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La censura sui social network per il benessere psicologico e sociale

A partire dal concetto di “influenza sociale”, si cerca di spiegare in che modo determinati contenuti diffusi liberamente sui social network possano diventare pericolosi fino anche ad innescare possibili reazioni violente.

 

Ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, la scelta operata da Twitter di sospendere l’account personale di Donald Trump, in seguito alle sue ultime dichiarazioni riguardanti i tragici fatti di Capitol Hill.

Precedentemente anche Facebook aveva provveduto a fare la stessa scelta e ciò ci dovrebbe permettere di compiere una riflessione seria sul ruolo dei social network sulla nostra società, in quanto il problema non si basa sul caso specifico, piuttosto, sulla necessità di una regolamentazione di questi strumenti che sono così determinanti nella formazione dell’opinione pubblica.

In assenza di regole predeterminate e condivise, ogni piattaforma si autoregolamenta come ritiene più opportuno, con i pericoli che ne conseguono, anche perché, queste piattaforme, sono molto potenti e in grado di “manipolare” il nostro modo di pensare, esattamente come qualunque altro tipo di mass media.

In questo articolo, a partire dal concetto di “influenza sociale”, cercherò di spiegare in che modo determinati contenuti diffusi liberamente, possano diventare pericolosi fino anche ad innescare possibili reazioni violente.

Il fenomeno dell’influenza sociale ha cominciato a incuriosire gli studiosi all’inizio del secolo scorso, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, quando si cominciò a chiedersi come fosse stato possibile che intere popolazioni abbiano potuto condividere ideali perversi e intenzioni distruttive appartenenti, inizialmente, a poche altre persone.

Lo studio dell’influenza sociale esplora le modalità con cui i processi mentali, le emozioni e i comportamenti degli individui (o dei gruppi) sono modificati dalla presenza, effettiva o simbolica, di altri individui (o gruppi).

Influenzare deriva dal latino influere che significa “fluire, scorrere dentro”, termine che descrive perfettamente l’idea di ciò che potrebbe accadere durante un processo di influenza, sia a livello individuale, che a livello sociale.

L’informazione, quindi, è come un’energia che fluisce, che penetra, che coinvolge e può avvicinare o allontanare le persone.

Oggi siamo così pienamente circondati e condizionati dall’informazione che l’attenzione verte necessariamente sul mondo virtuale e, in particolare sui post che vengono divulgati nei vari social network.

Occorre considerare che una delle più comuni accezioni che si possono riscontrare nella letteratura scientifica, ma anche nel linguaggio comune, è quella di “potere”, ovvero, influenzare significa anche esercitare un potere su un ipotetico bersaglio.

Per “potere” intendiamo la capacità di far fare a qualcun’altro (o ad altri) quello che vogliamo, ossia la capacità di interferire nella sua volontà e di spingerlo attraverso la nostra.

Nel 1955 Katz e la Lazarsfeld effettuarono una ricerca sulla funzione svolta dai leader d’opinione su scelte di vario tipo che evidenziò come i media, con le loro modalità persuasive, non erano in grado, però, di indurre un cambiamento di atteggiamento o di idee, ma risultavano efficaci unicamente come rinforzo di convinzioni e scelte già precedentemente acquisite.

Partendo dal presupposto che le qualità positive e negative dell’essere umano possono essere sia stimolate, che represse, deduciamo allora che qualsiasi rinforzo appositamente studiato può influire su un soggetto e rinforzare le sue qualità (positive o negative) anche in modo automatico, cioè senza trovare da parte sua, alcuna resistenza.

Gli orientamenti più recenti sottolineano, insieme all’idea del rinforzo, anche quello della quantità di comunicazione a cui un soggetto si trova esposto, di conseguenza più una persona osserva certi tipi di messaggi (alla televisione, sui giornali, su internet…) e maggiore sarà l’influenza dei media sul suo modo di pensare.

Una grande quantità di messaggi violenti, a cui oggi siamo continuamente esposti, ha un effetto negativo, come di risonanza, in quanto richiama automaticamente in noi ciò che potrebbe essere in sintonia con questi contenuti.

Difficilmente possiamo dimostrare, in maniera scientifica, se gli individui violenti siano attirati da contenuti violenti (tramite post, programmi televisivi, etc…) o se, invece, i contenuti violenti inducano essi stessi comportamenti di tipo violento.

Stabilire la direzione causale di tale relazione non è semplice, ma i due fenomeni non si escludono a vicenda.

Anche se possiamo ammettere che un po’ di violenza sia presente in ognuno di noi, probabilmente gli individui che risultano più violenti sono attirati da messaggi violenti, i quali alimentano e stimolano la loro violenza interiore in vari modi.

L’esposizione e la relativa osservazione di alcuni tipi di contenuti porta a vivere su di sé ciò che viene trasmesso o divulgato dai mass media, di qualunque cosa si tratti: a chiunque di noi è capitato di rimanere colpito, in modo più o meno ossessionato, dopo aver guardato un certo tipo di programmi televisivi o dopo avere letto determinati post sui social network.

Negli anni ’60 Bandura, insieme ad alcuni suoi colleghi, ha formulato la teoria dell’apprendimento sociale, secondo la quale l’aggressività, quale comportamento sociale, viene acquisito e mantenuto solo a determinate condizioni.

Anche se questa teoria trasferisce la responsabilità del comportamento aggressivo all’ambiente, ovvero ad una situazione esterna, piuttosto che all’individuo, certamente l’osservazione di un comportamento aggressivo, più è in grado di produrre i risultati sperati e più aumenta la probabilità che l’osservatore adotti quel tipo di comportamento in situazioni analoghe.

E’ lecito augurarsi, tuttavia, che l’osservatore voglia adottare quel comportamento perché è in sintonia con ciò che egli prova nel profondo, altrimenti la speranza è che rimanga un semplice osservatore, probabilmente contrariato, se non addirittura disgustato da ciò che ha osservato.

Noelle – Newman (1974; 1984) infine, ha formulato la teoria della spirale del silenzio, secondo la quale i media sono uno strumento attraverso cui l’opinione pubblica – o ciò che dovrebbe diventare l’opinione pubblica – esercita una pressione al conformismo, mettendo a tacere le posizioni minoritarie.

Grazie a questa teoria osserviamo, infatti, che coloro che non condividono determinati messaggi precedentemente divulgati, tendono ad autocensurarsi per paura di essere considerati diversi e di rimanere soli.

La tendenza all’imitazione, che non riguarda solo i bambini, ma anche noi adulti, è un aspetto non trascurabile che, di fatto, alimenta e sostiene tutto questo processo, dimostrando ogni giorno, sempre di più, l’enorme potenza che hanno i modelli negativi, trasmessi dai mass media, sulle persone coinvolte.

 

Madri narcisiste: come difendersi da una madre narcisista e guarire dal C-PTSD (2020) – Recensione

Nel libro Madri narcisiste l’autrice passa in rassegna le tipologie di madre narcisista per poi proporre le soluzioni che consentono in qualche modo di proteggersi.

 

‘E’ sempre tua madre, devi perdonarla!

Quante volte sarà capitato di sentire pronunciare questa frase in seguito ad una discussione tra genitore e figli. Ma è davvero sempre questa la modalità giusta di superare uno scontro che finisce così da divenire quasi una giustificazione a un comportamento genitoriale, che in alcuni casi risulta poco aderente al ruolo di chi dovrebbe accudire e amare incondizionatamente?

Madri narcisiste è un testo che induce ad affrontare e superare un radicato tabù quale è quello della figura materna dotata di connotazione positiva sempre e comunque, a prescindere dalla realtà che spesso si caratterizza di vissuti inerenti il rapporto madre- figlio tutt’altro che idilliaci. Infatti i figli spesso sono vittime di madri narcisiste che sono abili a costruire una falsa immagine di famiglia perfetta, così come viene vista dall’esterno.

L’autrice del testo invita a riflettere sulla sofferenza causata da una famiglia disfunzionale nella quale vive una figura predominante come sa essere un genitore narcisista, che genera traumi perpetrati nel tempo, danneggiando lo sviluppo emotivo e psicologico dei figli, vittime di tali vissuti e che difficilmente senza un adeguato supporto psicoterapeutico potranno affrontare e superare tali dolorose ferite interne. Pertanto il libro si divide in 4 capitoli.

Il primo più descrittivo definisce il problema della patologia narcisista nelle sue caratteristiche distintive, le tipologie oggi individuate (overt e covert, esteso quest’ultimo su tre livelli di progressiva gravità: introverso ipersensibile, inquisitore rancoroso e vendicatore punitivo), le strategie manipolatorie messe in atto (trattamento del silenzio come forma di controllo sull’altro che soffre per la mancata attenzione rivoltagli dalla persona narcisista; il vittimismo per fare leva sull’empatia dell’altro; beffe, umiliazione pubblica e critiche; lotta di potere; manipolazione; uso della paura e intimidazione sulla vittima per indurla a fare una scelta a vantaggio del narcisista; uso inappropriato della segretezza su informazioni che potrebbero far decadere l’immagine di perfezione che il narcisista ha costruito intorno a sé e fatta passare per rispetto della privacy, mentre l’unico intento reale è quello di nascondere qualcosa di qualunque genere). L’autrice fa anche riferimento al Gaslighting come sottile strategia manipolatoria messa in atto dal narcisista, con il solo intento di indurre la sua vittima a confonderla a tal punto da dubitare di sé, della propria percezione rispetto ai vissuti della realtà, persino arrivare a dubitare della propria sanità mentale; il narcisista così facendo destabilizza profondamente la vittima che, minata nell’autostima, diviene sempre più controllabile. Viene inoltre descritta la componente del ‘doppio legame’ del Gaslighting, che chiaramente è ravvisabile nel comportamento di quella madre che richiede l’abbraccio al proprio figlio e che si irrigidisce nell’atto del contatto fisico, trasmettendo una freddezza colta dal figlio, il quale si ritrae dal gesto affettuoso richiesto e che viene immediatamente accusato di non essere amorevole. È il classico esempio di un legame che induce il narcisista a lanciare due messaggi opposti (implicito ed esplicito), per cui qualunque cosa l’altro dica o faccia sarà sempre sbagliato.

Interessante in questo primo capitolo è sicuramente la descrizione del genitore narcisista, di cui l’autrice delinea due tipologie: l’invadente ovvero il genitore fisicamente sempre presente nella vita del proprio figlio ma emotivamente assente, in quanto il figlio non rappresenta altro che una estensione del sé del genitore, che impone costantemente la sua volontà schiacciando i bisogni del bambino, minandone la crescita individuale e impedendogli così di sperimentare l’autonomia; il trascurante ovvero quel genitore che non si occupa realmente del bambino ma lo usa per motivi di vantaggio economico, in tal modo il figlio sperimenta abbandono, trascuratezza, ansia che difficilmente trova conforto e riceve come unica attenzione la rabbia del genitore a cui si abitua e che riconosce come unica emozione dotata di senso.

L’autrice inoltre, offre spunti di riflessione ai lettori sulla ricerca di eventuali relazioni genitoriali abusanti, permettendo di riconoscere l’aver avuto o meno un genitore narcisista osservando determinati comportamenti come ad esempio la colpevolizzazione, l’amore condizionato, l’invadenza, la gelosia, il prendersi pubblicamente il merito per i successi dei figli, la mancanza di empatia, l’infantilizzazione che è legata ad una continua svalutazione da parte del genitore, per convincere il figlio di non essere in grado di badare a se stesso, ottenendo in tal modo un personale appagamento dalla continua richiesta di aiuto da parte del figlio dipendente.

Nel secondo capitolo, la Foster si addentra nel vivo del tema con cui ha intitolato il suo libro, ovvero quello delle madri narcisistiche, sostenendo infatti che la riconoscibilità di una madre di questo tipo non deriva solitamente da una diagnosi vera e propria, bensì la si può individuare ugualmente per la scia di distruzione e di giochi mentali che subdolamente causano conflitti familiari. Ma una madre narcisista può davvero da sola incidere a tal punto da determinare dinamiche che potremmo definire tossiche, senza l’aiuto di quelli che l’autrice chiama gli ‘abilitanti’? Questi ultimi (enablers) sono le persone che supportano il narcisista divenendo inconsapevolmente complici di un comportamento problematico, rimuovendo gli ostacoli che invece impedirebbero al narcisista di agire e lasciare che il figlio- vittima ne subisca le conseguenze devastanti. Perlopiù si tratta di quei padri che tendono a giustificare il comportamento della madre narcisista e che tentano di salvarla dai disastri che provoca. Come osserva l’autrice: “un narcisista non può esistere da solo, ci sono sempre persone che lo sostengono”. Queste persone solitamente nel caso specifico della donna narcisista, sono padri abilmente e astutamente scelti come compagni, che ignorano gli abusi e che possono essere in qualche modo controllati, in quanto ad esempio sono persone che temono di perdere qualcosa (soldi, status sociale ecc). Altrettanto deleterio è il fatto che la madre narcisista, come ci spiega la Foster, assegni dei ‘ruoli’ ai suoi figli, il che ha degli effetti terribili su di loro. Esiste un ‘figlio d’oro’ che costituisce nell’immaginario materno la rappresentazione del sé idealizzato della madre; un bambino ‘capro espiatorio’ ovvero quel bambino che non è mai abbastanza per lei e che sarà destinato ad essere continuamente svalutato qualunque cosa faccia e il bambino ‘invisibile’ che ovviamente sarà molto trascurato, i cui bisogni non verranno mai presi in considerazione.

Dopo aver passato in rassegna le tipologie di madre narcisista (la madre gravemente narcisista overt; la madre narcisista gravemente sadica e la madre invischiata), l’autrice propone successivamente nel terzo capitolo, le soluzioni che consentono in qualche modo di proteggersi da una madre narcisista. Prima di tutto, occorre assumersi la responsabilità di voler vedere una realtà che purtroppo provoca sofferenza, superando la forzata visione idilliaca infantile di una madre che invece si deve ammettere essere tossica. Per fare ciò, bisogna entrare in contatto con la parte adulta del proprio sé e prendere il controllo sul bambino che è insito in ogni figlio che abbia subito tali abusi e che si ostina a non arrendersi all’evidenza. Il secondo passo proposto è quello di cercare di informarsi il più possibile sui disturbi mentali, affinché si possa individuare il tipo di narcisista con cui si ha a che fare, conoscerne le strategie mentali di cui si parlava in precedenza, alleviare la solitudine confrontandosi eventualmente con altre persone che vivono la medesima esperienza relazionale. Per guadagnarsi la libertà da una madre narcisista, è necessario stabilire dei limiti, cosa che costituisce in realtà la soluzione più difficile da realizzare, in quanto spesso ciò si traduce nella interruzione dei rapporti con la persona abusante, non tenerla più al corrente di ciò che riguarda la propria vita, affinché lei non possa più usare dei dettagli personali a suo vantaggio per svalutare, perseguitare e umiliare. Concentrarsi quindi solo su se stessi può essere un primo passo per conservare energie che la relazione tossica sottraeva alla propria realizzazione personale. L’autrice inoltre, sottolinea quanto sia importante ravvisare nella propria interiorità dei residui dell’influenza della madre narcisista, cercando di cogliere modi di pensare disfunzionali a cui si è stati esposti a lungo ed eventualmente correggerli.

In conclusione la Foster analizza il complesso disturbo da stress post traumatico- complesso (C-PTSD), comprensibilmente risultante dall’esposizione prolungata a traumi continui, caratterizzato da sintomi quali flashback emotivi, critica interiore e ansia sociale, auto-abbandono, vergogna patologica. Ma guarire si può, innanzitutto rivolgendosi ad uno psicoterapeuta che accompagni in un percorso faticoso ma doveroso per se stessi e in secondo luogo, ma non meno importante, è l’autoriparazione, che implica il diventare genitore di se stessi (reparenting), strategia che aiuta a superare i danni derivati da un genitore trascurante/o abusante. La domanda è: come si può divenire un buon genitore se le proprie esperienze vissute non hanno consentito di interiorizzare una sana e valida figura genitoriale? L’autrice ci mostra come sia possibile ciò, entrando in contatto con la parte di sé che avverte le mancanze di accudimento e di cui si necessita. In secondo luogo, la disciplina che non è stata impartita dal genitore narcisista va autodeterminata in seguito, affinché si possa essere in futuro un buon genitore disciplinante per i propri figli.

Sembra palese che l’autrice intenda spronare i suoi lettori a fare un passo avanti rispetto ad un passato nel quale non si può rimanere intrappolati per l’intera propria esistenza, il lavoro di guarigione perciò potrà avvenire in primis se si instaura un rapporto di affetto con se stessi, consapevolmente accettando la propria madre per ciò che è stata, e sradicandosi dalla dipendenza affettiva che ha caratterizzato la prima relazione significativa.

