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Psicoterapia Sistemico-Relazionale: Intervista ad Alfredo Canevaro

Psicoterapia Sistemico-Relazionale: riproponiamo l'Intervista che il prof. Alberto Canevaro ha rilasciato alla Redazione di State of Mind a Dicembre 2013

ID Articolo: 100501 - Pubblicato il: 16 giugno 2014
Psicoterapia Sistemico-Relazionale: Intervista ad Alfredo Canevaro
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Riproponiamo la trascrizione completa dell’intervista che il prof. Alfredo Canevaro ha rilasciato a State of Mind a Dicembre 2013

SoM – Quali sono i principi teorici e clinici irrinunciabili e che utilizza per orientarsi nel lavoro clinico?

AC – Senz’altro il lavoro con la famiglia di origine, che è il principio cardine della mia filosofia terapeutica e delle tecniche che ho cercato di adoperare e creare in questi anni per far si che questa epistemologia abbia un in incidenza clinica diretta in beneficio del paziente, perchè la mia bussola è stata sempre stata l’efficacia terapeutica. Sono un clinico e tento di integrare le cose buone che arrivano dai diversi rami della scienza. Ho avuto una formazione psicoanalitica dalla fine degli anni ’60, deliberatamente però non volli entrare nell’associazione psicoanalitica perchè all’epoca c’era la tirannia freudo-kleiniana,che imponeva una praxis molto lontana dei miei bisogni, visto che lavoravo con gli schizofrenici e loro famiglie.Cominciai a lavorare con i pazienti psicotici gravi e le loro famiglie già nel ’67, nel servizio diGarcia Badaracco, uno psicoanalista di psicotici molto conosciuto che credeva che la psicosi poteva guarire con la psicoterapia ed era considerato un altro matto! Invece con lui cominciai con i gruppi multifamiliari e poi fondammo una clinica nel maggio del ’68 che ho co-diretto per 13 anni, trattavamo i casi più esiziali di psicosi, la stragrande maggioranaza era schizofrenia, psicosi affettive maggiori e pochissimi tossicodipendenti , però sempre in un contesto multifamiliare dove si interagiva con le famiglie già dal primo momento, poi le famiglie avevano anche la terapia familiare nucleare e i pazienti la loro psicoterapia individuale.

SoM – Multi-familiare nel senso che facevate gruppi di familiari?

