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Leonardo: abbiamo mai pensato a lui nella veste di un paziente in analisi psicologica? Freud sì e lo fa nel saggio ‘Un ricordo infantile di Leonardo da Vinci’ – Recensione

In Un ricordo infantile di Leonardo da Vinci Freud presenta Leonardo rivelando in qualche modo più tracce di sé che dell’artista stesso, mostrando come anche l’uomo più idealizzato non sia altro che un uomo come tutti gli altri.

 

Introduzione

Un ricordo infantile di Leonardo da Vinci, per la prima volta con testo tedesco a fronte nell’edizione del 2020 pubblicata da Editrice Morcelliana, è un saggio scritto da Freud nel 1910 che si spinge a una particolarissima analisi di Leonardo da Vinci. Freud viene colpito dalla personalità di Leonardo al punto tale da volerne redigere una patografia – una psicoanalisi fondata sulle informazioni biografiche e sull’esame delle opere pervenute.

Trame e nuclei tematici

In questa analisi del maestro, si considerano la spinta alla ricerca come sublimazione della libido, la sua fantasia infantile riguardante un avvoltoio, l’omosessualità inibita, il mistero dietro il sorriso ambiguo della Gioconda, il desiderio di volare e la pulsione ludica, la rimuginazione ossessiva. Tutte tematiche che permettono di avvicinarci a quello che, prima di essere un genio indiscusso, era l’uomo e, prima ancora, il bambino Leonardo.

La tutt’oggi attuale critica mossa da Freud ai biografi

Interessante notare nella sesta e ultima sezione del saggio, dove si trae conclusivamente una sintesi della patografia, una critica mossa da Freud ai biografi che spesso mostrano ‘una figura ideale fredda, estranea, invece dell’umano al quale, per quanto distanti, potremmo sentirci affini’. Così facendo i biografi ridimensionano i grandi personaggi esclusivamente ai loro successi. Per Freud, invece, è vero che ‘nessuno sia così grande da dover vergognarsi di essere soggetto alle leggi che governano con uguale rigore l’agire normale e l’agire malato’. A quel tempo il padre della psicoanalisi non credeva più che ‘salute e malattia, normale e nervoso vadano distinti nettamente tra loro, e che determinati tratti nevrotici debbano venire valutati come prova di inferiorità generale’. Tratti nevrotici sono comuni a tutti, per cui risulta insensato poterli considerare come tratti denigranti di Leonardo. Anzi, sosteneva l’importanza di indagare anche quegli aspetti più deprimenti, da considerarsi non come testimonianza di una possibile ‘inferiorità costituzionale’ ma altresì come una ‘occasione di penetrare nei misteri più affascinanti della natura umana’.

Sfortunatamente, la critica che Freud muove ai biografi è ancora, dopo ben centodieci anni, attuale ed estendibile a tutti: troppo spesso crediamo che prendere in considerazione le nostre debolezze, le nostre stranezze e ambiguità sia un’offesa a ciò che siamo. Leonardo, e così lo stesso Freud, mostrano invece che ‘non si compromette’ la grandezza di un uomo quando studiamo il suo peculiare modo di formarsi reagendo alla vita e ai suoi traumatici e inevitabili eventi. Si intuisce, anzi, la possibilità di comprendere che per quanto ognuno di noi sia indebolito dalla complessità dell’esistenza, ha comunque la possibilità di dare vita a un operato artistico e scientifico di inestimabile bellezza.

Conoscevo il genio di Leonardo, come probabilmente è conosciuto da tutti, e non pensavo che una qualsivoglia lettura su di lui potesse ancora stupirmi: invece, è successo.

Lo scritto di Freud è perturbante perché presenta Leonardo da Vinci in un modo che sorprende e ammalia; non sono le informazioni su Leonardo a dirci qualcosa di diverso, ma il modo in cui vengono trattate, l’analisi psicoanalitica che ne viene fatta e le conclusioni che ne vengono audacemente tratte. Se il curatore Cicero (Professore di filosofia teoretica all’Università di Messina) riesce inizialmente a colpirci con un’introduzione minuziosa e utile all’approccio alla lettura, nell’appendice ci sorprende con una originalità e audacia travolgenti. Infatti, fornisce la possibilità al lettore di non avere accesso a un’unica patografia di Freud in merito a Leonardo – già di per sé più che sufficiente ai fini di rendere la lettura interessante – ma a ben due patografie, arricchendo ancora di più il volume con una inaspettata analisi riferita allo stesso Freud.

Freud presenta Leonardo rivelando in qualche modo più tracce di sé che dell’artista stesso; rivela insomma molta della propria realtà imperfetta, mostrando come anche l’uomo più idealizzato non sia altro che un uomo come tutti gli altri, con più o meno tratti nevrotici.

L’abitudine ancora oggi largamente diffusa di denigrare, di puntare il dito contro le debolezze altrui persiste, soprattutto in relazione a questioni di carattere psichico.

Lo stesso Freud appare ancora oggi derisibile per essere andato contro le abitudini. Si è spinto laddove nessun altro avrebbe pensato. Chi mai ha osato parlare della sessualità e del rapporto tormentato coi genitori di un personaggio storico, geniale, come Leonardo da Vinci? E perché ancora oggi le accuse mosse dai contemporanei di Freud sono non solo possibili ma scontate? Perché la società non cambia?

Siamo destinati a soccombere a un mondo tendente alla becera abitudine e parrebbe di volersi arrendere all’evidenza. Ma poi Leonardo e Freud dimostrano con ciò che hanno simboleggiato e continuano a significare che lo stacco netto dalle abitudini è possibile. L’originalità può essere morta nel corpo di un uomo come i precedenti, ma sopravvive nelle nostre librerie fino a che testi di questo tipo vengono recuperati e gentilmente offerti agli animi speranzosi di cambiamento che ancora oggi sopravvivono tra di noi.

Cosa ricordate di Leonardo da Vinci?

Qualunque sia la vostra risposta, il ricordo infantile di Leonardo da Vinci che racconta Freud vi stupirà.

 

“Ai gatti neri porta sfortuna essere attraversati da un’auto”: il bias del gatto nero (BCB)

Esistono molti aneddoti sul “bias del gatto nero” (BCB), un fenomeno dove i gatti dal manto nero sono visti in modo negativo, sono adottati di meno e vengono fatti sopprimere in modo più frequente rispetto ai gatti di altri colori (Jones & Hart, 2019).

 

Come mai esiste e come si è formata questa discriminazione? 

Esistono diverse ipotesi alla base di questa discriminazione: la prima è legata alla cultura religiosa. In molte culture, il colore nero ha una connotazione negativa ed è la rappresentazione simbolica della morte, del lutto e del diavolo (Adams & Osgood, 1973; Allan, 2009; Kaya & Epps, 2004; Sherman & Clore, 2009). È possibile che il gatto nero venga visto in modo sinistro per l’associazione superstiziosa che spesso viene fatta (Sherman & Clore, 2009). A livello psicologico, il colore nero gioca un ruolo chiave per la formazione di pregiudizi o di atteggiamenti superstiziosi: ad esempio, quando un gatto nero attraversa la strada, molte persone pensano alla sfortuna (Jones & Hart, 2019). La seconda ipotesi è che atteggiamenti razziali e pregiudizievoli nei confronti di persone con la pelle scura siano stati generalizzati verso gli animali: Meier e colleghi (2004) notarono come i colori brillanti vengono categorizzati come positivi, mentre quelli scuri sono categorizzati come negativi. Ci sono pregiudizi negativi associati alla tonalità della pelle, per questo motivo le persone con la pelle scura sono discriminate (Alter et al., 2016). Ci sono delle evidenze empiriche di come questa forma di pregiudizio venga applicata anche agli animali e non solo agli umani: i cani e i gatti neri vengono percepiti in modo più negativo rispetto alle loro controparti (animali bianchi o colorati) e vengono adottati meno (Brown & Morgan, 2015; Leonard, 2011; Lum et al., 2011; Reeger, 2011; Woodward et al., 2012; Workman, 2016). Quando un gatto viene selezionato per l’adozione, le persone evidenziano come due criteri importanti siano la giocosità e la amicalità (Sinn, 2016; Southland et al., 2019). Stelow e colleghi (2016) osservarono come il colore del manto del gatto non sia correlato ad una variazione nei livelli di aggressività, nonostante ciò, i gatti neri sono valutati come meno amichevoli rispetto ai gatti colorati e di conseguenza sono adottati di meno (Kogan et al., 2013; Workman e Hoffman, 2015). Questa valutazione potrebbe essere correlata alla percezione della mimica facciale: dato che gli umani usano i segnali micro-facciali per leggere segnali sociali ed emotivi (Bennet et al., 2017; Leyhausen, 1979), si ipotizza che il colore scuro del mantello dei gatti neri renda la lettura delle espressioni più difficile (Jones & Hart, 2019).

Dato che oltre agli aneddoti esistono scarse evidenze empiriche, Jones e Hart (2019) hanno cercato di studiare il fenomeno esaminando le differenze degli atteggiamenti delle persone 1) mostrando foto di gatti neri o di altri colori, 2) valutandone l’aggressività percepita, l’affettuosità e la volontà di adottare, 3) esaminando se i livelli di religiosità, le credenze superstiziose e gli atteggiamenti razziali pregiudizievoli dei partecipanti fossero legati nello specifico ai gatti neri, infine 4) se tale pregiudizio fosse correlato ad una possibile difficoltà nel comprendere le emozioni dei gatti scuri. Il campione, composto da 101 soggetti – nello specifico, 17 uomini e 84 donne – sono stati reclutati tramite i social media. Il 75,2% dei partecipanti erano caucasici, il 24,8% dei partecipanti erano ispanici, afroamericani, asiatici e nativi americani. Per quanto riguarda le credenze religiose, il 68,3% dei partecipanti erano cristiani, il 24,7% agnostici o atei, 1% ebrei, 1% mussulmani e 5% altro.

I risultati indicano come, indipendentemente dall’etnia e dalle credenze religiose, i gatti neri vengono percepiti come meno amichevoli e più aggressivi rispetto alle loro controparti non nere (Jones & Hart, 2019). Tenendo in considerazione la religiosità, la superstizione e gli atteggiamenti razziali, i risultati indicano come solamente la superstizione prevede in modo significativo dei pregiudizi sfavorevoli contro i gatti neri. Infine, è stata confermata l’ipotesi secondo cui le persone che non riescono a identificare chiaramente le espressioni dei gatti neri hanno un pregiudizio più forte, in quanto la lettura delle emozioni è significativamente correlata con l’adozione (Jones & Hart, 2019).

 

Il colloquio motivazionale: uno stile di comunicazione collaborativo per promuovere il cambiamento – VIDEO dell’evento

Il webinar promosso da CIP Modena illustra i principali aspetti e strumenti del colloquio motivazionale.

 

Il Colloquio Motivazionale è uno stile di comunicazione collaborativo e orientato che presta particolare attenzione al linguaggio del cambiamento, progettato per rafforzare la motivazione personale e l’impegno verso un obiettivo specifico, attraverso la facilitazione e l’esplorazione delle ragioni proprie della persona per cambiare, il tutto in un’atmosfera di aiuto e accettazione.

La maggior parte delle persone che hanno bisogno di cambiare provano spesso un sentimento di ambivalenza rispetto al cambiamento, il colloquio motivazionale è una modalità di comunicazione volta a sostenere la motivazione e le risorse per il cambiamento.

L’incontro, rivolto alla popolazione e a chi e interessato al tema dei Disturbi della Personalità è stato organizzato da CIP Modena e condotto dalla Dr.ssa Valeria Valbusa, Psicologa.

 

IL COLLOQUIO MOTIVAZIONALE – Guarda il video integrale del webinar:

 

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Psicologia della realtà virtuale (2020) di Federica Pallavicini – Recensione del libro e intervista all’autrice

Psicologia della realtà virtuale: una guida tra i concetti di embodiment, presenza, immersività, avatar, sé digitali e corpi virtuali, che accompagna il lettore verso le applicazioni cliniche della realtà virtuale. 

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 9) Psicologia della realtà virtuale (2020) di Federica Pallavicini, recensione del libro e intervista all’autrice

 

Federica Pallavicini, psicologa clinica, laureata nel 2008 presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel 2013 ha terminato il Dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca focalizzandosi sull’analisi degli effetti a livello cerebrale di stress cronico e transitorio. Dal 2014 è assegnista di ricerca e docente di alcuni laboratori presso la stessa università e dal 2018 insegna Psicologia della comunicazione presso il dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bergamo.

La dottoressa Pallavicini, ha pubblicato nel 2020 il libro Psicologia della realtà virtuale. Aspetti tecnologici, teorie e applicazioni per il benessere mentale (Mondadori Università) e lei stessa ci parla degli scopi di quest’opera:

FP (Federica Pallavicini): Dal momento che per molte persone la realtà virtuale rappresenta una novità o qualcosa di ancora poco conosciuto, il libro ha in primo luogo lo scopo di chiarire cosa si intenda esattamente con questo termine, attraverso una panoramica dettagliata sulle caratteristiche tecniche e le origini storiche di questa tecnologia. Obiettivo, inoltre, è definire alcuni aspetti psicologici fondamentali della realtà virtuale, come quello di “presenza” ed “embodiment”. Nella parte finale del testo sono invece descritte alcune tra le più importanti applicazioni di questa tecnologia per il benessere mentale, in particolar modo rispetto a programmi di gestione dello stress e nel trattamento di disturbi d’ansia. Attraverso la presentazione degli studi scientifici più innovativi e interessanti condotti all’interno del panorama scientifico internazionale, Psicologia della realtà virtuale vuole essere una lettura utile non solo per psicologi ed esperti del settore, ma anche per chiunque voglia esplorare questa tecnologia come nuovo ed entusiasmante mezzo di comunicazione e terapia.

Il libro è suddiviso in 6 capitoli inerenti alle definizioni di realtà virtuale, alle origini storiche dello strumento, al concetto di immersione e presenza, alle emozioni nella realtà virtuale e alle applicazioni della realtà virtuale per il benessere mentale.

Il libro è ricco di immagini che catapultano il lettore in un excursus vintage tra i predecessori della realtà virtuale così come la conosciamo oggi. Sapete cos’è il Virtual Visual Environments Display? Nel presente libro troverete questa ed altre chicche inerenti la storia dei visori.

La parte finale del libro, dedicata alle applicazioni della realtà virtuale nell’ambito della salute mentale, è stata dedicata ai disturbi d’ansia e al disturbo ossessivo compulsivo, disturbi per i quali l’autrice ha maturato esperienza clinica svolgendo il proprio tirocinio presso il Day-Hospital Psichiatrico dell’Ospedale San Raffaele-Turro. Oltre a tali disturbi, si trova una presentazione sull’uso della realtà virtuale nel campo della psicologia positiva e della gestione dello stress.

