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Il Nobel per la Medicina a 3 Psicologi

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

Il Nobel per la Medicina a John O?Keefe, May-Britt Moser ed Edvard Moser – Il PostConsigliato dalla Redazione

Il premio ai tre ricercatori per i loro studi sulle cellule cerebrali che si occupano di farci capire dove ci troviamo e la direzione in cui ci stiamo dirigendo (…)

Tratto da: Il Post

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Da castigo degli dei a diversamente abili: l’identità sociale del disabile nel corso del tempo

La storia recente è stata testimone di un cambiamento epocale, che ha visto affermati i diritti delle persone disabili nell’ambito dell’educazione, del lavoro e del tempo libero. Attualmente nella definizione di diversamente abile è racchiuso un paradigma innovativo, ovvero quello di una speciale normalità, che è fatta di punti di forza e di criticità.

L’identità sociale del disabile nel corso della storia dell’umanità è stata oggetto di alterni destini, che si sono concretizzati, spesso, in epiteti denigratori: da castigo degli dei presso la civiltà greco-romana ad espressione di forze malefiche e diaboliche nel medioevo, da giullare di corte nel Rinascimento a malato incurabile nell’Ottocento, da vita che non merita di vivere durante il nazismo a diversa abilità nella società odierna. La storia recente è stata testimone di un cambiamento epocale, che ha visto affermati i diritti delle persone disabili nell’ambito dell’educazione, del lavoro e del tempo libero. Attualmente nella definizione di diversamente abile è racchiuso un paradigma innovativo, ovvero quello di una speciale normalità, che è fatta di punti di forza e di criticità.

Castigo degli dei, capro espiatorio, disonore della stirpe

Già in alcuni graffiti dell’epoca paleolitica compare la diversità fisica, a cui è attribuita un significato positivo, ossia di una molteplicità che connota la fenomenologia variegata della natura umana.

Nel pensiero greco, alimentato dall’agiografia del corpo perfetto, la disabilità suscita condanna e disprezzo. I maggiori filosofi greci dimostrano un ostracismo verso la diversità corporea. La città ideale di Platone, per esempio, deve essere abitata da individui perfetti, che generano figli sani. Egli prescrive un incremento degli accoppiamenti fra questi eletti per un fine riproduttivo, mentre auspica una morigeratezza di costumi fra i mostri, onde evitare che la bruttezza e l’indegnità fisica abbia un seguito generativo. Aristotele è dell’opinione che lo Stato deve impedire l’allevamento e la cura dei neonati deformi, che rappresentano uno sperpero di risorse ed energie.

Nelle prime società elleniche il disabile è ritenuto un capro espiatorio, che ha una funzione sociale ben codificata. Egli è frutto dell’ira degli dei e, quindi, viene al mondo come castigo divino. In pratica, quando gli dei hanno qualche controversia con gli umani, fanno sì che i prodotti generativi antropologici (lo sperma dell’uomo e il mestruo della donna) subiscono dei processi nocivi, che conducono alla generatività di mostri. La maggior parte di essi è giustiziata alla nascita. Alcuni, invece, sono allevati e destinati a diventare capri espiatori. In caso di carestie o di eventi naturali funesti, la popolazione sceglie, fra questi mostri lasciati in vita, il soggetto più repellente da immolare agli dei. La ritualità del sacrificio prevede una successione di eventi ben delineati. Il disabile è portato fuori dalle mura, bastonato sui genitali per sette volte e infine bruciato vivo sul rogo. In ultimo, si raccolgono le sue ceneri e si disperdono in mare, con l’obiettivo di placare la volontà degli dei (Stilo, 2013, pag. 10).

Un destino più benevolo attende i disabili che presentano un corpo non intaccato da mostruosità. Godono di un certo rispetto i ciechi e i pazzi. Secondo la mentalità comune, i ciechi non vedono quello che accade nel presente e, per questa ragione, percepiscono il tempo futuro e, quindi, sono in grado di predire gli accadimenti. I pazzi, nei loro deliri, sono capaci di parlare con gli dei, per cui non bisogna inimicarseli se si vuol godere della benevolenza divina.

Anche la cultura ebraica aborrisce il mostro: infatti, nell’antico testamento l’individuo che presenta qualche deformità fisica non può avvicinarsi a Dio e neanche compiere alcuna offerta votiva per invocare la sua indulgenza (Cario, 2014, pag. n.n.).

La civiltà romana eredita da quella greca il culto del bello e del corpo perfetto, archetipo di una supremazia che affermerà la sua potenza in tutto il mondo allora conosciuto. Per Seneca la disabilità può essere paragonata alla vita inutile. Nell’opinione popolare la mostruosità di un figlio è un disonore per l’intera stirpe. A tal riguardo, ogni nuovo nato subisce il rito dell’innalzamento al cielo, che indica che è stato accolto dalla sua famiglia, divenendo cittadino romano. In pratica, subito dopo la nascita l’infante è portato dal pater familias, che constatata la sua integrità fisica o morale (sono immorali i figli nati da relazioni extraconiugali), lo solleva in alto, presentandolo agli dei. Se questo non avviene il neonato subisce l’esposizione, ossia l’infante viene messo in un cumulo d’immondizie, fuori casa, e lasciato morire (Stilo, op. cit., pag. 8). Anche nella società romana il mutilato e lo storpio non possono accostarsi agli dei, a causa della loro indegnità fisica.

Diabolici, malvagi e giullari

Dopo la caduta dell’Impero romano, nel periodo medioevale, rimane lo stigma negativo che caratterizza la disabilità. La madre è ritenuta la principale responsabile della deformità del proprio figlio. In altre parole, la mostruosità del bambino partorito è uno specchio delle sue colpe, che possono andare dal semplice adulterio ad una relazione carnale con le forze malefiche e diaboliche. In questo caso il destino è segnato: entrambi bruciano sul rogo.

La Chiesa alimenta tale visione della disabilità, ovvero come frutto dell’intervento di forze diaboliche. Il papa Gregorio Magno è un convinto assertore di questa tesi, per cui si fa portatore del costrutto che in un corpo deforme non può esserci un’anima che abbia la grazia di Dio. Il vescovo Cesario di Arles afferma che la disabilità è frutto della lussuria, che induce a non rispettare con l’astinenza i giorni che devono essere dedicati al Signore, cioè le festività e il periodo della quaresima. Chi non si attiene a tale precetto corre il rischio di avere dei figli affetti da lebbra, epilessia e, quindi, posseduti dal demonio (Stilo, op. cit., pag. 14).

Ai disabili, però, è permesso girare, soprattutto in occasione delle festività religiose, per le città medievali con lo scopo di chiedere l’elemosina. Essi devono essere percepiti dai normali come un monito perenne che deve ricordare la triste sorte riservata a chi non rispetta i precetti della Chiesa, appesantendo quella situazione antropologica già fortemente ipotecata dal peccato originale e dalla cacciata dal paradiso.

In questo periodo assorge a spettro principale della punizione divina la peste. Essa è considerata il castigo meritato da chi ha commesso molti peccati, soprattutto di lussuria. C’è la convinzione che la lebbra sia una patologia a trasmissione sessuale e, onde evitare la sua diffusione, i malati devono essere riconoscibili.

Per tale ragione portano appesa al collo una campana che avverte del loro arrivo e una croce gialla, che troneggia sugli indumenti. Per tenerli lontani dalla città con l’obiettivo di evitare il contagio fisico e morale, sono costruiti i lazzaretti che li ospitano. In questa maniera si pongono le basi per quel discorso ideologico, destinato ad implementarsi nei periodi successivi, che ha il suo paradigma fondante nella separazione dei sani dai malati, ovvero nell’emarginare ogni diversità sociale (Foucault, 1998). In più di una circostanza i lebbrosi diventano capri espiatori. Famosa a questo riguardo è la congiura di cui furono accusati nel 1321 in Francia. In pratica, essi furono ritenuti responsabili di aver ordito la fine del regno francese, attuata disseminando la lebbra nei fiumi e nei pozzi di Francia.

Una sorte diversa, fra i disabili, è riservata ai gobbi e ai nani, che diventano giullari di corte, a cui spetta il compito di far divertire i nobili. Di essi si ha un grande rispetto: sono gli unici membri della corte che possono permettersi il lusso di dire quello che pensano anche al proprio re.

In quel tempo, i folli assumono il ruolo sociale di portatori dell’eredità satanica. Essi sono considerati il concentrato di tutte le nefandezze e le malvagità imputabili al genere umano. Ed è proprio per questa ragione che devono essere isolati dal resto del mondo. Si creano, così, i presupposti per quelle strutture di segregazione che diventeranno i manicomi.

La moltitudine dei folli comprende un’umanità variegata, che è fatta di mendicanti, vagabondi, nulla tenenti, disoccupati, sfaccendati, delinquenti, individui politicamente sospetti, eretici, donne di facili costumi, libertini… figlie disonorate, figli che sperperano il patrimonio (Stilo, op. cit., pag. 22).

Si delinea, così, la divisione medica – sociale – culturale fra patologie del corpo e patologie della mente, fra folli e savi. Le due categorie di pazienti trovano allocazione in strutture distinte. I manicomi si diffondono in tutta Europa. In alcuni di essi i pazienti sono racchiusi in gabbie e, pagando un piccolo obolo, possono essere osservati nelle loro stravaganze dal popolo.

L’ostracismo verso i disabili non conosce tregua. Nel catechismo tridentino del 1566 sono stabiliti i requisiti che consentono di diventare sacerdote. Fra le condizioni che non possono permettere di officiare messa è inserita l’indegnità, che deriva dall’essere pazzi, sanguinari, omicidi, bastardi… deformi e storpi. Infatti la deformazione ha qualcosa di ripugnante che può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti (Stilo, op. cit., pag. 23).

Curabili – Incurabili, Produttivi – Improduttivi

Con l’illuminismo, la concezione della disabilità subisce una profonda trasformazione. In pratica, secondo Diderot, citato in Cario (2014, op. cit., pag. n.n.), la disabilità è sintonica con la non perfezione della natura e come tale è da considerarsi fisiologica.

In questo lasso di tempo si afferma in maniera preponderante la medicina, in quanto scienza esercitata da una parte di quella élite che detiene il potere, ovvero la borghesia.

La disabilità è medicalizzata e curata negli ospedali che, in numero crescente, sorgono in quel periodo. Essa viene classificata a seconda della sua curabilità, per cui i disabili sono divisi in due categorie, i curabili e gli incurabili. Fra questi ultimi rientrano i malati di mente, il cui destino è quello di essere internati per tutta la vita.
Relativamente alla disabilità psichica, Pinel, però, il fondatore della psichiatria moderna, ne sostiene la curabilità. Nel suo trattato del 1800 Trattato medico-filosofico sull’alienazione, citato in Stilo (op. cit., pag. 26), egli propone una cura della malattia mentale che prevede due strategie terapeutiche. La prima è l’allontamento del malato dal mondo esterno, la seconda è la cura psicologica che consiste nell’aiutare il paziente a non pensare alle sue idee bizzarre, distraendolo con altri interessi. In realtà questa terapia non è mai applicata, in quanto i disabili psichici continuano ad essere semplicemente allontanati dalla società, attraverso il ricovero coatto nei manicomi, dove non ricevono nessuna cura e assistenza.

A metà del settecento comincia la ristrutturazione dei processi produttivi che porta alla nascita, in Europa, delle prime industrie. L’introduzione delle macchine nella filiera produttiva, che avviene in maniera massiccia nell’Ottocento, fa sorgere i primi disabili fisici, la cui invalidità è causata proprio dall’utilizzo di questi nuovi mezzi industriali.

Il numero sempre crescente di individui che presentano problematiche visive o menomazioni ortopediche cambia la percezione sociale della disabilità. In pratica, essa è ritenuta una condizione da dover curare, studiando tutti gli ausili che possono permettere a questi soggetti di ritornare ad essere attivi e, quindi, nuovamente utilizzati nelle industrie. Laddove questo non può avvenire, i nuovi disabili sono condannati ad una condizione di marginalizzazione sociale.

Scemi di guerra e la vita che non merita di vivere

La fine della prima guerra mondiale produce un elevatissimo numero di disabili. Otto milioni di invalidi, mutilati, ciechi e pazzi, i cosiddetti scemi di guerra (Stilo, op. cit., pag. 34). La disabilità assume una connotazione sociale differente, ovvero viene vista come una condizione da rispettare e a cui dover rimediare, anche attraverso aiuti economici.

Durante il periodo hitleriano si assiste ad una regressione ideologica. Il nazismo definisce la disabilità come la vita che non merita di vivere e si rende protagonista di una distruzione di massa dei disabili, in particolar modo di quelli che presentano deficit mentali (Friedlander, 1997).

Alla fine degli anni Trenta è promulgato il Decreto Ministeriale sull’obbligo di dichiarazione dei neonati deformi (Stilo, op. cit., pag. 36). Secondo questa legge, chiunque fra il personale sanitario è a conoscenza della nascita o dell’esistenza di disabili affetti da patologie psicofisiche ha l’obbligo di segnalarli ad un Comitato Nazista, creato a tale scopo. Questi minori sono ricoverati nei reparti di eutanasia infantile, che si trovavano presso ogni ospedale, dove sono lasciati morire di fame oppure uccisi attraverso la sperimentazione di nuovi e potenti farmaci o avvelenati mediante l’utilizzo massiccio di morfina e barbiturici. Per i disabili adulti il destino è segnato già da lungo tempo: il campo di concentramento, a cui segue la camera a gas.

