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Arrugas (2011) di Ignacio Ferreras – Recensione del film di animazione e spunti per la formazione

Arrugas è un filmato estremamente indicato per esplorare i vissuti dell’anziano istituzionalizzato e dei familiari nonché un’occasione di riflessione sulle modalità di assistenza spesso adottate nei servizi alla persona.

 

Arrugas (Rughe) è un film di animazione spagnolo del 2011 diretto da Ignacio Ferreras, tratto dalla graphic novel di Paco Roca del 2007.

Già dal titolo è chiaro il tema della storia: la vecchiaia, il tempo che scorre e i segni che esso lascia. Il protagonista è Emilio, ex direttore di banca, portato dal figlio in una casa di riposo poiché non più in grado di occuparsene. Nella struttura Emilio conosce il suo compagno di stanza Miguel e altri ospiti con cui passa la quotidianità, condividendo con essi il timore di passare prima o poi per l’ultimo piano, ovvero il reparto dei non autosufficienti. Emilio fa ingresso in struttura affetto da una forma iniziale di Alzheimer che poi, nel corso del film, peggiorerà progressivamente.

Arrugas è sicuramente adatto come materiale di formazione per caregivers, formali e non, che si occupano di persone affette da Disturbo Neurocognitivo Maggiore (DNC).

Fin dai primi minuti affronta il tema del caregiver burden e della decisione sofferta dei familiari di istituzionalizzare il proprio malato, specie a seguito della comparsa dei primi disturbi del comportamento, nel caso di Emilio le allucinazioni.

Nel corso del film vengono rappresentati i tipici sintomi del DNC e il loro progressivo aggravamento: allucinazioni, anomie, disorientamento, tremori, deliri di latrocinio, perdita di memoria e delle ADL (attività di vita quotidiana, nel caso di Emilio il vestirsi autonomamente).

Tramite un tour divertente della struttura organizzato da Miguel, emergono forti critiche all’organizzazione e alle relazioni di cura nelle strutture assistenziali. Emerge chiaramente una organizzazione che predilige un modello di tipo bio-medico (Lyman, 1989) e non di cura centrata sulla persona (Tom Kitwood, 1997). L’ospite non ha possibilità di scelta, le attività proposte sono poche e il focus del personale è sui soli bisogni fisiologici (esplicativa è la frase di Miguel “si mangia, si dorme, si caga”).

Emblematica è la scena dell’attività motoria proposta dalla fisioterapista: un’attività di gruppo che non tiene conto dei diversi deficit sensoriali che caratterizzano i vari ospiti, dove il vissuto di fallimento è dietro l’angolo.

È, invece, fondamentale promuovere e incoraggiare il mantenimento delle abilità della persona e la sua autonomia, il successo e la cura di sé, cercando di evitarle sensazioni di sconfitta.

Di primaria importanza è proporre, alla persona con demenza, attività che incrementino il senso di autoefficacia (Bandura, 1997), tramite esperienze di padronanza e successo resi possibili dalla proposta di obiettivi raggiungibili.

Altro aspetto degno di riflessione è quello riguardante gli orari dei pasti e della messa a letto, spesso non in linea con le abitudini degli ospiti e rispondenti più a esigenze organizzative del personale.

A ciò si aggiunge anche la tendenza a sostituirsi all’anziano, per velocizzare le azioni, disincentivando così il mantenimento delle abilità.

Risulta, dunque, evidente la necessità di promuovere un modello di cura centrata sulla persona (Kitwood, 1997), basato su un approccio di tipo biopsicosociale, che tenga conto della “personhood” (= essere persona) dell’individuo.

Nella demenza la cura si basa sulla relazione e modalità svalutanti di interazione con l’anziano (la Psicologia Sociale Maligna di Kitwood, 1997) possono minare i suoi bisogni psicologici, aggravando il quadro clinico.

Un altro punto su cui riflettere sono le modalità con cui spesso vengono condotte le valutazioni periodiche dei pazienti. In Arrugas un professionista valuta lo stato cognitivo di Emilio nella sala comune, interrotto da numerosi elementi di confusione. Spesso, in strutture assistenziali di questo tipo, le valutazioni avvengono nella stanza dell’ospite, nella sala d’aspetto o addirittura lungo i corridoi poiché le limitazioni motorie impediscono all’anziano di muoversi autonomamente. In queste occasioni gli elementi distraenti sono molteplici così come le interruzioni da parte degli altri residenti e del personale. È importante, dunque, tenere presente le difficoltà attentive tipiche di questa tipologia di pazienti così come le limitazioni sensoriali che le possono accompagnare, individuando la situazione più adatta per condurre un colloquio o una valutazione neuropsicologica.

In conclusione, Arrugas è un filmato estremamente indicato per esplorare i vissuti dell’anziano istituzionalizzato e dei familiari nonché un’occasione di riflessione sulle modalità di assistenza spesso adottate nei servizi alla persona, la cui visione è consigliata sia all’interno di percorsi di formazione del personale sia di intervento e sostegno rivolti ai caregivers informali.

 

“Per favore, non lasciarmi!”: Ansia da Separazione e tratti correlati nel Disturbo Borderline di Personalità

Alla luce dell’apparente somiglianza tra sintomatologia del Disturbo d’Ansia da Separazione (SAD) ed ansia/insicurezza da separazione proprie del Disturbo Borderline di Personalità (BPD), Matthies e colleghi hanno creato una review che fornisce una panoramica completa sull’argomento.

 

Il Disturbo d’Ansia da Separazione è caratterizzato da un’estrema paura o ansia connessa alla separazione dalle principali figure di attaccamento, come genitori, fratelli, figli, partner o coniugi, e le caratteristiche comuni tra questa patologia e il disturbo borderline di personalità comprendono esperienze di eccessivo disagio quando si anticipa o sperimenta il distacco da persone vicine, paura di essere soli, eccessiva preoccupazione per le figure di attaccamento, ed evitamento della separazione da queste ultime, comportamenti che portano a menomazioni sociali, professionali, accademiche o relative ad altre aree di funzionamento (Baldwin et al., 2016). Solo pochi studi fino ad oggi hanno indagato la relazione tra queste due psicopatologie. Questo collegamento, tuttavia, è suggerito dal fatto che “l’intollerabilità all’essere soli” così come i punteggi elevati sui tratti di ansia e insicurezza da separazione costituiscono i principali criteri nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) per il disturbo borderline di personalità (Miller et. al., 2012; American Psychiatric Association [APA], 2013). Altri criteri necessari per soddisfare la diagnosi di BPD includono sforzi frenetici per evitare l’abbandono reale o immaginario e intense paure di abbandono e rabbia inappropriata, anche di fronte ad un distacco realisticamente limitato nel tempo. Nella III sezione del DSM-5, uno dei criteri diagnostici proposti per il disturbo borderline coincide con il tratto “Insicurezza da separazione”, posto all’interno del dominio dei tratti “Affettività negativa”. Qui, l’insicurezza da separazione è definita attraverso paure di rifiuto da parte di persone significative, associate a paure di eccessiva dipendenza e completa perdita di autonomia (APA, 2013). Diversi studi hanno evidenziato come questa caratteristica sia connessa con i criteri categoriali per la diagnosi di BPD, ed in particolare con la paura dell’abbandono (Bach & Sellbom, 2016; Sellbom et al., 2014). In questo senso, le esperienze di eventi di separazione, i sentimenti di solitudine/vuoto, così come l’incapacità di stabilire la costanza dell’oggetto, possono essere considerati sintomi fondamentali del BPD, e allo stesso tempo possono essere osservati in pazienti con Disturbo d’Ansia da Separazione.

Alcune ricerche epidemiologiche confermano le similitudini sintomatologiche tra questi due disturbi. Tra queste, spicca lo studio retrospettivo di Osone e Takahashi, da cui è emerso che il 44,8% dei pazienti con disturbo d’ansia ha sofferto di almeno un disturbo di personalità, ed in particolare l’11,2% era affetto da un disturbo di personalità del cluster B, che racchiude i disturbi borderline, antisociale, narcisistico ed istrionico di personalità. In questo studio, è stato inoltre osservato che i pazienti con disturbo d’ansia in comorbilità con disturbi di personalità mostravano punteggi più alti rispetto al gruppo di pazienti senza disturbi di personalità nel Separation Anxiety Symptom Inventory, questionario che misura il Disturbo d’Ansia da Separazione infantile (Osone et al., 2006; Silove et al., 1993).

Le patogenesi di questi due psicopatologie sono guidate da molteplici fattori di rischio biologici, psicosociali e ambientali, che interagiscono tra loro. Uno studio che ha indagato la relazione tra questi due disturbi dai punti di vista genetico e ambientale, ha rivelato che una diagnosi di disturbo borderline può predire il rischio di disturbo d’ansia, suggerendo fattori di rischio familiari condivisi, così come fattori ambientali specifici non condivisi per la comorbilità di disturbi d’ansia e BPD (Welander-Vatn et al., 2016).

Per ciò che concerne invece gli eventi di separazione presenti nella vita degli individui, uno studio empirico ad impronta psicosociale riportava che i pazienti con BPD avevano sperimentato un numero di separazioni statisticamente maggiore rispetto ai soggetti sani prima dei 5 anni (Bradley, 1979). Inoltre, è stato riportato che si verificava un’eccessiva ansia da separazione significativamente più spesso nell’infanzia e nell’adolescenza dei pazienti con disturbo borderline di personalità (38%) rispetto ai rispettivi fratelli non-BPD (7%), e ciò può costituire un predittore significativo per la diagnosi di disturbo borderline (Goodman et al., 2013). A conferma di ciò, nello studio di Reich e Zanarini i pazienti con disturbo borderline hanno riportato maggiori difficoltà con la separazione da persone care tra i 6 ei 17 anni di età rispetto ai pazienti con altri disturbi di personalità (Reich et al., 2001).

Per quanto riguarda le evidenze emerse dallo studio dei circuiti neurali, è stato dimostrato che ansia da separazione e sensazioni di solitudine nel Disturbo Borderline e nel Disturbo d’Ansia da Separazione si riflettono in una disfunzione della rete neurale parzialmente condivisa: in uno studio con tomografia a emissione di positroni (PET) è stato chiesto a pazienti con disturbo borderline di leggere copioni relativi all’esperienza di abbandono (Schmahl et al., 2003). Con la PET è stato rilevato un significativo aumento dell’attività corticale prefrontale dorsolaterale, area adibita a funzioni come regolazione del controllo emotivo e cognitivo, e flessibilità nel mutare il proprio comportamento a seconda delle circostanze. È stata inoltre evidenziata un’attivazione significativamente ridotta del cingolo anteriore destro, adibito alla motivazione e alla modulazione delle risposte emotive. Questo risultato è in accordo con uno studio PET su scimmie rhesus, che ha portato alla luce una maggiore attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale destra dei cuccioli dopo la separazione dalle loro madri (Rilling et al., 2001). Ciò potrebbe indicare un aumento del coinvolgimento di quest’area nella riduzione del controllo dell’ansia (Bandelow et al., 2016).

In conclusione, l’innovativo punto di vista multidimensionale di Matthies e collaboratori descritto nella review di cui sopra potrebbe portare a nuove strade preventive e terapeutiche, guidando lo sviluppo di interventi mirati al Disturbo d’Ansia da Separazione e ai problemi legati alla separazione nel Disturbo di Personalità Borderline. L’ansia da separazione può costituire una caratteristica fondamentale rilevante per la patogenesi, il mantenimento e il trattamento del disturbo borderline di personalità.

 

Invecchiare con successo – VIDEO dal webinar organizzato da Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto ha organizzato il webinar “Invecchiare con successo” volto ad affrontare le tematiche di invecchiamento e potenziamento delle funzioni cognitive.

 

Le evidenze scientifiche documentano come il processo di sviluppo delle abilità cognitive, emotive e interpersonali avvenga lungo tutto l’arco di vita, anche nell’invecchiamento che risulta essere così caratterizzato da perdite e da guadagni. Il sistema nervoso anche negli anziani è caratterizzato da una intrinseca plasticità che ne permette la riorganizzazione funzionale in risposta a stimoli senso-motori e cognitivi.

È quindi possibile invecchiare con successo promuovendo mediante interventi di potenziamento cognitivo l’incremento o la riattivazione delle abilità di risoluzione di problemi, soprattutto per le funzioni mentali di base come la memoria o l’attenzione per favorire l’efficacia e l’efficienza nella quotidianità e mantenere anche da anziani un’immagine del sé positiva e flessibile.

Il webinar, di cui pubblichiamo il video, è stato condotto dalla Dott.ssa Sciore Roberta – Psicologa, Psicoterapeuta, Esperta in Psicologia dell’Invecchiamento e Co-didatta presso Studi Cognitivi.

 

INVECCHIARE CON SUCCESSO – Guarda il video integrale del webinar:

 

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Coco (2017): un esempio di Death Education – Recensione del film di animazione

Coco è un film d’animazione della Pixar uscito nel 2017, diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina e premiato con due Oscar, sia come miglior film d’animazione che come miglior canzone originale.

 

Esso è ambientato in Messico e vede come protagonista Miguel Rivera, un dodicenne con la passione per la musica e desideroso di diventare un giorno un musicista rinomato come il suo idolo Ernesto de la Cruz. A questo sogno però si oppone l’intera famiglia del bambino, poiché porta alle spalle un vissuto di abbandono legato proprio alla musica: il padre della bisnonna Coco lasciò, infatti, la famiglia per fare il musicista.

Durante l’intero film si assiste alla celebrazione del Dia de Muertos (o Giorno dei Morti), una delle feste messicane più conosciute in assoluto. Durante tale festività, Miguel si intrufola nel mausoleo del suo idolo e suona la sua iconica chitarra, catapultandosi in una dimensione alternativa in cui non può essere né visto né sentito dai vivi ma solo dai morti. Qui conosce i suoi parenti defunti e scopre di essere stato maledetto e di avere tempo solo fino all’alba per ritornare nel regno dei vivi, altrimenti rimarrà intrappolato in questa dimensione per sempre. Da questo momento iniziano per Miguel una serie di avventure che lo porteranno a scoprire la verità sul passato della sua famiglia. Ma non è questo il punto. Il tema centrale di tutta la storia è la morte, rappresentata al pubblico più giovane in maniera diversa rispetto ai precedenti film Disney proprio grazie all’espediente dell’ambientazione messicana.

