expand_lessAPRI WIDGET

L’assertività e gli stili di comportamento – Parte terza

PARTE 3

Una condotta passiva porta la persona ad arrendersi al volere altrui ed a reprimere i propri desideri, compiendo le proprie scelte comportamentali alla ricerca del compiacimento altrui.

Lo Stile passivo:  scopi,  credenze, fattori di mantenimento e limiti

Una condotta passiva porta la persona ad arrendersi al volere altrui ed a reprimere i propri desideri, compiendo le proprie scelte comportamentali alla ricerca del compiacimento altrui. La risposta risulta essere inadeguata poiché generata da frustrazione, insicurezza, senso di colpa, ansia.

Tale comportamento può essere mantenuto da un dialogo interno disfunzionale che incide sulla paura di irritare gli altri, sulla paura di essere rifiutati o sul sentirsi responsabili dei sentimenti altrui, fino ad ipotizzarsi responsabili delle sofferenze altrui per aver ferito l’interlocutore con le proprie parole, non aver ricambiato i sentimenti o aver disatteso le sue aspettative, pervenendo difficilmente alle cause della sofferenza nel comportamento altrui.

Le principali caratteristiche di un individuo che prevalentemente utilizza uno stile comunicativo passivo sono:

– subisce gli altri;

– ha difficoltà nel fare o rifiutare richieste;

– ha difficoltà nel fare o accettare complimenti e nel comunicare i propri sentimenti;

– ha bisogno dell’approvazione altrui;

– dipende dal giudizio altrui;

– ha spesso paura di sbagliare;

– prova disagio alla presenza di persone estranee;

– ha difficoltà nel prendere decisioni;

– dopo avere aggredito una persona, sperimenta profondi sensi di colpa;

– giudica gli altri migliori di lui (bassa autostima);

Le motivazioni o scopi che sostengono un simile comportamento sono di solito quelli di essere accettati e giudicati positivamente dagli altri, quello di evitare abbandoni, quello di evitare i conflitti, per la convinzione di non saperli gestire o per il timore delle conseguenze; quello di evitare rimproveri, disprezzo e colpevolizzazioni; quello di evitare le responsabilità, quello di ottenere con più facilità la simpatia e l’approvazione da parte degli altri, ecc.

Le principali convinzioni e credenze che sostengono tale comportamento possono essere “non sono in grado di ottenere i risultati sperati”; “se perdo il controllo mi comporto in modo inappropriato”; “i desideri/bisogni altrui sono prioritari rispetto ai miei”.

Tutti i comportamenti vengono mantenuti da vantaggi, primari o secondari, altrimenti tendono ad estinguersi nel tempo se non soddisfano gli specifici bisogni della singola persona. Compito di ciascuno di noi è comprendere i nostri bisogni per poi creare un bagaglio comportamentale capace di permettere  la  scelta  del  comportamento  più  funzionale  nella  specifica situazione.

Di seguito vengono elencati alcuni vantaggi a breve termine responsabili del mantenimento del comportamento anassertivo passivo.

L’immediato vantaggio è quello di eludere situazioni potenzialmente ansiogene ed acquistare l’approvazione e la lode come persona molto gradita. A breve termine è presente il sollievo per essere riusciti ad evitare una situazione percepita come difficile e per aver neutralizzato il senso di colpa che talvolta si associa all’esprimere un’opinione od uno stato emotivo diversi o potenzialmente diversi dall’interlocutore.

Inoltre, attraverso tale comportamento a breve termine è possibile ottenere un “rinforzo sociale”, poiché la persona passiva appare come disponibile e rispettosa dell’altro, allo stesso tempo è autorinforzante, poiché si può avere la sensazione di essere venuti incontro o di aver fatto un piacere a qualcuno. Ancora, un comportamento passivo a breve termine può ridurre l’ansia di entrare in conflitto con l’interlocutore o di perderne la stima e l’affetto; riduce l’assunzione di responsabilità ed il loro carico sia fisico che emotivo.

A lungo termine, però, questo comportamento può comportare progressivamente la perdita della stima di sé e dell’autoefficacia, frutto della rinuncia prolungata a se stessi in favore dei bisogni altrui. Può, inoltre, comportare risentimento, frustrazione e rabbia verso desideri ed obiettivi non realizzati, irritazione, sensi di rabbia crescenti e percezione di repressione. In questi casi  difficilmente il soggetto è consapevole di quanto sia propria la responsabilità della percezione di repressione, potrà tendere a ricercarla altrove e/o possono insorgere varie patologie fisiche e/o di origine psicosomatica (cefalea, gastriti, etc.).

Può inoltre portare alla progressiva incapacità a prendere iniziative nella relazione, ad esprimere opinioni e bisogni. Inoltre, non si riesce ad evitare conflitti nel lungo periodo, non è possibile raggiungere sempre e con tutti

Il comportamento anassertivo passivo tende a comportare conseguenze anche sull’interlocutore che può non sentirsi stimolato da una conversazione in cui non vengono posti punti di vista alternativi o contrastanti, percependola come mancanza di partecipazione. L’interlocutore, inoltre, può sentirsi confuso dal mantenere una interazione con un soggetto che non esplica le proprie idee, opinioni e sentimenti o percepire sensi di colpa legati alla sensazioni di prevaricare l’altro.

Di solito lo stile educativo a cui le persone che usano prevalentemente uno stile passivo sono state sottoposte è stato quello tendente a dare valore agli aspetti formali, ad inibire l’espressione di bisogni e desideri, a colpevolizzare e a rendere precario il legame affettivo.

Anche il comportamento passivo può, in alcune circostanze, essere considerato assertivo, se utile e necessario e, quindi, se scelto e non automatico o derivante da emozioni incontrollate. Un  comportamento passivo conviene:

1. Se si ha poco tempo a disposizione per poter esporre le proprie opinioni. Es: supponiamo di voler affrontare una questione di estrema importanza con il nostro capufficio, che può dedicarci solo pochi minuti a causa di altri impegni di lavoro; è meglio allora rimandare ad un giorno in cui sappiamo avrà più tempo e di conseguenza, una migliore disposizione all’ascolto;

2. Se il proprio o altrui livello emotivo è inadeguato conviene rimandare ad un momento migliore. Es: se stiamo affrontando una discussione con un’altra persona su una questione per noi importante e i nostri sentimenti possono portarci a dire cose molto spiacevoli per noi stessi e per l’altro, è meglio rimandare il confronto in un momento di maggiore calma; anche la persona con cui stiamo parlando può avere uno stato d’animo che non favorisce il dialogo e l’ascolto (es. eccessiva rabbia, tensione, profonda tristezza); anche in questi casi conviene rimandare.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

L’assertività e gli stili di comportamento – Prima parte

L’assertività e gli stili di comportamento – Seconda parte

 

BIBLIOGRAFIA:

Donne con un cromosoma Y: le risposte cerebrali non cambiano

FLASH NEWS

Un recente studio pubblicato sulla rivista Hormones and Behaviour dimostra che il cromosoma Y, nelle donne, non altera le risposte cerebrali a stimoli sessuali visivi.

Il cromosoma Y è stato identificato come cromosoma determinante il genere degli individui già nel 1905: le donne hanno una coppia di cromosomi XX mentre gli uomini i cromosomi XY.

Tuttavia esiste una rara condizione in cui alcune donne nascono con un cromosoma Y senza che questo abbia però alcun effetto sul loro aspetto fisico che appare in tutto e per tutto femminile.

Questa condizione è nota come sindrome da completa insensibilità agli androgeni (CAIS) poiché chi ne è affetto non possiede i recettori neurali per gli androgeni quindi, nonostante il corpo produca questo ormone, non è in grado di rispondervi.

Se sul piano fisico questa sindrome è ben conosciuta, le implicazioni psicologiche suscitano ancora qualche domanda, motivo per cui un gruppo di psicologi dell’Emory University di Atlanta ha mostrato alcune foto di persone impegnate in attività sessuali a donne con la CAIS, donne non affette dalla sindrome e uomini per metterne a confronto le reazioni cerebrali.

I dati sull’attività neurale sono stati raccolti utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e i risultati hanno evidenziato una significativa differenza tra le risposte degli uomini rispetto alle donne, ma le risposte delle donne “tipiche” e delle donne con CAIS non differivano in alcun modo.

Questo dimostra che sono gli androgeni la chiave del comportamento maschile e non il cromosoma Y in sé e che le donne con la sindrome da completa insensibilità agli androgeni sono donne anche sul piano psicologico oltre che fenotipico, a prescindere dai loro cromosomi.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

 Donne e sessualità: tra soddisfazione e legami di attaccamento – Recensione

BIBLIOGRAFIA:

Anoressia Nervosa – Definizione Psicopedia

 LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

Nel loro aspetto esteriore, le persone anoressiche sono vistosamente magre. Sono spesso sensibili ai bisogni degli altri e sono brave a parlare con amici, conoscenti e familiari.

Tuttavia, hanno grandi difficoltà a accedere al loro mondo emotivo. Di conseguenza, è difficile per le persone che sono loro vicine comprenderle e supportarle a livello emotivo.

 

Caratteristiche dell’anoressia: 

  • Mancanza di contatto con il proprio corpo e con i bisogni del proprio corpo
  • Il corpo è vissuto come un nemico contro cui combattere
  • Continua misurazione del proprio peso e continua sensazione di essere grasse/i
  • È la mente che controlla e gestisce il resto
  • Il controllo dà una sensazione di autonomia e indipendenza
  • A volte eccessiva avarizia, senso della pulizia esagerato, rifiuto di ogni attività che dia piacere, modo di vivere molto stoico
  • Tendenza a isolarsi
  • Vedere le cose in termini di bianco e nero, tendenza alla depressione
  • Comportamenti alimentari ritualizzati
  • Alimentarsi in modo estremamente lento, mangiare cibo molto caldo o molto freddo
  • Mangiare cibo per bambini o per neonati e pappine
  • Preferenza per cibi e bevande a basso apporto calorico, solitamente scelta di cibi molto limitata
  • Fare finta di mangiare, masticare il cibo e poi sputarlo via
  • Cucinare, fare dolci, collezionare ricette e incoraggiare gli altri a mangiare
  • Fare molte attività in piedi
  • Esporsi al freddo
  • Impegno eccessivo negli sport
  • Portare borse e zaini pesanti
  • Per molto tempo rifiuto di ammettere di essere ammalate/i

 

Importante:

E’ fondamentale che i familiari e gli amici agiscano concretamente qualora le persone anoressiche reagiscano in modo apatico, parlino solo a voce bassa, non abbiano forza e rispondano piangendo a ogni minimo conflitto.