Diversamente abili – portatori di diritti inalienabili

Dagli anni 70 del secolo scorso, la considerazione della disabilità ha subito una vera e propria metamorfosi. In Italia, per esempio, sono state approvate delle leggi che hanno mutato la percezione sociale della disabilità, ovvero da malattia – menomazione a diversa normalità. In altri termini, i soggetti disabili, alla luce delle nuove normative, sono divenuti portatori di diritti, piuttosto che oggetti di assistenza di stampo pietistico.

A questo riguardo sono da menzionare:

  • La legge 180 del 1978: è la normativa che ha chiuso gli ospedali psichiatrici, disciplinando i trattamenti sanitari nell’ambito della disabilità mentale (Giberti e Rossi, 1983);
  • La legge 517 del 1977, che ha aperto le scuole ai diversamente abili, promuovendo l’integrazione e creando la figura dell’insegnante di sostegno (Piazza, 1996); 
  • La legge 104 del 1992, che ha sostenuto i diritti delle persone disabili lungo l’intero ciclo di vita, implementando gli strumenti per favorire l’integrazione scolastica, sociale e lavorativa (G. U. 15 aprile 1994, n. 87).

In ambito internazionale la maggiore rivoluzione è stata compiuta dalla Organizzazione Mondiale della Salute che ha redatto l’ICF nel 2001. Esso non è altro che la classificazione del funzionamento, della disabilità e della salute dell’individuo. Secondo il paradigma bio-psico-sociale, che è alla base di tale documento, la persona disabile ha risorse e potenzialità che possono estrinsecarsi o rimanere latenti, a seconda dell’ambiente in cui vive. In altre parole, il contesto può fungere da barriera, ostacolando il manifestarsi di queste risorse possedute, oppure essere un facilitatore, che incoraggia l’espressione di queste potenzialità. In ragione di ciò la disabilità è intesa come uno stato di salute in un ambiente non favorevole (OMS, 2002). 

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Disabilità e qualità della vita – Il tempo libero della persona disabile 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Cario, M. (2014). Breve storia della disabilità. Educare. it, Anno XIV, N.7, luglio 2014.
  • Foucault, M. (1998). Storia della follia nell’età classica. Milano: Rizzoli. ACQUISTA
  • Friedlander, H. (1997). Le origini del genocidio nazista: dall’eutanasia alla soluzione finale. Roma: Editori Riuniti.
  • Giberti, F. e Rossi, R. (1993). Manuale di Psichiatria. Padova: Piccin.
  • Legge 5 febbraio 1992, n. 104. Legge – quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. G. U. 15 aprile 1994, n. 87.
  • OMS (WHO) (2002). ICF [CIF], Classificazione Internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute. Trento: Erickson. DOWNLOAD
  • Piazza, V. (1996). L’insegnante di sostegno. Trento: Erickson.
  • Stilo, S. (2013). La disabilità nella storia – Unità 1. Roma: Unimarconi.

Fondamenti di Terapia Cognitiva a cura di Carmelo La Mela – Recensione

Sara Mori

Il libro offre una guida al modo con cui “fare terapia” tra “scientificità e laboratorio artigianale” a tutti coloro che ne condividono l’approccio, a coloro che siano semplicemente motivati ad esplorarne le peculiarità o, è proprio il caso di dirlo in questo contesto, a quanti cerchino “una base sicura” alla propria pratica clinica.

Il libro “Fondamenti di Terapia Cognitiva” a cura di Carmelo La Mela nasce dall’idea di scrivere un manuale pratico e quanto più possibile semplice e chiaro per gli allievi del primo biennio delle scuole di specializzazione in psicoterapia cognitiva.

L’handbook, scritto a più mani, delinea una descrizione delle correnti principali del cognitivismo, dando uno spazio maggiore rispetto ad altre opere, ad una delle dimensioni  più approfondite all’interno del contesto mediterraneo ed italiano in particolare: quella relazionale. L’accento posto sulle dinamiche interpersonali, specialmente quelle che si attivano all’interno della relazione terapeutica, apre la strada a nuove modalità di concettualizzazione del caso clinico, particolarmente utili nel trattamento dei disturbi di personalità e di quelle forme di psicopatologia resistente alla terapia standard.

Il modello teorico è ampiamente descritto nella prima parte del libro nella quale gli autori illustrano i principi fondamentali e le evoluzioni della terapia cognitiva. All’interno di questa sezione vengono approfondite le funzioni metacognitive, dandone una definizione operativa utile a concettualizzare il caso clinico e pianificare il trattamento, e viene descritto il modello LIBET (Life Themes and plans implication of Biased Beliefs: elicitation and treatment) del quale sono esposti gli elementi principali riportando esempi utili a spiegare il trattamento dei pazienti “difficili”.

Questa prima parte si conclude con un capitolo dedicato al contributo che la teoria dell’attaccamento offre alla teoria cognitivista di origine beckiana, con un’attenzione particolare alla descrizione dei sistemi motivazionali. Tale prospettiva vede nelle vicende relazionali avvenute in età precoce il contesto in cui si originano gli schemi di sé e quelli interpersonali. La qualità di queste relazioni è ritenuta una variabile fondamentale per lo sviluppo della metacognizione, che si configura come una funzione mentale alla base  della capacità di regolazione delle emozioni e della comprensione della mente altrui.

Nella seconda sezione del libro viene completato il quadro teorico attraverso la descrizione dei fattori di vulnerabilità e di mantenimento della sofferenza psicologica. Vengono riportati casi clinici per spiegare in modo pratico il ruolo patogenetico della vulnerabilità cognitiva e sono approfonditi diversi aspetti che concorrono al mantenimento del disturbo: i bias cognitivi, i comportamenti protettivi, le metacredenze, il rimuginio e la ruminazione, ma anche i cicli interpersonali e il loro legame con gli schemi interpersonali e i sistemi motivazionali interpersonali. Tra i fattori di mantenimento, in linea con la prospettiva offerta dal volume, viene affrontato il tema della dissociazione e di come sia possibile identificare fenomeni dissociativi nella sintomatologia presentata dal paziente.  

La terza sezione del libro è ricca di esempi clinici con cui vengono descritte le fasi iniziali della terapia: dal primo contatto col paziente che chiede spesso una risposta psicopatologica e nosografica ad un quesito a volte vago, alle tecniche cognitive per mettere in atto un rigoroso  assessment cognitivo.

Il manuale dipinge le componenti che si configurano come il cuore della fase iniziale della terapia cognitiva: l’assessment, la definizione del problema in termini cognitivisti, la definizione del contratto terapeutico, la condivisione di scopi e la scelta delle strategie terapeutiche. Anche in questo caso vengono approfonditi in modo particolare gli aspetti inerenti la relazione terapeutica, tra cui la sua funzione di regolazione emotiva e il processo motivazionale nelle diverse fasi del percorso terapeutico.

Nella parte conclusiva del libro sono illustrate le tecniche: da quelle utili nel colloquio, tra cui la disputa,  a quelle cognitive per l’intervento sulle meta credenze a quelle comportamentali. In Appendice, a caratterizzare ancora di più in senso pratico il volume, si trovano esempi di griglie per la concettualizzazione del caso e una descrizione esemplificativa e completa di un caso clinico.
   
Il libro offre dunque una guida al modo con cui “fare terapia” tra “scientificità e laboratorio artigianale” a tutti coloro che ne condividono l’approccio, a coloro che siano semplicemente motivati ad esplorarne le peculiarità o, è proprio il caso di dirlo in questo contesto, a quanti cerchino “una base sicura” alla propria pratica clinica.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Il Colloquio in Psicoterapia Cognitiva di G.M. Ruggiero e S. Sassaroli – Recensione

 

BIBLIOGRAFIA:

Papà e messaggi: quando il rapporto con i propri figli è legato all’uso delle nuove tecnologie

Laura Stefanoni e Veronica Iazzi

FLASH NEWS

Da uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università del Kansas e pubblicato su Emerging Adulthood è emerso che può essere importante, nel rapporto padre- figlio, la capacità di comunicare via email e facebook.

Jennifer Schon, PhD che si occupa di studiare le modalità di comunicazione, ha trovato che le relazioni soddisfacenti tra i giovani adulti ed i loro genitori sono moderatamente influenzate dal numero di mezzi utilizzati per comunicare tra loro, come cellulari, email e social network.

I partecipanti allo studio, costituito da 367 giovani adulti con un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, hanno compilato un sondaggio circa i mezzi di comunicazioni utilizzati per comunicare con i propri genitori, il modo in cui usano la tecnologia ed il grado di soddisfazione in merito alla loro relazione con i genitori. Sono stati inoltre indagati i metodi comunicazione utilizzati, quali telefono fisso, cellulari, messaggi, whatsapp, snapchat, email, video chiamate, social network e gioochi online. In media, i partecipanti hanno riportato l’uso di circa tre canali di comunicazione.

Questo studio mostra come inizialmente per alcuni genitori le nuove tecnologie costituiscano un mezzo di comunicazione poco utile o troppo complicato. Tuttavia, nonostante le difficoltà e la fatica nell’imparare ad usare questi nuovi mezzi di comunicazione, è emerso come i genitori apprezzano infine il valore comunicativo degli stessi.

A differenza di studi precedenti che si sono occupati di indagare la comunicazione tra giovani adulti ed il gruppo dei pari, lo studio di Schon è stato il primo a occuparsi della comunicazione tra giovani adulti ed i loro genitori. La ricerca mostra come aggiungere un ulteriore canale di comunicazione ha un modesto incremento sulla qualità della relazione familiare e sul livello di soddisfazione.

Secondo Schon, l’uso di un maggior numero di strumenti di comunicazione potrebbe favorire il livello di soddisfazione in merito alla relazione con il proprio genitore. In altre parole, Schon afferma che una migliore competenza dei genitori nell’uso di strumenti tecnologici favorisca un tipo di comunicazione più efficace ed appropriata. Ciò è risultato inoltre essere il migliore indice del grado di felicità nella relazione familiare.

I genitori che sono comunicatori efficaci nell’utilizzo delle nuove tecnologie non hanno riportato differenze a seguito dell’aggiunta di un ulteriore mezzo di comunicazione. Coloro, invece, che mostravano una minore competenza comunicativa beneficiavano maggiormente di tale aggiunta. In particolare la ricerca di Schon si riferisce ai padri che tendono ad usano un minor numero di mezzi di comunicazione e che comunicano meno frequentemente e per poco tempo con i propri figli.

Da questa ricerca e dal successivo follow up è emersa inoltre l’importanza della frequenza di comunicazione nelle relazioni tra genitori e giovani adulti. Nello specifico, ciò che è risultato significativo è l’utilizzo dei messaggi al fine di mantenere un contatto con i propri genitori, anche con brevi comunicazioni, piuttosto che il contenuto stesso del messaggio.

 

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Silenzio e dialogo ai tempi di WhatsApp – Tecnologie e Psicologia

 

BIBLIOGRAFIA:

 

La canzone come strumento terapeutico e riabilitativo – Report dal Congresso di Modena, 24 Ottobre 2014

Gaspare Palmieri, Cristian Grassilli

Se dunque l’arte, compresa la musica, è di fatto un mediatore empatico della comunicazione tra l’artista e il suo fruitore e se, come ha spiegato Jasper, il disagio mentale non si può non capire senza empatia, si dovrebbe poter affermare che un resoconto artistico che tratta il tema della sofferenza psicologica può effettivamente facilitare la comprensione della psicopatologia ed un esempio in questo senso potrebbe essere la canzone d’autore all’interno di un percorso terapeutico.

Nell’ambito della Settimana della Salute Mentale Mat 2014, Venerdì 24 Ottobre presso La Tenda di Modena si è svolta la mattinata di studio dal titolo “La canzone come strumento terapeutico e riabilitativo”, promossa dall’Associazione Escomarte, l’Ospedale Privato Villa Igea e ovviamente dagli psicantrici (Segreteria scientifica: Dr. G. Palmieri).

Dopo i saluti del Dr. Paganelli di Escomarte e del Dr. Lorusso, Direttore Sanitario di Villa Igea, ha aperto le danze il Dr. Stefano Mazzacurati, psichiatra e scrittore, che, da raffinato intellettuale ed umanista, ha fatto un excursus sul significato storico e psicologico della canzone.

Mazzacurati ha messo in luce diversi aspetti di questa forma musicale, dall’antichità fino ai giorni nostri, partendo dalle canzoni provenzali e soffermandosi su un canto delle lavandaie napoletane,”Jesce sole”, in cui l’elemento consolatorio individuale del cantare era centrale.

Ha suddiviso la canzone poi in quattro diversi filoni: la canzone feuilleton, la canzone rock, la canzone d’autore e la canzone ironica. Ha poi riflettuto sul senso della canzone e dell’uso che ogni individuo ne può fare: tra chi la considera come un megafono di uno stato d’animo che già si prova e chi invece la utilizza come leva per far provare delle emozioni. Ha concluso che lo spazio delle canzoni è lo spazio dell’io, che nasconde un’intenzione ed è alla ricerca di un significato.

Successivamente è stato il turno del Dr. Gabriele Catania, psicologo clinico dell’Ospedale Sacco di Milano e docente universitario, ma soprattutto autore dell’interessantissimo libro “La terapia De Andrè” (2013), che racconta esperienze dell’uso di canzoni di Faber in contesti psicoterapici.

