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Be trusting, be healthy

Sono numerosi gli studi e le teorie che nel corso degli anni hanno cercato (e trovato) collegamenti tra particolari tratti della personalità o caratteristiche caratteriali e il rischio di sviluppare specifici problemi psicologici e medici.

A partire degli anni ’50 si è a lungo parlato della correlazione tra le problematiche cardiovascolari (come infarto e ictus) e la personalità di Tipo A, caratterizzata da agonismo, tensione, lotta continua per raggiungere i propri obiettivi, tendenza a dominare e soprattutto ostilità che emerge soprattutto quando il desiderio di controllo totale viene frustrato andando incontro alle situazioni della vita reale, inevitabilmente incontrollabili. Chiamata anche “personalità coronarica” per le ricadute mediche a cui espone e “personalità del manager”, per capirci.

Un recente studio pubblicato online su Neurology ha analizzato la correlazione tra la sfiducia/cinismo in tarda età e l’incidenza di demenza e mortalità. La ricerca si colloca all’interno di un’ampia raccolta di dati che si è sviluppata in Finlandia a partire dal 1998 dal nome “Cardiovascular Risk Factors, Aging and Dementia Study” (CAIDE) e che ha coinvolto 2000 persone all’inizio dello studio in età avanzata (con in media 71 anni). Il CAIDE ha definito una serie di fattori che secondo la letteratura aumentano il rischio di demenza e ha seguito per 20 anni i partecipanti per registrare l’andamento longitudinale della loro salute e del loro stile di vita con riferimento a questi fattori.

Nello specifico, lo studio più ristretto con a capo la Dr.ssa Tolppanen ha analizzato la relazione tra la sfiducia cinica e la demenza in 622 soggetti (di cui 46 con diagnosi di demenza secondo i criteri DSM-IV) e la relazione tra sfiducia e mortalità in 1146 persone (di cui 361 decedute).

I partecipanti hanno compilato un questionario che indagava la fiducia nel genere umano come costrutto generale e non rispetto a specifiche persone, con domande come “è più sicuro non fidarsi di nessuno” e “penso che la maggior parte delle persone mentirebbe per i propri interessi”. Sulla base delle risposte fornite i partecipanti sono stati poi categorizzati come a bassa, media e alta fiducia.

Inoltre, all’avvio dello studio e 8 anni dopo i partecipanti hanno compilato un test per valutare il livello di demenza.

Prendendo in considerazione anche altri fattori sia medici che socioeconomici come la pressione sanguigna e la familiarità, i risultati hanno mostrato che le persone ad alto livello di cinismo avevano tre volte più probabilità di sviluppare demenza rispetto alle persone con basso livello di cinismo.

Rispetto agli eventi di morte, invece, una volta inseriti nelle analisi le caratteristiche mediche e socioeconomiche, il collegamento tra cinismo e morte non è risultato significativo.

Ovviamente, non si può parlare di relazione causale, quindi non si può neanche pensare che “insegnando la fiducia” si possano tutelare le persone dal rischio di sviluppare demenza o malattie degenerative.

Una spiegazione proposta dall’autrice presuppone che le persone più ciniche e meno pronte a fidarsi degli altri arrivino come conseguenza a intrattenere meno rapporti sociali, e che questa ridotta socialità possa aumentare il rischio di demenza a causa di una deprivazione sociale e di minori stimoli ambientali.

Vicino a questa ipotesi che vede le caratteristiche di personalità facilitare o al contrario disincentivare attività positive per la salute fisica e psicologica, un’altra ipotesi tutta da testare ma che si sta facendo strada anche grazie ai nuovi metodi di indagine neurologica e funzionale lega le caratteristiche psicologiche direttamente alle malattie, secondo un processo bottom-up che a partire all’ambiente esterno (e dalle reazioni che questo suscita in noi) facilita determinati cambiamenti a livello neuronale e fisico. In un certo senso, dal software all’hardware.

In definitiva, nonostante sia fondamentale raccogliere ulteriori dati a riguardo e ampliare la rosa delle variabili analizzate, questo studio sottolinea l’importanza di tenere in considerazione anche i fattori psicologici e la personalità, oltre allo stile di vita più o meno sano (rispetto all’alimentazione, al sonno, etc.), come predittori di disturbi neurologici e fisici che possono compromettere davvero molto la vita delle persone e dei caregiver.

 

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Dalla genetica all’autismo in età adulta: report dal convegno Autismi- Rimini, 14 e 15 novembre 2014- II parte

SESSIONE PLENARIA DEL SABATO

Il 14 e 15 novembre si è tenuto a Rimini il convegno Autismi, nel quale sono state affrontate tematiche quali le novità dalla ricerca scientifica nel campo dell’autismo, i percorsi di formazione specifica per i vari operatori e le proposte operative per scuole e servizi. 

La seconda giornata è aperta da Fred Volkmar, Neuropsichiatra e Professore alla Yale University, che esordisce con un racconto che vede protagonista un suo paziente per farci riflettere sulle possibilità di miglioramento di molti ragazzi autistici grazie alla diagnosi ed al trattamento precoci. Presenta poi i contenuti del suo ultimo libro edito da Erickson dal titolo La diagnosi di autismo da Kanner al DSM-5, dai primi approcci diagnostici, allo sviluppo della ricerca, all’evolversi dei metodi di trattamento fino agli interventi utili a favorire un buon percorso scolastico ed un adeguato inserimento lavorativo. Fortunatamente i dati raccolti evidenziano un progressivo aumento di autistici con un buon livello di adattamento e indipendenza.

E’ il turno di Chiara Picinelli, una giovane e appassionata Biologa che ci offre una panoramica degli studi genetici più attuali riguardo all’autismo. Genetica, ambiente e genere sessuale sono i tre fattori coinvolti secondo diversi pattern nell’espressione fenotipica dell’autismo. Questa condizione neurobiologica è infatti esito di un’anomalia genetica semplice solo nel 20% dei casi.

Tra le possibili cause prenatali le ultime ricerche ipotizzano il ruolo delll’età dei padri. Risulta cioè un dato significativo l’età della paternità dei papà ma anche quella dei nonni, allargando l’attenzione quindi alla dimensione trigenerazionale. In epoca postnatale il fenotipo è modificabile dall’ambiente solo in presenza di anomalie neuroanatomiche. La dott.ssa Picinelli accenna al tanto discusso legame tra vaccini ed autismo ribadendo ciò che è da tempo ormai noto in ambito scientifico: non esiste ad oggi alcuna ricerca che abbia evidenziato una correlazione tra i due fattori.

Davanti ad una platea più o meno scandalizzata, il Prof. Ianes intervista Giorgia Würth, autrice del libro L’accarezzatrice. La scrittrice si è avvicinata al tema della sessualità dei disabili in Svizzera, laddove la figura dell’assistente sessuale è una figura professionale riconosciuta che interviene a supporto di disabili che, pur desiderandolo, non hanno le capacità motorie o mentali per soddisfare, nemmeno da soli, i propri desideri sessuali. In Italia l’argomento è ancora trattato come un tabù e temo che così sarà ancora per molto tempo.

Giovanni Valeri, Neuropsichiatra presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma, ci offre una veloce panoramica dei trattamenti rivolti alla popolazione autistica, specificando che non esiste un trattamento evidence-based che curi l’autismo ma molti trattamenti si sono dimostrati utili nel produrre miglioramenti in diverse aree dello sviluppo, soprattutto se si tratta di interventi precoci e intensivi ( 25 ore a settimana di occasioni di apprendimento sotto gli 8 anni).

La vera sfida per i professionisti sarà pensare a interventi in grado di puntare direttamente alla cognizione sociale, il cui anomalo sviluppo costituisce il cuore della sintomatologia autistica.

Donata Vivanti, Vice-Presidente vicaria della Federazione Italiana Superamento Handicap (FISH) e madre di due ragazzi autistici, chiude il convegno denunciando una scarsa attenzione al benessere degli adulti in condizione autistica, parlando di servizi, diritti e forme di tutela. 

Un convegno decisamente ricco di contenuti rivolto ad una platea di 900 persone.

Un altro passo avanti nella diffusione di buone informazioni riguardo una condizione neurobiologica che interessa una popolazione sempre più ampia.

 

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La personalità e i suoi disturbi di Lingiardi e Gazzillo (2014) – Recensione

Un libro completo fatto per chi desiderare esplorare il campo della personalità sotto ogni punto di vista.

“La personalità e i suoi disturbi” di Vittorio Lingiardi e Francesco Gazzillo (2014) appena pubblicato da Raffello Cortina Editore è un libro di testo pensato per gli studenti delle facoltà di Psicologia e delle scuole di specializzazione in Psicologia Clinica e Psicoterapia. Un libro completo fatto per chi desiderare esplorare il campo della personalità sotto ogni punto di vista. Un libro articolato in tre parti, ognuna dedicata a una tema specifico.

Nella prima parte i concetti di personalità, carattere e temperamento sono trattati nei termini dei maggiori paradigmi psicologici, dalla psicoanalisi alle neuroscienze passando per le scienze cognitive, sistemiche e le teorie umanistiche.

Dopo le grandi teorie, anche i dati empirici sono passati in rassegna, con le ricerche sul ruolo del trauma e dell’ambiente, sull’influenza della relazione di attaccamento sugli stati dissociativi, sulle funzioni metacognitive e di mentalizzazione sulla regolazione emotiva.

Dopo questo salto nella contemporaneità gli autori tornano su un tema più antico, i meccanismi di difesa, però attualizzandolo. Seguono alcuni capitoli più specialistici sull’identità e la disforia di genere, gli strumenti di valutazione, la tecnica del colloquio e infine i sistemi di classificazione nosografica.  

Nella seconda parte si passa a considerare la personalità patologica. Dapprima si elencano le principali teorie cliniche e si analizza come ognuna di queste concepisce il rapporto tra personalità sana e patologica. Di nuovo si assiste alla processione dei principali paradigmi: psicodinamico, cognitivo, sistemico e umanistico, fino ad arrivare ai moderni teorici della personalità borderline: Fonagy, Kernberg, Linehan e Paris. Si passa poi alle diagnosi di disturbo di personalità e poi alle terapie, descritte nei loro aspetti teorici e tecnici.

La seconda parte si appresta a concludersi tratteggiando i nuovi concetti di relazione e alleanza terapeutiche nel loro rapporto con la personalità e infine termina con l’influenza dei fattori sociali e culturali sui disturbi di personalità.

La terza parte, infine, esamina le diagnosi psichiatriche non appartenenti all’area dei disturbi di personalità: psicosi, ansia, depressione e altri. Si tratta di disturbi emotivi e psichici che, pur non concepiti come legati alla personalità e alle sue deviazioni, in qualche modo implicano un tratto caratteriale. In qualche modo, pensano gli autori, esistono delle componenti  temperamentali in un paziente ansioso o depresso.

Il libro termina con una nota un po’ più leggera: un capitolo sul cinema e su come i vari topi caratteriali sono rappresentati sullo schermo. Intrattenimento, ma anche cultura.

 

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Recensione di “La confusione è precisa in amore” di Vittorio Lingiardi

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Lingiardi, V., & Gazzillo, F. (2014). La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento. Raffaello Cortina Editore. ACQUISTA ONLINE

Elsevier Presenta un Report sullo Stato della Ricerca Neuroscientifica Mondiale

Anche se il 70% della ricerca nel campo delle neuroscienze avviene in USA e Europa, la Cina è il paese più produttivo per il settore e quello in cui le neuroscienze sono in maggiore crescita.

Washington DC, 14 novembre, 2014 – Con una persona su quattro al mondo che soffre di disordini neurologici e del cervello, Elsevier, casa editrice internazionale, leader nel settore dei servizi e dei prodotti d’informazione scientifica, tecnica e medica, ha annunciato il lancio di un report globale rivoluzionario sullo stato della ricerca neurologica: Brain Science: Mapping the Landscape of Brain and Neuroscience Research.

Lo studio è stato condotto da Elsevier, con il contributo della Commissione Europea, della Federazione delle Società Europee di Neuroscienze (FENS), del Progetto Cervello Umano (HBP), della Fondazione Kavli e dell’ Istituto RIKEN per le Scienze del Cervello (BSI). Lo studio è finalizzato ad individuare di dati di riferimento sullo stato attuale della ricerca neurologica globale, allo scopo di fornire spunti sulle priorità future di ricerca e di finanziamento.

Lo studio si basa sui quasi 2 milioni di articoli scientifici sulle neuroscienze archiviati in Scopus e pubblicati tra il 2009 e il 2013 e incorpora gli abstract degli studi finanziati dagli Istituti Nazionali di Sanità (NIH) e dal Settimo Programma Quadro della Commissione Europea per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico (FP7) per lo stesso lasso di tempo.

Le scoperte più importanti presentate dal report includono:

  • Produttività della ricerca: nel periodo in considerazione, sono stati prodotti 1,79 milioni di articoli nel campo delle neuroscienze, vale a dire il 16% della produzione scientifica mondiale. Complessivamente, nel 2013, i ricercatori europei e statunitensi hanno prodotto più del 70% della ricerca neuroscientifica mondiale. In termini di volumi di pubblicazione, USA, UK, Cina, Germania e Giappone si sono classificati nella top-five dei paesi più prolifici nel settore. La crescita maggiore è stata però sperimentata dalla Cina, sia in termini di ricerca prodotta, sia in termini del numero di articoli sul totale mondiale, rispettivamente l’11,6% e il 7,5%.
  • Impatto della ricerca: nel 2013 la misura ponderata dell’impatto delle citazioni per il settore di riferimento (FWCI) è stata 1,14. Ciò vuole significare che tali articoli sono stati citati il 14% in più della media di tutte le aree tematiche.
  • Collaborazione: l’impatto delle citazioni (FWCI) degli articoli statunitensi elaborati in collaborazione con autori internazionali è stato maggiore del 56% rispetto all’impatto prodotto da articoli collaborativi pubblicati da autori provenienti da singole istituzioni.
  • Mobilità interdisciplinare: circa il 60% dei ricercatori nelle neuroscienze ha prodotto pubblicazioni anche in altre discipline, tra cui: anatomia, scienze cognitive, informatica, psicologia e etica. Il 16% dei suddetti scienziati, inoltre, è rimasto attivo su tali discipline alternative per più di due anni.
  • Tendenze emergenti: confrontando i temi più popolari (c.d. top concepts) e quelli rapidamente in ascesa (c.d. burst concepts) è emerso che i secondi riguardavano principalmente questioni metodologiche, mentre i primi affrontavano temi come le malattie mentali e lo sviluppo di farmaci.
  • Analisi dei finanziamenti: se le ricerche finanziate dall’Istituto di Sanità (NIH) statunitense hanno riguardato principalmente l’impatto delle metanfetamine, della cannabis e della nicotina, quelle sovvenzionate dalla Commissione Europea hanno riguardato soprattutto l’uso dei farmaci antipsicotici nel trattamento della schizofrenia.

