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Congresso SITCC 2021 Bologna: la prima giornata

Si è tenuto a Bologna e in modalità online, dal 16 al 19 Settembre, il XX Congresso Nazionale SITCC (Società Italiana Terapia Cognitivo Comportamentale). Pubblichiamo per i nostri lettori il report della prima  giornata. 

 

La prima giornata del congresso della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva ne ha confermato le qualità peculiari: l’interesse per gli aspetti interpersonali, evolutivi ed evoluzionistici. La rievocazione iniziale in plenaria del percorso dei due padri fondatori, Vittorio Guidano e Gianni Liotti, conferma questo interesse.

Le presentazioni, rispettivamente di Georgianna Gardner e Benedetto Farina, ne mostrano somiglianze e differenze dei percorsi, con una maggiore attenzione per il Sé e la narrazione in Guidano e per l’aspetto evoluzionista in Liotti ma anche confermando il forte interesse per gli aspetti interpersonali.

La plenaria successiva con Peter Fonagy prosegue questa direzione. Fonagy declina il suo modello in termini significativamente evoluzionistici e mostrando così un’elevata convergenza con le riflessioni più teoriche di Liotti. Anche la presentazione finale di Patricia Crittenden non cambia direzione, sebbene finalmente con maggiore capacità di parlare degli aspetti clinici oltre che dei modelli teorici. Vero è che, almeno in platea, la Crittenden è stata anche criticata per una possibile eccessiva semplicità del suo modello. Probabilmente è il prezzo che paga per la sua maggiore applicabilità clinica.

Infine, segnalo il faccia a faccia che ho sostenuto personalmente con Giovanni Fassone sul confronto tra modelli protocollati e personalizzati (tailored). Naturalmente in questi confronti si tende, anche correttamente, a cercare dei punti di contatto, andando oltre i momenti di incomprensione che dipendono anche dai limiti della terminologia e del linguaggio. È chiaro che in ogni trattamento personalizzato ci deve essere un aspetto tecnico replicabile così come in ogni protocollo formalizzato ci deve essere la capacità clinica di adattarsi al paziente. Tuttavia, al di là di queste convergenze pratiche, occorre anche tenere presenti le diverse sensibilità, con una maggiore attenzione da una parte per gli aspetti non replicabili e personalizzati e dall’altra per le componenti invece controllabili e formalizzate.

“Ecofenotipo” climatico: quanto è influenzata la nostra salute mentale dai cambiamenti climatici?

Si può ipotizzare che in futuro, con l’accentuarsi del cambiamento climatico, aumenteranno anche le persone che, a causa di disastri naturali, sperimenteranno conseguenze sulla salute mentale come l’eco-ansia.

 

Gli eventi causati dal cambiamento climatico si stanno verificando in tutto il pianeta, con gravi conseguenze dirette ed indirette su numerosi ambiti, compreso quello della salute mentale. Riconoscere e curare gli effetti psicologici principali del cambiamento climatico, come ad esempio l’eco-ansia, diventerà sempre più importante nei prossimi anni.

L’impatto psicologico del cambiamento climatico

L’idea che il clima abbia una influenza sul nostro modo di vivere e pensare risale all’antica Grecia; Ippocrate, Aristotele, Platone, Polibio avevano infatti elaborato teorie circa l’influenza dei fattori geoclimatici sulla psicologia umana (Issa, A. 1992). Montesquieu fu il primo a illustrare in modo sistematico, nel libro De l’esprit des lois (Mercier, R. 1953), la teoria di come il clima influenzi la società, considerandolo uno dei principali fattori capaci di influire sulla genesi dei determinanti sociali. Nel corso degli anni, di generazione in generazione, nazioni differenti hanno determinato la loro cultura e tradizione comportamentale e alimentare tramite un legame sinciziale con le condizioni geoclimatiche dell’area di pertinenza. L’identità soggettiva e collettiva di ogni area è pertanto indissolubilmente legata alle relative condizioni geoclimatiche che sono più o meno stabili da migliaia di anni. È lecito dunque chiedersi cosa potrebbe succedere se queste condizioni iniziassero repentinamente e irreversibilmente a cambiare in modo drastico, se regioni nordiche come il Canada o la Siberia sperimentassero temperature estive di 47 gradi, se popolazioni con una cultura basata sulla pesca si ritrovassero a perdere gradualmente i pesci del loro mare. Quale potrebbe essere l’entità del danno psicologico collettivo se ciò si verificasse? Che impatto un cambiamento di questo tipo potrebbe avere su scala mondiale? Un numero sempre maggiore di studiosi sta iniziando a porsi domande come queste, che tuttavia non sono purtroppo ancora entrate nella coscienza collettiva.

Sappiamo che l’impatto psicologico di qualsiasi forma di disastro supera di 40:1 i danni fisici e che dal 2000 la frequenza dei cambiamenti climatici, disastri meteorologici correlati è aumentata del 46% (Links, J. 2017). Catastrofi naturali improvvise che determinano morti umane e animali, perdita di risorse, interruzione del supporto sociale e delle reti sociali, migrazioni forzate, possono determinare la comparsa di alterazioni psicopatologiche di varia entità fino al disturbo da stress post-traumatico (PTSD), la depressione, l’ansia generalizzata, l’aumento del rischio suicidario e del consumo di sostanze (Washington: U.S Global Change Research Program, 2016). Si può dunque ipotizzare che in futuro, quando la frequenza di eventi climatici estremi aumenterà ulteriormente a causa del surriscaldamento globale, aumenteranno anche le persone che, a causa di disastri naturali, sperimenteranno conseguenze sulla salute mentale.

La nostra zona geografica sta iniziando solo recentemente ad entrare in contatto con gli effetti diretti del cambiamento climatico tramite incendi, ondate di calore o alluvioni, ma ancora è troppo presto per valutarne l’impatto psicologico diretto. Ciò che inizia ad essere oggettivabile è l’effetto psicosociale rappresentato dalla preoccupazione per ciò che sta accadendo ma soprattutto per ciò che avverrà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima un aumento di 250.000 morti in eccesso all’anno tra il 2030 e il 2050 a causa dell’impatto del cambiamento climatico” (Watts, N., Adger, W. N., Agnolucci, et al. 2015). Già considerando questo, risulta evidente il senso di angoscia e di impotenza che questo argomento provoca.

L’eco-ansia

Nonostante la letteratura scientifica sia ancora poco attenta alla correlazione tra cambiamento climatico e salute mentale, sono stati coniati alcuni termini per definire le reazioni psicologiche al Climate Change, il più diffuso ed utilizzato dei quali è eco-ansia, definita dall’American Psychological Association (APA) una “paura cronica della rovina ambientale” (Schreiber,  M. Marzo 2021). Quando parliamo di ansia ci riferiamo ad un sentimento proiettato verso un futuro idealizzato in modo irrealisticamente ed eccessivamente catastrofico. Il cambiamento climatico invece è una minaccia reale che non è solo futura ma anche passata e presente. È un nemico strisciante che accompagna le nostre vite mettendoci in una condizione di costante allerta. Difficile è anche la gestione: non è possibile distrarsi poiché il problema è reale, persistente ed ubiquitario. Molti rispondono cambiando il loro stile di vita partendo dalla assunzione di comportamenti pro-ambientali, che richiedono sforzi importanti e non danno effetti tangibili, fino ad arrivare a vari gradi di attivismo, che genera spesso isolamento, discriminazione, incomprensione, senso di solitudine e rabbia. I soggetti maggiormente esposti sono i giovani poiché sono i più informati e coloro che hanno più futuro da vivere di tutti. Negli adolescenti, confrontarsi con l’idea di un futuro instabile e imprevedibile, perché stravolto dai devastanti effetti del cambiamento climatico, può rendere più complesso il processo di costruzione di una propria identità, dato che tale identità non è più coerente alla propria origine e tradizione geoclimatica, ma contraddistinta da un senso di incertezza e paura del destino proprio, dei propri cari e delle sorti del mondo intero.

Affrontare l’eco-ansia: tra adattività del sintomo e terapia

Come si cura l’eco-ansia? Il tema è oggetto di dibattito. Se partiamo dal presupposto che questo tipo di ansia è innescata da una minaccia reale, essa può essere intesa come un fenomeno fisiologico che ha pertanto una valenza evoluzionistica e protettiva che non deve essere curata bensì favorita. Dall’altra parte dobbiamo anche contare che uno stato di attivazione continuo accompagnato da un senso di impotenza e catastrofismo possano ripercuotersi sulla salute mentale a lungo termine. L’approccio psicologico all’eco-ansia deve considerare due aspetti distinti. Da una parte deve occuparsi di validare ed accogliere le preoccupazioni, utilizzandole dall’altra per spingere l’assistito ad attuare comportamenti proattivi che possano implementare il senso di efficacia e di utilità alla causa. Gli aspetti da favorire sono le condotte pro-ambientali, la partecipazione in attività ecologiche autonome o promosse da associazioni, l’impegno nella divulgazione di informazioni atta ad aumentare la consapevolezza collettiva ed infine la partecipazione a gruppi, che può aiutare a trovare persone con cui condividere le preoccupazioni climatiche. Dall’altra parte gli operatori dovranno gestire le preoccupazioni quando esse diventano eccessivamente invalidanti, incoraggiando la distrazione su altri argomenti, rassicurando, cercando di distogliere il pensiero della persona dalle immagini catastrofiche, facendola concentrare su ciò che di bello la natura ancora riesce ad offrire e stimolando il contatto con essa. Invitare gli assistiti a coltivare ed implementare il rapporto con la natura, proponendo attività sportive in essa, aumentando il contatto con gli animali, o praticando giardinaggio. Tutti questi sono esempi di attività che possono favorire il benessere del soggetto affetto da eco-ansia. Il cambiamento climatico sta gradualmente diventando un fattore centrale in tutti i settori della società moderna e presto diverrà permeante gli aspetti della salute, compresa quella mentale. L’eco-ansia non è stata ancora inserita nel DSM né riconosciuta come patologia psichiatrica ed attualmente è esclusivamente ritenuta un’aggravante in grado di peggiorare disturbi già esistenti (ad esempio ansia e depressione). Riteniamo però che nei prossimi anni, con l’aumentare in frequenza ed intensità degli eventi climatici avversi e delle loro gravi conseguenze, potrà assumere una rilevanza psicologica sociale anche maggiore. Pertanto, conoscere le cause, i meccanismi e le eventuali cure diventerà centrale nella nostra professione.

 

Sviluppo dell’identità e videogiochi online durante la pandemia COVID-19. Quali rischi?

Negli ultimi decenni l’utilizzo dei videogiochi è costantemente aumentato tra bambini e adolescenti; seppur abbiano dimostrato di essere validi strumenti in grado di favorire l’apprendimento, le ricerche sui loro effetti sulla salute sono ancora in corso di attuazione.

Concetta Bellomo –  OPEN SCHOOL, Psicoterapia e Scienze Cognitive Genova

 

La pandemia COVID-19 ha sicuramente favorito lo sviluppo dei rischi associati ai videogiochi, infatti secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF), milioni di bambini sono attualmente esposti ai crescenti rischi associati al mondo virtuale.

Il gioco e la cultura

Ogni essere umano nasce all’interno di un contesto sociale al quale deve adattarsi, fa esperienza di relazioni con altre persone in grado di arricchire e dare significato alla propria vita. Tramite il gioco i bambini possono, oltre che acquisire abilità specifiche importanti per la loro cultura di appartenenza, imparare a comprendere regole e ruoli sociali adeguando il proprio comportamento. Il filosofo tedesco Karl Groos (1898, 1901), fu tra i primi ad analizzare il gioco infantile secondo una prospettiva darwiniana dell’evoluzione, sostenendo come questo sia comune anche tra i piccoli di mammiferi e utile ai fini della sopravvivenza a alla riproduzione.

Nella prospettiva dell’antropologo Johan Huizinga (1944), il gioco veniva considerato come fondamentale per l’organizzazione sociale, “la civiltà umana si sviluppa e sorge nel gioco, come gioco“. La guerra, l’arte, la religione e le scienze, sono nate e si sono sviluppate come esperienze ludiche, emergono e sono vissute dai soggetti prima ancora della loro costruzione identitaria e della comprensione della realtà.

L’era del videogioco

L’introduzione delle nuove tecnologie ha rappresentato importanti punti di svolta ed instaurato profondi cambiamenti nelle società, cambiando stili di vita e modificando modalità comunicative. I nuovi dispositivi tecnologici si sono diffusi a livello globale con una rapidità senza precedenti, creando divari all’interno delle diverse società sempre più evidenti, si pensi ad esempio ai paesi sottosviluppati. Si è passati dunque, a un nuovo concetto di gioco, che si è configurato nella possibilità di raggiungere sempre più utenti in diversi parti del mondo.

Vi è però una differenza sostanziale tra gioco e videogioco, il videogioco raggiunge livelli di coinvolgimento maggiori per cui si arriva a sostenere che

chi interagisce con i videogiochi vive […] immerso in una realtà che ha tutti i connotati di una realtà tradizionale, non secolarizzata, con alcuni dei principali caratteri magico-religiosi che la contraddistinguono (Pecchinenda, 2003, p. 120).

Nei videogiochi si partecipa tramite un processo di identificazione con un uno diverso da sé, portando a sperimentare oltre che a costruire un’identità.

La psicologia moderna non riconosce l’idea di un Sé chiuso, oggi diverse prospettive come la psicologia discorsiva e della comunicazione (Billing,1987; Mininni, 1995), la psicologia dell’educazione (Bruner, 1988), la psicologia sociale (Serino, 2001) e la psicologia culturale (Cole, 2004) concordano che è fondamentale l’incontro con il mondo esterno, l’altro e con gli strumenti utilizzati.

Rischi e opportunità

I bambini delle ultime generazioni, nati a partire dagli anni 80’ interagiscono con i coetanei molto spesso ma sono cambiati gli spazi e le opportunità di socializzazione, rispecchiando i cambiamenti nella sfera sociale; si pensi al tasso di crescita che è notevolmente diminuito. Dimezzando le nascite, in media molte famiglie hanno un solo figlio, dunque limitando l’interazione con fratelli, cugini e altri adulti all’interno della rete parentale.

Gli spazi esterni sono carenti o inadeguati e gli adulti appaiono preoccupati a lasciarvi i bambini. Si è mutata la concezione del bambino, tutelato come un bene prezioso.

Secondo Satta (2017), gioco e svago si sono configurati come pari all’importanza sociale e a quella scolastica. Se da un lato il bambino è in grado costruire rapporti e di interagire con gli altri proprio come nel passato, in alcuni casi ciò può contribuire alla perdita di competenze relazionali con il rischio di non acquisire un adeguato sistema di autoregolazione come ad esempio può non svilupparsi appieno la tolleranza alla frustrazione (Venuti, 2017).