AC – Certo, quando la clinica era nell’apogeo con circa 40 pazienti li avevamo divisi in tre micro comunità con 8-10 famiglie ciascuno, poi c’era una sera a settimana in cui si faceva un gruppo multifamiliare di tipo assemblare che poteva coinvolgere 70, 80 persone e 7, 10 terapeuti, che è una tecnica molto importante dove si accede a una comprensione e a un’efficacia che non si ha in nessun altro setting, perchè la potenza delle famiglie insieme è enorme. Cioè ricostruiscono la rete familiare persa della famiglia tradizionale e quando si riesce a far lavorare il gruppo terapeutico si vedono cose notevoli, sopratutto il trattamento della violenza che è una cosa difficile da gestire in altri setting. In quei gruppi c’era un centro drammatico, dove accadevano molte cose e li ho imparato molto attraverso la prossemica, perchè il senso è questo: i pazienti venivano ricoverati dai loro analisti e molti di loro avevano 10, 15, 20 anni di analisi; ho conosciuto uno di 29 anni, con lo stesso ‘analista, che già era passato da padre a nonno e bisnonno, non aveva più interpretazioni da dare a questo povero paziente! Questi pazienti sono sempre molto intelligenti e leggevano anche molta psicoanalisi, ne sapevano più di me che dovevo, comunque sia, cercare di aiutarli, e allora tutti questi sistemi terapeutici erano disfunzionali, perchè l’analista ricoverava il paziente in rotta con la famiglia e in coalizione con il paziente, o in coalizione con la famiglia contro il paziente e i direttori dovevano mediare tra questi sistemi terapeutici disfunzionali, per cui non solo ho visto centinaia di pazienti ma ho visto centinaia di terapeuti all’opera con situazioni molto gravi che mettono alla prova chiunque, per cui ho capito molto bene cosa c’è dall’altra parte della panca. Assistevo a questi dialoghi tra i pazienti e i loro terapeuti su resistenza, transfert, identificazione proiettiva e introiettiva ma erano matti da legare! Per cui ho capito che il linguaggio, pur essendo la massima espressione dell’essere umano, purtroppo serve anche per mentire e mistificare, invece le emozioni non mentono mai, per cui questa è stata la mia scelta, di lavorare con le emozioni perchè poi possano cambiare la cognizione; e per questo lo spazio emozionale, la prossemica erano importanti e cominciai a fare delle esperienze con i pazienti, avvicinandoli per sentire di più che succedeva con loro, o allontanandoli, quando non potevano parlare con i congiunti, da una “I position” parafrasando Bowen. Li facevo sedere accanto a me e da li parlavano in prima persona, comunicando i loro bisogni e sentimenti. Tutte queste esperienze mi sono servite molto per creare alcune tecniche per il lavoro individuale e di coppia. Per cui questo è stato il contesto originario della mia esperienza che poi si evolse verso il concetto dell’approccio trigenerazionale e cominciai a studiare molto l’interazione tra i sistemi familiari di origine di ognuno dei partner e da li allora uno dei metodi che creai, e che continuo tutt’ora a impiegare da più di 35 anni, ed è quando c’è una crisi di coppia convocare ogni famiglia di origine senza l’altro coniuge presente, in questo modo si riescono a capire le coalizioni intergenerazionali, che creano sempre disfunzionalità. Quando tra la prima generazione e la generazione della coppia ci sono coalizioni intergenerazionali alle spalle del partner, queste incidono sempre disfunzionalmente sulla coppia, ma anche quando c’è la coalizione tra un padre e un figlio contro la madre, o viceversa, il bambino soffre. Per cui questo è il concetto: che il legame si basa sull’interazione di due vincoli fondamentali, il vincolo di filiazione, endogamico sanguigno che unisce il padre con i genitori e i figli dei figli, e il vincolo di alleanza, che unisce i rappresentanti di due sistemi famigliari diversi, due clan diversi, questi due vincoli sono antitetici ma complementari, come la luce e l’oscurità, il flusso e il reflusso del mare, più forte diventa uno più si indeblisce l’altro, però insieme costituiscono il punto nodale del sistema trigenerazionale, che è la coppia. Il cuore della famiglia. Noi vedremo sempre situazioni in cui il vincolo di filiazione predomina su quello di alleanza e allora dovremmo cercare di armonizzare entrambi e questo fa parte del lavoro terapeutico che per me è centrale

SoM – Nello specifico con le coppie o anche quando si lavora con i pazienti in individuale?

AC – Certo anche con il paziente individuale è molto importante che il paziente abbia la centralità; nella terapia familiare diceva Boszormenyi-Nagy che ci sono parzialità multidirezionali, cioè il terapeuta deve essere alleato di tutti e complice di nessuno, nella terapia individuale sistemica con gli allargamenti il paziente deve essere centrale; i famigliari sono invitati come testimoni per collaborare nella terapia a portare informazioni, consigli, pronostici, suggerimenti, per aiutare il terapeuta ad aiutare il suo paziente, così io li convoco, perchè penso che l’arte maggiore del terapeuta è volgere la famiglia a favore del processo terapeutico; Uno dei drammi più grandi della psicoterapia individuale è il fatto che molti terapeuti quando il paziente dice “la mia famiglia mi fa impazzire, mi mette i bastoni tra le ruote” tutti dicono “salvati tu!”, anche il terapeuta “vai a vivere da solo e cerca di tenerli a bada!” e credo che questo sia un errore clinico enorme, fonte di molti drop-out, impasse terapeutiche e fallimenti terapeutici.

