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Come il cognome degli analisti influenza il mercato azionario

Quali fattori influenzano le nostre decisioni? Gli aspetti a cui prestiamo attenzione sono gli stessi o cambiano a seconda delle situazioni, del contesto e di tipo di decisione che siamo chiamati a prendere? Queste e altre domande diventano ancora più fondamentali quando le decisioni che dobbiamo prendere riguardano il nostro futuro finanziario..

 

In seguito all’attacco terroristico dell’11 settembre del 2001, i ricercatori hanno individuato che le reazioni del mercato finanziario si sono indebolite in risposta alle previsioni degli analisti che avevano un cognome di origine mediorientale. Un caso simile è avvenuto anche quando il governo francese e il governo tedesco si sono opposti alla guerra in Iraq capeggiata dagli Stati Uniti. Infatti le reazioni del mercato in quel caso si sono indebolite in risposta alle previsioni degli analisti con cognomi francesi o tedeschi. Questo fenomeno inoltre si è mostrato più accentuato in aziende con una bassa appartenenza istituzionale e verso analisti con nomi non americani.

Come il cognome degli analisti influenza il mercato: lo studio

I ricercatori hanno dunque studiato, a partire dai registri delle immigrazioni e dai dati dell’indagine Gallup, le preferenze degli americani verso i paesi stranieri. Sono stati così identificati paesi definiti dai ricercatori come “favorevoli”, ovvero ben accetti dagli americani, e paesi stranieri definiti invece “non favorevoli”, dunque non particolarmente graditi, secondo i dati di ricerca, ai cittadini americani.

Dai risultati si evince come, in ambito finanziario, il cognome degli analisti abbia un ruolo fondamentale: le risposte del mercato si farebbero più forti non in risposta alla qualità delle previsioni degli analisti come l’accuratezza o la tempestività, bensì in risposta al cognome dell’analista e al suo appartenere a nazionalità “favorevoli” o non “favorevoli”.

Questo fenomeno risulterebbe in stretta connessione anche con la possibilità di far carriera nel mercato azionario e di realizzarsi nella professione di analista. Ad esempio è emerso che, nonostante l’abilità nel proprio lavoro, avere un cognome legato a nazionalità favorevoli rende più probabile per un analista venire eletto come analista “All-Star” (un indice di carriera di successo) anche a seguito di fusioni, acquisizioni o persino fallimenti delle case di brokeraggio di provenienza.

Anche le derive dei prezzi nel mercato finanziario sembrano essere influenzate dal cognome degli analisti: la velocità con cui i prezzi delle azioni reagiscono alle previsioni di un analista risulterebbe maggiore se l’analista ha un cognome di nazionalità favorevole.

Conclusioni

Concludendo, possiamo evidenziare come la percezione degli investitori circa il cognome di un analista non solo potrebbe influenzare l’elaborazione delle informazioni all’interno del mercato, ma avrebbe un effetto anche sull’andamento di quest’ultimo, portando così a importanti conseguenze sul mondo del lavoro in ambito finanziario.

Dreams, hallucinations and imagination: la consapevolezza tra sogni, allucinazioni ed immaginazione – Report dal workshop di Glasgow

Dreams, hallucinations and imagination: nella due giorni organizzata dall’Università di Glasgow, 10 ricercatori hanno messo a confronto prospettive diverse, dalla filosofia alle neuroscienze.

 

Una discussione multidisciplinare su sogni, allucinazioni e immaginazione

Nei giorni scorsi (23 e 24 febbraio 2019) si è tenuto a Glasgow il workshop Dreams, hallucinations and imagination. Interdisciplinary conference on Dreams, Hallucinations and Imagination. L’evento è stato organizzato dal Centre for the Study of Perceptual Experience dell’Università di Glasgow all’interno di un più vasto progetto sulle basi neurali dell’immaginazione visiva.

Il progetto, The Eye’s Mind, realizzato l’Università dell’Exter e dall’Università di Glasgow, prevedeva infatti due diverse linee di azione: una di ricerca che ha già portato alla pubblicazione di alcuni articoli (Zeman, McKisack & Onians, 2018) ed una di discussione teorica tramite due eventi ad hoc (il workshop tenutosi a Glasgow ed una futura conferenza che si terrà ad aprile all’Università dell’Exter).

Il razionale ed il format del workshop organizzato dall’Università di Glasgow prevedeva di selezionare 10 ricercatori con background diversi per favorire una discussione multidisciplinare su differenze e somiglianze tra sogni, allucinazioni ed immaginazione. Gli organizzatori hanno invitato due lecturer, aprendo poi una submission per i restanti 8 posti. Ne è emersa una prolifica discussione che ha visto contrapporsi nel corso di un weekend 5 rappresentanti della filosofia della mente e 5 rappresentanti delle neuroscienze. Il workshop si è articolato infatti in lecture di 1 ora con successivo question-time e discussione finale tra tutti i relatori.

Il sonno secondo la filosofia della mente

La prima giornata dedicata alle prospettive più teoretiche è stata aperta da Matthew Soteriou professore di filosofia della mente del King’s College di Londra che ha passato in rassegna le argomentazioni a favore e contrarie alla categorizzazione del sonno come percezione e quindi relative al tipo di prospettiva epistemologica connessa a tali argomentazioni (si veda Soteriou, 2013).

Particolare attenzione è stata posta da lui e dagli altri relatori al cosiddetto Imagination Model of Dreaming sul quale si sono contrapposti autori come Sosa (2005), Hichikawa (2008) e Windt (2010). Nel corso degli anni infatti i filosofi della mente hanno sostenuto tre posizioni assai diverse:

  1. una posizione definita come ortodossa nella quale i sogni sono considerati come esperienze allucinatorie assimilabili a forme di delirio (Hobson, 1988);
  2. un modello definito appunto immaginativo in cui si presuppone che i sogni siano un esercizio di immaginazione le cui credenze non sono genuine ma bensì immaginate tali (Hichikawa, 2008; Sosa, 2005);
  3. un modello che considera i sogni come esperienze sui generis essenzialmente differenti tanto dalle allucinazioni quanto dall’immaginazione (Windt, 2010).

L’interesse che la filosofia analitica ha in particolare tributato a questi modelli discende dalle implicazioni che questi hanno nel secolare dibattito tra scetticismo e realismo, internalismo ed esternalismo epistemologico. A tale dibattito la quasi totalità dei “filosofi” invitati sembrava convergere sull’utilità epistemica dei sogni e dell’immaginazione, mentre gli “empiricisti” (ovvero neuroscienziati e clinici come chi scrive) hanno cercato invano di ottenere prove per l’appunto empiriche sulle diverse tesi sostenute.

Afantasia e Iperfantasia

Maggiore convergenza di prospettive ha destato la relazione di Cecily Whiteley, ricercatrice del dipartimento di epistemologia della London School of Economics. La relatrice ha infatti passato in rassegna i dati sugli studi condotti nell’ambito del progetto Eye’s Mind sui fenomeni di afantasia e iperfantasia (Zeman, Dewar & DellaSala, 2015; Zeman, McKisack & Onians, 2018) che sembrerebbero affliggere in forme diverse una quota rilevante della popolazione. In particolare Cecily Whiteley ha esplorato le possibili implicazioni teoriche connesse al fatto per cui le persone con afantasia (ovvero non in grado di produrre immaginazione visiva spontanea in fase di veglia) riescano comunque ad avere sogni con vivide forme di immaginazione. Questo dato parrebbe forse sconfermare l’assunto di Hichikawa (2008) per cui il sognare avrebbe la funzione di favorire una produzione immaginativa finalistica.

Sogni lucidi, insight e dissociazione

La seconda giornata ha preso le mosse dalla relazione di Ursula Voss, professoressa di psicologia dell’Università di Francoforte e direttrice del Dipartimento di Neurofisiologia Psichiatrica dell’ospedale universitario. Ursula Voss è una dei massimi esperti mondiali di studi di neurofisiologia dei sogni, avendo sviluppato un modello di inquadramento ed una specifica scala per la valutazione del livello di consapevolezza in simili stati (Voss et al., 2012). La sua relazione si è concentrata sui sogni lucidi e sulle recenti scoperte del suo team sul ruolo delle onde gamma a bassa frequenza, la cui stimolazione favorirebbe processi di insight e dissociazione. Di particolare interesse gli studi, ad oggi su casi singoli, finalizzati a testare la trasferibilità di questi risultati in ambito clinico, con particolare riferimento alla possibilità di favorire processi di insight e decentramento rispetto alla propria sintomalogia in forme gravi di disturbo ossessivo-compulsivo e psicosi (Voss et al., 2018).

In un paziente ossessivo la stimolazione delle onde gamma ha prodotto una riduzione significativa delle compulsioni, mentre in un paziente psicotico, oltre all’attivazione di forme di insight, è emerso uno stato di iperattivazione ansiosa. Voss e colleghi ipotizzano che la contemporanea attivazione di processi dissociativi vada ad esacerbare simili stati assai frequenti in pazienti psicotici.

Sogni, allucinazioni e immaginazione nel disturbo schizotipico di personalità

Sempre nell’ambito delle psicosi chi scrive ha presentato un modello preliminare di valutazione delle differenze tra sogni, allucinazioni ed immaginazione descrivendo due casi di pazienti con disturbo schizotipico di personalità. I due pazienti sono stati scelti per il fatto di aver sperimentato nel corso della terapia un episodio psicotico breve ed aver riportato numerosi sogni e forme di immaginazioni in quanto l’una era uno scienziato sociale, l’altra una disegnatrice. Il modello proposto discrimina le diverse esperienze in base ad una dimensione di flessibilità metacognitiva (Dimaggio & Lysaker, 2010) ed una di sviluppo psicologico della personalità (Blatt, 2008). Particolare interesse ha destato la possibilità di utilizzare la metacognizione come moderatore o mediatore dei processi di coscienza connessi a sogni, allucinazioni ed immaginazione.

In conclusione, nonostante le numerose differenze negli approcci e nei foci di ricerca dei 10 relatori che hanno partecipato a questo simposio, sono emerse due direttrici comuni di ricerca. Da un lato sia i filosofi della mente che gli empiricisti sembrano avvalorare la necessità di modelli dimensionali che esplorino le comunanze tra sogni, allucinazioni ed immaginazione, piuttosto che teorizzare sistemi esperienziali ed epistemologici diversi per ognuno di questi processi. Dall’altro lato, nonostante le evidenti difficoltà nel costruire un linguaggio argomentativo comune, la prospettiva multidisciplinare sembra risultare vincente come dimostrato dal prolifico dibattito conclusivo e dai risultati preliminari del progetto The Eye’s Mind.

 

La richiesta di terapia da parte di terzi, ovvero: quando parenti, coniugi o amici ci contattano per un’altra persona

Cosa accade a noi terapeuti quando veniamo contattati da terze persone per l’inizio di una psicoterapia? Come reagiamo di fronte alla richiesta da parte di una madre, un padre o una moglie preoccupati per il proprio caro?

 

Si suggerisce l’ascolto di “My favorite things” (J. Coltrane) durante la lettura.

Capita di frequente a noi terapeuti di ricevere richieste di consulenza non da parte del diretto interessato (spesso disinteressato) ma da persone a lui vicine. Questo è uno dei più ardui e frequenti dilemmi da gestire per chi svolge questo lavoro, specie quando la richiesta è fatta con insistenza o ci chiedono con urgenza indicazioni su come comportarsi. A volte chiedono addirittura di venire loro stessi a fare un primo colloquio per spiegare la situazione del loro caro, che è un po’ come se io andassi dal dentista per curare il dente di un mio amico. Per non parlare poi di quando vogliono pagare loro le sedute. In genere sono partner o coniugi affaticati, genitori preoccupati e con sensi di colpa, più raramente anche figli, fratelli, sorelle o amici.

Non si capisce bene se è il chiamante ad aver bisogno di una consulenza o realmente la persona per cui chiama, non è ben chiaro se le cose che ci racconta sono problematiche reali o sue rappresentazioni. Ad esempio, prendiamo il caso di una moglie che ci contatta, preoccupata del fatto che il marito passa molto tempo a giocare alla playstation. Bisognerebbe capire bene se è effettivamente un comportamento problematico del marito (spende troppi soldi per i videogiochi, trascura i figli e il lavoro per giocare, sta sveglio la notte per finire un gioco), o una rappresentazione che sviluppa la moglie rispetto a un marito che non soddisfa un bisogno di lei più profondo e non riconosciuto. In un caso del genere si attiverebbe il classico schema interpersonale che in TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale) si declinerebbe nella seguente modalità: “Io desidero più attenzioni, mio marito gioca a playstation 2 ore al giorno e io me lo rappresento come trascurante, mi sento triste e si riattiva un’immagine di me sola e abbandonata, come quando da bambina mio padre faceva le sue cose anziché giocare con me” (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013). La moglie come reazione potrebbe criticare il marito, diventare lamentosa oppure opprimente (in un ventaglio molto più ampio di possibilità). Il coniuge reagirebbe invalidando ulteriormente il bisogno della moglie. Lui infatti non vede la tristezza e il bisogno di affetto della moglie, ma solo la sua reazione negativa (spesso la rabbia). Non capisce che cosa lei abbia dentro e perché reagisce cosi, anziché giocare due ore, allora ne gioca quattro, così soddisfa anche il proprio bisogno di autonomia da lui percepito come frenato dalla moglie. Da qui prende origine un ciclo interpersonale disfunzionale (Safran, Segal, 1990) che esacerba la conflittualità e può arrivare a inquinare la relazione, fino a che la moglie, esausta, triste e delusa, si convince che il marito ha un problema e contatta lo psicoterapeuta.

Aspetti egosintonici ed egodistonici

Nella maggior parte dei casi chi ci contatta ci racconta che non ci sono segnali evidenti di malessere, ci riferisce che la persona in questione non ha ansia, attacchi di panico o altri disagi. C’è qualcosa che non va ma non sa bene cosa. Gli indicatori osservati dai parenti che ci chiamano sono molto sottili, soffusi, silenziosi, ambivalenti o per niente evidenti. Neanche il destinatario vede il suo malessere, i suoi “sintomi” sono vissuti come normali, non gli creano problemi, fanno parte del suo solito modo di essere e di funzionare, in questi casi noi li chiamiamo “egosintonici”. Per la persona è tutto regolare. In questi casi gli schemi sono rigidi, strutturati e storicamente ben radicati.

Altre volte capita invece che quando i parenti ci chiamano, ci raccontino della messa in atto di atteggiamenti rabbiosi o aggressivi, trascuratezze affettive o tradimenti, dipendenze da sostanze, da gioco, da pornografia o da internet. Questi potrebbero essere già segnali egodistonici, ovvero riconosciuti anche da chi li mette in atto come problematici e causa di malessere e sofferenza per sé o per altri. Ad esempio, una persona che sperpera un patrimonio di famiglia al gioco, tradisce continuamente il partner, tratta male i figli, potrebbe arrivare a rendersi conto di una sua problematicità, si tratta di comportamenti visibili, in un certo senso oggettivi.

Uno, nessuno e centomila: Questi fantasmi sul palcoscenico

Ma che cosa accade invece a noi terapeuti quando veniamo contattati da terze persone? Come reagiamo di fronte a queste richieste? In genere i nostri stati d’animo e i nostri pensieri sono oscillanti, propendono ora per chi ci chiama, ora per il destinatario della richiesta. Infatti, mentre parlo a telefono talvolta mi ritrovo ad annuire col capo provando dispiacere e preoccupazione per quello che mi viene raccontato, si attiva il mio sistema di accudimento e il bisogno di apparire come “un bravo professionista sensibile e disponibile”. Altre volte invece, la persona con cui parlo al telefono mi ispira fin da subito avversione e provo “di pancia” grande solidarietà per questo “fantasma” di cui si parla che viene descritto come problematico, insensibile o peggio ancora disturbato.

In entrambi i casi, si attivano in me degli schemi: da un lato il bisogno di salvaguardare l’immagine di bravo terapeuta rispettoso del setting, del codice deontologico ma anche dei bisogni sia del chiamante che del paziente. Ma si attivano dinamiche legate non solo all’immagine professionale ma a quella più intima e biografica (se una distinzione tra le due ci può essere), si tratta di schemi personali: a volte già da subito, il tono della voce dell’interlocutore a telefono può riattivare in me memorie procedurali istintive che mi riportano al tono di voce sgradevole, autoritario o invalidante di qualche figura del mio passato, dando vita a specifiche emozioni, sensazioni e reazioni.