Durante la pandemia COVID-19, questi spazi di socializzazione sono sempre più venuti a mancare limitando ancora di più i contesti di socializzazione.

La socialità dei bambini è cambiata e continua ad evolversi in una direzione mediata dagli adulti. La strutturazione della personalità dipende dal grado in cui il bambino mostra libertà di espressione e di sperimentare se stesso all’interno del mondo in cui vive.

Gli effetti sulla prevalenza dell’uso di videogiochi durante la pandemia COVID-19 è stata analizzata in un recente studio (De Pasquale, C.; Chiappedi, M.; Sciacca, F.; Martinelli, V.; Hichy, Z. 2021), condotto su un campione di bambini italiani.

Sono stati indagati i sintomi di ansia di stato e di tratto e il possibile aumento legato alla pandemia COVID-19 in associazione all’uso di videogiochi. Il campione era formato da 162 bambini tra gli 8 e i 10 anni, a cui è stata somministrata la Scala di dipendenza da videogiochi per bambini (VASC), il test di Ansia e depressione (TAD) e il misuratore di ansia dei bambini – Stato (CAM-S).

I risultati mostravano come l’ansia di stato costituiva un fattore di rischio all’utilizzo problematico dei videogiochi; è emerso dunque quanto sia importante monitorare i sintomi dell’ansia e la loro intensità come strategia preventiva.

Le conseguenze dell’uso dei videogiochi online dipendono dalla frequenza e dalla durata di esposizione. Studi più recenti (Zhang, et al., 2021) dimostrano come l’esposizione a videogiochi violenti possa comunque favorire la messa in atto di agiti aggressivi soprattutto nei maschi. Mentre è stato dimostrato (Yousef, et al., 2014; De Pasquale, et al.,2018) come l’eccessivo e il compulsivo uso di videogiochi può contribuire alla manifestazione di difficoltà di attenzione, comportamenti aggressivi, criminalità e problemi sociali.

La dipendenza da videogiochi online condivide molti elementi della dipendenza da sostanze, dalla variazione dei circuiti neurotrasmettitoriali (alterazione del sistema dopaminergico legato al rinforzo) alle alterazioni comportamentali (controllo degli impulsi, inibizione e controllo cognitivo).

Per valutare l’effetto dei videogiochi sui bambini, secondo alcuni studiosi (Van Rooij, A.J.; Schoenmakers, T.M.; van de Mheen, D.; 2017), occorre valutare la quantità di tempo trascorso a giocare (senza alcuna pausa), il contenuto del videogioco, il contesto di gioco, la struttura del gioco e le meccaniche di gioco. I videogiochi possono portare a comportamenti non salutari, tra cui uno stile di vita sedentario (rischio di sviluppo di sovrappeso), una riduzione del tempo dedicato all’apprendimento scolastico con conseguente mancanza di concentrazione nello svolgimento dei compiti scolastici.

Conclusioni

È evidente che gran parte della ricerca scientifica si è concentrata nell’individuare i possibili effetti negativi dei videogiochi online.

Recentemente, l’indagine si sta dirigendo anche verso uno studio degli effetti positivi del gioco online (Dwairej, et al., 2020; Del Rio, et al., 2019; Travers, et al., 2018; Ghanouni et al., 2020; Bioulac. et al., 2018), i dati riscontrati evidenziano infatti, come possono esser utili alla distrazione dell’ansia preoperatoria o nel trattamento motivazionale dell’obesità, nei casi di autismo e di disturbi psichiatrici.

Appare come fondamentale un contributo in termini di prevenzione, che deve esser fornito a partire dall’ambito scolastico attraverso maggiore promozione all’educazione digitale e ad una collaborazione delle famiglie nel definire le regole del gioco in termini di durata e di accesso ai dispositivi, oltre che monitorare i sintomi dell’ansia e l’intensità con cui può manifestarsi.

L’era digitale ha portato con sé cambiamenti nello stile di vita coinvolgendo indifferentemente adulti, bambini ed anziani. I cambiamenti sono stati veloci e spesso i loro effetti non sempre sono stati prevedibili nel tempo.

Oggi, è chiaro però che, attraversando alcune fasi del ciclo di vita (infanzia, adolescenza, età adulta e vecchiaia), inevitabilmente si attraversano possibili criticità, spesso la presenza di alcuni fattori di vulnerabilità personologica può sfociare in tentativi di evitamento sociale. Gli effetti di questi comportamenti espongono a una maggiore predisposizione a sviluppare comportamenti di addiction.

Se da un lato l’espressione del gioco è stata culturalmente fondamentale nella costruzione della società, oggi come tale andrebbe riconosciuta, monitorata e salvaguardata in tutte le sue forme, senza però trascurare il ruolo dei genitori in primis e degli insegnanti/educatori nel loro accesso e mediazione.

 

Trauma cranico: valutazione e intervento psicologico

Per effettuare una valutazione clinica del trauma cranico vengono considerati vari elementi, tra i quali: età, reattività motoria, agitazione psicomotoria, riflessi del tronco cerebrale, profondità e durata del coma, sindrome di Kluver-Bucy e durata dell’amnesia post traumatica.

 

Il Trauma cranico-encefalico (TCE) è causato da un impatto sul cranio di forza sufficiente per causare danni al cervello, indipendentemente dalla presenza di lesioni immediatamente obiettivabili, i cui esiti variano di paziente in paziente: è possibile riscontrare problemi motori, deficit di memoriadisturbi dell’umore e del comportamento, deficit di attenzione o disturbi del linguaggio (Lunardi & Ghetti, 2009).

La principale causa è determinata dagli incidenti stradali, tranne che nell’infanzia e nell’età avanzata, in cui le cause più frequenti sono le cadute accidentali e gli incidenti domestici.

I gravi traumi cranici, in particolare quelli causati da incidenti stradali, rappresentano la prima causa di disabilità nella popolazione giovane (15-35 anni). Soprattutto nei paesi industrializzati i traumi della strada si presentano come la prima causa di morte sotto i 40 anni e in Europa i traumi cranici sono responsabili di più anni di disabilità rispetto a qualsiasi altra causa (Jennett & Frankowski, 1990; Maas, Stocchetti, Bullock, 2008).

I sopravvissuti possono riportare deficit neurologici e neuropsicologici, con una complessa combinazione di effetti immediati e ritardati e di lesioni focali e diffuse, pertanto la mortalità legata agli incidenti stradali rappresenta soltanto uno dei molti aspetti da considerare: il peso socio-sanitario della morbosità e dell’invalidità associate a questi eventi è rilevante e in gran parte legato a traumi cranici evitabili mediante l’utilizzo di dispositivi di sicurezza, come casco e cintura di sicurezza (Formisano et al., 2001).

Le fasi principali

La fase acuta, il periodo immediatamente successivo alla fase di emergenza, permane fino alla stabilizzazione delle condizioni generali. Pertanto, è necessaria un’ospedalizzazione con ricovero in un reparto di cure intensive, al fine di ristabilire i parametri vitali del paziente limitando i possibili danni ed evitando eventuali complicazioni.

Nella fase post-acuta inizia l’attività di riabilitazione, in un primo momento durante l’ospedalizzazione  e successivamente aiutando il paziente a confrontarsi con attività quotidiane più complesse, coinvolgendo anche i caregivers, ossia le persone che si prenderanno cura del paziente.

La fase degli esiti è finalizzata al reinserimento sociale e familiare del paziente o al trasferimento in strutture specializzate.

Valutazione

Tra gli strumenti utilizzabili per la valutazione del trauma cranico vi è una distinzione tra quelli più indicati a un paziente in fase acuta o in fase riabilitativa.

In fase acuta possiamo utilizzare la tomografia computerizzata (TC) e la risonanza magnetica nucleare (RMN): la prima è un esame neuroradiologico con cui evidenziare lesioni emorragiche e discriminare precocemente casi con indicazione neurochirurgica, mentre la seconda dimostra edemi cerebrali più precocemente (Formisano et al., 2001).

Al fine di effettuare una valutazione clinica vengono considerati vari elementi, tra i quali: età, reattività motoria, agitazione psicomotoria, riflessi del tronco cerebrale, profondità e durata del coma, sindrome di Kluver-Bucy e durata dell’amnesia post traumatica. Ciascuno di questi aspetti citati costituisce un importante fattore prognostico (Formisano et al., 2001).

Le scale di valutazione maggiormente utilizzate nel trauma cranico includono le scale per il coma della fase acuta e le scale di outcome per la valutazione degli esiti.

La scala di valutazione della gravità del coma più diffusa è la Glasgow Coma Scale (GCS), in cui si assegna un valore numerico a tre segni clinici, ossia apertura degli occhi, risposta motoria e verbale, consentendo di formulare un giudizio prognostico.

Sulla base del punteggio ottenuto in questa scala i traumi cranici sono classificati in: traumi cranici lievi (GCS 14-15), traumi cranici moderati (GCS 9-13), traumi cranici gravi (GCS 3-8) (Sangiovanni et al., 2003; Lunardi & Ghetti, 2009).

Nello stato di coscienza minima, in cui il paziente è capace di eseguire ordini semplici in maniera incostante e fluttuante, si possono utilizzare alcuni strumenti standardizzati (Formisano et al., 2001), come Western Neurosensory Stimulation Profile (Ansell & Keenan, 1989) e Coma Recovery Scale (Giacino et al., 1991). Il primo, una misura affidabile e valida della funzione cognitiva, è formato da 32 items che valutano l’arousal/attenzione dei pazienti, la comunicazione espressiva e la risposta alla stimolazione uditiva, visiva, tattile e olfattiva (Ansell & Keenan, 1989). La Coma Recovery Scale, descritta inizialmente da Giacino et al. (1991), consiste in 25 items che comprendono 6 sottoscale per i processi uditivi, visivi, motori, oromotori, di comunicazione e arousal, con un punteggio dato dalla presenza o assenza di specifiche risposte comportamentali a stimoli somministrati in maniera standardizzata (Giacino, Kalmar, Whyte, 2004).

Tra le scale di valutazione degli esiti a distanza del trauma cranico, la più diffusa è la Glasgow Outcome Scale (GOS). Il punteggio va da 1 a 5, dove il massimo indica un buon recupero, ossia il paziente è in grado di riprendere le attività quotidiane sia lavorative che sociali (Formisano et al., 2001). Tra i vantaggi di tale strumento abbiamo la semplicità, la presenza di versioni sia per bambini che per adulti e la possibilità di somministrarlo in vari modi, ossia mediante un’intervista faccia a faccia o telefonica, per mail e in condizioni di ricovero (utilizzando una versione modificata) (McMillan et al., 2016).

Intervento psicologico

Lo psicologo durante il colloquio indaga i vari aspetti relativi alla consapevolezza, all’orientamento, alla dimensione cognitiva, sensoriale ed emotiva del paziente. Inoltre, il professionista pone attenzione ai comportamenti connessi alla “Sindrome frontale”, frequente in seguito a un trauma cranico.

Per quanto possibile, al paziente ed ai familiari si forniscono informazioni riguardanti le finalità e le modalità dell’approccio psicologico e neuropsicologico.

È importante trattare anche i problemi psicologici emersi durante la riabilitazione neuropsicologica, che possono essere tipicamente connessi agli esiti del trauma cranico, reattivi allo stato di malattia o legati a disturbi e/o situazioni conflittuali premorbose (Callegari et al., 2004).

 

La moglie di Darwin. L’arte di prendere decisioni lungimiranti (2021) di Steven Johnson – Recensione del libro

La moglie di Darwin. L’arte di prendere decisioni lungimiranti, titolo intrigante, che ci porta immediatamente nel cuore del tema centrale del libro, ossia i processi decisionali della nostra mente.

 

La nota a mio avviso più originale del testo risiede nell’aver citato variegate situazioni, da quelle meno note a tutti noi tra le quali, ad esempio, come Darwin giunse alla scelta di sposarsi, il trasferimento per la malattia della figlia… a situazioni invece più note all’ampio pubblico e di fama mondiale come ad esempio sviluppare la giusta strategia per la cattura di Bin Laden e non solo.

Le situazioni citate nel testo non si esauriscono a quelle sopra esposte e vengono dettagliatamente riprese e descritte dall’autore al fine di approfondire i diversi meccanismi mentali coinvolti nei diversi processi decisionali estesi ai vari settori di vita dell’uomo come ad esempio famiglia, lavoro, vita sociale, scelte politiche, scelte finanziarie.

Non un testo specialistico ma un libro divulgativo sull’arte di prendere decisioni lungimiranti!

I vari processi decisionali coinvolti vengono distribuiti nei capitoli del testo, ma vediamone sinteticamente alcuni, iniziamo con la costruzione di mappe mentali

Questo può avvenire in modo più astratto oppure concretamente studiando e rappresentandoci ad esempio soggetti coinvolti nella situazione e le possibili variabili in gioco. Ma mappare è solo un punto di partenza, all’interno del quale la nostra mente gravita e viaggia alla ricerca di “ancore” o elementi a cui appigliarsi in sintonia con i propri valori.

L’autore ci riporta non soltanto spiegazioni ma anche dei suggerimenti utili per favorire un processo decisionale più funzionale, efficace ed efficiente.

Uno di questi è il diagramma di influenza. Secondo l’autore, e non soltanto, infatti rappresentare graficamente una scelta o delle decisioni difficili potrebbe aiutare a ridurre la complessità dell’operazione.

Altro aspetto utile, la varietà, ossia riuscire ad osservare le situazioni da punti di vista differenti.

Sempre l’autore ci mette in guardia però da possibili trappole della nostra mente come il sopravvalutare e/o il sottovalutare e, come per i metereologi, una buona strategia sarebbe quella di contemplare anche un cono di incertezza per poter cogliere anche possibili incognite o informazioni altamente utili trascurate.

Quindi non soltanto dovremmo muoverci alla ricerca di certezze ma anche di dubbi, perché è grazie a quest’ultimi che possiamo aprirci al nuovo.

Altro aspetto messo in luce è la capacità della nostra mente di prevedere eventi futuri. Tale abilità a volte può avere effetti positivi nelle nostre scelte e decisioni così come essere un elemento interferente. Per ogni aspetto e processo sopra citato, l’autore ne offre una dettagliata spiegazione ed esempi tratti da aneddoti più o meno famosi avvenuti nel mondo.

Ed ancora l’uso del gioco per la scelta delle tattiche militari, creare ed elaborare scenari, simulare… ma tutto ciò non equivale ancora a decidere, spiega l’autore.

