Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio – Recensione

Un romanzo in cui la narrazione si intreccia con l'indagine introspettiva del protagonista e con le dinamiche relazionali che lo coinvolgono - Recensione

ID Articolo: 102322 - Pubblicato il: 03 settembre 2014
Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio – Recensione
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Gianrico Carofiglio ha più volte dimostrato di essere un attento indagatore e conoscitore dell’animo umano; i suoi non sono semplici romanzi, ma quella che è la narrazione vera e propria si intreccia sapientemente con l’indagine introspettiva del protagonista e con le dinamiche relazionali che lo coinvolgono.

Non di meno compaiono interessanti citazioni circa la conoscenza della psicopatologia e della materia psichiatrica. Ne “Il silenzio dell’onda” è portatore di conoscenza in materia, uno psicoterapeuta (ne consiglio la lettura a prescindere dall’interesse professionale).

Uno dei suoi ultimi lavori, “Il bordo vertiginoso delle cose”, presenta già un titolo che apre a diverse interpretazioni. A cosa fa riferimento questo bordo? Ha una collocazione precisa? Cosa c’è oltre? L’immagine del confine richiama quella di una divisione tra due luoghi, due persone, due tempi e la presenza inequivocabile di un “oltre”. La parola vertiginoso richiama, invece, la sensazione di un possibile pericolo legato proprio all’oltrepassare quel confine. Pare che nella scelta del titolo Carofiglio abbia attinto al mondo della poesia, nello specifico a una di Robert Browning; ma proprio perché siamo nel mondo della letteratura e della poesia non possiamo chiedere “a un poeta di spiegare cosa voleva dire con un verso o anche con una singola parola” perché in questo modo uccideremmo la poesia.

 

Messaggio pubblicitario La storia si snoda in due tempi: il presente di Enrico, scrittore in crisi dopo il successo del suo primo e unico romanzo, ora editor a Firenze, e il suo passato, nello specifico l’anno del suo primo liceo classico, all’Orazio Flacco di Bari, costellato di incontri e avvenimenti determinanti per il succedersi degli avvenimenti.

Enrico torna indietro, sia fisicamente che con la memoria: ritorna a Bari dopo aver letto, per caso, una notizia sul giornale, e torna indietro alla sua adolescenza. La cosa interessante è che mentre il suo presente viene raccontato alla seconda persona singolare, è il passato che viene raccontato in prima persona, come se quello fosse ora il vero presente, come se ritornare in quei luoghi riportasse in vita quel ragazzo che suonava la chitarra e aveva la passione per la scrittura. Parlare di sé in seconda persona sembra da un lato indicare una scissione tra alcune parti di Sé, come se Enrico non si riconoscesse in quello che è ora; dall’altro lato è come se Enrico si decentrasse per osservarsi davvero, per soffermarsi su se stesso. Enrico ha bisogno di comprendere, di capire, e per farlo ha bisogno di tornare indietro, di ri-scoprire alcune parti del Sé che aveva dimenticato, rimosso, o forse non elaborato. Lui stesso però esprime a se stesso la paura di fare tutto questo quando dice a una ragazza conosciuta sul treno che, per caso, legge uno dei suoi racconti preferiti: “Spesso non è una buona idea tornare sui propri passi”. Ma parte lo stesso, si sente pronto a raccontarsi la storia della propria vita. Di quella professoressa di filosofia che lo incantava.

Di quel padre e di quel fratello troppo simili tra loro per poterlo capire.

Di quella madre troppo distante.

Dell’unica vera amica mai avuta.

Di una passione “vertiginosa” per qualcosa che finalmente lo faceva sentire su quel bordo oltre il quale sarebbe potuto cambiare tutto.

Di quell’audacia che fa sentire più forti e di quell’inconfessabile dolore provocato da un cuore quando si frantuma in mille pezzi.

Enrico, fermandosi, prova emozioni per troppo tempo soppresse, forse perché facevano davvero tanta paura, forse perché non aveva ancora gli strumenti adatti per fronteggiarle. Ma sembra riprendere le redini di se stesso. La paura di tornare è stata affrontata. Quei ricordi provocano ancora forti sensazioni, fortissime. Ma ora può gestirle, comprenderle alla luce di una nuova maturità, è pronto a raccontare la storia della propria vita integrando fatti e correlati emotivi nuovi. Ed è pronto a farlo non solo con agli altri, ma soprattutto con se stesso.

Che quel bordo vertiginoso delle cose sia proprio quella che ci separa dai nostri ricordi?

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Carofiglio, G. (2013). Il bordo vertiginoso delle cose. Editore Rizzoli: Milano. ACQUISTA ONLINE
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