Il Dr. Catania ha iniziato il proprio intervento citando il concetto di empatia e di “giusta distanza” del famoso filosofo e psichiatra tedesco Karl  Jasper, ricordando che “nell’atto dell’approccio empatico, lo psicopatologo è come un attore che si immedesima nel personaggio pur restando se stesso” (Jaspers,1959).

Catania ha illustrato le basi neurobiologiche dell’empatia con riferimenti agli studi sui neuroni specchio e alla neuroestetica, un’area di ricerca che coinvolge le scienze cognitive e l’estetica e che affianca un approccio neuroscientifico alla consueta analisi estetica della produzione e della fruizione di opere d’arte.

Recentemente alcuni ricercatori, tra cui il Professor Vittorio Gallese, che fa parte del gruppo degli scopritori dei neuroni specchio assieme a Rizzolati, Fadiga e Fogassi, hanno potuto osservare l’attivazione della corteccia motoria in presenza di un’opera visiva astratta (nel caso specifico i tagli su una tela di Lucio Fontana), che non rappresentava alcun corpo in movimento.

Il collega ha ipotizzato che tale risonanza emotiva si possa stabilire anche per le altre forme artistiche, come ad esempio tra un musicista e chi lo ascolta. Alcuni studi hanno mostrato come il livello di empatia di un musicista in concerto sia direttamente correlato all’attività delle aree frontali dell’emisfero cerebrale destro dove risiedono i sistemi dei neuroni specchio.

E’ stato inoltre osservato che i musicisti più coinvolti nell’esecuzione mostravano livelli di empatia più elevati, il che equivale a dire che la capacità di suonare in concerto è correlata alla comprensione dei comportamenti, delle emozioni e delle intenzioni dell’altro. Secondo quanto sostenuto dalla neuroestetica dobbiamo aspettarci che lo spettatore, nell’osservare i movimenti di un artista nella sua performance musicale partecipi, attraverso l’attivazione dei suoi neuroni specchio, alla performance stessa condividendone i contenuti emotivi. E questo è evidente a chiunque partecipi a un concerto, come è altrettanto intuibile che questi stessi effetti di compartecipazione emotiva si possono ottenere anche durante il solo ascolto di un brano musicale, perché nella nostra mente l’immaginazione ha gli stessi effetti della realtà esterna.

Se dunque l’arte, compresa la musica, è di fatto un mediatore empatico della comunicazione tra l’artista e il suo fruitore e se, come ha spiegato Jasper, il disagio mentale non si può non capire senza empatia, si dovrebbe poter affermare che un resoconto artistico che tratta il tema della sofferenza psicologica può effettivamente facilitare la comprensione della psicopatologia ed un esempio in questo senso potrebbe essere la canzone d’autore all’interno di un percorso terapeutico.

Il collega ci ha poi fornito un esempio dell’utilizzo della canzone “Un matto” di De Andrè durante il lavoro clinico con un paziente affetto da psicosi, ascolto effettuato con l’obiettivo di aiutare quel paziente ad accettare meglio la cura e a collaborare in modo più funzionale al progetto terapeutico. Ci ha poi reso partecipi del nuovo progetto “Faber in mente”, un concept disc, realizzato dall’associazione Amici della mente Onlus in collaborazione con la scuola di musica Cluster di Milano, in cui i testi di nove brani di Fabrizio de Andrè, sono stati riscritti dal Dr. Catania, nel tentativo di rappresentare in modo empatico la dimensione esistenziale delle storie cliniche che ha raccontato nel suo libro “La terapia De Andrè”.

Durante la pausa c’è stata l’esibizione della psychiatric band Fermata Fornaci nata all’interno del Day Hospital di Villa Igea e coordinata dalla cantautrice Barbara Rosset. I ragazzi hanno regalato tre brani del loro vasto repertorio.

I lavori sono ripresi con la presentazione del musicista e musicoterapeuta Paolo Alberto Caneva, coordinatore e insegnante del corso di musicoterapia del Conservatorio di Verona, che svolge la propria attività clinica in un centro diurno psichiatrico ed è autore del libro “Songwriting. La composizione di canzoni come strategia di intervento musicoterapico” (2007). La presentazione del collega è stata suggestiva, poichè ha privilegiato gli aspetti visuali e musicali per chiarire il suo punto di vista sulla musicoterapia.

Attraverso i filmati proposti (tra cui un meraviglioso estratto del film Yes Man con Jim Carr) ha sottolineato che l’obiettivo primario della musicoterapia è quello di dare la possibilità a chiunque di partecipare al “fare musica” e di scoprirsi protagonista di tale processo ludico e creativo. Ha poi dato la parola alla musica, facendo ascoltare tre brani composti dagli utenti del suo centro e sottolineando con la pratica che “quello che non riusciamo a dire, possiamo cantarlo!”.

La mattina si è conclusa con il doppio intervento del dott. Palmieri e del dott. Grassilli, che hanno raccontato la propria esperienza sull’uso della canzone presso l’Ospedale Privato Villa Igea.

Il Dr. Grassilli ha raccontato l’esperienza di songwriting presso la Residenza e Semiresidenza per adolescenti Il Nespolo e presso la Residenza Psichiatrica a Trattamento Protratto Il Borgo. Grassilli ha illustrato la struttura del laboratorio con le varie attività proposte: realizzazione di canzoni (cover) richieste alla fine dell’incontro precedente (possibilità di arrangiamenti e accompagnamenti musicali), riscrittura del testo di canzoni, adattamento di testi su basi musicali, songwriting di testi e musiche originali.

Ha poi mostrato il procedimento per la costruzione di una canzone in gruppo, una volta scelto un tema, partendo da brevi frammenti musicali fino alla strutturazione di strofe e ritornelli. L’accento è stato posto anche sulla possibilità che offre la canzone di poter parlare di sé, in relazione al tema affrontato e di come ad esempio l’evoluzione del personaggio della canzone, durante lo sviluppo del testo, crei possibili agganci con le storie e le narrative degli utenti (condivisione dei vissuti, strategie di coping, elaborazione e confronto rispetto al tema ad esempio del “sentirsi inadeguati e giudicati”). Infine è stata fatta ascoltare una canzone creata da un utente alla quale tutto il gruppo si è impegnato per la registrazione e per il canto nei ritornelli.

Il Dr. Palmieri ha descritto il gruppo di ascolto settimanale di canzoni che conduce con utenti psichiatrici ricoverati presso il reparto Villa Centrale. Ha portato l’esempio dell’utilizzo di una scheda ABC musicale che aiuti gli utenti a identificare in modo più preciso pensieri, stati emotivi e immagini evocati dalla canzone. Anche in questo caso i contenuti dei brani e le storie dei cantati entrano in risonanza con le storie e i vissuti degli utenti, fornendo stimoli importanti per lo svelamento e la condivisione di episodi di vita e stati mentali problematici, che possono successivamente essere ripresi nelle sedute psicoterapiche individuali.

Palmieri ha inoltre presentato un’esperienza di songwriting nell’ambito dello stesso gruppo, che ha portato alla riscrittura de La canzone di Marinella di De Andrè. In questo caso la storia della protagonista viene sostituita dalla storia dell’utente, pur mantenendo lo schema metrico e la struttura in rima. Tale esercizio costituisce uno sforzo di sintesi metanarrativa in cui il paziente cerca rileggere il proprio disagio e i motivi che l’hanno portato al ricovero, distanziandosi in modo critico.

 

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La Settimana della Salute Mentale, Mat 2014: "La canzone come strumento terapeutico e riabilitativo"
La Settimana della Salute Mentale, Mat 2014: “La canzone come strumento terapeutico e riabilitativo”

Combattere l’effetto sunk cost attraverso la mindfulness

Un processo di decision making razionale non dovrebbe essere influenzato dai soldi già spesi che non sono più recuperabili. Questo regola però viene spesso violata dalle persone e questi costi sommersi influenzano le decisioni sulle azioni presenti o future.

Sei al cinema ed hai appena comprato i biglietti per uno spettacolo, ad un tratto incontri un amico con i tuoi stessi gusti cinematografici il quale ti dice di aver già visto quel film e che è veramente brutto.

Come ti comporti, vai ugualmente a vedere il film perchè oramai hai già comprato i biglietti? In questo caso sei caduto nel cosiddetto effetto sunk cost.

Un processo di decision making razionale non dovrebbe essere influenzato dai soldi già spesi che non sono più recuperabili. Questo regola però viene spesso violata dalle persone e questi costi sommersi influenzano le decisioni sulle azioni presenti o future.

Le basi neuronali di questo Bias (distorsione cognitiva) sono ancora sconosciute, nonostante la sua influenza sul comportamento. Usando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) su soggetti alle prese con un compito di decision-making in ambito finanziario, i ricercatori hanno riscontrato che un investimento precedente riduceva il contributo della corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) al decision- making successivo, e tale riduzione dell’attività della vmPFC è correlata con l’effetto sunk cost. Inoltre l’attività della corteccia prefrontale dorsolaterale è correlata negativamente con l’attività della vmPFC.
L’interazione tra queste due aree potrebbe favorire questa tendenza a persistere a sprecare soldi con cause perse solo perché ci abbiamo già investito.

Come combattere questa tendenza? Uno studio di un gruppo di ricercatori ha dimostrato che 15 minuti di meditazione mindfulness appena prima di effettuare la decisione, riduce la vulnerabilità delle persone all’effetto sunk cost.

I ricercatori pensano che probabilmente questa pratica di mindfulness aiuta a ridurre questo bias poichè tale errore è in parte causato dal ricordo dell’investimento precedente ed anche dall’anticipazione del rimpianto nel futuro nel caso che un progetto venga abbandonato.

Attraverso le interviste ad un campione di 178 persone adulte, I ricercatori hanno scoperto che la tendenza naturale a concentrarsi sul hic et nunc (chiamata mindful attention awareness) correlava con l’essere meno incline all’effetto sunk cost.

In 2 ulteriori esperimenti , che hanno coinvolto degli studenti, è stato visto che appena 15 minuti di meditazione mindfulness basata sul ritmo della respirazione portava ad essere meno vulnerabili al bias durante lo svolgimento di compiti di decisione in casi di business.  Nel primo esperimento si chiedeva agli studenti di scegliere di comprare una stampante di nuova tecnologia anche se avevano già investito in una più vecchia. Il secondo esperimento invece richiedeva di prendere la decisione di disinvestire sulla produzione di un aereo da guerra poichè un’azienda rivale ne aveva creato un modello superiore.

In entrambi i casi, i partecipanti che si sono sottoposti al training di mindfulness hanno dimostrato una resistenza maggiore all’effetto sunk cost (rispettivamente 78% e 53%) rispetto al gruppo di controllo (44% e 29%) a cui diversamente è stato chiesto di pensare a quello che si voleva.

Il prossimo passo sarà quello di capire se il far vagare la mente tra mille pensieri aumenti la vulnerabilità a quest’effetto. Quindi, quando dobbiamo prendere la decisione di continuare o meno in qualcosa in cui abbiamo già investito, prendiamoci 15 minuti per concentrarci sul momento attuale prima di prendere una decisione.

 

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Fattori genetici implicati nelle capacità attentive e nello sviluppo di ADHD

FLASH NEWS

I deficit dell’attenzione riguardano solo il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) oppure è possibile rintracciare in tutta la popolazione un’ampia gamma di funzionamento delle capacità attentive?

La risposta a questa domanda potrebbe avere importanti ripercussioni sia sulla diagnosi psichiatrica sia sulla società più in generale.

Uno studio condotto da alcuni ricercatori della Cardiff University School of Medicine dell’Università di Bristol e pubblicato su Biological Psychiatry sembra suggerire l’esistenza di una grande varietà nel grado di funzionamento delle capacità attentive, dell’iperattività, dell’impulsività e delle capacità linguistiche, all’interno della società.

Specifici deficit di queste capacità sono risultati associati in varia misura ad un cluster di geni collegato con il fattore di rischio per l’ADHD. Guardare a queste funzioni come dimensioni o tendenze è tuttavia in contrasto con la visione tradizionale dell’ADHD, inteso come una categoria di disturbo.

Per rispondere alla domanda iniziale, il gruppo di ricercatori guidato dalla Dott.ssa Anita Thapar ha utilizzato informazioni sui dati genetici di pazienti con diagnosi di ADHD e dati provenienti da uno studio longitudinale condotto sempre presso l’Università di Bristol che ha coinvolto 14.500 famiglie residenti nell’area di Bristol allo scopo di valutare il peso dei fattori genetici e ambientali sullo sviluppo di genitori e bambini (Avon Longitudinal Study of Parents and Children, ALSPAC).

I ricercatori hanno creato dei punteggi di rischio poligenico – un punteggio composito degli effetti genetici in base al quale descrivere un indice di rischio genetico – di ADHD per 8,229 soggetti che hanno preso parte allo studio ALSPAC. In questo modo è stato trovato che il fattore di rischio poligenico per l’ADHD era positivamente associato con più alti livelli di iperattività/impulsività e di deficit di attenzione all’età di 7 e 10 anni nella popolazione generale. Tale fattore è inoltre risultato negativamente associato con le abilità di linguaggio pragmatico e l’abilità di usare appropriatamente il linguaggio in condizioni sociali. Dice Thapar:

I nostri ricercatori hanno trovato che un set di geni identificati come fattore di rischio in pazienti UK con una diagnosi clinica di ADHD durante l’infanzia è in grado di predire anche alti livelli di difficoltà di sviluppo in un gruppo di bambini della popolazione in generale, nel ALSPAC.