Consigliato quindi ad un pubblico variegato sia specialistico, che intenda approfondire le caratteristiche della patologia di cui si parla ampiamente nel libro, sia meno esperto, in quanto l’autrice espone ogni definizione teorica con esempi di facile comprensione, offrendo ai suoi lettori la possibilità di affrontare consapevolmente gli abusi perpetrati dalle loro madri narcisistiche, qualora si riconoscano nelle dinamiche descritte.

 

 

Gelosia all’interno delle relazioni romantiche tra due partner che hanno migliori amici di sesso opposto

Dato che le conseguenze della gelosia sulle relazioni romantiche possono essere diverse, è importante identificare i fattori principali che scatenano la gelosia: ricerche recenti suggeriscono che le amicizie tra ciascun partner con persone del sesso opposto ne sono un esempio.

 

Le relazioni romantiche sono unioni volontarie complesse, dinamiche e sfaccettate che possono essere compromesse da una serie di variabili, tra cui la gelosia. Questa sorge quando le persone percepiscono che qualcosa potrebbe essere loro sottratto (White & Mullen, 1989). I ricercatori hanno identificato la gelosia come una variabile in grado di innescare diverse conseguenze nelle relazioni: alcune positive, come l’aumento dell’amore e il miglioramento relazionale (Fleischmann, Spitzberg, Andersen, & Roesch, 2005), altre negative che possono ostacolare o portare alla fine della relazione (Aylor & Dainton, 2001). Dato che le sue conseguenze possono essere diverse, è importante identificare i triggers principali della gelosia: ricerche recenti (per esempio, William, 2005) suggeriscono che le amicizie tra ciascun partner con persone del sesso opposto ne sono un esempio (amicizie cross-sex). Questo ci porta ad interrogarci sul possibile impatto delle migliori amicizie intersessuali sulle relazioni romantiche. Alcuni hanno anche sostenuto che

le amicizie intersessuali sembrano occupare un posto insolito nel panorama delle relazioni eterosessuali. (Afifi & Faulkner, 2000)

Bennett e Gilchrist-Pretty in uno studio del 2019 hanno misurato l’amicizia cross-sex come un tipo di migliore amicizia, considerandola alla luce dello stretto attaccamento che intercorre tra due migliori amici (Akbulut e Weger 2016): su 309 partecipanti, il 62.5% ha riferito di avere un migliore amico del sesso opposto. Alla luce di questa percentuale relativamente alta, le implicazioni relazionali associate all’avere un migliore amico del sesso opposto meritano di essere esplorate, poiché la natura delle migliori amicizie cross-sex può presentare sfide uniche, in particolare per quanto riguarda l’esperienza e l’espressione della gelosia del proprio partner romantico. Il presente studio esamina come l’atteggiamento verso le migliori amicizie tra i sessi influenzi le esperienze e le espressioni di gelosia tra i partner romantici.

La gelosia può essere concettualizzata sia come emozione che come cognizione. Buunk (1997) ha individuato tre forme di gelosia:

  • Gelosia reattiva: è considerata una risposta provocatoria, tale che i partner gelosi percepiscono di avere una ragione per sperimentare questi sentimenti intensi. Essa nasce da una trasgressione relazionale (es. infedeltà) o da un contatto, che viene visto come civettuolo.
  • Gelosia Preventiva, anche detta gelosia possessiva: prevede la rimozione di qualsiasi potenziale contatto intimo tra il proprio partner e i potenziali rivali. Questa comporta sentimenti di proprietà e possessione.
  • Gelosia Ansiosa: è di natura cognitiva e ha a che fare con individui che immaginano che il loro partner sia coinvolto con qualcun altro, cosa che comporta ossessione e preoccupazione. Ciò porta a esperienze cognitive, quali preoccupazione, sospetto e pensieri ruminativi.

Guerrero, Hannawa e Babin (2011) hanno usato la Communicative Responses to Jealousy (CRJs) per studiare il comportamento all’interno delle relazioni romantiche dopo che i sentimenti di gelosia sono emersi. Dai loro studi sono emersi due tipi di comportamento e 11 CRj: (1) le risposte interattive sono faccia a faccia e dirette al partner; (2) le risposte comportamentali generali sono dirette al partner, ma l’individuo geloso non coinvolge necessariamente la comunicazione diretta con il suo partner; (3) le 11 CRJ sono state  organizzate in quattro categorie (a) comunicazione costruttiva, che comprende la comunicazione integrativa e le risposte compensatorie di ripristino volte a preservare la relazione; (b) comunicazione evitante, che consiste nel silenzio e nelle risposte di negazione/inibizione; (c) comunicazione distruttiva, che riflette la comunicazione negativa, la comunicazione violenta e l’induzione della contro-gelosia; e (d) comunicazione incentrata sul rivale, che riguarda le strategie protettive, come il contatto con il rivale, la derisione di un rivale, la sorveglianza/restrizione e i segni di possesso. Le esperienze e le espressioni di gelosia potrebbero derivare dall’atteggiamento verso le migliori amicizie tra persone del sesso opposto. Gli atteggiamenti possono essere cognitivi e emotivi (Fishbein & Ajzen, 1975): quelli cognitivi derivano da informazioni disponibili per l’individuo, mentre gli atteggiamenti affettivi riflettono le proprie emozioni. Inoltre, ricerche precedenti testimoniano che gli atteggiamenti sono importanti mediatori che possono aiutarci a capire meglio come o perché si verifica la relazione tra certe variabili.

Per valutare gli atteggiamenti verso le migliori amicizie Cross-Sex, gli autori hanno ideato una breve scala di 5 items del tipo “Uomini e donne possono essere migliori amici”, misurati con una scala Likert a 5 punti (1= completamente in disaccordo; 5= completamente d’accordo). L’esperienza di gelosia è stata misurata usando la Jealousy Scale di Buunk (1997), multidimensionale composta da 15 items che misurano tre costrutti con 5 domande ciascuno: gelosia reattiva (es. “Come ti sentiresti se il tuo partner discutesse di cose personali con qualcun altro?”), preventiva (es. “Non sarebbe accettabile per me se il mio partner vedesse molte persone del sesso opposto in un contesto amichevole”) e ansiosa (es. “Ho paura che il mio partner sia sessualmente interessato a qualcun altro”). Inoltre, ai partecipanti è stato chiesto di riferire il loro comportamento di gelosia in una relazione romantica attuale o passata a causa di un migliore amico di sesso opposto, utilizzando la scala Communicative Responses to Jealousy (CRJ) (Guerrero et al., 2011), composta da 52 items divisi in 11 sottoscale raggruppate in 4 categorie di risposta di gelosia: comunicazione distruttiva, comunicazione costruttiva, comunicazione evitante, e comunicazione focalizzata sul rivale.

Dai risultati è emerso che gli individui single (cioè quelli che non avevano una relazione al momento dello studio) avevano l’atteggiamento più positivo nei confronti di un migliore amico di sesso opposto. Tuttavia, non c’è garanzia che queste stesse disposizioni favorevoli persistano in una relazione. Gli individui con partner occasionali hanno rivelato atteggiamenti positivi verso le migliori amicizie Cross-Sex. Questo risultato ha senso anche perché è più probabile che le relazioni occasionali abbiano una storia breve e, quindi, è meno probabile che abbiano sperimentato episodi che provocano gelosia, così come è possibile che questi percepiscano le migliori amicizie in modo positivo perché non sono molto coinvolti emotivamente e hanno poche aspettative di permanenza della relazione. Al contrario, le coppie fidanzate in procinto di sposarsi hanno gli atteggiamenti meno favorevoli verso le amicizie cross-sex: un migliore amico può aggravare l’ansia e lo stress che queste coppie stanno già affrontando a causa dell’organizzazione del matrimonio, pertanto hanno una naturale disposizione negativa verso questa tipologia di amici. Per quanto riguarda come l’esperienza e l’espressione della gelosia impatti gli atteggiamenti verso le migliori amicizie tra i due sessi, i risultati hanno rivelato tre correlazioni moderate e positive che suggeriscono che quando una persona prova gelosia, rende palesi tali sentimenti: (a) esperienza di gelosia preventiva ed espressione di gelosia distruttiva, (b) esperienza di gelosia preventiva ed espressione di gelosia focalizzata sul rivale, e (c) esperienza di gelosia ansiosa ed espressione di gelosia focalizzata sul rivale. In altre parole, quando un partner relazionale percepisce che un migliore amico cross-sex è una potenziale minaccia alla relazione romantica, sperimenta la gelosia preventiva ed è quindi motivato a minimizzare la potenziale minaccia utilizzando una comunicazione che trasmette possesso e degrada e/o limita l’accesso al migliore amico cross-sex, così come tendono a cercare il contatto con il rivale, lo deridono, e assumono comportamenti di sorveglianza/restrizione. Quest’ultima tipologia di espressione viene anche utilizzata da quei soggetti sospettosi e ossessivi rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento del partner con terzi. Inoltre, i risultati hanno rivelato che un atteggiamento positivo verso le amicizie cross-sex media la gelosia reattiva e l’espressione costruttiva: se un partner relazionale percepisce che il suo migliore amico di sesso opposto è troppo amichevole o civettuolo (cioè, esperienza di gelosia reattiva), il partner relazionale che ha un atteggiamento positivo può impegnarsi in una comunicazione costruttiva o positiva per discutere i problemi e mantenere la relazione. Questo suggerisce che nonostante il sentimento di gelosia, il partner percepisce che la relazione vale la pena di essere preservata e quindi sceglie tattiche di comunicazione che possono sostenere la relazione. Infine, è emerso che anche gli atteggiamenti negativi mediano la relazione tra gelosia reattiva e l’espressione di gelosia distruttiva. Nello specifico, quando un partner percepisce che l’amico cross-sex è troppo civettuolo con il partner, assume un atteggiamento negativo verso le sue amicizie ed è più incline a sfogarsi con una comunicazione negativa o violenta.

 

Psicologia del viaggiare – Il terzo episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

PSICOLOGIA DEL VIAGGIARE:

Paralinguistic Digital Affordance, il significato dietro a un click

Le affordances paralinguistiche digitali sono simboli e segnali che permettono agli utenti di interagire ed esprimersi nei social media.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 17) Paralinguistic Digital Affordance, il significato dietro a un click

 

Che cosa sono le paralinguistic digital affordances (PDA)

Proprio come le affordances degli oggetti di cui parlava Gibson (1977), anche i social media hanno qualità o funzioni che invitano all’uso, che suggeriscono delle azioni. Se nel mondo fisico un’affordance può essere, per esempio, una qualità materiale di un oggetto (pensiamo a un tasto che per forma e consistenza ci induce a pensare che sia fatto per essere premuto anche se non lo abbiamo mai visto prima), così anche online caratteristiche e funzionalità dei siti permettono agli utenti di dedurne intuitivamente l’utilizzo. Su un social network poter cliccare su “condividi” o “mi piace” per esempio rappresenta delle affordances: ‘invitano’ a compiere l’azione del click.

Nel 2016 Hayes e colleghi hanno esteso il significato del termine al mondo digitale con le affordances digitali paralinguistiche (PDA): tutti quei simboli e segnali che permettono agli utenti di interagire ed esprimersi; tra i più popolari abbiamo Like (Instagram, Facebook), Favorite (Twitter), +1 (Google+), o Upvote (Reddit e Imgur). Le PDA facilitano la comunicazione e l’interazione in maniera leggera, immediata e senza un linguaggio specifico (Hayes et al., 2016). Queste affordances sono frequenti nei social network che incoraggiano e basano la loro popolarità e il coinvolgimento delle loro community proprio su queste.

Ma se la affordance digitale paralinguistica indipendentemente dalla tipologia di contenuto è sempre la stessa, come per esempio il Like su Facebook, è proprio vero che ogni Like ha lo stesso significato? Sia per chi lo riceve che per chi lo ‘mette’? Per esempio, posso lasciare un ‘Mi piace’ ad una foto di un amico che è a cena in un bel ristorante, ma poco dopo posso metterne un altro al post di un collega di lavoro che si lamenta del traffico in città nell’ora di punta. ‘Mi piacciono’ entrambi allo stesso modo? Per me i destinatari hanno uguale valore? Perché do ad entrambi un like, cosa voglio comunicare? O, ancora, un ‘mi piace’ su Facebook ha la stessa valenza di un ‘favourite’ su Twitter?

Le funzioni comunicative delle affordances digitali paralinguistiche

Dallo studio di Hayes e colleghi (2016) emerge che ad ogni affordance digitale paralinguistica e social network vengono associati significati diversi. Non solo: all’interno degli stessi abbiamo sottocategorie di significati diversi. Per esempio, i “Mi piace” di Facebook sono piuttosto svalutati: quando scorrono il feed, gli utenti danno i loro Like in maniera quasi automatica, più che su altre piattaforme. Infatti, su altri social come Twitter o Instagram gli utenti sono più selettivi sia nella fruizione del contenuto che nel dare un loro feedback di gradimento.

Secondo Hayes e colleghi (2016), che si sono estensivamente dedicati ad esplorare questo argomento, un uso letterale e ‘fedele’ della affordance digitale paralinguistica implica appunto una interpretazione letterale del suo utilizzo: un ‘mi piace’ vuole dire semplicemente che mi è piaciuto quel contenuto. Molto più spesso, però, sono utilizzate in modo più sottile ed in particolare per motivi sociali: reciprocità, sostegno, supporto, convalida. Questo tipo di uso di PDA è più saliente per gli utenti rispetto ad una interpretazione più letterale perché consente di ‘fare rete’ e mantenere rapporti sociali.

A volte, invece, si tratta di azioni compiute come un automatismo (Carr et al., 2016), come quando gli utenti “mettono mi piace” senza una vera ragione. Questa automaticità è frutto della ripetizione e dell’abitudine: passando molte ore sui social ci abituiamo a certi tipi di contenuti e non ci facciamo più caso come prima, a beneficio di una maggiore efficienza cognitiva e ridotto carico cognitivo.

A cosa servono le affordances digitali paralinguistiche

Perché le persone usano le affordances digitali paralinguistiche? Quali sono i benefici?

Sempre secondo Hayes e colleghi, una prima forma di gratificazione si ha a livello emotivo. Ricevere apprezzamenti per qualcosa che si è pubblicato rende più felici e aumenta l’autostima, anche se questo tipo di gratificazione decade nel tempo: infatti, se inizialmente ricevere dei like ci fa sentire speciali, nel tempo l’effetto va scemando. Come una sorta di moneta di scambio, così come fa piacere a noi fa piacere agli altri: per questo ne diamo aspettandoci che ci vengano date. Abbiamo poi una gratificazione di tipo relazionale. Dare dei Like o in generale manifestare interesse per i contenuti pubblicati dai membri della nostra rete ci permette di formare e consolidare relazioni che spesso si estendono all’off line sia nella sfera personale che lavorativa; in altri casi le PDA fungono da “gentle reminder” della presenza nella nostra rete di contatti.

Le affordances digitali paralinguistiche hanno anche una funzione pratica: alcuni utenti le utilizzano come mezzo per tenere traccia e ricordarsi di un contenuto, magari per leggerlo successivamente, quasi come strumento di archiviazione personale. Questo è possibile solo su alcuni social come Twitter che consente di ritrovare facilmente i ‘preferiti’.

Quando mancano le PDA: l’ostracismo percepito

Cosa succede invece quando le affordances digitali paralinguistiche sono assenti? Insomma, quando non riceviamo dei Like. Quando pubblichiamo un post che non riceve alcun feedback.

La ricerca di Hayes e colleghi (2018) ci porta a evidenze controintuitive. Infatti, gli individui si sentono esclusi non solo quando non ricevono PDA, ma soprattutto quando, seppur ricevendone anche tante, non le ricevono dagli utenti che per loro contano. Specifici sottoinsiemi della propria rete sociale destano più interesse e più aspettative. La rete di contatti non è tutta uguale, tra tutto il nostro pubblico c’è un ‘pubblico desiderato’, un’audience più ristretta composta da individui per noi socialmente rilevanti cui leghiamo autostima e bisogni sociali di convalida e approvazione. Possiamo sentirci esclusi anche quando non riceviamo feedback da coloro da cui lo desideriamo e ce lo aspettiamo.

Gli utenti possono attribuire questa mancanza di feedback a cause esterne e tecniche, come ai vari algoritmi da cui dipende l’organizzazione del feed e quindi l’esposizione ai nostri contenuti, oppure alla natura del contenuto dato che non tutti i post “funzionano”.

Molti significati per una sola azione

Ad ogni social le sue motivazioni, funzioni, usi: questo è il modo in cui gli utenti sfruttano le diverse piattaforme. Non solo per gli utenti un Mi piace su Facebook ha una valenza diversa rispetto a un “Favourite” di Twitter, ma all’interno di quelle stesse categorie la stessa affordance digitale paralinguistica può avere significati e funzioni diverse.

