo, comunicazione e dalla ricerca attiva di una vittima, figura che ha paura, che è infastidita o preoccupata da tali attenzioni (Civilotti et al., 2020).

 

In Italia questo comportamento è un crimine e la legge italiana afferma quanto segue:

… è un reato, punibile con la reclusione che varia da sei mesi a quattro anni, dovuto dal minacciare o molestare un’altra persona al tal punto da causare un grave, continuo stato di ansia o paura, o di infondere nella vittima o nelle vittime una paura motivata per la propria sicurezza o per la sicurezza di parenti o altre persone legate alla vittima o alle vittime in virtù di parentela o di relazione emotiva o per costringere la vittima o le vittime a cambiare le sue abitudini di vita. (Acquadro Maran et al., 2017)

Rosenfeld (2003) ha identificato gli alti tassi di recidiva degli stalker dopo la detenzione, nello specifico il 49% dei casi durante un periodo che varia dai due anni e mezzo fino ai 13 (l’80% dei quali ha recidiva durante il primo anno). Questi dati suggeriscono come gli atti clinici incentrati sugli stalker debbano essere migliorati (Coker et al., 2016; MacKenzie & James, 2011; Rosenfeld et al., 2007). Diversi studi epidemiologici hanno evidenziato la diffusione del fenomeno dello stalking, con una prevalenza che varia dal 12% al 16% tra le donne e dal 4% al 7% tra gli uomini (Dressing et al., 2006; Purcell et al., 2002).

Patton e colleghi (2010) hanno messo in luce il ruolo di un attaccamento disfunzionale, nello specifico Kienlen e colleghi (1997) hanno intuito come molti stalker presentano uno stile di attaccamento insicuro che viene rinforzato dal rifiuto da parte delle vittime e dalla loro riluttanza a continuare la relazione. Dennison e Stewart (2006) hanno scoperto come sentimenti di gelosia, rabbia, la necessità di controllo e l’attaccamento disfunzionale possano essere dei predittori di questo comportamento persecutorio. La lettura scientifica evidenzia l’importanza delle esperienze infantili che plasmano il funzionamento emotivo (Cassidy, 1994; Felitti et al., 1998; Mikulincer & Shaver, 2007). Considerando la teoria dell’attaccamento di Bowlby (1958), molti studi sugli stalker hanno indicato che le origini dei comportamenti persecutori affondano le radici in profonde ferite legate alle esperienze infantili e alle prime interazioni con i caregiver che influenzano le credenze, le aspettative e i comportamenti nelle relazioni future, in particolare nelle relazioni affettive (Feeney & Noller, 1990; Shaver & Hazan, 1987). Coerentemente con questa premessa e utilizzando l’AAI (Adult Attachment Interview; 1986, 1987), la letteratura indica come i soggetti che sviluppano narrazioni coerenti delle loro esperienze infantili sono impegnati in relazioni più soddisfacenti rispetto agli individui insicuri (Holland & Roisman, 2010).

Nella maggior parte degli studi viene indicato come uno stato della mente (SoM) preoccupato sia collegato più fortemente all’adozione del comportamento persecutorio (Cupach & Spitzberg, 2014; Davis et al., 2000; Patton et al., 2010). A causa della vulnerabilità personale legata all’immagine di sé, questi soggetti ricercano la prossimità in modo estremizzato. Al contrario degli studi sopra citati, Levinson e Fonagy (2004) hanno scoperto come gli stalker hanno maggiori probabilità di avere uno stato della mente sprezzante caratterizzato da un disconoscimento legato alle proprie esperienze precoci e un livello molto basso di capacità di ragionamento riflettente. Secondo i ricercatori, la difficoltà nei processi cognitivi e la bassa capacità di mentalizzazione può essere collegata ad un monitoraggio aggressivo, rendendo questi soggetti più inclini a danneggiare altre persone (Civilotti et al., 2020). Nonostante le correlazioni positive tra attaccamento insicuro-ansioso e stalking (Guerrero, 1998; Lewis et al., 2001; MacKenzie et al., 2008), i risultati non hanno ancora raggiunto una coerenza empirica.