Prosegue l’intervista con l’autrice, la quale a livello sperimentale e clinico si dedica a diversi progetti digitali.

GR (Greta Riboli – Intervistatrice): Da quando e come ha iniziato ad occuparsi di Realtà Virtuale?

FP: Mi sono avvicinata al mondo della realtà virtuale nel 2009, lavorando all’ATN-P Lab (Applied Technology for Neuro-Psychology Laboratory). In questo laboratorio dell’Istituto Auxologico di Milano, guidato dal Prof. Giuseppe Riva, già da alcuni anni si stava studiando l’utilizzo della realtà virtuale per la cura di diverse condizioni di sofferenza mentale, soprattutto disturbi alimentari e neurologici. Qui ho collaborato principalmente a progetti finalizzati all’ideazione di programmi basati sull’utilizzo della realtà virtuale e altre tecnologie (ad esempio, sensori indossabili e smartphone) per la gestione dello stress psicologico e nel trattamento dei disturbi d’ansia.  

GR: So che ha appena lanciato un progetto di supporto psicologico rivolto ai medici coinvolti nella pandemia COVID-19, “MIND-VR”, di cosa si tratta?

FP: MIND-VR è un progetto iniziato a Marzo 2020 come proposta selezionata all’interno del bando crowdfunding dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca in collaborazione con la piattaforma Produzioni dal Basso, pensato insieme alle colleghe Fabrizia Mantovani e Chiara Caragnano. L’idea iniziale è nata da un’esperienza personale, che mi ha portato per molti mesi a vivere l’ospedale come paziente. Inizialmente l’obiettivo era quello di creare programmi gratuiti di supporto alla gestione di stress e ansia per persone costrette a lunghi periodo di ricovero o che devono sottoporsi a esami invasivi o dolorosi. A febbraio, quando è scoppiata l’emergenza COVID-19, abbiamo deciso di focalizzarci su medici e infermieri, tra le persone più duramente colpite dalla pandemia. In un certo senso MIND-VR è stato il nostro modo per ringraziarli.

Durante la campagna di crowdfunding – avvenuta tra Aprile e Giugno – grazie all’ aiuto di Univale Onlus e di oltre 50 sostenitori abbiamo raccolto 5.000 euro, che sono stati utilizzati per creare un contenuto psicoeducativo in realtà virtuale su stress e disturbi d’ansia. In questo momento abbiamo terminato lo sviluppo e l’esperienza è disponibile gratuitamente sul sito del progetto, sia in lingua italiana che inglese. Nei prossimi mesi MIND-VR sarà testato in alcuni ospedali italiani all’interno di un programma di training alla gestione dello stress e dei disturbi d’ansia per il supporto psicologico al personale sanitario ospedaliero coinvolto nell’emergenza COVID-19.

GR: Ha coordinato o partecipato ad altri progetti di realtà virtuale e benessere psicologico?

FP: Dal 2017 coordino il progetto “Virtual Video Games”, realizzato grazie alla sponsorizzazione dell’azienda italiana di computer MSI, che ha messo a disposizione la strumentazione tecnica necessaria per gli studi. Obiettivo iniziale è stato indagare le risposte emotive del giocatore durante esperienze di gioco in realtà virtuale, per comprendere le differenze rispetto a esperienze di gioco più tradizionali (ad esempio, giocare sullo schermo di un computer). Da circa un anno studiamo invece l’utilizzo di questo tipo di videogiochi per la riduzione dello stress e dell’ansia. 

In passato ho lavorato all’interno di alcuni progetti nazionali ed europei. Fra questi, INTERSTRESS, nato con l’obiettivo di sviluppare training di gestione dello stress per insegnanti e infermieri basati sull’uso di realtà virtuale, sensori indossabili e smartphone, e INTREPID, finalizzato allo sviluppo di programmi di biofeedback in realtà virtuale per il trattamento del Disturbo d’Ansia Generalizzato.

GR: A suo parere, quali sono gli step che il mondo scientifico potrebbe compiere nell’uso delle nuove tecnologie applicate alla psicologia?

FP: Credo che il prossimo passo importante sia quello di far uscire le tecnologie dal laboratorio e avvicinarle alle persone. Per molti anni realtà virtuale e realtà aumentata sono rimaste confinate all’interno delle accademie e di grandi industrie. Raccogliere dati scientifici è stato fondamentale per comprenderne potenzialità e limiti. Oggi – ancor più in questa situazione così complessa legata alla pandemia COVID-19 – sarebbe importante utilizzare tali conoscenze scientifiche per creare strumenti innovativi che possano aiutare un ampio numero di persone. In poche parole, penso che occorra trasformare la teoria in pratica.

GR: Cosa indicherebbe agli psicologi e psicoterapeuti che vogliono approcciarsi al mondo della realtà virtuale per il sostegno/trattamento dei propri pazienti?

FP: A mio parere, uno dei modi migliori per conoscere questa tecnologia e comprenderne i possibili utilizzi all’interno della propria professione è quella di acquistare un visore. A differenza di altri device tecnologici, è davvero difficile (se non impossibile) capire cosa sia la realtà virtuale senza averla provata in prima persona. Per tanti anni la complessità d’uso e i prezzi elevati sono stati tra i principali ostacoli all’adozione di questa tecnologia da parte di numerosi esperti della salute mentale. Fortunatamente, ora con meno di 450 euro è possibile acquistare un visore di elevata qualità e semplice da utilizzare. Altro elemento importante per avvicinarsi al mondo della realtà virtuale è raccogliere informazioni attraverso i tanti testi e articoli scientifici pubblicati sull’argomento. Verificare cosa è stato osservato in termini di efficacia e come sono stati condotti i diversi programmi permette di farsi un’idea più precisa e ancorata alla letteratura.

GR: Tre titoli di esperienze virtuali che consiglierebbe ai lettori?

FP: Fra i contenuti più interessanti segnalo Google Earth VR. Spesso è la prima esperienza che propongo a persone che non hanno mai provato la realtà virtuale. L’emozione nel vedere la Terra dallo spazio permette di rendersi conto in pochi secondi di cosa significhi concretamente il concetto di “presenza”. Interessante non solo per questo, ma anche per il suo utilizzo in alcune scuole superiori a scopo educativo, ad esempio per insegnare geografia. Un’esperienza invece più vicina al mondo della psicologia è Nature Treks VR, che permette di esplorare diversi scenari naturalistici rilassanti, come ad esempio una foresta, un fondale marino o un’isola tropicale. Infine, consiglio Notes on Blindness, cortometraggio immersivo che racconta l’esperienza sensoriale e psicologica della cecità. Rappresenta un ottimo esempio di come la realtà virtuale possa essere utilizzata per “mettere le persone nei panni degli altri” e sensibilizzarli rispetto a condizioni di sofferenza o tematiche sociali. Non a caso, è anche definita la “macchina dell’empatia”. 

GR: Quali sono i suoi prossimi progetti?

FP: I prossimi mesi saranno focalizzati su MIND-VR. Sto scrivendo alcuni articoli scientifici e tra poco inizieranno le sperimentazioni con medici e infermieri. Il mio desiderio è che questo sia il primo passo per portare realtà virtuale e videogiochi all’interno degli ospedali. Continuerò a lavorare perché questo si possa realizzare il prima possibile.

 

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Terapia dell’Esposizione Narrativa: NET

La Terapia dell’esposizione narrativa (NET) è principalmente applicata nell’ottica delle sindromi trauma correlate.

 

Tra i principali obiettivi della Terapia dell’esposizione narrativa vi è quello di vedere e trattare le connessioni in una storia di politraumatizzazione, infatti si concede una particolare attenzione all’autobiografia del paziente. Inizialmente infatti la persona disegna la propria linea della vita, dunque la propria biografia, come se fosse una sorta di mappa per vedere più chiaramente e meno caoticamente la concatenazione degli eventi e le riattualizzazioni post traumatiche. Questa mappatura permette un’immediata simbolizzazione e permette di vedere inseriti gli eventi traumatici con altri eventi piacevoli; gli eventi traumatici sono rappresentati graficamente con delle pietre mentre quelli piacevoli con dei fiori; ci soffermeremo successivamente sulla stesura della linea della vita.

La rielaborazione delle esperienze traumatiche non è mai un percorso isolato e lineare, ma è sempre inserito nel contesto in cui è avvenuto l’evento stesso e nella storia di vita nella sua totalità. Nelle persone che hanno vissuto esperienze traumatiche, soprattutto in età precoce, si creano delle fratture nella narrazione della loro storia nella totalità perché l’energia psichica viene impiegata nella gestione della riattivazione post-traumatica e nella gestione dei sintomi che non permettono di vedere e collocare l’esperienza traumatica nel passato. Là dove è presente una storia di sviluppo traumatico spesso ci sono delle linee della vita ‘interrotte’ che richiedono una ristrutturazione narrativa e di un’esposizione conversazionale che dia anche senso non solo ai ricordi traumatici ma a tutta la biografia. La concettualizzazione del trauma come un evento che ‘erode’ parti dell’autobiografia aiuta a capire il principio sottostante alla NET. La NET è un’integrazione della terapia della testimonianza, le tecniche espositive e tiene particolarmente conto dei diritti umani. La terapia della testimonianza era inizialmente utilizzata da due psicologhe cilene che per la loro sicurezza scrissero degli articoli con due pseudonimi, Cienfuegos e Monelli (1983), che avevano pensato questo tipo di intervento con persone che vivevano o avevano vissuto una situazione di conflitto bellico e dove vi era stata una violazione dei diritti umani. In questo approccio le persone sono incoraggiate a raccontare le loro storie dove sono presenti anche le esperienze traumatiche. Viene data particolare attenzione al contesto politico degli eventi traumatici, anche per questo le storie vengono registrate e trascritte formando poi un documento che contiene l’intera autobiografia e quindi l’intera storia di violenze; il paziente sceglierà come utilizzare il documento, così come nella NET. Invece le tecniche espositive propongono modelli di esposizione al ricordo del trauma per accompagnare il paziente dentro il ricordo dell’evento traumatico gradualmente e favorire la sua rielaborazione. Tra le tecniche più note vi sono:

  • Esposizione prolungata (Foa, Rothbaum)
  • Trauma focused CBT (Cohen e Mannarino)
  • EMDR (Shapiro)
  • Brief Eclectic Psychotherapy for PTSD (Gersons)

Questi tipi di terapia basati sull’esposizione hanno come obiettivo la stimolazione di cambiamenti nella risposta alla paura cercando di inserire informazioni nuove, il confronto con i ricordi traumatici e i trigger durante le esperienze in vivo o immaginative. In alcuni di questi approcci esiste una componente narrativa mentre si ripercorre il ricordo traumatico ma questo elemento si focalizza sull’evento traumatico piuttosto che sull’intera autobiografia; inoltre in alcuni di questi approcci terapeutici l’obiettivo dell’assessment è il ricordo traumatico più disturbante e dunque l’identificazione dell’index trauma. Nella NET invece l’enfasi è sulla creazione di una narrazione coerente della vita del paziente per integrare il ricordo traumatico nel contesto di vita e l’obiettivo dell’assessment è avere una panoramica degli eventi traumatici che potrebbero tornare durante la narrazione. La NET rispetto alla Cognitive Processing Therapy si occupa maggiormente dei processi automatici in relazione con gli aspetti sensoriali, emotivi e fisiologici e si rifà a questo modello terapeutico utilizzando la psicoeducazione per facilitare la consapevolezza tra pensieri ed emozioni.

La NET propone un approccio graduale al ricordo traumatico, infatti inizialmente il paziente crea la propria linea della vita e illustra l’intera biografia per poi entrare gradualmente nell’esposizione del ricordo traumatico aspettando il picco dell’arousal. Inoltre, come detto prima, non vi è un index trauma ma ci si focalizza su tutti i traumi ripetuti e complessi; basti pensare all’origine di questa terapia che si rivolgeva principalmente alle vittime di guerre o individui che avevano subito violenze ripetute non solo nel contesto sociale ma anche familiare. Il tipo di esposizione utilizzato è quello conversazionale guardando al ciclo di vita della persona, utilizzato per fare connessioni e monitorare l’intensità emotiva nel qui ed ora.

La NET mira alla contestualizzazione dell’evento traumatico in quanto il trauma per definizione decontestualizza l’esperienza estrema e lascia la persona in un senso di pericolo costante che non riesce più a collocare nel tempo. I sintomi post traumatici non derivano tanto dall’evento quanto piuttosto dal risultato di una rappresentazione interna dell’evento, strettamente connessa alla memoria. Brewin non a caso definisce il trauma ‘una vulnerabilità della memoria’; i ricordi traumatici sono più emotivi e intrusivi in quanto connessi a una rievocazione involontaria. La NET fa in modo che il trauma venga ricordato e la persona integri memoria calda e memoria fredda, i processi legati sia all’amigdala che all’ippocampo. Il trauma implica una frattura tra memoria implicita e esplicita che insieme compongono la memoria autobiografica. I ricordi degli eventi traumatici si strutturano in ‘reti di paura’ nelle quali dominano informazioni sensoriali e percettive non contestualizzate e senza un aggancio a informazioni autobiografiche (Schauer et al., 2005; Schauer et al., 2012); l’attivazione di queste reti neuronali connesse alla paura fa ritornare e lascia la persona bloccata all’evento traumatico. Molti pazienti con sintomi trauma correlati imparano ad evitare le possibili riattivazioni che funzionano come porta alla rievocazione, cercano di non pensare, di stare lontani da persone o luoghi che rievocano l’evento traumatico. Proprio per questo individui con sintomi post traumatici fanno fatica ad associare la paura ad eventi collocati nel tempo e nello spazio, infatti non riescono a strutturare gli eventi traumatici secondo una sequenza cronologica. Tornando sui concetti di memoria calda e memoria fredda, che insieme formano la memoria autobiografica, la prima è implicita ed involontaria, fatta di pensieri, sensazioni e risposte fisiologiche, di immagini sensoriali e percettive dettagliate a cui si accede involontariamente e che sono alla base degli incubi e dei flashback. La memoria fredda è accessibile verbalmente ed è contestualizzata, può essere attivata sia volontariamente che involontariamente. Questo tipo di memoria permette di avere una posizione allocentrica e quindi di guardare dall’esterno le proprie esperienze. In pazienti con disturbo da stress post traumatico le esperienze traumatiche non sono integrate così come non lo sono la memoria calda e la memoria fredda. La percezione costante di minaccia e pericolo è connessa all’attivazione dell’amigdala nel sistema limbico che regola la memoria calda e la rete della paura (centro della memoria emotiva). Mentre la corteccia prefrontale analizza e risolve i problemi e impara dall’esperienza connessa nello specifico all’ippocampo e al concetto di memoria fredda. Un modo che la NET utilizza per integrare memoria calda e memoria fredda è quello della narrazione autobiografica raccolta e trascritta dal terapeuta. La linea della vita infatti inizia con la nascita e arriva fino al momento presente e il terapeuta prenderà nota, scriverà la sua narrazione e poi la rileggerà all’inizio di ogni seduta prima che si inizi a raccontare di un altro evento; ciò permette di fare più esposizioni narrative in un contesto protetto. La linea della vita nello specifico serve a ridefinire la descrizione di sé, riordinare le emozioni post traumatiche sia rispetto agli eventi specifici che ad eventi generali, restituire una storia di vita dove eventi traumatici siano contestualizzabili. La narrazione dell’intera biografia diventa un documento che rappresenta a livello simbolico il percorso della vita del paziente, che raccoglie l’integrazione dei traumi vissuti e promuove l’empowerment, oltre ad essere un deterrente al drop out. La biografia viene scritta e firmata sia dal paziente che dal terapeuta, sarà dunque importante lavorare anche su una buona alleanza terapeutica.

