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Lutto complicato e lutto traumatico: diagnosi e interventi negli adulti e nei bambini – Video dal Webinar tenuto da Scuola Cognitiva Firenze

Il lutto è un evento naturale che segna uno spartiacque, un prima e un dopo che ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria vita. Scuola Cognitiva di Firenze ha tenuto un webinar sull’argomento. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’incontro.

 

In ogni cultura sono presenti rituali e modalità diverse di accompagnamento e sostegno alle persone colpite dal lutto.

In terapia possiamo aiutare i nostri pazienti a conoscere e affrontare le fasi del lutto, il senso adattativo di queste. Altresì è importante saper riconoscere e intervenire qualora essi si trovino invece a vivere un lutto complicato o traumatico.

Durante il webinar sono state spiegate le differenze nei vissuti e tra gli interventi terapeutici in base al tipo di lutto e all’età dei pazienti, siano questi adulti o bambini.

Il webinar è stato condotto dalla dott.ssa Annalisa Pericoli e dalla dott.ssa Alice Nardoni.

 

LUTTO COMPLICATO E LUTTO TRAUMATICO
Guarda il video integrale del webinar:

 

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Perché amiamo le canzoni tristi?

Diversi studi hanno cercato di spiegare il motivo per cui nei momenti di tristezza le persone sono portate ad ascoltare canzoni tristi.

 

“Sad songs say so much” (Le canzoni tristi dicono così tanto) cantava Elton John nel 1984 in uno di quelli che sono rimasti tra i suoi pezzi più amati.

Proseguiva dicendo più o meno che ci sono dei momenti in cui tutti avvertiamo il bisogno di condividere un dolore, quando un ricordo triste ci tormenta, e sentiamo la necessità di accendere la radio per farci raccontare da qualche vecchio cantante lo stesso dolore che stiamo provando noi.

Se è facile immaginare le motivazioni che spingono a provare piacere nell’ascolto di musica allegra, più difficile è spiegarsi perché si decide di ascoltare musica triste.

Se la musica allegra ha il potere di rallegrarci, si potrebbe pensare che quando siamo tristi dovremmo voler ascoltare canzoni felici, e invece questo non succede quasi mai. Perché? Vogliamo crogiolarci nella nostra infelicità?

Una ricerca dimostra la nostra preferenza per le canzoni tristi

In una ricerca condotta alcuni anni fa dallo psicologo E. Glenn Schellenberg e dal sociologo Christian von Scheve per conto dall’American Psychological Associaton, la più importante organizzazione professionale degli psicologi americani, sono state analizzate più di mille canzoni tra quelle di maggiore successo degli anni tra il Sessanta e il Duemila, facendo riferimento alla Top 40 pubblicata dalla rivista Billboard. La valutazione è stata fatta misurando il ritmo delle canzoni per battiti al minuto e la loro tonalità è stata determinata da musicisti. Dove si è verificato che in una canzone fosse presente sia il modo minore che maggiore la classificazione ha seguito il criterio della tonalità predominante.

Quello che è emerso è che i testi di queste canzoni sono diventati sempre più negativi e anche la musica ha acquisito un suono sempre più triste. Con il passare del tempo la durata delle canzoni è aumentata e le canzoni in tonalità minore, utilizzata per canzoni più tristi e introspettive, sono sensibilmente incrementate. Se nella seconda metà degli anni Sessanta le canzoni in tonalità minore erano solo il 15 per cento, nel Duemila erano quasi il 56 per cento. Anche il ritmo delle canzoni è rallentato, sono diminuite le canzoni che possiamo definire univocamente allegre e sono aumentate quelle che mescolano momenti di allegria e tristezza.

Il rallentamento di ritmo è risultato essere più marcato nelle canzoni in tonalità maggiore, cosa che indica “una generale diminuzione di canzoni univocamente allegre e un aumento di canzoni con stati emotivi variabili e che mescolano momenti di allegria a tristezza”.

La ricerca ha messo in evidenza che “i testi dei maggiori successi pop sono diventati sempre più negativi e concentrati sull’io ma che anche la musica ha acquistato un suono sempre più triste e con maggiori sfumature emotive”.

L’effetto di una canzone triste sul nostro umore

Gli psicologi e ricercatori Annemieke Van den Tol e Jane Edwards hanno condotto degli studi per cercare di spiegare il motivo per cui nei momenti in cui le persone si sentono tristi sono portate ad ascoltare musiche melanconiche. Ne è emerso che proprio l’insorgere di uno stato d’animo di infelicità fa nascere il desiderio di ascoltare questo tipo di canzoni.

La loro ricerca ha esaminato le motivazioni descritte dalle persone nel momento in cui decidono di ascoltare musica da loro definita triste in corrispondenza a momenti in cui sperimentano circostanze negative e stati d’animo di depressione e hanno scoperto che gli ascoltatori scelgono la musica triste fondamentalmente per quattro ragioni:

  • condivisione di uno stato d’animo;
  • messaggio contenuto nella canzone;
  • rievocazione di ricordi;
  • valore estetico.

Queste motivazioni sono riconducibili a due effetti che si basano su empatia e rassicurazione.

Effetto empatico

Contrariamente a quanto si può pensare, l’ascolto di una canzone triste non comporta l’aumento di un sentimento di tristezza in chi la ascolta. Al contrario, ascoltare una canzone triste può valere come supporto, l’effetto empatico che si crea con l’ascolto ci fa sentire capiti, ci dà la sensazione di poter condividere quello che ci fa soffrire con qualcuno che ha provato lo stesso dolore. Ci aiuta nel processo di accettazione fornendoci un sostegno. Questo accade frequentemente negli adolescenti, che trovano nelle canzoni che ascoltano un riparo al proprio umore.

Spesso scegliamo di ascoltare un determinato pezzo perché quella musica ci trasmette la stessa emozione che stiamo sperimentando o perché ci identifichiamo nel testo, lo associamo a persone o eventi che per noi sono reali. In generale possiamo dire che la musica esprime un messaggio nel quale ci identifichiamo. L’ascolto favorisce l’introspezione e ci offre una prospettiva alternativa ad un problema contingente. Permette di risperimentare quel sentimento negativo per affrontarlo in un modo nuovo, ci incita a reagire e a voltare pagina.

Effetto rassicurante

Un messaggio che arriva attraverso la musica risulta rassicurante, non aggressivo, e questo favorisce l’insorgere di un sentimento empatico. I brani malinconici non suscitano solo tristezza ma anche emozioni romantiche, quali la commozione, che contrastano un effetto deprimente stimolando il rilascio di ormoni del benessere, come ossitocina e prolattina, che producono un effetto simile al sollievo che si prova dopo aver pianto.

La tristezza che ci arriva dall’Arte, in tutte le sue forme, a differenza di quella che può insorgere nella vita quotidiana, non è avvertita come una reale minaccia e viene quindi vissuta in modo molto diverso.

Sembra inoltre che le persone che sperimentano uno stato d’animo di tristezza siano portate a prediligere l’ascolto di musica con un elevato valore estetico: questo troverebbe una spiegazione in una forma di distrazione e di rivalutazione cognitiva, ossia una strategia di regolazione emotiva che tenta di cambiare il significato attribuito all’evento che ci ha causato un determinato stato d’animo. Dopo un evento negativo, si cercherebbe quindi consapevolmente musica con alto valore estetico per migliorare il proprio umore.

Conclusioni

Da quanto abbiamo visto possiamo schematicamente affermare che se le canzoni allegre ci portano spensieratezza, quelle malinconiche ci invitano a riflettere.

Riflessione e introspezione sono passi fondamentali per riuscire a fronteggiare le difficoltà della vita, anche la lettura di un libro o la visione di un film drammatici ci fanno provare un sentimento di tristezza ma ci lasciano anche un insegnamento utile che ci dà la sensazione di avere uno strumento in più per fronteggiare la vita.

Va considerato anche che l’ascolto di musica triste può soddisfare un puro piacere psicologico dato dall’aver sperimentato tutte le emozioni possibili, anche le meno piacevoli. La tristezza, come l’allegria, fa parte della vita reale, impossibile scacciarla, rinnegarla o tentare di eliminarla. Sentirsi vivi significa anche saper fronteggiare tutte le emozioni che capiterà di incontrare.

 

Legame tra salute mentale e Covid-19: uno studio di conferma

Avvalorata la connessione tra stato ansioso nella popolazione generale e  COVID-19, quale principale effetto dell’attuale pandemia in corso.

 

Sembra sia una conferma, giunta ulteriormente all’attenzione del mondo scientifico e della comunità, l’insorgenza di effetti pandemici sulla salute mentale a causa del diffondersi del COVID-19, che la popolazione mondiale ha imparato a conoscere come patologia derivante dal virus appartenente alla famiglia dei coronavirus, di cui in realtà il SARS-COV-2 ne costituisce un nuovo ceppo non individuato in precedenza nell’uomo e caratterizzato principalmente da malattia respiratoria acuta grave, spesso letale. A dimostrazione di ciò, uno studio britannico di recente pubblicazione sulla nota rivista Lancet Psichiatry, precisamente nel giugno corrente anno, ha mostrato dati inerenti il rapporto tra salute mentale e COVID-19 di gran lunga simili al precedente studio italiano condotto dal gruppo di ricerca Brainfactor Research del maggio 2020.

Ultimamente il tema relativo alla pandemia da Covid-19 sta interessando la comunità scientifica, principalmente per conoscere le caratteristiche di tale minaccia, che ha inevitabilmente colpito il mondo intero e stravolto in modo invadente la nostra quotidianità, col fine di combatterla, annientare tale virus e ridurre il più possibile gli effetti di quella che somiglia ad una guerra silente, le cui vittime si contano oramai numerose. Nell’attesa dei vaccini e di cure più appropriate, di cui nel corso di questo anno si sta ascoltando molto tra opinioni disparate e informazioni spesso contrastanti, sembra evidente tra la popolazione mondiale la messa in atto di comportamenti che in alcuni casi appaiono poco ragionevoli o quantomeno poco aderenti a quelle che sono le norme e le restrizioni a cui faticosamente ci stiamo abituando. Forse ciò è frutto di una confusione ingenerata dal massiccio bombardamento mediatico, a scapito di una reale comprensione di quanto stia accadendo realmente intorno a noi. Importante infatti, è sottolineare il sempre più ravvisabile senso di incertezza, accompagnato da un forte disagio sociale e spesso personale, che assume in molti casi le forme di veri e propri quadri patologici scaturiti dalla difficoltà di gestire una quotidianità completamente nuova, che va in direzione di un altrettanto futuro incerto rispetto alla risoluzione di questa pandemia.

Per tale ragione, molti studiosi si concentrano anche sul rapporto tra salute mentale e la attuale pandemia e tra questi emerge il gruppo di ricercatori italiano della Brainfactor Research, che opera in modo indipendente e il cui scopo è ravvisabile nella promozione e diffusione di studi in ambito della sanità e delle neuroscienze nello specifico, sempre al servizio della comunità e che diffonde i risultati da essi derivati su propri canali mediatici e a mezzo stampa. Guidato dal suo direttore Marco Mozzoni, la Brainfactor Research ha condotto recentemente uno studio che, a detta dello stesso Mozzoni “ha fatto ricorso ad un modello innovativo, basato sulla semplificazione dei processi e l’utilizzo ampio delle nuove tecnologie”, e che ora possiamo affermare abbia in qualche modo anticipato tempi e numeri del problema indagato anche dal successivo studio britannico, che porta, quest’ultimo, le firme di centri di eccellenza e università come Cambridge, la University College London (UCL), il Greater Healt Service (NHS), insomma un vero orgoglio per i nostri studiosi italiani.