Che sia per ottenere un ritorno emotivo o sociale, per un automatismo o per incrementare il proprio status sociale, le affordances paralinguistiche digitali assolvono a molteplici funzioni co-costruite nella relazione tra medium e utenti che li utilizzano.

Quello che facciamo online e le affordances digitali paralinguistiche possono avere molti significati: un click non è solo un click.

 

 


 

EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY
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Mindfulness e sessualità

La mindfulness è una pratica meditativa che trae le sue radici storiche da uno degli insegnamenti fondamentali del buddhismo delle origini, sviluppatosi in India circa cinquecento anni prima della venuta di Cristo.

Giorgio Cornacchia – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Sono diverse le correnti all’interno della dottrina buddhista; la mindfulness deriva dalla tradizione theravada che si fonda sulla cosiddetta “scuola degli anziani”, la via del buddhismo più conservativo e vicino all’ammaestramento del Buddha storico, i cui insegnamenti sono seguiti sia nell’ambiente monastico che laico. A sua volta, la pratica theravada è caratterizzata da due tipi di meditazione penetrativa o di profonda assimilazione nei processi della propria mente: la tecnica samatha, esercitata al fine di sviluppare la concentrazione e la quiete mentale, e la vipassana, utilizzata per indurre nella mente uno stato di consapevolezza, di presenza mentale, di chiara visione e comprensione della natura, della realtà, di ciò che accade così com’è. La meditazione vipassana mira a radicare ogni creatura che la eserciti all’interno del momento presente, il cosiddetto “qui ed ora”. La moderna meditazione mindfulness, dunque, consiste nel prestare attenzione intenzionalmente alla nostra esperienza così com’è e non come crediamo o desideriamo che sia in ragione dei nostri condizionamenti mentali appresi. Inoltre, questa disciplina allena l’esercizio dell’esperienza nella stessa maniera in cui un allenamento fisico costante attiva e potenzia un muscolo corporeo; infatti, oltre ad acuire i sensi che consentono di sperimentare il momento presente, ne sviluppa altri due molto importanti: la propriocezione e l’enterocezione. La prima è la capacità di percepire la posizione del proprio corpo nello spazio, la seconda è la rappresentazione del feedback fisiologico, quindi la percezione interna del proprio organismo. L’addestramento alla mindfulness permette di dirigere, focalizzare ed estendere a più stimoli (interni ed esterni) quella che viene denominata “oggettività” della percezione; essa aiuta, inoltre, ad acquisire abilità volte a impedire ai nostri pensieri di agire in modo automatico e fuori dalla nostra consapevolezza, nonché all’autoregolazione dell’attenzione verso il momento presente e a sviluppare un atteggiamento di curiosità, apertura e accettazione di quello che c’è. La pratica della mindfulness, quindi, è associata a marcati miglioramenti riguardo a soddisfazione di vita, amabilità, autostima, senso di autonomia, empatia, vitalità, competenza e ottimismo, nonché al benessere psicologico in generale (Melli G., Sica C., 2018)

Entrando nello specifico dell’intervento in ambito sessuologico, le tecniche di meditazione della mindfulness sopra descritte potrebbero essere intese come elementi integranti la psicoterapia cognitivo comportamentale e la pratica mansionale al fine di garantire percorsi più completi atti a migliorare la qualità della vita sessuale degli individui.

Un fattore chiave per poter godere di una piena esperienza sessuale è essere presenti nel momento in cui questa avviene, accogliendola così com’è. Tuttavia, bisogna sottolineare che la sfera sessuale è tra quelle aree che rischiano maggiormente di essere compromesse dallo stile di vita caotico e dall’insieme di sovrastrutture che spingono l’individuo a non accettarsi per quello che è e a soffrirne enormemente; spesso, in presenza di difficoltà la tendenza è quella di perdersi in pensieri che allontanano dall’esperienza sensoriale e interpersonale, o che focalizzati su come vorremmo che fosse, come dovrebbe essere, come pensiamo che l’altro voglia che sia e non è, generano ansia, tristezza, imbarazzo, vergogna. Tutte queste emozioni negative creano pensieri e credenze disfunzionali che guidano l’azione dell’individuo condizionandola costantemente. Il motore primo della sessualità che viene influenzato negativamente è il desiderio; il desiderio sessuale è un fenomeno per lo più mentale, inteso come un’emozione caratterizzata dalla presenza di pensieri e fantasie sessuali e dalla voglia di intraprendere l’attività sessuale. Esso rappresenta la più affascinante ed enigmatica della quattro fasi della risposta sessuale umana descritte da William H. Masters e Virginia E. Johnson, nonché la più sfuggente da inquadrare e quantificare (Simonelli C., 2006). Il desiderio sessuale viene influenzato da fattori socio-biologici, psicologici, relazionali e contestuali. Il calo del desiderio, o desiderio sessuale ipoattivo, è uno tra i problemi maggiormente riscontrati nelle donne che si rivolgono a uno psicoterapeuta e ha una prevalenza che si aggira tra l’8% e il 26%. Durante il rapporto sessuale, dove l’esperienza sensoriale fa da padrone, una certa presenza mentale risulta fondamentale per poter godere appieno di tale esperienza; ritrovarsi, invece, con la mente altrove, peggio ancora se oppressa da pensieri negativi e insicurezze, può portare a risultati disastrosi. La mindfulness fornisce strumenti utili nella gestione dei pensieri automatici o negativi, insegna agli individui a non essere giudicanti con sé stessi e a essere pienamente presenti nel qui ed ora. Le persone saranno così in grado di comprendere che i pensieri sono solo pensieri e non necessariamente rappresentazioni accurate della realtà; tramite queste tecniche le persone potrebbero, quindi, imparare a essere pienamente presenti nell’atto sessuale, godendo dell’esperienza in modo completo (Brotto L.A., Woo J., 2010).

Inoltre, Brotto e Goldmeier (2015) affermano che le pratiche mindfulness sono in grado di migliorare significativamente la qualità sessuale e le emozioni ad essa correlate (stress e angoscia) in donne con disfunzioni sessuali associate a cancro ginecologico, in donne con vulvodinia e in donne con disagio sessuale correlato ad una storia di abuso sessuale pregresso. I loro studi sui casi clinici si concentrano, inoltre, anche sul mondo della sessualità maschile approfondendo casi di disfunzione erettile, eiaculazione precoce o ritardata e dolore legato al sesso. Gli autori, soffermandosi sull’eiaculazione precoce, affermano che la natura di questo disturbo è psicogena e sostenuta dall’ansia e dalle cognizioni negative in generale. Imparare a focalizzare l’attenzione consapevole su ciò che si sta vivendo nei momenti antecedenti l’atto sessuale e durante l’atto in sé aiuta a non prestare attenzione alle suddette cognizioni ed emozioni negative che alimentano il disturbo; in parole povere, un’attenzione consapevole appresa grazie alla pratica della mindfulness aiuta l’individuo a essere più propenso e capace di ascoltare le proprie sensazioni corporee relative all’atto sessuale e a far sì che veda le distrazioni derivanti dai pensieri negativi come eventi passeggeri della mente e non come verità assolute da perseguire.

Attraverso questo breve excursus abbiamo visto come allenare l’individuo ad una maggiore consapevolezza favorisce un miglioramento della persona ad ampio raggio indirizzandola verso una modalità di funzionamento sana e un pieno godimento della vita, sia sessuale che non. A tal proposito, l’applicazione di un approccio mindful, nello specifico del modello MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) di Jon Kabat-Zinn o del modello MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy), una rielaborazione del primo da parte di Zindel Segal, Mark Williams e John Teasdale, si prefigge come “primo step” per far sì che il processo di consapevolezza integrata mente-corpo possa avere luogo, per poi estendersi a una vera e propria attitudine verso la vita basata sull’apertura, sull’accoglimento, sul non giudizio, ma soprattutto sul pieno rispetto verso quel corpo che spesso viene letto non come luogo di profonda saggezza, ma unicamente come elemento estetico o come colui che si ammala, senza renderci conto di quanto invece rappresenti la nostra “vera casa” e di come l’esperienza sessuale sia la meravigliosa espressione di un’intimità profonda derivante proprio dall’espressività emotiva fattasi corpo (Boncinelli V., Rossetto M., Veglia F., 2018). Grazie alla Mindfulness, quindi, si può essere in grado di ascoltare e rispondere congruamente a ciò che sta realmente accadendo nel momento presente piuttosto che reagire in modo automatico secondo schemi precedenti. L’individuo sarà più in contatto con gli aspetti cognitivi, emotivi e sensoriali dell’esperienza, per poterli regolare tramite l’attenzione, la fiducia, disponibilità e l’amplificazione sensoriale. Tutto questo potrà permettere, insieme ad adeguati percorsi psicoterapeutici e mansionali, di alleviare le difficoltà presenti e di vivere appieno la propria sessualità.

Sexting e revenge porn: quando ad essere colpevolizzata è la vittima

Uno studio di Scott e Gavin del 2018 ha indagato la percezione di responsabilità attribuita alla vittima di revenge porn che ha precedentemente praticato il sexting, da parte di altre persone non direttamente coinvolte.

 

Il sexting può essere definito come la trasmissione tramite mezzi elettronici di immagini o video sessualmente provocatori o espliciti, che presentano qualcuno noto al mittente e/o destinatario (Lippman & Campbell, 2013).

Secondo la definizione della Lenhart che risale al 2009, il sexting consiste nella creazione e nell’invio di immagini di nudo o seminudo, sessualmente allusive, tramite messaggi di testo.

In lingua inglese, infatti, col termine texting si indica lo scambio di messaggi di testo tramite dispositivi elettronici.

Sexting: che cosa c’entra con il revenge porn?

L’espressione revenge porn sta per revenge pornography e con essa intendiamo divulgazione di immagini o video sessualmente espliciti realizzata senza il consenso delle persone rappresentate (L. 69/2019; Scott & Gavin, 2018).

Questa pratica, in Italia, è stata dichiarata reato dall’estate del 2019 (L. 69/2019).

Che cos’hanno a che fare revenge porn e il sexting?

Spesso, il secondo precede il primo: la vittima, cioè, aveva precedentemente inviato i propri contenuti intimi ad un’altra persona.

Ed è proprio qui che sorge un altro problema: quello del victim blaming.

Sexting e victim blaming

Quando una persona invia ad un’altra immagini sessualmente esplicite, se queste vengono poi divulgate in rete, si può innescare un fenomeno per cui si tende ad attribuire la responsabilità alla vittima.

In gergo tecnico si parla di victim blaming, cioè la tendenza a ritenere la vittima di un reato come responsabile dell’accaduto (Gravelin et al., 2018).

Sexting e revenge porn: la vittima se l’è cercata?

Uno studio di Scott e Gavin del 2018 ha indagato la percezione di responsabilità attribuita alla vittima di revenge porn che ha precedentemente praticato il sexting, da parte di altre persone non direttamente coinvolte.

Gli autori volevano vedere se esistesse un grado differente di colpevolizzazione della vittima tra coloro che, nella loro vita, avevano almeno una volta inviato dei contenuti intimi a un partner sessuale e coloro che, al contrario, non l’avevano mai fatto.

A questo scopo, è stato preso un campione rappresentativo del corpo studentesco di un’università del Regno Unito, composto da 239 studenti (120 di sesso maschile e 119 di sesso femminile) e con un’età media di 20 anni.

A sua volta, il campione è stato diviso tra “sexter” e “non sexter”, cioè persone che avevano fatto o meno esperienza di sexting.

Da questa ricerca sono emersi molti dati interessati.

Ad esempio, il 40% degli intervistati aveva condiviso foto intime con un partner (reale o potenziale) e proprio costoro, cioè i sexters, erano meno propensi a ritenere responsabile la vittima di revenge porn rispetto ai non sexters.

In altre parole: secondo i risultati di questo studio, quando parliamo del reato di revenge porn, chi ha praticato il sexting colpevolizzerebbe di meno la vittima, mentre chi non l’ha mai fatto tenderebbe più facilmente a reagire con un: ‘Se l’è cercata’.

 

Circular Learning Hub Public Workshop: project outcomes and knowledge sharing – Report dall’evento

I docenti Prof. Gianni Brighetti, Rosita Borlimi, Mattia Nese e Greta Riboli dell’Affective Neuroscience Lab della Sigmund Freud University, Milano hanno partecipato al Circular Learning Hub portando le proprie competenze psicologiche e digitali a favore dell’economia circolare, progettando un esperimento con l’ausilio della Realtà Virtuale immersiva. 

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 13) Circular Learning Hub Public Workshop – Report dall’evento

 

Il 18 dicembre 2020 si è svolto il workshop finale del progetto “Circular Learning Hub”, in cui sono stati riuniti formatori, accademici, associazioni, autorità pubbliche perché tutti i partner potessero illustrare i risultati ottenuti nell’arco dell’anno 2019-2020. Il progetto ha coinvolto tre Paesi Europei: Italia, Grecia e Bulgaria ed è stato coordinato dalla professoressa Camilla Mazzoli, dell’Università Politecnica delle Marche, facoltà di economia.

 Circular Learning Hub Public Workshop

Inoltre, il progetto ha visto il sostegno di Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie (Italia), Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (Italia), Modena Energy and Sustainable Development Agency, Cleantech Bulgaria (Bulgaria, coordinatore del progetto: Hamanova Mariyana) e ATHENA RC (Grecia, coordinatore del progetto: Prof. Phoebe Koundouri, Scuola di Economia e Laboratorio ReSEES, AUEB, Direttore EIT Climate KIC Grecia). È risultato inoltre fondamentale il lavoro svolto da Paola Valandro, Education Lead, di EIT Climate-KIC.

Durante il workshop la dottoressa Papadaki (ATHENA RC), la professoressa Mazzoli (Università Politecnica delle Marche), il dottor Nese (Sigmund Freud University, Milano), il dottor Vasslopoulos (ATHENA RC), la dottoressa Valandro (EIT Climate-KIC), le dottoresse Francesca Cappellaro e Martina Francesca (AESS), e la dottoressa Petkova (Cleantech, Bulgaria) hanno presentato la panoramica dell’esperimento, includendo informazioni sui dati raccolti, l’uso dell’implicit association test, della realtà virtuale e del choice experiment. Inoltre, diversi sono stati gli interventi relativi ai corsi di formazione sull’economia circolare nei diversi stati.

La co-creazione internazionale ha favorito un percorso di consapevolezza, intenzione-azione a una più profonda comprensione del pensiero circolare col fine di incoraggiare coloro che hanno un impatto elevato sull’ecosistema a operare scelte più sostenibili.

In contrasto con il cambiamento climatico, l’implementazione dell’Economia Circolare (CE) nella produzione industriale mira alla riduzione dei rifiuti e delle emissioni di gas provenienti dai processi dei materiali e il ri-orientamento dei capitali verso modelli circolari.

Il progetto è stato ideato col fine di andare a formare investitori e imprenditori circa l’Economia Circolare (CE), in particolare per comprendere e identificare i parametri della CE e per imparare ad apprezzarne i benefici, come ad esempio il risparmio di risorse e l’impatto positivo di questa sia a livello economico sia ambientale.

Una delle sfide di questo periodo, infatti, è portare le persone ad attuare comportamenti a favore dell’ambiente, poiché il cambiamento climatico risulta difficile da immaginare dalla maggior parte degli individui che appare psicologicamente distante dai suoi effetti e percepisce le questioni legate al cambiamento climatico solitamente situate in un tempo e/o in luoghi lontani.

La conoscenza ambientale e sui rischi del cambiamento climatico risulta essere un parametro importante per spiegare il comportamento pro-ambientale. Infatti, gli individui istruiti sono portati ad essere più preoccupati per la qualità ambientale e, quindi, più stimolati ad adottare un comportamento responsabile dal punto di vista ambientale a causa della loro comprensione dei potenziali danni.

Si è notato, inoltre, che per riuscire ad ottenere un maggior coinvolgimento delle persone bisognerebbe rendere più vivido il rischio del danno che il cambiamento climatico può portare.

Per lo scopo designato, i membri dell’Affective Neuroscience Lab, Sigmund Freud University, Milano hanno proposto l’utilizzo della Realtà Virtuale (VR) e più in particolare della VR multisensoriale. La VR multisensoriale prevede, oltre alla stimolazione visiva, l’aggiunta di stimoli appartenenti ad altre modalità sensoriali: stimoli olfattivi, tattili e gustativi. L’arricchimento dell’esperienza virtuale è pensato per esaltare la presenza soggettiva e portare ad un coinvolgimento più profondo, in questo caso relativo alle conseguenze ambientali del cambiamento climatico. L’esperienza di realtà virtuale immersiva andrebbe, quindi, ad agire come una forma di Nudge, ovvero una spinta che va ad incoraggiare l’individuo ad una scelta maggiormente ecologica senza imporla.