Coco diviene un’occasione per i più piccoli – e non solo – di approcciarsi alla morte senza immagini orrorifiche e “non detti”: essa non deve essere un tabù ma un evento naturale che necessita di essere normalizzato. La perdita di persone care è infatti un’esperienza dolorosa che prima o poi ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria esistenza.

La celebrazione del Giorno dei Morti e Death Education

Il Dia de Muertos è una celebrazione messicana che ha luogo a inizio novembre, in concomitanza con la celebrazione cattolica dei defunti. La festa viene celebrata con musica, cibi tradizionali, bevande e numerose rappresentazioni caricaturali della morte. È tradizione far visita ai cimiteri e adornare le tombe dei propri cari con candele, fiori e piatti speciali in onore degli antenati. Per l’occasione vengono allestiti degli altari (gli ofrendas) in salotto o sala da pranzo, facendo attenzione a rappresentare i quattro elementi (acqua, aria, terra e fuoco) ed esponendo le foto di coloro che si vuole ricordare (Fig.1). Si tratta, dunque, di una cultura che non occulta la morte ma la rappresenta ed espone, anche ai più piccoli.

Coco 2017 un esempio di Death Education Recensione del film Disney Fig 1

Fig.1 Altare preparato dalla famiglia di Miguel

Generalmente gli adulti tendono a nascondere la dipartita ai bambini, ad esempio tramite la congiura del silenzio o la loro esclusione dai riti religiosi, con lo scopo di proteggerli dal dolore e dall’angoscia. Questi comportamenti, però, anche se condotti a fin di bene, non fanno altro che ostacolare l’elaborazione del lutto e dare vita a un’immagine terrificante della morte stessa.

Come sappiamo dalla letteratura, la consapevolezza della propria finitudine è causa per l’essere umano di uno stato di ansia opprimente e meno chiaramente è compresa l’idea di morte maggiore è la paura a essa associata (Cotton & Range, 1990; Ollendick, 1983; Slaughter & Griffiths, 2007).

Arriva così in soccorso la Death Education, attività educativa rivolta a tutte le età, sviluppatasi in alcune culture piuttosto che in altre, finalizzata a rendere gli individui più consapevoli e competenti nella gestione della propria e altrui morte.

Secondo la Death Education risulta necessario avvicinare gli individui fin dalla tenera età al concetto di finitudine, rendendoli partecipi ai rituali e spiegando loro l’accaduto, con un linguaggio idoneo all’età e con la giusta vicinanza fisica ed emotiva. Dal momento che i bambini riescono a cogliere gli stati emotivi del familiare, è bene che chi si prende la responsabilità di orientare i più piccoli circa queste tematiche abbia adeguatamente elaborato il lutto e sia il grado di supportare chi ha di fronte.

Il concetto di morte nel bambino

Coco si dimostra essere un ottimo strumento per parlare con i bambini di morte, tenendo ovviamente in considerazione la fase di sviluppo del piccolo. Per i bambini, infatti, la morte non è un concetto facile da capire e impiega alcuni anni prima di consolidarsi. Secondo Maria Nagy, ad esempio, è possibile individuare tre stadi di maturazione del concetto, connessi allo sviluppo stadiale delle abilità di ragionamento. Tra i 3-5 anni la morte viene rappresentata dal bambino come una semplice temporanea assenza, dunque uno stato reversibile. Tra i 6-9 anni la morte viene associata a figure terrorizzanti come scheletri e mostri, vissute però allo stesso tempo come vincibili poiché non realmente esistenti. Inoltre, sempre in questa fase l’individuo inizia a intuire l’irreversibilità della morte. Infine, tra i 9-12 anni si comprende l’universalità di tale evento.

Il ricordo di chi non c’è più

Coco insegna che si può e si deve parlare dei defunti e ricordarli, essi sono con noi anche se non fisicamente presenti.

Il ricordo è, infatti, un’altra grande tematica del film: Miguel scopre che i morti continuano a “vivere” nell’aldilà proprio tramite il ricordo dei vivi. La morte, quindi, per quanto inevitabile, non è definitiva infatti i nostri cari non ci lasceranno mai del tutto finché noi ne manterremo vivo il ricordo. Questa tematica, inoltre, è resa ancor più evidente dal personaggio Coco, la bisnonna di Miguel, affetta da demenza.

Durante il Dia de Muertos il ricordo dei defunti è sostenuto dall’esposizione delle loro fotografie negli ofrendas e proprio questo tipo di supporto viene spesso utilizzato negli interventi di Death Education (Testoni, Abrami, Matanza & Marchetti, 2003; Testoni, Ancona & Ronconi, 2015).

 

Riflessi Neonatali, risposta immediata o pensata?

Per anni i riflessi neonatali sono stati considerati secondo un’ottica stimolo-risposta, data dall’immaturità cerebrale e la prevalenza delle aree sottocorticali su quelle corticali, ma gli ultimi studi sembrerebbero ribaltare tali ideologie sui riflessi neonatali, a favore della visione di neonato competente.

 

Secondo quest’ottica si tratterebbe di comportamenti funzionali, risultato di un’iniziativa autonoma del feto/neonato nella sua interazione con l’ambiente uterino ed extrauterino (Milani Comparetti,1982)

Il Grasping Reflex è indubbiamente uno dei riflessi più affascinanti e appaganti per il neo genitore. Si evoca comprimendo la regione medio palmare della manina del neonato, che, flettendo le dita, afferra il dito dell’adulto. È un movimento che tende a scomparire intorno i 3/4 mesi, lasciando spazio alla prensione volontaria di oggetti. Tale riflesso si configura come un’attività ben sperimentata e funzionale già nella vita intrauterina: infatti il feto, giocherellando con il cordone ombelicale, automatizza tale movimento, che dunque continua a compiere nelle prime settimane di vita (Boris M. Petrikovsky,1993).

Il movimento che il neonato compie non appena le sue superfici plantari sfiorano un piano, nominato riflesso della marcia automatica, è molto simile a quello che caratterizza la deambulazione: una flesso-estensione degli arti inferiori, con schema alternato. Tale attivazione muscolare durante la vita intrauterina, nelle prime settimane gestazionali, viene sfruttata dal feto per “camminare” sulle pareti dell’utero così da cambiare posizione.

A non comparire in epoca prenatale come i due precedenti è Il riflesso di Moro. Quest’ultimo si manifesta in risposta all’assenza di gravità con iniziale adduzione rapida ed estensione degli arti superiori, seguita da abduzione. Alle risposte motorie, si associano segnali di comunicazione non verbale nel neonato, come movimenti di rotazione del capo, di direzione dello sguardo verso il care-giver, faccia angosciata e spesso pianto. Ciò ha permesso agli studiosi di ipotizzare che sia un riflesso legato alla paura (Pierre V Rousseau et al ,2017), che il neonato non esperirebbe nella vita intrauterina grazie al contenimento stesso dell’utero.

Questi aspetti sottolineano, quindi, il potenziale adattivo e non di semplice substrato sottocorticale alla base dei riflessi. Infatti, seppur vero che si tratti di gesti perlopiù sempre uguali a sé stessi, è vero anche che questi contestualizzati al vissuto del neonato assumono un significato del tutto nuovo, all’avanguardia e al passo con la visione ben lontana da quella di scatola vuota, da dover plasmare.

 

Arpa terapia. Suoni che curano l’anima

Da tempo desidero scrivere sull’arpa terapia, disciplina con origini antiche, che si perdono nella notte dei tempi, ma altrettanto nuova perché solo in questi ultimi anni si sta diffondendo non solo in America, ma anche in Italia e in Europa.

 

La prima domanda che immagino sorgere nel lettore è: Perché si parla di arpa terapia e non di musicoterapia con l’arpa? E poi, se esiste l’arpa terapia esiste anche la violino terapia, la piano terapia, l’oboe terapia? Cosa c’è di così unico nel suono dell’arpa tanto da affiancare la parola “terapia” per designare questo modo particolare di curare con i suoni? E quindi, da ultimo, che cos’è l’arpa terapia? Quali sono i suoi principi costitutivi e i suoi ambiti d’intervento?

Sono arpista e musicoterapeuta. Dopo trent’anni di esperienza in musicoterapia mi sono affacciata al mondo dell’arpa terapia studiando e diplomandomi presso l’International Harp Therapy Program creato da Christina Tourin (la sua storia e la sua attività sono consultabili sul sito).

Prima di addentrarmi nella magia del suono dell’arpa, vorrei spendere due parole su ciò che arpa terapia non è, per fare pulizia di idee e di linguaggio.

Innanzitutto arpa terapia non è concertismo, nemmeno pensato al letto di un malato o in una hall di un ospedale. Nel libro Arpa terapia. Suoni che curano l’anima ho scritto:

Arpa terapia è qualcosa di unico, come un abito fatto su misura. Sebbene anche una buona musica ascoltata in un concerto possa far bene ed abbia sicuramente dei risvolti terapeutici, l’arpa terapia è qualcosa di altro e di più.

E’ suonare, improvvisando, la musica adatta alla persona, per favorirne il rilassamento, il lasciar andare le tensioni, l’affidarsi per rigenerarsi. E’ creare uno “spazio sacro”, una “culla del suono” che abbracci, accolga, custodisca il paziente/cliente. Perché il suono dell’arpa crea emozione, rilassamento, benessere, ottenuto da un profondo e tranquillizzante effetto sonoro, un vero e proprio massaggio corporeo semplice e naturale, compiuto dalle potenti ed avvolgenti vibrazioni che scaturiscono dallo strumento, quando l’arpa terapista improvvisa e suona ascoltando profondamente la persona che gli è affidata.

Arpa terapia è quindi fare musica con il cuore, creando momento dopo momento le sonorità adatte a generare benessere in chi ascolta. Il dialogo sonoro nasce ricalcando il ritmo respiratorio, trasformando con suoni e ritmi la corporeità della persona, le sue tensioni o rigidità, la sua postura, il timbro vocale, la gestualità, la mimica. E il dialogo, se è veramente tale, si trasforma, non è monologo a senso unico, ogni frase tiene conto della risposta dell’altro, vi si adegua, ascolta, accoglie, e lentamente conduce alla trasformazione, a modificare lo stato tonico-emotivo e a favorire la guarigione, intesa non come riduzione dello stato di malattia, ma come acquisizione di benessere fisiologico e interiore, pur persistendo, nella maggioranza dei casi, la patologia.

Infatti, l’etimologia della parola guarire è riconducibile all’antico germanico warjan = mettere al riparo, difendere, proteggere, a sua volta, dalla radice var- = guardare o anche coprire (entrambi nel senso di curare, proteggere). Identica radice si trova nell’inglese to ware = curare, proteggere. (Etimologia tratta da etimo italiano. Consultato il 2 gennaio 2021)

La guarigione è un quindi un duplice processo in quanto dipende sia dal malato che si lascia “guardare, proteggere, curare”, sia dall’arpa terapista che con la sua musica può mettere al riparo, custodire, sostenere e comprendere chi vi si affida.

Inoltre arpa terapia non è musicoterapia.

Usare l’arpa in musicoterapia è auspicato per generare un’attenzione d’ascolto profonda, intensa. L’arpa ha un timbro poco conosciuto, può stupire, incantare, proprio come il mito di Orfeo ci ricorda. Può penetrare in dialogo sonoro con il pianoforte a coda per amplificare l’effetto della risonanza e infondere una benefica energia in chi ascolta seduto sopra la sua casa armonica.

Ma usare l’arpa in musicoterapia non significa fare arpa terapia perché le due discipline, per quanto possano apparire differenti solo nell’uso dello strumento principale, hanno scopi e modi di approccio distinti.

L’arpa terapia non ha finalità che riguardano il cambiamento del comportamento della persona. Non si preoccupa che il bambino impari a parlare, o che la persona riprenda a camminare. È un “qui ed ora” in cui si crea una “Culla del suono” che agisce sul respiro, sul dolore, sul malessere dell’individuo e li trasforma. L’obiettivo principale riguarda prevalentemente la sfera emotiva che si manifesta nella fisiologia della persona. L’intervento non è continuativo come quello della musicoterapia e il beneficio che si ottiene dipende dalla qualità particolare del timbro del suono.

Ecco perché si parla di arpa terapia. Il potenziale curativo della terapia con i suoni dell’arpa sta proprio nella particolare caratteristica del timbro di questo strumento e del modo in cui le corde vengono pizzicate (Fig. 1)

Arpa terapia la musica e il suono come strumenti di cura Psicologia Fig 1

Fig. 1: L’arpa

Senza addentrarci nel difficile linguaggio della fisica acustica e in contenuti troppo specialistici, ci basti in questa sede ricordare che l’arpa è uno strumento a corde pizzicate con caratteristiche specifiche. La corda è pizzicata circa a metà della sua lunghezza. Questo crea un suono particolare (viene annullato il secondo armonico) che al nostro orecchio appare particolarmente puro, cristallino, angelico. Ogni corda pizzicata continua a vibrare a lungo a meno che non la si smorzi. La somma delle vibrazioni di una corda dopo l’altra e di più corde simultaneamente crea un impasto sonoro che avvolge la persona in ascolto.

I suoni si intrecciano, gli effetti di risonanza si sommano e raggiungono la persona che ascolta penetrando in profondità.

Non tutti i suoni risuonano nel corpo allo stesso modo. Non tutti i suoni raggiungono tutte le parti del corpo. Se mi pongo in ascolto, sia mentre suono, sia mentre ascolto, mi accorgo dei diversi punti di risonanza.