E ritorniamo ad un aspetto essenziale già individuato da Vicktor Franklin, ossia il valutare costi e benefici delle nostre eventuali scelte/non scelte e soprattutto che le stesse siano in sintonia con i nostri valori.

Ma nella storia dell’uomo ed anche nella storia di ciascuno di noi, sono state sempre prese scelte utili e funzionali?

Purtroppo no! E poi la scienza e la tecnologia… siamo sempre in grado di utilizzarle a nostro vantaggio?

Il giornalista e scrittore statunitense Steven Johnson, autore del libro in questione, mette in luce dunque come il prendere decisioni sia un’arte che può essere allenata, sviluppata, ed il suo testo risulta un interessante suggerimento in tal senso, ma non solo. Un testo che fornisce tante interessanti spiegazioni ma anche spazi di riflessione.

 

Stile genitoriale elicottero e adattamento universitario nei figli

Una maggiore genitorialità elicottero si associa a sintomi depressivi e ad una minore autoefficacia tra i giovani adulti, che a loro volta comportano livelli inferiori di adattamento accademico e sociale all’università.

 

Rispetto al passato, la transizione verso l’età adulta ed il raggiungimento di una piena indipendenza economica ed emotiva dalla propria famiglia di origine, avviene in tempi più dilazionati (Furstenberg, 2015).

Anche il controllo e coinvolgimento genitoriale, essenziale nelle fasi precoci dello sviluppo per l’adattamento cognitivo, sociale ed emotivo del bambino (Pomerantz et al., 2007), può permanere fino al raggiungimento della tarda adolescenza e durante il periodo universitario. In questa fase, che richiede una crescita dell’autonomia e della fiducia in sé, con una solida genitorialità sullo sfondo (Furstenberg, 2015), genitori eccessivamente coinvolti possono portare ad esiti negativi, come depressione e ansia (Creswell et al., 2008; Gibbs, 2009; Lemoyne & Buchanan, 2011), vulnerabilità e incompetenza di fronte a fattori di stress (Gibbs, 2009).

La percezione del proprio figlio vulnerabile, aumenterà il coinvolgimento per prevenire qualsiasi forma di disagio (Creswell et al., 2008), anche se tale intrusività finirà per ostacolare lo sviluppo di meccanismi di coping, sottraendo al giovane studente il controllo sulla propria vita (Schiffrin et al., 2014) ed alimentando lo stress percepito (Segrin et al., 2013).

Questo stile è noto come helicopter parenting (genitori elicottero), che rimanda al librarsi dei genitori sui propri figli, assumendosi la responsabilità delle loro decisioni e risolvendo i loro problemi (Lemoyne & Buchanan, 2011).

I genitori elicottero combinano unicamente stili genitoriali comuni: alto calore, sostegno e reattività (tipiche dei genitori autorevoli), alto controllo e bassa autonomia (Padilla-Walker & Nelson, 2012).

Sebbene la preoccupazione verso le capacità dei propri figli di raggiungere un buon adattamento nella vita sia comune, i genitori elicottero sentono il bisogno di accollarsi i compiti dei loro figli, per garantire loro il successo (Lemoyne & Buchanan, 2011).

Rilevante nel determinare gli esiti di sviluppo, è il grado in cui fin da bambini viene accolto questo tipo di coinvolgimento. Mentre alcuni figli di genitori elicottero riportano una minore soddisfazione verso la vita familiare (Segrin et al., 2012), in altri casi si ha una percezione del genitore come emotivamente solidale (Padilla-Walker & Nelson, 2012).

In questo clima di crescita, i giovani adulti verranno ostacolati nell’indipendenza e autonomia. Un alto grado di indipendenza promosso dai genitori, così come lo stabilirsi di un rapporto basato sulla reciprocità, aiutano nell’adattamento all’università (Klein & Pierce, 2009), mentre l’overparenting comporta bassi livelli di autoregolazione, bassa impostazione di obiettivi (Hong et al., 2015) e scarsa autoefficacia (Bradley-Geist & Olson-Buchanan, 2014).

Questa mancanza di controllo, di autonomia e di fiducia in sé, può comportare problemi nell’adattamento sociale degli studenti al college: difficoltà a relazionarsi con compagni, ad impegnarsi in attività extracurriculari (Klein & Pierce, 2009), allontanamento dai coetanei per un senso di alienazione e scarsa di fiducia nei pari (Van Ingen et al., 2015).

Per spiegare in che modo la genitorialità elicottero induce esiti negativi tra gli studenti universitari, si può impiegare la teoria dell’autodeterminazione (Deci & Ryan, 2008). Gli autori identificano tre bisogni critici per uno sviluppo e funzionamento ottimali: (1) il bisogno fondamentale di autonomia (2) il bisogno di competenza, o fiducia nelle proprie capacità, e (3) il bisogno di relazione, ovvero sentirsi parte di relazioni premurose. Queste tre componenti si associano a bassi livelli di depressione (Wei et al., 2005) e maggiore soddisfazione di vita (Meyer et al., 2007). Tuttavia, se assenti, come conseguenza della genitorialità elicottero, può emergere disagio psicologico e scarso adattamento tra gli studenti universitari.

Sebbene diverse ricerche abbiano indagato la relazione tra genitorialità eccessivamente coinvolta e benessere degli studenti universitari, poche si sono occupate di indagare le implicazioni per l’adattamento sociale e accademico.

Darlow et al. (2017), hanno analizzato lo stile genitoriale elicottero per verificare se avrebbe condotto a livelli più alti di depressione, ansia e livelli più bassi di autoefficacia, influenzando negativamente l’adattamento degli studenti al college. È stato esaminato anche il grado di preferenza o obiezione degli studenti verso tale coinvolgimento genitoriale.

Gli autori hanno riscontrato che una maggiore genitorialità elicottero si associa a sintomi depressivi e ad una minore autoefficacia tra i giovani adulti, che a loro volta comportano livelli inferiori di adattamento accademico e sociale all’università.

Come ipotizzato dalla teoria dell’autodeterminazione (Deci & Ryan, 2008), il ruolo dell’autoefficacia nell’adattamento è essenziale, poiché rimanda ad un bisogno di base dello studente, quello di competenza.

Secondo i risultati, gli studenti che segnalavano uno stile genitoriale controllante e protettivo,  tendevano maggiormente a rifiutarlo, poiché lo percepivano come profondamente impattante sul loro senso di autonomia, coerentemente con la teoria dell’autodeterminazione.

È importante evidenziare che gli esiti dell’iper-coinvolgimento erano in contrasto con l’intenzione originaria dei genitori di favorire il successo nella prole, poiché impattavano negativamente sulla loro salute mentale.

Complessivamente, questi risultati possono essere spiegati considerando il costrutto della mentalità, condizionata dai messaggi diretti e indiretti che da sempre i genitori inviano durante le interazioni (Dweck, 2015). Mentre gli studenti orientati alla crescita, percepiscono l’intelligenza come malleabile e perseguono maggiormente le sfide valorizzando lo sforzo, quelli con una mentalità più fissa considerano l’intelligenza immutabile e si arrenderanno con più probabilità di fronte alle difficoltà (Rattan et al., 2015)

Involontariamente, i genitori elicottero avrebbero trasmesso il messaggio che il loro controllo ed intervento sono necessari, poiché vanno a sopperire gli sforzi non sufficienti dei figli. Ciò potrebbe alimentare sentimenti di depressione e ansia nella prole (Dweck, 2015), associati ad una mentalità più fissa e remissiva, diminuzione dell’autoefficacia e conseguente minore adattamento e rendimento all’università.

Concludendo, lo stile genitoriale o, probabilmente, la sua percezione nei figli, condiziona fortemente gli esiti di salute mentale e l’adattamento successivo.

Gli studenti beneficerebbero di interventi volti a promuovere una mentalità di crescita e a sostegno della loro competenza e autonomia, per favorire, nonostante la genitorialità di sfondo particolarmente coinvolta, il successo accademico.

 

Adolescenza: quali reazioni alla pandemia – VIDEO del webinar

Video dal webinar Adolescenza: quali reazioni alla pandemia, organizzato dal centro clinico Studi Cognitivi L’Aquila e condotto dalla Dott.ssa Julianita Anselmini

 

Il Centro Clinico Studi Cognitivi L’Aquila ha organizzato un interessante webinar che ha affrontato il tema dell’adolescenza in relazione alla pandemia di Covid-19. Dalla clinica si è osservato un aumento della sintomatologia psicologica e in particolare delle condotte autolesive a causa di una diminuita, o talvolta assente, interazione con i pari.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del webinar.

 

ADOLESCENZA: QUALI REAZIONI ALLA PANDEMIA

Guarda il video del webinar:

 

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Disturbo Borderline di Personalità: sentirsi “vuoti dentro”

I pensieri intrusivi e le ossessioni. Cosa sono e come gestirli?

Quando le intrusioni mentali diventano molto frequenti e costanti, stressanti e interferenti con la vita quotidiana e l’individuo mette in atto profusi sforzi e strategie fallimentari per eliminarli dalla coscienza, esse diventano vere e proprie ossessioni.

Antonella Danesi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Vi è mai sorto l’improvviso dubbio di non aver spento bene il gas una volta usciti di casa o di aver dimenticato di chiudere l’auto, oppure di aver investito qualcuno mentre state alla guida o ancora di aver rubato nel supermercato senza esservene accorti?

È frequente pensare di aver commesso un’orribile azione senza sapere esattamente cosa.

Stiamo parlando di intrusioni mentali definite da Rachman come “ogni pensiero ricorrente, inaccettabile, indesiderato, accompagnato da un soggettivo disagio emotivo”.

È necessario partire dal presupposto che gli esseri umani, per natura, hanno più di mille pensieri in un solo giorno. A volte il loro contenuto è razionale, degno, realistico e sensato, alle volte invece è irrazionale, insolito e disfunzionale. Tali pensieri insorgono così rapidamente che la loro comparsa appare indipendente dal nostro controllo. Per tali ragioni appaiono pericolosi, spaventosi e inaccettabili. Entrano nella coscienza in maniera automatica, senza alcun invito di accesso. Intrudono inavvertitamente interferendo con l’attività comportamentale, catturando risorse cognitive e attivando delle emozioni piuttosto intense.

Clinicamente la presenza di questi pensieri e il relativo contenuto non rilevano il funzionamento e la personalità di una persona. Come dimostra la letteratura, sono esperienze comuni facenti parte della natura umana, non rappresentano necessariamente una sintomatologia relativa a quadri psicopatologici.

Secondo Rachman e De Silva (1978) i pensieri intrusivi e le ossessioni sono indistinguibili, anzi costituiscono il medesimo fenomeno e sono riportati dal 90% dei soggetti. La differenza tra i due sarebbe di natura puramente cognitiva e non fenomenica.

Ciò che li rende problematici e disturbanti, tanto da trasformarli in ossessioni, è la frequenza di comparsa, la valutazione di questi pensieri come pericolosi ed inaccettabili e le strategie applicate per eliminarli dalla coscienza. Un ulteriore elemento cognitivo è l’attenzione che viene data al contenuto dei pensieri attraverso domande autodirette relative allo stesso pensiero: “come mai sto pensando questo?” “Se penso questo allora non sono una persona normale” “perché voglio farmi del male?” “allora sono una persona cattiva”. In tal modo, si attiva e alimenta una catena di pensieri, focalizzata sul pensiero intrusivo avuto e finalizzata alla formulazione di un giudizio sullo stesso. Ciò non fa altro che aumentarne la salienza caricando il pensiero di realtà.

Al fine di eliminare il pensiero dalla coscienza, vengono messe in atto strategie volontarie di soppressione del pensiero. Non è altro che l’universale sforzo che facciamo di non pensare a qualcosa. Tra le strategie di soppressione sono molto adoperate la distrazione, ovvero la tendenza a spostare il focus attentivo su stimoli o attività alternativi, e le azioni di verifica, vale a dire quelle azioni rassicuranti volte a confermare o disconfermare il dubbio sorto. Talvolta la risoluzione di quest’ultimo può essere anche ricercata “attraverso l’altro” con richieste di rassicurazioni o domande finalizzate alla risoluzione del dubbio.

L’applicazione delle suddette strategie, apparentemente funzionali, in realtà produce un effetto paradossale che si traduce con una maggiore facilitazione di accesso delle intrusioni nella nostra coscienza ed un aumento della frequenza delle stesse. Il meccanismo controproducente della soppressione dei pensieri implica sia il tentativo volontario di distrarsi sia un processo di monitoraggio costantemente attivo per verificare che il pensiero non sia più presente e, di conseguenza, che lo scopo di eliminazione del pensiero sia stato raggiunto.

Il meccanismo di monitoraggio non fa altro che produrre un effetto rimbalzo: attenzionando eventuali pensieri automatici connessi con il contenuto da sopprimere, lo rafforza facilitandone l’emersione. Come risultato del processo messo in atto, avremo un intenso consumo di risorse cognitive, l’inevitabile fallimento della regolazione emotiva e la frustrazione legata allo stesso.

A renderli futili e meno attivanti, quindi, è la nostra capacità di lasciarli andare ovvero la capacità di non reagire di fronte alla loro intrusione quindi di non attribuir loro un significato degno di attenzione prolungata.

Quindi, dal momento in cui le intrusioni mentali diventano molto frequenti e costanti, stressanti e interferenti con la vita quotidiana e l’individuo mette in atto profusi sforzi e strategie fallimentari per eliminarli dalla coscienza, esse diventano vere e proprie ossessioni.

Secondo il DSM le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini ricorrenti, persistenti e angosciosi, vissuti come intrusivi e inappropriati. Essi causano un’elevata attivazione emotiva e sono difficili da ignorare e allontanare.

La differenza rispetto alle intrusioni non è di tipo qualitativo bensì quantitativo: nei pazienti con un Disturbo Ossessivo Compulsivo, le ossessioni appaiono assiduamente, assorbono molte energie e sono considerate pericolose, inaccettabili per il contenuto, vissuto come contrario al modo di essere, e incontrollabili. Per tale ragione vengono messi in atto titanici tentativi per neutralizzare e controllare tali pensieri, immagini e impulsi con altri pensieri o azioni.

Alcuni dei temi più frequenti delle ossessioni sono l’ordine e la simmetria (Ordering) per cui vi è una rigida tendenza a puntualizzare la posizione di alcuni oggetti in un certo modo. Queste persone sperimentano elevati livelli di stress nel momento in cui i loro oggetti vengono spostati, toccati, o messi in modo disordinato o non simmetrico.

