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Adolescenti nelle relazioni. Generazioni che co-costruiscono la società-mondo (2018) di Fabio Vanni – Recensione del libro

Adolescenti nelle relazioni è un libro completo secondo vari punti di vista: Fabio Vanni espone innanzi tutto una prospettiva antropologica delineando come il cotesto sociale e adolescenziale si è evoluto nel tempo.

 

Il titolo di questo libro, Adolescenti nelle relazioni, potrebbe trarre un po’ in inganno: forse potrebbe indurci a pensare che tra le mani non abbiamo altro che un manuale volto ad illustrarci in che modo gli adolescenti di oggi si relazionano, tra loro o con altri. Già il sottotitolo però potrebbe in qualche modo chiarirci le idee.

Il termine “Generazioni” non fa altro che mettere in luce il fatto che l’autore di questo libro parte da molto più in là, dando al testo un’impronta quasi antropologica volta a spiegare al lettore come si è evoluto il cosiddetto modo di relazionarsi degli adolescenti, partendo da un’epoca preistorica fino ai giorni nostri.

A questo punto viene spontaneo a noi lettori chiederci: ma l’autore del libro dove vuole arrivare? Si tratta solo di un testo descrittivo avente lo scopo di illustrarci come le generazioni varie hanno fatto sì che le relazioni tra i giovani si evolvessero in un determinato modo?

Assolutamente no!

Con l’andare avanti delle pagine ci si rende ben conto che l’autore di Adolescenti nelle relazioni ha un scopo ben chiaro: far rendere conto a chi legge che il modo di relazionarsi degli adolescenti non è altro che il frutto di un’evoluzione ben precisa, determinato inoltre dal contesto e dell’educazione. Quindi, qualora si voglia prendere un intervento in merito, non bisogna far altro che tener conto della cultura e del contesto educativo in cui l’adolescente è vissuto.

Contesto ed educazione: come influenzano il modo di relazionarsi degli adolescenti

Bisognerebbe quasi tornare indietro nel tempo e analizzare le origini del processo di interazione adolescenziale, un po’ come ha fatto l’autore del libro. Fabio Vanni infatti esordisce illustrandoci dapprima il mondo preistorico, un’epoca in cui il soggetto umano non era altro che un individuo in balia del mondo che lo sovrastava.

I tempi però sono via via cambiati, e attualmente l’uomo rappresenta il dominio del mondo. Vanni ci illustra nel dettaglio come questo marcato cambiamento sia avvenuto, facendo riferimento alle più importanti teorie psicologiche e antropologiche, citando anche i preziosi contributi di Freud, Ellenberger e Bowlby. E dalla dimensione “macro” della socialità passerà inoltre ad illustrarci la dimensione “micro”.

Con l’andare avanti dei capitoli del testo Adolescenti nelle relazioni, Vanni porrà l’accento sul bambino in sé per sé e sull’adolescente. Il passaggio da età infantile a età adolescenziale è tutt’altro che semplice: l’adolescente ha tante paure e incertezza, soprattutto nell’affermarsi in quel mondo e quella società che egli stesso si vede impaziente di dominare. L’adolescenza è un’età di “metamorfosi”, sia in relazione alla sfera fisica e puberale, sia in relazione alla sfera emotiva e relazionale.

E l’autore non dimentica di illustrarci la condizione in cui si trovano gli adolescenti della società odierna, esponendoci i classici disagi esperiti dai ragazzi, ossia l’insoddisfazione corporea, la paura di non essere accettati dal gruppo, le cosiddette trasgressioni.

Fabio Vanni in qualche modo ci catapulta nell’universo adolescenziale facendoci un po’ percepire questo mondo con i loro occhi, il loro stile, il loro linguaggio.

La parte conclusiva del libro Adolescenti nelle relazioni è dedicata all’educazione e all’insegnamento dei giovani di oggi; anche in questo caso Vanni non dimentica l’importanza attribuita al contesto in cui si vive e alle trasformazioni individuali dovute soprattutto alla società e alla situazione genitoriale, che fa da sfondo alla vita relazionale dell’adolescente. Non dimenticherà di porre l’accento sull’adolescenza odierna, esponendo il contesto individuale, sociale e genitoriale dell’adolescente di oggi.

Concludendo

Possiamo dunque affermare che Adolescenti nelle relazioni è un libro completo secondo vari punti di vista: Vanni espone innanzi tutto una prospettiva antropologica delineando come il cotesto sociale e adolescenziale si è evoluto nel tempo.

Un’importanza fondamentale è da attribuire alle ultime pagine del libro, in quanto sono dedicate alle strategie e alle proposte di intervento rivolte a coloro che si trovano a relazionarsi con i giovani di oggi.

E anche stavolta il suggerimento sarà lo stesso: ci si educa nella reciprocità e nella contestualità concreta nella quale si vive.

Il significato dei rimpianti… secondo la scienza

Tutti hanno rimpianti, ma in genere si pensa sempre che quei rimpianti ruotino attorno a ciò che si è fatto, agli errori che si crede di aver commesso e alle decisioni che si sono prese dubitandone poi a posteriori. Un recente studio pubblicato su Emotion indica però che il vecchio detto non ci si pente di ciò che si fa, ma di ciò che non si fa” continua ad essere vero!

Adriano Mauro Ellena

 

In uno studio intitolato “The Ideal Road Not Taken”, alcuni psicologi della Cornell University hanno identificato tre elementi che sembrano influenzare in maniera significativa il proprio senso di sé: il sé reale, il sé ideale e il sé imperativo. Il sé reale consiste in qualità che si credono di possedere; il sé ideale è invece costituito dalle qualità che si desiderano avere; infine il sé imperativo viene identificato con la persona che si dovrebbe essere, in base agli obblighi e alle responsabilità personali.

Nel valutare le risposte di centinaia di partecipanti, i ricercatori hanno scoperto che, di fronte alla domanda su quali fossero i loro più grandi rimpianti nella vita, il 76% dei partecipanti ha parlato di qualcosa che non gli ha permesso di realizzare il proprio sé ideale.

Ma dunque, se il sé ideale si riferisce alle qualità che si desiderano avere e non a quelle che si credono di avere (sé reale) né tantomeno a quelle che dovremmo possedere (sé imperativo), questo ci suggerisce che potremmo avere un atteggiamento e una percezione imperfetti rispetto a ciò che è poi causa dei nostri rimpianti.

I rimpianti per il nostro Sé ideale

Viviamo in un mondo in cui ci viene detto che avremo una vita fantastica se seguiamo alcune precise “regole d’oro”, quindi si calcola che se si fanno tutte le cose che la società si aspetta che si facciano (come essere un buon cittadino, sposarsi al momento opportuno, fare abbastanza soldi per pagare le bollette, ecc.) ci si sentirà felici e soddisfatti della propria vita. Ma queste sono tutte qualità associate al sé reale e al sé imperativo, verso i quali, secondo lo studio, le persone hanno dei rimpianti “limitati”.

Piuttosto, è quando si tratta dei propri sogni e delle proprie aspirazioni (sé ideale) che le persone tendono a lasciarsi prendere dallo sconforto e quando sentono di non averli realizzati. Questo sembra essere ciò che realmente è causa di sofferenza e di rimpianti più tardi nella vita.

Conclusioni

I risultati dello studio ci suggeriscono dunque che non è sufficiente incoraggiare le persone a “fare la cosa giusta” perchè esse siano felici e vivano senza rimpianti. Ciò che è importante, invece, è aiutare le persone a stabilire ciò che è vitale per loro e spingerli ad agire in base alle proprie aspettative e ai propri sogni prima che sia troppo tardi, ricordando loro che non li aiuterà a stare bene e ad essere felici continuare a rimandare il raggiungimento dei propri sogni per un tempo spesso indefinito.

Nel breve periodo, le persone si pentono delle loro azioni più che della “non azione” – ha detto Gilovich, tra gli autori dello studio – ma a lungo termine emergono i rimpianti della “non azione” e questi durano più a lungo.

Smettiamo allora di inventare scuse per le “non azioni” della vita, che altro non sono che causa di durevoli e dolorosi rimpianti.

Quindi impara quella lingua che hai sempre voluto studiare. Intraprendi quel viaggio di cui parli da sempre. Scrivi quel libro che ti è girato in testa per anni. Qualunque cosa sia, grande o piccola, falla e basta. Non lasciarlo a domani. C’è solo oggi, quindi sarebbe meglio afferrare il toro per le corna, perché come dice il vecchio detto: i giorni sono lunghi, ma gli anni sono brevi.

 

Fidarsi dei pazienti (2016) di F. Gazzillo: i test del paziente secondo la Control Mastery Theory – Recensione

A volte un libro che richiede tanto tempo per essere letto è un pregio. Vuol dire che comprende tante informazioni da elaborare e assimilare. Fidarsi dei pazienti è il manuale di Francesco Gazzillo sulla Control Mastery Theory, una teoria degli anni 80 messa a punto da Joseph Weiss e Harold Sampson, psicoanalisti.

 

L’ho cominciato a leggere tipo kamikaze: mentre mangiavo, nei pochi minuti tra un paziente e l’altro, prima di addormentarmi, una volta perfino sulla cyclette in palestra. Poi ho dovuto rallentare perché ci voleva una certa quota di tempo e attenzione per leggere, comprendere e mettere insieme tutti i pezzi.

E forse dovevo concentrarmi anche sul ritmo delle mie pedalate.

Fidarsi dei pazienti: capire di cosa hanno bisogno

Lo studio di questa teoria è arrivato in una fase particolare della mia terapia con un paziente.

In vista dell’ultimo esame prima della laurea, che aveva già sostenuto più volte ma sempre con esito negativo, credevo fosse mio compito sostenerlo ed incoraggiarlo, soprattutto nelle settimane che avvicinavano sempre più la data della sessione. Ma più lo facevo, più il paziente si ritirava e si irritava. Parlava poco durante i nostri incontri, soprattutto dell’esame, era distante, una volta pare si sia dimenticato anche della nostra seduta. “Che strano”, pensai. Poi ragionai che in terapia niente è strano ma deve essere tutto letto in base al profilo interno del paziente e attraverso una piccola metacomunicazione, ho capito che stava succedendo.

Un test. Si eccolo, proprio quello di cui avevo sentito parlare durante una presentazione del libro a Napoli. Quello di cui due giorni prima stavo leggendo a letto, invece di dormire, a pagina 38. Il paziente mi stava testando. Ed io stavo fallendo.

Lui non voleva per nulla essere incoraggiato a dare l’esame. Cercava l’esatto opposto. Voleva sentire che io sarei stata dalla sua parte anche se avesse deciso di non di andare all’università quella mattina, anche se avesse fatto miseramente scena muta davanti al professore o all’assistente di turno. Voleva che facessi diversamente dai suoi genitori: accettarlo anche di fronte ad un fallimento. Non umiliarlo. E così fu. Non troppo stranamente, il paziente affrontò le giornate che precedevano l’esame con uno spirito diverso, si mise a studiare e provò ad impegnarsi organizzando al meglio le ore. Riprese dei vecchi appunti e si confrontava spesso con un collega per ripetere parti del programma.

A quanto pare il paziente si è sentito al sicuro e come è spiegato bene nel manuale, non esiste un modo per far sentire tutti i pazienti in questo modo perché ognuno di essi ha bisogno di cose diversi in tempi diversi, in funzione delle sue credenze e delle sue esperienze di vita.