I suoni gravi convibrano nelle parti centrali e basse del corpo (addome, gambe, piedi), quelli più acuti li sentiamo nel torace, collo, testa. Anche noi siamo uno strumento musicale, decisamente il più bello e il più completo. Anche noi non possiamo sfuggire alle leggi di risonanza.

Inoltre nell’arpa non c’è mediazione tra dito e corda. Il dito trasmette alla corda l’intenzione e lo stato d’animo di chi suona. Le dita stringono e lasciano andare le corde in un gioco di tensione/rilassamento da cui scaturiscono i suoni.

Suonare è lasciare andare. Se dita, mani, braccia, spalle, schiena, sono tesi, il suono che si produce è teso, aspro. Come arpa terapista devo costantemente essere attenta a me stessa: come e con quanta profondità entro nelle corde? Come attacco il suono? Sono connessa con il mio corpo? Come posso rilassarmi per migliorare il mio suono?

E, nel momento in cui il suono esce dalle dita, dove e come si propaga? Sono in ascolto?

In arpa terapia è quasi più importante lo spazio e il tempo fra un suono e l’altro.

La fisica acustica diventa vita, relazione, compartecipazione, dialogo. Il dito che pizzica la corda fa sì che l’arpa diventi e sia lo specchio della mia anima. Non ci sono intermediari. Come sto? Che emozione voglio trasmettere?

Quando si pensa alla terapia, si immagina di solito un recuperare uno stato di salute che ci permette di condurre (nuovamente) una vita attiva, dinamica.

La terapia con l’arpa è innanzitutto un’occasione per ritrovare sé stessi. Curare con i suoni significa permettere alla persona di fare esperienza di tranquillità, serenità, pace, amore, speranza.

Gli effetti benefici non riguardano solo la sfera emotivo-esistenziale, ma anche – e di pari passo, direi – quella più strettamente fisiologica. Numerosi studi riportano infatti miglioramenti sia immediati, sia protratti nel tempo, come un maggiore rilassamento, miglioramento del sonno, diminuzione del dolore e dell’ansia, stabilizzazione dei parametri vitali e dell’umore. Ma non è tutto. A seconda dell’ambito di applicazione dell’arpa terapia, sono stati riscontrati effetti positivi specifici.

Ed arriviamo all’ultima domanda che mi sono posta all’inizio dell’articolo, quali sono gli ambiti di intervento dell’arpa terapia?

L’elenco è lungo perché man mano che questa disciplina si diffonde, si sperimenta in svariati contesti educativi, terapeutici e sociali ottenendo sempre ottimi risultati, oggi supportati anche da ricerche scientifiche. La rivista americana Harp Therapy Journal creata nel 1996 da Sara Williams raccoglie ogni anno studi, esperienze, ricerche all’avanguardia nell’ambito dell’arpa terapia.

Sicuramente un ambito molto importante è quello ospedaliero, a più livelli. L’arpa terapia fa bene al malato, ai famigliari e anche allo staff medico e sanitario.

L’arpa terapia trova applicazione in patologia neonatale, in pediatria, in cardiologia, in oncologia, in geriatria e nei reparti di lungo degenza.

La dolcezza del suo suono e il modo particolare in cui si propaga nello spazio, fanno dell’arpa uno strumento particolarmente adatto a

creare un ambiente rilassante per pazienti, famiglie, visitatori e personale,

-permettere ai pazienti ospedalieri e alle famiglie di concentrarsi su qualcosa di bello per distrarli dal dolore e donare loro speranza,

-vibrare e penetrare nei tessuti e nelle cellule del corpo,

-fornire una stimolazione sensoriale positiva,

-fornire cure palliative per i pazienti ospedalieri e per quelli in fase di transizione,

-migliorare gli effetti fisiologici, come tensione muscolare rilassata, maggiore ossigenazione, battito cardiaco più lento, abbassamento della pressione sanguigna.

L’arpa terapia può essere utilizzata in ambito educativo con bambini anche molto piccoli che frequentano l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Ascoltare con le mani o con i piedini le vibrazioni dell’arpa che si trasmettono alla cassa armonica è un’esperienza molto coinvolgente per i piccoli, è un modo per guidarli ad un ascolto profondo di sé, a percepire il proprio corpo, a familiarizzare con il suono e la musica. Chi è agitato si calma, chi è timido lentamente si avvicina e si lascia coinvolgere, chi proprio non riesce a star fermo, catturato dal suono, comincia ad avvertire le “formichine” o il solletico sotto le dita, si incuriosisce, si ferma, comincia ad ascoltare. E poi la magia della vibrazione delle corde, l’arte di pizzicarle per produrre suono, mette in atto la coordinazione occhio-mano, raffina la percezione fino alla punta delle dita, crea circuiti neuronali nuovi e prepara in modo naturale ad un uso sempre più preciso delle mani e delle dita che diventeranno prensione, manipolazione, scrittura.

Per i bambini della scuola primaria l’arpa terapia è un’occasione preziosa per prendere contatto con sé stessi. Sospendere le attività didattiche quotidiane e immergersi nella musica d’arpa, distende anche gli animi più turbolenti, favorisce il rilassamento, l’autoascolto. Migliora la respirazione, distende il tono corporeo, solleva l’umore. E quando il clima è più disteso, si osserva un notevole beneficio anche dal punto di vista della relazione tra compagni, perché la musica dona pace interiore, smorza le tensioni, facilita l’accoglienza reciproca.

Un altro importante ambito di intervento riguarda la disabilità. Almeno per due motivi, entrambi di natura fisico-acustica. Il primo è la risonanza, cioè il modo in cui le vibrazioni sonore si trasmettono al nostro corpo e lo fanno convibrare. In musicoterapia umanistica si parla di risonanza corporea. Il bambino seduto o sdraiato sul pianoforte è immerso nei suoni che la musicoterapeuta improvvisa calibrando ritmi, melodie e armonie in base alla situazione relazionale che si genera. Sono suoni che cullano, accarezzano, massaggiano, fanno sentire al bambino il proprio corpo e gli danno la percezione fisica ed emotiva di essere accolto, ascoltato, valorizzato per ciò che è, prima ancora che per quello che fa.

La trasmissione del suono dell’arpa è diversa da quella percepibile attraverso il coperchio del pianoforte a coda. Non si sta sopra il generatore del suono (lo strumento musicale), ma a fianco. Le onde sonore dell’arpa si propagano in tutto lo spazio circostante ed avvolgono, per risonanza, la persona. L’arpa poi si può abbracciare, se ne può sentire la vibrazione con le mani, i piedi, la testa, la pancia la schiena. La sensazione è quella di un massaggio sonoro che scioglie le tensioni, che libera, rilassa e rigenera. Immaginiamo allora come possano essere coinvolti in questo ascolto bambini con sordità, tetraparesi spastica, prematurità, autismo, difficoltà di attenzione, sindromi genetiche, ritardi psicomotori, ma anche del linguaggio, perché il suono entra nel profondo e favorisce il desiderio di aprirsi e comunicare.

Il secondo elemento è il timbro del suono unico dell’arpa (Fig. 2). Nei miei trent’anni di esperienza nell’ambito della musicoterapia ho sperimentato più volte la potenza del suono dell’arpa per superare le memorie del dolore. Ho lavorato con bambini down e cardiopatici che hanno subito importanti interventi chirurgici. Ebbene il suono dell’arpa, per lo più sconosciuto ai bambini o sicuramente meno noto di quello del pianoforte, ha favorito la rottura dello schema musica = dolore, innescato dalla scorpacciata di musica classica in filo diffusione subita durata il ricovero in terapia intensiva. Il timbro dell’arpa favorisce immagini emotive nuove (un bimbo cieco mi disse “la doccetta!” ascoltando in braccio a me il suono dolce delle melodie che improvvisavo per lui), stuzzica la curiosità generando un profondo rilassamento. E’ difficile resistere e persistere nelle proprie chiusure. Ricordo in pediatria un bimbo sfiancato dalla tosse persistente che durava da giorni. Avvicinatami con la mia arpa a lui, corse in braccio alla mamma e l’abbracciò forte. Smise di tossire e quasi si addormentò, con la mamma incredula e felice per quel momento di pace che nessuna medicina purtroppo aveva potuto darle.

Arpa terapia la musica e il suono come strumenti di cura Psicologia Fig 2

Fig. 2: Particolarità dello strumento

Altri ambiti di intervento dell’arpa terapia sono le carceri, dove è possibile attivare progetti per la riabilitazione dei detenuti sia attraverso l’ascolto della musica d’arpa, sia attraverso l’insegnamento dello strumento stesso.

Anche sugli anziani la musica d’arpa ha un effetto notevole, sia in sessioni individuali che come terapia di gruppo.

Per questo l’arpa terapia si sta diffondendo anche in Italia nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Non mi soffermo ora su questo tema perché merita una trattazione a parte. Vorrei solo avviarmi alla fine di questa carrellata citando l’ambito del fine vita e delle cure palliative, contesto in cui l’arpa terapia sta prendendo piede anche in Italia accompagnando con delicatezza e dolcezza tante persone a concludere il loro cammino terreno nel migliore dei modi.

Infine non posso non fare cenno del vasto ambito dello stress, dell’ansia, delle nevrosi in cui l’arpa terapia è un ottimo strumento per ritrovare serenità e lasciar andare le tensioni. Si lega a questo il contesto dello yoga e della meditazione, ambiti in cui la musica e il raccoglimento, l’autoascolto, la riflessione, si fondono in un tutt’uno rigenerante che porta a un nuovo equilibrio interiore.

Anche la preghiera, la contemplazione, sono arricchite dal suono dell’arpa, perché la musica che si diffonde nella chiesa calma anche gli animi più inquieti, dona pace, sollievo, serenità e apre le porte all’Infinito.

Concludendo, l’arpa terapia pur essendo una disciplina antica, si sta diffondendo solo da pochi decenni come trattamento complementare (non sostitutivo) alla medicina ufficiale. I suoi benefici effetti, oggi studiati e “misurati” in ricerche scientifiche, ne attestano la validità ed efficacia.

Molti sono gli ambiti in cui viene utilizzata e sicuramente molti altri sono ancora da esplorare.

Saper suonare l’arpa non basta per fare terapia. E’ la base di partenza, una buona partenza. Poi è necessaria una formazione seria e mirata, perché, come dicevo all’inizio, una cosa è suonare, un’altra è saper creare una “culla del suono” capace di accogliere la persona e di contribuire al suo processo di guarigione.

 

La Fibromialgia: efficacia dell’Attachment-Based Compassion Therapy

La fibromialgia (FM), con una prevalenza del 2.9% nella popolazione europea (Branco et al., 2010), è una malattia reumatica, cronica e debilitante che include dolore persistente ed affaticamento, spesso associati a problematiche psicologiche.

 

Oltre a disturbi del sonno, difficoltà cognitive e sensazioni di angoscia (Wolfe et al., 2010), può emergere in concomitanza una sintomatologia ansiosa e depressiva (Vincent et al., 2015).

Sebbene la sua eziologia sia ancora in esplorazione, probabilmente alla base sono presenti disfunzioni del sistema nervoso autonomo, squilibri di neurotrasmettitori e ormoni, ed eventi stressanti esterni.

Nonostante alcuni studi abbiano dimostrato l’efficacia dei trattamenti farmacologici con antidepressivi per i pazienti aventi fibromialgia (Häuser et al., 2012), gli interventi psicoterapeutici, come la Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), sembrano essere promettenti. Anche se i suoi effetti non sono chiari e stabili nel tempo, questa permette un miglioramento nelle capacità di fronteggiare il dolore, riduce l’umore depresso e i comportamenti di ricerca di cura del paziente (Hassett & Gevirtz, 2009; Nüesch et al., 2013).

Studi condotti sull’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), hanno dimostrato la sua efficacia nel migliorare il dolore e la tendenza a catastrofizzarlo, l’ansia e la depressione, portando i pazienti con FM all’accettazione incondizionata della propria esistenza e ad un maggiore benessere (Luciano et al., 2014). Con il progredire della terapia, il paziente potenzia la sua flessibilità psicologica, per cui diviene in grado di funzionare nel presente, adattando il proprio comportamento in virtù dell’obiettivo che persegue e senza più alcuna difesa (Hayes et al., 2006).

L’ACT, guidata dai valori del paziente, è orientata all’accettazione (Lindsay & Creswell, 2017) e permette un monitoraggio continuo dell’esperienza presente, ottenendo benefici in termini di consapevolezza che favorisce una riduzione della sintomatologia fibromialgica.

Un ulteriore protocollo di intervento che ha portato benefici tra i pazienti con ansia e depressione, è l’Attachment-Based Compassion Therapy (ABCT; García-Campayo et al., 2016), basata sul costrutto della compassione (Leaviss & Uttley, 2015). Questo implica il riconoscere e comprendere l’universalità della sofferenza, accettare quella degli altri e al contempo agire volendola alleviare (Strauss et al., 2016).

L’ABCT comprende esercizi di addestramento alla compassione, su come offrirla e riceverla da amici, individui problematici, sconosciuti, oltre che da sé stessi. Vengono anche promosse ulteriori virtù interpersonali, come il perdono e la gratitudine.

Secondo la ricerca, provare compassione induce emozioni positive (Fredrickson et al., 2008), riducendo le risposte immunitarie e comportamentali generate dallo stress (Pace et al., 2009).

Il costrutto dell’attaccamento, sul quale si basa il programma, consente di comprendere quanto le relazioni precoci tra genitore e figlio, siano implicate nello sviluppo della psicopatologia. L’attaccamento, infatti, oltre ad influenzare la risposta emotiva all’interno delle relazioni interpersonali, condiziona l’immagine di sé che si verrà a strutturare. Grazie alla consapevolezza e alla chiarificazione dei valori nei campi della famiglia, dell’amicizia, dell’amore, del lavoro, della spiritualità e del benessere generale, l’ABCT promuove l’accettazione della condizione specifica di ciascun individuo, migliorandone il suo funzionamento in ogni contesto (García-Campayo et al., 2016). L’obiettivo del protocollo diviene modificare gli stili di attaccamento disfunzionali, promuovendo una risposta emotiva positiva nelle relazioni e sentimenti di compassione.

