expand_lessAPRI WIDGET

Adolescenti con emozioni intense. Come gestire con la DBT le sfide emotive e comportamentali di tuo figlio – Recensione

Il testo Adolescenti con emozioni intense, scritto da Pat Harvey e Britt H. Rathbone (2021), è un manuale di autoaiuto basato sulla Dialectical Behavior Therapy (DBT), rivolto a quei genitori che si trovano alle prese con emozioni intense e comportamenti poco adattivi dei figli adolescenti.

 

La DBT, sviluppata da Marsha M. Linehan tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni’90, nasce per la terapia di adulti con condotte suicidarie e disregolazione emotiva, ma da oltre 15 anni è stata adattata da Alec Miller e colleghi per il trattamento di ragazzi con le stesse problematiche e delle loro famiglie.

Il manuale parla rivolgendosi direttamente ai genitori e, fin dal principio, esprime verso essi grande empatia per la fatica e per i sentimenti che possono provare di fronte agli atteggiamenti dei figli. In questo clima di solidarietà, prende voce la grande difficoltà provata sia dai ragazzi sia dalle famiglie che si trovano in queste criticità, ed è illustrato il principio (fondamentale per la DBT) che “ognuno fa il meglio che può con le capacità che ha” per fronteggiare il problema, capacità che possono però essere potenziate o sostituite con altre più efficaci.

Il riferimento primario del manuale è alla fase adolescenziale, ma è spiegato come gli stessi principi possano essere applicati anche ai preadolescenti e ai giovani adulti. L’obiettivo è quello di dare supporto ai genitori e di insegnare loro strategie per aiutare i figli a sostituire comportamenti distruttivi e autolesivi con comportamenti adattivi e sani. La dialettica accettazione-cambiamento, cardine della DBT, viene esplicitata con il principio secondo cui le persone prima di tutto devono essere accettate per poter cambiare e che cambiare è faticoso.

Sulla base di tali premesse, il libro si struttura in diverse parti, che accompagnano i lettori in un percorso che va dalla conoscenza e consapevolezza al mutamento. Ogni sezione fornisce concetti teorici e pratici, con particolare riguardo al proporre ai genitori strumenti e strategie da utilizzare per loro stessi, per i figli e per entrambi. Ai lettori è chiesto di mettersi alla prova con esercizi concreti e di impegnarsi attivamente nel cambiamento, il che è un aspetto considerevole, in quanto aumenta il senso di efficacia e di padronanza personali, in situazioni che sembrano sfuggire dal controllo. Seguendo l’andamento del libro, il lettore incontra gli esercizi in modo del tutto lineare, costruendo man mano le proprie abilità, da quelle base a quelle più articolate. Altro elemento positivo è la presentazione di casi esemplificativi, che permettono ai genitori non solo di comprendere al meglio come la teoria si possa manifestare nel comportamento dei ragazzi, ma anche di sentirsi accumunati con tante altre famiglie dalle stesse difficoltà. La presenza alla fine di ogni capitolo di un riepilogo e di una sintesi in punti chiave, inoltre, rende l’utilizzo del libro agile e intuitivo.

La prima parte del manuale, “Concetti e strategie per comprendere gli adolescenti e rispondere in modo efficace”, è centrata sulla conoscenza e sulla comprensione di ciò che avviene realmente negli adolescenti al di sotto del comportamento manifesto. Fin dall’inizio sono proposti concetti di mindfulness, come l’attenzione consapevole e l’osservazione non giudicante, condizioni imprescindibili per un cambiamento consapevole.  Sono poi passati in rassegna ed illustrati vari aspetti, temperamentali e ambientali, che secondo la teoria biosociale concorrono nello strutturare un comportamento problematico e viene mostrato come questo non sia un fenomeno tutto-nulla, ma sia frutto di passaggi sequenziali e di una multicausalità di fattori, sui quali è possibile intervenire. Per fare questo i lettori sono accompagnati a diventare genitori efficaci, genitori cioè in grado di prendere decisioni sagge e di mettere in atto strategie funzionali al cambiamento, di comunicare in modo adeguato e di utilizzare un pensiero dialettico, che ammetta cioè “validità nelle diverse prospettive”, l’esistenza al contempo di concetti e di punti di vista anche apparentemente contraddittori. Una risposta efficace, è precisato, non permette sempre di ottenere ciò che si desidera, ma getta le fondamenta per attuare il cambiamento.

La seconda parte, “Rispondere ai problemi comportamentali”, si suddivide in diversi capitoli focalizzandosi su alcune categorie di comportamenti problema.

La prima sezione è dedicata a quelle condotte descritte dagli autori come una delle esperienze più angoscianti per i genitori: gli agiti autolesivi (ad esempio tagli), le minacce di suicidio e i tentativi di suicidio. Gli autori evidenziano da subito la necessità di comprendere la motivazione sottostante simili gesti e di mettere i ragazzi in condizioni di sicurezza e, per questo, sottolineano l’importanza di affidarsi a figure professionali. Non mancano tuttavia suggerimenti e strategie su come rispondere in modo efficace a manifestazioni di questo tipo.

Il manuale passa poi a concentrarsi su comportamenti dirompenti (come l’aggressività) e rischiosi (come furti) e sull’abuso di sostanze. Gli autori passano in rassegna gli atteggiamenti più comuni che rientrano in queste categorie, spiegano quali risposte dall’ambiente circostante possano mantenere il problema e propongono ai genitori risposte differenti e più funzionali, anche se maggiormente difficili da mettere in atto.

Il capitolo successivo è dedicato all’ansia e alle sue manifestazioni intense negli adolescenti, ai conseguenti comportamenti eccessivi di controllo ed evitamento, che limitano le scelte di vita, e alle problematiche che ne derivano nei diversi ambiti famigliare, scolastico, relazionale, di realizzazione personale. Il focus è sull’aiutare i genitori ad essere efficaci trovando l’equilibrio tra protezione e spinta e tra “accettazione (riconoscendo che sperimenta un’ansia reale e difficile da gestire) e cambiamento (incoraggiando risposte più efficaci all’ansia)”.

Gli autori passano poi ai comportamenti problematici riguardanti l’alimentazione, come il rifiuto del cibo o le abbuffate, le condotte di compensazione, l’eccessiva attenzione sul peso e sulla forma corporea. Anche in questo caso non mancano di rimarcare l’importanza di contattare una figura professionale in caso di sintomi importanti, che rischiano di compromettere la salute. Viene spiegato come criticità di questo tipo possano anche emergere attraverso comportamenti più sottili, come il bisogno assoluto di fare esercizio fisico (quindi l’esagerazione di una componente sana della vita di un adolescente), e difficili da identificare, come il mascherato conteggio delle calorie o l’evitamento di situazioni sociali. Di fronte a qualsiasi tipo di alimentazione disregolata, il testo guida i genitori ad essere efficaci prima di tutto gestendo la propria ansia per la salute, ricordandosi che i figli hanno problemi con le emozioni dolorose e che traggono beneficio dalla validazione, promuovendo comportamenti alimentari sani senza ingaggiare lotte per il cibo.

La terza parte, “Prendersi cura di sé e della famiglia”, riconosce le molteplici difficoltà con cui i genitori di adolescenti emotivi hanno a che fare continuamente e li invita a occuparsi anche del proprio benessere. Oltre alle problematiche derivanti dalla gestione dei figli, infatti, gli autori comprendono bene come i rapporti con gli altri famigliari (stretti e lontani), con le scuole e con altri genitori, con le istituzioni e con altre figure professionali siano carichi aggiuntivi alla fatica già presente. Vengono quindi proposte strategie per sospendere i giudizi verso se stessi e per ridurre lo stress, ed è spiegato come adottare atteggiamenti adeguati soprattutto nei confronti di eventuali fratelli, per renderli consapevoli delle dinamiche in atto e al contempo per non farli sentire trascurati.

Il manuale si conclude con una guida riassuntiva e con la proposta di risorse per i genitori, sintesi utile per avere un quadro complessivo del percorso di lettura fatto.

Il testo presentato può essere un valido aiuto per i genitori, prima di tutto perché offre loro la possibilità di rispecchiarsi nelle parole lette e quindi di normalizzare il proprio vissuto, riducendo giudizi personali negativi e ulteriori sentimenti gravosi. Certamente non sostituisce l’aiuto di un professionista, ma fornisce una guida pratica e alcuni punti di riferimento in situazioni intrise di confusione e incertezza, quegli elementi essenziali per recuperare la forza e la fiducia necessarie per perseguire la strada del benessere.

 

Disturbo da stress post-traumatico: una considerazione diagnostica differenziale per i sopravvissuti al COVID-19

La ricerca sull’impatto neuropsicologico del COVID-19 si colloca attualmente a uno stadio preliminare: dati recenti suggeriscono che SARS-CoV-2 può influenzare il sistema nervoso centrale (SNC) e il successivo funzionamento neuropsicologico per vie dirette e indirette.

 

Mentre le prime prove da studi di casi di COVID-19 suggeriscono che questi sopravvissuti possono presentare un’ampia gamma di deficit neurocognitivi (a carico di funzioni esecutive, memoria verbale e attenzione sostenuta), derivanti da gravi condizioni neurologiche legate alla malattia o al suo trattamento (tra cui ictus, lesioni cerebrali ipossiche, encefalopatie, encefalite e disseminazione acuta encefalomielite) (Ashrafi et al., 2020), è probabile che la capacità di discernere i deficit oggettivi da quelli soggettivi sia complicata da comorbidità psichiatriche.

In effetti, la ricerca sulle precedenti epidemie di coronavirus, tra cui la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la sindrome respiratoria mediorientale (MERS), indica un’alta probabilità di sintomi e disturbi psichiatrici nei sopravvissuti a COVID-19, in particolare sintomi riconducibili a quelli del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) (Lee et al., 2019).

La ricerca sull’impatto neuropsicologico del COVID-19 si colloca attualmente a uno stadio preliminare: una piena comprensione degli effetti collaterali a lungo termine della malattia e del suo trattamento potrebbe, dunque, richiedere ancora molti anni per essere catalogata. Gli studi sui precedenti coronavirus umani (HCoV) e un flusso costante di dati recenti suggeriscono che SARS-CoV-2 può influenzare il sistema nervoso centrale (SNC) e il successivo funzionamento neuropsicologico per vie dirette e indirette; SARS-CoV-2 sembra, dunque, essere sia neuroinvasivo che neurovirulento (Li et al., 2016). Un’attenta considerazione delle implicazioni neuropsicologiche associate a COVID-19 deve valutare anche l’impatto del trauma vissuto dai sopravvissuti; tuttavia, sono state riportate scarse informazioni in merito a potenziali esiti psichiatrici (Kaseda & Levine, 2020). Il disturbo da stress post traumatico è definito come lo sviluppo di sintomi legati all’intrusione, all’evitamento, alle alterazioni negative delle cognizioni e dell’umore, all’arousal e alla reattività, in seguito all’esposizione a un evento traumatico; anche tra coloro che non soddisfano i criteri diagnostici completi, è stata registrata compromissione funzionale (Shalev et al., 2017). Sulla base delle informazioni raccolte dai precedenti focolai di coronavirus umano, in particolare SARS e MERS, è possibile prevedere un’elevata incidenza di sintomi da PTSD nei sopravvissuti a COVID-19. Allo stesso modo, quasi il 26% dei sopravvissuti alla SARS ha soddisfatto i criteri diagnostici completi per il PTSD 30 mesi post-trattamento e tutti hanno identificato l’infezione da SARS come evento traumatico elicitante (Mak et al., 2010).

Delineare attualmente i profili cognitivi dei sopravvissuti al COVID-19 risulterebbe complesso, in quanto l’eziologia della disfunzione cognitiva è estremamente eterogenea in questa popolazione di pazienti. Sia i deficit neurocognitivi persistenti, che il declino della salute mentale sono stati osservati nei sopravvissuti alla sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), due anni dopo la dimissione dall’ospedale (Hopkins et al., 2005), e il deterioramento cognitivo è stato associato a una peggiore qualità di vita correlata alle conseguenze della malattia (Rothenhäusler et al., 2001). Inoltre, il 79% dei pazienti con ARDS, trattati in terapia intensiva, ricorda vividi incubi e allucinazioni (Larson et al., 2007). Altre stime suggeriscono che tra un quarto e la metà di tutti i pazienti in terapia intensiva hanno una memoria limitata o nulla del loro trattamento (Kaseda & Levine, 2020).

La disfunzione del sonno è un altro fattore di complicazione all’interno della variegata costellazione di sintomi da PTSD. Lo scarso sonno, tipicamente caratterizzato da veglia, un’alta percentuale di tempo trascorso nel sonno superficiale e una percentuale relativamente bassa di tempo trascorso nel sonno REM, è un elemento frequentemente riscontrato nei sopravvissuti al trattamento in terapia intensiva (Weinhouse et al., 2009) e i problemi del sonno possono persistere anche dopo la dimissione (Dhooria et al., 2016). Pertanto, ci si può aspettare che la disfunzione del sonno sia riscontrabile in un sottogruppo di sopravvissuti a COVID-19 grave, trattati in terapia intensiva. È stata documentata una diminuzione della qualità del sonno anche nei non pazienti durante le ondate di COVID-19, associata a stress e ansia (Marelli et al., 2020). Una scarsa efficienza del sonno, dopo la dimissione dalla terapia intensiva, può contribuire al deterioramento cognitivo post-terapia (Wilcox et al., 2013). Un’altra considerazione, che include i pazienti con anamnesi di malattia lieve, è il ruolo dell’aspettativa di effetti cognitivi nei sopravvissuti a COVID-19. Data la copertura mediatica del coinvolgimento neurologico nel COVID-19 e gli effetti ancora sconosciuti della malattia sulla cognizione, è possibile che i pazienti possano sperimentare effetti iatrogeni. Nel contesto pandemico da COVID-19 potrebbero essere necessari diversi anni prima di poter delineare un confine di demarcazione netto in merito al contributo del PTSD rispetto al danno cerebrale sul funzionamento cognitivo, poiché potrebbero non esserci prove chiare del danno cerebrale, in assenza di un esame neuropatologico dettagliato. Sebbene la valutazione diagnostica di PTSD nei sopravvissuti a COVID-19 possa essere relativamente semplice, determinare il contributo relativo di tali disturbi e della neuropatologia correlata a COVID-19 ai deficit neurocognitivi risulta particolarmente ostico.

Non sono disponibili dati pubblicati sui profili neuropsicologici dei sopravvissuti a COVID-19 e, considerando la miriade di cause indirette, sarebbe improbabile un profilo coerente. È probabile che i deficit noti nell’attenzione, nelle funzioni esecutive e nella memoria, osservati nei pazienti con disturbo da stress post-traumatico, si sovrappongano ai disturbi cognitivi legati al COVID-19. Inoltre, i disturbi cognitivi soggettivi possono essere guidati più da sintomi psichiatrici e aspettative, piuttosto che da effettive neuropatologie sottostanti. A tal proposito, è stato dimostrato che le psicoterapie focalizzate sul trauma di matrice cognitivo-comportamentale migliorano le prestazioni cognitive: la normalizzazione dei sintomi psichiatrici nei sopravvissuti al trattamento in terapia intensiva può essere un primo passo significativo (Kaseda & Levine, 2020). In conclusione, è possibile ribadire quanto il trauma psicologico sia una variabile chiave che va ad impattare il profilo neuropsicologico e la qualità di vita dei sopravvissuti a COVID-19. Indipendentemente dai deficit neuropsicologici oggettivi, l’esperienza soggettiva del deterioramento cognitivo potrebbe anche essere molto angosciante dal punto di vista emotivo per i sopravvissuti e gli specialisti dovrebbero, dunque, considerare attentamente come sia il danno cerebrale secondario a COVID-19, che secondario a PTSD, possono avere un impatto sulla cognizione (Kaseda & Levine, 2020).

L’incidenza dei media nella comunicazione politica: considerazioni sociopsicologiche

Lo studio del linguaggio nei contesti politici è importante non solo per le ripercussioni pratiche, ma anche per le conseguenze sociali che tale miglioramento potrebbe avere sul processo democratico.

 

Oggi viviamo in una società che è stata definita “società dell’informazione”. La vita quotidiana, a tutti i livelli, è ampiamente condizionata dai sistemi di comunicazione; questo è un fenomeno diffuso ovunque e non solo in quello che genericamente viene chiamato mondo occidentale.

Tra i vari aspetti della globalizzazione, emerge soprattutto quello della diffusione in tempo reale delle informazioni, della loro reperibilità e della loro utilizzabilità attraverso i mass media. Come conseguenza c’è un continuo confrontarsi dell’uomo con modelli legittimati dai mass media come attori, influencer, eroi della vita quotidiana.

