Tenere a mente le emozioni. La mentalizzazione in psicoterapia (2018) L’importanza del conoscere le proprie emozioni – Recensione

In Tenere a mente le emozioni, E. Jurist ripensa la psicoterapia come ad uno spazio in cui poter conoscere cosa si prova e ad accettarne le conseguenze.

ID Articolo: 162029 - Pubblicato il: 05 febbraio 2019
Tenere a mente le emozioni. La mentalizzazione in psicoterapia (2018) L’importanza del conoscere le proprie emozioni – Recensione
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Tenere a mente le emozioni racconta attraverso la storia di personaggi illustri il processo di mentalizzazione affettiva in psicoterapia e quale cambiamento è possibile raggiungere grazie allo sviluppo di questa capacità.

 

“Non mi è mai capitato un paziente che non mi abbia insegnato qualcosa di nuovo, o che non abbia suscitato in me nuovi sentimenti e nuovi treni di pensieri”.
Oliver Sacks

 

Elliot Jurist offre una lucida panoramica sulla mentalizzazione in psicoterapia. Integra teorie, illustrazioni cliniche e una straordinaria analisi di opere autobiografiche di personaggi famosi utili a dimostrare i benefici della consapevolezza emotiva.

Il volume Tenere a mente le emozioni accoglie le emozioni in tutta la loro complessità. L’autore inizia identificando una categoria data dall’assenza di consapevolezza di ciò che si sente, categoria a cui ha assegnato il nome di “emozioni aporetiche”, e conclude riferendosi al concetto di “affettività mentalizzata”, la capacità di riflettere sulle emozioni alla luce della memoria autobiografica.

Il tentativo mosso dall’autore è di ripensare alla psicoterapia come ad uno spazio in cui poter conoscere cosa si prova ed accettarne le conseguenze. Le “emozioni aporetiche” sono emozioni che albergano in noi sotto forma di stati mentali oscuri, misteriosi o confusi, ma è possibile superare la confusione che le caratterizza identificando, modulando ed esprimendo le emozioni stesse. La risposta alla domanda su come è possibile trascendere le emozioni aporetiche è: attraverso la loro mentalizzazione.

Tenere a mente le emozioni: il concetto di mentalizzazione

Il concetto di mentalizzazione agisce come un lume sull’azione terapeutica e sugli obiettivi della psicoterapia e l’intero successo di una psicoterapia dipende dal miglioramento del paziente come mentalizzatore.

La mentalizzazione si basa su una gamma di capacità che vanno coltivate in terapia; il suo esercizio promuove una modalità continua con cui affrontare la vita e le relazioni e, nel caso in cui vi sia una sofferenza, fornisce un modo di fronteggiarla in maniera ottimale. La mentalizzazione è assimilabile a un’apertura mentale in cui si sostiene un investimento attivo nella rivalutazione di sé e degli altri, che analizza il presente ripercorrendo il passato, facendo continuo riferimento agli episodi autobiografici.

La fonte dell’affettività mentalizzata si trova nella curiosità, nel desiderio di capire in che modo il proprio passato e la propria identità influenzino le esperienze emotive, e la realizzazione di tale capacità si manifesta attraverso l’amore per la verità e l’autenticità, cioè attraverso il desiderio di guardare a se stessi e agli altri nel modo più onesto possibile.

Struttura e contenuti del testo

Il volume Tenere a mente le emozioni è diviso in due macroparti, ognuna divisa in capitoli. La Parte I contiene tre capitoli.

Il Capitolo I si occupa dell’identificazione emotiva. Il fallimento della capacità di identificazione emotiva è un fattore determinante l’alessitimia, ossia l’incapacità di riconoscere e descrivere verbalmente i propri stati emotivi e quelli altrui, spesso correlata a diverse tipologie psicopatologiche. Identificare le emozioni, però, ci porta solo fino ad un certo punto del nostro viaggio. Percorrendo la direzione della comprensione delle esperienze emotive entriamo nel territorio della modulazione. L’autore fornisce vari esempi: pazienti che sono in grado di identificare alcune emozioni ma non altre; pazienti che tergiversano sulle emozioni e pazienti che tendono a non parlarne affatto.