L’ossessione di contaminazione (Washers/Cleaners) si basa sul timore di potersi ammalare o di morire a causa di un agente contaminante ad esempio entrando in contatto con lo sporco, i germi o materiali disgustosi, pertanto è associata a rituali di evitamento e pulizia.

Un’ulteriore tipologia di ossessione è il danneggiamento (Checkers) per cui si sentono iper-responsabili di procurare inavvertitamente danni a sé o ad altri. Essi pensano di dover fare di tutto pur di evitare un eventuale evento negativo. Di conseguenza sono necessariamente portati a dubitare sull’effettiva sicurezza ogniqualvolta compiono un’azione potenzialmente rischiosa ad esempio chiudere il gas o la porta di casa. Tutto ciò inevitabilmente accresce il livello di attivazione ansiosa che viene ridotta attuando una serie di rigidi controlli o azioni ritualistiche.

Anche l’aggressività e l’impulsività sono tipologie di ossessioni secondo cui vi è una persistente preoccupazione di perdere il controllo e di agire in modo sconsiderato e perverso.

Le compulsioni sono quei comportamenti ripetitivi, talvolta osservabili, “overt”, ad esempio lavarsi le mani, riordinare, controllare, talvolta invece non visibili, “covert”, come le azioni mentali che il soggetto si sente obbligato a mettere in atto in risposta ad un’ossessione o secondo rigide regole da applicare. Esempi frequenti di quest’ultime, che avvengono esclusivamente a livello cognitivo, sono le formule magiche mentali, contare, ripetersi frasi o parole secondo un certo ordine, rassicurarsi o ripercorrere mentalmente una sequenza di azioni per rassicurarsi di non aver causato danni.

Il fine ultimo delle compulsioni è prevenire o ridurre l’ansia o la paura e scongiurare che possano verificarsi eventi temuti. I comportamenti o le azioni mentali appaiono eccessivi e irragionevoli poiché sono completamente slegati da ciò che deve essere neutralizzato o evitato. Infatti chi soffre di DOC, consapevole dell’illogicità dei pensieri ossessivi, prova vergogna e tende a nasconderli.

Riuscire ad allontanarli, tuttavia, risulta estremamente difficile, specie quando si presentano improvvisamente e con elevata frequenza; per tali ragioni paura, disgusto e colpa sono le emozioni maggiormente provate.

L’Organizzazione psicopatologica del DOC è mantenuta da credenze cognitive disfunzionali che consentono di comprenderne il funzionamento. La prima valutazione su cui è necessario porre l’attenzione è il senso ipertrofico di responsabilità che sentono di avere nel prevenire eventi sgradevoli sebbene non vi sia alcuna remota possibilità di influenzarli.

Sembra che gli ossessivi sentano di avere il potere di influenzare un evento sia nel determinarlo sia nel prevenirlo (Salkovskis, 1996), anche semplicemente a causa di omissioni per cui “se non ho fatto il possibile per evitare il danno, questo equivale ad averlo compiuto e quindi ad esserne responsabile”.

Inevitabilmente vi è una ricerca continua della certezza assoluta di fronte al dubbio di essere colpevole. Il senso di colpa lo pone di fronte ad una condizione di indegnità e di disprezzo. Queste premesse rendono comprensibili l’ipercontrollo attuato per identificare ogni possibile minaccia e la tendenza a ricercare la soluzione perfetta per ogni problema.

Difatti, nei pazienti ossessivi vi è la ferma convinzione che i pensieri possano avere un impatto sugli eventi reali “Se penso ad un evento spiacevole probabilmente accadrà”, “pensare a qualcosa equivale a farla”. Per tali ragioni attribuiscono un significato di pericolosità e di minaccia ai pensieri e avvertono, di conseguenza, la necessità di controllarli.

Questi controlli risultano essere, purtroppo, tentativi vani e illusori poiché non fanno altro che accrescere l’intensità delle ossessioni e ostacolano la possibilità di scoprire che esse sono solo pensieri e che, per loro natura, non hanno alcun potere di condizionare gli eventi, la realtà o l’azione.

Il trattamento psicoterapeutico di elezione per la gestione del DOC, è quello cognitivo-comportamentale in quanto permette di riconoscere e distinguere i pensieri funzionali da quelli irrazionali e disfunzionali.

La terapia si serve di tecniche finalizzate alla messa in discussione di specifiche credenze che mantengono il problema. È necessario modificare la maniera con cui ci si relaziona con il proprio mondo interiore. Per fronteggiare in modo efficace i propri pensieri senza averne il timore è indubbiamente utile la capacità di distaccarsi da essi comprendendo la loro natura rappresentazionale e accettandone il contenuto. Vedere sé stessi semplicemente come produttori di pensieri e separare il senso di sé da essi è l’obiettivo della Mindfulness, disciplina che insegna ad osservare i pensieri e a lasciarli andare senza reagire ad essi con rituali o azioni mentali, considerandoli semplicemente come eventi mentali. Una delle tecniche maggiormente facilitanti nella gestione del pensiero intrusivo è proprio l’accettazione della sua esistenza. Dopo aver imparato ad osservare dall’esterno il pensiero nel “qui ed ora”, interrompendo qualsiasi valutazione, giudizio o interpretazione, sarà più facile vederlo mentre si allontana dalla nostra mente.

È un po’ come paragonare la nostra mente ad una stazione, affollata di transiti ferroviari, i pensieri non sono altro che tanti treni in corsa che l’attraversano ma poi vanno via. Restiamo lì a guardarli passare da lontano senza cercare di prenderli o di fermarli.

Forze del destino (2021) di Christopher Bollas – Recensione del libro

Tra gli oggetti di ricerca privilegiati di Bollas rimangono il tema delle origini del vero sé e della funzione dell’esperienza psicoanalitica, in particolare quello sui rapporti oggettuali nel transfert e nel controtransfert, in grado di far rivivere con il linguaggio ciò che è conosciuto ma non ancora pensato. Proprio ad essi è dedicato Forze del destino

 

Christopher Bollas, nato nel 1943 a Washington, ha concluso negli Stati Uniti la prima parte della sua formazione avviandovi poi la sua attività professionale sia come docente universitario in materie letterarie che come psicoanalista. Successivamente si è trasferito a Londra dove tuttora vive, perfezionando il suo iter formativo presso la Tavistock. È considerato uno psicoanalista “indipendente” della British Psychoanalytic Society, ovvero la sua posizione teorica si situa a metà (middle group) tra quella di Melanie Klein e quella di Anna Freud. È stato uno dei curatori dei testi di Winnicott e la sua produzione scritta è particolarmente prolifica e apprezzata. In Italia, le sue opere sono state pubblicate da Angeli, Astrolabio, Borla. In seguito si è fortemente rafforzato il connubio con l’editore Cortina con la pubblicazione di Isteria (2001), La mente orientale (2013), Se il sole esplode (2016), L’ombra dell’oggetto (Nuova edizione, 2018), L’età dello smarrimento (2018), Essere un carattere (2020).

Il suo testo più importante è L’ombra dell’oggetto, reputato un classico della letteratura psicoanalitica. In esso, Bollas propone una descrizione di come il soggetto umano registri le proprie esperienze iniziali dell’oggetto. L’oggetto può gettare la sua ombra prima ancora che il bambino sia in grado di elaborare questo rapporto con rappresentazioni mentali o con il linguaggio, come avviene per esempio quando un genitore usa il bambino per contenere le identificazioni proiettive, e tale ombra ricade sull’Io lasciando tracce della sua esistenza nell’adulto.  Sebbene possiamo sapere qualcosa del carattere dell’oggetto che ci influenza, possiamo non averlo ancora pensato. Da adulto, il lavoro della psicoanalisi clinica sarà in parte centrato sulla possibilità di far emergere nel pensiero i ricordi più antichi dell’individuo e del mettersi in rapporto con essi.

Tra le opere precedenti, merita la menzione anche il piccolo volume La mente orientale, che parte dalla considerazione secondo cui migliaia di anni fa la cultura indoeuropea si è divisa in due modi di pensare, che si sono sviluppati uno a Occidente e l’altro a Oriente. Secondo Bollas assistiamo attualmente alla possibilità che queste due mentalità possano di nuovo convergere, in particolare proprio nell’esercizio psicoanalitico. Egli confronta la pratica clinica di Donald Winnicott e Masud Khan con la tradizione poetica orientale, improntata al taoismo, per mostrare come entrambe privilegino la capacità di stare da soli e forme di comunicazione non verbale. Infine, suggerisce la vicinanza del pensiero di autori quali Jung, Bion e Rosenfeld con l’etica di Confucio, che pone al centro  la dimensione collettiva della mente individuale.

Tuttavia, tra gli oggetti di ricerca privilegiati di Bollas rimangono il tema delle origini del vero sé e della funzione dell’esperienza psicoanalitica, in particolare quello sui rapporti oggettuali nel transfert e nel controtransfert, in grado di far rivivere con il linguaggio ciò che è conosciuto ma non ancora pensato. Proprio ad essi è dedicato Forze del destino, già pubblicato nel nostro paese da Borla nel 1991 e riproposto aggiornato da pochi mesi da Cortina.

In particolare, in esso esamina e si interroga su alcune questioni fondamentali: cosa c’è di tanto unico nelle persone? Come si costituisce e si manifesta questa unicità nella personalità, nella vita, nelle relazioni? Infine, come agisce il processo psicoanalitico per favorire l’emergenza di tale unicità individuale?

Bollas introduce i concetti classici di “fato” e “destino” osservando come quest’ultimo abbia una connotazione più positiva e favorevole all’individuazione personale, mentre il primo termine rimanda ad un intervento esterno quasi sempre negativo. Ma il vero punto di partenza è l’ipotesi di Winnicott del Vero Sé, che utilizza per ripresentare la propria nozione di idioma umano, in modo da spiegare come gli esseri umani elaborino – sia con la creatività sia nel corso dell’analisi – la “dialettica della differenza”. Ogni individuo è unico e il vero Sé è un idioma organizzativo che necessita dell’incontro con l’oggetto per dare vita al proprio mondo personale. Tale nucleo profondo costituisce l’unicità di ciò che è ciascuno di noi, è determinato geneticamente ed esiste prima del mettersi in contatto con gli oggetti. Rappresenta un potenziale perché, per la sua evoluzione, dipende innanzitutto dalle cure materne. Nessun essere umano, dunque, può essere solo “vero Sé”. Ciascuna disposizione ereditaria s’incontra con il mondo reale e uno dei prodotti della dialettica tra idioma personale e cultura umana è proprio la vita psichica.

Quando il soggetto vede un campo potenziale di oggetti, vede oggetti che gli interessano e questa procedura esige l’inconsapevole rifiuto di alcuni oggetti a favore degli oggetti del desiderio. Elaborato tale concetto, nella seconda parte del libro egli si apre alla pratica psicoanalitica interrogandosi sul modo in cui i pazienti, andando oltre alla già nota dinamica transfert e contro-transfert, sono in grado di usare aspetti della personalità dell’analista per esprimere il proprio idioma e la propria pulsione del destino. Di nuovo, il punto di partenza delle sue riflessioni è l’intuizione che la teoria del vero Sé di Winnicott possa essere usata come base concettuale per qualcosa che avviene in seduta: l’uso spontaneo dell’analista come oggetto da parte del paziente. Ciò gli serve per articolare ed elaborare il proprio idioma, un risultato che dipende dalla presentazione adeguata degli oggetti d’uso da parte dell’ambiente. In psicoanalisi, gli oggetti d’uso sono il setting, il processo, i diversi elementi della personalità dell’analista e le idee che questi contiene come concetti psicoanalitici.

La spinta all’elaborazione del vero Sé, in pratica, porta il soggetto nel mondo degli oggetti, che svolge una funzione fondamentale per consentire l’elaborazione del nostro potenziale individuale. Se invece il discorso fa riferimento al contesto relazionale dello spazio clinico psicoanalitico, egli ipotizza che quando l’analizzando usa elementi della personalità dell’analista attraverso i quali mobilitare un potenziale, l’abilità dell’analista costituisce un fattore molto rilevante per l’articolazione del Sé del suo interlocutore. Una delle forze del destino nella psicoanalisi, quindi, ha sede nell’uso intelligente dell’analista, che gli consente di entrare a far parte dell’elaborazione del vero Sé dell’analizzando. Il libro fornisce molti indizi su come deve operare l’analista per individuare la presenza del vero Sé del paziente.

In tal modo, la psicoanalisi rimane fedele al suo progetto iniziale e si costituisce come una pratica promuovente l’autenticità degli individui. Il libro è corredato da molti esempi clinici che, oltre a rendere più leggera la lettura, hanno proprio lo scopo di validare le ipotesi dell’autore.

Bollas ancora una volta conferma la sua propensione ad avere fiducia sia nella unicità della personalità di ognuno, racchiusa nell’idioma personale che si esplicita nei rapporti comunicativi e oggettuali del mondo, sia nell’efficacia del processo analitico, per quanti scelgono di accedere a tale esperienza relazionale.

La sertralina è una strategia farmacologica efficace per la disregolazione emotiva?

Un ampio filone di ricerca ha permesso di concludere che le disfunzioni a carico della trasmissione serotoninergica sono generalmente associate alla disregolazione emotiva e/o comportamentale (Coccaro et al., 2015; Manchia et al., 2017).

 

L’ipotesi serotoninergica è, però, integrata in un modello esplicativo più ampio per spiegare la propensione alla disregolazione, il quale considera l’importanza di tale sistema neurotrasmettitoriale, ma anche le sue interazioni con altri sistemi neurobiologici (es. vasopressina, ossitocina, adrenalina, noradrenalina ecc.), fattori ormonali, fattori contestuali (status socio-economico, qualità di vita ecc.) e risorse individuali, come empatia, resilienza e problem solving (Romero-Martínez et al., 2019). Pertanto, le sostanze che aiutano a regolare il sistema serotoninergico potrebbero offrire un’interessante opportunità per favorire e massimizzare il controllo emotivo e comportamentale. A questo proposito, è stato suggerito che gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) potrebbero ridurre la tendenza alla disregolazione (Bouvy & Liem, 2012), con una tempistica media di circa otto settimane di trattamento continuo.