I pazienti soffrono perché sono ostacolati dai raggiungimento di obiettivi sani e realistici da credenze patogene relative alla realtà e alla moralità; queste credenze fanno loro temere che, qualora provassero a realizzare quegli obiettivi, incorrerebbero in situazioni di pericolo. Non sarebbero al sicuro…queste credenze si formano nell’infanzia a partire da situazioni traumatiche reali da shock o da stress, in genere di natura interpersonali…i pazienti sono profondamente motivati a disconfermare, consciamente e inconsciamente, le loro credenze patogene perché esse sono costrittive e causa di dolore, ma al tempo stesso hanno paura di abbandonarle perché sono adattive, essendo state sviluppate per proteggersi dall’eventualità di nuovi traumi…Per capire in che misura possiamo sentirci al sicuro con una certa persona ed in una certa circostanza…noi mettiamo alla prova…la stessa cosa accade in psicoterapia. I pazienti fanno dei test ai loro terapeuti e se i pazienti li superano, disconfermando così le loro credenze patogene, si sentono più al sicuro nel realizzare i propri obiettivi e iniziano a muoversi in questa direzione… (Gazzillo, 2016, pag. 29).

Fidarsi dei pazienti.. e superare i loro test

Esistono tre tipi di test: test di transfert associati a compiacenza o ribellione nei confronti di genitori traumatici, test di capovolgimento da passivo ad attivo e test osservativi. Rimando al testo per un approfondimento e per leggere degli interessanti esempi clinici.

Nel mio caso, con il mio paziente, si tratta di un test di primo tipo perché la necessità era che io reagissi in modo diverso rispetto al genitore traumatico.

Gazzillo ha scritto un bellissimo testo, curioso e appassionato su una teoria che, ammetto, solo ora sto addentrandomi a scoprire meglio. Fa tanti esempi, pratici, reali. Sfido ogni collega a non ritrovarsi in situazioni simili e a non volere una cornice di riferimento che spieghi come raggirarli. Ed è un libro che consola quando sottolinea la natura errante e umana di noi terapeuti. Il paziente ci testa. Noi falliamo. Possiamo farlo. E se dovesse accadere, recuperiamo. E se non ci riusciamo, fa niente. Non esiste il momento giusto per la terapia efficace né il terapeuta giusto per tutti: l’esito di una terapia basata sulla relazione dipende da tanti elementi molti dei quali sono incontrollabili. Noi esseri umani siamo pezzi di puzzle che si incastrano. Paziente e terapeuti non sono esenti dalle variabili del gioco. Nella nostra mente saperi e teorie non ci salvano sempre da errori. Ma avere bene a mente il profilo del paziente e come esso agisce è un buon punto di partenza. Vale sempre la pena soffermarsi qualche seduta in più per raccogliere e valutare bene il funzionamento del paziente. La terapia deve essere caso-specifica indipendentemente dalla scuola teorica di appartenenza. E deve essere pro-plan, cioè aiutare il paziente nel dirigersi verso quello che vuole.

Fidarsi dei pazienti supera appieno i miei test.

Ah, alla fine, il mio paziente, andò a fare l’esame. E lo superò.

Consumo di cannabis in aumento: quali sono le conseguenze sulla salute mentale?

Da ogni componente della pianta Cannabis sativa originano i cannabinoidi esogeni. La molecola attiva si chiama D9-tetraidrocannabinolo (THC) ed il suo contenuto percentuale varia tra le varie porzioni della pianta, dai semi che ne contengono di meno, allo stelo, alle foglie, ai fiori che ne sono ricchissimi (Bertrand et al,2004).

 

Il THC raggiunge il picco ematico intorno ai 10 minuti dall’assunzione per via respiratoria e da allora declina rapidamente fino al 5-10% della quantità iniziale, in parte perché metabolizzato, in parte perché distribuito come THC non modificato nei tessuti adiposi. L’assunzione abituale dell’uso di cannabis comporta l’accumulo del THC nei tessuti lipidici; ciò conduce alla permanenza della sostanza nei liquidi organici per giorni ed anche per diverse settimane (Guelfi, 2015).

Cannabis: dati e numeri sull’uso

I derivati della cannabis, in base ai dati forniti dai principali organismi internazionali operanti nell’ambito del contrasto alla diffusione delle sostanze stupefacenti, costituiscono la prima droga d’abuso in Europa: 40 milioni di individui l’hanno utilizzata e in media, una persona su quattro, di età compresa tra i 15 ed i 34 anni l’ha provata (Schiavone,2002).

Nella Relazione europea sulla droga del 2018, pubblicata lo scorso 7 giugno dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA), viene riportato che l’Italia è il terzo paese dell’Unione Europea per uso di cannabis. I dati raccolti si riferiscono agli anni 2016-17, ed è stato stimato che la cannabis sia stata consumata da circa 24 milioni di persone con età compresa tra i 15 e i 64 anni, di cui 17,2 milioni con età compresa tra i 15 e i 34 anni.

Secondo dati provenienti da indagini condotte sulla popolazione, in media il 31,6% dei giovani adulti europei (15-34 anni) ha utilizzato la cannabis almeno una volta nella vita, mentre il 12,6% ne ha fatto uso nell’ultimo anno e il 6,9% nell’ultimo mese. Una percentuale ancora più alta di europei appartenenti alla fascia dei 15–24 anni ha utilizzato la cannabis nell’ultimo anno (15,9%) o nell’ultimo mese (8,4%) (Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, 2010).

I dati sul consumo di cannabis potrebbero cambiare ulteriormente se si tiene conto del boom di aperture dei grow shop, le attività commerciali dove si può vendere la cannabis legale.

Nel dettaglio la legge italiana vieta la vendita a scopi ricreativi di cannabis con un principio attivo di THC superiore allo 0,6%, poiché questa provoca degli effetti stupefacenti; è del tutto legittima invece la vendita dei prodotti derivati dalla canapa con un THC notevolmente inferiore alla suddetta soglia (Micocci, 2018).

Oggi si contano più di 600 punti vendita in tutta Italia, alcuni dei quali aperti giorno e notte (Scavo, 2018).

Cannabis: comorbilità con disturbi psichiatrici

Ma quanti conoscono le reali conseguenze del consumo assiduo e reiterato di questa sostanza? Esiste un legame tra l’utilizzo di cannabis e i diversi disturbi psichiatrici?

La comorbilità, o doppia diagnosi, è definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come la coesistenza nel medesimo individuo di un disturbo dovuto al consumo di sostanze psicoattive e di un altro disturbo psichiatrico.

Il consumo di cannabis si è dimostrato essere associato ad un aumentato rischio di disturbi mentali. Gli effetti collaterali del consumo di cannabis dipendono dalla modalità di somministrazione, dalla dose ricevuta, dal tempo di utilizzo, dalle aspettative del consumatore e dalla sua personalità. Il rischio di insorgenza di disturbi psichiatrici è molto alto: nei soggetti vulnerabili, comprese le persone che hanno usato cannabis durante l’adolescenza, nei soggetti che in precedenza avevano sperimentato sintomi psicotici e in quelli ad alto rischio genetico di disturbi psichiatrici (Iacucci, 2014).

L’assunzione di cannabis induce la comparsa di effetti psicoattivi che, generalmente, includono anche sensazioni piacevoli: calma, rilassatezza, euforia e emozioni amplificate. Tuttavia, alcuni soggetti possono sperimentare reazioni ben più spiacevoli: dispercezioni, distorsione temporale, depressione, paranoia, depersonalizzazione, derealizzazione, ansia o attacchi di panico, sensazione di perdita del controllo e paura di morire, che, seppur spesso transitorie, nei consumatori abituali possono persistere e ricorrere nel tempo (D’Souza et al, 2009; Thomas, 1993). Può indurre, inoltre, anche in soggetti sani, sintomi psicotici positivi e negativi, nonché deficit cognitivi analoghi a quelli della schizofrenia. Tali sintomi, in genere temporanei, possono comportare in individui vulnerabili successive, severe manifestazioni psichiche correlate alle sostanze (D’Souza et al, 2009).

Cannabis e insorgenza di psicosi

Ci sono due ipotesi che possono spiegare l’insorgenza di psicosi legato al consumo di cannabis. La prima sostiene che lo stato psicotico può verificarsi sia come risultato di uno specifico effetto farmacologico della sostanza, che come il risultato di esperienze stressanti vissute durante l’intossicazione da cannabis.

La seconda ipotesi è che l’uso della stessa possa generare schizofrenia, o aggravarne i sintomi, in un individuo vulnerabile o predisposto. In particolare l’uso regolare e continuativo sembrerebbe quadruplicare il rischio di sviluppare un Disturbo Schizofrenico (Hautecouverture et al., 2006).

Alcuni studi, che hanno esaminato gli effetti del consumo di cannabis negli adolescenti, hanno rilevato una forte correlazione tra l’uso della sostanza e l‘insorgenza di molti disturbi psichiatrici, come: psicosi da cannabis, depressione e attacchi di panico. Si è rilevato, inoltre, un alto rischio di insorgenza di ideazione suicidaria e di tentativi di suicidio (Iacucci, 2014).

In uno studio longitudinale, condotto in Svezia, su 50.465 maschi svedesi, il follow up condotto dopo 15 anni, ha rilevato che coloro che avevano cominciato a consumare cannabis a 18 anni avevano una probabilità due volte e mezzo maggiore, rispetto ai non consumatori, di ricevere una diagnosi di schizofrenia (Andreasson et al., 1987).

Concludendo, gli studi revisionati hanno dimostrato che gli effetti della cannabis a lungo termine sono spesso sottovalutati e che la maggior parte dei consumatori non conosce i pericoli che un uso/abuso reiterato può causare.

Manuale clinico di mindfulness (2017) di F. Didonna: un sunto perfetto dello stato attuale della pratica e delle sue applicazioni cliniche – Recensione del libro

Alla stesura del Manuale clinico di mindfulness hanno dato il loro prezioso contribuito nomi di spicco del panorama scientifico internazionale, donando al testo un’impronta manualistica che i clinici non potranno far altro che apprezzare.

 

La mindfulness nella sua forma più aderente all’insegnamento di Jon Kabat-Zinn costituisce la più grande innovazione nelle pratiche psicologiche e mediche degli ultimi 40 anni. Oggi questo termine è entrato cosi tanto nel contesto socio culturale nel quale viviamo da essere adottato per descrivere tecniche e pratiche lontane da quelle a cui originariamente il termine si riferiva.

Il Manuale clinico di mindfulness di Fabrizio Didonna (alla sua ultima ristampa nel 2017) restituisce in maniera eccellente valore e significato al termine e alla pratica. Non è un caso che la prefazione del testo sia stata fatta proprio da Jon kabat Zinn in persona, il pioniere degli interventi mindfulness based.

Cosa significa Mindfulness?

Il termine mindfulness sostanzialmente si riferisce allo stato di presenza e consapevolezza che la pratica meditativa promette di sviluppare in chi la coltiva. Questo stato ha enormi implicazioni sul concetto di salute psico-fisica tali che negli ultimi decenni le pubblicazioni di ricerche scientifiche a riguardo sono aumentate in maniera esponenziale.