Ricordiamo a grandi linee che la ricerca italiana ha coinvolto circa 130 partecipanti in tutta Italia, sottoposti al Coronavirus Anxiety Scale (CAS), nella sua versione italiana a cura di Marco Mozzoni e Elena Franzot, ovvero un questionario online relativo alla salute mentale nelle ultime due settimane, messo a punto come primo test di screening dell’ansia associata al Coronavirus dal Dipartimento di Psicologia della Newport University in Usa. Come risultato fondamentale si deve riportare la presenza nel 22% della popolazione censita, di uno specifico disordine di natura ansiosa collegato alla pandemia, principalmente riguardante la fascia di età dei più giovani, che lo stesso Mozzoni, in qualità di clinico, riferisce essere la parte della popolazione che negli ultimi tempi si rivolge con maggior frequenza ed urgenza allo specialista per un consulto di natura psicologica. I giovanissimi in effetti, hanno ottenuto risultati che potremmo definire patologici alla somministrazione del test, mostrando una prevalenza del 39% con valori di picco rispetto ad esempio ad altre fasce di età. Nel test viene chiesto al soggetto sottoposto di attribuire un punteggio da 0 a 4, indicante la frequenza con cui nelle ultime due settimane egli abbia esperito vissuti così come descritti dal quesito. La conferma di questa tendenza a cui si è appena accennato, deriva da simili risultati di uno studio britannico pubblicato sulla nota rivista Lancet, nonostante debba considerarsi la differenza nella dimensionalità del campione oggetto delle due ricerche, i metodi di rilevazione e le popolazioni coinvolte (britannica e italiana). Così come lo studio della Brainfactor Research ha rilevato un interessamento preponderante nella popolazione giovanile italiana di disturbi ansiosi da pandemia, allo stesso modo lo studio su Lancet certifica una incidenza patologica nel 36,7% dei giovani al di sotto dei 24 anni. Altro dato rilevante, che avvicina i risultati emersi da entrambe le ricerche, è legato al rapporto inversamente proporzionale tra età e i livelli significativi dal punto di vista clinico dell’ansia, per cui avanzando con l’età gli effetti clinici pandemici diminuiscono.

Più nello specifico, lo studio britannico di Pierce pubblicato su Lancet, ha costituito una disamina dei cambiamenti relativi alla salute mentale nella popolazione britannica adulta, nel periodo precedente e durante la quarantena. Inoltre, esso rappresenta una seconda analisi di uno studio longitudinale nazionale, il cui metodo impiegato è detto Studio Longitudinale familiare o UKHLS (Household Longitudinal Study), che consiste cioè in una tipologia di studio di controllo continuativo che ha coinvolto più di 40000 famiglie, le quali avevano già iniziato la partecipazione nel 2009. Per cui dal 23 al 30 aprile 2020, i membri delle famiglie partecipanti alla precedente raccolta dati di età maggiore di 16 anni, inizialmente sottoposti ad intervista di persona, sono stati nuovamente invitati a completare il test COVID-19 questa volta nella versione online. Il test di screening impiegato è stato il General Health Questionnaire  (GHQ-12) che valuta il benessere generale e la qualità della vita degli individui. Dobbiamo precisare tuttavia, che tale strumento, nonostante correli fortemente a diagnosi cliniche di disturbi psichiatrici e sebbene sia stata applicata un’alta soglia di punteggio per l’analisi della prevalenza, non costituisce una valutazione clinica in senso stretto. Tale limite vorrà significare che, ad esempio, la notevole proporzione (44%, 95% CI 39.2-48.9)  di donne con età compresa tra i 16 e i 24 anni, che abbiano riportato punteggi significativi nell’aprile 2020, vada interpretata con molta attenzione e non vorrà automaticamente significare che quasi la metà delle donne giovani nella popolazione richieda un trattamento per una malattia mentale. L’aspetto prettamente tecnico del suddetto metodo impiegato, generalmente ha previsto ripetute analisi trasversali per esaminare la tendenza nel tempo, inoltre sono stati definiti dei modelli di ‘regressione ad effetto fisso’ per identificare il cambiamento nella persona, comparato con i precedenti andamenti. La dimensione del campione coinvolto è stata di circa 17542 soggetti (di cui 10165 donne e 7287 uomini) suddivisi per diverse fasce di età (16-24, 25-34, 35-44, 45-54, 55-69 e  >_ 70), secondo le diverse etnie rilevate nella popolazione e per paese o regione dell’UK. Da ciò è emerso che verso la fine del mese di Aprile, la salute mentale nell’UK è stata deteriorata come si evince dalla comparazione con l’andamento del periodo precedente al Covid e in particolare si è rilevato un incremento dei punteggi al test GHQ-12 nelle fasce di età 18-24 anni. Tale studio inoltre, ha identificato gruppi nella popolazione che avevano una più alta prevalenza di stress psicologico prima della pandemia (donne, persone più giovani e bambini in età prescolare) per i quali si è registrato successivamente un maggior incremento dello stress mentale in seguito agli effetti da lockdown, a supporto ciò dei risultati di precedenti segnalazioni sull’alta prevalenza di comuni disordini mentali e autolesionismo nelle adolescenti e nelle donne nella fascia di età 16-24.

La riflessione che ne deriva si orienta sicuramente sulla necessità di ottenere un maggiore coinvolgimento delle politiche che enfatizzano i bisogni delle persone, delle donne, dei giovani e dei bambini in età prescolare, in quanto esse potranno giocare un ruolo fondamentale nella prevenzione futura affinché si preservi la salute mentale della comunità, dal momento che il Covid, come si accennava in precedenza, ha profondamente interferito con ogni aspetto della vita di tutti i giorni. Gli effetti delle restrizioni adottate, infatti, includono non solo difficoltà economiche determinate da entrate più basse, ma anche amplificazioni di dinamiche familiari preesistenti quali ad esempio violenza domestica, per chi già viveva tale situazione drammatica; cambiamenti di rotta nell’educazione dei figli, il maggior tempo disponibile da organizzare, lo smart working e le difficoltà di molti genitori nel coniugare le nuove modalità di lavoro con una didattica dei propri figli divenuta perlopiù a distanza e con tipologie di mezzi mai utilizzati prima, richiedente, soprattutto per i più piccoli, un maggior coinvolgimento da parte dell’adulto; la paura di contrarre l’infezione, l’isolamento e la riduzione dei contatti sociali, sono tutti fattori che hanno influito in modo decisivo la vita degli individui durante il lockdown.

 

Psicoanalisi online (2020) di Giuseppe Craparo – Recensione del libro

È possibile continuare a chiamare psicoanalisi un trattamento svolto online da un analista? Quali sono i limiti e i punti di forza di un lavoro del genere? Quali sono le peculiarità di un setting online? Si può sviluppare un transfert in una terapia tecnomediata? E’ possibile trattare online tutti i disturbi?

 

Non si tratta quindi di capire quale delle due sia superiore all’altra ma di conoscere le peculiarità di interventi che si svolgono in setting differenti, fisico l’uno, virtuale l’altro. Insomma la psiconalisi online non andrebbe intesa come una semplice simulazione di quella tradizionale. (p. 54)

Quello di Giuseppe Craparo non è semplicemente un testo di psicologia o di psicoterapia ma è un testo psicoanalitico. Un saggio che descrive una modalità, quella online, attraverso una tecnica esplicitamente orientata, quella psicoanalitica.

L’ultimo anno è stato, e continua ad essere, particolarmente burrascoso per tutti coloro che si occupano del benessere psichico delle persone.

Le continue restrizioni governative unite all’incertezza degli spostamenti, l’impossibilità di dividere lo spazio fisico con un altro in serenità ed il rischio di interrompere bruscamente percorsi clinici già avviati o appena iniziati hanno contribuito ad acuire i sensi di colpa, le ansie, le paure e le angosce dei pazienti ed hanno, probabilmente, indotto psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti a pensare, esplicitamente o implicitamente, “Meglio la terapia online che nulla”, con il rischio di proporre l’intervento online come se fosse una replica di quello offline, trascurando così le specificità e peculiarità della prima.

Nel cercare di delineare tali specificità, Craparo ci avvisa però che non fornirà formule definitive, ma porrà al lettore delle riflessioni a partire dalle seguenti domande: “È possibile continuare a chiamare psicoanalisi un trattamento svolto online da un analista?”, “Quali sono i limiti e i punti di forza di un lavoro del genere?”, “Quali sono le peculiarità di un setting online e le sue differenze da un setting offline?”, “Si può sviluppare un transfert in una terapia tecnomediata?”, “E’ possibile trattare online tutti i disturbi?”

Prima di rispondere a tali quesiti, Giuseppe Craparo ci ricorda che la pratica psicoanalitica è una pratica dell’in-certezza (Craparo, 2015, p. 15). Interessante è la lettura del primo capitolo, in cui l’autore delinea le differenze, soprattutto tecniche, fra psicoanalisi e psicoterapie psicoanalitiche. Nel fare ciò, egli non si limita a proporre una sua linea di pensiero su cosa sia o non sia una psicoanalisi, ma articola un discorso in cui fa dialogare, creando uno spazio terzo, diversi autori (Freud, Lacan, Bollas, De Masi, Ogden, Safran, Gill, Gabbard). Ne emerge una visione che non fa della tecnica psicoanalitica una asettica lista di semplici regole da seguire come la frequenza delle sedute, l’obiettivo terapeutico, l’estensione temporale del trattamento, il setting ecc, bensì una modalità peculiare di entrare e stare nella relazione analitica.

Nel secondo capitolo, Craparo si interroga sull’online e sulla realtà virtuale. L’autore ci dice innanzitutto che l’online è presente nelle nostre vite come qualcosa di tangibile, che può facilitare un singolo individuo o un gruppo sociale a ricercare informazioni, mettersi in comunicazione, vedere luoghi mai visti prima, ma che può anche amplificare fenomeni narcisistici e dissociativi.

In questa sua riflessione trovano spazio autori come Byung-Chul Han (2013), Marc Augè (2018) e Piére Levy (1995), per i quali il virtuale non si oppone al reale ma all’attuale.

Nel terzo capitolo del testo è sicuramente presente la parte più intrigante e originale delle riflessioni proposte da Craparo: se nei primi due capitoli, egli riflette su cosa sia psicoanalisi e cosa l’online, nel terzo i due discorsi si articolano attorno alla parola “Corpo”. Per Craparo, è vero che il corpo è assente nella relazione terapeutica, ma per il semplice fatto che analista e paziente non sono fisicamente presenti all’interno di uno stesso spazio condiviso. Nonostante ciò, analista e paziente sono presenti in una relazione incarnata. Gli spunti di riflessione, in questa parte del testo, si susseguono incessantemente, in un ritmo sempre più incalzante fatto di articolazioni teoriche supportate da casi clinici. Tali spunti lo portano a sottolineare che la “parola è incarnata” (p. 77) ed ancora che nella

terapia online è possibile fare esperienza del corpo dell’altro mediante le due stimolazioni sensoriali legate alla voce e allo sguardo.

Interessanti sono, sempre nel terzo capitolo, le pagine sull’alleanza terapeutica, sui fenomeni transferali-controtransferali e di enactment e reenactment.

L’ultimo capitolo, dedicato alla ricerca e ad “alcuni suggerimenti pratici” per svolgere un trattamento online ci guida verso la conclusione di un percorso che ci induce a cogliere i punti di forza e di debolezza della pratica clinica online.

In conclusione, possiamo sostenere che Psicoanalisi online è un testo originale, che vale la pena leggere e studiare.

 

La DBT come risposta al trattamento della comorbilità tra disturbi alimentari e disturbi da uso di sostanze

Nella DBT viene effettuata una psicoeducazione e i pazienti vengono incoraggiati ad accettare ed imparare a tollerare le loro esperienze emotive, apprendendo, al contempo, anche metodi alternativi per gestirle. Quale effetti potrebbe avere questo trattamento nei pazienti con disturbi alimentari in comorbilità con disturbi da uso di sostanze?

 

I disturbi da uso di sostanze (SUD) e i disturbi alimentari (ED) si presentano spesso in comorbilità (CASA, 2003). Infatti, una recente meta-analisi ha indicato che tra i pazienti con ED, il tasso di prevalenza, nel corso della vita, di comorbilità con un disturbo da uso di sostanze era del 21,9%. Tra le sostanze di cui si abusa più abitualmente vi sono tabacco, caffeina e alcol (Bahji et al., 2019) o, ancora, cannabis, stimolanti, lassativi e diuretici (Fouladi et al., 2015). Secondo la letteratura, i pazienti che presentano ED e SUD in comorbilità mostrano risposte peggiori al trattamento, tassi di ricaduta più elevati e un rischio più alto di mortalità precoce (Lindblad et al., 2016).

Differenti studi hanno indagato se i disturbi da uso di sostanze co-occorrano più frequentemente con l’anoressia nervosa di tipo restrittivo (AN-R), con quella di tipo binge-purge (AN-BP) o nella bulimia nervosa (BN). Teoricamente, si ritiene che i comportamenti binge-purge siano più strettamente legati all’abuso di sostanze, in quanto vi sono prove di una maggiore associazione tra questi comportamenti, l’impulsività e le difficoltà nella regolazione delle emozioni (Lavender et al., 2015). Un ampio studio ha scoperto che erano i pazienti BN e AN-BP a fare un maggior uso di sostanze, rispetto ai partecipanti AN-R (Krug et al., 2009).