L’efficacia dell’ABCT nel trattamento della fibromialgia è stata esaminata dallo studio di Montero-Marín et al. (2018), condotto su 42 soggetti assegnati in modo casuale alla sessione sperimentale (di ABCT) o a quella di rilassamento, che costituiva il gruppo di controllo. Entrambe le terapie erano strutturate in otto sessioni settimanali, della durata di due ore, seguite da 3 sessioni mensili di mantenimento.

Secondo la letteratura, la terapia basata sul rilassamento (REL) che comprendeva tecniche d’immaginazione, training autogeno, rilassamento muscolare progressivo e respirazione controllata, consente un miglioramento della sintomatologia fibromialgica (Meeus et al., 2015).

L’intervento del gruppo sperimentale aveva come obiettivo l’incremento degli atteggiamenti compassionevoli del paziente, essere gentile verso la propria esperienza di sofferenza legata alla malattia e verso la sofferenza altrui.

Entrambi i gruppi sono stati sottoposti ad un ulteriore trattamento, di tipo farmacologico, che prevedeva la somministrazione di antidolorifici, antidepressivi nel caso di diagnosi di depressione e sonniferi al bisogno.

L’outcome primario, indagato a seguito del trattamento, era lo stato funzionale del paziente (con il Fibromyalgia Impact Questionnaire; FIQ; Rivera & González, 2004). Gli esiti secondari erano: gravità clinica (con il Clinical Global Impression-Severity Scale, CGI-S; Díaz-Marsá et al., 2011), catastrofizzazione del dolore (con il Pain Catastrophizing Scale, PCS; García Campayo et al., 2008), ansia e depressione (con l’Hospital Anxiety and Depression Scale, HADS-A e HADS-D; Vallejo et al., 2012), qualità della vita (con la VAS of the EuroQol, EQ-5D; Badia et al., 1999) e flessibilità psicologica (con l’Acceptance and Action Questionnaire, AAQ-II; Ruiz et al., 2013).

In seguito è stato valutato quanto la flessibilità psicologica fosse implicata nel miglioramento clinico dei pazienti con fibromialgia trattati con l’intervento target.

Dallo studio è emerso che i pazienti con fibromialgia che erano stati sottoposti sia all’Attachment-Based Compassion Therapy che al trattamento farmacologico, avevano guadagnato maggiore benessere generale, che era persistito al follow-up avvenuto al terzo mese rispetto a coloro sottoposti a rilassamento e all’intervento farmacologico.

Inoltre avevano riportato un miglioramento della qualità della vita, della flessibilità psicologica, una riduzione della gravità clinica, dell’ansia e della depressione, mentre non è variata la tendenza a catastrofizzare l’esperienza di dolore. Questa è un aspetto chiave della fibromialgia, sulla quale agiscono efficacemente approcci cognitivamente più complessi, come l’ACT (Luciano et al., 2014).

La flessibilità psicologica emerge per entrambi i trattamenti (ABCT e rilassamento), come fattore chiave del miglioramento della salute globale, del catastrofismo verso il dolore, dell’ansia e depressione al follow-up tre mesi dopo. Questo è coerente con la letteratura che, considerandola elemento transdiagnostico, favorisce i processi di cambiamento psicopatologico in condizioni complesse e croniche (Dionne et al., 2013).

A partire da questo primo studio sull’efficacia dell’ABCT, che ne ha dimostrato il valore clinico nel trattamento della fibromialgia, la ricerca futura dovrebbe sondare ulteriori fattori legati alla terapia che porterebbero al miglioramento sintomatologico. Tra questi, ad esempio, il ruolo dei vari stili di attaccamento, della compassione e della consapevolezza, e come sinergicamente interagiscono con la flessibilità psicologica (Velasco et al., 2016).

 

“Se la coppia è in crisi…” Intervista a Russ Harris

Oggetto dell’intervista a Russ Harris è stato il suo libro dal titolo Se la coppia è in crisi, ed i falsi miti e le aspettative errate sulla vita di coppia e sull’amore.

 

Ho avuto l’onore di intervistare Russ Harris, psicologo e formatore all’uso dell’ACT (Acceptance and Commitment Therapy, ossia la terapia basata sull’accettazione e l’impegno) sia per addetti ai lavori nell’ambito della salute mentale e non, autore di numerose pubblicazioni e libri tradotti anche in lingua italiana e rivolti all’ampio pubblico di lettori. Per citare alcuni suoi lavori disponibili anche in italiano ricordiamo: La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e tornare a vivere (titolo originale: The happiness trap: How to stop struggling and start living), Se il mondo ti crolla addosso. Imparare a veleggiare tra le ondate della vita (titolo originale: The reality slap: How to find fulfilment when life hurts) e Se la coppia è in crisi… Impara a superare frustrazioni e risentimenti per costruire una relazione consapevole (titolo originale: ACT with love: stop struggling, reconcile differences, and strengthen your relationship with acceptance and commitment therapy).

Proprio quest’ultimo testo è stato oggetto della nostra intervista.

Insieme a Russ Harris siamo entrati nel vivo della vita di coppia, delle criticità, problematiche, conflittualità di cui spesso i due protagonisti rimangono vittima, e di come affrontare e risolvere le stesse, prendendo spunto proprio da quanto contenuto all’interno di Se la coppia è in crisi (ACT with LOVE), testo ricco anche di suggerimenti ed esercitazioni ispirati ai principi dell’ACT e dunque tendenti a far sviluppate quella flessibilità psicologica essenziale per vivere una vita a pieno ed affrontare le difficoltà che inevitabilmente si possono incontrare nella vita in generale ed in questo caso nella vita di coppia. .

Ho pensato di aprire la nostra intervista in modo originale e per fare ciò, ho prima fatto ascoltare il brano di John Lennon del 1970 dal titolo ”LOVE” di cui si riporta il testo integrale in lingua originale e traduzione in italiano:

Love is real – l’amore è reale
Real is love – reale è l’amore
Love is feeling – l’amore è sentimento
Feeling love – sentire l’amore
Love is wanting – l’amore è volere
To be loved – di essere amato
Love is touch – l’amore è toccare
Touch is love – il tocco è l’amore
Love is reaching – l’amore è raggiungere
Reaching love – raggiungere l’amore
Love is asking – l’amore è chiedere
To be loved – di essere amato
Love is you – L’amore sei tu,
You and me – Tu ed io
Love is knowing – L’amore è sapere
We can be – Che possiamo esserlo.
Love is free – l’amore è libero
Free is love – libero è l’amore
Love is living – l’amore vive
Living love – vive l’amore
Love is needing – l’amore è aver bisogno
To be loved – di essere amato.

La scelta di tale brano non è stata casuale ma legata a due ragioni. La prima inerente ad un passaggio del testo della canzone che recita “l’amore è sentimento” ma all’interno di Se la coppia è in crisi, invece Russ Harris tende a fare una netta distinzione tra il concetto di amore e sentimento, la seconda ragione, invece, si collegherebbe al titolo LOVE della canzone che richiama un importante acronimo contenuto sempre all’interno del libro in questione.

Russ Harris, ricollegandosi alla canzone di John Lennon, sottolinea come questa sia una visione molto romantica dell’amore ma che spesso non è così nella vita reale, o comunque non lo è per sempre.

Infatti ci spiega come nelle fasi iniziali dell’innamoramento tra due persone, tutto sembra connotato positivamente, pieno di desiderio e romanticismo, l’altro/a viene spesso idealizzato e proprio su tale aspetto Russ Harris opera la distinzione tra amore e sentimento. Finita la “luna di miele” cosa accade? Molte coppie decidono di rompere il rapporto accompagnati dall’erronea idea di “amore eterno” o “non è così che dovrebbe essere l’amore”, ma all’interno della vita di coppia si dovrebbe fare spazio anche al dolore, alla rabbia, alle paure, ed è proprio in questo momento della vita di coppia che si scopre se si tratta di vero amore. E dunque Russ Harris ci propone di vedere l’amore come un’azione impegnata (infatti il titolo originale del libro è ACT with LOVE), continua, un valore, che possiamo scegliere di “fare” e come fare, il sentimento invece come una risposta emotiva più istintiva, che può andare, venire e cambiare nel tempo.

Costruire e mantenere una relazione a lungo termine, questa è la vera sfida, sostiene Russ Harris.

In tal senso suggerisce un semplice esercizio che tutti noi potremmo provare, quello di porsi il seguente interrogativo:

Che tipo di partner vorrei essere? Che tipo di relazione vorrei costruire? E quello che sto facendo/non facendo si avvicina a quel tipo di partner che vorrei essere o al tipo di relazione che vorrei costruire?

L’acronimo LOVE

L’acronimo LOVE, contenuto e descritto all’interno del testo, ci spiega Russ Harris, sintetizza i passaggi importanti che dovremmo riuscire a sperimentare all’interno di una vita di coppia sana. Ma vediamone il significato:

L: Letting go (mollare la presa)
O: Opening up (aprirsi)
V: Valuing (dare valore)
E: Engaging (Impegnarsi attivamente)

Letting go (mollare la presa):

Momenti di tensione e conflitto, nei quali si tende ad amplificare e sottolineare aspetti negativi del partner e di conseguenza della qualità della relazione stessa, spesso portano a rimuginare e ruminare, spiega Russ Harris, questa però non è una strategie risolutiva ma al contrario è deleteria per il benessere del singolo e della relazione stessa: da qui l’invito a mollare la presa, non dal partner, ma da sentimenti di astio, conflittualità e giudizi negativi che non sono utili.

Openig up (aprirsi):

Aprirci invece, ci invita ad accettare non soltanto le emozioni positive della vita di coppia ma anche quelle che connotiamo come negative ma che comunque sono inevitabili. Aprirsi anche alla sofferenza ed al dolore ed imparare da questa.

Aprirsi è anche un invito ad aprirsi all’altro e condividere con lui/lei i nostri timori, dolori, emozioni e pensieri e fare spazio anche al vissuto del partner, ad empatizzare con lui/lei, vedendolo non più come un nemico ma come una persona, che sta soffrendo, magari anche in modo diverso, ma con noi, di ciò che la coppia sta attraversando in quel momento.

Valuing (dare valore):

Vivere secondo i nostri valori, richiede uno sguardo più intimo e profondo su ciò che conta veramente per noi, come ad esempio prendere consapevolezza di come vorremmo agire nei confronti degli altri o più precisamente nei confronti del nostro partner.

Quando la coppia vive nel conflitto, invece, spesso vive bloccata su delle strategie di problem solving, come voler capire cosa sta accadendo alla relazione e perché sta accadendo, ma anche in questo caso si rischia di esasperare il problema. Riconoscere i nostri valori invece consente di orientare le nostre azioni verso ciò che è veramente importante per noi.

Enganging (impegnarmi attivamente):

L’impegnarsi attivamente richiede mettersi davanti al fatto che possiamo noi agire ed impegnarci verso il tipo di persona che vorremmo essere, il tipo di partner e di relazione che vorremmo vivere.

In questo può essere utile porsi degli interrogativi: “come vorrei trattare il mio partner? Quando mi sento arrabbiato, mi sento deluso, ferito, non rispettato, cosa faccio? Come agisco? Quanto mi è utile tutto ciò? Quanto mi costano quelle scelte o non scelte, come ad esempio da arrabbiato evitare il partner?

Come possiamo notare è un impegno che richiede costanza e partecipazione e che può essere sostenuto a lungo termine solo se tutto ciò è in sintonia con i nostri valori.

Il testo contiene tanti acronimi, ma un altro, a mio avviso rappresentativo e che ho citato durante la nostra intervista, è stato DRAIN.

Russ Harris spiega che l’acronimo DRAIN, rappresenterebbe l’opposto di quanto contenuto in LOVE e costituirebbe gli aspetti che drenano, prosciugano, impoveriscono la relazione.

Vediamone il significato:

D: disconnection: disconnessione dall’altro;
R: reactivity: reattività, come risposte automatizzate dove si risponde ad esempio con rabbia e frustrazione perché il partner non è per come tu lo vorresti;
A: avoidance: evitamento di esperienze dolorose o aspetti non funzionali;
I: inside your mind: dentro la tua mente come condizione conseguenza dell’essere sconnessi dall’altro;
N: neglecting your values: la trascuratezza dei tuoi valori, spiega Russ Harris riconoscibile in quegli atteggiamenti in cui pur di non perdere un rapporto si tendono a negare i propri valori e l’attenzione viene posta su cosa è meglio evitare per non imbattersi più in liti, asti, conflitti.

Ecco dunque che, come ampiamente descritto nel testo Se la coppia è in crisi, ma emerso anche durante la nostra intervista, la vita di coppia e l’amore si accompagnano spesso a falsi miti ed aspettative errate che ci allontanano dalla realtà, spingendo sempre più coppie, finita la fase iniziale dell’innamoramento dove si sperimentano emozioni più intense e connotate positivamente, ad optare per la rottura del rapporto, oppure a rimanere nella relazione continuando a replicare le stesse strategie disfunzionali che peggiorano il problema, inasprendone la conflittualità.

Ma l’impresa più dura, sottolinea Russ Harris, non è trovare l’amore ma mantenerlo in vita nel tempo ed in questa impresa ciò che può tornarci utile sono abilità come lasciar andare la lotta contro il partner, aprirsi anche ai vissuti più dolorosi, dare valore, impegnarsi attivamente in poche parole: LOVE!

 

SE LA COPPIA È IN CRISI – Il video dell’intervista:

 

La ricerca psicologica durante l’emergenza sanitaria Covid-19 – Il primo episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi commentano l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del primo episodio della serie dedicato alla ricerca psicologica durante l’emergenza sanitaria da Covid-19.

