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Il modello dimensionale dei Disturbi di Personalità: nuovi sviluppi nel Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva

Il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva propone un modello dimensionale che supera le differenze categoriali nel trattamento dei disturbi di personalità

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 20 Ott. 2014

E su quali assi sono basate le dimensioni del nuovo modello del Terzo Centro? Naturalmente sugli assi metacognitivi. È la finale maturazione del modello metacognitivo, maturazione che consente al Terzo Centro di offrire una concettualizzazione del caso di Disturbo di Personalità molto avanzata.

Avevo sempre pensato che uno dei tratti più originali della ricerca clinica sui Disturbi di Personalità effettuata da ormai quasi vent’anni dal cosiddetto Terzo Centro* di Psicoterapia Cognitiva fosse, accanto all’attenzione ai deficit metacognitivi, anche l’interesse per le diverse caratteristiche dei Disturbi di Personalità. 

A differenza di altri clinici, come Marsha Linehan o Peter Fonagy, che sembrano privilegiare soprattutto il disturbo borderline di personalità, il gruppo di Antonio Semerari sviluppò fin dall’inizio modelli specifici per quasi tutti i disturbi di personalità: il narcisistico, il dipendente, l’evitante, il paranoide, e anche altri.

Questo finora. A Genova, invece, -durante il congresso della Società Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale (SITCC)- i colleghi del Terzo Centro hanno presentato un modello dimensionale che tenta di superare le differenze categoriali. Questa svolta però non annulla il loro interesse per i vari tipi di disturbo di personalità.

Credo che i clinici del Terzo Centro non si appiattiscono su un un’unica dimensione, come forse rischiano di fare altro quando parlano di mentalizzazione o di disregolazione emotiva. Il lungo lavoro passato sulle facoltà metacognitive e i loro guasti che portano alla personalità disturbata consente di mantenere l’interesse per la varietà clinica.

Confesso che inizialmente l’abbandono del modello categoriale mi aveva lasciato perplesso. E questa mia perplessità era stata colta da Semerari e dai suoi collaboratori, con il loro consueto acume. Non per niente una delle principali capacità metacognitive è la lettura della mente dell’altro, capacità che evidente non è deficitaria negli amici del Terzo Centro. Sollecitato –intellettualmente ed emotivamente- da loro, ho riconsiderato il loro lavoro e ho cercato di capire meglio cosa fosse questa svolta dimensionale.

In fondo si trattava di estrarre le ultime conseguenze dal modello metacognitivo, modello che era stato sempre dimensionale e che, quando era stato applicato alle categorie diagnostiche, era stato forzato. In realtà è facile ricordare che ciò che colpiva nel vecchio modello del Terzo Centro era proprio il fatto che le categorie diagnostiche fossero intrecciate.

Nella descrizione dei disturbi dipendente ed evitante Carcione e Procacci sottolineavano la presenza di una rabbia sotterranea che –nel dipendente- poteva esplodere in scatti improvvisi, simili a quelli osservabili nel disturbo borderline. Nella descrizione dei disturbi paranoide e narcisistico Nicolò e Dimaggio notavano il profondo senso di esclusione che poteva poi sfociare in stati di vuoto simili a quelli del disturbo borderline. E così via.

Tanto valeva abbandonare le vecchie barriere tra i disturbi, secondo una tendenza che ha informato anche la quinta edizione del manuale diagnostico dei disturbi mentali, il DSM-5. Anche se poi il DSM-5 non ha trovato il coraggio per eseguire l’ultimo salto e lasciarsi alle spalle definitivamente le categorie. Lo hanno fatto quelli del Terzo Centro, coronando una lunga diffidenza per la struttura categoriale.

E su quali assi sono basate le dimensioni del nuovo modello del Terzo Centro? Naturalmente sugli assi metacognitivi. È la finale maturazione del modello metacognitivo, maturazione che consente al Terzo Centro di offrire una concettualizzazione del caso di Disturbo di Personalità molto avanzata. E non si tratta solo dei Disturbi di Personalità. Il modello è applicabile anche al disturbo bipolare o ai disturbi d’ansia e ossessivo.

 

Questo modello consente di pianificare l’intervento in maniera più attenta e consapevole. Non si tratta di un’operazione astratta e aprioristica. L’intervento è continuamente ricucito addosso al paziente attraverso riunioni e supervisioni continue, in cui la valutazione delle capacità metacognitive, nonché dello sviluppo delle risorse sociali e personali, è instancabilmente aggiornata e promuove il riesame periodico della sequenza degli interventi.

Tutto questo sarebbe ancora un po’ generico. Il lavoro del Terzo Centro, invece, va nella direzione moderna della definizione operativa e formalizzata degli stati problematici e degli interventi. Semerari e i suoi collaboratori stanno fornendo degli indicatori affidabili per riconoscere in quale stato stiano i pazienti e per decidere quale sia l’intervento più efficace, in un ventaglio che comprende interventi di psicoterapia individuale, a loro volta classificati in integrativi e di differenziazione, interventi di gruppo focalizzati sullo skills training e interventi farmacologici.

La formalizzazione degli stati problematici è stata costruita utilizzando indicatori delle capacità metacognitive, di regolazione emotiva e di funzionamento socio-relazionale.

Non basta. Il modello sta andando incontro anche a una forte verifica empirica. In un campione di ormai quasi centocinquanta pazienti (e il campione è destinato a crescere) si stanno esplorando le correlazioni tra funzioni metacognitive, stati problematici di disregolazione emotiva e sintomi, in modo da poter dare una conferma controllabile al modello e ai suoi suggerimenti clinici.

Naturalmente rimane ancora un ampio margine di miglioramento. In particolare forse è probabilmente opportuno incrementare il livello di controllo dell’aderenza dei clinici alle linee guida dell’intervento. È giusto, infatti, che il bisogno di personalizzare l’intervento si accoppi con uno sforzo parallelo di verifica di quanto i clinici davvero si attengano alle linee guida. In questo senso occorre lavorare sempre più anche sulla formazione dei terapeuti, allo scopo di essere sicuri che, oltre ad aver compreso le basi, essi sappiano anche applicare il modello in maniera corretta. Buon lavoro!

*Si tratta del noto centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma dove operano Antonio Semerari, Antonino Carcione, Laura Conti, Donatella Fiore, Giuseppe Nicolò, Michele Procacci e molti altri dove in passato ha collaborato Giancarlo Dimaggio.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Carcione, A., Nicolò, G., Procacci, M., Buccione, I., Colle L., Conti, L., Fiore, D., Fera, T., Moroni, F., Pedone, R., Pellecchia, G., Riccardi, I., Semerari, A. (2014). Un approccio strutturato per il trattamento dei disturbi di personalità. Presentazione al XVII congresso nazionale della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) ‘Marinai, terapeuti e balene’, Genova, 25-28 Settembre 2014.
  • Biondi, M. (2014) (a cura di). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore. ACQUISTA ONLINE
  • Semerari, A., Colle, L., 
 Pellecchia, G., Buccione, I., Carcione, A., Dimaggio, G., Nicolò, G., Procacci, M.,
 Pedone, R. (2014). Metacognitive dysfunctions
in personality disorders: correlations with disorder severity and personality styles. Journal of Personality Disorders, 28, 137-153
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Giovanni Maria Ruggiero
Giovanni Maria Ruggiero

Direttore responsabile di State of Mind, Professore di Psicologia Culturale e Psicoterapia presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna, Direttore Ricerca Gruppo Studi Cognitivi

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