The Walking Dead: dalla parte degli zombies – Psicologia & TV Series
Il virus che sembrava essere controllato, ha preso piede. I morti si risvegliano ed attaccano i vivi, la cui presenza è sempre minore. I pochi superstiti presto si accorgeranno che i veri nemici sono gli altri esseri umani, spinti unicamente dall’istinto di sopravvivenza.
In America prima ed ora anche in Italia ha grande successo la pluripremiata serie di FOX The Walking Dead. prodotta dal 2010 e basata sull’omonima serie a fumetti scritta da Robert Kirkman.
Rick Grimes è uno sceriffo vittima di un incidente durante uno scontro a fuoco con dei fuorilegge: colpito alla schiena, va in coma, lasciando tra le lacrime la moglie Lori e il figlio Carl. Il risveglio, poco tempo dopo, è traumatico: l’ospedale è distrutto ed è pieno di cadaveri. Rick non ci metterà molto a capire la situazione: il virus che sembrava essere controllato prima del suo incidente, ha preso piede. I morti si risvegliano ed attaccano i vivi, la cui presenza è sempre minore. Lo sceriffo sfrutterà tutte le sue abilità di sopravvivenza e di capacità con le armi per sopravvivere ed uscire dalla città, trovando altri superstiti rifugiati tra i boschi: tra questi, ritrova la famiglia e il suo migliore amico Shane. Costretti poi a spostarsi, presto si accorgeranno che i veri nemici sono gli altri esseri umani, spinti unicamente dall’istinto di sopravvivenza.
In un mondo da day after si scatena una guerra tra bande di umani per la sopravvivenza. L’unico sistema motivazionale attivo è quello agonistico tra i vari gruppi e all’interno degli stessi gruppi con una lotta spietata per la definizione del rango, anche quando apparirebbe decisamente più conveniente un atteggiamento cooperativo considerata la costante minaccia esterna.
I figli mi accusano di complicità con gli zombies per i frequenti moti di pena e tenerezza che esprimo nel vedergli aprire la testa come cozze pelose baresi con ogni strumento possibile (armi da fuoco, frecce, mazze da baseball) unico modo per ucciderli definitivamente.
Non metto in dubbio che per il loro aspetto da cadavere raffermo appena diseppellito, l’andatura da emiparetico, un linguaggio che non oltrepassa gli ingenui versacci gutturali che si fanno per spaventare i bambini nel gioco la strega di mezzanotte e soprattutto la cattiva abitudine di azzannare gli umani per nutrirsene trasformandoli a sua volta in zombies non suscitino immediata simpatia, anche se, a guardar bene, alcune gonnellone che sembrano reduci da Woodstock, non siano affatto male (sono consapevole che deve essere qualche perverso adolescenziale imprinting a condizionarmi).
Mi sono chiesto dunque perché, nel profondo, stessi dalla loro parte (gonnellone a parte). Risposta semplice. Essi sono esattamente come i matti. Malati (si ricordi che sono colpiti da un virus) non si pensa di curarli ma di allontanarli ed eliminarli considerandoli portatori di tutti i possibili mali e soprattutto capaci di attaccare la follia, la Zombaggine, ai sani. Questi ultimi peraltro non si fanno mancare niente e non hanno bisogno di alcun contagio per mostrare in proprio tutti i possibili più gravi disturbi di personalità (antisociali pericolosi, narcisisti maligni e borderlinaggine per tutti q.b).
Insomma nell’atteggiamento verso gli zombies ho ritrovato tutti i pregiudizi dello stigma verso i pazienti psichiatrici.
La serie, peraltro affascinante nella regia e con effetti speciali che non cessano di suscitare incredulità può essere anche letta in questa prospettiva.
Le emozioni che durano meno sono anche quelle suscitate da eventi considerati soggettivamente poco importanti; le emozioni che durano di più invece sono legate a eventi a forte impatto per il soggetto, con conseguenze marcate.
Secondo un nuovo studio pubblicato su Motivation and Emotion, la tristezza si spegne più lentamente di altre emozioni, come vergogna, sorpresa rabbia e noia. Perchè?
I ricercatori della University of Leuven, in Belgio, hanno chiesto a 233 studenti delle scuole superiori di ricordare episodi emotivi recenti e di valutarne la durata. I partecipanti dovevano, inoltre, rispondere a domande sulle strategie usate per valutare e gestire le emozioni in questione.
Dallo studio emerge che la dimensione che permette di distinguere tra emozioni altrimenti molto simili è proprio la durata. I risultati, infatti, indicano differenze significative nella durata delle diverse emozioni: su una serie di 27 emozioni, la tristezza è durata più a lungo delle altre, mentre la vergogna, sorpresa, paura, disgusto, noia, irritazione o sensazione di sollievo erano spesso momentanee.
È interessante notare che la noia era tra le emozioni vissute per un minor tempo; secondo i ricercatori, a dispetto della sensazione comune che la noia duri a lungo, quest’emozione è in realtà molto fugace. Il senso di colpa invece persiste molto più a lungo della vergogna, mentre l’ansia dura più a lungo della paura.
In generale è emerso che le emozioni che durano meno sono anche quelle suscitate da eventi considerati soggettivamente poco importanti; le emozioni che durano di più invece sono legate a eventi a forte impatto per il soggetto, con conseguenze marcate.
Alcune delle implicazioni di un evento possono diventare evidenti solo con il passare del tempo a causa del pensiero ripetitivo attorno all’evento stesso: rimuginare o ruminare aumenta l’emozione corrispondente che a sua volta incrementa il pensiero attorno all’evento e alle sue conseguenze, in un circolo vizioso emotivo-ideativo autorinforzante.
“La ruminazione, sostengono i ricercatori, è il fattore centrale nel determinare perché alcune emozioni durano più a lungo rispetto ad altre. Emozioni associate con alti livelli di ruminazione dureranno, inevitabilmente, più a lungo”.
Questo studio sottolinea e suggerisce quanto sia importante, in ambito clinico, poter intervenire sui processi ruminativi che sottendono alla persistenza dell’emozione di tristezza nei disturbi depressivi.
Neuroscienze comportamentali e società: oltre il Neodarwinismo – XI Edizione dell’ICBS, Congresso Internazionale delle Scienze del Comportamento
Non si può più sostenere la vecchia dicotomia “influenze ambientali vs ciò che è geneticamente determinato”, ma è necessario andare oltre: è riduttivo fermarsi all’idea che l’ambiente impatti sul corredo genetico concretizzando le condizioni di rischio (vulnerabilità o suscettibilità) congentite, bisogna invece riconoscere che l’ambiente agisce anche determinando modifiche nell’espressività dei geni nel corso della vita.
Oggigiorno il primato della genetica sembrerebbe indiscutibile: ogni due per tre i giornali pubblicano articoli che titolano a caratteri cubitali SCOPERTO IL GENE… e proliferano studi sui geni coinvolti nell’autismo, nell’invecchiamento, nelle differenze di genere (per una discussione vedi Di Nuovo, 2014), nell’amicizia (Fowler et Al., 2011), nel divorzio (Walum et. Al, 2012), e chi più ne ha più ne metta.
La rilevanza della genetica viene ben sintetizzata dal pensiero di Jean-Pierre Changeaux (1998): “L’importanza di fattori genetici nell’organizzazione anatomica del sistema nervoso, nella genesi e propagazione dell’attività nervosa e infine nella realizzazione di comportamenti così evoluti come l’apprendimento o gli stati affettivi. L’onnipotenza dei geni è qui.”
Ma riconoscere il potere dei geni – sostiene il prof. Di Nuovo – non significa sottomettere qualsiasi cosa alla loro autorità! Possiamo sostenere che il cervello e la sua organizzazione siano la mera espressione di un programma genetico? No! E questo ce lo dimostra l’epigenetica, che studia i geni alla luce delle loro modificazioni espressive nell’ambiente e non come se fossero un’entità immutabile.
Il background genetico di una persona, infatti, è sì una struttura stabile, ma il funzionamento dei geni, la loro espressione, può cambiare sulla base di stimoli esterni: per esempio, sappiamo che non tutti i geni sono espressi, alcuni sono silenti; sappiamo che ci sono geni che non sono sempre espressi; sappiamo che alcuni geni non sono espressi contemporaneamente ad altri… e stimoli esterni sono in grado di realizzare quello che viene definitivo imprinting genomico, che include fenomeni quali l’attivazione o silenziamento di un gene, l’instabilità cromosomica e il rimodellamento cromosomico.
L’interazione dei meccanismi epigenetici con l’esposizione a fattori ambientali (es. agenti biologici o chimici, alimentazione, stressors, ambiente arricchente o negativo…) determina delle epi-mutazioni, cioè delle variazioni nel funzionamento dei geni la cui struttura, però, rimane immutata.
Quanto sopra descritto ha una forte relazione con il concetto di plasticità neuronale: mentre i geni guidano l’iniziale processo di sviluppo del cervello e la formazione di connessioni neurali, l’esperienza dell’individuo e la sua interazione con un ambiente più o meno ricco di stimoli portano ad una modifica degli stadi finali dello sviluppo dei circuiti cerebrali ed infine allo sviluppo di diverse forme di comportamento.
Alla luce di ciò la relazione tra geni → meccanismi neurobiologici e neurochimici → comportamento (normale e patologico) non può essere più letta in maniera lineare top – down, con interventi che hanno come target privilegiato solo i meccanismi neurobiologici e neurochimici (farmaci); poiché comportamento (inteso nel senso ampio del termine, che comprende gli aspetti emotivi, cognitivi e verbali) e meccanismi neurobiologici interagiscono tra loro e si influenzano a vicenda, anche gli interventi sul comportamento acquistano un ruolo importantissimo. I possibili campi di applicazioni di interventi psicologici sono svariati, dallo sviluppo infantile alle malattie neurodegenerative, dall’indebolimento cognitivo nella vecchiaia all’esordio delle malattie oncologiche ai disturbi cognitivi e comportamentali…
Non si può più sostenere la vecchia dicotomia “influenze ambientali vs ciò che è geneticamente determinato”, ma è necessario andare oltre: è riduttivo fermarsi all’idea che l’ambiente impatti sul corredo genetico concretizzando le condizioni di rischio (vulnerabilità o suscettibilità) congentite, bisogna invece riconoscere che l’ambiente agisce anche determinando modifiche nell’espressività dei geni nel corso della vita.
La portata di un superamento del paradigma neodarwiniano a favore di una prospettiva che riconosca il ruolo attivo giocato dall’ambiente nella modifica dell’espressività genetica è evidente: la possibilità di creare ambienti in grado di offrire stimoli arricchenti sia per il corpo che per la mente rappresenta una opportunità che deve essere colta sia in ambito psicologico che sociale come forma di intervento di certo non secondaria agli interventi farmacologici.
Behavior Science and Policy: XI Edizione dell’ICBS – Congresso Internazionale delle Scienze del Comportamento
Chi pensava che il comportamentismo fosse morto ha commesso un grave errore: il paradigma si è certamente evoluto rispetto al riduzionismo e riduttivismo che lo ha caratterizzato nei primi anni della sua esistenza e oggi continua ad influenzare, grazie anche alla rigorosa metodologia scientifica che lo distingue, vari campi, dalla salute umana.
Il 6 e 7 novembre l’università IULM di Milano ha ospitato il Behavior Science and Policy, XI Edizione dell’ICBS – International Congress on Behavior Studies organizzato da IESCUM, l’Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano, centro studi e ricerche no profit che ha l’obiettivo di “promuovere lo studio scientifico e l’avanzamento della conoscenza relativi al comportamento umano (compresi gli aspetti emotivi, cognitivi e verbali) con particolare attenzione alle applicazioni psicologiche per la soluzione di problemi pratici nonché alla prevenzione e al rimedio del disagio umano in un mondo soggetto a rapidi e continui cambiamenti”.
La XI Edizione dell’ICBS è stata l’occasione per “approfondire e discutere temi di grande attualità e interesse secondo la prospettiva della scienza del comportamento che, attraverso il metodo scientifico, studia il comportamento umano per promuovere in maniera efficace il cambiamento individuale e della società.”
Il congresso ha visto moltisssimi interessanti contributi in diversi ambiti, tra cui salute e prevenzione, politiche sociali, amministrazione pubblica, sostenibilità e smart cities. Per citarne alcuni, nell’ambito delle politiche sociali T.V. Joe Layng ha illustrato il ruolo delle contingenze di esclusione nello sviluppo della violenza e del terrorismo e gli interventi da adottare per prevenirli o contrastarli; nell’ambito della salute Hans Rudiger Rottgers ha descritto il ruolo delle scienze comportamentali nella terapia dell’autismo in Germania mentre la Dott.ssa Majani, attraverso il brillante intervento “La psicologia in sanità fa risparmiare?”, ha mostrato come per poter promuovere la psicologia nell’ambito sanitario – dove chi prende le decisioni parla un linguaggio economico – , è importante sapersi interfacciare sia con gli aspetti di efficacia clinica degli interventi psicologici sia con la loro utilità economica.