Civilotti e colleghi (2020) hanno svolto una ricerca per indagare i fattori di vulnerabilità degli stalker, in termini di problemi di attaccamento, di costruzioni narrative coerenti legate all’infanzia e agli atti persecutori attuati. Lo scopo dello studio presente è quello di fornire una panoramica del funzionamento emotivo negli stalker per personalizzare interventi efficienti che tengano conto di fattori quale storia e regolazione emotiva.

Il Comitato Bioetico dell’università di Torino ha approvato lo studio cross-sectional basato sulla somministrazione di due interviste cliniche in un campione maschile composto da 14 stalker detenuti in strutture riabilitative situate nel nord Italia (Civilotti et al., 2020). L’Adult Attachment Interview (AAI) è un colloquio clinico semi strutturato basato su psicologia dello sviluppo ed esperienze di attaccamento precoce. L’intervistatore ha chiesto ai soggetti di segnalare il loro stato mentale per valutare i modelli interni relativi alle relazioni precoci interiorizzate (George et al., 1985). La procedura si articola in tre fasi: 1) l’analisi delle esperienze, 2) l’analisi del SoM e 3) l’analisi di traumi o perdite irrisolte. In secondo luogo, l’analisi qualitativa del SoM valuta le caratteristiche procedurali della conversazione che possono essere collegate ai modelli interiorizzati da parte del soggetto (Civilotti et al., 2020). Tale analisi valuta nove componenti per valutare il SoM rispetto ai caregiver (ad esempio, idealizzazione e rabbia) o il SoM del soggetto in modo complessivo (ad esempio, processo metacognitivo e paura della perdita). È stata somministrata anche l’IOI, un’altra intervista semistrutturata composta da otto domande a risposta aperta, utili per incoraggiare i soggetti ad applicare le capacità di mentalizzazione al loro reato persecutorio più grave. Con questa intervista, i soggetti sono invitati a riflettere sui propri pensieri e su quelli degli altri, compresi quelli della vittima. L’IOI mira a far ragionare il soggetto sui propri comportamenti e su quelli altrui come atti basati su credenze, pensieri, sentimenti e desideri (Civilotti et al., 2020).

I risultati di questa ricerca mostrano come gli stalker attuano una serie di comportamenti invadenti motivati ossessivamente dalle credenze legate alla percezione del rifiuto, alla rappresentazione dell’Io come giusto, alla mancanza di controllo degli impulsi, all’ idealizzazione delle figure di attaccamento, all’ansia da separazione e ad una teoria personale soggettiva sullo stalking (Civilotti et al., 2020). Dato che le variabili sono tante e che nessuna strategia unica si è dimostrata efficace per trattare questo fenomeno, bisogna strutturare un trattamento ad hoc per ogni caso specifico (Sgarbi, 2015). Interrompere la sequenza del comportamento persecutorio è complesso. Di conseguenza è necessario rendere consapevoli gli stalker delle dinamiche affettive ed emotive sottostanti per cercare di preservare l’incolumità delle loro potenziali vittime (Civilotti et al., 2020).

 

Lutto complicato e lutto traumatico: diagnosi e interventi negli adulti e nei bambini – Video dal Webinar tenuto da Scuola Cognitiva Firenze

Il lutto è un evento naturale che segna uno spartiacque, un prima e un dopo che ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria vita. Scuola Cognitiva di Firenze ha tenuto un webinar sull’argomento. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’incontro.

 

In ogni cultura sono presenti rituali e modalità diverse di accompagnamento e sostegno alle persone colpite dal lutto.

In terapia possiamo aiutare i nostri pazienti a conoscere e affrontare le fasi del lutto, il senso adattativo di queste. Altresì è importante saper riconoscere e intervenire qualora essi si trovino invece a vivere un lutto complicato o traumatico.

Durante il webinar sono state spiegate le differenze nei vissuti e tra gli interventi terapeutici in base al tipo di lutto e all’età dei pazienti, siano questi adulti o bambini.

Il webinar è stato condotto dalla dott.ssa Annalisa Pericoli e dalla dott.ssa Alice Nardoni.

 

LUTTO COMPLICATO E LUTTO TRAUMATICO
Guarda il video integrale del webinar:

 

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Perché amiamo le canzoni tristi?

Diversi studi hanno cercato di spiegare il motivo per cui nei momenti di tristezza le persone sono portate ad ascoltare canzoni tristi.