Inoltre, la sensibilità alla ricompensa, l’impulsività, la difficoltà nella regolazione delle emozioni risultano essere fattori di rischio e di mantenimento comuni sia per i disturbi alimentari che per i disturbi da uso di sostanze. Difatti, questi soggetti si impegnano in certi tipi di comportamenti utilizzandoli come strategie di coping per alleviare i sentimenti negativi (Anestis et al., 2009). Alcuni ricercatori, hanno scoperto che l’urgenza negativa, ovvero la tendenza ad agire in modo avventato quando si è in difficoltà, era significativamente associata all’uso problematico di alcol e ad un’alimentazione disordinata (Dir et al., 2013).

La letteratura evidenzia la natura complessa generata dalla comorbilità tra questi due disturbi, motivo per cui, all’oggi, è cresciuto l’interesse verso trattamenti integrati, dal momento che, coloro i quali non ricevono un trattamento di questo tipo, riportano risultati peggiori (Drake et al., 2001). Tuttavia, la letteratura presenta ancora delle lacune da questo punto di vista.

Un intervento potenzialmente promettente è la Dialectical Behavior Therapy (DBT), un trattamento basato su un modello di regolazione delle emozioni (Neacsiu et al., 2014). Nella DBT, viene effettuata una psicoeducazione e i pazienti vengono incoraggiati ad accettare ed imparare a tollerare le loro esperienze emotive, apprendendo, al contempo, anche metodi alternativi per gestirle. Solo uno studio ha investigato l’applicazione della DBT per la co-occorrenza di questi due disturbi, mostrando come essa sia associata ad una diminuzione della gravità e della frequenza nell’uso di sostanze e ad un aumento dei livelli di fiducia nella capacità di resistere alle tentazioni (Courbasson et al., 2012). Data la limitata ricerca sulla DBT per l’ED-SUD, una migliore comprensione dei fattori associati alla comorbilità di queste due patologie rispetto ai soli disturbi alimentari o a quelli da uso di sostanze, potrebbe essere utile per identificare i potenziali obiettivi di trattamento.

Lo studio di Claudat e colleghi (2020) ha avuto il proposito di colmare le lacune presenti in letteratura. Basandosi sui risultati precedenti, gli autori hanno ipotizzato che questa sottocategoria di soggetti, avrebbe avuto una maggior probabilità di mettere in atto abbuffate/uso di lassativi, di essere bulimici, di avere tassi più elevati di comorbilità psichiatriche, autolesionismo e tendenze suicide, difficoltà nella regolazione delle emozioni ed una maggiore sensibilità alla ricompensa.

Allo studio hanno partecipato 98 pazienti che avevano preso parte ad un parziale programma ospedaliero per disturbi alimentari. Al fine di effettuare la diagnosi per ED e la presenza di comorbidità, sono state utilizzate la Mini Neuropsychiatric Interview (MINI; Sheehan et al., 1998) e la Structured Clinical Interview for DSM-5 Disorder (SCID-5; First et al., 2015). 36 pazienti hanno ricevuto una diagnosi per disturbo da uso di sostanze.

I sintomi correlati al disturbo alimentare sono stati valutati attraverso l’Eating Disorder Examination-Questionnaire (EDE-Q; Fairburn & Beglin, 1994), mentre, l’ansia di tratto è stata misurata attraverso la State-Trait Anxiety Inventory-Trait Subscale (STAI-T; Spielberger et al., 1970). Il Beck Depression Inventory (BDI-II; Beck et al., 1996) è stato utilizzato per determinare la presenza dei sintomi depressivi e, mediante la Difficulties in Emotions Regulation Scale (DERS; Gratz & Roemer, 2004) è stata stimata la difficoltà nella regolazione delle emozioni. Ulteriormente, al fine di valutare rispettivamente la sensibilità alla punizione/ricompensa e l’eventuale presenza di sintomi correlati al disturbo borderline di personalità, sono stati utilizzati il Sensitivity to Punishment and Sensitivity to Reward Questionnaire (SPSRQ; Torrubia et al., 2001) e il Borderline Evaluation of Severity over Time (BEST; Pfohl et al., 2009).

Coerentemente con quanto ipotizzato, i risultati hanno mostrato che rispetto ai pazienti con Disturbi Alimentari, i pazienti ED-SUD hanno riportato un maggior numero di diagnosi psichiatriche in comorbilità, una maggiore impulsività, un accesso più limitato alle strategie di regolazione emotiva e una maggiore sensibilità alla ricompensa. Inoltre, essi avevano più probabilità di impegnarsi in episodi di abbuffate e i pazienti con sindromi bulimiche non avevano una probabilità significativamente maggiore di avere un disturbo da uso di sostanze.

Nel complesso i risultati ottenuti supportano la necessità di utilizzare un trattamento integrato e forniscono un fondamento per l’utilizzo della DBT. Questo approccio tratta i comportamenti, secondo una specifica gerarchia, intervenendo in primo luogo sui sintomi più gravi, come la disregolazione emotiva. Inoltre, le diverse abilità insegnate nella DBT, come le strategie di gestione delle contingenze, potrebbero ridurre la sensibilità alla ricompensa che determina l’uso di sostanze e la messa in atto di comportamenti tipici dei ED. Concludendo, lo studio preso in esame ha mostrato le differenze significative esistenti tra ED e ED-SUD. Tali specificità potrebbero guidare nell’elaborare interventi personalizzati e forniscono ulteriori prove della necessità di un trattamento integrato per affrontare in modo completo i problemi presentati.

 

Il disputing della bassa tolleranza alla frustrazione – Il terzo episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema del terzo incontro è stato il disputing della bassa tolleranza alla frustrazione, discusso dal Dott. Diego Sarracino.

 

IL DISPUTING DELLA BASSA TOLLERANZA ALLA FRUSTRAZIONE

Isolamento sociale durante il lockdown da covid-19: correlazioni tra sintomatologia depressiva e uso problematico dei Social Network

Lo studio presentato esplora le correlazioni fra l’isolamento sociale derivante dall’emergenza covid-19 durante il periodo del lockdown, e l’uso problematico dei Social network e la presenza della sintomatologia depressiva.

 

L’isolamento sociale che durante la pandemia da covid-19, e in special modo nel periodo del lockdown, è stato sperimentato da gran parte della popolazione nazionale, può essere definito come assenza di contatti sociali e di relazioni personali derivante dalla bassa frequenza di contatto sociale con amici, parenti e vicini; assenza di una rete di discussione con la quale comunicare questioni personali ed importanti e assenza di supporto sociale, ovvero di persone alle quali chiedere aiuto in caso di necessità (Eckhard, 2018). L’isolamento sociale è determinato dalla combinazione di componenti oggettive e soggettive, fra cui il numero dei contatti interpersonali, il senso di appartenenza e la qualità della rete sociale (Nicholson; 2009). L’isolamento sociale oggettivo rappresenta l’aspetto tangibile della separazione fisica o assenza di interazione con altre persone misurata attraverso la frequenza delle interazioni e dalle dimensioni della propria rete sociale. L’isolamento sociale soggettivo è definito come la percezione dell’individuo sulla qualità dei rapporti con i membri della sua rete ed include i costrutti di solitudine, percezione di supporto sociale, vicinanza soggettiva con amici e familiari (Taylor et al; 2018). L’isolamento sociale e la mancanza di supporto sociale sono correlati a tassi più alti di depressione; mentre avere il supporto del coniuge, degli amici e un buon vicinato è collegato a minor numero di sintomi depressivi (Herbolsheimer, 2018).

La solitudine è associata negativamente al benessere emotivo dei soggetti ed è fattore di rischio per i sintomi depressivi (Nilsen et al, 2018); mentre le reti sociali più ampie e il supporto emotivo ricevuto e fornito sono protettivi contro i sintomi depressivi (Harasemiw et al, 2018). Le nuove tecnologie possono offrire un sostegno sociale ai soggetti che si trovano isolati nelle proprie case, l’uso di esse può migliorare il sostegno sociale, la solitudine, la rete sociale e fattori correlati come depressione, stress, autostima e qualità della vita (Morris et al; 2014); mentre un uso problematico delle nuove tecnologie è caratterizzato da cognizioni e comportamenti disadattivi che si traducono in esiti negativi sul benessere del soggetto (Caplan, 2002). L’attività online può essere utilizzata per sfuggire alle difficoltà della vita reale (Ryan, Chester, Reece & Xenos, 2014), pertanto, sembra ragionevole suggerire che i soggetti con sintomi depressivi hanno maggiori probabilità di utilizzare Internet per alleviare la sintomatologia, per tale ragione si ipotizza una relazione bidirezionale tra dipendenza da internet e disturbi depressivi (Chih-Hung et al.,2008).

La percezione della solitudine e la presenza di sintomi depressivi sono associati alla preferenza per l’interazione sociale online, connessa all’uso problematico dei Social Network Sites (SNS) e conseguenti esiti negativi (Caplan, 2002).La depressione può indurre i soggetti ad interagire in modo più negativo sui SNS con gli altri, a sentirsi maggiormente negativi dopo tali interazioni, ovvero la depressione potrebbe indurre le persone a sentirsi meno supportate e più negative sui Social Network Sites (Yoon, Kleinman, Mertz & Brannick, 2019).

Scopo principale del presente studio era esplorare le correlazioni fra l’isolamento sociale derivante dall’emergenza covid-19 durante il periodo del lockdown valutato attraverso la percezione del supporto sociale ricevuto e il senso di solitudine con l’uso problematico dei Social network e la presenza della sintomatologia depressiva.

Il campione è composto da 180 soggetti (M=50, F=129) di età compresa fra i 18 e i 77 anni (M=28.46, SD=10.61) di cui 105 (59.7%) si trovano attualmente nel nord Italia, 65 (36.9%) al centro e 6 al sud (3.4%). La maggior parte dei soggetti vive attualmente con i familiari (93.9%) e dichiara di non incontrare altre persone dal vivo (68.2%). Il 73.3% non sta lavorando e i restanti svolgono l’attività lavorativa direttamente sul luogo di lavoro o in modalità smart working. I Social network maggiormente utilizzati sono Facebook (48.9%) e Instagram (46.1%). Attraverso la piattaforma online di Facebook e altri canali di diffusione e comunicazione i soggetti hanno compilato i questionari fra cui domande costruite ad hoc che indagano lo stato di convivenza (vivi in famiglia, vivi da solo, altro); presenza di contatti sociali con familiari/amici al di fuori del nucleo di convivenza (si, no, qualche volta); stato occupazionale (lavoro fuori casa, lavoro in smart working, non lavoro sono a casa) e il Social Network utilizzato maggiormente (facebook ,instagram, non uso i social network, altro).

Gli strumenti somministrati sono la Lubben Social Network Scale (Lubben et al; 2006), una scala composta da 6 items che valuta l’ampiezza della rete sociale e la percezione del supporto sociale per lo screening dell’isolamento sociale, con due sottoscale che indagano i legami familiari (LSNS-FAMILY) e quelli amicali (LSNS-FRIENDSHIPS); il BDI: Beck Depression Inventory (Beck et al; 1961), scala composta da 21 items che indagano le manifestazioni della depressione e che consiste in una serie di 4 affermazioni che sono organizzate in base alla gravità del sintomi; infine il GPIUS-2: Generalized Problematic Internet Use Scale, (Caplan; 2002) formato da 15 items per la valutazione dell’uso problematico dei Social network, su una scala Likert a 5 punti da “completamente in disaccordo” a “completamente in accordo”. Le sottoscale sono: Preferenza per l’interazione sociale online (GPIUS-POSI); utilizzo di internet per la regolazione degli stati affettivi negativi (GPIUS-MOOD-REGULATION); Modello di pensiero ossessivo che coinvolge l’uso di internet (GPIUS-COGNITIVE-PREOCCUPATION); Utilizzo compulsivo (GPIUS-COMPULSIVE-USE); Insufficiente auto regolazione (GPIUS-SELF-REGULATION), Esiti negativi legati all’utilizzo di internet (GPIUS-NEGATIVE-OUTCOMES).

Le relazioni fra le variabili oggetto di studio sono state condotte attraverso il coefficiente r di Pearson. Sono state condotte delle analisi di correlazione per indagare possibili correlazioni fra la percezione dell’isolamento sociale valutato attraverso la scala LSNS-6 che indaga il supporto sociale percepito e le variabili di utilizzo problematico dei Sns attraverso la scala GPIUS-2 e la probabile presenza della sintomatologia depressiva valutata con la scala BDI.