I risultati prodotti si basano su analisi bibliometriche tradizionali e sulle misure della mobilità e della collaborazione tra gli scienziati. In aggiunta, il report fornisce alcuni spunti di riflessione provenienti da interviste con eminenti esperti della ricerca neuroscientifica, tra cui Monica Di Luca, FENS; Susumu Tonegawa, BSI e Richard Frackowiak, HBP.

Sono tempi particolarmente entusiasmanti per le neuroscienze” ha detto Nick Fowler, Managing Director Research Management per Elsevier. “Con le nuove tecnologie disponibili per comprendere i circuiti cerebrali funzionali, le nuove e rilevanti opportunità di finanziamento presenti in tutti i paesi del mondo e la sempre maggiore influenza e interconnessione tre le discipline, le neuroscienze sono pronte per affrontare una grande sfida: comprendere le funzioni e le disfunzioni del cervello umano. Con questo report siamo lieti di fornire nuovi spunti che arricchiscano il dibattito in questo importante campo scientifico.

Il report e le sue principali scoperte sono stati presentati dai membri delle Global Academic Relations di Elsevier e dal team Analytical Services alla Society for Neuroscience 2014 Conference, il 15 novembre a Washington DC. Il team di Elsevier è stato affiancato da un panel di illustri esperti delle neuroscienze, provenienti da Stati Uniti, Unione Europea e Giappone, per condividere opinioni sullo stato corrente e sulle più nuove tendenze della ricerca neurologica globale.

 

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Tra diagnosi e interventi intensivi precoci: report dal convegno Autismi- Rimini, 14 e 15 novembre 2014- I parte

SESSIONE PLENARIA DEL VENERDI’

Il 14 e 15 novembre si è tenuto a Rimini il convegno Autismi, nel quale sono state affrontate tematiche quali le novità dalla ricerca scientifica nel campo dell’autismo, i percorsi di formazione specifica per i vari operatori e le proposte operative per scuole e servizi. 

La plenaria di venerdì si apre con il contributo di Selene Colombo, autrice, regista e produttrice di Ocho pasos Adelante, un documentario che racconta la storia di 5 bambini argentini autistici, attraverso le parole dei familiari e la ripresa di vari momenti del percorso terapeutico che li coinvolge. Il film ha lo scopo principale di sensibilizzare le famiglie, i pediatri e gli educatori di nido, circa l’importanza di una diagnosi precoce, resa possibile da semplicissimi questionari di screening, come la M-CHAT, rivolti a bambini di soli 18 mesi. Scena madre del documentario è infatti quella in cui soggetto della checklist è una bambina neurotipica di un anno e mezzo per sottolineare ulteriormente quanto già a questa età i profili di sviluppo si differenzino a tal punto da rendere possibile effettuare una diagnosi di autismo.

Il Professor Zappella, direttore scientifico della rivista Autismo e disturbi dello sviluppo, introduce un secondo contributo in merito a valutazione e diagnosi, sottolineando l’importanza di un approccio dinamico che segua il percorso di crescita dei bambini e la necessità di offrire un contesto di valutazione facilitante poiché gli autistici hanno un’enorme sensibilità nei confronto dell’ambiente. I test diagnostici peccano a suo parere proprio di eccessiva staticità e possono delineare profili poco attendibili. In linea con queste premesse anche i video del bambino effettuati dai genitori assumono un ruolo centrale nel percorso di valutazione e diagnosi. Anomalie nel funzionamento del SNC sono infatti già ipotizzabili osservando i movimenti degli arti di neonati (general movements).

Lucio Cottini, Presidente della Società Italiana di Pedagogia Speciale, organizza il suo discorso intorno a 4 concetti chiave fondamentali per una scuola inclusiva: programmazione, organizzazione, didattica speciale e compagni di classe.

In primo luogo ogni alunno autistico merita una programmazione educativa che sia orientata all’inclusione e sia in linea con il percorso valutativo e riabilitativo del minore. La rigidità organizzativa della scuola ostacola spesso la qualità dell’apprendimento di un alunno autistico. Sarebbe utile non solo prevedere un adattamento del materiale didattico secondo le specifiche esigenze ma anche un’organizzazione dell’ambiente fisico della classe che preveda lo spazio per il lavoro individuale e quello per le attività nel piccolo gruppo.

Ad oggi sono moltissime le risorse della didattica speciale a cui attingere. Supporti come il video modeling si stanno dimostrando utili nel facilitare l’apprendimento. La scuola dovrebbe mostrarsi più flessibile nell’accogliere nuovi strumenti educativi.

Infine, affinché i compagni di classe siano effettiva risorsa, gli insegnanti devono impegnarsi per garantire un clima positivo e non competitivo, promuovere un insegnamento cooperativo che preveda anche momenti di tutoring tra pari.

Marco Bertelli, Psichiatra e Direttore Scientifico del CREA (Centro Ricerca E Ambulatori), ci illustra il problema della diagnosi differenziale tra autismo e disabilità intellettiva. Quest’ultima andrebbe considerata come un raggruppamento metasindromico e l’autismo come una condizione con disfunzioni cognitive specifiche. Ne deriva la necessità di rivedere il concetto di QI come criterio diagnostico per puntare a valutazioni quanto più possibile mirate alle diverse abilità cognitive. Ad oggi gli strumenti diagnostici risultano carenti proprio in questo.

L’importanza di valutazioni più mirate è dettata anche dal fatto che le debolezze cognitive determinano una specifica vulnerabilità psicopatologica. L’autismo per esempio è a rischio maggiore rispetto alla popolazione neurotipica per depressione, mania, e disturbi alimentari.

Un’accurata caratterizzazione del soggetto può quindi costituire un fattore protettivo e può altresì permettere di individuare punti di forza e ambiti di soddisfazione personale nell’ottica di una promozione globale del benessere della persona.

La parola passa poi a Filippo Muratori, Ricercatore presso l’IRCCS Fondazione Stella Maris, che dedica il suo intervento all’importanza di una diagnosi precoce, dal momento che l’espressione comportamentale che conduce spesso un bambino all’osservazione neuropsichiatrica emerge a seguito di una condizione neurobiologica preesistente. Saper individuare quanto prima gli indizi di uno sviluppo atipico permetterebbe un intervento così precoce da sfruttare al meglio la plasticità neuronale che caratterizza un cervello nei primi anni di crescita.

Anche prima dei 18 mesi è infatti possibile ricavare dati significativi osservando il pianto, la motricità e lo stile di interazione. Raggiunto il traguardo dell’anno e mezzo è obbligo sanitario saper riconoscere bambini con possibile DSA. Strumenti di screening come il questionario M-Chat, a cui si è gia accennato, unitamente ad accurati colloqui con i genitori, dovrebbero essere più che sufficienti a garantire questo scopo. I trattamenti che si mostrano più efficaci sono infatti quelli precoci, unitamente all’inclusione in classi regolari ed al coinvolgimento attivo della famiglia nel percorso terapeutico. Chiude l’intervento denunciando percorsi troppo lunghi e tortuosi dal momento della diagnosi all’accesso ad un percorso terapeutico, ritardando così l’età di presa in carico.

Giacomo Vivanti, Psicologo e Ricercatore alla Trobe University, ci parla di Autismo come un disturbo dell’apprendimento sociale e ci mostra con orgoglio il risultato di anni di ricerche in questo campo.

Le difficoltà dei bambini autistici ad apprendere non dipendono solo da ragioni motivazionali ma soprattutto da un modo diverso di elaborare e quindi interagire con la realtà. Per esempio a loro manca la propensione ad imitare spontaneamente quello che fanno gli altri. Il ricercatore ne offre una spiegazione mostrandoci, grazie all’eye-tracking, i diversi percorsi dello sguardo di un bambino autistico rispetto a quelli di un neurotipico. Mentre quest’ultimo segue naturalmente lo sguardo altrui, un autistico tende a dirigere la propria attenzione visiva verso elementi meno salienti del contesto. Segue anche un breve video di un momento di terapia che lo vede coinvolto con una bimba secondo il modello dell’ESDM (Early Start Denver Model).

Chiude la mattinata di convegno Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di Tommy, un ragazzo autistico che denuncia la difficoltà di rendere tutto ciò di cui si è parlato fino ad ora significativo in termini di efficienza istituzionale.

 

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Fantasie sessuali: quali sono le più diffuse?

FLASH NEWS

I risultati indicano che le fantasie sessuali della popolazione generale sono molteplici, cioè poche fantasie possono essere considerate statisticamente rare, insolite, o atipiche.

Parlando di fantasie sessuali è difficile definire cosa è normale e cosa no. E anche in ambito psicodiagnostico non c’è chiarezza su cosa siano le fantasie “atipiche” che caratterizzano le parafilie, cioè pulsioni erotiche connotate da fantasie o impulsi intensi e ricorrenti che coinvolgono un partner non consenziente, inducono dolore, o che sono assolutamente necessarie per il raggiungimento della soddisfazione sessuale.

La quinta edizione del DSM-5 parla di fantasie “anomale”, mentre L’Organizzazione Mondiale della Sanità le definisce “insolite”. Ma esattamente cosa è una fantasia sessuale insolita? Questo è quanto ha cercato di definire uno studio pubblicato in questi giorni sul Journal of Sexual Medicine.

Per scoprirlo i ricercatori canadesi hanno condotto un’indagine all’interno della popolazione generale con l’obbiettivo di specificare cosa è “la norma” in ambito di fantasie sessuali, un passo essenziale, secondo loro, nella definizione di ciò che è patologico.

Dal momento che la maggior parte degli studi sulle fantasie sessuali sono stati condotto sugli studenti universitari, i ricercatori hanno deciso, questa volta, di concentrarsi sugli adulti. Il campione composto da 1.517 adulti (799 uomini e 718 donne, età media 30 anni) ha risposto a un questionario che permettesse di descrivere dettagliatamente le loro fantasie sessuali, e la loro fantasia preferita.

I risultati indicano che le fantasie sessuali della popolazione generale sono molteplici, cioè poche fantasie possono essere considerate statisticamente rare, insolite, o tipiche.

Tuttavia, lo studio conferma che gli uomini hanno più fantasie e le descrivono in modo più vivido rispetto alle donne. Lo studio ci dice anche che una percentuale significativa di donne (dal 30% al 60%) evoca temi connessi con la sottomissione (ad esempio, essere legate, sculacciate, costrette ad avere rapporti sessuali). Nelle donne, inoltre, a differenza che negli uomini, si è riscontrata una netta differenza tra fantasia e desiderio; cioè molte donne che esprimono fantasie estreme di sottomissione (ad esempio essere sopraffatte da uno sconosciuto) non desiderano assolutamente che queste fantasie si avverino.

Alla maggior parte degli uomini, invece, piacerebbe che le fantasie si trasformassero in realtà (ad esempio il sesso a tre). Come atteso poi, la presenza di un altro significativo è considerevolmente più forte nelle fantasie femminili che nelle fantasie maschili. In generale, infatti gli uomini, anche se in coppia, fantasticano molto di più su relazioni extraconiugali rispetto alle donne.

Uno dei risultati più interessanti ha a che fare con il numero significativo di fantasie sessuali presenti solo negli uomini, per esempio, fare sesso con un transessuale, il sesso anale eterosessuale, e il guardare la propria partner fare sesso con un altro uomo.

I ricercatori stanno attualmente conducendo analisi statistiche con gli stessi dati per dimostrare l’esistenza di sottogruppi omogenei di individui sulla base di combinazioni di fantasie. Ad esempio, le persone che hanno fantasie di sottomissione spesso riportano fantasie di dominazione. Questi due temi non si escludono a vicenda, al contrario, appaiono come due facce della stessa medaglia.

 

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Anche online le bugie hanno le gambe corte!

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO DEL PORTALE EDARLING

 

Errori e frottole dei profili online:

  • Un recente studio rivela a cosa fare attenzione quando completiamo il nostro profilo online.
  • Per prima cosa controlliamo l’età dei nostri contatti. Foto modificate e allusioni sessuali sono gli errori più comuni sui social network.
  • Secondo la Psicologia mentire sui siti di dating ed esagerare i propri dati è inutile e controproducente.

Sui social e sui siti di incontri si mente per mostrare il lato migliore di sé. Si mente con tutte le buone intenzioni ma spesso non funziona e si viene smascherati. eDarling ha stilato le statistiche più interessanti riguardo gli errori e le bugie dei nostri profili online, grazie alle risposte di 332 intervistati (50% uomini/50% donne, tra i 18 e i 65 anni).

Tutti abbiamo almeno un profilo su un social network e i single probabilmente ne hanno uno anche su un sito di incontri. Ogni volta che riceviamo un nuovo contatto per prima cosa ci soffermiamo a leggere le informazioni personali contenute sul profilo. Perché? Per capire chi sono, a cosa si interessano, come si descrivono o come vogliono mostrarsi agli altri. Vi siete mai chiesti su cosa si concentrano maggiormente i vostri contatti leggendo il vostro profilo?

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Cosa ne pensi di un profilo senza foto? Per il 59% degli intervistati non è interessante e comunque non lo accetterebbe tra i suoi contatti. Senza foto è difficile connettersi con gli altri poiché, non potendo visualizzare volto ed espressioni facciali, non riusciamo a farci un’idea della loro personalità. L’immagine del profilo è una parte integrante dei nostri biglietti da visita virtuali ossia i social network per amicizia, per incontri sentimentali, per lavoro, i blog e i forum. Le foto sono ciò che guardiamo subito di un profilo, per questo devono rispondere allo scopo e alle intenzioni sulla pagina. Volete sapere quali sono le peggiori?

