Amy Winehouse, un Triste Viaggio tra Pub e Rehab

Si può facilmente ipotizzare che il caso di Amy Winehouse soddisfi i criteri diagnostici per un Disturbo di personalità borderline.

ID Articolo: 27604 - Pubblicato il: 13 marzo 2013
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They try to make me go on rehab and I say no,no,no…

Rehab, Amy Winehouse, 2006

 

Amy Winehouse, un triste viaggio tra pub e Rehab

Si può facilmente ipotizzare che il caso di Amy Winehouse soddisfi i criteri diagnostici per un Disturbo di personalità borderline (APA, 1994), tra i quali si possono individuare la presenza di condotte impulsive rispetto all’uso di sostanze e all’alimentazione, le relazioni affettive intense e instabili, gli sbalzi d’umore e soprattutto i problemi con le separazioni.

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Ricordo di aver ascoltato per la prima volta la canzone Rehab (Riabilitazione) di Amy Winehouse (1983-2011) una mattina di qualche anno fa all’autoradio, mentre mi recavo al lavoro in clinica. La prima cosa che ho pensato è stata: ho capito bene? Dice proprio Rehab? Ma che razza di testo ha questo rhythm and blues? E’ un vero inno alla ribellione terapeutica!!!

Cantando di Rehab, Amy Winehouse si riferiva ai percorsi di disintossicazione dall’alcol e dalle droghe, che vengono citati in tante biografie rock. Il collega finlandese Oksanen (2012), ha studiato le autobiografie uscite dopo gli anni novanta di diverse rockstar, evidenziando come venga dato sempre più spazio a precise descrizioni dei percorsi di riabilitazione: dalle cliniche ai gruppi degli Alcolisti Anonimi, fino ai percorsi spirituali e religiosi.

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A differenza degli anni sessanta e settanta, dove vigeva l’apologia degli eccessi (anche per via di una certa ignoranza sugli effetti a lungo termine delle dipendenze da sostanze psicotrope), pare che oggi sia di gran lunga più rock porre l’attenzione sui processi di risalita dagli inferi, che chiaramente necessitano di un buon grado di determinazione e spirito autoconservativo. Alla luce di queste considerazioni, la canzone e la storia di Amy Winehouse paiono ancora più drammatiche. 

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In realtà la giovane cantautrice di tentativi terapeutici ne ha fatti eccome, descritti in modo dettagliato dal padre Mitch nella biografia pubblicata postuma, comprese la prestigiose Pryory Clinic, London Clinic, Capio Nightingale, University College Hospital e la Causeway Retreat, quest’ultima una clinica da diecimila sterline a settimana, in un’isoletta dell’Essex (praticamente un’Alcatraz per vip), poi chiusa nel 2010 per malpractice.

La prima fu una clinica del Surrey nel 2004, dove la ragazza resistette solo 3 ore perché “Lo psicologo voleva parlare solo di sé” (Winehouse, 2012). Può anche darsi che la ragazza avesse davvero trovato lo strizzacervelli sbagliato in quella occasione, ma il lungo elenco di fallimenti terapeutici e di medici sostituiti come le corde di una chitarra, mi fanno pensare che qualche problema a fidarsi e ad affidarsi la ragazza ce l’avesse. 

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In una recente intervista alla stampa, il medico di base della rockstar, ha raccontato infatti come Amy rifiutasse ogni forma di trattamento psicologico, con una certa tendenza a voler fare tutto da sola, terapia compresa. Temeva che l’intervento psichiatrico potesse ostacolare la sua creatività, forse per i pregiudizi sull’effetto anestetizzante degli psicofarmaci, trascurando il particolare non irrilevante che quello che cercava di evitare con le medicine, lo otteneva in maniera amplificata e disastrosa con le droghe. Forse, anche se non ne era del tutto consapevole, riteneva di dare maggior valore all’Arte che alla vita, e questo l’ha guidata in molte sue scelte.

Messaggio pubblicitario Ma in cosa consisteva il disagio di Amy Winehouse? Ripercorriamo un po’ la sua storia. Dalla biografia emerge innanzitutto la separazione dei genitori all’età di nove anni, in seguito alla quale Amy restò a vivere con la madre e il fratello. La madre, affetta da sclerosi multipla, pare una figura un po’ in secondo piano nella vita di Amy, mentre il padre, anche per via dei sensi di colpa per aver abbandonato la casa, sarà sempre una presenza costante, sia nella carriera musicale che nei percorsi di cura, ammettendo di averla quasi sempre accontentata e  forse a tratti viziata.

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Fin da piccola viene descritta come una bambina che avrebbe “fatto qualunque cosa pur di attirare l’attenzione”. Il padre cita ad esempio lo “scherzo del soffocamento” in cui si buttava a terra in ogni luogo fingendo di soffocare, smettendo solo quando iniziarono ad ignorarla. Forse in relazione al disagio della separazione, a undici anni cominciò a presentare problemi con il sonno  e di condotta, con il conseguente scadimento delle prestazioni scolastiche e l’espulsione dalla scuola d’arte che frequentava.