Durante il congresso si è inoltre discusso, tra i tanti argomenti affrontati, con il Prof. Santo Di Nuovo dell’Università di Catania del rapporto di influenza reciproca tra genetica e comportamento, si è parlato con il Dott. Goyos del ruolo dell’ambiente nell’influenzare il comportamento (Behavioral Games and the study of generosity), e alcuni esponenti dello IESCUM hanno evidenziato come interventi psicologici (es. ACT – Acceptance and Commitment Therapy) volti ad aumentare la flessibilità psicologica possano promuovere comportamenti efficaci e benessere all’interno di contesti sociali.
Il comportamentismo nel 2013 ha festeggiato un secolo di vita con la pubblicazione del testo Cent’anni di comportamentismo. Dal manifesto di Watson alla teoria della mente, dalla BT all’ACT (Franco Angeli Edizioni), un prezioso volume che raccoglie gli scritti di esponenti storici del comportamentismo italiano e internazionale (di questi ultimi i contributi sono in lingua inglese) offrendo una visione attuale e aggiornata di questo paradigma.
Chi pensava quindi che il comportamentismo fosse morto ha commesso un grave errore: il paradigma si è certamente evoluto rispetto al riduzionismo e riduttivismo che lo ha caratterizzato nei primi anni della sua esistenza e oggi continua ad influenzare, grazie anche alla rigorosa metodologia scientifica che lo distingue, vari campi, dalla salute umana (si pensi agli interventi Evidence Based) alla prevenzione, dall’ambito sociale a quello politico (es. la Nudge Theory1), dimostrando che dall’alto dei suoi cento anni non solo è vivo e vegeto, ma ha ancora tanto da offrire allo studio del comportamento umano.
Moderato, P., & Presti, G. (2013). Cent’anni di comportamentismo. Dal manifesto di Watson alla teoria della mente, dalla BT all’ACT. Franco Anbgeli Edizioni. ACQUISTA ONLINE
Bill presenta i tratti di una personalità dipendente. È un perdente, dipende economicamente e affettivamente dalla moglie Jess. Teme di essere abbandonato e quando la moglie lo tradisce e lo dileggia con il suo amante, è pronto a perdonare e tentare di riconquistarla.
Un film di Bernie Goldmann, con Aaron Eckhart, Jessica Alba, Elizabeth Banks, Logan Lerman, Holmes Osborne. Commedia. USA 2007.
Trama
Bill è un uomo in crisi d’identità. Sposato con la figlia di un banchiere, da cui dipende, non ha scopi e ambizioni, vive agiatamente ma non è felice. La moglie Jess lo tradisce con un presentatore televisivo, arrogante e narcisista.
Dopo aver scoperto il tradimento, Bill viene anche umiliato, ridicolizzato e sbattuto fuori casa dalla moglie. Ciò nonostante Bill non vorrebbe lasciare Jess e invece di agire con dignità e assertivamente, assume comportamenti goffi e maldestri. L’amicizia con un giovane studente e con la sua compagna aiuterà il protagonista a superare le difficoltà e a decidere di abbandonare la moglie.
Motivi d’interesse
Bill presenta i tratti di una personalità dipendente. È un perdente, dipende economicamente e affettivamente dalla moglie Jess. Teme di essere abbandonato e quando la moglie lo tradisce e lo dileggia con il suo amante, è pronto a perdonare e tentare di riconquistarla.
Nonostante venga umiliato, ridicolizzato, anche se la moglie lo tradisce nel suo letto dopo avergli impedito di avvicinarsi a casa, e con arroganza e durezza ribalta la colpa su di lui, non riesce a reagire, si sente perso.
Jess lo tradisce con un uomo che è al polo opposto, un narcisista che ha una considerazione grandiosa di sé. Il contrasto e la contrapposizione tra i tratti di personalità dei due è evidente.
La difficoltà di regolare le scelte e l’assetto mentale senza più legami di dipendenza fa scivolare Bill in un vuoto terrifico. L’amicizia con lo studente e la sua amica in una prima fase risponde all’uso ipertrofico del coordinamento interpersonale come strategia di mastery, ma pian piano consente un processo di autonomizzazione e indipendenza che culminerà nella scelta di abbandonare la moglie e cambiare vita.
Indicazioni per l’utilizzo
Il film può aprire scenari alternativi e indicare una via percorribile per i pazienti con disturbo dipendente di personalità. Offre ottimi spunti per confrontarsi sugli stati mentali del paziente e sui cicli interpersonali disfunzionali.
In fase di assessment può avere una funzione specchio che faciliti il riconoscimento e incrementi la consapevolezza e la motivazione.
La preferenza ad andare a letto tardi e dormire durante il giorno è risultata essere statisticamente associata ad una maggiore quantità di alcol ingerito e ad una più alta frequenza di comportamenti di Binge Drinking.
Comunemente esistono soggetti che preferiscono alzarsi presto al mattino e altri che amano stare svegli fino a tardi per poi dormire di giorno. Tali comportamenti sono in realtà regolati da fattori genetici. Inoltre, la tendenza a “fare le ore piccole” esporrebbe il soggetto a un maggior rischio di consumo di alcol, che potrebbe avvenire o in tarda giornata o durante la notte.
A tale proposito, Nathaniel Watson e i colleghi dell’University of Washington e dell’University of Texas hanno recentemente indagato la relazione esistente tra la preferenza a dormire durante il giorno ed il consumo di alcol.
Per fare ciò i ricercatori hanno sviluppato uno studio su un campione di 2.945 soggetti. La preferenza per un particolare ritmo sonno/veglia è stata valutata attraverso la somministrazione del Morningness-Eveningness Questionnaire (rMEQ). Il consumo di alcol è stato indagato chiedendo ai soggetti informazioni in merito alla frequenza e alla quantità di alcol ingerito, compresa la frequenza di episodi di Binge Drinking (consumo di sei drink o più in un’unica occasione).
Nell’analisi dei risultati è stato utilizzato un modello quantitativo genetico per indagare i fattori genetici ed ambientali che determinano la preferenza per svegliarsi presto oppure stare svegli fino a tardi per poi dormire nel corso della giornata. Inoltre, tali ritmi sonno/veglia sono stati messi in relazione al consumo di alcol.
Da tale studio è emerso che:
• I fattori genetici spiegano il 37% della varianza in merito alla preferenza per uno dei due ritmi sonno/veglia;
• Tra le due tendenze non esiste una differenza in termini di frequenza nel consumo di alcol;
• La preferenza ad andare a letto tardi e dormire durante il giorno è risultata essere statisticamente associata ad una maggiore quantità di alcol ingerito e ad una più alta frequenza di comportamenti di Binge Drinking.
Secondo gli autori tra i geni responsabili della preferenza per uno dei due comportamenti sonno/veglia esisterebbe un sottogruppo specifico (NPAS2) che risulta implicato anche nella regolazione del consumo medio di alcol.
Il limite più importante in questo studio riguarda la scelta della modalità di indagine del consumo di alcol. Infatti, gli autori riconoscono che gli item utilizzati erano troppo pochi e che, inoltre, indagavano nello specifico problematiche legate all’abuso o alla dipendenza da alcol. Ciononostante, i risultati di tale ricerca sono importanti in quanto sottolineano che la tendenza a “fare le ore piccole“ costituisce un fattore di rischio rilevante in merito al consumo di alcol, sulla base dell’implicazione di fattori genetici in entrambi i processi.
I disturbi psichici nel bambino e nell’adolescente: dal pregiudizio all’evidenza scientifica – Report dal Congresso di Rimini, II giornata
Responsabile dell’unità operativa di neuropsichiatria dell’ospedale Bambin Gesù di Roma, il dott. Stefano Vicari affronta con uno stile dichiaratamente provocatorio l’intervento dal titolo: “I disturbi psichici nel bambino e nell’adolescente: dal pregiudizio all’evidenza scientifica”. Il suo intervento cerca di abbattere alcuni tra i più diffusi miti e credenze che ruotano attorno al tema della salute mentale nei minori.
1. Le malattie mentali esistono davvero anche in età evolutiva? Non sono piuttosto disturbi che appartengono solo al mondo degli adulti?
La risposta è no. Le proiezioni per il 2020 dell’Organizzazione mondiale della sanità parlano chiaro: il carico di disabilità legato ai disturbi mentali è destinato ad aumentare e nel 2020 i bambini e adolescenti ad aver bisogno di un supporto psicologico o psichiatrico saranno il 20%.
Inoltre le malattie mentali in età evolutiva non solo esistono ma la maggioranza dei disturbi mentali in età adulta hanno preso origine in infanzia e in adolescenza. Infatti il 75% di queste si manifesta in maniera sintomatologicamente evidente entro i 25 anni. Il picco di incidenza delle malattie psichiatriche si ha tra i 12 ed i 35 anni (Patel, Fisher et al., 20071).
Nella figura si nota come gran parte dei disturbi mentali più frequenti hanno avuto un’età di insorgenza di molto precedente l’età adulta.Il disturbo d’ansia ad esempio è evidente in una percentuale che va dal 50% al 75% dei casi già dai 5-6 anni. Purtroppo però nonostante siano chiaramente presenti anche in età infantile spesso non vengono riconosciuti, diagnosticati e trattati come dovrebbero.
Secondo uno studio pubblicato nel 2011 su The Lancet la prima causa di disabilità in termini generali fra i 10 e 24 anni d’età sono i disturbi dell’umore. Al secondo posto ci sono gli incidenti stradali, al terzo posto la schizofrenia e al quarto il disturbo bipolare.
Nel nostro paese uno studio epidemiologico svolto nel 2009 mostra come il 10% degli adolescenti testati nelle scuole su in campione di quasi 3500 partecipanti presentano un disturbo mentale diagnosticabile secondo i criteri del DSM-IV.
Lo studio è stato separato in due fasi che hanno visto la somministrazione della child behavior checklist/ 6-18 (CBCL) e l’intervista semistrutturata development and well-being assessment (DAWBA). Il dato meno incoraggiate di questa ricerca è che di questo 10% di ragazzi con un disturbo mentale evidente l’80% non aveva mai ricevuto una consulenza medica o psicologica.
2. Se un bambino ha un disturbo mentale è tutta colpa della famiglia.
Il secondo punto sul quale Vicari articola il suo intervento è quello dell’eziologia dei disturbi mentali in età evolutiva. Rimane purtroppo ancora oggi un forte pregiudizio che punta il dito esclusivamente verso la famiglia d’origine. In realtà gli agenti di rischio possono essere molteplici come i fattori biologici, quali l’uso di tabacco e alcool durante la gravidanza, la familiarità, i traumi cranici, il basso peso alla nascita.
Oltre ai fattori di rischio ci sono anche dei fattori di protezione, tra i più importanti il quoziente intellettivo; fattori psicologici come ad esempio avere o meno un disturbo dell’apprendimento; fattori sociali, dove ovviamente la differenza la fanno la famiglia, la scuola, il contesto comunitario e il gruppo dei pari. La famiglia da sola quindi non determina un disturbo mentale ma è sempre un intreccio complesso di fattori che può portare ad un disturbo complesso. Così come il fumo da solo non provoca il cancro al polmone ma certamente lo può facilitare.
3. Come possono essere curati? In fondo basta dare loro tanto amore.
Purtroppo l’amore non basta. Per intervenire in una realtà complessa e difficilmente sottoponibile a schematismi come quella della salute mentale è necessario andare al di là delle polemiche “un po’ medioevali” che vedono contrapposte terapia psicoterapica e terapia farmacologica. “Un depresso è molto diverso da uno schizofrenico. Un dislessico sarà ben diverso da un disturbo bipolare quindi bisogna garantire la migliore cura sulla base delle conoscenze attuali”. Significa che, disturbo per disturbo, dobbiamo affidarci agli studi controllati e mettere in atto il trattamento che risulta essere ad oggi più efficace.
Ci sono studi che ci dicono ad esempio che per la cistite, se risultata positiva ad un esame colturale, l’antibiotico rimane la migliore cura possibile. Questo esiste anche in ambito psicologico. Ad esempio grazie alle ricerche scientifiche sappiamo che non esiste un farmaco che cura l’autismo. Sappiamo anche che l’intervento psicoanalitico è completamente inutile mentre altre tecniche, come quelle comportamentali, sono più efficaci.
Sappiamo che nella depressione lieve la psicoterapia cognitivo-comportamentale è sufficiente, mentre per la depressione media o grave il farmaco è la prima risposta. Se abbiamo un esordio schizofrenico la prima risposta è il farmaco, non è l’unica naturalmente ma deve essere la prima. Quindi ridurre il dibattito a farmaco si-farmaco no è piuttosto semplicistico.