La nostra, quindi, è una società che comunica intensamente, continuamente con mezzi sempre più versatili e sofisticati, e con finalità innumerevoli, derivate dal suo carattere pluralistico e dalla complessità del sistema sociale. Per questo, il tema comunicazione è un tema ripreso in ogni ambito sociale: se ne discute in politica, in economia, in dibattiti culturali, in famiglia, a scuola e in ogni disciplina. Oggi la comunicazione è diventata oggetto di moda. Da ciò è legittimo ritenere che l’espansione di questo interesse abbia rappresentato una vera rivoluzione che introduce una prospettiva di indagine radicalmente diversa che, a livello tecnologico conduce ai confini della rete internet, e a livello scientifico consente la comparsa di nuove discipline.

Questa condizione di interesse implica come conseguenza che la comunicazione rappresenti oggi un oggetto di studio interdisciplinare. In particolare, molte ragioni spiegano la necessità della comunicazione nella politica. Molti eventi delle cronache politiche, non solo italiane, come le campagne elettorali, gli esiti delle stesse, l’esplosione del fenomeno dei sondaggi politici, la crisi dei servizi pubblici televisivi, le lotte senza quartiere per il controllo dei canali televisivi, le polemiche sull’informazione schierata e conformista, le questioni etiche della professione giornalistica, gli allarmi per i pericoli della “videocrazia” mettono continuamente in cima alle priorità dell’agenda pubblica i problemi del rapporto tra politica e comunicazione.

Un rapporto al tempo stesso ineludibile e difficile, come dimostrano le tensioni che periodicamente si verificano in taluni contesti politici nazionali ed internazionali. La conquista del palcoscenico politico, da parte prima della televisione, oggi della rete dei social, avvenuta rapidamente in concomitanza con radicali cambiamenti della società e nella cultura di massa, ha profondamente cambiato i connotati e lo stesso DNA della politica. Siamo di fronte ad una variante cruciale della necessità della comunicazione, poiché la comunicazione di massa ha amplificato il ruolo della leadership nell’area politica moderna; ha selezionato molta parte delle élite politiche con criteri alieni alle logiche e agli imperativi della competizione politica, ha imposto i registri dello spettacolo alla comunicazione prodotta dagli attori politici e fruita dal pubblico dei cittadini, trasformando la natura dello “spazio pubblico” da luogo del dialogo a ruolo del consumo. Si tratta di processi di grande valenza sociale e politica, che incidono profondamente sull’universo dei rapporti all’interno delle élite politiche, sul funzionamento dei meccanismi democratici della delega e della rappresentanza e sulla qualità dell’esercizio del potere. Per queste ragioni, la comunicazione politica ha progressivamente guadagnato un importante spazio nella ricerca psicologica, ricerca caratterizzata da un elevato spessore teoretico così come da urgenze di natura pratica. Da un lato, infatti, è sicuramente importante chiarire i meccanismi psicologici di base che presiedono alla fruizione della comunicazione politica ma, dall’altro, è altrettanto prioritario mettere la scienza psicologica al servizio delle istituzioni politiche sovra-partitiche, per garantire un monitoraggio della comunicazione politica tesa al supporto della democrazia.

La letteratura si è particolarmente interessata alle dinamiche persuasive ed alle dimensioni identitarie in gioco nella comunicazione politica. Interessante, all’interno di questa tradizione, il filone di studi che fa capo a Cohen (2013) ed alla sua riflessione sui meccanismi che presiedono la costruzione dell’immagine percepita dei candidati, sempre ancorata a dinamiche di difesa del sé e del proprio ingroup.

Alcune evidenze empiriche dimostrano come la televisione, a dispetto del nascente e sempre più determinante ruolo svolto dai social media, rimanga un mezzo di comunicazione preminente per la realizzazione e fruizione della comunicazione politica. In modo particolare, uno studio di Iyengar e Simon (2000) ha dimostrato come le campagne televisive siano determinanti nel disambiguare il voto di quegli elettori indecisi o, come etichettati dai due autori americani, superficiali.

Le interviste televisive dei politici, in particolare, costituiscono una caratteristica importante della campagna politica e per tale ragione hanno da sempre calamitato un certo interesse scientifico.

In Gran Bretagna, ad esempio nei primi anni ’50, l’intervista era considerata principalmente come un mezzo attraverso il quale un politico poteva far conoscere le proprie opinioni, evitando però nel contempo le difficoltà tecniche connesse al parlare di fronte ad una telecamera senza interlocutore; lo stile di queste interviste era estremamente formale e di etichetta. Nel 1955, in conseguenza alla competizione da parte delle pubblicità, la natura delle interviste politiche viene trasformata in qualcosa di molto più aggressivo e di fatto una vera e propria sfida.

Uno dei maggiori esponenti di questo periodo è stato Sir Robyn Day. All’inizio i politici, a detta di Day, si erano trovati non proprio a loro agio, sebbene entro gli anni ’80 i politici acquisirono una sufficiente dimestichezza con questo mezzo comunicativo bastante a rendere molto più difficile la vita all’intervistatore. Di fatto i politici erano diventati molto più competenti nel maneggiare il mezzo televisivo, a prestare molte più attenzioni di prima all’impressione creata nel telespettatore, alle tecniche proprie dell’intervista, alle regole d’ingaggio a mezzo delle quali venivano condotte queste interviste e, non ultimo, nel familiarizzare col set televisivo.

A detta di Jones (1992), si aveva la netta impressione che i politici erano riusciti a mentalizzare gli intervistatori; la minaccia che gli intervistatori ponevano ai politici era stata così di molto ridimensionata. Negli ultimi decenni si è sviluppato tutto un filone di ricerca sull’intervista politica condotta non solo con noti personaggi pubblici, ma anche con persone del pubblico, le quali era la prima volta che venivano intervistate. Eppure, nonostante tutto questo fiorire di ricerca, gli studiosi si sono resi conto che ben scarsa attenzione era stata rivolta alle performances dell’intervistatore. Fa eccezione Claytman (1988-1992), che in due studi ha analizzato le maniere in cui gli intervistatori mantengono la neutralità. Altri ricercatori invece, si sono interessati dell’alternarsi dei turni all’interno delle interviste dei notiziari televisivi.

Lo studio del linguaggio nei contesti politici è importante non solo per le ripercussioni pratiche sui protagonisti e riceventi della comunicazione politica (politici, intervistatori e pubblico) in termini di miglioramento delle loro proprie performances e della loro comprensione del fenomeno, ma anche per le conseguenze sociali che tale miglioramento potrebbe avere sul processo democratico.

Si potrebbe pensare, per esempio, all’influenza che le interviste politiche, le discussioni faccia a faccia e gli altri programmi politici possono avere sull’orientamento del voto dell’elettorato, specialmente del settore degli indecisi.

Od ancora si potrebbe pensare alla rilevanza legislativa che si presenta in alcune nazioni, laddove esistono problemi sociali collegati ad indicatori qualitativi e quantitativi dell’audience, di presenza in televisione e delle diverse rappresentazioni politiche, sia in generale che in periodi pre-elettorali.

Oltre ai parametri sociali e pratici, lo studio del linguaggio politico permette l’utilizzo di test in contesti reali, che saggiano una serie di teorie socio-psicologiche sviluppate a partire da lavori sperimentali (Bavelas, 1983), più tardi poi applicate ad un contesto politico, incrementando così la validità ecologica della ricerca.

Da un punto di vista socio-psicologico, la comunicazione politica è stata affrontata a partire dai suoi legami col fenomeno dell’equivocazione.

Bavelas e collaboratori (1988), ispirati dal concetto della disqualificazione e comunicazione incongruente della scuola di Palo Alto, intendono per equivocazione una forma di comunicazione che sia vaga e tangenziale. Questo include, tra le altre cose, atti linguistici quali il contraddire se stessi, l’incongruenza, il non essere diretti, il cambiamento del soggetto, la mal comprensione, lo stile oscuro e secondo altri autori l’evasione, la circonlocuzione, l’innuendo, i proverbi e le metafore; mentre è ancora dibattuto l’aspetto intenzionale dell’equivocazione.

Quando un politico viene posto in una condizione che Lewin chiama conflitto avoidance-avoidance, il risultato è l’equivocazione. Di fatto, in alcune situazioni, l’oratore è forzato a scegliere tra due alternative indesiderabili: rispondere in maniera semplice ma incompleta, danneggiando in questo modo se stesso e il partito che rappresenta, oppure rispondere in maniera completa ma intricata e complicata, rischiando così di venir considerato evasivo ed inconcludente.

Visto che gli intervistatori politici preferiscono utilizzare proprio questo tipo di domande che mette il politico in una situazione del genere, ne consegue che il politico è forzato ad utilizzare un linguaggio equivoco. Come risultato la spiegazione che molti autori forniscono risulta una spiegazione situazionale, non sono i politici ad essere intrinsecamente evasivi, come ritiene il credo popolare, ma di fatto è la natura della situazione che costringe i politici ad essere equivoci ed evasivi. Tale linguaggio equivoco, non solo permette ai politici di evitare il conflitto avoidance-avoidance, ma anche di raggiungere altri scopi come il salvare la faccia, sia la loro che del partito di appartenenza e degli altri significativi.

Il fenomeno dell’evasione rappresenta uno dei più analizzati aspetti della letteratura socio-psicologica sulle interviste politiche. La prospettiva funzionalista (Bull e Mayer, 1993-94), definisce una domanda in funzione della sua funzione, ovvero quale richiesta di informazione. La conseguenza di questo è che la risposta diventa semplicemente l’effetto della domanda. Solo dopo aver identificato la domanda da un punto di vista di una prospettiva funzionale diventa poi possibile caratterizzare il tipo di domanda e la tipologia della risposta attesa.

Alcuni autori hanno identificato dei criteri generali attraverso i quali le risposte possono essere classificate. I criteri per la formazione dei quattro tipi di domanda (domanda di chiarificazione, domanda sì/no, domanda disgiuntiva, domanda wh), possono variare da una lingua ad un’altra, per esempio, in inglese la domanda dichiarativa si distingue dalla domanda sì/no per la diversa costruzione sintattica; mentre in altre lingue come il portoghese, il greco moderno e l’italiano, l’unico modo per differenziarle è l’intonazione: intonazione ascendente per la dichiarativa, discendente per la domanda sì/no.

Analogamente la tassonomia delle risposte dipende dalle forme base, distinte essenzialmente in risposte e non risposte, che poi dipende dall’aver fornito l’informazione richiesta o meno, a cui vanno aggiunte le risposte per implicazione che, altri autori come Pilips (1984) comunque considerano delle risposte. Le risposte che tradizionalmente vengono chiamate evasioni vengono invece incluse nelle non risposte, anche se comunque l’evasione è una modalità di equivocazione, di cui esistono anche altri tipi.

Questo solo per fare un esempio di come diversi aspetti e sfumature della comunicazione politica possano impattare il comportamento elettorale.

Guardando al futuro, sicuramente la ricerca che si occupa di comunicazione politica dovrebbe approfondire il ruolo che i social hanno in termini di influenza sociale. Alcuni si sono già cimentati nel cercare di capire (vedi, l’interessante articolo su Science uscito a firma di Bakshy e collaboratori qualche anno fa) che tipo di filtri psicologici si attivano per disambiguare notizie divergenti; indubbiamente alcuni dei processi di influenza sociale “dal basso” rimangono inesplorati e meriterebbero una maggiore attenzione.

 

The undoing. Le verità non dette – Recensione della serie

In questa miniserie televisiva statunitense diretta da Susanne Bier, la regista rappresenta in tutta la sua veridicità la distorsione cognitiva delle realtà dei due protagonisti, le verità esplicite ed implicite che ognuno racconta e cela e che si esauriscono alla fine nella rovina delle loro esistenze, undoing appunto.

Attenzione! L’articolo contiene spoiler

 

La serie è tratta dal romanzo Una Famiglia felice di Jean Hanff Korelitz. L’autore ha cercato attraverso la sua opera di tratteggiare i profili dei protagonisti scavando nelle loro dinamiche personali e interpersonali e nelle loro caratteristiche psicologiche. Quello che viene fuori è la narrazione di personalità disturbate, come nel caso di Jonathan Fraser, un narcisista con tratti antisociali, bene evidenziato dall’assoluta incapacità di empatizzare e provare rimorso, proteso a ricercare continuamente persone e situazioni in grado di idolatrarlo, idealizzare la sua immagine elevandolo ad uomo perfetto ed integerrimo (sceglie come professione quella di oncologo pediatrico) e una personalità con un’organizzazione cognitiva rigida, come quella di Grace, anche essa disfunzionale, che trova terreno fertile su un modello familiare non completamente aderente alla realtà idealizzata dalla protagonista, come emergerà in seguito.

La trama

La miniserie racconta di una una famiglia di altissima borghesia newyorchese – lei Grace Fraser (Nicole Kidman) psicoterapeuta, lui Jonathan Fraser (Hugh Grant) oncologo pediatrico e un figlio di 12 anni iscritto a una costosissima scuola privata – coinvolta in un brutale omicidio. La donna assassinata è l’amante di Jonathan e madre di un suo piccolo ex paziente. Il giorno dopo l’omicidio Jonathan sparisce misteriosamente, senza lasciare alcuna spiegazione, perché preoccupato di poter essere ritenuto colpevole. Quando ritorna, per provare a chiarire la sua posizione con la moglie, inizia il processo di sgretolamento (l’Undoing appunto) di quella che agli occhi di tutti era la rappresentazione della famiglia perfetta. Ed è in questo processo di sgretolamento esistenziale e penale che cominciano ad emergere le verità di ciascuno, intrise di narrazioni che rimandano al loro passato.

La cornice psicologica che supporta la serie, delinea attraverso le immagini e i racconti dei protagonisti, storie di vita in cui episodi e avvenimenti traumatici lasciano il posto all’adozione di strategie disfunzionali.

Da una prospettiva cognitiva, secondo il modello di Aaron Beck, si intravvedono i bias cognitivi, che la protagonista assume come strategia adattiva (Beck, 1984.)

In psicologia, un bias cognitivo indica una distorsione che si manifesta con la tendenza a creare una propria realtà soggettiva che non necessariamente corrispondente all’evidenza.

Questa tendenza porta a inevitabili errori di valutazione, mancanza di oggettività e giudizio.

Ed è quello che succede a Grace, che costruisce una rappresentazione familiare idiliaca assurgendo a modello da riproporre nella sua vita adulta. Ma è nei vari incontri con il padre che il suo castello dorato crolla, le sue costruzioni cominciano a perdere solidità lasciando spazio alla verità.

Sai, non ho mai aspirato alla vita perfetta. Volevo solo essere felice. Avevo il modello ideale della bella famiglia ripreso da te e dalla mamma, era tutto quello che volevo.

In realtà la risposta del padre riesce solo a far crollare un’altra delle sue convinzioni più solide.

Questo mi ha fatto disprezzare ancora di più Jonathan, perché mi ricordava me stesso… non sono stato, come si suol dire, un buon marito, Grace. Lo so che non è quello che vorresti sentire adesso, ma la sola idea che il tuo modello ideale di matrimonio si basasse su quello di tua madre e tuo padre… tu sei sempre andata a caccia di fantasmi, di convinzioni sbagliate.

L’assunzione di un bias cognitivo, in particolare la memoria selettiva, indurrebbe a valutare la presenza di un deficit nella capacità di integrare gli eventi passati, potenzialmente vissuti come traumatici ma tollerati dalla protagonista attraverso strategie dissociative. Grace ricorda infatti gli aspetti positivi, sereni della famiglia ed omette quelli negativi -In una conversazione il genitore svela che in realtà non è stato affatto un buon padre o un buon marito, che tradiva spesso la mamma, la quale, restando nella relazione, accettava tutto. I ricordi d’infanzia di Grace erano completamente diversi: Grace ricordava due genitori affiatati e una famiglia piena d’amore. C’è un incongruenza tra la memoria esplicita di Grace e la sua memoria implicita.

Durante l’infanzia, quando un bambino è posto dinanzi a una realtà inaccettabile, la dissocia dalla coscienza vivendo esperienze che P. Fonagy descrive come dissociative. La figura del padre non poteva essere, allo stesso modo, quella di un uomo amorevole e quella dell’uomo capace di ferire la mamma e la figlia. Poiché i bambini non sanno fare elaborazioni complesse, finiscono per dissociare (eliminare) dalla coscienza (consapevolezza) la realtà che arreca più sofferenza. Tuttavia, tale realtà non viene completamente eliminata, rimane e forma in qualche modo la personalità, quella di Grace, infatti, era contenuta, rigida e tendente alla piena autonomia (lavorativa, emotiva…).

È la dissociazione, una reazione difensiva attraverso cui il bambino si distacca dal mondo esterno, provoca obnubilamento, condiscendenza e restrizione degli affetti; è una fuga, quando non è possibile nessun’altra difesa, il bambino allora disinveste dagli stimoli del mondo esterno e si concentra unicamente sul suo mondo interno (Schore, 2003).