Questi sono segnali di allarme, che indicano la necessità di una visita medica. È inutile forzare le persone anoressiche a accettare assistenza terapeutica.

È importante che, quando le persone non realizzano che sono ammalate, i loro familiari cerchino consigli e aiuto.

 

Possibili indicatori diagnostici

  • Perdita del 20% del proprio peso in un breve (3-4 mesi) periodo di tempo, (es: quando una persona di 1 metro e 70 cm che pesa 60 kg perde 12 kg)
  • La perdita di peso è causata da un’alimentazione estremamente controllata e limitata, da eccessivo esercizio fisico, dall’induzione del vomito o dal forte utilizzo di lassativi
  • Pensieri continui e eccessivi relativi al cibo e all’immagine corporea
  • Estrema paura di prendere peso
  • Disturbo dell’immagine corporea (continua percezione del proprio corpo come grasso, anche quando è evidentemente sottopeso)
  • Perfezionismo
  • Iperattività
  • Mancata consapevolezza di essere ammalate/i
  • Assenza di ciclo mestruale

Tra le conseguenze fisiche dannose c’è un rallentamento del tempo di digestione, del battito cardiaco, della pressione sanguigna e della temperatura. Questo porta a fatica, percezione di freddo e costipazione. La pelle secca e i capelli fragili indicano i cambiamenti ormonali, che si esprimono tramite l’assenza del ciclo mestruale e, in casi estremi, la differente distribuzione dei peli superflui.

Se l’anoressia continua per alcuni anni, i cambiamenti ormonali possono portare a osteoporosi (riduzione della densità ossea).

Se si sta assumendo la pillola come contraccettivo, il ciclo mestruale può presentarsi lo stesso. In questo caso, nonostante le mestruazioni, la persona potrebbe comunque essere anoressica.

Tra le conseguenze psicologiche si annoverano: un confronto continuo e compulsivo con le altre persone, un forte bisogno di controllo, sentimenti di colpa quando si mangia qualcosa di buono, paura dei propri bisogni, odio per se stesse/i, avarizia, comportamenti compulsivi (lavarsi/pulire), ritiro sociale, umore depresso, a volte anche comportamenti autolesivi.

Lo sapevi?

C’è il rischio che l’anoressia possa diventare cronica. L’individuazione e il trattamento precoci sono associati a una maggiore probabilità di guarigione. Fino al 10% delle donne con anoressia nervosa potrebbe morire per cause relative all’anoressia. 

 

ARGOMENTO CONSIGLIATO:

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

 

TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

L’assertività e gli stili di comportamento – Parte seconda

PARTE 2

Gli Stili di Comportamento

L’assertività viene descritta da vari autori lungo un continuum comportamentale che va dalla “passività” all’ “aggressività”, estremi indicati come negativi e disfunzionali, che rappresentano l’assenza di assertività.

Nell’ area intermedia viene individuata l’assertività quale comportamento sociale funzionale ed efficace (Anchisi, Gambotto Dessy, 1989; Campanelli, 1995).

La differenza basilare sta nel fatto che l’assertività è fondata sul rispetto e sull’ autoresponsabilità, mentre nella non-assertività questi due fattori sono assenti. Il soggetto con un comportamento assertivo è colui che è capace di avere un atteggiamento positivo verso se stesso e verso gli altri e di riconoscere, rispettare ed esprimere i propri bisogni nel rispetto di quelli altrui. Quando mancano, invece, la fiducia in sé e nell’ altro e il rispetto verso se stessi e gli altri, è molto più probabile che le persone reagiscano ad una particolare situazione con modalità non-assertive.

Comportarsi in modo assertivo vuol dire bilanciare i bisogni degli altri con i propri. È un gioco a due a variabile zero, in cui non c’è uno sconfitto e un vincente, ma entrambi gli interlocutori della relazione sono vincenti. I bisogni di entrambi vengono tenuti in considerazione e si può scegliere se dare la priorità alle necessità altrui o se considerare maggiormente le proprie necessità.

Comportamento:

Passivo

Quando si antepongono i bisogni degli altri ai propri.

Aggressivo

Quando si antepongono i propri bisogni a quelli altrui.

Assertivo

Quando si equilibrano i propri e gli altrui bisogni si agisce secondo le priorità che emergono.

Nell’ uso comune si definiscono le persone come assertive, passive o aggressive, ma è più corretto utilizzare l’espressione “stile di comportamento” assertivo, passivo o aggressivo. Sebbene le persone possano mettere in atto comportamenti assertivi, passivi o aggressivi, in realtà ciascuna di esse mostra una tendenza ad avere un certo stile di comportamento. Noi tutti ci comportiamo in maniera diversa a seconda delle situazioni: a volte siamo passivi, altre volte aggressivi, altre ancora assertivi (Hare, 1988).

Non esistono persone sempre assertive, ma solo comportamenti assertivi, che possono essere manifestati da tutti. Ciononostante, è vero che esistono persone che tendono ad essere aggressive, passive o assertive nella maggior parte delle situazioni” (Giannantonio, Boldorini, 2002).

Stili anassertivi

Nelle dinamiche interattive, quindi, è possibile delineare due modalità comunicative in netto contrasto l’una con l’altra, ma entrambe anassertive: quella passiva e quella aggressiva.

Sebbene le persone non siano mai sempre e solo aggressive, passive o assertive, ciascuno di noi protende verso un determinato stile relazionale o tende ad adottarlo in particolari circostanze esterne o interne.

Lo stile comunicativo stesso può differenziarsi sulla base di alcune variabili insite nella situazione specifica o relative allo stato psico-fisiologico della persona in un determinato momento. Un esempio di ciò può essere costituito dal silenzio, il cui valore assertivo, aggressivo o passivo è strettamente vincolato alla situazione specifica.

E’ pertanto da sottolineare che per rendere più agevole la comprensione dei concetti verranno illustrate esclusivamente le modalità comunicative poste ai poli del continuum relazionale, nonostante vi siano molte sfumature comportamentali e la stessa persona può adottare stili comportamentali diversi in contesti situazionali o psico-fisiologici diversi.

La stessa persona può essere, infatti, remissiva e passiva con i propri genitori, ma allo stesso tempo aggressiva con il partner o con i propri figli. I concetti a cui ci riferiamo, pertanto, si riferiscono a comportamenti e non a personalità ed essendo comportamenti possono essere appresi o modificati.

Per comodità espositiva si parla di un continuum che va dal comportamento passivo al comportamento aggressivo e nell’ area intermedia si situerebbe il comportamento assertivo.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

L’assertività e gli stili di comportamento – Parte Prima

 

BIBLIOGRAFIA:

  •  Galeazzi A. (1994), Personalità e competenza sociale. Pordenone, ERIP.
  • Anchisi, R., Gambotto Dessy, M. (1989). Non solo comunicare (teoria e pratica del comportamento assertivo). Cortina, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • Bonenti, D., Meneghelli, A. (1992). Assertività e training assertivo. Franco Angeli. Milano ACQUISTA ONLINE
  • Campanelli, M. (1995). Affermatività ed abilità sociale – Repertori differenti e costitutivi della competenza sociale. Terapia del comportamento, 5, 3-16. 
  •  Giannantonio M., Boldorini A.L. (2002). Autostima, Assertività e Atteggiamento positivo. Ecomind, Salerno.  ACQUISTA ONLINE
  • Hare B. (1988). Be assertive, Optima, London.
  • Sanavio, E (1998) Psicoterapia cognitiva e comportamentale, Carocci ed.  ACQUISTA ONLINE

Marijuana: quali sono gli effetti a lungo termine sul cervello?

FLASH NEWS

Marijuana: i risultati mostrano che i consumatori cronici di marijuana presentano un volume cerebrale più ridotto della corteccia orbito-frontale (OFC), una parte del cervello comunemente associata alla dipendenza, ma mostrano anche un aumento della connettività.

Secondo una ricerca del Center for Brain Health dell’Università del Texas a Dallas, gli effetti dell’uso cronico della marijuana sul cervello dipendono dall’età in cui si comincia a consumare la cannabis e dalla durata di consumo della stessa.

La ricerca condotta da Filbey e dai suoi collaboratori, descrive le anomalie esistenti nelle funzioni e nelle strutture cerebrali a lungo termine nei consumatori di marijuana, indagate attraverso tre tecniche diverse di risonanza magnetica cerebrale.

I risultati mostrano che i consumatori cronici di marijuana presentano un volume cerebrale più ridotto della corteccia orbito-frontale (OFC), una parte del cervello comunemente associata alla dipendenza, ma mostrano anche un aumento della connettività.

Il campione della ricerca includeva 48 adulti consumatori cronici di marijuana confrontati con 62 soggetti non consumatori uguali per età e genere. Gli autori hanno controllato le variabili relative all’eventuale uso di tabacco e/o alcol. In media i partecipanti alla ricerca consumavano la marijuana per tre volte al giorno.

I test cognitivi mostrano che i consumatori di marijuana presentano un Q.I minore rispetto ai controlli  (con la stessa età e lo stesso genere) ma le differenze non sembrano essere correlate ad anomalie del cervello poiché non c’è una diretta relazione tra deficit del Q.I e volume della corteccia orbito-frontale ridotto. I risultati suggeriscono un aumento della connettività strutturale e funzionale cerebrale dal momento in cui si comincia a consumare regolarmente la cannabis.

L’aumento di connettività potrebbe aver compensato la perdita di materia grigia anche se l’uso prolungato della marijuana per oltre 6-8 anni potrebbe portare comunque ad un deterioramento della connettività.

I risultati dello studio suggeriscono che questi cambiamenti possono essere legati all’età di insorgenza e alla durata di utilizzo della marijuana, ma non si hanno dati definitivi.

Lo studio offre una prima indicazione sul fatto che la materia grigia nella OFC può essere più vulnerabile rispetto alla  sostanza bianca agli effetti del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), il principale ingrediente psicoattivo della pianta di cannabis.