 

“Sad songs say so much” (Le canzoni tristi dicono così tanto) cantava Elton John nel 1984 in uno di quelli che sono rimasti tra i suoi pezzi più amati.

Proseguiva dicendo più o meno che ci sono dei momenti in cui tutti avvertiamo il bisogno di condividere un dolore, quando un ricordo triste ci tormenta, e sentiamo la necessità di accendere la radio per farci raccontare da qualche vecchio cantante lo stesso dolore che stiamo provando noi.

Se è facile immaginare le motivazioni che spingono a provare piacere nell’ascolto di musica allegra, più difficile è spiegarsi perché si decide di ascoltare musica triste.

Se la musica allegra ha il potere di rallegrarci, si potrebbe pensare che quando siamo tristi dovremmo voler ascoltare canzoni felici, e invece questo non succede quasi mai. Perché? Vogliamo crogiolarci nella nostra infelicità?

Una ricerca dimostra la nostra preferenza per le canzoni tristi

In una ricerca condotta alcuni anni fa dallo psicologo E. Glenn Schellenberg e dal sociologo Christian von Scheve per conto dall’American Psychological Associaton, la più importante organizzazione professionale degli psicologi americani, sono state analizzate più di mille canzoni tra quelle di maggiore successo degli anni tra il Sessanta e il Duemila, facendo riferimento alla Top 40 pubblicata dalla rivista Billboard. La valutazione è stata fatta misurando il ritmo delle canzoni per battiti al minuto e la loro tonalità è stata determinata da musicisti. Dove si è verificato che in una canzone fosse presente sia il modo minore che maggiore la classificazione ha seguito il criterio della tonalità predominante.

Quello che è emerso è che i testi di queste canzoni sono diventati sempre più negativi e anche la musica ha acquisito un suono sempre più triste. Con il passare del tempo la durata delle canzoni è aumentata e le canzoni in tonalità minore, utilizzata per canzoni più tristi e introspettive, sono sensibilmente incrementate. Se nella seconda metà degli anni Sessanta le canzoni in tonalità minore erano solo il 15 per cento, nel Duemila erano quasi il 56 per cento. Anche il ritmo delle canzoni è rallentato, sono diminuite le canzoni che possiamo definire univocamente allegre e sono aumentate quelle che mescolano momenti di allegria e tristezza.

Il rallentamento di ritmo è risultato essere più marcato nelle canzoni in tonalità maggiore, cosa che indica “una generale diminuzione di canzoni univocamente allegre e un aumento di canzoni con stati emotivi variabili e che mescolano momenti di allegria a tristezza”.

La ricerca ha messo in evidenza che “i testi dei maggiori successi pop sono diventati sempre più negativi e concentrati sull’io ma che anche la musica ha acquistato un suono sempre più triste e con maggiori sfumature emotive”.

L’effetto di una canzone triste sul nostro umore

Gli psicologi e ricercatori Annemieke Van den Tol e Jane Edwards hanno condotto degli studi per cercare di spiegare il motivo per cui nei momenti in cui le persone si sentono tristi sono portate ad ascoltare musiche melanconiche. Ne è emerso che proprio l’insorgere di uno stato d’animo di infelicità fa nascere il desiderio di ascoltare questo tipo di canzoni.

La loro ricerca ha esaminato le motivazioni descritte dalle persone nel momento in cui decidono di ascoltare musica da loro definita triste in corrispondenza a momenti in cui sperimentano circostanze negative e stati d’animo di depressione e hanno scoperto che gli ascoltatori scelgono la musica triste fondamentalmente per quattro ragioni:

  • condivisione di uno stato d’animo;
  • messaggio contenuto nella canzone;
  • rievocazione di ricordi;
  • valore estetico.

Queste motivazioni sono riconducibili a due effetti che si basano su empatia e rassicurazione.

Effetto empatico

Contrariamente a quanto si può pensare, l’ascolto di una canzone triste non comporta l’aumento di un sentimento di tristezza in chi la ascolta. Al contrario, ascoltare una canzone triste può valere come supporto, l’effetto empatico che si crea con l’ascolto ci fa sentire capiti, ci dà la sensazione di poter condividere quello che ci fa soffrire con qualcuno che ha provato lo stesso dolore. Ci aiuta nel processo di accettazione fornendoci un sostegno. Questo accade frequentemente negli adolescenti, che trovano nelle canzoni che ascoltano un riparo al proprio umore.