Il professore Gianni Brighetti e la professoressa Rosita Borlimi, presenteranno alla European Conference on Digital Psychology le molteplici ed innovative applicazioni della realtà virtuale multisensoriale.

 


 

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Il peso della sofferenza e la morte della responsabilità: eutanasia e suicidio assistito come tema controverso

A seguito dello sviluppo delle scienze mediche e della sensibilizzazione ai diritti umani, sono sorti molti dilemmi bioetici riguardanti la volontà di morire. Uno dei temi più controversi, infatti, riguarda la legalizzazione dell’eutanasia (Simovic et al., 2017).

 

È importante innanzitutto distinguere l’eutanasia dall’atto suicidario. L’eutanasia è una soppressione intenzionale e deliberata di un essere umano con un’azione diretta, come un iniezione letale o la cessazione di un trattamento farmacologico (Sivakumar et al., 2019). L’eutanasia attiva indica la soppressione – diretta o indiretta – di un paziente tramite l’assistenza di un medico, mentre l’eutanasia passiva indica la sospensione di un trattamento medico, come lo spegnimento di una macchina che mantiene in vita una persona o la cessazione di un trattamento che prolunga la vita di un paziente sofferente o in bilico tra la vita e la morte (Pavlovic, 2020). L’eutanasia volontaria avviene tramite una richiesta espressa dal paziente, mentre l’eutanasia non volontaria è applicabile ad una situazione dove il paziente non è cosciente o altrimenti incapace di intendere e volere, di conseguenza una persona nominata sceglie per quest’ultimo (Pavlovic, 2020).

Il suicidio, d’altra parte, è definito come un intervento deliberato per porre fine alla propria vita, spesso dipendente dall’interazione tra una disposizione suicidaria, una riduzione naturale o acquisita dell’istinto vitale e una maggiore sensibilità psicologica (Pavlovic, 2020). I motivi che portano una persona al suicidio possono essere endogeni – cioè somatici o psichiatrici – ed esogeni – cioè legati a temi affettivi, economici e morali (Zivkovic et al., 2018). Oltre ai tipi di eutanasia sopra elencati, il suicidio assistito viene menzionato come un modo per porre fine alla vita di una persona malata o sofferente attraverso il supporto medico (Groß et al., 2018).

Attualmente l’eutanasia è legalizzata nei Paesi Bassi, in Belgio e Lussemburgo, mentre il suicidio assistito è consentito in Svizzera, in Giappone, in Germania, in Canada e negli Stati Uniti – nello specifico Montana, Oregon, Washington, Vermont e California (Cipriania et al., 2019). Secondo il codice penale serbo, sia l’eutanasia che il suicidio assistito rappresentano atti criminali secondo gli articoli 117 e 119 (Criminal Code, n.s.). Pavlovic e colleghi (2020) hanno scritto un articolo per trattare il tema dell’eutanasia e del suicidio assistito in persone affette da disturbi mentali, tenendo in considerazione i principi fondamentali dell’etica medica contemporanea.

In alcune situazioni, i pazienti psichiatrici sono incapaci di rendersi conto del loro disturbo. In questo caso, è difficile stabilire il rapporto di negoziazione e di codecisione con questi soggetti. Di conseguenza, lo psichiatra spesso si assume una grande responsabilità al fine di proteggere e tutelare il paziente fino alla fine (Pavlovic, 2020). I disturbi mentali sono tra le cause principali di disabilità nel mondo, nonché un importante fattore correlato al rischio di suicidio. Secondo i dati dell’OMS (2014) riportati da Pavlovic e colleghi (2020), in media 800.000 persone all’anno si tolgono la vita a causa di un disturbo mentale: una diagnosi accurata e tempestiva è di grande importanza nella prevenzione del suicidio (Duckers et al., 2019; Mirkovic et al., 2015).

Tale argomento è controverso in quanto emergono diverse questioni al riguardo: 1) dato che l’ideazione suicidaria è legata alla volontà ridotta di vivere, viene contrassegnata come segno di psicopatologia; Pavlovic e colleghi (2020) esplicitano che secondo molte persone l’assistenza psichiatrica nel suicidio assistito rappresenta una violazione della responsabilità morale e professionale. In secondo luogo, 2) diversi autori sostengono che il disturbo mentale non sia una malattia “terminale” o una malattia che esoneri i pazienti dalle loro responsabilità. Per questo motivo, molti non condividono l’idea del coinvolgimento di terzi per l’eutanasia e il suicidio assistito (Simpson, 2018). Questo punto in particolare è molto controverso, in quanto al contempo si è consapevoli che molti disturbi psichiatrici possano compromettere considerevolmente la capacità decisionale: in specifici casi il soggetto è considerato “incompetente” (Sjostrand et al., 2015). La legge belga pone l’accento sui principi essenziali secondo cui una richiesta sull’eutanasia deve essere volontaria, ripetuta, ben considerata e non frutto di pressioni esterne: la persona deve essere in condizioni medicalmente irrimediabili, risultato di sofferenza fisica o psicologica molto grave ove non sono presenti alternative di recupero ragionevoli (Dierickx et al., 2017). Di conseguenza 3) vi sono dei dubbi nell’ambito della chiarezza dei criteri necessari a soddisfare i requisiti elencati sopra: molti autori evidenziano come la psichiatria si trovi in una posizione meno favorevole rispetto ad altri rami della medicina perché il decorso dei disturbi mentali è soggetto a variazioni nel tempo, quindi le previsioni dei trattamenti non sono abbastanza precise per prendere una decisione definitiva (Pavlovic, 2020). I punti elencati sono le ragioni per cui l’eutanasia e il suicidio assistito non sono giustificati nel campo psichiatrico (Dierickx et al., 2017; Verhofstadt et al., 2019). Infine, 4) l’eutanasia non solo viene richiesta in caso di disturbi fisici o psicologici: uno studio condotto nei Paesi Bassi ha dimostrato come la metà delle richieste sono legate all’isolamento sociale e alla solitudine dei soggetti (Kim et al., 2014). Pavlovic e colleghi (2020) sostengono che la richiesta di eutanasia o di suicidio assistito da parte di un soggetto debba essere presa come un segnale essenziale, i medici devono impegnarsi il più possibile per ridurre la sofferenza del soggetto ove possibile attraverso l’attivazione di una rete sociale che possa sostenere e rafforzare le capacità dell’individuo sofferente.

 

Elderspeak: quando la comunicazione con l’anziano è ageistica

Con elderspeak ci si riferisce a uno stile di linguaggio particolarmente utilizzato con gli anziani, spesso in maniera automatica e inconscia, risultando così essere il prodotto di un atteggiamento implicito. Questo linguaggio è simile a quello con cui ci si rivolgerebbe a un bambino.

 

L’invecchiamento della popolazione a cui assistiamo, spiegato da un aumento vertiginoso della speranza di vita e dalla diminuzione del tasso di natalità, porta sempre più in evidenza fenomeni di ageismo.

Con questo termine si intende una combinazione di attitudini pregiudiziali nei confronti di persone di età differente dalla propria (Butler, 1969). A causa di questa forma di discriminazione, è comune pensare che l’anziano sia destinato inevitabilmente a declino fisico e cognitivo, a essere un peso economico e sociale, a vivere in solitudine e per la maggior parte del tempo triste.

Tale stereotipo viene interiorizzato dall’anziano stesso, vivendo così uno stato di vergogna, passività, negazione, perdita di autostima, disprezzo e ritiro (Applewhite, 2017).

Tale visione negativa dell’anziano si manifesta non solo nelle azioni ma anche nelle modalità comunicative che adottiamo con chi è nella terza (anche quarta) età, un esempio è l’elderspeak.

Elderspeak: studi e modelli teorici

Con elderspeak ci si riferisce a uno stile di linguaggio particolarmente utilizzato con gli anziani, spesso in maniera automatica e inconscia, risultando così essere il prodotto di un atteggiamento implicito. Tale linguaggio è caratterizzato da frasi brevi, grammaticalmente semplici, pronunciate ad alta voce e lentamente, accompagnate da gestualità enfatizzate, come se ci si rivolgesse a un bambino. L’elderspeak è, dunque, un linguaggio infantile e semplificato che sottintende la presenza di una difficoltà di comprensione da parte dell’anziano (Applewhite, 2017).

Kemper (1994) ha dimostrato che i caregiver tendono a ridurre la complessità e la lunghezza delle frasi quando parlano con un gruppo di anziani rispetto a quando si rivolgono a un gruppo di giovani.

Tuttavia, questa forma di linguaggio risulta controproducente, infatti gli anziani riportano che minore complessità grammaticale e maggiore elaborazione semantica sono caratteristiche che rendono la comunicazione efficace, mentre tono di voce alto, utilizzo di molte pause e frasi corte e telegrafiche ne riducono la comprensione (Kemper & Harden, 1999).

Oltre all’efficacia dello scambio comunicativo, l’elderspeak mina il senso di autoefficacia e i bisogni individuali dell’anziano, come delineato da Tom Kitwood nel suo approccio di cura centrato sulla persona (1997). Trattando di demenza, il gerontologo afferma che l’esperienza di malattia non dipende solamente dalla compromissione neurologica, ma anche da una serie di altri fattori come la personalità, la salute fisica, gli eventi di vita e il contesto psicosociale. Relativamente a quest’ultimo fattore, Kitwood con Psicologia Sociale Maligna si riferisce a tutte quelle interazioni svalutanti, condotte spesso in maniera inconsapevole dai caregiver formali e non, che possono minare i bisogni psicologici della persona con demenza (identità, attaccamento, inclusione, conforto, occupazione), aumentandone così i disturbi del comportamento. Tra i 17 approcci negativi individuati dall’autore vi è proprio l’infantilizzazione. L’utilizzo di un atteggiamento paternalistico e di termini come “tesoro”, “caro” o “amore” quando ci si rivolge ad un anziano, che sia sano o con demenza, ne aumentano l’agitazione, l’aggressività e il wandering (Williams et al., 2011).

Risulta, dunque, necessario includere nei percorsi di formazione rivolti a operatori e caregiver familiari temi riguardanti l’ageismo e le sue manifestazioni in contesti di istituzionalizzazione e non.

 

L’utilizzo dei videogiochi per una terapia più efficace del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) – Lo psicologo del futuro

L’uso dei serious games per l’ADHD per migliorare alcune componenti cognitive ed emotive divertendo bambini e ragazzi.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 12) L’utilizzo dei videogiochi per una terapia più efficace del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD)

 

 Il Disturbo da Deficit di Attenzione-Iperattività (ADHD) è uno dei disturbi mentali più diffusi nei bambini, con una prevalenza mondiale stimata intorno al 3-5% degli studenti in età scolare (Thomas et al., 2015). I bambini con diagnosi di ADHD sperimentano disattenzione, comportamento impulsivo; difficoltà di concentrazione e problemi di memoria che ostacolano la fissazione della conoscenza a breve e lungo termine. I bambini non finiscono correttamente le loro attività e si annoiano rapidamente (Metcalf, 2016). Di conseguenza, il loro rendimento in classe è inferiore al previsto per quanto riguarda la loro capacità intellettuale. I bambini con ADHD hanno debolezze in alcune funzioni esecutive come il controllo dell’attenzione, la memoria di lavoro, la metacognizione e l’inibizione (Loe & Feldman, 2007).

Il trattamento psicofarmacologico non è efficace nel 18-36% dei pazienti e può avere gravi effetti collaterali (Schachter et al., 2001; Dittmann et al., 2013). Anche la bassa aderenza ai farmaci è un problema comune tra i bambini con diagnosi di ADHD. Inoltre, l’accesso a screening e trattamenti specializzati è limitato in alcune aree. Ciò richiede una ricerca di alternative per la valutazione e il trattamento di tale disturbo (Marcus & Durkin, 2011).

Senza dipendere dai farmaci, le sessioni terapeutiche potrebbero aiutarlo a migliorare le funzioni esecutive e le abilità come la flessibilità cognitiva, la memoria di lavoro e il controllo inibitorio.

Tuttavia molti bambini con ADHD sperimentano uno scarso coinvolgimento durante la terapia tradizionale, di conseguenza, è necessario creare esperienze più interattive (Culpepper & Mattingly, 2010).

Per affrontare questi problemi, gli autori stanno esplorando approcci alternativi, come l’applicazione di nuove tecnologie nella salute mentale. La salute elettronica (e-Health) potrebbe contribuire alla gestione dell’ADHD nei bambini, oltre a contribuire a colmare il divario nella fornitura di assistenza sanitaria mentale. I videogiochi potrebbero essere particolarmente adatti a questo scopo. Ci si aspetterebbe che i bambini con ADHD presentino difficoltà nell’impegnarsi nei videogiochi a causa della loro scarsa capacità di attenzione. Tuttavia, le persone con ADHD possono concentrarsi per lunghi periodi di tempo sulle attività che apprezzano, un fenomeno a volte noto come “iperfocus”. I videogiochi sono quindi una buona opportunità per aumentare il coinvolgimento con interventi terapeutici (Ashinoff & Abu-Akel, 2019).

I ricercatori hanno proposto interventi attraverso attività strutturate gamificate. In questo senso, c’è stato uno sviluppo significativo nelle terapie basate su giochi educativi coniati come Serious Games (SG). È un approccio promettente che offre un ambiente attraente per l’applicazione dei compiti, il supporto sociale e le strategie comportamentali. Recenti studi di SG hanno riportato vantaggi, attraverso benefici ed efficacia, migliorando la motivazione degli studenti, incrementando atteggiamenti positivi e aumentando i loro approcci alla risoluzione dei problemi (Ferrer et al., 2013).

I vantaggi dei Serious Games (SG) per il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)

I vantaggi dei Serious Games (SG) possono essere spiegati da diversi meccanismi. Uno di questi meccanismi è la “gamification”, una tecnica di tendenza negli interventi di sanità elettronica che promuove il cambiamento comportamentale e il coinvolgimento degli utenti (Hamari et al., 2014). Nei bambini gli effetti gratificanti dei videogiochi possono essere di particolare importanza per aumentare l’aderenza. I videogiochi potrebbero non essere percepiti come un trattamento o un’imposizione da parte di chi si prende cura di loro, il che può essere meno gravoso per i bambini. I videogiochi possono anche aumentare la partecipazione, la motivazione e il senso di azione. Tuttavia, la ricerca di novità è una caratteristica forte dell’ADHD. Pertanto, l’impegno a lungo termine può essere più problematico, con il rischio di una progressiva riduzione dell’impegno nel tempo.

Diversi studi dimostrano che i videogiochi possono migliorare la cognizione e avere un impatto positivo sulla neurobiologia (Granic et al., 2014; Shams et al., 2015). L’allenamento cognitivo basato sui videogiochi può aiutare nella formazione e ristrutturazione dei percorsi neurobiologici, specialmente nei bambini, che hanno una maggiore neuroplasticità rispetto agli adulti.

Alcuni dei giochi recensiti negli ultimi anni hanno mostrato che l’utilizzo dei Serious Games (SG) nei bambini con ADHD portava ad un miglioramento della concentrazione e una normalizzazione del funzionamento del cervello nei pazienti (Peñuelas-Calvo et al., 2020).

Una sfida critica è lo sviluppo di SG insieme ad approcci di apprendimento potenziati dalla tecnologia come la realtà aumentata (AR). La AR è l’integrazione di informazioni digitali e fisiche in tempo reale che consente l’interazione dell’utente con un mondo virtuale e reale. Questa nuova tecnologia emergente è una grande promessa perché motiva gli studenti con nuove sfide, fornendo un feedback rapido che è adattato agli interessi specifici e alle esigenze individuali. Questi Augmented Reality Serious Games (ARSG) potrebbero catturare la loro attenzione e migliorare il processo di comunicazione utilizzando la sperimentazione e la simulazione manipolate da movimenti fisici (interfaccia), lavorando in ambienti reali con elementi virtuali per ottenere gli effetti aumentati (Peñuelas-Calvo et al., 2020).

Inoltre, vi è un urgente bisogno di cure innovative per i bambini con ADHD, utilizzando una tecnologia che si adatta ai requisiti attraverso il gameplay e il movimento basato su un’interfaccia utente naturale. Gli ARSG, offrono infinite possibilità di interazione più naturale attraverso sensori, che saranno in grado di riconoscere i gesti della mano e del corpo, rendendolo uno strumento ideale per fornire creatività alle attività terapeutiche combinate con ARSG. Grazie alle loro caratteristiche, gli ARSG, possono andare a ridurre la perdita di interesse tipica dei bambini con ADHD e di conseguenza ad incrementare l’impegno a lungo termine (Peñuelas-Calvo et al., 2020).