Secondo gli autori, lo studio fornisce la prova che l’uso cronico di marijuana avvia un processo complesso che permette ai neuroni di adattarsi e compensare il volume ridotto della materia grigia, ma sono necessari ulteriori studi per determinare se questi cambiamenti regrediscono con l’interruzione del consumo regolare della cannabis, se vi sono effetti simili nei consumatori occasionali di marijuana rispetto ai consumatori cronici e se questi effetti sono davvero un risultato diretto dell’uso di marijuana o determinati da un fattore predisponente.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Uso di cannabis ed insorgenza di disturbi psichiatrici: quale relazione?

 

BIBLIOGRAFIA:

L’assertività e gli stili di comportamento

Una persona assertiva è in grado di esprimere le proprie opinioni, emozioni  e i propri punti di vista, facendo valere i propri diritti nel rispetto dei diritti altrui.

La parola assertività deriva dal latino ad serere, e significa «asserire» o anche affermare se stessi. Attualmente vi è un generale accordo sulla struttura multidimensionale dell’assertività. Dopo un’analisi della letteratura, Galeazzi (’94) indica le seguenti componenti:

1. l’assertività positiva, capacità di esprimere e ricevere approvazioni, stima e affetto;

2. l’assertività negativa, capacità di esprimere disapprovazioni e critiche agli altri;

3. difesa dei propri diritti, capacità di proteggere i diritti e rifiutare richieste che ledono la libertà personale;

4. l’assertività di iniziativa, ossia l’abilità nel risolvere problemi e soddisfare personali bisogni, che consiste anche nel saper avanzare richieste, favori, ecc.;

5. l’assertività sociale: quale capacità di interagire con le altre persone e di stabilire nuove relazioni, che si esprime nella padronanza relativa all’iniziare, continuare e concludere una conversazione nelle più diverse interazioni sociali, tanto con amici quanto con persone autorevoli o sconosciute;

6. la direttività: che concerne l’attitudine ad assumersi responsabilità e l’abilità nell’influenzare e guidare gli altri nelle situazioni interpersonali problematiche.

Sanavio (1998) descrive l’assertività come la capacità di far valere i propri diritti rispettando quelli degli altri, attraverso una comunicazione chiara, diretta e al tempo stesso, coerente e completa sul piano verbale e non verbale.

La comunicazione assertiva costituisce un metodo di interazione che si attua attraverso un  comportamento partecipe attivo e non in contrapposizione con l’altro; un atteggiamento responsabile, caratterizzato da piena fiducia in sé e negli altri; un comportamento completo che manifesta pienamente il proprio sé, funzionale all’affermazione dei propri diritti senza negare i diritti e l’identità dell’altro; un atteggiamento che non giudica e avulso da critiche non costruttive verso l’altro ovvero senza pregiudizi; la capacità di comunicare i propri sentimenti in maniera chiara e diretta e onesta senza manifestare aggressività o essere minacciosi verso l’altro.

I capisaldi del comportamento assertivo sono impliciti nei diritti di ciascun essere umano che vengono di seguito riportati:

1. Essere trattato con rispetto, poiché ognuno ha il diritto di gestire la propria vita come desidera e di perseguire i propri scopi ed obiettivi, senza però danneggiare gli altri. Inoltre ognuno ha il diritto di essere trattato dagli altri con gentilezza e cortesia, a prescindere dalla propria posizione sociale; il rispetto e la dignità sono i prerequisiti di una società civile.

2. Esprimere le proprie opinioni ed i propri sentimenti, dato che ciascuno di noi ha il diritto di esprimere se stesso; il proprio punto di vista circa una situazione e i sentimenti che ne scaturiscono sono validi tanto quanto quelli degli altri. Se si nascondono le proprie opinioni ed i propri sentimenti, gli altri non avranno la possibilità di conoscerci o di capirci. In tal modo ci verrà negato il valore e la bellezza dell’amicizia vera.

3. Fissare i propri scopi ed i propri obiettivi, dal momento che tutti hanno il diritto di perseguire i propri scopi. Ciascuno ha il diritto di perseguire le priorità che ritiene essere più consone a se stesso, altrimenti si può avere la percezione di vivere la vita di altri.

4. Rifiutare una richiesta o dire di no, poiché ognuno ha il diritto di rifiutare.

5. Chiedere ciò che si desidera, dal momento che ognuno ha il diritto di esprimere i propri bisogni. Ciascuno ha delle necessità e desideri ed è utile esprimerli nelle relazioni.

6. Commettere degli errori; sbagli ed errori sono elementi essenziali dell’apprendimento.

7. Essere i giudici del proprio comportamento, indipendentemente dalla benevolenza degli altri, infatti ognuno ha il diritto di giudicare se stesso. Si può giudicare il proprio comportamento, senza avere bisogno dell’approvazione o delle critiche altrui.

8. Cambiare la propria opinione, dato che il cambiamento può essere associabile alla crescita ed allo sviluppo personale.

9. Decidere se far valere o meno i propri diritti, in conformità al diritto di scelta.

10. Decidere se dare spiegazioni e scuse per il tuo comportamento.

In ogni situazione le persone coinvolte hanno diritti particolari e correlati al contesto e alla cultura di appartenenza. Esistono, però, dei principi qualificabili come diritti inviolabili della persona che proprio in quanto tali, sono comuni a tutte le situazioni di relazione e non possono essere dimenticati.

FINE PRIMA PARTE

 

BIBLIOGRAFIA:

MisUse it and Lose it: affidarsi alla tecnologia è un danno

Daniela Beltrami, Vania Galletti, OPEN SCHOOL MODENA

Le tecnologie oggi disponibili rappresentano un traguardo importante che l’uomo ha conquistato con tempo e fatica, ma devono essere utilizzate con attenzione, non affidandosi ad esse, ovvero abbandonandosi completamente alle loro cure; il rischio è infatti quello di trasformare gli innegabili vantaggi derivanti dalla costante attività mentale richiesta dalle nuove tecnologie, in un potente strumento di demolizione delle abilità cognitive.

La “Tecnologia” (tékhne-loghìa), letteralmente “discorso sull’arte” (arte intesa come tecnica), avanza grazie all’intelletto umano; ma in questo ragionamento, oggigiorno, l’uomo è davvero contemplato, o la tecnica si discute da sé?

“Il problema è: non cosa possiamo fare noi con gli strumenti tecnici che abbiamo ideato, ma che cosa la tecnica può fare di noi“ (Galimberti, 2000).

Negli anni ottanta è stato introdotto il termine “Technostress”, espressamente coniato con l’intento di far riflettere sulle possibili ripercussioni di un uso scorretto (misuso) delle nuove tecnologie (allora principalmente Personal Computer); i sintomi più comunemente riportati erano: ansia e depressione, insonnia, mal di testa, ipertensione, calo della concentrazione, disturbi gastrointestinali, alterazioni ormonali, comportamentali e isolamento relazionale (Broad, 1984).

Negli ultimi trent’anni le cose sono cambiate notevolmente; oggigiorno dobbiamo confrontarci con una miriade di dispositivi diversificati per peso, funzione, forma e colore, che ci accompagnano in ogni ambito della quotidianità, dal risveglio alla buonanotte. Siamo costantemente rimbalzati da una tecnologia all’altra e, sempre più rapidamente, siamo costretti a districarci tra innumerevoli cambi di ruolo: dipendente impeccabile durante la videoconferenza Skype, genitore presente al cellulare durante una telefonata con il preside, amico affettuoso pronto a “mettere il like” su Facebook, amante premuroso che rapidamente concede la spunta azzurra su Whatsapp, e così via.

Viviamo un’esistenza frammentata, quasi schizofrenica, che facilmente ci impedisce di stare nel presente, di goderne senza pensare a cosa abbiamo fatto il giorno prima e cosa faremo nei minuti a venire; la Fear of Missing Out (FOMO), ovvero la paura di essere tagliati fuori soltanto per aver perso un post, un twit, una festa o un qualsiasi altro evento “importante” (Rosen, 2011; Przybylski et al., 2013), esprime perfettamente questo concetto. Non a caso le psicopatologie legate ad un misuso della rete comprendono atteggiamenti compulsivi, che prevedono la messa in atto di comportamenti ben riconosciuti come inutili e inadeguati ma dei quali non si riesce a fare a meno.

Le tecnologie oggi disponibili rappresentano un traguardo importante che l’uomo ha conquistato con tempo e fatica, ma devono essere utilizzate con attenzione, non affidandosi ad esse, ovvero abbandonandosi completamente alle loro cure; il rischio è infatti quello di trasformare gli innegabili vantaggi derivanti dalla costante attività mentale richiesta dalle nuove tecnologie, in un potente strumento di demolizione delle abilità cognitive.

Recentemente è stato condotto uno studio (One Laptop per Child, OLPC) che ha analizzato il comportamento di alcuni bambini Etiopi alla presentazione di tablet ancora impacchettati; “pensavo che i ragazzini avrebbero giocato con le scatole” riporta l’ideatore della ricerca “nel giro di pochi minuti, uno di loro non solo aveva aperto la scatola ma anche trovato il pulsante per accenderlo; dopo cinque giorni erano in grado di usare quarantasette applicazioni; dopo due settimane cantavano canzoncine con l’alfabeto inglese”.

La meraviglia parla da sé; ma pensiamo a quali ripercussioni potrebbero esservi in seguito ad un uso ripetuto e totalizzante di questa ed altre tecnologie: l’impatto delle luci blu degli schermi sul ritmo circadiano (forte tanto quanto una qualsiasi droga; Duffy & Czeisler, 2009), con conseguenti esiti negativi a livello affettivo e cognitivo (ansia, depressione, disfunzioni cognitive); la minor capacità di concentrazione dovuta al continuo bombardamento di informazioni che riduce le energie disponibili per attività statiche (come lo studio) e condiziona le abilità comunicativo-relazionali (i giovani “curano le amicizie sui social network e poi si chiedono se sono tra amici; sono connessi tutto il giorno ma non sono sicuri di avere davvero comunicato; hanno idee confuse sulla compagnia”; Turkle, 2012) e quelle di ragionamento (perché fermarsi a pensare quando la soluzione è disponibile su Google in alcuni millisecondi?); ed altri ancora.

Tisseron (2008) si scaglia duramente contro l’utilizzo delle tecnologie in tenera età proponendo la regola del “3-6-9-12”: nessuno schermo digitale fino a tre anni; nessun videogioco fino a sei; nessun accesso ad Internet prima dei nove e libero accesso solo dopo i dodici. Ammesso che tale posizione sia condivisibile, saremmo davvero in grado di scendere a compromessi? O la tecnologia è diventata molto, troppo confortevole?