Ad esempio: una mamma “mi porta il figlio da aggiustare come se fosse un frigo rotto”. È apparentemente amorevole e preoccupata, a telefono parla solo lei, velocemente e a voce alta. Non capisco nemmeno bene che cosa dice, il figlio venticinquenne ha effettivamente avuto dei comportamenti problematici abbastanza seri, ma io non sto parlando più con lei, bensì con le figure spiacevoli dei miei ricordi passati. Vedo anche lei allo stesso modo, istintivamente solidarizzo col figlio, povero rampollo oppresso da una madre soffocante e critica. Sembra tutto vero… e invece no… ho sbagliato tutto. Grazie alle operazioni di disciplina interiore, che a volte non so nemmeno io bene che cosa sono e da dove vengono, riesco a tornare in me e a riflettere sul fatto che è tutto un teatrino: quello che dice la madre a telefono, l’idea che mi sono fatto di lei e del figlio e anche le emozioni e lo schema che si è riattivato in me, non è vero niente, è tutto finto, stiamo tutti su un palcoscenico. I personaggi che posso veder recitare sono i seguenti: la rappresentazione che la madre ha del figlio, la rappresentazione che la madre ha di me (un tecnico aggiustatutto), la rappresentazione che sia la madre che il figlio hanno di me (mentre guardavano il mio sito assieme), la rappresentazione che ho io della madre e del figlio e ovviamente, la rappresentazione che ho dell’altro presente nei miei ricordi con conseguente immagine di me dolorosa che si è riattivata. Tutto questo dopo due minuti di telefonata, non male.

È in momenti come questi che fantastico su quanto possa essere rilassante pascolare le pecore, coltivare la terra in una bella campagna o su “come sposare un milionario” pur essendo etero, ma tanto “nessuno è perfetto”. Poi però torno in me, torno in guerra, sul campo di battaglia e provo a gestire la situazione in modo consapevole e attento. Dunque, cerco di validare la signora, le spiego che comprendo tantissimo la sua preoccupazione (e la comprendo davvero non è che faccio finta) e molto candidamente, le chiedo in modo garbato di passarmi il figlio o meglio ancora di farmi chiamare da lui. 3-0 per me, vittoria netta e meritata.

Altra situazione, un padre sessantenne seriamente preoccupato per il ritiro sociale del figlio trentenne. Lavorano assieme nell’azienda di famiglia, il padre a telefono: “Dottore esce di casa solo per lavorare, non ha una fidanzata, non ha interessi, vive con la mia ex moglie (la madre) e non prende iniziativa per fare nulla. Anche in azienda fa tutto quello che dico io, senza mai protestare, lavora anche 14 ore al giorno, ma io lo vorrei più partecipe, lui è molto brillante anzi è un genio nel suo campo, però vi avviso, non vuole assolutamente sentir parlare di psicologi”. Fin qui tutto ok, anche questa sembra una richiesta legittima di un padre preoccupato, io comincio a sentire odore di personalità coartata nel figlio e a chiedere altro su di lui. Fino a che il padre, con nonchalance disarmante, mi dichiara che lui (padre) deve avere l’ultima parola su ogni cosa che accade nell’azienda, che non si fida del figlio, gli affida solo mansioni di poco conto e non lo ritiene capace di portare avanti l’attività. Ecco, qui è più difficile, il padre vuole anche pagare lui le sedute e far venire il figlio in terapia con l’inganno: arrivandogli a dire per motivarlo che inizierà pure lui una terapia con me, un macello. Non solo, il padre insiste per fissare lui un appuntamento per il figlio e non me lo passa a telefono, devo insistere cercando però di non innescare una competizione di rango: né in una subroutine di dominanza né in quella di sottomissione (Liotti, Monticelli, 2014). Alla fine rimaniamo che il padre fissa l’appuntamento ma il figlio me lo dovrà poi confermare appena possibile.

Strappo un pareggio nei minuti di recupero dopo una partita giocata male, intanto sempre di più il profumo aspro delle pecore e il suono del flautino da pastore diventano vividi nella mia mente.

Connessione e fiducia

Quanti casi del genere che capitano, a volte madri e padri chiamano separatamente, in totale disaccordo tra loro su come procedere e ovviamente all’insaputa del figlio. In casi simili le rappresentazioni di “altro” si moltiplicano in modo esponenziale e incontrollabile. A volte, entrano in campo, gagliardi, anche i nonni, desiderano essere coinvolti, vogliono sapere cose o chiedere consigli senza però far sapere ai figli (i genitori del povero paziente) che mi hanno chiamato, una catena transgenerazionale dinastica di “vedo e non vedo”, “vorrei ma non parlo”.

Sono dinamiche interpersonali che ci attivano molto sul piano del carico emotivo e della fatica, spesso difficili da gestire perché in pochi secondi, già durante una telefonata, si deve riconoscere e capire cosa sta accadendo. Se poi queste persone riescono ad arrivare al primo colloquio, la terapia parte già male e, per portarla avanti, è necessario un grosso lavoro sulla relazione e sull’alleanza che non sempre riesce. Non basta rassicurali sul segreto professionale, del fatto che non si dirà nulla ai genitori, che dopo il contatto iniziale il ruolo degli altri termina qui eccetera. Devo faticosamente e genuinamente trovare occasioni di sintonizzazione e connessione sincera.

Sono questi reciproci “momenti di incontro” (now moments) i veri promotori del cambiamento terapeutico. Siamo seduti uno davanti all’altro come due strumenti musicali diversi tra loro, un violino e un clarinetto, che si accordano armoniosamente mediante lo sguardo, il tono della voce, la postura e altri aspetti non verbali, mentre si parla del più e del meno, permettendo al paziente di fidarsi e di affidarsi (BCPSG, 2012; Liotti, Fassone, Monticelli, 2017; Porges, 2014). Devono specchiarsi in un mare calmo, sicuro e accogliente. D’altronde:

un bravo terapeuta deve comprendere di che cosa abbiano bisogno i suoi pazienti per sentirsi al sicuro, e deve darglielo. In questo modo permetterà ai pazienti di lavorare per adattarsi meglio alla loro realtà e padroneggiare i loro problemi (Gazzillo, 2016).

Giustamente queste persone non si fidano, non volevano nemmeno stare lì nel nostro studio, non è una loro scelta, il terapeuta nella migliore delle ipotesi è un estraneo con cui non si ha voglia di parlare, nella peggiore uno strizzacervelli pagato da altre persone con cui è in combutta per manipolargli la testa e i comportamenti. Il drop out è molto probabile. Sono questi i casi in cui ingenuamente penso che ritoccare la mia tariffa possa essere una soluzione (mio coping), fintanto che la mia mente (altro mio coping), torna ancora ai pastori e alla terra: “l’aria della campagna, carica di letame, spostava vibrazioni di una vita troppo bella”.

 

Per favore diteci: cosa è la psicoanalisi? Pratica empiricamente supportata o fantasticheria?

Se un paziente va in uno studio di terapia cognitiva sa con una certa sicurezza che le tecniche applicate appartengono a un repertorio supportato empiricamente. Se un paziente va in uno studio di psicoanalisi, magari avendo letto che è una disciplina supportata empiricamente tanto quanto il cognitivismo, cosa andrà a ricevere?

 

I dati sull’equivalenza dell’efficacia delle varie forme di psicoterapia continuano ad accumularsi e questo induce ad andare in alcune direzioni:

  1. Capire cosa funziona per chi e di conseguenza individualizzare il trattamento;
  2. Avere a disposizione conoscenza dai vari modelli di terapia e utilizzarla secondo un razionale coerente.

Sono convinto di questo e nel dibattito su quale sia il trattamento più efficace non mi schiero. La mia appartenenza è cognitivista ma se studi di psicoanalisi o terapie umanistiche portano strumenti che arricchiscano la mia pratica li accolgo.

Il modo di lavorare attraverso la relazione terapeutica, per me fondamentale, l’ho imparato tutto dalla tradizione psicoanalitica. Ci sono ormai molte forme di terapie dinamiche supportate empiricamente, per un ampio range di disturbi psicologici.

Gli psicoanalisti possono, se vogliono, dire che la loro disciplina ha supporto empirico e ne sono contento.

Però un attimo. I fruitori, ovvero i pazienti, devono sapere in che mani vanno a finire. Se un paziente va in uno studio di terapia cognitiva sa con una certa sicurezza che le tecniche applicate appartengono a un repertorio supportato empiricamente. Poi saranno utilizzate con più o meno competenza, ma questo è un altro discorso.

Se un paziente va in uno studio di psicoanalisi, magari avendo letto che è una disciplina supportata empiricamente tanto quanto il cognitivismo, cosa andrà a ricevere?

Su questo ho molti dubbi. Lo psicoanalista, o il terapeuta psicodinamico, appartiene a quelli che leggono le ricerche in psicoterapia, adottano modelli della mente compatibili con la scienza psicologica contemporanea e adattano la loro pratica alla conoscenza emergente.

Ecco, non lo so.

Se leggo articoli come questi mi vengono dubbi. Tale Aya Zeidel scrive sull’American Journal of Psychoanalysis un articolo chiamato “Female anatomy and hysterical duality”. La data di pubblicazione è 7 febbraio 2019. Già il titolo fa pensare a un errore, sarà magari una ristampa di un articolo del 1919. O del 1949. Che ne so? E invece è apparso ora!

Sapete cosa sostiene? Che la dualità isterica (cosa sarà mai?) la si può spiegare sulla base di aspetti duali e contradditori della sessualità femminile: uno che deriva dalle sensazioni vaginali e uno da quelle clitoridee. Questi due sentieri verso il piacere creerebbero, a detta dell’autrice, una scissione (split) fondamentale tra la rappresentazione dello spazio interno (immagino che intenda la cavità vaginale, così, a intuito) luogo di contenimento e maternità (quasi poetica la tipa, eh?) e tra rappresentazioni legate all’autoerotismo (giuro, dice proprio così) e alla cancellazione della presenza dell’Altro (con la A rigorosamente maiuscola) e dei suoi bisogni.

In un altro articolo uscito sulla Psychoanalytic Review cerca di scoprire in che modo le parti nascoste della nevrosi ossessiva siano legati a processi estetici, erotici e di fantasia.

Ora, mi rifiuto nel modo più categorico di ragionare teoricamente su queste corbellerie. Il problema è che: entrambi gli studi che cito non sono stati pubblicati sul giornalino della parrocchia, ma li trovate su Pub Med!

È lecito chiedere agli psicoanalisti di dire in modo chiaro: quello che faccio nel mio studio non ha niente a che fare con queste idee? Non si può giocare su due tavoli (a proposito di dualità): o si reclama lo status di terapia empiricamente supportata o si dà credito a pseudoscienza. Tertium non datur.

PTSD e flashback: i processi neurali specifici implicati

Un nuovo studio evidenzia come le avversità incontrate durante la vita e l’esperienza di eventi traumatici possono dar luogo – insieme a quote di disagio psicologico – a un incremento di processi neurali durante l’esperienza dell’evento traumatico.

 

Di quali processi neurali si tratta dunque?

In particolare l’aumento di processi neurali è stato riscontrato nelle regioni cerebrali responsabili delle emozioni e delle funzioni mnemoniche. Il ricordo intrusivo e involontario di episodi traumatici è, infatti, uno dei sintomi cruciali del Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). I risultati del presente studio potrebbero essere di ausilio alla spiegazione del perché, alcune persone, sono più suscettibili agli effetti delle esperienze traumatiche rispetto ad altri individui più resilienti.

PTSD e flshback: lo studio effettuato

Comprendere perché qualcuno incorre in memorie intrusive di un evento traumatico e qualcun altro no, è uno step fondamentale per la prevenzione e il trattamento del PTSD. A causa della natura del trauma nella vita reale, che comprende diversissime tipologie di avversità, è impossibile esaminare esattamente quali processi neurali, durante gli eventi naturali, contribuiscono all’esordio del PTSD.

I ricercatori dell’università di Salzburg, in Austria, hanno condotto il primo studio su due dei più conosciuti fattori di rischio per il PTSD utilizzando l’fMRI per misurare le funzioni cerebrali durante un trauma sperimentale. Dopo aver guardato film inquietanti su gravi violenze interpersonali, i partecipanti dello studio hanno riportato di aver spesso sperimentato flashback in relazione ai film e, ancor di più, quanto disturbanti fossero quei ricordi intrusivi. Questo procedimento ha permesso ai ricercatori di osservare le modalità con cui il cervello affronta gli eventi emotivamente intensi e traumatici.

PTSD e flashback: i network attivi nel trauma

Conseguentemente, è stato riscontrato che: l’incremento dell’attività cerebrale proprio nello specifico network neurale implicato nella regolazione emotiva e nella codifica e nel consolidamento di ricordi predice i ricordi stressanti relativi all’evento traumatico. Tuttavia, questo risultato è riferibile solo nel caso di individui che hanno subito diversi episodi traumatici durante la vita, come incidenti, aggressioni, abusi fisici e sessuali o disastri naturali.

Questo ci suggerisce che l’attivazione dei processi neurali emotivi e mnemonici insieme alle pregresse esperienze traumatiche nella vita sono da considerare come fattori di rischio per il PTSD. Tuttavia, questo è il primo studio che indaga gli effetti individuali di ogni singolo fattore sopracitato e di come questi interagiscono nel produrre un effetto sinergico. L’obiettivo del presente studio è stato, quindi, quello di individuare i network cerebrali specifici che potrebbero essere sensibili ai ripetuti “colpi” subiti dagli individui e che, una volta riattivati, potrebbero portare ad un esordio di sintomi del PTSD come i flashback.

American Psycho: la disperazione che slatentizza una vita parallela – Riflessioni psicologiche

American Psycho è la storia di Patrick Bateman, un uomo di 27 anni che occupa una posizione dirigenziale presso una società finanziaria. Patrick è bello, ricco, ha una fidanzata premurosa ma poco affettiva, è circondato da tanti amici con cui condivide chiacchierate superficiali e gareggia a chi mostra più potere e denaro.

 

La sua quotidianità si destreggia tra la cura estetica maniacale e l’esercizio fisico compulsivo che attornia la desolante vita lavorativa e personale. In tutta questa routine, il giovane non ha spazio per confidarsi, per esprimere il disagio che sfocia terribilmente nella furia omicida.

American Psycho: il lato oscuro di Patrick

Patrick di giorno è il dirigente professionale, perfetto esteticamente, sensuale e carismatico, di notte è lo spietato femminicida che ricerca le sue vittime, perlopiù prostitute interessate ad intrattenere rapporti sessuali in cambio di denaro, senza nessuna traccia di coinvolgimento affettivo. Curiosamente nella sua vita manca l’affetto; né la fidanzata, né l’amante sono in grado di dimostrargli una vicinanza, la segretaria gli lancia qualche accenno di interessamento che lui provvede a scansare, seppur fantastichi una vita serena insieme a lei.

Il ciclo delle azioni efferate è sempre il medesimo: Patrick paga alcune prostitute, qualche volta prova ad instaurare un dialogo, ma quando scorge un disinteresse passa al sesso e successivamente all’omicidio, con tanto di decapitazione, vivisezione del cadavere i cui resti vengono conservati nel frigorifero. Così succede anche alla ex fidanzata del college che lo ha lasciato e ora ha una relazione con un altro uomo, o a Paul, il quale sfoggia con ostentazione la propria ricchezza: l’omicidio, fantasticato o reale che sia, capita nel momento in cui Patrick non riesce a regolare degli stati affettivi e cognitivi che lo perturbano eccessivamente, come la rabbia per non essere stato accolto e compreso da chi gli sta di fronte, o per essersi scoperto inferiore nel suo prestigio economico e sociale.

American Psycho: qual è la realtà?

Sorge comunque il dubbio che tutte queste azioni raccontate minuziosamente in prima persona siano frutto di un’interpretazione delirante della realtà rifiutata energicamente. Il protagonista, infatti, non viene mai scoperto seppur commetta un numero illimitato di omicidi, nessuno si accorge delle sue frasi spiazzanti sulla tortura, nemmeno l’avvocato crede alla sua confessione, anzi, sostiene di aver dialogato con Paul che risulta vivo e vegeto. In aggiunta, l’inseguimento della polizia non culmina in nessun arresto, semplicemente svanisce nel nulla, l’appartamento colmo di corpi e resti è assolutamente pulito e pronto per essere venduto, tutti elementi che confermerebbero l’ipotesi di una patologia psicotica anziché di eventi reali.