Joanna Martin aggiunge

I nostri risultati supportano l’esistenza di un livello genetico nel suggerire che la diagnosi di ADHD rappresenta la parte più estrema dello spettro di queste difficoltà. I risultati sono inoltre importanti in quanto suggeriscono che lo stesso set di geni, considerati come fattore di rischio, contribuisca a differenti aspetti dello sviluppo infantile che sono caratteristiche peculiari di disordini del neurosviluppo di disturbi quali ADHD o disordini dello spettro autistico.

Secondo il Dr. John Krystal potrebbe essere il caso di pensare che ad un certo punto i punteggi di rischio poligenico potrebbero aiutare, in associazione con altre informazioni cliniche, l’identificazione di bambini che avranno difficoltà nella scuola e in altri contesti a causa di difficoltà attentive. Obiettivo di questo tipo di identificazione precoce è quello di aiutare bambini a rischio di sviluppare queste difficoltà in modo da fornire loro un supporto che possa prevenire il disagio che incontreranno all’interno del contesto scolastico.

 

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Il Partito Democratico tra narcisismo e dissociazione

Il problema è che qualcuno decide, da sinistra, chi è di sinistra. Pretesa narcisistica. Salvo poi dissociarsi e cambiare idea.

Unire psicologia e divulgazione non è facile. È stata questa l’ambizione di State of Mind fin dall’inizio, e speriamo di esserci riusciti. Abbiamo tentato sempre di parlare di argomenti di interesse comune e di legarli a dati scientifici solidi. Qualche volta abbiamo parlato di costumi sociali, qualche altra volta di fatti di cronaca, altre volte ancora di eventi artistici. Raramente di eventi politici.

In questi giorni un collega aveva lanciato l’idea di tentare di scrivere qualcosa sulle afflizioni e i tormenti del partito democratico, ma l’entusiasmo non ha infiammato la redazione. Il rischio di banalizzare eventi storici e politici complessi e la difficoltà di mantenere una posizione imparziale in un campo che è invece dominato dalla passione delle fazioni non invitano i redattori a esporsi. Sta di fatto che il suggerimento si estinse.

Però qualche giorno dopo mi cade l’occhio su una dichiarazione di Matteo Renzi. E leggendola penso che forse essa è in grado di ispirarmi un commento (spero) non banale, in termini psicologici. Nelle furibonde polemiche sull’articolo 18 Renzi ha dichiarato che questo articolo

[blockquote style=”1″]è una regola degli anni Settanta che la sinistra allora non aveva nemmeno votato[/blockquote]

 

Possibile? L’articolo 18 non votato dalla sinistra? E allora da chi?

Beh, sappiamo che l’articolo 18 fu votato dai partiti di governo di allora. Ovvero, se non erro, da uno dei tanti governi all’epoca presieduti da Mariano Rumor e sostenuto da una coalizione politica costituita dalla Democrazia Cristiana (DC), dal Partito Repubblicano Italiano (PRI), dal Partito Socialista Unitario (PSU) e dal Partito Socialista Italiano (PSI) (Link). Quel governo approvò l’articolo 18 nell’ambito dello statuto dei lavoratori, legge 20 maggio 1970, n. 300, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Il Partito Comunista Italiano (PCI), in quanto partito di opposizione, si astenne.

 

Rumor, DC, PSI, PRI. Ma anche PCI. Nomi e sigle di un lontano passato, non so quanto comprensibile ai giovani di oggi. E poi quel PSU, che pochi possono ricordare. Era il nome che all’epoca aveva il PSDI, il Partito Socialista Democratico Italiano. Ma temo che anche questa sigla, PSDI, dica poco ai più giovani. Nomi inghiottiti dal tempo, a me però familiari sebbene all’epoca fossi minorenne, perché i miei genitori, come molti genitori di allora appassionati e impegnati di e in politica, parlavano precocemente e frequentemente di politica con i figli. Un’altra epoca, in cui tutto era impregnato, troppo impregnato, di passione e di ossessione politica.

 

Ma torniamo all’articolo 18. Il PCI si astenne, essendo all’opposizione. Però al governo c’erano il PSI e il PSU. PSI e PSU erano entrambi partiti socialisti, sia pure divisi dalla diversa posizione verso Marx: il PSU lo aveva pienamente ripudiato, mentre il PSI manteneva una posizione più ambigua. Né piena adesione al marxismo come il PCI, né ripudio come il PSU.

E già qui temo che il lettore si sia confuso e annoiato di queste cose passatissime e si chieda: due partiti socialisti? Che casino. E che c’entra tutto questo con la psicologia? La tentazione di deporre la penna (ancora il passato; in realtà dovrei spegnere il computer) fa capolino. Chi me lo fa fare di scrivere di politica? Oppure no. Forse tutta questa confusione merita anche uno sguardo psicologico.

Si potrebbe dire allora che non è vero, che Renzi si sbaglia, che la sinistra votò l’articolo 18. Lo votarono PSI e PSU, i due partiti socialisti. Dunque Renzi confuso e ignorante? Non so. Io ci andrei cauto nel deridere Renzi. Renzi è un frutto della sinistra cattolica, proviene da una forte tradizione politica toscana che risale a Giorgio La Pira (1904-1977), sindaco di Firenze e poi terziario francescano. Basti pensare che Renzi si è laureato in giurisprudenza con la tesi “Firenze 1951-1956: la prima esperienza di Giorgio La Pira Sindaco di Firenze”.

 

Con i cattolici di sinistra occorre sempre stare attenti

Sembrano bonari e innocui. Non assumono mai pose ieratiche alla Berlinguer e men che meno esprimono la iattanza di un D’Alema. È facile sottovalutarli. A differenza dei progressisti di provenienza comunista, non si atteggiano a intellettuali e non nutrono le alterigie o la stizzosità narcisistiche di coloro che ritengono di aver capito come cambiare il mondo dopo aver letto da giovani il Capitale di Marx. Questi cattolici di sinistra, essendo sgobboni, il Capitale lo hanno letto anche loro, insieme a molti altri libri che però si guardano bene dal citare, per non sembrare saputi. Sono maestri della conquista del consenso politico. Così è che governano da decenni, dapprima sotto il nome di democrazia cristiana e poi sotto il nome di partito democratico, con Prodi e ora con Renzi. Ed è così che non hanno fatto la fine di Occhetto e D’Alema: reprimendo con freddezza ogni narcisismo sussiegoso.

Ma dov’è la psicologia? Adesso arriva. Temo che Renzi, più che essere confuso, abbia creato volutamente confusione alla sua sinistra, al fine di scompaginarne ulteriormente le fila già sbandate. Dicendo che la sinistra non votò l’articolo 18 ha messo il dito su una piaga, anzi su due piaghe che torturano la sinistra italiana fin dalla fine della seconda guerra mondiale: la piaga della narcisismo e quella della dissociazione.

Narcisismo

La piaga narcisistica consiste nel fatto che il partito comunista, nel 1970 ancora affascinato da un’orgogliosa e auto-referenziale ideologia rivoluzionaria di assoluta opposizione a qualunque sviluppo politico occidentale, finiva per respingere -o almeno per non votare- anche le iniziative politiche più progressiste e sostanzialmente di sinistra, bollandole come truffe ai danni della classe lavoratrice. Come l’articolo 18 nel 1970. In questa logica i partiti democratici, socialdemocratici o laburisti tedeschi, scandinavi e dei paesi anglo-sassoni erano etichettati come partiti non di sinistra (incredibile, no?), falsi progressisti in realtà servi del capitale.

La conseguenza, paradossale ma reale non solo in Italia ma anche in altri paesi latini, è che le riforme a favore dei lavoratori le facevano i partiti non di sinistra ma di centro allora al governo: democristiani in Italia, gollisti e liberali in Francia. La sinistra comunista era confinata all’opposizione, sognando la rivoluzione e finendo per non votare le leggi a favore dello stato sociale. Come l’articolo 18.

Nei paesi nordici, invece, i partiti di sinistra, avendo smesso da tempo di sognare la rivoluzione, facevano il loro mestiere, ovvero costruivano lo stato sociale. In Germania per esempio fin dal 1959, anno della svolta di Bad Godesberg in cui Marx fu ripudiato. E non riesco a immaginare nulla di più narcisistico di un partito all’opposizione che sdegnosamente decide di togliere la patente di partiti di sinistra ai gloriosi partiti socialdemocratici scandinavi e tedeschi che governando costruivano lo stato sociale nei loro paesi. Narcisismo.

Dissociazione

La seconda piaga è dissociativa, e consiste in quel citare quel partito socialista li, al governo, come esempio da rinfacciare a Renzi per dimostrargli che la sinistra aveva votato a favore dell’articolo 18. Ora, sappiamo che, secondo una certa vulgata, il partito socialista avrebbe misteriosamente smesso di essere di sinistra negli anni ’80. Di qui la confusione, anzi la dissociazione: i socialisti sono o non sono di sinistra? Boh. Nel migliore dei casi, dipende dalle convenienza polemica del momento. Se si tratta di dare dell’ignorante a Renzi, i socialisti sono di sinistra. In altri casi, i socialisti non lo sono più. Senza contare che la precedente rimozione dei socialisti dalla sinistra costringe comunque a una riabilitazione a posteriori che confonde i più giovani. E poi ci sono quelli che forse non sanno nemmeno più che in Italia un tempo c’era un partito socialista. Insomma, sembra di parlare di guelfi e ghibellini. In questa nebbia sopravvive solo il termine anodino di “sinistra”, col risultato che tutti hanno ragione: la sinistra votò e non votò l’articolo 18. Possibilissimo, dato che Berlinguer diceva che il PCI era un partito di lotta e di governo. E così la confusione aumenta.

Però è vero che negli anni ’70 i socialisti quando votarono a favore dell’articolo 18 erano considerati ancora di sinistra. O almeno così avevano deciso quelli che erano più a sinistra di tutti. Se fosse così, non ci sarebbe dissociazione.

O quasi di sinistra. O forse no, già negli anni ’70 non erano più considerati di sinistra. Chi era nelle fila della sinistra italiana prima ancora degli anni ’80 sa bene che la lenta espulsione ideologica del partito socialista dalla sinistra iniziò fin da quando questo partito entrò, negli anni ’60, nel governo a costituire i cosiddetti governi di centro-sinistra. Governi democristiani e socialisti, dunque, che attuarono riforme socialdemocratiche, ovvero le riforme del welfare tipiche degli anni ’60 in tutto l’occidente, anni in cui perfino in USA ci si lanciò nel grande esperimento quasi-socialdemocratico della “Great Society” merito del presidente Lyndon B. Johnson (altro interessante caso di politico progressista ideologicamente “espulso” dalla sinistra).

Un momento. Abbiamo detto: riforme socialdemocratiche? Ovvero proprio le riforme bollate come falsa sinistra dall’intero gruppo dirigente comunista italiano? Come si vede, l’espulsione del PSI dalla sinistra era già iniziata.

E il problema è sempre quello: che qualcuno decide, da sinistra, chi è di sinistra. Pretesa narcisistica. Salvo poi dissociarsi e cambiare idea. Tra narcisismo e dissociazione c’è di che perdere la testa.

Forse è meglio non scrivere articoli di politica.

 

Sul narcisismo consigliamo “Metacognizione e psicopatologia: Valutazione e trattamento“ di Giancarlo Dimaggio e Paul Lysaker, sulla dissociazione “Sviluppi Traumatici” di Gianni Liotti e Benedetto Farina (2011)

 

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PSICOLOGIA & POLITICA

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Adulti Asperger inclini a pensieri suicidi: che influenza ha la società?

Il quadro clinico di depressione secondaria negli Asperger è imputabile all’isolamento sociale, alla mancanza di servizi di qualità e alla difficoltà che questi adulti riscontrano nel mantenere una soddisfacente vita lavorativa oltre che affettiva.

Uno studio di coorte condotto dall’University of Cambridge ha evidenziato la maggior presenza di pensieri suicidi negli Asperger piuttosto che nella popolazione neurotipica. Una conclusione piuttosto scontata per chi vive questa condizione di neurodiversità e forse anche per le persone a lui più vicine.

La sindrome di Asperger, menzionata per la prima volta nel DSM IV e non più presente nel DSM V, si differenzia dal quadro clinico di Autismo per l’assenza di ritardi clinicamente significativi nello sviluppo cognitivo e del linguaggio, delle capacità d’autonomia e del comportamento adattativo pur presentando le caratteristiche tipiche di difficoltà nell’interazione sociale e la tendenza a comportamenti ripetitivi o a sviluppare interessi ristretti.

E’ gia strato dimostrato come questa condizione si correli frequentemente alla depressione ma pochi studi fino ad ora avevano indagato la presenza di ideazione suicidaria in questi soggetti.

Illustri nomi in materia di autismo, la dott.ssa Cassidy ed il Prof. Baron-Cohen, hanno sottoposto un questionario a 374 soggetti diagnosticati Asperger da adulti tra il 2004 e il 2013 nel Regno Unito, con l’intenzione di verificare la presenza, nel corso della loro vita, di depressione, ideazione suicidaria, piani e tentativi di suicidio.

I risultati sono stati ovviamente comparati con i dati riguardanti l’ideazione suicidaria tra la popolazione generale neurotipica ed i pazienti psicotici.

I ricercatori hanno riscontrato che ben il 66% degli intervistati Asperger ha riferito di aver pensato al suicidio, contro il 17% della popolazione generale e il 59% degli psicotici. Di questo 66% inoltre, il 35% ha dato seguito a questi pensieri pianificando o addiritura tentando il suicidio.