Il Manuale clinico di mindfulness costituisce un sunto perfetto dello stato attuale di questa pratica e delle sue applicazioni cliniche. Parlo di pratica poiché la mindfulness è una tecnica di meditazione che diversi modelli terapeutici hanno integrato, in particolar modo il mondo della terapia cognitivo-comportamentale. La lente attraverso la quale il testo affronta le varie tematiche è quella appunto delle scienze cognitive.

Struttura e contenuti del Manuale clinico di mindfulness

Alla stesura dell’opera hanno dato il loro prezioso contribuito nomi di spicco del panorama scientifico internazionale, donando al testo un’impronta manualistica che i clinici non potranno far altro che apprezzare.

Il Manuale clinico di mindfulness è suddiviso in quattro parti principali, la prima parte: “Teoria concettualizzazione e fenomenologia” affronta a mio parere un aspetto fondamentale e di enorme importanza, definire a cosa si fa realmente riferimento quando parliamo di mindfulness. Tutta la prima sezione del libro traccia una cornice storico, culturale, epistemologica, filosofica e scientifica dello stato dell’arte della mindfulness. Vengono in particolar modo discusse le origini della tecnica e le implicazioni terapeutiche, fenomenologiche e neurobiologiche che ad essa si accompagnano.

Nella seconda parte del libro, “Applicazioni cliniche: aspetti generali, rationali e fenomenologia”, si discutono le relazioni e le applicazioni specifiche della mindfulness alla psicoterapia. Il lettore comprenderà come concetti provenienti dal contesto culturale in cui la pratica meditativa si è sviluppata vengono applicati alla psicoterapia occidentale. Sono approfonditi concetti come l’accettazione e la compassione che sono tra gli elementi terapeutici più importanti legati alla tecnica. In conclusione l’attenzione viene posta su come è possibile operazionalizzare i concetti della mindfulness per renderli osservabili e misurabili e dare valore scientifico al processo, sostenendo così tutti gli interventi basati su essa.

La terza parte: “interventi basati sulla mindfulness per disturbi specifici”, è quella che il clinico di qualsiasi orientamento troverà non solo interessante ma estremamente utile, poiché essenzialmente costituisce una road map molto esaustiva dei diversi interventi mindfulness based sviluppati per specifici disturbi. L’aspetto interessante sta nel fatto che viene affrontata anche la modalità in cui specifiche caratteristiche della tecnica hanno un impatto terapeutico sullo specifico disturbo. Tutti gli interventi che in questa sessione del Manuale clinico di mindfulness vengono presentati sono supportati da una perfetta integrazione tra il linguaggio appartenente alle scienze cognitive ed quello più squisitamente legato alle pratiche meditative, offrendo cosi al lettore una visone d’insieme chiara ed esaustiva.

Nella quarta ed ultima parte: “Interventi basati sulla mindfulness per popolazioni e setting particolari”, vengono discusse e illustrate modalità di approccio differenti dei vari protocolli in contesti differenti dall’ambito prettamente clinico. In questa sezione l’enfasi è posta sulle applicazione della mindfulness in contesti come le case di riposo, le scuole gli ospedali, e i targhet ad essi associati quindi anziani, bambini e ricoverati. Vengono prese in esame le modalità, le difficoltà e le differenze con cui i vari protocolli vengono applicati a queste particolari fasce della popolazione.

Il manuale si conclude con due appendici, la prima dedicata ad accorgimenti tecnici finalizzati a dare le basi per sperimentare la pratica anche da soli. La seconda propone un elenco di centri italiani nei quali è possibile praticare e formarsi con questa tecnica.

In conclusione

Il Manuale clinico di mindfulness rappresenta un valido aiuto per il clinico che necessita di comprendere ed approfondire modelli mindfulness based. Tutto il manuale consentirà di accrescere in maniera profonda e dettagliata le proprie competenze riguardo alla terza ondata della terapia cognitiva.

Credo che un testo come questo debba essere preso in considerazione dai clinici e dagli studenti di psicologia e medicina, al di là della formazione di provenienza. La mindfulness rappresenta una modello di lavoro trasversale che può arricchire la persona del clinico in primis, la sua efficacia come terapeuta e la visone di quello che è lo stato di benessere ed equilibrio psico-fisico.

Come gestire il disturbo bipolare: l’importanza di intervenire con farmaci e psicoterapia

Il disturbo bipolare è un disturbo dell’umore a lungo termine che può influenzare il modo in cui una persona pensa, sente e si comporta. Senza un trattamento farmacologico il soggetto può sperimentare episodi di umore alterato.

Adriano Mauro Ellena

 

Le persone che soffrono di disturbo bipolare possono vivere un’alternanza tra periodi di forte attivazione, chiamati episodi maniacali, ed episodi depressivi, di bassa attivazione. Durante un episodio maniacale, una persona spesso si sente felice, ha molta energia ed è molto socievole. Durante un episodio depressivo invece può sentirsi triste, avere poca energia e ritirarsi socialmente.

Sebbene non esista una cura definitiva per il disturbo bipolare, in grado di garantirne la remissione permanente, le persone che vivono questa condizione possono sperimentare lunghi periodi durante i quali sono prive di sintomi. Con il trattamento farmacologico e l’autogestione dei sintomi è possibile mantenere uno stato dell’umore stabile per periodi prolungati.

Trattamento e possibilità di cura

Le opzioni di trattamento per il disturbo bipolare sono numerose ed ogni persona può rispondere in modo diverso al tipo di percorso proposto. Un trattamento sia farmacologico che psicoterapeutico è l’opzione che si è dimostrata più efficace nel trattamento di questa tipologia di disturbo.

I farmaci più utilizzati per la cura del disturbo bipolare sono:

  • Stabilizzanti dell’umore, come il litio;
  • Antipsicotici atipici che possono trattare sia gli episodi maniacali che depressivi e aiutano a stabilizzare l’umore;
  • Antidepressivi, anche se non tutti rispondono bene agli antidepressivi (infatti possono innescare episodi maniacali in alcune persone).

Una review del 2014 ha evidenziato che l’uso della psicoterapia combinata con i farmaci è più efficace della sola terapia farmacologica come trattamento per il disturbo bipolare.

Gestione a lungo termine e cura di sé

Una volta che una persona con disturbo bipolare ha trovato la modalità di trattamento più efficace per la sua persona, la coerenza nel seguire questo percorso è cruciale. Attenersi ad un piano di trattamento può ridurre la gravità e la ricorrenza degli episodi di variazione dell’umore.

La ricerca, inoltre, ha messo in evidenza anche l’importanza dell’uso di strategie di autogestione dei sintomi, tra cui:

  • creare un buon equilibrio tra vita lavorativa e vita privata
  • costruire relazioni positive
  • avere una dieta salutare
  • fare esercizio fisico
  • dormire abbastanza

I cambiamenti di umore, infatti, potrebbero non essere sempre evitabili ma nel tempo una persona può imparare a riconoscere i primi segni di cambiamento dell’umore e sviluppare strategie per ridurne l’effetto. Strategie come lo yoga e la meditazione possono aumentare la consapevolezza rispetto i propri cambiamenti di umore. Anche altre attività tra cui fare il bagno, leggere, ascoltare musica o tenere un diario, possono aiutare a moderare i cambiamenti dell’umore prima che aumentino.

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo: i correlati neuroanatomici – Introduzione alla Psicologia

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), tra i disturbi d’ansia, è il più frequente all’interno della popolazione generale (Abramowitz, Taylor & McKay, 2009; Veale & Roberts, 2014). 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è composto da ossessioni, cioè pensieri intrusivi e ripetitivi o immagini che ricorrono costantemente e valutate dall’individuo come pericolose, e da compulsioni, ovvero rituali, comportamentali o mentali (rimuginio), utilizzate per alleviare l’ansia che deriva dall’esperire costantemente i pensieri intrusivi.

Succede che uno stimolo esterno attiva delle credenze, o dei pensieri, riguardanti il pericolo, il disagio emotivo e la sofferenza, e alla lunga finiscono per compromettere e tormentare la vita della persona che ne soffre. Più questi pensieri sono considerati, dalla persona, pericolosi più è necessario controllarli attraverso comportamenti compulsivi o tramite altri pensieri. Le persone che soffrono di Disturbo Ossessivo Compulsivo, dunque, presentano una serie di pensieri spaventosi, ovvero inaccettabili, per colui che li sperimenta, che si attivano anche quando non si vorrebbe averli. L’ansia e le altre emozioni negative che conseguono alla valutazione dei pensieri intrusivi, possono essere oggetto di interpretazioni negative. Tali risposte aumentano la probabilità di ulteriori intrusioni e una maggiore risposta emotiva d’ansia. Le compulsioni messe in atto dal paziente per controllare l’ansia alimentano il problema impedendo allo stesso di falsificare le credenze nelle valutazioni disfunzionali delle intrusioni.

In sostanza, nel DOC si verifica un errore logico di valutazione degli stimoli esterni e un’attribuzione di una sorta di potere magico ai rituali e ai propri comportamenti, che sono considerati come deterrente di catastrofi imminenti. In realtà, però, fungono semplicemente da trigger per la messa in atto del rituale successivo.

L’individuo che soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo, inoltre, ha ben definite anche una serie di aspetti emotivi e cognitivi legati al sintomo, come la responsabilità e la colpa nei confronti di terzi nel caso dovesse verificarsi il pensiero tanto temuto. Queste emozioni aggiuntive aumentano e amplificano lo stato emotivo, impedendone la guarigione.

Neuroanatomia nel DOC

Nonostante i dati presenti in letteratura siano ancora in evoluzione, si iniziano a delineare dei modelli sempre più definiti del Disturbo Ossessivo Compulsivo a livello neuro-anatomico.

Da un punto di vista anatomico è stato dimostrato che nei pazienti con DOC si ha una maggiore attivazione della corteccia orbito-frontale sinistra e del nucleo caudato bilaterale, che si associa ad una sovrastima delle conseguenze negative di una determinata azione, che sarebbe alla base dei pensieri ossessivi. Inoltre, la corteccia cingolata anteriore presenta un’attività accentuata nei pazienti con DOC e, di conseguenza, favorisce una maggiore interpretazione della verificabilità di conseguenze negative alla quale è associata una risposta ansiosa, sottesa dall’attivazione del sistema limbico.

Si attiva, anche, il giro temporale superiore di sinistra, il precuneo e la corteccia prefrontale dorso-laterale.

Il circuito fronto-dorso-parietale è implicato nei processi di formazione dei pensieri, nei processi di shifting attentivo e di inibizione dell’attenzione. Tutto questo potrebbe spiegare lo sforzo costante e fallimentari che i pazienti con DOC effettuano per ignorare i pensieri ossessivi e spostare l’attenzione da essi.

Quindi, i pazienti con Disturbo Ossessivo Compulsivo mostrano delle alterazioni funzionali del network fronto-sottocorticale e un aumento di interazione tra le regioni ventrostriatali e la corteccia orbito frontale mediale, la frontale anteriore, il cingolato anteriore e le regioni paraippocampali. Queste aree sono attivate da due vie: una diretta e una indiretta, e normalmente si bilanciano, ma nel DOC è presente uno sbilanciamento causato dall’iperfunzionamento della via diretta che causa un aumento dell’attività del circuito e delle strutture ad esso correlate. Questa iperattività potrebbe essere dovuta ad un’eccessiva attivazione della corteccia orbito-frontale, che determina un maggior controllo dello striato, ovvero mancanza di inibizione dei pensieri interferenti. Anche il sistema limbico e l’amigdala si attivano, poiché si registra una risposta emotiva di paura e ansia condizionate come reazione ai pensieri disturbanti. Quando si mettono in atto comportamenti compulsivi, si attiva il nucleo caudato e la corteccia orbito-frontale che svolge, in questo caso, una funzione inibitoria.