La biografia portata come esempio è quella di Sarah Silverman, in particolar modo sulla sua esperienza dell’emozione di paura e sul modo in cui l’ha trasformata attraverso la performance sul palco, pur continuando ad avvertirne la gravosa presenza. L’enuresi dell’autrice, tema centrale della sofferenza della Silverman comporta ripetute esperienze di umiliazione che la portano infine a sviluppare una lunga depressione. Silverman ci ha raccontato nella sua opera il cui il titolo completo è “The Bedwetter: Stories of Courage, Redemption, and Pee” che in prima superiore ha perso tre mesi di scuola perché era “paralizzata dalla paura”. Col tempo è riuscita a identificare l’emozione di paura ma la interpretava come facente parte di un quadro più ampio, legato al crescere sentendosi confusa, sola e depressa. In seguito, attraverso la psicoterapia, ha descritto il suo trauma precoce come un dono, dal momento che quella paura paralizzante l’ha portata a essere coraggiosa e a sentirsi naturalmente a suo agio nell’esibirsi davanti agli altri.

La verità è che dentro non sono affatto cambiata, da quel momento a oggi. Posso aver cambiato guscio, posso essere arrivata ad abbracciare cose che prima mi spaventavano e mi turbavano, ma il luogo in cui tutto ha avuto origine è lo stesso. A un certo punto ho capito che sarebbe stato molto più efficace e molto più divertente abbracciare le cose più brutte e terrificanti del mondo – l’Olocausto, il razzismo eccetera. Per il bene della comicità e per la sanità mentale del comico, però, far ciò richiede una certa distanza emotiva […].
Trovo che sia un modo divertente di essere sinceri. Come quando si fa una serie di battute per prendere in giro qualcuno, la speranza è che il sentimento genuino – forse addirittura una sorta di bontà sottostante alla battuta (per quanto brutale) – emerga lo stesso.

Questa rivelatoria riflessione su di sé mostra come le emozioni problematiche non spariscano affatto una volta identificate, sebbene possano essere utilizzate così che non siano più perseguitanti ed essere anzi mosse in direzioni nuove, verso la libertà individuale e una maggiore connessione con gli altri. L’emozione primaria di paura di Silverman non si dissolve, la sua pericolosa influenza viene piuttosto tenuta a bada in modalità nuove e creative.

Il Capitolo II è dedicato alla modulazione emotiva. Qui vengono introdotti alcuni sviluppi recenti sul concetto di regolazione emotiva, descrivendo nello specifico il process model, che sottolinea l’importanza della rivalutazione cognitiva, e il modello della mindfulness, che, incoraggiando l’accettazione più che la trasformazione delle emozioni, pone alcuni argomenti critici rispetto al process model. Viene approfondita l’importanza della regolazione emotiva per lo sviluppo e vengono presi in esame studi che hanno mostrato come il fattore sottostante a molti tipi di psicopatologia sia la disregolazione emotiva.

Viene fatto riferimento all’autobiografia di Tracy K. Smith, che costituisce una riflessione sulla perdita della madre, morta quando l’autrice era piuttosto giovane. L’esempio che viene riportato avviene a seguito di un’esperienza deludente, vissuta mentre l’autrice giocava a “prendi la mela” a una festa di Halloween che la madre aveva aiutato a organizzare nonostante l’ambivalenza, dovuta a ragioni religiose, per la celebrazione di una festività tanto pagana. Mentre le due stanno tornando a casa in macchina, si verifica un meraviglioso momento di modulazione emotiva verso l’altro:

[…] vedere le sue mani calme ma ferme sul volante e il modo in cui di tanto in tanto mi guardava, lasciando che rivolgessi il sorriso verso il suo viso e ricambiandolo con vero calore, con un amore che riuscivo a vedere e a sentire – ero sicura che nel preciso momento in cui noi due eravamo insieme quello in cui credeva non importava, non quando eravamo solo Kathy e Tracy, solo le nostre due anime dentro la macchina che avanzava sicura verso casa, piena e intatta di qualcosa di più grande e più reale di qualsiasi domanda o convinzione che potessimo faticare a mettere in parole. Sapevo, in quell’esatto momento, che era contenta nel modo in cui è contenta ogni madre che fa felice la propria bambina.