Da questo punto di vista la dissociazione rappresenta uno scollamento dall’ambiente interpersonale, producendo una frattura in ciò che Winnicott (1958) ha definito il “bisogno di percepire una continuità d’essere”.

Un’altra verità disarmante viene rivelata da Jonathan stesso a Grace: si tratta di un traumatico evento che lo ha coinvolto in adolescenza. Grace, allora, decide di parlarne con la madre di Jonathan, da cui lui ha preso le distanze da tempo, per cercare di capire se, a seguito di questa terribile vicenda, fosse mai stato seguito da un terapeuta, considerati il senso di colpa e l’immensa sofferenza di cui avrebbe dovuto farsi carico.

Lui no, mai. Non ha mai provato nulla, né colpa, né dolore. Abbiamo continuato ad aspettarlo, lo abbiamo circondato di supporto familiare, certi che una volta che lo shock fosse passato sarebbe subentrata la sofferenza ma non è mai arrivata. Jonathan non sa neanche che cosa sia la sofferenza.

Il tratto antisociale di personalità appare evidente nella completa incapacità del protagonista di provare dolore e rimorso rispetto al danno.

Le due storie, i due protagonisti hanno, seppur in maniera diversa, costruito le loro vite appellandosi ai vissuti tramatici. In entrambi sembrerebbe evidente un deficit della mentalizzazione, una competenza metacognitiva dalla quale dipendono la capacità di comprendere le manifestazioni affettive altrui, la capacità di regolazione affettiva, di controllo degli impulsi e di automonitoraggio (Fonagy, 2001), in Jonathan completamente assente, come dimostra l’assoluta incapacità nel pensare all’altro se non come mezzo per raggiungere gli obiettivi personali: essere apprezzato e amato; dall’altra parte una prospettiva dell’altro tesa a selezionare gli elementi confermanti le proprie convinzioni errate, ma adattive.

Una serie, dunque, che riflette sulla vulnerabilità delle fragilità umane, sulle debolezze di esperienze passate espiate attraverso il sintomo e il tentativo di falsificare le ipotesi porterà inevitabilmente allo svelamento delle dolorose verità di ognuno.

 

Disforia di genere, transizione e l’iter per la riassegnazione di genere: uno sguardo al contesto italiano – FluIDsex

Ai sensi della Legge n. 164 del 14/4/82, in Italia, per poter svolgere un intervento di riassegnazione chirurgica del sesso da parte di un individuo con diagnosi di disforia di genere, è obbligatorio rivolgersi alla Consulenza Tecnica d’Ufficio.

 

L’origine del termine “gender” deriva dal francese antico “gendre”, il cui significato era “gentile”, “ordine” e “genere” (Garima & Marwaha, 2018). Attualmente il genere è definito come un attributo che viene assegnato alla nascita in base all’anatomia dei genitali. Per la maggior parte delle persone, questa assegnazione corrisponde ad un senso di identificazione nel genere maschile o femminile. Non è impossibile tuttavia che vi sia un’incongruenza tra il genere assegnato alla nascita e quello esperito dalla persona: all’interno del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5; APA, 2013), questo fenomeno è denominato Disforia di Genere. Nel 2019, anche la World Health Organization (WHO) ha ufficialmente sostituito il termine “disturbo” con il termine “disforia” (BBC, 2019).

Com’è stato spesso specificato, è importante non confondere il termine genere con orientamento sessuale: con quest’ultimo, viene fatto riferimento alla tendenza a rispondere a determinati stimoli sessuali (ad esempio, provare attrazione per una persona del sesso opposto). Un uomo transgender (anatomicamente femmina, caratterizzato dai cromosomi XX ma socialmente riconosciuto come uomo) potrebbe identificarsi come eterosessuale ed essere attratto dalle donne e viceversa lo stesso potrebbe accadere ad una donna transgender (socialmente riconosciuta come donna ma biologicamente maschio, caratterizzato da cromosomi XY) (Garima & Marwaha, 2018).

Gli studi sullo sviluppo dei bambini affetti da disforia di genere mostrano come i sentimenti di incongruenza spesso non si protraggano per l’intera vita del bambino (Ristori & Steensma, 2016), ciononostante, secondo la letteratura, una maggiore intensità di disforia di genere nell’infanzia è il maggior predittore di un futuro esito disforico in età adulta (Steensma, 2013). Per quanto concerne il trattamento durante l’infanzia, vi è accordo in merito al fatto che esso potrebbe concentrarsi sulla riduzione del disagio esperito dal bambino in merito alla disforia e sull’ottimizzazione del suo adattamento psicologico (Byne et al., 2012). Il periodo dell’adolescenza è invece un periodo cruciale per lo sviluppo dell’identità, in particolar modo per i giovani affetti da disforia (Steensma et al., 2013). La probabilità che la disforia di genere con esordio dopo l’inizio della pubertà perduri durante l’età adulta è alta: perciò, la gestione degli adolescenti con disforia di genere spesso richiede interventi che abbraccino diversi domini. Possono essere adottati in concomitanza interventi sulla salute fisica e su quella mentale: la “riassegnazione” di genere, che comprende psicoterapia, terapia ormonale e chirurgia, si è dimostrata essere il trattamento maggiormente efficace (Selvaggi & Bellringer, 2011). Generalmente, gli interventi fisici relativi alla transizione di genere vengono organizzati in base al grado di reversibilità e agli effetti che hanno sul corpo di un individuo (Leibowitz & de Vries, 2016). È importante inoltre considerare che la parte dedicata alla psicoterapia potrebbe avere lo scopo di accompagnare il paziente alla scelta dell’intervento ad hoc per sé. Alcuni pazienti potrebbero scegliere di non sottoporsi ad alcun intervento chirurgico, solamente ad una top surgery (ad esempio), oppure di non intraprendere nemmeno un trattamento ormonale per motivi di salute o di altro tipo. La psicoterapia potrà dunque essere quel percorso all’interno del quale la persona si troverà a dover gestire emotivamente il disagio causato dall’incongruenza di genere, dal non riconoscimento sociale del genere percepito e dall’impossibilità (attuale) di avere una rettifica del genere a livello legale.

Gli interventi di tipo reversibile si basano sulla soppressione puberale per mezzo di agonisti degli ormoni che rilasciano gonadotropine (GnRHa): questa procedura impedisce lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie caratteristiche del proprio sesso biologico (Delemarre-van de Waal & Cohen-Kettenis, 2006). Per quanto riguarda gli interventi parzialmente reversibili, è possibile utilizzare la terapia ormonale “di genere incrociato”, ovvero una terapia a base di estrogeni per le persone biologicamente XY e a base di testosterone per le persone biologicamente XX. Questa procedura consente da una parte di promuovere lo sviluppo di caratteristiche sessuali secondarie del sesso più compatibile con l’identità dell’individuo, dall’altra sopprime gli effetti che hanno sul corpo gli ormoni endogeni di coloro che vi si sottopongono (Leibowitz & de Vries, 2016). Infine, per quanto riguarda gli interventi irreversibili, vi sono diverse procedure: per quanto concerne la transizione “male to female” (MtF), vi sono interventi che non coinvolgono i genitali (ad esempio, aumento del seno, interventi alle corde vocali e alla gola e femminilizzazione del volto) e interventi che coinvolgono prettamente i genitali (Vaginoplastica, Clitoroplastica, Labiaplastica e Uretrostomia). Anche per quanto riguarda la transizione “female to male” (FtM), vi sono interventi che non implicano cambiamenti ai genitali, tra cui la mastectomia, l’isterectomia e l’ovariectomia e interventi che coinvolgono i genitali, come la Metoidioplastica e la Falloplastica (Selvaggi & Bellringer, 2011).

Ai sensi della Legge n. 164 del 14/4/82, in Italia, per poter svolgere un intervento di riassegnazione chirurgica del sesso (RSC) da parte di un individuo con diagnosi di disforia di genere, è obbligatorio rivolgersi alla Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU). Prima di potersi sottoporre ad un intervento di questo tipo, è perciò necessario sottoporsi ad un’indagine peritale. Il primo obiettivo è l’accertamento della validità della diagnosi, svolgendo sia visite mediche, in particolare, una visita cromosomica e una endocrinologica, che colloqui psicologici: il soggetto deve presentarsi vigile, cosciente, orientato spazio-temporalmente, con eloquio e umore nella norma e con buone capacità intellettive e di memoria. È opportuno che il soggetto abbia svolto un Real Life Test, ovvero deve aver vissuto nei panni del genere desiderato per minimo 1 anno prima della richiesta di RCS. Per quanto riguarda l’anamnesi, devono essere esclusi eventuali precedenti psichiatrici familiari e deve essere verificato l’attuale rapporto con la famiglia d’origine in relazione al suo vissuto. Successivamente devono essere somministrati al richiedente dei test diagnostici, i quali devono assolvere diverse funzioni (Petruccelli, 2017):

  • Esame globale della struttura di personalità;
  • Esame approfondito della problematica relativa all’identità di genere;
  • Esame delle motivazioni profonde e aspettative dalla richiesta di RCS.

In conclusione, è fondamentale che il processo decisionale avvenga in un setting estremamente controllato e nel totale rispetto dei diritti della persona (Petruccelli, 2017).

 


HAI UNA DOMANDA? 9998 Clicca sul pulsante per scrivere al team di psicologi fluIDsex. Le domande saranno anonime, le risposte pubblicate sulle pagine di State of Mind.

La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

 

Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali (2020) a cura di Claudia Perdighe e Andrea Gragnani – Recensione

La teoria che utilizzano gli autori nel volume Psicoterapia cognitiva è quella caratterizzata da scopi e credenze che rende sia per il clinico che per il paziente facilmente intellegibile il disagio.

 

Le due domande di fondo che fanno da filo rosso alla prima e alla seconda parte del libro Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali sono: “perché i pazienti soffrono e non riescono a smettere di soffrire” e “come si possono aiutare a soffrire meno”. Mentre nella terza parte i curatori prendono in considerazione specifici quadri clinici per descriverli e tracciare linee guida di trattamento.

La teoria che utilizzano è quella caratterizzata da scopi e credenze che rende sia per il clinico che per il paziente facilmente intellegibile il disagio. Per gli autori i risultati della ricerca clinica e della experimental psychology guidano il ragionamento clinico e la curiosità accompagna il clinico che vuole cogliere la singolarità di ogni paziente.

Nel primo capitolo è spiegata la persistenza paradossale della sofferenza e della disfunzionalità psicopatologiche in un’ottica costruttivista in cui scopi e credenze recitano un ruolo fondamentale. Nel secondo si fornisce una dettagliata comprensione del rapporto tra cognizione ed emozione con particolare attenzione alla descrizione dei significati e degli ingredienti cognitivi alla base di diverse emozioni specifiche.

Nel capitolo successivo sono descritti e spiegati i processi e gli eventi che partecipano alla genesi e allo sviluppo dei sintomi, e ricostruito il funzionamento del paziente.

Gli altri capitoli della prima parte si occupano di diagnosi differenziale e condizioni mediche sottostanti, del contributo che la psicodiagnosi può dare alla pratica clinica in tutto il percorso terapeutico, dalla formulazione del caso alla pianificazione del trattamento fino alla valutazione degli esiti della psicoterapia e viene, inoltre, illustrata la formulazione del caso.

La seconda parte del volume si occupa delle procedure di cambiamento. Il processo terapeutico, gli obiettivi, la strategia, il contratto e le regole della terapia sono prese in considerazione nell’ottavo capitolo. Gli altri capitoli propongono le tecniche di ristrutturazione cognitiva che hanno lo scopo di favorire la presa in considerazione di punti di vista alternativi e la defocalizzazione dall’ipotesi peggiore; l’imagery rescripting; le procedure cognitive per favorire l’accettazione di scopi connessi ad aspetti di sè o del mondo che il paziente vorrebbe, legittimamente, non accettare; le procedure comportamentali di esposizione e prevenzione della risposta; la relazione terapeutica, fattore fondamentale ai fini del buon esito del trattamento; la costruzione di condotte funzionali e la promozione del benessere.

Nella terza parte del libro, come già accennato, sono presentati i disturbi mentali a partire dagli aspetti fenomenologici e clinici, per proseguire con la descrizione del profilo interno dei vari disturbi. Inoltre, è riportata la descrizione dell’intervento psicoterapeutico a partire dalle fasi di assessment e formulazione del caso fino alla presentazione del razionale della terapia e delle principali tecniche utilizzate nelle diverse fasi del trattamento. Nella trattazione sono integrate, inoltre, l’esperienza clinica e i dati delle evidenze di efficacia che la letteratura scientifica mette a disposizione.

Dal disturbo di panico, all’agorafobia, dal disturbo ossessivo-compulsivo al disturbo d’ansia sociale, dalla depressione al disturbo da stress post-traumatico, fino ad arrivare ai disturbi bipolari, ai disturbi dell’alimentazione, alle psicosi e alla schizofrenia per citarne alcuni; nel testo ne sono presi in considerazione molti altri, il lettore può trovare indicazioni preziose per comprenderne la genesi, il mantenimento e il trattamento.

Il libro è il frutto di venti anni di stretta collaborazione e intense discussioni del gruppo di lavoro dell’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) come sottolinea nella Prefazione Francesco Mancini. Lo sforzo compiuto ha prodotto un testo completo e prezioso sia per gli allievi, sia per psicoterapeuti più esperti, gli uni e gli altri possono trovare nel testo riferimenti aggiornati e utili al lavoro da svolgere con i pazienti.

Definire il vuoto: quali sono le caratteristiche e le declinazioni della sensazione di vuoto nei disturbi psicologici?

D’Agostino e colleghi (2020) attraverso una revisione hanno definito la sensazione di vuoto come uno stato emotivo complesso e negativo, vissuto in modi diversi in base alle peculiarità di ciascun individuo.

 

La sensazione di vuoto è molto diffusa nella popolazione clinica. Ad esempio, nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), questa condizione è stata inclusa come criterio diagnostico per il disturbo borderline di personalità (BPD) (American Psychiatric Association, APA, 2013). Contemporaneamente, studi scientifici hanno dimostrato come la sensazione cronica di vuoto sia sperimentata dal 26%-34% dei pazienti con disturbi mentali diversi dal BPD (Klonsky, 2008). Questo fenomeno è infatti frequente anche nelle persone con disturbo narcisistico di personalità, (Elsner et al., 2018; Kernberg, 1975; Svrakic, 1985) schizofrenia (Stanghellini, 2009; Zandersend & Parnas, 2019), e depressione (Rhodes et al., 2019; Westen et al., 1992); inoltre, la sensazione di vuoto è stata associata a comportamenti autolesionistici e suicidi (Klonsky, 2008; Blasco-Fontecilla et al., 2013).

D’Agostino e colleghi, nella loro revisione incentrata su 72 recenti articoli sull’argomento, hanno definito la sensazione di vuoto come uno stato emotivo complesso e negativo, vissuto in modi diversi in base alle peculiarità di ciascun individuo (D’Agostino et al., 2020). Gli autori hanno sottolineato come questa sensazione includa una componente fisica, una componente di solitudine o disconnessione sociale, e una componente di profondo senso di insoddisfazione personale, o mancanza di obiettivi. La sensazione di vuoto è inoltre risultata strettamente correlata ad altri stati emotivi, come disforia, noia, solitudine e apatia, ed è stato evidenziato come, in una certa misura, sia sovrapposta ad essi. A differenza di alcuni stati emotivi correlati, questo fenomeno non è caratterizzato da una chiara tendenza alla naturale risoluzione, fattore che può aiutare a spiegare la sua persistenza nel tempo (D’Agostino et al., 2020).

La durata e le modalità di mantenimento di questa condizione svolgono un ruolo chiave nella sua declinazione nei differenti disturbi. Rimane però incerto se i sentimenti di vuoto cronici e acuti si riferiscano allo stesso stato affettivo e se abbiano un impatto simile sul soggetto che li sperimenta. Solitamente, si presume che la sensazione cronica di vuoto sia maggiormente caratteristica dei disturbi di personalità, e in particolare del cluster che racchiude disturbi caratterizzati da drammaticità ed eccentricità, come il disturbo borderline, mentre è più probabile che si incontri una sensazione di vuoto acuta o intermittente in soggetti con disturbi dell’umore, come la depressione (D’Agostino et al., 2020).

È altresì importante considerare le relazioni tra la sensazione di vuoto ed altri stati affettivi: quali evidenze riportate dalla letteratura sono importanti per determinare le caratteristiche di tale legame? Quali interrogativi è importante porre alla comunità scientifica per conoscere in maniera approfondita la manifestazione della sensazione di vuoto?