Il mondo gli rimanda invisibilità e indifferenza, perciò si presume che, per sollevare la propria autostima, Patrick abbia bisogno di credersi un omicida seriale che uccide il senzatetto bisognoso di denaro, ma anche l’amico ricco, le ragazze che non lo desiderano per ciò che è, ma per il denaro che è pronto ad offrirgli. La psicosi gli consente di essere il potente che decide della vita e della morte delle persone, le umilia e le distrugge riducendoli ad oggetti che conserva come trofei e decorazioni, spazza via i rivali e gli permette di placare l’ansia di essere invisibile. Al tempo stesso tali azioni gli rimandano un senso di sé ignobile e disumano, incapace di qualsiasi connessione empatica

Avevo tutte le caratteristiche dell’essere umano -pelle, carne, sangue, capelli- ma la mia spersonalizzazione si era fatta così intensa, era andata così a fondo, che la normale facoltà di provare compassione era stata estirpata, vittima di una lenta, precisa volontà. Stavo semplicemente imitando la realtà, ero la rozza caricatura di un essere umano, con un ultimo frammento di cervello ancora funzionante (Ellis, 1991, p. 338).

A metà strada tra l’eccitazione e il disgusto, emerge la constatazione di non essere amato da nessuno, la disperazione che slatentizza una vita parallela, vera o fantasticata che sia, in cui desidera essere fermato con l’amore e l’accettazione

Ma di lì a poco la mia macabra gioia scema, e incapace di trovare conforto in alcunché scoppio in lacrime pensando a quello che sono, e mentre piango ripeto tra i singhiozzi: – Vorrei solo sentirmi amato- maledicendo la terra e tutto ciò che mi ha insegnato: principi morali, scelte etiche, distinzione tra il bene e il male, cultura, tradizioni e religione- tutto sbagliato, tutto senza senso. Ogni cosa si riduce a: adattati o muori (Ellis, 1991, p. 414).

Patrick riesce, infine, a fare un primo passo nel cammino del benessere lasciando la noiosa fidanzata legata alle apparenze, alle formalità, emotivamente inaccessibile, frivola e ilare. Non è comunque sufficiente a generare una svolta, ad attenuare l’irrefrenabile desiderio di protrarre un massacro che appare più interno che esterno: nemmeno la reazione dell’avvocato gli consente di riflettere sulla realtà, anzi, Patrick interpreta il suo scetticismo e la notizia della visita di Paul come prove schiaccianti dell’incomprensione del mondo, e dell’inevitabile destino che lo condurrà a vedersi eternamente inumano.

 

Miti e realtà della psicoterapia: pensierini del capolinea (non sembra ma stavolta è una cosa seria)

Mi è stato insegnato che la psicoterapia è un format preciso che inizia con la richiesta di una persona sofferente ad uno specialista, che i due formulano un contratto preciso che stabilisce obiettivi, ruoli e impegni reciproci cui segue il lavoro psicoterapeutico vero e proprio nello studio accogliente e asettico del professionista.

 

La psicoterapia termina con la chiusura concordata con reciproca soddisfazione, un “arrivederci e grazie” e qualche panettone ai successivi natali che in quanto postumo si sottrae furbescamente a ulteriori infinite interpretazioni di transfert. Mi è stato anche insegnato che i due si scambiano soltanto parole e soldi, non devono conoscersi prima, non hanno altri rapporti durante il comune lavoro e tanto meno ne avranno dopo per il resto dell’esistenza.

Per carità di Dio!!! Tutto il resto è violazione del setting in odore di eresia e talvolta motivo di scomunica da parte delle chiese di appartenenza con rischio di microscismi per i quali siamo secondi solo alla “sinistra” (Lorenzini R. 2013 “Storie di terapie” Ed. Alpes Roma; Lorenzini R. 2016 “Trame di vita intrecciate: pazienti e operatori della salute mentale” ed. Alpes Roma; Lorenzini R. et al. 2013 “Matti Persi, Matti ritrovati” Ed Cantagalli Siena). Tutto questo mi avevano giustamente insegnato e tante volte l’ho ripetuto e sostenuto con quell’eccesso di calore che ci metto per convincere me stesso quando le cose non mi aderiscono perfettamente all’anima e alzando la voce mi appaiono più vere. Poi però il lavoro nel servizio pubblico che ha costituito l’asse portante della mia esperienza professionale e personale mi ha indotto più volte (per non dire quasi sempre) a trasgredire queste regole auree, ma l’ho sempre fatto di nascosto, sentendomi in colpa per le dita sporche di marmellata e pronto a giustificarmi con le condizioni esterne che mi impedivano di fare il lavoro “come si deve”. Solo la sfacciataggine, dono isolato della vecchiaia e della desertificazione neurale frontale, mi permette ora, in vista del capolinea, di chiedermi senza dover ossequiare maestri e acconsentire alla maggioranza se davvero “si deve”: rifiutare richieste apparentemente improprie; non avere rapporti diversi oltre l’ora della seduta; evitare di conoscere la casa, i parenti e i vicini del paziente; aiutarlo in modi diversi che non siano le parole; insomma tutte quelle cose che spesso mi venivano naturale e mi sembrava ovvio fare ma che non rientravano nei protocolli di una buona pratica.

Non sarà mica, mi chiedo, che ciò che con una cornice ristretta sembra interferenza e rumore di fondo da eliminare, se si ampia la cornice, può diventare informazione preziosa e occasione terapeutica? Con una visita domiciliare spesso si comprendono il paziente e le dinamiche in cui è immerso più che con 5 sedute dedicate al genogramma e alla storia di vita. Il setting è come il sabato ebraico: creato per essere al servizio dell’uomo finisce per renderlo schiavo. Nasce per favorire la psicoterapia (e, per dirla tutta, la vita personale e familiare di Sigmund Freud) ma a volte sembra che la psicoterapia abbia lo scopo principale di mantenere un setting corretto. Lo si idolatra come se in lui stesse l’efficacia terapeutica e non nella funzione psicologica e psicoterapeutica che non hanno luoghi privilegiati una volta che se ne abbia chiara l’essenza. Si possono agire in uno studio, in un ambulatorio in un reparto di ricovero ma anche in un centro diurno, un maneggio, un bar o camminando in un bosco.

La funzione psicologica è l’acquisizione di consapevolezza circa i significati con cui il soggetto trasforma i fatti in esperienza e la funzione psicoterapeutica vi aggiunge il tentativo di esplorare altri possibili mondi di significati.

Per compiere queste funzioni di profonda riflessione su di sé si è inizialmente ritenuto fosse necessario un contesto privo di “fatti attuali” che sarebbero potuti essere perturbanti rispetto alla concentrazione necessaria per guardarsi dentro e anche per poter così attribuire al soggetto stesso tutto quanto accadeva essendo assente ogni stimolo oggettivo. E’ un po’ il modello delle analisi mediche del sangue o della diagnostica per immagini in cui il soggetto deve stare a digiuno e immobile. Successivamente ci si è avveduti che almeno una perturbazione non poteva non essere presente all’interno di tale setting ed era il terapeuta stesso.

Allora per immunizzarne la presenza sono state compiute due operazioni: da un lato il tentativo impossibile di renderlo asettico, impersonale, in alcun modo connotato, una sorta di voce fuori campo incorporea, incolore, inodore e insapore; dall’altro, su queste premesse, di interpretare la relazione che il paziente istaura con il terapeuta asettico come prodotto esclusivo del mondo di significati con cui costruisce la sua esperienza e allora la terapia è divenuta soprattutto “analisi del transfert” in cui la scoperta del senso che il soggetto attribuisce alla realtà non avviene solo attraverso l’analisi della narrazione di eventi esterni ma, soprattutto con l’analisi del suo modo di costruire la relazione con il terapeuta stesso. Una ulteriore utilissima fonte di informazione di prima mano e non riferita.

Ormai vecchio e non particolarmente preoccupato di una sepoltura in terra sconsacrata, credo che esercitare la funzione psicologica e psicoterapeutica in un contesto più articolato come la vita quotidiana, laddove il mondo di significati del paziente si è creato e si rinforza quotidianamente, è certamente più complesso ma anche estremamente più ricco, seppure necessiti di terapeuti più bravi. C’è la stessa differenza esistente tra osservazioni su animali in laboratorio o in contesti ecologici. Purtroppo nel tempo si è verificata una perversa inversione tra mezzi e fini per cui la ritualità del setting è divenuta più importante delle funzioni psicologica e psicoterapeutica che doveva proteggere (per dirla in termini evangelici: il sabato è divenuto più importante dell’uomo per cui era stato creato e sappiamo come andò a finire chi denunciò questo con forza).

Tanto per esemplificare di cosa sto parlando con eventi realmente accaduti mi riferisco a banalità come mangiare le caramelle presenti sulla scrivania o utilizzare il bagno dello studio che precedenti terapeuti avevano interpretato come palese gesto aggressivo, darsi la mano ad ogni incontro o salutarsi se ci si incontra per caso in altri ambienti. Spiego normalmente ai pazienti affetti da DPTS (disturbo post traumatico da setting) che l’essere in un contesto terapeutico non sospende il codice penale e civile, nè il galateo e la buona educazione e che troverei invece piuttosto aggressivo mi defecasse sulla tappezzeria e comunque dannoso per il lavoro se passasse il tempo concentrato sul controllo degli sfinteri mentre parliamo di mamma e papà. Insomma un po’ di normalità in più e qualche sega mentale in meno giovano enormemente alla salute mentale nostra e dei pazienti, entrambi normalmente precarie. Ma non basta. Oggi quando guardo l’elenco dei pazienti che ho avuto in oltre trent’anni mi accorgo di alcune cose che la vergogna non mi impedisce più di dire anche se ancora mi manca una riflessione teorica che gli dia una cornice unitaria e le trasformi da eccezione appena tollerabile, a modo più ampio ma altrettanto legittimo di lavorare.

Innanzi tutto moltissimi pazienti continuano ad intrattenere rapporti saltuari con me da vari decenni. Mi ricercano di tanto in tanto in momenti difficili della loro vita e la richiesta non è di un loro cambiamento ma di un sostegno per affrontare snodi cruciali del ciclo esistenziale o improvvise emergenze esterne. Sento già i “Pierini” critici dirmi che evidentemente non erano terapie riuscite e ben concluse con la risoluzione del contratto ed è indubbiamente vero. Hanno ragione, mi pento e chiedo l’ammissione al programma di protezione testimoni. Se ci mettiamo poi l’aggravante che probabilmente ci siamo un po’ reciprocamente affezionati e non perdermi di vista li fa sentire meno soli ecco che sento il calore delle fiamme dell’inferno dei terapeuti (come sarà? denso di ingegneri e farmacologi trinariciuti?) lambirmi le chiappe e l’odore di zolfo arrampicarmisi su per i lobi frontali. Prima di fare la fine dello stoppino allora, incenerito per incenerito, allargo il discorso al tema più teorico delle cosiddette “psicoterapie di sostegno”. Cosa sono? In che si differenziano da una terapia vera e propria e in che rapporto stanno con la consulenza? Quest’ultima è la più facile da definire: si sostanzia nella lettura della domanda (problemi e risorse del richiedente) e nella restituzione allo scopo di aumentarne consapevolezza e agentività dando indicazioni su possibili strade per la risoluzione dei problemi evidenziati. La psicoterapia vera e propria, invece, consiste nell’evidenziazione ma anche nel cambiamento di quegli scopi/antiscopi e di quelle strategie di perseguimento/fuga che mettono il paziente in un ricorsivo stato di invalidazione dei propri obiettivi esistenziali provocando emozioni negative. Il compito è dunque un cambiamento la cui vastità e profondità non è un valore in sé, credo, ma anzi deve limitarsi a garantire semplicemente la risoluzione, possibilmente stabile, dei problemi che il paziente avverte come tali. Non si tratta di cambiare totalmente il paziente e convertirlo all’ideale di uomo del terapeuta: che Dio ci protegga da santoni e guru d’ogni genere soprattutto se camuffati da terapeuti. L’immagine che meglio rappresenta il terapeuta è quella dello specchio sebbene non accondiscendente come quello della regina matrigna di Biancaneve. Se dovessi definire in due parole il lavoro psicoterapeutico userei “invalidazione controllata” finalizzata a modificare gli schemi con cui costruisce la propria identità. Nella terapia di sostegno lo specchio rimane ma si ingentilisce e cerca semplicemente di adattare gli schemi con cui interpreta i nuovi eventi che si trova a fronteggiare perché possano essere assimilati e le due parole d’ordine diventano allora “validazione critica”. Spesso ho avuto l’impressione che i pazienti vengano, prendano ciò che gli serve in quel momento e poi se ne vadano salvo ritornare nel momento del bisogno identificandoci come una base sicura (scusate se è poco) e ignorando i nostri ideali di definizione contrattuale, diagnostica e procedurale. Se ne infischiano dei nostri bei progetti e fanno ciò che gli pare e credono gli serva (R. Lorenzini R. 2018 “Psychogame: fare psicoterapia con il gioco dell’intervisione” ed Alpes roma).

Un altro motivo di avvilimento retrospettivo e di preoccupazione per i colleghi giovani è che fin quando si lavora sull’assessment e sulla ricostruzione del disfunzionamento del paziente andiamo forte e con soddisfazione, mentre quando poi si tratta di operare il cambiamento le difficoltà e il senso di inefficacia si affacciano. Altre psicoterapie si pongono dichiaratamente l’obiettivo di aumentare la conoscenza di sé del paziente (prime fra tutte le varie psicoanalisi) e non mettono esplicitamente il sintomo nel mirino lasciando alla nuova consapevolezza unita alla definizione dei propri valori esistenziali il compito di trovare soluzioni adattive migliori facendo a meno del sintomo, sia esso un ossessione o un delirio. L’approccio cognitivo comportamentale (Semerari A. 2000” Storia, teoria e tecniche della psicoterapia cognitiva” ed. Laterza, Bari), probabilmente per trovare spazio in un mercato già denso, si è accreditato come semplice (ed è stato frainteso spesso come sempliciotto), breve (ed è stato inteso spesso come miracoloso), mirato alla rimozione del sintomo (il che è stato interpretato come superficiale e scarsamente efficace). Credo che sia più corretto dire con veltroniana moderazione che l’approccio cognitivo comportamentale utilizza spiegazioni del comportamento umano simili a quelle che abbiamo innate (psicologia scopi/credenze), che tende a limitarsi al minimo tempo necessario e non è un percorso infinito, che parte dal motivo concreto della sofferenza e dunque dal sintomo ma si estende a quegli aspetti della personalità che ne sono la causa per modificare i quali si occupa della storia anche infantile che ha concorso a plasmarli. Insomma l’obiettivo, il file rouge da seguire è il sintomo ma lo scopo è necessariamente una modificazione, più che profonda direi, come nelle ricette, q.b. della personalità che lo produce. Ricorderete che Kunh(1962) l’epistemologo che parlava di paradigmi scientifici, di nucleo metafisico della conoscenza e di cintura protettiva, distingueva periodi di “scienza normale” quando ci si muove all’interno di un paradigma scientifico consolidato e condiviso e se ne sviluppano tutte le potenzialità e di “scienza rivoluzionaria” quando il vecchio paradigma impatta con una anomalia inspiegabile che costringe a sostituirlo con un uno nuovo che, in genere, include il vecchio come caso particolare e spiega l’anomalia irrisolvibile.

Nel percorso della scienza basti pensare alla rivoluzione copernicana che, appunto, è diventata sinonimo di cambiamento radicale o alla relatività di Eistein, la teoria dei quanti e così via. In ogni scienza troverete dei passaggi improvvisi “on-off” tra un prima e un dopo e altrettanto nella storia: la venuta di Cristo, la scoperta dell’America, la rivoluzione francese, la caduta del muro di Berlino, le torri gemelle. Per i più pigri che non vogliono leggersi Kunh la scorciatoia su questo concetto è una “Palladium lectures” di Alessandro Baricco reperibile su “you tube” dal titolo “Il gusto: Kate Mosse” in cui racconta tre passaggi rivoluzionari nella storia sportiva con l’arrivo di fousbory sulle pedane del salto in alto, nella storia della bellezza e della moda con l’affermarsi di Kate Mosse, nella lirica con il trionfo della Callas. Ogni volta si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma inaspettato (il cosiddetto “cigno nero”) e in un tempo brevissimo tutto ciò che c’era prima non è semplicemente superato e migliorato, diviene improvvisamente antico, preistorico. Pensate ad esempio alla rivoluzione informatica (ad essa Baricco (2018) ha dedicato il suo ultimo affascinante libro “the game”). Ho tentato di spiegare a mio figlio cosa fosse la carta carbone. Stentava a crederci e quando l’ho mostrata ha creduto stessi facendo una magia. I PC diventano ogni giorno più potenti e sofisticati facendo cose incredibili ma siamo sempre dentro lo stesso paradigma poi un giorno chissà “flop” e tutto questo ci sembrerà desueto. E’ chiaro che stando dentro un paradigma non possiamo immaginarci il prossimo, solo grandi geni innovatori ne sono capaci e infatti restano incompresi se non più o meno metaforicamente lapidati. Pensate anche alla politica ed a come noi vissuti nel ‘900 riduciamo sempre tutto al paradigma destra/sinistra che, esplicativo e utile un tempo, ora imprigiona le nostre menti. Fine della divagazione chi vuole approfondire lo faccia per proprio conto.