Pensiamo al banale utilizzo del GPS: è stato dimostrato che un uso eccessivo del GPS (comodo e rapido) potrebbe condurre ad una graduale disattivazione della struttura neurologica deputata alla memoria visuo-spaziale, l’ippocampo (Robbins, 2010). Inutile dire che un’atrofia ippocampale non sarebbe una buona accoglienza dell’invecchiamento cerebrale. Purtroppo la società famelica nella quale viviamo ci impedisce di sentirci a nostro agio quando non sappiamo dove andare, e ci invoglia a prendere una scorciatoia; sviluppare una mappa cognitiva (tramite l’utilizzo di navigazione spaziale e strategie di stimoli e risposte) richiede risorse e tempo, ma è un investimento a lungo termine.

La memoria merita un capitolo a parte. Come già accennato la tecnologia facilita ogni cosa, anche l’acquisizione e l’immagazzinamento delle informazioni. È più semplice ed economico usare una “memoria esterna” capace di recuperare, modificare, cancellare episodi ed azioni a piacimento. Terrorizzati dal poter dimenticare esperienze contro la nostra volontà, evitiamo direttamente di viverle, fotografando e condividendo tutto (con ritmo bulimico); senza conservare nulla da sfogliare mentalmente in privato; nulla di cui ricordarsi all’improvviso con sorpresa, ed emozionarsi.

Un recente studio (Henkel, 2004) mostra che nel momento in cui ci accingiamo a scattare una fotografia siamo già predisposti a dimenticarla e a farne scivolare via le caratteristiche e i dettagli (photo-taking impairment effect): insomma, “più scatti, più scordi”. Un esempio pratico è offerto dai concerti, dove il parterre è colmo di spettatori che saltellano davanti al palco brandendo in aria lo smartphone come Mercurio agitava il suo caduceo. “It’s sad if you’re that excited about your (…) phone. (…) It’s annoying. It’s insulting to the band. (…)  You’re taking those moments away from the band and the people around you” (Chris Robinson – frontman Black Crowes, 2014).

Per concludere: l’innovazione tecnologica è straordinaria; scaturisce dall’inventiva dell’uomo e, in parte, ne stimola la creatività. Ma ricordiamo ch’essa dovrebbe essere al nostro servizio (non il contrario), e dovrebbe integrare e compensare quelle abilità che comunque devono essere stimolate e nutrite, in primis cogliendo ed apprezzando il presente.

[blockquote style=”1″]Meaning, not possessions, is the ultimate goal of (people’s) lives, and the fruits of technology (…) cannot alone provide this. People still need to know (…) that they are remembered and loved, and that their individual self is part of some greater design beyond the fleeting span of mortal years.[/blockquote]

Csikszentmihalyi et al., 1981

ARTICOLO CONSIGLIATO:

La sindrome del Selfie – Social Network & Narcisismo – Psicologia

 BIBLIOGRAFIA:

L’ansia infantile è correlata al nervosismo paterno

FLASH NEWS

I risultati suggeriscono chiaramente che i padri hanno un ruolo più significativo rispetto alle madri per quanto riguarda i livelli d’ansia dei propri figli, almeno nelle situazioni di tipo fisico.

I bambini, come gli adulti, sperimentano situazioni ansiogene che possono metterli in uno stato di agitazione. Eline Möller e un gruppo di ricercatori dell’istituto di educazione e sviluppo infantile presso l’università di Amsterdam si sono chiesti se e quale ruolo avessero i genitori nel modulare questa risposta ansiosa.

Per rispondere a questa domanda è stato condotto uno studio basato sul paradigma classico del “precipizio visivo”: alcuni bambini di un anno sono stati fatti gattonare su una superficie che presentava una zona trasparente in modo da apparire come interrotta, con un punto vuoto. Dal lato opposto al “buco” c’era uno dei genitori a cui era stato chiesto di incoraggiare il figlio ad attraversare la superficie trasparente.

I criteri di valutazione per l’ansia infantile sono stati il linguaggio corporeo del bambino, le sue espressioni facciali, l’eventuale pianto e/o l’evitamento del “precipizio”.

Dai risultati è emerso che le espressioni di incoraggiamento, verbali e non (es. battere le mani, sorridere), del genitore non hanno avuto alcun effetto sui livelli d’ansia del figlio o sulla sua audacia, al contrario posture, gesti, espressioni e frasi nervose che rivelano ansia nel genitore hanno implementato i livelli d’ansia nei bambini. Ma in particolare  è stato visto che l’ansia del bimbo correla di più con l’ansia del proprio padre che con quella della madre.

Sebbene non sia possibile individuare una relazione diretta di causa-effetto, i risultati suggeriscono però chiaramente che i padri hanno un ruolo più significativo rispetto alle madri per quanto riguarda i livelli d’ansia dei propri figli, almeno nelle situazioni di tipo fisico.

E in effetti questo risultato è coerente con la tesi evoluzionistica secondo cui al padre sia affidato il compito di insegnare alla progenie come affrontare le sfide esterne (estranei, posti nuovi), mentre la madre si occupi di sentimenti e rassicurazione.

Möller e colleghi si sono poi spinti oltre e hanno indagato l’ansia infantile anche da un punto di vista più generale, non soltanto legata alla situazione sperimentale, ed è emerso che tra i bambini più ansiosi il legame con il padre era ancora più forte e la fiducia paterna sembrava essere molto più importante rispetto a quella materna ad ulteriore conferma di quanto emerso in precedenza.

Le ricerche sul modo in cui i padri interagiscono con i figli sono rare e questo studio porta un contributo nuovo. Inoltre questi risultati possono avere anche delle implicazioni cliniche: se i padri giocano un ruolo nel modulare l’ansia dei propri figli, possono anche diventare un ammortizzatore contro l’ansia del bambino stesso.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Disturbo d’ansia generalizzato nell’adolescente: un aiuto ai familiari

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Psicoterapia Sistemico-Relazionale: intervista ad Umberta Telfener

LE INTERVISTE AI GRANDI CLINICI ITALIANI

 

State of Mind intervista:

Umberta Telfener

Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

 

State of Mind intervista Umberta TelfenerPsicoterapeuta, Didatta del Centro Milanese di Terapia della famiglia e Docente della Scuola di Specializzazione in Psicologia della salute, Università di Roma.

Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia.

 

I GRANDI CLINICI ITALIANI

TUTTE LE INTERVISTE DI STATE OF MIND

TUTTI GLI ARTICOLI SU:  PSICOTERAPIA SISTEMICO-RELAZIONALE

VEDI IL PROFILO DI UMBERTA TELFENER

ARTICOLO CONSIGLIATO:

INTERVISTA CON CRISTINA COMENCINI: LA VITA TRA OSSERVAZIONE ED AUTOSSERVAZIONE

Master Avanzato in Psicoterapia cognitivo-comportamentale dello Sviluppo

iescum

State of Mind segnala il Master Avanzato in Psicoterapia Cognitivo-comportamentale dello Sviluppo, organizzato da IESCUM, partner del giornale. 

 

MAPS è un Master avanzato rivolto a psicoterapeuti specializzati o specializzandi (quarto anno) e neuropsichiatri infantili che padroneggino il modello cognitivo comportamentale e che conclusa la propria formazione nell’ambito della clinica dell’età adulta intendono:
  • potenziare e ampliare le competenze cliniche di base nell’ambito della psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza.
  • analizzare processi, principi e modelli teorici nella psicopatologia dello sviluppo
  • acquisire metodologie per l’assessment, la concettualizzazione del caso e l’intervento secondo i più recenti modelli di sviluppo delle terapie comportamentali e cognitive: Rational Emotive Behavior Therapy (REBT), Acceptance and Commitment Therapy (ACT), Functional Analytic Therapy (FAP).

iescum.org – Master MAPSConsigliato dalla Redazione

MAPS IESCUM MASTER AVANZATOLOCANDINA

IESCUM, Master Avanzato in Psicoterapia Cognitivo-comportamentale dello Sviluppo (…)

Tratto da: IESCUM

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

SCARICA LA BROCHURE


Ultimi articoli pubblicati
Fattori di rischio del lutto prolungato
Il lutto è un’esperienza universale che, in alcuni casi, può evolvere in disturbo da lutto prolungato, influenzato da fattori psicologici e sociali
Dissonanza cognitiva: l’arte di raccontarsela e auto-giustificarsi
La dissonanza cognitiva spiega il disagio tra pensieri e comportamenti e i meccanismi con cui cerchiamo coerenza e auto-giustificazione
Voci dal corpo: il disturbo dell’immagine corporea e l’interocezione
Il disturbo dell’immagine corporea riguarda il modo in cui percepiamo e viviamo il nostro corpo, tra segnali interni, emozioni e consapevolezza di sé
Survivors – Online il quinto episodio del podcast “PraticaMENTE: la psicologia al di là della teoria”
PraticaMENTE: la psicologia al di là della teoria: il podcast realizzato da State of Mind e inTHERAPY. Il quinto episodio parla di survivors
Le cose non dette (2026) di Gabriele Muccino – Recensione film
Il film Le cose non dette (2026) di Gabriele Muccino esplora trauma, relazioni e conflitti interiori segnati dall’inespresso
Sandra Sassaroli ospite al Festival Chora Volume 3 – 12 aprile 2026
Il 12 Aprile 2026, la Dott.ssa Sandra Sassaroli sarà ospite del Festival Chora Volume 3, nel panel ''Gli adolescenti e altri paradossi''
In ricordo di Edna Foa (1937 – 2026)
Ricordiamo Edna Foa, figura chiave della CBT, del trattamento del PTSD e pioniera nello sviluppo dell’Esposizione Prolungata
Impotenza appresa: perché a volte smettiamo di reagire alle difficoltà?
L’impotenza appresa è una condizione in cui si perde la percezione di controllo, influenzando motivazione, comportamento e benessere emotivo
E tu, con te stesso/a, sei gentile? La self-compassion, in teoria e in pratica
La self-compassion è un approccio che promuove gentilezza verso sé stessi, accettazione e benessere emotivo
Psicologia dell’Aviazione: anatomia mentale della sicurezza aerea
La psicologia dell’aviazione studia il fattore umano nella sicurezza del volo, tra processi cognitivi, errore e prevenzione
Il gentle parenting: cosa ci dice la ricerca sull’approccio della “genitorialità gentile”
La genitorialità gentile è un approccio sempre più diffuso: cosa dice la ricerca su benefici, limiti e impatto sul benessere di genitori e figli
Il timore del giudizio in terapia – Inside Therapy
La rubrica Inside Therapy approfondisce il timore del giudizio in psicoterapia, esplorando il ruolo della vergogna e il suo impatto sulla relazione terapeutica
Companion robot e intelligenza artificiale per la terza età – Psicologia Digitale
I companion robot basati sull'intelligenza artificiale possono aiutare gli anziani stimolando memoria, attività cognitive e socialità
Il trauma non è un destino – In arrivo il nuovo libro di Sandra Sassaroli, edito da Vallardi, dedicato al grande pubblico
La tua storia non è una condanna: Sandra Sassaroli porta al grande pubblico un libro per andare oltre il trauma, preordina ora Il trauma non è un destino
Sì…lo voglio! L’importanza della motivazione in psicoterapia – Inside Therapy
La rubrica Inside Therapy approdondisce il tema della motivazione in psicoterapia come elemento fondamentale per favorire il cambiamento
Oscillazioni. Il racconto di una rivoluzione (2025) di Giancarlo Dimaggio – Recensione
Il libro Oscillazioni (2025) di Giancarlo Dimaggio racconta un percorso di psicoterapia tra immaginazione guidata e trasformazione del sé
Trauma psicologico, social media e mondo interno – PARTECIPA ALLA RICERCA
La ricerca ha l’obiettivo di comprendere meglio il ruolo delle esperienze traumatiche e dei meccanismi di difesa, come il sognare ad occhi aperti
La gelosia patologica come fattore di rischio nella violenza di genere
La gelosia patologica può diventare un fattore di rischio per la violenza di genere, con conseguenze profonde sulla salute psicologica
6 motivi per cui le persone NON iniziano una psicoterapia – Inside Therapy
La rubrica Inside Therapy analizza alcuni dei motivi più diffusi per cui molte persone esitano a iniziare una psicoterapia tra dubbi e convinzioni comuni
L’errore del terapeuta: da ostacolo a strumento
Cosa succede quando un terapeuta sbaglia? Vediamo i possibili errori e il loro ruolo nella relazione tra terapeuta e paziente
Carica altro