Da un punto di vista neuropsicologico le funzioni esecutive e la working memory, nei pazienti con DOC sono compromesse e si ha anche un deficit nello shifting attentivo, correlato all’attivazione dei circuiti della corteccia prefrontale laterale e ventro-laterale.

Inoltre, i pazienti con DOC presentano un numero maggiore di lipidi bioattivi: gli endocannabinoidi. Questi ultimi sono delle  sostanze chimiche prodotte naturalmente negli esseri umani e negli animali. I recettori degli endocannabinoidi si trovano lungo tutto il corpo e nel cervello. Il sistema endocannabinoide è implicato in una varietà di processi fisiologici, come: l’appetito, la sensazione di dolore, l’umore, la memoria e, soprattutto, i comportamenti abitudinari e ritualistici. I topi in cui era inibito un recettore degli endocannabinoidi, nel fascicolo neuronale che collega la corteccia orbito-frontale allo striato dorso mediale, non acquisivano comportamenti abitudinari.

Per concludere

I dati sono ancora oggetto di studio e per questo non è possibile affermare che il Disturbo Ossessivo Compulsivo sia un disturbo in cui vi sono implicazioni causali neuroanatomiche, perché le alterazioni riscontrate potrebbero sempre essere di tipo funzionale, e quindi solo correlati biologici di un disturbo psicologico.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Full Metal Jacket (1987) di S. Kubrick – Recensione del film

Kubrick nel 1987, a 14 anni dalla fine della guerra in Vietnam, dice la sua sulla disfatta americana, con uno splendido film dal titolo Full Metal Jacket.

Lorenzo Ricciuti

 

Siamo nella Carolina del sud, nella caserma di Perris Island, dove un battaglione di marines effettuerà il suo addestramento prima di partire per il Vietnam.

Full Metal Jacket: addestramento come disumanizzazione

I cinque minuti iniziali del discorso del sergente Hartman fanno parte della storia del cinema. La sua durezza, e la sua intransigenza faranno subito capire di che pasta è fatto. I suoi insulti, il cambiare nome ai suoi sottoposti sono l’antipasto del trattamento che riserverà alle sue reclute durante l’addestramento.

La sua spietatezza sarà rivolta contro il soldato semplice Leonard Lawrence. Questi è grasso e sembra avere anche qualche ritardo. Il sergente Hartman non avrà pietà per lui, avrà nei suoi confronti un atteggiamento persecutorio, fatto di insulti e offese, date le difficoltà fisiche di Palla di lardo (nome affidatogli dal sergente Hartman) nello svolgere gli esercizi per l’addestramento.

Infierire senza tatto e sensibilità sulle debolezze altrui. Questo è l’infame compito del sergente Hartman e l’impossibilità, dato il contesto militare, per Palla di Lardo di potersi ribellare. 

Kubrick in modo magistrale riesce a sottolineare questo accanimento disumano da parte del sergente Hartman. La disumanizzazione dei soldati deve avvenire prima dell’entrata in guerra. Si vogliono creare dei killer duri e spietati, pronti ad uccidere senza pietà.

Durante un’ispezione il sergente Hartman scoprirà che Palla di lardo ha rubato una ciambella dalla mensa. Come punizione tutti i soldati faranno le flessioni, eccetto Palla di lardo che, solo in mezzo a loro, sarà costretto a mangiare la ciambella.

I suoi compagni non ci stanno e si vendicano. Una notte lo colpiscono in pancia con delle saponette avvolte negli asciugamani mentre lui giace inerme nel sonno.

Full Metal Jacket: le contraddizioni di un’epoca

La misura è colma per Lawrence. Anche il suo sguardo cambia, inizia persino a parlare con il suo fucile. Tutto ciò fa presagire l’irreparabile, che avverrà durante l’ultima notte di addestramento.

Palla di lardo è in bagno con un fucile carico di pallottole full metal jacket. Il soldato Joker gli intima di tornare in stanza altrimenti saranno con la merda fino al collo. Palla di lardo risponde “Io ci sono già con la merda fino al collo”. All’arrivo del sergente Hartman, Palla di lardo spara colpendolo a morte e dopo decide di togliersi la vita.

L’esperienza nel Vietnam del soldato Joker non presenta particolari momenti di rilievo se non uno. Il soldato Joker porta una spilla della pace sulla sua tuta da soldato e sul cappello ha la scritta “Born to Kill”. Un suo superiore gli chiede spiegazioni e lui afferma che il simbolo e la scritta sono i due archetipi della dicotomia junghiana sull’istinto di Eros e su quello di Thanatos. O se vogliamo allargare lo sguardo ad un’altra interpretazione, i due archetipi fotografano le contraddizioni di quella generazione, dove da un lato del mondo regnavano l’amore libero e le istanze pacifiste, mentre nel Vietnam si continuava a combattere e uccidere.

Rimane esemplare la conclusione del film dove il soldato Joker torna a casa sano e salvo e traccia il suo bilancio

Vivo in un mondo di merda questo è vero, ma sono vivo e non ho più paura.

 

Gli stati modificati della coscienza. Neurofisiologia dell’insolito (2006) di Marco Margnelli – Recensione del libro

Ammetto che mi sono avvicinata alla lettura di questo libro forse spinta dalla mia provenienza da un piccolo paesino di provincia, uno di quelli in cui, d’estate, la nonna ti porta nella piazzetta vicino casa e intavola discussioni con le altre anziane del paese sedute su panchine dall’odore di ruggine.

 

Donne segnate dal tempo che trovano sollazzo nel discutere, a modo loro, di quanto la vita sia ancora un mistero da risolvere: e così, quasi in una gara a chi ne sa di più, riportano casi di amici di amici, conoscenti o lontani parenti che avevano vissuto strane esperienze al limite dell’inspiegabile, tra miracoli ed esperienze extracorporee.

Mi affascinavano i loro discorsi, mi piaceva vederle concitate nel cercare di dare spiegazioni a quei misteri da loro raccontati ed è così che il titolo del libro Gli stati modificati della coscienza. Neurofisiologia dell’insolito ha riacceso in me quell’interesse, misto alla voglia di conoscere la spiegazione scientifica da poter dare a quegli aneddoti.

Gli stati modificati della coscienza: un dialogo tra tanti

Il libro rientra nella collana “I dialoghi” che racconta, attraverso delle interviste, i personaggi scientifici, filosofi e matematici che hanno in qualche modo influenzato la scienza attraverso le loro scoperte o pensieri. Nella sezione in cui rientra Gli stati modificati della coscienza. Neurofisiologia dell’insolito, questi dialoghi vanno oltre: si tenta di intervistare personaggi del passato, recente o remoto, dando loro la forma di dialoghi “improbabili” ma al tempo stesso illuminanti.

L’intervistato di questo libro è il dott. Marco Margnelli, medico neurofisiologo e psicoterapeuta, uno dei pionieri nello studio degli stati modificati di coscienza. Ricercatore presso il Cnr, il Karl Ludwig Institut fur physiologie dell’Universita di Lipsia e l’Università del North Carolina, ha fondato il Centro studi e ricerche sulla psicofisiologia degli stati di coscienza a Milano. Marco Margnelli ci ha lasciato qualche anno fa. Nel libro, curato da Padre Emilio Alessandrini, viene data forma alle teorie e al pensiero di Margnelli, partendo dai suoi studi (rigorosamente riportati nella biografia del libro).

La caratteristica più notevole e attuale di Marco Margnelli è stata la sua curiosità scientifica per questioni inusuali e avvincenti (…) Ha imparato a non dare risposte prima di essersi posto con serietà le domande giuste – Spiega Padre E. Alessandrini – Marco Margnelli ha rappresentato una strana sintesi di scienza e mistero. Infatti ha studiato gli stati modificati di coscienza, come neurofisiologo, come addetto ai lavori, per cui quando smette di usare elettroencefalogrammi e dice quello che pensa, non smette di essere intelligente e critico, non parla a vanvera, le sue parole hanno un grande peso. Marco ha rappresentato un’affascinante sintesi di scienziato e bambino curioso

Gli stati modificati della coscienza guida il lettore alla scoperta, riga dopo riga, di temi misteriosi su cui ancora la scienza ha difficoltà a esprimersi e lo fa senza mai cadere in cialtronerie, ma dando una visione in cui si alternano neuroscienze, fisiologia, antropologia e psicologia.

Gli stati modificati della coscienza: la struttura del libro

La prima parte del libro si concentra sugli stati della coscienza così come oggi conosciuti, nonché risposta a una crisi epocale, caratterizzata da un malessere esistenziale generalizzato degli occidentali. Qui il contatto con se stessi è visto come via d’uscita, a volte sbagliando e ricorrendo alle modificazioni chimiche degli stati di coscienza (pensiamo ad esempio alle droghe) ma a volte positivamente, attraverso la meditazione ad esempio, riscoprendo le risorse interiori che ognuno ha dentro di sé.

Si passa poi alla storia della coscienza, quando si inizia a parlarne e a studiarla: ecco che viene presentato il riferimento alla storia della psicologia, della psicofisiologia e della psicoanalisi. Da Charcot a Janet, da Freud a Hofmann si delineano i passi avanti ma anche le lunghe battute d’arresto che lo studio sulla coscienza ha affrontato nel corso della storia.

Il libro si addentra poi nel vivo dei fenomeni più misteriosi di cui ancora oggi è difficile dare spiegazione. Il primo argomento è l’estasi religiosa: cosa succede in chi la vive? Si può parlare di una scarica emozionale di altissima intensità? Che ruolo ha l’amore e la devozione o la cultura di provenienza nel palesarsi di questo fenomeno?

La lettura prosegue sempre sul versante mistico, non dimentichiamo che Marco Margnelli ha a lungo studiato tali fenomeni, arrivando così ad affrontare il caso della comparsa di stigmate e di guarigioni miracolose. Sono riportati alcuni dei casi studiati da Margnelli, anche attraverso le moderne tecnologie e le conclusioni alle quali si è giunti.

Altre tematiche affrontate sono le OBE (out body experiences), ovvero le esperienze extra corporee e le NDE (Near Death Experiences): più oscure le prime, più riconosciute anche da scienziati e medici le seconde. E’ davvero possibile “staccarsi” dal proprio corpo e osservarsi dall’esterno, aleggiando nella stanza in cui ci troviamo?

Tra gli ultimi argomenti, ma comunque sempre ben analizzati, troviamo anche la pranoterapia e i sogni lucidi.

Gli stati modificati della coscienza:

Durante la lettura del libro in realtà molti perché restano sospesi, altrettanti interrogativi non trovano risposta. Un interrogativo tra tutti mi risulta più inappagato: perché non viene dato più spazio, nelle ricerche esposte e nei casi illustrati, anche alla storia di vita di chi manifesta certi fenomeni? Lontani dal patologizzare ma in virtù di uno sguardo più profondo, vien da chiedersi: quanto incide l’ambiente in cui questi individui sono vissuti? Qual è la loro storia di vita? Perché sull’argomento dissociazione non viene spesa qualche parola in più? Forse uno studio più approfondito delle ricerche di Mergnelli potrebbe darmi una risposta.