SoM – Andare nella direzione di una separazione invece che di un avvicinamento

AC – Certo ma questo già lo diceva Bowen, un terapeuta multigenerazionale molto importante: colui che pretende differenziarsi dalla sua famgilia con la distanza fisica o emozionale, non fa che portarsi appresso questa indifferenziazione, che inevitabilmente si ripeterà nelle relazioni significativi che instaurerà nel tempo e la coppia è uno dei sistemi dove inevitabilmente ognuno cerca di neutralizzare, sopperire o elaborare problemi irrisolti con la famglia di origine e questo è uno dei drammi della coppia, perchè la coppia non è fatta per sopperire alla famiglia, la coppia ha una funzione diversa. Io credo dopo più di 46 anni di lavoro intenso con le coppie, e quintali di libri e film fatti su questo argomento che, l’essenza della vita di coppia è: insieme a te nel cammino della vita sto meglio che da sola/o, punto. Tutto il resto sono proiezioni, depositazioni che si fanno sul partner in un tentativo di risolvere quello irrisolto con la famiglia d’origine e questo porta a molti fallimenti di coppia perchè il partner si sente ingiustamente trattato “io non sono quello che tu mi dici!”. Ad esempio, se una donna che ha una madre anaffettiva dice al partner “tu non mi vuoi bene, non mi coccoli, non stai con me tutto il tempo” e lui si sente offeso “ma come? tu sei la persona che più amo nella vita, ti do tutto il mio tempo libero, ma tu sei un barile senza fondo!”. Se noi abbiamo la possibilità di invitare questa donna con la madre in seduta e cercare di capire il perchè di questa anaffettività, giacchè può essere che questa madre sia stata depressa, abbia avuto problemi, o non sia stata accolta bene dalla famiglia del marito o dalla propria, o che abbia avuto drammi esistenziali che possono spiegare questa situazione, e se noi riusciamo a creare una relazione figlia-adulta/madre più soddisfacente inevitabilmente il partner ci dirà che la relazione di coppia è migliorata molto.Se non è così è perchè è un problema specifico della coppia.

Messaggio pubblicitario SoM – Per cui tornare sempre alla famiglia di origine sia nelle terapie di coppia che quelle individuali

AC – Si, tornare in un momento iniziale del processo terapeutico sia individuale che di coppia. Per esempio con il lavoro del paziente individuale, io ho pubblicato 4 anni fa un libro che si chiama “quando volano i cormorani” sulla terapia individuale sistemica con l’allargamento ai famigliari significtivi. I cormorani sono uccelli marini che fanno 3 o 4 salti di qualità nella loro autonomizzazione, questo lo scopri Kortland, uno zoologo olandese, negli anni ’50, cioè il cormorano prima è nel proprio nido, poi si sposta nel proprio albero, poi negli alberi vicini, poi scompare in giro per qualche giorno, poi torna ed è rimbeccato per 3 giorni dai genitori e poi spicca il volo fino alla primavera successiva, malgrado la chiamata insistente dei genitori. E Kortland chiamò a questo processo la reprogressione biologica: fare un passo indietro per farne due avanti. E questo è quello che io cerco di fare con le famiglie, andiamo indietro per cercare di avere il nutrimento affettivo e l’accettazione del sé originale del proprio paziente per poi spiccare il volo verso il suo progetto esistenziale. Io credo che l’arte più grande è che il terapeuta possa impiegare la sua energia nel liberare gli ostacoli che impediscono la normale crescita e differenziazione che appartiene a tutti gli esseri umani, persino allo psicotico più grave. Diceva David Cooper, uno psichiatra sudafricano, anti-psichiatra, che nei circhi della Boemia di metà ‘800, mostravano esseri umani fatti crescere in casse di legno per cui diventavano mostri, lui diceva che anche noi riusciamo a crescere nelle nicchie che la famiglia ci fa attorno, come rappresentante di un autoritarismo sociale,che anche noi in certo senso possiamo essere mostri.. Va bene, io riscatto in questo esempio la forza della crescita, il bisogno di differenziazione che è insito in ogni persona ed è bloccato dai conflitti familiari, se noi riusciamo a liberare gli ostacoli, convocando i familiari e lavorando nei processi disfunzionali, il paziente migliorerà” da solo,”, perchè anche la vita è terapeutica. Per cui impiegando molta forza in quella fase della terapia sia individuale che di coppia e poi il paziente-cormorano può volare con le ali meno cariche di zavorra e allora lì lavoreremo veramente sul progetto esistenziale del paziente.

SoM – Lei fa prevalentemente terapie individuali sistemiche con questa tecnica degli allargamenti. Come è avvenuto il passaggio dalla terapia familiare classica al lavoro sui sottosistemi?