Ciò che colpisce è come l’autrice capisca sua madre e si senta capita da lei. L’esperienza è reciproca.

Il Capitolo III è dedicato all’espressione emotiva. L’espressione emotiva può essere legittimamente riconosciuta come il coronamento dell’esperienza emotiva, rivelando il più ampio scopo delle emozioni come forma di comunicazione. L’autore traccia una distinzione tra espressione interna ed esterna delle emozioni e prende in esame alcuni esempi di comunicazione efficace e altri in cui essa appare non altrettanto efficace.

Viene citata l’opera autobiografica di Ingmar Bergman, in cui l’autore documenta la propria difficoltà a esprimere le emozioni, soprattutto agli altri, nonostante queste vengano ritratte in maniera brillante nei suoi film. L’autore è piuttosto specifico a proposito del modo in cui le proprie emozioni vengono generalmente inibite e non vengano espresse fluidamente. Riflettendo su questo tema, conclude:

C’era sempre un microsecondo a separare il mio vissuto intuitivo e la sua espressione emotiva.

La Parte II di Tenere a mente le emozioni consta di quattro capitoli, che approfondiscono il tema della mentalizzazione emotiva.

Il Capitolo IV esplora il concetto di mentalizzazione, la sua origine e il modo in cui può illuminare la nostra comprensione delle emozioni, il cui apice è rappresentato dalla “affettività mentalizzata”. Viene brevemente descritto lo strumento Mentalized Affectivity Scale. Obiettivo fondamentale di questo capitolo che ha un’impronta più teorica è di trasmettere l’importanza del costrutto della mentalizzazione, portato in psicoterapia attraverso il lavoro di Peter Fonagy e collaboratori.

Il Capitolo V sviluppa il concetto di affettività mentalizzata arricchendolo con illustrazioni cliniche.

I Capitoli VI e VII si concentrano sull’affettività mentalizzata in quanto azione terapeutica. L’espressione “azione terapeutica” sta a indicare l’idea secondo cui la psicoterapia può ispirare un continuo cambiamento nell’individuo, aspirando a un obiettivo più alto del mero sollievo sintomatico. L’affettività mentalizzata si basa sulla memoria autobiografica come strumento di sostegno nell’aiutarci a definire noi stessi in maniera continuativa nel tempo. Ci richiede di intraprendere un’esplorazione più profonda del significato delle esperienze emotive nella nostra vita, nella nostra storia e all’interno del nostro ambiente. L’affettività mentalizzata comporta l’apertura ad una conoscenza, revisione, correzione e strutturazione più articolata dell’esperienza emotiva. Tale articolazione può sicuramente stimolare un impegno verso la scrittura, la correzione e la riscrittura della propria storia autobiografica e delle proprie idee rispetto a sé.

Oliver Sacks: un esempio di come è possibile imparare a tenere a mente le emozioni

Un meraviglioso esempio di tale processo è mostrato dal lavoro di Oliver Sacks. Si passa, quindi, ad esaminare le due autobiografie scritte da Oliver Sacks, piuttosto diverse tra loro e l’impatto avuto dalla terapia, durata quasi cinquant’anni, con lo stesso psicoanalista. Sacks ha scritto una miriade di pezzi autobiografici pubblicati sul New York Times, una sorta di cronaca dei suoi pensieri finali, che insieme alle due autobiografie principali forniscono una straordinaria illustrazione dell’affettività mentalizzata. Oliver Sacks, formatosi come neurologo, è stato un clinico devoto e contemporaneamente ribelle.

Nel descrivere alcuni casi clinici particolari che ha incontrato nella sua esperienza in una casa di cura statunitense, è sempre riuscito a cogliere la componente umana di ogni storia, mentre l’analisi clinica non ha mai perso il suo vigore e rigore scientifico.
Non era un ricercatore e ha sempre raccontato i propri sforzi falliti in tal senso, ma ha sempre mantenuto una grande passione per la ricerca, tenendosi costantemente aggiornato sugli sviluppi neuroscientifici.