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Un’altra questione spinosa riguarda le affermazioni e gli errori che troviamo nelle informazioni personali dei nostri contatti. Se per un colloquio di lavoro oppure durante un appuntamento romantico ci presentiamo facendo attenzione a ciò che diciamo e a come ci esprimiamo, perché non dovremmo farlo per il nostro profilo? Qual è la vostra reazione quando vi capita di dubitare della veridicità di alcune affermazioni o di inorridire di fronte agli spropositi grammaticali di un contatto? Normalmente i profili ambigui, superficiali e trascurati vengono ignorati. Ecco ciò che proprio non ci piacere leggere sui profili dei nostri contatti:

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Ci sono poi tutta una serie di dati che tendiamo a esagerare, abbellire o falsare. Secondo più del 50% degli intervistati lo scopo è di mostrare la parte migliore di noi, ma ciò di solito avviene impulsivamente sia su un profilo online sia nella vita offline di tutti i giorni. Per il 45% dei rispondenti invece lo facciamo per poca autostima o per paura di non apparire abbastanza interessanti e affascinanti. Su cosa mentiamo maggiormente nei nostri profili online? Scopritelo in questo grafico:

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Per quale motivo mentiamo online? Secondo il 56% degli intervistati, internet ci aiuta a sentirci più liberi e ci offre la possibilità di mostrare la nostra parte migliore. Sul web possiamo parlare di noi senza impedimenti e ciò è percepito come un’opportunità per descriverci nel miglior modo possibile.

 

Eppur mentiamo! Ciò è particolarmente controproducente per chi è iscritto su un sito di incontri visto che le informazioni sul profilo permettono il primo contatto tra due persone.

Recentemente si è molto parlato del dating online e delle disavventure di chi dal vivo non ha incontrato la stessa persona che sul sito si presentava e descriveva in maniera differente.

 La psicologa e coach relazione Sam Owen ci ha detto al riguardo:

Nel dating online rimaniamo fortemente delusi se scopriamo le menzogne delle persone con le quali entriamo in contatto poiché investiamo tempo, energie e speranze durante la conoscenza. Ci si aspetta infatti che i profili parlino veramente della persona che c’è dietro poiché lo scopo principale è la ricerca di una relazione sentimentale. Se i membri di un sito di incontri si descrivessero onestamente, lasciando che gli altri si facciano un’idea chiara e reale della loro personalità, avrebbero sicuramente maggiori possibilità di trovare ciò che cercano. La prima impressione di un profilo online è quella che conta, meglio fare in modo che gli altri abbiano il piacere di conoscerci per ciò che siamo e avremo maggiori possibilità di incontrare le persone giuste!

Alla luce di queste considerazioni in campo comportamentale e relazionale forse è proprio il caso di dirlo: anche online le bugie hanno le gambe corte!

FONTE:  http://www.edarling.it/

 

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Disturbo da Alimentazione Incontrollata: La Storia di Carmela

Carmela è una persona con Disturbo da Alimentazione Incontrollata. Era una bambina paffuta. Veniva consolata, premiata e viziata con il cibo. Oggi per lei questa è una sensazione familiare. Mangia per la rabbia, per la tristezza o per la noia, senza sentirsi affamata.

Carmela non conosce la sensazione di sentirsi piena. Carmela è grassa e indifesa. Soprattutto le persone che le sono più vicine non lo vedono. È la collega più servizievole, l’amica paziente, la madre che si sacrifica. Generalmente è molto apprezzata.

Nella sua vita personale ha un trattamento iniquo – ma non quando mangia, e questo ha delle conseguenze. Soprattutto di sera, quando è sola, il frigorifero la invita. Anche se ha tempo, mangia in fretta e spesso direttamente nell’incarto. Distoglie semplicemente lo sguardo! In seguito si sente sempre di più e sempre più spesso nauseata e viene assalita dai rimproveri. Inizia ad avere la coscienza sporca, perché in fondo Carmela è consapevole della sua responsabilità. Cerca senza successo una risposta che le spieghi perché si lasci andare così, pur essendo consapevole delle conseguenze. Spesso si sente come se qualcun altro la stesse controllando, qualcuno che la terrorizza.

Dopo numerosi tentativi di dieta ha gettato la spugna. A volte ha funzionato, quando Carmela riusciva davvero a tenersi “sotto controllo”. E per quanto tempo? Mesi di disciplina per avere per due settimane il peso dei suoi sogni? Carmela ha rinunciato a cercare di nascondere il suo corpo sotto i vestiti. Tanto tutto sembra una tenda. E se qualcuno la ama, allora dovrebbe accettarla per quello che è. Ma ultimamente non c’è niente da segnalare in questo campo.

Una donna “corazzata” spaventa anche il più forte degli uomini, e oltretutto c’è questo maledetto ideale di bellezza. Carmela oscilla tra il disprezzo e la tristezza, la rabbia e l’impotenza. Carmela sente sempre più il bisogno di fare qualcosa per se stessa. Il suo medico le conferma che è in sovrappeso e le consiglia di chiedere qualche consiglio sull’alimentazione. Lei esita, sa già tutto. Sul giornale trova la pubblicità di una clinica per i disturbi alimentari. Tenterà la sorte? Cosa ha da perdere?

Durante l’incontro di consulenza, le risulta evidente quanto la sua speranza in una soluzione veloce e senza problemi sia utopistica. Tuttavia si sente compresa e inizia a affrontare alcune cose. L’idea di riconoscere la funzione compensatoria del cibo, di sviluppare una nuova relazione con esso e il rischio si modificano passo dopo passo… Carmela è piena di dubbi, come le altre donne nel suo gruppo di auto-aiuto.

Solo dopo alcune settimane impara davvero a essere più paziente con se stessa e a abbandonare il suo precedente motto – Meglio un’infelicità conosciuta che una felicità sconosciuta. Accarezza l’idea di richiedere anche un aiuto terapeutico o di trovare un posto in una clinica. Nel centro di consulenza Carmela riceve anche le informazioni più aggiornate sul trattamento del Disturbo da Alimentazione Incontrollata. Lì viene indirizzata nella giusta direzione rispetto ai tipi di sport che sono adatti a lei. Esercizio fisico – Mente – Alimentazione – Carmela ora si prenderà cura di queste tre aree. Si prenderà il suo tempo perché aggiustare il suo stile di vita è un obiettivo sia eccitante che stressante.

 

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Interazioni disorganizzate e sintomi clinici nella media infanzia

 

L’analisi dei child-reports e dei parent-reports di bambini classificati come disorganizzati ha confermato che l’attaccamento disorganizzato è associato a sintomi clinicamente significativi di depressione, di fobia sociale e di problemi di pensiero e di attenzione.

Non c’è epoca nella vita che non sia segnata da relazioni di attaccamento e da vicende di separazione, più o meno felicemente elaborate, che contribuiscono a costruire nell’ individuo il senso di possedere fiducia in se stesso e una base sicura (Gorrese, 2005).

Il termine attaccamento è stato introdotto in seguito a numerose ricerche sullo sviluppo per riferirsi ad un legame specifico costruito tra madre e bambino. Sin dalle prime teorizzazioni sull’ evoluzione sociale dell’uomo, queste precocissime interazioni sono state oggetto di profonda riflessione per la loro potenza sullo sviluppo e la regolazione di quelle future.

Dal grado di armonica rispondenza tra i sistemi comportamentali di madre e bambino, l’esperienza di attaccamento evolve in condotte che rivelano differenti gradi di sicurezza, ansietà, resistenza, disorganizzazione (Bucolo & Accursio, 2007).

Le connotazioni assai specifiche di questo sistema sono state scoperte anche attraverso il ricorso al paradigma sperimentale della Strange Situation, che ha reso possibile la distinzione di tre stili di attaccamento: sicuro, insicuro-evitante e insicuro-resistente. L’adattamento alla vita futura è stato definito da questo momento in poi segnato dall’ influenza predominante dell’attaccamento insicuro.

È interessante notare come differente attenzione sia stata riservata all’ attaccamento disorganizzato. Questa categoria identificata solo in un secondo momento è affascinante per le sue peculiari tendenze comportamentali. In essa disposizioni di avvicinamento si mescolano a quelle di allontanamento in maniera bizzarra e conflittuale. Si ipotizza una loro comparsa quando comportamenti attivati all’interno dell’infante competono per l’espressione. Il rifiuto di avvicinarsi alla figura primaria si accompagna al dondolio sulle ginocchia e può essere seguita dal pianto o dall’ improvvisa immobilizzazione nel movimento di accostarsi al genitore. Tali tendenze non possono che costituire la testimonianza di una relazione parentale disorientante e contraddittoria.

Tra gli studi interessati ad esplorare un sistema tanto conflittuale, emerge quello dei ricercatori M. J. Crowley, L. C. Mayes, D. H Davis dell’Università di Yale e la ricercatrice Jessica Borrelli dell’Università del Claremont. Questa ricerca ha il pregio di aver spostato il focus attenzionale da altre fasi di sviluppo alla media infanzia, indagandone il legame con i sintomi clinici, poiché proprio in questa fase e nell’ adolescenza si riscontra un aumento ripido dell’incidenza di disturbi psichiatrici.

In precedenza, il pattern disorganizzato era stato associato a problemi d’internalizzazione, di reticenza nelle situazioni sociali e a difficoltà di pensiero e attenzione.

Sulla scorta di questi studi la ricerca ha preso in esame un campione di novantasette bambini di 8-12 anni di ceto medio-basso dell’area circostante New Heaven, ricorrendo a strumenti che hanno analizzato sia i modelli del discorso narrativo delle relazioni di attaccamento, sia la frequenza dei vari comportamenti indagati in più contesti.

Più precisamente, durante la prima sessione, è stata indagata l’esperienza presente e passata dei bambini con i caregivers primari, mentre i genitori hanno completato questionari per la valutazione dei problemi di pensiero e di attenzione e del disturbo depressivo maggiore e della fobia sociale.

Durante la seconda sessione di studio, sono state misurate le caratteristiche comportamentali, cognitivo-emotive e fisiologiche della depressione ed è stata valutata la timidezza, attraverso la compilazione di questionari da parte dei bambini.

L’analisi dei child-reports e dei parent-reports di bambini classificati come disorganizzati ha confermato che l’attaccamento disorganizzato è associato a sintomi clinicamente significativi di depressione, di fobia sociale e di problemi di pensiero e di attenzione.

Tali conclusioni sottolineano la necessità per la ricerca futura di una esplorazione più profonda del legame tra l’attaccamento disorganizzato e i sintomi di psicopatologia, attraverso il ricorso a batterie di valutazione più ampie e estendendo l’indagine anche a svariate popolazioni.

 

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La diagnosi in psichiatria: ripensare il DSM-5 di Allen Frances – Recensione

Il libro pone in evidenza la necessità di un uso corretto e utile della diagnosi e della sua integrazione con gli obiettivi che essa consente di conseguire in termini di conoscenza del paziente e adeguatezza degli interventi intesi a ridurne la quantità/qualità della sofferenza.

Fin dalla sua fase preparatoria il DSM-5 è stato a gran voce criticato da Allen Frances, Coordinatore della task force del DSM-IV. Le critiche mosse dall’autore riguardano l’abbassamento delle soglie diagnostiche e l’aggiunta di nuovi disturbi da lui considerati speculativi e inutilmente medicalizzanti.

Il DSM-5 introduce il concetto di “spettro” che è strettamente legato all’approccio dimensionale che si va a contrapporre all’approccio categoriale che ha caratterizzato il DSM-III e il DSM-IV e che era ritenuto meno adeguato a descrivere la realtà clinica.  Il volume di Frances evidenzia come l’utilità di una diagnosi consiste nella sua capacità di rispondere a requisiti di specificità e generalizzabilità.

L’autore non inserisce all’interno del libro tutti i disturbi mentali presenti nel DSM-5 e la sequenza è differente, è basata sulla frequenza di comparsa dei diversi disturbi in un contesto clinico e sull’interesse diagnostico. Per ciascun disturbo viene inoltre riportato il codice ICD-9-CM e dove possibile anche il codice ICD-10-CM.

Il libro fornisce una descrizione prototipica di ogni diagnosi invece di criteri diagnostici difficili da ricordare e un elenco delle condizioni che devono essere escluse ai fini della diagnosi differenziale. Nella rilettura del DSM-5, Frances, inserisce i “Riquadri di Avvertenza” sui cambiamenti introdotti.

Il DSM-5 ha introdotto i requisiti sintomatologici per la diagnosi di DDAI negli adulti e ha aumentato l’età di esordio richiesta a 12 anni; la diagnosi da disturbo da disregolazione dell’umore dirompente, per descrivere i bambini soggetti a frequenti scoppi di ira; la nuova categoria diagnostica di disturbo neurocognitivo lieve per identificare le persone con problemi neurocogitivi che al momento non soddisfano i criteri per la diagnosi di disturbo neurocognitivo maggiore; il disturbo da binge-eating.

Ha eliminato la clausola di “esclusione del lutto” che discriminava i sintomi del lutto da quelli del disturbo depressivo maggiore, viene però inclusa una nota che cerca di discriminare tra i sintomi. Ha riunito le categorie precedentemente separate di abuso di sostanze e dipendenza da sostanze, il disturbo da uso di sostanze.

La sezione sui disturbi correlati a sostanze e da addiction include il gioco d’azzardo patologico e introduce il concetto di dipendenza comportamentale.

Infine, a seguire, si trovano alcune linee guida per giungere ad una diagnosi efficace alla base di una buona pratica clinica: la relazione con il paziente deve essere al primo posto, la diagnosi è uno sforzo comune; i giudizi diagnostici devono essere continuamente riesaminati durante tutto il lavoro clinico; la guida nella formulazione della diagnosi e nell’indicazione del trattamento è la valutazione dei costi e dei benefici.   

Il libro pone in evidenza la necessità di un uso corretto e utile della diagnosi e della sua integrazione con gli obiettivi che essa consente di conseguire in termini di conoscenza del paziente e adeguatezza degli interventi intesi a ridurne la quantità/qualità della sofferenza. Si utilizzi pure il DSM-5 per fare una diagnosi facendo precedere un ragionamento diagnostico che ci permetta di non cadere in errore.