AC – La terapia familiare congiunta sempre e comunque inizia 50 anni fa ed è importante nei casi gravi di psicosi, tossicodopendenza, o pazienti borderline poter convocare la famiglia, invece quando il paziente è meno grave, che poi sono l’80% dei pazienti che vanno in giro cercando terapia, questi pazienti per il fatto di non essere gravi hanno perso l’opportunità di convocare la loro famiglia in terapia, per questo motivo questo il metodo del libro dei cormorani si applica ai pazienti che possono avere una vita più o meno autonoma. L’errore della psicoanalisi, ma anche delle terapie cognitiviste o sistemiche che non pensano in termini di famiglia, è separare il paziente anziché aiutarlo a differenziarsi attraverso la famiglia, e non contro la famiglia. Questo può portare molti pazienti a fare, come diceva Bowen, un cut-off, un taglio emotivo, si salvano dalla famiglia, fanno un percorso molte volte positivo, molte volte con anni e anni di terapia, ma rimane sempre una mutilazione emozionale, che è molto diversa da quando si fa attraverso il lavoro con la famiglia, dove il paziente possa ricevere quello che gli spetta dagli altri, come i genitori, il nutrimento affettivo e la conferma del sé originale di ogni persona, questo appartiene a loro ma ce l’hanno i genitori e a volte lo lesinano per paura di rimanere da soli, di avvicinarsi di più alla morte. Questo è il problema delle generazioni in terapia, quante volte un uomo o una donna, più le donne anziane, dicono al figlio “io che ti ho dato la vita, adesso la devi dare tu a me”, io dico “alt! Non è così che vanno le cose: quando lui o lei darà ai suoi figli l’amore e la protezione che lei ha dato a lui/lei ripagherà indirettamente a lei il debito esistenziale di essere in vita, perchè il tempo scorre sempre in avanti e mai indietro”, questo è la migliore differenziazione che si fa dentro la famiglia, perchè un altro errore frequente che si fa concettualmente è pensare alla famiglia di origine come là e allora, invece la famiglia c’è sempre fino a che noi campiamo o campano loro, un padre e una madre a 90 anni può essere importantissimo con un gesto di affetto, con un informazione, con un contributo a questo figlio, e qui tocchiamo un altro mito della psicoterapia: mi diceva una terapeuta sistemica tanti anni fa “Che c’entra la famiglia di origine in un adulto! Uno a 25 anni è già adulto!” un altro errore notevole; Nella casistica pubblicata sul libro dove due ricercatrici della scuola e un giudice imparziale come Matteo Selvini crearono dei questionari e li mandarono a un ottantina di pazienti che avevo trattato nell’arco di 5 anni, non per 5 anni. Risposero al questionario 66 persone, che era un 82% che negli standard internazionali viene accettato come valido; il 10% dei pazienti avevano tra i 40 e i 60 anni e io ero riuscito a convocare i loro genitori sani di 80, 85 anni, persino ho il record di una nonna di 93 anni che convocai insieme alla figlia e alla nipote che era la mia paziente per vedere un problema trigenerazionale nell’asse femminile: la nonna prese il microfono e non lo mollò più! Diede una visione panoramica della famiglia che sembrava una terapeuta familiare, aiutò moltissimo la nipote…e aveva 93 anni! Questo è un altro mito che sto cercando di demitificare

SoM – La famiglia vista come una risorsa e come un luogo in cui fare cambiamenti nel presente, nel qui e ora, non solo in una visione storica