Molto dotata dal punto di vista vocale fin da adolescente, si presentò ben presto sulla scena musicale londinese. Iniziò precocemente anche il consumo di marijuana e di alcol, quest’ultimo anche come rimedio alla fobia da palcoscenico (escamotage diffuso anche tra gli artisti nostrani, uno per tutti il grande Fabrizio De Andrè). Come è noto ormai da diversi studi sui neuroni, il cervello ha un’alta plasticità fino intorno ai vent’anni e un forte abuso di alcol o sostanze stupefacenti durante l’adolescenza può danneggiare più facilmente le vie nervose endogene della ricompensa, con una più alta probabilità di sviluppare in seguito vere e proprie dipendenze(Brown et al., 2000).

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Amy passò infatti alle droghe pesanti (eroina, cocaina, extasy, ketamina) nel 2005, in seguito all’incontro con Blake Fielder-Civil, politossicodipendente con tendenze antisociali, che sposò nel 2007 a Miami (in un matrimonio senza invitati) e da cui si separò nel 2009. Lo stesso marito dichiarò in seguito di aver iniziato la cantante alle sostanze e di esserne pentito.

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Il padre della cantante, mosso probabilmente da meccanismi di difesa proiettivi, ha sempre visto in questa relazione la rovina di Amy, il responsabile del periodo peggiore della vita della figlia, quello dei ricoveri e delle rapide autodimissioni, dei concerti annullati, delle performance televisive in condizioni impresentabili, delle liti sanguinose con il marito. E’ difficile imputare la responsabilità dei comportamenti di qualcuno capace di intendere e di volere a qualcun altro, anche se esistono casi di plagio mentale o di influenzamento (si pensi alle sette ad esempio).

Questa mi sembra piuttosto la classica relazione autodistruttiva, in cui chi perde la testa per una persona così problematica potrebbe covare delle fantasie salvifiche (quello che in gergo popolare si chiama “istinto della crocerossina”) e dei chiari intenti autopunitivi. Senza voler banalizzare una relazione sicuramente complessa, la frase della canzone Back to Black (2007) “…you love blow and I love puff”, dove lo sniffare e il fumare si riferiscono alle modalità di assunzione della cocaina e dell’eroina, sembra lo slogan d’amore tra i due tossicodipendenti.

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La canzone What it is about men (2003) è invece molto significativa nel raccontare il rapporto con gli uomini, sottolineando i presagi di un’identificazione con la triste sorte della madre, donna lasciata dal marito: “…I can’t help but demostrate my Freudian fate”, “…and I’ll take the wrong man as naturally as I sing”, fino ad arrivare ad una drammatica presa di coscienza “…my destructive side has grown a mile wide”.

Oltre al poliabuso di droghe, che causò almeno due overdose, da cui fu salvata con la lavanda gastrica, Amy dichiarò alla stampa nel 2006 di soffrire di disturbi del comportamento alimentare da almeno due anni, accennando sia a condotte bulimiche, che anoressiche.

Tra il primo e il secondo disco aveva perso ben sei taglie e diversi dei ricoveri ebbero la finalità di reidratarla e farle recuperare un po’ di peso. Ho l’impressione che, anche per via del rifiuto dei percorsi psicologici da parte della cantante, la questione del disturbo alimentare non sia stata affrontata a livello terapeutico, a parte gli interventi d’emergenza. D’altra parte, da un punto di vista clinico risulta quasi impossibile provare a curare un disturbo alimentare, sia a livello psicoterapeutico che farmacologico, se non si risolve prima la dipendenza dalle sostanze.

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Amy sembrava sensibilissima all’allontanamento dalle figure di attaccamento. Si pensi ad esempio che il primo disco Frank (2003) era interamente incentrato sulla delusione per la fine del primo amore, mentre alcuni testi del secondo Back to black (2007), dove il “black” sta per stato depressivo, erano stati ispirati al primo abbandono da parte di Blake, che dopo sei mesi era tornato con l’ex.

Nella canzone che dà il titolo a quest’ultimo disco, Amy descrive la separazione con frasi come ”…I died a hundred times” o come “…I’m a tiny penny rolling up the walls inside”, mentre in un altro brano famosissimo conclude sconsolata che “Love is a losing game”. Stare vicino a Amy nei periodi peggiori, viene inoltre descritto dai genitori con le metafore “camminare sulle uova” e “camminare sul bordo del precipizio”, espressioni tipicamente usate anche dai terapeuti che si destreggiano nelle imprevedibili fragilità del disturbo di personalità borderline (Winehouse, 2012).