L’intervista, come abbiamo visto, tocca numerosissimi argomenti senza lasciare mai il filo logico che li lega l’un l’altro. Di notevole utilità è anche la scelta stilistica di chi ha curato il libro, di inserire delle domande volte a riassumere quanto scritto fino a quel momento, specie dopo aver toccato argomenti su cui il pensiero di Margnelli era molto ricco. Il lettore è così aiutato a destreggiarsi meglio tra i contenuti per poter poi proseguire con la lettura delle pagine.

Un libro grazie al quale perdersi tra rigore scientifico e questioni ancora aperte; una lettura per vedere con altri occhi argomenti spesso tabu per la ricerca; in fondo, pagine da sfogliare per riscoprire quanto sia piacevole, a volte, non avere una risposta a tutti i nostri perché.

Le potenzialità dell’intestino sulla salute mentale

Un approfondimento delle modalità di comunicazione tra intestino e cervello attraverso lo studio del microbiota intestinale potrebbe permettere di sviluppare nuove e promettenti terapie che usufruiscono di probiotici per il trattamento di alcuni disturbi come la depressione.

 

L’idea un tempo selvaggia secondo cui i batteri intestinali influenzino la salute mentale si è trasformata in un solido campo di ricerca grazie ad uno studio europeo, pubblicato recentemente su Nature Microbiology, che mette in luce il potenziale neuroattivo del microbioma in associazione alla qualità di vita e alla depressione in due coorti di popolazioni.

Le diverse associazioni tra sistema nervoso centrale e i miliardi di batteri nell’intestino, il microbiota, che hanno battezzato la loro denominazione in un unico asse, l’asse intestino-cervello, sono ora sotto gli occhi della ricerca scientifica che si è prefissa di investigare sempre più nel dettaglio i meccanismi causali attraverso i quali i microorganismi batterici che popolano l’intestino siano partecipi del funzionamento mentale e del comportamento sociale sia negli animali che negli esseri umani e di come questi potrebbero di conseguenza contribuire anche allo sviluppo di alcune condizioni patologiche quali la depressione (Jiang, Ling, Zhang et al., 2016).

Molto di quello che si sa a riguardo proviene prevalentemente da studi correlazionali che rimarcano la presenza di un’associazione tra specifici batteri intestinali e sindromi psicopatologiche, associazioni che però, sottolineano, non sono da intendersi di causa-effetto; un altro limite rappresentato dalle ricerche sull’asse intestino-cervello nella popolazione umana risiede nel fatto che i gruppi sperimentali utilizzati sono molto spesso di modeste dimensioni e pertanto questi studi potrebbero non isolare correttamente le variabili confondenti come diete alimentari insolite, l’uso di antibiotici o antidepressivi che determinano un’alterazione della flora batterica intestinale.

Nonostante ciò, la comunicazione bidirezionale tra i due sistemi suggerisce che il microbiota intestinale svolga un ruolo attivo non solo nella modulazione delle risposte immunitarie, ormonali e neurali dell’organismo che lo ospita, ma anche nella regolazione dell’epitelio intestinale, della permeabilità della barriera ematoencefalica e sia nel metabolismo o nella stimolazione che nella degradazione di componenti neuro attivi quali neurotrasmettitori (serotonina e GABA) e modulatori del sistema immunitario (e.s. acido quinolinico), che a loro volta ne modulano la crescita (Lyte & Brown, 2018).

Lo studio

Il nuovo studio di Valles-Colomer, Falony, Darzi, Tigchelaar, Wang e colleghi (2019) ha utilizzato sequenze di DNA per l’analisi delle “normali” variazioni del microbiota tramite campioni fecali in un gruppo di oltre mille individui reclutati in Belgio grazie al Belgium’s Flemish Gut Flora Project, confrontandoli con quelli provenienti da individui con una diagnosi di depressione o una bassa qualità di vita.

Il team di ricerca ha correlato differenti popolazioni microbiche con la qualità di vita e l’incidenza di sintomi depressivi utilizzando punteggi provenienti da self-report (The RAND-36 item Health survey e QoL questionnaire; Hays & Mazel, 1993) e diagnosi mediche sia autoriportate che certificate.

Le evidenze sono state ottenute tramite lo sviluppo di complesse metodologie e analisi che hanno consentito la profilatura delle diverse popolazioni microbiche, sia nei soggetti di controllo che in quelli patologici, potendo così generare un “catalogo” di 56 sostanze in grado di descrivere la capacità del microbiota di metabolizzare o degradare molecole cosiddette “neuroattive”, cioè interagenti con il sistema nervoso umano; in particolare due popolazioni di batteri, Coprococcus e Dialister, sono state associate ai campioni provenienti dagli individui affetti da depressione ma non a quelli con un’alta qualità di vita.

I risultati prodotti sulla popolazione belga sono stati validati tramite il confronto con le analisi microbiche provenienti da una popolazione danese reclutata grazie al progetto Dutch LifeLines DEEP trovando l’assenza delle due stesse specie di microrganismi nei soggetti danesi affetti da depressione.

Conclusioni e prospettive future

Nonostante lo studio di Valles-Colomer, Falony, Darzi, Tigchelaar, Wang e colleghi (2019) non stabilisca alcuna relazione causale, tuttavia costituisce un’associazione osservata su due popolazioni indipendenti e assai numerose. In aggiunta, i ricercatori hanno evidenziato una correlazione positiva tra qualità di vita e la potenziale capacità del microbioma intestinale nel sintetizzare un prodotto di degradazione della dopamina, l’acido 3-4 diidrossifenilacetico implicato nella depressione, che ha costituito il segnale più evidente di come il microbiota sia in grado di influenzare la salute mentale dell’organismo ospitante (Valles-Colomer, Falony, Darzi, Tigchelaar, Wang et., 2019).

A parere del team autore della ricerca, un solido approfondimento delle modalità di comunicazione tra intestino e cervello potrebbe aprire numerose e promettenti porte per nuove terapie che potrebbero usufruire di probiotici per il trattamento ad esempio della depressione o potranno aprire nuove prospettive metodologiche in grado di isolare all’interno del microbioma quei marker che potrebbero contribuire allo sviluppo di un profilo biologico sempre più accurato delle patologie mentali.

Leonard Cohen. Manuale per vivere nella sconfitta (2018) di Silvia Albertazzi – Recensione del libro

Un libro che si intitola Manuale per vivere nella sconfitta non può non destare l’interesse di chi si occupa di salute mentale e di disagio psicologico.

 

D’altra parte nell’opera del leggendario e mitologico Leonard Cohen (sia opera scritta, che musicata) come viene spiegato dall’autrice, eminente esponente del mondo accademico letterario,

la bellezza dei perdenti e il valore della sconfitta sono esaltati attraverso un uso ipnotico e ammaliante della parola che imprigiona chi ascolta o legge in un cerchio magico da cui risulta impossibile uscire, una volta che se ne siano varcati i confini.

Leonard Cohen. Manuale per vivere nella sconfitta: presentazione del libro

Nell’introduzione l’autrice racconta che per un bizzarro fenomeno, chi scrive di Leonard Cohen, persino a livello scientifico, finisce a parlare anche di sé. E ovviamente non posso sottrarmi a questa tradizione raccontando come, mossi da sentimenti un po’ onnipotenti, alcuni anni fa, con il caporedattore di questo web journal ci era venuta l’idea di provare a intervistarlo in occasione di uno degli ultimi concerti dal vivo in Italia. Ovviamente non fu possibile, per cui “ripiegai” su un articolo in cui ho raccontato della sua bellissima guarigione da una depressione cronica, avvenuta in tarda età dopo averle provate un po’ tutte, dal monastero al Prozac.

Il Manuale per vivere nella sconfitta si articola in tre sezioni: poesie, romanzi (tra cui spicca appunto Beautiful losers) e canzoni, approfondendo in modo assolutamente esaustivo la vastissima opera di Leonard Cohen, che ha preso forma in sessant’anni di attività (cominciò nel 1956 con le poesie per salutarci con un bell’album di canzoni del 2016). Viene analizzata la tripla anima di poeta, scrittore e cantautore di Cohen e viene evidenziato come il cantautore canadese (anche se lui si è sempre definito scrittore) sia riuscito a riconferire alla forma canzone la sua dignità letteraria di poesia orale. Nascendo come poeta, ha infatti

portato alla canzone la precisione linguistica e l’ossessione formale della poesia scritta.

Ispirandosi inizialmente alla tradizione della chanson francese, la canzone nobile di Leonard Cohen è poi passata veloce di bocca in bocca, fino a diventare un prodotto commerciale e usufruibile da milioni di persone. L’autrice analizza approfonditamente tutta l’opera letteraria di Cohen, soffermandosi sull’interpretazione e i significati e trascurando volutamente la biografia dell’autore perché

anche secondo Cohen, è chi ascolta a conferire significato a una canzone

al dì là della storia e delle intenzioni di chi scrive.

Leonard Cohen. Manuale per vivere nella sconfitta: i personaggi, le canzoni

La narrazione di Leonard Cohen è popolata figure femminili fragili, solitudini, stranieri, immagini religiose e tanti altri elementi spesso impregnati di una “tristezza gentile”, più che da angoscia. In queste atmosfere cupe si può anche raccontare di un tentativo di suicidio come in Dress Reharsal Rags, benchè Cohen dichiarò di non avere mai avuto tendenze suicide, ma di aver conosciuto la vera depressione e aver tratto da essa ispirazione per diversi brani. Il cantautore racconta in un’intervista come per una sorta di particolare catarsi alcune persone che hanno attraversato questi tipi di “paesaggi depressivi”, abbiano riportato di aver addirittura tratto beneficio dalla bellezza di questo tipo di brani.

Anche la dimensione spirituale di brani come la celeberrima Halleluja può avere un effetto estremamente potente, in quanto, come ricorda l’autore esprime

il desiderio di affermare la fede nella vita, non in modo religioso formale, ma con entusiasmo, con emozione

come una sorta di preghiera laica.

Uno dei brani-capolavoro a mio avviso, che riesce a racchiudere allo stesso tempo disperazione, sensualità, spiritualità e speranza è Dancing me to the end of love, contenuto nell’album Various positions del 1984, in cui quell’immagine così forte del “burning violin” (che si riferisce alle terribili esecuzioni musicali cui erano costretti i musicisti ebrei nei campi di concentramento, per fare da colonna sonora all’ingresso dei compagni nelle camere a gas) viene amplificata dal malinconico coro di voci che si ripete in modo quasi ipnotico all’inizio e alla fine del brano.

Leonard Cohen. Manuale per vivere nella sconfitta – le posie ed i romanzi

Ho parlato soprattutto di canzoni perché mi sento un po’ più ferrato nella materia, ma anche le parti sulle poesie e i romanzi sono interessantissime.

Per stimolare la curiosità mi limiterò a riportare la definizione che Leonard Cohen diede del proprio romanzo Beautiful losers cinquant’anni dopo la pubblicazione:

un’assurda collezione di riff jazzistici, di scherzi da pop art, di kitsch religioso e di preghiere soffocate…un colpo di sole, più che un libro

L’autrice sviluppa un’analisi eccellente di quest’opera visionaria, ricca di riferimenti storici e psicologici, in cui il “bello e perdente” si sostituisce in qualche modo al “bello e dannato”.