Spesso scegliamo di ascoltare un determinato pezzo perché quella musica ci trasmette la stessa emozione che stiamo sperimentando o perché ci identifichiamo nel testo, lo associamo a persone o eventi che per noi sono reali. In generale possiamo dire che la musica esprime un messaggio nel quale ci identifichiamo. L’ascolto favorisce l’introspezione e ci offre una prospettiva alternativa ad un problema contingente. Permette di risperimentare quel sentimento negativo per affrontarlo in un modo nuovo, ci incita a reagire e a voltare pagina.

Effetto rassicurante

Un messaggio che arriva attraverso la musica risulta rassicurante, non aggressivo, e questo favorisce l’insorgere di un sentimento empatico. I brani malinconici non suscitano solo tristezza ma anche emozioni romantiche, quali la commozione, che contrastano un effetto deprimente stimolando il rilascio di ormoni del benessere, come ossitocina e prolattina, che producono un effetto simile al sollievo che si prova dopo aver pianto.

La tristezza che ci arriva dall’Arte, in tutte le sue forme, a differenza di quella che può insorgere nella vita quotidiana, non è avvertita come una reale minaccia e viene quindi vissuta in modo molto diverso.

Sembra inoltre che le persone che sperimentano uno stato d’animo di tristezza siano portate a prediligere l’ascolto di musica con un elevato valore estetico: questo troverebbe una spiegazione in una forma di distrazione e di rivalutazione cognitiva, ossia una strategia di regolazione emotiva che tenta di cambiare il significato attribuito all’evento che ci ha causato un determinato stato d’animo. Dopo un evento negativo, si cercherebbe quindi consapevolmente musica con alto valore estetico per migliorare il proprio umore.

Conclusioni

Da quanto abbiamo visto possiamo schematicamente affermare che se le canzoni allegre ci portano spensieratezza, quelle malinconiche ci invitano a riflettere.

Riflessione e introspezione sono passi fondamentali per riuscire a fronteggiare le difficoltà della vita, anche la lettura di un libro o la visione di un film drammatici ci fanno provare un sentimento di tristezza ma ci lasciano anche un insegnamento utile che ci dà la sensazione di avere uno strumento in più per fronteggiare la vita.

Va considerato anche che l’ascolto di musica triste può soddisfare un puro piacere psicologico dato dall’aver sperimentato tutte le emozioni possibili, anche le meno piacevoli. La tristezza, come l’allegria, fa parte della vita reale, impossibile scacciarla, rinnegarla o tentare di eliminarla. Sentirsi vivi significa anche saper fronteggiare tutte le emozioni che capiterà di incontrare.

 

Legame tra salute mentale e Covid-19: uno studio di conferma

Avvalorata la connessione tra stato ansioso nella popolazione generale e  COVID-19, quale principale effetto dell’attuale pandemia in corso.

 

Sembra sia una conferma, giunta ulteriormente all’attenzione del mondo scientifico e della comunità, l’insorgenza di effetti pandemici sulla salute mentale a causa del diffondersi del COVID-19, che la popolazione mondiale ha imparato a conoscere come patologia derivante dal virus appartenente alla famiglia dei coronavirus, di cui in realtà il SARS-COV-2 ne costituisce un nuovo ceppo non individuato in precedenza nell’uomo e caratterizzato principalmente da malattia respiratoria acuta grave, spesso letale. A dimostrazione di ciò, uno studio britannico di recente pubblicazione sulla nota rivista Lancet Psichiatry, precisamente nel giugno corrente anno, ha mostrato dati inerenti il rapporto tra salute mentale e COVID-19 di gran lunga simili al precedente studio italiano condotto dal gruppo di ricerca Brainfactor Research del maggio 2020.