Creare musica- la sua più grande passione- aveva un effetto più positivo di qualunque altra cosa avessimo provato” racconta il padre, anche se Amy non era molto prolifica nel comporre, perché “ogni canzone che scriveva era per lei come tagliarsi un braccio, come strapparsi il cuore dal petto”. Le canzoni erano probabilmente per Amy l’unico modo di entrare in contatto con le parti di sé più fragili e dolorose, senza doversi anestetizzare con le sostanze. Comporre era terapeutico in un certo senso, ma anche molto doloroso e le canzoni che ci ha lasciato sono state molto apprezzate, a mio avviso, anche per questa autenticità senza filtri, senza sovrastrutture.

Kurt Cobain. - Immagine: licenza d'uso Creative Commons 3.0 - Autore: Kurt Cobain. - Immagine: licenza d'uso Creative Commons 3.0 - Autore: Susan McGrane-Burke

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Nel 2008 smise con le droghe, anche grazie alla prescrizione di Subutex (buprenorfina) e iniziò a prediligere l’alcol, evenienza frequente per molti politossicodipendenti, che terminano i percorsi di disintossicazione da sostanze. Questo tipo di alcolismo, che insorge dopo la guarigione dalla tossicodipendenza, può essere anche definito tossicodipendenza mascherata, in quanto sono implicati gli stessi sistemi cerebrali degli oppiacei, e risponde meglio alle terapie sostitutive (metadone, buprenorfina) che vengono usate comunemente negli eroinomani  (Maremmani e La Manna, 2001). La sospensione troppo precoce dei sostitutivi può essere problematica, proprio per questi rischi di ricadute.

Sembra che la morte della cantante nella sua casa di Camden a soli 27 anni possa essere proprio addebitata all’alcolismo. Dopo una serie di polemiche rispetto alle indagini autoptiche e al cambio del coroner, nel 2013 venne infatti stabilita definitivamente la causa di morte in intossicazione acuta da alcol (nella stanza furono rinvenute 3 bottiglie di vodka vuote), con conseguente depressione respiratoria, che seguiva un periodo di astinenza di qualche settimana.

L’alcolemia della ragazza superava infatti i 4 g/l (ricordiamo che in Italia il limite per mettersi alla guida è 0,5 g/l). Negli alcolisti cronici si possono raggiungere dei livelli di alcolemia anche maggiori, compatibili con la vita, ma un fisico sicuramente debilitato anche da un disturbo del comportamento alimentare, probabilmente non ha retto un binging alcolico così acuto, soprattutto dopo un periodo di astinenza. Diversi studi mostrano infatti come l’alcolismo aumenti il rischio di mortalità nei i soggetti affetti da disturbi del comportamento alimentare (Suzuki et al. 2011).

Dalle dichiarazioni del medico di base si è appreso inoltre che la ragazza era in terapia con il Librium (clordiazepossido), un ansiolitico benzodiazepinico che viene usato per il trattamento delle crisi di astinenza e che potrebbe anche aver peggiorato la crisi respiratoria. La dottoressa vide Amy il giorno prima del decesso, definendola “alticcia”, seppure in grado di portare avanti una conversazione. La ragazza negava un’ideazione autolesiva, anzi presentava una progettualità per il futuro e per questo è stata esclusa l’ipotesi del suicidio, inteso come atto volontario e consapevole.

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Due fattori a mio avviso possono aver contribuito al fallimento dei percorsi di cure, che per casi così complessi durano solitamente diversi anni. Il primo necessita di una lettura sistemica della situazione famigliare, da cui emerge uno schema che si ripete: Amy si fa male con l’alcol e le droghe, il padre si preoccupa, cerca di aiutarla, avvisa la madre, i due si confrontano sul da farsi, si preoccupano insieme, in qualche modo tornano a essere coppia in nome della malattia della figlia. Amy di questo non è consapevole, ma potrebbe essere una modalità di reagire al trauma della separazione infantile, originata da fantasie di riunire la famiglia.

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L’altro è il paradossale rinforzo positivo ricevuto negli anni dai media rispetto al disagio psichico e alle condotte di abuso di alcol e sostanze. Le immagini di Amy strafatta erano infatti grottescamente più interessanti per i giornalisti delle immagini di Amy sobria. Il messaggio che è sempre arrivato alla ragazza è stato: più eccedi, più ci interessi. Amy e la sua famiglia hanno goduto di un’attenzione mediatica fortissima, alla quale non mi pare si siano mai tirati indietro. Basti pensare alla “lettera aperta” che la madre ha scritto alla figlia pubblicandola su News of the world, in cui la prega di curarsi, o al libro e documentario Saving Amy che il padre ha fatto commissionare mentre la figlia lottava ancora contro le sostanze (Barak, 2010), con l’intento di aiutare le famiglie che vivono il dramma della tossicodipendenza. Come a dire, nonostante tutto e tutti, The show must go on…

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BIBLIOGRAFIA:

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