Dai risultati del presente studio emerge una correlazione significativa negativa fra la probabile presenza di sintomi depressivi valutati attraverso la scala BDI e la percezione del supporto sociale valutato attraverso la scala LSNS-6 (r=-0.32/p<.01) e la sottoscala LSNS Family (r=-0.35/p<.01). Emerge una correlazione positiva fra l’utilizzo problematico dei Social Network Sites valutato attraverso la scala GPIUS-2 e la probabile presenza di sintomi depressivi (r=0.25/p<.01); come risulta anche dalla sottoscala GPIUS DEFICIENT SELF REGULATION (r=0.20/p<.01); GPIUS NEGATIVE OUTCOMES (r=0.20/p<.01) e GPIUS COMPULSIVE USE (r=0.25/p<.01). La preferenza per l’interazione sociale online, valutata attraverso la sottoscala GPIUS POSI è correlata negativamente con il supporto sociale percepito valutato attraverso la scala LSNS-6(r=-0.22/p<.01) e la sottoscala LSNS Friendship (r=-0.20/p<.01). Inoltre la sottoscala GPIUS NEGATIVE OUTCOMES correla negativamente con la percezione del supporto sociale valutato attraverso la scala LSNS-6( r=-0.20/p<.01) e la sottoscala LSNS Family (r=-0.23/p<.01).

L’obiettivo principale dello studio era indagare, in un campione eterogeneo proveniente da tutto il territorio nazionale, l’esistenza di una relazione fra l’isolamento sociale derivante dall’emergenza covid-19 valutato attraverso le sottodimensioni della percezione di supporto sociale e senso di solitudine, con le variabili di utilizzo problematico dei Social network e sintomatologia depressiva.

I risultati del presente studio confermano i dati presenti in letteratura circa la relazione che intercorre fra la sintomatologia depressiva, l’uso massivo dei social network e la percezione del supporto sociale.

La letteratura mostra una significativa relazione fra la percezione dell’isolamento sociale soggettivo e il benessere psicologico; in special modo l’incremento della sintomatologia depressiva (Nicholas & Nicholson, 2012). Sentirsi supportati nelle relazioni sociali funge da fattore protettivo contro la sintomatologia depressiva (Santini et al; 2015), mentre il senso di solitudine si configura come fattore di rischio (Nilsen et al, 2018). I risultati sono in linea con la letteratura circa l’utilizzo problematico dei Social network che è legato bidirezionalmente alla sintomatologia depressiva, in special modo quando quest’ultimi vengono utilizzati come strategia maladattiva di regolazione dell’umore (Chih-Hung et al., 2008) e mostra una relazione positiva con la mancanza di supporto sociale e la percezione della solitudine (Caplan,2002).

I limiti relativi allo studio riguardano gli strumenti utilizzati che sono inclini ai self-report bias di desiderabilità sociale; un altro limite è rappresentato dalla numerosità campionaria che non può intendersi rappresentativa di tutta la popolazione e dalla rappresentanza maggioritaria del genere femminile (M=50, F=129) e della fascia di età (M=28.46, SD=10.61) rispetto a quella stabilita nei criteri di inclusione.

Nel complesso questo studio evidenzia le correlazioni che intercorrono fra la percezione dell’isolamento sociale e le variabili di utilizzo problematico del Social network, supporto sociale percepito e sintomatologia depressiva. Il presente studio pone l’attenzione ad alcune variabili correlate all’isolamento sociale indagate durante il periodo di lockdown derivante dall’emergenza covid-19. Dall’analisi dei risultati si potrebbe ipotizzare di strutturare interventi di prevenzione circa l’uso problematico dei Social network affinché quest’ultimi possano essere utilizzati in modo non problematico, ma al contrario possano incrementare la percezione di supporto sociale (Morris et al; 2014). A fronte dei risultati rilevati dal presente studio emerge la necessità di indagare ulteriormente altre variabili psicosociali che possono influenzare la percezione dell’isolamento sociale e i possibili esiti negativi ad essa correlati.

 

“Feels like home”: non dove, ma chi – Rubrica Psico-canzoni

Il presente articolo interpreta il brano Feels like home di Chantal Kreviazuk, prendendo in considerazione temi relativi al legame di coppia quali il bisogno di tenerezza, di sicurezza e di essere accettati per quello che si è, in altre parole cosa rende una relazione “casa”.

Psico-canzoni – (Nr.7) Feels like home

 

Per secoli l’essere umano ha provato a dare una definizione d’amore, attraverso poesie, racconti, aforismi e canzoni. Nell’ambito di queste ultime troviamo la cantante Chantal Kreviazuk secondo cui l’amore è potersi sentire a casa ovvero feels like home.

È molto difficile poter raccontare in modo universale l’amore, poiché ognuno lo vive a modo proprio, dipendentemente dai bisogni che nutre. Per alcuni è legato maggiormente alla sessualità, per altri all’aspetto emotivo, per altri ancora a caratteristiche intellettuali. Eppure in ogni relazione vi è una caratteristica comune: sono presenti in modo più o meno preponderante tutti e tre gli aspetti.

Per quanto ogni componente sia importante a modo proprio, una spicca tra le altre e detiene il potere rispetto alla stabilità della relazione: il lato emotivo. All’altezza dello stomaco vi è la sede simbolica delle emozioni che è anche il punto a metà strada dove è possibile l’incontro dei tre aspetti. Tanto la sessualità quanto l’amore intellettuale non solo passano per le emozioni, ma da esse dipende il loro più completo sviluppo ed appagamento.

Chantal Kreviazuk e il film Come farsi lasciare in dieci giorni si donano a vicenda una completezza di significato. Feels like home fa parte della colonna sonora del celebre film di Daniel Petrie con Matthew McConaughey e Kate Hudson ed è inserita nel momento in cui i due protagonisti si stanno innamorando, nonostante le previsioni di entrambi. Quella che da alcuni è stata chiamata “scintilla”, viene ridefinita “casa” dalla Kreviazuk e da Petrie.

Something in your voice makes me wanna loose myself in your arms

è un modo completo per spiegare in che modo una relazione può divenire “casa”, ovvero il posto in cui si può essere se stessi, in cui non ci si sente giudicati, in cui si può stare tranquillamente in pigiama, in cui infine si possono abbassare così tanto le difese da potersi appoggiare e perfino addormentare.

“Casa”, ovvero “home”, nell’immaginario collettivo può essere associata ad un posto fisico, ma in questo caso sembra piuttosto essere un luogo dentro se stessi che, se sufficientemente pronti per abbandonare il porto sicuro, si può incontrare nella relazione amorosa con l’altro. Ci si può sentire a casa quando si permette alla tenerezza di entrare dalla porta. Tutti gli esseri umani hanno bisogno di tenerezza e dolcezza, ma a volte la paura di poterla conoscere e di rischiare conseguentemente di perderla, finendo faccia a faccia con l’angoscia del vuoto, può essere paralizzante.

Hope this feeling lasts for the rest of my life

è la speranza di chi si avvicina alla tenerezza lasciandosi trasportare. La propria parte bambina può essere riconosciuta, coccolata, nutrita e sentirsi protetta anche quando arrivano momenti più spaventosi, come

a window breaks down a long dark street and a siren wails in the night, but I’m alright ‘cause I have you here with me and I can almost see through the dark there is light. 

Feels like I’m all the way back where I belong

è il racconto di una fiducia ritrovata nel legame col partner, non più congelata nella staticità un luogo, ma sempre in evoluzione nel tempo, come la storia che ci appartiene ed a cui apparteniamo. Dunque non dove, ma chi è “casa”?

 

FEELS LIKE HOME – Ascolta il brano:

 

Riconsiderare la demenza (2015) di T. Kitwood – Recensione

Chiunque si trovi a dover affrontare quotidianamente disturbi neurocognitivi dovrebbe avere nella propria libreria Riconsiderare la demenza (2015).

 

Tom Kitwood (1937-1998), geropsicologo e fondatore del Bradford Dementia Group, ha rivoluzionato l’approccio di assistenza alla persona con demenza invitando professionisti e non a una vera e propria trasformazione culturale tramite la sua opera Dementia reconsidered: the person comes first (1997), tradotta in italiano solo nel 2015, frutto di anni di ricerca ed esperienza in contesti di istituzionalizzazione.

Affinché un servizio funzioni e sia adatto ai bisogni della persona è fondamentale che vi sia un modello teorico di riferimento che ne guidi l’assistenza. Kitwood, rifacendosi alla terapia centrata sul cliente di Carl Rogers (1974), propone un modello di cura centrato sulla persona, in netta contrapposizione al modello bio-medico allora dominante (Lyman, 1989). L’autore parte da un’analisi della soggettività e dei bisogni della persona con demenza dando vita a un modello dialettico che riconosce oltre che il deterioramento neurologico anche una serie di fattori psico-sociali che determinano l’esperienza di malattia. Ne consegue una nuova concezione di assistenza, non più intesa come mera risposta ai soli bisogni fisici dell’assistito ma come un mezzo che permette di preservare la personhood (= l’essere persona) del malato attraverso una particolare attenzione alla qualità delle interazioni che intercorrono tra caregiver e anziano. Secondo l’autore, affinché questa modalità di assistenza possa essere messa in atto, è innanzitutto necessaria una rivoluzione culturale che dia rilievo alle abilità residue e all’unicità di ciascuna persona, nonostante i deficit. A ciò si aggiunge la necessità di professionisti formati e con requisiti ben specifici, sostenuti da una organizzazione dell’assistenza attenta al benessere del personale e caratterizzata da una comunicazione efficace, cooperazione, rispetto e assenza di barriere noi-loro dettate da potere e status.

La personhood e i bisogni della persona con demenza

Secondo Kitwood “il nostro sistema di riferimento non dovrebbe più essere persona-con-DEMENZA, bensì PERSONA-con-demenza”. L’autore, distanziandosi dalla prevalente visione negativa della demenza come “morte che lascia indietro il corpo” e come unicamente deterioramento neurologico, trova essenziale non porre l’accento su ciò che differenzia il malato da “noi sani” ma concentrarsi su ciò che abbiamo in comune e funziona ancora, ovvero la personhood. Questo concetto, tradotto in italiano con “essere Persona”, indica una condizione propria dell’essere umano in quanto essere sociale che implica riconoscimento, rispetto e fiducia. All’interno della relazione ogni persona è unica, prova sentimenti ed emozioni e ha alle spalle un bagaglio di esperienze. Per Kitwood è proprio la preservazione della personhood lo scopo principale dell’assistenza, possibile solo tramite il soddisfacimento dei bisogni dell’anziano e interazioni positive. I bisogni sono radicati nel nostro passato evolutivo e influenzati dai significati e dai valori della cultura dominante. Relativamente alla persona con demenza vengono individuati 5 bisogni essenziali, tra loro sovrapposti e che convergono nel bisogno centrale dell’amore. Essi sono: conforto, identità, inclusione, attaccamento, essere occupati.

Spesso, però, nei contesti di cura, di fronte alla fragilità, allo stato di dipendenza e al deterioramento del malato, chi assiste presenta meccanismi di difesa che disumanizzano il malato, privandolo della sua personhood, permettendo così un distanziamento da quella che può essere una “anticipazione terrificante di come potremmo diventare”. Risulta quindi fondamentale lavorare su queste risposte difensive.

Psicologia Sociale Maligna e Positive Person Work

Kitwood sottolinea, inoltre, l’assenza di indicazioni nel paradigma standard su come effettivamente assistere la persona con demenza. Come detto precedentemente, un approccio di cura centrato sulla persona prevede una particolare attenzione alla qualità delle interazioni esistenti tra personale e assistito. L’autore, dopo numerose ricerche valutative sulla qualità di assistenza fornita in servizi di diverso tipo per persone con demenza e in particolare sulle tendenze depersonalizzanti, teorizza la Psicologia Sociale Maligna. Questo concetto fa riferimento a tutte quelle azioni, atteggiamenti e tendenze, perlopiù inconsapevoli, che danneggiano profondamente la personhood dell’anziano, minandone i bisogni. Le 17 modalità di interazione svalutanti individuate dall’autore sono: infantilizzazione, slealtà, disempowerment, etichettamento, intimidazione, stigmatizzazione, accusa, derisione, invalidazione, ignorare, oggettualizzazione, esclusione, rifiuto, imposizione, denigrazione, procedere troppo in fretta, perturbazione. A lungo andare, questi atteggiamenti accentuano sempre più la barriera noi-loro e annullano l’essere persona dell’anziano, dando vita il più delle volte a comportamenti problema, come ad esempio aggressività, risolti per mezzo di farmaci.