Torno alla psicoterapia. Ho l’impressione che anche in psicoterapia si possa parlare di una “psicoterapia normale” e di una “psicoterapia rivoluzionaria”. Nella psicoterapia normale restano inalterati gli assetti di fondo della personalità, i sintomi vengono grandemente ridotti, si trovano strategie più adattive per fronteggiare la realtà e ciò che non cambia viene accettato (credo che il ruolo dell’accettazione sia grandemente sottovalutato riducendola a mesta rassegnazione, ma ciò meriterebbe un discorso a sè). Insomma il panicoso agorafobico riesce a condurre una vita perfettamente normale libera da evitamenti e crisi acute ma pur sempre panicoso resta. Nella psicoterapia rivoluzionaria invece avviene un cambiamento improvviso per crisi e il soggetto smette di essere panicoso e non solo di comportarsi come tale. Assistere a questi passaggi è infrequente anche in una lunga carriera professionale. Al di fuori del contesto terapeutico tali eventi assumono il carattere di conversioni e sono spesso connessi all’esperienza religiosa, mistica o comunque soprannaturale. Nel campo scientifico mi viene in mente l’intuizione della forma circolare della molecola del benzene che risolse in un attimo, addirittura con un sogno, il rompicapo su cui si lavorava da anni della mancanza di due atomi di carbonio rispetto a quelli previsti. Molto simile è l’esperienza de “l’eureka” quell’intuizione istantanea ed autoevidente che pone fine all’angoscioso vissuto del wanstimmung innescato da uno shock epistemico e segna l’ingresso trionfale nel meraviglioso, sconfinato e privato territorio del delirio (Lorenzini R. Coratti B. 2008; Lorenzini 2018).

Ritengo che entrambi le psicoterapie “normale” e “rivoluzionaria” abbiano la loro ragion d’essere. Addirittura credo che quella normale necessiti di competenza, impegno e pazienza superiore, mentre perché si verifichi il cambiamento di paradigma caratteristico dell’altra devono entrare in gioco una serie di fattori molti dei quali imperscrutabili e certamente poco controllabili. Per dirla in altri termini si deve creare una particolare alchimia in cui la fortuna e il caso hanno la loro notevole parte.

A tutti noi piacerebbe che le nostre terapie fossero rivoluzionarie per sentirci come Gesù che ordina a Lazzaro “alzati e cammina!” e abbiamo provato irritazione nell’ascoltare la storiella secondo la quale il giovane già un po’ frollato rispondeva “con calma e per favore!” (le famose resistenze al cambiamento). Quando abbiamo sognato questo lavoro ci siamo immaginati come ipnotisti, maghi, guaritori, santoni. Abbiamo immaginato di tirar fuori dal cilindro l’interpretazione definitiva, geniale che tutto spiega e libera da ogni sofferenza. Invece il più delle volte lavoriamo per mesi per ottenere modesti cambiamenti che magari il paziente attribuisce ad altro. Ci pensavamo Maradona e invece ci troviamo a fare i mediani. Ma, come ricorda Ligabue, al centro dello schieramento dell’Italia campione del mondo c’era Oriali che sta peraltro ancora lì sulla panchina azzurra. Il lavoro apparentemente meno nobile, lungo e faticoso della “psicoterapia normale” spesso è propedeutico al tempo breve e esaltante della “psicoterapia rivoluzionaria” o della conversione che avviene autonomamente nel paziente proprio a motivo dell’oscuro lavoro preparatorio compiuto.

Alla psicoterapia normale appartiene anche il lavoro di psicoeducazione sulle emozioni che sembra essere un operazione piccola e banale che ho molto rivalutato leggendo l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio (Carofiglio G. 2017 “Con parole precise” ed Laterza, Bari) in cui riporta uno studio degli anni ’50 di Henry Bernard Levy che voleva capire perché a Tahity ci fosse un incidenza di suicidi enormemente superiore a quella mondiale ed anche a quella di paesi con analoghe situazioni economiche e climatiche. Insomma la domanda lecita era “ma perché questi si ammazzano come lemmi pur vivendo in un posto niente male?”. Levy si accorse che nella lingua tahitiana non esistevano parole per indicare il dolore morale o psichico, mentre ce ne erano molte e con diverse sfumature per il dolore fisico. Certamente è improprio stabilire una relazione causale tra i due fatti ma il sospetto che ciò che non è esprimibile a parole finisca per essere agito è legittimo e interessante. Proseguendo su questa linea mi viene da pensare che tutta la psicoterapia potrebbe essere sintetizzata nell’invito “parliamone”, che significa sostituire agli agiti dei sistemi primitivi le loro rappresentazioni corticali manipolando quest’ultime e auspicandosi che poi esse retroagiscano su quegli stessi sistemi. Fa parte della tradizione comportamentale-cognitivista con gli homework, ora prepotentemente rinforzata con le strategie della terza ondata (per usare questo odioso linguaggio da bollettino dei naviganti) la consapevolezza che possenti cambiamenti nelle rappresentazioni corticali si generano proprio a partire dagli agiti, ed anzi talvolta questa è l’unica via percorribile.

Insomma quando facciamo l’assessment e la restituzione invitando il paziente ad essere insieme a noi psicologo di se stesso e gli diamo le parole per completare quell’operazione di mentalizzazione iniziata con le figure di attaccamento, non stiamo semplicemente preparandoci all’intervento terapeutico importante vero e proprio, non gli stiamo rubando tempo e soldi, ma stiamo salvando la vita al tahitiano che è in lui. Per i lemming invece non c’è riparo ci vogliono gli SSRI (per precisione va detto che la storia del suicidio di massa del lemming è una fake news originata da un documentario della Disney del 1958 per la quale i piccoli roditori artici hanno chiesto un cospicuo risarcimento).

Amore di coppia: “move il sole e l’altre stelle” ma c’è molto altro..

Si dice che l’ amore renda folli. Poeti, registi, cantanti hanno scritto, narrato e cantato dell’assurdità di questo sentimento. L’ amore ci porta spesso ad agire in maniera illogica e controintuitiva come, per esempio, desiderare il benessere dell’amato/a al di sopra di ogni cosa, anche a scapito del proprio stesso equilibrio.

 

Se non ricordi che amore t’abbia mai fatto commettere la più piccola follia, allora non hai amato. (William Shakespeare)

Amore di coppia e altruismo

Si potrebbe considerare l’ amore come una forma di altruismo, quindi. L’altruismo ha confuso e intrigato gli scienziati per secoli, a tal punto che le ricerche sul tema sono in continuo aggiornamento. Un nuovo studio della UC Santa Barbara, infatti, esplora come l’attività cerebrale e la genetica degli individui correlano con i comportamenti altruistici diretti verso il proprio partner. Il team di ricerca ha riscontrato che le vie implicate nella costruzione di relazioni sono le medesime negli animali e negli esseri umani. Ipoteticamente, queste stesse vie potrebbero essere coinvolte nel comportamento altruistico in generale. Gli esperti, in generale, sostengono che l’altruismo si sia evoluto, nelle specie sociali, come strategia per assicurare la sopravvivenza dei parenti. L’idea di fondo è che i geni che promuovono l’altruismo persisteranno e resisteranno, forse non proprio attraverso i figli stessi dell’individuo, ma attraverso quelli dei propri simili, con cui comunque si condivide lo stesso corredo genetico. In questo modo, prendersi cura dei propri “parenti” assicura che alcuni dei propri geni vengano tramandati. D’altro canto, per noi esseri umani e per il nostro sistema sociale complesso, questa premessa di base assume nuove dimensioni.

Sarebbe logico pensare che le persone investano particolarmente nel benessere dei propri partners proprio perché vogliono assicurarsi vite longeve, felici e salutari insieme o, nel caso dei novelli sposi, eventualmente per progettare di avere figli e, di conseguenza, essere disinteressati e altruisti verso i propri partners rappresenterebbe un investimento per la futura prole. L’altruismo è un importante aspetto dei legami di coppia tra gli individui, nonostante ancora non sia stato indagato in maniera esaustiva. Fenomeni indefiniti come l’amore e l’altruismo hanno molto a che fare con la chimica, in particolare con l’ossitocina che, nel sapere comune, è conosciuto come “l’ormone delle coccole”. L’ossitocina è coinvolta in molteplici processi: è stato comprovato il suo ruolo nella fiducia, nell’empatia e nei legami.

Al contrario, non si sa molto di un altro ormone che potrebbe essere coinvolto nei comportamenti altruistici e nell’amore: la vasopressina, che recentemente è stata correlata ai comportamenti relazionali.

Amore di coppia, ossitocina e vasopressina

Nel presente studio, il team di ricerca ha reclutato delle coppie di novelli sposi per indagare la genetica e l’attività cerebrale di ogni individuo in modo da constatare se fossero correlate con l’empatia mostrata verso il proprio partner. Il gruppo di ricerca ha testato ogni partecipante per due varianti genetiche: una coinvolgeva la sensibilità dell’ossitocina e l’altra era connessa a quella della vasopressina. I ricercatori hanno poi invogliato i partecipanti a rispondere a dei questionari riguardanti i sentimenti provati verso il partner e verso altri individui. Questa fase dello studio è stata utile per misurare, in ogni individuo, i livelli generali di empatia e di altruismo verso il proprio partner. In una seconda fase dello studio, i partecipanti sono stati sottoposti a una risonanza magnetica funzionale (fMRI), la quale traccia i cambiamenti associati al flusso sanguigno. Questo permette ai ricercatori di individuare le differenti parti cerebrali attivate in risposta a diverse tipologie di stimoli.

In questo specifico studio, lo stimolo presentato ai soggetti consisteva in una foto del proprio partner, di alcuni amici e, infine, di estranei con varie espressioni facciali. I ricercatori, inoltre, spiegavano cosa la persona nella foto stesse provando e per quale motivazione, in modo da elicitare una risposta emotiva nei soggetti. Quando i partecipanti sentivano un forte senso di empatia verso la persona nella foto, si attivavano le regioni cerebrali associate alle emozioni e alla memoria emotiva. È quasi come se il cervello, di fronte a quei segnali, dicesse “è importante, fai attenzione!”.

Queste aree cerebrali, come l’amigdala e il pallido ventrale, hanno una concentrazione particolarmente densa di recettori per l’ossitocina e per la vasopressina; questi neurotrasmettirori hanno un impatto su empatia e altruismo. Ancora più importante, gli individui con variazioni genetiche che hanno comportato una maggiore sensibilità a tali ormoni, hanno poi evidenziato una risposta emotiva più forte su tutta la linea. Inoltre, I ricercatori hanno riscontrato che le regioni cerebrali, attivate specificatamente in risposta alla visione del viso del proprio partner, erano le stesse regioni critiche in altre specie animali durante gli studi di accoppiamento e attaccamento. Questo potrebbe essere suggerire che il nostro cervello ha vie e modalità dedicate precisamente ai comportamenti relativi all’attaccamento, vie che potrebbero essere abbastanza primitive. In ogni caso, alcune di queste vie di attaccamento si sono dimostrate attive anche quando i soggetti osservavano facce estranee, fornendo spunti di riflessione sulla complessità del concetto di empatia e altruismo negli esseri umani.

L’importanza dello studio presente è proprio quella di farci riflettere su tali sistemi e comportamenti, considerandoli oltre il romanticismo. Quando le persone pensano alle relazioni, tendono a pensare all’amore come il motore della vita, come la spiegazione di ogni cosa. In realtà spesso dimentichiamo le altre varie e validissime ragioni per cui le persone stanno insieme, come per esempio la necessità di prendersi cura l’uno dell’altro. Ben oltre l’amore romantico, noi viviamo una vita insieme. Alcuni di noi mettono al mondo dei figli da crescere, altri si prendono semplicemente cura di se stessi fino all’anzianità. L’altruismo è profondamente radicato nella nostra cornice evolutiva, neurale e genetica.

Orgasmo clitorideo, orgasmo vaginale e punto g: quanto sappiamo realmente sul piacere femminile? Tra psicologia e neuropsicologia

La sessualità femminile ha sofferto per millenni un’oppressione senza pietà. Oggi, sessuologi e psicologi cominciano finalmente a liberarla dalle censure e dai vincoli che l’hanno per troppo tempo incatenata o, nella peggiore delle ipotesi, condannata.

Margherita Zenoni

 

Occupandosi di sessualità femminile, clinici e ricercatori hanno messo in luce sempre di più negli ultimi decenni la ricchezza e la complessità sorprendenti che la caratterizzano. Le numerose controversie in ambito scientifico riguardo all’eccitazione e all’orgasmo femminile sono un chiaro segno dell’interesse e del bisogno di risposte avvertito non solo da donne di ogni età e provenienza, ma spesso anche dai loro partner. Scrive Francesco Bianchi-Demicheli, caporedattore della Consultazione di ginecologia psicosomatica e sessuologia di Ginevra:

Abbiamo accettato il fatto che la donna esperisce un piacere sessuale paragonabile a quello dell’uomo solo recentemente. Tuttavia, se il piacere è comparabile, la sessualità femminile rimane molto più complessa.

Orgasmo femminile: il punto di vista della psicoanalisi

Che si tratti del leggendario punto G, dell’eccitazione clitoridea o vaginale, della molteplicità degli orgasmi o persino del raro ma interessante fenomeno dell’eiaculazione femminile, esistono delle differenze molto importanti non soltanto tra le donne, ma anche dipendenti dal momento, la situazione, il partner e l’età considerata. Per quanto riguarda l’atto sessuale, il sessuologo ginevrino si dichiara contro tutte le “ricette” e i “trucchi” venduti dalla stampa e dal web che promettono “orgasmi incomparabili” (F. Bianchi-Demicheli, 2006). Secondo Demicheli infatti non esiste una “gerarchia degli orgasmi”, uno non è superiore all’altro. Egli aggiunge inoltre che il fatto che l’orgasmo sia vaginale o clitorideo non ha nulla a che fare con la maturità della donna, diversamente da quanto la psicoanalisi ha lasciato intendere ai suoi esordi (Vincent Monnet & Anton Vos, 2006). Oggi la visione psicoanalitica a tal proposito non è identica a quella degli inizi del Novecento, tuttavia vi sono scuole di pensiero che sostengono l’ipotesi che, ad esempio, l’orgasmo vaginale sia associato ad un minor uso di meccanismi di difesa psicologici immaturi (S. Brody & R. M. Costa, 2008). Tale visione è stata accuratamente esposta e spiegata da Stuart Brody e Rui Miguel Costa nel loro articolo “Vaginal orgasm is associated with Less Use of Immature Psychological Defense Mechanisms”, dal quale emerge una problematizzazione dei meccanismi di difesa utilizzati in relazione alla modalità di raggiungere l’orgasmo; viene quindi trattato l’argomento da un punto di vista clinico.

I due autori infatti ritengono che le donne che non riescono ad avere orgasmi che siano esclusivamente vaginali (senza bisogno della simultanea stimolazione clitoridea) mettono in atto meccanismi di difesa psicologici comparabili a quelli utilizzati dai pazienti che soffrono di depressione, ansia sociale, disturbo di panico e disturbo ossessivo-compulsivo (S. Brody & R. M. Costa, 2008). Essi sostengono inoltre che queste donne godano di una salute psico-fisica globale inferiore rispetto alle donne che esperiscono regolarmente orgasmi vaginali (senza bisogno della simultanea stimolazione clitoridea) (S. Brody & R. M. Costa, 2008).