Un libro davvero illuminante ed esaustivo, da cui si riesce ad apprezzare l’enorme valore creativo di uno degli ultimi veri maestri della parola scritta e cantata, che è veramente riduttivo chiamare solo cantautore.

L’addio a Rodolfo de Bernart, tra i più noti esponenti della psicoterapia sistemico familiare

Una improvvisa e prematura scomparsa ha colpito il mondo della psicoterapia: è venuto a mancare, all’ età di 73 anni, Rodolfo de Bernart, psicoterapeuta direttore dell’Istituto di Terapia Familiare di Firenze.

 



Rodolfo De Bernart è nato a Roma nel 1947, si è laureato in Medicina a Firenze, specializzandosi successivamente in Psichiatria all’Università di Pisa.

Rodolfo de Bernart è stato un noto terapeuta Familiare Sistemico, eppure troviamo difficile poter racchiudere tutta la sua carriera in un’unica definizione: la sua vita professionale è stato un continuo costellarsi di traguardi e incarichi svolti in virtù della diffusione scientifica, della condivisione con colleghi e allievi e dell’attenzione verso i suoi pazienti.

Ha iniziato il suo percorso sotto la supervisione di grandi nomi, tra cui Fromm, Minuchin e Whitaker. Ha lavorato per anni nei servizi di psichiatria pubblica e ha collaborato anche in ambito accademico presso diverse università. Ha fondato nel 1981 con Cristina Dobrowolski, l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze (ITFF), di cui è stato direttore fino ai suoi ultimi giorni di vita.

È stato presidente della FIAP, Federazione Italiana Associazioni di Psicoterapia e membro dell’EAP, European Association of Psychotherapy, presidente dell’International Association for the Study of Attachment.

Ci uniamo al dolore dei suoi familiari e dei suoi colleghi che ieri hanno dato la notizia ufficiale sul sito dell’ITFF:

Con immenso dolore e costernazione l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, con i suoi allievi, i suoi docenti, la segreteria ed i tirocinanti, si stringe attorno ai familiari del Professor Rodolfo de Bernart, per la sua improvvisa e prematura scomparsa.

 

Psicologia Clinica Perinatale: dalla teoria alla pratica (2018) – Recensione del libro

La Psicologia Perinatale, che si occupa dei fenomeni e dei processi evolutivi di neonati e bambini e del sistema di relazioni intorno a loro, lungo un continuum che va dalla fisiologia alla patologia, necessitava di un manuale così completo.

 

È un’opera di caratura internazionale curata da Rosa Maria Quatraro e Pietro Grussu che comprende i contributi di trentadue autori, esponenti di grande rilievo della Psicologia Perinatale.

Psicologia clinica perinatale: numeri e dimensione di un fenomeno a cui non si risponde adeguatamente

Viene messo immediatamente in risalto un aspetto fondamentale: in tutto il mondo esiste un’ampia diffusione dei disagi psicologici che possono colpire le donne nel periodo precedente e successivo alla nascita di un figlio; emblematico il caso del Regno Unito, in cui un quarto delle donne decedute entro il primo anno dopo il parto sono morte per cause legate alla salute mentale. Diversi report internazionali inoltre hanno messo in luce anche il peso economico a lungo termine delle psicopatologie del pre e del postpartum. Non va dimenticato, infatti, come queste problematiche abbiano un’impatto non solo sul singolo ma anche sulla famiglia e sull’intera società.

Nonostante questi dati, ci si ostina a trattare infertilità, poliabortività, lutti perinatali e complicazioni successive alla gravidanza prendendo in carico principalmente la salute fisica, continuando a perpetrare un’impostazione di dualismo mente-corpo e a sottostimare l’importanza degli interventi psicologici.

L’obiettivo del manuale è quello di offrire una panoramica su tutte le situazioni che nel periodo che precede e segue il parto possono creare una sofferenza emotiva alla donna, alla coppia e ai figli, quelli che già ci sono e quelli che verranno. Ogni capitolo tratta un aspetto specifico della Psicologia Clinica Perinatale, in cui gli autori hanno offerto sia una rassegna delle ricerche aggiornata che le principali modalità di intervento selezionate per prove di efficacia.

Psicologia clinica perinatale: la gravidanza e il parto

La prima parte del manuale Psicologia Clinica Perinatale tratta lo stress prenatale e i suoi effetti avversi sulla prole nello sviluppo neurobiologico, nella risposta allo stress nel corso della vita e nella salute fisica ed emotiva. Le ricerche che vengono esposte mostrano la necessità di valutare lo stress percepito durante la gravidanza e di supportare le donne con programmi per la sua gestione. In questa parte iniziale è presente anche un capitolo riguardante gli effetti sul feto dei disturbi psicologici della madre; si parla della necessità di effettuare una valutazione che comprenda l’anamnesi dei traumi e di seguire, eventualmente, dei trattamenti preventivi sia in ospedale che in coordinazione con professionisti esterni.

La seconda parte affronta tutte le principali problematiche del preconcepimento, della gravidanza e del parto: un capitolo è dedicato agli aspetti psicologici dell’infertilità e della sterilità di coppia, in particolare nei casi in cui vengono effettuati i trattamenti di PMA; si parla in particolar modo dell’impatto che tutto il processo ha su un piano intrapsichico, interpersonale e psicosessuale. Il capitolo successivo tratta le conseguenze psicologiche per la coppia genitoriale delle patologie fetali. Dopodiché ci si concentra sul tema complesso dell’aborto spontaneo, dell’IVG e del lutto perinatale, eventi potenzialmente traumatici ancora poco legittimati in diverse culture, ma che, per un’adeguata elaborazione, richiedono interventi psicoterapeutici e psicoeducativi. Infine, l’ultimo capitolo di questa parte affronta gli effetti “onda” negativi di un parto traumatico, tra cui il PTSD, le difficoltà nell’allattamento e lo stato d’ansia per i parti successivi, ma anche gli effetti positivi che si verificano in alcune donne, ossia la crescita post-traumatica.

Psicologia clinica perinatale: le criticità dopo la nascita

La terza parte del libro Psicologia Clinica Perinatale concerne il periodo postnatale. Vengono trattati i vissuti emotivi di questa delicata e intensa epoca di vita sia nelle situazioni fisiologiche che in quelle in cui il bambino attraversa un periodo di ricovero in Terapia Intensiva Neonatale.

Si parla altresì dell’importanza del supporto sociale e familiare per la diade madre-figlio e delle prime fasi dell’alimentazione del bambino. Viene ampiamente trattato come le problematiche nell’allattamento e nello svezzamento possono rappresentare l’occasione per esplorare aspetti profondi della relazione tra madre e figlio, come ad esempio la dipendenza e il processo di separazione. Nella quarta ed ultima parte vengono esposte le principali ricerche sulle psicopatologie perinatali (disturbi depressivi, disturbi ansiosi e psicosi post partum) e le relative modalità di prevenzione, screening, diagnosi e intervento. Viene dedicata particolare attenzione ai fattori di rischio che possono influire nello sviluppo di queste psicopatologie e agli strumenti per effettuare uno screening che possa permettere di intervenire tempestivamente prima che si cronicizzino.

In definitiva, Psicologia clinica perinatale: dalla teoria alla pratica è un’ottima risorsa non solo per psicologi, psicoterapeuti, ricercatori e dirigenti sanitari che lavorano quotidianamente nell’ambito perinatale, ma altresì per studenti, specializzandi e professionisti di discipline diverse che si vogliono affacciare alla scoperta di questa affascinante e fondamentale branca della psicologia, in continua evoluzione da 30 anni a questa parte. In questo volume si trovano spunti di riflessione, conoscenze aggiornate e stimoli per lavorare in maniera integrata e multidisciplinare (modus operandi imprescindibile in quest’area), nonché suggerimenti sugli interventi più efficaci.

È un testo che lancia delle importanti sfide per il futuro: la costruzione di un modello teorico e applicativo che integri la salute fisica con quella psicologica e la costruzione della consapevolezza che per intervenire davvero efficacemente in quest’ambito è necessario

che gli psichiatri e psicologi clinici siano formati sulle competenze che mancano loro e che imparino ad ascoltare le voci dei genitori che soffrono e i segnali dei loro bambini (Cox, pag.558).

Da non dimenticare, tuttavia, che molte donne e coppie vivono una gravidanza serena e si adattano in modo funzionale al passaggio di vita che richiede la nascita di un figlio: anche in questi casi l’attenzione al benessere psicologico è importante, in quanto va ad ottimizzare l’equilibrio mentale e il benessere non solo della madre ma di tutta la famiglia, con un impatto positivo saliente sulla salute a lungo termine, anche sulle generazioni future.

Dynamo Camp: campagna solidale 2019 – Comunicato Stampa

Debutta il 16 Febbraio la campagna di raccolta fondi con SMS e chiamate da rete fissa al numero solidale 45519 con cui si contribuisce a incrementare il numero di bambini con patologie gravi gratuitamente accolti a Dynamo Camp nel 2019.

Comunicato stampa

Dynamo Camp è la vita che non ho mai avuto (un bambino, sessione di Natale 2018)

Sabato 16 febbraio il debutto della campagna di raccolta fondi tramite SMS e chiamate da rete fissa, per contribuire a regalare una vacanza gratuita a Dynamo Camp a 450 bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, con patologie gravi o croniche, nel 2019, e contribuire al numero di bambini con bisogni assistenziali complessi accolti dalla Onlus.

Per partecipare alla raccolta basta inviare un SMS al numero solidale 45519 o chiamare da rete fissa. Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, iliad, Coop Voce e Tiscali. Sarà di 5 euro per le chiamate da rete fissa TWT, Convergenze e PosteMobile, di 5 e 10 euro da rete fissa TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali. Il numero è permanente, attivo per tutto il 2019.

Nel 2019, nei programmi estivi per Soli Camper, per bambini al Camp in autonomia senza i genitori, Dynamo Camp incrementerà ulteriormente il numero di ospiti con patologie molto gravi o tali da richiedere volontari dedicati per tutta la durata della sessione, tra cui sordità, necessità di respirazione assistita, neurofibromatosi (nuove patologie 2018-2019), cecità, SMA 3, distrofia muscolare, spina bifida, MAR (Malformazioni ano-rettali), bambini con catetere venoso centrale, bambini con patologie oncoematologiche e altre patologie gravi e croniche. Nei programmi per Famiglie, dedicati a bambini con patologie neurologiche, saranno ospitati bambini con sclerosi tuberosa, autismo (nuove patologie 2018-2019), sindromi rare, tetra paresi, paralisi cerebrale infantile, esiti da ictus, sindrome di Rett, SMA 1 e 2 e altre patologie neurologiche gravi. In numerose sessioni, Dynamo Camp accoglie inoltre ex camper, che hanno compiuto i 17 anni, nel programma LIT (Leaders In Training), in un percorso dedicato che potrà portarli in futuro, se lo desiderano, a diventare volontari o staff. I destinatari del progetto, in particolare, sono ragazzi e ragazze costretti in carrozzina, con patologie come spina bifida o altre patologie neuromotorie.