Frigerio, A., Rucci, P., Goodman, R., Ammaniti, M., Carlet, O., Cavolina, P., De Girolamo, G., Lenti, C., Lucarelli, L., Mani, E., Martinuzzi, A., Micali, N., Milone, A., Morosini, P., Muratori, F., Nardocci, F., Pastore, V., Polidori, G., Tullini, A., Vanzin, L., Villa, L., Walder, M., Zuddas, A., Molteni, M. (2009). Prevalence and correlates of mental disorders among adolescents in Italy: the PrISMA study. Eur Child Adolesc Psychiatry, 18(4):217-26.
Bullismo: conseguenze permanenti nelle vittime anche dopo quarant’anni
Gli effetti sociali, fisici e mentali negativi derivanti dall’essere vittima di bullismo non sono purtroppo confinati all’interno dell’età infantile ed adolescenziale, ma sono stati riscontrati anche a parecchi anni di distanza, quando le vittime sono adulte.
Secondo una ricerca condotta dal King College di Londra il bullismo è un fenomeno che implica conseguenze negative che vengono evidenziate in uno spazio di tempo molto più ampio, anche dopo quarant’anni anni.
Lo studio, pubblicato sull’ American Journal of Psychiatry, è il primo ad avere esaminato gli effetti del bullismo oltre la prima età adulta. I risultati provengono dal National Child development Study britannico che include i dati su tutti i bambini nati in una settimana del 1958 in Inghilterra, Scozia e Galles.
La ricerca espone gli esiti di interviste effettuate ai genitori di 7771 bambini che fornivano informazioni sull’esposizione del loro figli al bullismo quando avevano un’età compresa tra 7 e 11 anni. I bambini sono stati poi osservati per i loro successivi quarant’anni fino al compimento dei cinquanta: i ricercatori hanno riscontrato che gli effetti delle prevaricazioni subite erano ancora visibili quattro decenni più tardi.
Ryu Takizawa, dell’istituto di Psichiatria del King College e autore principale dello studio, dice: “L’impatto di questo fenomeno è persistente e pervasivo sulla salute di chi lo subisce e le conseguenze sociali ed economiche durano anche nell’età adulta.”
Dall’analisi è emerso che:
– il 28% era stato vittima di bullismo solo occasionalmente;
– il 15% invece lo era stato frequentemente.
Gli individui, vittime occasionali di bullismo durante l’infanzia, sono risultati essere soggetti più frequentemente a peggiori condizioni di salute fisica e psicologica all’età di cinquanta anni; i soggetti vittime frequenti durante l’infanzia sono risultati avere un aumentato rischio di depressione, disturbi d’ansia e pensieri suicidi.
Le conseguenze del bullismo rilevate dallo studio non sono solo queste, i traumi vissuti e subiti influiscono su:
– alti livelli di stress psicologico;
– difficoltà a raggiungere livelli di istruzione superiore;
– difficoltà nelle relazioni interpersonali;
– difficoltà a trovare lavoro;
– difficoltà a guadagnare denaro;
– minore qualità della vita.
I ricercatori hanno rilevato che gli effetti dannosi del bullismo erano presenti anche dopo che altri fattori erano stati presi in considerazione, in particolare: problemi emotivi e comportamentali, status socio-economico della famiglia e basso coinvolgimento dei genitori.
Il professor Louise Arseneault, uno degli autori della ricerca, afferma: “Dobbiamo togliere la percezione che essere vittima di bullismo sia una parte inevitabile dell’adolescenza. Insegnanti, genitori ed educatori dovrebbero stare in guardia su cosa accade a scuola, tenendo presente che le prevaricazioni possono avere ripercussioni a lungo termine sui fanciulli. I progetti per la prevenzione sono estremamente importanti, ma abbiamo anche necessità di concentrare i nostri sforzi su un intervento precoce per evitare potenziali problemi persistenti in adolescenza e in età adulta.”
Aggiunge inoltre: “Quarant’anni sono un lungo periodo di tempo, quindi quei giovani avranno avuto senza dubbio esperienze diverse che avrebbero potuto proteggerli dagli effetti del bullismo, o, al contrario peggiorarne le conseguenze.”
Alcune tecniche di meditazione possono favorire lo sviluppo del pensiero creativo, anche in persone che non hanno mai praticato alcun tipo di meditazione. È quanto emerso da uno studio condotto da due psicologhe cognitive, Lorenza Colzato e Dominique Lippelt, presso l’Università di Leiden.
Da questo studio, pubblicato su Mindfulness, è emerso come la pratica degli esercizi di meditazione influenzi a lungo termine alcuni aspetti della cognizione umana, tra i quali anche il modo in cui vengono concepite le idee.
I risultati ottenuti hanno messo in evidenza come gli effetti derivanti dalla meditazione non dipendano dal fatto di essere esperti o principianti nell’esercizio di tale pratica.
Il campione oggetto di studio era composto da 40 soggetti, alcuni dei quali esperti di pratiche meditative ed altri che non avevano mai praticato prima alcuna forma di meditazione. A ciascun soggetto sono stati proposti una serie di compiti cognitivi dopo aver meditato per 25 minuti. Nel corso dello studio è stata indagata l’influenza delle differenti tecniche di meditazione su due principali aspetti del pensiero creativo: il pensiero divergente ed il pensiero convergente.
Quando si parla di pensiero divergente ci si riferisce alla capacità di creare nuove idee. Tale capacità è stata valutata attraverso l’uso di un compito definito di Usi Alternativi in cui ai partecipanti veniva chiesto di pensare a quanti più usi possibili potrebbe avere un particolare oggetto, ad esempio una penna. Per pensiero convergente s’intende, invece, la capacità di rintracciare una possibile soluzione in riferimento ad un problema specifico. Tale aspetto è stato valutato attraverso la presentazione di un compito di Associazioni Remote nel quale venivano presentate ai partecipanti tre parole apparentemente non collegate tra loro, come tempo, capelli e allungare. In seguito veniva chiesto ai partecipanti dello studio di individuare un possibile collegamento esistente tra queste parole, in questo caso ad esempio lungo.
Dallo studio è emerso come non tutte le forme di meditazione possono avere lo stesso effetto sulla genesi del pensiero creativo. I partecipanti allo studio hanno ottenuto punteggi migliori nella valutazione del pensiero divergente (inteso come la capacità di pensare a quante più soluzioni possibili di fronte ad un problema) dopo aver praticato una meditazione di tipo Open Monitoring, durante la quale si richiede ai soggetti di essere recettivi di fronte ad ogni pensiero e sensazione che può insorgere nel corso della pratica meditativa. Non è stato invece trovato alcun effetto sul pensiero divergente in seguito alla pratica di un tipo di meditazione Focused Attention, focalizzata cioè su di un un particolare pensiero o oggetto.
Colzato, L.S., Szapora, A., Lippelt, D. & Hommel, B. (2014). Prior Meditation Practice Modulates Performance and Strategy Use in Convergent- and Divergent-Thinking Problems. Mindfulness. DOI: 10.1007/s12671-014-0352-9 DOWNLOAD
Mindfulness: al di là del pensiero, oltre il pensiero (2014) – Recensione
Ad oggi, dopo circa dieci anni dalla pubblicazione della prima edizione del manuale, ci troviamo di fronte a un lavoro molto maturo, intellettualmente molto onesto che descrive non solo gli aspetti di tecnica e le procedure dell’MBCT bensì anche aspetti di cornice e di riferimento di più ampio respiro.
Il volume di Boringhieri presenta una lavoro molto importante all’interno del panorama mindfulness. Infatti, si tratta del manuale del protocollo MBCT – Mindfulness Based Cognitive Therapy, il protocollo basato sulla consapevolezza sviluppato da Segal e colleghi. Ad oggi, dopo circa dieci anni dalla pubblicazione della prima edizione del manuale, ci troviamo di fronte a un lavoro molto maturo, intellettualmente molto onesto che descrive non solo gli aspetti di tecnica e le procedure dell’MBCT bensì anche aspetti di cornice e di riferimento di più ampio respiro, che all’interno dei protocolli Mindfulness Based assumono a mantengono una posizione centrale.
Sfogliando le pagine del volume, circa 500, si ha subito la sensazione di quale sia l’intento degli autori, a partire dalla profonda e documentata introduzione alla edizione italiana di Fabio Giommi: che MBCT, e tutti i protocolli basati sulla cosiddetta Mindfulness altro non sono che una introduzione alla pratica di consapevolezza portata e adattata al contesto sanitario e clinico.
In questa cornice, gli aspetti tecnici del protocollo, per quanto fondamentali e giustamente strutturati, vengono inseriti e descritti da praticanti e non da applicatori di tecniche. A proposito di ciò, nelle prima pagine, le parole degli autori sono chiare:
dieci anni dopo […] ci è ancora più chiaro di quanto lo fosse nel 2002 che quando usiamo l’espressione mindfulness-based non ci riferiamo solo al fatto che ciò che viene insegnato nelle sessioni o negli ambulatori è fondato sulla mindfulness, ma stiamo anche dicendo che il fondamento da cui sorgono le capacità e le competenze come istruttore è la pratica quotidiana di consapevolezza […] Ciò significa che gli istruttori di mindfulness sono praticanti di mindfulness nella propria vita quotidiana. Senza una pratica regolare e continuativa di meditazione di consapevolezza, qualunque cosa possa venire insegnata non è MBCT (pp. 18-19).
Il libro, nella sua edizione italiana, apre con una introduzione di Fabio Giommi che di per sé rappresenta un articolo scientifico, un manifesto teorico di riferimento, un’esperienza da istruttore e da praticante e un excursus storico sulla pratica di consapevolezza e sulla sua diffusione negli ambiti clinici, a partire dai lavori di Jon Kabat-Zinn dei primi anni ’80 fino ai recenti sviluppi dei cosiddetti MBIs (Mindfulness Based Intrventions).
Il cuore del libro, almeno in termini di corpus centrale del lavoro, è rappresentato dalla descrizione del protocollo MBCT per la prevenzione delle ricadute depressive.
Dopo alcuni capitoli teorici sul modello cognitivo della depressione, della ruminazione e della ricaduta depressiva, vengono descritti le otto sessioni (e la giornata di pratica intensiva) del protocollo MBCT. La giornata di pratica intensiva rappresenta la prima grande novità del protocollo nella sua versione 2.0, se così si può chiamare. Infatti, sebbene da sempre presente nel programma MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction Program), a cui l’MBCT deve circa il 90% della sua strutturazione, per la prima volta anche nel protocollo MBCT viene prevista una giornata intensiva di pratica.
Tutte le otto sessioni previste dal protocollo MBCT sono descritte dagli autori in modo dettagliato e accompagnate da una enorme mole di materiale raccolto dalle condivisioni e delle interazioni con i partecipanti al protocollo. Il formato non é mai descrittivo, bensì utilizza uno stile narrativo e discorsivo che ben trasmette il cuore del protocollo, la pratica di consapevolezza per l’appunto.
Rispetto alla prima edizione del volume, sono stati inseriti diversi capitoli, molto importanti per comprendere in modo approfondito l’MBCT: tra questi, un capitolo sulla pratiche di gentilezza e autocompassione, riferite in modo critico e per nulla naïf, un capitolo sull’inquiry, la pratica di condivisione che viene svolta tra istruttore, partecipante e gruppo dopo la maggior parte della pratiche e degli esercizi del protocollo e aggiornamenti sugli ultimi dieci anni di ricerca empirica sul MBCT e sulla sua diffusione.
Il volume di Segal e colleghi é sì un manuale di procedura, ma non come viene inteso classicamente dal mondo cognitivista: più come un manuale di procedure da presentare e somministrare si tratta di un manuale che offre moltissime suggestioni e spunti di riflessione agli istruttori di protocolli Mindfulness e a chi é interessato ad avvicinarsi agli interventi Mindfulness Based. Quest’ultimo aspetto non sacrifica affatto la descrizione puntuale, sistematica e approfondita di ogni sessione del protocollo e di tutto il materiale, mutuato dalla psicoterapia cognitiva standard da cui gli autori provengono per formazione, utilizzato e condivido con i partecipanti ai gruppi MBCT.