Orgasmo femminile: cosa cambia tra il clitorideo e il vaginale

Secondo tali autori quindi i due tipi di orgasmo non sarebbero da ritenersi sullo stesso piano per quanto riguarda gli effetti che comportano a livello psicologico, neuronale, emotivo e relazionale. D’altro canto, Demicheli – considerando l’ampiezza della gamma di comportamenti messi in atto in questo ambito – ritiene che sia piuttosto difficile definire una “normalità” a partire dalla quale si possano riconoscere delle patologie. Afferma infatti:

Ai miei occhi, finché non c’è sofferenza non c’è patologia.

Egli, diversamente da Brody e Costa, sembra non dar troppo peso a tutte le ragioni di carattere ontologico, individuale, ambientale e quindi psichico che portano una donna a non riuscire mai, ad esempio, a raggiungere un orgasmo vaginale. Tuttavia, Demicheli riconosce che se esistono donne “clitoridee” piuttosto che “vaginali” è possibile rintracciare le spiegazioni di questa diversità nello sviluppo – durante l’arco di vita – di reti neurali che si formano sotto l’azione di certi stimoli piuttosto che altri. Alcune di queste reti sono per altro già presenti alla nascita per ragioni diverse da quelle sessuali (Vincent Monnet & Anton Vos, 2006). Il sessuologo ginevrino rimane comunque discostato dalla visione psicoanalitica, le cui origini risalgono al pensiero freudiano secondo il quale una donna non sarebbe stata matura fino a quando non sarebbe riuscita a provare piacere vaginale; concezione ancora oggi rivendicata da alcune scuole di pensiero in ambito psicoanalitico. Secondo Demicheli è importante mettere in discussione tale visione tenendo conto delle conoscenze scientifiche attuali: queste indicherebbero infatti che la differenza tra l’orgasmo clitorideo e quello vaginale non ha nulla a che vedere con la maturità o un qualunque grado di femminilità raggiunto. Inoltre,

dal punto di vista della risposta del cervello, che è la sede del piacere e delle sensazioni, nulla distingue i due tipi di orgasmo: le aree cerebrali che si attivano in risposta all’orgasmo vaginale e a quello clitorideo sono le stesse (F. Bianchi-Demicheli, 2006).

Orgasmo femminile e difese

Tali considerazioni non implicano però necessariamente il fatto che quanto riportato da S. Brody e R. M. Costa nel loro articolo sui meccanismi di difesa non possa essere altrettanto corretto. Conducendo uno studio in cui un campione di 94 donne ha riportato la frequenza di differenti comportamenti sessuali avuti durante il mese precedente allo studio e la relativa frequenza di orgasmi, e a cui è stato somministrato il Defense Style Questionnaire (DSQ – 40), i due autori hanno osservato che l’orgasmo vaginale (senza simultanea stimolazione clitoridea) correlava inversamente col punteggio ottenuto al DSQ – 40, quindi con l’utilizzo di meccanismi di difesa immaturi (r = -0.37, P < 0.01). In particolare, i risultati hanno mostrato che le donne che avevano riportato almeno un orgasmo vaginale durante il mese precedente avevano meno meccanismi di difesa immaturi quali la somatizzazione, la dissociazione, lo spostamento, la fantasia autistica, la svalutazione e l’isolamento affettivo. L’orgasmo clitorideo e la masturbazione correlavano invece positivamente con un uso maggiore di meccanismi di difesa immaturi quali ad esempio il diniego, la fantasia autistica, la dissociazione e una modalità passivo-aggressiva. La dissociazione, l’isolamento dell’affetto e la fantasia autistica sono meccanismi di difesa accomunati da una disconnessione del Sé dall’emozione, dai dettagli della realtà e dal proprio corpo. Anche l’aspetto più semplice di questi processi difensivi (per esempio la distrazione dagli aspetti della situazione attuale) si è mostrato rilevante per la risposta sessuale. Gli autori che s’inseriscono in questa scuola di pensiero hanno pertanto ipotizzato che le donne che non riescono a raggiungere l’orgasmo tramite il rapporto peni-vaginale potrebbero avere

una disconnessione funzionale (o almeno un importante decremento nella consapevolezza) tra la propria coscienza e la propria vagina (S. Brody & R. M. Costa, 2008).

La scoperta che l’orgasmo vaginale (non la stimolazione clitoridea accompagnata dalla penetrazione) è associato ad un minor uso di difese immature è coerente con la teoria psicoanalitica; con i risultati della ricerca che mostra che le donne che soffrono di determinate psicopatologie subiscono un’alterazione dell’orgasmo vaginale ma non di quello clitorideo; con un ampio studio rappresentativo effettuato su donne svedesi in cui è stato riscontrato che l’orgasmo vaginale durante l’arco di vita è associato ad una maggiore soddisfazione per la vita sessuale, per la salute mentale e per i rapporti sia con i partner sia con gli amici, oltre che per la vita in generale; con le scoperte di un più piccolo studio portoghese che mostra che l’orgasmo vaginale è associato a migliori qualità specifiche delle relazioni e che la masturbazione è invece associata ad un “amore meno sentito” all’interno delle stesse; e con differenze neuro-fisiologiche e neuro-ormonali tra orgasmo vaginale ed orgasmo clitorideo (S. Brody & R. M. Costa, 2008).

Orgasmo femminile: il contributo neurofisiologico

Contraddicendo in parte quanto sostenuto da Demicheli sulla risposta del cervello ai differenti tipi di orgasmo, Brody e Costa mettono inoltre in luce un’interessante scoperta sperimentale: è stato dimostrato che, per entrambi i sessi, l’aumento post-orgasmico della prolattina, un indice oggettivo di sazietà sessuale, è maggiore del 400 % dopo un orgasmo vaginale piuttosto che dopo un orgasmo clitorideo provocato da masturbazione. L’aumento della prolattina post-orgasmica sembra svolgere un ruolo importante nella neuroregolazione dopaminergica centrale, che ha implicazioni per il funzionamento emotivo (S. Brody & R. M. Costa, 2008). La neurofisiologia dell’orgasmo vaginale differisce infatti da quella del climax clitorideo. I nervi sono localizzati in modo relativamente uniforme in tutta la sottomucosa vaginale e della cervice (il collo dell’utero), anche a livello perivascolare. Le informazioni sensoriali clitoridee sono condotte dal nervo pudendo al midollo spinale per la trasmissione al cervello. Le informazioni sensoriali provenienti dalla vagina e dalla cervice viaggiano invece non solo attraverso il nervo pudendo, ma anche attraverso i nervi pelvici, ipogastrici e vaghi. Il nervo vago non entra nel midollo spinale, ma è uno dei dodici nervi cranici.

Orgasmo femminile: il ruolo del clitoride

Di conseguenza, anche le donne con un midollo spinale completamente reciso possono avere orgasmi vaginali – verificabili mediante risonanza magnetica funzionale -, anche se non hanno alcuna connessione clitoridea con il cervello. Nonostante queste importanti scoperte relative all’orgasmo vaginale, vi sono diversi clinici e ricercatori che – alla luce di altri studi e considerazioni – ritengono il clitoride l’organo sessuale femminile del piacere e dell’orgasmo per eccellenza (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016). La stimolazione del clitoride mediante attrito vulvare, quella della guaina del clitoride e/o la stimolazione diretta del glande e delle labbra del clitoride è risultata essere la forma più comune di masturbazione da parte delle donne in molte culture diverse (Ford & Beach, 1951). In uno studio del 1953, Kinsey, Pomery, Martin e Gebhard riportarono tale osservazione anche in riferimento al loro campione nordamericano, aggiungendo inoltre che molte donne ammettevano che per loro la stimolazione segreta del clitoride durante il rapporto eterosessuale era l’unico modo in cui potevano effettivamente raggiungere l’orgasmo. Kinsey e colleghi nei loro scritti si riferiscono alla vagina come ad un “orifizio insensibile con relativa importanza per la riproduzione ma che non è importante per la gratificazione erotica” (Kinsey, Pomery, Martin e Gebhard, 1953). La vagina risulta essere anche poco neurologicamente innervata rispetto al clitoride, ulteriore motivo per ritenere quest’ultimo la principale fonte di piacere sessuale nelle donne. Per quanto riguarda gli orgasmi indotti dalla sola stimolazione vaginale da parte del pene, Kinsey et al. (1953) hanno osservato:

Alcune centinaia di donne nel nostro studio e molte migliaia di pazienti di altri clinici sono state molto disturbate in conseguenza al loro fallimento nel realizzare questa impossibilità biologica.

Del medesimo parere sono anche Puppo e Gruenwald, secondo cui gli orgasmi sarebbero generati dalla stimolazione del solo glande esterno del clitoride. Le donne quindi non dovrebbero soffrire la frustrazione provocata dal mancato raggiungimento dell’orgasmo tramite la stimolazione vaginale e non dovrebbero mettere in dubbio sé stesse o l’adeguatezza del proprio corpo quando, nonostante i tentativi, questi orgasmi non si verificano (Puppo & Gruenwald, 2012). Tra i sostenitori dell’orgasmo clitorideo troviamo anche Masters e Johnson, che in uno studio del 1966 riportarono che la maggior parte delle donne da loro seguite raggiungeva l’orgasmo soltanto tramite stimolazione clitoridea, mentre molte meno l’ottenevano dalla stimolazione vaginale.

Grazie ai loro studi, Masters e Johnson notarono inoltre che le strutture clitoridee (per esempio il corpo cavernoso e il bulbo del vestibolo) si estendono anche al di sotto delle labbra, andando oltre ciò che è possibile osservare dall’esterno. Alla luce di tale scoperta, i due autori osservarono che l’intromissione del pene nella giusta posizione, spostando queste strutture sublabiali verso l’alto, rende possibile un’indiretta stimolazione del clitoride (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016). Tale osservazione fu una delle prime che portò non solo clinici e ricercatori, ma anche il grande pubblico, a parlare del fantomatico punto G, di cui ancora oggi si discute ampiamente. Fin dalla seconda metà del Novecento, la possibile esistenza del punto G ha sempre occupato molto spazio nella stampa femminile e ha ricevuto un’accettazione diffusa tra le donne che differenziano l’orgasmo clitorideo da quello vaginale. Tuttavia, è stato anche accolto con un certo scetticismo da diversi medici (Hines, 2001) e dai ricercatori (Levin, 2003): il punto G rimane infatti controverso soprattutto a causa dei numerosi fallimenti nel determinare la sua esistenza come entità anatomica a se stante (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016). Più recentemente sono state utilizzate modalità di imaging come la risonanza magnetica durante l’eccitazione sessuale, ma queste non hanno mostrato nessuna struttura anatomica distinta che potesse essere attribuita alla presenza di un punto G. Usando la risonanza magnetica funzionale, tuttavia, Komisaruk e colleghi (2011) hanno osservato che sebbene siano leggermente sovrapposte, le regioni della corteccia sensoriale attivate dall’auto-stimolazione del clitoride, della vagina e della cervice sono separabili. Anche questa scoperta indica quindi che esiste una risposta sensoriale significativa e separata per la stimolazione di ciascuna di queste regioni genitali, “mantenendo così la possibilità della presenza di un discreto punto G” (Amichai Kilchevsky, Yoram Vardi, Lior Lowenstein e Ilan Gruenwald, 2012).

Orgasmo femminile: esiste il punto G?

Una serie di studi anatomici effettuati utilizzando istologia e risonanza magnetica ha rivelato che la posizione anatomica del supposto punto G è contigua alle gambe o radici interne del clitoride, al tessuto erettile dei bulbi e dei corpi clitoridei e all’uretra (O’Connell et al. 2008, 2005, 1998): O’Connell e colleghi sostengono che tali strutture formino un “intero” anatomico coerente e che condividano una vascolarizzazione comune, l’approvvigionamento nervoso e le risposte durante la stimolazione sessuale (O’Connell et al. 2008, 2005, 1998). Questo “intero” anatomico si trova all’altezza della parete anteriore della vagina, che rispetto alla parete posteriore è infatti caratterizzata da una quantità significativamente maggiore di terminazioni nervose (Hilleges, Falcone, Ekman-Ordeberg e Johansson, 1995; Song, Hwang, Kim e Han, 2009). Queste ultime si insinuano nel nervo dorsale del clitoride, connettendosi quindi con i nervi sensoriali provenienti dal glande esterno del clitoride ed entrando nel plesso nervoso pudentale. Verrebbe quindi esercitata una pressione meccanica sulla parete vaginale anteriore che potrebbe effettivamente stimolare indirettamente le strutture clitoridee – compreso appunto il nervo dorsale del clitoride -, aumentando così la sensazione di piacere. Foldes e Buisson (2009) giunsero alla stessa conclusione utilizzando l’ecografia 3-D del clitoride stimolato, dimostrando che, una volta gonfie per via dell’eccitamento, le parti interne del clitoride circondano la parete vaginale anteriore. I ricercatori definirono questo “intero” anatomico come “complesso clitorideo”, indicando con tale espressione parti sia esterne che interne. Il clitoride gonfio, quindi, aumenterebbe la probabilità che l’orgasmo possa essere sperimentato sia dalla stimolazione esterna del glande clitorideo sia dalla stimolazione interna della radice del clitoride (parti posteriori del complesso clitorideo) che si ripiega attorno alla parete vaginale anteriore (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016). La radice del clitoride e la parete anteriore della vagina sembrano pertanto essere collegate sia anatomicamente sia funzionalmente, fornendo una spiegazione del perché alcune donne riescano a raggiungere l’orgasmo anche solo tramite stimolazione vaginale (Hilleges, Falcone, Ekman-Ordeberg e Johansson, 1995; Song, Hwang, Kim e Han, 2009). Alla luce di quanto esaminato fin qui, è possibile ipotizzare con un certo grado di sicurezza che non esista una struttura anatomica a sé stante (ovvero indipendente dalle altre strutture vaginali e clitoridee) che possiamo definire punto G. Ciò che probabilmente esiste è quello che alcuni autori hanno chiamato “complesso clito-uretro-vaginale” (A. Carrozzo, 2017), concepito come un’entità funzionale particolarmente sensibile, che implica un rapporto di interdipendenza tra strutture interne ed esterne (clitoridee così come vaginali). Se si volesse necessariamente collocare il cosiddetto punto G da qualche parte, la parete anteriore della vagina sarebbe molto probabilmente il punto più realistico, tuttavia è importante tener conto del fatto che – per dirla con le parole di Demicheli – “non è un pulsante che viene premuto e si attiva automaticamente” (F. Bianchi-Demicheli, 2006), bensì l’esito di un coordinamento anatomico-funzionale tra le diverse strutture contingenti a quella regione genitale.

Orgasmo femminile: un mondo da scoprire

Sebbene misure oggettive non siano riuscite a fornire prove solide e coerenti dell’esistenza di uno specifico sito anatomico identificabile come punto G, studi attendibili e testimonianze aneddotiche dell’esistenza di un’area altamente sensibile situata nel muro vaginale anteriore danno luogo alla necessità di verificare in ulteriori studi se siano state effettivamente implementate sufficienti modalità investigative nella ricerca del punto G (Hilleges, Falcone, Ekman-Ordeberg e Johansson, 1995; Song, Hwang, Kim e Han, 2009). Per quanto concerne la distinzione tra i differenti tipi di orgasmo, è bene considerare che le diverse sensazioni che ne derivano dipendono in buona parte dall’esperienza che ogni donna ha con la stimolazione diretta del clitoride esterno, del clitoride interno e/o delle altre strutture vaginali (ad esempio la cervice). Anche la conoscenza da parte della donna dei segnali per lei eccitanti ed eroticamente carichi, oltre che il livello di consapevolezza del proprio corpo, influenza l’esperienza dell’orgasmo. E’ inoltre importante in questo senso l’esperienza che la donna ha non solo con la stimolazione di molteplici siti genitali esterni ed interni, ma anche quella che ha relativamente a siti extra-genitali (ad esempio labbra, capezzoli, orecchie, collo, dita di mani e piedi) che possono essere associati all’orgasmo. L’esperienza dell’orgasmo si verifica spesso in modi molto differenti tra le diverse donne e può persino avvenire in modalità differenti nella stessa donna per ogni esperienza sessuale. E in ognuno di questi casi l’esperienza orgasmica è da considerarsi “integra” e/o “valida”, senza bisogno che per essere considerata tale sia provocata da un sito specifico piuttosto che da un altro (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016).