Dunque, per contrastare questa tipologia di assistenza viene proposto il Positive Person Work, una modalità di cura che sostiene le abilità residue della persona, riconosce i sentimenti dell’altro e risponde ai suoi bisogni. Tramite il metodo osservativo del Dementia Care Mapping, le 12 modalità di interazione positive individuate sono: riconoscimento, negoziazione, collaborazione, gioco, timaolazione (neologismo che indica una interazione di tipo sensoriale), festeggiamento, rilassamento, validazione, contenimento, facilitare, creazione e dono.

Organizzazione dell’assistenza

Altro aspetto preso in considerazione da Kitwood per la buona riuscita di una cura centrata sulla persona è il tipo di organizzazione dell’assistenza. È necessario tenere a mente la stretta relazione tra benessere dell’operatore e benessere dell’ospite. Una struttura che promuove la personhood del personale per proprietà transitiva migliora la qualità di vita degli assistiti. È noto, infatti, il rischio nelle professioni sanitarie di sviluppare burnout (Maslach, 1984), una sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale che, oltre all’insorgenza di sintomi psicosomatici nel lavoratore, comporta cambiamenti negativi negli aspetti relazionali. Sono, dunque, auspicabili organizzazioni caratterizzate da buoni canali comunicativi, rapporti lavorativi che prevedono rispetto, fiducia e collaborazione, formazione, riconoscimento e promozione del personale, attenzione agli aspetti emotivo-motivazionali e un forte impegno a minimizzare le differenze di potere.

 

Ortoressia nervosa e dismorfismo muscolare (bigoressia): uno studio condotto in un campione di studenti universitari maschi

L’ortoressia nervosa (ON), è un disturbo alimentare caratterizzato da un’eccessiva preoccupazione per il cibo sano (Duran et al., 2020), che è stato incluso nel DSM-5 nella categoria “Disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione del cibo” (American Psychiatric Association, 2013).  

 

Tra i sintomi troviamo l’eliminazione del cibo definito “malsano”, un’estrema attenzione verso la qualità degli alimenti che si ingeriscono e che vengono categorizzati in termini dicotomici, come “pericolosi” o “sani”. Le ruminazioni ossessive e continue sul cibo ed i comportamenti di selezione dello stesso, compromettono significativamente la qualità della vita dell’individuo (Malmborg et al., 2017), impattando sia sul versante affettivo che quello relazionale. Uno degli aspetti che esacerba questa problematica, accrescendo i livelli di stress, è l’insoddisfazione di base verso il proprio aspetto fisico (Rodgers et al., 2018).

Tra i gruppi di soggetti a rischio di sviluppare l’ortoressia nervosa (ON), la ricerca ha individuato le donne, gli adolescenti, individui che praticano sport, studenti di medicina ed i professionisti sanitari (dalmaz & Tekdemir Yurtdas, 2017).

Il dismorfismo muscolare (MD), è stato definito per la prima volta da Pope e Coll nel 1993 come un disturbo ossessivo compulsivo caratterizzato dall’ossessione per l’aspetto del proprio corpo, unita alla paura di non essere abbastanza muscolosi, che induce a praticare sessioni estenuanti di esercizio fisico (Bo et al., 2014).

Attualmente è classificato nel DSM-5 tra i “Disturbi ossessivo compulsivi e disturbi correlati” ed è considerato una variante del disturbo da dismorfismo corporeo. Gli aspetti che lo caratterizzano sono l’eccessiva preoccupazione del proprio aspetto fisico e la convinzione di non essere abbastanza magri e muscolosi (American Psychiatric Association, 2013). L’individuo che ne soffre si allena in modo eccessivo, perseguendo una dieta rigida e talvolta assumendo dosi spropositate di integratori e steroidi anabolizzanti. Le conseguenze sono soprattutto sul piano relazionale, poiché evita le attività sociali o professionali che non ritiene siano finalizzate a raggiungere il suo obiettivo fisico (Cerea et al., 2018).

L’ossessione e l’insoddisfazione per l’aspetto del proprio corpo, che arrivano a compromettere diverse aree di funzionamento (familiare, lavorativa e sociale), sono state associate a bassi livelli di autostima (Compte et al., 2015; Hale et al., 2013).

Le condizioni estreme a cui si costringe l’individuo per acquisire massa muscolare possono comportare gravi patologie cardiache, insufficienza renale e perfino la morte (Aslı Devrim et al., 2018; Sandgren & Lavallee, 2018). Il troppo esercizio fisico, unito ad una dieta estrema, sono inoltre fattori di rischio per la  sindrome da sovrallenamento o concomitanti disturbi alimentari.

Ad oggi, il dismorfismo muscolare (anche chiamato bigoressia) si osserva soprattutto tra i giovani adulti maschi e tra i bodybuilder, che ricercano un corpo magro e muscoloso, influenzati dagli ideali di perfezione trasmessi dalla cultura (Bo et al., 2014).

Secondo la letteratura, circa la metà dei professionisti che lavorano in aree sanitarie sono a rischio di Ortoressia Nervosa, mentre gli atleti sono maggiormente a rischio di disturbi alimentari (Segura-García et al., 2012) e Dismorfismo Muscolare (Almeida et al., 2019). A fronte di questi studi, Duran et al. (2020), hanno effettuato un’indagine su un campione di 430 studenti maschi di infermieristica e della facoltà di scienze motorie.

Nel dettaglio, è stata valutata la prevalenza di bigoressia e Ortoressia Nervosa tra i soggetti; verificando se queste condizioni fossero legate all’autostima. Dallo studio, è emerso che l’11,2% del campione aveva una tendenza alla bigoressia e sosteneva che il sovrallenamento o una dieta ad alto contenuto proteico fossero una condizione naturale da perseguire.

Nello specifico, gli studenti di scienze motorie, riportavano punteggi più altri sulla scala del dismorfismo corporeo (Muscle dysmorphic disorder inventory; Asli Devrim & Bilgic, 2018) e riportavano maggiore compromissione del funzionamento. Inoltre erano più inclini all’ortoressia nervosa (Orthorexia inventory ; Arusoǧlu et al., 2008), rispetto agli studenti di infermieristica. Questo risultato è coerente con la letteratura che individua, tra gli studenti di scienze motorie, un rischio maggiore di sviluppare bigoressia e ortoressia nervosa (Bo et al., 2014; Malmborg et al., 2017).  Infatti, l’essere istruiti ad una sana alimentazione potrebbe comportare un’attenzione eccessiva a quest’aspetto, fino a raggiungere una vera e propria ossessione nutrizionale, con sovrallenamento concomitante per incrementare la muscolatura.

Inoltre, tra gli studenti, la tendenza all’ortoressia aumentava parallelamente alla propensione alla bigoressia poiché entrambe hanno in comune alla base tendenze salutistiche ed il culto della forma fisica, che conferiscono un senso di identità all’individuo, isolandolo al contempo dal contesto sociale. Nell’Ortoressia Nervosa, le ossessioni per l’alimentazione sana che caratterizzano la patologia e che si associano positivamente alla muscolosità percepita ed a una ridotta percezione di grasso corporeo, finiscono per espandersi, coinvolgendo anche l’esercizio fisico (Oberle & Lipschuetz, 2018).

Per quanto concerne l’autostima, questa correlava negativamente con i punteggi della scala della bigoressia. Tra gli studenti universitari maschi, dunque, il dismorfismo muscolare emergeva nel caso di concomitante scarsa fiducia in sé stessi, generata da un’insoddisfazione corporea. Coloro che riportano una percezione distorta del proprio corpo e scarsa autostima, tenderanno ad allenarsi intensamente per migliorare il loro aspetto (Numanović et al., 2018) e sperimentare un senso di superiorità.

Sebbene lo studio abbia dimostrato una maggiore incidenza di queste problematiche tra gli studenti maschi che frequentavano infermieristica e scienze motorie, i risultati non possono essere generalizzati in contesti socio-culturali differenti, poiché il campione proveniva da università pubbliche Turche.

Ciò nonostante, le evidenze suggeriscono l’utilità dell’istruire i giovani individui alla consapevolezza mediante interventi formativi; al fatto che l’ossessione per dieta ed esercizio fisico non siano salutari, ma nocive alla salute e che possono portare a molteplici complicazioni mediche.

Tra gli studenti universitari, si rende necessario intervenire non solo sugli aspetti psicopatologici conclamati ma agire in via preventiva e alla radice, andando ad offrire consulenze psicologiche in grado di rafforzare i livelli di autostima, che avranno ripercussioni sul benessere globale.

Dunque è compito primario degli operatori della salute mentale valutare le situazioni a rischio, riferendosi alla letteratura corrente per individuare i fattori predisponenti all’emergere della psicopatologia.

 

ABC. Educare alle emozioni – Video dal Webinar tenuto da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre

Perché sto male? A cosa serve l’ansia? Cosa sono tutte queste emozioni sgradevoli? Gli esperti di Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre hanno risposto a queste domande in un interessante webinar. Pubblichiamo per i nostri lettori il video dell’evento

 

  La capacità di riconoscere le emozioni non sempre risulta facilmente accessibile a molte persone che spesso stanno male, ma non ne sanno il perché. La teoria cognitiva ci spiega quanto è importante riconoscere i propri stati d’animo e come svilupparne la capacità di regolazione. Dai correlati fisiologici alla mindfulness, nel corso dell’incontro sono state illustrate le basi per una comprensione chiara ed efficace dei propri stati emotivi spiacevoli.

Il webinar è stato condotto dalla dott.ssa Irene Rossi e dal dott. Riccardo Votadoro.

 

ABC – EDUCARE ALLE EMOZIONI
Guarda il video integrale del webinar:

 

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La sessualità nella terza età: stereotipi ed evidenze

Ad alimentare i pregiudizi sulla sessualità nella terza età vi sono il presupposto che vede la sessualità legata esclusivamente alla procreazione e alla vita coniugale e una società che esalta la bellezza dei corpi giovanili, ripudiando quelli più vecchi.

 

L’OMS definisce la salute sessuale una “integrazione di aspetti somatici, affettivi, intellettivi e sociali dell’essere sessuato realizzata in maniera che valorizzi la personalità, la comunicazione e l’amore” (1975). Tra i presupposti per un’adeguata salute sessuale vi sono, dunque, l’assenza di sentimenti di vergogna, colpa, timore e false credenze che compromettano la relazione sessuale.

Fondamentale è anche la Dichiarazione dei diritti sessuali (World Association of Sexology, 1999), secondo cui essi sono diritti umani fondamentali e universali, basati sulla libertà, sulla dignità e sull’uguaglianza propri di ogni essere umano. Tale documento, inoltre, afferma che “la sessualità è parte integrante di ogni essere umano. Il suo pieno sviluppo dipende dalla soddisfazione dei bisogni umani basilari come il desiderio di contatto, intimità, espressione emozionale, piacere, tenerezza, amore”.

Il diritto all’intimità, in tutte le sue forme, dura tutta la vita ma spesso viene negato agli anziani, la cui sessualità viene sottostimata o ignorata. L’anziano viene generalmente considerato asessuato o, se manifesta il desiderio di contatto, un “vecchio sporcaccione”. Questi stereotipi sono una forma di ageismo (Butler, 1969), ovvero di discriminazione nei confronti di individui di età differente dalla propria.

La causa principale di questi stereotipi è indubbiamente culturale: da una parte, il presupposto che vede la sessualità legata esclusivamente alla procreazione e alla vita coniugale, dall’altra, una società che esalta la bellezza dei corpi giovanili e ripudia quelli più vecchi.

Come è noto, gli stereotipi vengono interiorizzati e, in questo caso, è comune riscontrare nella popolazione anziana la cosiddetta sindrome da breakdown sessuale a causa della quale l’anziano, percependo sé stesso come asessuato, sviluppa problemi di autostima e sicurezza, minando il proprio benessere psicologico (Aveni Casucci, 1992).

Come sottolineato da Ashton Applewhite (2017), esperta di ageismo, “sia per scelta che per necessità il sesso e l’eccitazione cambiano nel tempo. […] Adattarsi ai corpi che cambiano potrebbe essere un catalizzatore per l’esplorazione erotica”.

È normale che con l’invecchiamento l’attività sessuale possa essere limitata dalla presenza di malattie croniche, rigidità muscolare, patologie che causano dolore o terapie farmacologiche che interferiscono con i meccanismi di desiderio/eccitazione (De Beni & Borella, 2015), ma è anche vero che le persone possono essere coinvolte in relazioni intime soddisfacenti in cui il sesso non è determinante ai fini della salute sessuale. Sempre citando la Applewhite (2017), è bene tenere a mente l’importanza del contatto fisico, de “l’essere toccati da un altro essere umano”, nell’intero arco di vita e del suo ruolo gratificante. Esso, all’interno di una relazione intima, fornisce conforto, sicurezza emotiva, aumenta l’autostima e allevia il dolore fisico (Umidi et al., 2007). Nel caso di deterioramento cognitivo, invece, esso rappresenta un mezzo di comunicazione e una forma di relazione (Goldschmidt & van Meines, 2011).