AC – Certo, molte volte cerco di applicare alcune tecniche esperenziali per favorire il processo di differenziazione, una si chiama lo zaino, dove si incontrano i genitori e i pazienti in un momento importante della terapia, dopo aver già collaborato nel primo tratto e quando il paziente già ha risolto molti problemi con loro e prima di andare nella fase del percorso terapeutico che io chiamo “del progetto esistenziale”, gli faccio fare questa tecnica dello zaino, che è molto intensa e semplice nella esecuzione ma potentissima nella differenziazione: vengono i genitori e lo fanno alternativamente con il figlio o molte volte lo faccio in sedute diadiche con il padre e la madre, li faccio sedere di fronte gli uni agli altri, prendersi le mani, le ginocchia si toccano, c’è una grande prossimità, si guardano negli occhi e chiedo al padre o alla madre di fare finta che il figlio o la figlia abbia uno zaino dietro le spalle e gli dico:”Cerchi due o tre aspetti del suo carattere che abbia coltivato nella vita e di cui sia orgoglioso/a, da dare in dono a suo figlio, così quando lui, nel lungo cammino della vita ne avrà bisogno prenderà dallo zaino quello che Lei gli ha dato e lo farà proprio…” Allora loro danno generalmente danno cose positive previste dal loro ruolo sociale “ti do la mia onestà, la mia gioia di vivere, la forza, la pazienza”, i genitori devono equipaggiare lo zaino del figlio, questo è il loro compito; La cosa più interessante è che poi io chiedo al paziente di lasciare qualcosa ai genitori di sé stesso, del suo carattere, dei suoi sogni, dei suoi hobbies, qualcosa che il padre o la madre possano gradire avere di questo figlio o figlia, e lì succedono cose molto belle perchè vengono chiaramente fuori delle funzione vicarianti silenti, silenziose, che ogni figlio fa per sostenere i genitori, in modo inconsapevole e che mantiene l’invischiamento. Quando un figlio dice “ti lascio la speranza di ritrovare cose buone in te”..una figlia diceva alla madre depressa, sempre vestita di nero “ti lascio i miei vestiti colorati”, un altra diceva “ti lascio i mio amore per i viaggi o per l’aria”, questo che loro danno sono funzioni che inconsapevolmente mantenevano l’invischiamento, sostenendo i genitori. Quell’incontro intenso è anche un congedo, perchè come dicevano i cinesi non si può separare niente che non sia stato unito precedentemente, allora in un certo senso è una trappola bonaria in cui io li metto, perchè i genitori non possono non sancire ufficialmente che il figlio o la figlia deva differenziarsi però nel contempo tutte queste emozioni che sono intensissime arricchiscono la relazione e tutti i pazienti del questionario dicevano che dopo lo zaino spiccarono il volo, per cui è una tecnica molto potente che ha avuto molto successo nella scuola e in altre scuole, italiane e non

SoM – Per cui è una tecnica in cui si rende esplicito ciò che è implicito della relazione?

AC – Sì, anche se io non lo segnalo, io promuovo attivamente un’esperienza e dico a loro: tutte le emozioni che sono sorte, che sono la vostra ricchezza tenetele dentro, fatele scorrere e non cercate di incasellarle subito, e andatevene, vi ringrazio di essere venuti

SoM – Quindi non è una tecnica che prevede una riformulazione da parte del terapeuta?

AC – No, loro devono vivere questo. Poi dopo magari riusciremo a capire con il nostro paziente e a elaborare quello che è successo ma io cerco di fargli vivere un’esperienza nuova, perchè tanti lo dicono che mai hanno avuto questa possibilità. Alla fine dell’esercizio gli dico adesso datevi un abbraccio in silenzio senza parole, e ognuno posi la testa sulla spalla dell’altro il tempo necessario… Allora li a volte è fantastico come sorgono emozioni bellissime nell’abbraccio, molte volte piangono, si accarezzano, è un incontro notevole che poi favorisce la differenziazione, da solo

SoM – Quindi una tecnica esperenziale, ce ne sono altre che lei utilizza?

AC – Si, ci sono due tecniche di lavoro con le coppie che ho creato lungo tanti anni e che sono potenti, molto, una che serve a lavorare sull’identificazione proiettiva, che è la bestia nera della vita di coppia e della terapia di coppia: i partner si sono fusi durante tanto tempo in modo tale che è impossibile vedere la trave nel proprio occhio, questo uno lo può dire, lo può interpretare ma scivola su di loro. Invece ho creato questa tecnica: lavoro sulla rabbia, li faccio sedere lontano, e ciascuno alternativamente deve dire le 2 o 3 cose peggiori dell’altro e spiegare perchè, e viene fuori di tutto! Poi chiedo a loro di dire la stessa cosa in prima persona “ io sono…” Questo lo facevo per alcuni anni però logicamente a nessuno piace trovare la trave nel proprio occhio, per cui i risultati non erano soddisfacenti, fino a che un giorno, 8, 10 anni fa, stavo lavorando con una coppia di cui conoscevo le famiglie di origine e ho aggiunto una cosa che credo l’ha resa molto più incisiva e trasformativa: chiedo alternativamente a ciascuno se nella loro convivenza con la famiglia di origine o tutt’ora chi è così e così, e ripeto gli aggettivi usati per definire il partner, immediatamente viene fuori la risposta “ è mia madre” “è mio padre”, a volte inaspettatatamente “è mia sorella o mio fratello!” che non era apparso nel dialogo, allora andiamo direttamente alla fonte della proiezione, agli oggetti primari con cui si è vissuta, prima della depositazione che poi si fa sull’altro per cercare di vivere più leggero. Io chiamo questo lavoro con la coppia “per arte di levare”, come diceva Michelangelo parlando della scultura: la statua è già insita nel marmo, io non altro faccio che liberarla del superfluo. Io credo che la coppia è un grande attaccapanni dove ognuno deposita quello che non ha risolto con la famiglia di origine e a volte questo attaccapanni è così pieno che neanche si riescono a vedere i membri della coppia, altre volte ha su di sé così tanto peso che si rompe. Quando noi riusciamo a levare tutte queste proiezioni, riusciremo a vedere cosa c’è sotto: se c’è affetto e c’è incontro l’ossigeno farà si che in un certo tratto migliorino moltissimo, ma altre volte vediamo che l’amore è morto, allora è meglio seppellirlo perchè altrimenti puzza. Questa definizione della relazione, questo incontro o disincontro è quello che io cerco, perchè poi da li si partirà in una terapia che riesca a mettere in risalto gli obiettivi