La mappa erotica del corpo che una donna possiede non è incisa nella pietra (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016)

ma è piuttosto un continuo processo di esperienza, scoperta e costruzione che dipende dalla capacità del cervello di creare il risultato ottimale dall’incontro tra ciò che la donna si aspetta (e a cui è abituata) e la sua apertura a nuove esperienze. Infine, è di particolare importanza ricordare che l’applicazione di un modello riproduttivo – limitato all’eiaculazione maschile – per la comprensione della causa e dell’effetto degli orgasmi femminili non fa altro che offuscare e nascondere la varietà davvero notevole di esperienze orgasmiche che una donna può vivere (James G. Pfaus, Gonzalo R. Quintana, Conall Mac Cionnaith & Mayte Parada, 2016). Ancora molto rimane infatti da indagare e scoprire su questo complesso e affascinante mondo che è la sessualità femminile.

 


L’ Orgasmo Femminile: ma le Donne come Funzionano?

La profezia che si autorealizza (2018) di Davide Lo Presti – Recensione del libro

Perché ci succedono alcune cose invece che altre? Perché ci consideriamo fortunati o sfortunati? E’ sempre il destino a decidere?

 

Secondo il libro La profezia che sia autorealizza no. Siamo noi, nella maggior parte dei casi, ad indirizzare il fato in una direzione piuttosto che nell’altra. Sono le nostre aspettative sugli eventi ad influenzarne il risultato.

La profezia che si autorealizza: il peso delle aspettative

Cosa determina le nostre aspettative? Può essere un’informazione, più o meno esplicita, che ci arriva da persone di cui ci fidiamo, oppure può essere la fiducia (o la mancanza di fiducia) in noi stessi a farci immaginare quello che potrebbe essere l’evolversi di una situazione e a farci comportare, inconsapevolmente, in un modo tale da indirizzare il nostro comportamento in modo che le nostre supposizioni si realizzino.

Naturalmente questo atteggiamento può assumere una valenza diversa: se le nostre aspettative sono buone il nostro comportamento sarà volto a realizzarle, e questo fungerà da stimolo per farci impegnare maggiormente ed avere davvero più possibilità di riuscita. Al contrario, se le nostre aspettative sono scarse, assumeremo un atteggiamento rinunciatario e rassegnato che ci condannerà molto spesso all’insuccesso.

In entrambi i casi però, una volta che l’aspettativa sarà realizzata, tenderemo a dire “lo sapevo”, assegnando al destino il ruolo di ago della bilancia. Ma non è così: siamo stati noi, inconsciamente, a determinare il nostro destino.

La nostra mente ha la capacità di selezionare gli stimoli che riceve: se ad alcuni decide di prestare attenzione, altri vengono invece ignorati. Chi ha una visione pessimista tende ad isolare e amplificare gli stimoli che vanno in quella direzione. Questo fenomeno prende il nome di bias di conferma, ossia quel meccanismo autoconvalidante della nostra mente di ricercare, inconsapevolmente, solo quegli stimoli che supportano la nostra visione.

Attenzione però: anche aspettative esageratamente positive possono portare a risultati negativi facendo sottostimare gli ostacoli, frenando la fatica che siamo disposti a mettere nella realizzazione degli obiettivi e portando ad un inevitabile fallimento finale.

La profezia che si autorealizza: il punto sugli studi fatti

Molto è stato scritto e molto si è discusso su questo argomento, il libro La profezia che si autorealizza vuole fare il punto sugli studi compiuti e sui risultati ottenuti per dare uno sguardo d’insieme su questo tema.

Ci racconta l’autore che gli sono serviti tre anni di ricerche per raccogliere tutto il materiale presentato nel volume e per proporci i risultati raccolti in svariati esperimenti, a supporto delle sue tesi.

Nel 1928 il sociologo americano William Thomas enunciava questo teorema:

Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze

Con questo voleva spiegare come l’uomo si muova in un contesto fatto di oggetti concreti e situazioni reali ma anche di idee, credenze e convinzioni (come tali soggettive e non sempre corrispondenti alla realtà) sulla base delle quali costruisce e pianifica il suo comportamento. Una volta convinto di una cosa tende a seguire la propria idea comportandosi di conseguenza, guidato dall’istinto,

come un anatroccolo che segue per imprinting la prima cosa che vede appena nato

La profezia che si autorealizza: gli esperimenti illustrati

Tra i molti esperimenti riportati nel libro La profezia che si autorealizza ne citiamo tre che risultano particolarmente esplicativi:

  • Il primo ci dimostra quanto incida il peso delle aspettative nelle nostre valutazioni. Ad un gruppo di soggetti viene fatto assaggiare del vino rosso, preso da 5 bottiglie etichettate con prezzi cha vanno dai 10 ai 90 dollari. Come immaginabile, il gradimento dei soggetti coinvolti nell’esperimento risulta maggiore verso le bottiglie più costose. In realtà, i vini utilizzati per l’esperimento sono solo tre, il più costoso e il più economico sono lo stesso vino, così come il secondo e il penultimo. La domanda che ci si pone è se il gradimento dichiarato sia reale e se i soggetti fossero in buona fede o se, influenzati dal prezzo dichiarato sulle bottiglie, avessero adattato il loro giudizio alle aspettative per dimostrarsi più competenti. Quello che sorprende è un esame fatto sul flusso sanguigno del cervello, nell’area responsabile dell’elaborazione del piacere che deriva da odori e sapori, da cui si evince come, durante la degustazione dei vini, il cervello registrasse effettivamente una sensazione di maggior piacere associata al vino ritenuto più costoso. Ciò dimostra come quest’area del cervello si fosse attivata non tanto in relazione ai vini ma al prezzo scritto sull’etichetta!
  • Il secondo esperimento spiega l’effetto placebo, la capacità di una sostanza che non ha di per sé effetto curativo ma verso la quale si nutrono delle aspettative, di produrre effetti terapeutici concreti. Durante la fase sperimentale che precede la commercializzazione di un farmaco questo viene testato su un gruppo (detto appunto gruppo sperimentale) e su un secondo gruppo, detto di controllo, al quale invece vengono somministrate (a loro insaputa) semplici pillole di zucchero. Entrambi i gruppi mostrano miglioramenti significativi. Questo in modo più evidente quando si tratta di patologie di tipo psicosomatico (quali insonnia, emicrania..). Ma la cosa più incredibile sono alcuni test clinici condotti sugli psicofarmaci, dai quali emerge che l’80-90% degli effetti dei più diffusi antidepressivi è dovuto all’effetto placebo: il nostro sistema nervoso abbocca all’idea di star assumendo un farmaco e reagisce come se si trattasse veramente di un fattore curativo rilasciando endorfine, attivando difese immunitarie e inducendo nell’organismo quella serie di cambiamenti ormonali e cardiovascolari che sono normalmente stimolati dal principio attivo. Questo risultato porta ad un’altra considerazione che fa riflettere, ossia che riponendo la propria fiducia nel farmaco si compie l’errore di attribuire a qualcosa di esterno da sé il merito dei risultati ottenuti e delle eventuali esperienze positive fatte, non riuscendo a contare sulle proprie forze e sentendosi sempre più deboli e dipendenti da fattori esterni
  • Il terzo esperimento spiega l’effetto del pregiudizio che si esprime attraverso un comportamento discriminatorio, come dimostra l’esperienza fatta in una scuola. Agli insegnanti viene fatto credere che da alcuni test fosse emerso come alunni considerati fino a quel momento “somari” avessero in realtà enormi potenzialità che si sarebbero espresse nel corso del secondo quadrimestre. Naturalmente gli studenti indicati erano in realtà stati scelti in modo assolutamente casuale. Nonostante questo il loro miglioramento si realizzò veramente. Le crescenti aspettative degli insegnanti verso quegli alunni, che fino a quel momento erano state molto basse, avevano fatto sì che li seguissero con più attenzione e che fossero più ben disposti verso di loro. Gli alunni, per contro, sentendosi più seguiti e stimolati si erano impegnati di più migliorando il loro rendimento. Ed ecco che la profezia, per quanto infondata, si era realizzata!

Una predizione si realizza non perché sia vera in sé ma perché nel momento in cui viene proferita, e presa per vera, altera lo scorrere degli eventi modificandone il corso

 

Mutismo selettivo: sviluppo, diagnosi e trattamento multisituazionale (2018) a cura di G. Rezzonico, E. Iacchia, M. Monticelli – Recensione del libro

Il volume Mutismo selettivo: sviluppo, diagnosi e trattamento multisituazionale, edito da Franco Angeli, presenta una panoramica dell’evoluzione concettuale del Mutismo Selettivo e del possibile intervento, illustrando un particolare tipo di trattamento che viene definito multisituazionale (Multi-Situational Treatment, MST).

 

La prima parte del volume è dedicata alla definizione del mutismo selettivo, un disturbo non così noto sfino a qualche anno fa e che ancora oggi presenta non poca confusione anche tra i professionisti.

Mutismo selettivo: la definizione di un disturbo poco conosciuto

Diverse definizioni e classificazioni sono state attribuite a questo disturbo, partendo dall’idea che l’essenza della parola, elemento caratterizzante del disturbo, fosse un comportamento provocatorio messo in atto volontariamente dal bambino fino a giungere all’odierna classificazione del disturbo come disturbo d’ansia e alla sua definizione riassumibile come segue: disturbo caratterizzato dalla costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli, nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni.

Dopo un panoramica circa l’esordio, il decorso e gli strumenti di valutazione disponibili, il modello alla base della nascita del disturbo e i trattamenti ad oggi messi in atto, il secondo capitolo illustra il concetto alla base della ricerca condotta dagli autori. L’idea cardine, sia della ricerca sia di questo testo, è quella di presentare un modello di intervento non statico ma integrato che vada a identificare gli elementi chiave che permettono il mantenimento del disturbo, il quale svolge una funzione adattiva nella vita del soggetto. Congiuntamente a questo, l’obiettivo del clinico è quello di creare una relazione interpersonale andando a definire quello che gli autori chiamano trattamento multisituazionale.

Mutismo selettivo: il trattamento multisituazionale

Sessantuno clinici con esperienza nel campo del mutismo selettivo, hanno preso parte a un’intervista semistrutturata. Tali interviste poi sono state analizzate tramite la metodologia della Grounded Theory di base costruttivista. Quello che è emerso è stata la presenza di due grandi temi riassumibili in: fattori di mantenimento e trattamento multisituazionale, ognuno dei quali poi sezionabile in diversi processi analizzati dettagliatamente nel corso del volume.

L’idea centrale è quella di osservare il sintomo con un’altra lente e concepirlo come espressione situazionale, abbandonando la prospettiva che limita la visione solo alla dimensione individuale per ampliare invece lo sguardo al sentire emotivo personale del soggetto che cambia nelle diverse situazioni.

L’importanza di un intervento che sia declinato nelle diverse situazioni è talmente pregnante che la seconda parte del manuale è dedicata alla descrizione dei diversi ambiti di vita del soggetto, soffermandosi in particolare modo sul contesto familiare, scolastico e sull’ambiente terapeutico, anche nelle sue declinazioni quali arte-terapia, tecniche espressive e musicoterapia. Verso la conclusione del testo è presentato un aspetto innovativo ideato e condiviso dagli autori del libro insieme all’Associazione Italiana MUtismo SElettivo: il contesto residenziale dei soggiorni terapeutici i quali rappresentano a loro modo una forma di trattamento rivolta sia ai bambini/ ragazzi sia alle famiglie che partecipano ad attività a loro dedicate.

Il libro Mutismo Selettivo: sviluppo, diagnosi e trattamento multisituazionale è scritto e pensato da autori tra i più esperti nel campo del mutismo selettivo e appare estremamente utile per quei clinici che desiderano approcciarsi a questo disturbo.

Si potrebbe definire un libro quasi tecnico, dedicato agli addetti ai lavori perché definisce un nuovo modello di intervento utilizzabile in ambito cinico e offre alcuni spunti concreti da utilizzare nel rapporto terapeutico.

Il contributo più prezioso che emerge dallo scritto è quello di, riprendendo l’analogia precedente, non limitarsi ad un unico paio di occhiali ma utilizzando lenti diverse osservare tutte le situazioni che il soggetto vive e di comprendere gli elementi che caratterizzano tali situazioni avendo alla fine non una sola via di intervento ma diverse strade trasversali in un approccio che così facendo risulta essere multisituazionale.

Il consumo di MDMA influenza la capacità di essere empatici

È noto che l’uso di MDMA (anche conosciuta come ecstasy) aumenti i propri livelli di empatia nel breve termine, uno studio però sembra suggerire che questi stessi effetti possono prolungarsi anche sul lungo periodo.

 

L’ecstasy o MDMA è classificata come droga di classe A nel Regno Unito e attualmente ne è vietato l’impiego per qualsiasi uso medico. Tra i suoi effetti è noto un aumento del livello di empatia.

Un recente studio pubblicato su Journal of Psichopharmacology e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Exeter con a capo la Dott.ssa Molly Carlyle, ha voluto confrontare i risultati riguardanti i livelli di empatia di soggetti che facevano uso di differenti tipologie di droga: 25 soggetti assumevano diverse tipologie di droghe (cannabis, cocaina, ketamina) ed anche MDMA, 19 soggetti assumevano diverse droghe (cannabis, cocaina, ketamina) ma non MDMA, infine, 23 soggetti facevano uso solo di alcol.

Tutti i soggetti che sono stati reclutati come campione oggetto di studio erano consumatori che facevano un uso lieve/moderato di MDMA (con utilizzo minimo di 10 volte). Scopo dei ricercatori era infatti quello di verificare non solo che i livelli di empatia di chi consuma questo tipo di droga siano più elevati rispetto a chi fa uso di altre droghe, ma anche se l’uso di tale droga per un periodo prolungato potesse avere conseguenze sul lungo termine tali da poter far ripensare ad un suo utilizzo a fini medici.

Dai risultati ottenuti, è emerso in effetti che coloro che consumavano MDMA riferivano di provare molta più empatia rispetto ai soggetti che non ne facevano uso e che invece privilegiavano altri tipi di droghe. I ricercatori sono stati in grado di arrivare a queste conclusioni attraverso un compito sperimentale il cui scopo era quello di indagare la capacità dei soggetti di discriminare le emozioni delle altre persone.

Lo studio inoltre smentisce i dati provenienti dalla letteratura precedente, secondo cui il consumo di ecstasy è causa di un marcato disagio sociale. Anzi ciò che emerge è che chi consuma MDMA ha un livello di empatia migliore rispetto a chi abusa di altre sostanze ed un livello di empatia simile a chi fa uso solo di alcol.

Il disegno sperimentale

Ai 67 partecipanti dello studio è stato chiesto di completare un questionario che valutava il loro livello di empatia e poi di svolgere alcuni compiti computerizzati nei quali dovevano discriminare le emozioni solamente guardando le espressioni facciali delle immagini, raffiguranti i volti di diverse persone.

Inoltre, ai partecipanti veniva richiesto di riferire come si sentissero, ogni volta, nel vedere le diverse immagini, comunicanti diverse emozioni.

I ricercatori hanno misurato sia il livelo di empatia cognitiva (ovvero l’abilità di riconoscere le emozioni degli altri) sia di empatia emotiva (cioè la capacità di provare determinate emozioni che sono conseguenti alle emozioni degli altri).

Risultati e Conclusioni

Quello che è emerso è che i consumatori di MDMA, durante i compiti svolti al computer, provavano maggiori livelli di empatia emotiva e di empatia cognitiva rispetto ai soggetti che assumevano differenti tipologie di droga. È stata invece riscontrata solo una piccola differenza tra il gruppo di consumatori di MDMA e il gruppo di coloro che faceva abuso di alcol. Tutti i soggetti hanno mostrato un abbassamento dell’umore e dell’autostima in risposta all’esclusione sociale, senza differenze tra i gruppi.

Il livello di empatia e dolore sociale nei consumatori di MDMA erano coerenti con il normale funzionamento psicosociale. Dallo studio si evince anche il fatto che un uso prolungato di MDMA possa causare uno stress sociale amplificato; questo risultato contraddice gli studi precedenti.

Lo studio vuole mostrare come un uso leggero di MDMA non si possa associare ai problemi legati al funzionamento sociale. Inoltre, sembra che chi consumi MDMA abbia un livello di empatia migliore rispetto a chi fa uso di altre droghe e raggiunga livelli simili a chi abusa di alcol.