Ultimamente il tema relativo alla pandemia da Covid-19 sta interessando la comunità scientifica, principalmente per conoscere le caratteristiche di tale minaccia, che ha inevitabilmente colpito il mondo intero e stravolto in modo invadente la nostra quotidianità, col fine di combatterla, annientare tale virus e ridurre il più possibile gli effetti di quella che somiglia ad una guerra silente, le cui vittime si contano oramai numerose. Nell’attesa dei vaccini e di cure più appropriate, di cui nel corso di questo anno si sta ascoltando molto tra opinioni disparate e informazioni spesso contrastanti, sembra evidente tra la popolazione mondiale la messa in atto di comportamenti che in alcuni casi appaiono poco ragionevoli o quantomeno poco aderenti a quelle che sono le norme e le restrizioni a cui faticosamente ci stiamo abituando. Forse ciò è frutto di una confusione ingenerata dal massiccio bombardamento mediatico, a scapito di una reale comprensione di quanto stia accadendo realmente intorno a noi. Importante infatti, è sottolineare il sempre più ravvisabile senso di incertezza, accompagnato da un forte disagio sociale e spesso personale, che assume in molti casi le forme di veri e propri quadri patologici scaturiti dalla difficoltà di gestire una quotidianità completamente nuova, che va in direzione di un altrettanto futuro incerto rispetto alla risoluzione di questa pandemia.

Per tale ragione, molti studiosi si concentrano anche sul rapporto tra salute mentale e la attuale pandemia e tra questi emerge il gruppo di ricercatori italiano della Brainfactor Research, che opera in modo indipendente e il cui scopo è ravvisabile nella promozione e diffusione di studi in ambito della sanità e delle neuroscienze nello specifico, sempre al servizio della comunità e che diffonde i risultati da essi derivati su propri canali mediatici e a mezzo stampa. Guidato dal suo direttore Marco Mozzoni, la Brainfactor Research ha condotto recentemente uno studio che, a detta dello stesso Mozzoni “ha fatto ricorso ad un modello innovativo, basato sulla semplificazione dei processi e l’utilizzo ampio delle nuove tecnologie”, e che ora possiamo affermare abbia in qualche modo anticipato tempi e numeri del problema indagato anche dal successivo studio britannico, che porta, quest’ultimo, le firme di centri di eccellenza e università come Cambridge, la University College London (UCL), il Greater Healt Service (NHS), insomma un vero orgoglio per i nostri studiosi italiani.

Ricordiamo a grandi linee che la ricerca italiana ha coinvolto circa 130 partecipanti in tutta Italia, sottoposti al Coronavirus Anxiety Scale (CAS), nella sua versione italiana a cura di Marco Mozzoni e Elena Franzot, ovvero un questionario online relativo alla salute mentale nelle ultime due settimane, messo a punto come primo test di screening dell’ansia associata al Coronavirus dal Dipartimento di Psicologia della Newport University in Usa. Come risultato fondamentale si deve riportare la presenza nel 22% della popolazione censita, di uno specifico disordine di natura ansiosa collegato alla pandemia, principalmente riguardante la fascia di età dei più giovani, che lo stesso Mozzoni, in qualità di clinico, riferisce essere la parte della popolazione che negli ultimi tempi si rivolge con maggior frequenza ed urgenza allo specialista per un consulto di natura psicologica. I giovanissimi in effetti, hanno ottenuto risultati che potremmo definire patologici alla somministrazione del test, mostrando una prevalenza del 39% con valori di picco rispetto ad esempio ad altre fasce di età. Nel test viene chiesto al soggetto sottoposto di attribuire un punteggio da 0 a 4, indicante la frequenza con cui nelle ultime due settimane egli abbia esperito vissuti così come descritti dal quesito. La conferma di questa tendenza a cui si è appena accennato, deriva da simili risultati di uno studio britannico pubblicato sulla nota rivista Lancet, nonostante debba considerarsi la differenza nella dimensionalità del campione oggetto delle due ricerche, i metodi di rilevazione e le popolazioni coinvolte (britannica e italiana). Così come lo studio della Brainfactor Research ha rilevato un interessamento preponderante nella popolazione giovanile italiana di disturbi ansiosi da pandemia, allo stesso modo lo studio su Lancet certifica una incidenza patologica nel 36,7% dei giovani al di sotto dei 24 anni. Altro dato rilevante, che avvicina i risultati emersi da entrambe le ricerche, è legato al rapporto inversamente proporzionale tra età e i livelli significativi dal punto di vista clinico dell’ansia, per cui avanzando con l’età gli effetti clinici pandemici diminuiscono.