Spesso si discute di quanto gli interventi basati sulla pratica di consapevolezza sia vicini o distanti dalla terapia cognitiva e quanto la Mindfulness nelle intenzioni di Kabat-Zinn in primis fosse differente da una tecnica da applicare o da una buona idea. La lettura del volume dei fondatori del protocollo MBCT, primo protocollo dedicato a una popolazione clinica psichiatrica a differenza dell’MBSR, permette di rispondere in modo chiaro a tutte le domande (che talvolta diventano solo confusioni) su tale annosa questione. Riprendendo le parole di Fabio Giommi:
la sperimentazione diretta della pratica di consapevolezza rappresenta la vera sostanza dell’MBSR così come degli altri interventi mindfulness-based generati da questa matrice. Al cuore e al centro dei protocolli sta l’intenzione di offrire un’introduzione alla meditazione di consapevolezza adatta ai contesti clinici e psicosociali (introduzione pp. XXVIII).
Ciò che i protocolli basati sulla pratica della Mindfulness condividono con il cognitivismo é rappresentato da diversi aspetti, definiti da Rebecca Crane e dal suo gruppo del Centre for Mindfulness dell’Università di Bangor in Galles.
Ciò che gli MBIs e il cognitivismo condividono sono i seguenti aspetti: una cornice teorica utile per comprendere la vulnerabilità psicologica e lo studio l’influenza della pratica di consapevolezza su di essa; il continuo incontro tra l’osservazione clinica, le ipotesi teoriche e la ricerca empirica e, infine, l’esplicitazione dei processi psicologici in atto, come ad esempio il processo della ruminazione depressiva. Ciò che nell’MBCT rimane invariato rispetto al programma MBSR é la cornice centrale, l’intenzione con cui si propone il percorso ai partecipanti. Per utilizzare le parole di Kabat-Zinn:
Poiché è probabile che in futuro l’interesse per la mindfulness e la sua applicazione a specifici disturbi affettivi continui a crescere, soprattutto all’interno della comunità dei terapeuti cognitivisti […] diventa di importanza cruciale che le persone che si avvicinano a questo campo con interesse professionale ed entusiasmo riconoscano l’aspetto peculiare e le caratteristiche distintive della mindfulness in quanto pratica meditativa, con tutto ciò che implica; ossia che la mindfulness non va concepita come una nuova promettente tecnica o esercizio cognitivo‑comportamentale, decontestualizzato, innestato in un paradigma cognitivista, il cui scopo sia di indurre un cambiamento desiderabile […] La mindfulness non è solo una buona idea che, dopo averne sentito parlare, si possa immediatamente decidere di vivere nel presente, con la promessa di una riduzione dell’ansia e della depressione o di un aumento delle prestazioni e della qualità di vita, e che si possa poi rimettere in pratica all’istante in modo attendibile (Kabat-Zinn, 2003).
Ricerca e RCT (randomized control trials) su alcuni interventi basati sulla consapevolezza esistono, almeno per MBSR (il protocollo più studiato in ricerca empirica) e MBCT, ora si tratta di continuare a comprendere a indagare quali siano le caratteristiche o variabili dirimenti sugli effetti della pratica di consapevolezza sul benessere. E in questo la letteratura sulla pratica della Mindfulness sta compiendo molti passi in avanti. Passo dopo passo, senza pomposità, come si addice alla ricerca scientifica.
Kabat‑Zinn, J. (2003). Mindfulness-Based Interventions in Context: Past, Present, and Future. Clinical Psychology: Science and Practice, 10, pp. 145‑48. DOWNLOAD
Supereroi fragili: adolescenti a scuola tra vecchi e nuovi disagi – Report dal Congresso di Rimini
Il 24 e 25 ottobre al Palacongressi di Rimini si è svolto il primo convegno dal titolo Supereroi fragili – Adolescenti a scuola tra vecchi e nuovi disagi, organizzato dal Centro Studi Erickson.
Più di mille presenti tra insegnanti, educatori, genitori, assistenti sociali e psicologi. Molti e diversi tra loro gli argomenti affrontati nelle due sessioni plenarie e nei quattordici workshop di approfondimento: dalla dispersione scolastica alla microcriminalità, dai disturbi del comportamento alimentare ai bes, dal bullismo al cyberbullismo, dalla dipendenza da sostanze a quella da internet.
Particolare interesse hanno suscitato gli interventi riguardanti i cosiddetti “nuovi disagi” in adolescenza. Dove si è parlato di identità digitale, avatar, rischi della rete e di nuove dipendenze si è sentita forte la presenza di un pubblico in cerca di risposte.
Riporto qui di seguito alcuni punti tratti dall’intervento del dott. Federico Tonioni dal titolo “Vecchie e nuove dipendenze”.
Federico Tonioni è psichiatra e dirige l’ambulatorio per l’ascolto e la cura del cyberbullismo del Policlinico Gemelli di Roma, dove è responsabile anche del gruppo di intervento integrato per l’Internet Addiction Disorder.
Tonioni cerca si sfatare alcune generalizzazioni e tendenze moderne riguardo al rapporto tra ragazzi e nuove tecnologie, fornendo una lettura non semplicistica del complesso fenomeno della “dipendenza patologica”. Invita tutti a non utilizzare il termine “dipendenza” come se avesse una valenza negativa intrinseca. Dipendenza non è infatti sinonimo di patologia. Per questo
“la dipendenza da internet negli adolescenti è semplicemente un nuovo modo di pensare e comunicare che ha degli effetti collaterali che non ci aspettavamo”.
Oggi, piuttosto che misurare le ore di connessione sembra avere più importanza comprendere questo nuovo modo di pensare e soprattutto la natura delle relazioni web-mediate.
Tonioni e i suoi collaboratori durante questi primi anni di attività dell’ambulatorio per la dipendenza da internet hanno visto più di 700 ragazzi. Il problema più evidente è quello del ritiro sociale che può portare in alcune situazioni fino all’abbandono scolastico per passare le proprie giornate al gaming online. Le situazioni di vita di questi ragazzi hanno delle chiare somiglianze con il noto fenomeno degli Hikikomori in Giappone. Dice Tonioni “in questi ragazzi, dotati di intelligenza e maturità straordinarie, ci ha colpito da subito l’impossibilità di avere un contatto visivo… se io provavo ad inseguirli durante una seduta vis a vis diventavo subito persecutorio”.
Ritornando alla domanda riguardante la natura delle relazioni web-mediate Tonioni punta il focus sulla questione del corpo. “Abbiamo imparato in questi anni che due ragazzini reciprocamente visibili con una web-cam mentre parlano o chattano su skype, non arrossiscono, anche se sono attivati dal punto di vista emotivo. Questo succede perché la comunicazione non verbale si attiva esclusivamente quando si è a portata di contatto fisico”. Difficilmente ipotizzabili sono le conseguenze dell’esclusione del corpo nella comunicazione. La comunicazione non verbale non è un alternativa a quella verbale, ma ne è per certi versi l’essenza stessa.
I nativi digitali sono nati in un mondo che ha delle cornici spazio-temporali completamente diverse da quelle che conoscevamo noi. L’unità di misura dello spazio nell’era digitale non è il metro ma la connettibilità. Le relazioni online sono “senza luogo” perché travalicano la presenza di uno spazio concreto. Il tempo digitale è più intenso, più simile ad un letto a castello, piuttosto che un letto a due piazze. Oggigiorno abbiamo inficiato la nostra capacità di attesa e la nostra capacità di stare da soli, conquiste nello sviluppo della mente e del corpo.
In questo contesto mutato sembra molto difficile trovare un modo per aiutare i nostri figli, alunni e pazienti ad orientarsi.
Secondo Tonioni importante è non privare bambini e ragazzi del rispecchiamento emotivo, che oggi spesso sembra mancare. L’identità dei bambini si sviluppa per livelli crescenti di rispecchiamento emotivo ed è per questo che ogni bambino vuole essere visto. “Guarda mamma che disegno ho fatto. Guarda che voto ho preso. Guarda come ho disegnato la Barbie al Nintendo, che è la stessa cosa non importa se è sul foglio o al Nintendo. Il punto è che noi lo dobbiamo vedere, non guardare”. Continua Tonioni “vedere significa far sentire i bambini considerati. Sento tanti genitori che mi dicono compiaciuti che il figlio davanti al computer non si vede e non si sente. Ma allora vuole dire che non si pensa. E i bambini hanno bisogno di essere pensati prima, anziché controllati dopo”.
Un altro aspetto importante per aiutare bambini e ragazzi nel loro processo di sviluppo è quello di porre regole che veicolino la nostra presenza. Ma porre delle regole in maniera rigida può essere del tutto inutile. Esistono frustrazioni e regole che fanno crescere, ed altre che bloccano la crescita.
“Più che porre la regola è importante vedere fino a dove i ragazzi riescono a tollerarla. È li che dobbiamo porre attenzione come dottori, insegnanti e genitori. Nell’incontrare i figli, i giovani pazienti e gli alunni nel loro punto di massimo sforzo, perché quello è il punto dove possono crescere”.
In conclusione Tonioni invita a conservare attiva dentro di noi la capacità di meravigliarci.
“Perché un fenomeno che ci meraviglia ci fa vedere anche qualcosa che non conoscevamo. Non dobbiamo fare l’errore di etichettare come patologico tutto ciò che non riusciamo a comprendere”.
BIBLIOGRAFIA:
Quanto internet diventa una droga, Federico Tonioni, 2011, SuperET
Psicopatologia web-mediata. Dipendenza da internet e nuovi fenomeni dissociativi, Federico Tonioni, 2013, Springer Verlag
Ecco perchè grattarsi aumenta il prurito – Neuropsicologia
L’influenza della serotonina nel controllo del dolore è nota da decenni, ma in questo studio si rileva per la prima volta il suo ruolo sulla sensazione di prurito.
Le mamme lo sapevano già: quando si ha un prurito non bisogna grattarsi, altrimenti potrebbe aumentare. Zhou-Feng Chen, PhD e direttore del Centro per lo Studio del Prurito dell’Università di Washington, ha provato a spiegare perché questo accade.
Pare che il grattarsi provochi un lieve dolore cutaneo il cui segnale genera il rilascio di serotonina che allevia momentaneamente il fastidio. Successivamente, il prurito ritorna perché la serotonina si propaga dai neuroni sensibili al dolore alle cellule nervose circostanti, influenzando l’intensità dello stesso. Così, si dà vita a un circolo vizioso senza fine.
L’influenza della serotonina nel controllo del dolore è nota da decenni, ma in questo studio si rileva per la prima volta il suo ruolo sulla sensazione di prurito.
Nella ricerca eseguita da Zhou-Feng Chen sono stati studiati un gruppo di topi geneticamente modificati a non produrre serotonina. E’ stato osservato che in caso di prurito non si grattavano come avrebbero normalmente dovuto fare. Quindi, la serotonina svolgerebbe un ruolo determinate nella genesi e nel mantenimento del ciclo del prurito.
Inibire, però, la produzione di serotonina negli esseri umani non è auspicabile, viste le sue molteplici funzioni e il suo coinvolgimento nei processi di sviluppo, invecchiamento, regolazione dell’umore, ecc. Per questo motivo i ricercatori stanno studiando come interferire sulla comunicazione specifica tra serotonina e le cellule nervose che trasmettono il prurito.
Questa inferenza deriva dall’ipotesi che i segnali per il prurito e per il dolore siano sottesi da fascicoli cerebrali differenti ma collegati.
In conclusione, riuscire a comprendere meglio i meccanismi molecolari e cellulari che controllano questo ciclo (prurito-dolore-prurito) sarebbe importante, soprattutto nell’aiuto di coloro che soffrono di prurito cronico, sintomo di alcune malattie quali sclerosi multipla, fuoco di Sant’Antonio e neuropatia diabetica.
I servizi per le tossicodipendenze sono organizzativamente separati da quelli per la salute mentale. Tale distinzione, discutibile da un punto di vista scientifico, è motivo di numerosi conflitti di attribuzione dei casi e genera un’ ampia area di sovrapposizione chiamata “doppia diagnosi”.
La maggioranza degli operatori dei CIM non ama lavorare con i tossici. Dichiaratamente per la loro scarsa motivazione, la tendenza a manipolare e mentire. Probabilmente per un pregiudizio secondo cui “i matti sono dei poverelli vittime innocenti della società e delle famiglie, mentre i tossici dei viziosi causa del loro stesso male, inclini alla delinquenza. Due anni prima di questi fatti gli operatori del CIM si erano opposti al trasferimento del Sert nei locali loro adiacenti adducendo il timore di furti e la commistione contagiosa tra le due utenze: angelica quella dei folli e demoniaca quella dei tossici.