 

GUARDA L’INTERVISTA AD ALLEN FRANCES:

Intervista Allen Frances - SLIDE

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Frances, A. (2014). La diagnosi in psichiatria: ripensare il Dsm-V. Raffaello Cortina Editore. ACQUISTA ONLINE

Il binge drinking adolescenziale produce danni cerebrali permanenti

FLASH NEWS

Bere alcol ha effetti negativi sullo sviluppo fisico dei percorsi neurali nella corteccia prefrontale, una delle ultime regioni del cervello a maturare.

Il binge drinking in adolescenza può avere effetti duraturi sui circuiti cerebrali che sono ancora in via di sviluppo. A sostenerlo sono i ricercatori della University of Massachusetts Amherst e della Louisiana State University sulla base di uno studio condotto su un modello di bing-drinking adolescenziale effettuato sui roditori: il cervello di ratti adolescenti sembra infatti essere sensibile all’esposizione episodica all’alcol.

Questo è il primo studio a dimostrare che bere alcol ha effetti negativi sullo sviluppo fisico dei percorsi neurali nella corteccia prefrontale, una delle ultime regioni del cervello a maturare.

Negli esseri umani, l’esordio precoce del consumo di alcol è stato collegato a problemi di memoria, impulsività e un aumento del rischio di alcolismo in età adulta. Poichè l’adolescenza è un periodo in cui la corteccia prefrontale matura, è possibile che l’esposizione all’alcol possa alterare il corso dello sviluppo cerebrale.

La corteccia prefrontale è il centro del processo decisionale e regola le emozioni e gli impulsi. In particolare, i ricercatori hanno esplorato il danno fisico alle guaine mieliniche che avvolgono e isolano gli assoni, i “fili” che trasmettono le informazioni da un neurone all’altro. La mielina aumenta la velocità con cui gli impulsi elettrici viaggiano lungo gli assoni, migliorando l’elaborazione delle informazioni e le prestazioni cognitive.

Come gli adolescenti, i topi amano le bevande dolci e sono disposti a impegnarsi per ricevere questo premio premendo una leva in una scatola. Questo approccio ha sostenuto lo sviluppo di un circuito di rinforzo comportamentale e ha generato una quantità elevata di consumo volontario di alcol durante la prima fase dello sviluppo adolescenziale dei ratti. 
I ricercatori hanno esaminato la mielina alla fine del periodo di binge drinking adolescenziale e hanno scoperto che si era ridotta nella corteccia prefrontale.

In un secondo esperimento, hanno esaminato la mielina alcuni mesi più tardi e hanno scoperto che bere alcol ha causato una significativa perdita di materia bianca e danneggiamento della mielina nella corteccia prefrontale del topo adulto. Gli effetti dell’alcol sugli adolescenti erano paragonabili a quanto osservato dopo la dipendenza da alcol in età adulta. Questo dimostra che già nel cervello adolescente può essere accresciuta la sensibilità all’alcol.

I ricercatori sperano che le loro scoperte portino a nuove strategie terapeutiche nel trattamento dell’abuso di alcol e nuovi approcci per le famiglie e i professionisti che lavorano con gli adolescenti. Inoltre, i risultati di questo lavoro, concentrandosi sulla corteccia prefrontale, potrebbero aiutare a capire meglio la funzione della mielina e come deficit di mielina possono contribuire ad altre patologie psichiatriche associate con i danni prefrontali, come l’impulsività, la sindrome di Tourette e la schizofrenia.

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BIBLIOGRAFIA:

CBT: il risveglio della bella addormentata

Incontro a Padova tra esponenti della psicoterapia cognitiva e comportamentale in Italia

La terapia cognitiva e comportamentale –ovvero la CBT (cognitive behavioural therapy)- in Italia è una bella addormentata. Se ne sta rinchiusa nel suo castello e si accontenta delle sue formidabili mura fortificate, che si chiamano “rigore scientifico”, “provata efficacia clinica”, “successo internazionale” e “modernità”. E dorme. Illudendosi che basti attendere e un principe azzurro verrà a liberarla, consegnandole le chiavi del regno della psicoterapia.

Il principe azzurro, però, appartiene a un’altra favola, quella di Biancaneve, e non comparirà in questo racconto. Sarebbe ora che la CBT si desse una mossa e la smettesse di illudersi che bastino rigore scientifico e provata efficacia per diffondersi nella pratica clinica italiana. Accanto alla Scienza esiste anche la Storia con le sue leggi altrettanto rigorose, seppur meno prevedibili. E tra queste regole c’è quella che dice che i profeti disarmati fanno poca strada. Occorre organizzarsi, porsi degli obiettivi, muoversi.

Per fortuna qualcuno lo sta facendo. Forse un principe azzurro in fondo c’è, deciso a risvegliare la principessa dai suoi sogni. E questo principe potrebbe essere Ezio Sanavio, professore di psicologia a Padova e figura storica dello sviluppo della CBT in Italia. La settimana scorsa Sanavio ha invitato a incontrarsi i direttori di alcune tra le più importanti scuole di specializzazione in CBT. L’incontro è avvenuto a Padova venerdì 14 novembre nell’aula “Cesare Musatti” del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova.

Sanavio desidera compattare le forze del cognitivismo e comportamentismo clinico italiani, movimento che in Italia non ha avuto ancora il pieno successo di cui gode all’estero. La CBT, è, al giorno d’oggi, la psicoterapia che più di ogni altra può aspirare al titolo di cura scientificamente efficace. I suoi meccanismi di azione e la sua capacità di generare benessere in pazienti di vari disturbi psicologici sono stati testati in studi rigorosi (vedi tabella), il cui standard scientifico è paragonabile a quello rispettato per provare scientificamente l’efficacia dei farmaci chimici e gli interventi chirurgici raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Che infatti raccomanda anche la CBT.

 

Protocolli CBT efficaci per disturbi psicologici

Abuso di sostanze Beck, Wright, Newman e Liese (1993)
Accumulo patologico (hoarding) Frost, Krause e Steketee (1996)
Ansia Beck e Emery (1985)
Ansia sociale

 

Clark e Wells (1995); Heimberg (1997); Rapee (1997)
Disturbi alimentari Fairburn (1981); Fairburn, Shafran e Cooper (1999)
Disturbo d’ansia generalizzato Wells (1995); Dugas (1998)
Disturbo d’ansia per la salute Salkovskis (1985)
Disturbo bipolare Basco e Rush (2005)
Disturbo dismorfofobico Veale (2002)
Disturbo ossessivo compulsivo Salkovskis (1985); Rachman (2002)
Disturbi di personalità Beck, Freeman e collaboratori (2003)
Disturbo post-traumatico da stress Ehlers e Clark (2000); Brewin (2001)
Gestione delle crisi Dattilio e Freeman (1994)
Insonnia Harvey (2003)
Problemi di coppia Beck (1988)
Psicosi

 

Beck, Grant, Rector e Stolar, (2008); Chadwick (1998)
Rabbia Beck (1999)
Tic O’Connor (2003)

 

Malgrado questo, oggi la CBT è poco diffusa in Italia. È praticata in studi privati e in alcuni centri specialistici pubblici e privati. La sua presenza nel servizio pubblico è a macchia di leopardo: in alcune zone sporadica, in altre meno. Non esiste un piano generale di diffusione, la sua presenza sul territorio è affidata all’eventuale passione dei singoli operatori. Eppure per alcuni disturbi, come le varie forme di ansia, è il trattamento di elezione, come potrebbe esserlo l’aspirina per alcuni stati infiammatori. Immaginiamo un servizio pubblico che prescrive l’aspirina ina base alle convinzioni dei singoli medici che presidiano un certo territorio. Una situazione intollerabile.

Le colpe non sono solo della scarsa informazione del governo politico, ma anche della poca coordinazione degli esponenti della CBT in Italia. E per questo Sanavio si è mosso, invitando alcuni di questi esponenti a Padova per parlare, confrontarsi e iniziare a disegnare una linea d’azione.

La redazione di State of Mind era presente ufficialmente all’evento, con l’incarico di raccontarlo.

L’incontro prevedeva una serie di relazioni, una libera discussione e una conclusione che convenisse su una qualche preliminare linea d’azione. Per prima ha parlato Antonella Montano del Beck Institute di Roma, che ha difeso una concezione omogenea della CBT come terapia scientifica e pragmatica. Ha aggiunto che in Italia occorre migliorare il contributo originale alla ricerca e alla validazione empirica del modello CBT. La parte più interessante è stata quando la Montano ha raccomandato un forte controllo sull’aderenza dei terapeuti italiani ai protocolli CBT validati, lasciando da parte la tendenza alla personalizzazione creativa dei trattamenti.

Dopo la Montano, Carlo Ricci dell’Istituto Walden di Roma ha difeso gli standard formativi italiani e proposto la costituzione di un’agenzia che garantisca il rispetto degli standard di aderenza. Che gli standard italiani siano elevati e tra i più severi d’Europa grazie alla legge fondante delle scuole di terapia è vero. Al tempo stesso, però, sono carenti nel fornire un percorso di formazione continua che vada al di là degli anni iniziali. Inoltre, è sembrato che la proposta di Ricci di un’agenzia rischi di generare solo nuovi organi e nuova burocrazia.

Lucio Sibilia del Centro per la Ricerca in Psicoterapia ha parlato con franchezza di un altro problema che danneggia la diffusione della CBT in Italia: la frammentazione teorica e clinica che sta iniziando a investire la CBT, anche all’estero. Difficile diffondere un paradigma che sta iniziando a dividersi. Per questo Sibilia proporne la formazione di un vocabolario comune che unisca le differenti correnti. Il rischio però sarebbe la produzione di un tentativo eclettico e poco capace di svilupparsi.

Silvio Lenzi della scuola bolognese di psicoterapia cognitiva a indirizzo costruttivista ed evolutivo è esponente di una delle correnti che si stanno differenziando dal tronco centrale della CBT e quindi ha difeso questo processo di differenziazione come una ricchezza e uno sviluppo. Lenzi inoltre non ha negato il bisogno che anche questa corrente si misuri con la ricerca. Parere forse di parte, ma che ha diritto di parola. Certo, si spera che la differenziazione di sotto-paradigmi non diventi un caotico gioco fine s stesso.

Sandra Sassaroli della Scuola Studi Cognitivi di Milano ha invece difeso la centralità della CBT e dell’aderenza ai protocolli, pur lasciando spazio alla possibilità di integrare sviluppi collaterali costruttivisti ed evolutivi. Sassaroli ha inoltre condiviso con forza la necessità di costruire una associazione che tuteli le scuole cognitivo comportamentali verso le istituzioni.

Paolo Moderato professore di Psicologia Generale presso la Libera Università IULM di Milano e direttore di IESCUM (Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano) ha parlato dei recenti sviluppi di terza ondata come una possibilità di riunificazione e non di frammentazione; questi sviluppi danno attenzione ai processi clinici, sui quali si può trovare un accordo scientifico.

Roberto Anchisi dell’Accademia di Scienze Comportamentali e Cognitive di Parma ha insistito sulla necessità di un trattamento olistico, che non restringa la psicoterapia cognitiva alla cura del sintomo. Antonino Tamburello dell’Istituto Skinner di Roma ha raccomandato la necessità di un’azione concreta.

Infine, Francesco Mancini ha parlato della centralità della ricerca sperimentale come base scientifica della CBT. Nella discussione successiva hanno parlato Maria Grazia Strepparava dell’Università di Milano Bicocca e Paolo Michielin dell’Università di Padova, entrambi invocando azioni concrete. In particolare Michielin ha evocato lo spettro della consunzione che colpisce tutti i movimenti che non riescono a montare sul treno del successo quando passa.

Tra le relazioni emergevano alcune differenze, tra le quali la maggiore era tra chi spingeva per protocolli di cura focalizzati e scientificamente rigorosi e chi invece desiderava una concezione della CBT che sapesse unire aspetti umanistici alla scientificità.

Il risultato più confortante, però, è il desiderio concreto di far nascere una Consulta che raccolga le personalità più influenti della psicoterapia cognitiva e comportamentale in Italia e sappia rappresentare i suoi interessi presso gli organi ministeriali e governativi. La fine della giornata ha visto la costruzione di un piccolo gruppo di partecipanti che si occuperà di costruire il primo statuto della consulta da proporre alla prima riunione che si terrà a Padova i primi di febbraio.

Binge Eating Disorder: Disturbo da Alimentazione Incontrollata – Psicopedia

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata è un disturbo alimentare con una causa psicologica (psicogeno), spesso correlato a sovrappeso e obesità.

Caratteristiche del Disturbo da Alimentazione Incontrollata

La differenza essenziale tra il Disturbo da Alimentazione Incontrollata e la Bulimia è la mancanza, nel primo caso, di contromisure dopo le abbuffate: per esempio non ci sono comportamenti di compensazione come l’eccessivo esercizio fisico, il digiuno o il vomito.

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata è un disturbo alimentare con una causa psicologica (psicogeno), spesso correlato a sovrappeso e obesità. Questo però non significa che tutte le persone che sono in sovrappeso soffrono di Disturbo da Alimentazione Incontrollata. È altrettanto vero che il Disturbo da Alimentazione Incontrollata può presentarsi anche in persone normopeso.

Tra i disturbi alimentari con origine psicogena il Disturbo da Alimentazione Incontrollata è quello meno studiato. Non c’è ancora una definizione universalmente accettata dei criteri diagnostici.

Caratteristiche del Disturbo da Alimentazione Incontrollata:

•    Frequenti attacchi di fame vorace, che porta a consumare grandi quantità di cibo

•    Comportamento alimentare disturbato tra un’abbuffata e l’altra

•    Pasti irregolari

•    Iniziare e smettere frequentemente diete

•    Scarsa consapevolezza del senso di fame e del senso di sazietà

•    Poco movimento fisico e poca attività sportiva

•    Preferenza per interessi sedentari nel tempo libero come la televisione e i giochi al computer

•    Repressione delle emozioni (noia, rabbia, tristezza, felicità)

Possibili Indicatori Diagnostici:

•    Ricorrenti episodi di fame vorace (almeno due volte alla settimana per sei mesi). Questi episodi sono percepiti dalla persona come compulsivi e non controllabili. Le persone con attacchi di fame divorano enormi quantità di cibo in un periodo di tempo relativamente breve. In seguito la loro sicurezza di sé, già danneggiata, viene tormentata da senso di colpa, depressione e autoaccusa.