La revisione di D’Agostino e collaboratori ha indagato su somiglianze e differenze tra sensazione di vuoto e disforia, noia, solitudine ed apatia. Una linea di indagine per identificare una risposta accurata potrebbe essere quella di accertare in che modo questi stati si manifestino e se le loro relazioni siano mediate da alcuni altri fattori. Gli autori della revisione, ad esempio, hanno posto un interrogativo al quale potrebbero rispondere future ricerche, quale: la relazione tra la sensazione di vuoto e la disforia nel BPD è mediata dalla diffusione dell’identità, sintomo che caratterizza i soggetti che non hanno un’identità ben definita? Del resto, sarebbe importante indagare sui modi in cui il sentimento di vuoto interagisce con altri stati affettivi nel contesto delle altre forme specifiche di psicopatologia. Ad esempio, resta da accertare in che modo specifico la sensazione di vuoto sia correlata alla disforia nel BPD, ma soprattutto se questa interazione sia unicamente relativa a questa tipologia di disturbo (D’Agostino et al., 2020).

Gli esperti hanno inoltre asserito che dalla letteratura è possibile dedurre che i sentimenti di vuoto e solitudine possono essere associati in modo univoco nella depressione, essendo inoltre correlati allo stesso senso di indegnità e di isolamento di fondo. Queste sensazioni hanno la tendenza a “risolvere” se stesse, ovvero ad apparire e svanire in breve tempo autonomamente, ma non è ancora chiaro se anche la sensazione di vuoto possa diminuire o dissolversi con le stesse modalità (D’Agostino et al., 2020).

Per ciò che concerne l’apatia, o il torpore, essi possono condividere con la sensazione di vuoto un effetto di “ottundimento” ed un temporaneo evitamento difensivo del dolore, che può verificarsi nei contesti di depressione, lutto, esperienze traumatiche, stati dissociativi o schizofrenia (D’Agostino et al., 2020).

In conclusione, gli autori dello studio sottolineano la necessità di affinare la concettualizzazione multidimensionale della sensazione di vuoto e di comprenderne meglio le manifestazioni e le relazioni con le altre emozioni all’interno delle varie forme di psicopatologia. Ciò potrebbe permettere di creare nuove modalità di terapia per trattare questa sintomatologia pervasiva e potenzialmente pericolosa per la popolazione clinica.

 

Disturbi funzionali della deglutizione: il ruolo dell’ansia nel globus e disfagia funzionale

I disturbi funzionali della deglutizione sono riconosciuti come aventi un ruolo sempre più rilevante nella manifestazione di sintomi esofagei.

Noemi Boschetti – OPEN SCHOOL, Studi Cognitiva Modena

 

La percezione degli stimoli esofagei è un meccanismo complesso, sostenuto da processi neurali periferici e centrali, dove fattori emotivi, cognitivi e propriocettivi interagiscono tra loro.

Le manifestazioni di disagio cronico che colpiscono il tratto esofageo determinano una riduzione nella percezione della qualità di vita e generano un significativo incremento dei costi economici per la salute individuale.

I disturbi funzionali della deglutizione sono riconosciuti come aventi un ruolo sempre più rilevante nella manifestazione di sintomi esofagei (Guadagnoli, Pandolfino, & Yadlapati, 2019). La natura cronica di queste sindromi, che spesso si protraggono nonostante gli esiti negativi degli esami medici prescritti, porta molti pazienti a sperimentare una riduzione della percezione della qualità di vita e un prolungarsi della condizione di disagio (Taft, Guadagnoli,Carlson, Kou, Keefer,  & Pandolfino, in press).

Ad oggi è noto che la complessità del fenomeno coinvolge l’interazione tra il cervello e il sistema viscerale, in cui i processi cognitivi e comportamentali rivestono un ruolo importante per la diagnosi e il trattamento. Tali manifestazioni cliniche comprendono una coorte di sintomi derivanti da ipersensibilità esofagea, ipervigilanza e elevata attenzione agli stimoli corporei (ibidem).

In opposizione ad altri disturbi coinvolgenti il tratto esofageo, non sono infatti dovuti ad ostruzione meccanica, disturbi nella motilità esofagea o reflusso gastrointestinale. Perciò, i meccanismi fisiopatologici alla base dei disturbi funzionali esofagei non sono ancora stati individuati con chiarezza (Guadagnoli et al., 2019).

Ipervigilanza e ipersensibilità esofagea

Dalle evidenze scientifiche è emerso che la combinazione di due processi – ipervigilanza e ipersensibilità esofagea – contribuisce allo sviluppo e al mantenimento dei disturbi esofagei (Guadagnoli et al., 2019; Taft et al., in press). Per tale motivo, validare questi fenomeni come disturbi reali e spiegarne i meccanismi psico-fisiologici alla base può facilitare una maggiore comprensione del disagio sperimentato dai pazienti che spesso giungono all’attenzione clinica.

L’ipersensibilità esofagea comprende due fenomeni: allodinia, ovvero la percezione dolorosa in risposta a stimoli di per sé non pericolosi, e iperalgesia, amplificazione della percezione di stimoli dolorosi. In generale, i soggetti possono percepire come doloroso il movimento del bolo nell’esofago. Tali sensazioni a livello del sistema nervoso centrale deriverebbero da un incremento nell’eccitabilità delle innervazioni nel midollo spinale (Aziz, Fass,Gyawali, Miwa, Pandolfino, & Zerbib, 2016) .

L’ipervigilanza esofagea consiste, invece, nell’incremento dell’attenzione diretta a sintomi esofagei. Tale fenomeno genera reazioni psicologiche, cognitive, affettive e comportamentali che sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia dei sintomi (ibidem). L’ipervigilanza è ciclica: la persistenza dei sintomi contribuisce a mantenere un atteggiamento ipervigile ed evitante, interpretando le normali sensazioni fisiologiche come minaccia. Si instaura dunque un ciclo di rinforzo, contribuendo ad esacerbare lo stato di malessere (Taft, Triggs, Carlson, Guadagnoli, Tomasino, Keefer & Pandolfino, 2018). Processi cognitivo-affettivi maladattivi, come rimuginio, catastrofizzazione e sintomi specifici dei disturbi d’ansia, hanno un impatto significativo sull’abilità di coping rispetto a questi disturbi, contribuendo a perpetuare i sintomi (Taft et al., in press) .

Globus e disfagia funzionale

All’interno della categoria delle sindromi funzionali esofagee sono individuati diversi fenomeni accomunati da una sensazione cronica di disagio (Guadagnoli et al, 2019). Tra questi possiamo analizzare le correlazioni psico-fisiologiche ed emotivo-cognitive del globus e della disfagia funzionale.

La sensazione di globus si riferisce a una ricorrente percezione di blocco o aderenza di un corpo estraneo nella gola (Järvenpää, Arkkila, & Aaltonen, 2018). Tale condizione non è associata alla percezione dolorosa nella deglutizione (odinofagia) o difficoltà nella deglutizione del cibo (disfagia). I soggetti infatti riferiscono la comparsa di sintomi durante la deglutizione della saliva o tra i pasti. In questa condizione non sono rilevate lesioni strutturali o anormalità nella mucosa o disordini nella motilità esofagea (Aziz, et al., 2016).

Il fenomeno non è nuovo all’indagine scientifica, in quanto spesso è stato descritto con il termine di “globus hystericus”, suggerendo un’origine psicologica del sintomo (Cashman, & Donnelly, 2010). In effetti, diversi studi hanno indagato tale ipotesi, suggerendo una correlazione con quadri depressivi, alti livelli di stress e eventi di vita traumatici (Deary, Smart, & Wilson,1992; Harris,  Deary, & Wilson, 1996). Alcune ricerche condotte su pazienti di sesso femminile di mezza età con percezione di globus, hanno identificato livelli più alti di neuroticismo, minore estroversione e disturbi correlati all’ansia, deflessione del tono dell’umore e preoccupazioni legate al corpo (Deary,Wilson & Kelly, 1995).

D’altra parte, le evidenze degli studi condotti sino ad oggi hanno messo in luce la complessità del fenomeno, individuando risultati parzialmente discordanti. Per esempio, emerge talvolta una sostanziale sovrapposizione tra sintomi di ansia e depressione nella popolazione medica generale, pur non presentando percezione di globus (Farkkila, Ertama.Katila, Kuusi, Paavolainen, & Varis, 1994).

Un altro fenomeno compreso all’interno della classificazione dei disturbi esofagei è la disfagia funzionale. Tale disturbo è caratterizzato dalla sensazione di un bolo solido e/o liquido incastrato o difficile da deglutire attraverso il corpo esofageo. Rispetto al fenomeno del globus si manifesta durante l’attività di deglutizione.

Le evidenze scientifiche sino ad ora raccolte mostrano un ruolo sempre più rilevante dell’ipervigilanza esofagea e ansia nella manifestazione di sintomi disfagici e nella conseguenze riduzione della qualità di vita (Taft, T. et al, in press). L’interazione tra sistema nervoso centrale e sistema viscerale contribuisce all’esordio di sindromi complesse, caratterizzate dalla percezione di disagio e legate a condizioni organiche. I processi cognitivo-affettivi possono determinare infatti un’ipersensibilità neuronale dei tratto digestivo e nei centri deputati all’elaborazione degli stimoli viscerali mediati dai sistemi centrali (ibidem).

L’ipervigilanza: relazione tra rimuginio ansioso e reattività somatica

L’ipervigilanza nei confronti delle sensazioni somatiche contribuisce ad alimentare circoli viziosi, caratterizzati da pensieri catastrofici, che sono alimentati e alimentano gli stessi sintomi corporei.

Tali processi sono caratteristici dell’ansia, che include elementi di rimuginio e preoccupazione cronica. Un quadro di ansia è comunemente caratterizzato da ipervigilanza e ipersensibilità, soprattutto rispetto alle sensazioni corporee. È noto infatti come soggetti con sintomi gastrointestinali presentino un livello alto di comorbilità con disturbi psicologici, in particolare ansia e depressione (Levy, Olden, Naliboff, Bradley,  Francisconi, Drossman, et al., 2006; Pellissier, & Bonaz,2017).

Gli studi di neuroimaging hanno permesso di individuare l’interconnessione tra processi di natura psicobiologica, legati a disfunzioni esofagee, e la reattività neurale (Suntrup,Teismann, Wollbrink, Warnecke, Winkels, Pantev, & Dziewas, 2014).  Nei pazienti con disfagia funzionale esaminati è emerso un incremento nella attivazione dell’insula, corteccia prefrontale dorsolaterale, corteccia premotoria e lobo parietale inferolaterale. Queste aree costituiscono l’interfaccia tra la percezione interiore dei segnali del corpo, la valutazione cognitiva, il controllo attentivo e dell’elaborazione sensomotoria superiore. Un’interazione disfunzionale in questi circuiti può risultare in una ipersensibilità esofagea e un incremento nell’automonitoraggio durante la percezione di questi sintomi e nella normale deglutizione (ibidem).

L’attività di continuo monitoraggio e la valutazione negativa di queste sensazioni generano un intenso stato di arousal emotivo, riportando continuamente l’attenzione su questi stimoli.

In presenza di una forte reattività emotiva, si instaura dunque un circuito di feedback negativo, che elicita pensieri e credenze di minaccia nei confronti delle sensazioni esofagee, sui quali si concentra il focus attentivo. Questi processi cognitivo-affettivi alimentano un circolo vizioso di pensiero catastrofico rispetto alle conseguenze dei sintomi esperiti. Tali meccanismi, sostenuti da circuiti di interazione frontale-limbica, determinano il fenomeno di ipervigilanza esofagea (Perera, Schneiderman, Sotres-Alvarez,  Daviglus, Mirabal, & Llabre, 2020).

Le evidenze sinora acquisite hanno portano alcuni gruppi di ricerca (Taft et al.,2018; Taft et al., in press) a validare scale di misurazione della componente di ipervigilanza e ansia in pazienti che manifestano questo tipo di disagio. Dall’applicazione di strumenti emerge che una buona parte della varianza dei sintomi di disfagia è spiegata dalla presenza di ipervigilanza e sintomi specifici dell’ansia. Oltre a costituire un elemento trigger nella manifestazione di questa condizione, il mantenimento del focus attentivo su queste sensazioni, in combinazione con processi rimuginativi tipici dell’ansia, contribuisce ad esacerbare l’intensità e la complessità dello stesso quadro clinico. Inoltre, la riduzione nella percezione della qualità di vita è spesso associata non tanto alla frequenza e all’intensità dei sintomi stessi, bensì alla percezione e alle successive interpretazioni dei sintomi stessi come pericolosi e minacciosi (ibidem).

Altre ricerche si sono invece concentrate sulla costruzione di strumenti diagnostici, allo scopo di discriminare il fenomeno del globus da altre manifestazioni cliniche (Deary, et al, 1995; Takahashi, Mori,  Baba, Sasaki, Ohno, Ikarashi,  et al., 2018). Pur non emergendo una chiara correlazione con disturbi psichiatrici legati ad ansia o depressione, è stato possibile sottolineare la complessità del fenomeno e la relazione con una significativa percezione di distress somatico. D’altra parte, i risultati ottenuti negli studi successivi, maggiormente focalizzati sull’analisi dei processi alla base di tali disturbi, dimostrano che un funzionamento ipervigile e rimuginativo, tipico dell’ansia, ha ruolo significativo nella comprensione del disturbo (Taft et al, 2018; Taft et al., in press).

I trattamenti

Alla luce delle considerazioni sopra esposte, si possono introdurre le evidenze raccolte nell’indagine dei trattamenti più efficaci per questo tipo di disturbi.

Dalla letteratura emerge che l’impiego di tecniche ipnotiche e di rilassamento si sono dimostrate utili per la riduzione della sensazione di globus, riscontrando un alto grado di soddisfazione da parte dei pazienti (Kiebles,  Kwiatek, Pandolfino, Kahrilas,  & Keefer, 2010). In questi protocolli divisi in 5 sessioni, si induce uno stato di rilassamento muscolare, focalizzandosi sulla voce del terapeuta e le sensazioni corporee, utilizzando la respirazione profonda e l’immaginazione visiva. Pur non mostrando significative variazioni alle misurazioni dei parametri esofagei, i soggetti hanno infatti riportato una notevole riduzione nella percezione dei sintomi. Le tecniche di rilassamento si sono dimostrate efficaci anche nel trattamento dei disturbi d’ansia in pazienti con disturbi cronici, favorendo un maggiore senso di auto-efficacia e controllo (ibidem). Tali risultati consentono di rafforzare l’ipotesi di meccanismi cognitivo-affettivi centrale nella cronicizzazione del disagio legato a questi disturbi.

Il trattamento ipnotico condivide con il precedente intervento i benefici derivati dall’induzione di uno stato rilassamento. Il terapeuta contribuisce al restringimento del focus attentivo e all’allentamento dei meccanismi di controllo sulla mente (Palsson, & Whitehead, 2015). La componente di suggestione verbale e di immaginazione guidata sono orientate alla regolazione dell’attività della muscolatura liscia, ai fini di ridurre la sensazione di disagio elicitata dal feedback neuro-viscerale. Inoltre, con l’allentamento del rigido focus sui sintomi, il paziente può sviluppare un maggiore senso di controllo sul proprio stato di disagio.

Tra i trattamenti impiegati nella riduzione dei sintomi funzionali esofagei la CBT ha mostrato risultati efficaci che sono stati oggetto di analisi di alcune ricerche (Palsson, & Whitehead, 2015). Il focus del trattamento è spesso orientato all’individuazione dei pensieri e delle credenze disfunzionali che emergono in relazione all’attivazione somatica. L’incremento della consapevolezza dell’associazione tra pensieri maladattivi e la risposta a livello fisico ed emotivo favorirebbe un maggiore stato di benessere. Tale intervento risulta particolarmente adeguato nelle situazioni in cui si riconoscono trigger ambientali o eventi di vita stressanti, che contribuiscono ad esacerbare i sintomi a livello esofageo. L’efficacia nella riduzione del disagio è osservata in caso di comorbilità con disturbi d’ansia o depressione, per i quali la CBT è il trattamento standard.

L’attribuzione del termine “funzionale” alle sindromi comprendenti sensazione di globus o sintomi disfagici facilita l’accettazione della diagnosi da parte del paziente. La mancata individuazione di una causa organica potrebbe infatti condurre ad una svalutazione del disagio. Per tale ragione, l’analisi globale delle diverse variabili che possono correlarsi alla manifestazione dei sintomi esperiti consente di ampliare le possibilità di intervento, volte a ridurre il malessere del paziente.

 

Un nuovo “strumento” per valutare la dipendenza da sesso e la “discordanza” della comunità scientifica, un dialogo ancora aperto

È stato recentemente pubblicato (Soraci et al., 2021) uno studio che valida, nel territorio Italiano, un nuovo strumento che “misura” la dipendenza da sesso (utilizzabile sia “online” che “offline”, ed indipendentemente dal genere e/o dall’oriamento sessuale).