La NET aiuta il paziente a costruire la narrazione attraverso la linea della vita, l’esposizione conversazionale e la proiezione verso il futuro e offre una testimonianza, una raccolta dell’autobiografia della persona. Passiamo ora più nello specifico al protocollo e alla procedura di questa terapia. Tra la prima e la quarta seduta il terapeuta si occupa della valutazione psicodiagnostica e avvia la psicoeducazione. La valutazione psicodiagnostica viene integrata nel colloquio clinico nel quale però si cerca di notare la possibile esposizione ad eventi traumatici, i sintomi e il funzionamento generale. La psicoeducazione servirà per normalizzare, per legittimare i sintomi e vederli come reazioni adattive che hanno permesso la sopravvivenza e per descrivere il processo terapeutico. Il terapeuta da subito quindi è un coregolatore emotivo che facilita la stabilizzazione emotiva. La quarta e la quinta seduta sono incentrate ancora sulla psicoeducazione e si inizia a costruire la linea della vita con un disegno o con altri strumenti, ma non attraverso il racconto vero e proprio. La linea della vita viene costruita dunque dopo la fase psicodiagnostica in una seduta sola che può durare dai 90 ai 120 minuti e offre al terapeuta una panoramica biografica lungo una linea temporale. La linea della vita si può costruire con materiali simbolici (fiori, pietre, bastoncini) o si possono disegnare. Lungo la linea della vita si mettono i nomi sui periodi significativi e poi il paziente dà un nome anche agli specifici eventi; il terapeuta segue la cronologia nella stesura della linea della vita e poi farà una foto per ricordare come era strutturata. Il terapeuta può stabilire da subito dove possono essere presenti dei picchi di arousal e allo stesso tempo deve ricordare al paziente di non raccontare subito gli episodi rassicurandolo che vi sarà uno spazio dedicato alla narrazione nelle sedute successive. In questa fase il terapeuta osserva il linguaggio del corpo e le possibili strategie di evitamento che il paziente mette in atto dinnanzi a uno specifico episodio e che potrebbero rallentare l’avvicinamento alle ‘pietre’ durante la vera e propria narrazione. Il terapeuta in questa fase, così come in tutte le altre, dovrà essere in grado di stare nell’ambivalenza e nella dialettica e di spiegare al paziente che in quella relazione sicura le cose indicibili possono diventare dicibili e che qualora volesse interrompere il trattamento sarà libero di farlo. Solo dopo la quinta seduta inizia la narrazione della linea della vita. Il paziente narra avendo davanti a sé la linea della vita che di volta in volta viene riletta e sulla quale si possono inserire altri dettagli, infatti questa è molto dinamica e può cambiare nel corso della terapia se il paziente lo desidera o emergono altri eventi. Le ‘pietre’, che simbolicamente rappresentano gli eventi traumatici, vengono raccontate usando l’esposizione e sapere preventivamente dove ogni pietra è posizionata nella linea della vita permette al terapeuta di pianificare il trattamento, sebbene egli debba costantemente osservare e rallentare qualora vi sia un cambiamento nella narrazione o vi sia un’eccessiva attivazione fisiologica ed emotiva. Alla fine della terapia ci si focalizzerà sul futuro, sulla rilettura della narrazione e si consegnerà al paziente l’autobiografia. Il cuore della terapia è l’esposizione ‘conversazionale’, che inizia dopo la quinta seduta orientativamente; attraverso questa esposizione il terapeuta e il paziente oscillano tra il qui ed ora e il lì ed allora per contestualizzare l’evento traumatico e lavorare sulle reti della paura, attraverso domande come: cosa senti? Cosa hai sentito? Cosa pensi? Cosa hai pensato? Questa oscillazione serve per evitare un possibile switch dissociativo. L’esposizione prevede diverse riletture per rafforzare la coerenza cognitiva, la riflessività e la costruzione di un significato diverso rispetto alle esperienze traumatiche. Il paziente espone l’evento traumatico una sola volta in una seduta di 90 minuti ma il protocollo NET prevede la rilettura degli eventi narrati la seduta precedente. Nel corso della narrazione e dell’esposizione conversazionale il terapeuta cerca di integrare la memoria fredda e quella calda oltre che il passato e il presente. Le domande che egli potrà fare per stimolare i circuiti neuronali connessi alla memoria fredda sono: quali erano le circostanze prima dell’evento traumatico? Quando è successo? Dove? Chi e cosa c’era? Quale era il contesto? Che cosa è successo? Mentre le domande per stimolare l’integrazione con la memoria calda e quindi le informazioni sensoriali sono: Cosa hai sentito? Cosa hai pensato? Cosa ha significato per te? Cosa sentivi nel corpo? Il terapeuta si occuperà poi di confrontare il prima con il presente e quindi chiederà cosa sente e cosa pensa ora. Il terapeuta già esperto nel protocollo NET saprà riconoscere quando ci si sta avvicinando a una ‘pietra’, infatti il paziente solitamente può iniziare a diventare impaziente, cercare di accelerare nella narrazione della storia e aumentare l’iperattivazione connessa ai sintomi e alle sensazioni fisiche. Il terapeuta quindi dovrà essere in grado di procedere con più calma e cautela per poi passare all’integrazione. Il terapeuta sostiene la rielaborazione del ricordo seguendo la reattività emotiva del paziente e per prevenire la dissociazione e l’evitamento dovrà tenere il paziente nel presente mentre parla di un evento del passato ancora troppo attivante; potrebbe essere utile in questi casi fare esercizi di grounding. Il terapeuta dovrebbe evitare:

  • di continuare nell’esposizione se si sente di aver perso il filo della narrazione,
  • l’interpretazione nel corso del racconto del paziente,
  • di lasciare che la narrazione vada avanti per troppo tempo senza aver fatto sentire almeno un minimo la propria voce per fare in modo che l’esposizione sia conversazionale,
  • di temere di esplorare la vergogna per evitare nel paziente la percezione di essere rifiutato,
  • di parlare solo al presente,
  • di nascondere in modo eccessivo le proprie emozioni e favorire una connessione emotiva e visiva nel corso dell’esposizione.

Il protocollo NET è relativamente semplice ed è applicabile in diversi contesti e culture; la difficoltà nell’applicazione di questo protocollo è quella di riuscire a contenere emotivamente il paziente e di non farlo uscire dalla finestra di tolleranza ma allo stesso tempo riuscire a stare nel vissuto traumatico del paziente. Oltre 20 trial clinici con bambini ed adulti che hanno vissuto diversi tipi di trauma hanno dimostrato che la NET è efficace nel modulare i sintomi post traumatici ad ampio spettro, al di là della cultura di riferimento. Inoltre evidenze scientifiche hanno dimostrato che la NET è il trattamento di elezione per le migrazioni difficili e i traumi estremi. I miglioramenti sono maggiormente visibili dopo la fine del trattamento; pur essendo relativamente breve garantisce un cambiamento strutturale nella percezione di sé e nella gestione dei trigger. Studi scientifici mostrano come la NET migliori la qualità della vita, la salute fisica ed è utile per inibire la trasmissione intergenerazionale del trauma.

Per concludere i punti deboli della NET potrebbero essere: la mancanza di linee guida e di fasi specifiche dedicate alla stabilizzazione dei sintomi, la mancanza di sperimentazione per quanto riguarda gli anziani e i bambini molto piccoli. I punti di forza invece sono: la ricostruzione completa dell’autobiografia della persona, l’esplorazione secondo la costruzione narrativa del paziente e il possibile passaggio simbolico che essa permette.

 

La comunicazione psico-tecnologica nel disturbo dello spettro autistico

La comunicazione è una relazione a due vie, dove sono coinvolti due interlocutori, è per questo motivo necessario che anche gli individui non autistici imparino a relazionarsi secondo modalità di comunicazione comprensibili a persone con autismo.

 

Dottore: Raymond? Sai cos’è l’autismo? 
Raymond: Sì. 
Dottore: E tu sei autistico? 
Raymond: … Non credo. No. Assolutamente no. (dal film Rain man, 1988).

La costruzione di una relazione rappresenta la base di qualsiasi intervento educativo e riabilitativo. Questa premessa diventa determinante nel caso in cui si debba instaurare una relazione con soggetti che presentano un disturbo dello spettro autistico, caso in cui tra gli aspetti sintomatologici è presente l’alterazione qualitativa della relazione stessa, ma soprattutto della comunicazione con la presenza di almeno di uno dei seguenti sintomi (DSM 5): (a) ritardo o totale mancanza dello sviluppo del linguaggio parlato (non accompagnato da un tentativo di compensazione attraverso modalità alternative di comunicazione come gesti o mimica); (b) in soggetti con linguaggio adeguato, marcata compromissione della capacità di iniziare o sostenere una conversazione con altri; (c) uso di linguaggio stereotipato e ripetitivo o linguaggio eccentrico; (d) mancanza di giochi di simulazione vari e spontanei, o di giochi di imitazione sociale adeguati al livello di sviluppo.

Ciò non significa che le persone autistiche non siano in grado di comunicare, al contrario presentano strategie di processamento delle informazioni diverse rispetto a ciò che avviene negli individui non autistici, in quanto riescono a sviluppare molteplici stili cognitivi e modi per selezionare le informazioni, concettualizzarle, memorizzarle, richiamarle alla memoria e usarle. Nel 1994, la psicologa Tager-Flusberg parlò di dissociazione tra forma e funzione nell’acquisizione del linguaggio, cioè di una marcata asincronia tra lo sviluppo della funzione comunicativa e l’acquisizione della grammatica da parte dei soggetti autistici. Prendendo in considerazione i pronomi di prima e seconda persona, la studiosa rileva che gli errori si concentrano nell’inversione ‘io/tu’, pertanto ipotizzò che il problema fosse ‘nella comprensione della diversità pragmatica del ruolo tra parlante e ascoltatore, ma non nel trattamento degli aspetti sintattici del sistema pronominale’ (Brandi, 2005, 169). Tager-Flusberg concluse, quindi, che lo sviluppo del linguaggio non comporta di necessità un parallelo sviluppo della competenza comunicativa.

La comunicazione è una relazione a due vie, dove sono coinvolti due interlocutori, è per questo motivo necessario che anche gli individui non autistici imparino a relazionarsi secondo modalità di comunicazione comprensibili a persone autistiche. Alcune di queste metodologie sono:

  • la comunicazione facilitata (facilitated comunication-CF), una tecnica sviluppata in Australia negli anni Settanta ad opera di Rosemary Crossley che rientra nelle strategie di comunicazione aumentativa alternativa, cioè forme di comunicazione che sostituiscono, integrano o aumentano il linguaggio verbale orale. ‘La caratteristica distintiva della CF è la presenza di un facilitatore che fornisce un aiuto emotivo e mantiene un contatto fisico con la persona con disabilità mentre questi usa un ausilio comunicativo, tipicamente la tastiera di un computer’ (Wehrenfennig & Surian, 2008, 437). Durante la CF, il facilitatore (un caregiver o operatore) aiuta la persona autistica (il comunicatore) a compiere i movimenti, toccandone la mano o la spalla, mentre il comunicatore indica la lettera su una tastiera di un computer o su una tavola alfabetica. Dopo la digitazione, il facilitatore riporta la mano del comunicatore nella posizione iniziale, al fine di evitare errori di battitura. Il ruolo del facilitatore è anche quello di supportare emotivamente la persona con disturbo dello spettro autistico;
  • l’impiego di segni universali, utilizzabili in qualsiasi contesto, possono essere facilmente messi in sequenza per ottenere una frase. Essendo la persona autistica molto legata alla realtà concreta, i segni devono essere molto vicini in termini di somiglianza all’oggetto che si intende comunicare;
  • la comunicazione per mezzo di oggetti, in quanto le persone con autismo usano spontaneamente gli oggetti per mettersi in relazione con gli altri, ma invece di posizionare l’oggetto vicino all’interlocutore, lo mettono vicino alla cosa desiderata. L’operatore, perciò, dovrebbe far comprendere che il fine desiderato può essere raggiunto soprattutto per mezzo dell’interlocutore;
  • l’uso di immagini e pittorgrammi attraverso una strategia definita PECS (Picture Exchange Communication Sistem), che permette una comunicazione immediata. L’operatore sceglie le immagini migliori per facilitare la comunicazione, successivamente si insegna al comunicatore come associare le immagini all’elemento appropriato, si avvia così lo scambio tra immagine e elemento che si svolge tra terapeuta e persona autistica. Le immagini verranno poi poste su una base in velcro che aiuterà a comprendere le associazioni, ciò aiuterà il comunicatore a gestire due variabili: il significato e il significante;
  • l’uso della musica che aiuta la persona autistica ad esprimere le proprie emozioni, infatti se la persona autistica mostra una certa propensione verso la musica, il suono e il ritmo, possono migliorare le capacità comunicative e il comportamento verso se stessi e verso gli altri.

Le tecnologie, perciò, possono aiutare i soggetti autistici a comunicare perché si pongono tra la persona e la società, in modo soprattutto da favorire l’integrazione. Però, da sole le tecnologie non fanno integrazione, risultano essere una risorsa importante per risolvere problemi, ma vanno proposte con attenzione e un certo livello di preparazione, senza sottovalutare possibili esiti o conseguenze. Un esempio di mediatori sociali, utilizzati per aiutare i bambini con autismo a comunicare e ad apprendere, sono i robot. Dopo aver conosciuto le preferenze del bambino, si aiuta a scoprire il mondo esterno giocando. Il gioco, sviluppato tramite questa interazione con il robot, risulta essere una modalità innovativa di integrazione sociale perché entra in contatto con il bambino, permettendogli di esprimere emozioni e interagire con gli altri, senza però spaventarlo. Con questo esempio, è possibile comprendere come l’impiego di tecnologie fornisca alla persona con autismo degli strumenti in più con cui comunicare, con cui interagire e con cui conoscere il mondo che la circonda e verso il quale si dimostra spesso assente.