Intervista con Cristina Comencini: la vita tra osservazione ed autosservazione

Nella vita le cose non piacevoli ti capitano, ma ora ho un altro modo di guardarle, si sono staccate da me, non sono me. Le guardo, vedo che sta avvenendo quella roba che conosco molto bene, che va anche vissuta, ma non metto più in discussione me stessa. Quando avvengono fatti che riportano a galla sentimenti antichi, tu li vedi, riesci a creare uno spazio tra te e l’angoscia. 

 

Regista, il suo La bestia nel cuore si era guadagnato una candidatura all’Oscar, scrittrice, all’attivo una decina di romanzi, Cristina Comencini appartiene a una famiglia famosa del cinema. Il padre era Luigi Comencini, una delle sorelle, Francesca, è anche regista, un’altra, Paola, è scenografa. Laureata in Economia e Commercio con Federico Caffè, a 19 anni era madre, a 35 nonna. Ha tre figli e già molti nipoti.

Quanto le sue esperienze personali hanno influito, nel bene e nel male, sul suo lavoro?

Nella scrittura entra tutto, sia come eri da bambina che da adolescente nella famiglia d’origine, prima di fare le scelte di vita. Nel mio caso poi ha giocato un ruolo importante la mia non scelta, che poi le non scelte sono alla fine sempre delle scelte, di fare i figli molto presto. Affrontare precocemente la maternità, continuando però anche a studiare, fare le cose tutte insieme insomma, crea legami e conoscenze che ho poi potuto raccontare. Il personale conta tantissimo, anche se poi nell’arte il tutto è velato, perché nei personaggi che inventi c’è una parte di te, ma c’è anche un collage di pezzi di persone che hai incontrato o anche immaginato. In più, di te, rimane l’ispirazione più profonda, la necessità, quella sì solo tua, di scrivere quel racconto.

Questo presuppone un’attitudine all’osservazione degli altri non comune.

Penso sia una delle caratteristiche principali di uno scrittore e di un regista. E questa attitudine nasce molto dall’infanzia, una capacità di guardare un mondo che non sempre capisci. Io, per esempio, da bambina ero considerata anche un po’ tonta, non capivo molto le leggi della razionalità e dei concetti, guardavo questa famiglia, la mia, come fossi a teatro. Già lì facevo questo sport, di guardare gli altri, che poi è diventata abitudine. Anzi, a volte posso rischiare di essere invadente perché guardo molto le persone e non mi accorgo di guardarle.

E come si associa questa attitudine con il narcisismo che c’è un po’ in tutti gli artisti?

(Ride) Io sono egotica, ho sempre voglia di far bene, però non sono narcisista. Non amo le generalizzazioni, ma forse il narcisismo è più vicino all’artista uomo. Anche se fai un lavoro per cui sei esposta e riconosciuta, quando hai cresciuto quattro figli la sensazione dell’altro da te resta la parte principale. Anche se ci tengo a fare la cosa più bella del mondo non sono proiettata totalmente verso l’oggetto. E questa è una caratteristica di molte donne. Ogni tanto sogno di avere due identità, una col nome esterno e poi una mia, intoccabile.

Ha detto quattro figli, ma non sono tre?

Il quarto è una mia nipote. È nata contemporaneamente al mio ultimo figlio, l’ho cresciuta insieme a lui. Per molto tempo non me l’attribuivo, poi mi sono detta che è stata come un’adozione, perché la cura crea il legame. Che poi sia figlio o nipote non importa, lei mi chiama nonna, ma io me la sento come una figlia.

Ha mai avuto crisi di ansia, di panico?

Sì, certo, non a caso sono stata 11 anni in analisi. Il senso di angoscia a ognuno prende a suo modo, io avevo una malattia molto invasiva alle mani. Fin da bambina soffrivo di un fortissimo eczema alle mani che nessuno mi aveva mai saputo curare. Con l’analisi in un anno è sparito e non è mai ritornato. Mi sento una miracolata dall’analisi. L’ho cominciata non giovane, intorno ai 40 anni, per moltissimi anni ero convinta di stare benissimo, occultavo continuamente il malessere. Invece c’era, tanto che aveva somatizzato.

Le vengono ancora questi momenti di angoscia?

Beh nella vita le cose non piacevoli ti capitano, ma ora ho un altro modo di guardarle, si sono staccate da me, non sono me. Le guardo, vedo che sta avvenendo quella roba che conosco molto bene, che va anche vissuta, ma non metto più in discussione me stessa. Quando avvengono fatti che riportano a galla sentimenti antichi, tu li vedi, riesci a creare uno spazio tra te e l’angoscia. Ognuno ha il suo modo di fare l’analisi, di darsi degli obiettivi, per me è stata l’idea di non confondere più me stessa, e quindi tutti i sentimenti collegati a un fatto imprevedibile e magari spiacevole, con l’angoscia oppure la paura. Ma è molto difficile raccontare un’esperienza psicoanalitica, perché si compie come a teatro nel momento che si fa, i casi che uno racconta sono sempre molto astratti rispetto al dato mentale e corporeo che avviene nell’incontro e nella relazione.

Molti artisti guardano con sospetto la psicoterapia perché temono che limiti la loro capacità di inventare.

I cosiddetti “blocchi”, se ci sono, hanno radici patologiche. Al contrario imparare a guardarsi dentro potenzia enormemente la capacità creativa, perché non sei più annientato dai momenti di angoscia. E non è che non vivi più le emozioni, anzi forse le vivi più intensamente, però con un certo distacco. Riesci a guardarle.

Qual è per lei il luogo più doloroso del profondo, quello che le crea emozioni difficili da affrontare?

La disarmonia nel rapporto con i figli. In famiglia è normale nascano conflitti, ma se c’è incomprensione ancora faccio fatica, anche se va meglio di prima. Mi sembra sempre che con i figli bisognerebbe avere sempre il massimo dell’armonia, e questo è un po’ claustrofobico, perché invece è normale discutere.

Una conseguenza del suo essere figlia?

Penso di sì, penso sia legato da un desiderio di osmosi con mia madre. Con i figli ho difficoltà a creare quel distacco che dovrebbe essere salutare, quello che invece ho imparato ad avere col lavoro. Mi sforzo, e ci riesco anche, ma è un terreno che mi vede molto reattiva.

Ci sono altri momenti di fragilità che la fanno soffrire?

Forse l’abbandono, ma non è legato alla coppia. Ho una esperienza di vita matrimoniale molto lunga, e tra noi, con tutte le crisi che una coppia può attraversare, c’è molto equilibrio. E la mia figura di madre che a volte si vede abbandonata, Mi succede di sentirmi circondata dal deserto degli affetti. Che peraltro non c‘è, ma se l’immagino mi dà dolore. A parte il problema con i figli, io sono abbastanza forte. Nel lavoro, e il mio ti sottopone a esami continui, resisto bene. Perché in fondo sono per natura abbastanza ottimista, mi sento spesso serena col mondo. Diciamo che prima dell’esperienza dell’analisi avevo la pretesa di esserlo sempre, anche quando non lo ero. Quindi mettevo in atto una grande rimozione dei momenti di dolore e angoscia. Ora invece li vivo.

Continua l’analisi?

Col mio analista un mattino ci siamo salutati, ma io so che lui è lì, dovessi averne bisogno. L’analisi non finisce, è un metodo di lavoro su te stessa che hai sperimentato, che sai che può funzionare, e che continui da sola nei momenti di dolore e di angoscia. C’è una responsabilità nel far star bene gli altri, e io penso che chi sta bene fa star bene gli altri. Quando sono andata in analisi, a parte il problema delle mani, ero alla seconda mandata di figli, erano adolescenti e gli adolescenti ti rimettono tutto davanti. Penso sia stato importante che io l’abbia fatta, ho allentato un po’ la presa, oggi ho un atteggiamento meno rigido, sono più fluida, non giudicante, lascio a loro il distacco che serve.

Ha mai scritto nulla sulla sua esperienza psicanalitica?

Il mio nuovo libro, “Voi non la conoscete”, è la storia di una detenuta, però dentro, come sempre, c’è il racconto di una carcerazione non solo fisica. Sia come regista che come scrittrice, sono un’autrice molto amata dagli psicanalisti. Proprio quest’inverno sono stata invitata con un mio film, Il più bel giorno della mia vita, a Cinemente, la rassegna romana di psicanalisi e cinema al Palazzo delle Esposizioni. Nel mio lavoro, e questo accadeva già prima che io entrassi in analisi, c’è molta psiche.
Da sempre sono alla ricerca dei risvolti interni alle persone, delle loro contraddizioni. È la voglia di raccontare le emozioni del profondo, quel crinale, come è nel profondo, dove il bene e il male non si distinguono. Ma è perché sono un po’ matta.