Sebbene gli SSRI presentino un meccanismo d’azione relativamente comune, è noto che questa famiglia di psicofarmaci differisce in diversi aspetti, come l’efficacia e la tollerabilità; motivo che rafforza l’importanza di analizzare ciascuno di questi antidepressivi separatamente. Ad esempio, la fluoxetina è uno degli SSRI più noti, ma la sertralina è generalmente meglio tollerata e i suoi effetti tendono a presentarsi anticipatamente e con minor effetti collaterali rispetto alla fluoxetina. Sorprendentemente è stato dimostrato che, a seguito del trattamento farmacologico con sertralina, i pazienti hanno riportato livelli di rabbia e aggressività inferiori rispetto a quelli che hanno ricevuto fluoxetina, rafforzando la necessità di focalizzare l’attenzione in modo specifico sulla sertralina (Cipriani et al., 2018). L’aumento della disponibilità di serotonina per un periodo di tempo prolungato comporta numerosi cambiamenti cerebrali adattativi, implicando, dunque, una maggiore trasmissione serotoninergica. Infine, va notato che, rispetto ad altri SSRI, la sertralina non presenta effetti sedativi, a causa dell’assenza di affinità per i recettori H1 muscarinici e istaminici cerebrali (Mnie-Filali et al., 2013).

Da una cospicua revisione della letteratura, è emersa l’unanimità nel concludere che un’ampia percentuale di pazienti con elevata disregolazione ha risposto in modo soddisfacente al trattamento con sertralina, con significativo decremento di rabbia e irritabilità dopo diverse settimane di trattamento (circa 2 settimane). Risulta, tuttavia, necessario aumentare le dosi dopo mesi di trattamento, per evitare di esaurirne gli effetti. I risultati emersi confermano l’ipotesi che la sertralina sia una strategia farmacologica efficace per la disregolazione emotiva e/o comportamentale in un ampio spettro della psicopatologia e non soltanto nei disturbi depressivi (disturbo depressivo maggiore, disturbo depressivo persistente, ecc.), come ad esempio: disturbi dello spettro autistico, disturbi di personalità (in particolar modo disturbo borderline di personalità), disturbo da stress post-traumatico e molte altre categorie diagnostiche (Romero-Martínez et al., 2019).

Ha senso immaginare che i miglioramenti dei livelli di rabbia possano essere spiegati dalla remissione delle fasi depressive o dagli effetti sedativi degli SSRI, ma in realtà svariati studi hanno dimostrato che la stabilizzazione timica spiega solo una piccola percentuale del cambiamento nei livelli di rabbia (Fann, Uomoto & Katon, 2000). Sono emersi risultati positivi anche in merito all’efficacia del farmaco sulla criminalità: è stata registrata non soltanto una diminuzione dell’aggressività, ma anche dell’impulsività. Pertanto, risulta eticamente e metodologicamente doveroso condurre ricerche in circostanze controllate, al fine di verificare se il trattamento è efficace o meno e facilitare il reinserimento di una popolazione ‘violenta’ (Romero-Martínez et al., 2019). Oltre a questa categoria di popolazione specifica, più in generale è emerso che la sertralina presenta risultati proficui nel controllo di rabbia e irritabilità in un’ampia percentuale di bambini e adulti caratterizzati da ricorsivi episodi di disregolazione, acuzie d’ira e agitazione psico-motoria. Un dosaggio ridotto (25-50 mg/die circa) per l’età evolutiva e uno maggiore per la popolazione adulta (da 100 a 150 mg/die circa) sono risultati appropriati ai fini dei risultati attesi, pur sempre considerando le peculiarità di ciascun paziente. Per quanto riguarda la variabile ‘genere’, non sono emerse differenze significative in merito alla sensibilità agli effetti benefici o collaterali del farmaco.

In conclusione, la revisione sistematica della letteratura in oggetto dimostra l’importanza di considerare la sertralina come uno psicofarmaco efficace al fine di ridurre la disregolazione emotiva e/o comportamentale in un’ampia popolazione (Romero-Martínez et al., 2019). Ad ogni modo, sebbene la somministrazione di SSRI sembri essere una strategia farmacologica funzionale per ridurre l’attivazione rabbiosa, risulta sempre opportuno considerare l’integrazione di una psicoterapia come coadiuvante, al fine di massimizzare l’efficacia del trattamento e la sua durata a lungo termine.

 

“Nel Profondo Veneto” e l’instabilità della società della prestazione

Il singolo di Vasco Brondi Nel Profondo Veneto racconta delle incertezze di una ragazza veneta che si trasferisce a Milano ed è un inno all’arte dell’accontentarsi.

 

Nel Profondo Veneto è un brano che fa parte dell’album Terra, di Vasco Brondi (alias Le Luci della Centrale Elettrica), uscito nel 2017. L’album tratta diversi temi, il cui filo conduttore è quel pianeta, chiamato appunto Terra “anche se come noi è quasi soltanto acqua”, come ricorda in uno dei più apprezzati brani del disco dal titolo profetico, Coprifuoco. Il disco è riuscito ad entrare nella ristretta cerchia degli album che ascolterei senza saltare nemmeno una canzone, annoverando grandi pezzi come Waltz degli scafisti, il waltz degli spostamenti umani che ci sono e ci saranno nella storia dell’umanità, oppure Iperconnessi, che tratta la tematica del digitale e della tecnologia, Qui, che è un elogio alla fragilità (“è un superpotere essere vulnerabili“).

Una delle cose che più mi colpisce del ferrarese Vasco Brondi è la capacità di mettere in risalto a più riprese le immagini di un’Italia secondaria e dimenticata, quella delle periferie e dei paesini, come quel Veneto “senza traffico, dove il cielo come te è sempre pallido”, quasi a tracciare un parallelismo fra lo stato d’animo della protagonista e il contesto ambientale in cui questa è cresciuta. Una scelta voluta a partire dal nome del progetto musicale, Le luci della centrale elettrica, che richiama la centrale elettrica in periferia di Ferrara che si intravede all’uscita del casello autostradale, o in un brano di un precedente album intitolato Nei garage di Milano Nord, che descrive con immensa potenza evocativa una zona di Milano periferica e sconosciuta ai più. L’autore della canzone stessa ha dichiarato che:

‘Nel profondo Veneto’ è una canzone sul crollo delle illusioni e su quanto questo possa essere benefico. Uscire da questa corsa senza senso e senza fine verso il futuro, di obiettivo in obiettivo. Non esiste quella cosa lì. Non c’è, è una specie di miraggio il futuro. Il disco si chiama Terra anche perché è l’accettazione della realtà di quello che c’è.

Il brano in questione racconta di una studentessa di un piccolo paesino veneto, dove ci sono solo “due bar una farmacia ed una chiesa” e “non c’è niente da dire, niente da spiegare, niente da capire, c’è solo da esistere”.  La ragazza non resiste più a questa monotonia e decide di andare a studiare all’università, a Milano. Le cose però iniziano a non andare bene, non si ambienta con i compagni, nella realtà cittadina. Non riesce a trovare una relazione affettiva nonostante “facevi l’amore tutte le sere”, risente del contesto cittadino competitivo e troppo legato alle apparenze.

Le difficoltà arrivano fino a quella che gli psichiatri chiamano “ideazione suicidaria”: “Ti leggeranno in faccia/ la data del giorno/ in cui stavi pensando/ di volerti ammazzare, ma non lo diremo a nessuno, non ti preoccupare”, che descrive tutte le difficoltà di ambientamento della giovane protagonista nella metropoli milanese, unite al profondo disagio di riferire le proprie difficoltà ai genitori. Questo pezzo di brano viene cantato a più voci, evocando con ancora maggiore efficacia il tormento interiore della ragazza.

L’unica soluzione che la protagonista riesce a trovare è ritornare al proprio paesino “sconfitta e contenta”, dove è possibile “non pensare alla tua immagine ed essere più trasparente”.

Colpisce molto la contrapposizione fra la melodia allegra e ritmata con il testo della canzone, molto diretto e a tratti crudo.

Il parallelismo provincia-metropoli milanese è una tematica spesso trattata dai cantautori contemporanei: Brunori Sas, artista calabrese, nel brano Lamezia Milano descrive il contrasto fra “una metropoli che ancora incanta e la provincia ferma agli anni ‘80”, dove “c’è un lupo della Sila fra i piccioni del duomo, c’è un vecchio ragazzino dentro al corpo di un uomo”.

Viviamo ormai in una società che il sociologo Han definisce “della prestazione”, dove il non raggiungere un obiettivo prefissato costituisce un fallimento e il “poter fare” si identifica con il “poter essere”. Giovanni Stanghellini, in una relazione chiamata La melancolia del manager. Il narcisismo del XXI secolo, descrive un imperativo morale molto comune nella nostra società, il “io posso”, seguito da quella figura che Michel Focault definisce “homo economicus”, che vive per raggiungere obiettivi e i cui valori principali sono appunto la prestazione e l’ottimizzazione. Nella società della prestazione anche le relazioni assumono una finalità utilitaristica, e l’altro diventa un “bene di consumo”. Tali concetti si rivedono bene nel viaggio andata e ritorno della nostra protagonista e nel suo “fallimento”, che la porta ad interrompere gli studi e tornare nel piccolo paese dove è nata e cresciuta.

Penso di fare parte di una generazione di ragazzi (ormai direi più adulti) forse più immatura di quella precedente, che si sta realizzando un po’ più tardi ed abiterà sempre più spesso lontano dai propri genitori. Una generazione girovaga di ragazzi che viaggiano “con la chitarra e il computer” (come recita la strofa di un’altra canzone brondiana, 40 km) che spesso cambiano città o nazione per provare ad inseguire il proprio sogno lavorativo, l’amore di una vita o per scappare da dei problemi che pensavano fossero esterni e invece erano interni a loro, ma che spesso hanno bisogno di quel cambiamento, quello spostamento per comprenderlo, che forse a volte si fanno troppo condizionare dal “io posso”. Una generazione che a volte in questo processo “ce la fa” e realizza i propri obiettivi, a volte “non ce la fa” e “fallisce”, come nel caso della protagonista di questa canzone, sempre in cerca del proprio “centro di gravità almeno momentanea“, come recita la strofa di un altro pezzo brondiano, la Terra, l’Emilia, la luna.

Vasco Brondi in questa e in altre canzoni racconta di tutto questo, dello spaesamento dei ventenni e ormai trentenni di fronte all’instabilità del futuro, a quella che Baumann definisce “società liquida”, dove lavoro, amicizie e relazioni sono sempre meno solidi.

La “sconfitta” del personaggio brondiano de Nel Profondo Veneto è anche la sconfitta di una società che vuole che si raggiungano subito i propri scopi, anteponendo forse troppo a tutti i valori morali il raggiungere traguardi lavorativi, economici e relazionali.

Ritengo che Brondi, insieme a Brunori SAS e pochi altri rappresenti uno dei capostipiti dei cantautori italiani nella scena attuale italiana: un cantautorato che canta sempre di più di instabilità e incertezza, dove l’ascoltatore cerca sempre di meno un riferimento morale ed ideale e sempre di più un riferimento emotivo.

Ho ascoltato questa canzone almeno un centinaio di volte e l’ho amata ed odiata in momenti diversi: ciò che mi colpisce di più in assoluto è la vicinanza di due aggettivi nella prima strofa, “sconfitta e contenta”: quanto spesso nella mia vita ho associato la sconfitta alla contentezza?

Quando questo “centro di gravità almeno momentanea” di cui Brondi parla e in cui mi ritrovo profondamente tenderà ad un minimo di permanenza?

 

NEL PROFONDO VENETO – Ascolta il brano:

 

Il controllo e i Disturbi Alimentari

Il controllo è una funzione estremamente utile per l’essere umano. Tutti gli individui possiedono un livello di controllo che può essere più o meno elevato, oscillando tra il polo del discontrollo emotivo e/o comportamentale e il polo dell’iper-controllo: ciò che risulta importante è muoversi tra la mediana di questo continuum ed esercitare il controllo in modo flessibile.

 

Il termine controllo in ambito psicologico può declinarsi in molte definizioni. Con controllo cognitivo, ad esempio, si indicano i processi implicati nel coordinamento di pensieri e azioni con l’obiettivo di mettere in atto un comportamento flessibile e orientato allo scopo, che sia coerente con gli obiettivi dell’individuo e le richieste dell’ambiente circostante (Puddu, 2021).

Uno dei primi autori a teorizzare il concetto di controllo in psicologia è stato lo psicologo statunitense James B. Rotter nel 1954; egli, in particolare, conia il termine Locus of control. Il locus of control di un individuo definisce la tendenza soggettiva a identificare le cause degli eventi che si verificano nella propria vita all’interno, ovvero in relazione ai propri comportamenti e azioni, oppure all’esterno, in relazione a fattori indipendenti dalla sua volontà. Secondo questa teoria, chi è in possesso di un locus of control interno sarà più propenso a considerarsi in grado di agire per modificare situazioni ed eventi, esercitando un controllo attivo sulla propria vita; chi, invece, colloca le cause degli eventi che si verificano nella propria vita all’esterno, sarà maggiormente propenso a vivere e affrontare le situazioni con atteggiamento passivo (Redazione, Locus Of Control, State of Mind).

Il controllo inteso come la capacità di inibire comportamenti indesiderati, col fine di perseguire obiettivi a lungo termine, viene invece definito autocontrollo. Esso rappresenta una qualità ritenuta di grande valore nella maggior parte delle società, in quanto consente alle persone di agire in maniera attiva e focalizzata sulla programmazione di obiettivi a lungo termine, rinunciando a quelli a breve termine, anche se questi ultimi potrebbero portare a benefici immediatamente disponibili (De Filippis, 2021).

A questo proposito, lo psicologo Walter Mischel, verso la fine degli anni ’60, ha condotto, presso l’Università di Stanford, uno degli studi più famosi al mondo sul tema del controllo, basato sul cosiddetto Test del Marshmallow. Lo studio valutava la capacità di gratificazione differita, vale a dire la capacità di resistere a una gratificazione immediata per riceverne una più grande in un secondo momento, in un campione di bambini in età prescolare. Le condizioni sperimentali erano le seguenti: il bambino riceveva un marshmallow, successivamente veniva lasciato da solo in una stanza e gli veniva chiesto di resistere dal mangiarlo; se ci fosse riuscito, ne avrebbe successivamente ricevuto un secondo. Dallo studio è emerso come i bambini, per raggiungere l’obiettivo, siano ricorsi ad ogni genere di strategia: allontanarsi dal dolcetto, non guardarlo, passare il tempo giocando o cantando una canzone.

Una parte dei soggetti sperimentali è stata poi, anni dopo, testata attraverso lo Scholastic Aptitude Test (SAT), ovvero il test attitudinale impiegato per accedere ai college statunitensi. I risultati ottenuti hanno mostrato come il comportamento assunto dai bambini durante il test sembrasse essere predittivo della tipologia di adulti che essi sarebbero divenuti, in termini di risultati scolastici e professionali (Mischel, 2014). Inoltre, un maggiore autocontrollo dimostrato durante l’esperimento correlava con un indice di massa corporea minore, livelli più alti di autostima e una maggiore capacità di tollerare la frustrazione, con una conseguente aumentata capacità di gestione dello stress, in età adulta (Mannelli, 2020).