 

Genitori Coraggiosi. Proteggere i propri figli da tentazioni e influenze negative (2020) di Haim Omer e Daniele Piacentini

Il nuovo libro di Haim Omer e Daniele Piacentini, Genitori Coraggiosi,  rappresenta il tentativo di divulgare direttamente ai possibili fruitori, i genitori, i principi della Resistenza Non Violenta e della Nuova autorità su cui si basa questo approccio di parent training.

 

Viviamo in un momento storico in cui le relazioni hanno subìto e stanno continuando a subire dei profondi cambiamenti. Mai come ora i contatti e gli scambi interpersonali sono diminuiti o veicolati da nuovi modi di comunicare e si assiste frequentemente a una diminuzione della vicinanza sia fisica che emotiva. Le relazioni intrafamiliari rappresentano uno dei luoghi in cui questi elementi emergono maggiormente, con nuove dinamiche relazionali tra i genitori, tra genitori e figli e tra famiglia e famiglia allargata. I cambiamenti socioculturali degli ultimi 50 anni hanno anche portato al tramonto della “vecchia autorità”, basata sulla rigidità, sul potere assoluto, sul segreto e sull’agire immediatamente per dimostrare di essere il più forte. I genitori di oggi si vedono così depredati degli strumenti e delle risorse che, nel bene o nel male, costituivano le basi su cui in passato si fondava la loro autorità e il loro potere, senza però trovare un’alternativa e dovendo, di conseguenza, improvvisare o, nel peggiore dei casi, abbandonare il proprio ruolo di guide, protettori e presenze stabili e ancorate per i propri figli.

Il nuovo libro di Haim Omer e Daniele Piacentini, Genitori Coraggiosi,  rappresenta il tentativo di divulgare direttamente ai possibili fruitori, i genitori, i principi della Resistenza Non Violenta (NVR, Non Violent Resistance) e della Nuova autorità (NA, New Authority) su cui si basa questo approccio di parent training. Il loro lavoro parte dalla constatazione di una nuova realtà sociale e relazionale ormai non più trascurabile e si rivolge proprio a quei genitori smarriti e disarmati ma allo stesso tempo desiderosi di ritrovare il modo per resistere e sostenere al meglio le persone a cui più tengono; per questo vengono definiti coraggiosi. Gli autori guidano il lettore attraverso i concetti, le strategie e gli strumenti della NVR e della NA e presentano un progetto che mira a sostenere direttamente i genitori nel loro ruolo e nelle loro funzioni, anche in termini pratici, di fronte ai problemi di ogni giorno e a particolari situazioni problematiche. Gli spunti e le strategie concrete si rivelano preziosi strumenti per resistere alle tempeste, ritrovare stabilità e tornare a navigare serenamente verso una meta proficua e funzionale.

Gli autori

Haim Omer è docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv ed è il fondatore, insieme a Irit Schorr-Sapir, della School of Non Violent Resistance di Tel Aviv, centro ufficiale di insegnamento, supervisione e promozione dell’approccio della Resistenza Non Violenta e della Nuova Autorità (New Authority, NA). È un’autorità internazionalmente riconosciuta nel campo della genitorialità e nel corso dei suoi quarant’anni di carriera come psicoterapeuta, ricercatore e insegnante accademico ha pubblicato oltre settanta lavori e 11 libri, tradotti in 10 lingue, tre dei quali anche in italiano. Il suo approccio è attualmente insegnato in centinaia di università, istituti e centri di cura in diversi paesi del mondo. La sua vasta ricerca ha dimostrato che questo approccio è efficace per affrontare problemi quali l’ADHD, i disturbi d’ansia, l’abuso di computer, smartphone e internet, l’autoisolamento, il rifiuto scolastico, i comportamenti antisociali e la guida pericolosa degli adolescenti.

Daniele Piacentini è psichiatra e psicoterapeuta. Per 30 anni è stato responsabile di un Centro Psico Sociale del Nord Italia. È coautore di libri sull’applicazione di interventi psicoterapici e psicosociali basati su evidenze scientifiche e di diversi articoli su riviste accademiche. Insieme a Daniela Leveni, è curatore dell’edizione italiana di altre due opere di Haim Omer: La Nuova Autorità (Edi Ermes, 2016) e Parent Training per i disturbi d’ansia di bambini e adolescenti (Edizioni Erickson, 2020).

Perché questo libro?

Nella società attuale si assiste all’indebolimento della figura genitoriale associata al parallelo aumento delle tentazioni e dei rischi a cui sono esposti i giovani. Ne consegue l’aumento delle situazioni a rischio e la sempre crescente difficoltà di proteggere i propri figli dai pericoli che li circondano e di guidarli e accompagnarli lungo un percorso di crescita e sviluppo favorevole. Pensiamo al flusso costante e onnipresente di seduzioni e stimoli derivanti dalla società del benessere, alle tentazioni dannose e alle sostanze che creano dipendenza ormai sempre più diffuse anche tra i giovanissimi, alla pervasiva diffusione di modelli disfunzionali a cui si ha facilmente accesso attraverso i mezzi di comunicazione e i nuovi strumenti di comunicazione. Questo aumento di pericoli per i giovani si associa a genitori sempre più soli, sempre più impegnati, sempre più delegittimati nei mezzi con cui in passato esercitavano la propria autorità. È facile riflettere anche sul fatto che i genitori abbiano oggi perso il ruolo di sagge guide che trasmettono sapere alle generazioni successive, principalmente perché queste informazioni sono ora accessibili attraverso internet e per i ragazzi è più semplice e veloce cercarle in rete, ambito nel quale sono decisamente più bravi di quegli stessi adulti che in passato erano i solo detentori dell’accesso alla conoscenza. Questo rappresenta uno degli elementi che oggi rendono più vacua e instabile la figura del genitore, che sempre più frequentemente si vede spostato ai margini, meno presente, reso instabile e perciò incapace di fornire la stabilità e la presenza necessarie per la crescita dei figli. I genitori disorientati faticano a trovare una base solida e stabile per svolgere il proprio ruolo e questa fragilità aumenta le possibilità che il bambino, a sua volta, non trovi in papà e mamma significativi punti di riferimento.

Proposito di Genitori coraggiosi è offrire la possibilità di uscire dallo stato di confusione e debolezza percepite, ritrovando coraggio e stabilità e recuperando il dovere di essere genitori. Mentre leggevo il testo non ho potuto fare a meno di storcere il naso alla parola “dovere” di essere genitore. Da terapeuta cognitivo-comportamentale ho imparato a lavorare sulle doverizzazioni insegnando ai pazienti a riconoscerle e modificarle in modi più funzionali. Mai come in questo caso però il termine dovere viene usato in modo corretto. Con queste parole si intende infatti il principio per cui un genitore deve prendersi cura del figlio, non può abbandonarlo, smettere di amarlo, rinunciare a guidarlo verso la crescita e uno sviluppo positivo. Sembra un’ovvietà ma è importante ricordarselo e ricordarlo ai giovani: “semplicemente ti amo troppo per non prendermi cura di te, per permetterti di danneggiarti, per non essere presente per te, sei mio figlio e non posso divorziare da te”.

Cosa si può fare per recuperare il proprio ruolo di genitore?

Per prima cosa è importante recuperare la capacità di essere àncore, ovvero elementi in grado di stabilizzare una nave agganciandola saldamente alla terra e proteggendola dai pericoli ambientali. Gli studi condotti da Haim Omer hanno dimostrato che

perché un bambino sviluppi un attaccamento sicuro l’amore non è abbastanza, poiché il genitore deve anche essere abbastanza forte da stabilizzare il bambino e proteggerlo dai pericoli dell’ambiente e dai suoi stessi impulsi interni. Un porto sicuro non si limita a un atteggiamento avvolgente, accettante e incoraggiante. Il porto è sicuro solo se la nave è ancorata.

La funzione di “àncora” rappresenta così il ponte tra i concetti di Nuova Autorità e attaccamento.

Per poter essere àncore efficaci è però necessario che anche i genitori stessi si sentano ancorati al proprio terreno parentale, poiché un’àncora instabile non è in grado di fermare la deriva ma finirà per essere strappata o spazzata via dalle correnti, che risucchieranno così anche il bambino. L’ancoraggio del bambino inizia quindi con l’ancoraggio di sé, fatto attraverso presenza, autocontrollo, supporto e struttura.

Perché la Resistenza Non Violenta?

La scelta di utilizzare gli ideali e gli strumenti della Resistenza Non violenta (NVR) non dipende solo dalla formazione degli autori ma consegue alla scelta della tecnica più funzionale al contesto: l’autocontrollo è il principio su cui si fonda la capacità di resistere ai tentativi di attacco e agli impulsi che possono sorgere durante un conflitto e che porterebbero all’escalation. Di fronte alle possibili minacce verbali e fisiche è invece fondamentale reagire in modo tale da persistere nel proprio intento benevolo evitando al contempo le possibili escalation. La NVR fornisce gli strumenti e l’attitudine per poter raggiungere questo obbiettivo. Basata sulle lotte di Gandhi e Martin Luther King e adattata al contesto clinico e familiare da Haim Omer, si fonda sul concetto che in una situazione di conflitto o disaccordo la scelta di focalizzarsi sul cambiare l’altro porta a un’ostinata resistenza e all’escalation, perdendo così l’opportunità di agire in modo utile. La NVR mira invece al cambiamento prodotto attraverso la modifica del proprio comportamento, facendosi la domanda “Come posso proteggermi e mantenere le mie convinzioni senza aggredire o arrendermi?”. Così facendo è possibile gestire il disagio o la resistenza degli altri mantenendo al contempo un atteggiamento supportivo nei loro confronti, offrendo la sensazione di presenza e di un’àncora per resistere alle potenti emozioni.

Proprio i concetti di presenza e cura vigile diventano gli elementi centrali per recuperare il dovere di genitori. Il genitore ben ancorato manifesta una presenza palpabile che non può essere cancellata o cacciata e che non è limitata a fornire servizi o denaro. Questa presenza è sia fisica (in misura variabile a seconda dei contesti e delle necessità del momento) che, soprattutto, emotiva e mentale: il figlio sa e percepisce che il genitore è presente per lui e non può abbandonarlo, che il legame è stabile e l’àncora (con catena a lunghezza regolabile) resistente anche se in quel momento non la vede o non sente la trazione della catena. La cura vigile è il modo in cui la presenza viene manifestata, ovvero l’adattamento del livello di presenza alle necessità che il momento richiede: il livello di vigilanza varierà in base ai segnali di pericolo effettivamente rilevati con un equilibrio dinamico a seconda delle necessità. Ci si muoverà così lungo in continuum che va dalla vicinanza fisica e protezione, prevalenti quando il bambino è piccolo o in situazioni di pericolo (incluso ad esempio per ragazzi più grandi l’utilizzo di sostanze o altri comportamenti a rischio come scappare di casa, non frequentare la scuola, mettere in atto comportamenti violenti contro sé o gli altri), fino a una supervisione in cui si resta presenti e vigili ma senza interferire. L’autocontrollo è la tecnica di base per poter manifestare correttamente la presenza e la cura vigile senza lasciarsi travolgere dalle emozioni, dagli impulsi e dai tentativi di innescare un’escalation.

Un altro elemento importante è il supporto, che viene realizzato attraverso la ricerca di un gruppo di sostenitori. Si dice che per crescere un bambino serva un intero villaggio ma oggi le famiglie sono sempre più isolate, spesso lontane dalla propria famiglia d’origine o con una famiglia allargata sempre più ridotta. I molti impegni, l’anonimato offerto dalle grandi città e i nuovi mezzi di intrattenimento favoriscono l’isolamento. Va poi aggiunto il senso di vergogna che un padre o una madre possono provare nel percepire di avere un problema con il figlio che non riescono a gestire in autonomia, sentendosi incapaci e deboli e pensando che un bravo genitore dovrebbe farcela da solo senza bisogno di chiedere aiuto o che gli altri lo giudicherebbero male per i problemi che sta vivendo; ciò, in effetti, non fa altro che ridurre le risorse emotive e pratiche a disposizione.

La NVR insegna ad andare nella direzione esattamente opposta, ovvero nella ricerca di sostenitori, che siano familiari, amici, conoscenti o persone vicine che desiderano aiutare a migliorare la situazione. Scardinando i concetti di assoluta privacy e il detto che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, si cercano il sostegno e l’aiuto degli altri. Non a caso il precedente libro scritto dal Professor Omer si intitola La nuova autorità. Famiglia, scuola e comunità, ricordando che non viviamo isolati ma in un gruppo e che aiutarsi l’un l’altro rappresenta la base del funzionamento di una società civile. Quello che emerge dagli studi e soprattutto dalla pratica del gruppo di lavoro di Omer e di tutti i gruppi che hanno utilizzato le sue strategie è che le persone disposte ad aiutare sono molte più di quelle che si pensa e che a volte è sufficiente chiedere per scoprire che l’altro è disponibile e contento di aiutare.

Ambiti di applicazione e contenuti

Ho avuto la fortuna di ascoltare due volte dal vivo una lezione di Haim Omer e mi sono avvicinato al suo lavoro seguendo un corso e leggendo alcuni dei suoi libri ma la sensazione che ho avuto man mano che leggevo Genitori coraggiosi è stata “ancora?! C’è altro a cui si può applicare questo metodo?”. In effetti la risposta è sì.

Il volume presenta i concetti su cui si fonda la NVR, approfondendo le differenze tra la vecchia e la Nuova autorità, i cambiamenti della funzione genitoriale, le nuove sfide e i nuovi pericoli a cui i genitori e i figli sono sottoposti. È continuo il ricorso a esempi e “casi clinici” che rendono chiaro per chiunque ciò di cui si sta parlando. Genitori coraggiosi è infatti primariamente rivolto ai genitori e a chiunque sia interessato a mettere in pratica i concetti della NVR, senza per questo risultare banale o poco approfondito. Le tecniche vengono spiegate passo passo, dal presupposto teorico alle azioni da intraprendere; anche in questo caso gli esempi sono un contributo importantissimo per comprendere a pieno come muoversi e forniscono molti spunti, potendo così scegliere quelli più adatti alle proprie esigenze.

Gli ultimi capitoli sono dedicati ad ambiti specifici in cui la NVR può essere applicata con risultati che la ricerca ha dimostrato essere efficaci. È quindi presente un capitolo sulla gestione dei sintomi ansiosi dei figli, uno sulla scuola e sui rapporti tra genitori e insegnanti e uno sul rapporto tra i giovani e gli “schermi” (computer e smartphone). Anche in questo caso ogni sezione parte dalla definizione del problema a cui seguono diverse opzioni di strategie che si possono attuare, spiegate poi nei dettagli e corredate da esempi e casi clinici.