 

Questo strumento, seppur con tutti i limiti derivanti dal campione scelto e dal non unanime consenso sull’esistenza effettiva di questa dipendenza, (e.g. Schaefer & Ahlers, 2017) è basato sui sei criteri principali delle “addictions” proposte da Griffiths nel 2005: salienza, eccessiva preoccupazione per il sesso o desiderio sessuale; modifica dell’umore, usando il sesso per modificare lo stato d’animo; tolleranza, aumentando la quantità di sesso nel tempo per mantenere alti i livelli di soddisfazione; ritiro, sintomi emotivi e fisici spiacevoli quando non si può avere rapporti sessuali; conflitto, compromettendo tutti gli ambiti della vita a causa del sesso (ad es. relazioni, occupazione/istruzione, attività sociali, ecc.); e ricaduta, ritorno a precedenti modelli problematici di comportamento sessuale dopo un periodo di astinenza o controllo (Soraci et al., 2021; Griffiths, 2005).

Questo strumento, ha delle sufficienti proprietà psicometriche, e, secondo quanto affermano gli autori, può essere utile nel campo della ricerca (non in quello clinico, almeno al momento). La scala, composta da sei item su scala likert (1 a 5, dove 1 è in totale disaccordo, 5 è in totale accordo) è la seguente:

  1. Ti è capitato di trascorrere molto tempo pensando al sesso/masturbazione o a pianificare i tuoi incontri sessuali?
  2. Ti è capitato di provare un forte desiderio di masturbarti/fare sesso sempre di più?
  3. Ti è capitato di usare il sesso/masturbazione per dimenticare/fuggire dai tuoi problemi personali?
  4. Hai provato a ridurre il tempo trascorso a masturbarti/fare sesso senza riuscirci?
  5. Ti è capitato di diventare triste/irrequieto/ansioso/arrabbiato o agitato quando ti è stato proibito di fare sesso o masturbarti?
  6. Ti è capitato di avere un’attività sessuale intensa che ha messo a rischio o a compromesso le tue relazioni sentimentali, il tuo lavoro, i tuoi risparmi, la tua salute, o i tuoi studi? (Soraci et al., 2021)

Delineato questo, è utile accennare alla “discordanza”, presente attualmente in letteratura, sull’esistenza o meno di questo tipo di dipendenza e se, in futuro, sia utile inserirla tra i disturbi mentali elencati nei manuali diagnostici, come ad esempio, il DSM 5 (APA, 2013 ; Schaefer & Ahlers, 2017).

Difatti, allo stato attuale, esistono diverse “nomenclature” riguardo al sesso eccessivo/problematico e solo il CSBD (Compulsive Sexual Behavior Disorder) è inserito nell’International Classification of Disease for Mortality and Morbidity Statistics (ICD-11). In letteratura e nelle varie ricerche pubblicate, infatti, spesso si incontrano termini come Sesso eccessivo (Hypersex), Sesso compulsivo, Dipendenza da sesso etc., questo non facilita certo il “lavoro” dei clinici e può generare confusione. Certamente, non è sempre necessario “etichettare” tutto e tutti, ma come è ormai noto, per poter dialogare in maniera più efficace e con un linguaggio condiviso tra diversi professionisti, all’interno della comunità scientifica, si rende necessaria la creazione di categorie ben definite, con “criteri” specifici e comuni.

Ma quali sono, allo stato attuale, le principali differenze tra varie etichette diagnostiche sul sesso problematico? Come accennato, in letteratura, troviamo i seguenti termini: Sesso Eccessivo (Hypersex) che è caratterizzato da un desiderio intenso e inarrestabile di impegnarsi in un’attività sessuale al fine di aumentarne gradualmente l’intensità per mantenere la stessa soddisfazione (Kafka, 2010). Il CSBD, invece, è caratterizzato dai seguenti criteri: si manifesta in uno o più dei seguenti modelli comportamentali: (i) attività sessuali ripetitive che sono diventate il fulcro della vita dell’individuo al punto che l’individuo arriva a trascurare la salute, la cura personale e le attività e responsabilità occupazionali/educative; (ii) l’individuo ha compiuto numerosi sforzi per controllare o ridurre significativamente il comportamento sessuale ripetitivo, ma senza successo; (iii) l’individuo continua ad avere comportamenti sessuali ripetitivi nonostante le conseguenze negative in diversi ambiti della propria vita (es. attività sociali, lavoro); e (iv) l’individuo continua a impegnarsi in comportamenti sessuali ripetitivi anche quando ne trae poca o nessuna soddisfazione (Kraus et al., 2018; ICD-11). La dipendenza da sesso, come accennato precedentemente, si caratterizza da: salienza, eccessiva preoccupazione per il sesso o desiderio sessuale; modifica dell’umore, uso del sesso per modificare lo stato d’animo; tolleranza, aumento della quantità di sesso nel tempo per mantenere alti i livelli di soddisfazione; ritiro, sintomi emotivi e fisici spiacevoli quando non si può avere rapporti sessuali; conflitto, compromissione di tutti gli ambiti della vita a causa del sesso (ad es. relazioni, occupazione/istruzione, attività sociali, ecc.); e ricaduta, ritorno a precedenti modelli problematici di comportamento sessuale dopo un periodo di astinenza o controllo (Soraci et al., 2021; Griffiths, 2005).

Vista la “discordanza” nelle nomenclature, al momento, alcuni autori hanno proposto di utilizzare il termine ombrello “Sesso problematico eccessivo”, nel quale includere un po’ tutte le proposte date al sesso problematico (Schaefer & Ahlers, 2017).

Nonostante questo disaccordo, i caratteri chiave distintivi di tutte le concettualizzazioni di “sesso problematico eccessivo” derivano da comportamenti sessuali ossessivi, compulsivi, impulsivi e/o fuori controllo (ad es. Miner et al., 2019). Inoltre, sono tutti caratterizzati da preoccupazioni ripetitive e intense per fantasie, impulsi e comportamenti sessuali che sono angoscianti per l’individuo e/o sfociano in un rischio psicosociale (Derbyshire & Grant, 2015, p.37).

Sebbene, dunque, i termini siano spesso usati in modo intercambiabile e sovrapponibile, in molte ricerche, secondo diversi autori, sesso compulsivo, dipendenza dal sesso e ipersessualità sono costrutti diversi. Come Andreassen et al. (2018) notano: “C’è stato molto dibattito per molti anni sul fatto che questo comportamento sia meglio concettualizzato come un disturbo ossessivo-compulsivo, una dipendenza o un disturbo del controllo degli impulsi, e di conseguenza sia stato spiegato secondo diversi modelli concettuali” (p.2).

Diversi autori, inoltre, hanno evidenziato una correlazione tra depressione, ansia (Staff, 2007) e sesso problematico eccessivo [che include tutte le tipologie di sesso problematico elencate sopra, come ad esempio la dipendenza da sesso o il sesso complusivo] (Lewczuk et al., 2017; Soraci et al, 2021). Inoltre, studi precedenti hanno rivelato che i tratti della personalità “Big Five” (cioè estroversione, nevroticismo, gradevolezza, coscienziosità e apertura) hanno associazioni con un sesso eccessivamente problematico. Più specificamente, Shimoni et al. (2018) hanno osservato che: “gli individui altamente estroversi hanno intrapreso un’attività sessuale fin dalla tenera età, hanno molti partner sessuali, una varietà di attività sessuali e un’attività sessuale pericolosa e negligente rispetto agli individui introversi. Il nevroticismo è stato associato a visioni liberali sul sesso, al sesso non sicuro, ad un discontrollo degli impulsi e ad emozioni negative, come ansia, depressione e rabbia. Gli individui con bassa gradevolezza e coscienziosità in genere sono gratificati nel praticare sesso non sicuro, hanno la tendenza al liberalismo sessuale e comportamenti impulsivi di assunzione di rischi rispetto a quelli con alta gradevolezza e coscienziosità. Infine, gli individui con bassa apertura tendono tendono a sviluppare comportamenti sessuali pericolosi, come infedeltà e comportamenti sessuali promiscui” (Shimoni et al., 2018, p.1016). Nella letteratura esistente, tratti di personalità specifici (ad es. nevroticismo e scarsa coscienziosità) sono stati associati positivamente a diversi tipi di dipendenza, inclusa la dipendenza dal sesso (Badii et al., 2020; Soraci et al., 2021). Tra gli aspetti della personalità correlati alla dipendenza dal sesso (Karila et al., 2014), sono stati riportati alti livelli di estroversione e nevroticismo e bassi livelli di coscienziosità (Pinto et al., 2013; Rettenberger et al., 2016; Schmitt, 2004; Walton et al., 2017), così come si è riscontrata un’associazione positiva con il narcisismo (Kafka, 2010; Kasper et al., 2015) e l’associazione negativa con l’autostima (e.g. Badii et al., 2020).

Inoltre, il crescente uso della tecnologia (in particolare l’uso di Internet) ha portato a un coinvolgimento più diversificato nel sesso come il cybersex e il sesso telefonico. Nonostante l’elevata importanza sociale e la crescente attenzione, l’interesse per il sesso eccessivamente problematico è rimasto ai margini della ricerca scientifica sistematica e della classificazione psichiatrica. In attesa di chiarezza sulla terminologia “corretta” da utilizzare, i ricercatori e i clinici, hanno svolto e stanno tuttora svolgendo un’eccellente lavoro nel panorama di quello che può già definirsi, almeno empiricamente, un “disturbo da sesso problematico”.

 

Il culto del feto. Come è cambiata l’immagine della maternità (2020) di Piontelli A. – Recensione

Il soggetto del testo Il culto del feto è dato dal feto, analizzato da tre punti di vista: storico, scientifico, culturale.

 

Non è possibile parlare di feti in termini astratti, necessitando esso per esistere dell’incontro di un uomo e di una donna e, nello specifico, di uno spermatozoo e di un ovocita.

A partire dagli anni Sessanta, l’autrice, neurologa e psichiatra, nonché studiosa del comportamento fetale, analizza i cambiamenti sociali, tecnologici, scientifici, che hanno caratterizzato le diverse epoche, mettendo a fuoco i diversi atteggiamenti adottati nei confronti del feto.

Da tale analisi si evince come i feti non sono cambiati, ma le società sì!

La principale rivoluzione degli anni ’60-’70 è data dall’utilizzo della “pillola”, grazie alla quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, sesso e riproduzione vengono scissi. Le donne prendono in mano la loro sessualità, potendo liberamente scegliere di avere rapporti sessuali per piacere, amore, lussuria, controllando eventuali gravidanze indesiderate.

Allo stesso tempo, l’autorevolezza di cui gode la medicina e l’euforia legata a diverse scoperte farmaceutiche, portano a somministrare alle donne incinte i più disparati medicinali, al fine di curare o lenire disturbi del sonno, dell’appetito, di ansia. Il vino e i superalcolici erano raccomandati per rilassarsi, così come il fumo, e la birra era vista positivamente, in quanto favoriva la produzione del latte. A livello alimentare le credenze vigenti osannavano latte non pastorizzato, formaggi, carne cruda, salumi, sgombri, sarde e sardine: tutti cibi oggi altamente sconsigliati alle donne gravide.

Oggigiorno l’attenzione è interamente volta al feto, visto quasi come “un cittadino”, da tutelare e proteggere dal contenitore utero, dannoso per la sua salute. Divenuti una preoccupazione dell’intera società, atteggiamenti materni poco amorevoli e responsabili, quali fumare o bere durante i nove mesi di gestazione, vengono denunciati ed etichettati come indegni.

Se in passato la gravidanza era qualcosa da nascondere con abiti morbidi, poco appariscenti, oggi la donna incinta si è riappropriata dell’eleganza e della bellezza che la contraddistingue: il pancione non viene più occultato ma mostrato in modo fiero.

Complici del cambiamento di rotta le campagne pubblicitarie guidate dalle star della TV: nel 1991 sulla copertina di Vanity Fair, per la prima volta, è ritratta Demi Moore, nuda, sexy e incinta.

Rispetto alla figura del padre, se in passato all’uomo erano proibiti atteggiamenti amorevoli nei confronti della donna e dei bambini, almeno in pubblico, oggi i futuri papà sono protagonisti attivi dell’intero percorso, partecipano a tutte le visite ginecologiche e generalmente assistono al parto, tenendo la mano alle proprie compagne.

La gravidanza non è più un tabù e le donne amano parlarne e condividere pareri, consigli, paure.

Un’indubbia rivoluzione tecnologica fa capolino negli anni Ottanta, cambiando drasticamente il modo di intendere i feti: gli ultrasuoni.

Dopo millenni, il lato misterioso e nascosto della gravidanza può essere osservato in modo non invasivo: la sola idea di una finestra “dal vivo” sulle nostre origini è di per sé profondamente emozionante e intensamente eccitante.

L’idea di un utero trasparente viene però ben presto delusa e le prime immagini sono poco chiare, confuse ed incomprensibili ad un occhio non esperto.

Alle immagini 2D, si affiancano, negli anni Novanta, le immagini 3D e 4D e negli album di famiglia compare il bambino “fotografato” in utero.

Gli ultrasuoni hanno favorito conoscenze approfondite sui movimenti fetali e sulle loro funzioni. Ad oggi sappiamo che il feto compie movimenti generalizzati, ovvero periodiche esplosioni di movimento, che riguardano tutto il corpo, a partire dalle 7-8 settimane. Col procedere della gravidanza tali movimenti divengono meno frequenti, meno frammentati e più prolungati nel tempo.

I movimenti generalizzati giocano un ruolo fondamentale nel formare e plasmare il sistema scheletrico e quello muscolare, che subiscono profonde trasformazioni durante la gravidanza. Sono anche essenziali per la formazione delle ossa, dei muscoli e dei tendini e per la loro differenziazione e allungamento. Inoltre prevengono l’atrofia muscolare che deriverebbe dal mancato uso dei muscoli.

Detti movimenti impediscono d’altro canto l’adesione alla parete uterina della cute estremamente sottile del feto. I movimenti locali, al contrario, coinvolgono singoli distretti corporei e, a differenza dei movimenti generalizzati, non sono prevedibili, ma agiti a seconda del bisogno del momento.

L’ambiente acquatico dell’utero permette posture e movimenti che il neonato potrà eseguire solamente dopo diverso tempo, a causa dell’impatto della forza di gravità: si può allora vedere il feto saltellare su una gamba, stare in posizione semieretta, con le ginocchia divaricate, o seduto senza supporto. I bambini prematuri che nascono alla stessa età gestazionale in cui i feti compiono i loro movimenti “miracolosi” sono del tutto incapaci di compiere gli stessi movimenti. I prematuri gravi sono quasi completamente incapaci di muoversi.

Ciascun movimento eseguito in utero funge da preparazione ed allenamento per le funzioni che il neonato svilupperà in seguito alla nascita.

Tale principio si applica anche ai movimenti “respiratori”, che allenano i polmoni ad introiettare ossigeno ed espellere anidride carbonica: il feto non ha bisogno di questo tipo di respirazione, dal momento in cui l’ossigeno gli viene fornito attraverso la placenta ed il cordone ombelicale.

Altre funzioni vitali per la sopravvivenza dopo la nascita sono la suzione e la deglutizione, così come il poter girare il capo; il neonato sarà, alla nascita, equipaggiato dei diversi movimenti di riflesso, che gli permetteranno di attaccarsi al seno ed alimentarsi.

Nella parte finale del libro l’autrice illustra usi e costumi di diverse culture, che oramai popolano l’Italia, in riferimento alla gravidanza e al modo di intendere il feto.

Se in linea di principio gli immigrati sembrano ben integrati con la cultura italiana, allo stesso tempo preservano le proprie credenze ed i propri rituali, spesso superstiziosi. Ciò è particolarmente evidente in materia di misure contraccettive e riti per raggiungere la fertilità.

Scritto in modo scorrevole e corredato da testimonianze reali, che l’autrice ha raccolto negli anni lavorativi, il testo ben illustra l’ascesa del feto, lasciando intravedere scenari futuri, non troppo lontani, dove al feto verranno riconosciuti diritti legali.

 

Recensione del libro “Questa è la mia guerra” (2021) di Chiara Mansi

Questa è la mia guerra è un intimo diario autobiografico nel quale Chiara Mansi, ventenne di Viterbo, delinea uno spaccato crudo, sincero e realistico del suo malessere. La quarta di copertina tratteggia in poche parole il contenuto del libro – “storia di un adolescente e del suo disturbo alimentare” – ma è molto di più.

 

Inquadramento diagnostico

I disturbi dell’alimentazione rappresentano un campo di indagine e di intervento di notevole interesse per la psicologia.