 

LA RICERCA PSICOLOGICA DURANTE L’EMERGENZA SANITARIA COVID-19

 

La masturbazione femminile, dalla nascita dei tabù alla riscoperta dei benefici fisici e psicologici

Nonostante viviamo in una società evoluta, dove il sesso e le sue rappresentazioni sono continuamente ostentati, la masturbazione rappresenta ancora una zona d’ombra; qualcosa di cui è difficile parlare, probabilmente perché rappresenta la nostra sfera più intima e privata.

Giorgio Cornacchia – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

La masturbazione è una pratica autoerotica che consiste nella sollecitazione volontaria degli organi genitali, o di altre parti del corpo, allo scopo di ottenere piacere. È interessante osservare come il termine masturbazione possa essere contrapposto ad autoerotismo e come la loro etimologia possa essere ricondotta ad una dicotomia concettuale che si è creata a livello storico tra un’accezione negativa/positiva. Infatti l’autoerotismo (dal greco Autos: solitario e Eros: amore appassionato/desiderio sessuale) concerne l’amore per sé stessi, il desiderio e la passione vissuti solitariamente, mentre la masturbazione (dal latino Manu: mano e Stuprare: disonorare/violare) riconduce a qualcosa di sporco e di disonorevole (Stengers J., Van Neck A., 2009). Prima di procedere, mi preme sottolineare che nel corso dell’articolo utilizzerò solamente il termine masturbazione per una questione di comodità e non con un fine giudicante.

A differenza della masturbazione maschile, considerata per una serie di motivi storici, sociali e culturali un’azione consueta, la masturbazione femminile viene vista da sempre con molta meno spontaneità, nascosta da un certo alone di mistero e malizia. Essa, tuttavia, non è soltanto una pratica importante al fine di una vita sessuale soddisfacente ma una piacevole attività dagli importanti benefici sul piano fisico, psicologico e della salute globale della persona.

Nell’antichità la masturbazione era una pratica considerata normale. Nell’antica Grecia dove l’idea cattolica di “peccato” non esisteva, la sessualità veniva vissuta liberamente come un’attività sana e naturale. Non c’era nulla di proibito: il piacere sessuale era considerato necessario all’equilibrio ed era piuttosto l’assenza di attività sessuale a suscitare preoccupazione. La ricerca del piacere sessuale non era prerogativa esclusivamente maschile. I Greci conoscevano bene il desiderio femminile e in qualche modo lo temevano; per esempio, Euripide all’interno de Le Baccanti ben rappresenta questo terrore maschile che le donne, infervorate nella loro concupiscenza del piacere, potessero arrivare addirittura a smembrare l’uomo pezzo per pezzo. Secondo alcuni storici, inoltre, le donne greche praticavano liberamente la masturbazione; a sostegno di questa ipotesi viene considerato il fatto che intorno al 500 a.C., in particolare nella città di Mileto, si sviluppa una fiorente industria artigianale specializzata nella produzione di “olisboi”, peni artificiali in legno e cuoio che venivano anche esportati in tutto il mondo greco. Anche nel mondo romano il sesso non è oggetto di riprovazione sociale o morale, ma viene considerato una cosa buona, sana e normale. Almeno fino all’avvento del Cristianesimo che introducendo l’idea del peccato, degrada la sessualità ad attività impura e peccaminosa.

A mano a mano che il Cristianesimo si afferma, la libertà sessuale è sempre più repressa e il piacere carnale diventa colpa. I costumi sessuali vengono regolamentati dallo Stato e dalla Chiesa. Il sesso è accettato solo all’interno del matrimonio a scopo riproduttivo: tutto ciò che esula da questa finalità viene condannato come comportamento lussurioso. Il Cristianesimo stabilisce così una censura, destinata a caratterizzare la nostra civiltà, tra amore spirituale e amore carnale, una censura che ancora oggi è in parte presente nonostante il cambiamento dei costumi sessuali e nonostante la scienza ci abbia dimostrato come sia difficile scindere questi livelli nel vissuto individuale. Nella dottrina cristiana la condanna dell’amore carnale deriva dal peccato originale, che ha degradato l’uomo facendogli perdere la sua natura divina. La maggiore colpevole del peccato originale è Eva, la prima donna che ha disobbedito a Dio, lasciandosi sedurre dal serpente (metafora della sessualità) e inducendo Adamo ad assaggiare il frutto proibito. Durante questo periodo, a salvaguardare almeno in parte il piacere sessuale femminile dalla sua totale repressione era la credenza, tra l’altro rivelatasi erronea, che l’orgasmo femminile fosse necessario o utile alla procreazione. Già a partire da Ippocrate si era diffusa la teoria nota come “modello dei due semi”, secondo cui il concepimento avveniva grazie all’emissione di fluidi genitali procreativi sia da parte dell’uomo che della donna. L’orgasmo era considerato il segnale dell’emissione di questi fluidi e pertanto se l’orgasmo femminile non aveva luogo la donna non poteva rilasciare il proprio seme e il concepimento non avveniva. Nonostante questa teoria sia stata ben presto smentita dai fatti, per lungo tempo ha continuato a condizionare il modo di concepire il piacere femminile e le donne devono ringraziare proprio questa falsa credenza se hanno potuto godere di una vita sessuale soddisfacente nonostante tutti i limiti e le restrizioni imposti da Stato e Chiesa.

Effettuando un salto in avanti, nel Rinascimento riprendono gli studi anatomici ed è di quel periodo la scoperta fatta da uno scienziato veneziano, Matteo Realdo Colombo, di un piccolo organo che riteneva essere “principalmente il luogo del piacere femminile”. Nel suo testo De re anatomica, Colombo lo descrive così:

Se lo si tocca lo si scopre più turgido e oblungo tanto da mostrarsi come una sorta di membro maschile (…) se lo si strofina vigorosamente con un pene, o lo si tocca anche solo con un dito, a causa del piacere il seme volatile si sparge ovunque (…) senza tali protuberanze le donne non sperimenterebbero il piacere negli amplessi venerei né concepirebbero feti.

Questa “protuberanza” è oggi nota come clitoride. In epoca vittoriana, la sessualità femminile conosce un altro periodo di forte repressione. Nel 1842 l’Enciclopedia Britannica sostiene che durante il corteggiamento la donna deve mantenere un atteggiamento esteriore dolce e modesto ed esprimere i propri sentimenti solo con un “timido rossore” o “il più flebile dei sensi”. Il piacere femminile scompare anche all’interno del matrimonio: le mogli oneste, infatti, devono essere partner sessuali solerti ma prive di trasporto. Durante il sesso una signora dovrebbe rimanere immobile e acconsentirvi soltanto per compiacere il proprio marito e avere dei figli. Il fatto che una donna godesse del sesso era un sicuro segnale che si trattasse di una prostituta. La masturbazione, come facilmente immaginabile, rimane un tabù assoluto. Inoltre, come abbiamo visto fino ad ora, l’idea che l’orgasmo femminile fosse necessario al concepimento permetteva alle donne un’attività sessuale soddisfacente all’interno del matrimonio; tuttavia, le giovani donne, le vedove e le suore potevano soffrire di una serie di disturbi fisiologici derivanti da un accumulo di seme all’interno del corpo che in assenza di attività sessuale non potevano espellere. Già a partire dal IV secolo a.C. tutta una serie di comportamenti femminili giudicati deviati, come masturbazione, desiderio, fantasie, lubrificazione ma anche malinconia e irritabilità, vengono considerati come i sintomi di un disturbo tipicamente femminile: l’isteria. In altre parole, le manifestazioni del desiderio femminile inappagato vengono considerate un problema medico e come tale viene affrontato. Uno dei modi per curare questo disturbo femminile, raccomandato fin dai tempi di Ippocrate, è il massaggio delle parti genitali.

Non solo nell’antichità, ma anche nel Medioevo, nel Rinascimento e in epoca moderna il massaggio manuale della vulva da parte di un medico o di un’ostetrica rappresenta la cura d’elezione e fino agli anni Venti del Novecento è pratica usuale per qualsiasi medico di famiglia. L’orgasmo ottenuto in questo modo non veniva mai qualificato come tale. Si trattava di un intervento medico destinato a provocare una “crisi isterica” per purificare il corpo della donna dai suoi umori nocivi (Bernorio R., Passigato M., 2019). È solo all’inizio del novecento, con la nascita della Sessuologia segnata dai documenti di Havelock Ellis, dai Rapporti Kinsey e dalle ricerche di Master & Jhonson che quest’atteggiamento ostile, segnante i secoli precedenti, viene abbandonato riportando la masturbazione alla sua accezione originale di autoerotismo e quindi di amore solitario e impulso sessuale appagato tramite la stimolazione del proprio corpo. Grazie ai contributi della Kaplan (1975), inoltre, la masturbazione diventa anche un vero e proprio strumento utile al trattamento di quasi tutte le disfunzioni sessuali di carattere psicologico. La terapia sessuale da lei presentata, infatti, è caratterizzata da alcune fasi definite di Focalizzazione Sensoriale I e II attraverso le quali si attua, tramite la masturbazione (da soli o in coppia, a seconda del disturbo e delle condizioni) una riscoperta delle proprie sensazioni fisiche e psichiche.

Seguendo le teorie psicosessuologiche recenti possiamo considerare, quindi, la masturbazione come una componente molto importante nel processo di formazione della percezione di se stessi rispetto al nostro corpo. La consapevolezza del proprio corpo, delle sue forme, del suo linguaggio e delle sue possibilità di movimento e di risposta agli stimoli esterni non è una conoscenza innata o data una volta per tutte ma si costruisce nel tempo attraverso le diverse esperienze e la loro successiva memoria. Chi siamo, cosa proviamo, come orientiamo i nostri comportamenti dipende dalla consapevolezza di essere al mondo con il nostro corpo, dipende dal nostro Sé corporeo.

Naturalmente, all’inizio della vita, la prima tappa per la sua costruzione è la consapevolezza di essere un individuo separato dalla madre e dagli altri; poi, con l’apprendimento del linguaggio e della capacità di camminare e muoversi da soli nell’ambiente, il piccolo raggiunge una maggiore ricchezza di esperienze che ne modellano la personalità. Sapere che il proprio corpo è fonte di sensazioni piacevoli che si possono approfondire e riprodurre, come accade con la masturbazione, porta l’individuo a un percorso di autonomia e sviluppo e fa da base per i successivi sentimenti di autostima e autoefficacia. In sostanza, il bambino si crea un’idea del proprio valore e delle proprie capacità operative anche mediante l’esplorazione degli organi genitali. Dunque, la masturbazione rappresenta uno dei tanti modi per apprendere qualcosa di sé, non tanto e non solo sul piano sessuale, ma anche su quello psicologico (Consolo I., 2017). Mi preme sottolineare che la masturbazione rappresenta “uno dei tanti modi” di cui sopra poiché all’interno della sfera sessuale ogni individuo si muove in manierata totalmente soggettiva. A volte l’assenza della masturbazione può essere indicatrice di qualche tipo di difficoltà rispetto alla sessualità e/o rispetto alla percezione del proprio sé; altre volte l’assenza di questa può rappresentare una semplice scelta e vengono preferiti altri canali e metodi di conoscenza.

Demonizzare la masturbazione ha portato le persone nei secoli a non vivere appieno la sessualità in generale tuttavia è anche opportuno non fare della pratica masturbatoria un must. Bisogna promuovere una corretta informazione a riguardo favorendo lo sviluppo di un equilibrio nella propria vita sessuale e relazionale.

 

Il ruolo dell’empatia come mediatrice del contatto intergruppi

Il termine empatia deriva dal greco empateia e significa ‘sentirsi dentro l’altro’.

 

Si tratta, infatti, della capacità di mettersi nei panni dell’altro, aprendosi emotivamente e cognitivamente per comprenderne sentimenti e pensieri.

Bateson definisce l’empatia come una ‘risposta emotiva orientata verso l’altro, congruente con la percezione del suo benessere‘.

Secondo Eisenberg, il processo che conduce a provare empatia può essere suddiviso in tre capacità:

  • di discriminare e riconoscere in modo corretto le emozioni che esprime l’altro;
  • di assumere la prospettiva dell’altro;
  • di saper rispondere all’emozione altrui con un’altra altrettanta congrua.

Nel rapporto intergruppi l’empatia sembrerebbe avere un ruolo centrale. Numerosi studi, infatti, hanno mostrato che indurre uno stato empatico nei confronti di una persona appartenente ad un gruppo stigmatizzato può ridurre il pregiudizio verso l’intero gruppo ed accrescere la percezione di appartenere ad un’unica categoria (quella umana) e di condividere un destino comune.

Nel merito, dai risultati di un interessante studio che è stato condotto da Voci e Hewstone, emerge che il contatto riduce l’ansia ed aumenta l’empatia, che a sua volta migliora l’atteggiamento. L’empatia, inoltre, contribuendo ad incrementare la percezione di eterogeneità dell’outgroup, determina una significativa riduzione del pregiudizio, anche di quello sottile.

Gli autori, inoltre, rilevano vantaggi e limiti dell’empatia come fattore di mediazione del contatto:

  • vantaggi: è facile da indurre; non coinvolge situazioni ‘a rischio’; è maggiormente controllabile rispetto alle interazioni reali. Essendo una risposta emotiva può avere degli effetti notevoli sul pregiudizio e sul conflitto intergruppi; evoca motivazioni altruistiche slegate dal sé dei partecipanti.
  • limiti: è un fenomeno tipicamente interpersonale, per cui è bene che durante il contatto le appartenenze di gruppo siano tenute in considerazione. A tal proposito, non sempre viene associata al rispetto per l’altro, infatti, condiscendenza e percezione di sé percepite come superiori, non riducono il pregiudizio; permane il rischio che il gruppo venga considerato responsabile della situazione di difficoltà e che la conoscenza di tali situazioni possa attivare risposte difensive.

La paura del ‘diverso’, può offuscare ed ostacolare la curiosità e la voglia di conoscenza, lasciando spazio a idee che svalutano, costruiscono confini mentali, mettono limiti alla capacità di riconoscere e di rispettare culture e valori diversi dai propri.