Il risultato è un’opera completa, la cui forza è rappresentata dalla concretezza delle strategie fornite e dalle risorse che mira a fornire. L’intensità delle parole e dei messaggi è un extra che rende il tutto ancora più significativo e che guida verso la riscoperta dei valori della vicinanza, dell’aiuto reciproco e della ferma resistenza alla violenza.

 

Bullismo a scuola e figli di coppie omosessuali

Nonostante i dati indicano che l’orientamento sessuale e l’espressione di genere siano tra i motivi principali per cui i bambini diventano vittime di bullismo, sappiamo poco sul legame tra bullismo e orientamento sessuale dei genitori dei bambini.

 

Stime recenti suggeriscono che un numero tra 2,0 e 3,7 milioni di bambini vengono cresciuti da adulti lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT) negli Stati Uniti e secondo i dati del National Health Interview Survey del 2013 e del Gallup Poll (Gates, 2014) ciò si traduce in un aumento delle sfide che le scuole devono affrontare per soddisfare le esigenze di queste famiglie (Byard, Kosciw, & Bartkiewicz, 2013). Mentre esiste un’ampia letteratura sui risultati psicosociali per i bambini con genitori lesbiche e gay (LG) (ad esempio, Moore & Stambolis, Ruhstorfer, 2013), meno si sa sulle esperienze scolastiche di questi bambini, e sulle interazioni tra genitori omosessuali e le loro scuole (Goldberg & Smith, 2014).

La teoria dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner (2001) sottolinea il ruolo dei contesti ambientali nella comprensione dello sviluppo dei bambini, pertanto è di estrema importanza indagare come questi interagiscono fra loro. Ciò contribuirebbe a una migliore comprensione dei fattori sottostanti che potrebbero rivelare risultati comparabili tra famiglie con genitori eterosessuali e non eterosessuali (Goldberg, 2010). Nonostante i dati indicano che l’orientamento sessuale e l’espressione di genere siano tra i motivi principali per cui i bambini diventano vittime di bullismo (Kosciw, Greytak, Diaz, & Bartkiewicz, 2010), sappiamo poco sul bullismo dovuto all’orientamento sessuale dei genitori dei bambini. Ricerche suggeriscono che i bambini vittime di bullismo, indipendentemente dal motivo, in genere sperimentano un disadattamento psicologico e comportamentale (Guhn, Schonert-Reichl, Gadermann, Hymel, & Hertzman, 2013; Lereya, Copeland, Costello, & Wolke, 2015). Pertanto, una ricerca che esamini più da vicino la misura in cui il bullismo negli ambienti scolastici può influenzare in modo differenziato alcuni bambini, come quelli con genitori non eterosessuali, è opportuna. In uno studio di Casper, Schultz e Wickens (1992) è emerso che i genitori LG sperimentavano un forte stress legato alla scelta di nascondere o rivelare il proprio orientamento sessuale, e la propria struttura familiare nella scuola dei loro figli. Goldberg e Smith (2014) hanno scoperto che i genitori adottivi omosessuali che avevano una maggiore frequenza di interazioni con gli insegnanti dei bambini hanno riportato relazioni più positive con loro, inoltre la percezione di sentirsi accettati dagli altri genitori era anche legata a un maggiore coinvolgimento scolastico da parte loro. Così, il ruolo di una comunità di sostegno per i genitori LG appare legato all’impegno scolastico. Byard et al. (2013) hanno scoperto che le scuole che hanno programmi inclusivi e che assegnano maggiori risorse alle tematiche LGBT offrono un clima più favorevole non solo agli studenti appartenenti a minoranze sessuali, ma anche alle famiglie con genitori appartenenti a minoranze sessuali.

Il presente studio si è proposto di comprendere meglio la percezione delle esperienze scolastiche tra i bambini e le famiglie LG-genitoriali, nonché l’associazione con l’adattamento dei bambini: precisamente, è stato esaminato l’adattamento comportamentale dei bambini in età scolare e le esperienze scolastiche di un campione di 96 genitori adottivi LG, dei loro 50 figli e di 48 insegnanti dei bambini.

Per valutare la regolazione del comportamento dei bambini, i genitori e gli insegnanti dei bambini hanno completato la Child Behavior Checklist (CBCL/6 –18) e la Teacher Report Form (TRF/6 –18) per i bambini in età scolare (Achenbach & Rescorla, 2001), composte da 112 items relativi ai problemi di internalizzazione (es. “essere infelice, triste o depresso”), esternalizzazione (es. “mentire o barare”) e problemi generali del comportamento (es. problemi di attenzione, sociali o del sonno).

Per valutare le esperienze scolastiche di bambini e genitori e per indagare su possibili prese in giro e bullismo dovuto all’orientamento sessuale dei genitori, i bambini e i genitori sono stati intervistati individualmente. Ai bambini sono state poste domande come: “A scuola o in qualsiasi altro luogo, sei mai stato preso in giro, ad esempio, con parole o nomignoli cattivi?” e “Sei mai stato fisicamente vittima di bullismo (ad esempio, colpiti, presi a calci, schiaffeggiati, presi a pugni, ecc.)?” Se i bambini hanno risposto “sì” a una delle due domande, sono stati interrogati anche con le seguenti domande: “a) Quante volte nell’ultimo anno? (b) Perché pensi di essere stato vittima di bullismo? (c) Come ti sei sentito? (d) Cosa hai fatto quando è successo?”. Ai genitori sono state fatte le seguenti domande: “Direbbe che [il bambino] si è adattato bene alla scuola dal punto di vista sociale (ad es. con i coetanei, gli amici)? (sì/no)”, “Che lei sappia, [bambino] è mai stato vittima di bullismo, preso in giro o trattato ingiustamente? Se sì, descriva” e “Si sente sostenuto come famiglia di genitori LG dalla scuola di suo figlio, anche da insegnanti, amministratori, allenatori e altro personale, oltre che dai genitori di altri bambini?”

I risultati della ricerca hanno rivelato che, nel complesso, genitori e insegnanti hanno concordato sul fatto che i bambini adottati in età scolare da genitori omosessuali sembravano essere ben adattati. Nello specifico, i genitori hanno riferito transizioni positive dei loro figli nell’ambiente scolastico, e di pochi problemi di comportamento tra i loro figli: precisamente 94 genitori hanno riferito un buon adattamento dei propri figli all’ambiente scolastico. Tuttavia, alcuni genitori hanno segnalato che i loro figli sono state vittime di prese in giro o bullismo a causa della propria struttura familiare, cosa segnalata dai bambini stessi. Per esempio, un bambino ha dichiarato: “Molte persone si prendono gioco di me perché la mia famiglia è diversa… non dovrebbero fare i prepotenti con noi perché siamo diversi”. Sia genitori che insegnanti hanno anche segnalato che i bambini che sono stati vittime di bullismo hanno anche riportato problemi comportamentali esternalizzanti in casa e problemi di interiorizzazione a scuola. Tale coerenza tra genitori e insegnanti in questo campione può riflettere il coinvolgimento dei genitori nelle scuole e/o le percezioni dei genitori sul sostegno da parte degli insegnanti. Nonostante la percezione che i genitori LG ricevano adeguato sostegno scolastico rispetto alla loro struttura familiare, alcuni bambini con genitori LG possono sperimentare sfide uniche durante i primi anni di scuola.

 

La gestione del caso complesso in età evolutiva – Il primo episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema del primo incontro è stato la gestione del caso complesso in età evolutiva, discusso dalla Dott.ssa Sara Della Morte.

 

LA GESTIONE DEL CASO COMPLESSO IN ETÀ EVOLUTIVA – Guarda il video:

 

Gli inesplicabili processi psicologici che si celano nel contesto gruppo

L’appartenenza al gruppo permette al singolo di rispecchiarsi nelle persone che ne fanno parte. Il processo cognitivo che vi è alla base è l’identificazione, la persona si comprende cognitivamente membro di quel particolare insieme.


Non è tanto il tipo di persona che un uomo è, ma la situazione in cui si viene a trovare, che determina come si comporterà. (Stanley Milgram)

John Donne afferma «Nessun uomo è un’isola». L’uomo è calato in una interdipendenza necessaria verso gli altri essere umani, ha bisogno di interazioni sociali, di far parte di un gruppo relazionale. Quest’ultimo offre un’illusione di salvezza nei confronti della solitudine, della fragilità e dello smarrimento. Si può affermare che l’appartenenza al gruppo è una caratteristica intrinseca del genere umano (Brewer, 1997). Il gruppo fa da riferimento a un concetto chiave dell’individuo: l’identità sociale, quella parte del concetto di sé che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad un insieme collettivo, unito al significato emotivo associato a tale adesione. Si attiva un processo di categorizzazione in un determinato gruppo in modo da definire la propria identità nella collettività o in un momento specifico. L’appartenenza al gruppo permette al singolo di rispecchiarsi nelle persone che ne fanno parte. Il processo cognitivo che vi è alla base è l’identificazione, la persona si comprende cognitivamente membro di quel particolare insieme. L’individuo si riconosce nelle persone del suo ingroup (assimilazione) e allo stesso tempo si distingue dalle persone che fanno parte dell’outgroup (differenziazione). Per natura, gli esseri umani si trovano a dover soddisfare questi due bisogni tra loro opposti (Brewer, 1991). Questa differenza tra ingroup e outgroup è data dal rapporto di metacontrasto (Turner, 1987) ovvero il rapporto tra le differenze medie intercategoriali e le differenze medie intracategoriali, più alto è questo rapporto e maggiore sarà l’adeguatezza dell’individuo con l’ingroup e la discrepanza con l’outgroup. Questa distinzione cambia a seconda dell’accessibilità di una determinata categoria che può riferirsi ad aspetti legati alle preferenze personali o a fattori di tipo contestuali. Secondo Tajfel (1981) è importante che le percezioni psicologiche degli individui siano sempre contestualizzate e cioè sempre considerate nella specifica situazione sociale in cui sorgono e si sviluppano.

La percezione dell’identità dell’individuo ovvero del proprio sé, della propria autostima dipende da quanto è giudicato positivamente o negativamente l’ingroup. Aspetto chiave che sottende questo processo è il confronto sociale, confronto che avviene con l’outgroup. Data la naturale predisposizione degli individui a ricercare un’immagine di sé positiva, il successivo processo al confronto sociale sfocerà in una valutazione più positiva per l’ingroup piuttosto che per l’outgroup (Voci, 2003). Si è motivati ​​a migliorare l’immagine e lo status del gruppo di appartenenza nei confronti degli altri, in quanto ciò si riflette su di noi.

Nelle singole persone che si ritrovano nel gruppo si consolida un senso di appartenenza, data dall’attrazione reciproca, coesione che è il risultato stesso dell’appartenenza allo stesso gruppo. L’individuo è depersonalizzato in quanto non percepisce più sé stesso come singola unità ma come un tutt’uno con l’ingroup. Turner et al. (1984) considerano questo fenomeno come positivo in relazione all’assimilazione al gruppo, ma va distinto dalla deindividuazione e dalla deumanizzazione. Quest’ultima relega in una sfera sub-umana l’individuo (dell’outgroup), ridotto al rango di oggetto o di essere inferiore. Sparisce l’empatia e il senso di colpa, per far posto ad esecuzioni caratterizzate da atti di violenza nei confronti della “vittima”. Troviamo la deindividuazione per la prima volta nella teoria di Gustave Le Bon (1895), il quale sostenne che la folla tende a far perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, arrivando ad alimentare anche la comparsa di impulsi antisociali. La condotta viene dettata dall’ambiente e dalle situazioni. L’individuo non è più responsabile delle sue azioni, concetto che verrà ripreso da Philip G. Zimbardo (1970-2007) con l’esperimento carcerario di Stanford. Qui emerge il processo psicologico della diffusione di responsabilità (Bandura et al., 1996; Caprara et al., 1996) ovvero quando in uno stato d’emergenza o in una situazione estrema la responsabilità viene divisa tra i partecipanti e di conseguenza, percepita come non appartenente a nessuno, producendo indifferenza. In queste dinamiche psicologiche di gruppo prevale una compromissione dell’azione morale identificata da Alber Bandura nel disimpegno morale. Questi meccanismi inibiscono la censura interna nell’eseguire azioni amorali, liberando l’individuo da sentimenti di autocondanna che sarebbero lesivi per l’autostima, così da mantenere intatta l’immagine di sé. Il comportamento delle persone nel gruppo è affascinante ma allo stesso tempo temibile: produce un’influenza sociale che porta alla modificazione di atteggiamenti, giudizi e condotte degli stessi individui che lo compongono. Influenza che va distinta in influenza informativa e normativa (Deutsch & Gerard, 1955). La prima si riferisce a quando un individuo, trovandosi in situazioni ambigue, confuse, incerte, assume il comportamento degli altri come fonte di informazioni e si adegua a tali condotte, pensando che gli altri possano aiutarlo ad essere nel giusto. La seconda riferisce la tendenza che hanno gli individui a conformare le proprie opinioni e i propri comportamenti al modo di agire e di pensare delle persone che stanno loro intorno, al fine di venirne accettati e apprezzati. Vi è una pressione sociale che porta a un’acquiescenza pubblica, ma non a un’accettazione privata. Nel gruppo si può provare timore della disapprovazione e quindi conformarsi per paura di essa, imitare comportamenti e giudizi dell’insieme a cui si appartiene per pura compiacenza.

Tutti questi processi psicologici danno al gruppo una connotazione negativa meglio identificata con il nome di massa. Massa che identifichiamo come un aggregato di persone facilmente malleabili allo stampo della fonte. In questo senso W. R. Bion (1961) afferma “la massa in quanto tale è sempre priva di mente” cioè acefala. Ci si conforma come pecore di un gregge. Il gruppo crea l’identità sociale dell’individuo e allo stesso tempo il suo anonimato all’interno di esso; non ricorda la differenza, l’eterogeneità che sussiste tra il nome proprio della persona e il numero, andando a confermare l’anonimato del numero. Se da un lato il gruppo garantisce le interazioni necessarie per la socializzazione e l’identificazione sociale, dall’altra parte può portare alla regressione a una condizione infantile, ovvero l’abbandono del pensiero critico.

 

Come madre “Terra”

Il legame madre-bambino è fondamentale per promuovere una crescita sana, incoraggiando, rispondendo, gioendo a ogni gesto spontaneo e creativo del bambino. 

 

Il bambino, fin dalla nascita, è alla ricerca istintiva di una relazione che richiami emozioni positive e sicure che ricerca nella sua figura accudente, la mamma. Come madre ‘Terra’, una mamma è l’origine di tutta la vita, la fonte di ogni nutrimento, che protegge dalle sue stesse calamità; ci sono terreni aridi e terreni umidi, aree sterili ed aree feconde, territori che fruttano un certo tipo di raccolti e territori che ne producono altri.