Si tratta di disturbi collegabili all’azione del “mangiare” e del “nutrirsi”, un atto che possiede forti implicazioni “simboliche”, oltre che “caloriche”, e che quindi riguarda l’unità mente-corpo nella sua totalità, intesa come mezzo di relazione, di espressione e di comunicazione (Molinari, 2020).

L’anoressia nervosa è stato il primo disturbo alimentare descritto, diffuso in vari periodi storici e presente in tutte le culture. È caratterizzato da una restrizione dell’apporto calorico, da un’intensa paura di ingrassare e dall’alterata percezione del proprio corpo.

Il disturbo alimentare dell’anoressia nervosa ha un esordio tipico nel corso dell’adolescenza, è più diffusa tra le donne, con una prevalenza variabile, generalmente tra lo 0,3 e l’1% della popolazione, con un’incidenza  maggiore nei Paesi Occidentali rispetto a quelli Orientali, sebbene sia rintracciabile un aumento generalizzato del disturbo a partire dal 1990 sino ai giorni nostri (Qian et al., 2013); a questo proposito, interessanti ricerche  evidenziano l’incremento dell’anoressia mentale, quindi delle magrezze patologiche, nei Paesi in via di sviluppo in concomitanza con l’arrivo dei media (Becker et al., 2011; Terhoeven et al., 2020).

È proprio l’anoressia nervosa, tra gli altri disturbi alimentari, a presentare gli indici di mortalità più elevati; in base alla metanalisi condotta da Arcelus et al. (2011), su 12.808 soggetti, 639 hanno perso la vita (circa il 5,1% dei soggetti ogni 10 anni), dei quali 1/5 ha commesso suicidio (Arcelus et al., 2011).

Dati recenti rilevano come sia cruciale lavorare con il paziente anoressico tenendo conto di un quadro eziopatogenetico complesso (De Vos et al., 2014), in quanto i disturbi alimentari sono caratterizzati da una elevata comorbidità con altri sintomi psichici quali depressione, ansia, perfezionismo e tratti ossessivo-compulsivi (De Vos et al., 2014). Oltre a lavorare sulle variabili psicologiche e sugli aspetti emotivi (Abbate et al., 2011; Lombardo et al., 2014; Fox & Power, 2009), è necessario prendere in considerazione l’aspetto genetico e neuro-biologico nonché il contesto familiare-sociale, secondo un approccio sistemico e trigenerazionale (Palazzoli, Boscolo, Cecchin, & Prata, 2003).

La storia di Chiara

La storia di Chiara ha inizio il 15 marzo del 2013, nella data che soltanto un anno prima fu indicata come “Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla”, promossa dall’Associazione “Mi Nutro di Vita”, per sensibilizzare la popolazione alla tematica dei disturbi alimentari; in quel simbolico giorno, durante una cena in compagnia, Chiara decise “semplicemente di non mangiare”.

In modo chiaro e tagliente, descrive l’escalation di un disturbo che, tra pasti saltati e calorie ossessivamente calcolate, stava lentamente divorando la sua vita.

Le restrizioni alimentari diventavano sempre più insostenibili, i digiuni più forti, l’attività fisica più lunga. Il mio corpo si stava sgretolando, il mio umore era a frantumi e la mia vita si stava spegnendo come una lampadina.

Da lì, nel 2017, avvenne il ricovero presso il Policlinico Umberto I di Roma e l’inizio di una fase di degenza estremamente difficile e pesante nella sua monotonia, scandita da sveglie che ricordavano gli integratori da prendere, le terapie farmacologiche da seguire, e il cibo da assumere, e caratterizzata, ogni giorno, dalla misura del peso mattutino. Da quel piccolo numero sulla bilancia dipendeva l’intera giornata, l’approvazione o meno dei dottori, il numero di integratori da assumere, il senso di insoddisfazione o la felicità effimera.

È semplice cadere nel tranello di considerare un semplice nesso causale tra il disturbo alimentare e il cibo, ma non è esattamente così, in quanto non si tratta soltanto di un rapporto disfunzionale con il cibo. Di fronte a un comportamento alimentare scorretto, c’è da chiedersi che valore abbia il cibo per quella persona e, nel caso dell’anoressia, che cosa stia rifiutando veramente.

La stessa Chiara specifica:

un disturbo alimentare non riguarda il cibo. Riguarda il desiderio di annullarsi e riuscirci solo attraverso il corpo.

Il corpo – martoriato, ferito, dimenticato – costituisce, quindi, un canale privilegiato di comunicazione con l’esterno che trova nel cibo, dilazionato e rifiutato in ogni modo, il miglior mediatore.

Urlavo le mie sofferenze per far capire al mondo che esistevo, che avevo bisogno di aiuto, che avevo bisogno di protezione.

Simbolicamente, Chiara era una lunga pausa di silenzio in attesa di una parola giusta.

La patologizzazione della sofferenza e la fine della “guerra”

Sebbene la diagnosi nosografica, fatta con sensibilità e adeguato addestramento, sia estremamente utile nella pianificazione del trattamento e nella prognosi, vi è spesso una tendenza a etichettare il paziente e reificarne il disagio, attribuendo doppie o triple diagnosi e alimentando una differenziazione astratta che non riesce a orientare davvero l’intervento di cura.

Di questa pericolosa quanto frequente patologizzazione della sofferenza, ci racconta, tra le righe, Chiara:

Ero quasi affascinata dai copioni che ogni volta riuscivo a proporre. Sono entrata in ricovero nascosta da diagnosi. In un certo periodo della mia vita ero anoressica e bulimica. Borderline e bipolare. Ansiosa e depressa. Mi nascondevo nelle diagnosi.

L’etichetta diagnostica che puntualmente le veniva assegnata – o che lei stessa si conferiva – era diventata un muro dietro cui trincerarsi, una gabbia dentro cui rinchiudersi.

Se ho una diagnosi e sono malata, nessuno può aspettarsi altro da me, posso permettermi il lusso di fare quello che voglio.

Uscendo, a piccoli passi, da questo copione, Chiara è riuscita gradualmente a riconoscere quanto dei suoi bisogni insoddisfatti ci fosse dietro il suo disfunzionale rapporto col cibo:

Anche il mio disturbo alimentare non è altro che un’eterna fame d’amore che, razionalmente, non posso continuare a ricercare in cose e persone sbagliate.

A conclusione del suo ricovero di circa 7 mesi, gli obiettivi del trattamento sono stati raggiunti: il ripristino di un BMI normopeso, la riduzione dei rischi di mortalità e di gravi complicazioni fisiche (amenorrea, caduta dei capelli), l’introduzione e il mantenimento di un sano piano alimentare, il miglioramento dell’autostima e della percezione dell’immagine corporea (Bruch,1973; Guidano, 1991; Hudson et al., 2007; Selvini, 1988; Ugazio, 1998)

Così, quella che lei definiva la “guerra contro il cibo”, un conflitto intorno al quale la sua vita si è sviluppata per anni, ha lasciato spazio alla “guerra contro la malattia”, una lotta faticosamente vinta, con il premio finale più bello: la possibilità di “abbuffarsi di vita”.

– E la felicità, Chiara, cosa significa?
– La guerra è finita.

 


 

CONTATTA LA CLINICA DISTURBI ALIMENTARI >> VAI AL SITO 

 

Contraccettivi orali: la loro assunzione può incrementare il rischio di suicidio nelle giovani donne?

Circa il 20% delle donne tra i 15 e 29 anni ha fatto uso di contraccettivi orali tra il 2015 ed il 2017 (Daniels & Daugherty, Abma, 2018).

 

Nonostante siano efficaci nel prevenire le gravidanze ed alleviare i sintomi mestruali (Oinonen & Mazmanian, 2002), non sono privi di potenziali effetti collaterali.

Poiché gli ormoni sessuali influiscono sull’umore e sul comportamento (McEwen & Milner, 2017), la ricerca ha indagato prevalentemente l’associazione tra contraccettivi orali, sintomi depressivi e rischio suicidario.

Nonostante alcune evidenze in contrasto (Beral et al., 1999; Colditz, 1994) secondo Charlton et al. (2014), l’impiego dei contraccettivi orali aumentava significativamente le morti per suicidio; mentre Skovlund et al. (2018) rilevano un incremento del rischio di attuare comportamenti suicidari (sia tentativi che suicidio compiuto). In questa ricerca, il rischio di attuare un primo tentativo di suicidio era maggiore nelle donne tra i 15 e 19 anni, e più pronunciato entro i due mesi dall’assunzione del contraccettivo, permanendo per almeno 1 anno. Inoltre, l’associazione tra contraccettivi orali e rischio suicidario si attenuava considerando il ruolo potenziale della depressione. Infatti, nei casi in cui vengono impiegati contraccettivi ormonali per alleviare i sintomi mestruali legati all’umore (Pagano et al., 2016), il rischio di comportamento suicidario può essere ricondotto al disturbo psichiatrico sottostante.

In alcuni campioni, l’uso di contraccettivi orali era emerso in associazione alla depressione (Duke et al., 2007; Skovlund et al., 2016), mentre altri studi non hanno riportato alcun legame con essa (E. Toffol et al., 2011; Elena Toffol et al., 2012).

Dato l’impiego diffuso dei contraccettivi orali e le incongruenze presenti in letteratura, si rende necessaria una comprensione chiara dei loro potenziali rischi. L’indagine di Edwards et al. (2020), ha raccolto da registri nazionali svedesi, dati di 216 702 donne di età compresa tra 15 e 22 anni, indagando l’associazione tra l’uso di contraccettivi ormonali orali e rischio di comportamento suicidario (tentativo di suicidio o morte).

Secondo i risultati, il comportamento suicidario è più comune tra le donne che impiegano contraccettivi orali, rispetto a coloro che non li assumono. Inoltre, il rischio di suicidio diminuisce in modo non lineare con l’aumento della loro assunzione nel tempo.

Nonostante questo decremento, il rischio suicidario rimaneva significativamente alto per un anno e mezzo nelle donne che assumevano pillole a base di solo progestinico (senza estrogeni), rispetto a coloro che facevano uso di pillole combinate, che non riportavano comportamento suicidario.

Da questo ne deriva che, entro il primo anno di utilizzo dei contraccettivi ormonali da parte delle giovani donne, è necessario allertarsi nel caso di insorgenza di cambiamenti comportamentali, dell’umore o di altri indicatori che fanno presagire un rischio di suicidio.

L’impatto degli ormoni sessuali sull’umore spiegherebbe l’incremento conseguente del comportamento suicidario tra coloro che assumono contraccettivi (McEwen & Milner, 2017). Tuttavia non sempre l’impiego di contraccettivi comporta aumento di sintomi depressivi (Keyes et al., 2013; E. Toffol et al., 2011; Elena Toffol et al., 2012; Worly et al., 2018; Zethraeus et al., 2017). Inoltre, secondo le evidenze in letteratura, sono le donne con una storia di disturbi d’ansia e depressivi ad assumere maggiormente contraccettivi orali.

Date le evidenze che rendono complicato mettere in risalto il contributo unico dei contraccettivi orali sul rischio suicidario, gli autori hanno cercato di comprenderlo al netto della patologia pregressa (ansiosa e depressiva) e a prescindere dalla storia familiare di suicidio (Brent & Mann, 2005; Pedersen & Fiske, 2010).

I risultati riportano che l’uso di contraccettivi orali si associa ad un aumento del rischio di comportamento suicidario anche in assenza di disturbi internalizzanti ansiosi o depressivi, e indipendentemente dalla variabile familiare associata al comportamento suicidario.

Inoltre, le donne che interrompevano il contraccettivo orale, rispetto a coloro che continuavano ad assumerlo, avevano segnalato, nei tre mesi precedenti la sospensione, maggiori disturbi d’ansia e depressivi. Sempre le ex utilizzatrici riportavano un rischio suicidario maggiore dopo l’interruzione, suggerendo che l’esposizione agli ormoni non sia necessariamente il fattore causale, sebbene possa esacerbare una disposizione sottostante in alcune donne.

Concludendo, l’uso di contraccettivi ormonali orali si associa ad un rischio moderato di incremento del comportamento suicidario, nonostante in letteratura sia più pronunciata l’associazione tra malattia mentale e comportamento suicidario, rispetto ai rischi trasmessi dall’uso di contraccettivi orali.

Dunque, prima di vagliare l’assunzione di tali contraccettivi, è necessario considerare non solo l’età della paziente e la durata dell’uso, ma anche la storia di malattia mentale, poiché insieme agli altri fattori contribuisce ad incrementare il rischio di esiti negativi.

 

Congresso SITCC 2021 Bologna: la seconda e terza giornata

Si è tenuto a Bologna e in modalità online, dal 16 al 19 Settembre, il XX Congresso Nazionale SITCC (Società Italiana Terapia Cognitivo Comportamentale). Pubblichiamo per i nostri lettori il report della seconda e terza giornata.

La seconda e terza giornata del congresso della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC), conclusosi domenica 19 settembre a Bologna, ha mostrato maggiore varietà rispetto alla giornata inaugurale. Mentre la prima aveva privilegiato le passioni tipiche della SITCC, l’interesse per gli aspetti interpersonali, evolutivi ed evoluzionistici, nelle giornate successive sono emersi temi alternativi. Abbiamo potuto assistere così a una presentazione di Nicola Petrocchi, Nicola Marsigli, Emanuele Rossi e Fabrizio Didonna sul processualismo di terza ondata, un argomento che per la SITCC rimane un oggetto misterioso e sempre un po’ sottovalutato. E infatti il discussant Giorgio Rezzonico ha ammesso nel suo commento che in passato lui ha nutrito opinioni perplesse su questi nuovi sviluppi.

La sessione successiva ha visto un ritorno ai cavalli di battaglia, il confronto tra Bruno Bara e Giancarlo Dimaggio sulle principali direzioni che sta intraprendendo la SITCC: quella relazionale e interpersonale rappresentata da Bara e quella esperienziale e corporea di Dimaggio. Rimane in Dimaggio un’attenzione per il sintomo che ne denuncia in lui il permanere di un marchio cognitivo più evanescente in Bara.

Segue Marco del Giudice con un modello neurobiologico ed evoluzionista che prosegue il modello di Liotti, a conferma un’altra passione della SITCC, quella per gli aspetti viscerali della cognizione. Nel pomeriggio Mancini nella sua plenaria ha parlato di accettazione, proponendo la sua personale sintesi tra cognitivismo classico e processualismo di terza ondata. Su questa riga ha proseguito il simposio successivo, dedicato alle linee guida e alle buone pratiche evidence based, che talvolta sono vissute con un certo disagio nella SITCC ma che invece in questo caso hanno prodotto una panoramica esauriente della situazione, con Giovanni Fassone che ha parlato delle linee guida NICE per la depressione, Giuseppe Nicolò per il disturbo di personalità borderline e antisociale e Mario Reda per i disturbi di personalità mentre Mancini che ha portato dei dubbi sul verdetto di Dodo e battendosi per gli effetti specifici e infine Dimaggio e Farina hanno fatto da discussant.

La domenica mattina ha presentato gli ultimi strascichi di un congresso ricco, con Bara e Reda che si sono confrontati su una simulazione del caso, una modalità sempre stimolante con Bara di nuovo riproponendo il suo stile interpersonale mentre Reda più attento alla ricostruzione della storia di vita e dei significati personali. Il simposio di Farina, Veglia e Lambruschi ha proposto riflessioni sul trauma, raccomandando un benvenuto ridimensionamento del concetto, ultimamente estesosi  troppo. Infine in chiusura, una discussione sul rapporto tra identità e integrazione, con Giancarlo Dimaggio, Silvio Lenzi, Francesco Sibilia e me stesso a discutere un po’ e un po’ a essere d’accordo che, nel bene e nel male, l’identità della terapia cognitiva in fondo è quella di una terapia integrativa.

Abuso infantile e psicoterapia: quale approccio risulta essere il più efficace?

I bambini reagiscono in modo diversificato all’abuso, in quanto alcuni di essi non mostrano effetti negativi, mentre altri sviluppano gravi sintomi psichiatrici.

Messi Francesca e Miotto Cristina – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Mestre

 

Cosa si intende per abuso infantile?

Per abuso nell’infanzia si intende ogni atto rivolto al minore che può attentare “alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino”.

L’argomento dell’abuso nell’infanzia è sicuramente un tema che negli ultimi anni viene altamente trattato e discusso, sia perché si pone una maggiore attenzione nel prevenire i maltrattamenti e le violenze sui bambini sia perché si sta cercando di arginare l’aumento delle false denunce di abusi sessuali sui minori, che portano a conseguenze devastanti, anche dal punto di vista psicologico, nella persona accusata di tali reati.