La presenza di depressione nella storia di vita dell’adulto Asperger è risultata essere un fattore determinante nel promuovere pensieri e comportamenti suicidari. Nel dettaglio chi ha una storia di depressione è quattro volte più a rischio di imbattersi in pensieri suicidari ed è due volte più probabile che pianifichi o tenti il suicidio.

Il Prof. Baron-Cohen sottolinea opportunamente che il quadro clinico di depressione secondaria negli Asperger è imputabile all’isolamento sociale, alla mancanza di servizi di qualità e alla difficoltà che questi adulti riscontrano nel mantenere una soddisfacente vita lavorativa oltre che affettiva. In attesa che ulteriori studi confermino la presenza di altri fattori coinvolti nella predisposizione all’ ideazone suicidaria, faremmo bene a prendere atto di questi primi dati.

Noi tutti potremmo, per esempio, ridurre il nostro egocentrismo, iniziare a considerare la neurodiversità una disabilità perchè in relazione con un mondo che abbiamo plasmato a nostro uso e consumo, governato da regole sociali che promuovono l’esclusione di chi ad esse non sa naturalmente aderire.

In questo scenario le proposte di aiuto per la popolazione Asperger, sin dall’infanzia, risultano troppo spesso un violento tentativo di nascondere la neurodiversità sotto un buon programma di addestramento neurotipico, pensato da neurotipici, per una società neurotipica che non contempla la possibilità di ristrutturarsi per accogliere la neurodiversità e svincolarla dal preconcetto di disabilità.

Perchè molto spesso, ciò che rende depresso e a rischio di suicidio un Asperger, non è la sua condizione neurobiologica ma una realtà sociale che imputa ad essa la responsabilità di una condizione psicologica come la depressione e di conseguenza non è in grado di offrire un servizio di sostegno psicoterapeutico adeguato.

Solo recentemente si sta cercando di adattare la terapia cognitivo-comportamentale alle caratteristiche di funzionamento autistico ma anche in questo caso il grosso limite di cui tener conto è che sono ancora una volta i neurotipici a farlo.

Tutto ciò crea un enorme sbilancio culturale a cui dovremmo porre rimedio perchè, ad oggi, questi individui hanno fatto molti più passi nella nostra direzione di quanti ne abbiamo fatti noi e forse anche questa è la ragione per cui ci ritroviamo a leggere gli spiacevoli esiti di ricerche come queste.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Boyhood (2014) di Richard Linklater: Ciak, si cresce!

L’innovazione di questo progetto cinematografico sta nell’aver deciso di seguire sul serio la crescita del protagonista anno dopo anno, andando di pari passo con la crescita degli attori: le riprese, infatti, sono cominciate nel 2002, quando appunto l’interprete principale eras solo un bambino e sono durate 12 anni.

La trama racconta la vita ordinaria della famiglia di Mason: secondogenito di genitori ancora troppo giovani, vive con la madre, che, dopo la separazione, riprende gli studi per diventare insegnante; è una donna energica, ma sola, affascinata da uomini con un ruolo gonfio di carisma (un professore universitario prima, un ufficiale dell’esercito americano poi), soliti a lasciarsi affogare nell’alcool. Il padre, invece, troppo perso per stare così presto in quel ruolo genitoriale, si arrabatta tra una vita ancora provvisoria e i weekend spesi con i figli. Sullo sfondo un pezzo di America negli anni della guerra afgana e l’elezione di Obama, dell’evoluzione della tecnologia e delle mode musicali.

La vita di Mason si inserisce in questo scenario e racconta, dal suo punto di vista, un susseguirsi di trasferimenti e nuove dimensioni familiari, i successivi matrimoni fallimentari della madre e la nuova relazione del padre. Ma soprattutto disegna in maniera puntuale il suo cammino di crescita, dell’infanzia e dell’adolescenza, fino al collage, declinandone emozioni, cambiamenti e scossoni. Mason si affaccia al mondo destreggiandosi con stile tra giochi di bambino e prime conflittualità, amori e delusioni, passioni e prime volte.

Il film colpisce senza scadere nella scontata retorica che le dinamiche che si susseguono possono insinuare. È una fotografia in movimento di un percorso evolutivo e familiare che scorre tra gioie e sofferenze. È un’epopea formativa che ben delinea l’importanza e la ricchezza degli anni che precedono l’età adulta.

Si riflettono dallo schermo emozioni pure, sane e autentiche, specchio di quel mondo giovanile descritto dallo sceneggiatore in maniera mirabile e precisa, reso tale dallo spessore e dalla caratterizzazione di ciascun personaggio.

Grazie alla protezione della madre da una precarietà relazionale in cui tende ad infilarsi, ma allo stesso tempo da cui esce con determinazione, alla genuinità di un padre che tra patatine fritte e testi di canzoni gli insegnerà quanto basta, e grazie a tutte le figure che ruotano intorno a lui, nel corso del tempo, Mason riuscirà a cogliere ogni attimo che il percorso di crescita gli offrirà, rendendolo un neoadulto pronto per girare una nuova scena della sua vita.

Il film offre una rappresentazione fedele di un imprescindibile periodo di vita, uguale per tutti, ma per tutti differente, la cui qualità orienta e condisce l’itinerario di sviluppo (cognitivo, emotivo e relazionale) che conduce verso un sano e coerente sé adulto.

 

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Ipersensibilità del sistema immunitario come fattore di rischio per lo sviluppo della depressione

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Differenze individuali del sistema immunitario di ciascun individuo possono essere considerate fattori di rischio per sviluppare sintomi legati a depressione o ansia.

Il livello di sensibilità allo stress può aumentare il rischio di sviluppare la Depressione. Secondo uno studio condotto presso la Scuola Icahn di Medicina Mount Sinai, preesistenti differenze individuali del sistema immunitario di ciascun individuo, possono essere considerate fattori di rischio per sviluppare sintomi legati a depressione o ansia.

Studi precedenti avevano riscontrato una forte associazione, ancora poco chiara, tra presenza di elevati livelli di molecole infiammatorie nel sangue e maggior numero di globuli bianchi con la presenza di depressione ed ansia negli individui. 

Gli autori hanno misurato sia i livelli di leucociti nel sangue che livelli di citochina IL-6 in topi non aggressivi prima e dopo l’esposizione a provocazioni sociali da parte di un topo aggressivo. Entrambi i valori misurati sono risultati essere elevati in topi più vulnerabili allo stress già prima di essere esposti a situazioni stressanti.

I ricercatori hanno poi convalidato l’aumento dei livelli di IL-6 in due gruppi distinti di pazienti umani con diagnosi resistente al trattamento Disturbo Depressivo Maggiore. Gli autori sostengono che il sistema immunitario può diventare ipersensibile ad un agente stressante e portare alla disregolazione cronica di processi infiammatori che alla fine causano la malattia.

I topi particolarmente vulnerabili allo stress, manifestano comportamenti molto simili al Disturbo Depressivo (per esempio l’evitamento sociale), a differenza di altri topi che mostrano invece una risposta resiliente alla fonte stressante. In individui che presentano maggiore vulnerabilità allo stress, la presenza di alti livelli della proteina Interleuchina-6 può portare a sviluppare sintomi riconducibili a disturbo depressivo e disturbo d’ansia.

Gli autori suggeriscono di utilizzare i risultati raggiunti dalla presente ricerca, per pensare a nuove forme di trattamento anche farmacologico, come per esempio l’uso di inibitori della proteina IL-6 che può ridurre il rischio di recidive per il Disturbo Depressivo maggiore.

I disturbi da stress e molti processi infiammatori sono insieme associati ad aumento della prevalenza di molte altre malattie croniche, come le malattie cardiache e ictus che sono altamente in comorbilità con disturbi emotivi, questi risultati possono fornire anche indicazioni per trattamenti per diverse malattie.

 

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La Depressione e la Biologia all’SPR 2014 – Copenhagen

 

BIBLIOGRAFIA:

Developmental Psychopathology: origini storiche e prospettive

Armando Biamonte

La Psicopatologia dello Sviluppo è una disciplina scientifica il cui scopo è quello di chiarire come l’interazione tra gli aspetti biologici, psicologici, sociali e ambientali possa determinare lo sviluppo normale e anormale durante tutta la vita, e muovendosi proprio sul confine di interazione tra normale e patologico, attraverso questo costante confronto, fornisce il quadro teorico di riferimento per la prevenzione e l’intervento dei disturbi psicopatologici.

Con il termine “Developmental Psychopathology” si identifica una disciplina scientifica che ha origine negli Stati Uniti e che possiamo provare a tradurre in italiano con il termine “Psicopatologia dello Sviluppo”, un termine che in realtà in Italia viene utilizzato in modo più ampio, ma che identifica un ambito di studi ben preciso che si sta diffondendo nel resto dell’Europa e ormai anche in Italia.

La Psicopatologia dello Sviluppo è una disciplina scientifica il cui scopo è quello di chiarire come l’interazione tra gli aspetti biologici, psicologici, sociali e ambientali possa determinare lo sviluppo normale e anormale durante tutta la vita, e muovendosi proprio sul confine di interazione tra normale e patologico, attraverso questo costante confronto, fornisce il quadro teorico di riferimento per la prevenzione e l’intervento dei disturbi psicopatologici.

Per la Psicopatologia dello Sviluppo l’interazione tra fattori di rischio e fattori di protezione può influenzare il processo evolutivo. Per esempio, se vari fattori di rischio si sono dimostrati estremamente dannosi per il funzionamento normale, interagendo tra di loro e moltiplicandosi, sarà altrettanto importante considerare sia i fattori di protezione, che possono influire sull’azione degli stessi fattori di rischio, che l’interazione tra i fattori di rischio e i fattori protettivi, in quanto processi simili sono alla base di disturbi anche diversi.

La psicopatologia dello sviluppo ha il merito di aver integrato gli approcci teorici derivanti da diverse discipline, che troppo spesso sono tenute in considerazione solo se isolate tra di loro, come la Psicologia Clinica, la Psichiatria e la Psicopatologia, promuovendo così un nuovo sapere scientifico e un netto progresso delle nostre conoscenze.

La psicopatologia dello sviluppo sostiene che per ogni singolo individuo esista un percorso di sviluppo specifico, e di conseguenza ogni esperienza traumatica avrà degli effetti specifici che dipenderanno dalla vulnerabilità e dalla resilienza della persona: semplicemente, la psicopatologia dello sviluppo sottolinea l’importanza di una valutazione dell’individuo e dell’unicità del suo percorso evolutivo, in quanto considera tutti i disturbi psicopatologici in generale non come una malattia, ma come un esito evolutivo proprio della storia di quell’individuo.

In quest’ottica la psicopatologia può considerarsi come l’espressione di un fallimento della capacità di adattamento al proprio ambiente e nella regolazione dei compiti evolutivi, ma anche come un processo esteso nel tempo.

Un importante aspetto del paradigma della psicopatologia dello sviluppo è rappresentato dalla prospettiva relazionale dell’adattamento. Infatti, secondo questa prospettiva, quando sono presenti disturbi psicologici, è molto probabile che siano presenti anche dei disturbi relazionali.

La rivoluzione che la psicopatologia dello sviluppo comporta nello studio delle relazioni sta nel fatto che più che considerare i disturbi relazionali come fattori di rischio, li considera come veri e propri precursori della psicopatologia individuale.

In questo ambito teorico la ricerca ha preso avvio dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby che rappresenta il pilastro concettuale, attraverso il quale la psicopatologia dello sviluppo sottolinea come i problemi evolutivi non possano essere considerati solo come problemi del bambino ma dovranno essere sempre considerati come problemi della relazione tra un bambino e le caratteristiche del proprio ambiente che non fornisce al bambino la necessaria esperienza di regolazione per adattarsi al contesto.

Esiste un’associazione tra una grave patologia della personalità e un’esperienza infantile di maltrattamenti e violenza: se i bambini sono maltrattati, ma hanno la possibilità di sperimentare una relazione d’attaccamento significativa che fornisce la capacità di elaborare l’evento traumatico, questi saranno in grado di elaborare positivamente la loro esperienza e l’abuso non sfocerà in un disturbo grave della personalità, al contrario dei soggetti con una relazione di attaccamento disfunzionale, che hanno minori probabilità di superare l’esperienza dell’abuso e maggiori probabilità di sviluppare una psicopatologia.

Le perturbazioni relazionali, soprattutto nelle primissime fasi dello sviluppo, possono indicare una condizione evolutiva a rischio in cui si verificano in modo ripetitivo interazioni incoerenti e insensibili, che, nel caso perdurassero potrebbero evolvere verso una psicopatologia individuale o relazionale.

Nell’ambito di questo inquadramento teorico si è voluto approfondire come viene trattata una classe di disturbi ancora molto controversa come quella dei disturbi dello spettro autistico, sui quali manca ancora l’accordo non solo sulle cause, ma anche sulle terapie. Approfondire come questo nuovo approccio affronti il disturbo autistico, risulta interessante per evidenziare cosa può offrire di nuovo nel campo delle psicopatologie in generale.

La psicopatologia dello sviluppo riesce a fornire una visione molto ampia e articolata dei disturbi psicopatologici, come, appunto, i disturbi dello spettro autistico, che per eccellenza rappresentano la disfunzione del sistema relazionale, ma sottolinea come bambini con una stessa diagnosi possano presentare enormi differenze tra loro, così come bambini con diagnosi diverse possano presentare profili molto simili.