Nel caso dei cugini Livani le resistenze furono superate da una disposizione del giudice che affidava Piero e Olly alle cure del CIM “in quanto il comportamento criminoso da loro posto in essere non era caratteristico dei soggetti dipendenti da sostanze e presentava evidenti elementi di stranezza e bizzarria”. I fatti che avevano richiesto l’intervento congiunto di carabinieri e polizia (era evidentemente un caso destinato a far collaborare chi tradizionalmente rivaleggia: carabinieri e polizia, sert e CIM) erano una violenta rissa con conseguenti rappresaglie tra i cugini Livani e gli “amici di Amedeo” una banda di delinquenti dediti allo spaccio promozionale. Termine usato per intendere il proselitismo di nuovi futuri assidui clienti che si ottengono spacciando sottocosto ai ragazzini delle scuole medie inferiori. Come tutte le campagne di marketing il costo iniziale a fondo perduto viene poi abbondantemente recuperato con la fidelizzazione dei consumatori negli anni a venire. In un primo tempo si pensò ad uno scontro tra bande rivali per accaparrarsi il mercato. Non era così.
I cugini avevano un loro privatissimo e rigido codice etico ed erano scesi in campo quando Carletto, un loro nipote tredicenne aveva ricevuto in dono delle pasticchette a base di cocaina. Paolo stava per compiere mezzo secolo di una vita vissuta spericolatamente tra agi ed eccessi di ogni genere. Il fisico che, seppur minuto, un tempo era reso tonico e potente da ogni tipo di pratica sportiva di combattimento, mostrava con una calvizia malcelata dai riporti e un avvizzimento precoce i segni degli anni. Paolo si muoveva con i gesti misurati di un pistolero e lo sguardo azzurro, guizzante, minaccioso e senza paura di un duro di periferia. Aveva ereditato la gioielleria che era stata dell’odiato padre Alfonso e prima ancora del capostipite Paolo, suo nonno, che aveva creato dal nulla una fortuna con traffici illeciti con il sud Africa. Sin da piccolo era stato designato a succedere alla guida dell’impresa e lo avevano indirizzato agli studi di chimica e mineralogia. Della chimica, però, era soprattutto interessato a quella delle sostanze stupefacenti. A 18 anni aveva avviato un commercio consistente che gestiva con competenza e spregiudicatezza. La calibro 9 regolarmente registrata per la gioielleria lo aiutava con i clienti morosi solo raramente. In genere la sua fama di duro era sufficiente. Aveva sperperato un patrimonio (a sua detta investito) in alcol, viaggi e belle donne. Intendiamoci non era mai stato con una escort, le donne voleva conquistarle e lo faceva stupendole. L’identificazione con il suo pisello era totale. Faceva sesso almeno due volte al giorno con una foga ed un’ energia che ora rimpiangeva. Il funzionamento sessuale era del tutto normale, anche oggi, ma l’assenza del craving costante di un tempo era per lui un vero e proprio lutto. Integrava il commercio di droghe con truffe assicurative. Non aveva nessuna remora a delinquere ma nessuno doveva soffrire delle sue azioni. Dietro l’aspetto da ganster si celava un animo tenero incline all’arte. Scriveva canzoni e poesie di buon livello, suonava numerosi strumenti e creava dei “corti d’autore molto apprezzati.
I cugini Livani dietro l’apparenza di banditi di periferia senza scrupoli nascondevano un’ anima da Robin Hood o da Zorro orientata alla giustizia e alla protezione dei deboli.Politicamente aveva militato in tutte le formazioni estremistiche. Nel tifo era un ultras. Ribelle verso ogni autorità era finito di frequente in galera dove pure non si era fatto mancare nulla dalle sostanze al rispetto dei compagni e delle guardie. Paolo era la persona che si vorrebbe come amico per attraversare un territorio pericoloso. Senza paura, deciso, generoso. Il cuginetto Olly aveva solo 25 anni ed era cresciuto sotto la sua protezione. Figlio di Annalisa, sorella di Alfonso, rappresentava il ramo cadetto della famiglia. La gioielleria non doveva essere divisa e Annalisa, vedova a 27 anni, era stata sistemata come infermiera in un grande ospedale per avere uno stipendio sicuro. Olly, la madre sempre in ospedale, aveva passato un’ infanzia di noia, solitudine e libertà senza controllo. A 15 anni aveva incontrato l’eroina, la grande consolatrice e ancora ne parlava con occhi da innamorato. Solo l’ero gli spegneva quel caotico trambusto interiore. Era stata la sua vera madre buona. Con Paolo condivideva la passione per l’alcool, le arti marziali e la ribellione contro ogni ordine costituito. Li univa anche l’odio per i prepotenti quale era stato il nonno Paolo e per le sostanze stimolanti che quest’ultimi utilizzavano. La loro distinzione era netta: le droghe buone erano quelle che producevano rilassamento, sedazione, pace (tra tutte alcool ed eroina ma anche le benzodiazepine e gli antichi barbiturici). Cattive quelle che stimolavano aggressività e iperattività (prima fra tutte la cocaina).
Persino tra le forze dell’ordine che dovevano perseguirli suscitavano simpatia e talvolta colpevole tolleranza. Venuti a conoscenza della campagna commerciale alle scuole medie del clan di Amedeo, erano intervenuti con metodi che le forze dell’ordine invidiavano ma ufficialmente non potevano permettersi. Se Paolo, nonostante il fisico minuto, aveva un aspetto da texano giustizierie pronto a tutto, Olly incuteva rispetto al solo sguardo. Nonostante una vita di eccessi, le sbronze quotidiane e i due ricoveri in extremis per overdose esibiva un corpo da atleta segnato qua e là da numerose cicatrici per i pestaggi subiti. L’anima, invece, non aveva ferite. Non conosceva la paura e sembrava andare alla ricerca dello scontro anche con avversari manifestamente più forti. Più impulsivo Olly non aspettò che il sole fosse calato per spedire in ospedale i due luogotenenti di Amedeo con prognosi riservata per le molteplici lesioni interne. I carabinieri chiusero volentieri un occhio. Non poterono però chiudere anche l’altro, quando sul fare di un’ alba resa più rossa dalle fiamme che si levavano dall’autosalone “Gaetano e figli”, il paese fu svegliato dalle sirene dei vigili del fuoco. Il problema non erano le Porsche e le Maserati alla brace, ma avevano rischiato anche innocenti delle abitazioni vicine.
Gli avvocati dei cugini Livani avevano subito chiesto al magistrato di turno l’incapacità di intendere e di volere. Olly e Paolo si ritrovarono periziandi al CIM. La loro irritazione era superata solo da quella degli operatori del CIM che dopo aver fatto di tutto per evitare di avere a che fare con i tossicodipendenti si trovavano affidati i due peggiori. Tali premesse potevano esitare in un immediato e conclusivo duello alla “mezzogiorno di fuoco” o in un grande amore come quando tra due adolescenti una antipatia pregiudiziale si trasforma in grande passione. Il primo impatto sarebbe stato decisivo. Biagioli prese per sé il compito più difficile. Gli spettava per età. Erano i due capi a doversi confrontare il resto sarebbe stato facile e Olly sarebbe stato affidato alla dottoressa Mattiacci. Appena entrato nella stanza di Biagioli, Paolo ebbe bisogno di far capire chi comandava, chiese se si potesse fumare e di aprire la finestra. Carlo lo invitò ad accomodarsi e senza appellarsi a regole e leggi gli chiese se poteva farcela a non fumare spiegandogli i suoi problemi di salute. Impegnato in un continuo lavorio per riaggiustare il ciuffo cadente sulla fronte troppo stempiata, Paolo suscitò un’ immediata simpatia in Carlo. Ebbe l’impressione di avere seduto di fronte, nel retrobottega di un saloon Tex Willer, il suo eroe dell’adolescenza, che avesse richiesto un colloquio per uno stato ansioso che facendogli tremare la mano minacciava la sua proverbiale mira. Dovette trattenere il sorrisetto che gli stava increspando il labbro superiore. Non si trattava di derisione ma di un sincero e inspiegabile moto d’affetto. Carlo sapeva riconoscere immediatamente il bambino spaurito e indifeso che spesso si celava dietro bulli e gradassi di ogni genere. Essendo stato un bambino fragile incapace di difendersi aveva imparato a discriminare i cani che abbaiano più per paura che per aggressività da quelli che mordono davvero e vanno evitati. Paolo apparteneva alla prima categoria. Più avanti avrebbero capito insieme che sulla negazione di questa paura aveva costruito l’intera sua esistenza. Per il momento le loro debolezze nascoste si limitarono a farsi l’occhiolino. Raramente un’ empatia così forte è a senso unico: Paolo sentiva di potersi fidare del dottore. Potevano abbassare l’artiglieria. Dai segnali distensivi per un cessate il fuoco si passò presto allo scambio di reciproche attenzioni, che si sarebbero potute definire protettive. Con uno scatto improvviso che fece sobbalzare Carlo, Paolo catturò un moscone che continuava a molestare Biagioli e lo liberò dal pugno chiuso fuori dalla finestra. In quella relazione il tempo era destinato ad accelerare in una mattinata. Mezz’ora dopo i due uomini in piedi vicino alla finestra singhiozzavano abbracciati e dividevano la stessa sigaretta interrompendo la mensile astinenza di Carlo.
Era stato Giovanni ad entrare correndo affannato nella stanza del colloquio per portare la notizia temendo che la faccenda non fosse terminata. Olly in attesa dell’arrivo della dottoressa Mattiacci che avrebbe fatto il turno pomeridiano era sceso al bar sottostante il CIM. Aveva avuto appena il tempo di scorgere nei ripiani a specchio dietro il barman l’ingresso di Amedeo a volto scoperto. Certi omicidi non è importante farli quanto firmarli perché si sappia a chi non è prudente fare torto. Un delinquente che perde la faccia o mostra paura è pronto per il pensionamento che in genere avviene per mano dei suoi stessi compari ed è definitivo. Lo stesso Amedeo dunque non aveva scelta. Prima di sparare chiamò Olly per nome, non gli piaceva sparare alle spalle. L’altro doveva vedere, tutti dovevano sapere. In un attimo fu l’inferno. Se Olly si fosse reso conto e se avesse sofferto furono i temi di cui parlarono Carlo e Paolo per il resto della mattinata. Paolo era una madre inconsolabile che non aveva saputo proteggere il figlio. Carlo una comare compassionevole che asciuga le lacrime, indirizza le colpe sulla crudeltà del destino e l’impossibilità umana a porvi rimedio e rassicura sulla bontà di un trapasso immediato e inaspettato.
La scena che gli avventori del bar continuavano a ripetere a polizia e carabinieri accorsi in massa non deponeva per un trapasso avvenuto serenamente in grazia di Dio ma non c’era bisogno che Paolo conoscesse i dettagli. Per le forze dell’ordine il problema era come impedire l’innescarsi di una guerra tra bande in tutta la provincia. Per Biagioli come impedire il naufragio in questo mare di dolore dello spavaldo cowboy entrato un’ora prima nella sua stanza ed ora raggomitolato sul fondo del grande divano di pelle viola. Così zuppo di lacrime e con il naso colante avvolto nel grande fazzoletto di stoffa che Biagioli aveva sempre con sé, sembrava ancora più minuto. Ora l’anima di bambino spaventato aveva abbandonato la corazza di sbruffone, si mostrava nuda e si acciambellava nel flusso caldo di protettiva tenerezza che le proveniva da Biagioli. Sentiva di non essere mai stato così autentico. Era al suo posto. Un bambino spaventato e solo. Biagioli si ricordò di essere uno psichiatra di fronte ad una reazione acuta da stress. Si fece portare una camomilla calda e gli diede 30 gocce di Lexotan. Lo coprì con la coperta che usava il medico per la reperibilità notturna. Accostò la sedia al divano e iniziò a parlargli con tono monotono, quasi ipnotico finchè non si addormentò. Poi riprese le vesti di responsabile del CIM e si dedicò agli operatori anch’essi sconvolti dall’accaduto e alle forze dell’ordine in cerca di testimonianze.