SoM – Per cui una terapia di coppia che sposti dal problema di coppia ai problemi che ciascuno ha con la sua famiglia di origine

AC – Certo, questo lo faccio quando non posso lavorare convocando le famiglie di origine in terapia. Poi quando la rabbia è andata via faccio un altro esercizio che chiamo “dell’intimità”, che consiste nel mettersi di fronte, guardarsi negli occhi e fare una serie di esercizi a occhi chiusi, toccandosi il viso, cercando di rivivere chi è l’altro e poi aprendo gli occhi cercare lo sguardo, ma sopratutto chi c’è dietro lo sguardo. Questo è un esercizio molto importante che dà una miriade di informazioni nel non verbale e molte volte definisce una terapia. Una volta mi è capitato che una donna si mise a piangere sconsolatamente durante l’esercizio perchè aveva capito che voleva separarsi ma non aveva la forza di dirlo e in quel momento queste lacrime permisero di capirlo. Un’altra volta avevo fatto un seminario a Buenos Aires con una coppia disfunzionale di cui avevo visto entrambe le famiglie di origine, stava finendo il seminario e io ancora non avevo capito che c’era in quella coppia! fino a che fecero questo esercizio: improvvisamente l’uomo si alzò indignato, andò a sedersi altrove…aveva sentito che la moglie non c’era più nella relazione, ed effettivamente lei disse “sì mi voglio separare e avevo paura di dirtelo”, e questo permise di lavorare meglio la situazione. È una tecnica semplice ma molto intensa.

SoM – La quarta domanda: lei come valuta e monitora il cambiamento in terapia?

AC – In quella ricerca che si fece c’erano una serie di domande, per esempio è soddisfatto o no dei risultati raggiunti? Pensa che gli obiettivi terapeutici siano stati raggiunti? È molto soddisfatto dei risultati o oltre i risultati raggiunti la qualità della sua vita è cambiata in meglio? Nella mia casistica il 10% ha risposto “non sono soddisfatto, non ho raggiunto i risultati desiderati”, un 30% “sono soddisfatto perchè ho raggiunto gli obiettivi desiderati” e quasi il 40% “sono molto soddisfatto perchè oltre ai risultati raggiunti la qualità della mia vita è migliorata”

SoM – Il cambiamento lo valuta il paziente, è valutato sulla soddisfazione del paziente?

AC – Si. non faccio altre valutazioni. Una delle domande se non sbaglio è “come si mette fine alla terapia”, io al primo incontro cerco di definire molto bene il problema della consultazione, cioè “mi dica dove le preme la scarpa adesso”. Poi tracciamo gli obiettivi terapeutici. Io nella verifica della terapia riprenderò questo primo foglio perchè vedremo insieme cosa è stato raggiunto o meno, cosa manca. Quando si sono raggiunti gli obiettivi io dico “possiamo finire adesso la terapia o se lei vuole possiamo fare due incontri trimestrali e uno semestrale”, per cui sarò ancora in contatto per un anno con questa persona con 3 incontri; il 90% preferisce così e devo dire che nel 99% dei casi ogni volta che vengono stanno meglio, perchè la terapia continua, loro sanno che hanno quella scadenza e continuano a lavorare sulle linee guida, sulle cose che abbiamo visto insieme

SoM – Quindi una separazione graduale?