Per concludere, non si sa se le differenze nella capacità di provare empatia siano dovute esclusivamente all’utilizzo o meno di questa tipologia di droga o se entrino in gioco altri fattori. Sicuramente, sarebbe interessante indagare in futuro l’efficacia dell’uso di MDMA come un possibile trattamento psicofarmacologico, secondo dosi opportunamente testate e precise prescrizioni mediche, dal momento che dai risultati di questo studio si evince che l’uso di MDMA non ha effetti collaterali su alcuni processi sociali cruciali.

La mia vita con un PADRE DOC. Una testimonianza e un caso per riflettere (2018) di Rossella Sardi – Recensione del libro

La mia vita con un “PADRE DOC” è una testimonianza in prima persona delle vicende dell’autrice, una donna di 52 anni intenta a ripercorrere i passaggi generazionali della sua storia di vita, passando dal ruolo di bambina e figlia, a quello di studentessa, moglie, madre e lavoratrice, con la costante presenza del difficile e sofferente rapporto con un padre affetto da Disturbo Ossessivo Compulsivo

 

Secondo l’autrice il DOC del padre sarebbe in comorbidità con Ipocondria e tratti narcisistici della personalità. Costantemente altamente insoddisfatto di tutto e di tutti, pignolo, pedante e pretenzioso perfezionista, di una perfezione che di fatto non esiste, quest’uomo è un padre che persegue la continua, angosciosa e frustrante ricerca di una perfezione che non raggiunge mai, perché spinta e mantenuta soltanto dal suo implacabile bisogno di gestire l’ansia.

La mia vita con un “padre DOC”: il ritratto di una famiglia sofferente

L’autrice esprime attraverso le esperienze della sua vita, la tortura psicologica ed il disagio derivanti dalla pretesa di suo padre affetto da DOC, che è sostanzialmente sempre quella di richiedere alle persone a lui vicine di adeguarsi e soddisfare le sue urgenze, che sono sempre vissute come assolute. Tutto deve essere fatto nel modo assurdo stabilito dal padre, visto che non concepisce altri modi, che pretende un ordine ferreo e una pulizia illogici e che, in sostanza, esigendo senza contraddizioni che tutti i suoi rituali siano appoggiati, impone un modo di essere e agire che appare palesemente senza senso ai suoi familiari, i quali ciononostante tendono ad avallarlo, per evitare i suoi insostenibili momenti di nervosismo, lamentosità e aggressività. Spessissimo era svalutante e denigrante coi suoi familiari.

La mia vita con un “padre DOC”.. e ipocondriaco

Ad aggravare maggiormente questa situazione, la costante preoccupazione di questo padre per le malattie, che lo costringevano ad una costante attenzione sulle proprie sensazioni fisiche: si fissava sui sintomi più disparati, che non venivano mai confermati dai medici. Ignorando il suo medico di base, consultava sempre tanti specialisti, che presto venivano considerati degli incapaci, che non riuscivano a capire i suoi sospetti. Per tutta la sua vita assunse medicine in grande quantità, ma nonostante tutto si lamentava in continuazione dei suoi disturbi con tutti, anche extrafamiliari, come in una cantilena senza fine.

Stanchezza, rabbia, senso di impotenza, frustrazione, mancanza di speranza, paura, vergogna, senso di colpa, i familiari di una persona affetta da DOC navigano in queste acque emotive. I figli cominciano fin da bambini a fare esperienza di questa sofferenza. I familiari di un’ossessivo si ritrovano in casa

come una statua di De Chirico in quelle piazze immobili, fisse, imbalsamate. Una statua che si innalza ferma e morta. Una morte contemporanea dell’uomo e del mondo. (V. Andreoli).

 

La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la terapia cognitiva (2018) – Recensione del libro

Dopo aver letto La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la terapia cognitiva, noi curanti non potremo più dire “io non sapevo cosa fare”, perché la grande equipe clinica e di ricerca che si raccoglie intorno a Francesco Mancini presenta l’armamentario completo che abbiamo a disposizione per attaccare questo oscuro male chiamato depressione.

 

Dopo “La mente ossessiva”, tradotto in molte lingue, il gruppo di clinici e ricercatori che si raduna intorno a Francesco Mancini e alla scuola di psicoterapia cognitiva, condensa oltre venti anni di esperienza con un volume sulla depressione che descrive lo stato dell’arte circa la comprensione della depressione e i molteplici possibili interventi clinici.

La depressione è la malattia che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità comporta la maggiore sofferenza, una grave disabilità con enormi costi economici e un tributo incredibile di morti per suicidio (al primo posto tra le cause di morte dei giovani).

Dopo il volume La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la terapia cognitiva, noi curanti non potremo più dire “io non sapevo cosa fare”, perché la grande equipe clinica e di ricerca che si raccoglie intorno a Francesco Mancini presenta l’armamentario completo che oggi nel mondo si ha a disposizione per attaccare l’oscuro male che è apparentemente senza motivo e che dunque attira le colpevolizzazioni di parenti e amici, che ricordano al disperato che nulla gli manca non riuscendo a capire che invece tutto gli manca e ha perduto persino se stesso per cui il mondo gli appare grigio, freddo, impolverato e privo di ogni attrattiva e ogni giornata un calvario inaffrontabile.

Il depresso si sente triste e vuoto e si lamenta continuamente. Nulla sembra interessarlo e anche le attività comunemente considerate gradevoli non lo attirano e gli appaiono un inutile peso. Si sente stanco e affaticato ed il più piccolo compito gli sembra insormontabile. Si ritiene un fallito, un essere indegno e colpevole della sua situazione e delle sofferenze che provoca negli altri. Verso gli altri, anche i familiari vicini, non prova affetto e se lo rimprovera. Non riesce a concentrarsi e a decidere alcunché. Spesso desidera la morte come l’unica possibile liberazione. In sintesi si ha l’impressione dello spegnimento dell’energia vitale. Come se un po’ fosse già morto. Tutto è ridotto: interessi, desideri, attività, affetti. Gli scambi con l’esterno vanno verso la sospensione. Quello che è peggio e che diventa il fattore principale di rinforzo e mantenimento è il cosiddetto “problema secondario” ovvero il fatto che il soggetto giudica inadeguata, indegna e colpevole la sua stessa reazione (l’essere appunto depresso) e per questo si svaluta e si colpevolizza.

Il depresso è pesante e viene spesso isolato in una società come la nostra che rinnega la sofferenza e persino la morte. Anche per i terapeuti il depresso è defatigante e l’impotenza che ci fa sperimentare attiva talvolta ostilità nei suoi confronti. Quante volte abbiamo sentito un depresso dire che avrebbe preferito un tumore a quel cancro invisibile dell’anima che finisce per essere vissuto come una colpevole mancanza di volontà.

Modello teorico ed esperienza clinica

Il volume La mente depressa prospetta un elegantissimo modello teorico della trappola depressiva che fa entrare il soggetto colpito da una perdita, e che dunque sperimenta tristezza, un’emozione sana e utile, in un loop per cui per non perdere completamente o ancora di più il bene perduto, concentra tutti i suoi sforzi nel tentativo di trattenerlo e di non allontanarsene ulteriormente, con il doppio disastroso risultato di desertificare tutto il resto della sua esistenza che progressivamente perde di valore (anche le persone più care perdono importanza e il soggetto sperimenta “il doloroso sentimento della perdita dei sentimenti” per cui in aggiunta si colpevolizza), la concentrazione sull’oggetto perduto lo rende progressivamente più importante fino a coinvolgere l’amabilità, il valore e la dignità del Sé, e così il dolore paralizzante tende continuamente ad aumentare prospettando la morte come unica grande consolatrice.

Questo modello argomentato profondamente con dati di ricerca ed esperienze cliniche (anche difficili e non soltanto facilmente di successo come si trova spesso nei libri) è utilizzabile anche da curanti con una formazione diversa da quella cognitivista. Allo stesso modo possono essere utilizzate, anche da altri approcci, il ventaglio di tecniche che vengono presentate teoricamente ed esemplificate praticamente, in particolare quelle della cosiddetta “terza ondata” del cognitivismo oggi tanto di moda. Nel libro La mente depressa si affronta anche il problema dello sviluppo dei fattori protettivi rispetto all’insorgenza della depressione e alla prevenzione delle ricadute.

Machine learning: realtà o fantascienza?

Le recenti evidenze provenienti dalle neuroscienze cognitive riguardo i processi decisionali stanno incrementando le conoscenze volte allo sviluppo di sistemi robotici intelligenti ispirati al cervello umano

 

Questi sistemi robotici sarebbero in grado di apprendere in un contesto dinamico reale, contraddistinto da imprevedibilità e rumore, come sottolineato dal focus di Lee e Seymour pubblicato recentemente su Science Robotics.

Lo scopo è quello di accrescere l’insight sui sistemi di controllo delle azioni dei robot a partire da modelli di apprendimento più strutturati ed efficienti sviluppando al contempo nuove teorie circa la computazione delle decisioni umane caratterizzate da continui compromessi tra velocità-efficacia della performance, cooperazione-competizione.

Potremmo sorprenderci spaventati dall’idea di poterci trovare in futuro ad interagire con macchine intelligenti e robot con caratteristiche fisiche simili alle nostre, in grado di muoversi autonomamente nell’ambiente e relazionarsi con il mondo che li circonda al pari dell’uomo.

Per fortuna o sfortuna, dipende dalla propria opinione a riguardo, quel futuro è ancora lontano: attualmente infatti non esistono sistemi di intelligenza artificiale o macchine in grado di equivalere in tutto e per tutto all’uomo in ogni sua singola caratteristica.

Tuttavia quel futuro, per quanto lontano, per certi versi è più prossimo di quanto pensiamo.

Machine learning: sistemi intelligenti che replicano le nostre capacità

Grazie ad alcune recenti evidenze in campo neuroscientifico circa il modo in cui l’essere umano o l’animale apprende, ricorda e utilizza informazioni per rispondere ed adattarsi all’ambiente circostante, si è attualmente in grado di realizzare soluzioni e sistemi “intelligenti”, definiti machine learning, che imparano dall’esperienza e che sono in grado di prendere decisioni selezionando la scelta migliore tra le diverse e più sfaccettate opzioni a disposizione (Lake, Ullman, Tenenbaum & Gershman, 2017) utilizzando come modello teorico di riferimento quello del funzionamento del cervello umano.

In particolare, un modello teorico che sta avendo molto successo nell’ambito delle neuroscienze cognitive per la comprensione dei processi di decision-making umani, di quei processi cioè che consentono ad un sistema di scegliere tra alternative a cui sono associate a loro volta diversi esiti come ad esempio selezionare la linea d’azione reputata migliore per il raggiungimento del proprio scopo o formulare un giudizio a partire da informazioni di vario genere, è quello dell’apprendimento per rinforzo (reinforcement learning; RL; Lee, Seymour, Leibo et al., 2019).

Nel modello computazionale della presa di decisioni, l’apprendimento per rinforzo afferma che la presa di decisioni altro non è che la risoluzione di dilemmi e problemi nella scelta fra diverse opzioni per tentativi ed errori.

L’integrazione tra il linguaggio matematico dei modelli computazionali e gli studi provenienti dalle neuroscienze cognitive non cerca soltanto di creare dei sistemi intelligenti “superperformanti” ma di illuminare i processi che sottostanno la percezione, il controllo dell’azione, l’apprendimento e la memoria, il linguaggio e altri processi cognitivi.

Machine learning e controllo del processo decisionale

La comprensione della mente umana è qualcosa di assai affascinante ma estremamente complesso e pertanto richiede modelli computazionali e algoritmi che possano accuratamente tradurre i meccanismi interni del sistema per poterlo riprodurre.

A tal proposito, seguendo questo modello, evidenze provenienti dallo studio di Daw, Niv & Dayan (2005) suggeriscono che il cervello umano utilizza diversi meccanismi di controllo dei processi decisionali ognuno caratterizzato da prestazioni, previsioni, carichi cognitivi, velocità ed efficienza nell’esecuzione dell’azione diversi.

I processi decisionali umani sono favoriti in particolare da due strategie di controllo, una più basata sulle contingenze ambientali, l’altra maggiormente guidata da finalità e scopi ben precisi, più costosa e impegnativa in termini di risorse cognitive.

Essa infatti consente di apprendere un modello dell’ambiente circostante e utilizzare le informazioni appena ottenute per adattarsi rapidamente ai cambiamenti nella struttura ambientale diversamente dalla prima strategia (Daw, Niv & Dayan, 2005).

Questa distinzione tra le due strategie di apprendimento suggerisce un inevitabile compromesso da parte del sistema nella selezione della strategia di apprendimento più utile per la presa di decisione e una complementarietà quando esso si trova a dover fronteggiare e rispondere a necessità diverse: la prima strategia infatti risulta più veloce e in grado di implementare azioni in automatico ma è anche meno accurata e meno precisa rispetto alla seconda in termini di accuratezza nelle previsioni sull’effetto di quell’azione (Lee, Seymour, Leibo et al., 2019).

Lee, Seymour e colleghi (2019) sottolineano che gli umani, rispetto ai sistemi artificiali, sono in grado di adattarsi rapidamente alle dinamiche ambientali quando queste si modificano improvvisamente e con frequenza, sfruttando le conoscenze a disposizione, anche se ridotte, facendo al contempo un’analisi dei costi-benefici in termini di efficienza/velocità della performance; attualmente gli algoritmi dei sistemi di machine learning hanno bisogno di una quantità di tempo e di dati maggiore.

Machine learning e meta-controllo del processo decisionale

In aggiunta a questo, il nostro sistema ha a disposizione un ulteriore “apparato” che si potrebbe definire di “metacontrollo” che può scegliere di applicare una tra le due diverse strategie di apprendimento e controllo dell’azione da utilizzare in quella specifica situazione o contesto ambientale, dando priorità di volta in volta o ad un’azione più accurata quando è possibile fare una previsione affidabile o ad un’azione più veloce e automatica quando sono poche le informazioni a disposizione a seconda anche del livello di fiducia nelle proprie stime e del grado di incertezza del contesto (Lee, Seymour, Leibo et al., 2019).

Un altro punto importante da riproporre nei sistemi artificiali riguarda l’apprendimento sociale e la presa di decisione nei contesti di interazione in cui spesso si presentano dilemmi competitivi o cooperativi.

Per l’imitazione di tali dinamiche, solitamente si utilizzano due fasi per far sì che i sistemi artificiali apprendano: nella prima vi è una fase di pianificazione nella quale l’ “agente” passa in rassegna tutte le regole del gioco dell’interazione simulando prima con se stesso le varie opzioni per le linee d’azione più o meno cooperative, nella seconda invece si trova ad implementare quelle linee decisionali apprese nella simulazione.

Infine Lee, Seymour e colleghi (2019) sottolineano che gli algoritmi che si basano su Reinforcement Learning sono ancora caratterizzati da un’eccessiva sicurezza nella stima delle loro predizioni circa la performance soprattutto in ambienti complessi e dinamici in cui non sono in grado di apprendere velocemente, caratteristica non presente negli umani che elaborano la propria performance per avere una stima di confidenza o incertezza sui possibili effetti a seguito della linea d’azione scelta: per esempio, un compito semplice o un ambiente circostante stabile potrebbe generare nell’agente che apprende una stima di maggior confidenza sulla propria linea d’azione da adottare, al contrario una maggiore incertezza potrebbe generare strategie d’azione più caute o difensive (Boureau, Sokol-Hessner & Daw, 2015).

 

Per quali motivi la corruzione è così diffusa e difficile da estirpare?

La corruzione è un fenomeno tristemente noto e che accompagna la storia dell’uomo da tempi molto antichi. Qualcuno dà e qualcuno prende, in cambio di qualche favore. Nonostante possa sembrare un processo molto semplice, il fenomeno è in realtà più complesso di quanto si pensi.

 

La portata dell’ammontare monetario che finisce per essere utilizzato ogni anno in operazioni di corruzione di qualsiasi natura è enorme, secondo la World Bank tale cifra si aggira intorno al miliardo di dollari.

Ma quali sono le cause e i motivi che spingono le persone ad accettare di essere corrotte?

Se si riuscisse a rispondere a questa domanda forse potremmo finalmente mettere in atto interventi in grado di modificare e ridurre tale fenomeno.

Lo studio

Alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University (Gneezy, Saccardo & van Veldhuizen, 2019) hanno cercato di individuare qual è il motivo principale che si nasconde sotto i fenomeni di corruzione e spinge gli individui ad accettare di essere corrotti.

Nell’esperimento condotto dai ricercatori, veniva chiesto a due partecipanti di inventare delle barzellette da sottoporre poi al giudizio di un terzo soggetto sperimentale che avrebbe svolto il ruolo di giudice in questa gara. I partecipanti avevano inoltre la possibilità di cercare di corrompere sottobanco il giudice, offrendogli fino a 5 dollari.