Su consiglio del capitano Ruffi che comandava i carabinieri di Monticelli non era prudente che Paolo Livani tornasse a casa per cui venne ospitato in tutta segretezza da una vecchia zia che viveva di poco fuori provincia. Essendo a soli 50 km da Monticelli avrebbe potuto proseguire il lavoro appena iniziato con Biagioli essendo evidente il legame creatosi immediatamente tra i due. Paolo Livani provava un sottile imbarazzo la prima volta che reincontrò Biagioli. Farsi vedere in difficoltà non gli era mai piaciuto. Una sigaretta offerta prontamente valse a superarlo. Ricordarsi di essere stati completamente nudi di fronte ad un altro, quasi estraneo, suscita nel ricordo, disagio ma rende, in qualche modo intimi soprattutto se l’altro ha saputo proteggere quella debole nudità. Il compito periziale richiesto dai magistrati divenne rapidamente marginale nei colloqui tra Carlo e Paolo. Nella sua precedente visione delle cose soltanto le donne insoddisfatte e i mezzi uomini potevano aver bisogno dello psicologo. Gli uomini veri risolvevano i problemi affrontandoli coraggiosamente a testa alta. I problemi erano sempre esterni mai interni e una spranga o una pistola molto più efficaci delle chiacchiere di uno psicoterapeuta. Biagioli tentò la carta della disperazione mentre montavano dentro di lui parimenti la paura e il senso del ridicolo per il tono solenne con cui pronunciò la frase, immaginando di essere il vecchio Kit Carson inseparabile compagno di Tex Willer: “a volte ci vuole più coraggio per guardarsi dentro che per fissare negli occhi il nostro killer” aveva sempre sognato di dire cose del genere con la voce da basso e il sottofondo di una colonna sonora. Poi, ripresosi, aggiunse che era evidente l’insoddisfazione esistenziale di Paolo e si sedette mentre l’altro continuava a passeggiare su e giù come la mattina dell’agguato. Paolo senza dare importanza ai suoi sentimenti, come se narrasse le vicende di un altro iniziò a narrare le sue insoddisfazioni. Per ora era aperto soltanto il cassetto della rabbia. Tristezze e paure erano prudenzialmente ben sigillate. Si avvicinava ai 50 anni e si accorgeva con sgomento di non essere più quello di un tempo. Non c’era droga che non avesse usato personalmente e commerciato ad alti livelli. Con il commercio delle sostanze, le truffe finanziarie e l’usura era venuto più volte in soccorso del padre nei momenti di difficoltà economica. Alfonso aveva ereditato dal padre Piero, fondatore del negozio e della dinastia il carattere violento, la bramosia per le donne e la bella vita ma non lo stesso talento per gli affari. Padre assente e marito esplicitamente fedifrago avevo concluso la sua esistenza all’età attuale di Paolo, 49 anni con un colpo di calibro nove in bocca nel laboratorio di oreficeria nel retrobottega. Mamma Lina aveva portato il lutto per tre mesi. Prima di compiere i 38 anni aveva deciso essere troppo presto per rinunciare ai piaceri forti dell’esistenza ed era sparita in Svizzera con un ebreo di Losanna grossista di diamanti. Paolo non aveva ancora compiuto 18 anni quando era andato a vivere dalla zia Annalisa madre da poco del piccolo Olly. Alla morte di Zio Alberto schiacciato dal suo camion mal frenato si era formata questa strana famiglia con la giovane vedova 27enne, Paolo nel ruolo di padre/fratello maggiore e Olly cucciolo da proteggere.
Per qualche anno la gioielleria era stata affittata ma i proventi non erano quelli sperati e Piero si era sentito in dovere di dismettere il suo abito di ribelle, rivoluzionario in odore di delinquenza e di indossare quello del capitano d’azienda gestendo in proprio la gioielleria. L’adrenalina della vita di strada, le risse, le droghe, le rivalità tra bande gli mancavano enormemente. Quella adrenalina celava l’enorme voragine della sua depressione abbandonica avrebbe voluto suggerire Biagioli ma non apprezzava le interpretazioni e si trattenne. A cinquant’anni aveva una crisi di identità. Per sostituire la strada aveva provato tutti gli sport estremi e per un po’ di tempo era stato meglio, poi la frattura di una caviglia durante una arrampicata libera lo aveva fermato. Era precipitato in una depressione cupa che diceva essere espressa bene solo dalla serie dell’urlo di Munch. Per due anni aveva guardato la calibro nove del padre , ma la presenza del piccolo Olly lo tratteneva. Una psicoterapia era incompatibile con il suo essere un uomo forte e gli psicofarmaci esclusi per gli effetti collaterali sul suo pisello la cui sfrenata compulsiva attività restava l’unica memoria della sua perduta identità. Ora la tragedia della morte di Olly e la necessità di trovare la forza per tendere una mano alla zia Annalisa in caduta libera verso l’oblio della demenza dopo l’assassinio del figlio gli permettevano una terapia con quello strano medico con cui si erano intesi da subito. Della rabbia, emozione maschia, ne parlava facilmente e volentieri. Verso il mondo criminale che, devastato dalla cocaina a buon mercato, non aveva più le buone regole di una volta. Verso il padre e la madre che in un modo o nell’altro se ne erano andati lasciandolo solo con un’ attività per cui non provava interesse. Verso tutti i prepotenti, gli incompetenti, i profittatori. Verso tutti e tutto quel mondo che non era come lui si era sognato da bambino. Rimasero sulle rabbie per oltre tre mesi. Il lavoro vivace e il tono dell’umore buono. La chiave che aprì il secondo cassetto della tristezza fu un ricordo infantile. Una giornata abbagliante di piena estate e l’ingresso della colonia di Camaiore in Versilia. La mano della suora lo trascina nell’assolato polveroso cortile. Il polso gli fa quasi male. Le ombre sono corte, sarà mezzogiorno. Si volta di tre quarti camminando e riesce ad intravedere per un istante il padre e la madre, oscuri in controluce che escono dal cancello per raggiungere un ristorante. Da quel momento e ancora oggi, il frinire delle cicale gli darà vertigini e nausea come stesse per svenire. Tutti i temi che visti come un torto subito, gli suscitavano la rabbia e la voglia di menar le mani per farsi da solo quella giustizia che nessun Dio nè istituzione garantiva, diventano altro. L’assenza della madre e del padre, i tradimenti degli amici, le spalle delle donne che si alzano dal letto e se ne vanno per sempre, il fisico che invecchia e non sta più al suo passo, persino il pisello traditore che necessita di mille attenzioni e stimoli per sollevarsi incerto, appaiono ora semplicemente come perdite, mancanze.
Paolo si immerge nella sua solitudine nella assoluta mancanza di senso. Biagioli non sa se lui stesso reggerà tanto inconsolabile dolore. Preoccupato del suicidio vorrebbe prescrivergli dei farmaci ma si rende conto che sarebbe un modo per allontanarlo a protezione di se stesso e per Paolo un altro abbandono, le soluzioni chimiche le ha già provate in proprio. Paolo ha bisogno che ci sia lui non una molecola che eccita o addormenta. Resterà al suo posto semmai chiedendo aiuto per sé al suo supervisore ma non ritirerà la mano cui Paolo è aggrappato. Pensando questo sente la colonna sonora e si avverte più forte. Non gli arresti domiciliari ma l’avanzare della demenza di zia Annalisa costringono Paolo a non muoversi da casa e Biagioli ottiene il permesso di continuare la terapia al domicilio nonostante sia persino fuori dal territorio della ASL e della provincia. La burocrazia per una volta perde la battaglia con il buon senso. Forse lo spettacolo del disfacimento della zia Annalisa, l’onda lunga della colpa per la mancata protezione di Olly o il disinteressato interesse nei suoi confronti che Carlo gli dimostra.
Paolo si sente per la prima volta al sicuro e può esprimere le sue sotterrate paure. Teme soprattutto di essere lasciato solo ed è per questo che trema all’idea della morte. La immagina come la colonia di Camaiore ma in una steppa desolata e gelata. L’aspetto più terribile della solitudine sta nel fatto che l’abbandono è dovuto alla sua inadeguatezza, il rifiuto è meritato e prova del suo disvalore. Tale timore di abbandono è talmente grande che Paolo ha sempre fuggito i legami profondi paventandone la straziante fine. Molte donne hanno provato ad amarlo veramente ma non gli ha permesso di andare oltre il suo pisello. Le schiene che si allontanano vanno evitate a tutti i costi. I social network permettono di scovare chiunque e si rimane in rete anche dopo morti. Dopo il clamore che la vicenda dei cugini Livani ha suscitato sui media si sono rifatte avanti molte donne che avevano adorato Paolo nella sua versione malavitosa. Lui si vergogna a mostrarsi invecchiato, sensibile, addirittura psicoterapeutizzato. Abbaia alla vecchia maniera, mostra autosufficienza e disprezzo e riesce a metterle in fuga quasi tutte. Quasi tutte perché Caterina resiste a tutti i dispetti, le provocazioni, i capricci che altro non sono che un esame per vedere se come tutti è pronta a voltarsi e andar via. Giunta a 42 anni dopo una esistenza on the road in stile Paolo mostra i segni del tempo su un corpo felino che aveva fatto impazzire Paolo, anzi il suo pisello (diceva lui), al punto da aver desiderato, unica volta nella sua vita, di vederlo gonfiare della vita nascente di suo figlio. Era durato sei mesi poi spaventato del suo stesso pensiero l’aveva cacciata in malo modo. Caterina si era gettata a capofitto nel suo lavoro di assistente sociale ma non aveva dimenticato Paolo perché si diceva citando la lettera di San Paolo ai Corinzi
“l’amore è paziente, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e non verrà mai meno”.
Paolo non avrebbe mai potuto permettersi una convivenza e tanto meno un matrimonio. Però dovette cedere alle insistenze di Biagioli e all’evidenza che per zia Annalisa serviva una assistente che vivesse stabilmente con loro, lui doveva riprendere ad occuparsi della gioielleria. Alla funzione per ricordare un anno dalla morte di Olly. Paolo prese in disparte il suo vecchio terapeuta. Gli chiese se conosceva qualcuno di fidato, poco importava se fosse stato un suo paziente un po’ matto che potesse dar loro una mano nella gestione della zia Annalisa perché il pancione vietava a Caterina sforzi fisici.
Violenza sulle donne, l’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia: serve una rete di aiuto
Violenza sulle donne, l’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia: serve una rete di aiuto. «La donna che subisce violenza necessita di interventi specialistici complessi e multidimensionali che vedono coinvolte diverse figure. Lo psicologo ha un ruolo centrale: deve avere competenze specifiche», ha detto il presidente Calvani nel convegno di formazione questa mattina a Udine
«Le donne che subiscono violenza necessitano una rete di sostegno. Gli psicologi hanno un ruolo importante: occorre essere formati per poter intervenire in modo adeguato, riconoscere chi ha subito violenza e sostenerlo nel modo più corretto».
Così il presidente dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia Roberto Calvani ha aperto il convegno che si è svolto questa mattina – sabato 8 novembre – nella Sala Paolino d’Aquileia a Udine dal titolo “Violenza di genere e strategie di intervento”.
Un convengo dedicato agli psicologi perché «davanti ad un fenomeno in preoccupante crescita è importante avere specialisti con competenze specifiche», ha proseguito Calvani.L’iniziativa di formazione interna all’Ordine si è inserita in un percorso che l’Ordine degli Psicologi ha avviato la scorsa estate con la firma di un protocollo d’intesa con il Comune di Udine ed il servizio Zero Tolerance, al fine di garantire una consulenza gratuita alle donne vittime di violenza attraverso un professionista formato ed esperto del settore.
Qualche dato: la violenza di genere è un fenomeno purtroppo in espansione a livello mondiale. In Italia, nel 2013, 128 donne sono state uccise: nell’83% dei casi il delitto è avvenuto tra le mura domestiche; ma molte altre sono le donne che sopravvivono subendo violenze di tipo fisico, sessuale e psicologico. Inoltre, da una ricerca fatta dall’Unione Europea (Violence Against Women, 2014), in Italia il 19% delle donne ha subito nel corso della vita violenze fisiche o sessuali, il 38% delle donne ha subito abusi psicologici e il 9% delle donne ha subito stalking (quasi sempre dai loro ex). Il 62% dei maltrattamenti sulle donne sono avvenuti in presenza dei figli (Istat 2008).
Tra le violenze psicologiche, le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento, il controllo, la violenza economica, la valorizzazione e le intimidazioni. «Può non essere semplice distinguere e definire la violenza psicologica: si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella relazione e finiscono per privare la vittima del proprio valore, riducendola ad un oggetto.
Questi atteggiamenti si insinuano lentamente e sono spesso difficili da cogliere e rilevare in modo chiaro: il maltrattamento procura sofferenza e corrode, influenzando l’autostima della vittima, manipolandone lo stato psichico, restringendone la libertà d’azione e spaventandola.
La donna che subisce una violenza necessita di interventi specialistici complessi e multidimensionali che vedono coinvolte diverse figure», ha proseguito il presidente Calvani. «Lo psicologo, in queste situazioni, ha un ruolo centrale: accoglie e accompagna la donna lungo tutto il suo percorso di uscita dalla violenza, dai meccanismi di controllo e manipolazione, nonché dal trauma.
Nell’intervento finalizzato all’autoprotezione e al benessere della donna maltrattata, lo psicologo deve avere delle competenze specifiche per riconoscere la violenza e i danni che essa provoca, non solo a se stessa, ma a tutto il contesto che la circonda ed in particolare ai figli. Nel caso in cui un genitore, di solito il padre, eserciti violenza sull’altro, infatti, i figli sono sempre colpiti dai danni da violenza assistita, che non è meno grave di quella diretta. Del resto, secondo i dati dell’Oms (2010) i bambini maschi che assistono o subiscono violenza nella famiglia d’origine hanno maggior probabilità di diventare violenti in età adulta».