Serious Games (SG) per bambini con ADHD

Alcuni esempi di applicazioni che utilizzano i SG per l’ADHD che sfruttano ambienti immersivi per valutare i deficit di attenzione nei bambini con ADHD.

In questo contesto, gli studi sull’ADHD si concentrano su più elementi come le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la flessibilità cognitiva:

  • Clinica VR: classroom-CPT, che fornisce collegamenti tra la valutazione neuropsicologica nello studio del neuropsicologo, in un ambiente controllato e dove il bambino viene incontrato da solo, e cosa accade, invece, in un contesto in cui il bambino deve gestire molti tipi di stimoli, come ad esempio a scuola. Appare, quindi, interessante aggiungere questo tipo di analisi clinica al tradizionale processo di valutazione neuropsicologica (Neguț et al., 2017).
  • AULA Nesplora è un Continuous Performance Test (CPT) computerizzato progettato per valutare i processi di attenzione e supportare la diagnosi dei disturbi dell’attenzione. Offre punteggi su: attenzione sostenuta, attenzione divisa (visiva e uditiva); impulsività; attività motoria eccessiva (iperattività); tendenza alla distrazione, velocità di elaborazione, concentrazione sul compito, differenza attentiva tra stimoli visivi e uditivi e tra compiti più e meno stimolanti, attività motoria e affaticamento per i compiti. Distingue anche le tendenze alla distrazione interna o esterna (Areces et al., 2016).

Altri SG, grazie alle loro caratteristiche, permettono ai bambini con ADHD di praticare e implementare le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e il livello di attenzione:

  • “Plan-it Commander” è un gioco per computer online che include tre minigiochi e una comunità sociale per far interagire i bambini tra loro durante l’allenamento. Attraverso un labirinto di emozionanti missioni e minigiochi progettati esclusivamente per i pazienti con ADHD, i bambini sviluppano abilità stimolanti che li aiutano nella vita di tutti i giorni. Plan-It Commander ha dimostrato di essere efficace nel migliorare la gestione del tempo, la memoria di lavoro e la capacità di collaborazione (Crepaldi et al., 2017).
  • “Braingame Brian” è un training computerizzato per bambini con ADHD che si occupa di molteplici funzioni esecutive. Accanto alla formazione della memoria di lavoro in Braingame Brian viene estesa la formazione di altre due funzioni esecutive carenti nei bambini con ADHD. Queste difficoltà includono problemi con la regolazione delle emozioni e del comportamento (inibizione della risposta) e la capacità di passare a un diverso modello di pensiero e azione quando una situazione lo richiede (flessibilità cognitiva). Inoltre Braingame Brian prevede il miglioramento della motivazione aggiungendo elementi di gioco all’allenamento. In uno studio controllato randomizzato sono stati mostrati miglioramenti significativi soprattutto nella memoria visuo-spaziale a breve termine e nella memoria di lavoro nei bambini con ADHD (Dovis et al., 2015).
  • In “Harvest Challenge BCI Videogame” il giocatore deve controllare il proprio livello di attenzione, rappresentato dai ritmi EEG, per interagire con il gioco. La dinamica del videogioco stabilisce una modalità di interazione attraverso le particolari fasi mentali: rilassamento e concentrazione. Quando un bambino entra in una specifica fase di concentrazione, il segnale cerebrale viene registrato tramite un sensore BCI portatile che invia i segnali in modalità wireless al videogioco. Lo scopo di questo videogioco è rafforzare le abilità importanti di un bambino come la capacità di attesa, la pianificazione e la capacità di seguire le istruzioni e di raggiungere gli obiettivi. Il progresso in questi quattro aspetti fondamentali potrebbe scatenare in un bambino con ADHD un notevole miglioramento nel controllo dell’impulsività, della disattenzione, una migliore attitudine verso il processo di apprendimento e una significativa diminuzione dell’impatto del disturbo nella popolazione infantile (Rohani et al., 2014).

In generale, tutti i Serious Games elaborati ad hoc, dei quali alcuni citati, hanno soddisfatto sia i pazienti sia i loro terapisti, insegnanti e genitori.

Sono stati identificati, infatti, come strumenti utili e coinvolgenti per il trattamento dell’ADHD.

È auspicabile, visti i risultati positivi, che nel prossimo futuro ci sia uno sforzo più ampio nella possibilità di lavorare per poter implementare più Serious Games che utilizzano la realtà aumentata (ARSG) con diversi livelli di difficoltà per mantenere e catturare l’attenzione dei bambini con ADHD. L’ottimizzazione del software è una priorità per lo sviluppo dei Serious Games (Crepaldi et al., 2017). Un’interfaccia attraente è una caratteristica preziosa, così come un appropriato adattamento del software ai requisiti delle impostazioni sanitarie. Il lavoro avrebbe grande valore aggiunto se tra operatori sanitari e ingegneri informatici si alimentasse una stretta collaborazione volta ad elaborare Serious Games tali da poter raggiungere la qualità e l’interesse delle loro controparti commerciali per poterne aumentare l’uso educativo e di aiuto.


 

EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY
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La luce oltre la siepe

Molte azioni, come ad esempio il nostro rapporto con un tempo sempre più accelerato, e comportamenti volti al soddisfacimento di bisogni non essenziali vanno rivisti e forse definitivamente abbandonati. Questa operazione è difficile e dolorosa, soprattutto per noi occidentali, ma non è impossibile da realizzare.

Introduzione

Il titolo di questo articolo riprende quello di un romanzo di Harper Lee, To kill a mockingbird, che in italiano è stato tradotto con Il buio oltre la siepe (2019).

Sin dai primi vagiti di questo maledetto organismo submicroscopico denominato Sars-Cov-2, che tra le caratteristiche delle forme viventi ha solo la capacità di riprodursi (e non è nemmeno capace di farlo da solo! Per riprodursi ha bisogno di infettare un organismo ospite e riprogrammarlo per costringerlo a produrre copie di se stesso. Diciamo che più che un essere vivente è una macchina microscopica capace solo di moltiplicarsi), siamo stati invitati a mettere in atto una serie di comportamenti igienico sanitari per evitare le nefaste conseguenze della sua propagazione (Dcpm del 4 marzo 2020). Con il passare del tempo e la persistenza del virus nella nostra vita, tre di queste misure (utilizzo costante della mascherina, distanziamento fisico ed igiene delle mani) si sono rivelate delle vere e proprie prescrizioni, confermate puntualmente nei successivi decreti. Al momento, sembrano avere qualche possibilità di radicarsi nella nostra vita quotidiana e diventare delle abitudini, dei “comportamenti acquisiti” che vanno a modificare precedenti comportamenti e/o abitudini e a creare nuove abilità. L’abitudine è una tendenza a ripetere determinati atti e a rinnovare determinate esperienze; la ripetizione frequente dell’atto ne permette il consolidamento (Treccani). Con il termine abituazione s’intende invece un tipo di apprendimento molto semplice che consiste nel riconoscere da parte di un soggetto che un dato stimolo è innocuo e di conseguenza viene ignorato e diminuisce la risposta neurale (Kandel, 2010).

L’apprendimento di una nuova abilità richiede la ripetizione, talvolta fino al punto di trasformarsi in un rituale. […] Molte delle nostre abitudini implicano la ripetizione e il rituale. (Lally et al. (2010), studiando i processi di formazione dell’abitudine, sottolineano l’importanza della ripetizione costante del comportamento in contesti specifici per un lungo periodo di tempo, rilevando una tempistica media di 66 giorni. Questo dato assume importanza a livello motivazionale, laddove ci si aspetti di ottenere cambiamenti consistenti in periodi più brevi. Gli autori hanno inoltre rilevato che omettere saltuariamente il comportamento non compromette l’intero processo.)  […] Tuttavia, una volta che il comportamento è diventato abituale, si sedimenta nelle regioni cerebrali controllate dal sistema dopaminergico. (Panksepp, 2014, pag. 121)

Anche se

[…] L’immaginazione attiva può facilitare e raffinare la performance, è la pratica nell’esecuzione di una sequenza procedurale a renderla parte del nostro apparato ben oliato di abitudini motorie. Tipicamente raffiniamo l’esecuzione di nuove abilità senza pensarci sopra. Pensare a quello che si sta facendo, infatti, disturba effettivamente l’esecuzione. (ibidem, pag. 230)

Le molte abitudini quotidiane ci permettono di economizzare le nostre risorse cognitive in modo tale che il processo di elaborazione delle informazioni si velocizzi notevolmente. Come detto, l’abitudinarietà comporta l’automatismo del processo e una scarsa influenza delle intenzioni del momento sull’emissione del comportamento (Gardner, 2012); Mandar et al. (1999) ipotizzano l’esistenza di un vero e proprio circuito neuronale dell’abitudine.

L’epidemia che ci ha investito ci obbliga a cambiare abitudini e pensieri e a rinunciare, sia a livello individuale sia a livello collettivo, a molte routine, e ciò richiede uno sforzo mentale enorme (di Diodoro, 2020). A questi mutamenti è necessario fornire una risposta adattativa anche da parte delle nostre comunità che

[…] devono iniziare a cambiare per adattarsi alle mutate circostanze esterne. Al centro di questa risposta non può non esserci uno sforzo cooperativo che ci deve spingere tutti a fare ciascuno la propria parte. (Pelligra, 2020)

La distanza

La distanza è un concetto fisico che, nel caso dell’essere umano, assume anche implicazioni psicologiche che ben si ritrovano nelle due espressioni colloquiali di uso quotidiano come “mantenere le distanze” o “avvicinarci” ad una persona. Si parla poi anche di “prendere le distanze” da una situazione o da una persona. Ma che significato ha la distanza nella nostra vita sia in termini fisici sia psicologici? Ciascuno di noi ha i propri spazi e li rappresenta in maniera specifica, stabilendo un preciso grado di distanza fisica nelle proprie relazioni sociali; si parla anche di uno spazio vitale individuale. La prossemica è quella disciplina che studia il significato che assume la distanza nel comportamento sociale dell’uomo, quella che l’individuo frappone tra sé e gli altri e tra sé e gli oggetti, e quindi, più in generale, il valore attribuito da gruppi sociali, diversi culturalmente o storicamente, al modo di porsi nello spazio e di organizzarlo.

Il modello delle distanze interpersonali, elaborato da E. T. Hall (1969) e ripreso da E. Goffman (1971), individua quattro tipologie di distanza:

  1. Intima (0 – 45 cm): spazio che può essere condiviso solo da persone con cui si ha un rapporto molto intimo e affettivo (un familiare o il partner).
  2. Personale (45 – 120 cm): nel mondo occidentale rappresenta la distanza ideale per buona parte delle interazioni, e coincide con la distanza necessaria per una stretta di mano. Solitamente indica che tra i due interlocutori esiste un rapporto di amicizia e confidenza.
  3. Sociale (120 – 300 cm): viene adottata da due persone che intrattengono un rapporto formale (colloqui di lavoro o trattative importanti).
  4. Pubblica (oltre 3 m): viene adottata nelle conversazioni in pubblico in cui è praticamente impossibile interagire con il singolo (comizi o spettacoli).

Queste distanze non si misurano soltanto con i centimetri che separano una persona dall’altra, ma anche dai gesti, tono di voce e posizione adottata. Williams e Bargh (2008) sostengono che le rappresentazioni percettive e motorie della distanza fisica influiscano sui pensieri e i sentimenti delle persone. Ciò significa che la sfera affettiva di una persona dipende anche dalla distanza fisica con gli altri.

La distanza spaziale è l’unica esperibile direttamente tramite i sensi (Lakoff & Johnson, 1980; Boroditsky, 2000) e permette lo sviluppo nell’infanzia di tutte le altre forme di distanza più astratte e complesse, come ad esempio, il tempo.

Distanziamento fisico, attaccamento e dolore sociale

Il distanziamento fisico (il passaggio obbligato da una distanza intima o personale ad una sociale) – erroneamente detto “sociale” -, imposto dal Covid-19 e che purtroppo è ancora necessario, può essere assimilato al concetto di «sospensione» o «epochè» culturale così come l’ha concettualizzato Remotti.

Le sospensioni culturali vengono definite come situazioni di interruzione, di immobilizzazione, di non intervento, o di perdita e deterioramento di processi culturali. In base alla loro programmabilità possono essere classificate in: (a) intenzionalmente organizzate e (b) subite. (Tarallini & Bello, 2020, pag. 157)

Nel primo caso rientrano i periodi di vacanza o riposo, nel secondo le conseguenze di un fenomeno esterno all’individuo come l’attacco sferrato dalla pandemia al nostro tessuto sociale.

L’uomo, come gli altri primati, presenta delle disposizioni o tendenze biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva che regolano la condotta in funzione di particolari mete e sono in stretta relazione con l’esperienza emotiva. Queste tendenze, che nel comportamento presentano una certa variabilità individuale, sono dei veri e propri algoritmi per l’elaborazione dell’informazione sociale. Sono denominate Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) e

[…] possono essere concepiti come moduli specializzati in funzioni essenziali per la sopravvivenza e per la vita sociale, ciascuno dei quali è funzionalmente indipendente da ciascun altro. […] Ogni modulo di questo tipo, una volta attivato, organizza le funzioni mentali e la condotta nella direzione della meta del corrispondente sistema motivazionale, fino a che tale meta non è raggiunta o abbandonata. A quel punto, in funzione dei cangianti contesti ambientali o dei mutevoli bisogni corporei e relazionali, un diverso sistema motivazionale interviene in genere a organizzare, in direzione di una nuova meta, comportamento, emozioni e contenuti cognitivi. (Liotti, 2011, pp. 66-67)

Nell’uomo sono presenti almeno cinque SMI (detti anche limbici) che operano prevalentemente al di fuori della coscienza: attaccamento, accudimento, agonistico, sessuale e cooperazione paritetica. Ognuno di questi sistemi presenta un preciso attivatore e una specifica meta (Liotti, 2005). Il sistema motivazionale più interessante per le nostre riflessioni è quello dell’attaccamento che è attivato dalla fatica, dal dolore, dalla paura, dalla solitudine, dalla vulnerabilità e volendo esprimere le sue regole

[…] nel linguaggio umano, suonerebbero più o meno così: «Quando ti trovi in difficoltà avvicinati ad un membro conosciuto del tuo gruppo sociale che ti appaia più forte e più saggio di te». (ibidem, pag. 49)

Ed è proprio l’alterazione dei meccanismi dell’attaccamento – come ad esempio il contatto fisico -, dovuta al confinamento e al distanziamento fisico imposto dal Covid-19, che produce notevoli sofferenze emotive, poiché per gli esseri umani l’appartenenza sociale è un bisogno fondamentale che riveste un ruolo importante nella costruzione della nostra identità sociale. A tale proposito, i neuroscienzati hanno coniato il termine di dolore sociale per indicare quel tipo di sofferenza che si verifica in condizioni di isolamento, esclusione sociale o di perdita. Il dolore sociale può risultare emotivamente stressante tanto quanto quello fisico perché entrambi reclutano le stesse aree cerebrali (Eisenberger, 2012).

Da un punto di vista evoluzionistico, l’idea che la mancanza di legami sociali sia dolorosa ha senso. Come mammiferi, gli esseri umani nascono relativamente immaturi, senza la capacità di nutrirsi o di badare a se stessi e si affidano quasi completamente ad una persona che si prenda cura di loro. A causa di questo prolungato periodo, il sistema di attaccamento sociale – che promuove il legame sociale – potrebbe essersi sovrapposto al sistema del dolore fisico, prendendo in prestito il segnale del dolore stesso per indicare quando le relazioni sociali sono minacciate, promuovendo così la sopravvivenza. In altre parole, nella misura in cui la separazione da un caregiver rappresenti una minaccia così grave per la sopravvivenza, essere “feriti” da esperienze di separazione sociale può essere un modo adattivo per prevenirle. (ibidem, pag. 126)

Portano a simili conclusioni i risultati delle ricerche di Morese e collaboratori (2019) che, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (Fmri), hanno dimostrato che il supporto sociale può alleviare le conseguenze negative dell’esclusione sociale. Nello specifico, il tocco delicato di una persona cara sembra avere il potere di diminuire sia le emozioni negative sia l’attivazione delle aree cerebrali coinvolte nell’esperienza dolorosa (è talmente importante accarezzarsi, toccarsi ed abbracciarsi, soprattutto quando si è sofferenti e malati, che in alcune Residenze Sanitarie Assistite (RSA) dell’Italia del Nord sono state allestite le “stanze degli abbracci.” In queste stanze, gli ospiti possono abbracciare i propri familiari senza correre il rischio del contagio da Covid-19 – ANSA). Inoltre, lo studio fornisce prove di neuroimaging sul fatto che le esperienze di sostegno sociale possano modulare le regioni del cervello reclutate durante il dolore sociale ed eventualmente responsabile per codificare la valenza negativa e l’intensità dell’esperienza emotiva. Morese et al. ritengono che

Gli effetti del sostegno sociale emotivo sull’esperienza del dolore sociale assomigliano ai risultati riportati sul dolore di natura fisica (Coan et al., 2006; Younger et al., 2010). […] Inoltre, per la prima volta, abbiamo dimostrato che questo effetto può essere diverso a seconda del tipo di supporto ricevuto. I nostri risultati evidenziano molte caratteristiche comuni al dolore sociale e al dolore fisico, dall’uso di parole simili (ad es., mi sento ferito, provo un forte malessere, dolore) ai meccanismi biologici. (Morese et al., 2019 pp. 633-643)

Un recente studio osservazionale, condotto da ricercatori della UCL e della York University del Canada (Jones et al., 2021), ha scoperto che il modo in cui il cervello neonatale elabora uno stimolo nocivo (un’iniezione medica dolorosa) è influenzato dal tipo di contatto che il bambino ha con la madre. In particolare, essere tenuti a contatto pelle a pelle riduce l’elaborazione cerebrale di livello superiore in risposta al dolore. Anche se però non è possibile confermare se il bambino senta effettivamente meno dolore, i risultati di questa ricerca rafforzano l’importante ruolo del contatto tra i genitori ed i loro neonati.