Il periodo a Dynamo Camp ha l’obiettivo di far vivere una vera vacanza, in un ambiente naturale meraviglioso e protetto, dove gli ospiti possano godere di attività quali arrampicata, cavallo, piscina, tiro con l’arco, terapia con i cani e animali della fattoria, e altre attività, proposte in totale sicurezza, secondo la Terapia Ricreativa Dynamo®, con staff specializzato e formato per gestire le problematiche di bambini affetti da patologie gravi, e in totale sicurezza medica. Finalità ultima è contribuire a dare loro sollievo, e a far riacquisire fiducia in se stessi e benefici permanenti nella gestione della malattia e della vita.

Sostengono la campagna Mediafriends (24 febbraio – 2 marzo), Sky per il Sociale (17 febbraio-2 marzo), la7 (17 febbraio – 2 marzo), Discovery (16 febbraio – 3 marzo), Class Editori con Class TV e Telesia (16 febbraio – 3 marzo).

La campagna è supportata, per l’undicesimo anno consecutivo, da Radio DEEJAY, in particolare da Linus e Nicola Savino che all’interno della trasmissione DEEJAY chiama Italia dedicheranno una maratona radio con ospiti e approfondimenti (18-22 febbraio), e, per il nono anno consecutivo, da Radio Capital (25 febbraio-3 marzo), con spazi di comunicazione, appelli da parte dei conduttori e jingle realizzati in esclusiva per Radio Capital con i bambini di Dynamo Camp.

Concorre alla campagna un’asta, su ebay dal 24 febbraio al 2 marzo, organizzata da Associazione Dynamo Camp Onlus in collaborazione con Radio DEEJAY. Tra gli item in asta: 10 anelli targati Radio DEEJAY in edizione limitata realizzati da Nove25, 50 completi da ciclismo Castelli in edizione limitata,

10 fotocamere istantanee Leica Sofort per Radio DEEJAY in edizione limitata autografate da Linus e Nicola Savino e due experience uniche: una corsa di 10 km con Linus con partenza da Radio DEEJAY più tour della radio per 10 persone e un’uscita in bici per 10 persone con Linus e Nicola Savino.

Supporta la campagna Lega Serie A, con striscioni sui campi e spot sui maxischermi negli stadi della 25ª giornata di campionato (22-24 febbraio). Sostiene la campagna Clear Channel, con il suo circuito digitale nazionale dei centri commerciali.

Supportano la campagna radio web e radio locali sul territorio italiano, in particolare Radio Nostalgia, Radio Number One, Radio Babboleo, Radio Cuore, Radio Norba, Ciccio Riccio, Radio Atlanta Milano, Radio Dynamo.

Si ringrazia ANTEPRIMAVIDEO per il supporto nella realizzazione dello spot tv.

ASSOCIAZIONE DYNAMO CAMP ONLUSwww.dynamocamp.org

Associazione Dynamo Camp Onlus offre gratuitamente programmi di Terapia Ricreativa Dynamo a bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, affetti da patologie gravi e croniche, alle loro famiglie e ai fratelli e sorelle sani. Le attività si svolgono presso Dynamo Camp, a Limestre (Pistoia), accogliendo bambini da tutte le regioni d’Italia, e, attraverso i Dynamo Camp Programs, nelle maggiori città italiane in ospedali, case famiglia e associazioni.

La Terapia Ricreativa Dynamo ha l’obiettivo dello svago e del divertimento ma anche e soprattutto di essere di stimolo alle capacità dei bambini, di rinnovare la fiducia e la speranza. Nei casi di patologie più gravi, accolte nei programmi per le Famiglie, Dynamo ha l’obiettivo di regalare “occasioni di vita” a bambini che hanno capacità motorie quasi nulle, possibilità di comunicazione legata a dispositivi esterni, aspettative di vita limitate.

Dal 2007, l’Associazione ha gratuitamente ospitato 7.607 bambini in programmi per Soli Camper, 7.269 bambini e genitori nei programmi per le famiglie a Dynamo Camp e ha raggiunto coi Dynamo Camp Programs 20.840 bambini nelle principali città italiane, offrendo così i propri programmi a oltre 35.000 persone. Il network di Dynamo Camp comprende oltre 158 ospedali e associazioni in tutta Italia. L’Associazione ha formato dal 2007 6.420 volontari e ha oggi 55 dipendenti e 81 persone di staff stagionale.

Dynamo Camp è situato a Limestre in provincia di Pistoia, in un’oasi di oltre 900 ettari affiliata WWF, Oasi Dynamo, e fa parte del SeriousFun Children’s Network di camp fondati nel 1988 da Paul Newman e attivi in tutto il mondo.

Conoscere il nostro patrimonio genetico potrebbe aiutarci a predire e prevenire la depressione

Poter misurare la propensione genetica degli individui alla depressione sarà di grande aiuto ai clinici per poter mettere in atto le migliori misure preventive possibili per le popolazioni più a rischio.

 

Il disturbo depressivo maggiore è una delle patologie psichiche più diffuse al mondo, secondi i dati del DMS IV si calcola una prevalenza del 10-25% nelle donne e del 5-12% negli uomini. Tali percentuali mostrano chiaramente quale sia la gravità del problema, inoltre i dati mostrano che tale prevalenza aumenterà col il passare degli anni.

L’incorrere in disturbi di tipo depressivo è una condizione molto comune e molto costosa sia per l’individuo che la vive, sia per la società. Riuscire ad identificare quali siano le persone più a rischio potrebbe essere di grande aiuto ai clinici per poter mettere in atto delle misure preventive in grado di contenere il fenomeno sul nascere e migliorare il benessere degli individui.

Il rischio poligenetico connesso alla depressione

Un recente studio danese dell’Università di Aarhus (Musliner et al., 2019) ha indagato se sia possibile identificare una predisposizione genetica per i fenomeni depressivi. Tale ricerca ha seguito da vicino circa 34.500 abitanti della Danimarca per circa 20 anni ed ha misurato il loro rischio genetico di sviluppare la depressione.

Gli studiosi danesi hanno misurato il rischio poligenetico connesso alla depressione in tali individui; per poligenetico si intende un rischio connesso non solo ad un gene, ma ad un insieme specifico di geni. Musliner ed i suoi collaboratori sono riusciti ad isolare questo insieme di geni, identificando l’insieme di geni maggiormente predittivo di sintomi depressivi in età adulta. Pertanto, attraverso il calcolo del rischio poligenetico connesso alla depressione, è possibile predire quali individui andranno incontro, nel corso della loro vita, a disturbi di tipo depressivo.

Questo studio rende possibile misurare direttamente la propensione genetica connessa con la depressione, superando il fatto di aver bisogno di affidarsi alla storia familiare come modo di predire la disposizione genetica alla depressione. In ogni caso lo studio in questione ha evidenziato anche come non sia possibile trovare il “gene della depressione” e come anche un individuo con una grande propensione genetica allo sviluppo di patologie depressive possa non arrivare a svilupparle nel corso della sua vita. Certo è che poter misurare la propensione genetica degli individui sarà di grande aiuto ai clinici per poter mettere in atto le migliori misure preventive possibili per le popolazioni più a rischio.

 

Laureato o laureando in Psicologia del lavoro o della Formazione? Unisciti al team di Studi Cognitivi!

Sei laureato o stai per laurearti in Psicologia del lavoro o della formazione? Unisciti al team di Studi Cognitivi!

 

Stai per laurearti in Psicologia del lavoro o della formazione e vuoi scoprire come diventare un professionista. Unisciti al team di Studi Cognitivi. Sono disponibili due posti per il tirocinio nel prossimo semestre.

Sei laureato/a in Psicologia del lavoro o della formazione e vuoi unirti al team di Studi Cognitivi. Affiancherai il responsabile dell’organizzazione e dello sviluppo formativo in un percorso di crescita. La posizione è aperta anche per un tirocinio post laurea.

Che cosa ci aspettiamo da te?

  • Desiderio e curiosità di approfondire i temi che riguardano l’organizzazione (ruoli, competenze, performance, valutazione ecc.)
  • Interesse verso i temi della psicologia sociale applicata
  • Passione per la formazione in termini di metodologie e strumenti
  • Preparazione accademica adeguata a sostenere il ruolo potenziale
  • Solide competenze di analisi (capacità di leggere e interpretare dati quantitativi e qualitativi)
  • Capacità di auto organizzarsi e un rigoroso rispetto delle scadenze
  • Attenzione a migliorare e ricercare soluzioni sempre migliori

L’impegno è di 20 ore settimanali.

Che cosa non stiamo cercando…

  • Uno psicologo clinico che veda in questa offerta solo un lavoro… ma “tanto a me piace solo la clinica”
  • Qualcuno che non abbia mai conosciuto o esplorato, almeno accademicamente, tematiche formative o organizzative
  • Qualcuno che non sia disposto a studiare e continuare ad apprendere
  • Qualcuno che non conosca State of Mind …potremmo reagire molto peggio di Miranda Priestly!

Per candidarti puoi scrivere a [email protected] allegando il CV e un breve testo che ci aiuti a comprendere le tue motivazioni.

 

Parlami di te (2018): la storia di una rinascita, per riflettere con ironia sulle nostre fragilità – Recensione del film

Fabrice Luchini è un mostro sacro del cinema e del teatro francese e su Luchini il regista Mimram ha costruito il film Parlami di te, che è ispirato a una storia vera, quella di Christian Streiff, il grande manager della Peugeot che una decina di anni fa fu licenziato dalla guida della casa automobilistica nel giro di poche ore.

 

Fabrice Luchini è un mostro sacro del cinema e del teatro francese. Paragonabile per fama e tifoseria forse al nostro Toni Servillo.

Se seguite la serie di Netflix Chiami il mio agente, ambientata in un’agenzia francese per attori, avrete visto la puntata a lui dedicata e avrete capito di che mostro sacro parliamo. Pur di averlo come cliente ogni agente sarebbe disposto a vendere la madre…

Parlami di te – l’egocentrismo come aiuto e come ostacolo

Così anche i registi. Metti nel cast Luchini, che si pronuncia ovviamente alla francese con l’accento sulla i finale, e hai fatto il film. Pubblico assicurato. Questo deve avere pensato Hervé Mimram, regista di Parlami di te. Su Luchini il regista ha costruito il film, che è ispirato a una storia vera, quella di Christian Streiff, il grande manager della Peugeot che una decina di anni fa fu licenziato dalla guida della casa automobilistica nel giro di poche ore.

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Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 1

Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 2

Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 3

Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 4

Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 5

Streiff qualche mese prima aveva avuto un’emorragia cerebrale, si era ripreso, ma non perfettamente. Soffriva di amnesie, faticava a parlare: ma il sistema industriale è spietato, non aspetta, se non sei efficiente al cento per cento vai fuori.

Anche Alain, il protagonista del film Parlami di te è un grande manager sempre sotto pressione – il titolo originale del film infatti è Un homme pressé – e quando si risveglia in ospedale fatica ad accettare la sua nuova condizione di malato. Il film è appunto la storia di una rinascita, resa più difficile in questo caso dal soggetto colpito dall’ictus. Che non è calmo e paziente come si addice a un convalescente, che anzi rifiuta la sua condizione di persona malata.

Alain è un uomo prepotente, sicuro di sé, abituato a comandare e ad avere tutto e subito. Lo aiuterà in questo cammino – nella realtà durato tre anni e Streiff racconta di essere ancora soggetto a tremori – Jeanne, una giovane logopedista.