I sentimenti positivi di una madre per il piccolo possono facilitare i livelli di crescita della materia grigia del cervello limbico, della rappresentazione di sé e dell’altro, con una ristrutturazione dell’autostima e della rappresentazione corporea. Bisogna dare molta importanza anche alla qualità della voce e degli scambi vocali, insieme alle espressioni facciali e alle vocalizzazioni non verbali. Tutto ciò si basa sulla comunicazione tra emisfero destro della madre e emisfero destro del bambino.

Di conseguenza, come scrive Schore, attraverso il collegamento emisfero destro-emisfero destro e le comunicazioni non verbali visuofacciali, tattili-gesturali e auditive-prosodiche, il caregiver e il bambino imparano ognuno la struttura ritmica dell’altro e modificano il loro comportamento per adattarsi a quella struttura, quindi co-creando un’interazione specificatamente adatta al momento per momento (Schore, 2001b, p.203).

Per aiutare i bambini a una sana crescita e allo sviluppo di un vero Sé, come afferma Winnicott, è fondamentale incoraggiare, rispondere, gioire a ogni gesto spontaneo e creativo, evitando di bloccarlo e non interferendo con il giudizio.

Bowlby sottolinea come il bambino, quando non incontra il desideri e l’amore della madre, possa pensare di non essere poi degno di essere amato da nessun altro (Bowlby, 1973), un concetto simile a quello che Ferenczi ha sviluppato ben prima di Bowlby, quando parlava di ‘bambino mai accolto’ (Ferenczi, 1929).

Già dalla gestazione il legame madre-bambino risulta necessario e importante a partire dalla trasmissione delle onde sonore e delle sensazioni tattili al rilascio di ormoni ‘nutrienti al corpo e all’anima’ come la serotonina, l’ossitocina e le endorfine. La madre infatti funziona come ‘regolatore nascosto’ dei sistemi neurobiologici di crescita (Mucci, 2020)

Tra i vari elementi che giocano un ruolo nella costruzione della relazione tra la mamma e il bambino, vi è la rivisitazione da parte della madre stessa della relazione affettiva con la propria madre. Si tratta di una sorta di ritorno alla propria infanzia per comprendere le modalità della propria crescita, delle proprie relazioni, riflettendo su alcuni aspetti che l’hanno caratterizzata. Ricordiamoci che attraverso la crescita del figlio si rivive la stessa fase di crescita percorsa alla stessa età. Se ci si sente arrabbiati, nervosi verso il proprio figlio e non si riesce a dare una spiegazione, in alcuni casi è proprio perché in quel momento, inconsapevolmente, si riattivano una serie di ricordi, richiami alla propria stessa fase evolutiva.

È dalla qualità del rapporto con il genitore che si avvia l’iniziazione del processo di crescita fisico-emotiva del bambino, come un mastro Geppetto costruisce il suo pinocchio.

La violenza delle frustrazioni vissute da una madre che teme o sente di non farcela a occuparsi adeguatamente del figlio può arrivare a mettere pericolosamente in crisi il suo equilibrio personale portandola a reazioni estreme e difficilmente prevedibili di chi le sta attorno (Cancrini, 2017). Pertanto è bene affidarsi ad un esperto se si ha la consapevolezza che qualcosa può sfuggire di mano. Trattiamo bene il ‘nostro essere’, ‘essere figlia’ e il ‘nostro essere genitore’ che a specchio, rivivrà e reagirà nelle dinamiche personali, familiari e interpersonali.

 

Corso Trieste, la nostalgia come perdita del momento attuale – Rubrica Psico-canzoni

Il presente articolo, prendendo in considerazione il brano Corso Trieste del gruppo musicale I Cani, affronta il tema della nostalgia come consapevolezza della finitezza di ogni esperienza.

Psico-canzoni – (Nr.6) Corso Trieste

 

Padri stanchi tornano a casa dal lavoro in moto. È quasi buio, soltanto luci verdi e rosse ed arancioni e gialle e sotto gli alberi non fanno luce neanche quelle. Ho 15 anni e con le mani in tasca sto tornando a casa anche io e in faccia ho freddo mentre sotto la mia giacca sudo e ho un groppo in gola ma non so perché, adesso non ricordo più perché.

  Benché la canzone del gruppo I Cani, a cui appartiene il testo sopra riportato, porti il nome Corso Trieste, le emozioni descritte sono condivisibili da molti adulti, una volta adolescenti, di qualsiasi quartiere o città. Il testo di questo brano è la prova che non serve utilizzare molte parole per trasmettere all’interlocutore quello che si prova. La riuscita di un pezzo sta nella pregnanza del significato, che in questo caso è data dall’introspezione dell’artista e dalla musica di sottofondo.

La scena raccontata è quella di un uomo immerso nei ricordi più teneri dell’adolescenza.

In faccia ho freddo mentre sotto la mia giacca sudo e ho un groppo in gola ma non so perché, adesso non ricordo più il perché

è il momento dove il ricordo si allaccia al pensiero attuale. Niccolò Contessa, il cantautore del gruppo, racconta la propria nostalgia, intesa come senso di tristezza rispetto ad un’esperienza che non può rivivere.

Il groppo in gola in adolescenza poteva essere la litigata con un amico, l’attesa della risposta da parte di una ragazza, una discussione in casa, o più semplicemente un’interrogazione in arrivo. Adesso in età adulta, con un occhio interiore diverso, il groppo rispecchia la consapevolezza della finitezza e dell’irrepetibilità di ogni momento.

Una poetessa dell’antica Grecia scriveva che si è veramente felici solo quando non si sa di esserlo ed è questo il messaggio che sembra donare anche Corso Trieste. Quel ragazzo di 15 anni ci appartiene, siamo tutti noi, chi più chi meno. Ognuno a modo proprio ha sperimentato il cuore pulsante e il sudore sotto il giaccone nella strada per rientrare a casa. Quando si cresce è così difficile lasciar andare quel ragazzo dove erano riposti sogni, speranze, aspettative.

È più facile crogiolarsi ne

l’unica vera nostalgia che ho

piuttosto che vedere quello che ancora si è e si può essere. In realtà quel giovane di 15 anni che ci appartiene era solo, disorientato in mezzo alla confusione dei cambiamenti e alla tempesta emozionale ed ormonale tipica di quell’età. Attraverso eventi come l’esame di maturità un adolescente può iniziare a sperimentare che è tutto in divenire e niente resta com’è: il secondo appena trascorso già non c’è più e tutto quello che abbiamo è l’adesso.

La nostalgia raccontata in Corso Trieste è l’amarezza da adulto di non poter più rivivere certi momenti, anche lo stesso groppo in gola, perché è vero che non torneranno più.

Eppure proprio oggi, proprio ora quell’adolescente divenuto il padre stanco che torna dal lavoro in moto può scegliere se andare avanti come se nulla fosse, rimanendo nella nostalgia, o vivere appieno i momenti della vita con gioie e dolori senza far scivolare l’unicità di ogni singolo istante.

 

CORSO TRIESTE – Guarda il video del brano:

 

“Le ali della libertà” (1994) e il potere della speranza – Cinema e psicologia

Le ali della libertà è anche e soprattutto una rappresentazione accurata del concetto di speranza, di come un uomo innocente possa trovare il modo di sopravvivere all’idea che la sua vita gli sia stata rubata e che si ritrovi a pagare per un crimine che non ha commesso.

 

Andy: «Sai io dove andrei? A Zihuatanejo!»
Red: «Zihu… cosa?»
Andy: «Zihuatanejo. È nel Messico, un piccolo porto sull’Oceano Pacifico. Sai che dicono del Pacifico i messicani?»
Red: «No».
Andy: «Dicono che non ha memoria. È lì che voglio vivere il resto della mia vita: in un posto caldo senza memoria». (Le ali della libertà – Frank Darabont, 1994)

  Con questa immagine il protagonista de Le ali della libertà, Andy Dufresne (Tim Robbins) racconta al suo amico Red (Morgan Freeman) la sua idea di libertà, di redenzione. Anche se Andy, che ha trascorso circa vent’anni nella prigione di Shawshank, non ha davvero bisogno di redimersi. Le ali della libertà, film del 1994 diretto da Frank Darabont e basato sul racconto di Stephen King L’eterna primavera della speranza. Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, contenuto nella raccolta Stagioni diverse, è la storia di un uomo, il giovane bancario Andy Dufresne, condannato per l’omicidio della moglie e del suo amante. Pur proclamandosi innocente, Andy si ritrova a scontare la sua pena nel carcere di Shawshank. Ma il film di Darabont non è solo la narrazione delle vicende della vita carceraria. Certo, dipinge le difficoltà e le vessazioni che i nuovi arrivati si trovavano ad affrontare a quel tempo – la vicenda ha inizio nel 1947 – in un istituto di pena del New England; specie i detenuti come Andy che, nonostante tutto, sembra mantenere un’insolita calma per essere in un posto come quello e sapere di doverci restare per sempre. Le ali della libertà è anche e soprattutto una rappresentazione accurata del concetto di speranza, di come un uomo innocente possa trovare il modo di sopravvivere all’idea che la sua vita gli sia stata rubata e che si ritrovi a pagare per un crimine che non ha commesso.

Con queste premesse, si potrebbe pensare che Andy non sia nient’altro che un ottimista, ma – sebbene vicini tra loro – i concetti di ottimismo e speranza non sono esattamente sovrapponibili. L’ottimismo è considerato da alcuni un vero e proprio tratto di personalità che esercita una notevole influenza sul comportamento inducendo la persona ad aspettarsi risultati positivi da ogni tipo di esperienza futura (Laudadio, Mancuso, 2015). La speranza è un costrutto dalle varie sfumature. In psicologia, una delle teorie più conosciute è quella di Snyder, il quale ha individuato tre componenti centrali della speranza: goals, agency e pathways. Nel suo modello, accanto agli obiettivi si pongono l’agency – ovvero la convinzione di poter dare forma alla nostra vita rendendo le cose possibili – e i pathways – i percorsi che seguiamo e i piani che elaboriamo per raggiungere i nostri obiettivi (Weir, 2013). Le componenti agency e pathways si influenzano reciprocamente in modo continuo durante il processo che porta infine al conseguimento dell’obiettivo (Snyder, 2000). Andy sembra avere proprio un obiettivo – che viene rivelato solo alla fine della storia – un piano per raggiungerlo e la consapevolezza di poterci riuscire.

Nonostante viva i primi anni di detenzione vittima di violenza, nonostante la dura esperienza della vita carceraria e sebbene ritrovatosi da solo in quel posto così diverso dalla vita che era abituato a fare, Andy Dufresne riesce sempre a trovare con ostinazione una ragione per andare avanti. Lo fa diventando un punto di riferimento per le guardie della prigione – che, con la sua esperienza da vice direttore di una banca, si rivolgono a lui per fare la dichiarazione dei redditi o qualche investimento sicuro – oppure dando una mano a qualche giovane detenuto che non aveva mai preso il diploma. Andy è diverso da tutti gli altri e per questo viene notato e benvoluto dai suoi compagni e stringe una solida amicizia con Red che, tra tutti gli ospiti di Shawshank, era stato il primo a interessarsi a lui, forse affascinato dalla sua aria quasi spensierata che era difficile vedere da quelle parti. E rimane ancora più sorpreso quando Andy si avvicina a lui – famoso per essere un mago del contrabbando – e gli chiede di procurargli Rita Hayworth e, dopo di lei, altre bellissime attrici da appendere alle umide pareti della sua cella. Red ha trascorso più tempo dentro alle mura di Shawshank che fuori, si definisce un uomo istituzionalizzato e sa che, semmai dovessero concedergli la libertà, non sarà più in grado di vivere nel mondo reale. A Shawshank era utile, era colui che procurava le cose agli altri detenuti; fuori di lì nessuno avrebbe avuto bisogno di lui. Red, come molti altri, aveva riadattato il proprio modo di vivere al contesto istituzionale – quello penitenziario, appunto – con le sue regole – esplicite e non – e lo aveva fatto al punto da perdere la capacità di pianificare e immaginare il suo rientro nella società come individuo utile e produttivo.

Ma a volte la speranza riesce ad insinuarsi dove sembra esserci solo rassegnazione e spesso rappresenta

l’ultima risorsa a disposizione della persona quando questa si trova ad affrontare difficoltà non facilmente superabili. […] l’ultimo baluardo in grado di impedire alla persona di cadere nella disperazione più cupa. (Meazzini, 2017)

Nel corso della storia, Red affronta più volte la valutazione della commissione per la libertà vigilata che ha il compito di decidere se un detenuto possa definirsi riabilitato. Ma Red è cinico e disilluso al riguardo, al contrario di Andy che è forse l’unico uomo in quel posto ancora in grado di conservare una certa luce negli occhi, come chi si aspetta qualcosa di buono ed è consapevole che – con il giusto impegno e un po’ di fortuna – potrà arrivare dove vuole. Andy non smette di sperare durante i lunghissimi anni trascorsi a Shawshank, lo fa impegnandosi per gli altri, o anche semplicemente lavorando le pietre raccolte nel cortile con il suo martello da roccia; spera, fino al giorno in cui il suo piano potrà finalmente realizzarsi. Le ali della libertà non è solo un grande classico del cinema che riesce ogni volta ad emozionare, è molte altre cose: è una storia di amicizia, è il racconto della vita tra le mura di una prigione, è redenzione e, soprattutto, è un ritratto di speranza. Così, sognando un futuro diverso sulle spiagge assolate di Zihuatanejo, Andy spera e, inaspettatamente, riesce a convincere persino il cinico Red che

La speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai. (Le ali della libertà – Frank Darabont, 1994).

 

Tricotillomania e dermatillomania: quali sono i percorsi psicoterapeutici indicati?

La tricotillomania (disturbo da trazione dei capelli o Hair Pulling Disorder, HPD) e dermatillomania (disturbo da escoriazione o Skin Picking Disorder, SPD) sono disturbi del comportamento ripetitivo focalizzato sul corpo (ing. body-focused repetitive behavior, BFRB) caratterizzati rispettivamente da trazione o rimozione compulsiva di capelli e pelle.

 

Questi disturbi sono accompagnati da disagio e/o compromissione funzionale e spesso sono piuttosto gravosi, nonché notoriamente difficili da trattare. I tassi di prevalenza per Tricotillomania e dermatillomania rientrano tra circa l’1% e il 5%, (Christenson, Pyle & Mitchell, 1991; Hayes, Storch & Berlanga, 2009) e l’età media di insorgenza è tipicamente nella prima adolescenza (Christenson & Mansueto, 1999; Wilhelm et al., 1999). Nell’articolo di Jones, Keuthen e Greenberg del 2018 sono state presentate le raccomandazioni psicoterapeutiche specifiche per queste due tipologie di disturbi (Jones et al, 2018).