Per esempio, un bambino può ricevere una diagnosi di autismo perché presenta delle difficoltà nel relazionarsi con gli altri, quando in realtà i suoi problemi specifici riguardano la difficoltà nell’elaborare le informazioni verbali e una iper-reattività ai suoni acuti. Di conseguenza, le parole di chi gli sta intorno potrebbero diventare confuse e aggressive provocando un disagio emozionale contro cui il bambino potrebbe mettere in pratica un meccanismo di difesa che lo porta ad isolarsi.

Detto ciò, le prospettive evolutive, sottolineano come la sindrome autistica rispecchi una sequenza generale, delle tappe, evidenziando cioè le manifestazioni sintomatologiche che emergono nelle diverse fasi dello sviluppo.

Questo approccio potrebbe essere interpretato come un tentativo di generalizzare le stesse manifestazioni sintomatiche, evidenziando cioè tutte le caratteristiche comuni sia rispetto al disturbo e sia rispetto alla singola persona che ne risulta affetta: è bene ricordare che la psicopatologia dello sviluppo sottolinea come sia importante un costante confronto tra il normale e il patologico,  ma anche di come sia importante confrontare i dati specifici ed individuali riguardanti il singolo caso clinico con i dati generali della patologia, e di come la stessa psicopatologia debba essere concepita come un processo esteso nel tempo, perché proprio da questi elementi sarà possibile ricostruire le diverse linee di sviluppo di una storia individuale, sia del disturbo e sia dell’individuo.

La psicopatologia dello sviluppo ha come obiettivo principale quello di prevedere lo sviluppo psicopatologico, quindi, anche nei confronti delle sindromi dello spettro autistico,  diventa necessario valutare quali siano le manifestazioni precoci dei disturbi destinate a consolidarsi e strutturarsi nel tempo e riconoscere le trasformazioni a cui vanno incontro questi disturbi durante lo sviluppo.

Per esempio: uno dei segni sintomatologici caratteristici della sindrome autistica, è il mancato aggancio dello sguardo che emerge già nel primo periodo di vita del bambino, cioè entro i primi sei mesi di vita, fino a diventare evitamento dello sguardo entro il primo anno.

Individuare la presenza di una difficoltà emotiva o comportamentale in età precoce, soprattutto nella sua fase di organizzazione, e intervenire tempestivamente, costituisce un importante fattore di protezione rispetto al rischio di una strutturazione di un disturbo più radicato e complesso.

Secondo la psicopatologia dello sviluppo, per meglio comprendere la sindrome autistica è importante partire da una concezione multifattoriale e considerarla come una perturbazione generalizzata e grave del processo di sviluppo che assume caratteristiche specifiche in relazione alla persona che ne è affetta.

I benefici di questa nuova prospettiva sono evidenziabili non solo nel processo di diagnosi ma anche nell’approccio terapeutico, e possiamo citare una tecnica d’intervento chiamata TMA, ovvero Terapia Multisistemica in Acqua, che utilizza gli assunti teorici della psicopatologia dello sviluppo, partendo dal pilastro rappresentato dalla teoria dell’attaccamento, che viene utilizzata proprio nel trattamento delle sindromi autistiche.

È un particolare approccio terapeutico che si svolge in un setting rappresentato dalla piscina, altamente individualizzato volto ad influenzare i disturbi del comportamento e relazionali, con mezzi prettamente psicologici ed educativi, attivando prima di tutto il sistema relazionale.

Il contributo nuovo di questa disciplina è da rintracciare proprio nel concetto “multifattoriale”, perché accanto agli elementi biologici, genetici, psicologici, sociali e ambientali, questo approccio evidenzia anche la dimensione temporale, la dimensione individuale e la dimensione relazionale, andando cioè ad affrontare un qualsiasi quadro psicopatologico utilizzando il maggior numero di prospettive, senza limitarsi ad individuarne una sola causa e soprattutto senza dover generalizzare le manifestazioni sintomatologiche e, ponendo l’accento sul carattere fondamentalmente evolutivo, individuale  e relazionale del comportamento deviante, rappresenta una valida alternativa agli approcci tradizionali.

Possiamo renderci conto, in conclusione, di quante variabili potranno intervenire e interferire con le linee di sviluppo e di come da esse potranno derivare percorsi evolutivi patologici diversi: individui diversi potranno sviluppare lo stesso disturbo mentale seguendo percorsi diversi, i disturbi mentali potranno essere causati da diversi fattori e non da una sola causa; potranno inoltre esistere diverse manifestazioni sintomatologiche per uno stesso disturbo e identificare un fattore di rischio potrà solamente far luce su un aspetto di un quadro molto più complesso.

 

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 European Society for Trauma and Dissociation – Report dal congresso 2014

 

BIBLIOGRAFIA:

 

L’addio silenzioso di Clotilde. Di fronte al suicidio di un paziente – Centro di Igiene Mentale – CIM Nr.14 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

– CIM CENTRO DI IGIENE MENTALE – #14

L’addio silenzioso di Clotilde 

 

 

– Leggi l’introduzione –

Nonostante la discrezione di Clotilde nell’andarsene come se si trattasse di uno sfortunato incidente Biagioli si rendeva conto che quel corpo sul tavolo di marmo indicava inesorabilmente che qualcosa non aveva funzionato. I meccanismi consolatori dell’autoinganno stentavano ad attivarsi, quella morte lo pervadeva e lo accusava.Era la terza volta nella sua carriera ma la prima durante una psicoterapia così lunga.

Il senso di colpa, la rabbia, la tristezza e persino un po’ di ansia si mescolavano nella sua testa in quella domenica pomeriggio tutta sbagliata. Era confuso. Il dottor Biagioli non avrebbe mai creduto di assistere personalmente a quello che Clotilde aspettava da tutta una vita, sul quale tanto avevano lavorato insieme: il riconoscimento da parte della madre.

Non era ciò che avevano auspicato. Non era quello il riconoscimento tanto inutilmente agognato. La fredda luce al neon non rendeva giustizia all’ambrato della sua pelle, ai suoi riccioli biondi con iniziali spruzzate d’argento. I tratti del volto irrigiditi e taglienti la assomigliavano ai profili decisi di certi eroi greci nelle illustrazioni dell’Iliade su cui Carlo aveva preparato la stentata maturità. Aveva l’impressione che gli sorridesse beffarda con una complicità che escludesse la madre che cantilenava singhiozzi, domande tardive e maledizioni all’universo intero e inumidiva di lacrime il maglione di Carlo cui aggrappata voleva estorcere un assoluzione delegata e tardiva.

Era lui ora a custodire i segreti che credeva indicibili. Biagioli dal momento che a casa aveva appreso la notizia per la solerzia di un infermiere del pronto soccorso che conosceva la vicenda per aver sostituito al CIM per tre mesi Luisa Tigli in maternità era certo che si trattasse di un suicidio. Clotilde in un’estrema attenzione per non disturbare e creare imbarazzo, forse soprattutto a lui, aveva scelto quel metodo inconsueto, incerto nel risultato (verrebbe da dire pericoloso, se non suonasse comico, dal punto di vista di un candidato al suicidio) per archiviare la sua dolorosa esistenza. Si era semplicemente esposta lungamente al pericolo correndo a manetta con la sua Honda 750 sulla pedemontana via dei laghi, contando sul fatto che la statistica prima o poi fa giustizia dei comportamenti estremi. Il contachilometri era fracassato sui 180km/h.

Per ironia della sorte involontari complici del progetto furono i signori Pace che riaccompagnavano la nonna Assunta alla casa di riposo dopo la libera uscita domenicale. Quest’ultima, seduta a fianco del figlio conducente, fu la più contrariata al pensiero fuggevole che la accompagnò, prima ancora di Clotilde dinanzi a San Pietro, della soddisfazione che avrebbe regalato alla odiata nuora con il risparmio della retta dell’ospizio. Il pensiero estremo di Clotilde era stato invece per Carlo, l’ultimo dei numerosi psichiatri che avevano cercato di raddrizzare la sua indole storta. Un altro che avrebbe deluso, era la sua specializzazione. Un altro che aveva idealizzato e disprezzato. Povero Carlo(aveva imposto il “tu” dalla prima seduta) in quasi tre anni di psicoterapia era stato un amorevole e rispettoso compagno di viaggio sopportando le sue intemperanze, gli dispiaceva essere un suo fallimento e ciò era la prova di quanto poco fosse guarita.

Clotilde era tecnicamente una borderline. Donna del tutto o niente. Di grandi passioni: amori estremi ed altrettanto assoluti e improvvisi odi. Il contatto con il CIM era avvenuto 5 anni prima dopo un ricovero in SPDC per avere, completamente ubriaca e strafatta di cocaina, quasi ucciso di botte la sua coinquilina, una ventottenne calabrese, rea di aver lasciato il formaggio scartato nel frigo o, più probabilmente, di averla provocata per poi negarsi all’ultimo momento.

 

Quella pericolosa dinamica relazionale che Eric Berne chiama il gioco di “violenza carnale”. Si, perchè il difetto essenziale di Clotilde era la sua omosessualità confinante e sconfinante con un disturbo dell’identità di genere. Era fallata sin dalla nascita, un pezzo di seconda scelta da gettare o svendere. Tutti i quarantacinque anni dell’esistenza di Clotilde erano stati un continuo tentativo di essere accettata, riconosciuta e amata nonostante questo difetto originario che lei stessa non riusciva a nominare. Nonostante le numerose terapie che aveva fatto sin da bambina per i problemi più diversi quel suo desiderio rimaneva inconfessabile e ribaltato nella coscienza in una intransigente omofobia.

Dopo le sue tre sorelle maggiori la sua nascita era stata una vera delusione. Il corredino preparato era rigidamente azzurro e “Massimo” il nome scelto per colui che avrebbe dovuto dare prosecuzione al glorioso cognome dei Visani. Invece la sua presenza nefasta aveva dato l’avvio alle disgrazie. Il padre Ottavio, burbero e stimatissimo professore di greco al liceo classico di Terni era morto d’infarto prima che lei compisse un anno,forse per il dolore del maschio mancato. La sorella maggiore si era fatta mettere incinta da un figlio dei fiori e viveva in casa con i due gemellini dei fiori. La madre era dovuta andare a lavorare alle poste per sfuggire all’assedio della miseria. Coltivava un rancore ovviamente inconfessabile per quelle figlie che l’avevano costretta a lasciare il suo piccolo regno casalingo. In particolare per Clotilde, quel maschio mancato che, anche secondo lei, aveva ucciso Ottavio.

Ufficialmente non sapeva dell’omosessualità della figlia ma non perdeva occasione per vomitare disprezzo verso tutte le diversità e specificamente verso gay e lesbiche ( meglio un figlio morto che frocio era il suo slogan, quando veniva a conoscenza di una di queste situazioni). Clotilde aveva corso tutta la vita per riscattarsi fino alla curva in cui aveva incontrato l’incolpevole mercedes dei signori Pace.

Nella famiglia materna le apparenze sociali contavano più di tutto. Da grande si rese conto che ciò era probabilmente dovuto al fatto che la nonna materna ricca e temuta moglie del podestà aveva messo al mondo due figli, la madre e suo zio, che tutti sapevano essere bastardi, figli del farmacista cui somigliavano come due gocce d’acqua. L’importante signora dunque se ne andava impettita e altezzosa per il corso del paese con quei due ragazzini per mano che per i loro 4 anni di differenza di età testimoniavano una cornificazione tutt’altro che passeggera del signor eccellentissimo podestà.

In quella famiglia l’immagine sociale era tutto e la vergogna da fuggire a tutti i costi. Ci mancava sola una figlia lesbica! Fino alla pubertà molti la scambiavano per un maschietto per l’aspetto e gli interessi che coltivava..Mai un vestito o una gonna, sempre sudata per i giochi sfrenati e polverosi. Aveva imparato a fare pipì stando in piedi e ricercava lo scontro fisico con i coetanei, esclusivamente maschi con cui giocava. Con lo sviluppo puberale aveva assistito disgustata alla femminilizzazione del suo corpo. Quei rigonfiamenti che lievitavano di mese in mese non le appartenevano e li camuffava in tutti i modi con abiti informi. A tredici anni era stata iniziata all’amore saffico dalla sua insegnante di pianoforte, una sessantenne amica della madre che le confesso, forse per eccitarla, i particolari di una relazione sessuale con suo padre. Di quel pomeriggio estivo ricordava la confusa miscela di vergogna, colpa, piacere e soprattutto la sensazione di essere finalmente arrivata a casa. Aveva incontrato la sua identità: non era un maschio, era lesbica. Da quel momento, forte di una bellezza ambigua tra l’eroe omerico e la femminilità botticelliana si avventurò con il fragile battello del suo animo alla ricerca di quell’amore che non l’aveva accolta al suo arrivo in questo mondo. Desiderava le donne con un impeto assolutamente maschile.

Tra i 18 e i 22 anni visse quella che avrebbe chiamato con una nostalgia inestinguibile “la mia scintillante primavera”. Pur rimanendo nascosta conobbe tutto l’universo gay del paese avviando alla loro vera natura che intuiva infallibilmente , come un espertissimo talent scout, numerosissime ragazzine, senza disdegnare le donne mature e persino le vecchie. Diceva che quello era stato il suo periodo bulimico.