Fin qui le caratteristiche della nostra specie che rendono possibile, anche se complicato e doloroso, l’adattamento alle misure di contenimento della pandemia, passiamo ora ad esplorare le risorse disponibili per provare ad affrontarla.

Cooperazione ed altruismo

Ormai ci sono pochi dubbi che anche il comportamento umano sia il prodotto dell’evoluzione ed è altrettanto chiaro che l’essere umano, a differenza di altri animali, trasmetta l’informazione di generazione in generazione soprattutto attraverso il linguaggio e l’apprendimento culturale; quest’ultimo risulta essere

[…] cumulativo (ereditabile) e produce differenze culturali. La diversità e l’ereditabilità creeranno automaticamente pressioni sulla selezione, sia nel caso di ereditabilità genetica sia nel caso di ereditabilità culturale. (Cortina & Liotti, 2017, pp. 24-25)

Il concetto di altruismo è uno dei rompicapo degli scienziati sin dai tempi di Darwin e vari sono stati i tentativi di spiegare il perché un animale si trovi a procurare benefici ad un altro pagandone il prezzo. Gli studiosi hanno individuato tre tipologie di comportamento altruistico negli animali: la selezione parentale (aiutare a sostenere la sopravvivenza e il successo riproduttivo dei familiari); l’altruismo reciproco che Trivers (2013) indica come il vantaggio di aiutare altri animali con i quali non si è imparentati come se ci fosse la certezza di esserne in seguito ripagati. In questo modo i vantaggi si bilancerebbero. Il terzo tipo di altruismo è detto mutualismo, quando due animali cooperano per raggiungere un obiettivo che porta contemporaneamente vantaggi ad entrambi. La caccia cooperativa ne è un esempio poiché

[…] due animali che cooperano possono essere in grado di uccidere una preda ben più grossa di quanto sarebbero capaci di fare da soli. (Dunbar et al. 2012, p. 33)

Per quanto riguarda gli esseri umani,

[…] il sistema cooperativo paritetico è attivato dalla percezione di obiettivi che, anziché configurarsi come risorse limitate per l’accesso alle quali è necessario competere, appaiono ai due individui interagenti come meglio perseguibili attraverso un’azione congiunta. (Liotti & Farina, 2014, pag. 30)

Come può essere osservato già in bambini di 18 mesi (Tomasello, 2009), gli esseri umani forniscono aiuto spontaneo ad estranei in difficoltà o si prendono cura di malati e disabili senza alcuna aspettativa di reciprocità. Questa disponibilità verso altri membri della propria specie con i quali non vi sia una stretta relazione genetica non si riscontra in nessun’altra specie (Cortina & Liotti, 2014).

Secondo Tomasello (2009), l’azione cooperativa si basa su un fine congiunto fra tutti i partecipanti e un impegno congiunto a perseguirlo insieme, con una mutua comprensione del fatto di condividere sia il fine sia l’impegno comune.

Avinum et al. (2011) hanno individuato un gene, denominato Avpr1a, che regolerebbe nel cervello gli ormoni legati ai comportamenti sociali, incluso l’altruismo e lo spirito cooperativo. Usando la tecnologia di risonanza magnetica che consente di raffigurare in immagini la nostra attività cerebrale, gli scienziati hanno osservato che ad ogni atto di generosità, il gene Avpr1a rilascia neurotrasmettitori simili alla dopamina, che producono una sensazione di benessere fisico. A questo proposito, ci sembra importante segnalare anche il ruolo significativo giocato dalla dopamina, non solo nel ricercare e produrre situazioni di piacere, ma anche nell’evitamento del dolore (Wenzel et al., 2018). Quindi l’azione cooperativa potrebbe configurarsi come una modalità con cui possa essere affrontata la percezione del dolore.

Apprendimento e neuroplasticità

L’apprendimento è il processo mediante il quale acquisiamo nuova conoscenza, e la memoria è il processo con il quale conserviamo nel tempo questa conoscenza. (Kandel, 1992, pag. 49)

[…] Merzenich e colleghi hanno dimostrato che le mappe corticali sono costantemente soggette a modifiche in base all’uso delle vie sensoriali. (ibidem, pag. 59)

La capacità del cervello di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in risposta all’esperienza e all’esercizio viene denominata neuroplasticità; questo termine è stato coniato dal padre delle neuroscienze, Santiago Ramon y Cajal (1852-1934) che ha descritto i cambiamenti non patologici nella struttura cerebrale degli adulti.

Alla base dell’apprendimento e potenziamento delle capacità del cervello (nonché del recupero funzionale nelle lesioni) si trova un continuo rimodellamento delle sinapsi, o meglio di singoli neuroni che possono venire modificati durante le fasi dello sviluppo, come reazione a un trauma e durante l’apprendimento stesso.

L’idea che il cervello possa cambiare la propria struttura e funzione attraverso pensiero ed esercizio è, credo, il cambiamento più importante nella nostra visione del cervello da quando abbiamo abbozzato per la prima volta la sua anatomia di base e il funzionamento del suo componente, il neurone. (Doidge, 2018, pag. 9)

Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000, studiando il cervello di una lumaca di mare (l’Aplysia) ha dimostrato che l’apprendimento può attivare geni in grado di modificare la struttura neurale. L’Aplysia per attivare l’azione riflessa di protezione della sua branchia può contare su 24 neuroni sensitivi e 6 neuroni motori. Nonostante però questo semplice organo nervoso, se adeguatamente istruita, essa è in grado di imparare che quando riceve uno stimolo su una certa parte del corpo deve proteggere la branchia ritraendola. Sfruttando la semplicità del suo organo nervoso, i neuroscienziati sono riusciti a capire che lo stimolo ripetuto può attivare uno specifico gene che porta alla crescita di nuove connessioni tra il neurone sensoriale e quello motorio. Pertanto, il più importante meccanismo di plasticità è rappresentato dalla possibilità dei neuroni di modificare la loro capacità di comunicare l’uno con l’altro (Kandel, 1992; Kandel et al., 1994; Uff et. al. 2011; Siegel, 2013; Doidge, 2018; Edelman, 2018).

Edelman (2018), premio Nobel per la biologia nel 1972, nel formulare la cosiddetta teoria della selezione dei gruppi neuronali, sostiene che l’esperienza e l’interazione con l’ambiente producano nel neonato configurazioni sinaptiche individuali non riconducibili al dettato genetico, attraverso un lavoro selettivo di rafforzamento o indebolimento dei gruppi neurali funzionali ad una migliore risposta adattiva (questa teoria si fonda sul cosiddetto darwinismo neuronale (o neurodarwinismo), ossia sull’idea secondo la quale le funzioni cerebrali superiori sarebbero il risultato di una selezione che si attua sia nel corso dello sviluppo filogenetico di una data specie, sia sulle variazioni anatomiche e funzionali presenti alla nascita in ogni singolo organismo animale). Per riassumere questa complessa competenza delle cellule nervose cerebrali, Edelman descrive un processo diverso da quello del feedback e cioè quello del rientro che rappresenta un

[…] importante principio del darwinismo neurale che scaturisce da connessioni reciproche temporalmente sincronizzate tra aree corticali e sottocorticali. (ibidem, pag. 467)

Il rientro consiste nella formazione di circuiti cosiddetti rientranti che rappresentano il modo costruttivo di cui dispone il nostro cervello per comunicare soprattutto con sé stesso.

Gli stimoli esterni, quindi, producono una successiva elaborazione a livello neurale, come una sorta di auto-organizzazione del cervello stesso, che rafforzerà quegli scambi incessanti di connessioni sinaptiche che si affermeranno, attraverso una scarica simultanea, come quelle più adeguate a rispondere all’esigenza di adattamento, selettivamente orientata. Risulta quindi estremamente importante l’attività stessa di sincronizzazione di gruppi di neuroni di diverse aree e regioni cerebrali che aprono vie e configurazioni determinate sotto la spinta delle connessioni rientranti che produce la conseguente risposta adattiva e funzionale. (Volpe, 2020)

Il nostro cervello quindi è quotidianamente chiamato a formulare e riformulare schemi mentali e motori che innescano nuove connessioni e vie neuronali. In aggiunta a ciò, possiamo affermare che anche

[…] la mielina, considerata a lungo un isolante inerte degli assoni, abbia un ruolo centrale nell’elaborazione dell’informazione e nell’apprendimento, controllando la velocità con cui i segnali viaggiano nei circuiti neurali. (Fields, 2020, pag. 73)

In questo lavoro di riformulazione cerebrale forse rientra anche l’incorporazione delle tre regole fondamentali imposte dal Covid-19 e tanti altri cambiamenti spaziali che stiamo sperimentando. Ne valga come esempio quello delle nuove piste ciclabili transitorie studiate dal comune di Roma per favorire la mobilità in bicicletta e monopattino durante la cosiddetta fase 2 della pandemia. Si tratta di ciclovie verniciate di giallo larghe due metri e delimitate da strisce bianche che seguono il percorso della carreggiata su strada. Nelle strade più larghe la corsia di parcheggio è stata spostata verso il centro strada. Da sempre lasciamo le nostre vetture parcheggiate parallelamente al marciapiede (o a “spina di pesce”) che in questi casi smette di essere un riferimento spaziale. Il problema più grosso però è per chi guida che, se non è a conoscenza del cambiamento o è leggermente distratto, potrebbe accodarsi ad una macchina parcheggiata o persino tamponarla. Non è un cambiamento da poco per la nostra organizzazione percettiva e spaziale che, come abbiamo visto, quando ha consolidato uno schema, lo persegue in modo automatico.

Un altro cambiamento importante dovuto alla pandemia è la riduzione della nostra frequentazione degli spazi pubblici a cui consegue una maggiore dipendenza da quello virtuale. Internet, nonostante il suo potere di influenzare le dinamiche cerebrali che governano le relazioni fra gli individui (Gallese, 2020), resta fondamentale per continuare molte delle nostre attività professionali e sociali. Poiché l’altro in questo momento rappresenta una potenzialmente fonte di paura e pericolo, non possiamo vivere pienamente la piazza e sperimentare tutte quelle emozioni che il poeta Benedetti (1974) riassume in un solo mirabile verso: per la strada fianco a fianco siamo molto più di due. Abbiamo paura di abbracciare e di stringere la mano ai nostri simili. La stretta di mano è un antichissimo gesto di saluto che affonda le sue origini nella cultura babilonese ed egiziana, mentre i romani e i greci si salutavano stringendo forte il polso o l’avambraccio. Lasciare libera e visibile quella parte del corpo significava anche che non c’erano armi nascoste. Fino a pochi mesi fa, questo semplice gesto era segno di vicinanza, fiducia ed intesa mentre oggi potrebbe essere portatore di contagio.

D’altra parte, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, i comportamenti cooperativi potrebbero rappresentare il versante positivo di questo complesso processo di adattamento ancora in atto. I prodigiosi meccanismi della neuroplasticità potrebbero aiutarci a rendere spontanee ed automatiche anche le nuove ed insolite modalità cooperative legate alla pandemia.

Conclusioni

Per molto tempo ancora dovremmo confrontarci con paura, incertezza, dolore, distanziamento fisico e morte. E alla fine saremo molto cambiati, la nostra stessa essenza risulterà inevitabilmente variata. Il rispetto delle tre regole per salvare noi stessi e le società in cui viviamo è fondamentale, ma forse non è sufficiente se non riflettiamo criticamente anche

[…] sulle nostre vite, sulla nostra relazione con il mondo e sul mondo stesso

e se la politica e l’economia non abbandonano il

[…] pensiero disgiuntivo e riduttivo. (Morin, 2020, pag. 24)

Molte azioni – come ad esempio il nostro rapporto con un tempo sempre più accelerato – e comportamenti volti al soddisfacimento di bisogni non essenziali vanno rivisti e forse definitivamente abbandonati. Questa operazione è difficile e dolorosa, soprattutto per noi occidentali, ma non è impossibile da realizzare. Come abbiamo cercato di spiegare in questo articolo, possediamo, a livello individuale, collettivo, genetico e culturale, tutte le caratteristiche necessarie per operare un cambiamento di rotta che sia sostenibile e vitale oltre che capace di dare nuovo senso alla nostra esistenza.

Se consideriamo che il ben-essere di una società si realizza nella misura in cui si sviluppa la funzione partecipativa di mutualità (Bertini, 2012), è probabile che la regolare messa in atto di comportamenti cooperativi, capaci di lenire il dolore per quanto stiamo vivendo possa rendere questa pandemia un’occasione ineguagliabile per un altro importante passo nella via dell’evoluzione.

Concludiamo citando a tal proposito David Grossman (2020) che, chiedendosi quale contributo gli scrittori, ma anche ognuno di noi possa dare per

[…] contrapporre qualcosa di significativo al senso di restrizione e di annientamento generato dalla pandemia,

individua la risposta nella nostra capacità di osservare.

[…] Il modo in cui guardiamo il mondo e descriviamo ciò che vediamo. L’osservazione è il fulcro della nostra arte. Ciò che fa di noi degli scrittori e forse le persone che siamo. E c’è molto da osservare. E da raccontare. In quasi tutti gli ambiti della vita avvengono, e avverranno, cambiamenti. Sistemi economici, politici, sociali, culturali collasseranno o assumeranno nuove fisionomie. Probabilmente anche i rapporti tra le persone, tra famigliari, tra amici, tra coppie muteranno. Forse la prossimità alla morte farà sì che donne e uomini, dopo la pandemia, vedano la loro vita in una luce diversa e non vogliano più accettare compromessi. E forse scopriranno quanto siano significativi e importanti i rapporti di amicizia e d’amore.

 

Manuale di Psicologia in Farmacia. Volume 1 (2020) di Fiorella Palombo Ferretti – Recensione

Il Manuale di Psicologia in Farmacia nasce dall’esigenza di illustrare e promuovere le fondamenta teoriche e le linee guida pratiche dell’iniziativa “Lo Psicologo in Farmacia”, ideata dalla Dott.ssa Fiorella Palombo e già sperimentata con successo in numerose città italiane.

 

Negli ultimi trent’anni la concezione di medicina è cambiata: si è passati dal considerarla come ambito che riguarda unicamente la malattia ad una prospettiva più ampia che comprende anche la promozione della salute. La responsabilità della salute si configura contemporaneamente come un bene collettivo ed individuale ed è, quindi, qualcosa di più della semplice assenza di malattia.

Tutto ciò, sommato agli importanti mutamenti demografici ed epidemiologici degli ultimi anni, ha innescato una radicale modifica delle necessità assistenziali spostando sul territorio la risposta ai nuovi e molteplici bisogni della popolazione.

Proprio in quest’ottica, e grazie alla presenza capillare sul territorio, la farmacia di comunità diventa un luogo privilegiato di ascolto.

La normativa recente, DLgs 153 del 2009, definisce la farmacia un presidio socio-sanitario e le riconosce un ruolo più complesso ed esteso rispetto a quello solitamente attribuitole di “dispensazione di farmaci”: essa può ora proporre progetti di prevenzione e di promozione della salute al fine di garantire ed implementare una continuità socio sanitaria territoriale, fondamentale in questo senso una mappatura ed un collegamento con i servizi territoriali.

Nasce in risposta a questa esigenza l’iniziativa “Lo Psicologo in farmacia” che presuppone il lavoro sinergico di Farmacisti e Psicologi, i quali diventano promotori di benessere individuale e collettivo secondo il modello bio-psico-sociale ed in ottica multidisciplinare.