Più nello specifico, lo studio britannico di Pierce pubblicato su Lancet, ha costituito una disamina dei cambiamenti relativi alla salute mentale nella popolazione britannica adulta, nel periodo precedente e durante la quarantena. Inoltre, esso rappresenta una seconda analisi di uno studio longitudinale nazionale, il cui metodo impiegato è detto Studio Longitudinale familiare o UKHLS (Household Longitudinal Study), che consiste cioè in una tipologia di studio di controllo continuativo che ha coinvolto più di 40000 famiglie, le quali avevano già iniziato la partecipazione nel 2009. Per cui dal 23 al 30 aprile 2020, i membri delle famiglie partecipanti alla precedente raccolta dati di età maggiore di 16 anni, inizialmente sottoposti ad intervista di persona, sono stati nuovamente invitati a completare il test COVID-19 questa volta nella versione online. Il test di screening impiegato è stato il General Health Questionnaire  (GHQ-12) che valuta il benessere generale e la qualità della vita degli individui. Dobbiamo precisare tuttavia, che tale strumento, nonostante correli fortemente a diagnosi cliniche di disturbi psichiatrici e sebbene sia stata applicata un’alta soglia di punteggio per l’analisi della prevalenza, non costituisce una valutazione clinica in senso stretto. Tale limite vorrà significare che, ad esempio, la notevole proporzione (44%, 95% CI 39.2-48.9)  di donne con età compresa tra i 16 e i 24 anni, che abbiano riportato punteggi significativi nell’aprile 2020, vada interpretata con molta attenzione e non vorrà automaticamente significare che quasi la metà delle donne giovani nella popolazione richieda un trattamento per una malattia mentale. L’aspetto prettamente tecnico del suddetto metodo impiegato, generalmente ha previsto ripetute analisi trasversali per esaminare la tendenza nel tempo, inoltre sono stati definiti dei modelli di ‘regressione ad effetto fisso’ per identificare il cambiamento nella persona, comparato con i precedenti andamenti. La dimensione del campione coinvolto è stata di circa 17542 soggetti (di cui 10165 donne e 7287 uomini) suddivisi per diverse fasce di età (16-24, 25-34, 35-44, 45-54, 55-69 e  >_ 70), secondo le diverse etnie rilevate nella popolazione e per paese o regione dell’UK. Da ciò è emerso che verso la fine del mese di Aprile, la salute mentale nell’UK è stata deteriorata come si evince dalla comparazione con l’andamento del periodo precedente al Covid e in particolare si è rilevato un incremento dei punteggi al test GHQ-12 nelle fasce di età 18-24 anni. Tale studio inoltre, ha identificato gruppi nella popolazione che avevano una più alta prevalenza di stress psicologico prima della pandemia (donne, persone più giovani e bambini in età prescolare) per i quali si è registrato successivamente un maggior incremento dello stress mentale in seguito agli effetti da lockdown, a supporto ciò dei risultati di precedenti segnalazioni sull’alta prevalenza di comuni disordini mentali e autolesionismo nelle adolescenti e nelle donne nella fascia di età 16-24.

La riflessione che ne deriva si orienta sicuramente sulla necessità di ottenere un maggiore coinvolgimento delle politiche che enfatizzano i bisogni delle persone, delle donne, dei giovani e dei bambini in età prescolare, in quanto esse potranno giocare un ruolo fondamentale nella prevenzione futura affinché si preservi la salute mentale della comunità, dal momento che il Covid, come si accennava in precedenza, ha profondamente interferito con ogni aspetto della vita di tutti i giorni. Gli effetti delle restrizioni adottate, infatti, includono non solo difficoltà economiche determinate da entrate più basse, ma anche amplificazioni di dinamiche familiari preesistenti quali ad esempio violenza domestica, per chi già viveva tale situazione drammatica; cambiamenti di rotta nell’educazione dei figli, il maggior tempo disponibile da organizzare, lo smart working e le difficoltà di molti genitori nel coniugare le nuove modalità di lavoro con una didattica dei propri figli divenuta perlopiù a distanza e con tipologie di mezzi mai utilizzati prima, richiedente, soprattutto per i più piccoli, un maggior coinvolgimento da parte dell’adulto; la paura di contrarre l’infezione, l’isolamento e la riduzione dei contatti sociali, sono tutti fattori che hanno influito in modo decisivo la vita degli individui durante il lockdown.

 

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