Nell’ambito del convegno sono stati affrontati gli aspetti psico-sociali e giuridici della violenza di genere e sono stati approfonditi i possibili interventi terapeutici per le donne maltrattate. «Il ruolo dello psicologo nell’intervento con le donne vittime – ha sottolineato Calvani – punta a sostenere ed accompagnare la donna nel suo percorso di consapevolezza delle proprie risorse e capacità nell’uscita dalla situazione violenta, al fine di non ritrovarsi in situazioni simili o peggiori, come può accadere se non c’è rivisitazione critica della propria situazione. Lo psicologo non giudica, ma accompagna la donna nel proprio percorso di consapevolezza, in modo che essa stessa possa valutare gli estremi di una possibile denuncia».
L’Ordine degli Psicologi FVG vuole essere vicino alle persone, cercando attraverso le strutture territoriali, i convegni che organizza, la formazione dei propri iscritti e le informazioni ai cittadini di far crescere una cultura del benessere psicologico e della dignità della persona.
Ufficio stampa Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia – Eo Ipso Info: Marco Parotti – Tel. 0331.594166, mob. 340.9665279, [email protected] Carlo Tomaso Parmegiani – mob. 342.57439
E’ una questione di principio! – Le persone cambiano i loro valori morali per trarne profitto?
Quando qualcuno afferma “Non lo faccio per i soldi, ma è una questione di principio!” è molto probabile che non faccia qualcosa proprio per una questione economica.
Perseguire il proprio successo economico mettendo i propri interessi finanziari avanti a tutto spesso non è possibile perché bisognerebbe passare sui diritti o interessi degli altri, e questo è moralmente inaccettabile! Quindi, a questo punto cosa succede? Succede che le persone cercano non solo di ottenere il massimo guadagno individuale, ma anche di convincere gli altri di essere, moralmente, nel giusto. O almeno questo è quanto affermano gli autori di uno studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B.
Lo studio, intitolato Equity or equality? Moral judgments follow the money, è stato condotto da Peter DeScioli, professore associato di scienze economiche presso la Brock University e coordinatore associato del Center for Behavioral Political Economy, ed del suo gruppo di ricerca. Lo studio qui presentato sottolinea che per i raggiungere i propri scopi si prode spesso in modo inflessibile ed egoistico, infatti le persone aggiusterebbero le loro proprie scelte morali sulla base dei benefici che potrebbero ottenere.
Per dimostrarlo, i ricercatori del gruppo di DeScioli hanno condotto una ricerca strutturata in questo modo: i partecipanti lavoravano a coppie per trascrivere un paragrafo in cambio di una ricompensa in forma di denaro. Uno dei due partecipanti (Typist) svolgeva la funzione di dattilografo e trascriveva tre paragrafi. L’altro partecipante (Checker) si occupava di trascrivere un paragrafo scelto casualmente tra quelli scritti dal collega. Se le due trascrizioni corrispondevano esattamente, allora ricevevano una ricompensa in denaro. Al primo partecipante (Typist) era affidato il compito di decidere in che modo dividere la ricompensa ottenuta, potendolo fare in due modi: la ricompensa poteva essere divisa al 50% tra i due partecipanti, secondo il principio di uguaglianza, oppure proporzionalmente al lavoro svolto, spettando allora il 25% al soggetto che aveva trascritto un paragrafo e il restante 75% all’altro soggetto, secondo il principio di giustizia.
La maggior parte di loro ha scelto di prendersi la fetta più larga della torta, come ipotizzato dagli autori dello studio. Non solo: ai partecipanti era richiesto di valutare la bontà del principio di uguaglianza e quello di giustizia. Ovviamente, anche questa scelta si è dimostrata essere egoisticamente interessata, ovvero volta a difendere e giustificare la propria preferenza. Infatti, i partecipanti nel ruolo di Typist giudicavano più onesto il principio di giustizia; invece i soggetti nel ruolo di Checker preferivano, com’era ipotizzabile, il principio di uguaglianza. Ma non è tutto: i ricercatori avevano chiesto l’opinione dei partecipanti riguardo la correttezza di ciascuna modalità di ripartizione sia prima che dopo l’assegnazione dei ruoli. A quanto pare, in pochi minuti i partecipanti hanno cambiato i propri valori in favore della regola morale, che gli avrebbe garantito di ricevere una maggiore quantità di denaro. Sembra dunque che molto spesso le nostre scelte si basino su presupposti egoistici e interessati.
DeScioli sottolinea come i risultati di questa ricerca siano potenzialmente estensibili a qualsiasi occasione delle nostre vite in cui ci siano delle risorse economiche da spartire, pensiamo, ad esempio, ad una famiglia che si divide un’eredità, colleghi di lavoro che dividono profitti, politici che decidono in che modo spendere le entrate fiscali o capi di stato che si dividono territori. Ognuno farà le scelte che di fatto gli consentiranno di prendersi la fetta più grossa della torta.
Tuttavia, ci rincuora lo studioso, il nostro egoismo ha un limite: in un esperimento successivo, si era riproposta una situazione simile a quella dello studio precedentemente illustrato dividendo però esattamente a metà il lavoro da svolgere, in modo tale da rimuovere ogni pretesto per una suddivisione non equa del denaro. Dunque, ogni partecipante trascriveva solo un paragrafo e, se le due trascrizioni corrispondevano, guadagnavano una ricompensa. In questo caso tutti i partecipanti hanno scelto di dividere equamente il denaro.
In conclusione, secondo DeScioli, le persone cercano non solo di ottenere il massimo guadagno individuale, ma anche di convincere gli altri di essere, moralmente, nel giusto. Però, certo, a tutto c’è un limite, anche al nostro egoismo.
P. DeScioli, M. Massenkoff, A. Shaw, M. B. Petersen, R. Kurzban. Equity or equality? Moral judgments follow the money. Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 2014; 281 (1797): 20142112 DOI:10.1098/rspb.2014.2112
Psicoanalisi: intervista con Antonino Ferro – I Grandi Clinici Italiani
Psichiatra e Psicoanalista Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, SPI
State of Mind intervista Antonino Ferro, Psichiatra e Psicoanalista, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, SPI. Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia..
Intervista con Gianrico Carofiglio: tra gratitudine e prospettiva
Cristiana di San Marzano.
Gianrico Carofiglio è stato magistrato, deputato e ora è soltanto scrittore. Un autore molto prolifico, in dodici anni ha pubblicato una decina di libri, che ogni volta scalano le classifiche dei più venduti. L’ultimo, La regola dell’equilibrio, esce lunedì 10 per Einaudi Stile Libero e riporta in scena come protagonista l’avvocato Guido Guerrieri.
La Regola dell’equilibrio (2014) Einaudi.
La nostra conversazione parte però da un altro libro, il recente La casa nel bosco, scritto con il fratello Francesco, architetto, illustratore e anche lui scrittore. Un memoir a quattro mani che ci consente di aprire una finestra sul suo percorso adolescenziale. Leggendo il libro che ha scritto con suo fratello sembra che da giovani, fra i due, lei fosse il più estroverso? Non sono naturalmente estroverso, anzi forse è vero il contrario. Però ho sempre avuto voglia di entrare in contatto con gli altri e quando ero ragazzo avevo difficoltà piuttosto serie a farlo, per la mia timidezza. Ci ho lavorato su parecchio, e credo di essere migliorato, col tempo.
Eppure, come si racconta nel libro, lei è descritto come un attaccabrighe. Non so se è la definizione esatta. Attaccabrighe è uno che se le va a cercare. Può darsi che qualche volte l’abbia fatto, ma in generale io in realtà tendevo a non tirarmi indietro, ad accettare le provocazioni. Anche questo era una conseguenza della timidezza, dell’insicurezza, il bisogno di dimostrare qualcosa.
Poi a un certo punto ha cominciato a studiare karate. Avevo 14 anni, e fu una delle strategie per cercare di liberarmi dell’insicurezza di cui dicevo.
Quindi aveva già messo a fuoco questo suo problema. Molti ragazzini insicuri hanno questo tipo di desiderio. Sono convinti che praticando una disciplina di combattimento diventeranno fisicamente forti, se non imbattibili e questo curerà la loro insicurezza. Certo, può anche accadere, ma in maniera diversa da come uno se lo immagina. Studiando una disciplina di combattimento con consapevolezza si capisce non solo che l’invincibilità non esiste, ma che in generale la cosa più saggia è evitare di combattere. Diciamo che io ci ho messo un po’ di tempo a capirlo e sono stato un po’ rissoso per qualche anno Fino ai 18, 20 anni. Qualche propaggine anche oltre (ride).
Forse aveva qualche problema con la rabbia. Non parlerei di rabbia, era il contrasto fra la paura, che è emozione sana perché aiuta a fuggire situazioni di pericolo, e il bisogno di dimostrare qualcosa. Qualcosa che all’epoca era impreciso per me stesso, ma che mi induceva a rimanere e raccogliere le provocazioni . No, non era rabbia, mi sento di dirlo con sicurezza: tutte le volte che ho fatto a botte non ho mai inferito su chi cadeva a terra.
Spesso si pensa che chi fa arti marziali abbia un problema di aggressività repressa. C’è di tutto fra chi le pratica, meglio evitare generalizzazioni. Diciamo che studiarle con consapevolezza, con un bravo maestro, senza nessuna esaltazione della violenza e dello scontro, può aiutare la comprensione di certe dinamiche interiori e indirizzare l’attitudine al conflitto in qualcosa di innocuo e addirittura positivo. A me le arti marziali, senza girarci troppo intorno, hanno cambiato la vita.
In che senso? Ho imparato a fare a botte e poi ho capito che fare a botte non era una buona idea. Può produrre conseguenze imprevedibili e a volte devastanti. Come dicono certi maestri giapponesi, la miglior vittoria è il combattimento che non hai fatto.
Nel corso della sua vita ha poi messo a punto da cosa aveva origine il conflitto che la portava a doversi misurare con un’altra persona, ad accettare provocazioni? Ero un bambino goffo e timido, avevo paura di tutto e spesso gli altri ragazzini, più svelti di me, mi prendevano in giro. L’incipit di un libro che prima o poi scriverò è: “da bambino avevo paura di tutto”.
Suo fratello invece? Lui era più fluido, socialmente più adeguato e fisicamente più abile.
I vostri erano genitori molto attenti? Sì, però hanno sempre giudicato poco rilevante l’educazione fisica. Un’idea sbagliata, direi. Quindi ho fatto tutto da solo.
Badavano di più all’educazione intellettuale. Sicuramente. Il fatto che io volessi fare sport era considerato bizzarro. Quando poi ho addirittura cominciato a fare agonismo loro davvero non capivano.
Ha mai avuto esperienze di psicoterapia? Ho attraversato un periodo in cui stavo molto male, ero molto infelice. Non so se fosse una forma depressiva, difficile dirlo, e del resto non vorrei medicalizzare quella che forse era semplice tristezza. In quel periodo, che poi portò al cambiamento più rilevante della mia vita, cioè a scrivere il primo romanzo, sono andato da un medico, che era anche psicoterapeuta, e ho fatto qualche incontro. Tre volte al mese per tre o quattro mesi, mi diede anche un blando aiuto farmacologico. Ma non la definirei una psicoterapia, che forse implica una continuità.
È stato comunque un aiuto? Difficile dire che cosa abbia aiutato, io credo che la svolta ci sia stata con l’inizio della scrittura. Credo che quel malessere intenso fosse un segnale del corpo e della psiche che dicevano: insomma non perdere altro tempo, c’è una cosa che vorresti fare, falla! Altrimenti ti farai scorrere tutta la vita tra le mani. E la cosa che volevo, da molto tempo, era scrivere.
Perché lei ha cominciato tardi il mestiere dello scrittore. Avevo scritto dei saggi, ma il mio primo romanzo è uscito nel 2002 e avevo da poco compiuto 41 anni.
Come è successo che aveva deciso di entrare magistratura?
Come molte cose della vita in generale e della mia in particolare, è stato molto casuale. Ero laureato da un anno e lavoravo con scarso entusiasmo in uno studio legale quando fu bandito il concorso. Con un paio di amici decidemmo di farlo. Consegnato lo scritto pensai che quella poteva essere la mia strada e aspettai con una certa ansia i risultati. Fu una grande gioia sapere di avercela fatta. È un lavoro che mi è piaciuto molto. Ci sono alcune cose che fai per caso e scopri che eri nato per fare quello, io penso che quel lavoro di pubblico ministero, di investigatore, fosse il mio. L’ho fatto per parecchi anni, e, credo, abbastanza bene. Poi è arrivato un momento in cui si trattava di cambiare.