In aggiunta, questi stereotipi spesso possono presentarsi anche in ambito sanitario, manifestati da professionisti che, occupandosi di anziani, non prendono in considerazione la sfera intima e sessuale neanche in sede di anamnesi. Dando, dunque, per scontato che non siano sessualmente attivi, i medici non controllano di routine nel paziente geriatrico la presenza di malattie sessualmente trasmissibili, i cui sintomi (stanchezza, perdita di peso, confusione) possono essere scambiati per “normali sofferenze dovute all’età” (Applewhite, 2017).

I dati sulla sessualità della popolazione anziana

Nonostante lo stereotipo diffuso dell’anziano asessuato, i dati dicono tutt’altro. Sono stati, infatti, osservati orgasmi sia in uomini che in donne anche dopo il compimento del novantesimo anno d’età (Kaplan, 1976).

Inoltre, una rassegna condotta da ricercatori italiani mostra come circa un terzo degli anziani intervistati tra i 65 e i 106 anni si dichiari ancora interessato al sesso anche quando la possibilità di farlo diminuisce, indipendentemente dall’età (Dello Buono et al., 1998).

Infine, una ricerca del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali; 2000) ha intervistato 1.298 anziani italiani, rilevando come molti di essi siano sessualmente soddisfatti: sono risultati sessualmente attivi il 73,4% degli italiani tra i 61-70 anni e il 39,1% degli ultrasettantenni.

 

Sluggish Cognitive Tempo: disturbo della concentrazione distinto ma sovrapposto all’ADHD negli adulti

Sluggish Cognitive Tempo (SCT) è un termine che comprende un insieme di sintomi che influiscono sulla capacità attentiva e di conseguenza può essere definito un disturbo della concentrazione.

 

È caratterizzato dalla tendenza a sognare ad occhi aperti, avere la mente annebbiata, percepire lentezza del pensiero e ipo-attività motoria (Becker P.B. e Barkley A.B., 2018).

Non è una diagnosi ufficiale contenuta nel DSM-5, ma ha caratteristiche in comune con il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e spesso possono essere in comorbilità. In particolare lo Sluggish Cognitive Tempo e l’ADHD di tipo attentivo danno sintomi come comportamento letargico, difficoltà nel recuperare i ricordi, problemi a stare all’erta in situazioni noiose ed elaborazione lenta delle informazioni.

Come è nato l’interesse per lo Sluggish Cognitive Tempo?

Lo studio dei sintomi legati allo Sluggish Cognitive Tempo è iniziato con la pubblicazione della terza edizione del DSM nel 1980. In questa edizione, infatti, il Disturbo da Deficit di Attenzione (ADD) venne suddiviso in due sottocategorie: iperattività (ADD+H) e senza iperattività (ADD-H). In quest’ottica si cercò di categorizzare anche i sintomi come la letargia, la lentezza e l’indifferenza ma risultarono essere poco predittivi nell’identificazione dell’ADHD e quindi non vennero considerati. Lo studio dei sintomi legati a Sluggish Cognitive Tempo ebbe quindi un periodo di stallo fino alla pubblicazione di una review di Milich R.e di un articolo di McBurnett K., entrambi pubblicati nel 2001, in cui le componenti dello Sluggish Cognitive Tempo vennero studiate indipendentemente e in contrasto con l’ADHD.

Ad oggi non c’è totale accordo sul ruolo dello Sluggish Cognitive Tempo: ovvero se si tratti di una tipologia di ADHD, al pari del tipo iperattivo-impulsivo, attentivo o combinato, o se debba essere considerato un disturbo a sé stante.

Però sono sempre più gli studi che suggerisco di considerare lo Sluggish Cognitive Tempo come un tipo di disturbo dell’attenzione separato e con sintomi ben distinti, tuttavia parzialmente sovrapponibili all’ADHD, soprattutto alla componente attentiva. Infatti la probabilità di comorbilità fra i due disturbi arriva al 50%. (Barkley RA, 2012, 2018; Tirapu-Ustàrroz J. et al., 2015).

Quali sono i sintomi del costrutto Sluggish Cognitive Tempo e come influiscono sulla vita quotidiana?

I sintomi appartenenti a questo disturbo della concentrazione hanno un impatto sulla qualità di vita delle persone, influenzando il funzionamento quotidiano e i livelli di stress. Le difficoltà legate allo Sluggish Cognitive Tempo sono molte e nei bambini e negli adolescenti si evidenziano soprattutto in ambito scolastico, mentre negli adulti le compromissioni sono maggiori e si riscontrano sia nelle relazioni sociali che al lavoro (Barkley RA., 2018).

Sono 16 i sintomi individuati da Becker e colleghi in una metanalisi del 2017 che andrebbero a formare il costrutto riferito alla popolazione adulta:

  • Lentezza nel fare le cose
  • Sentirsi con la mente annebbiata
  • Fissare il vuoto
  • Sentirsi assonnati durante il giorno
  • Perdere il filo dei pensieri
  • Non essere molto attivi
  • Perdersi nei propri pensieri
  • Stancarsi facilmente
  • Dimenticarsi cosa si stava per dire
  • Sentirsi confusi
  • Non essere motivati a fare cose
  • Estraniarsi
  • Sentirsi la mente confusa
  • Il pensiero sembra lento o rallentato
  • Sognare ad occhi aperti
  • Difficoltà nel riunire le idee.

Questi sintomi provocano quindi un senso di ottundimento, rallentamento psicomotorio che può provocare sentimenti di autosvalutazione e bassa percezione di autoefficacia.

Infatti lo Sluggish Cognitive Tempo è collegato a sintomi internalizzanti quali ansia e depressione. In particolare negli adulti, questi sintomi influiscono sul funzionamento psicosociale, sia nei casi in cui lo Sluggish Cognitive Tempo è associato ad una diagnosi di ADHD, sia nei casi in cui non lo è (Becker SP. et al., 2013).

La lentezza cognitiva tipica di questo disturbo rende difficile cogliere i segnali sociali e in conseguenza le persone con Sluggish Cognitive Tempo rischiano di essere isolate e di limitare le interazioni sociali. Se a queste difficoltà si unisce la tendenza ad avere sintomi internalizzanti, come quelli collegati alla depressione, non sorprende che ci sia una evidente tendenza ad avere problemi di regolazione emotiva (Becker P.B. e Barkley A.B., 2018).

Negli adulti il rallentamento nel flusso di pensieri, il senso di ottundimento e in generale i sintomi legati alle difficoltà di concentrazione sembrano sovrapporsi alla sintomatologia dell’ADHD di tipo attentivo.

Le difficoltà attentive legate a questo pattern dell’ADHD risultano essere collegate ad alterazioni delle funzioni esecutive. Nella quotidianità queste persone tendono ad avere un pensiero lento e difficoltà nella formulazione delle idee a causa delle distrazioni. Tendono a formulare pensieri con lunghi giri di parole, perdendosi in inutili dettagli o cambiando discorso inconsapevolmente. Questa tipologia di pazienti possono avere difficoltà nel prendere decisioni. Ma possono altresì avere un’eccessiva concentrazione, anche detta iper-focus, in cui c’è una difficoltà a distogliere l’attenzione da qualcosa che li interessa particolarmente (Kooij S.JJ., 2019).

Nonostante i sintomi riportati dalle persone con Sluggish Cognitive Tempo possano sembrare simili a quelli dell’ADHD di tipo attentivo, la causa non sarebbe dovuta alle funzioni esecutive, bensì ad una difficoltà nell’elaborazione precoce delle informazioni o all’attenzione visiva selettiva (Kim K e Kim HJ, 2020).

Trattamento

Attualmente non ci sono standard di trattamento per lo Sluggish Cognitive Tempo, ma alcuni studi preliminari danno alcune informazioni utili su come gestire i sintomi soprattutto quando c’è una sovrapposizione con ADHD, depressione e ansia:

  • Atomoxetina, che riduce i sintomi Sluggish Cognitive Tempo nei casi con ADHD
  • Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI) e Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), hanno dato buoni risultati nei casi di comorbilità con ansia o depressione
  • Mindfulness
  • Social Skills Training
  • Psicoeducazione, che favorisce l’aderenza al trattamento e quindi migliora la gestione dei sintomi. (Becker P.B. & Barkley A.B., 2018; Gaur S e Pallanti S, 2020)

 

Olimpiadi di Tokyo: bandiera e inno salvi. Perché per un atleta è così importante?

Olimpiadi di Tokyo: gli atleti italiani hanno rischiato una sospensione al pari di quella Russa, ossia un’Olimpiade senza tricolore, senza inno di Mameli e senza la scritta “Italia” sulle divise. Gli atleti, difatti, avrebbero comunque potuto gareggiare, ma da indipendenti.

 

L’inizio del nuovo anno si è aperto con una nuova preoccupazione per il mondo sportivo nazionale (oltre a quelle già causate dal Covid) legata alle Olimpiadi di Tokyo.

L’Italia si è, infatti, salvata in calcio d’angolo dalla severa punizione che il CIO, Comitato Olimpico Internazionale, stava per infliggere. Non dilungandoci sulle cause che stavano per determinare questo terribile scenario, gli atleti italiani rischiavano una sospensione al pari di quella Russa, che in poche parole equivaleva ad un’Olimpiade senza tricolore, senza inno di Mameli e senza la scritta “Italia” su divise. Gli atleti, difatti, avrebbero comunque potuto gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo ma da indipendenti.

Per fortuna questa eventualità è stata scampata e possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo!

Ma cosa avrebbe significato per uno sportivo questa possibilità? Perché è così importante indossare quella divisa e sventolare la propria bandiera?

Le risposte sono molteplici: prime tra tutte, indossare la maglia della nazionale, per un atleta rappresenta un traguardo raggiunto con sudore e impegno.

Essere convocati in una competizione internazionale non è, infatti, un obiettivo così scontato ed è sempre, in ogni caso, il frutto di mesi di fatica e di allenamento costante. Poter indossare, pertanto, i colori della propria nazione e sapere di doverla rappresentare in una gara o partita, ne costituisce un valore aggiunto. L’atleta avverte nel suo impegno un significato ancora più profondo, in cui l’emozione incontra anche la responsabilità di rappresentare il proprio Paese nel migliore dei modi possibile. Non dimentichiamo, infatti che, l’approvazione sociale costituisce un potente stimolo e una profonda gratificazione per l’atleta (Antonelli & Salvini,1987).

In questo senso, lo sport, per mezzo della sua rappresentazione e della sua narrazione, è in grado di produrre vincoli identitari molto forti. Sono soprattutto i simboli e i rituali che riescono oggi ad avere il maggior impatto emotivo sulle persone, dando un senso di rassicurazione psicologica e di solidarietà collettiva (Sbetti, 2011). È dunque proprio nel significato dei simboli, della bandiera e dell’inno che va rintracciata l’ulteriore spiegazione di questa esigenza.

Questi elementi modellano, infatti, la percezione, gli atteggiamenti e il comportamento delle persone (Callahan & Ledgerwood, 2016) e soddisfano allo stesso tempo un profondo bisogno di appartenenza. I simboli possono rappresentare, dei

mezzi attraverso i quali gli individui si orientano verso il mondo, verso gli altri, verso se stessi. (Hall, 1972, 37)

Questo perché, dietro ad un colore, ad una divisa, un inno, elementi apparentemente superficiali, ci sono invece una storia, un’appartenenza e degli obiettivi condivisi in cui gli atleti, e i loro rispettivi tifosi, possono identificarsi.

 

ACT per il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Manuale breve per il trattamento (2004) di M.P. Twohig – Recensione

ACT per il Disturbo Ossessivo Compulsivo è il manuale breve e gratuito del protocollo validato per il trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo con l’Acceptance and Commitment Therapy

 

Autore

Michael P. Twohig, Ph.D. è uno psicologo, ricercatore e professore universitario. Nel  2015-2016 è stato presidente dell’Association of Contextual Behavioral Science, l’organizzazione delle Scienze Contestuali. La sua ricerca si concentra sull’uso dell’ACT in una varietà di presentazioni cliniche con un’enfasi sui disturbi ossessivo compulsivi e correlati. Ha pubblicato oltre 100 articoli peer-reviewed e due libri.