Quando il controllo diventa un problema: ipercontrollo vs discontrollo

Si può quindi pensare al controllo come una caratteristica positiva dell’essere umano; tutti possiedono un livello di controllo più o meno presente, che oscilla tra l’estremo del discontrollo, che caratterizza le persone impulsive, tendenti a sperimentare emozioni intense e maggiormente propense a mettere in atto comportamenti rischiosi, e quello dell’iper-controllo, dove si collocano persone più introverse ed inibite, che tendono a controllare l’espressività emotiva. Ciò che sembra essere importante è la capacità di spostarsi all’interno di questo continuum, esercitando un controllo più o meno intenso a seconda delle situazioni (Alpinoli, 2021).

L’ipercontrollo è un paradigma multifattoriale complesso, veicolato da diversi fattori: biologici, ambientali e individuali, questi ultimi intesi come le differenti strategie di coping che gli individui possono mettere in campo. La tendenza a ipercontrollare può portare a reagire agli eventi di vita in modo rigido, con maggiori difficoltà a flessibilizzare il proprio comportamento al modificarsi delle condizioni ambientali esterne. L’ipercontrollo è quindi spesso associato ad una serie di conseguenze negative, come ad esempio una scarsa ricettività e una difficoltà di apertura alla novità. La persona ipercontrollante tenderà infatti a ricercare struttura e ordine e ad evitare condizioni incerte o situazioni rischiose non pianificate; può inoltre essere presente una difficoltà a tollerare le critiche, un alto livello di perfezionismo, la tendenza a pianificare rigidamente ed infine la propensione ad abbracciare rigide regole morali. Bisogna inoltre citare le possibili conseguenze a livello emotivo, come un’inibizione dell’emotività e una difficoltà a comprendere – anche su di sé – e ad esprimere le emozioni. Questo può a sua volta avere effetti a livello sociale: scarse capacità empatiche possono creare difficoltà nel socializzare e nel costruire relazioni intime, esitando in relazioni poco profonde e distaccate, che possono portare a sperimentare una sensazione di estraneità (Alpinoli, 2021).

A questo proposito, la ricerca scientifica, negli ultimi anni, si è focalizzata maggiormente sui disturbi di personalità caratterizzati da disregolazione emotiva, a discapito della psicopatologia con caratteristiche di ipercontrollo e inibizione. Uno studio ha però dimostrato come la presenza di eccessivo controllo e perfezionismo sia fortemente correlata alla maggior parte dei disturbi di personalità e alla loro gravità complessiva. Anche l’inibizione emotiva è risultata presente in modo significativo in disturbi di personalità specifici, ovvero evitante, dipendente, depressivo e paranoide e anch’essa correlava con la gravità complessiva del quadro clinico (Dimaggio et al., 2018).

Il polo opposto a quello dell’ipercontrollo, quello del discontrollo, è tendenzialmente associato alla messa in atto di comportamenti impulsivi, vale a dire azioni non pianificate espresse senza un’accurata valutazione delle possibili conseguenze; essi si associano spesso, quindi, a risultati indesiderabili.

In ambito psicologico l’ambito della disregolazione emotiva e degli impulsi è stato largamente analizzato da diversi punti di vista (evolutivo, sociale, clinico, psicopatologico e neuroscientifico). La letteratura scientifica ha individuato un’ampia varietà di fattori (biologici, evolutivi, relazionali, socio-culturali e ambientali) implicati nel processo di regolazione e disregolazione delle emozioni (Matarazzo, Zammuner, 2009).

Questa caratteristica è inoltre considerata un elemento transdiagnostico implicato nella psicopatologia di numerosi disturbi mentali (Moeller et al., 2001; Stanford et al., 2009; Pasino, 2021).

Le caratteristiche fondamentali dei disturbi correlati al discontrollo sono:

  • L’incapacità o la difficoltà di resistere ad un impulso o ad un desiderio, con la messa in atto di azioni pericolose per sé o per gli altri;
  • Una sensazione di tensione crescente che precede l’atto;
  • Un’esperienza soggettiva di gratificazione o sollievo sperimentati nel momento in cui viene messo in atto il comportamento stesso; questo viene spesso vissuto come ego-sintonico e quindi dipendente dalla volontà della persona;
  • Emozioni di rimorso, dispiacere o senso di colpa, che possono essere presenti una volta compiuta l’azione (Gualtieri et al., 2019).

Il controllo – o l’eccesso di controllo – in psicopatologia: un esempio incentrato sui DA

Ipercontrollo e discontrollo sembrano quindi essere agli antipodi, due modalità completamente opposte di pensare e agire. Le stesse considerazioni si potrebbero applicare, nella sfera dei disturbi alimentari, per quanto riguarda le diagnosi di Anoressia e Disturbo da Alimentazione Incontrollata; l’uno, infatti, è caratterizzato dal controllo e dalla restrizione alimentare estremamente rigidi, mentre l’altro, come dice il nome stesso, da frequenti abbuffate e perdita di controllo sulla propria alimentazione. Questa antitesi percepita nell’immaginario comune ha anche portato alla creazione di programmi TV incentrati proprio su questo. Nel programma TV americano Magri contro grassi, ad esempio, gli episodi si articolano intorno ad uno scambio di diete tra due protagonisti: una persona sottopeso, malnutrita, si trova a scambiare il proprio regime alimentare con una persona sovrappeso.

Tuttavia, nella clinica, se si osservano da vicino queste due situazioni si può notare un elemento che accomuna entrambi, ed è proprio il controllo.

Prima di tutto, un elemento che precede l’esordio del disturbo alimentare è la necessità di autocontrollo. La teoria cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione afferma che uno dei comportamenti caratterizzanti la comparsa della maggior parte dei disturbi dell’alimentazione sia la restrizione alimentare, la quale dipende a sua volta da due elementi principali, che possono essere presenti contemporaneamente. Il primo si riscontra negli individui che sperimentano il bisogno di attuare un controllo in vari ambiti della propria vita, come ad esempio nel lavoro, nella scuola, nelle relazioni e in altri interessi; a un certo punto e in alcune circostanze particolari, queste persone cominciano a incanalare i propri tentativi di controllo nel campo dell’alimentazione. Il secondo elemento è “l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo”, sperimentata dagli individui che hanno interiorizzato l’ideale di magrezza. “In tutti i casi, il risultato è l’adozione di una restrizione dietetica estrema e rigida che a sua volta rinforza la necessità di controllo in generale e del peso e della forma del corpo in particolare (Dalle Grave, 2018).”

Il fatto che i disturbi dell’alimentazione abbiano in comune la maggior parte delle caratteristiche cliniche e che nel tempo tendano a cambiare senza esitare in disturbi differenti, ha portato gli studiosi a ipotizzare che essi siano connessi ad un substrato di processi comuni. Da questo è stata elaborata la “Teoria transdiagnostica”, sviluppata in particolare da Christian Fairburn e colleghi presso l’Università di Oxford. Tale teoria colloca i disturbi dell’alimentazione in un’unica categoria diagnostica, piuttosto che concepirli come tre disturbi distinti e afferma che, per diagnosticare un disturbo dell’alimentazione, devono essere rilevati nell’individuo i seguenti elementi:

  • “Disturbi del comportamento alimentare e/o di comportamenti di controllo del peso e della forma del corpo per almeno tre mesi
  • Eccessiva valutazione del peso e/o della forma del corpo e/o del controllo dell’alimentazione
  • Danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale causati dai disturbi del comportamento alimentare e/o dai comportamenti di controllo del peso e della forma del corpo
  • I disturbi del comportamento alimentare e/o di comportamenti di controllo del peso e della forma del corpo non devono essere secondari a qualsiasi condizione medica generale e psichiatrica conosciuta (Dalle Grave, 2018).”

Negli individui affetti da Anoressia Nervosa, caratterizzati dal tentativo costante di controllare la propria alimentazione e di restringerla in modo rigido ed estremo, non è infrequente che questo porti a perdere il controllo sulla propria alimentazione, esitando in vere e proprie abbuffate – nel DSM-5, a questo proposito, è presente la specificazione “Anoressia Nervosa con abbuffate” – o in altri tipi di alimentazione “non pianificata”, come alimenti introdotti fuori pasto, spiluccamenti ecc. In entrambi i casi, questi episodi portano la persona a sperimentare una perdita di controllo sulla propria restrizione dietetica, con conseguente senso di colpa, e al tentativo successivo di restringere ulteriormente l’alimentazione. Questo circolo vizioso tende a ripetersi nella quotidianità e spesso a far sentire i pazienti intrappolati tra l’eccessivo bisogno di controllo e la sua perdita, interpretata come mancanza di forza di volontà, debolezza e sensazione di fallimento, risolvibile, dal loro punto di vista, solo attraverso l’applicazione di controllo ulteriore (Dalle Grave, 2018).

Le diagnosi di Bulimia Nervosa e di Disturbo da Alimentazione Incontrollata sono, invece, caratterizzate da frequenti abbuffate. Uno dei due criteri che definisce un’abbuffata è proprio la sensazione di perdere il controllo sull’atto di mangiare. Conseguentemente all’abbuffata l’individuo tenta di “ripristinare il controllo” sulla propria alimentazione, spesso in maniera rigida, ipercontrollando, con diete rigide ed estreme per porre rimedio ed evitare così un possibile aumento di peso. Il principale processo che porta ai successivi episodi di abbuffata è questo tentativo di restringere l’alimentazione, di ripristinare il controllo, con scopo di porre rimedio all’accaduto, indipendentemente dal fatto che questo determini una riduzione effettiva delle calorie assunte. Negli individui affetti da Bulimia Nervosa sono presenti anche condotte di eliminazione o compensazione, vale a dire comportamenti (vomito, abuso di lassativi o diuretici o altri farmaci, esercizio fisico eccessivo) mirati all’eliminazione del cibo assunto per evitare di aumentare di peso (Dalle Grave, Sartirana e Calugi, 2020).

“Le persone con un disturbo alimentare hanno quindi la tendenza a reagire al discontrollo con il controllo estremo, e a reagire negativamente quando rompono le loro rigide regole dietetiche, interpretando le minime trasgressioni alimentari come l’evidenza della loro mancanza di autocontrollo. Ciò favorisce a sua volta, successivamente, l’abbandono dello sforzo di controllare l’alimentazione e la comparsa dell’abbuffata, che li porta a vivere in un circolo vizioso continuo di alternanza tra controllo-discontrollo (Dalle Grave, 2018).”

Alla luce di quanto descritto e di questi esempi, la ricerca del controllo costante e rigido sul proprio comportamento, alimentare e non, può essere descritta con la seguente metafora.

Cercare di esercitare sempre e comunque il controllo estremo è come vivere con un elastico tirato fino al suo estremo. Cosa accadrebbe nel momento in cui, per qualsiasi motivo, fossimo costretti a mollare l’elastico? Esso ritornerebbe indietro, non solo alla sua condizione iniziale, ma in maniera più violenta, sconfinando nel verso opposto, ovvero quello del discontrollo.

 

Tutto quello che non riesci a controllare ti sta insegnando a lasciar andare.
Jackson Kiddard.

 


Considerazioni teoriche per accompagnare gli adolescenti con disturbo dello spettro autistico alla sessualità

Il disturbo dello spettro autistico (ASD) è un insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo che sono caratterizzati da un esordio precoce nei primi anni dello sviluppo.

 

Il disturbo dello spettro autistico (ASD Autism Spectrum Disorder), rientra nella sezione del DSM-5 (APA, 2014) dei disturbi del neurosviluppo ed è codificato con il numero 299.00, che corrisponde al codice F84.0 del manuale ICD-10 (WHO, 2007). Nel DSM IV-TR e nelle versioni precedenti era invece classificato come disturbo pervasivo dello sviluppo (APA, 2001). Il disturbo dello spettro autistico (ASD) è un insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo che sono caratterizzati da un esordio precoce nei primi anni dello sviluppo e per essere diagnosticati devono essere presenti entro i tre anni.

Sono caratterizzati da tre aree sintomatologiche che, prima dell’avvento del DSM-5, ricoprivano la triade. (i) In primo luogo, è presente una compromissione qualitativa dell’interazione sociale. (ii) In secondo luogo, abbiamo la compromissione qualitativa della comunicazione ovvero i bambini avranno difficoltà a capire quello che l’altro dice e a far capire all’altro quello che pensano e come si sentono. (iii) Infine, si caratterizzano per modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati caratterizzati dalla sameness, ovvero per loro tutto deve sempre essere identico a se stesso e nulla può essere cambiato perché il cambiamento e l’uscire dalle stereotipie e le routine genera frustrazione e intolleranza. Con l’avvento del DSM-5 le aree divengono due dove il deficit comunicativo e quello di reciprocità sociale vengono uniti nel “deficit di comunicazione sociale” e viene confermato il gruppo dei comportamenti ripetitivi (APA, 2014). Le persone con ASD possono avere un quoziente intellettivo (QI) minore di 70, oppure essere ad alto funzionamento (HFA) e dunque con un quoziente intellettivo oltre il 70, un linguaggio verbale adeguato e un soddisfacente funzionamento adattivo generale, caratterizzato però da abilità bizzarre, innate, con limitato utilizzo pratico (Vicari & Caselli, 2017).

I termini adolescenza e pubertà sono spesso utilizzati in riferimento al periodo di transizione dall’infanzia all’età adulta (Gabriels & Bourgondien, 2007); questa transizione include la maturazione sessuale delle caratteristiche fisiche come ad esempio la crescita scheletrica, lo sviluppo degli organi riproduttivi e le caratteristiche sessuali secondarie (Gabriels & Bourgondien, 2007). La sessualità comprende molto di più del comportamento sessuale, infatti essa include anche: l’immagine di sé, le emozioni, i valori, le abitudini, le credenze, i comportamenti e le relazioni (Koller, 2000).

Questo periodo, dunque, si associa altamente alle competenze sociali, che nei soggetti con disturbi dello spettro autistico risultano compromesse (Chan & John, 2012). Spesso le persone con autismo si ritrovano ad affrontare barriere legate all’espressione stessa della propria sessualità (Koller, 2000). Inoltre, la letteratura sulla sessualità degli individui con il disturbo dello spettro autistico, suggerisce che gli ostacoli riscontrati includono: miti sociali, conoscenza insufficiente, sconforto personale e limitato accesso a risorse educative disponibili e appropriate (Koller, 2000).