Tra le tipologie di trattamento proposte, spicca l’Habit Reversal Training (HRT), tecnica comportamentale di prima linea utilizzabile per tutti i livelli di gravità, che può essere particolarmente utile quando il comportamento dell’individuo affetto da queste patologie presenta una ridotta consapevolezza. L’HRT include tre componenti: formazione alla consapevolezza, rinforzo dei comportamenti incompatibili e potenziamento del supporto sociale. Nell’addestramento alla consapevolezza, l’obiettivo è sviluppare una maggiore attenzione ai propri comportamenti di pulling/picking. Il clinico lavora innanzitutto con il paziente per ottenere una comprensione dettagliata di trazione/escoriazione e gli insegna a notare quando egli svolge questi tipi di comportamento. Successivamente, l’esperto e il paziente lavorano insieme per sviluppare un comportamento incompatibile con il BFRB, chiamato risposta competitiva. La risposta competitiva è un comportamento alternativo a quello patologico che può essere svolto discretamente in pubblico, in modo da poter essere mantenuto per 60-90 secondi. Un esempio di questo esercizio può essere stringere entrambe le mani a pugno per evitare di danneggiare pelle o capelli. Viene infine chiesto al paziente di identificare i supporti sociali da coinvolgere nella risposta competitiva, in modo che questi ultimi possano sostenerlo e motivarlo (Jones et al, 2018). Un primo studio randomizzato e controllato sulla HRT ha mostrato una riduzione significativa delle manifestazioni cliniche di pulling dei capelli del 99% (Azrin, Nunn & Frantz, 1980). Un altro studio randomizzato del 2006 su 25 adulti ha mostrato come la HRT fosse un trattamento efficace anche per l’SPD (Teng, Woods, Twohig, 2006). Infine, uno studio randomizzato del 2011 ha rivelato che i metodi cognitivo-comportamentali risultano essere efficaci per la dermatillomania in appena quattro sessioni, con miglioramenti del trattamento sostenuti a 2 mesi di follow-up (Shuck et al. 2011).

Un altro ottimo metodo utilizzato in terapia comportamentale è l’addestramento al controllo dello stimolo, che implica la modifica dell’ambiente per ridurre gli antecedenti comportamentali e limitare le conseguenze rinforzanti dei comportamenti. La riduzione degli antecedenti può favorire la limitazione dei fattori scatenanti comportamentali (p. es., rimuovere pinzette o specchietti), fornire comportamenti alternativi (p. es., manipolare un antistress), aumentare le barriere per il comportamento (p. es., indossare guanti/cappello o tenere le unghie corte) o potenziare la consapevolezza relativa ai comportamenti patologici (p. es., posizionare un cerotto sul dito o indossare braccialetti che fanno rumore con il movimento del braccio) (Jones et al, 2018).

Trattamenti altrettanto qualificati nella cura di questi disturbi sono la Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (ing. Acceptance and Commitment Therapy, ACT) e la Terapia Dialettico Comportamentale (ing. Dialectical Behavioural Therapy, DBT), psicoterapie che possono essere impiegate in concomitanza con la tecnica del controllo dello stimolo, specialmente quando le emozioni negative innescano il pulling o il picking (Hayes, 2004; Linehan, 1993). L’ACT e la DBT implementano impegno e consapevolezza per ridurre l’emozione disfunzionale alla base di queste tipologie di disturbi (Jones et al, 2018). L’ACT utilizza una serie di metafore ed esercizi comportamentali per facilitare l’accettazione delle esperienze interiori negative. Viene posto l’accento su come il BFRB possa essere in conflitto con una “vita di valore” e sottolinea come i mancati tentativi di controllare gli impulsi siano stati spesso infruttuosi. Viene insegnato al paziente a “cavalcare l’onda” dell’emozione fino a quando la sensazione o l’impulso a manipolare/strappare non passa. La DBT utilizza invece un approccio basato sulle competenze, che enfatizza contemporaneamente il cambiamento e l’accettazione del problema. Il protocollo DBT adattato per la tricotillomania è composto da tre moduli: lavoro sulla consapevolezza, regolazione delle emozioni e tolleranza al disagio (Keuthen et al., 2011). Per quanto riguarda la tricotillomania, uno studio ha dimostrato che una combinazione di terapia ormonale sostitutiva e ACT ha portato a una riduzione non solo delle manifestazioni cliniche del pulling, ma anche dell’ansia e delle manifestazioni depressive correlate. I miglioramenti del trattamento sono stati sostenuti al follow-up di 3 mesi (Woods et al., 2006). Inoltre, uno studio del 2010 ha mostrato come utilizzando una combinazione di HRT e DBT si verificasse una riduzione delle manifestazioni cliniche dell’HPD, nonché delle manifestazioni cliniche di ansia e depressione, con un certo mantenimento di benefici al follow-up di 3 e 6 mesi (Keuthen et al., 2011). Per quanto riguarda il disturbo da escoriazione della pelle, uno studio pilota del 2008 ha dimostrato come una combinazione di HRT e ACT fosse efficace per fronteggiare la dermatillomania (Flessner et al., 2008).

In conclusione, la ricerca di Jones e collaboratori ha identificato Habit Reversal Training, Controllo dello stimolo, ACT e DBT come trattamenti maggiormente indicati per problematiche di comportamento ripetitivo focalizzato sul corpo, come tricotillomania e dermatillomania.

 

Quali sono gli aspetti che determinano il nostro agire? Piani, temi e credenze. Partecipa alla ricerca!

PIANI, TEMI E CREDENZE: QUALI SONO GLI ASPETTI CHE DETERMINANO I NOSTRI MODI DI AGIRE – PARTECIPA ALLA RICERCA!

La concettualizzazione del caso in psicoterapia è la cornice delle ipotesi sui problemi del paziente, sulla loro natura e sulle possibili cause. (Horowitz & Eells, 1993). Diversi modelli in psicoterapia cognitivo comportamentale raccomandano l’uso della concettualizzazione del caso per garantire interventi e strategie adeguati alle circostanze specifiche del paziente (vedi Clark & Beck, 2010). I modelli di concettualizzazione si sviluppano quindi parallelamente all’approccio cognitivo comportamentale, per poi evolversi e arricchirsi in base ai progressi della conoscenza in questo ambito. Nel panorama attuale si assiste a una frammentazione di teorie e modelli che ha condotto alla possibilità di formulare numerose concettualizzazioni cliniche differenti, volte spesso a sostenere un tipo di intervento specifico. Manca invece una chiave di lettura comune e trans-diagnostica, “laica” rispetto alla specifica tecnica, che permetta la pianificazione del percorso terapeutico e lo scambio di informazioni tra professionisti, senza tralasciare le variabili di processo che già da tempo la letteratura ha evidenziato come elementi nucleari del funzionamento individuale (Flavell, 1979).

Questa necessità viene colmata dal modello LIBET (Sassaroli, Caselli e Ruggiero, 2016), che nasce dalle intuizioni cliniche e dall’esperienza di ricerca di professionisti di eccellenza nel panorama CBT. Il modello LIBET concettualizza la sofferenza psicologica attraverso due componenti:

(1) i temi di vita, costituiti da stati mentali negativi e aspetti di vulnerabilità verso cui l’individuo si focalizza. Tali stati mentali sono solitamente manifestati attraverso credenze sul sé e sensazioni corporee. I temi di vita sono poi sostenuti da credenze relative alla loro intollerabilità e alla loro capacità di condizionare la vita quotidiana.

(2) I piani sono strategie rigide e volontarie, volte ad evitare il contatto con i temi di vita. I piani vengono adottati a scapito di aree significative dello sviluppo personale e sono sostenuti da credenze relative alla loro utilità, al condizionamento sul presente e alla loro incontrollabilità. Il fallimento di tali tentativi semi-adattivi di gestione di stati negativi – spesso causato da credenze rigide su essi – porterebbe alla sofferenza psicologica.

Per questo motivo Studi Cognitivi, insieme alla Sigmund Freud University di Milano, sta conducendo una ricerca nella popolazione generale che indaga quali siano gli stati d’animo negativi maggiormente diffusi, quali le strategie per gestirli e quali le credenze su questi aspetti, allo scopo di validare il modello e favorire una lettura condivisa in ambito cognitivo comportamentale.

Il tuo contributo è importante, partecipa alla ricerca e aiutaci a diffonderla!


Identikit del paziente a rischio suicidario – Video del Webinar organizzato da Scuola Cognitiva di Firenze

Scuola Cognitiva di Firenze, in associazione con Studi Cognitivi, ha organizzato un incontro formativo sulla tematica del suicidio e del rischio suicidario.

 

Il webinar rientra tra gli incontri formativi gratuiti “Pratichiamo la teoria”, una serie di webinar rivolti a studenti e professionisti della salute mentale (psicologia, psichiatria, medicina), che affrontano ciascuno un argomento di interesse clinico con particolare riferimento alla sfera pratica.

L’incontro, promosso da Scuola Cognitiva di Firenze, si è concentrato sull’identikit del paziente a rischio suicidario e sulla valutazione del rischio suicidario, atto definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come un “attentato alla propria vita con grado variabile di intenzione di morte”, che comprende aspetti biologici, genetici, psicopatologici, sociali, economici e culturali.

Relatrice è stata la dr.ssa Stefania Righini che, dopo un’introduzione teorica, ha presentato anche le principali tappe del trattamento con particolare riguardo alla pianificazione e all’attuazione delle possibili strategie di cura e di prevenzione.

 

IDENTIKIT DEL PAZIENTE A RISCHIO SUICIDARIO – Guarda il video integrale del webinar:

 

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Tecniche immaginative per la stabilizzazione: il posto sicuro

Tra le tecniche di stabilizzazione dei sintomi troviamo anche quelle immaginative che servono al paziente per rientrare nella finestra di tolleranza e abbassare l’attivazione emotiva e fisiologica, come spiegato nell’articolo precedente.

 

In quest’articolo ci focalizzeremo su una delle tecniche immaginative che consiste nel fare visualizzare un posto sicuro al paziente. La tecnica del “posto sicuro” è una delle strategie di grounding possibile da utilizzare sia nel setting clinico che in autonomia quando l’individuo si sente sopraffatto da emozioni e sensazioni soverchianti che lo riportano al momento del trauma. Attraverso questa specifica tecnica il paziente può distogliere l’attenzione dalle reazioni iperattivanti connesse al trauma, dai flashback, dalla sensazione di paura e di impotenza e dai possibili agiti autodistruttivi e impulsivi. Questa tecnica può essere utilizzata nel contesto clinico sia nella fase di stabilizzazione dei sintomi sia quando si inizia a lavorare sulle memorie traumatiche entrando nel vivo del lavoro terapeutico, fase in cui è importante mantenere il paziente in uno stato di attivazione funzionale, evitando l’iperarousal così come l’ipoarousal con i sintomi dissociativi ad essi connessi. Oltre che a distrarre il paziente questa tecnica è molto utile anche per il suo effetto calmante. Illustreremo quindi di seguito cosa dire al paziente nella pratica terapeutica ma anche quello che possiamo dirci in tutte quelle circostanze nel quale ci sentiamo momentaneamente senza via di fuga e esperimentiamo un alto livello di stress.

Immagina un posto sicuro, un posto nella tua vita nel quale ti sei sentito molto tranquillo, al sicuro e protetto. Puoi porre maggiormente attenzione alla sensazione di pace, come per esempio dinnanzi a un bel tramonto sulla spiaggia, oppure sulla sensazione di sentirti al sicuro e protetto, come in un’isola disabitata dove hai la possibilità di avere una vista completa di tutto e tutti. Il tuo posto sicuro può essere un posto di fantasia, dunque creato dalla propria fantasia, o un posto reale dove ti sei messo al sicuro in passato e ti sei sentito protetto. Esempi di posti tranquilli e sicuri possono essere un luogo di montagna dove hai sperimentato una sensazione di bellezza e silenzio, o la tua sedia preferita dove abitualmente ti siedi difronte a un camino, o ancora su di una barca lontana dalla riva in una splendida giornata di sole. Altri esempi di posti sicuri che incontriamo nel mondo reale sono: gli alberi in un bosco o in una foresta, la casa di un nostro parente nel quale fin da bambini ci siamo sentiti protetti e accuditi. Il tuo posto sicuro può includere alcune persone importanti nella tua vita o puoi scegliere di essere solo. Puoi rifugiarti nel tuo posto sicuro utilizzando l’immaginazione per scampare dai ricordi traumatici e le emozioni connesse all’evento traumatico, così come dai trigger e dallo stress. Il tuo posto sicuro può includere qualsiasi cosa e chiunque tu voglia, con tutti i dettagli che preferisci. Più dettagli immagini più sarà facile allontanarti dalle sensazioni di impotenza e terrore connesse al trauma. Chiudi gli occhi se lo desideri e segui la tua immaginazione: viaggia nel posto che vuoi, un posto che ha le condizioni che tu vuoi, pensando che né i soldi né il tempo corrispondono a dei limiti.

Dove sei ora? Immaginati lì. Guardati intorno, poni particolare attenzione a cosa vedi, cosa noti? Cosa guardi? Quello che vedi di bello è qui, notalo, fallo tuo, senti e percepisci che è buono.

Il suono che senti è il suono che vuoi sentire. Cosa senti? Notalo, fallo tuo, senti e percepisci che è buono.

Ciò che osservi in termini di temperatura è esattamente quella che preferisci, come è percipita? Notala, senti e percepisci che è buona, falla tua.

Nota i profumi, sono esattamente quelli che ami. Che odore senti? Cosa percepisci? Sentilo, notalo e fallo tuo. Se vuoi assaggiare qualcosa puoi farlo.

Assaggia qualcosa di buono, quello che vuoi, percepiscilo e senti quanto questo sia buono per te.

Cosa stai facendo? Sei seduto, sei in piedi, o altro? Sai che è esattamente quello che vorresti fare lì in questo momento. Notalo e fallo tuo, senti e percepisci quanto ti faccia sentire bene!

Sei con qualcuno o sei solo? Nota che è esattamente il modo in cui vorresti essere lì e fallo tuo.

Adesso puoi fare tuo e accogliere in te tutto. Senti e percepisci quanto questo sia buono, notalo e fallo tuo. Questo è il tuo posto, puoi venire qui tutte le volte e per tutto quanto il tempo tu lo desideri e quando ne hai bisogno. Quando sei pronto puoi tornare indietro nella realtà, puoi aprire gradualmente gli occhi e riorientarti nella stanza, nel qui ed ora. Puoi ritornare però nel tuo posto sicuro ogni volta tu voglia. Hai un posto sicuro come luogo temporaneo dove andare quando ti senti sopraffatto dalle reazioni connesse al trauma. Non dovrebbe essere utilizzato in modo eccessivo in quanto non è un’alternativa alla sicurezza e alla sensazione di protezione, ma solo un posto per stabilizzarsi temporaneamente. In altre parole le tecniche immaginative non dovrebbero essere usate in modo eccessivo ma piuttosto in modo saggio come modo per distrarsi dalla sensazione di impotenza, emozioni forti e comportamenti impulsivi.