Nella maggior parte dei casi, l’abuso infantile avviene all’interno delle mura domestiche, e può caratterizzarsi da maltrattamenti fisici, maltrattamenti psicologici, incurie o ipercurie (come la sindrome di Münchausen), e abusi sessuali. Quest’ultimo tipo di abuso infantile può essere a sua volta suddiviso in intra o extrafamiliare, a seconda che l’abusante sia un familiare oppure una persona estranea, e manifesto o mascherato, a seconda che riguardi comportamenti di contatto oppure pratiche genitali inconsuete. Ciò che ha aumentato inoltre l’attenzione su questo argomento, è il crescente aumento degli abusi sessuali di gruppo, volti a minori, soprattutto di sesso femminile, perpetuati solitamente dai coetanei.

Un certo numero di psicologi clinici spesso utilizzano tecniche come l’ipnosi, l’immaginazione guidata o l’interpretazione dei “ricordi del corpo” per aiutare i propri pazienti a recuperare nella memoria i casi sospetti di abuso sessuale infantile. Sebbene queste tecniche abbiano lo scopo di aiutare i propri pazienti, molto spesso vengono creati dei ricordi illusori o false credenze di abuso sessuale.

Quali sono gli effetti dell’abuso sessuale sui minori?

Diverse ricerche suggeriscono che i bambini reagiscono in modo diversificato all’abuso, in quanto alcuni di essi non mostrano effetti negativi, mentre altri sviluppano gravi sintomi psichiatrici (Kendall-Tackett, Williams e Finkelhor, 1993). Inoltre, non è necessariamente detto che i bambini che nell’infanzia non sviluppano una sintomatologia, poi non sviluppino un disturbo psichiatrico in età adulta (Fergusson, Horwood & Lynskey, 1996; Glaser, 1991; Mullen, Martin, Anderson, Romans & Herbison, 1996; Saunders, Kilpatrick, Hansen, Resnick e Walker, 1999; Silverman, Reinherz e Giaconia, 1996; Wido, 1999).

Come per ogni esperienza traumatica, gli effetti sul bambino possono essere mediati dal suo livello di vulnerabilità e di resilienza, oltre che dal suo temperamento, dal suo stile di attaccamento, dal funzionamento dei propri genitori e dalla possibilità di avere o meno le risorse economiche adeguate per poter avviare un trattamento psicoterapeutico. Si può quindi ipotizzare la presenza di 4 diversi gruppi di bambini: quelli che non hanno difficoltà rilevabili a livello di comportamento e non presentano sintomatologia; bambini che presentano alcuni sintomi come disagio emotivo, ansia e bassa autostima; bambini con gravi sintomi psichiatrici come depressione (Shapiro, Leifer, Martone e Kassere, 1990), ansia (Kolko, Moser e Weldy, 1988), comportamento sessualizzato (Friedrich et al., 1992), aggressività (Friedrich, Beilke e Urquiza, 1987), abuso di sostanze (Hibbard, Ingersoll e Orr, 1990), disturbi o distorsioni cognitive (Wolfe et al., 1989); infine bambini che soddisfano i criteri del PTSD, della depressione maggiore, dell’ansia eccessiva e dei disturbi del sonno (McLeer et al., 1992).

L’utilizzo della CBT nell’abuso infantile

Obiettivo della ricerca odierna è di comprendere quale sia la forma di trattamento più efficace nei bambini. Tuttavia, per questa categoria di pazienti è molto complesso comprendere effettivamente se un trattamento risulta efficace o meno in quanto non sono sempre affidabili su quanto viene riportato rispetto ai propri stati mentali. Inoltre, sono in una fase della propria vita in cui le abilità metacognitive sono ancora in fase di sviluppo.

Dalle diverse ricerche è emerso come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) sembri essere la terapia più efficace, in seguito ad esperienze di abuso, nel trattamento dell’ansia e della depressione infantile e nel supporto alla genitorialità, in caso di problemi di aggressività, tramite l’utilizzo del problem solving. Nel 1996 Cohen e Mannarino hanno sviluppato una terapia CBT specifica sul trauma infantile, che si occupa di quattro dinamiche principali: il trauma sessuale, la stigmatizzazione, il sentimento di impotenza e il senso di tradimento. L’intervento con il bambino consiste nell’utilizzo di tecniche di coping, nell’elaborazione di ricordi traumatici e nell’utilizzo della psicoeducazione sull’abuso infantile, la sessualizzazione sana e la sicurezza del corpo. A ciò si aggiungono tecniche cognitivo-comportamentali standard come l’esposizione graduale, la desensibilizzazione sistematica, training di rilassamento e la ristrutturazione cognitiva. L’efficacia di questo approccio specifico viene evidenziata nuovamente rispetto al trattamento dell’ansia, della depressione e dei problemi comportamentali. Inoltre, da uno studio di Deblinger (Deblinger et al., 1996), viene sottolineato come l’intervento cognitivo-comportamentale è ancora più efficace se viene rivolto anche ai familiari e alla comunità.

Il trattamento con Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)

Molte ricerche empiriche riportano che nel lavoro con i minori vittime di abuso, oltre al trattamento di tipo cognitivo-comportamentale, vi sono altri approcci che risultano efficaci, tra cui l’EMDR (Adler Tapia & Settle 2012, Bisson & Andrew 2007, Bradley et al. 2005, Shapiro 2014, Ribchester et al. 2010, Tarquinio et al. 2012). La terapia EMDR segue un protocollo di otto fasi (Shapiro 2001, 2002, Hasa noviü 2014). Le prime due consistono nel raccogliere la storia del paziente e porre le basi per il trattamento, cercando di creare una buona relazione e definendo gli obiettivi. La terza fase si concentra sui ricordi legati al trauma che sono alla base delle risposte disfunzionali della persona maltratta. Per rendere la terapia maggiormente efficace, il terapeuta deve, innanzitutto, identificare l’evento traumatico che ha posto le basi per la sintomatologia. Il ricordo bersaglio può essere costituito da un’immagine che rappresenta l’esperienza più disturbante, cognizioni negative sul sé attuali (es. “Io sono debole”, “È stata colpa mia”), cognizioni positive desiderate (es. “Sono forte”, “Posso farcela”), emozioni (tipicamente di paura, rabbia e tristezza) e sensazioni fisiche (es. nausea, stanchezza, tensione, che possono accompagnare quel determinato ricordo). Conclusa la fase di assessment, si procede con la quarta fase di elaborazione attiva del trauma (desensibilizzazione), condotta con una serie di movimenti oculari rapidi bilaterali. La quinta fase consiste nell’associare l’immagine del ricordo traumatico, le emozioni e le sensazioni fisiche con lo stato cognitivo positivo desiderato (installazione); segue la fase di consapevolezza delle sensazioni corporee (body scan). Nella settima fase si cerca di eliminare eventuali sofferenze residue, e non appena esse non vengono più segnalate, si conclude il protocollo, stabilizzando il paziente. Al termine, si ripropone una valutazione di follow-up volta ad indagare l’effettivo risultato terapeutico.

Per il trattamento di bambini vittime di traumi complessi il protocollo EMDR (Adler-Tapia & Settle, 2017) è stato lievemente modificato. Per ottenere la remissione dei sintomi e dei disturbi, il trattamento si focalizza sui problemi o sulle preoccupazioni presentate dal bambino, evitando quindi l’elaborazione diretta dei ricordi dell’abuso, in quanto si presuppone che alla base vi siano le sofferenze legate all’evento in sé. Durante il protocollo con i bambini, si propongono diversi disegni e giochi, volti anche alla valutazione del trattamento stesso. Nella fase di preparazione, ad esempio, si chiede al bambino di raffigurare un luogo per lui sicuro. Tale esercizio viene poi utilizzato all’inizio e alla fine di ogni sessione. Di fondamentale importanza è l’alleanza e il coinvolgimento dei genitori, con i quali spesso è opportuno effettuare un lavoro in parallelo. La storia di vita del bambino viene raccolta dal racconto dei genitori, mentre al bambino si chiede di disegnare una linea temporale della sua vita (sotto forma di arcobaleno, sentiero e binario ferroviario), in cui gli viene chiesto di inserire i suoi compleanni, le esperienze di vita più salienti, gli eventi spiacevoli e le esperienze che pensa possano accadere in futuro. Prima di iniziare la fase di desensibilizzazione è importante stabilire con il paziente un segnale di arresto per mettere in pausa i movimenti bilaterali. La valutazione di follow-up consiste nel chiedere al bambino e ai genitori se ci sono stati dei miglioramenti nella sintomatologia rispetto alla seduta precedente.

In letteratura sono state riscontrate differenze significative a favore della terapia EMDR rispetto a quella cognitivo-comportamentale nel migliorare la sintomatologia legata al trauma (Arabia et al. 2011, de Roos et al. 2011, Ironson et al. al. 2002, Jaberghader et al. 2004, Karatzias et al. 2007, Nijdam et al. 2012, Potenza et al. 2002).

L’utilizzo dell’approccio psicodinamico

La psicoterapia di tipo psicoanalitica e psicodinamica ha origini nell’opera di Freud (1856-1939); per l’infanzia e l’adolescenza, questo approccio deriva dall’interesse di Anna Freud e Melanie Klein. Secondo questo approccio, le persone cercano aiuto quando sono in conflitto su aspetti riguardo a se stessi o alle loro relazioni. Generalmente i conflitti derivano da difficoltà relazionali o legate ad esperienze passate (ad esempio, l’abuso sessuale), i quali possono causare ansia o dolore psichico e venire poi esclusi dalla coscienza attraverso l’uso di meccanismi di difesa (Bateman, Brown e Pedder, 2000). La psicoterapia psicoanalitica/psicodinamica tenta di esplorare attraverso il dialogo, il gioco (con bambini più piccoli) e la relazione terapeutica, come le esperienze precedenti vadano ad influenzare pensieri, sentimenti, comportamenti e relazioni attuali (McQueen, Kennedy, Sinason e Maxted,2008). Questa terapia, quindi, mira ad aiutare le persone ad avere una migliore comprensione delle proprie difficoltà inconsce e questo dovrebbe consentire la risoluzione dei loro problemi. L’insight (comprensione consapevole) dei conflitti inconsci è considerato particolarmente importante (Traux e Wittmer, 1973); questa intuizione è acquisita attraverso le interpretazioni del terapeuta sulla base di ciò che racconta e fa il paziente. Questo approccio ritiene che il paziente si comporti inconsciamente con il terapeuta allo stesso modo con cui ha sperimentato alcune sue relazioni (ad esempio, con un genitore o un abusante). Il trasferimento dei sentimenti al terapeuta (transfer) permette a quest’ultimo di ipotizzare quali siano i conflitti inconsci e i meccanismi di difesa messi in atto dal paziente, in modo da aiutarlo a raggiungere una buona consapevolezza degli stessi.

Anche la terapia psicoanalitica/psicodinamica con i minori prevede un lavoro in parallelo con i genitori. Il bambino si esprime attraverso il gioco e il disegno, comunicando attraverso di essi i suoi conflitti inconsci e fornendo al terapeuta una finestra per comprendere ansie, conflitti e difese. In tal senso, sono molto utilizzati i programmi basati sullo psicodramma (MacKay, Gold,e Gold, 1987) e sulla terapia del gioco (Scott, Burlingame, Starling, Porter e Lilly, 2003).

Fino ad oggi, non c’è stata una revisione sistematica di prove di alta qualità (studi controllati randomizzati) sulla psicoterapia psicoanalitica/psicodinamica per bambini e adolescenti che hanno subito abusi sessuali. Questo è in contrasto con una maggiore disponibilità di ricerche relative all’efficacia di altre psicoterapie (soprattutto CBT). Tuttavia, è importante ricordare che negli ultimi anni sono presenti un maggior numero di sperimentazioni, molte delle quali ancora in corso, volte a verificare l’efficacia della psicoterapia psicoanalitica/psicodinamica nel trattamento di bambini e adolescenti (ad es. Goodyer et al., 2011) e adulti che hanno subito abusi sessuali in età evolutiva.

Conclusioni

Gli studi empirici evidenziano una maggiore efficacia della CBT rispetto alle terapie non comportamentali (Kazdin & Weisz, 1998), tuttavia ciò non significa che siano sempre le migliori per tutti i tipi di bambini. È importante sottolineare che le terapie come la psicodinamica, la terapia familiare o i trattamenti di gruppo spesso non godono dello stesso supporto empirico della CBT. Detto ciò, l’efficacia della terapia CBT nell’abuso infantile riguarda soprattutto il trattamento di sintomi di tipo ansioso, depressivo o comportamentali di aggressività. L’esito a lungo termine non è stato ad oggi ancora molto studiato, pertanto non si conosce esattamente il ruolo del trattamento nella prevenzione delle ricadute e nella prevenzione dei sintomi in età adulta. Ciò che emerge dalle ricerche riguarda l’importanza di includere negli studi fin da subito tutti i bambini che hanno sperimentato un abuso nell’infanzia, soprattutto coloro che non presentano sintomatologia. In questo modo si potrebbe determinare se l’intervento precoce, attraverso la psicoeducazione e lo sviluppo di strategie di coping adattive, possa prevenire l’insorgenza di disturbi psichiatrici in età adulta.

Infine, dagli studi in letteratura emerge che le terapie che utilizzano un approccio cognitivo-comportamentale incentrato sul trauma in combinazione con terapie di supporto ed elementi psicodinamici, mostrano i risultati più efficaci nel tempo.

 

Chi ha paura delle varianti? La paura del Covid-19, riconoscerla per promuovere l’adattamento

La paura del Covid-19, quando molto intensa, può risultare altamente disorganizzante sia per il pensiero che per il comportamento, ed essere considerata a tutti gli effetti una reazione peritraumatica. Ma come riconoscerla?

 

Come noto, in queste ultime settimane il Governo italiano ha varato alcune misure volte alla tutela della sanità pubblica. Una parte consistente di esse sembra girare attorno alla necessità di possedere una certificazione, nota come ‘green pass’, che attesti, in sostanza, l’immunità dal virus responsabile della pandemia in corso. Sorvolando sulle questioni di diritto che sembrano attualmente infiammare i giornali, la ragione principale di queste misure sembra risiedere nell’elevata contagiosità della cosiddetta ‘variante delta’ del virus e sul rischio, conseguente, che un’eventuale e ulteriore ondata epidemica costringa a ritornare alle restrizioni di qualche mese fa, con consistente danno per l’individuo e la collettività.

Per molti la pandemia sta nuovamente mostrando la sua faccia più minacciosa. Di conseguenza potrebbe essere utile tornare a fare una riflessione sulle reazioni individuali di fronte al rischio di ammalarsi di Covid-19, in modo da poterle riconoscere in noi al fine di adottare le misure necessarie a contrastarle nel caso che non ci permettano di mantenere adeguati livelli di benessere.

Quali sono le caratteristiche generali del rischio Covid-19 che ci spaventano? Come riconoscere una reazione eccessiva di paura del Covid-19?

Una definizione del rischio utile ai nostri scopi ci viene fornita dall’enciclopedia Treccani Online, che lo definisce come l’«eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili». Dal punto di vista psicologico la percezione del rischio è un processo complesso, che concerne la valutazione delle conseguenze immediate e future legate all’esposizione del soggetto a un evento pericoloso, valutate sia sul piano razionale (probabilità che ognuna di esse si verifichi e gravità del danno relativo), sia sul piano cognitivo-emozionale (personalità del soggetto, processi cognitivi ed emotivi coinvolti etc.; Bonini, Rumiati, & del Misser, 2008).

Gli studi sulla percezione del rischio ci forniscono gli elementi oggettivi in base ai quali le persone valutano un evento come minaccioso. In uno studio seminale, Slovic e colleghi (Slovic, Fischoff, & Lichtenstein, 1980) rilevano che le categorie principali che costituiscono tale valutazione sono fondamentalmente tre: conoscenza del rischio (il rischio è osservabile? gli effetti nocivi sono immediati? è conosciuto dalla scienza e da chi vi è esposto? etc); controllabilità (il rischio è terrificante, catastrofico, prodotto involontariamente etc.?); numero di persone coinvolte. In base a queste coordinate e al senso comune potremmo dedurne che un rischio meno è conosciuto, meno è controllabile e più persone coinvolge, più è considerato minaccioso. Potremmo anche andare oltre e ipotizzare che il Covid-19 sia percepito dalla maggior parte delle persone come una grave minaccia.

Nella valutazione di un rischio, alle sue caratteristiche oggettive si aggiunge poi l’impatto delle variabili di personalità, di quelle sociodemografiche e le visioni del mondo individuali. Esse, da un lato, influenzano a monte la valutazione dell’evento minaccioso, dall’altro, influenzano gli effetti che tale valutazione ha sul soggetto stesso (per una rassegna, vedi Raue, Lermer, & Streicher, 2018). Così il rischio percepito influenza i comportamenti, i pensieri e le emozioni del soggetto che vi si trova coinvolto.