È stato inoltre l’autore di due autobiografie: Zio Tungsteno (2001) e In movimento (2015). Le due autobiografie sono state scritte a quattordici anni di distanza e coprono parti consecutive della vita di Sacks – Zio Tungsteno (ZT) dalla prima infanzia all’adolescenza, In movimento (IM) dalla prima età adulta alla vecchiaia. Molti degli interessi e delle occupazioni di Sacks sono rimasti gli stessi: “i metalli, le piante e i numeri” (ZT). C’è però qualcosa di straordinariamente diverso nei due libri.

In ZT, Sacks si descrive come un secchione appassionato di materie scientifiche in IM, incontriamo un’anima avventurosa: Sacks è emigrato in Nord America, viaggia in motocicletta da solo per l’America occidentale, vince gare di sollevamento pesi, comincia a seguire la propria vocazione per il mestiere di medico e di scrittore. Soprattutto, l’autore rivela di essere omosessuale e parla apertamente della sua lunga battaglia per stabilire un legame con gli altri, culmina nel raggiungimento, alla fine della sua vita, di una relazione amorosa appagante. La prima autobiografia, ZT, è scritta con grande autocontrollo e racconta di un giovane Oliver, studioso, innamorato della chimica e soprattutto della storia della chimica. Si racconta come solitario, ansioso, pieno di molteplici paure e poco disinvolto nelle relazioni sociali. La sua passione per il mondo naturale sembra direttamente correlata con il ritiro dal mondo sociale. La vocazione di Sacks per il mestiere di chimico però col tempo svanisce, dal momento che egli scopre di essere affamato di ciò che è umano, personale, ciò che gli era sfuggito, e rivolge il suo appassionato interesse alle narrazioni personali e ai diari.

Il secondo libro, IM, ha un carattere impetuoso, e racconta della ribellione dell’autore, che lo ha portato a trasferirsi negli Stati Uniti, e del suo lungo viaggio per divenire il narratore di un ampio ventaglio di fenomeni neurologici. Questa seconda autobiografia si conclude, in maniera commovente, con il racconto del primo innamoramento dell’autore.

Sacks è stato in psicoanalisi con lo stesso analista per quasi cinquant’anni. Forse la sua psicoterapia è il fattore in grado di spiegare la differenza tra le due opere autobiografiche nonché il progressivo aprirsi dello scrittore, il suo divenire se stesso? Secondo Jurist, si.

Tra le due opere vi è un chiaro incremento in termini di affettività mentalizzata. Il fatto che le sue emozioni siano libere di sgorgare rivela la capacità di Sacks di utilizzare l’affettività mentalizzata, dato che ormai egli ha elaborato il proprio passato, che dunque non costituisce più un ostacolo per le sue esperienze presenti e future. In un incantevole passo dell’ultima autobiografia l’autore cattura gli enormi cambiamenti che hanno accompagnato la sua vita:

Si imponevano cambiamenti profondi, quasi geologici; nel mio caso a dover cambiare erano le consuetudini di un’intera vita solitaria, insieme a una sorta di implicito egoismo e di eccessiva concentrazione su me stesso. Entravano nella vita nuove esigenze e nuove paure: il bisogno dell’altro, la paura dell’abbandono. Dovevano esserci profondi adattamenti reciproci.

Come l’autore di questo libro, anch’io sono particolarmente grata ad Oliver Sacks. Da medico ho sempre apprezzato il suo “uscire” dalla clinica, per comprenderne appieno il suo senso. Il suo sguardo rivolto ai pazienti ha sempre avuto una compente lucidamente scientifica alla Einstein e una più poetica e umana alla Borges. Come Jurist, ammiro Sacks soprattutto per aver protestato contro la divisione tra letteratura e scienza, per essersi rifiutato di accettarla.

Ho apprezzato molto il volume Tenere a mente le emozioni proprio per la scelta accurata delle autobiografie “illustri” che hanno reso tangibile il significato di concetti quali affettività mentalizzata e modulazione emotiva ma anche per i numerosi spunti da utilizzare nella mia pratica clinica.

 

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Bibliografia

  • Jurist, E.L. (2018). Tenere a mente le emozioni – La mentalizzazione in psicoterapia. Raffaello Cortina Editore.
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