•    Le abbuffate sono caratterizzate da almeno 3 dei seguenti sintomi:

1.    Mangiare in modo troppo veloce, ingozzandosi

2.    Mangiare fino a sentirsi troppo pieni

3.    Mangiare grandi quantità di cibo senza sentire fisicamente fame

4.    Mangiare da soli per la vergogna

5.    Dopo aver mangiato, emozione di disgusto, umore depresso e senso di colpa

•    Il cibo che viene consumato durante le abbuffate viene trattenuto in corpo, senza fare niente per espellere le calorie o consumarle con l’esercizio fisico.

Le conseguenze fisiche dannose in caso di obesità (BMI>30) comprendono disturbi cardiaci e circolatori (alta pressione sanguigna, ictus, attacchi cardiaci), dolori articolari, lesioni alla colonna vertebrale, diabete mellito. Alcuni farmaci, per esempio quelli per la pressione alta o gli antidepressivi, rendono molto difficile perdere peso. Quando si desidera perdere peso si deve consultare uno specialista.

Le conseguenze psicologiche comprendono rassegnazione, mancanza di energia, depressione, odio per il proprio corpo, evitamento degli specchi, problemi nel definire i propri limiti. Inoltre, possono essere coinvolti anche abuso di alcool, attacchi d’ansia, odio per se stessi, e pulizia e lavaggi compulsivi.

Lo sapevi?

•    Le persone con Disturbo da Alimentazione Incontrollata hanno iniziato molte diete. In totale, circa il 75% delle donne ha già provato a fare una dieta

•    2 persone in sovrappeso su 3 hanno raggiunto il loro peso iniziale dopo sette mesi di dieta prescritta dal proprio medico

 

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Ambiente e benessere. L’educazione ambientale come educazione alla salute

Keywords: Ambiente, Inquinamento, Ecosistema, Salute

Abstract

Nell’ultimo periodo si è assistito ad un’attenzione maggiore per l’ambiente, in quanto il mantenimento della salute e l’implementazione del benessere passano attraverso la salubrità dell’habitat in cui si vive.
Alla luce di ciò, l’educazione alla salute deve legarsi all’educazione ambientale, vista come paradigma fondante di un nuovo modo di essere che congiunge la qualità della vita alla qualità dell’ambiente.

Gli ecosistemi

Da tempo sono noti gli effetti nocivi che l’inquinamento produce sull’ organismo umano. Lo studio di questi effetti è divenuto l’archetipo di una scienza, l’epidemiologia ambientale. In pratica, essa si occupa di stabilire le relazioni che intercorrono fra la salute dell’uomo e gli elementi che costituiscono il suo ambiente di vita, ovvero gli elementi fisici, chimici e biologici (Terracini, 2014).
Il benessere dell’uomo è assicurato dalla biodiversità presente sul globo terrestre. Questa molteplicità biologica è alla base degli ecosistemi. Per ecosistema, come Viaroli (2014, pag. 2) fa notare, si intende

“un sistema complesso e dinamico costituito da comunità vegetali, animali e microbiche che interagiscono fra di loro e con l’ambiente abiotico come un’unica unità funzionale”.

È proprio da questa interazione equilibrata fra gli elementi che costituiscono i vari ecosistemi che dipende la salute dell’intero pianeta terra.
Nella storia recente, a causa di politiche dissennate che hanno avuto come epicentro ideologico la cultura del profitto, i vari ecosistemi sono stati alterati o distrutti, causando degli effetti catastrofici che hanno avuto il loro riverbero sul clima, sull’ ambiente idrogeologico e sulla salute degli esseri viventi.

L’inquinamento delle acque e la salute

Le conseguenze più grandi di tali variazioni si possono compendiare nel fenomeno dell’inquinamento, che, sempre più, ha un ruolo fondamentale nell’ insorgenza di molte malattie che interessano l’uomo.
Relativamente all’ ecosistema marino, è in atto un processo di degrado ambientale, che è alla base di alterazioni di notevole portata. Nel mare, in ogni parte del mondo, sono versate le acque di rifiuto provenienti dagli agglomerati urbani, dalle industrie, dagli allevamenti di bestiame e dall’ agricoltura. Questi prodotti frequentemente non subiscono nessun processo di depurazione, per cui scaricano in mare delle quantità enormi di funghi e batteri, che impoveriscono l’acqua di ossigeno.
Altrettanto avviene per le acque dolci destinate all’ uso umano (fiumi, falde acquifere, laghi di acqua dolce). Esse, di sovente, appaiono inquinate da nitrati, arsenico, metalli pesanti, pesticidi, fertilizzanti ecc. A titolo di esempio si riportano gli effetti di due elementi chimici molto diffusi nelle acque potabili.
I nitrati, provenienti dall’agricoltura e dagli allevamenti, sono considerati degli agenti cancerogeni, per cui svolgono un ruolo importante nell’ insorgenza dei tumori.
L’arsenico, secondo le direttive della Organizzazione Mondiale della Sanità, non deve essere presente nelle acque potabili. È ammesso, eventualmente, un contenuto massimo di 5 microgrammi per litro. In Italia, per esempio, ci sono alcune acque per uso umano che contengono valori decisamente più alti.
Questa sostanza chimica è considerata un potente agente cancerogeno e può provocare il cancro al polmone, alla vescica, al rene, alla pelle, al fegato e al colon. Inoltre, provoca malattie a carico del sistema cardiovascolare, dell’apparato respiratorio, del sangue, della pelle, dell’apparato neurologico e riproduttivo (Litta, 2014, pag. 3).
Molti composti chimici inquinanti, presenti nelle acque potabili, sembrano essere alla base di patologie molto diffuse.

L’inquinamento dell’aria e la salute

È palese che l’aria che si respira è ricca di sostanze inquinanti. Tali composti possono essere suddivisi in gassosi, volatili e solidi. “…Secondo un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la qualità della salute respiratoria e cardiovascolare è inversamente proporzionale ai livelli di inquinamento atmosferico…” (Di Ciaula, 2014, pag. 2).
Durante l’età pediatrica, l’inquinamento dell’aria svolge un ruolo fondamentale nell’insorgenza dell’obesità, della sindrome metabolica e del diabete di tipo 2.
Fra gli inquinanti gassosi sono da ricordare gli ossidi di azoto, zolfo e carbonio. Essi determinano malattie dell’apparato respiratorio (bronchiti, asma, cancro ai polmoni, ecc.).
Gli inquinanti volatili rientrano nella categoria dei microinquinanti. Fra di essi è da menzionare prevalentemente il benzene, che causa malattie tumorali e quadri clinici a carico del sistema nervoso, dell’apparato endocrino, del sistema immunitario e degli organi riproduttivi (Di Ciaula, op. cit., pag. 5).
Le sostanze solide sono rappresentate dai particolati. Con questo termine si intende una miscela costituita da carbonio, metalli pesanti e sostanze organiche.
“Il particolato è responsabile nel breve termine di incrementi di morbilità e mortalità per cause cardiocircolatorie (infarti, ictus, scompensi cardiaci e aritmie) e respiratorie (riacutizzazione di broncopatie croniche, asma) e nel lungo termine del cancro del polmone” (Di Ciaula, op. cit., pag. 3).

L’educazione ambientale

Se si vuole modificare la distruzione sistematica dell’ambiente bisogna educare le nuove generazioni al rispetto della natura.
In ambito scolastico, il concetto che va perseguito è quello di abituare i bambini, come futuri cittadini, a farsi portatori di uno sviluppo socio – economico sostenibile, ovvero uno sviluppo che si basi sulla sostenibilità ambientale “…intesa come conservazione del capitale naturale e dei servizi ecologici a esso connessi, soprattutto la produzione di risorse e l’abbattimento degli inquinanti…”.
Per questa ragione, l’educazione alla salute, che si deve perseguire in ogni contesto e a qualsiasi età, deve legarsi all’ educazione ambientale, vista come paradigma fondante di un nuovo modo di essere che congiunge la qualità della vita alla qualità dell’ambiente.

 

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Inquinamento atmosferico & rischio di autismo e schizofrenia

BIBLIOGRAFIA:

  • Di Ciaula, A. (2014). Inquinamento atmosferico. Milano: Zadig Editore.
  • Litta, A. (2014). Acqua e salute (le principali problematiche sanitarie derivanti dal degrado e dall’inquinamento delle acque destinate a consumo umano). Milano: Zadig Editore.
  • Terracini, B. (2014). L’epidemiologia ambientale e l’ISDE. Milano: Zadig Editore.  DOWNLOAD
  • Viaroli, P. (2013). Biodiversità a rischio per gli ecosistemi acquatici. Ecoscienza. Vol. n. 5  DOWNLOAD

Violetta: una vita senza amore – Centro di Igiene Mentale – CIM Nr.16 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

Il senso di essere sbagliata, fuori posto, dannosa non è riferito a uno o più comportamenti ma propriamente alla sua essenza. E’ un difetto di fabbrica ineliminabile e del quale, contraddittoriamente, si sente anche colpevole. Per placare questa percezione di difettualità avrebbe bisogno di sentirsi amata. Per cercare di ottenere questo amore cerca di non dare mai fastidio (non richiedere niente) e rendersi utile.

Il parco auto a disposizione del CIM acquistato al momento della fondazione, invecchiava inesorabilmente come gli operatori e la carenza di fondi rendeva le riparazioni un evento straordinario quando invece auto guidate da moltissime persone richiederebbero una manutenzione assidua e affettuoso.  I più utilizzavano per le trasferte le macchine private con un rimborso chilometrico di 50 cent, ma i pazienti non potevano assolutamente esservi trasportati non essendo protetti da assicurazione.

Al lettore sembrerà sciocca una tale divagazione sui mezzi in ciò dimostrando la sua ignoranza sull’operatività di un CIM soprattutto di una grande provincia che avviene prevalentemente sul territorio con grandi spostamenti. Il lettore porterà dunque pazienza se tarderò ancora un po’ a riportarlo nel palpitare dell’attività clinica. Le auto erano due fiat tipo bianche con le insegne della Asl, un pulmino ford transit azzurro per le attività di gruppo e la cosiddetta ammiraglia della flotta. L’ammiraglia era una Fiat bravo nera usata per i viaggi più lunghi o quando c’era fretta essendo più potente e sicura. Sapendo quanto Biagioli ci tenesse tutti gli operatori gli avevano regalato  per i suoi cinquant’anni un autoradio che era stato montato sulla “Bravo”. Il vero regalo consisteva soprattutto nell’aver seguito le procedure per poter ottenere il montaggio. Chi non ha avuto esperienza di ASL non può immaginare quanto sia difficile non soltanto ottenere qualcosa dalla ASL (ad esempio un pagamento per forniture) ma anche donarle qualcosa. Quell’autoradio rappresentava una vittoria contro la burocrazia ed era motivo di orgoglio di tutti.

Essendo  i presenti piuttosto ridotti dalla coda delle ferie della seconda metà di agosto, la scelta ricadde facilmente sulle più disponibili e la dottoressa Mattiacci e la dottoressa Filata furono subito lanciate sulla superstrada che portava fuori provincia verso l’ospedale di Montello. Il rombo del motore 1.9 turbo diesel  disturbava le canore dichiarazioni di Vasco Rossi circa il desiderio di  una vita spericolata. Lina e Maria, praticamente coetanee, al contrario si raccontarono  per buona parte del tragitto quante spericolatezze avrebbero volentieri cancellate dalle proprie vite.

Lina avrebbe volentieri fatto a meno del brivido di andare a ricercare per le campagne di Monticelli il padre demente del suo convivente assurgendo, come era successo una volta, agli onori di “chi l’ha visto?” Avrebbe anche volentieri evitato le continue discussioni con il suo compagno vedovo che, pur non volendola sposare per rispetto della povera Assunta, voleva un figlio con il sistema dell’utero in affitto. Lina sospettava che la fecondazione del suddetto utero dovesse essere nelle intenzioni di Riccardo piuttosto tradizionale: passava le notti in rimuginii e le giornate in controlli. Maria attraversava un tribolatissimo inizio di menopausa: si accorgeva di essere diventata invisibile agli uomini e inutile per i suoi due ragazzoni. Bravissimi a scuola ed ora avviati ad una duratura disoccupazione avevano occhi e attenzioni solo per le due ragazze che si erano appropriate del loro cuore e delle loro camere senza mai porsi il problema di dare una mano. Il pensionato era aumentato da due a quattro ospiti e la collaborazione già scarsa dimezzata “hanno altro per la testa”.  Giovanni che non amava la confusione ed i piena crisi di andropausa era sempre più assente e distratto. Su questo tema che potremmo definire di gelosia le preoccupazioni di Lina e Maria si allearono rinforzandosi reciprocamente. Se le avesse fermate un poliziotto maschio lo avrebbero probabilmente insultato e preso a schiaffi.

Spensero Vasco mandandolo a quel paese e si lasciarono cullare dai saliscendi e dalle curve  in un paesaggio che sotto il verdeggiare rigoglioso degli alti fusti mostrava a terra  screpolature e siccità per una estate torrida che non accennava a placare le sue fiamme. Se fosse andato a fare la spesa Vasco si sarebbe accorto come fosse spericolato già l’acquistare le verdure di stagione che avevano dovute essere annaffiate tutti i giorni.  Per rendere più spericolato l’inizio della giornata e grazie ai saliscendi e alle curve. Maria vomitò per metà oltre la portiera del passeggero ma per l’altra metà sulla moquette interna della Bravo con l’autoradio prediletta da Biagioli.

Violetta era ricoverata all’ospedale di Montello perché avevano tardato ad intervenire. Dalla vigilia di ferragosto i vicini erano allarmati per quella signora stravagante che aveva intensificato le minacce di suicidio, isteriche a detta di tutti, da quando Elio il marito ingegnere edile era stato licenziato ed era partito per la Germania dove conosceva un cognato. Lei era convinta che non avrebbe trovato soltanto lavoro e già si viveva come abbandonata. Non c’erano i figli a trattenerlo in Italia e i genitori di lui erano morti l’anno passato. I genitori di Violetta invece vivevano nella capitale e si occupavano esclusivamente dei due gemelli disabili (oligofrenici gravi) nati dieci anni dopo di lei ed ora quarantenni a totale carico degli anziani genitori cui mancava lo spazio per altro dolore.