Essi hanno il compito, lavorando in team con gli altri operatori, di accogliere, ascoltare ed indirizzare, prevenendo e intercettando il disagio psicologico tramite differenti strategie. Questa attività si svolge all’interno della farmacia in un setting nel setting, e prevede un numero massimo di tre incontri con una progettazione ed una restituzione finale calibrate sul singolo utente.

Si tratta di un servizio di primo livello, non specialistico, in cui lo Psicologo fa una prima valutazione secondo un approccio multidimensionale alla persona. Il professionista si avvale dell’ascolto attivo, che prevede l’ascolto dell’altro a tutto campo con un atteggiamento non giudicante, interessato, attento e gentile, attraverso modalità come il colloquio clinico ed il counseling in cui un ruolo fondamentale è assunto dalla motivazione del paziente. L’intenzione comunicativa, però, non è espressa solamente dalle forme verbali, anche i messaggi analogici arricchiscono gli scambi relazionali; il silenzio diventa, dunque, parte integrante dello scambio verbale che si ha nel corso del colloquio e può acquistare significati molto differenti.

Compito dello psicologo è mettere la persona in condizione di comprendere appieno la propria situazione e saperla gestire facendo ricorso alle proprie risorse emotive, affettive e cognitive. Fondamentale è considerato lo stile di vita individuale che si traduce in comportamenti e scelte in grado di incidere sulle condizioni di salute in positivo o in negativo. Viene così introdotto il concetto di Empowerment che presuppone un approccio proattivo anziché reattivo da parte del cittadino, per la promozione del benessere attraverso un processo che rende in grado le persone di aumentare il controllo sulle determinanti della propria salute e di migliorarla.

 

La Red Bull non mette davvero le ali. Alcolici + Energy Drink: quali sono gli effetti psicologici?

Red Bull ha affrontato una causa collettiva di 13 milioni di dollari portata avanti da querelanti che l’accusavano di fare pubblicità falsa: la red bull non “dà le ali” come proclama (Careathers contro RedBull GmBh, 2016).

 

Il caso è stato particolarmente degno di nota perché l’alcol miscelato con bevande energetiche (AMED), come Red Bull, è consumato dal 50% degli studenti universitari americani ed europei, a cui sono inoltre associati numerosi comportamenti antisociali (Miller, 2013). Rispetto alle persone che bevono bevande alcoliche, quelle che lo mescolano con bevande energetiche hanno il doppio del rischio di subire o commettere un’aggressione sessuale, o di avere un incidente automobilistico legato all’alcol (Howland & Rohsenow, 2013). Il tribunale, in questo caso, non ha considerato gli effetti psicologici che le bevande energetiche possano avere, specialmente se mescolate con l’alcol, tuttavia il presente studio lo fa (Comil, Chandon e Krishna, 2017). Precedenti ricerche sul comportamento dei consumatori hanno dimostrato che le azioni di marketing possono provocare “effetti placebo” (Plassmann & Wagner, 2014). Per esempio, i prezzi, i loghi e le etichette delle bevande energetiche possono avere un impatto sui riflessi fisici e sulla guida (Brasel & Gips, 2011).

Comil e colleghi. (2017) hanno voluto esaminare gli effetti placebo percettivi, attitudinali e comportamentali creati dall’etichettatura di AMED. Alla base vi era l’ipotesi che la semplice enfatizzazione della presenza di una bevanda energetica nell’etichetta usata per l’AMED (ad esempio “vodka-Red Bull” piuttosto che “Cocktail ai frutti esotici”) fa sentire i giovani più ubriachi, più sicuri di sé sessualmente, più propensi ad assumere rischi nel gioco d’azzardo, ma anche più propensi ad aspettare prima di guidare. Gli effetti placebo possono essere causati da credenze esplicite create dalle informazioni o dall’osservazione (la “teoria dell’aspettativa” degli effetti placebo), ma anche da risposte condizionate create dall’esperienza (la “teoria del condizionamento” degli effetti placebo). Generalmente, queste due fonti si rafforzano a vicenda (Stewart-Williams & Podd, 2004).

Come già detto, le persone non si sentono più intossicate dopo aver consumato AMED rispetto all’alcol puro quando non sanno cosa stanno bevendo (Benson et al., 2014), ma la maggioranza degli studenti crede esplicitamente che gli energy drink aumentino gli effetti intossicanti dell’alcol (Peacock et al., 2013). Pertanto, gli autori hanno ipotizzato che gli effetti placebo delle etichette sull’intossicazione percepita siano moderati solo dalla convinzione che le bevande energetiche aumentino l’intossicazione da alcol, e siano indipendenti dall’esperienza passata di intossicazione. Diversi studi hanno scoperto che le persone associano esplicitamente l’intossicazione da alcol con l’impulsività e l’assunzione di rischi (ad esempio Corazzini, Filippin, & Vanin, 2014), nonché con la disinibizione sessuale (George & Stoner, 2000). Per esempio, gli uomini si sentono più sicuri di sé parlando con le donne quando credono di aver consumato alcol (Bègue, Bushman, Zerhouni, Subra, & Ourabah, 2013). Lo studio ha coinvolto 154 partecipanti di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Questi sono stati assegnati in modo casuale a una delle tre condizioni sperimentali che manipolavano l’etichetta usata per descrivere la bevanda: la prima condizione enfatizzava la presenza di alcol ed energy drink etichettando la bevanda come “Vodka-Red Bull cocktail”, la seconda condizione enfatizzava solo l’alcol riferendosi alla bevanda come “Vodka”, la terza non enfatizzava né l’alcol né la bevanda energetica riferendosi alla bevanda come un “Cocktail di frutta esotica”. Gli sperimentatori hanno poi ricreato una normale situazione di consumo in un bar, ai partecipanti è stato chiesto di finire il cocktail entro 10 minuti mentre guardavano i video musicali mostrati lì, al fine di mascherare lo scopo dello studio. Dopodiché hanno eseguito una serie di compiti al computer per circa 30 minuti. La pre-screening survey ha misurato l’esperienza di intossicazione dei partecipanti, sommando i punteggi del questionario AUDIT (“AUDIT-C”; Bush, Kivlahan, McDonell, Fihn, & Bradley, 1998), le credenze dei partecipanti sugli effetti dell’intossicazione da alcol sui riflessi (1 item), la disinibizione sessuale (2 item), e l’impulsività (1 item). Successivamente, durante lo studio effettivo (dopo aver bevuto), sono state misurate: l’aggressività sessuale con una scala già consolidata (Ariely & Loewenstein, 2006), composta da 3 item; l’assunzione generale del rischio è stato valutato con il Ballon Analogue Risk Task (BART; Peacock, Bruno, & Martin, 2012); la capacità percepita delle persone di guidare chiedendo loro quanto tempo avrebbero aspettato (numero di minuti) per “smaltire la sbornia” prima di guidare; l’intossicazione percepita (4 domande); la convinzione che le bevande energetiche incrementino l’intossicazione da alcol; l’autostima sessuale per mezzo di una serie di vignette che descrivevano la socializzazione sessuale e romantica nei bar. Nello specifico, sono state mostrate ai partecipanti (maschi eterosessuali), le foto di 15 giovani donne, e successivamente hanno risposto a due domande che misuravano la fiducia in se stessi a livello sessuale: (a) la loro intenzione di avvicinarsi e parlare con la donna attraente rappresentata nella foto, e (b) la loro previsione se la donna avrebbe “accettato le sue avances” e condiviso il suo numero di telefono. Alla fine, è stata misurata l’effettiva concentrazione di alcol nel sangue (BAC) dei partecipanti con un etilometro elettronico.

I risultati hanno rivelato che la maggior parte dei partecipanti era in grado di identificare la presenza di alcol nel drink, indipendentemente dalla manipolazione dell’etichetta, così come la quantità percepita di alcol. L’etichetta influiva esclusivamente sulla percezione della presenza di una bevanda energetica nel drink. L’esperienza di intossicazione non era significativamente correlata con le credenze sulle bevande energetiche, mentre l’etichetta Energy Drink aumentava significativamente l’intossicazione percepita rispetto alla condizione di controllo (precisamente del 51%), inoltre, la presenza di Red Bull nel cocktail aumentava significativamente l’intossicazione percepita dei partecipanti che avevano una forte o media convinzione che le bevande energetiche aumentino l’intossicazione da alcol, ma non nei partecipanti con una debole credenza. L’esperienza di intossicazione ha avuto un effetto fortemente negativo sull’intossicazione percepita: le persone che sono più abituate (vs. meno abituate) al consumo di alcol, si sentono meno ubriache. Appare evidente che le credenze esplicite incrementano l’effetto placebo dovuto all’etichetta Energy Drink sull’intossicazione percepita, al contrario dell’esperienza di intossicazione che non ha alcun effetto. L’etichetta Energy Drink ha aumentato la probabilità di assunzione del rischio, la fiducia sessuale in se stessi, e le intenzioni di aspettare di più prima di guidare, rispetto ai controlli. Al contrario, non ha avuto alcun effetto sulle valutazioni di attrattività delle donne mostrate nelle foto, sulla fiducia in se stessi con donne ritenute meno attraenti e sulle intenzioni di impegnarsi in comportamenti sessualmente aggressivi.

 

Video Game Therapy: quando il gioco diventa cura

Il potere dei videogiochi non risiede solo nella loro capacità di intrattenere le persone.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 11) Video Game Therapy: quando il gioco diventa cura

 

 Come dimostra il recente interesse per i “serious games” (giochi progettati a fini educativi), molte aree possono beneficiare del carattere accattivante dei videogame; una di quelle aree che ha ricevuto una certa attenzione dai ricercatori è quella delle sedute terapeutiche (Ceranoglu, 2010). Analogamente all’importanza che le nuove tecnologie stanno assumendo all’interno del contesto di cura, anche le psicoterapie stanno sempre più includendo l’utilizzo del gioco nella loro pratica. L’utilizzo dei videogiochi come opzione di trattamento della salute mentale ha le sue radici nella teoria dei giochi, introdotta già nel 1975 (Ceranoglu, 2010). I giochi consentono ai pazienti di sentirsi liberi dalle normali pressioni quotidiane, con conseguente capacità di fare più liberamente e esprimere loro stessi. Questo fatto può aiutare i terapeuti e altri professionisti della salute mentale ad arrivare alla radice del disturbo di un paziente, portando a un trattamento più efficace. La terapia del gioco si è rivelata particolarmente utile nel trattamento dei giovani, che sono abituati a interagire con la tecnologia quasi costantemente nel corso della giornata (Ceranoglu, 2010).

Solitamente quando si pensa ai videogiochi è facile pensare alle loro conseguenze negative, che includono la dipendenza, una maggiore aggressività e differenti effetti medici e psicosociali (Griffiths, 2004). Nonostante ciò, dai primi anni ’80 le ricerche su questo tema hanno costantemente dimostrato che giocare ai videogame (indipendentemente dal genere) produce un incremento dei tempi di reazione, una migliore coordinazione oculo-manuale e aumenta l’autostima dei giocatori. Inoltre, anche la curiosità, il divertimento e la natura della sfida sembrano aumentare il potenziale terapeutico di un gioco. Comunemente, i videogiochi sviluppati specificamente per interventi terapeutici o per assistenza sanitaria (spesso indicati come “good games” o serious games) sono stati utilizzati in terapia. Tuttavia, alcuni di quelli commerciali sono stati adattati e utilizzati anche per scopi terapeutici. Infatti, in generale, i giochi consentono ai partecipanti di sperimentare novità e sfide quando sono impegnati in attività di fantasia, senza sperimentare conseguenze nella vita reale (Washburn & Gulledge, 1995). Il videogioco è stato utilizzato anche per stabilire un’efficace relazione paziente-terapeuta, in particolare con i giovani (Ceranoglu, 2010). Attraverso l’immersione nel gioco, ai pazienti ansiosi possono essere presentati stimoli avversivi per eliminare progressivamente la loro ansia e l’adozione di ruoli immaginari è stata utilizzata anche per incoraggiare la pratica di comportamenti sani e sviluppare abilità sociali (Lieberman, 2001). Inoltre i videogiochi hanno un potenziale rilevante anche nel campo della ricerca, in quanto possono fornire ai ricercatori un ampio spettro di profili di persone e loro differenti caratteristiche come ad esempio, età, sesso, etnia, stato di istruzione; in particolare, con le implementazioni di videogame online in contesti clinici, è possibile facilitare l’accesso a persone situate in luoghi fisici diversi e / o fornire terapia a coloro che hanno difficoltà a frequentare i servizi sanitari (Washburn & Gulledge, 1995).

Alcune evidenze scientifiche suggeriscono che abilità importanti possono essere costruite o rafforzate dai videogiochi. La recente videogame therapy è stata utilizzata con successo in numerosi contesti riabilitativi, educativi e terapeuti, che verranno ora brevemente delineati:

Videogiochi e riabilitazione cognitiva

Le aree che possono essere implementate includono disturbi percettivi, pensiero concettuale, attenzione, concentrazione, memoria, cognizione spaziale, calcolo, creatività, plasticità visiva, funzionamento esecutivo, velocità di elaborazione, intelligenza fluida e prestazioni cognitive soggettive e difficoltà con il linguaggio (Reijnders, van Heugten e van Boxtel, 2013).

Videogiochi e disturbi dell’impulsività / deficit di attenzione

Ricerche recenti (Wright, 2001) suggeriscono che i videogiochi, collegati a biofeedback, possono aiutare i bambini con disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). Il biofeedback insegna ai pazienti a controllare le funzioni corporee normalmente involontarie come la frequenza cardiaca, fornendo in tempo reale le prestazioni di tali risposte, mentre determinati videogame incremento i livelli di attenzione e lavorano sulla componente impulsiva. Con una formazione sufficiente, i cambiamenti diventano automatici e portano a miglioramenti nei voti, nella socialità e nelle capacità organizzative.

Videogiochi e benefici terapeutici negli anziani

Si potrebbe sostenere che i produttori di videogiochi hanno fatto molto poco per considerare le persone anziane come potenziali utenti. Ciò potrebbe essere diverso se fossero consapevoli che esiste un numero crescente di prove rispetto agli effetti terapeutici benefici di questi prodotti per gli anziani: dato che giocare ai videogiochi implica concentrazione, attenzione, coordinazione occhio-mano, memoria, capacità decisionale e reazioni rapide, l’attività può essere di grande beneficio per questa particolare coorte. I ricercatori che lavorano in quest’area hanno postulato che il declino intellettuale che fa parte del naturale processo di invecchiamento può essere rallentato (e forse contrastato) coinvolgendo gli anziani come utenti attivi della tecnologia (Farris, Bates, Resnick e Stabler, 1994). Ad esempio, un gioco semplice come Tetris, può coinvolgere la mente in un divertente esercizio di risoluzione dei problemi. La tecnologia con gli anziani può quindi favorire una maggiore indipendenza e può essere utilizzata per scopi terapeutici.

Videogiochi in contesti psicoterapeutici

I terapeuti che lavorano con i bambini hanno utilizzato a lungo i giochi per interagire con i piccoli pazienti. Il gioco è stato una caratteristica della terapia sin dai lavori di Anna Freud e Melanie Klein ed è stato utilizzato per promuovere l’espressione della fantasia e l’esplorazione del sentimento. La recente esplosione tecnologica ha portato a una proliferazione di nuovi giochi che i terapeuti affermano di essere un ottimo rompighiaccio e costruttore di alleanza terapeutica (Gardner, 1991). Gardner (1991) ha affermato che l’uso dei videogiochi nelle sue sedute di psicoterapia forniva un terreno comune tra lui e i suoi piccoli clienti e anche eccellenti opportunità di osservazione comportamentale. Sebbene altre tecniche fossero utilizzate come coadiuvante nella terapia di Gardner (ad esempio, raccontare storie, disegnare, altri giochi ecc.), l’autore ha affermato che fossero i videogiochi i fattori più utili per il miglioramento. La tesi di Gardner è che le tecniche cliniche tendono a cambiare in funzione delle tendenze dei tempi, sebbene gli obiettivi rimangano gli stessi. Attività più lente e più tradizionali possono allungare il tempo necessario per formare una relazione terapeutica, in quanto il bambino potrebbe percepire il terapeuta come distante e non in grado di comprenderlo. Spence (1988) è un altro sostenitore del valore terapeutico dei videogiochi e li ha incorporati nel suo repertorio di tecniche di gestione del comportamento. Spence ritiene che essi possano essere utilizzati strumentalmente per apportare cambiamenti in una serie di aree e ha fornito esempi di casi di studio per ciascuno di questi cambiamenti. Per esempio:

  • I videogiochi possono essere usati per fornire le basi per sviluppare una relazione terapeutica, fornendo una “via di mezzo” accettabile per entrambe le parti per “incontrarsi”.
  • I videogiochi possono essere usati come “mezzo di contrattazione” per motivare i bambini a svolgere delle attività richieste.
  • I videogiochi possono essere utilizzati per sviluppare abilità sociali ed elicitare la cooperazione negli individui.
  • I videogiochi possono essere utilizzati per “abbassare le tensioni” e ridurre gli agiti aggressivi, cioè, le persone possono giocare ai videogiochi quando arrabbiate in modo che il “danno” sia inflitto ai personaggi fittizi piuttosto che ad altri o a se stessi.
  • Poiché i videogiochi sono basati su abilità e forniscono punteggi, questi possono essere confrontati e fornire una base per obiettivi futuri; ad esempio, superare i punteggi più alti personali può aumentare l’autostima dell’individuo.