In tal senso, la scuola potrebbe rappresentare per esempio, un ambiente privilegiato per concretizzare l’obiettivo dell’interculturalità. Si tratta, infatti, di un luogo di fondamentale importanza per la formazione, per l’acquisizione di conoscenze e di competenze, ma anche per la definizione della propria identità, personale e sociale. Ciò vale sia per gli adulti che per bambini ed adolescenti.

In altri termini, bisognerebbe pensare ad una formazione che abbia come oggetto la triade ‘Sapere’, ‘Saper fare’, ‘Saper essere’, che consenta di sviluppare competenze relazionali, quali empatia, capacità di ascolto, apertura mentale che risultano funzionali non solo a favorire il decentramento cognitivo e psicologico, ma anche ad evitare i rischi dell’identificazione e, per questa via, del distress (ovvero stati di angoscia e di turbamento particolarmente spiacevoli).

Il ‘Saper fare’, infatti, è la capacità di interpretare adeguatamente il ruolo in relazione al ‘Sapere’, cioè alle conoscenze specifiche, ed al ‘Saper essere’, ovvero alla consapevolezza delle personali modalità di affrontare le situazioni problematiche o, comunque, vissute come tali, sul piano interpersonale, gruppale, organizzativo/istituzionale.

Gelpi afferma che ‘i nuovi paradigmi si costruiscono attraverso una partecipazione attiva e creativa dell’individuo all’avventura educativa e culturale’; l’ambiente scolastico, in questo senso, rappresenta un terreno da coltivare e seminare secondo i principi dell’accoglienza e della cooperazione. In termini lewiniani, in un ambiente psicologico idoneo in cui si condividono esperienze e valori comuni, ciascun individuo può costruire la propria immagine di sé, nonché il proprio futuro.

Certamente, in alcuni casi, ci sono delle difficoltà oggettive da dover affrontare, la cui conoscenza tramite l’informazione e l’apprendimento di nuovi strumenti rappresenta una base fondamentale per l’espressione di sé e per la costruzione di relazioni più ‘intime’.

 

Le psicosi e l’organizzazione della mente secondo McLean e Freud: il ruolo della neuropsicanalisi

Cercare di comprendere le cause degli stati psicotici ha diviso, da sempre, gli studiosi in due gruppi, quello a cui appartengono coloro che credono che i disordini mentali siano causati da disfunzioni celebrali e quello di chi sostiene che le psicosi siano il risultato di una lotta dinamica tra le istanze psichiche dell’individuo (Jung, C.G. 1919).

 

La nascita della neuropsicanalisi sta attualmente cercando di colmare il divario tra le due scuole di pensiero.

Prima dell’affermazione della neuropsicanalisi (Kaplan-Solms K., Solms, M. 2000) l’avvento della teoria del cervello trino di Mc Lean (MacLean, P. D. 1990) aveva suggerito l’ipotesi di poter assegnare un correlato neuroanatomico alle istanze freudiane ma, pur potendo stabilire un parallelismo tra Mc Lean e Freud, non è possibile ritenere che il cervello tripartito possa essere la sede anatomica di Es, Io e Super Io (Freud S. 1923).

Paul Mc Lean è un neuroscienziato statunitense, che ha elaborato negli anni ’70 un modello del cervello umano detto triune brain, o cervello tripartito, secondo il quale il cervello umano è costituito da tre differenti formazioni anatomiche che presentano gradi evolutivi differenti (MacLean, P. D. 1990).

La parte più antica dal punto di vista evoluzionistico è anche la più profonda in termini anatomici ed è definita “cervello rettiliano” perché paragonabile, per finalità e modalità di funzionamento, al cervello di un rettile. Procedendo verso la parte più esterna del cervello, vi è il  “sistema limbico”, che si occupa di gestire la vita relazionale ed emotiva: permette di provare emozioni e sentimenti. Proseguendo verso i livelli superiori e più recenti in termini di evoluzione Mc Lean descrive la neo-corteccia, l’ultima in termini evolutivi e la sola che distingue realmente l’uomo dagli altri mammiferi. La neo-corteccia consente di sapere di esistere, di realizzare progetti complessi e creativi che esulano dal semplice bisogno affettivo, riproduttivo o di sopravvivenza, e permette il ragionamento puro ed astratto.

I singoli cervelli del modello di Mac Lean appaiono capaci, entro i limiti di ciascuno, di funzionare efficacemente in modo relativamente indipendente. Ognuno di loro incorpora infatti un gruppo sostanzialmente completo di programmi di ragionamento e di comportamento adeguati a garantire la sopravvivenza. Il cervello tripartito non è un sistema organico di parti, ciascuna delle quali se lesa o inibita può mettere in crisi il tutto, bensì una federazione di memorie, di schemi cognitivi e di programmi di comportamento in una certa misura autonomi, però capaci di integrarsi e potenziarsi a vicenda per sopravvivere in differenti tipi d’ambiente (Nardino E. 2020)

Trino è anche il modello proposto da S. Freud, la seconda topica del padre della psicoanalisi riconosce tre istanze psichiche: l’Es , l’IO ed il SuperIo . L’Es rappresenta la carica istintuale ed i bisogni pulsionali , l‘Io è l’istanza cosciente della personalità che si relaziona con il modo ed infine il SuperIo è l’insieme dei divieti sociali e delle regole percepiti dalla psiche e rappresenta la coscienza morale (Freud S. 1923).

Una macroscopica differenza tra i due modelli sta nel fatto che Freud non individua alcuna formazione anatomica per le istanze dell’appparato psichico. Egli rifiutava il locazionismo in voga ai suoi tempi. (Solms M., Saling M. 1986)

Attualmente un gruppo sempre più numeroso di ricercatori provenienti da discipline diverse sta percorrendo la strada della neuropsicoanalisi (Marzi G. (2005; Pankseep, J.1998; Ramachandran V.S. 1994) dando vita a un nuovo filone di ricerca che indaga le basi fisiologiche dei cambiamenti prodotti nel cervello dalle terapie psicoanalitiche, con l’obiettivo di individuare le radici fisiologiche dei concetti base della psicoanalisi, come ben descritto dalla scrittrice americana Casey Schwartz nel saggio In the Mind Fields: Exploring the New Science of Neuropsychoanalysis. Al convegno del 2015 del Centro Milanese di Psicoanalisi dedicato a L’esperienza delirante è stato invitato a partecipare il neuroscienziato Georg Northoff, che ha mostrato grazie al neuroimaging come si manifestino all’interno del cervello le allucinazioni che i pazienti psicotici vivono come se si trattasse di una realtà esterna. Otto Kernberg, noto per i suoi studi sui pazienti con gravi disturbi della personalità, che utilizza per le sue ricerche strumenti di neuroimaging (Goldstein M., Tuescher O., Kenberg O. et al.2007), ha dichiarato:

La psicoanalisi è molte cose diverse: una teoria della personalità, una terapia e un metodo per investigare i fenomeni inconsci. Ma in passato è stata gravemente limitata dal fatto di aver ignorato le basi biologiche del funzionamento mentale, rinunciando a dialogare con le altre scienze. (Cicerone P.E. 2015)

Anche esistendo delle analogie tra il modello di McLean e quello freudiano non è assolutamente possibile riconoscere una corrispondenza tra Es e cervello rettiliano, Io e sistema limbico e tra neocorteccia e SuperIo.

Tuttavia, per entrambi gli autori, la salute mentale e psicologica è determinata dal dialogo e dall’equilibrio tra le tre parti dell’apparato psichico.

 

The Bad Doctor (2014) di Ian Williams – Recensione del libro

The Bad Doctor, un romanzo a fumetti, un libro diverso dal solito ma che presenta in modo chiaro e completo, sia per le trame che per le rappresentazioni grafiche, il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC).

 

Scritto in lingua inglese, ci presenta la vita e le giornate del Dottor Iwan James, medico di base in lotta con i ricordi ed i pensieri intrusivi che si presentano nella sua mente e che hanno origine fin da bambino.

Da una lettura clinica del romanzo a fumetti, possiamo vedere i suoi rituali compulsivi, come il toccare un certo numero di volte e salutare i suoi pupazzi ogni sera prima di andare a dormire, per evitare temute disgrazie e catastrofi del giorno dopo, il sentirsi responsabile della sicurezza e della salute dei suoi cari, e poi la morte del cane al quale era particolarmente legato, vivendo ciò come punizione divina per aver ascoltato musica contenente blasfemie..

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DEL LIBRO

Immagine 1 – The bad doctor

Immagine 2 – The bad doctor

Immagine 3 – The bad doctor

Immagine 4 – The bad doctor

Immagine 5 – The bad doctor

Immagine 6 – The bad doctor

Immagine 7 – The bad doctor

Immagine 8 – The bad doctor

Ma seguiranno poi altre forme di ossessioni e dubbi amletici, come quello di essere posseduto e tentato dal male, e tanti altri, solleticati anche dai momenti importanti della sua vita come diventare genitore o la sua crisi di coppia.

I disegni, come è possibile visionare dalle immagini presenti all’interno dell’articolo, rendono immediatamente l’idea di cosa si stia parlando, non soltanto per gli addetti ai lavori ma anche per chi è vittima del DOC.

Si mettono a fuoco gli aspetti salienti del disturbo stesso, quali il senso di colpa e di responsabilità, l’intrusività del pensiero ed il tentativo fallimentare di allontanare, riparare o prevenire gli stessi.

Il romanzo si articola tra la vita del dottore nel suo lavoro come medico di base e la sua vita interiore, governata da dubbi e paure.

Personalmente lo ritengo un lavoro molto bello ed originale in tema di DOC, un romanzo in cui l’autore ha curato grafiche e contenuti, centrando il suo obiettivo, ossia rappresentare la lotta interiore di chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo.

Consigliato agli addetti ai lavori, appassionati di fumetti e persone alle prese con il DOC!

 

I giovani e la ricerca di sostegno psicologico: quali sono i principali ostacoli?

Lo studio preso in esame ha esaminato l’impatto dello stigma personale, lo stigma percepito e l’auto-stigma, sullo stigma del trattamento nella popolazione universitaria e quindi gli ostacoli alla ricerca di sostegno psicologico.

 

Gli studenti universitari costituiscono una parte della popolazione caratterizzata da specifici fattori di rischio rispetto alla salute psicologica. Difatti, essi manifestano elevati livelli di ansia, depressione e, circa il 36,1% riferisce di aver preso in considerazione il suicidio, almeno una volta nella vita (Center for Collegiate Mental Health, 2018). Nonostante questi dati, la maggior parte degli studenti che presentano disturbi psicologici, non cerca cure (Blanco et al., 2008) e i dati mostrano che il 60 % delle persone con disturbi mentali, non ha ricercato un trattamento nell’ultimo anno (Han et al., 2015). Per coloro i quali hanno fatto richiesta di terapia, invece, il lasso di tempo trascorso tra l’esordio del disturbo ed il contatto iniziale, varia dai 6 ai 23 anni, a seconda del tipo di disagio percepito (Wang et al., 2005).

I dati appena esposti esplicitano dunque la necessità di indagare quali siano le ragioni che ostacolano i giovani adulti nel ricercare le cure di cui necessitano.

In una revisione sistematica della letteratura, stigma, imbarazzo e problemi legati al riconoscimento dei sintomi, sono emersi come i principali ostacoli legati alla ricerca di sostegno psicologico (Gulliver, Griffiths & Christensen, 2010).

Per stigma personale si intende quell’insieme di convinzioni negative che un individuo ha nei confronti di coloro i quali soffrono di una malattia mentale (Corrigan, 2004). Negli studenti universitari, è stato dimostrato che alti livelli di stigma personale sono associati ad una diminuzione dell’intenzione di intraprendere una terapia (Pedersen & Paves, 2014).

Lo stigma percepito, invece, è la convinzione che gli altri non percepirebbero positivamente il fatto che un altro individuo soffra di un disturbo mentale (Busby Grant et al., 2016). È stato dimostrato che alti livelli di stigma percepito sono associati ad atteggiamenti sfavorevoli rispetto alla richiesta di terapia (Jennings et al., 2015).

L’auto-stigma comporta l’interiorizzazione di convinzioni ed atteggiamenti negativi nei confronti della malattia mentale di cui si è affetti. (Corrigan & Watson, 2002). Analogamente ai risultati per lo stigma personale e percepito, gli studenti universitari con livelli più elevati di auto-stigma avevano meno probabilità di essere aperti alla ricerca di cure (Currier, McDermott, & McCormick, 2017).

Vi è poi lo stigma legato al trattamento, ovvero quell’insieme di credenze negative che un individuo ha nei confronti della cura e dei professionisti che operano nell’ambito della salute mentale (Currier et al., 2017). Secondo la letteratura, lo stigma del trattamento precede e influenza negativamente l’intenzione di cercare supporto terapeutico (Currier et al., 2017).

Anche la scarsa alfabetizzazione in materia di salute mentale è stata definita come un ostacolo rispetto alla ricerca di cure (Gulliver et al., 2010). Difatti, una maggiore conoscenza dei disturbi psicologici sembra essere correlata alla diminuzione dei livelli di stigma personale (Patalay et al., 2017).

Alcuni studi, inoltre, hanno dimostrato come le convinzioni e gli atteggiamenti genitoriali influenzino i comportamenti dei figli, anche durante il periodo universitario (Cail & LaBrie, 2010). Ricerche precedenti hanno dimostrato l’esistenza di una relazione tra l’atteggiamento dei genitori e dei figli nei confronti della terapia, che a sua volta ha influenzato l’intenzione dello studente universitario di richiedere un trattamento psicologico (Vogel et al., 2009).