Quanto detto finora permette di capire come dalla percezione di un evento minaccioso possano derivare conseguenze anche gravi per il soggetto. Infatti le risposte individuali di fronte a esperienze che minacciano la stabilità psicologica e l’integrità fisica del soggetto (le cd. ‘esperienze potenzialmente traumatiche’) permettono di dare ragione dello sviluppo di sintomi di disagio psicologico più o meno intenso, fino alla morbosità conclamata. Tali risposte comprendono (Gorman, Engel-Rebitzer, Ledoux, Bovin, &Marx, 2016):

  • la valutazione del significato dell’evento in termini di minaccia/opportunità e la valutazione della disponibilità di risorse per fronteggiarlo (appraisal);
  • l’esperienza emotiva soggettiva: le emozioni (impotenza, vergogna, orrore, paura, rabbia, tristezza, disgusto), l’esperienza di ottundimento emotivo e l’intensità dei vissuti;
  • cognizioni peritraumatiche: processi cognitivi tipici di queste situazioni, come l’utilizzo della sola informazione sensoriale; la perdita della coscienza riflessa e dell’integrazione dell’evento nella memoria autobiografica; contenuti e processi mentali non integrati che causano una diminuita consapevolezza dei propri stati interni e comportamenti (dissociazione);
  • reazioni fisiologiche: aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, vertigini, affanno, vampate di calore, nausea, sudorazione copiosa, reazioni endocrine;
  • comportamenti di tipo attivo (come l’attacco-fuga) o passivo (come l’immobilità tonica, connotata da tensione) e il fronteggiamento appropriato/inappropriato in relazione alle circostanze attuali.

In questa prospettiva la paura del Covid-19, quando molto intensa, può risultare altamente disorganizzante sia per il pensiero che per il comportamento, ed essere considerata a tutti gli effetti una reazione peritraumatica. Ma come riconoscerla?

Un aiuto può esserci fornito dalle diverse scale sviluppate dagli studiosi per cogliere questa specifica dimensione dell’esperienza umana. Una di esse, breve e di immediata comprensione è la Fear of Covid Scale (FCV-19S; Soraci et al., 2020), che si può trovare in fondo all’articolo. Rispondendo alle domande, il lettore interessato potrà facilmente rilevare il proprio livello di paura del Covid-19.

Per fare ciò è necessario innanzitutto rispondere ad ogni domanda presente utilizzando un punteggio intero tra 1 (‘Completamente in disaccordo’) e 5 (‘Completamente d’accordo’). Una volta risposto a tutte le domande si effettui la media, rilevando così l’intensità delle proprie reazioni emotive e fisiologiche in relazione al Covid-19. Considerando dove il proprio punteggio si situa tra un minimo di 7 e un massimo di 35, il lettore avrà così un punto di riferimento che gli permetterà di decidere se la propria paura del Covid-19 sia eccessiva oppure no, e prendere le eventuali decisioni del caso, potendo scegliere anche di rivolgersi eventualmente allo psicologo o al centro di salute mentale di riferimento, per la gestione delle proprie reazioni e la comprensione delle dinamiche psicologiche ad esse sottostanti.

Capire come pensiamo e viviamo la nostra paura del virus ci permetterà così di fare le nostre scelte di salute e di vita con maggiore libertà, oltre che fornirci la possibilità di una prospettiva più equilibrata sulla pandemia in corso e sui nostri vissuti. Ciò ci permetterà, infatti, di evitare di cadere preda di reazioni emotive e fisiologiche eccessive e, quindi, fuorvianti.

Il pericolo è presente, indipendentemente dal numero delle varianti in giro, ma non per questo dobbiamo sentirci spaventati da esso.

Fear of Covid Scale:

  1. Ho molta paura del coronavirus-19.
  2. Mi rende inquieto (ansioso/nervoso) pensare al coronavirus-19.
  3. Le mie mani iniziano a sudare quando penso al coronavirus-19.
  4. Ho paura di perdere la vita a causa del coronavirus-19.
  5. Quando guardo le notizie e le storie sul coronavirus-19 sui social media, divento nervoso o ansioso.
  6. Non riesco a dormire perché mi preoccupo di contrarre (o avere) il coronavirus-19.
  7. Il mio cuore batte forte o palpita quando penso di poter contrarre il coronavirus-19.

Attacchi e disturbo di panico (2019) di Sanavio & Sanavio – Recensione del libro

Il volume Attacchi e disturbo di panico parte dalla definizione dell’attacco di panico e delle sue caratteristiche per portare ad una maggiore comprensione del disturbo, mentre nei capitoli successivi approfondisce gli aspetti eziologici e diagnostici ed infine quelli trattamentali.

 

Sebbene in Italia la richiesta di aiuto per i disturbi mentali sia inferiore rispetto alla media europea (Sanavio & Sanavio, 2019), la vita sempre più frenetica e lo stato di incertezza economica degli ultimi anni hanno causato un peggioramento nei livelli di benessere psicologico nazionale, con un aumento della tendenza a sviluppare sintomi ansiosi e depressivi (Moscone et al., 2016) e tale condizione è stata ulteriormente inasprita, nell’ultimo periodo, dalla pandemia da COVID-19 (Rossi et al., 2020). In quest’ottica risulta sempre più necessario, per ogni professionista nell’ambito della salute mentale, formarsi al fine di poter rispondere in modo efficace alle richieste di intervento di un’utenza sempre più afflitta da manifestazioni ansiose.

Tra i disturbi d’ansia, spiccano gli Attacchi di Panico e il Disturbo di Panico; i primi sono caratterizzati dalla rapida insorgenza di sentimenti di paura e sensazioni spiacevoli, che raggiungono il picco in pochi minuti. Il Disturbo di Panico, invece, è una condizione caratterizzata da ricorrenti attacchi di panico, dei quali almeno uno seguito da preoccupazioni e/o da cambiamenti nel proprio stile di vita abituale (APA, 2013). Il libro oggetto della presente recensione, Attacchi e disturbo di panico (Sanavio &  Sanavio, 2019), fa parte della collana “100 Domande”, diretta da Daniele Berto, e sopperisce in modo scorrevole, ma non per questo meno completo, alla necessità di formazione ed approfondimento dei professionisti della salute mentale circa queste tematiche. Attraverso le domande e le relative risposte, agili ed esaurienti, il lettore viene trasportato da una visione più globale delle manifestazioni di panico ad un sempre maggior grado di approfondimento. La prima parte dell’opera è dedicata ad un’introduzione a tali fenomeni; partendo dalla definizione dell’attacco di panico e delle sue caratteristiche salienti, si arriva gradualmente ad una maggior comprensione del disturbo e delle sensazioni che lo caratterizzano, delle sue possibili e sfaccettate manifestazioni, nonché delle basi biologiche e dei fattori situazionali che possono favorirne la comparsa.

La seconda parte del volume è invece dedicata agli aspetti eziologici e diagnostici, con particolare attenzione all’insorgenza ed evoluzione del disturbo e alla frequente presenza di altre condizioni psicopatologiche in comorbidità: in tale sezione vengono forniti al lettore strumenti, corredati di esempi pratici, utili per procedere ad una corretta valutazione ed approfondimento delle manifestazioni di panico e delle eventuali condizioni ad esso associate. Viene inoltre approfondita l’importanza del ruolo del paziente nel processo di riduzione dei sintomi e, dunque, la necessità di coinvolgerlo.

L’ultimo capitolo del libro è, infine, dedicato agli aspetti trattamentali, con una dissertazione sulle terapie e sulle tecniche maggiormente efficaci, di stampo sia psicoterapico che farmacologico, oltre che sugli esercizi da insegnare al paziente, affinché egli possa diventare progressivamente più abile nel controllare e gestire autonomamente le sgradevoli sensazioni associate agli attacchi di panico. Una parte della terza ed ultima sezione è inoltre dedicata all’Agorafobia, la quale rappresenta una delle possibili evoluzioni del Disturbo di Panico, qualora esso non riceva adeguato trattamento. Interessanti ed utili risultano anche il glossario e le tre “Appendici”, situati alla fine del volume, oltre ai vari “Box” di approfondimento, disseminati nel corso dello stesso, ricchi di spiegazioni e di esempi concreti, utili per la pratica clinica. In conclusione, la lettura dell’opera Attacchi e disturbi di panico (Sanavio & Sanavio, 2019) risulta al contempo scorrevole e formativa, mantenendo un linguaggio semplice e chiaro nonostante i frequenti riferimenti scientifici, fondamentali ai fini della comprensione delle basi fisiologiche e neurologiche delle manifestazioni di panico. Il risultato è una guida sia teorica che applicativa, accessibile anche ai “non addetti ai lavori” e preziosa per i professionisti della salute mentale.

 

È possibile ridurre l’auto-stigma e la vergogna che affliggono le donne tossicodipendenti?

Uno studio preso in esame ha perseguito l’obbiettivo di sviluppare un programma educativo per ridurre l’auto-stigma e la vergogna tra le donne affette da una tossicodipendenza.

 

L’abuso di sostanze è un problema rilevante all’interno della società che determina innumerevoli ripercussioni negative sulla vita, gravando anche sulle spese pubbliche nazionali. La dipendenza colpisce diversi processi cerebrali, compresi quelli coinvolti nella ricompensa e nella motivazione, nell’apprendimento, nella memoria e nella regolazione del comportamento inibitorio. A seconda del rapporto tra corredo genetico, età di esposizione alle droghe ed altri fattori ambientali, alcune persone risultano essere più vulnerabili di altre a divenire dipendenti.

L’abuso di sostanze è stato a lungo considerato come un problema prettamente maschile ma, in realtà, non è così. Come alcolista o tossicodipendente, una donna deve affrontare ripercussioni sociali e stigmi pericolosi. Talvolta sono le stesse famiglie che si rifiutano di offrire il proprio sostegno e ciò determina un’angoscia emotiva e psicologica per le donne che ne sono affette. Molti di questi stigmi conducono le donne ad abitudini pericolose, ad attività sessuali non sicure e minano la loro stima, nonché la loro identità (Sharon, 2017). Inoltre le donne che abusano di sostanze affrontano una varietà di sfide che differiscono per estensione e natura rispetto a quelle affrontate dagli uomini (Joshi & Rathore, 2017).

Lo stigma è un meccanismo psicologico in cui la persona è socialmente sanzionata e svalutata a causa di una presunta caratteristica. L’auto-stigma, invece, implica un processo di auto-svalutazione messo in atto dal soggetto, che finisce con il far proprio il pensiero che la società ha nei suoi confronti (Tatjana, Dusan & Evite, 2016).

Senso di colpa, vergogna, bassa autostima e scarsa autoefficacia sono correlati ad alti livelli di auto-stigma (Picco et al., 2017). Talvolta esso può minare l’aderenza alle linee guida per il trattamento e ridurre la ricerca di aiuto.

L’aumento dei sentimenti di vergogna incrementa drammaticamente la sensibilità ai comportamenti di dipendenza, in particolare l’abuso di droghe (Rahim & Patton, 2014).

Un recente campo di studi sta dimostrando come le principali risorse utilizzabili per ridurre lo stigma e la vergogna associati alla dipendenza, siano l’educazione e la consapevolezza. Per le persone con dipendenza, è importante rendersi conto che l’abuso di sostanze è una malattia e non un fallimento personale che, come tale, è possibile curarlo. Per chi abusa di sostanze, è davvero importante ricevere un trattamento e non lasciare che la paura di essere stigmatizzati impedisca loro di cercare sostegno (Luoma et al., 2016).

La psicoeducazione o la psicoeducazione combinata alla ristrutturazione cognitiva risultano essere le strategie d’intervento di maggior successo per ridurre l’auto-stigma (Mittal et al., 2014).

Naturalmente, gli interventi educativi sviluppati si differenziano tra loro. Per esempio, vi è chi ha incoraggiato i partecipanti a condividere esperienze personali ed esplorare strategie comportamentali o, ancora, sono stati progettati interventi che miravano ad educare i partecipanti ad accettare l’esperienza del disturbo, a ridurre al minimo i comportamenti auto-stigmatizzanti, a promuovere l’ottimismo e a raggiungere obiettivi di vita positivi. Ulteriormente, un approccio prettamente medico è stato utilizzato affinché i partecipanti fossero edotti sulla loro condizione, sui sintomi dell’abuso, sulla gestione delle crisi e dello stress e sulle loro capacità assertive (Mittal et al, 2014).

Uno studio preso in esame ha perseguito l’obbiettivo di sviluppare un programma educativo per ridurre l’auto-stigma e la vergogna tra le donne affette da una tossicodipendenza. I ricercatori si sono proposti, in prima battuta, di valutare la conoscenza delle donne riguardo alla riduzione dell’auto-stigma e della vergogna, valutare la loro sensazione di vergogna e, di conseguenza progettare e implementare un programma educativo per ridurre tale sensazione e il processo di auto-svalutazione.

Gli autori hanno ipotizzato che, al termine del programma educativo, si sarebbe assistito ad un considerevole miglioramento degli aspetti sopracitati e i risultati hanno confermato le aspettative.

Difatti, a seguito dell’intervento, i livelli di auto-stigma e vergogna delle 30 donne partecipanti, si erano notevolmente ridotti. Questi risultati possono essere dovuti all’aumento della consapevolezza del campione, nonché al fatto che le sessioni del programma hanno fornito alle donne informazioni tipiche sull’abuso di sostanze, sull’auto-stigma e sulla vergogna, come le cause della dipendenza, le tipologie di stigma e le strategie utilizzabili per ridurre quest’ultimo.

Inoltre, è stato possibile ridurre i sentimenti di vergogna, grazie ai meccanismi di ristrutturazione cognitiva, che hanno consentito alle donne di imparare a modificare i pensieri automatici negativi e di sostituirli con pensieri adattivi.

Lo studio ha dunque dimostrato come questo protocollo possa essere una strategia di intervento efficace per ridurre la vergogna interiorizzata ed aiutare gli individui a decifrare la differenza tra “sto provando vergogna ora” e il “devo vergognarmi di me stesso”.

Gli autori hanno sottolineato come sia necessario implementare il programma sviluppato su una scala più ampia, al fine di poter confermare i suoi effetti positivi e il suo miglioramento.

La mindfulness per l’ADHD e i disturbi del neurosviluppo. Applicazione clinica della Meditazione Orientata alla Mindfulness – MOM  a cura di Cristiano Crescentini e Deny Menghini

I curatori di La mindfulness per l’ADHD e i disturbi del neurosviluppo hanno voluto descrivere come l’applicazione della Meditazione Orientata alla Mindfulness (MOM) può essere utile in clinica per il trattamento di bambini ed adolescenti affetti da ADHD.

 

Il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD) ha come caratteristica un’attenzione di breve durata e una irrequietezza ed impulsività che interferiscono, nel bambino, con le funzioni dello sviluppo.

La MOM risulta, però, altresì particolarmente adatta in ambito scolastico ed educativo per favorire la concentrazione dei bambini anche in assenza di qualsiasi tipo di disturbo.

Secondo Jon Kabat-Zinn, biologo, scrittore statunitense e fondatore della Stress Reduction Clinic e del Center for Mindfuness in Medicine, la Mindfulness è “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”, è quindi una disciplina che aiuta a conoscere se stessi ed il mondo circostante consentendo di vivere a pieno il presente e di controllare lo stress. Si tratta di una pratica basata sulla meditazione. La MOM è una forma di meditazione, che s’ispira alle antiche pratiche meditative orientali.

Esistono numerosi lavori che provano gli effetti positivi che questo tipo di meditazione ha nella popolazione adulta, anche in chi è affetto da disturbi neuropsicologici.

Meno indagato è l’effetto della meditazione orientata alla Mindfulness in ambito neuroinfantile.

Cristiano Cresentini, psicologo, ricercatore universitario e psicoterapeuta e Deny Menghini, psicoterapeuta con attività clinica svolta presso l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, nel volume da loro curato, riportano alcuni lavori che riguardano l’applicazione della MOM in età adulta e nel terzo e quinto capitolo si soffermano sulle applicazioni in età evolutiva e per il trattamento dell’ADHD. Si fa riferimento ad un tipo di meditazione che prevede sessioni che arrivano a durare circa 30 minuti. Ci si attiene al protocollo MOM, in cui i trenta minuti di meditazione sono suddivisi in tre step, che riguardano la meditazione sul respiro, sul corpo e sugli stati mentali.

Il linguaggio utilizzato nel testo è specifico, scientifico nella descrizione delle situazioni cliniche, ma diviene più semplice e divulgativo nella descrizione della meditazione orientata alla Mindfulness.

Si tratta di un volume utile per i professionisti che operano in ambito neuropsichiatrico ed educativo, ma interessante per tutti coloro che vogliono comprendere la mindfulness, il protocollo MOM e conoscere lo stato dell’arte delineato dai lavori scientifici.

 

cancel