Qualora la persona avesse più “parti” (parti dissociate dell’identità), può lavorare in terapia nel porre tutte le parti in un luogo sicuro dove possono ritornare quando hanno il bisogno di sentirsi protetti dalle diverse situazioni quotidiane che possono essere percepite come prevaricanti. Si può anche pensare di comprendere se già si ha un concreto posto sicuro e qualora non fosse così di stabilirlo nella realtà fisica. Un luogo reale per creare un senso di sicurezza interna dove si può andare quando ci sentiamo particolarmente spaventati o sotto stress, in particolar modo per chi è sopravvissuto al trauma.

Prendiamoci tempo per creare e stabilire il nostro posto sicuro.

 

Ipocondria e paura delle malattie: breve analisi dei principali approcci psicoterapeutici e differenziazioni dell’approccio Breve Strategico

I principali approcci clinici all’etichetta ipocondria sono quello Psicoanalitico, quello della Terapia Cognitivo-Comportamentale e quello della Terapia Breve Strategica. Essi, per quanto differenti, hanno in comune alcuni costrutti sui quali ritengono necessario intervenire nella terapia.

 

Nella medicina ippocratica il termine ipocondria veniva usato per indicare persone afflitte da melanconia, una condizione che, con termini più moderni, potremmo definire di immotivata tristezza, ansia, spavento, depressione e spossatezza psicofisica‘ (Bartoletti, Nardone, 2018). Il DSM-5 ha operato un cambiamento rispetto alla versione precedente, il vecchio termine ipocondria è stato suddiviso all’interno delle classificazioni di Disturbo da Sintomi Somatici e Disturbo da Ansia di malattia. Il primo è un quadro clinico più orientato sui sintomi e il secondo più sugli aspetti di ansia e paura associati anche se le diciture dei criteri appaiono molto simili e nella realtà clinica non offrono grandi soluzioni per la differenziazione. Più che delle categorie vere e proprie sembrano delle osservazioni su un continuum di un quadro con pochi aspetti oggettivi e molti aspetti soggettivi. L’unico criterio utilizzato per la differenziazione pare la presenza di sintomi, che pure sono presenti nel disturbo da Ansia di Malattia. La presenza/assenza di sintomi sembra quindi non differenziare affatto.

Inutile sottolineare ancora che dal punto di vista clinico, queste etichette non sono soddisfacenti. Questo non per una posizione ideologica per appartenenza professionale, nei fatti esse non rappresentano la realtà clinica ma solo una semplicistica riduzione. Anche se è stato fatto un piccolo passo in avanti, siamo ancora in un’ottica che divide mente e corpo.

I principali approcci clinici all’etichetta ‘ipocondria’ sono quello Psicoanalitico, quello della Terapia Cognitivo-Comportamentale e quello della Terapia Breve Strategica. Essi, per quanto differenti (segue un elenco delle principali metodologie) hanno in comune, oltre che l’obiettivo di curare i pazienti attraverso il dialogo clinico, alcuni costrutti sui quali ritengono necessario intervenire nella terapia:

  • Amplificazione somatosensoriale: una tendenza ad amplificare selettivamente i sintomi fisici a causa di tre aspetti correlati e concomitanti, a) un aspetto percettivo per cui il soggetto manifesta un’elevata vigilanza e controllo delle proprie sensazioni fisiche comuni, b) un aspetto cognitivo di attenzione selettiva per cui, nella miriade di sensazioni interne ed esterne che colpiscono una persona, il soggetto è specificamente portato a selezionare quelle oggetto di attenzione; c) un aspetto comportamentale per cui il soggetto reagisce alle inevitabili (perché fisiologiche e perché amplificate dai processi attenzionali di cui sopra) sensazioni somatiche anche deboli e poco frequenti, creando un circolo vizioso automatico (più sono attento, più percepisco le sensazioni che provengono da una o più zone critiche del corpo; e più le percepisco, più sono attento a quando e a come si ripresentano) che le rende sempre più disturbanti. L’amplificazione somatosensoriale può essere un tratto stabile del funzionamento del soggetto o anche uno stato temporaneo (Porcelli, 2014, pagg. 31,32).
  • Ansia eccessiva per la salute: questa condizione, strettamente collegata con la precedente può considerarsi adattiva e funzionale ad esempio in presenza di precedenti episodi di rilevanza medica ma allo stesso tempo condurre ad un’amplificazione somatosensoriale. Quando persiste per lunghi periodi genera un’abitudine disfunzionale verso la ‘catastrofizzazione’ e ad una presenza continua di convinzioni errate sulle proprie sensazioni. Si è così portati ad esercitare un maggiore controllo.

L’approccio Psicoanalitico considera le sintomatologie fisiche non come la risultante di pulsioni rimosse (come nel passato) ma come un equivalente di un’espressione emotiva non esplicitata in un quadro che attribuisce importanza allo studio dei rapporti intercorsi tra il soggetto e il caregiver quale figura fondamentale per comprendere le ambivalenze affettive (un processo ritenuto fondamentale nella differenziazione tra il Sé e gli altri e nella formazione delle ideazioni mente-corpo).

I disturbi psicosomatici vengono intesi quindi come diretta conseguenza di qualcosa che è accaduto nel passato ed espresso nel presente come un deficit relazionale. La terapia psicoanalitica quindi è focalizzata sulla relazione con il terapeuta che da una parte dovrà svolgere una funzione di ‘contenitore’ emotivo delle parti scisse dell’Io e dall’altro educare a riconoscere e differenziare gli affetti. Si parla in questo caso di alessitimia proprio per riferirsi ad un deficit di elaborazione cognitiva delle emozioni. Per questa corrente teorica le relazioni precoci problematiche diventano importanti poiché si ritiene che risposte inadeguate alle emozioni del bambino influenzino in modo determinante la sua capacità di autoregolare sia gli stati emotivi che quelli neurobiologici (Porcelli, pag.41, pag.92, in Zacchetti, Castelnuovo, 2014).

La terapia Cognitivo Comportamentale considera invece la storia evolutiva del soggetto psicosomatico non come unica determinante della personalità ma come una delle componenti che hanno costruito il modo di pensare, di elaborare le informazioni, di vivere le emozioni e comportarsi. In questo approccio ricorrono alcune dimensioni che si pensa contribuiscano alla somatizzazione come ad esempio fattori genetici, locus of control esterno, alessitimia e aspetti cognitivi.

Il paziente psicosomatico ‘costruisce’ il disturbo partendo dal circolo vizioso percezione-cognizione-comportamento dove l’attenzione a sensazioni somatiche è molto alta ed alimenta cognizioni distorte di malattia, legate a convinzioni di essere necessariamente predisposto a patologie gravi. La terapia è incentrata a modificare questa cognizione distorta della realtà e ad acquisire maggiore auto-consapevolezza (Zacchetti, Castelnuovo, 2014).

Il terapeuta cognitivo comportamentale guida il paziente attraverso un processo basato sulla consapevolezza e sullo sforzo volontario a imparare come combattere o gestire il disturbo. Le tecniche dell’approccio cognitivo comportamentale derivano dalle teorie dell’apprendimento‘ (Bartoletti, Nardone, 2018).

Zacchetti scrive: ‘come acutamente osserva Porcelli non si sono sviluppate nell’ambito della psicosomatica moderna delle tecniche specifiche per questi disturbi, soltanto delle teorie che in ambiti diversi (psicoanalisi e cognitivismo) hanno cercato di spiegare ed interpretare i sintomi psicosomatici‘ (Zacchetti, 2014).

La Terapia Breve Stategica evoluta, pur avendo alcuni aspetti in comune con la Terapia Cognitivo Comportamentale, si discosta nettamente dagli approcci sopracitati. A differenza degli altri impianti teorici la Terapia Strategica non solo non è interessata al passato ma soprattutto non ‘interpreta’ i fenomeni. La Terapia Breve Strategica in funzione alle diverse logiche sottostanti, procede alla risoluzione dei problemi in tentativi d’errore progressivi sino allo sblocco. Una volta che le stesse strategie sono risultate efficaci per la stessa classe di problemi, si struttura un nuovo protocollo operativo. E’ la soluzione che ‘spiega il funzionamento del problema, e non la teoria che ne è a monte‘.

La T.B.S. si differenzia dagli approcci Psicodinamici e Cognitivo-comportamentali i quali considerano parte fondamentale della terapia la ristrutturazione cognitiva del sintomo che inevitabilmente avviene anche nell’approccio strategico ma solo successivamente; cioè dopo essere passati attraverso l’azione ed aver esperito concretamente un cambiamento. Il cambiamento effettivo e duraturo non può avvenire per ‘sforzo’ volontario ma solo dopo aver esperito concretamente qualcosa di diverso: una vera e propria ‘esperienza emozionale correttiva’.

Il cambiamento effettivo prevede non solo il cambiamento delle cognizioni ma soprattutto quello delle percezioni le quali innescano emozioni che a loro volta influenzano le cognizioni ed i comportamenti. Tale cambiamento per essere effettivo deve passare attraverso concrete esperienze‘ (Nardone, 1995).

Si rende necessario, quindi, che un intervento finalizzato a produrre un cambiamento di tale portata (cioè di secondo tipo) debba riuscire a creare nella percezione del soggetto un’esperienza diversa nella realtà che egli vive. A livello operativo si sostanzia una terapia in grado di influenzare il paziente nella direzione di esperienze concrete da vivere che permetteranno il ‘cambio di schema’ necessario per il superamento del problema attraverso l’uso terapeutico di tecniche suggestive e stratagemmi che ricalchino la logica a volte paradossale a volte contraddittoria degli schemi che reggono il problema.

Questo tipo di intervento è reso possibile dall’adozione, nell’elaborazione delle strategie, di modelli logici inediti che vanno oltre la logica ordinaria e che si fondano su logiche non-ordinarie come paradosso, contraddizione e credenza‘.

L’essere umano costruisce il proprio comportamento sulla base delle proprie e personali percezioni in un dinamismo a causalità circolare. Agendo sulle ‘tentate soluzioni disfunzionali’ bloccando o modificandone la ricorsività, potremmo bloccare il circolo vizioso che alimenta e sostiene il problema e creare un cambiamento all’interno dell’omeostasi del sistema percettivo reattivo (SPR).

In questo processo di scoperta, le soluzioni che hanno funzionato, hanno rappresentato successivamente uno strumento esplorativo e laddove hanno portato all’estinzione completa del disturbo ne hanno spiegato il funzionamento e la logica sottostante.

Le principali ‘tentate soluzioni’ riscontrabili in quadri ipocondriaci sono: evitamento totale e/o precauzioni circa le situazioni o pensieri che scatenano reazioni fobiche o all’opposto eccessivo ricorso ad esami clinici. Continua richiesta di rassicurazione tramite sfogo relazionale, attenzione focalizzata sul controllo dei parametri fisiologici e sulle sensazioni fisiche, difficoltà a stabilire un contatto sereno e prolungato con le proprie sensazioni.

A partire dallo studio dei sistemi percettivi reattivi sottostanti possiamo parlare di tre copioni ipocondriaci principali: un’ipocondria fobica, una classica ed una somatica. Si tratta di una distinzione operativa ovvero dettata dalle diverse tipologie di ‘tentate soluzioni’ che, nel corso dell’esperienza clinica sono risultate come quelle messe in pratica maggiormente dai pazienti e ‘rotte’ le quali, si è arrivati alla risoluzione del disturbo. Ancora una volta, la soluzione ha spiegato il problema e non la teoria a monte.

Se per la terapia Psicoanalitica e per la Terapia Cognitivo-comportamentale le somatizzazioni, le fibromialgie e le espressioni psicosomatiche in genere sono trattate allo stesso modo all’interno del rispettivo impianto teorico, questo non accade per la Psicoterapia Breve Strategica poiché l’esperienza suggerisce che esistono diversi ‘copioni ipocondriaci’, ognuno con delle tentate soluzioni prevalenti che reggono e alimentano il disturbo le cui logiche sottostanti rispondono a criteri completamente diversi:

  • Ipocondria classica: (sistema percettivo reattivo ossessivo) ansia eccessiva per la salute e amplificazione somatosensoriale prodotte principalmente dalla continua e costante richiesta di rassicurazione per mezzo di socializzazione del problema, consulto medico, richiesta esami diagnostici. Paura costante in assenza di espressioni sintomatiche. Si è in continua ricerca dell’etichetta diagnostica che possa spiegare. Non sono presenti condotte di evitamento. Il desiderio principale del paziente è trovare qualcuno o qualcosa che possa sciogliere il dubbio ossessivo ed esercitare il controllo.
  • Ipocondria fobica o patofobica (sistema percettivo reattivo fobico ossessivo) ansia eccessiva per la salute e amplificazione somatosensoriale prodotte principalmente da condotte di evitamento a base fobica. Il solo nominare le malattie crea attivazione sensoriale per cui si evita la socializzazione come le visite diagnostiche perché troppo paurose. La paura e l’attenzione sono concentrate spesso su una sola malattia o su un solo organo bersaglio. Per il paziente l’obiettivo principale è evitare qualsiasi situazione ritenuta rischiosa.
  • Ipocondria somatica: (sistema percettivo reattivo ossessivo compulsivo) ansia eccessiva per la salute e amplificazione somatosensoriale, sono presenti espressioni sintomatiche. Queste si presentano in più zone diverse del corpo e i sintomi variano con alta frequenza anche in brevi periodi di tempo. Il problema principale è rappresentato dal dolore/fastidio, ipervigilanza sulle sensazioni nocicettive, il controllo è diventato compulsivo e occupa tempi significativi nella routine del soggetto. Spesso i fastidi/dolori hanno carattere migratorio e non sono percepiti quando il paziente è cognitivamente impegnato nell’esecuzione di compiti complessi. Si è in continua ricerca di qualcosa che elimini il sintomo e/o il fastidio, non dell’etichetta che fornisce spiegazione. Non sono presenti condotte di evitamento.

In tutti i casi sono presenti le dimensioni della paura e del controllo ma la preponderanza dell’uno o dell’altro e le specifiche tentate soluzioni suggeriscono l’intervento di tecniche e strategie diverse.

Per ognuna delle tre diverse tipologie di ipocondria l’esperienza clinica strategica utilizza delle manovre specifiche ‘ad hoc’ che mirano a sbloccare le diverse tentate soluzioni responsabili del mantenimento/peggioramento del disturbo: ‘ritualizzazione del rituale’ (Nardone, Portelli, 2013), il ‘check up’ (Bartoletti, Nardone 2018), la ‘worst fantasy’ (Nardone, 1995).

 

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