Negli adolescenti con sviluppo tipico, i cambiamenti cognitivi coinvolgono un aumento nelle capacità per il pensiero astratto, riflessione e comprensione sociale su cosa le altre persone possano pensare o provare. Allo stesso tempo, è possibile intravedere che i cambiamenti psicologici e sociali si riflettono nel maggior coinvolgimento degli adolescenti stessi nello sviluppo di amicizie e incontri sentimentali e questi li aiutano a dare un senso alle proprie transizioni fisiche, ai propri bisogni e desideri (Gabriels & Bourgondien, 2007). D’altro canto, gli individui con disturbo dello spettro autistico sperimentano tutti gli aspetti di maturazione fisica e sessuale sopra menzionati, all’incirca nello stesso periodo della popolazione generale, tenendo in considerazione però che la natura delle compromissioni core dell’autismo possono impedire il progredire dello sviluppo cognitivo e psicosociale che coincide tipicamente con la maturazione fisica (Gabriels & Bourgondien, 2007). Le comuni caratteristiche dell’autismo come, per esempio, il fallimento nello sviluppo del linguaggio o altre forme di comunicazione sociale, permangono in adolescenza e la problematica si riscontra nella difficoltà ad acquisire e comprendere le regole alla base dell’interazione sociale e nello sviluppo dell’empatia (Koller, 2000). La presenza di anomalie comunicative per lo sviluppo sessuale nelle persone con autismo include l’abilità di etichettare o parlare di termini sessuali pur avendo poca o nessuna comprensione del loro significato, avendo la tendenza a ripetere semplicemente i termini sessuali precedentemente sentiti, indipendentemente dal contesto sociale (Gabriels & Bourgondien, 2007). I deficit a livello sociale nelle persone con autismo possono interferire non solamente nell’area delle abilità individuali nello sviluppo di relazioni di amicizia e sentimentali, ma anche nell’abilità individuale di utilizzare il giudizio sociale per determinare cosa dovrebbe essere svolto in un setting pubblico e cosa privatamente, come e perché gestire la propria igiene personale e come evitare lo sfruttamento sessuale da parte degli altri (Gabriels & Bourgondien, 2007). Di conseguenza a quanto appena riportato, gli adolescenti con autismo sono esposti ad un maggior rischio di problemi legali derivanti da comportamenti inappropriati.

I genitori di adolescenti con disturbi dello spettro autistico sono preoccupati che i loro figli possano comportarsi inadeguatamente con gli altri e questo potrebbe condurre a problemi legali, incluso essere etichettati come giovani “sex offenders” (Chan & John, 2012).

In aggiunta ai deficit sociali e comunicativi è inoltre da tenere in considerazione il deficit del comportamento, dal momento che gli individui con autismo tendono ad avere un repertorio comportamentale limitato. Il loro coinvolgimento in attività auto-stimolative, come la masturbazione, può divenire una delle poche attività che una persona con autismo è in grado di svolgere, di conseguenza questo può impattare sul tempo speso per altre attività. Tuttavia, il tempo speso per la masturbazione può essere ridotto insegnando al ragazzo altre attività d’interesse (Gabriels & Bourgondien, 2007).

Un’altra problematica riscontrata è che bambini e adolescenti con una diagnosi di disturbo dello spettro autistico sono esposti ad un rischio maggiore per l’abuso emotivo, fisico e sessuale. A seconda del livello di severità dell’autismo, queste persone potrebbero avere bisogno di assistenza nelle attività quotidiane, che può includere il fatto che i loro corpi vengano toccati da adulti per soddisfare i loro bisogni personali. Tuttavia, spesso questi ragazzi non vengono educati sulla prevenzione degli abusi sessuali, ed è proprio questo a porli in una condizione di maggior rischio (Chan & John, 2012). A fronte di tutte queste problematiche, negli adolescenti con autismo è fondamentale sviluppare e allenare le competenze sociali; è necessario valutare le risorse della comunità per indirizzare i genitori verso uno specialista comportamentale o psicologo in grado di utilizzare metodi di insegnamento speciali al fine di aiutare i ragazzi con autismo ad apprendere comportamenti appropriati (Chan & John, 2012).

Per i giovani con disturbo dello spettro autistico con un QI <70, al di sotto della media, le aspettative romantiche e sessuali dei genitori erano correlate alla gravità del disturbo e all’educazione sessuale e relazionale da parte dei genitori. Sia la gravità dell’ASD che l’educazione relazionale e sessuale giocano un ruolo primario nel fatto che i genitori comunichino sulla sessualità con i giovani con ASD e sugli argomenti che scelgono di trattare. A causa dei sintomi del loro bambino, i genitori di giovani con ASD hanno aspettative incerte o basse sul fatto che il loro bambino si innamorerà, si sposerà o avrà un rapporto sessuale e questo influisce a sua volta, sulla misura in cui i genitori forniscono ai loro figli un’educazione sessuale e relazionale completa (Ballan, 2012).

Ricerche recenti suggeriscono che gli individui con ASD potrebbero non ricevere un’educazione sessuale e relazionale efficace dai loro genitori o da altre fonti credibili (Mehazabin & Stokes, 2011). Ad oggi, ci sono pochi studi empirici che esaminano i fattori legati alla comunicazione sessuale genitore-figlio nell’ASD. Quello che però risulta chiaro è che i caregiver svolgono un ruolo fondamentale nell’educare i giovani con autismo sul sesso e le relazioni (Teti, et al., 2018) e allo stesso tempo famiglie delle persone autistiche necessitano di supporto per trasmettere conoscenze e valori legati alla sessualità (Holmes, et al., 2020). Di conseguenza l’obiettivo finale dovrebbe essere quello di rendere l’autismo un problema di diversità e non di disabilità, arrivando ad una progettazione di un intervento su misura anche per la salute sessuale dei soggetti con disturbo dello spettro autistico.

In conclusione, i soggetti con disturbo dello spettro autistico risultano essere particolarmente vulnerabili nel periodo adolescenziale, è importante tenere a mente che nonostante essi abbiano bisogni speciali, risultano avere lo stesso sviluppo sessuale e sociale dei loro coetanei con sviluppo tipico.

È fondamentale, dunque, essere consapevoli di queste loro vulnerabilità e diverse capacità di apprendimento e dare loro il supporto di cui hanno bisogno per affrontare con successo l’adolescenza; questo può realizzarsi lavorando collaborativamente con i genitori/caregivers e gli specialisti dei programmi di supporto (Chan & John, 2012).

 


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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

 

Antidepressivi e dipendenza: il difficile percorso di interruzione dello psicofarmaco

I tassi di prescrizione degli antidepressivi sono molto alti e in continua crescita nonostante l’evidenza di massicci effetti avversi, inclusi sintomi di astinenza.

 

Recenti dati, indicano che in Italia, il 6% della popolazione ha ricevuto almeno una prescrizione di tali farmaci nell’arco della vita (Agenzia Italiana del Farmaco, 2017). Tassi così alti sembrano essere spiegabili in termini di uso prolungato e di ripetizione della prescrizione, piuttosto che di aumento della depressione o di nuovi pazienti con disturbi dell’umore.

La ricerca di Read e colleghi riporta i dati rilevati da un campione di 752 individui britannici che avevano assunto antidepressivi nei due anni precedenti. Nella sperimentazione, i soggetti hanno completato la Medications for Mental Health Survey, ovvero l’indagine inglese sull’utilizzo di psicofarmaci (Mind, 2019). I risultati della sperimentazione hanno messo in luce le problematiche relative all’uso continuativo e prolungato di psicofarmaci. Sebbene la maggior parte dei partecipanti in esame avesse smesso di assumere antidepressivi (34%) o avesse provato e fallito (36%), di quelli che ancora li assumevano, il 76% lo faceva da almeno un anno e il 36% da cinque anni o più. Il 26% dei soggetti aveva dichiarato di aspettarsi di doverli prendere per sempre, e circa la metà (48%) non aveva fatto revisionare i propri farmaci dal medico ogni tre mesi. La maggior parte dei soggetti (65%) non aveva mai valutato l’interruzione del trattamento farmacologico con il medico prescrittore, infatti quasi la metà di coloro che avevano interrotto i farmaci (45%) lo aveva fatto senza consultare il professionista di riferimento. Tuttavia, la maggioranza di coloro che avevano interrotto le cure dopo aver consultato il proprio medico (65%), aveva riconosciuto il supporto fornito da quest’ultimo. I risultati dello studio di Read sono dunque coerenti con l’idea che alti tassi di utilizzo di antidepressivi siano in gran parte spiegabili dall’uso cronico, che a sua volta è parzialmente spiegato dai sintomi di astinenza.

L’uso cronico di psicofarmaci in numeri così elevati è infatti probabilmente causato dalla comparsa di sintomi di astinenza a seguito dell’interruzione della cura. Infatti, un sondaggio britannico ha rilevato che su 817 persone che avevano interrotto l’assunzione di antidepressivi, il 63% aveva manifestato sintomi di astinenza (Royal College of Psychiatrists, 2012). Tale risultato è stato confermato dal più ampio sondaggio neozelandese di Read, che ha rilevato che il 55% dei soggetti aveva manifestato sintomi di astinenza a seguito della sospensione dello psicofarmaco (Read et al., 2018).

Tali evidenze permettono quindi di ipotizzare che gli antidepressivi possano creare dipendenza. Nel sondaggio di Read e Williams, infatti, il 27% delle persone che utilizzavano antidepressivi aveva riferito di esserne dipendente (Read & Williams, 2018), ed assieme ad esso, numerosissimi studi minori avevano confermato che molti utenti che fanno uso di antidepressivi ritenevano che tali farmaci potessero creare dipendenza (Bogner et al., 2009; Gibson et al., 2014; Hoencamp et al., 2002; Kessing et al., 2005). Una revisione del Nordic Cochrane Center ha inoltre affermato che le reazioni di astinenza dagli antidepressivi siano simili a quelle delle benzodiazepine (Nielsen et al., 2012).

Una soluzione a tale problematica è rappresentata dalle tapering strips, strisce per la sospensione graduale degli antidepressivi che riducono il farmaco a piccole frazioni della dose terapeutica minima, e che sembrano sostenere il consumatore nel processo di interruzione dello psicofarmaco. In un recente studio olandese, il 71% di 895 persone che desideravano interrompere il proprio trattamento a base di antidepressivi è riuscito a ridurre totalmente lo psicofarmaco, utilizzando una media di due strisce in otto settimane (Groot e van Os, 2018). Congiuntamente alle tapering strips, sarebbe auspicabile che i medici prescrittori prestassero attenzione agli aspetti di dipendenza ed astinenza che gli antidepressivi possono causare. Quando si prescrivono antidepressivi, si dovrebbero stabilire rapporti di collaborazione attiva in cui i pazienti siano pienamente informati sugli effetti di dipendenza e astinenza, e dovrebbero anche essere esplorate e valutate le loro opinioni su inizio, fine e durata del trattamento.

 

La mindfulness per l’ADHD e i disturbi del neurosviluppo. Applicazione clinica della Meditazione Orientata alla Mindfulness – MOM

La mindfulness per l’ADHD e i disturbi del neurosviluppo. Applicazione clinica della Meditazione Orientata alla Mindfulness – MOM è un libro curato da Cristiano Crescentini, ricercatore in Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso l’Università degli Studi di Udinee e Deny Menghini, psicologa, psicoterapeuta presso l’UOC di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

 

Il libro, ben schematizzato, parte descrivendo la pratica Mindfulness e i suoi ambiti d’applicazione per il perseguimento del benessere psicologico in generale e poi osservandone l’applicazione in età evolutiva nonché nei bambini con ADHD. Vengono ripercorse le origini storiche, filosofiche, spirituali e psicologiche e descritte le tipologie e le caratteristiche delle pratiche meditative inserite nel metodo MOM, nonché gli effetti neurobiologici e psicologici della pratica della consapevolezza sulla regolazione dell’attenzione e delle emozioni, sulla consapevolezza del corpo e sulla rappresentazione del sé e la personalità dei praticanti.

Il volume prosegue esponendo i protocolli sviluppati ad oggi in merito alla mindfulness nell’età evolutiva, esaminando le modalità, i programmi e gli effetti che le pratiche meditative ispirate alla consapevolezza hanno sui bambini e adolescenti a sviluppo tipico e segue osservando l’applicazione in ambito dei disturbi dell’età evolutiva e dell’ADHD.

Il manuale, utile per gli esperti del settore, si conclude esponendo dettagliatamente il protocollo ed il training MOM e l’intervento applicato su un gruppo di bambini con ADHD. Nella sezione finale del capitolo sono illustrati i risultati sugli effetti psicologici e neuropsicologici dello studio.

 

L’invecchiamento patologico: la demenza e le vulnerabilità – Video del webinar

Video dal webinar L’invecchiamento patologico: la demenza e le vulnerabilità a cura della Dott.ssa Sciore Roberta – Psicologa, Psicoterapeuta, Esperta in Psicologia dell’Invecchiamento e Co-didatta presso Studi Cognitivi.

 

L’invecchiamento è un processo di sviluppo evolutivo che coinvolge con preponderanza soprattutto l’ultima parte dell’arco di vita della persona. Questo può caratterizzarsi da un punto di vista cognitivo e di capacità funzionali residue in una vasta eterogeneità di condizioni di vulnerabilità che vanno dal decadimento cognitivo lieve ai gradi avanzati di demenza. Tali differenti condizioni sono caratterizzate da specifici quadri clinici, possibilità differenti di trattamento farmacologico e non, e bisogni peculiari dell’anziano e di chi se ne prende cura.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video dell’interessante webinar sull’argomento.

 

L’INVECCHIAMENTO PATOLOGICO: LA DEMENZA E LE VULNERABILITA’ 

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Disturbo da gioco d’azzardo: aspetti neuropsicologici e prospettive terapeutiche

La maggior parte dei giocatori con Disturbo da Gioco d’Azzardo riferiscono la presenza di pensieri intrusivi e di impulsi a giocare in quantità tale da interferire significativamente con la loro efficienza lavorativa e sulla loro vita sociale e familiare.

Fabio Pastore e Concetta Di Gioia – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo è inserito nel DSM 5 tra i Disturbi da Dipendenza e correlati a Sostanze e viene identificato attraverso nove criteri:

  • Necessità di giocare una quantità crescente di denaro con lo scopo di raggiungere l’eccitazione desiderata;
  • È irritabile o irrequieto quando si tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo;
  • Ha effettuato ripetuti sforzi infruttuosi per controllare, ridurre o interrompere il gioco;
  • Spesso è preoccupato per il gioco d’azzardo;
  • Gioca spesso nei momenti di difficoltà;
  • Dopo aver avuto perdite economiche al gioco, torna un altro giorno;
  • Ricorre a bugie per nascondere il proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo;
  • Ha messo a rischio o ha perso una relazione significativa o il lavoro a causa del gioco d’azzardo;
  • Cerca supporto economico altrui per alleviare le condizioni finanziare causate dal gioco d’azzardo.