Le passioni si avvicendavano rapidamente sempre con la cifra della drammaticità. Clotilde era infatti convinta di dare il meglio di sé nella fase del corteggiamento e traeva sollievo dal conquistare. Ancora non erano conclusi i festeggiamenti per il successo che già batteva in ritirata per evitare una sconfitta che sentiva sicura. Le altre che si innamoravano di lei o si sbagliavano. o non la vedevano realmente,o erano stupide. In questo modo riusciva a mantenere saldamente deficitaria la sua autostima Era certa che ad una intimità più stretta e duratura il bluff che sentiva di essere non avrebbe retto. Lasciava o, più spesso, faceva in modo di essere lasciata per non correre il rischio di vedere sul viso dell’altra quella delusione che, nonostante i suoi sforzi non era mai riuscita a cancellare dal volto della madre e che immaginava essere stata l’espressione che l’aveva accolta in questo mondo.

Di sforzi ne aveva fatti moltissimi. Diplomatasi all’istituto tecnico per geometri con il massimo dei voti, aveva iniziato a lavorare da subito nei cantieri contribuendo al mantenimento della famiglia. Si era fatta strada in un ambiente tipicamente maschile. Biagioli, di fronte alla preoccupazione che la sua omosessualità venisse scoperta le aveva suggerito l’ipotesi che fosse un segreto di pulcinella considerate le sue frequentazioni esclusivamente femminili, il suo abbigliamento militare e i suoi hobby (motociclismo, pugilato).

Parlarne con la madre, obbiettivo primo di tutti i suoi sforzi di essere accettata, era improponibile e persino in seduta usava giri di parole per non usare la parola “omosessualità”. Cosa avrebbe detto oggi se avesse visto la madre salutare Biagioli stringendogli le mani unite tra le sue e dicendogli con fare consolatorio “dottore, non se ne faccia una colpa….non aveva mai accettato la sua omosessualità”. Effettivamente era lei la prima a non accettarsi e proiettava questo rifiuto sugli altri.

Dopo il primo episodio per cui era stata ricoverata c’erano stati altri agiti di di impulsività incontrollata, una costanza di abuso di sostanze e numerosi gesti autolesivi soprattutto a carattere dimostrativo. Insomma quanto basta per una diagnosi di borderline ed una presa in carico. Questi ultimi con tagli e bruciature di sigarette,si manifestavano in seguito alla rottura dei legami affettivi, anche se da lei stessa provocati. In un caso al dolore assoluto si mescolava umiliazione e rabbia. Nell’altro colpa e autodenigrazione. Non sapeva dire quale fosse peggiore.

 

In quelle situazioni Biagioli si sentiva impotente, schiacciato da un dolore che riconosceva fin troppo anche suo per esserne la cura. Ora avvertiva la colpa di non essersi fatto aiutare. Clotilde precipitava in uno stato simile alla morte. Senza un altro che le rimandasse un immagine di sé positiva si percepiva disgustosa, indegna di esistere e tutti gli appetiti vitali si assopivano. Gli richiamava alla mente l’immagine dell’urlo di Munch. Un dolore assoluto, eterno ed inconsolabile come di madre che vede il figlio morire e implora di scambiare di posto. Smetteva di mangiare, trascurava la sua persona e se non fosse stata per la solerzia con cui le infermiere del CIM l’accudivano, si sarebbe trasformata in una barbona inavvicinabile. Quell’essere disgustoso era l’immagine di se stessa che aveva se uno specchio esterno non gliene rimandava un altra. Da sola ogni istante doveva convivere con quel mostro che era se stessa. Da sé non si può andare in vacanza diceva disperata.

Nonostante la discrezione di Clotilde nell’andarsene come se si trattasse di uno sfortunato incidente Biagioli si rendeva conto che quel corpo sul tavolo di marmo indicava inesorabilmente che qualcosa non aveva funzionato. I meccanismi consolatori dell’autoinganno stentavano ad attivarsi, quella morte lo pervadeva e lo accusava.Era la terza volta nella sua carriera ma la prima durante una psicoterapia così lunga.

Seduto nella panchina del cortile antistante la sala settoria rifletteva sugli errori senza neppure il conforto di quelle sigarette che aveva di recente ripudiato (un fioretto di cui, da razionalista militante, si vergognava moltissimo). Forse era stato presuntuoso a non condividere la gestione di un caso così grave con la dottoressa Mattiacci che avrebbe potuto seguire l’aspetto farmacologico e costituire un altro punto di riferimento soprattutto nei momenti in cui l’alleanza con lui vacillava esposta alle tempeste borderline. Si chiedeva cosa, in fondo, avesse fatto e soprattutto dove avesse sbagliato. La prima accusa era di non aver condiviso con gli altri, di non essersi confrontato.

Ora quel cadavere era soltanto suo, del dottor Biagioli definito ironicamente “ghe pensi mi” per l’incapacità a delegare. Si sforzò di riordinare le idee. Il filone principale della terapia era stato il sostegno all’autostima o, meglio, la stabilizzazione di una identità personale che non dipendesse esclusivamente dalle incostanti conferme altrui. L’accettazione del mancato riconoscimento materno non attribuendosene la responsabilità. Non colpevole ma vittima di una madre distratta dal lutto del marito. Si chiese se non avesse avuto paura di entrare davvero in quel dolore esistenziale assoluto che terrorizzava anche lui e se non l’avesse lasciata sola con lui.

Forse si era disperso troppo su quei problemi che rendevano difficile la quotidianeità di Clotilde ed inerivano le grandi strategie che metteva in atto per ottenere riconoscimento e, magari, amore. La prima l’aveva imparata tornando a casa alle elementari con la lode sul quaderno o la coccarda tricolore che suscitava abbracci e sorrisi soddisfatti. Si era dunque prefissata di essere semplicemente perfetta in tutto. La cura dei dettagli era meticolosa. Su ogni piccolo compito si giocava tutto il suo valore trasformandolo in una montagna da scalare ed allungando enormemente i tempi. Aveva ben chiaro quanto il “meglio fosse nemico del bene”, ma per lei il meglio ed anzi la perfezione era il minimo che dovesse fare (nient’altro che il suo dovere, come diceva la madre). C’era sempre un amichetta che poteva essere presa da modello che aveva fatto meglio. Un passetto in più era sempre possibile, non bisogna mai accontentarsi.

Una seconda strategia consisteva nell’essere totalmente accondiscendente alle richieste dell’altro. I suoi diritti sembravano non esistere, solo quelli degli altri contavano. A furia di non ascoltare i suoi bisogni non si rendeva più conto di averli ed anche in seduta era difficilissimo farle esprimere una preferenza figuriamoci un desiderio. Aveva smesso di volere appaltando all’altro il compito. Aveva sviluppato una capacità naturale di percepire i desideri dell’altro prima che li esprimesse, li assecondava spontaneamente mettendo ciascuno a proprio agio. L’altro fatalmente era indotto ad approfittare di questa sua disponibilità fino a quando Clotilde, magari per un particolare secondario e irrilevante, non si vedeva oggetto di un sopruso ed esplodeva violentemente. Si era conquistata l’etichetta di matta imprevedibile. Il lavoro fatto, soprattutto attraverso la relazione terapeutica, era orientato all’assertività con l’indispensabile premessa dell’ascolto dei propri bisogni e desideri.

La terza strategia, già in precedenza accennata, era la fuga dall’intimità per evitare che fosse scoperto quel bluff che sentiva di essere. Questa dinamica più volte evidenziata nelle relazioni affettive e professionali non era stata purtroppo presa sufficientemente in considerazione nella relazione terapeutica. Anche con lui era stata agita. Forse questo era stato l’errore più grave, rimuginava Biagioli sulla panchina.

Lei era una paziente perfetta e faceva di tutto per accontentare il suo terapeuta che, a sua volta, la gratificava. Si rispecchiavano vicendevolmente. Forse aveva pensato di non poter rovinare questo idillio con la merda che sentiva di avere dentro. E lui l’aveva lasciata fare per paura di affogare in quell’oceano livido di dolore. Anche con lui l’intimità si era arrestata per non deluderlo.

Aveva preferito stare al servizio dei presunti bisogni di Carlo piuttosto che dei suoi. E lui non se ne era accorto. Perchè non parlargli dei suoi propositi suicidi se non per non disturbare come faceva con tutti? Perchè altrimenti scegliere quel modo camuffato e discreto per andarsene. Carlo la immaginò che stesse scusandosi con la vecchia Assunta Pace che aveva trascinato con sé a miglior vita e forse si sarebbe scusata anche con i gestori dell’al di là per l’arrivo anticipato causa di disagi organizzativi.

Tra poco, nonostante fosse domenica di campionato, lo avrebbero raggiunto gli altri colleghi del CIM per portare conforto, come si usa in questi casi, al curante come se fosse un familiare. Sarebbero state dette le solite frasi “era un caso gravissimo”, “non potevi fare altro”, “e’ il nostro lavoro”, “non c’erano segnali evidenti, non potevi prevederlo”, “se volessimo star tranquilli dovremmo ricoverare tutti”, “non è detto sia un suicidio”.

Quando la madre di Clotilde lo raggiunse, per rassicuralo a sua volta, aveva gli occhi umidi di pianto e ciò gli valse il riconoscimento di quella grande sensibilità umana che Clotilde, diceva la madre. Gli aveva sempre accreditato e ne aveva fatto il suo terapeuta più importante, ma anche l’ultimo. Quando, visto il circolo singhiozzante dei signore Pace, si sentì attanagliare da un ulteriore senso di colpa per la dipartita della vecchia nonna ruppe gli indugi e chiese una sigaretta alla madre. Lui, in fondo, non credeva ai fioretti.

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CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM

Disturbo da lutto prolungato: ridurre i sintomi con l’intervento integrato tra CBT e tecnica dell’esposizione

FLASH NEWS

La terapia cognitivo-comportamentale per il trattamento del disturbo da lutto prolungato (PGD) può dare risultati più efficaci se integrata con la tecnica dell’esposizione. 

Il PGD coinvolge un persistente desiderio per la persona cara perduta associato a dolore emotivo persistente, la difficoltà di accettazione della perdita, il senso di vuoto, l’amarezza e la difficoltà a riprendere le proprie attività quotidianamente. Per la diagnosi di disturbo da lutto prolungato i sintomi devono durare almeno sei mesi; a differenza della depressione, la preoccupazione invalidante della persona con PGD è il desiderio bramoso verso la persona cara perduta.

Gli autori dello studio hanno sottoposto per due ora a settimana e per 10 settimane gli 80 paziente con diagnosi di PGD, alla terapia di gruppo CBT; i pazienti poi sono stati sottoposti anche a quattro sessioni di terapia individuale con la tecnica dell’esposizione oppure con la sola CBT . Nella terapia con esposizione, i pazienti rivivono attraverso i ricordi l’esperienza della morte della persona amata perduta. I criteri di efficacia della terapia sono: livelli della depressione, valutazioni cognitive e di funzionamento nel follow-up a sei mesi.

I risultati hanno dimostrato che un trattamento integrato di terapia cognitivo- comportamentale e di tecnica dell’esposizione ha favorito la riduzione di indici di depressione, e ha portato miglioramenti rispetto alle valutazioni cognitive e di funzionamento nel follow-up.

Inoltre i risultati hanno mostrato una riduzione del numero di pazienti che soddisfano i criteri per il PGD.

In conclusione lo studio evidenzia come il rendere accessibili ricordi ed emozioni legate alla perdita di una persona cara può promuovere l’adattamento verso la perdita della stessa e migliorare la qualità della vita della persona a rischio di PGD.

 

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Il Lutto: accettare la perdita

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Ma dove sono tutti questi bambini iperattivi? Incidenza di ADHD quindici volte inferiore alle attese

COMUNICATO STAMPA – IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri

Da una capillare ricerca della Regione Lombardia, sulla base dell’affinamento dei metodi diagnostici, risulta che l’ADHD è quindici volte inferiore a quella riportata come media nazionale e internazionale.

La sovravalutazione della patologia può concorrere a determinare sia l’abuso nella prescrizione di psicofarmaci, sia il ricorso a errate terapie.

IRCCS Mario Negri - LogoMilano, 3 Novembre 2014 – Secondo la letteratura mondiale i bambini e gli adolescenti iperattivi, affetti da una vera e propria patologia (ADHD, acronimo per l’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder), sarebbero il 5,3% della popolazione tra 5-17 anni.

            I dati raccolti dal Registro dell’ADHD della Regione Lombardia, pubblicato sul numero 179 della rivista Ricerca&Pratica in distribuzione. (www.ricercaepratica.it), frutto di una capillare e dettagliata indagine, tuttavia la smentiscono clamorosamente. In Lombardia la prevalenza del disturbo è del 3,5 per mille, quindici volte inferiore a quella riportata come media mondiale.

            Il Registro, istituito nel 2011 nell’ambito di uno specifico progetto regionale di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e sostenuto dalla Direzione Generale Salute , con la finalità principale di garantire un’adeguata valutazione e terapia dell’ADHD ad ogni bambino e adolescente fin dal sospetto o segnalazione del disturbo, ha l’obiettivo di stimare la prevalenza del disturbo, definire percorsi diagnostico-terapeutici condivisi, intensificare la formazione e l’aggiornamento degli operatori e informare i cittadini.

            I risultati dello studio documentano che al 65% dei bambini e adolescenti (5-17 anni) che accedono ai 18 Centri Regionali di Riferimento per l’ADHD della Regione Lombardia per sospetto ADHD viene confermato il disturbo. Corrispondono a circa 400 nuovi casi ogni anno, con un picco attorno agli 8 anni d’età, in maggioranza maschi (2 a 1); in un terzo dei casi era presente familiarità e nella maggioranza dei pazienti almeno un altro disturbo psicopatologico. Solo il 15% ha ricevuto un trattamento psicofarmacologico, mentre la quasi totalità uno psicologico.