Si sente matta?

Tutti più o meno lo siamo, però io lo sono in quel modo un po’ controllato che le ho detto. Anzi dovrei farla un po’ di più la matta, questo l’analisi non l’ha liberato.

L’ultima domanda, le pesa la solitudine di chi lavora con la scrittura?

Se scrivi una sceneggiatura ti confronti, discuti, fai un lavoro di equipe. Ma se scrivi un romanzo non può che avvenire così! Devi accettare il vuoto, devi stare ferma e aspettare. Ci sono mattine che ti viene una pagina, altre niente. Però è bella questa cosa del vuoto, la vita è sempre tanto piena. Prima ero più volontarista, ora se viene viene, sennò vado a fare una passeggiata.

 

TI CONSIGLIAMO ANCHE:

Intervista con Giancarlo Carofiglio: tra gratitudine e prospettiva 

 

ARGOMENTI CORRELATI:

CINEMALETTERATURAINTERVISTEPSICOANALISI

Perché le donne… hanno più naso degli uomini?

Le persone mostrano una grande variabilità individuale nella capacità di identificare profumi e odori e, generalmente, le donne sembrano avere più naso degli uomini, dimostrando maggiore sensibilità in molti test olfattivi.

Precedenti studi, che hanno indagato le radici biologiche della maggiore sensibilità olfattiva del sesso femminile, hanno usato metodi di imaging insoddisfacenti che hanno dato risultati grossolani e controversi, lasciando senza risposta la questione se le differenze di sensibilità olfattiva hanno radici biologiche o se rappresentino un mero sottoprodotto delle differenze sociali e cognitive tra i generi.

Il frazionatore isotropo, una tecnica veloce e affidabile, sviluppata da un gruppo di ricercatori dell’Universida de Federal do Rio de Janeiro, misura il numero assoluto di cellule in una data struttura cerebrale, in questo caso quelle del bulbo olfattivo, che è la prima regione del cervello a ricevere le informazioni olfattive catturate dalle narici.

Utilizzando questa tecnica, un gruppo di ricercatori guidati dal Prof. Roberto Quaresima ha finalmente trovato la prova biologica che può spiegare la differenza olfattiva tra i sessi. Il gruppo ha esaminato il cervello post-mortem di 7 uomini e 11 donne, tutti di età superiore ai 55 anni al momento della morte. Tutti gli individui erano neurologicamente sani e nessuno, in vita, ha svolto professioni che richiedono capacità olfattive eccezionali. Calcolando il numero di cellule nei bulbi olfattivi di questi individui, i ricercatori hanno scoperto che le donne hanno il in media il 43% di cellule in più rispetto agli uomini in questa struttura cerebrale. Contando i neuroni specifici la differenza ha raggiunto quasi il 50% in più nelle donne rispetto agli uomini. Ecco spiegata, secondo il prof. Quaresima, la differenza tra i sessi in materia di olfatto.

Inoltre il fatto che solo poche cellule vengono aggiunte al nostro cervello nel corso di una vita suggerisce che le donne nascano già con questa dotazione cellulare aggiuntiva. Ma perché ? Alcuni ritengono che questa capacità olfattiva sia fondamentale per i comportamenti riproduttivi, come legame di coppia e il riconoscimento parentale. Se questo è vero, allora la maggiore capacità olfattiva femminile è una caratteristica essenziale che è stato ereditata e mantenuta nel corso dell’evoluzione.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Neuroscienze & Ferormoni: percepire l’odore della Paura

 

BIBLIOGRAFIA:

Quando lo scienziato indica la cometa… La missione Rosetta e il fisico Matt Taylor: come varia la nostra capacità di comprendere un messaggio?

Ci concentriamo sul contenuto effettivo di una comunicazione quando riteniamo di avere le abilità e la motivazione per farlo.

Il fisico britannico Matt Taylor, dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), il 12 Novembre ha suscitato molte polemiche per la camicia con immagini di pin-up indossata mentre descriveva le fasi dell’atterraggio sulla cometa del lander Philae staccatosi dalla sonda Rosetta.

La camicia è stata considerata sessista, poco adatta ad una diretta televisiva internazionale, ed ha deviato l’attenzione delle persone e dei media che invece di soffermarsi sull’importanza della missione hanno cominciato a parlare e scrivere articoli sull’inadeguatezza dell’outfit. Alla fine il fisico ha chiesto scusa in lacrime per il suo abbigliamento eccentrico ma le voci ancora non si sono placate.

Cosa ha portato a questo? Perché un fatto apparentemente innocuo come la scelta del vestito, ha pregiudicato un importantissimo evento scientifico, ovvero il primo atterraggio su una cometa?

La psicologia sociale ci offre un modello che descrive in che modo può avvenire il cambiamento di atteggiamento verso una persona o evento. Secondo il modello di probabilità dell’elaborazione, le persone in alcune circostanze sono motivate ed in grado di prestare attenzione al messaggio trasmesso dalla comunicazione ed altre volte no. Tale modello serve a capire come certi aspetti della comunicazione, come la validità degli argomenti o l’autorità della fonte, hanno importanza e quando invece non ne hanno.

In ogni momento ci troviamo all’interno di un continuum di probabilità di elaborazione dove la vicinanza ad una delle 2 estremità (alta e bassa) determina i processi cognitivi che mettiamo in atto per pensare e comprendere i messaggi.

In base al modello, se ci troviamo all’estremità alta del continuum siamo in grado di prestare una profonda attenzione ai contenuti del messaggio: il nostro atteggiamento riguardo il contenuto della comunicazione segue quindi la via centrale dell’elaborazione e si basa sul pensiero controllato. Al contrario, se per qualsiasi ragione non siamo in grado di capire il contenuto del messaggio, allora l’elaborazione segue una via periferica e che si basa sul pensiero automatico.

La via centrale è attiva quando si hanno le capacità e la volontà di evocare ragionamenti in risposta al contenuto sostanziale di una comunicazione. L’elaborazione segue invece la via periferica quando la persona fonda i propri giudizi su elementi che non sono relativi al contenuto specifico di una comunicazione come, ad esempio, il contesto oppure l’abbigliamento del comunicatore.

In altre parole, ci concentriamo sul contenuto effettivo di una comunicazione quando riteniamo di avere le abilità e la motivazione per farlo. Il discorso in questione era una spiegazione molto tecnica delle fasi di atterraggio di una sonda su una cometa ed è quindi facile immaginare la difficoltà di comprensione per i non addetti ai lavori. Ciò ha fatto sì che l’informazione passasse per la via periferica, portando le persone a concentrarsi più sulla camicia che sulla missione.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Stanford studia gli effetti positivi del gossip – Psicologia sociale

 

BIBLIOGRAFIA:

Vigoressia (Dismorfismo Muscolare) – Definizione Psicopedia

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata
La Vigoressia è un tipo di disturbo caratterizzato da una preoccupazione estrema finalizzata a diventare più muscoloso.

In che modo i disturbi alimentari interessano i ragazzi e gli uomini?

Nonostante i Disturbi Alimentari e i Distrubi dell’Immagine Corporea interessino in primo luogo le donne e le ragazze, anche i ragazzi e gli uomini ne sono colpiti. Tra i preadolescenti, un caso di anoressia su quattro interessa un ragazzo, e il Disturbo da Alimentazione Incontrollata colpisce sia le femmine che i maschi pressoché in egual misura.

Come le donne con un disturbo alimentare, anche gli uomini con questo disturbo hanno un senso distorto dell’immagine corporea e spesso soffrono di dismorfismo muscolare (Vigoressia), un tipo di disturbo caratterizzato da una preoccupazione estrema finalizzata a diventare più muscoloso. Alcuni ragazzi con questo disturbo vogliono perdere peso, mentre altri vogliono prenderne o “ingrossarsi”. I ragazzi che pensano di essere troppo magri hanno un rischio maggiore di utilizzare steroidi o altre droghe dannose per aumentare la massa muscolare.

I ragazzi con un disturbo alimentare mostrano lo stesso tipo di segni e sintomi emotivi, fisici e comportamentali delle ragazze, ma per diverse ragioni hanno meno probabilità di ricevere una diagnosi per quello che viene spesso considerato un disturbo tipicamente “femminile”.

Le Caratteristiche della Vigoressia (anche Anoressia Riversa, Dismorfismo Muscolare, Complesso di Adone)

•    I ragazzi e gli uomini che ne soffrono si considerano non belli e troppo magri, anche se solitamente hanno muscoli già sviluppati. Hanno un desiderio ossessivo di rendere il proprio corpo più muscoloso, sia con lo sport che con prodotti disponibili legalmente sul mercato, come pericolosi steroidi anabolizzanti.

•    Preferiscono il loro piano di allenamento compulsivo alle loro relazioni sociali o professionali e alle attività di svago

•    Vietano a loro stessi alcuni cibi, arrivando a provare un intenso desiderio di consumarli, a cui alla fine cedono. Si vergognano di queste crisi di fame, fanno eccessivo esercizio fisico e cercano di limitare ancora di più la loro alimentazione.

•    Evitano le situazioni in cui gli altri potrebbero vedere il loro corpo, come la piscina o gli spogliatoi. Spesso indossano diversi strati di vestiti per sembrare più muscolosi

Possibili Indicatori Diagnostici

•    Grande perdita di peso

•    Assunzione di sostanze per aumentare le prestazioni fisiche

•    Cambiamenti ormonali

•    Cambiamenti nei brufoli e nell’acne a causa dell’assunzione di steroidi anabolizzanti

•    Esercizio fisico regolare e eccessivo

•    Distacco dalla realtà e dal loro stesso aspetto fisico

IMPORTANTE: Il disturbo viene spesso diagnosticato solo dopo anni, quando è già molto marcato. Di conseguenza, si ricerca un aiuto professionale molto tardi, quando potrebbe essere necessaria una visita internistica.