Per essere sinceri i vicini di Violetta non erano davvero preoccupati per lei considerata una stravagante rompiscatole sempre in cerca di affetto e dunque talvolta pericolosamente equivoca con i mariti del circondario. Temevano semplicemente che un tentativo di suicidio maldestro (gas) potesse trasformarsi in una tragedia.

In anamnesi aveva un T.S. con l’ingestione di aspirine, un TS con numerosi tagliuzzi sull’avambraccio ed un quasi coma alcolico. Tutti i tentativi erano stati fatti nell’immediatezza del ritorno a casa del marito. Insomma l’intenzionalità suicida non sembrava molto forte. Siccome non si sa mai il CIM era stato avvertito più volte daquelli rimasti nel palazzo nonostante il periodo estivo. Tutto si era acquietato con la partenza di Violetta per la casa di campagna della zia a Montello. Problema risolto. Invece  si era ingozzata un flaconcino di pillole per il cuore della vecchia ed era giunta al pronto soccorso per miracolo. Prima di raggiungere il letto di Violetta bisognava attraversare e chiedere informazioni a metà ospedale affrontando lo sguardo rimproverante dei sanitari che costretti a lavorare per un paziente fuori zona accusavano i colleghi locali di non aver fatto bene il loro lavoro. Persino in cartella avevano scritto “nonostante le ripetute segnalazioni dei vicini……”.

Andò avanti la dottoressa Mattiacci che alimentando volontariamente il pensiero dell’utero ricercato da Riccardo aveva un aspetto che sconsigliava il contraddirla. La dottoressa Filata, al seguito, incontrava sorrisi e gentilezza in sovrappiù come da chi esagera per compenso e per scusarsi dopo un deciso rimprovero. Una solerte caposala attrezzò una stanzetta essenziale (tre sedie e una scrivania) tranquilla e riservata più di quelle di  cui usufruivano al CIM di Monticelli.

Violetta giunta in emergenza aveva un abbigliamento rimediato dalle infermiere e donato da qualche altra paziente, non dunque il consueto pigiama d’ordinanza o le consuete tute che popolano le corsie ospedaliere. L’insieme comunque era stato da lei scelto e assemblato con cura tanto da conferirle un certo fascino sbarazzino e zingaresco. La casacca verde da infermiere di sala operatoria troppa larga era cinta in vita da una kefiah palestinese a disegni rossi che drappeggiava sopra dei pantaloncini corti che considerati i ricami dovevano essere stati delle mutande di una nonna della bella epoque. I piedi curatissimi e smaltati di un rosso ferrari  in sandali di cuoio che si arrampicavano oltre la caviglia.  Non mancava nessun accessorio utile a identificarla come una ex ragazza della generazione del boom economico e della rivoluzione hippy:  collane di pietre coloratissime intrecciate tra loro tre orecchini per orecchio assolutamente diversi tra loro, un tatuaggio piccolo del segno “fate l’amore e non fate la guerra sul polso destro ed un inconfondibile profumo di Paciuli  che attivò nelle due dottoresse un ondata di ricordi, come solo i profumi sanno fare, e la meraviglia che ancora fosse in commercio.

Violetta era pressoché coetanea delle due dottoresse.  Avrebbe compiuto 50 anni nel mese di settembre. Lo stile generale del suo aspetto sembrava orientato con molta attenzione a far vedere che non si curava. Insomma quella seduttività da “gatta morta” che  spesso inganna i maschi ma non sfugge alle altre donne provocandone l’irritazione in quanto considerata concorrenza sleale. Di poco sotto il metro e settanta aveva però tutti i tratti della femminilità solidi e ben conservati segno di una attenta politica di conservazione. Non li mostrava ma era molto attenta a verificare che fossero intuiti e apprezzati. Capelli biondi da paggetto e grandi occhi azzurri velati di una malinconia straziante che, di tanto in tanto si inumidivano  senza decidersi alle lacrime vere e proprie. Musetto imbronciato in cui si mischiavano producendo uno strano effetto tre emozioni. Il dolore per una perdita. La rabbia per un torto subito. Le scuse per aver osato chiedere ciò che non le spettava. Insomma un bambino capriccioso che si dispera per essere stato sgridato e fermamente convinto di avere ragione. 

Quasi per non creare disturbo Violetta dichiarò subito che il tentativo di suicidio era stato un momento di debolezza per lo sconforto di non riuscire a parlare con Elio che arrivato in Germania da una settimana  ancora era irraggiungibile dovendo modificare il contratto del cellulare. Le era sembrata una grave disattenzione nei suoi confronti e si era presa l’intera boccetta delle pilloline di Cuorenorm della zia Matilde. Per rassicurare le due dottoresse aggiunse che aveva lasciato la porta di casa spalancata e sapeva che la zia sarebbe tornata dopo mezz’ora.

Tanta volontà di normalizzare il gesto e di rassicurare le due dottoresse ottenne l’effetto opposto. Consultatesi con la scusa di un caffè al distributore automatico concordarono sulla sensazione di un dolore profondo inconsolabile che doveva venire da ben più lontano. Avevano l’impressione che volesse rassicurarle per liberarsene e portare a termine il progetto iniziato e, infine che  in due erano troppe e concordata la terapia farmacologica con il reparto si potevano proporre le dimissioni  e poi proseguire con una psicoterapia  affidata alla dottoressa Filata con cui sembrava esserci un particolare feeling. Avvertirono telefonicamente Biagioli perché facesse  vedere con grande evidenza che d’ora in poi Violetta sarebbe stata seguita assiduamente dal CIM. Insomma doveva fare “la moina” per rassicurare i coinquilini e diminuire così l’ostracismo nei suoi confronti. I farmaci si limitarono a blandissimi ansiolitici. La Mattiacci non amava sparare pesantemente sui sintomi senza aver prima capito i motivi profondi di un disagio.

La stanza della Filata  dove avvenivano i colloqui se si eccettua l’odore di Paciuli  sottolineava le radici culturali e generazionali comuni e le metteva a proprio agio. Naturalmente le due cornici con i figli di Maria finirono in un cassetto  dopo un bacio di saluto e di scuse della madre.

Violetta riferiva una assoluta mancanza di senso dell’intera sua esistenza. Vivere non era tanto doloroso quanto soprattutto inutile e siccome molto spesso faticoso non vedeva che senso avesse affaticarsi tanto per nulla. Il desiderio di non essere mai nata l’aveva accompagnata sin dalla prima infanzia. Usava come fantasia consolatoria nei momenti bui l’immagine di lei rannicchiata dentro una bara tre metri sottoterra  con tutto il mondo che continuava ad affaccendarsi sopra di lei. Donna colta con due lauree (scienze della formazione e sociologia) ed un diploma da logopedista, aveva già fatto due psicoterapie tra i venti ed i trent’anni quando erano gli attacchi di panico a dominare la scena.

La prima junghiana era stata interrotta per esplicite molestie sessuali del terapeuta. La seconda freudiana di tre anni aveva ben identificato il nucleo problematico nella sua famiglia d’origine. Attualmente si guadagnava da vivere lavorando come logopedista in una struttura convenzionata e la partenza del marito la metteva in serie difficoltà economiche. Il nucleo del suo problema era facilmente riassumibile quanto difficilmente modificabile avendo radici profonde nelle esperienze familiari della prima infanzia. Violetta pensava di non valere niente o peggio, di essere un elemento dannoso che rovinava tutto ciò con cui veniva in contatto, la cosiddetta “mela avariata” che fa marcire tutto il paniere.

Il senso di essere sbagliata, fuori posto, dannosa non è riferito a uno o più comportamenti ma propriamente alla sua essenza. E’ un difetto di fabbrica ineliminabile e del quale, contraddittoriamente, si sente anche colpevole. Per placare questa percezione di difettualità avrebbe bisogno di sentirsi amata. Per cercare di ottenere questo amore cerca di non dare mai fastidio (non richiedere niente) e rendersi utile. Quando tuttavia le attenzioni e i riconoscimenti arrivano li riferisce ai suoi comportamenti e non incidono dunque sull’essenza di difettualità. Non ritenendosi amabile  e certa che l’altro prima o poi scoprirà il bluff e quanto sia disgustosa non si lascia avvicinare confermando l’idea di indesiderabilità.

Oltre la professione d’aiuto che svolge è sempre stata impegnata  nel volontariato  con persone e soprattutto animali (più rassicuranti) che avessero un tale stato di bisogno da ritenerla indispensabile e dunque non lasciarla. Primogenita ha da subito dovuto occuparsi dei due fratelli più piccoli dopo l’allontanamento del padre violento e alcolista che ha lasciato la madre, quando lei aveva tre anni, in uno stato di indigenza economica e di grave depressione da cui è uscita ponendo cinicamente se stessa e i suoi bisogni al centro dell’universo. Violetta è sempre stata convinta di essere la causa dell’allontanamento del padre.

Durante l’adolescenza ha scoperto che un altro tipo di accondiscendenza con cui ottenere attenzioni e affetto era quella sessuale. Ha vissuto un periodo eroico e rischioso per promiscuità e droghe. Non che godesse. Per lei si trattava sempre di un impegnativo lavoro in vista di un riconoscimento e di un amore che curasse quella sua difettualità originaria. Non può dire di non essersi anche divertita ma quel suo disagio, quel senso di inutilità non l’ha lasciata un istante. Ed ora è stanca, tanto stanca.

Prima di Elio ha avuto altre due importanti storie inconsapevolmente scelte per confermare  la sua idea di difettualità. Renato un tossico gravissimo che  l’ha sempre lasciata al secondo posto dopo l’eroina. Gianni che per sette anni le ha detto che la moglie non contava niente per lui e aspettava solo di andarsene e nel mentre ci ha fatto altri due figli. Freud chiamava “coazione a ripetere” il riproporsi nella vita delle persone sitazioni analoghe, dolorose e dichiaratamente non volute. Più modestamente la dottoressa Filata pensava che faccia meno paura un male conosciuto piuttosto che l’ignoto. Infine era arrivato Elio  il classico buon partito, buona laurea, buon lavoro, solida famiglia alle spalle. Disposto a prendersela nonostante dopo la storia con Renato fosse molto chiacchierata. Per lei era una scelta protettiva e di stabilità dopo il periodo di follie, qualcuno con cui invecchiare serenamente.

In realtà Elio era rimasto figlio della sua famiglia d’origine senza mai proiettarsi nella nuova. A 35 anni comunicò di non volere figli perché in futuro si sarebbe dovuto occupare della cura dei propri adorati genitori. Violetta accettò perché da parte sua si riteneva incapace di procreare qualcosa di buono e tanto meno di accudirlo. Oggi il rimpianto per quella scelta la devasta. L’assoluta anaffettività di Elio se da un lato era motivo di sofferenza dall’altro suonava come conferma della sua non amabilità e dunque la giustificava ampiamente: era ciò che si meritava e non poteva pretendere di più.

Violetta aveva molti amici  a motivo della sua oblatività coatta.  Il suo dramma che la spingeva al suicidio lo descriveva dicendo che non tollerava di vivere senza essere la cosa più importante per qualcuno. Si descriveva come un pappagallo che ha bisogno di un trespolo su cui posarsi. Non lo trova ed è sempre più stanco. Siccome frugando su internet e ricordando i suoi studi di psicologia si era diagnosticata una “depressione anaclitica” caratteristica dei bambini privati di cure materne e che per tutta la vita cercano qualcuno cui appoggiarsi sentendo altrimenti di non esistere, si accordarono di chiamare questo vissuto  che la assillava “Anacleto”.

Lo scopo di Violetta era di essere amata solo se occupava completamente la mente di qualcun altro sentiva di esistere. Altrimenti non c’era. Che dico?magari non esserci. Il suo vissuto era quello di un morire infinito, un affogare senza mai toccare il fondo. Uno spasmo fisico le asserragliava il torace. Per spiegarlo a Maria disegnava una bambina su un foglio e mentre la cancellava diceva di sentirsi così. La paura di scomparire non veniva dismessa dal suo accadere. A precipizio seguiva precipizio e il terrore di cadere rimaneva intatto. L’atrocità stava nella lucidissima consapevolezza dell’imminenza della fine che non arrivava mai. Immagina, diceva,il vissuto di una partita di roulette russa o la tortura della finta esecuzione.

La gravità del caso era spesso oggetto di discussione nelle riunioni cliniche del CIM su esplicita richiesta di Mattaccini e Filata sempre più preoccupate. I pareri discordi si estremizzavano a diventare partiti. Per Irati, per la prima volta in assoluto d’accordo con una psicologa nella persona della dottoressa Daniela Ficca, era semplicemente una isterica anzi una “istericona” come si usava dire quando la categoria diagnostica veniva usata in termine dispregiativo nel senso di esagerata, commediante, viziata, manipolatrice e persino un po’ mignotta (come se chi avesse bisogno di fare tutto ciò per ottenere attenzione non fosse grandemente sofferente).

Per la Mattaccini ed il dottor Cortesi si trattava di un disturbo bipolare dell’umore e lo sbarco farmacologico in grande stile era stato fin troppo e rischiosamente rimandato. Chi sembrava capirla perfettamente era il dottor Biagioli appoggiato come al solito da Luisa Tigli. Lui che aveva sofferto da piccolo di una fortissima ansia da separazione non stentava a mettersi nei suoi panni .Spiegava agli altri che quella mancanza è un dolore muto, non riesce a dispiegarsi in parole, soffoca, svuota dal di dentro, ti lascia vivere da morto. Era pessimista, diceva che solo l’amore l’avrebbe potuta curare senza tuttavia guarirla mai ma quell’amore non era un servizio fornito dal CIM. Secondo i vecchi militanti dell’antipsichiatria ( Giovanni Brugnoli,Antonio Nitti e Maria detta Gilda) era una crisi esistenziale da menopausa ed il CIM doveva proporle una serie di attività che dessero un senso alla sua esistenza. A loro avviso si doveva puntare ad utilizzare l’oblatività coatta di Violetta e fecero numerose proposte. Volontariato nell’hospice “Exit” che operava a domicilio dei terminali, operatrice retribuita con un sussidio ASL nel centro per  homeless che il CIM aveva appena aperto nei locali della parrocchia di San Carluccio. Corso di danza africana (di cui era esperta) per i pazienti del centro diurno regolarmente in sovrappeso per i farmaci.