Manuale

Scritto dall’autore nel 2004 e reso gratuitamente disponibile, è stato anche tradotto in italiano da Salvatore Torregrossa. Si tratta di un manuale in forma breve che illustra 8 sessioni del protocollo ACT (Acceptance and Commitment Therapy) per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo e che risulta efficace nella riduzione dei sintomi ossessivo-compulsivi, depressione e ansia, anche a 6 mesi dalla conclusione del trattamento.

Il testo consiste in una guida passo passo al lavoro in terapia, dalle prime fasi di conoscenza del paziente (con un riferimento essenziale agli aspetti amministrativi e legali che il terapeuta deve assolvere) alle fasi prettamente terapeutiche ed esperienziali.

La forma espositiva è chiara, scorrevole e diretta, grazie anche al riferimento costante ai processi in atto e agli strumenti più efficaci per guidare il paziente, cioè metafore, esercizi, meditazioni ed esempi di dialoghi fra terapeuta e paziente.

Destinatari

Terapeuti ACT che trattano il disturbo ossessivo Compulsivo.

L’autore ritiene importante fare notare che l’approccio terapeutico ACT non è un insieme di tecniche e strategie applicabili per risolvere i sintomi, ma è piuttosto un approccio completo alla persona, che si basa sul presupposto che non ci sia nulla di sbagliato nel paziente e che non sta incontrando il terapeuta per essere aggiustato. Non è sufficiente quindi applicare esercizi e raccontare le metafore come scritti nel protocollo, ma il terapeuta dovrebbe almeno avere una formazione ACT, aver letto qualche manuale, partecipato a qualche workshop o corso e avere familiarità con la particolare filosofia alla base dell’ACT – e cioè il contestualismo funzionale.

Contenuti

Il manuale propone 8 sessioni di lavoro con il paziente. Per ognuna vengono indicati gli argomenti da trattare, quale processo dell’ACT facilitare, le metafore utili alla comprensione da parte del paziente e gli esercizi pratici che consentono l’allenamento e il cambiamento ed esempi di dialoghi per introdurre gli argomenti e affrontare i possibili problemi.

Nello specifico, nella prima sessione si introducono anche gli aspetti legali e di riservatezza e il contratto terapeutico, a cui si dà molta importanza nell’ACT. Si introduce anche la Disperazione Creativa, che motiva ed è alla base del processo di cambiamento.

Nella seconda sessione si valuta il funzionamento del paziente e si approfondisce la Disperazione Creativa con ulteriori metafore ed esercizi.

Nelle sezioni terza e quarta si affronta il problema del controllo delle emozioni di ansia e colpa tipiche del disturbo in oggetto e si propongono come alternative la disponibilità, l’accettazione e l’azione impegnata.

Nelle sessioni 5 e 6 si lavora sul Sé come contesto e sulla defusione dai pensieri ossessivi.

Si conclude il protocollo con le ultime 2 sessioni che agiscono principalmente sull’individuazione dei valori del paziente e come tradurli in azioni impegnate.

Conclusioni

Un manuale molto pratico e funzionale per i terapeuti ACT che vogliono trattare il disturbo ossessivo compulsivo in maniera semplice ed efficace.

 

I Disturbi di Personalità nella Coppia

In base ai criteri diagnostici consultabili nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, sembra che i soggetti affetti da dei disturbi di personalità possano avere difficoltà a seguire i princìpi che contribuiscono alla soddisfazione di coppia.

 

I conflitti tra partner sono i fattori più comuni di scompenso dei disturbi della personalità (South et al. 2008). Kasalova e colleghi (2018) hanno svolto una revisione narrativa incentrata proprio sul tema del disturbo di personalità nella relazione amorosa, scoprendo che la personalità gioca un ruolo fondamentale nella soddisfazione per la coppia, ovvero nella valutazione soggettiva della qualità della relazione. Terman e collaboratori (1938) scoprirono che alcuni tratti della personalità possono impedire il raggiungimento della soddisfazione nelle relazioni, che, secondo la ricerca transculturale, è influenzata da quattro fattori: socievolezza, affidabilità, capacità di accordo e reciprocità (Humbad et al. 2010).

In base ai criteri diagnostici dei disturbi di personalità consultabili nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (APA 2013), si può confermare che i soggetti affetti da queste psicopatologie possono avere difficoltà a seguire i princìpi che contribuiscono alla soddisfazione di coppia. Questi soggetti, infatti, differiscono dalla popolazione generale per comportamento (fonte di problemi interpersonali), processi cognitivi disadattivi (rigidità verso sé e gli altri e distorta comprensione della realtà) e reazioni emotive (affetti eccessivi e duraturi o affettività diminuita) (APA 2013). Questi modelli sono stabili e pervasivi, si manifestano indipendentemente dal contesto e di solito sono congruenti con le strutture interne (Fonagy & Luyten 2012). L’associazione tra coppia disfunzionale e disturbi di personalità può avere la base nell’insufficiente comprensione del comportamento del partner. In effetti, le persone con disturbi di personalità possono sperimentare numerose interpretazioni errate, conversazioni spesso scorrette, e possono anche essere maggiormente predisposte ad aggressioni verbali e fisiche, conflitti che originano dalla loro relazione con il mondo.

Fino ad ora questo articolo ha trattato i disturbi di personalità nell’insieme, ma scendendo nel dettaglio, quali possono essere i pensieri disfunzionali relativi a ciascun disturbo di personalità che portano a conflitti nella coppia? Kasalova e collaboratori hanno creato a partire dalla loro review dei modelli che racchiudono esempi di come il disturbo di personalità può generare conflitto nella relazione. Questi modelli sono composti da: pensieri su sé e sugli altri, comportamenti tipici, e reazioni frequenti del partner.

  • Il disturbo paranoide può presentare due opposte tipologie di pensiero riferite a sé: “Sono vulnerabile” oppure “Sono forte”. La conseguente attitudine nelle relazioni con gli altri sottintende il pensiero “Le altre persone sbagliano, quindi se sono attento posso difendermi”, e i comportamenti associati a questo pensiero sono vigilanza e sospettosità. A ciò i partner possono reagire con distacco o con preoccupazione/rabbia per la sospettosità.
  • Al disturbo schizoide possono sottostare diverse credenze, come “Sono una persona solitaria” o “Sono auto-sufficiente”, e “Gli altri non hanno nulla da offrirmi”. I conseguenti comportamenti disfunzionali possono essere distacco e disimpegno, a cui possono conseguire azioni del partner mirate al rafforzare la comunicazione, talvolta facendo pressioni e stabilendo regole.
  • I due poli del pensiero antisociale possono essere “Sono solo e vulnerabile” e “Sono forte e intelligente”. I soggetti con disturbo antisociale sono inclini a credere che gli altri potrebbero sfruttarli o abusare di loro, per cui tendono ad agire con comportamenti caratterizzati da manipolazione e attacco/lotta. I loro partner spesso si adattano a queste condotte con rassegnazione, mettendosi al servizio dell’altro o, talvolta, tentando si correggerli e moralizzare.
  • I soggetti con disturbo borderline hanno spesso pensieri di colpa, vulnerabilità e inaiutabilità che possono rispecchiarsi con il pensiero “Gli altri potrebbero tradirmi o lasciarmi, quindi non posso fidarmi”. I comportamenti correlati variano tra enfatizzazione della propria forza, attacco, rassegnazione, confronto, fino alla richiesta di fiducia dagli altri. Il partner solitamente risponde a questi comportamenti con critica/azioni rabbiose/rigetto, o con rassegnazione.
  • Il disturbo istrionico può avere due tipi di credenze centrali: “Sono niente” oppure “Sono grandioso”. Conseguentemente, i pensieri sugli altri possono essere “Gli altri non mi apprezzeranno” oppure “Le persone che mi circondano/mi ammirano sono qui per servirmi”. I loro comportamenti sono caratterizzati da esagerazione, provocazione, drammatizzazione e manipolazione. Il partner può ironizzare assoggettandosi ai modi di fare grandiosi ed egocentrici o reagire minimizzando le reazioni emotive, rischiando talvolta di infliggere attacchi verbali o fisici.
  • “Il mio mondo non può sfuggire al controllo”. Questa è una delle credenze centrali più diffuse nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Queste persone criticano l’irresponsabilità altrui, tendendo spesso a moralizzare, controllando rigidamente. I partner potrebbero ribellarsi a queste rigidità per sottrarsi alle regole, abbandonando le responsabilità, provocandoli e, talvolta, forzandoli ad esprimere emozioni.
  • Il disturbo evitante di personalità presenta i caratteristici pensieri “Sono indesiderato/ incompetente/socialmente impacciato” e “Gli altri mi rifiuteranno”, a cui seguiranno comportamenti di evitamento e chiusura. I partner possono rispondere a questa condotta perseverando nell’incoraggiarli ad aprirsi. A questi tentativi spesso seguono emozioni di rimorso e pentimento.
  • Nel disturbo dipendente il pensiero più frequente è “Sono debole e indifeso, ma gli altri potrebbero prendersi cura di me”. Queste persone cercano quindi il contatto e l’aiuto degli altri, creando relazioni basate sulla dipendenza. Il partner sfoggia spesso un comportamento dominante, rigettando le espressioni di dipendenza, a volte con comportamenti aggressivi.
  • I due pensieri opposti alla base del disturbo narcisistico sono: “Sono inferiore agli altri” e “Sono migliore degli altri”. La competitività può essere la loro migliore arma, alimentata dall’enfasi su loro stessi. I partner possono ammirarli e sottomettersi ad essi, così come criticarli e deriderli, lottando per la propria importanza.
  • “Io sono autosufficiente, ma vulnerabile”. Questo l’esempio di credenza alla base del disturbo passivo-aggressivo, al quale conseguono pensieri come “Gli altri controllano/ interferiscono/ sono dominanti.” Le strategie comportamentali da loro utilizzate oscillano tra passività e sabotaggio. Durante le liti i loro partner solitamente propongono compromessi, seppur con criticismo e talvolta con picchi di rabbia. In certi casi rispondono semplicemente con rassegnazione (Kasalova et al., 2018).

Per comprendere a fondo le dinamiche di tali relazioni, è essenziale esaminare i tratti di personalità. La comprensione dei modelli disadattivi nel contesto della relazione potrebbe essere vantaggiosa per entrambi i partner. Sottovalutare l’influenza del disturbo di personalità sulla relazione amorosa può compromettere in modo significativo la possibilità di creare e mantenere la qualità della partnership, o addirittura danneggiare la relazione. Qualora la coppia dovesse presentare problematiche che causano disagio, è importante rivolgersi ad un professionista del settore psicologico.

 

Pensare ai pensieri: le metacredenze nel disturbo bipolare – Il secondo episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del secondo episodio della serie dedicato alle metacredenze nel disturbo bipolare. Ospite della puntata, il Dott. Ettore Favaretto.

 

PENSARE AI PENSIERI: LE METACREDENZE NEL DISTURBO BIPOLARE

Metacognizione nei disturbi d’ansia e nei disturbi depressivi: analisi comparativa delle tipologie delle credenze e del loro ruolo nel mantenimento di questi disturbi

Le modalità di pensiero ripetitivo maggiormente studiate, e che alla lunga provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale, sono il rimuginio e la ruminazione, innescati e tenuti attivi da credenze metacognitive. Essi sottendono pattern emozionali come ansia e depressione.

Andrea Coluccia – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Ad alcune persone succede di restare invischiate in meccanismi di ricorsività del pensiero, come rimuginio e ruminazione, innescati e tenuti attivi da credenze metacognitive. Nonostante siano spesso indicativi di alcuni disturbi, come ansia e depressione, le persone ritengono che questi stili di pensiero, ripetitivi e persistenti, siano spesso positivi e utili ad affrontare eventi problematici, senza riuscire a soffermarsi sulla loro pericolosità e incontrollabilità, ovvero sulla loro natura negativa.

La metacognizione è un concetto complesso che in clinica è stato definito da diversi autori, tra cui Semerari (1999), Wells e Purdon (1999).

Il primo la definisce come l’insieme delle abilità che ci consentono di riconoscere i propri ed altrui stati mentali, riflettere su di essi e saperli padroneggiare. Da Wells e Purdon (1999) invece non è vista come abilità o funzione, bensì come l’insieme dei fattori che governano la valutazione, il monitoraggio e il controllo delle cognizioni. Tali fattori si possono dividere in credenze, esperienze e strategie.