Sulla base di quanto appena esposto, lo studio preso in esame si è posto l’obiettivo di colmare alcune lacune presenti in letteratura. In primo luogo, è stato esaminato l’impatto che lo stigma personale, percepito e l’auto-stigma, esercitano sullo stigma del trattamento nella popolazione universitaria. Poiché lo stigma del trattamento precede l’intenzione di intraprendere una terapia, la comprensione dei suoi possibili predittori potrebbe fornire ulteriori informazioni sulle motivazioni per le quali gli studenti universitari non cercano assistenza quando necessario. In secondo luogo, è stato valutato il ruolo che gli atteggiamenti e le convinzioni genitoriali esercitano sui sistemi di credenze degli studenti. Infine, è stata analizzata l’influenza della precedente educazione ricevuta dagli studenti in merito ai disturbi psicologici, in modo da poter raccogliere maggiori informazioni sull’effetto che tale formazione può avere sulle differenti tipologie di stigma.

Lo studio è stato condotto su un campione costituito da 69 studenti. Inoltre, anche 39 genitori hanno fornito la loro disponibilità.

Sono state utilizzate le sottoscale dell’Endorsed and Anticipated Stigma Inventory per misurare lo stigma personale, quello percepito e lo stigma del trattamento (Vogt et al., 2014) e il Self Stigma of Mental Illness Scale (Tucker et al., 2013) è stato utilizzato per valutare l’auto-stigma. Infine, ai partecipanti è stato chiesto se avessero ricevuto un’istruzione rispetto ai disturbi psicologici e, in caso di risposta affermativa, è stato chiesto loro di indicare dove avessero ricevuto tali nozioni.

I risultati hanno mostrato come le differenti tipologie di stigma predicevano in modo significativo lo stigma al trattamento. Inoltre, alti livelli di stigma da parte dei genitori si sono rivelati essere dei predittori significativi dell’auto-stigma da parte dei figli. Difatti, gli studenti che crescono con genitori che presentono un pregiudizio nei confronti di coloro i quali manifestano disturbi psicologici, si potrebbero sentire a disagio qualora dovessero sviluppare in prima persona un disturbo di questa natura. Da questo punto di vista, sarebbe dunque necessario intervenire affinché si possa ridurre lo stigma genitoriale ed informare questi ultimi di come il loro sistema di credenze possa essere interiorizzato dai figli, anche in età adulta.

Inoltre, è stato confermato che coloro che avevano ricevuto un’istruzione precedente sui disturbi psicologici, avevano ridotto significativamente i livelli di stigma personale, ma non quelli di auto-stigma. Una possibile spiegazione è che coloro i quali possiedono una comprensione più accurata dei disturbi psicologici sanno come essi influenzano significativamente la qualità di vita di un soggetto, motivo per cui, l’ipotesi di poter subire tale impatto, determina sentimenti negativi diretti verso sé stessi.

Concludendo, sarebbe necessario integrare i programmi psicoeducativi sulla salute mentale con una descrizione accurata delle differenti tipologie di stigma. In secondo luogo, potrebbe essere utile discutere, all’interno dei programmi di formazione, le statistiche relative al recupero da disturbi psicologici ed impegnarsi, affinché i giovani comprendano cosa fare, a seguito dell’esordio dei primi sintomi.

 

La ferita all’onore, la cultura dell’onore – Il secondo episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

LA FERITA ALL’ONORE, LA CULTURA DELL’ONORE:

Sfidare l’AIDS, il fenomeno Bugchasing: quali motivi spingono a contrarre volontariamente il virus?

Il motivo per il quale alcune persone cerchino volontariamente di contrarre il virus dell’HIV non è stato ancora chiarito sebbene siano state avanzate delle ipotesi a riguardo.

Giorgio Cornacchia – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Sfidare l’AIDS, cercare coscientemente il contagio facendo sesso estremo, senza preservativo. Un gioco, un fenomeno, una sottocultura in grande espansione nata negli Stati Uniti intorno agli anni 80 del secolo scorso e diffusasi anche in Europa nel decennio successivo, caratterizzata da eccitazione sessuale e sfida alla morte, il Barebacking (dall’inglese Bareback: montare a cavallo senza sella) consiste nell’organizzare party sessuali di gruppo in cui non viene consentito l’uso del profilattico. Esistono diversi tipi di incontri di barebacking: incontri tra soggetti tutti positivi dove ogni individuo partecipante è HIV-positivo, incontri tra soggetti tutti negativi dove si suppone che ogni soggetto sia HIV-negativo, incontri di conversione in cui alcuni individui si rendono disponibili a contrarre l’infezione da parte dei donatori e incontri di roulette russa in cui sono presenti sia individui HIV-positivi che negativi e quest’ultimi si assumono il rischio di venire infettati avendo rapporti non protetti con soggetti HIV-positivi dei quali, a seconda delle circostanze, si può essere o non essere a conoscenza (Del Bono M., et al., 2001). Apparentemente sembrerebbe che il rifiuto all’uso del profilattico sia dato dal fatto che la sua presenza vada a modificare la qualità delle erezioni e le sensazioni di piacere nell’uomo e nella donna. Tuttavia, la principale motivazione delle persone partecipanti a questi party sarebbe il fatto che contrarre l’HIV garantirebbe poi di poter avere rapporti sessuali in totale tranquillità e libertà. Ma la realtà è ben diversa. Ad oggi, forse a causa della certezza che di AIDS non si muore più, che la malattia è in fase regressiva e che esistono cure efficaci, il virus HIV fa meno paura e lo si può persino eroticizzare. Il miglioramento della gestione medica dell’HIV, comprese le terapie antiretrovirali (HAART), ha indubbiamente reso la malattia non più sinonimo di morte certa; tuttavia, molti non considerano l’alta probabilità di contrarre altri tipi di patologie sessualmente trasmissibili quali l’epatite C, la sifilide, l’herpes genitale, la gonorrea o un diverso ceppo di HIV farmaco-resistente con ulteriore indebolimento del sistema immunitario (Kippax S., Race K., 2003). I cambiamenti nelle percezioni sulla gravità dell’HIV, le mancate considerazioni circa il rischio di altre patologie sesso correlate e la superficialità di simili scelte, non solo possono avere gravissime conseguenze sullo stato di salute della persona, ma possono aumentare vertiginosamente il rischio di contagio dei futuri partner, creando così un effetto domino di difficile, se non impossibile, gestione. Inoltre, è importante precisare che in Italia avere un rapporto sessuale con la deliberata intenzione di contagiare il partner o qualsiasi altro individuo, espone a una denuncia per lesioni personali gravissime secondo gli artt. 582-583 del c.p., indipendentemente dal fatto che la persona contagiata sia consenziente o meno al momento del rapporto.

La pratica sessuale, che governa i suddetti incontri di barebacking, viene definita Bugchasing; questo termine deriva dalle parole inglesi bug, che significa “insetto”, “virus” e to chase, “cacciare”, per cui “caccia al virus”. I protagonisti di questa pratica sono i bug chaser, coloro che vanno a caccia di individui sieropositivi, che in questo caso vengono chiamati i gift givers (dall’inglese gift, regalo e to give, dare, donare) al fine di effettuare una siero-conversione, da HIV-negativi a HIV-positivi. Inoltre, secondo la filosofia di questi gruppi, la sieropositività è un regalo e i donatori trasmettono ai bugchasers una sorta di “stigmate”, l’infezione, che in certi casi viene addirittura percepita come un’inseminazione e quindi metafora di una gravidanza per chi la riceve. Questo fenomeno si muove fondamentalmente tramite la rete, in cui si possono reperire siti specializzati e finalizzati agli incontri. In origine il fenomeno del bugchasing era circoscritto agli omosessuali maschi a causa della maggiore incidenza dell’AIDS nell’ambiente gay; recentemente, invece, questo fenomeno si sta diffondendo anche fra la comunità lesbica e fra gli eterosessuali (Del Bono M., et al., 2001).

Il motivo per il quale queste persone cerchino volontariamente di contrarre il virus non è stato ancora chiarito sebbene siano state avanzate delle ipotesi a riguardo. I bugchasers stessi dichiarano varie motivazioni relative alla loro scelta: per alcuni il rischio relativo a contrarre il virus dell’HIV aumenterebbe il desiderio durante l’atto sessuale, anche se alcuni di essi dichiarano di non avere necessariamente un vero e proprio desiderio di contrarre il virus. Inoltre, nonostante la comunità HIV abbia avuto molte difficoltà da quando il virus è stato scoperto, alcuni individui sieronegativi vedono la suddetta comunità come uno spazio di accettazione, dove si è in grado di essere sessualmente liberi. I cacciatori di bug vogliono far parte di una comunità e hanno forse bisogno di vivere un senso di appartenenza che in qualche modo si manifesta come una necessità; infatti, alcuni di questi ritengono che essere nella comunità HIV li renda parte di qualcosa di speciale. La solitudine, quindi, può essere tra le motivazioni che spingono queste persone a fare determinate scelte. Molti di questi uomini, infatti, non vogliono morire da soli, e cercano di controllare il proprio destino quando si tratta di morte. Inoltre, molte persone sentono che la società li ha trattati ingiustamente e si sentono liberati una volta contratto il virus perché ritengono che l’HIV insegnerà loro come essere più forti e trovare loro stessi. Altri ancora considerano l’essere infettati come qualcosa di estremamente erotico, l’ultimo estremo atto sessuale rimasto da compiere, per ribellarsi al dogma del sesso senza rischi, del sesso con alte dosi d’ansia, non libero e poco eccitante. Un’altra possibile ragione potrebbe essere che alcuni ritengono che l’HIV farà del sesso sicuro un punto controverso, e così, di conseguenza, credono che il contagio possa portarli a sbarazzarsi di ogni ansia di dover sempre preoccuparsi di un eventuale contagio (Grov C., Parson J.T., 2006). Un altro fenomeno riguarda quello che coppie cosiddette “discordanti”, formate da una persona sieronegativa ed una sieropositiva. In questo caso la siero-conversione vista come l’unico modo per tenere insieme la coppia perché spesso il partner sieropositivo interrompe il rapporto proprio per paura di infettare la persona che ama (Gauthier D.K., Forsyth C.J., 1999). Un’ultima possibile spiegazione del fenomeno si basa sulla dipendenza sessuale (sexual addiction). La dipendenza sessuale, secondo il modello di Carnes (1983), può dividersi in tre livelli: un primo livello caratterizzato da un’eccessiva masturbazione o un uso di materiale pornografico, un secondo livello caratterizzato da comportamenti esibizionistici e, infine, un terzo livello caratterizzato da atti sessuali quali stupro o incesto. Inoltre, la dipendenza sessuale può esplicitarsi in individui che soffrono d’ansia o di bassa autostima. Questi ultimi, per ridurre i livelli d’ansia avrebbero dunque bisogno di mettere in atto comportamenti sessuali. Con il passare del tempo, però, l’appagamento derivante da questi comportamenti sessuali diminuisce e, per ridurre gli stati d’ansia, è necessario metterne in atto sempre di più e sempre più rischiosi. Secondo questa teoria, che attualmente si dimostra la più accreditata, probabilmente gli uomini che praticano il bugchasing lo farebbero poiché hanno raggiunto un grado di dipendenza sessuale così elevato che contrarre il virus dell’HIV sarebbe, per loro, l’ultima frontiera per placare i loro stati d’ansia attraverso il comportamento sessuale.

I processi psichici sottostanti ai comportamenti che caratterizzano il fenomeno del bugchasing possono essere ricercati in relazioni conflittuali verificatesi con precedenti figure d’attaccamento, in particolare padri violenti o madri dominanti o anaffettive. Esiste in queste persone una profonda inibizione del piacere che li porta a giocare con la propria vita. Inoltre, le persone si trovano in una condizione di intorpidimento emotivo a cui consegue un errore nell’interpretazione emotiva della realtà interpersonale poiché è in atto un processo di dissociazione emotiva, di mancanza di processi di mentalizzazione. Infine, è molto probabile che all’origine di questo comportamento ci siano un forte disagio psicologico, una bassa autostima e problemi di identità che determinano l’emergere di sintomi depressivi e/o autolesionistici, precursori di disturbi ben più gravi e definiti come il disturbo depressivo o il disturbo Borderline di personalità. Discorso a parte riguarda gli adolescenti, soprattutto se di sesso maschile; il rischio, così come la ricerca del proibito sono elementi di grande attrattiva. I ragazzi durante l’adolescenza vivono una sorta di delirio di onnipotenza, lo stesso principio di quando si gioca alla roulette russa: più ci si avvicina al rischio di morire e più la pratica diventa attraente. Non è tuttavia solo la noia a generare questi comportamenti; infatti, alla base di queste gravi e rischiose condotte si trova anche una difficoltà del soggetto a confrontarsi con la realtà e a percepire chiaramente i propri contorni psichici. A tal proposito, un sostegno psicologico scolastico potrebbe essere utile e necessario per capire la propria struttura di personalità e i propri pensieri legati al rapporto con l’altro. Inoltre, insegnare ai giovani fin dai primi banchi di scuola ad associare la poliedrica sfera della sessualità all’amore e alla relazione nel rispetto di sé stessi e degli altri significherebbe garantire loro un futuro sessuoaffettivo il più possibile immune dai pericoli, dalle malattie e dalla morte. L’educazione alla sessualità e all’affettività deve rappresentare quel lento ma continuo processo d’alfabetizzazione sessuale utile a facilitare il proliferare di una sessualità sana, rispettosa e, perché no, anche trasgressiva ma lontana da pericoli per la propria e l’altrui salute.

 

Come reagisci davanti alle emozioni del tuo bambino?

Ciò che i genitori pensano e provano riguardo alle emozioni proprie e dei figli, incide nettamente sullo sviluppo emotivo del bambino.