Violetta obbediente si sperimentava con senso del dovere in tutte queste proposte ma il senso di inutilità non si modificava. Non voleva aiutare gli altri, voleva disperatamente essere amata. Dopo che Elio le comunicò con una raccomandata A/R che non aveva intenzione di tornare chiedendole di inviare ad un indirizzo di Amburgo le sue poche cose Gilda rispolverò il suo orgoglio femminista e tutta la sua spregiudicatezza e partì all’attacco. La spinse a frugare su internet alla ricerca di occasioni di incontro per cinquantenni “ben tenute”.

In terapia alla dottoressa Filata riportava l’universo di solitudine e di squallore che le si era parato innanzi. Se si escludeva il settore delle coetanee a caccia di sesso virtuale e, se fortunate, di cazzi a tempo determinato. Era un mondo molto popolato dove riconobbe sotto nickname improbabili alcune amiche felicemente sposate e sorprendentemente una certa Makeba28GR che scoprì essere sua madre. Chi non era impegnato in safari genitali ambo i sessi si dedicava a tutto quel mondo che andava dall’astrologia, alle pratiche magiche nord europee e più o meno animiste. C’erano gruppi per ogni cosa. Vergini attempate che accoglievano la primavera danzando la notte nei boschi. Sette religiose e alimentari di ogni genere che giuravano di aver trovato il senso dell’esistenza nel quotidiano lavaggio intestinale, nell’assoluta astinenza da tutti i derivati della soia o nel rifiuto del sapone e i suoi derivati. Non ce la poteva fare. Si accusava di essere forse troppo snob ma non erano cose per lei.

Il costante peggioramento della situazione  rendeva concreto il rischio suicidiario e, di nuovo si crearono due partiti. Quelli favorevoli al ricovero immediato in trattamento sanitario obbligatorio perchè Violetta non voleva saperne e coloro che ritenevano fosse diritto di ognuno decidere per la propria vita e non ci fossero criteri esterni e oggettivi per stabilire se fosse o meno degna di essere vissuta.

Perchè di fronte ad una SLA terminale senza possibilità di comunicare con gli altri o in una “sindrome locked in” si è disposti a prendere in considerazione l’eutanasia o perlomeno la cessazione delle cure ed in una vita ritenuta intollerabile perchè senza amore no? Non c’è forse una impropria sovrapposizione dei criteri dei curanti su quelli del paziente per espropriargli una sua decisione? I dibattiti filosofici lasciarono il passo alla consuetudine clinica ormai guidata soprattutto dall’evitare questioni medico legali (la cosiddetta medicina difensiva schierata a proteggere le terga dei medici) e Violetta fu ricoverata con ordinanza del sindaco e sospiro di sollievo dei coinquilini presso l’ospedale territoriale di Vontano. Qualche piccola rogna la passò invece l’infermiere del reparto che nel tentativo di trattenerla rimase con uno di quei suoi deliziosi sandali in mano. Ma loro hanno una assicurazione specifica e prendono anche una  cospicua indennità di rischio quasi come i radiologi.

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CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM

Intelligenza: una questione di genetica e non di socializzazione tra genitori e figli

FLASH NEWS

I risultati indicano chiaramente che il QI non è il risultato della socializzazione tra figli e genitori. Insomma socializzare con i nostri figli li farà sentire sicuramente più amati e fiduciosi in sé stessi, ma non innalzerà il loro QI.

Nessuna delle buone abitudini che il senso comune suggerisce essere alla base di una sana socializzazione tra genitori e figli – leggere la storia della buonanotte, impegnarsi a comunicare, cenare insieme – ha alcuna influenza rilevabile sulla futura intelligenza dei bambini.

Risultati di studi precedenti sostengono la correlazione tra intelligenza e comportamenti genitoriali, ma questo dato, sostiene Kevin Beaver, professore di criminologia alla Florida State University, potrebbe essere falsato dal fatto di non tenere conto dell’influenza genetica. In altre parole bambini più intelligenti avrebbero genitori più intelligenti e il fatto che siano anche più socializzanti non influenzerebbe la loro intelligenza.

Proprio per testare queste due ipotesi, Beaver ha utilizzato un disegno di ricerca adoption-based. Infatti, studiare i bambini che non condividono il DNA con i genitori adottivi elimina la possibilità che la socializzazione dei genitori sia in realtà un marker della trasmissione genetica.

Il disegno di ricerca prevedeva l’analisi e la comparazione di due campioni di giovani provenienti dal National Longitudinal Study of Adolescent Health (un campione di giovani, rappresentativo a livello nazionale e un campione di bambini adottati).
Lo studio ha analizzato i comportamenti genitoriali e se questi hanno avuto un effetto sull’intelligenza verbale dei figli, misurata con il Picture Vocabulary Test (PVT). I test di intelligenza sono stati somministrati ai ragazzi durante le scuole medie e superiori, e successivamente tra i 18 e i 26 anni.

I risultati indicano chiaramente che il QI non è il risultato della socializzazione tra figli e genitori. Insomma socializzare con i nostri figli li farà sentire sicuramente più amati e fiduciosi in sé stessi, ma non innalzerà il loro QI.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La Mindfulness come strumento di prevenzione e gestione dello stress lavoro-correlato

La presenza attenta e non giudicante, a quello che c’è, alla persona che è davanti a me in questo momento, produce frutti anche per la qualità delle relazioni, nel team, nell’azienda. Più ascolto, più sintonia, empatia, sollecitudine. In altri termini più intelligenza emotiva e sociale.

Cos’e’ lo stress correlato al lavoro?

Lo stress lavorativo può essere definito come un danno fisico e una risposta emotiva che interviene quando le caratteristiche del lavoro non corrispondono alle capacità, risorse o bisogni dei lavoratori (EU-OSHA, 2009).

Lo stress non è una malattia, ma uno stato di prolungata tensione che può ridurre l’efficienza sul lavoro e può causare gravi problemi di salute psicologica e fisica. Lavorare sotto una certa pressione per un breve periodo può migliorare le prestazioni e, quando si raggiungono obiettivi impegnativi, può anche produrre effetti psicologici positivi quali un aumento della soddisfazione lavorativa, motivazione e senso di autoefficacia personale. Al contrario, quando le richieste e la pressione diventano eccessive e prolungate possono causare stress e gravi problemi di salute mentale e fisica.

Perche’ e’ importante gestire lo stress lavoro-correlato?

“…Considerare il problema dello stress sul lavoro può voler dire una maggiore efficienza e un deciso miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro, con conseguenti benefici economici e sociali per le aziende, i lavoratori e la società nel suo insieme…” (Accordo Europeo sullo stress sul lavoro, Bruxelles, 8 ottobre 2004).

Attualmente la legge che disciplina la valutazione del rischio stress lavoro correlato è il Decreto legislativo 81/08, art. 28 e successive modifiche e integrazioni. Tale decreto, in materia di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro, obbliga il datore di lavoro ad effettuare la valutazione dello stress correlato al lavoro secondo quanto previsto dall’Accordo Quadro Europeo, siglato a Bruxelles l’8 ottobre 2004.

Affrontare lo stress lavoro-correlato e i rischi psicosociali può essere considerato costoso, ma le ricerche mostrano che ignorare questi rischi costa molto di più (EU-OSHA, 2013). Studi recenti nei Paesi della Comunità Europea evidenziano come lo stress legato alla attività lavorativa sia il problema di salute più largamente diffuso tra i lavoratori europei dopo i disturbi muscoloscheletrici.

La condizione di stress interessa circa il 22% dei lavoratori in Europa ed è stato stimato che una percentuale compresa tra il 50% e il 60% delle giornate lavorative perse in un anno è correlata allo stress lavorativo (EU-OSHA, 2000). Lo stress comporta costi significativi sia per le organizzazioni sia per le economie nazionali (EU-OSHA, 2014).

Da una recente relazione dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (2014) è emerso che l’ingente costo economico dello stress lavorativo è spiegato principalmente dai costi correlati alla perdita di produttività, all’assenteismo per malattia e all’assistenza sanitaria.

Inoltre, le ricerche indicano che è altamente probabile che il fenomeno aumenti in futuro, a causa di alcuni cambiamenti in corso nel mondo del lavoro (es. contratti di lavoro precari, insicurezza lavorativa, forza lavoro sempre più vecchia, squilibrio fra lavoro e vita privata): l’Organizzazione mondiale della Sanità prevede che entro il 2020 la depressione – spesso associata a uno stile di vita stressante – sarà la principale causa di assenza sul lavoro.

Effetti dello stress sui lavoratori e sulle organizzazioni

Gli effetti dello stress lavorativo a livello individuale riguardano principalmente disturbi del sonno (insonnia, incubi notturni, spossatezza al risveglio), mal di testa, disturbi dell’umore (cambiamenti di umore, ansia, attacchi di panico, depressione, apatia), disturbi cognitivi (disturbi della memoria, difficoltà di concentrazione), disturbi del comportamento (abuso di alcol, droga, cibo).

Quando lo stress è prolungato e cronico si può assistere alla comparsa di disturbi fisici, tra cui disturbi all’apparato digerente, disturbi dell’apparato cardiocircolatorio (ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica), disturbi dell’apparato genitale (alterazioni del ritmo mestruale, amenorrea), disturbi della sfera sessuale (calo del desiderio, impotenza), disturbi muscoloscheletrici, disturbi dermatologici (dermatiti, psoriasi, arrossamenti) e diabete (Backé et al., 2012; Belkic et al., 2000; Beswick et al., 2006; Chen et al., 2009).

Lo stress può causare conseguenze negative non solo per il singolo lavoratore ma anche per le organizzazioni, con particolare riferimento ad uno scarso rendimento complessivo (Baillien et al., 2009; Yildirim, 2009), maggiore assenteismo (Kivimaki, Elovainio e Vahtera, 2000; Griep et al., 2010), turnover e presenteismo (le persone continuano ad andare a lavorare quando sono malate e non possono essere efficienti), un aumento dei tassi di incidenti e infortuni e di richieste di pensionamento anticipato (Arcuri & Caciolli, 2011), un peggioramento del clima interno e dell’immagine aziendale.

Tutti questi elementi rappresentano per l’azienda evidenti costi che potrebbero essere sensibilmente ridotti applicando un percorso di prevenzione dello stress lavoro-correlato che non sia semplicemente una procedura dovuta al mero rispetto della normativa.

Come intervenire?

Gli interventi psicologici volti alla prevenzione e gestione dello stress lavorativo possono essere suddivisi in: a) interventi diretti all’organizzazione e b) interventi diretti all’individuo.

I primi riguardano interventi di tipo organizzativo che agiscono su quei fattori di rischio relativi al contenuto e al contesto del lavoro (es. job redesign, rotazione del personale). Questi interventi risultano essere efficaci in quanto vanno ad agire direttamente sulla fonte di stress, ma sono di difficile attuazione in quanto richiedono importanti risorse e l’implementazione di veri e propri cambiamenti organizzativi.

Gli interventi a livello individuale mirano a promuovere efficaci strategie di coping e di resilienza individuale al fine di modificare la valutazione cognitiva del potenziale stressor e, di conseguenza, ridurre il suo potenziale impatto negativo sulla salute. A questo proposito, le tecniche di rilassamento, tra cui in particolare la Mindfulness, sono risultati efficaci strumenti di gestione dello stress, utili anche a fronteggiare gli eventi stressanti nei luoghi di lavoro (Hulsheger et al., 2013).

Cos’è la Mindfulness

I pensieri automatici giocano un ruolo importante nello sviluppo dello stress lavoro-correlato. Divenire consapevoli di questi, quindi, può aiutare a prevenire lo stress o a gestire in modo più efficace una situazione stressante. Una pratica utile per sviluppare la consapevolezza di sé è la Mindfulness.

Si tratta di un’antica pratica meditativa di origine buddista, che può essere definita come “uno stato di coscienza o processo mentale caratterizzato da un’attenzione consapevole, libera da valutazioni e focalizzata sul presente, verso l’esperienza interna ed esterna e priva di reazioni verso di essa” (Didonna, 2009). L’obiettivo della Mindfulness, quindi, è quello di essere presenti nel “qui e ora” e di accogliere le emozioni e i pensieri, senza giudicarli.

A partire dagli anni Ottanta una grande mole di ricerche scientifiche ha mostrato l’efficacia clinica di queste tecniche sia per il trattamento di disturbi psichiatrici (Depressione, Disturbi d’Ansia, Uso di Sostanze ecc.) sia per disturbi di tipo medico (oncologia, psoriasi, dolore cronico). Sono stati approntati dei protocolli e dei modelli terapeutici di provata efficacia in cui le tecniche della psicoterapia cognitivo-comportamentale si integrano con la Mindfulness.

Un ulteriore aspetto importante di questa pratica è la rilevanza attribuita all’unità mente-corpo, basata sull’assunto che il benessere si declina e si sviluppa anche attraverso un’adeguata sintonia tra questi due sistemi. La Mindfulness consente di esplorare la propria corporeità in modo spontaneo e decentrato e di comprendere i rapporti tra le dimensioni cognitiva, emotiva e fisico-sensoriale.

Esistono delle tecniche specifiche che vengono impiegate al fine di sviluppare la consapevolezza e tra queste vi sono:

– il Body Scan, che consiste nella focalizzazione dell’attenzione sulle varie parti del proprio corpo, concentrandosi sulle sensazioni che ogni parte trasmette e che ha l’obiettivo di incrementare la consapevolezza corporea;

– la Meditazione camminata, che consiste nel porre attenzione alternativamente ad un arto e all’altro, durante il movimento, concentrandosi sui movimenti delle singole parti.

A sostegno dell’efficacia e diffusione della tecnica emerge che circa il 41% dei terapeuti (dei principali orientamenti) riferisce di impiegare la Mindfulness in psicoterapia, e, nello specifico, che circa il 69% dei terapeuti cognitivi riferisce di utilizzarla.