Sbaglio o è un lavoro che fruga nelle vite altrui per scoprire la verità? È un modo un po’ ruvido di metterla, per dirla più dolcemente spesso capita di andare a guardare in ambiti privati. E anche scoprire la verità è una frase grossa, la metterei così: cercare di avvicinarsi il più possibile a quello che è successo. Il massimo che possiamo fare è avere delle ricostruzioni accettabilmente approssimative di quello che è successo nel passato. Nel mio penultimo romanzo, Una mutevole verità, il protagonista è un maresciallo dei carabinieri che fa una riflessione proprio su cosa significa ricostruire la verità. L’investigatore, come anche lo scrittore, deve costruire una buona storia, plausibile, che per quanto riguarda l’investigatore ricostruisca in maniera plausibile i fatti del passato.
Ricostruire la verità, per uno che lo fa di mestiere, presuppone che abbia ricostruito o per lo meno cercato la verità anche dentro se stesso? No, certamente no. A parte il fatto che tendo a escludere che sia possibile un’operazione del genere. Bisogna avere obiettivi e prospettive molto più limitati. Essere consapevoli dei limiti delle nostre capacità, consapevoli che anche nella persona più attrezzata tecnicamente e culturalmente il pregiudizio può interferire con la ricostruzione obiettiva dei fatti del passato. Bisogna cercare di tener conto il più possibile dell’effetto distorsivo che deriva dal fatto che noi siamo punti di vista. Ricorda il film Rashomon? Uno deve ricordarlo sempre quando fa l’investigatore o il giudice, deve sempre controllare quali sono le alternative, per poi magari decidere che la prima ipotesi è quella buona. O che quella più adeguata è un punto di mezzo. Quella che noi consideriamo la verità del passato in realtà è solo il risultato di un punto di vista, di un modo di raccontarcelo. Pensi a questa frase che ora le propongo: si può dire che un fatto è vero? é una frase priva di senso, i fatti sono o non sono, noi possiamo dire che un enunciato fattuale, cioè che una storia è vera o no, se corrisponde a come sono andate le cose. È nell’equivoco del fatto vero che si nasconde la presunzione di oggettività che invece non esiste.
Quindi chi indaga in ogni campo, e includo il campo psicologico e medico, deve mettere da parte se stesso. Deve essere consapevole che egli stesso è un fattore di interferenza, di cui bisogna tener conto. Le citazioni sono sempre un po’ pretenziose, però in fisica c’è il principio di indeterminazione di Heisenberg, che scoprì che non si possono osservare le particelle subatomiche senza interferire sul loro funzionamento, nel momento in cui le osservi sono diverse, l’osservazione interferisce. Questo vale per cose molto meno matematizzabili delle entità fisiche. Uno deve sapere che il punto di vista è decisivo, e quindi cercare poi di non farsene travolgere. Dipende poi su quali elementi si indaga. Se dobbiamo esaminare il filmato di una telecamera lo spazio di soggettività è inferiore a quello che si avrà nella valutazione di un racconto di una persona che usa le sue parole, elabora il suo ricordo, caratterizzato dalle emozioni, dalla paura, dal desiderio. Questo approccio alla verità approssimativo vale a maggior ragione se uno si occupa della psiche altrui. Una volta uno psicanalista molto famoso mi invitò come scrittore a un seminario che teneva ai suoi allievi. Venne fuori un sogno che io avevo scritto in un romanzo, ma che era inventato, e questi si lanciarono in interpretazioni da sganasciarsi dalle risate. Io li lasciai fare, dando anzi ulteriori indizi che potevano essere considerati sintomi, e loro senza un filo di dubbio si lasciarono andare a diagnosi ridicole. Pericolosissimo.
Non è che lei quando ha fatto la sua psicoterapia era un po’ prevenuto verso la categoria… No, quel signore era bravo, equilibrato, senza verità categoriche. Diceva cose sensate. Einstein sosteneva che il buonsenso è il genio in abiti da lavoro. Nel mio romanzo Il silenzio dell’onda (storia di un maresciallo dei carabinieri che attraverso i colloqui con il suo psichiatra racconta il passato), il personaggio che più mi è piaciuto raccontare è quello dello psichiatra, uno così mi piace eccome. Sono affascinato da quelle professioni, se fatte nel modo giusto, non da stregoni o da detentori di un sapere magico. Quando mi capita di incontrare qualcuno che ha questo tipo di approccio, laico, dubitante, sono affascinato perché so che quando ci si muove in questo modo, per tentativi, facendo anche errori, e sapendo che li si dovranno poi correggere, si scoprono cose incredibili. Vale per tanti campi. È la stessa tecnica di un bravo investigatore.
Tornando al periodo in cui è stato male, ha poi capito cosa la bloccava nella scrittura se questa era la sua aspirazione? Non so darle una risposta. Me lo sono chiesto più volte, ma senza troppo accanimento, non ho una visione deterministica delle cose. Probabilmente bisognava aspettare che arrivasse il momento giusto.
Poi ha cominciato e non si è più fermato, possibile che la sofferenza si sia incanalata nella scrittura? Di certo non ho scritto per curarmi, ma se è vero che la sofferenza derivava dal non scrivere, l’avere scritto ha in parte curato quella sofferenza e poi ha messo in moto un cambiamento.
Ha ancora periodi di sofferenza? Spesso, tutti quanti ne abbiamo, però quel tipo di sofferenza no.
E quando le capita di soffrire, c’è un luogo dal quale nasce questa desolazione? Un luogo interiore? Certo. Non uno specifico, me ne vengono in mente tanti. Per esempio a volte mi fa diventare triste la sofferenza di altre persone cui voglio bene, che vorrei aiutare e mi accorgo che non posso. Ho sempre avuto la pessima abitudine di dare consigli, appunto perché vorrei aiutare, poi ho capito che non serve a nulla. Quello a volte mi da un senso di grande frustrazione. Ecco, a me sarebbe piaciuto fare lo psicoterapeuta, mi piacerebbe aiutare le persone. E una delle enormi fonti di soddisfazione della scrittura è quando uno ti dice, e mi è capitato: “Ero davanti alla sala operatoria dove mio marito subiva un intervento delicatissimo. La notte è passata senza che me ne accorgessi perché stavo leggendo un suo libro. Non potrò mai smettere di ringraziarla per questo”. So anche che diversi psicoterapeuti e psichiatri hanno ‘prescritto’ ai pazienti come percorso di superamento dei loro problemi la lettura di Testimone inconsapevole, e questo mi ha fatto piacere.
Ricorre a delle strategie per non stare nel luogo del dolore? Sono posti che non amo in generale, ma penso anche che non si deve avere il terrore della sofferenza come della tristezza. Arriva. Il crogiolarsi, l’autocommiserarsi lo trovo insopportabile. Può capitare, e se avverto un momento in arrivo, sì, attuo delle strategie, a cominciare dalla gratitudine.
Cosa intende? Forse rischio di apparire retorico, però io sono un convinto fautore, in modo laico, dell’importanza etica e dell’utilità pratica della gratitudine. Si fermi un attimo a pensare a tutte le cose – cose semplici, che diamo per scontate – di cui possiamo essere grati in questo preciso momento. Se sei triste e pensi che potresti essere cieco, o non avere l’uso delle gambe o cose simili, e pensi come sarebbe la tua vita senza vista, senza gambe, in questo momento, riesci a cogliere meglio le proporzioni delle cose e delle sofferenze. La gratitudine è un ottimo strumento, intanto per evitare quella cosa tossica che è la lamentela, l’autocommiserazione, poi per attenuare di molto quando capita, e capita, la tristezza, la sofferenza.
Altre strategie?
Collegata alla gratitudine c’è la prospettiva. Guardare a questo momento di sofferenza di tristezza proiettandosi in un prossimo futuro, fra sei mesi un anno: ti volti e non vedi più niente. Penso per esempio a come sono stato male quando poi ho scritto il libro, ora faccio fatica anche a riportare alla memoria quelle emozioni, quelle sensazioni. Se sali in cielo, metaforicamente, e guardi dall’alto improvvisamente tutto diventa piccolissimo, meno importante. Questo per dire che bisogna un po’ liberarsi dall’eccesso di concentrazione su se stessi. Anche l’autoironia aiuta, trovare il ridicolo in se’.
Lei mi sembra una persona molto razionale, o che comunque cerca di superare con la razionalità i momenti più difficili. Cerco di usare lo strumento della ragione nei limiti in cui funziona, consapevole che sono limiti circoscritti. Ci sono molte cose che sfuggono del tutto al controllo razionale ed è bene saperlo con chiarezza.
Ma le emozioni le lascia fluire? Come no, me le vivo. Ma ripeto, a volte si confonde il vivere le emozioni con questa concentrazione su se stesso, questa confabulazione continua che francamente mi sembra ridicola. Se uno si ferma un attimo a riflettere si rende conto che spesso sono banali le preoccupazioni che ci sembrano fondamentali, si tratta di sbarazzarci di questa tirannia. Io per primo, a volte mi preoccupo di cose di cui mi vergogno due minuti dopo. Ora sono diventato più rapido a sbarazzarmene, però le penso. A volte mi accorgo di avere dei desideri meschini, come tutti. Poi mi fermo – sei ridicolo, mi dico – e lascio perdere.
D’obbligo una domanda sulla sua esperienza in Parlamento. Psicopatologicamente vuol dire?
Sì. Beh, interessante. Purtroppo la politica, oggi forse più che in passato, è una pratica che anche nelle persone perbene e competenti – naturalmente ce ne sono – tende a produrre un involgarimento. Nei cinque anni che sono stato là ho visto persone normali all’inizio che erano diventate veramente pessime alla fine. Il potere, o anche solo la vicinanza al potere, ha una capacità corruttiva, nel senso della corruzione del carattere. Le eccezioni sono piuttosto rare.
Lei è uno scrittore di successo. Non mi piace la parola successo
Beh, allora diciamo che vende tantissime copie dei suoi libri. Non le viene mai l’ansia di non riuscire più a fare i numeri che ha fatto finora nelle vendite? Se mi viene l’ansia me la faccio passare continuando a lavorare. Se pensi di non sbagliare mai sei spacciato. É inevitabile e utile per tutti sbagliare, anzi uno dovrebbe moltiplicare gli errori perché in questo modo riduce il rischio degli errori gravi. Moltiplicare le manovre di assestamento. Io cerco di scrivere onestamente, di raccontare storie dove ci siano personaggi in cui sia facile immedesimarsi, non esiste l’algoritmo del successo in generale, tantomeno letterario. Però mi dicono che in tanti soffrono di questo, io soffro di tanti difetti, che non le dirò perché me ne vergogno, ma non di questo.
Mi dica uno di questi difetti. La vanità. Ce l’ho e non mi piace. Ci sono momenti in cui con grande fastidio mi accorgo di essere assorbito da me stesso. Per fortuna in quei momenti mi sento ridicolo. Il senso del ridicolo, lo ripeto, è un grande antidoto, una grande medicina.
La prossima settimana: Intervista con Cristina Comencini.
I risultati mostrano dunque un temporaneo e transitorio incremento della felicità dei genitori attorno alla nascita del primo o del secondo figlio soltanto.
La nascita di un figlio aumenta davvero la felicità dei genitori? È ciò che vuole verificare Mikko Myrskylä, professore di demografia alla London School of Economics e Direttore del Max Planck Institute per la ricerca demografica di Rostock, Germania.
Provare a comprendere come l’arrivo di uno o più figli influenzi il benessere soggettivo dei genitori potrebbe servire a spiegare i cambiamenti nei comportamenti in materia di felicità.
Secondo i dati presentati nella sua ricerca, i genitori riportano un aumento della felicità durante l’anno precedente e l’anno successivo alla nascita del primo figlio, ma poi diminuisce rapidamente fino a tornare agli stessi livelli di felicità registrati pre-bimbo. Per l’eventuale secondogenito la curva è simile ma l’intensità è già dimezzata rispetto al primo figlio, con il terzo poi la differenza di valori riportati è addirittura non significativa.
I risultati mostrano dunque un temporaneo e transitorio incremento della felicità dei genitori attorno alla nascita del primo o del secondo figlio soltanto.
Ma, ovviamente e per fortuna, non è un dato così triste come sembra. Anche i figli dopo il secondo sono fonte di gioia, quello che si intende sottolineare è che l’esperienza dei genitori è vissuta con minor senso di novità ed eccitamento in quanto già sperimentata.
Oltre a questo si è notato che chi ha figli in età più adulta (35-49anni, sembra essere la fascia ideale) o ha un livello d’istruzione più alto mostra una risposta particolarmente positiva alla prima gravidanza che si mantiene tale anche dopo la nascita.
Questo quindi sembrerebbe spiegare perché negli ultimi anni la tendenza sia diventata quella di rimandare e ridurre il numero delle gravidanze.