Come si può vedere dai punti delineati da Spence (1988), i benefici delineati sono simili a quelli sostenuti da Gardner (1991). I giochi terapeutici possono aiutare i terapeuti a strutturare le sessioni di terapia e predispongono al trattamento dei vari disturbi.

Nel giusto contesto, i videogiochi possono avere un beneficio terapeutico positivo per una vasta gamma di diversi sottogruppi. In termini di compiti di distrazione, sembra probabile che gli effetti possano essere attribuiti alla maggior parte dei videogiochi disponibili in commercio. Tuttavia, uno dei problemi principali è che gli effetti positivi riportati provengono da videogiochi appositamente progettati per il trattamento di un determinato target piuttosto che da quelli già disponibili in commercio. È quindi difficile valutare il valore terapeutico dei videogiochi nel loro complesso. Come per la ricerca sugli effetti più negativi, può darsi che alcuni videogiochi siano particolarmente vantaggiosi, mentre altri abbiano un beneficio terapeutico minimo o nullo. Ciò che è chiaro dalla letteratura empirica è che le conseguenze negative del gioco dei videogiochi coinvolgono quasi sempre persone che sono utenti eccessivi. È probabilmente giusto dire che i benefici terapeutici possono essere ottenuti giocando moderatamente.

Chiaramente ci sono aree potenzialmente interessanti per la futura ricerca e lo sviluppo di questa tematica. I videogiochi hanno già trovato impiego in campo medico come strumento riabilitativo o psico-educativo, e il loro utilizzo in psicoterapia resta da esplorare. È necessario esaminare da vicino i fattori che facilitano i benefici terapeutici della Videogame Therapy in primo luogo, poiché essi (come, per esempio, l’apprendimento educativo) dipendono anche da altri fattori oltre alla natura del videogioco stesso. I game designer dovrebbero mantenere le esigenze di tutti gli utenti, inclusi coloro che necessitano di un aiuto clinico, mentre continuano a sviluppare nuovi giochi ed esperienze coinvolgenti, e i professionisti terapeuti dovrebbero integrare la terapia del gioco nei loro attuali piani di trattamento in modo che ulteriori studi possano essere sviluppati. In questo modo, le collaborazioni tra medici/terapeuti e progettisti di videogiochi produrranno probabilmente giochi specifici da utilizzare in psicoterapia. Se un individuo soffre di ansia, ADHD o un’altra forma di malattia mentale, i videogiochi e la terapia del gioco possono essere la chiave per la gestione dei sintomi.

 


 

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Aggiornamento sulle linee guida per ansia e depressione – Il secondo episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema del secondo incontro: l’aggiornamento sulle linee guida per ansia e depressione, discusso dal Dott. Filippo Turchi.

 

AGGIORNAMENTO SULLE LINEE GUIDA PER ANSIA E DEPRESSIONE:

 

 

La Realtà Virtuale (VR): un valido aiuto per i malati oncologici – Lo psicologo del futuro

C’è un crescente interesse nell’uso di terapie basate sulla Realtà Virtuale nella gestione multidisciplinare dei sintomi per affrontare la riduzione del dolore, l’affaticamento correlato al cancro, l’ansia, la depressione e la disfunzione cognitiva.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 10) La Realtà Virtuale (VR): un valido aiuto per i malati oncologici

 

L’incidenza del cancro è in aumento a livello globale e, purtroppo, i malati di cancro soffrono di un gran numero di sintomi fisici e psicologici intensi, inclusi dolore e ansia, che sono accompagnati da un calo della salute fisica e psicologica indipendentemente dallo stadio della malattia. In circa il 50% dei pazienti oncologici che soffrono di dolore, pochi degli antidolorifici disponibili offrono un adeguato sollievo (Wiederhold et al., 2014).

Ovayolu et al. (2013) hanno mostrato che il dolore dovuto al cancro è complesso e ha componenti multidimensionali comportamentali, emotive, cognitive e sensoriali. Un trattamento inadeguato per il dolore tra i pazienti adulti con cancro porta al deterioramento della salute e al trattamento difficile della malattia. La gestione di questo include metodi farmacologici, che prevedono l’utilizzo di farmaci tra cui analgesici non oppioidi, adiuvanti e oppioidi, da soli o in combinazione con altri tipi di terapia.

Sono molti però gli effetti collaterali di tali farmaci includendo costipazione, che è la più comune, nausea e vomito, secchezza delle fauci, depressione respiratoria, sedazione, allucinazioni, sonnolenza, orticaria, prurito e spasmi mioclonici.

Recentemente, la ricerca sulla gestione del dolore ha iniziato a prestare maggiore attenzione agli interventi non farmacologici (Shahrbanian et al., 2009).

Questi hanno due classificazioni: la prima riguarda le terapie periferiche che hanno agenti fisici come il trattamento caldo-freddo, la stimolazione elettrica transcutanea del nervo, l’agopuntura, la digitopressione, il massaggio, l’idroterapia e l’esercizio. La seconda classificazione si interessa delle terapie cognitivo-comportamentali come rilassamento, meditazione, yoga, ipnosi, biofeedback e distrazione (Demir, 2012).

La distrazione è qualcosa che intrattiene una persona e rende difficile prestare attenzione o pensare a problemi o dolori. La distrazione è una semplice tecnica non farmacologica che non necessita di alcuna formazione specifica e può essere implementata dagli infermieri. Inoltre riduce la percezione del dolore alterando le risposte nocicettive.

A causa dei recenti progressi tecnologici, lo sviluppo e l’applicazione della tecnologia moderna nel campo dell’assistenza sanitaria offre approcci nuovi e non invasivi per la gestione dei sintomi correlati al cancro (Chirico et al., 2016).

C’è un crescente interesse nell’uso di terapie basate sulla Realtà Virtuale nella gestione multidisciplinare dei sintomi per affrontare la riduzione del dolore, l’affaticamento correlato al cancro, l’ansia, la depressione e la disfunzione cognitiva.

La realtà virtuale (VR) include un computer in grado di eseguire animazioni in tempo reale, controllato da una serie di dispositivi di input sensoriali, un tracker di posizione e un dispositivo montato sulla testa per l’output visivo.

I sistemi di realtà virtuale sono classificati in due tipi, immersivi e non immersivi (Chirico et al., 2016). La VR immersiva è caratterizzata da una full immersion, raggiunta tramite un display montato sulla testa e permette di distrarre il paziente grazie ad un coinvolgimento totale in un mondo generato dal computer (Chirico et al., 2016).

Differentemente nella VR non-immersiva la persona può comunicare con il mondo esterno nello stesso momento in cui è connesso al mondo virtuale (Chirico et al., 2016).

Il primo studio sull’uso della VR nei malati di cancro è stato pubblicato nel febbraio 1999 sulla rivista Cyberpsychology & behavior di Oyama et al. Lo studio ha mostrato una significativa diminuzione delle emozioni negative, del dolore e dell’ansia a seguito del trattamento VR in un paziente durante l’infusione di chemioterapia. Dopo questo studio, molti altri hanno analizzato l’efficacia dell’intervento VR durante il trattamento del cancro (cioè, al fine di ridurre i sintomi correlati al trattamento, o il dolore). In particolare, la VR è stata utilizzata principalmente durante le seguenti procedure o condizioni:

  • Chemioterapia. I sintomi frequentemente riportati associati alla chemioterapia antitumorale sono nausea e vomito. Altri sintomi fisici e psicologici comuni associati alla chemioterapia includono anoressia, affaticamento ed ansia (Chirico et al., 2016). La VR è stata introdotta durante l’infusione della chemioterapia al fine di ridurre l’esperienza dei sintomi acuti e cronici causati sia dai trattamenti spesso tossici impiegati nell’assistenza oncologica sia dalla loro malattia sottostante. Diverse ricerche hanno riscontrato una riduzione del disagio dei pazienti in termini di sintomi correlati al cancro, inoltre, con l’utilizzo della VR, è stata rilevata una significativa diminuzione dell’ansia, dell’angoscia e dell’affaticamento subito dopo le sessioni di chemioterapia (Schneider et al., 2011; Chirico et al., 2016). In particolare, Schneider (2011), nei suoi studi, ha anche focalizzato la sua attenzione sulla percezione del tempo mostrando che la VR agisce su questa riducendo l’impressione che il paziente ha sulla durata delle sessioni di chemioterapia.
  • Procedure dolorose. Durante lo svolgimento del trattamento per problemi oncologici, i pazienti devono spesso sperimentare procedure dolorose. Diversi metodi psicologici sono stati utilizzati con successo per ridurre il dolore, comprese le procedure cognitivo-comportamentali e l’ipnosi. Anche la distrazione è un intervento psicologico ben consolidato volto a ridurre il dolore. Pertanto, è stata studiata una varietà di diversi interventi di distrazione, tra cui esercizi di respirazione profonda, ascolto di musica rilassante e visione di video (Malloy e Milling, 2010). Poiché gli esseri umani hanno risorse attenzionali limitate, si ritiene che un compito di distrazione che consuma una parte di quelle risorse lasci meno capacità cognitive disponibili per elaborare il dolore. La VR è stata introdotta durante procedure dolorose al fine di avere un metodo più efficace per diminuirlo, riscontrando una significativa riduzione di questo durante la procedura assistita da VR. In altri studi, oltre alla percezione minore del dolore anche gli stati di angoscia, dovuti al doversi sottoporre a procedure dolorose, tendevano ad essere inferiori per i pazienti grazie trattamento con l’utilizzo della VR (Gershon et al., 2003; Chirico et al., 2016).
  • Ricovero. Un’altra condizione che può causare diversi livelli di disagio è il ricovero in ospedale. Questa condizione può essere considerata come estremamente stressante perché è dovuta ad un cambiamento negativo dello stato di salute e anche perché spesso implica condizioni di mancanza di autonomia e di intimità. Molti studi hanno dimostrato che l’utilizzo della VR agisce positivamente su aspetti dello stato emotivo dei pazienti in termini di riduzione dei sintomi correlati al cancro (ansia, depressione e affaticamento), migliorando le emozioni positive oltre a ridurre le emozioni negative (Espinoza et al., 2012; Baños et al., 2013).

Ponendo l’attenzione sulle diverse variabili legate al disagio durante le procedure di cura del cancro nonché del vissuto della persona durante il periodo della malattia, gli aspetti maggiormente valutati dell’intervento VR sono principalmente quello psicologico e quello fisiologico.

L’instabilità fisica e quella psicologica, infatti, possono aumentare la durata della procedura e la quantità di farmaci richiesta, in caso di terapie dolorose. Inoltre, un paziente teso può trovare problematico affrontare il trattamento e/o collaborare con il team sanitario, aggiungendo così difficoltà alle procedure (Chirico et al., 2016).

Per quanto riguarda l’aspetto psicologico, il disagio dovuto alle condizioni del cancro è stato spesso correlato ad ansia e depressione o altri sintomi connessi al suo trattamento come affaticamento, dolore, disturbi del sonno e umore basso.

Molti studi hanno valutato l’efficacia della VR su diverse di queste variabili psicologiche e hanno riscontrato una differenza significativa o, più in generale, un disagio inferiore quando si utilizza un intervento VR su questi pazienti.

Per quanto riguarda, invece, l’aspetto fisiologico si è notato che i pazienti sottoposti a trattamenti contro il cancro sono spesso spaventati e ansiosi, il che può influenzare le risposte fisiologiche, come la frequenza respiratoria, la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, la percezione del dolore e la concentrazione degli ormoni dello stress (Tan et al., 2010).

Molti studi hanno preso in considerazione la frequenza cardiaca come misura dell’eccitazione, valutando anche varie misure come la pressione sanguigna, l’ECG, il pattern respiratorio e il volume del flusso sanguigno. Questi studi hanno rilevato nel gruppo sottoposto al trattamento di procedure dolorose con l’utilizzo della VR una frequenza cardiaca inferiore e quindi uno stato di ansia e paura minore rispetto al gruppo di controllo (Gershon et al., 2004; Wolitzky et al., 2005).

Nonostante siano necessari ulteriori studi per analizzare a fondo il ruolo che la realtà virtuale può avere nella cura e gestione del cancro, sembra essere realmente un valido aiuto per i malati oncologici nell’affrontare buona parte di quei disturbi sia fisici, sia psicologici, che accompagno la persona affetta da cancro nel percorso della cura della malattia indipendentemente da risvolti positivi o negativi che questa può portare.

 


 

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Questioni di tempo – Moms, una rubrica su maternità e genitorialità

Il presente lavoro si sofferma sulla rilevanza della qualità del tempo rispetto alla quantità. Il tempo, infatti, per una madre in quanto tale, come per ogni essere umano, viene ottimizzato nel momento in cui ogni attimo è vissuto appieno sia da sole, sia nella relazione con i propri figli.

Moms – (Nr.8) Moms – Questioni di tempo

 

Abraham Lincoln diceva che ciò che conta non sono gli anni della propria vita, ma la vita che si mette in quegli anni. Questa frase rimanda alla concezione di tempo. Una giornata è scandita da ventiquattro ore, ma per un essere umano a volte sembrano non bastare, in particolar modo per una madre, che si trova a conciliare ed integrare il proprio ruolo materno con tutto il resto, ovvero il lavoro, le relazioni sociali e il tempo per se stessa.

Il settimo episodio di Workin’ Moms prende forma quando nel gruppo post-partum viene introdotto il tema dello spazio temporale che ogni madre concede a se stessa durante la giornata. Qualcuna parla di massaggi, qualcun’altra di 20 minuti trascorsi a pensare, e qualcun’altra ancora di qualche minuto sui social network. Non tutte però riescono a concedersi questo spazio.

Il senso di colpa in questo caso gioca un ruolo essenziale e il pianto del bambino, il giudizio del partner e i feedback altrui accendono un fuoco laddove già è presente la paglia. Il fuoco diventa talmente dilagante dentro di sé che si rischia di polverizzare ogni rimasuglio di autenticità e spontaneità.

Ogni parte del settimo episodio di Workin’ Moms mostra come sia possibile per una madre ritagliarsi uno spazio per sentirsi donna, anche fosse solo al lavoro, poiché prendere del tempo per sé può risvegliare dei sensi di colpa. L’ambiente lavorativo è un luogo dove, per quanto a volte sia presente un clima di inevitabile tensione emotiva, si ha la possibilità di intrattenere rapporti sociali, riflettere, pensare, prendersi la pausa per un caffè e magari fare anche quello che si ama. Tutto questo è possibile senza doversi prendere cura di qualcun altro.

La serie tv porta alla luce il senso di colpa materno e l’eterna lotta interiore delle donna tra il bisogno di un proprio spazio, che può coincidere o collidere con il lavoro, e il bisogno di trascorrere del tempo con i propri figli.

Il personaggio di Jenny esprime a parole la lotta interiore che alcune donne non riescono nemmeno a portare alla consapevolezza:

Mio marito sta con nostra figlia e io vado al lavoro dove mi ritrovo a pensare e a sentire che sto cercando qualcosa, ma non so neanche che cosa. Torno a casa dal lavoro e trovo mio marito che lega con mia figlia in modi che ho sempre immaginato di poter fare io…

Dentro alcune madri c’è il desiderio di poter conciliare il proprio essere donna con la possibilità di creare dei momenti di intimità e complicità con il proprio o i propri figli, che va al di là del pratico cambio di pannolino o dell’allattamento. La relazione tra due persone è come un fiore che riceve acqua dall’autenticità di ognuno dei componenti e dalla possibilità di viverla liberamente senza sensi di colpa, così è anche quella tra madre e figlio. Quindi, per quanto sia complesso, è importante che ogni donna dia maggior peso alla qualità del tempo e alla dimensionalità del proprio desiderio di essere presente nel momento che vive. La relazione con un figlio può godere di autentico e spontaneo benessere quando la madre può sentirsi libera dai sensi di colpa.

 

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