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L’evoluzione della Terapia Sessuale dal modello Kaplaniano ad oggi: sviluppi ed integrazioni – Congresso SITCC 2014

SITCC 2014 - Report dal simposio: L'evoluzione della terapia sessuale dal modello Kaplaniano ad oggi: sviluppi ed integrazioni. Chairman Gaia Polloni

Di Valentina Davi

Pubblicato il 06 Ott. 2014

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Evoluzione della Terapia Sessuale - SITCC_2014

Un interessante esempio di integrazione della Terapia Mansionale con la psicoterapia viene presentato dal socio fondatore dell’AISPA Dott. Roberto Bernorio, medico specialista in ginecologia, psicoterapeuta e sessuologo clinico, che durante il suo intervento mostra l’applicazione della Body-mind connection therapy nel trattamento del vaginismo. 

“Verranno mostrati video un po’ forti”. Quando sento questo avvertimento ad inizio simposio, mi domando cosa debba aspettarsi chi va in terapia sessuale oggi.

Nel 1974 Kaplan rivoluzionava la sex therapy proponendo un modello terapeutico innovativo che combinava la terapia mansionale di Masters & Johnson (1970) con teorie psicoanalitiche, introducendo il ruolo della componente psicologica nel trattamento dei disturbi sessuali.

A 40 anni di distanza la psicoterapia sessuale non solo si è arricchita di strumenti e tecniche (es. EMDR, sensorimotor), ma attribuisce al paziente un ruolo più attivo, per esempio nella co-costruzione delle mansioni.

Anche le competenze del terapeuta hanno subito modifiche: lo psicosessuologo deve sì conoscere le tecniche e applicare le mansioni, ma il suo bagaglio clinico deve comprendere per esempio i modelli operativi interni, le teorie sulla costruzione dei legami di attaccamento, il lavoro sulle emozioni…

Tutto ciò a dispetto delle ultime edizioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV-R e DSM V) che codificano come disfunzioni sessuali il Disturbo maschile dell’erezione, l’Eiaculazione precoce o ritardata, il Disturbo dell’eccitazione femminile, ma non rendono conto della vasta gamma di disturbi legati alla sfera sessuale in cui entrano in gioco anche aspetti che non sono legati esclusivamente alla sessualità “rettiliana”, primitiva, ma che coinvolgono l’intimità e l’attaccamento.

 

Un interessante esempio di integrazione della terapia mansionale con la psicoterapia viene presentato dal socio fondatore dell’AISPA Dott. Roberto Bernorio, medico specialista in ginecologia, psicoterapeuta e sessuologo clinico, che durante il suo intervento mostra l’applicazione della Body-mind connection therapy nel trattamento del vaginismo.

Il primo video mostra la fase di inquadramento diagnostico di una grave forma di vaginismo: la paziente è sdraiata sul lettino, il ginecologo inizia ad effettuare la visita, ma non appena tenta di inserire un dito all’interno della vagina la paziente mette in atto una reazione muscolare difensiva involontaria che oltre alla contrazione della vagina coinvolge anche i muscoli del perineo, del bacino e delle gambe; la paziente si contorce sul lettino fino a scalciare via il medico.

“Alla base di tale reazione che scatta in modo automatico è presente la fobia, ovvero la paura immotivata, della penetrazione e del possibile dolore ad essa legata.”

Nel secondo video il Dott. Bernorio illustra invece il metodo da lui utilizzato per agire sul corpo con lo scopo di cambiare la mente: la Body Mind Connection Therapy. La paziente in seduta prova a mettere in pratica la terapia mansionale prescritta dal medico cercando di inserire all’interno della vagina un piccolo cono fallico senza successo. Il medico, a questo punto, prima mette in atto un intervento psicoeducazionale – spiegando come debba avvenire il corretto inserimento ed aiutando la paziente nell’esercizio – e poi interviene sulla reazione fobica: quella a cui assistiamo non è altro che esposizione in vivo seguita da ristrutturazione cognitiva. 

“Rendere la donna capace di introdurre e muovere in vagina i dilatatori attraverso l’aiuto diretto da parte del terapeuta cambia la prospettiva percettiva-reattiva nei confronti della penetrazione e realizza un’esperienza emozionale correttiva”. I risultati riportati dal Dott. Bernorio, sulla base di una metanalisi di quasi 200 casi trattati, mostrano la risoluzione del problema in più del 95% dei casi, a fronte di una rigorosissima selezione a monte dei pazienti per diagnosi clinica e motivazione al trattamento.

Se la possibilità di accedere in seduta in diretta all’emozione disfunzionale del paziente è una preziosa occasione per il lavoro terapeutico, nell’ambito della sfera sessuale la questione è oltremodo delicata. L’esposizione guidata dal terapeuta è una tecnica che in diverse occasioni è stata utilizzata nel trattamento del vaginismo (ter Kuile et Al., 2013; Melles RJ et Al., 2014; Molaeinezhad et Al., 2014).

Al di là dell’ovvia considerazione che un ginecologo può “spingersi” laddove uno psicologo non può (per esempio, in Olanda gli psicologi che praticano l’esposizione guidata in terapia sessuale non hanno il permesso di toccare la paziente), appare interessante riflettere sulle ripercussioni che questa tecnica potrebbe avere sulla relazione terapeutica e in che modo debbano essere gestite, su come fattori quali il sesso del terapeuta (maschio o femmina) piuttosto che le fantasie che il paziente normalmente sviluppa sul terapeuta assumano una nuova connotazione nel momento in cui si inseriscono all’interno della relazione terapeutica la nudità e l’esplorazione intima del proprio corpo.

E voi cosa ne pensate? Quali possono essere i vantaggi ed i rischi dell’esposizione sessuale guidata?

 

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Valentina Davi
Valentina Davi

Coordinatrice di redazione di State of Mind

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