I risultati di questo esperimento mostrano che, nel momento in cui il giudice poteva accettare solo una delle due mazzette avanzate dai partecipanti, nella valutazione di quale barzelletta premiare, la qualità della stessa veniva praticamente ignorata. Quasi tutti i giudici infatti preferivano prendere i soldi che gli venivano offerti piuttosto che valutare onestamente la qualità della barzelletta scritta dai partecipanti.

Quando invece ai giudici veniva offerta la possibilità di prendere entrambe le mazzette succedeva qualcosa di ben diverso: nell’84% dei casi veniva premiata la barzelletta più divertente anche se la persona che l’aveva scritta aveva presentato una mazzetta di un ammontare inferiore rispetto all’altro partecipante. In tale situazione la qualità della barzelletta tornava dunque ad essere importante.

Nella terza ed ultima situazione sperimentale, ai partecipanti è stato chiesto di aspettare due minuti prima di cercare di corrompere il giudice. Questo ha dato modo al giudice stesso di leggere e valutare le barzellette senza la pressione di un tentativo di corruzione. In questo caso lo scenario cambiava totalmente in quanto per i giudici era più difficile giustificare la propria disonestà ed accettare una mazzetta a fronte di una decisione, almeno mentalmente, già presa. Aumentando pertanto il costo morale della presa di decisione e trovando più difficile il giustificare una decisione presa solamente sulla base del denaro, i giudici hanno scelto la barzelletta migliore nel 81% dei casi.

In conclusione

Sulla base dei risultati appena riportati, secondo gli autori dello studio gli interventi miranti a ridurre l’incidenza della corruzione dovrebbero dunque puntare proprio sul cercare di rendere più salienti i costi morali dell’accettare una mazzetta; ad esempio si potrebbe esplicitamente chiedere alle persone che compiono una valutazione di qualsiasi genere di prenderla seguendo dei criteri oggettivi.

Quella volta che ho giocato a Fortnite con un paziente

Teo ha 14 anni, lo sguardo schivo e il sorriso amaro. È appassionato di informatica, videomaking e videogiochi. All’apparenza, è un tipico adolescente. Teo, però, ha qualcosa in più degli altri..

Vanessa Bottiglieri

 

Teo, quando ha troppa gente sconosciuta intorno, urla: “Ebrei, mi state uccidendo!”, scappa e si ripara sotto i tavoli. Quando non trova i tavoli, si rannicchia in un angolo o si nasconde sotto le sedie. Non c’è modo di fermarlo, non c’è verso di calmarlo, gli si ripete inutilmente di alzarsi in piedi. Teo si decontestualizza, va in blackout e torna tranquillo soltanto se lo ha deciso lui. Quando si diverte batte i pugni sul tavolo, arrossisce e affannato, comincia a sudare.

Fortnite: il modo per conoscere Teo

Quando si arrabbia potrebbe arrivare ad aggredire. Teo ha un discontrollo degli impulsi. Parla velocemente, spesso interrompe chi gli fa una domanda perché ha già capito, ha già risposto. Sa che l’alluminio deriva dalla bauxite e che il vetro si produce dalla sabbia. Ha un Q.I. superiore alla media. La vita di Teo non è stata semplice; un papà assente, una mamma infelice. Due volte Teo ha trascorso alcuni dei suoi giorni da bambino in una comunità e quando sua madre stava bene e andava a prenderlo, lo portava in case fatiscenti nelle quali Teo ha sentito tante parole d’odio e visto chissà cosa nascosto sotto a un tavolo.

Per fortuna, Teo ha una nonna tanto buona che lo ha portato a casa con sé, di notte lo abbraccia e ai compleanni gli fa le torte. Ogni tanto, esasperata, maledice il giorno in cui è andata a prenderlo, allora Teo la guarda, gli salta in collo e avvilito, le chiede: “Ma tu mi vuoi bene?”, poi la perdona. Teo sa che una nonna, a 84 anni, non si aspetta di dover crescere un ragazzino. Teo ha anche una brava terapeuta, l’unica persona alla quale confida che qualche volta si sente triste, l’unica persona che riesce veramente a leggerlo e che è capace di tirare fuori le unghie per i suoi diritti e parole gentili per le sue debolezze.

Ho conosciuto Teo a causa della fama di urlatore che si è guadagnato nel centro di riabilitazione in cui sto svolgendo un tirocinio. La prima volta che l’ho visto era seduto al bar del centro con altri tirocinanti e aveva la testa china su tre babà. Ho pensato subito che era l’unico bambino al mondo al quale piacessero i babà e gliel’ho anche detto, lui, senza guardarmi, ha sorriso ai babà e credo abbia pensato: “Ho 14 anni, mica 6”. Non è stato facile entrare in confidenza con Teo; molte volte mi ha spaventato con le sue urla e mi ha tirato oggetti contro, una volta, per gioco, mi ha chiusa a chiave in una stanza e un’altra volta ho dovuto raccogliere i pezzi di una scrivania che aveva spaccato in più parti. Al centro avevamo capito che, spesso, Teo andava in blackout quando gli si chiedeva di spegnere il computer, pensai, quindi, di avvicinarmi a lui proprio mentre era incollato allo schermo per capire cosa facesse. È così che Teo ha cominciato a parlarmi del suo canale YouTube nel quale pubblica video di giochi per il pc e la consolle, in gergo, i walkthrough, video in cui si registrano e si commentano intere sessioni di gioco, una pratica diffusissima tra youtuber. I video più ricorrenti nel canale di Teo riguardano Fortnite.

Fortnite: riflessività e pianificazione per Teo

Fortnite è un videogioco di successo senza eguali: a distanza di quasi un anno dall’esordio sul mercato, è riuscito a conquistare oltre 125 milioni di utenti sparsi in tutto il mondo.

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Fortnite quando un videogioco diventa prezioso per una terapia foto 2

La metà della popolazione mondiale dei 10-15enni gioca a Fortnite. In Fortnite sono presenti due diverse modalità di gioco: “Salva il mondo” che è ambientato sulla Terra, in uno scenario post-apocalittico in cui in modalità cooperativa fino a 4 giocatori si ha il compito di risolvere diverse missioni, dal procacciamento di risorse alla protezione dei sopravvissuti; e “Battaglia Reale”, che è la modalità di gioco che ha fatto la fortuna di Fortnite. In “Battaglia Reale” 100 giocatori sono catapultati su un’isola e hanno il compito di lottare per sopravvivere, da soli o in squadra. Non appena il numero di giocatori inizia a diminuire perché abbattuti dagli avversari in modi più o meno creativi con armi e trappole, la mappa del gioco inizia a restringersi, dando vita a battaglie intense, fino all’ultimo respiro.

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Fortnite quando un videogioco diventa prezioso per una terapia foto

Vince il giocatore che resta l’unico in vita. Mi fu subito chiaro che se avessi voluto conquistare la fiducia di Teo avrei dovuto imparare a giocare a Fortnite. Ho dimestichezza con i videogiochi e non è stato difficile cominciare quest’avventura, così, di settimana in settimana, raccontavo a Teo dei miei progressi, gli chiedevo consigli su come migliorare le mie prestazioni e ci confrontavamo sulle strategie più efficaci da adottare. La comunicazione con Teo migliorò di volta in volta, i suoi momenti di blackout quasi sparirono, addirittura ci scambiammo l’amicizia sui social e, ovviamente, quella su Fortnite. Teo era entusiasta del nickname che avevo scelto e subito mi scrisse anche il suo, in modo da connetterci. Così, una sera, lo trovai online e nonostante il timore che non mi avrebbe mai risposto, gli scrissi in chat. Difatti, non mi rispose. Quando ci vedemmo la volta successiva, caparbia, gli dissi di stare attento alla chat e ai miei messaggi e, la sera stessa, Teo ed io facemmo la nostra prima partita in modalità “a coppie”. Noi 2 contro 98 persone. L’incontro dei nostri avatar è stato emblematico: nello stesso istante, li abbiamo messi uno difronte all’altro e abbiamo avuto la stessa identica idea di fargli fare un balletto. In quel momento, ho pensato che fosse fatta: io e Teo stavamo facendo davvero amicizia. Non nascondo che all’inizio mi sono sentita in colpa: forse, invogliandolo a giocare, stavo alimentando la sua videodipendenza? Forse, giocando insieme a tarda serata, stavo indirettamente contribuendo alla sua insonnia?

Fortnite: perchè un videogioco può diventare una risorsa in terapia

Mi sono risposta che Teo trascorreva già la maggior parte del suo tempo al computer e che, già da un po’, aveva imparato a fare i conti con il poco sonno di cui ha bisogno, per questo, avere una compagna con la quale dividere tutto questo, a lui che è perennemente solo, poteva servire a potenziare le sue, quasi assenti, abilità sociali. Ho cominciato, quindi, a sfruttare quello che di costruttivo ha questo famigerato videogioco; Fortnite insegna la pazienza. Ogni partita di Fortnite, in modalità “Battaglia Reale”, inizia con i 100 giocatori che devono catapultarsi sull’isola lanciandosi da un autobus volante e, già in questa primissima fase, è indispensabile attendere e scegliere con tattica e prudenza il punto nel quale atterrare onde evitare di finire nel punto in cui sono atterrati tutti, rischiando di farsi uccidere più facilmente. Teo, da buon impulsivo, si lanciava dal bus in volo immediatamente ed è solo da quando gli ho spiegato che l’attesa è necessaria ai fini di una buona partita che aspetta 30 secondi prima di lanciarsi. Fortnite, infatti, è un videogioco stealth ossia una tipologia di videogioco d’azione basato sull’abilità del giocatore di evitare di farsi scoprire dai nemici e che costringe, quindi, ad adottare uno stile di gioco calmo e ponderato. In Fortnite, appunto, muoiono più velocemente i giocatori che affrontano i problemi con un approccio irruento. I videogiochi come Fortnite, quindi, enfatizzano, la precisione, la pianificazione, l’attenta osservazione e le abilità di risoluzione dei problemi invece che l’utilizzo di riflessi veloci.

Parlando con Teo, poi, ho scoperto che gli altri videogiochi di cui è patito sono, appunto, di questa tipologia. È proprio partendo dalla definizione di videogioco stealth, quindi, che si potrebbe agire sull’impulsività di Teo e, a piccole dosi, fargli capire l’importanza della riflessione e della lungimiranza come concetti da estendere alla vita al di fuori dello schermo. Molte ricerche (Resnick, 1986; Gardner, 1991; Clarke & Schoech, 1994), seppure diverse per quanto riguarda il campione, la metodologia e la modalità d’utilizzo dei videogiochi, hanno dimostrato come, nella pratica psicoterapeutica con i bambini e gli adolescenti, l’utilizzo dei videogiochi si rivela molto utile ai fini della costruzione della relazione con il clinico e che il videogioco può essere impiegato come strumento per valutare le competenze cognitive, la tolleranza alla frustrazione e la regolazione affettiva. Anche se basati su campioni esigui, grazie a questi studi, è possibile supporre che i videogiochi forniscono opportunità utili per la terapia con bambini e adolescenti, soprattutto nei casi in cui falliscono gli approcci tradizionali e che aiutano i giovani pazienti a diventare più cooperativi col terapeuta e più entusiasti del trattamento. Come conferma Tolga Atilla Ceranoglu, autrice di uno di questi studi:

Lo stile di gioco di un adolescente può offrire spunti rilevanti sui suoi conflitti intrapsichici e fornire del materiale utile per l’elaborazione di tali conflitti (Ceranoglu, 2010).

A oggi, il mio rapporto con Teo è in fase di crescita; quando ci vediamo, oltre che di Fortnite, parliamo di musica. Ho inquadrato il genere musicale che più gli piace e gli invio e-mail con titoli di canzoni che più potrebbero addirsi ai video del suo canale YouTube. Quasi tutti i giorni ci scriviamo in chat e mi sorprendo quando è lui, per primo, a cercare me. Al suo ultimo compleanno, anch’io gli ho portato una torta; grazie a Fortnite, Teo adesso ha un’altra persona sulla quale contare.

 

Instagram come lo specchio d’acqua di Narciso

L’utilizzo di Instagram sta radicalmente cambiando il modo in cui ci presentiamo al mondo e gestiamo le nostre relazioni. Cosa si nasconde dietro il crescente utilizzo di questo Social Media, soprattutto tra le nuove generazioni?

Francesca Livrieri

 

Specchiò il suo volto su quella levigata e pura superficie e subito l’amore per quell’immagine riflessa lo ammaliò fuori da ogni ragione: sentì di amare una seducente parvenza senza corpo: crede che un corpo sia, quello che è acqua soltanto (…) ammira le doti tutte, per cui egli stesso è oggetto di ammirazione. (…) Ignaro, brama se stesso; mentre loda, è da se stesso lodato; mentre desidera, è desiderato: parimenti causa e scopo della sua passione. Quante volte diede baci vani alla fonte ingannatrice! Quante volte dentro le acque immerse le braccia (…) ed in esse non riuscì a raggiungersi. (…) O creatura vana, perché cerchi inutilmente di afferrare labili parvenze? Quanto brami non esiste in luogo alcuno; volgiti e non vedrai più ciò che ami.

(Metamorfosi di Ovidio, libro III)

 

Chissà cosa racconterebbe Ovidio del Narciso ai tempi di Instagram, Facebook e Twitter.

Ormai numerosi studiosi hanno posto la loro attenzione alla relazione tra esseri umani e Social Media e a come tali strumenti stanno cambiando l’identità di sé, la propria essenza e quella delle relazioni sociali.

Negli ultimi anni, e sopratutto fra le nuove generazioni, abbiamo osservato l’ascesa di Instagram come Social Media di elezione per presentarsi al mondo e gestire le proprie relazioni online, usando un canale comunicativo molto semplice: immagini o brevi video (Lee, Lee, Moon & Sung, 2015) ed è proprio durante tale rivoluzione comunicativa che gli studiosi hanno rilevato un aumento dei tratti di personalità narcisista, sopratutto fra i Millennials (Twenge, Konrath, Foster, Cambell & Bushman, 2008).

Il tratto di personalità narcisistica si caratterizza per una grandiosa considerazione di sé che, entro certi limiti, può essere considerata fisiologica e funzionale ma che può trasformarsi in un quadro psicopatologico quando tali idee di grandiosità, il costante bisogno di ammirazione e la mancanza di empatia divengono caratteristiche fondanti la personalità.

Oltre alla definizione diagnostica del disturbo di personalità narcisistico del DSM-5 (Manuale Diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali), uno studioso ha descritto tre tipologie di personalità narcisista. La prima, ritenuta adattiva, si caratterizza per l’orientamento alle relazioni interpersonali, la seconda e la terza, di tipo disadattivo, sono maggiormente correlate ad un esito psicopatologico e si caratterizzano da una forte attenzione verso se stessi, da nevroticismo e da considerevoli scatti d’ira (Ackerman et al., 2011).

Instagram e Narcisismo

A partire da questa distinzione è stato condotto uno studio volto a valutare la relazione tra narcisismo e tutti quei comportamenti, definiti di autopromozione degli utenti Instagram. Nella fattispecie si parla di pubblicare selfie, aggiornare l’immagine del profilo e mantenere il collegamento all’applicazione durante gran parte della giornata.

Dalla ricerca è emerso che quasi la metà delle foto pubblicate e condivise su Instagram sono classificate come selfie (24,2%) o selfie con gli amici (22,4%).

Gli individui con tratti di personalità di tipo narcisistica pubblicano più selfie e aggiornano più di frequente la loro immagine profilo rispetto a individui che non presentano tale tratto di personalità. Inoltre i narcisisti valutano le loro immagini come fisicamente più attraenti e sono maggiormente preoccupati per il loro aspetto fisico rispetto agli altri e trascorrono più tempo su Instagram.

Nello specifico è emerso che gli individui che presentavano maggiori caratteristiche di narcisismo di tipo disadattivo mettevano in atto più comportamenti di autopromozione rispetto ai soggetti con narcisismo adattivo. Questo dato secondo Wright (2012) suggerisce che i soggetti con narcisismo disadattivo, in quanto deficitari di autostima cercano maggiormente di compensarla tramite comportamenti di autopromozione online, al contrario dei soggetti con narcisismo adattivo, i quali avendo un alto livello di autostima non hanno bisogno di mettere in atto tali comportamenti.

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