 

TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Attualità in Psicoterapia in tema di Disturbo Bipolare – Report dal convegno – Firenze, 31 Ottobre 2014

Marco Baldetti – Scuola Cognitiva Firenze

Il 31 ottobre si è svolto a Firenze un convegno riguardante l’attualità in tema disturbi bipolari patrocinato dall’Università degli Studi di Firenze. Il convegno si è articolato in due parti, una sul versante psichiatrico ed una sul versante psicoterapico.

La rilevanza crescente data al trattamento psicoterapico per il disturbo bipolare si rispecchia quindi anche nello spazio che questo tipo di interventi acquista in un convegno sull’ argomento.

Il disturbo bipolare, nelle sue differenti forme, rimane una sfida clinica tra le più complesse, perché costituisce un disturbo cronico con cui l’individuo deve confrontarsi per tutta la vita e che coinvolte inevitabilmente la sua famiglia e il proprio ambiente in modo significativo e spesso drammatico. Il disturbo bipolare oltre a incidere fortemente sulla qualità della vita, è caratterizzato da una elevata mortalità suicidaria, che pone ulteriori pressioni anche sull’equipe terapeutica di riferimento.

Questa grave malattia deve essere quindi fronteggiata prima di tutto attraverso un trattamento farmacologico basato sull’uso di stabilizzatori dell’umore, primo tra tutti il litio. L’introduzione di questa categoria farmacologica ha inizialmente portato ad un certo ottimismo dal momento che le prime ricerche risalenti agli anni ’70 mostravano una efficacy elevata (cioè i risultati clinici ottenuti con pazienti selezionati). Successivamente, la ricerca sul campo, ha tuttavia mostrato una effectiveness (cioè l’efficacia clinica nel contesto di cura reale con pazienti non selezionati) minore, legata prima di tutto alla scarsa aderenza al trattamento mostrata dai pazienti.

Proprio la scarsa aderenza al trattamento dei pazienti bipolari è stato l’aspetto che per molto tempo ha assunto un ruolo centrale nei trattamenti psicosociali di questo disturbo: aiutare queste persone ad assumere in modo corretto e regolare i farmaci.

Non fa eccezione, quindi, l’intervento psicoeducativo a cui è stato dedicato il primo intervento tra quelli riguardanti le psicoterapie. Colom e Vieta sono i due autori che da anni, a Barcellona, studiano e praticano interventi di gruppo dal forte accento psicoeducativo con pazienti bipolari, secondo un modello altamente strutturato e organizzato in incontri settimanali.

Una delle sfide di questo intervento è quella di ridurre la frequenza delle ricorrenze, cioè del ripresentarsi di stati maniacali o depressivi, e di renderne l’impatto meno distruttivo, con una diminuzione del numero dei ricoveri e dei giorni totali passati in ospedale.

L’intervento psicoeducativo di Colom ha mostrato come una delle cause per le quali molti pazienti hanno una scarsa compliance verso la terapia farmacologica, e di conseguenza un decorso peggiore, non risiede primariamente nell’ impatto degli effetti collaterali dei farmaci, ma nelle poche informazioni che hanno in merito ad essa e in merito alla propria malattia: molti pazienti semplicemente non sanno perché devono continuare a curarsi.

Molti pazienti, infatti, tendono a credersi guariti dopo la fine del primo episodio ed un ritorno ad un umore normale. Non sono adeguatamente informati sul fatto che avranno inevitabilmente delle ricorrenze e quindi smettono progressivamente di assumere la terapia. Un intervento fortemente psicoeducativo ha allora la possibilità di rendere un paziente alleato della terapie perché informato, accedendo ad una aderenza consapevole, diversa da una compliance che asseconda semplicemente l’autorevolezza del curante.

La specifica sequenza di argomenti che vengono affrontati nel corso degli incontri di gruppo di Colom e Vieta, persegue diversi livelli di obiettivi:

  • livello I: coscienza di malattia, riconoscimento precoce dei sintomi e dei prodromi, aderenza al trattamento;
  • livello II: gestione dello stress, interruzione dell’uso di sostanze; regolazione dello stile di vita, prevenzione del suicidio;
  • livello III: conoscenza e fronteggiamento delle conseguenze degli episodi acuti; miglioramento del funzionamento interpersonale; fronteggiamento dell’eventuale deterioramento cognitivo.

Il primo livello di obiettivi è quello che trova maggior spazio all’ interno degli incontri. I partecipanti hanno spesso per la prima volta il tempo di affrontare in dettaglio la natura del loro disturbo, conoscendone cause, caratteristiche e decorso. Viene affrontato l’impatto di una diagnosi da cui non si guarisce, ma per la quale ci si può curare. Viene inoltre dato molto spazio all’educazione sui farmaci, il loro corretto uso, i loro effetti collaterali e le interazioni con altre sostanze. Tutto ciò aumenta in modo significativo la responsabilità dei partecipanti verso la propria terapia e verso il proprio stile di vita.

Un secondo aspetto fondamentale del protocollo è quello dedicato ai prodromi. Ogni partecipante, ripercorrendo la storia dei suoi periodi sintomatici, verrà aiutato ad indentificare una lista altamente personalizzata di comportamenti quotidiani tipicamente collegati all’avvicinarsi del suo scompenso. Questo esercizio costituisce l’aspetto più centrale di tutto l’intervento, perché permette ad ognuno di avere una lista di segni con i quali poter correre ai ripari prima ancora che i sintomi veri e propri si manifestino.

L’utilità dell’approccio psicoeducativo rende evidente come un trattamento psicoterapico sia fondamentale in un disturbo così complesso. Gli interventi effettuabili in gruppo sono replicabili anche in un contesto individuale, più familiare a degli psicoterapeuti di formazione cognitivo-comportamentale. Bisogna tuttavia sottolineare quanto si sia reso evidente, nel lavoro di Colom e Vieta, il valore aggiunto di un setting di gruppo per la potenza con la quale può ridurre lo stigma di malattia e anormalità che ogni paziente con disturbo bipolare rischia di vivere.

Un ultimo aspetto importante della psicoeducazione consiste nel coinvolgimento delle famiglie in incontri ad hoc, mirati alla riduzione dello stigma intrafamiliare e dell’emotività espressa.

Qual è allora il ruolo della CBT standard all’interno di un trattamento per questo disturbo? Le classiche tecniche di ristrutturazione cognitiva, riconoscimento dei bias, valutazione dei pro e contro e abilità di problem solving, sono risorse che possono essere utilizzate in affiancamento al bagaglio psicoeducativo così fondamentale per il DB. La terapia cognitiva infatti, può aiutare la persona a ridurre l’impatto dello scompenso, almeno fino a quando i livelli di eccitazione rimangono all’interno del range ipomaniacale. Durante le fasi intercritiche, inoltre, può essere utilizzata per pianificare la regolazione dello stile di vita, promuovendo l’abitudine a ritmi regolari e prevedibili capaci di conciliare il bisogno di una vita piena e soddisfacente con il controllo di una falsa felicità di natura patogena e distruttiva.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO: 

Attualità in Psichiatria in tema di Disturbi Bipolari – Report dal convegno Attualità in tema di Disturbi Bipolari – Firenze, 31 Ottobre 2014   

A scuola di cucina quando si è a dieta: Emotifood e il Foodcoaching

Emotifood presenta un approccio innovativo al cibo e alla cucina attraverso il “FoodCoaching”: chi ha detto che, se si è a dieta, in cucina non si possa essere creativi?

“Vuoi che muoro?!” Che vi divertiate a guardare un disgustato Bastianich strigliare il povero malcapitato che ha reso la bistecca una sola, o vi stiate barcamenando con gli avanzi della sera precedente per creare il pranzo della domenica con Benedetta Parodi, o abbiate appena postato su Facebook la foto del gateau di patate appena sfornato (che sia su food porn o su cucinaremale fa lo stesso), converrete con me che viviamo nell’era dell’edonismo culinario: cibo appetitoso ovunque che però, spesso, non possiamo o vogliamo mangiare perché “siamo a dieta”.

Ogni giorno spuntano nuove diete più o meno discutibili che additano a turno a mostro i grassi, i carboidrati, le proteine, etc: cibo proibito ovunque. Novelli Carlo Cracco, da una parte ci improvvisiamo chef tra i fornelli e dall’altra rifuggiamo certi nutrienti come se fossero la peste. Forse è necessario rivedere il nostro rapporto con il cibo e abbracciare l’idea che dieta non deve coincidere per forza con privazione, semmai con stile di vita.

Da questa osservazione parte l’idea del progetto Emotifood della dietista Emanuela Russo e dello psicoterapeuta Emanuel Mian. Un progetto molto interessante che coniuga psicoterapia e psicoeducazione alimentare, rivolto a chi soffre di disturbi alimentari (Anoressia, Bulimia ed Obesità Psicogena), ma anche un progetto di “formazione per professionisti e di prevenzione e sensibilizzazione per il pubblico (genitori, caregivers, professionisti della salute) riguardo tutte le tematiche inerenti il cibo, il corpo e la crescita personale.”

Emotifood presenta un approccio innovativo al cibo e alla cucina attraverso il “FoodCoaching”: chi ha detto che, se si è a dieta, in cucina non si possa essere creativi? Quante volte avete gettato nel cestino in ufficio l’ennesimo pranzo a base di insalatina e petto di pollo ai ferri scondito per gettarvi su qualcosa di più appagante, ma foriero di sensi di colpa, all’urlo di “da domani mi rimetto in riga!”?

In realtà anche l’insalatina e il petto di pollo possono diventare più gustosi se si imparano modi differenti per cucinarli! Ecco quindi l’idea di organizzare corsi di cucina tenuti da abili chef su come imparare a preparare piatti sani e appetitosi, affiancati da una dietista che educhi ad una corretta alimentazione bilanciata.

E poiché è bene cominciare sin da piccoli, Emotifood tiene corsi di cucina anche per bambini (in italiano e inglese) in cui i piccoli possono divertirsi a manipolare gli ingredienti, costruire un nuovo rapporto con il cibo e imparare quali nutrienti sono contenuti nei diversi cibi, mentre per i genitori è previsto un intervento psicoeducazionale che li aiuti a gestire in maniera sana l’alimentazione a casa, non solo nei casi in cui siano presenti casi di disturbi alimentari in famiglia.

Insomma, sia che abbiate un rapporto patologico con il cibo, sia che rientriate nella categoria dei perennemente a dieta (da lunedì o da sempre), sia che siate alla ricerca di uno stile alimentare sano, il punto di partenza potrebbe essere proprio in cucina ed un corso che vi riappacifichi con il cibo in modo che i vostri pasti non siano più un enorme diludendo.