AC – Si, ma poi io lascio una porta aperta, perchè a volte una persona può essere migliorata molto ma può avere un momento della sua vita, fa un figlio, si sposa, o fa un viaggio importante, o si laurea eccetera, e ci sono altre situazioni esistenziali positive che possono sconvolgere la persona, se loro vogliono ritornare per vedere quello io ci sono, non chiudo la porta. Non sono tanti che tornano ma se tornano è perchè qualcosa di nuovo ha modificato la loro vita

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA SoM – La sesta domanda riguarda il paziente difficile, che è un po’ il must della terapia familiare di stampo classico. Ritiene che con questo tipo di pazienti le sue tecniche e le sue procedure si modifichino?

AC – I pazienti difficili indubbiamente hanno bisogno della loro famiglia in terapia e queste tecniche si possono applicare quando il paziente sta meglio. Anche se ricordo il caso di uno zaino fatto con un ragazzo psicotico, figlio unico di madre vedova, per cui una trappola mortale! Io feci venire un intimo amico del padre che conosceva a menadito i problemi che il padre aveva con questo figlio e che sapeva più cose del padre della moglie e del figlio stessi, è stata una collaborazione molto importante e questo ragazzo è riuscito a migliorare molto. Però quando ci sono pazienti difficili, mi riferisco agli psicotici, li si deve lavorare molto con la famiglia perchè il paziente possa poi continuare da solo, in quel tratto dobbiamo lavorare con molte tecniche, sopratutto con un accompagnamento intenso per riuscire a modificare molte situazioni che sono sempre legate alla vita famigliare. Io in 46 anni intensivi di lavoro non ho mai trovato una famiglia sana con un figlio disfunzionale, piuttosto il contrario qualche volta si vede, che da una famiglia disfunzionale una persona grazie alla resilienza possa migliorare, sicuramente, però al rovescio mai, non credo che lo psicotico, il tossicodipendente o il borderline cresca ex novo da una famiglia sana, io non ci credo

SoMCon i disturbi di personalità c’è un lavoro specifico che fa?

AC – Ovviamente dipende dal disturbo, però cercherò di lavorare sicuramente con i personaggi significativi della famiglia; molte volte devo iniziare con un fratello o una sorella per arrivare ai genitori, sopratutto ai padri, che purtroppo vengono considerati nella terapia marginali, assenti o periferici; ma io dico sempre che se sono considerati periferici e marginali è perchè tacitamente c’è un centro, ed è la madre che occupa quel centro; per cui io critico i terapeuti familiari di avere fatto una terapia familiare troppo maternocentrica, non abbiamo sviluppato tecniche terapeutiche di coinvolgimento dei padri; Io sono stato testimone dell’amore sfegatato che molti padri hanno per i loro figli e non sanno se devono dirlo, se possono dirlo, o non sanno come dirlo perchè sono analfabeti emotivi, però quando ci si riesce, sopratutto con la figlia, l’incontro con il padre può dare una svolta notevole alla terapia, perchè c’è questo mito, molti padri arrivano a casa e appendono al chiodo la loro funzione perchè entrano nel regno materno e allora sono considerati dai figli marginali, poco interessati a loro, ma non è così, è talmente forte ancora l’impronta socio-culturale, dicevano i romani “pater patrimonio, mater matrimonio”, casa e figli…che malgrado gli anni di liberazione femminile, di accesso della donna al mondo del lavoro, che hanno liberato la donna dalla famiglia, tutt’ora questo è molto forte e la madre è la centralinista della famiglia che comunica con tutti e questi padri, quando vengono e possono trasmettere quello che sentono, è una cosa straordinaria! L’ho visto recentemente in una paziente, che aveva fatto un tentativo gravissimo di suicidio, ricoverata con molte ferite, seguita da uno psichiatra- psicoterapeuta individualmente che mi chiese di aiutarlo lavorando con la famiglia, e così feci, e quando sono riuscito a convocare separatamente il padre e la madre, (i genitori erano separati), con il padre fu una cosa impressionante perchè quest’uomo era molto provato dal gravissimo tentativo di suicidio della figlia e facemmo lo zaino e disse “ti do tutto l’amore che ho per te perchè tu lo possa trasmetterlo ai tuoi figli, tutto l’amore che non ti ho mai detto di avere” piangendo sconsolatamente, poi ci fu un abbraccio straordinario. Poi in un seguente incontro ho lavorato con la madre che era una depressa che lei doveva sempre sostenere, invece nell’incontro la madre si dimostrò molto più competente con la figlia di quanto lei pensasse. Dopo questi incontri la paziente disse al suo terapeuta “durante questi incontri con i miei genitori ho sentito un clic e mi sono resa conto che posso guarire”, per cui sono cose molto potenti e significative anche in casi gravi come questo

SoM – Ci sono situazioni in cui, sempre all’interno della terapia individuale sistemica, non propone l’allargamento?