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Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 6

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Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 9

Parlami di te (2018) l'ironia che aiuta a riflettere sulla fragilita - Recensione 10

Sulle prime il loro è un rapporto molto burrascoso: Alain, per descrivere il tipo, è famoso fra i suoi sottoposti per non dire mai grazie, uno che quando gli si chiede se sia stanco risponde bruscamente, “riposerò quando sarò morto”. Ovvio che sopporti malamente gli esercizi elementari che è costretto a fare per riacquistare correttamente la parola. Il regista punta moltissimo sul linguaggio e Lucchini lo aiuta offrendo allo spettatore un vero saggio di bravura. Il suo Alain è convinto di pronunciare bene le parole, non si rende conto che invece le storpia, che farfuglia, straparla. Il suo forte egocentrismo sicuramente gli è stato utile per costruire una brillante carriera, ma ora è un ostacolo. Le sedute con Jeanne gli sembrano tempo sprecato, sciocche e inutili le brevi frasi che dovrebbe ripetere svariate volte.

Parlami di te – scoprirsi fragili

L’altra figura che lo aiuta nel decorso della malattia è la figlia Julia, una ragazza deliziosa, ma succube anche lei degli umori del padre. Totalmente arido sul terreno degli affetti familiari anche con lei Alain ostenta insofferenza, finché dovrà cercare il suo aiuto
È la nemesi. Da forte che era, o che pensava di essere, il grande manager si scopre improvvisamente fragile.

Al di là delle cure specifiche, alla fine sarà lui stesso ad aiutarsi, a usare la malattia per ricostruire un nuovo Alain. Per farlo sarà necessario mettersi in cammino, zaino in spalla, per seppellire definitivamente chilometro dopo chilometro, tappa dopo tappa, il manager di ieri. Quello di oggi sarà semplicemente un uomo alla ricerca di se stesso sul Cammino di Santiago di Compostela, un pellegrino fra i pellegrini.

Parlami di te non è un film verità, non è il racconto di un dramma. No, Parlami di te è più semplicemente una commedia, forse il genere cinematografico in cui i francesi più eccellono. Una commedia che usa il dramma di un uomo colpito da una grave malattia per raccontarlo con garbo e per farci anche sorridere. Perché l’ironia, sembra dirci il regista, può essere un buon antidoto anche alle peggiori tragedie.

In Francia il film è uscito prima di Natale ed è stato campione di incassi, da noi sarà nelle sale da giovedì 21 febbraio. Dovrà puntare molto sul doppiaggio, perché non è facile rendere anche in italiano il saggio di bravura linguistico di Luchini. Ma si sa, gli italiani sono i migliori doppiatori del mondo.

 

PARLAMI DI TE – GUARDA IL TRAILER DEL FILM:

Disturbo narcisistico di personalità: grandiosità, vulnerabilità e comorbilità psichiatrica

In ambito clinico le descrizioni del Narcisismo patologico convergono su alcune caratteristiche tipiche..

 

Le caratterische tipiche sono l’egocentrismo smisurato, accompagnato da una preoccupazione eccessiva per il proprio valore personale, il bisogno smodato di riconoscimento da parte degli altri, la presenza di stati mentali di vuoto ed un generale impoverimento affettivo, la mancanza di un autentico interesse per gli altri e la scarsa capacità di costruire relazioni interpersonali.

Queste osservazioni hanno condotto alla definizione nel DSM III (APA, 1980) del Disturbo Narcisistico di Personalità, i cui elementi descrittivi si fondavano sulla palese manifestazione dell’auto-percezione di grandiosità, sulla mancanza di empatia e sull’attiva ricerca di ammirazione.

Narcisismo: ce ne sono 2 tipi principali

Negli ultimi decenni, tuttavia, si sono ampliate le osservazioni cliniche e gli studi condotti su pazienti narcisisti che, pur essendo avvolti in fantasie grandiose e danneggiati nelle loro capacità di costruire relazioni intime a causa della mancanza di un genuino interesse verso gli altri, manifestavano la patologia in forme diverse da quella descritta dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Akthar & Thomson, 1982; Cooper & Romingstan, 1992; Gabbard, 1989; Gersten, 1991; Pincus & Lukowitsy, 2010).

Sulla base di tali dati si è pervenuti ad un sufficiente accordo nelle descrizioni di due principali sottotipi nel Narcisismo: il tipo grandioso ed il tipo vulnerabile.

Relativamente alla distinzione tra i due fenotipi del Narcisismo patologico, è stato rilevato come mentre nei soggetti classificabili nel sottotipo ‘Narcisismo grandioso’ prevalgono i sentimenti di superiorità e di disprezzo per le altre persone e la regolazione dell’autostima avviene mediante la creazione di un esagerato e ipertrofico senso di unicità e importanza, viceversa nel sottotipo ‘Narcisismo vulnerabile’ appaiono prevalenti le emozioni di vergogna, il senso di umiliazione e l’ipervigilanza rispetto al giudizio degli altri; entro tale sottotipo la tipica ricerca di ammirazione è sostituita dall’evitamento e dal ritiro dalle situazioni che potrebbero comportare fallimenti e rifiuti, mantenendo in tal modo la grandiosità al riparo dai rischi della vita reale, nel segreto delle fantasie.

A fronte di quanto esposto rispetto alle differenze intercorrenti tra i due fenotipi è necessario evidenziare che vari autori hanno rilevato come la maggior parte dei soggetti narcisisti presenta fluttuazioni tra manifestazioni di grandiosità e di vulnerabilità (Caligor et al., 2015; Dimaggio et al., 2003; Marissen et al., 2012; Pincus & Lukowitsky, 2010, Ronningstam, 2016); in tal senso, dunque, la sintomatologia narcisistica non risulta statica, immobile, bensì rappresenta l’espressione di processi dinamici e mutevoli sottesi ai patologici tentativi di regolazione dell’autostima.

Per ciò che concerne la comorbilità nel Narcisismo, le ricerche hanno rilevato come il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) si presenta più frequentemente insieme ai Disturbi di Personalità Antisociale, Borderline, Istrionico, Passivo aggressivo e Schizotipico (Levy et al., 2009; Stinson et al., 2008).

Inoltre il DNP è presente nel 5% dei casi di Disturbo Bipolare (Vieta et al., 2000) e in comorbilità con abuso di sostanze.

Per quanto riguarda i sottotipi, è stata rilevata la frequente presenza di depressione e ansia nel sottotipo ‘vulnerabile’ (Ronningstam, 2005), mentre l’uso di sostanze è frequente nel sottotipo ‘grandioso’ (Caligor et al., 2015).

Narcisismo patologico: quando il narcisista chiede aiuto

In relazione ai disturbi presenti in comorbilità assume rilevanza evidenziare che, nella maggior parte dei casi, i soggetti affetti da Disturbo Narcisistico di Personalità richiedono un intervento psicoterapeutico non in virtù di una consapevolezza di malattia bensì nel momento in cui manifestano sintomi depressivi o ansiosi che non sono più in grado di sostenere.

I fattori scatenanti uno stato depressivo nel narcisista sono generalmente costituiti da relazioni interpersonali problematiche, da rifiuti o abbandoni, da mancati riconoscimenti nel contesto professionale, da un vissuto di insoddisfazione per la propria vita, da perdite o insuccessi che sminuiscono il fragile senso di grandiosità, generando nell’individuo una percezione di sconfitta e fallimento, e conseguenti emozioni di vergogna ed umiliazione.

Si rende possibile evidenziare, dunque, come la depressione narcisistica scaturisce dalla percezione di una profonda discrepanza intercorrente tra le aspettative idealizzate costruite dal soggetto e la realtà esterna.

In alcuni casi, inoltre, tale stato emotivo sfocia in un evitamento dei rapporti interpersonali fino all’estremo del ritiro sociale, al fine di proteggersi dal rischio di ricevere giudizi negativi altrui a causa della propria condizione di sofferenza emotiva.

Narcisismo: come si manifesta la sofferenza del narcisista

In relazione a quest’ultimo aspetto, infatti, le ricerche hanno rilevato che, parallelamente agli stati depressivi, i soggetti affetti da Disturbo Narcisistico di Personalità presentano frequentemente altri quadri sintomatologici e problematiche comportamentali, quali disturbo da ansia sociale e abuso di sostanze psicoattive.

L’ansia sociale, derivante dall’ipersensibilità al giudizio negativo degli altri sottesa alla millantata sicurezza in sé narcisistica, è manifestata prevalentemente nella forma di un’elevata preoccupazione per le critiche su presunti difetti nel corpo e nelle performances. Tale forma di ansia, dunque, mette in luce la fragilità di individui che nascondono dietro la facciata altezzosa un doloroso senso di inadeguatezza, facilmente slantetizzato e smascherato nella circostanza in cui l’ambiente esterno non fornisce l’ammirazione e l’approvazione attese.

Parallelamente l’abuso di sostanze stupefacenti (in particolar modo la cocaina) e di alcool consente al soggetto di ottenere un veloce, quanto effimero, senso di sollievo dagli stati d’animo negativi e facilita il ripristino o il mantenimento dello stato mentale di grandiosità.

Nei narcisisti la tipica convinzione di possedere abilità eccezionali conduce a negare la loro oggettiva dipendenza da sostanze, a credere di avere il pieno controllo sulla sostanza stessa, e di poterne interrompere l’uso semplicemente quando lo desiderano.

Infine, in alcuni casi i soggetti che presentano un Disturbo Narcisistico di Personalità intraprendono un trattamento psicoterapeutico a causa di un vissuto di grave rabbia, che talvolta sfocia in aggressività etero-diretta verbale o fisica. Tale stato emotivo può essere scatenato da un’ideazione paranoide basata sulla convinzione che gli altri, invidiosi della loro superiorità, siano intenzionati a danneggiarli, sminuendoli o disprezzandoli.

In tali circostanze, la tendenza dei narcisisti è quella di attribuire agli altri la responsabilità dei propri insuccessi, al fine di proteggere la fragile autostima gravemente minacciata dai fallimenti e dalle invalidazioni esterne.

Nonostante il livello di sofferenza emotiva sperimentata dai tali soggetti sia spesso elevato, per il narcisista è molto difficile sia decidere di richiedere l’aiuto terapeutico sia manifestare apertamente il proprio disagio; viceversa, spesso il narcisista assume un atteggiamento di rigido distacco rispetto alle problematiche emotive manifestate. Tale negazione appare inoltre aggravata dalla scarsa capacità, peculiare negli individui affetti da tale disturbo di personalità, di accedere ai propri stati interiori e di riconoscere le proprie emozioni, pensieri, bisogni e desideri.

Infine, alla luce di quanto sopra esposto in merito alla sintomatologia narcisista ed alla distinzione tra i fenotipi grandioso e vulnerabile, si rende necessario evidenziare la marcata variabilità nel livello di funzionamento di tali pazienti.

In tal senso si rileva come la diagnosi categoriale di DNP non consente di stabilire la gravità della sintomatologia di uno specifico paziente, in quanto le persone che condividono la diagnosi di Disturbo Narcisistico possono presentare livelli di gravità clinica, di funzionamento sociale e di difficoltà di trattamento profondamente diversi.

Rispetto a ciò, alcune ricerche hanno evidenziato che, più che la diagnosi categoriale, sono il numero totale di criteri soddisfatti nella somministrazione della SCID II ed il numero di co-diagnosi con altri disturbi a correlare con la gravità dei sintomi, la compromissione sociale e la prognosi peggiore.

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