Il programma MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) per lo stress lavoro-correlato

L’applicazione della Mindfulness per interventi sullo stress o di tipo preventivo può quindi portare a importanti benefici. La prima applicazione della Mindfulness allo stress si è avuta nel 1979, con il programma di Mindfulness Based Stress Reduction. Questo programma è nato da un’idea di Jon Kabat Zinn, un biologo americano.

I primi destinatari di questo programma furono dei malati cronici. Per contenere lo stress portato dalle sofferenze continue a cui erano sottoposti, Zinn sottopose questi pazienti a un ciclo di otto incontri, che prevedevano la pratica attiva di questa disciplina.  Alla fine del ciclo, si osservò nei pazienti un aumento delle strategie di coping positive e una diminuzione di quelle negative.

Un programma di ricerca, fondato sulla MBSR, è stato svolto più recentemente dal Centro di Ricerca Extreme Physiology (centro che ha come obiettivo principale lo studio della risposta psicofisica dell’organismo a condizioni estreme), con operatori socio-sanitari, medici ed infermieri. Prima dell’inizio del programma, il personale sanitario è stato sottoposto a misurazioni psicofisiologiche per rilevare una condizione di stress, quali ECG, misurazione di valori pressori pre e post turno di lavoro, rilevazione del cortisolo e dei livelli di colesterolo presenti nel sangue, test psicometrici per valutare il livello di stress percepito ed eventuali disturbi del sonno. Successivamente il personale è stato introdotto alle pratiche Mindfulness.

Al termine del ciclo di incontri, sono state effettuate nuovamente delle misurazioni psicofisiologiche, per valutare come e se fossero variati i livelli di stress percepito. Analisi statistiche hanno evidenziato una diminuzione del valore medio della scala relativa all’ansia e allo stress.

Una ricerca simile è stata condotta con il personale medico e paramedico rispetto all’influenza della Mindfulness sul burnout. Goodman e Schorling (2012) hanno sottoposto il personale sanitario a misurazioni pre e post corso di Mindfulness, per quanto riguarda le tre dimensioni del burnout, misurate dal Maslach Burnout Inventory (MBI): Esaurimento emotivo, Depersonalizzazione e Diminuzione di Autoefficacia. Dal confronto tra le misurazioni pre e post, gli autori hanno stimato un decremento nelle dimensioni di Esaurimento emotivo e Depersonalizzazione e un aumento nella percezione del senso di Autoefficacia.

Effetti psicofisiologici della Mindfulness

Gli effetti positivi della Mindfulness sono stati riscontrati anche a livello del funzionamento cerebrale. Davidson et al. (2003) ha condotto infatti uno studio per valutare l’impatto della Mindfulness sulle funzioni cerebrali, servendosi del neuroimaging. La Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) ha rivelato una crescita di quelle aree della corteccia prefrontale dedicate alla Stabilità Emotiva, alla Capacità di Regolazione delle Emozioni, alla Sintonia Interpersonale e alla Conoscenza di Sé.

Un’altra ricerca condotta da Lazar et al. (2000) ha trovato nei praticanti di Mindfulness un ispessimento della corteccia mediale e un ampliamento dell’insula destra, rispettivamente sedi dell’Empatia e della Capacità di Autosservazione.

Ulteriori ricerche hanno riportato i seguenti dati:

• maggiore attenzione rispetto all’ambiente circostante (suoni, odori ed aspetti visivi);

• maggiore consapevolezza rispetto all’influenza delle emozioni su pensieri e comportamento;

• acquisizione di un atteggiamento non giudicante rispetto ai propri pensieri ed emozioni;

• incremento della capacità di sentire le emozioni;

• espressione più efficace delle proprie emozioni.

L’acquisizione di un atteggiamento non giudicante rispetto a pensieri ed emozioni consente di identificare gli assunti che guidano le interpretazioni che si danno a percezioni e stimoli interni ed esterni. Ciò può permettere una gestione più efficace delle emozioni elicitate da tali assunti. La regolazione delle emozioni, infatti, è alla base della prevenzione e gestione dello stress.

Perché molte organizzazioni inseriscono la Mindfulness nei loro programmi di sviluppo e formazione?

Pesci. Due pesci rossi, arrivando da direzioni opposte si incontrano e uno chiede all’altro: “com’è
l’acqua dalla tua parte?” “l’acqua? cos’è l’acqua?”

Umani. Il responsabile marketing scende soddisfatto dalla sala riunioni dopo il grande successo della sua presentazione al Direttore Generale. La presentazione ha comportato mesi di lavoro dei suoi tre bravi collaboratori. Lui passa veloce davanti alla loro stanza. Li vede. Ma non li nota. Non li guarda. Tira dritto. Loro invece lo hanno notato.

Di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando di Mindfulness: presenza mentale, e del suo contrario, la Mindlessness, ossia quello stato mentale caratterizzato da: distrazioni, automatismi, reattività, che fa vivere la vita guidati dal pilota automatico. Come quella del pesce che non sa dell’acqua in cui vive, o del responsabile marketing che non vede il bisogno di riconoscimento dei collaboratori.

Stiamo parlando di una facoltà, la Mindfulness, che è la base per la crescita personale e lo sviluppo professionale; una capacità che agendo direttamente sul livello della persona permette di migliorare anche le competenze di un ruolo all’interno dell’organizzazione. Siamo nel campo di training della persona, del cambiamento nelle persone. E poiché sono le persone che formano le organizzazioni, stiamo parlando anche di organizzazioni che crescono, si sviluppano ed imparano ad affrontare efficacemente i numerosi cambiamenti che la società moderna impone.

Stiamo parlando di accompagnare le persone e le organizzazioni in un percorso di crescita per lo sviluppo di quelle competenze trasversali che contraddistinguono il valore aggiunto delle imprese moderne. Stiamo parlando di vera leadership e di followership. Capacità indispensabili per poter lavorare con efficienza in team. 

Infine stiamo parlando di Mindfulness come capacità di rispondere (che è diverso da reagire) efficacemente all’eccessivo stress imparando a gestirlo, e a ridurre la sofferenza ed il disagio, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. Molte aziende, sia all’estero che in Italia, stanno inserendo il training alla pratica di Mindfulness nei loro programmi di sviluppo risorse umane.

Questo sta avvenendo anche in molte business school, che sono i luoghi di preparazione dei futuri manager. Qual è il motivo di questa diffusione? Ci sono ragioni diverse, attinenti aree differenti, ma fortemente convergenti.

La prima investe l’area del personal developement di quadri e dirigenti. Sempre di più assistiamo ad una presa di coscienza che la formazione e l’apprendimento vanno perseguiti con percorsi che lascino spazio alla soggettività, alla messa in gioco dell’individuo, al suo lavoro su se stesso. In questo senso va letta la crescente diffusione del coaching. Lo stesso vale per la pratica di Mindfulness: un lavoro condotto anche in gruppo che attiva percorsi di consapevolezza individuale profonda.

Questi approcci formativi sono adottati dalle organizzazioni che necessitano di quadri e manager più consapevoli, presenti, capaci di ascolto, ricettivi e aperti al cambiamento, meno reattivi e intrappolati in reazioni emotive automatiche e inconsapevoli, come la paura del nuovo, l’ansia, l’autoriferimento, ecc. I programmi di Mindful leadership vengono condotti per far crescere capi consapevoli ed empatici, capaci di assumere profondamente il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione, e di gestire efficacemente i gruppi di lavoro.

Una seconda ragione di diffusione della Mindfulness nei contesti organizzativi riguarda il tema delle relazioni. La presenza attenta e non giudicante, a quello che c’è, alla persona che è davanti a me in questo momento, produce frutti anche per la qualità delle relazioni, nel team, nell’azienda. Più ascolto, più sintonia, empatia, sollecitudine. In altri termini più intelligenza emotiva e sociale. Meno reattività, con tutto il tristemente noto seguito di conflitti, scontri egoici, contrapposizioni. Fattori che oltre a rendere tossica la vita delle persone nel lavoro, comportano costi elevati anche in senso economico. Il punto è proprio costruire, passando per le singole persone, quel Mindful workplace, o luogo di lavoro consapevole, che rifletta le qualità viste sopra.

La terza ragione investe l’area energia/stress/benessere. Le aziende rischiano di diventare ambienti con elevati livello di stress diffuso. L’eccesso di stress brucia l’energia delle persone e quindi dell’azienda, e provoca situazioni di squilibrio, di potenziale burn out, aumenta il rischio di turnover, ed i livelli di assenteismo con un relativo calo della produttività delle imprese.

La pratica della Mindfulness attiva risorse e consapevolezze che consentono alle persone di passare ad un livello più consapevole di rapporto con le cause di stress e di imparare a gestire lo stress contribuendo a una vita lavorativa più appagante con il conseguente incremento delle performance. Il benessere in azienda non va visto come una parentesi di rilassamento ogni tanto, ma come un modo più bilanciato di stare nel quotidiano lavorativo, momento dopo momento.

Molte organizzazioni e business school stanno acquisendo consapevolezza dell’importanza della pausa, nel vorticoso ritmo del “fare fare fare”, tipico della vita aziendale. Senza la capacità di schiacciare ogni tanto il tasto pausa noi perdiamo di vista noi stessi, il nostro corpo, la nostra energia, le nostre emozioni, e il senso di ciò che stiamo facendo. E perdendoli di vista non siamo più in condizione di prenderci cura di queste cose importantissime, che influenzano sia la vita lavorativa che la vita privata.. e così ci dimentichiamo di chi fa il fare, cioè di noi stessi.

Alla luce delle considerazioni sopra esposte e degli studi condotti sulla percezione dello stress lavoro correlato sarebbe utile approfondire questa pratica che ha ormai preso piede anche in occidente e di iniziare a considerarla come una valida alternativa o come tecnica integrativa alle classiche tecniche di rilassamento e alle terapie individuali, che vengono abitualmente usate negli interventi sullo Stress.

[blockquote style=”1″]Osservare deliberatamente il tuo corpo e la tua mente, lasciando che le tue esperienze scorrano liberamente di momento in momento e accettandoli così come sono. Non significa rifiutare i pensieri o bloccarli o reprimerli. Non significa controllare alcunchè, eccetto la direzione della tua attenzione[/blockquote]

Jon Kabat-Zinn, 1990

 

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Bornout e strategie disadattive di gestione dello stress lavoro-correlato

 

BIBLIOGRAFIA:

Gli sdraiati e i loro padri, di Michele Serra – Recensione

È un esercito di vanagloriosi, quello dei vecchi, troppo intenti a mostrarsi ancora forti e capaci, non finiti, da non capire quanto una battaglia contro i giovani sia inutile e infruttuosa e vada contro la bellezza, la natura e la vita stessa.

Il giornalista e scrittore Michele Serra ci presenta con dolceamara ironia la sua visione di paternità, ponendosi dal di dentro. È lui il padre ed è suo il figlio portati ad esempio, sullo sfondo di una modernità, anche emozionale, che li ospita.

Nonostante la brevità dello scritto, nelle pagine si intrecciano tre strade narrative: episodi quotidiani del rapporto tra il Serra-padre e suo figlio adolescente, a cui si interpongono spezzoni di un romanzo sarcastico, che l’autore dichiara di voler scrivere, ambientato in un futuro ipotetico e che racconta della grande guerra finale tra giovani e vecchi. Compaiono, inoltre, brevi flash di una gita in montagna.

Il fil rouge è lo scambio intergenerazionale tra gli “eretti” e gli “sdraiati”, tra vecchi padri e giovani figli, tra generazioni consecutive ma allo stesso tempo lontane.

Forse a causa di una modernità più larga e più comoda, sono le posizioni ad essere cambiate, e con esse la visione che ciascuna prospettiva comporta. Il rapporto genitori/figli che emerge dall’asciutta prosa dell’autore è un rapporto di conflitto, di incomprensioni, di mancata conoscenza reciproca e di una conseguente estraneità che connota questa coppia relazionale e ne allontana i membri.

La voce del padre che urla tre le righe del romanzo sottilmente racconta proprio di una non comprensione e per certi aspetti di una non accettazione del mondo dei figli, che può evolversi in un’inadeguatezza nell’avvicinarsi a loro, o addirittura in un’ostilità. Ciò che non si conosce, spaventa e ciò che spaventa, o si allontana o si combatte.

Proprio quello che l’autore si propone di portare in scena nel fantascientifico romanzo di cui anticipa la genesi: è la lotta tra vecchi e giovani, tra la superiore lungimiranza dei primi e la confusione dei ultimi.  È un esercito di vanagloriosi, quello dei vecchi, troppo intenti a mostrarsi ancora forti e capaci, non finiti, da non capire quanto una battaglia contro i giovani sia inutile e infruttuosa e vada contro la bellezza, la natura e la vita stessa.

Nell’epilogo della gita in montagna, infine, fa capolino l’essenzialità del messaggio dell’autore/padre. Bastano due sillabe urlate al fondo di un sentiero nel paesaggio dove ancora galleggiava la sua infanzia a destarlo dal dialogo mentale che si snoda per tutte le 100 pagine: è un’accusa, un richiamo all’ordine. “Io – non altri- sono quelle due sillabe. Io sono quello che deve. Forse non vuole, forse non può, comunque deve” (p. 107). È un riconoscimento: la restituzione da parte del figlio al padre, del giovane al vecchio, dell’importanza di un ruolo, del suo peso imprescindibile, della sua necessaria presenza.

Al di là di regole, schemi, consigli, cioè che rende genitori è esserci nella relazione, riconoscere la propria parte, senza dare per scontata l’assoluta adesione alla stessa. Si diventa genitori, ma si continua ad essere persone che seguitano comunque a vivere: “L’amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive. Anche un idiota o un cinico ne è capace. […] E anni dopo, è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile, in un uomo, in una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere.” (p. 21).

È una sagoma paterna (più in generale, genitoriale) delicata, quella che compare sullo sfondo del romanzo, che rappresenta anche un elogio ad una generazione tanto discussa, ma forse poco compresa. Sono gli sdraiati e i loro padri.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Serra, M. (2013). Gli sdraiati. Feltrinelli Editori, Milano.
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