 

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Psicologia del Benessere: esercizi di Mindfulness e Binge Eating

 

BIBLIOGRAFIA:

Preferisci star solo? Corri maggiori rischi per la salute! – Psicologia

FLASH NEWS

Secondo studi scientifici, la solitudine comporta una serie di rischi per la salute delle persone: insonnia, pressione alta, declino cognitivo e fisiologico precoce e, infine, maggiori probabilità di morte prematura.

Ma perché avviene ciò? La spiegazione più diffusa è quella per cui persone che vivono socialmente isolate non hanno nessuno che suggerisca loro uno stile di vita sano e le tenga lontane da comportamenti a rischio.

Se fosse così, probabilmente sarebbe sufficiente una cura a base di prediche e buoni consigli per migliorare la vita di molti individui. Troppo facile e, in effetti, questa non può essere tutta la storia ma, al limite, la punta di un iceberg. E’ stato d’altra parte dimostrato che non è a rischio la salute di soggetti con carattere introverso e una rete sociale non troppo ampia; allo stesso modo, soggetti con una vita sociale oggettivamente piena soffrono frequentemente di solitudine e del malessere ad essa associato.

Un recente articolo suggerisce che per gli 800.000 cittadini inglesi che sperimentano sentimenti di solitudine, sarebbe essa stessa il problema e non qualche variabile o conseguenza ad essa associata. In pratica, la solitudine stessa sarebbe da definirsi come un disturbo: altera la nostra percezione, i nostri pensieri e, in senso stretto, la struttura e il funzionamento del nostro cervello. Gli autori, John Cacioppo, sua moglie Stephanie e il loro collega John Capitanio, avanzano tale ipotesi a partire dalla ricerca psicologica e neuroscientifica, nonché da studi condotti su animali, andando in questo modo a dimostrare che la solitudine è davvero la causa, e non solo la conseguenza, di determinate malattie.

L’articolo avanza l’idea secondo cui le persone che soffrono di solitudine sarebbero iper-sensibili alle esperienze sociali negative, mentre le loro risposte al coinvolgimento sociale sarebbero particolarmente deboli. Indagini svolte tramite neuroimmagine funzionale, mettono in luce come tali soggetti rispondano più velocemente a parole-stimolo che si riferiscono a degli outcome sociali di tipo negativo; allo stesso modo, essi reagiscono più velocemente a volti che presentano espressioni spiacevoli. Inoltre, tale studio di neuroimmagine funzionale evidenzia che le persone che soffrono di solitudine hanno una risposta neurale debole a stimoli di tipo sociale, la quale riduce l’eccitazione di tali soggetti di fronte alla possibilità di contatto con un’altra persona. Essi hanno, inoltre, un’attività cerebrale scarsa nelle aree dedicate a comprendere cosa gli altri pensano: potrebbe trattarsi di un meccanismo di difesa basato sull’idea che è meglio non saperlo. Tutto ciò rientra in ciò che gli autori definiscono un “istinto di conservazione sociale”.

A ciò si aggiungono gli studi effettuati sugli animali, che aiutano a comprendere le basi biologiche e neurali associate alla solitudine. Animali mantenuti in condizioni di isolamento mostrano una diminuzione della crescita di nuovi neuroni nelle aree del cervello imputate alla comunicazione e alla memoria, mentre periodi ad alto impatto sociale come la primavera presentano un pronunciato aumento di tali neuroni. Altri studi mostrano che topi in isolamento hanno una riduzione dell’attività elettrica nel cervello, soprattutto delle Onde Delta prodotte in fase di sonno profondo. Cambiano inoltre le loro reazioni di tipo infiammatorio: in una ricerca, tre su cinque topi mantenuti in condizioni di isolamento sono morti in seguito all’induzione artificiale di un ictus, mentre tutti gli altri topi testati sono sopravvissuti allo stesso trattamento. Ancora, l’isolamento riduce la mielinizzazione, processo vitale per il mantenimento della plasticità cerebrale. Questo potrebbe spiegare il ritiro sociale e la rigidità mentale osservata in tali animali e probabilmente influenza anche l’espressione genetica correlata ai comportamenti ansiosi.

Insomma, la ricerca è chiara nell’ evidenziare che la solitudine ha conseguenze dirette sulla salute. E’ necessario, pertanto, fare tutto il possibile per aiutare le persone ad uscire dalla loro condizione di emarginazione sociale. In questa direzione, Cacioppo e colleghi suggeriscono alcuni approcci che potrebbero rivelarsi utili e interessanti: esiste per esempio l’Associazione Nazionale Banche del Tempo (presente in Inghilterra ma anche in Italia), in cui le persone “danno in prestito” il loro tempo, in cambio di quello di qualcun altro in una situazione differente, un processo che potrebbe essere utile nella costruzione di nuove reti sociali. Gli autori parlano anche della Campaign to End Loneliness e soluzioni tecnologiche quali il RSA’s Social Mirror project, un’applicazione che informa le persone in merito ai gruppi sociali locali e alle attività che questi propongono. Questo può assumere anche la forma di una sorta di “prescrizione medica”: succede spesso che un medico informi i propri pazienti di quali siano i gruppi sociali presenti sul territorio, delle loro attività e di come dovrebbero cogliere queste occasioni di incontro e scambio. Una cosa è certa: al di là di tutte le attività istituzionali a cui è possibile partecipare, non dimentichiamoci che qualche volta la sola cosa di cui abbiamo bisogno è mettere il naso fuori di casa.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Solitudine due volte più dannosa dell’obesità

BIBLIOGRAFIA:

Attualità in Psichiatria in tema di Disturbo Bipolare – Report dal convegno – Firenze, 31 Ottobre 2014

Massimiliano Rossi – Scuola Cognitiva Firenze

Il 31 ottobre si è svolto a Firenze un convegno riguardante l’attualità in tema disturbi bipolari patrocinato dall’Università degli Studi di Firenze. Il convegno si è articolato in due parti, una sul versante psichiatrico ed una sul versante psicoterapico.

La prima parte del convegno è stata dedicata ad un excursus storico del disturbo bipolare nel quale a partire ad Areteo di Cappadocia nel I secolo a.C. e passando per i lavori di Farlet e Baillarger di metà ‘800 si arriva alle geniali intuizioni di Emil Kraepelin di fine ‘800 il quale riunisce i disturbi affetti nella malattia maniaco-depressiva distinguendola dall’ altrettanto ormai famosa per quanto semanticamente desueta dementia praecox. La cornice storica si completa con i lavori di Meyer con l’introduzione del disturbo maniaco-depressivo nella prima versione del DSM e di Leonhard, Angst e Perris che tra gli anni ’60 e ‘70 per primi effettuano una suddivisione in bipolare di tipo I e II.

In maniera molto critica e talvolta anche provocatoria, il prof. Faravelli mostra come nei decenni a seguire le sottoclassificazioni del disturbo bipolare siano andate moltiplicandosi (disturbo ciclotimico, disturbo bipolare NAS, disturbo dell’umore indotto da sostanze) non solo da un punto di vista prettamente nosografico. Anche da una prospettiva più fenomenologica infatti troviamo sottoclassificazioni specifiche (delirius, delusional congruent o non congruent mood, nonpsichotic mania, hypomania, ciclotimia, etc.) e di come a tutt’oggi risulti molto difficile riuscire a fare diagnosi di Disturbo Bipolare soprattutto con i nuovi criteri del DSM V all’interno del quale i criteri a e b per Episodi Maniacali siano facilmente sovrapponibili con numerose altre patologie tanto da rendere labile il confine della mania da altre psicopatologie.

Ad oggi si sta sempre più rivalutando la definizione di depressione melanconica di Kreapeliana memoria, che se nel tempo è stata confinata ad una sottoclassificazione del più generico spettro delle sindromi depressive , sembra più che mai attuale l’intuizione di Kreapelin che individuava in questo tipo di depressione quell’aspetto così specifico del disturbo bipolare differenziandosi per esempio dalle depressioni caratteriologiche o nevrotiche.

Altro aspetto che rende difficile fare diagnosi sono i cosiddetti Bipolari mascherati ovvero tutti quei casi che rappresentano il 50% dei casi di esordio in cui non sono presenti aspetti maniacali o ipomaniacali; in contrapposizione e sicuramente non d’aiuto ritornano ad essere i criteri del DSM V nel quale i pattern bipolari DMI (con una depressione ad aprire l’oscillazione) siano trattati come depressione senza far diagnosi di disturbo bipolare.

Infine, relativamente ai farmaci, è stato discusso se e quanto gli stabilizzanti dell’umore siano realmente utili tanto da essere identificati come il trattamento psicofarmacologico d’eccellenza o se dipende piuttosto dalla gravità degli episodi al fine di poter garantire ai nostri pazienti la miglior qualità di vita (riporto volentieri un esempio critico del Dott. Galassi che pone questa domanda ad una paziente 26enne ben compensata: Preferisci ingrassare e non fare sesso ma non aver sbalzi d’umore o preferisci fare la tua vita e quando hai qualche picco ci vediamo e sistemiamo farmacologicamente di volta in volta?).

Altre critiche al DSM V arrivano dalla Dott.ssa Carmassi del gruppo di Pisa riguardo alla distinzione tra spettro bipolare e lo spettro autistico mostrando come nel nuovo manuale non esista più una vera suddivisione tra alcuni specifici disturbi quali la sindrome di Asperger che viene inclusa nei disturbi dello spettro autistico.

Il prof. Pallanti ha invece portato al convegno l’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica (TMS) nei casi di depressione moderatamente resistente; si tratta di una metodologia innovativa riconosciuta dalla food and drug administration ed è possibile studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali all’interno del cervello, provocando uno squilibrio piuttosto ridotto e transitorio a differenza dell’elettroshock classicamente usato nei casi di depressione resistente.

La TMS, per mezzo di campi magnetici, agisce sul cervello in modo non invasivo, inducendo una corrente a livello del tessuto neuronale e causando una depolarizzazione. Lo staging rappresenta invece una metodica di intervento che prende in considerazione non solo e non tanto le fasi acute ma valuta attentamente gli interventi da eseguire sia nelle fasi prodromiche che in quelle successive alla fase acuta.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO: 

Attualità in Psicoterapia in tema di Disturbi Bipolari – Report dal convegno Attualità in tema di Disturbi Bipolari – Firenze, 31 Ottobre 2014   

cancel