Il DSM 5 distingue tre livelli di gravità nel Disturbo da Gioco d’Azzardo:

  • Lieve, se vengono soddisfatti 4 o 5 criteri;
  • Moderato, se vengono soddisfatti 6 o 7 criteri;
  • Grave, se vengono soddisfatti 8 o 9 criteri.

La sintomatologia del Disturbo da Gioco d’Azzardo ha elementi tipici e ricorrenti che rendono tale disturbo molto simile alla dipendenza da sostanze: il bisogno costante di dover giocare (craving), il nervosismo e l’irrequietezza sperimentata quando non è possibile giocare d’azzardo (sindrome di astinenza) e la necessità di aumentare la frequenza del gioco.

Se alcuni giocatori sviluppano un Disturbo da Gioco d’Azzardo sin dalle prime giocate, altri giocatori strutturano una dipendenza da gioco più gradualmente senza averne piena coscienza. Con l’aumentare dell’importo delle giocate e del tempo dedicato ad esse si aggiungono poi la preoccupazione di recuperare il denaro perso per poter continuare a giocare. Progressivamente la vita e le attenzioni del giocatore ruotano principalmente attorno al gioco d’azzardo e il tono dell’umore diventa sempre più modulato e condizionato dal comportamento del gioco. Il giocatore che sviluppa tale disturbo sperimenta frustrazione, irritabilità o senso di disperazione qualora non riesca a giocare, per mancanza di possibilità economiche o altro. Spesso il gioco d’azzardo diventa un modo per sfuggire dai problemi della vita quotidiana e i giocatori patologici ne diventano pienamente assorbiti per raggiungere l’eccitazione desiderata, fino a perdere il controllo sul proprio comportamento di gioco.

La maggior parte dei giocatori con Disturbo da Gioco d’Azzardo riferiscono la presenza di pensieri intrusivi e di impulsi a giocare in quantità tale da interferire significativamente con la loro efficienza lavorativa e sulla loro vita sociale e familiare. Non sono rari la presenza di pensieri suicidari nei casi più severi.

Il comportamento tipico e più osservato nei giocatori con Disturbo da Gioco d’Azzardo consiste nell’ “inseguire la perdita”, ovvero nello scommettere sempre più frequentemente somme di denaro sempre più elevate con lo scopo di recuperare le perdite subite (fenomeno del chasing). L’esperienza della vincita saltuaria (rinforzo intermittente), anche a seguito di grandi perdite, viene interpretata come la prova che prima o poi si vince e determina un rinforzo maggiore sul comportamento di gioco. Le ricompense (le vincite al gioco) vengono interpretate più positivamente rispetto alle perdite. Ad influire sullo sviluppo del Disturbo da Gioco d’Azzardo vi sono delle distorsioni cognitive circa le credenze erronee sulle probabilità di vincita e sulla propria possibilità di avere un ruolo consistente nell’esito del gioco rispetto al solo caso.

Nell’ultimo ventennio si è assistito ad un crescente interesse in ambito di ricerca verso il Disturbo da Gioco d’Azzardo. Da una prima identificazione del 1980 in cui si definiva tale disturbo come un disordine nel controllo degli impulsi si è arrivati oggi a considerarlo come una problematica complessa e multi-componenziale.

Sono stati avanzati diversi modelli per la comprensione e l’eziologia del Disturbo da Gioco d’Azzardo (il modello BioPsicoSociale di Engel, 1977; il modello di Williams et al., 2007; la teoria cognitiva-psicobiologica del DGA di Sharpe, 2004; il modello pathways di Blazszczynski e Nower, 2002). Le diverse teorie concordano nell’identificare nel Disturbo da Gioco d’Azzardo una alterazione tra i sistemi di rinforzo e piacere (sistema della ricompensa) e i sistemi di controllo prefrontale, con il coinvolgimento del sistema propriocettivo e emotivo-motivazionale.

Il sistema della ricompensa si basa principalmente sul neurotrasmettitore dopamina implicato nel desiderio, nell’eccitazione e nella gratificazione comportamentale. Tale circuito della ricompensa ha le sue basi neurologiche nell’interazione e connessione tra il nucleo accumbens, situato all’interno del corpo striato, e l’area tegmentale ventrale situata nel mesencefalo, in cui sono presenti centri coinvolti nei meccanismi del piacere. I neuroni dell’area tegmentale ventrale sintetizzano dopamina che viene poi trasmessa al nucleo accumbens. Il funzionamento anomalo di tale sistema comporta un’anomala regolazione del neurotrasmettitore della dopamina, comportando un’alterata sensibilità alla ricompensa da vincita e alla perdita. Uno studio del 2010 (Hewig et al., 2010) ha misurato la risposta neurale in correlazione al processo decisionale nel gioco d’azzardo mostrando come i soggetti giocatori patologici con maggiori comportamenti di rischio durante il gioco abbiano presentato un’attivazione mesencefalica maggiore a risultati rari e di successo rispetto ai soggetti di controllo.

Il sistema di controllo fa riferimento all’attivazione della corteccia prefrontale ventromediale e al sistema serotoninergico, implicati nella capacità cognitiva di pianificare pensieri e azioni complesse e di modulare il proprio comportamento attuando un “controllo” sociale (sopprimendo pensieri e comportamenti socialmente inaccettabili). Il corretto funzionamento del sistema di controllo consente ad un giocatore di interrompere l’attività di gioco dopo una forte perdita economica o dopo la valutazione del tempo trascorso a scapito delle attività lavorative e relazionali. Alcuni studi hanno osservato come i soggetti con Disturbo da Gioco d’Azzardo hanno una minore attivazione della corteccia prefrontale rispetto ai soggetti di controllo in compiti di soppressione di risposte automatiche (Potenza e coll, 2003; Tanabe et al., 2007).

L’area cerebrale di maggiore rilevanza per il sistema enterocettivo è l’insula, situata all’interno del solco laterale che separa il lobo temporale dalla corteccia parietale inferiore. Tale area mappa gli stati viscerali associati a esperienze emozionali e gioca un ruolo nella valutazione della significatività delle sensazioni enterocettive emozionali esperite. L’insula, dopo aver elaborato questo percetto, invia informazioni all’ippocampo, deputato all’elaborazione delle informazioni mnesiche, e all’amigdala, implicata nell’elaborazione dei vissuti emozionali e nei processi legati alla rabbia e alla frustrazione. Durante la formazione di una traccia mnesica di un vissuto la componente emotiva riveste un ruolo cardine nella modulazione della traccia mnesica stessa: l’emozione legata alla situazione di perdita o vincita svolge un ruolo fondamentale nella valutazione soggettiva e nella possibilità di ripetizione del comportamento. Nei giocatori patologici può essere presente una distorsione nel ricordo di una esperienza o nell’elaborazione emozionale del vissuto ad essa collegato.

Dai dati emersi dalla letteratura si evince come il sistema della ricompensa dopaminergica e quello dell’inibizione e del controllo prefrontale serotoninergico funzionino parallelamente e in modalità sinergica, integrati da bias motivazionali ed edonici (Nussbaum, 2010). Nel Disturbo da Gioco d’Azzardo l’intero processo di integrazione tra gli aspetti attivazionali, ricadute motivazionali e decision making si alterano comportando disfunzionalità cognitive caratteristiche dei giocatori patologici come l’impulsività, la compulsività e deficit attenzionali (Morris e Voon, 2006).

Considerando la complessità e la compromissione che il Disturbo da Gioco d’azzardo reca nel giocatore, secondo la letteratura internazionale (Korn e Shaffer 2004) e autorevoli linee guida (NIDA,2012; Ministero della Salute, 2017) i percorsi di cura più efficaci ed in grado di garantire un maggiore risultato nel trattamento sono caratterizzati da:

  • Interventi a carattere multidisciplinare, data la natura multifattoriale del DGA. Il complesso quadro sintomatologico che spesso presenta il paziente con DGA giustifica il contributo integrato di più professionisti di diverse competenze;
  • Fondamentale è il coinvolgimento delle famiglie. Le dinamiche familiari costituiscono un elemento significativo non solo nella fase di sviluppo e mantenimento del disturbo ma anche nella fase critica del bilancio delle conseguenze del disturbo e/o nella fase della richiesta di trattamento. Nella maggior parte dei casi, la presa in carico del paziente affetto da DGA prevede la presa in carico dell’intera famiglia per l’elevato livello di sofferenza che esso presenta. Dunque supportando e trattando l’intera famiglia si può influire in modo decisivo, sicuramente, sulla buona riuscita del trattamento. I familiari possono costituire per l’équipe che ha in carico il paziente, dei validi alleati, soprattutto dal momento in cui si sviluppa in loro un buon livello di consapevolezza e si realizza una condivisione sia della concettualizzazione del disturbo che degli obiettivi terapeutici individuati;
  • Programmi intensivi ed integrati in base alle specifiche esigenze del paziente, in relazione alle sue caratteristiche di personalità, alla gravità del disturbo, alle condizioni familiari, sociali e lavorative;
  • Offerte terapeutiche articolate e differenziate per poter adattare il percorso di cura alle specificità e ai bisogni del paziente.

Dunque, al di là delle specificità di ogni paziente, gli elementi importanti per il percorso di cura sono:

  • Colloquio motivazionale per sostenere la persona nella decisione di aderire al trattamento o almeno per tenerlo in contatto con il servizio;
  • Psicoeducazione per far conoscere ai pazienti i meccanismi di avvio e di mantenimento del disturbo, in particolare le trappole cognitive legate al gioco d’azzardo e le emozioni legate ad esso;
  • Psicoterapia individuale per indagare i fattori motivazionali e di mantenimento del DGA, per la modificazione/correzione delle distorsioni cognitive, per operare la ristrutturazione cognitiva, per potenziare le abilità di coping, di problem solving e per prevenire le ricadute;
  • Psicoterapia di gruppo per aumentare la compliance e per potenziare e rinforzare la ristrutturazione cognitiva;
  • Eventualmente, terapia farmacologica;
  • Coinvolgimento dei familiari, per renderli consapevoli della natura del disturbo, e per far convergere le loro azioni in direzione del superamento del problema del paziente, per esplorare la presenza eventuale di dinamiche correlate allo sviluppo del DGA;
  • Inserimento in programmi residenziali intensivi qualora il trattamento ambulatoriale si rivelasse insufficiente a produrre un’interruzione del comportamento compulsivo;
  • Partecipazione a gruppi Self Help nella fase After Care e a scopo di prevenzione delle ricadute;
  • Prevenzione delle ricadute come intervento specificatamente mirato ad addestrare il paziente a riconoscere e gestire il craving e le situazioni ad alto rischio che possono innescarlo.

Disturbo da gioco d azzardo aspetti neuropsicologici e trattamento Fig 1

I behavioristi ritengono che il DGA sia un comportamento appreso, avviato e mantenuto mediante il rinforzo positivo costituito dall’eccitazione, dall’evento “vincita” o da entrambi, o dal rinforzo negativo costituito dal sollievo da uno stato emotivo negativo come ansia, depressione, noia ecc ecc.

Per condizionamento classico il giocatore associa l’eccitazione piacevole con il gioco d’azzardo, mentre nel condizionamento operante questa eccitazione, insieme a qualche vincita saltuariaria, rinforza il comportamento di gioco e rende più probabile il ripetersi del comportamento stesso. Sharpe e Tarrier (1993) sostengono che il comportamento di gioco è rinforzato, secondo uno schema di rinforzo intermittente, da una combinazione di premi (vincite) e da un piacevole stato di arousal. Il giocatore acquisisce lo schema secondo cui le vincite sono saltuarie, persistendo cosi nel comportamento di gioco nella convinzione che, anche se in modo intermittente, esse si verificheranno.

La terapia cognitivo comportamentale si basa essenzialmente sull’assunto secondo cui molti disturbi psichici sono dovuti alle particolari e complesse relazioni esistenti tra pensieri, emozioni e comportamenti. Attraverso questo modello si riesce a far comprendere ai pazienti affetti da DGA e non solo che è il pensiero che attiva le nostre emozioni e cosa scatta all’interno della loro mente in modo tale da riuscire a sensibilizzarli ulteriormente. L’impulsività è uno dei fattori trigger per il paziente ed è importante svolgere psicoeducazione su essa in quanto è uno dei fattori responsabili delle persistenza delle distorsioni cognitive in presenza di elementi di realtà più che evidenti. Il fattore impulsività risulta essere correlato ad un pensiero del tipo o tutto o nulla (distorsione cognitiva) o ad una eccessiva personalizzazione delle esperienze negative (Mobini et al., 2007) Il modello dell’ABC si rileva molto utile per l’individuazione dei pensieri automatici erronei e disfunzionali, responsabili di stati d’animo negativi molto spesso antecedenti al comportamento di gioco d’azzardo. Dunque, secondo l’approccio cognitivo comportamentale, la caratteristica centrale e ricorrente dei giocatori con DGA è rappresentata dalle distorsioni cognitive riguardanti il gioco d’azzardo, in particolare da un’erronea percezione del concetto di casualità (Ladouceur e Walker, 1996; Gaboury e Ladouceur, 1989). Quando il giocatore sperimenta la perdita in seguito ad una previsione di vincita, si crea in breve tempo una dissonanza cognitiva, una sostanziale distanza tra ciò che si crede e la realtà dei fatti, che evidenzia come aumenta la probabilità di vincere del giocatore. Di conseguenza, tali distorsioni cognitive portano al giocatore una errata valutazione dei risultati del gioco, la cui conseguenza è il continuare a credere che nel tempo i risultati saranno in qualche modo pareggiati. Alla luce di quanto detto, la terapia cognitiva-comportamentale si propone come obiettivo primario quello di mettere in discussione queste credenze erronee allo scopo di indurre il giocatore a modificare il comportamento attraverso l’acquisizione e comprensione della nozione di “caso”, identificazione delle credenze erronee, addestramento alla verbalizzazione adeguata dei pensieri irrazionali ed addestramento alla correzione cognitiva delle verbalizzazioni adeguate e disfunzionali talvolta utilizzando anche una registrazione sonora. È solo grazie al cambiamento dei pensieri automatici e dei relativi schemi cognitivi sottostanti che è possibile la cura e il trattamento del disturbo del gioco d’azzardo.

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