AC – Io cerco di farlo sempre perchè è una risorsa e un arricchimento della persona, ma certamente ci sono situazioni in cui non si può fare, perchè i pazienti hanno molta paura, o cresciuti in una logica di potere sentono che sono stati schiacciati o derisi nei loro tentativi, o che saranno risucchiati di nuovo dalla famiglia, ci sono casi in cui non si può fare

SoM – Quindi si procede con un lavoro individuale di ricostruzione

AC – Certo, tutte le controindicazioni possono essere risolte, tranne una: che è la malafede. Secondo me è l’unica grande controindicazione, contro la quale a volte non abbiamo armi per difenderci. Molte volte il paziente non ti dice che viene mandato in terapia, che la moglie gli ha detto “o vai in terapia o mi separo” o molte volte ha fini oscuri, certamente abbiamo strumenti come il controtransfert, però la verifica certa la faremo con gli allargamenti, come mi diceva un paziente in terapia di coppia, quando spiegai cosa avremmo fatto, “ma così non si può barare!”, per cui io cerco di farlo sempre, io non so se è perchè sono troppo entusiasta del modello, a volte capita che ci innamoriamo del nostro modello e diventiamo un po’ fondamentalisti, però io ho visto che questo funziona clinicamente, i risultati si raggiungono, per cui penso che il mio delirio è questo! Convocare famiglie di origine! Però è un delirio che produce buoni risultati per cui non prenderò l’aloperidolo!

SoM – Ultima domanda, l’integrazione con gli approcci non sistemici. Cosa ne pensa? L’ha effettuata in prima persona? Ha effettuato per esempio forme di training per imparate tecniche o approcci diversi dal suo?

AC – Si, io ho fatto 35 anni fa un paio di laboratori gestaltici che mi sono stati molto utili, poi ho imparato alcune tecniche psicodrammatiche, ho lavorato anche su concetti cognitivisti e psicoanalitici. Nella sua essenza la psicoanalisi è un’antropologia famigliare, ma io sono molto critico con la tecnica, ho visto troppi fallimenti terapeutici per una tecnica che passa anni ad analizzare il pupazzo senza toccare il ventriloquo, questo porta a fallimenti terapeutici, e sfortunatamente ne ho visti tantissimi. Questo è il dramma della psicoterapia, si dice in Argentina “ogni maestrino con il suo librino”, ognuno cerca il suo…però io punto molto sui fallimenti terapeutici che chiamo “la voce poco ascoltata dei pazienti” e sopratutto penso che i pazienti possano aiutarci a capire i problemi significativi dei loro congiunti perchè li conoscono da anni. Il terapeuta individuale purtroppo, nel suo santuario, nel suo delirio di onnipotenza, crede che può risolvere tutto con i pazienti e molte volte si mette in un braccio di ferro micidiale con la famiglia in cui è sempre la famiglia che vince, purtroppo a spese del paziente; perchè il terapeuta può annoverare più fallimenti terapeutici, però per il paziente si tratta della sua unica vita, per questo sono molto critico con questa posizione del terapeuta che non è per niente umile, io so che la famiglia è molto più potente del paziente e di me e questo mi da una forza notevole per lavorare con loro, può sembrare onnipotenza e invece nasce dalla mia convinzione che loro sono più forti di me, per cui andrò a lavorare intensamente con loro perchè riescano a modificare i comportamenti disfunzionali

SoM – Quindi la famiglia in una funzione co-terapeutica, quando possibile

AC – Si, la famiglia viene convocata come testimone per collaborare, ovviamente a volte vediamo problemi seri che dobbiamo trattare a volte a brutto muso, ci sono situazione molto difficili. la famiglia fa impazzire i suoi membri ma anche li può guarire, noi dobbiamo approfondire le risorse che possono intensificare la forza guaritrice della famiglia. Noi possiamo stare una vita perchè il paziente migliori combattendo le sue incompetenze individualmente, invece stimolando le risorse già si relativizzano i problemi, per cui convocare una famiglia che possa aiutare il suo congiunto è sempre una risorsa utile e a volte determinante per la sua evoluzione.

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