Wells spiega tale concetto servendosi di una metafora: in un concerto, l’orchestra che lo esegue comprende diversi strumenti e musicisti e, affinché il tutto risulti armonico, sono necessari una partitura e un direttore. La metacognizione rappresenta sia la partitura che il direttore, nonché la cognizione sulla cognizione, o più semplicemente il “pensiero sul pensiero”. Il significato di metacognizione, attraverso le teorie e gli studi che lo hanno trattato, è diventato maggiormente ampio ed integrato, ribadendo come possa rappresentare una vasta gamma di abilità. Alla luce di ciò, diviene una chiave interpretativa per diverse problematiche che tendono a presentarsi sia in età evolutiva sia in età adulta come i disturbi depressivi e i disturbi d’ansia.

Il ruolo delle credenze metacognitive nella ricorsività del pensiero

Quando si parla di credenze metacognitive o metacredenze si fa riferimento alle informazioni rispetto al proprio funzionamento cognitivo e alle strategie di coping utilizzate. Esse rappresentano le conoscenze che le persone hanno della propria mente, dei suoi prodotti (pensieri ed emozioni) e delle sue funzioni (attenzione e memoria) (Wells, 2000). Queste conoscenze, che possono essere di natura esplicita o implicita, costituiscono la guida per l’elaborazione delle informazioni e quindi per la reazione ai propri stati interni.

Le credenze metacognitive hanno un ruolo preponderante nei meccanismi di ricorsività del pensiero, grazie alla tendenza dell’individuo a considerarli sia negativamente che positivamente. Le persone ansiose credono, ad esempio, che il rimuginio sia utile per risolvere una situazione problematica o per anticiparne le conseguenze; ne soffrono tuttavia, anche perché sono convinte che non sia possibile interromperlo, percependolo come un automatismo al di fuori del proprio controllo.

Lo stesso meccanismo si applica per la ruminazione: le persone che sviluppano un disturbo depressivo e che tendono a utilizzare questo stile di pensiero, nutrono delle credenze metacognitive positive circa la ruminazione stessa, rispetto cioè alla sua utilità come strategia di regolazione emotiva, di pianificazione di azioni volte alla soluzione di un problema e di riflessione sulle cause di un evento passato o sul proprio stato d’animo.

Le credenze metacognitive negative comprendono l’incontrollabilità, la pericolosità, l’importanza e il significato attribuito ai pensieri o alle emozioni: “se sono in ansia, allora sono davvero in pericolo”, ad esempio, nel caso dei disturbi d’ansia; “se ho pensieri di questo tipo, sono una persona orribile e non piacerò mai a nessuno”, nel caso dei disturbi depressivi. Da Wells e Matthews (1994) e da altri autori successivamente, questi stili di pensiero sono considerati determinanti nel persistere di emozioni negative, motivo per cui molte persone restano imprigionate in un vortice di sofferenza emotiva.

Questi aspetti spiegano la concatenazione di passaggi che portano al mantenimento di certi disturbi, soprattutto di carattere ansioso e depressivo.

Rimuginio e ruminazione alla base dei disturbi depressivi e ansiosi

Le modalità di pensiero ripetitivo maggiormente studiati, e che alla lunga provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale, sono il rimuginio e la ruminazione. Essi sottendono pattern emozionali come ansia e depressione.

Il rimuginio è principalmente legato all’ansia; è caratterizzato dalla presenza ciclica di una serie di pensieri considerati incontrollabili e intrusivi, focalizzati su contenuti catastrofici di possibili eventi futuri. Esso diviene un elemento di mantenimento tanto più difficile da eliminare quanto più la persona ha metacredenze positive, come pensare che rimuginare aiuti a risolvere i problemi, prepararsi al peggio, o riduca la probabilità che accada l’evento temuto.  Coloro che rimuginano sono inclini a sentirsi poco capaci di poter controllare gli eventi incerti, per questo utilizzano il rimuginio come strumento mentale per anticipare e controllare il possibile verificarsi di un evento futuro temuto.

Borkovec (1994) mette in evidenza che il non riscontrare le conseguenze temute finisce per determinare, tuttavia, il rinforzo di tale processo di pensiero.

La ruminazione è principalmente legata alla depressione, è caratterizzata da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative (Ruggiero & Sassaroli, 2013).

E’ una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo (Nolen-Hoeksema, 1991), rivolto al passato e legato alla perdita di qualcosa di importante. Inizialmente la persona rumina perché crede che possa servire a gestire una serie di accadimenti negativi, quindi la considera un metodo efficace per controllare la propria tristezza.

Secondo Wells (2009) questa strategia peggiora nel tempo l’intensità dello stato d’animo negativo, induce ad un maggiore abbassamento dell’umore, fino al crearsi di una distorsione negativa della percezione di sé stessi, ma anche dell’ambiente circostante, contribuendo quindi all’amplificazione dei pensieri negativi automatici.

I pensieri ruminativi diventano la causa della comparsa della depressione, del suo mantenimento e del suo aggravamento.

Principali tipologie di metacredenze nel mantenimento di ansia e depressione

Secondo la terapia metacognitiva dei disturbi psicologici, nel mantenimento delle sintomatologie ansiogene e depressive, vi sono principalmente due tipi di credenze metacognitive: le credenze esplicite e le credenze implicite.

Le credenze esplicite o dichiarative sono quelle che possono essere espresse verbalmente: “se mi preoccupo tanto può venirmi un attacco di cuore” oppure “se mi focalizzo tanto su una situazione di pericolo riuscirò ad evitare un danno”.

Questa tipologia di credenze tende ad essere particolarmente presente nei disturbi d’ansia rappresentando un significativo fattore di mantenimento, che si manifesta attraverso “il circolo vizioso dell’ansia”.

Le credenze esplicite hanno un ruolo attivo nella rappresentazione di situazioni catastrofiche che alcuni individui pensano potrebbero capitare in futuro, divenendo in seguito elementi di rimuginio che rafforzano la presenza del disturbo, e tendono a innescarsi la maggior parte delle volte in modo del tutto automatico (Wells, 2008).

Secondo Mancini (2010) e molti terapeuti, nei disturbi d’ansia si innesca un altro tipo di ragionamento, anch’esso automatico, che si attiva in seguito alla valutazione di un evento vissuto come minaccioso chiamato Better Safe than Sorry, ovvero ‘Meglio allarmarsi che non allarmarsi affatto’ e il cui scopo è quello di evitare errori di sottovalutazione del pericolo, e pertanto viene privilegiata la focalizzazione dell’ipotesi di pericolo, e che finisce per rinforzare lo stato patologico.

Le credenze implicite o procedurali rappresentano invece degli stili di pensiero che portano le persone ad influenzare le proprie esperienze di vita presenti e future, utilizzando una valutazione negativa delle situazioni passate.

Queste credenze metacognitive fanno sì che la persona reagisca negativamente alla sofferenza, di natura spesso depressiva, cronicizzando il tema doloroso, ovvero lo stato mentale doloroso, appreso nella storia di vita e che è considerato intollerabile: ad esempio “se mi è successa questa cosa così brutta, è normale che stia così male ed è giusto che nessuno mi voglia bene”.

Costituiscono un circolo negativo, ripetitivo e rimuginativo di pensieri (Repetitive Negative Thinking) che si autoalimenta e rafforza la sintomatologia per due motivi: esso è erroneamente concepito come un piano funzionale di fronteggiamento dei propri problemi, oppure è ritenuto incontrollabile, più forte della stessa volontà esecutiva ( Wells, 2004).

Sindrome cognitivo attentiva nei disturbi d’ansia e depressivi

Una delle caratteristiche principali dei disturbi psicologici come ansia e, soprattutto, depressione, è che il pensiero ripetitivo negativo (nelle forme di rimuginio o ruminazione) viene percepito come difficile da controllare e tendenzialmente produce prospettive distorte della realtà che alimentano stati d’animo negativi.

Secondo Wells (2000), questa modalità di funzionamento viene definita Sindrome Cognitivo-Attentiva (cognitive attentional syndrome o CAS) che consiste in una modalità disfunzionale per elaborare le informazioni e comprende stili di pensiero perseveranti (per esempio rimuginio e ruminazione), ipermonitoraggio attentivo (per esempio  attenzione focalizzata sulle proprie sensazioni corporee o sul giudizio degli altri), comportamenti di rassicurazione o evitamenti e tecniche di controllo dei pensieri (per esempio distrazione o giustificazione). Questi processi costituiscono strategie personali che le persone adottano per affrontare le minacce percepite e sono sostenuti da una costante preoccupazione anticipatoria che qualcosa di brutto stia per succedere (Sassaroli, 2018).

La CAS è sostenuta dalle metacognizioni, ovvero “pensieri su pensieri” e dal momento che queste includono distorsioni metacognitive (rimuginio e ruminazione), disturbi come ansia e depressione si rafforzano nel tempo anziché essere transitori.

Nella depressione, infatti, i pensieri derivati dalla CAS tendono a sostenere l’umore negativo, in quanto una persona può pensare a tutte le passate situazioni in cui è apparsa inadeguata, oppure può monitorare ogni comportamento altrui che potrebbe anche solo ipoteticamente essere segnale di scarsa considerazione e affetto nei propri confronti.

Quando è innescata, quindi, la CAS diventa particolarmente problematica perché:

  • mantiene vivi i pensieri e le emozioni negative, rendendoli persistenti;
  • impedisce di modificare i pensieri negativi su di sé, ma al contrario li rinforza;
  • aumenta l’accesso di informazioni negative e con esso anche la frequenza dei pensieri negative su di sé.

D’altra parte, la componente di “monitoraggio della minaccia” della CAS fa sì che l’attenzione si focalizzi sulle principali fonti di pericolo risultando un fattore di mantenimento per i disturbi d’ansia.

Ciò rappresenta un problema in quanto accresce il senso soggettivo di pericolo, aumentando e rappresentando un fattore di mantenimento dell’emozione negativa e facendo sì che la persona vada in cerca di eventuali segnali minacciosi in modo ancora più scrupoloso, portando anche a disturbi di tipo ossessivo.

Wells (2008) evidenzia come focalizzare l’attenzione in tal modo abbia effetti molto negativi dal momento che inasprisce e perpetua la depressione, in quanto la persona tenderà a richiamare alla mente solo informazioni negative su di sè e sull’ansia, poiché i “preoccupati cronici” continueranno a preoccuparsi per mantenere uno stato di allerta che permetta loro di riuscire a cavarsela in futuro, rafforzando in tal modo le credenze metacognitive negative. La terapia metacognitiva, che sviluppa protocolli di intervento per il trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione, considera quindi, come maggiore aspetto problematico della CAS, le metacognizioni e le credenze metacognitive che vengono a crearsi, suggerendo delle forme di intervento specifiche e risolutive.

La terapia metacognitiva come nuova forma di intervento

La Terapia Metacognitiva (Metacognitive Therapy o MCT) è una forma di psicoterapia di recente sviluppo che ha introdotto un nuovo modo di concettualizzare e trattare i disturbi psicologici.  Questa terapia si pone come primo obiettivo di rimuovere la CAS, riportandola sotto il controllo cosciente, aiutando i pazienti con ansia e depressione a sviluppare nuovi modi di reagire ai pensieri negativi attraverso differenti e funzionali modalità di controllo dell’attenzione, modificando regole metacognitive controproducenti.

Per questo, la Terapia Metacognitiva agisce aiutando a rivalutare la natura stessa delle preoccupazioni, a prescindere dal loro contenuto e aiutando la persona a capire che tutte le preoccupazioni sono uguali e che la loro comparsa nella mente è solo un evento passeggero.  Di fatti, non significa che un pericolo sia imminente o probabile per il fatto stesso che ci è venuto in mente, per quanto riguarda i disturbi d’ansia, o che eventi negativi successi in passato debbano influire in modo persistente e significativo sugli stati d’animo e sui pensieri presenti, per quanto riguarda i disturbi depressivi.

Secondo Wells (2008), in tal modo la persona impara a relazionarsi in modo differente e più distaccato dai propri pensieri e dalle proprie preoccupazioni, così da:

  • Identificare innanzitutto pensieri ripetitivi negativi e credenze disadattive.
  • Mettere in dubbio l’utilità, l’importanza e il significato che viene dato ad essi, prendendo consapevolezza delle conseguenze a livello emotivo, di natura ansiosa e depressiva che finiscono per provocare e mantenere la sofferenza psicologica.
  • Sostituire questi pensieri e credenze con stili di pensiero più vicini alla realtà e più utili per raggiungere i propri obiettivi, emozioni più adattive, interrompendo così il circolo vizioso che mantiene ansia e depressione.

Le tecniche principali consistono in esercizi cognitivi, con cui il terapeuta aiuta il paziente a riflettere e riconoscere quali possono essere le strategie per regolare le proprie preoccupazioni e pensieri, interrompendo stili di pensieri e credenze non adattive, che tendono a mantenere e intensificare la sofferenza emotiva.

 

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