 

Tutti gli esseri umani possiedono delle emozioni di base e delle espressioni universali che si sviluppano e assumono una diversa valenza in base al contesto culturale in cui si trovano. Infatti, in alcune culture l’espressione di determinate emozioni è considerata positiva e in altre culture no. Per esempio, la rabbia nelle culture occidentali non è considerata allo stesso modo delle culture orientali. Il modo in cui le emozioni saranno presentate al bambino, andrà ad incidere sul modo in cui egli si muoverà nel mondo e sul modo in cui andrà ad interagire e ad interpretare il contesto in cui vive. L’interpretazione dell’espressione dello stato emotivo del bambino da parte dell’adulto, la sensibilità materna, il saper leggere e comprendere i suoi segnali, la capacità di rispondere in modo tempestivo ed appropriato inciderà sullo sviluppo globale di quest’ultimo e sul suo sviluppo emotivo. Il bagaglio emotivo dei più piccoli dunque è interconnesso alla cultura circostante, al tipo di relazione instaurata con il bambino da chi se ne prende cura (caregiver) e da quella che la psicologia definisce Filosofia meta-emotiva.

La filosofia meta-emotiva: le idee dei genitori sulle emozioni dei loro figli

La meta-emozione, riguarda le idee che le persone elaborano sulle proprie e sulle emozioni altrui e i pensieri e i sentimenti che un individuo formula su di esse. In questo caso dunque, ci si riferisce alle idee e i sentimenti che i genitori sviluppano nei confronti dello stato emotivo dei propri figli.

I genitori hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo della sfera emotiva del bambino e nel modo in cui egli andrà ad esprimere, comprendere e regolare le emozioni. Il bambino avrà idee e sentimenti rispetto a queste ultime, in base a come esse vengono considerate e gestite dai genitori durante la vita quotidiana. Ad esempio, il modo in cui l’adulto fronteggia una propria emozione e quella del bambino, incide sull’idea che il bambino stesso formulerà su di essa. Se l’adulto ritiene che la paura sia un’emozione da evitare, molto probabilmente anche l’idea del figlio sarà la stessa. Tutto ciò viene definito come Filosofia della meta-emozione (Gottman, Katz e Hooven,1997).

Allenare i figli alle emozioni

Alcuni genitori praticano la socializzazione emotiva in modo intenzionale, utilizzando strategie mirate nell’interazione con il bambino per promuovere l’espressione, la comprensione e l’autoregolazione delle emozioni in relazione a quelle che sono le norme del contesto sociale e culturale circostante. Essi, essendo a stretto contatto fin da subito con il bambino, trasmettono tutte le loro conoscenze riguardo alle emozioni, veicolando modelli espressivi di quest’ultime, trasmettendo informazioni a riguardo e contribuendo e incidendo sullo sviluppo della competenza emotiva, rendendo i loro figli in grado di regolare in modo migliore il loro stato emotivo e di conseguenza di essere più abili nelle interazioni sociali con i pari e più competenti socialmente. Questi genitori sono consapevoli delle proprie emozioni positive e delle proprie emozioni negative e sono in grado di individuarle anche nei loro figli. I genitori che assumono questo stile educativo, mettono in atto una filosofia meta-emotiva, detta Philosophy Emotion Coaching. Questi possono essere considerati come allenatori di emozioni (Gottman, Katz e Hooven, 1996), in quanto guidano i bambini e li sostengono durante l’espressione delle emozioni sia positive che negative. Sono genitori che considerano le emozioni come occasioni di insegnamento, infatti si impegnano a dare significato alle emozioni, aiutando il bambino nella verbalizzazione dello stato emotivo che sta sperimentando, senza sottovalutare o negare le emozioni considerate negative, quali la rabbia e la tristezza. Essi sono propensi al confronto, guidano e accompagnano il bambino all’individuazione di strategie per far fronte alle diverse situazioni. Questo concetto va al di là del modo di fare premuroso da parte del genitore. Per esempio le pratiche parentali orientate solo alle emozioni positive, non indicano che i genitori siano in grado di riconoscere e accettare l’emozione del bambino.

Un genitore che si mostra sensibile e attento allo stato emotivo negativo del bambino, nonostante voglia aiutare quest’ultimo, è possibile che lo faccia sottovalutando l’emozione o negandola affinché venga superata in fretta. Questo modo di fare lo si può associare invece, al secondo tipo di filosofia emotiva, la Dismissing Meta-emotion Philosophy. Quest’ultimo concetto riguarda i genitori che non sono capaci di assistere il bambino nel momento in cui questo fa esperienza di emozioni negative, ma sono più orientati verso un approccio che ha l’obiettivo di superare in fretta la situazione circostante. Essi mettono in atto strategie volte a distrarre il figlio, spostando il focus di attenzione e dimostrando spesso intolleranza verso alcune emozioni. L’insofferenza dei genitori, spesso può condurli a strategie di punizione, provocando nel bambino un senso di inadeguatezza. Per molti di questi genitori, le emozioni devono essere evitate e minimizzate. Il mondo delle emozioni negative è visto come pericoloso (Gottman, Katz e Hooven; 1996, p.245). Lo stile educativo di questi genitori è orientato al rimprovero e alla punizione, in risposta ad espressioni emotive non gradite, come la rabbia e la tristezza, portando a conseguenze sullo sviluppo della competenza emotiva.

Le distinte filosofie meta-emotive, in correlazione con i diversi stili educativi, guidano gli adulti nell’approccio con il bambino in modi del tutto differenti, andando ad influire sulla meta-emozione del bambino e quindi sull’idea che egli avrà su ogni singola emozione e sul suo sviluppo socio-emotivo.

L’influenza dei genitori sulla regolazione emotiva dei figli

Ciò che i genitori pensano e provano riguardo alle emozioni proprie e dei figli, incide nettamente sullo sviluppo emotivo dei bambini. È stato verificato che i bambini con genitori che hanno assunto uno stile educativo orientato all’accettazione delle emozioni positive e negative dei propri figli, sono bambini che possiedono una maggiore capacità di mettersi nella prospettiva dell’altro e soprattutto di comprendere il pensiero e le emozioni altrui. Questi bambini utilizzano maggiormente strategie di coping di fronteggiamento, affrontando dunque le problematiche e cercando aiuto nei momenti di difficoltà, e meno strategie di coping di evitamento del problema. Infine, questi bambini risultano avere maggiore capacità di regolazione delle emozioni. Si può dire dunque che una socializzazione emotiva appropriata e quindi una emotion coaching philosophy, va ad influire positivamente sulla capacità dei più piccoli di assumere la prospettiva dell’altro e di regolare le proprie emozioni in base al contesto e di conseguenza di mettere in atto più comportamenti prosociali. Tutto ciò, come la letteratura afferma, va di conseguenza ad incidere sulla competenza sociale del bambino e sulle relazioni interpersonali da lui intraprese.

Quanto detto dunque, indica che rispetto allo sviluppo del bambino nulla può essere lasciato al caso e che lo stile genitoriale da assumere con i figli deve essere contrassegnato dalla consapevolezza degli adulti che a loro volta non devono essere abbandonati al loro ruolo genitoriale come se quest’ultimo fosse totalmente frutto dell’istinto di ognuno. Anche i genitori infatti, hanno bisogno di supporto da parte di figure esperte nel campo affinché possano mettere in atto un lavoro introspettivo e di conseguenza individuare e riflettere sulle strategie da loro utilizzate, soprattutto inconsapevolmente. Solo così dunque, si può rompere la catena del passaggio intergenerazionale di stili genitoriali non adeguati, che spingono i bambini e quindi i futuri adulti ad evitare e gestire in modo non appropriato il mondo delle emozioni con conseguenze a livello sociale.

La filosofia meta-emotiva e il covid

Il modo in cui i genitori hanno gestito le proprie emozioni e le emozioni dei propri bambini durante questo periodo particolarmente difficile, andrà sicuramente ad  incidere sull’idea che i più piccoli formuleranno sulla paura, sulla tristezza, sulla rabbia e su tante altre emozioni. Tanti sono i genitori che durante il periodo di lockdown spaventati dalle loro emozioni negative, hanno reagito evitando il problema, per esempio non parlandone o spingendo l’attenzione su altri focus provocando molta più ansia e più confusione nei più piccoli. Questi adulti hanno perso un’occasione importante per poter insegnare ai propri figli, attraverso un’esperienza diretta e condivisa, a gestire il proprio stato emotivo e ad insegnare loro l’importanza dell’accettare e del vivere ogni emozione a pieno, positiva o negativa che sia. La filosofia meta-emotiva dei genitori è fondamentale per lo sviluppo emotivo del bambino e, in quanto tale, bisognerebbe approfondire attraverso ulteriori studi il modo in cui si possa andare a promuovere uno stile parentale di emotion coaching. Sarebbe opportuno dunque focalizzare l’attenzione e le ricerche future sulla prevenzione, affinché si possa evitare o regolare uno stile parentale orientato all’evitamento e alla non accettazione delle emozioni negative. Sarebbe necessario formulare ricerche-intervento e incontri informativi e formativi all’interno dei contesti educativi che prevedano il coinvolgimento di tutti gli adulti che vivono quotidianamente con i bambini.

 

La paura del giudizio

La paura del giudizio è ritenuta essere una paura comune, provata da tutti gli esseri umani in differenti gradi, e che trova le proprie motivazioni in comportamenti di ricerca di approvazione, accettazione e vicinanza da parte dei propri simili e del gruppo di appartenenza.

 

Tutti gli individui sentono il bisogno di dare agli altri un’immagine positiva di sé, di essere approvati e giudicati in modo positivo. Questo bisogno porta talvolta a provare una normale ansia, soprattutto in alcune situazioni, come per un esame o per una presentazione importante, ma in alcuni soggetti accade che la paura del giudizio diventi una reazione esagerata per intensità e/o per durata e arrivi ad arrecare sofferenza e difficoltà psicologiche ed emotive.

La paura del giudizio si può presentare sotto forma di ansia da prestazione, di ansia sociale o di ansia generalizzata e può portare con sé conseguenze e reazioni che invalidano i tentativi di gestirla.

Nei bambini l’ansia da prestazione può manifestarsi con continue domande di adeguatezza rispetto ai disegni o ai compiti svolti, con una mancanza di autonomia e continue richieste di essere aiutati e affiancati oppure con manifestazioni di comportamenti provocatori in segno di protesta ed evitamento della situazione temuta come giudicante. L’ansia sociale potrebbe esprimersi come timore di andare a scuola, isolamento o atteggiamenti razionalizzanti come ad esempio ‘Sto bene se gioco da solo, mi piace così’. Ci potrebbero essere, inoltre, segnali di malessere più generici e legati alle funzioni primarie (cibo, sonno, controllo sfinterico ecc.) che, a una più approfondita indagine, potrebbero riferirsi a un malessere dovuto al timore di giudizi di compagni, insegnanti o genitori.

Negli adolescenti questa paura si potrebbe manifestare con atteggiamenti di perfezionismo e meticolosità, portando il ragazzo o la ragazza a occupare gran parte del proprio tempo in quell’attività e a diventare lenti e mai soddisfatti di ciò che si ottiene, oppure con atteggiamenti di esagerato menefreghismo, superiorità nei confronti degli altri e disinteresse alle critiche o ai consigli (anche quelli costruttivi).

Da adulti, solitamente, si impara a gestire sempre meglio questo timore e ad accettare l’esistenza del giudizio altrui come facente parte della realtà; si vive la critica in modo meno personale e si arriva a non lasciarsi ‘distruggere’ psicologicamente dai giudizi negativi. Conoscendo meglio sé stessi, i propri limiti e risorse, si dovrebbe arrivare ad una sufficiente accettazione delle proprie aree di fragilità.

Quando questa buona integrazione del giudizio all’interno delle proprie rappresentazioni non avviene, ad esempio in qualche area della vita che rimane altamente investita e in qualche modo irrisolta, si utilizzano strategie di gestione non sempre positive. Una di queste strategie è l’evitamento delle situazioni ritenute fonte di giudizio negativo, modalità che porta generalmente a un mantenimento e ad un aumento della paura, che, non venendo affrontata, non può essere risolta.

Nella storia dell’uomo, inoltre, il concetto di giudizio si è meritato posizioni di grande valore e importanza; in questa occasione, cito due grandi narrazioni che ritengo essere utili ai fini della comprensione di questa tematica.

Una prima narrazione è quella che appartiene alla religione cristiana: il Giudizio Universale o Finale. Essa si fonda sulla credenza che il figlio di Dio tornerà sulla Terra, alla fine dei tempi, per giudicare tutti gli uomini e, in base alla bontà o meno delle azioni commesse, destinarlo al Paradiso o all’Inferno. Questa credenza di un luogo dopo la morte, di pace o dannazione, è visione comune a molte religioni e costituisce proprio la conseguenza più o meno positiva del Giudizio Divino.

Un’altra narrazione, allo stesso tempo storica, religiosa e mitologica, fa parte dell’affascinante mondo egizio e si riferisce alla cerimonia della pesatura del cuore (o dell’anima). Questo antico rituale, condotto secondo la tradizione dal Dio Anubi, sottoponeva il defunto ad una pratica di pesatura del cuore per poter valutare la sua moralità e purezza d’animo e in base ad essa decidere della sua sorte.

Questi brevi scorci di storia religiosa e non solo, indicano come il tema del Giudizio sia profondamente radicato nella natura umana e sia così vicino ad un concetto primario e fondante ogni esistenza, quello di vita e di morte. Ciò che appare chiaro è quanto il senso di giustizia e le conseguenti credenze, aspettative e, soprattutto, paure possano minare il benessere di ciascun individuo che si ritrova alla perenne ricerca del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

Molte patologie psichiche hanno tra gli aspetti caratterizzanti proprio quello della paura del giudizio, basti pensare a molti problemi legati all’ansia, alla depressione, all’anoressia nervosa, ad alcune fobie ecc.

Accompagnare i bambini a sviluppare un senso di giustizia e di moralità equilibrato (chiaro, coerente e non punitivo) è ciò che può aiutare a raggiungere, una volta da adulti e in tutto il corso della vita, un buon senso di sé come soggetti ‘abbastanza buoni’ e dunque meritevoli di cose buone. In questo modo, la persona potrà così resistere ai giudizi negativi e agli attacchi all’autostima che inevitabilmente incontrerà nella vita.

 

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