            Risultati, dunque, inattesi e lontani da quelli riportati in precedenti studi nazionali e internazionali.

            “La forza e unicità di questo studio – sostiene Maurizio Bonati, responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica dell’IRCCS Mario Negri di Milano e responsabile del Registro regionale -. sono rappresentate dalle dimensioni: tutta la popolazione di un’intera Regione coinvolta; dalla metodologia applicata: Registro, formazione, informazione; dalla durata nel tempo: il Progetto è ancora attivo. Dai dati raccolti dal Registro e da quelli dei database amministrativi sanitari regionali (prescrizioni, ricoveri, visite ambulatoriali) i bambini e adolescenti (5-17 anni) che presentano ADHD in Lombardia risultano essere 4200 di cui 378 in terapia psicofarmacologica (9%): una prevalenza del disturbo del 3,5 per mille, quindici volte inferiore a quella riportata come media mondiale (5,3% )”.

           

Gli utenti che giungono ai 18 Centri Regionali di Riferimento sono solo quei pazienti che hanno un disturbo medio-grave, con maggiore comorbidità – dice Antonella Costantino, Presidente della SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e responsabile della UONPIA della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano –, mentre i casi lievi e che non necessitano di trattamento psicofarmacologico sono gestiti direttamente dalle altre 14 UONPIA regionali. Tuttavia anche stimando di triplicare la prevalenza per includere anche i casi lievi, i pazienti con ADHD in Regione Lombardia sarebbero comunque molto pochi rispetto all’atteso”.

            “Il Progetto ha attivato progressivi e significativi miglioramenti nella pratica clinica, garantendo un’efficiente e omogenea qualità delle cure. – conclude Edda Zanetti, responsabile della UONPIA dell’A.O. Spedali Civili Presidio Ospedale dei Bambini di Brescia, e coordinatrice del Progetto – . Un Progetto che necessiterebbe di essere prorogato per l’ADHD e generalizzato anche ad altri disturbi rilevanti di neuropsichiatria dell’età evolutiva”.

 

ARGOMENTI CORRELATI:

ADHDDSABAMBINIAPPRENDIMENTO

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Per ulteriori informazioni: Sergio Vicario (Mob. 348 98 95170)
Ufficio Stampa – IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

Quando l’amore fa male: sindrome di Münchhausen per procura

Sara Costi, Irene DeSimoni, Giorgia Righi
OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

Per Sindrome di Münchhausen s’intende un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono una malattia fisica o un trauma psicologico per attirare attenzione, simpatia e compassione verso di sé.

Erano gli sgoccioli degli anni Novanta quando Bruce Willis sbancava il botteghino con “il Sesto Senso”, film triller drammatico il cui colpo di scena finale è passato alla storia insieme alla battuta del piccolo protagonista che tutt’oggi rimane impressa nella memoria quasi al pari del monologo conclusivo di Blade Runner.

Nel film, il bambino, grazie alla sua capacità paranormale di comunicare con i defunti, riesce a vendicare una bambina smascherandone l’assassino, non il classico uomo nero, sconosciuto e cattivo, ma l’amorevole madre, la quale, fingendo di occuparsi della piccola malata, in realtà la avvelenava lentamente tutti i giorni fino ad ucciderla. Un applauso al regista per la trovata cinematografica d’effetto, purtroppo però, il personaggio della madre non è un’invenzione degna dei migliori sceneggiatori, ma rappresenta un disturbo chiamato Sindrome di Münchhausen per procura.

Il nome di questa sindrome deriva da un personaggio effettivamente esistito, per l´appunto il barone di Münchhausen, che visse in Germania nel XIX sec ed era noto per i suoi racconti estremamente fantasiosi e avvincenti, ma soprattutto umoristici.

Nel 1951, Richard Asher fu il primo a descrivere un tipo di autolesionismo, in cui il soggetto s’inventava segni e sintomi di particolari patologie acute al fine di ricevere cure attraverso ospedalizzazioni (M. Godfryd, 1994). Per Sindrome di Münchhausen s’intende un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono una malattia fisica o un trauma psicologico per attirare attenzione, simpatia e compassione verso di sé. Questi disturbi fittizi spesso non sono immediatamente individuati dal medico, ma vengono scoperti solo dopo aver escluso una lunga serie di possibili diagnosi. La sindrome di Munchhausen va differenziata dagli atti di simulazione, in cui i sintomi sono sempre prodotti intenzionalmente, ma hanno uno scopo connesso alle circostanze ambientali (per es. sono prodotti per evitare obblighi legali, per evitare di sottoporsi a prove etc.); in questo caso la motivazione è il bisogno psicologico di assumere il ruolo di malato. La Sindrome di Münchhausen per procura (Münchhausen Syndrome by Proxy – MSP) è un’altra sfaccettatura di questo tipo di disturbo, nel quale la figura di accudimento arreca un danno fisico al figlio/a per attirare l’attenzione su di sé. Tipicamente la vittima è un bambino ancora piccolo e il responsabile è, nella maggior parte dei casi rinvenuti, la madre (90% dei casi) (Lasher, R.J., 2004).

Un sottotipo di MSP è stato individuato nella Sindrome di Münchhausen “seriale”, vale a dire che si ripete con più figli della stessa famiglia. Spesso nei casi di MSP seriale i figli “si ammalano” uno per volta, di solito intorno alla stessa età del fratello precedente, ma sono riportati casi in cui tutti i figli venivano ricoverati nello stesso momento (Rosemberg, 1987).

La natura cronica e “bizzarra” di questa forma di abuso lascia senza risposte molte domande sull’impatto che questo avrà sulla crescita del bambino, soprattutto sul piano psichico.

I dati più rilevanti sono stati ottenuti da studi di vecchia data di McGuire e Feldman (1989) i quali hanno evidenziato la presenza in sei bambini di disturbi di alimentazione, problemi di comportamento in età prescolare e sintomi di conversione, soprattutto nei bambini più grandi. Roth (1990), Bools, Neale e Meadow (1993) hanno sottolineato che molti bambini mostrano problemi di concentrazione e partecipazione a scuola e difficoltà emotive e comportamentali. A volte, i piccoli, pur di ottenere cure e considerazione dall’adulto, simulano uno stato di malattia che diventa un modo per superare la paura dell’abbandono o del rifiuto. Le vittime di MSP, in linea con le altre che subiscono forme di abuso di natura diversa, spesso compiono tentativi di suicidio e soprattutto in fase adolescenziale mettono in atto condotte a rischio come l’abuso di alcol e fumo, problemi di delinquenza e in età adulta difficoltà di attaccamento, d’autostima e d’identità. Mostrano, inoltre, una forte paura del futuro, ansie e vissuti di malattia, di isolamento ed emarginazione oltre a ipocondrie e fobie, e turbe sessuali (Merzagora Betsos, 2003). In alcuni casi s’istaurano personalità di tipo borderline (Herman, Perry e Van der Kolk, 1989) o personalità multipla (Withman e Munkel, 1991). Anche a distanza di molti anni nei bambini si evidenziano difficoltà di apprendimento e concentrazione, incubi notturni, difficoltà emotivo-comportamentali, nei rapporti con gli altri a casa e a scuola.

Contrariamente alle teorie correnti, Lawlor e Kirakowski, (2004) sostengono che la motivazione che porta queste madri all’abuso sui figli è cosciente e non inconscia e che le caratteristiche di coloro che sono affetti da MSP sarebbero congruenti con quelle associate alla dipendenza (Lawlor A., Kirakowski J., 2014).

Judith Libow e Herbert Schreirer del Children’s Hospital Medical Center di Oakland hanno classificato la MSP secondo le tipologie dei genitori:

– cercatori di aiuto. Sono casi solo apparentemente simili a quelli della MSP. Normalmente si ha un unico episodio di malattia immaginaria piuttosto che una lunga serie di esperienze mediche. L’inganno le consente di cercare le cure mediche per sé esplicitando il bisogno di aiuto psicologico;

– responsabili attivi. Sono i casi da manuale della MSP, in cui un genitore direttamente e attivamente provoca i sintomi nel bambino tramite soffocamento, iniezioni o avvelenamento;

– medico-dipendenti. In questi casi di MSP l’inganno si limita ad un falso resoconto dei precedenti clinici del bambino. Non c’è alcun intervento diretto sulla sintomatologia. Le madri sono convinte che i figli siano realmente malati e si risentono se medici e personale ospedaliero non confermano le loro convinzioni. I bambini di questo gruppo sono in genere più grandi mentre le madri sono tendenzialmente più ostili, paranoiche ed esigenti.

Recentemente in Italia, precisamente a Torino, si è verificato un episodio di MSP, dove la madre, un’infermiera professionista di 42 anni, è stata filmata nella camera dell’ospedale mentre iniettava insulina al figlio di quattro anni; una dose sufficiente per farlo stare continuamente male, senza però ucciderlo. Ora la donna è indagata per tentato omicidio nei confronti del figlio. Il padre del piccolo difende la compagna sostenendo che il piccolo “è sempre stato di natura cagionevole e lei voleva solo aiutarlo”. Nella MSP il ruolo del padre è misterioso e incerto. Il più delle volte è assente dalla vita familiare o resta lontano da casa per la maggior parte del tempo cosa che facilita la messa in atto degli abusi da parte della madre. Il fatto curioso, tuttavia, è che quando la donna viene scoperta e messa di fronte agli abusi perpetrati, non di rado il marito la sostiene e può persino rendersi complice dei suoi inganni, facilitando tacitamente il suo comportamento. La peculiarità della Sindome di Münchhausen per procura è il fatto che chi manifesta la sindrome non è la vittima.

La sindrome di Munchhausen però non sarà più descritta all’interno del DSM-V, a riprova dello scarso interesse per questa tipologia di disturbo, probabilmente anche a causa della difficoltà nel diagnosticarlo. Ad oggi non si hanno dati soddisfacenti sulle percentuali della popolazione che ne è affetta e le ricerche a riguardo sembrano essere arrivate ad un punto morto. Si ritiene, quindi, che una maggiore informazione su questa sindrome possa aiutare i vari operatori sanitari a riconoscere i casi sospetti cercando così di ampliare i dati per possibili studi e per sventare eventuali decessi dei minori dovuti a questa forma di abuso.

 

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Un precoce intervento educativo per migliorare la vita dei bambini

FLASH NEWS

Risulta fondamentale promuovere un sistema educativo che riduca gli effetti dello svantaggio economico. Ma con quali modalità sarebbe possibile intraprendere una strada di questo genere?

Lo studio condotto dai ricercatori della University of Adelaide’s School of Population Health in collaborazione con i colleghi della University of Bristol in Inghilterra, dovrebbe portare ad un ripensamento del sistema educativo, in direzione di un miglioramento generale della società ma anche delle vite di molte persone.

Non è una novità, infatti, che lo svantaggio economico familiare sia un fattore di rischio per l’educazione dei bambini, con tutto ciò che ne consegue. Infatti, suggerisce la Dottoressa Chittleborough, “una condizione di svantaggio socioeconomico nell’infanzia è correlata a ridotte capacità di trarre benefici dall’istruzione, esiti educativi peggiori, una più bassa tendenza a continuare gli studi e meno probabilità di successi lavorativi”. Inoltre, suggerisce la studiosa, “un basso livello di educazione porterebbe ad una maggiore dipendenza dal Welfare State, a più basse capacità lavorative e salari inferiori, alimentando il circuito vizioso dello svantaggio”.

Alla luce di tutti questi argomenti, risulta allora fondamentale promuovere un sistema educativo che riduca gli effetti dello svantaggio economico. Ma con quali modalità sarebbe possibile intraprendere una strada di questo genere?

In uno studio longitudinale pubblicato sul giornale Child Development, i ricercatori dell’University of Adelaide e della University of Bristol hanno studiato quali sono gli esiti di interventi educativi precoci mirati a incrementare le capacità scolastiche.

Il campione era composto da 12.000 bambini inglesi in età precoce (meno di 5 anni), su cui poi si verificava l’effetto dell’intervento tramite un follow up all’età di 16 anni. Secondo i risultati ottenuti, il livello di istruzione della popolazione può aumentare del 5% e lo squilibrio socioeconomico legato all’educazione dei ragazzi può diminuire addirittura del 15%.

Questa è una scoperta importante, specialmente se si considera che nel 2012 in Inghilterra c’erano all’incirca 620.000 ragazzi di età compresa tra i 15 e i 16 anni iscritti alla scuola secondaria. Un incremento del 5% negli esiti educativi significa che 13.500 studenti avrebbero una prestazione migliore. Questo avrebbe un impatto significativo nelle loro future possibilità lavorative e professionali, e di conseguenza sulle loro capacità di contribuire al benessere economico della società.

In definitiva, come sottolinea la Dottoressa Chittleborough, “fornendo un adeguato supporto educativo, potremmo contribuire a migliorare significativamente le vite di molti bambini”.

 

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Le problematiche di aggressività e condotta nella scuola dell’infanzia: un modello di intervento

 

BIBLIOGRAFIA:

Interview with Elisabeth Messina – APA 2014, Washington DC

Giovanni Maria Ruggiero interviews Elisabeth Messina

at the APA 2014 Congress in Washington DC

 

 

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