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Sesso e gravidanza: la soddisfazione sessuale della donna e della coppia

La gravidanza sembra essere accompagnata da un nuovo atteggiamento riservato alla donna, da parte di familiari, amici o addirittura estranei, la stessa espressione “essere in dolce attesa”, rende l’idea di come gravidanza sembri essere nella cultura Occidentale sinonimo di delicatezza, etereità, dolcezza e spesso tali caratteristiche sembrano venire automaticamente estese alla donna che ne è coinvolta  (Daniluk, 1998; Dempsey & Reichert, 2000; Friedman, Weinberg, & Pines, 1998; Tardy, 2000; Weisskopf, 1980).

 

Ciò che rimane indiscusso è che la gestazione e poi l’arrivo del nascituro, rappresentano un momento critico di ridefinizione dei propri ruoli sociali, così come un evento sconvolgente l’equilibrio della coppia.

La sessualità in gravidanza

Un aspetto che comprensibilmente tende a subire cambiamenti rilevanti è quello della sessualità, la quale richiede non solo la “capacità fisica” di partecipare all’atto sessuale, ma anche e soprattutto il desiderio di farlo, delle attitudini positive nei confronti del sesso e un certo grado di accettazione del proprio corpo. Tutti questi aspetti possono subire delle ridefinizioni considerevoli durante una gravidanza, come effetto degli sconvolgimenti fisiologici che interessano il corpo della donna, così come delle inevitabili ricadute psicologiche che accompagnano tali cambiamenti: talvolta la gestazione può avere complicanze e la donna è costretta a letto per parte o tutta la gravidanza; il cambiamento del corpo, specialmente nell’ultimo trimestre, rende difficili certe posizioni sessuali.

Il desiderio subisce fluttuazioni considerevoli nei diversi trimestri a causa degli ormoni; le credenze (spesso completamente errate: Bartellas, Crane, Daley, Bennett, & Hutchens, 2000; Ekwo, Gosselink, Woolson, Moawad, & Long, 1993; Fok, Chan, & Yuen, 2005; Goodlin, Keller, & Raffin, 1971; Klebanoff, Nugent, & Rhoads, 1984; Kurki & Ylikorkala, 1993; Sayle, Savitz, Thorp, HertzPicciotto, & Wilcox, 2001).) circa la pericolosità del sesso in gravidanza spesso limita il repertorio erotico delle coppie o le scoraggiano totalmente dal vivere la propria sessualità; il partner può avere difficoltà nell’erotizzare il corpo della compagna, sia a causa delle forme diverse, che per la comune tendenza già citata di considerare quasi asessuata o fragile la donna incinta, in quanto portatrice di un’altra vita; allo stesso modo la donna può percepirsi meno attraente e può avere disagio nel cercare rapporti sessuali.

Soddisfazione sessuale della coppia durante la gravidanza

Sebbene un qualsivoglia impatto sulla vita sessuale della coppia sia praticamente imprescindibile, la ricerca scientifica ha generalmente trascurato questo aspetto della gestazione; in particolare i pochi studi presenti si sono concentrati sulla frequenza dei rapporti sessuali, limitandosi ad esplorare la penetrazione vaginale o il sesso orale (Jawed-Wessel & Sevick, 2017; Johnson, 2011), trascurando di includere altri tipi di pratiche erotiche, ma soprattutto soprassedendo sul costrutto di soddisfazione sessuale. Diversi studi hanno trovato un nesso tra la soddisfazione sessuale e una più generale soddisfazione di coppia nelle diadi in attesa di un bambino (de Judicubus & McCabe, 2002; van Brummen, Bruinse, van de Pol, Heintz, & van der Vaart, 2006); a sua volta una maggiore soddisfazione di coppia correla con un’attitudine più positiva della donna verso il futuro ruolo di madre (de Judicibus & McCabe, 2002). Un calo nella numerosità dei rapporti sessuali in cui la diade è coinvolta durante la gravidanza, sembra avere un esito negativo sul benessere a lungo termine della coppia: van Brummen et Al. (2006) ad esempio, hanno trovato una correlazione con la soddisfazione sessuale ad un anno dal parto, mentre von Sydow (1999) ha trovato un nesso con l’instabilità relazionale a 3 e 4 mesi dal termine della gravidanza.

Soddisfazione sessuale della coppia in gravidanza: lo studio

Un nuovo studio condotto da Jawed-Wessel, Santo & Irwin (2019), si è preposto di indagare la relazione che intercorre tra la disposizione verso il sesso in gravidanza, vari comportamenti sessuali, e la soddisfazione di coppia nelle diadi primipare. Una peculiarità dello studio in questione è quella di prevedere un’analisi statistica diadica, che analizzasse cioè congiunti gli scoring di una stessa coppia, con l’obbiettivo di rilevare un’eventuale interdipendenza tra i dati che ne descrivono il comportamento sessuale e quelli che ne descrivono la qualità relazionale: l’ipotesi primaria avanzata degli autori è che una disposizione positiva verso il sesso sarebbe stata associata ad un’attività erotica più frequente, la quale a sua volta avrebbe correlato con una maggiore soddisfazione sessuale.

Lo studio ha coinvolto solamente coppie miste per rendere conto di un’eventuale influenza del genere e solo coppie primipare nel primo trimestre di gravidanza, per limitare l’influenza di variabili confondenti.

Dall’analisi dei dati ottenuti, alcuni comportamenti erotici (quali ad esempio, baciarsi, la penetrazione vaginale, etc.) si sono rivelati moderatori della relazione, confermata dallo studio, che intercorre tra disposizioni positive nei confronti del sesso e la soddisfazione sessuale nelle coppie primipare durante la gravidanza. L’utilizzo di sex toys (sia da soli che con il proprio partner) si è rivelato predittore di una buona soddisfazione sessuale di coppia in funzione del genere. Infatti, l’utilizzo di  sex toys negli uomini correlava positivamente con una maggiore soddisfazione sessuale, tuttavia il ricorrere alla stessa attività risulta essere accompagnata nelle donne da una minore soddisfazione sessuale. Inoltre, gli uomini che dichiaravano di ricorrere più spesso al fingering (inserimento di dita in vagina), dichiaravano livelli più bassi di soddisfazione sessuale.

Sebbene con le dovute limitazioni, lo studio presente contribuisce a colmare il gap esistente nella letteratura scientifica circa la vita sessuale delle coppie in attesa; è tuttavia auspicabile, sottolineano gli autori, ampliare la casistica dei soggetti esaminati, estendendo lo studio alle coppie omogenitoriali o di genitori transgender, per dipanare ulteriormente il rapporto che intercorre tra genere, sesso del partner e soddisfazione sessuale.

Come sappiamo che altri fanno parte di un gruppo?

La percezione, il processamento e l’interpretazione dei contesti e delle dinamiche sociali costituiscono tre capacità neurocognitive fondamentali per la nostra sopravvivenza e il nostro adattamento all’ambiente, in quanto ci consentono di costruire e in seguito selezionare e riconoscere il gruppo di appartenenza e di identificare allo stesso modo l’outgroup.

 

Alla base di tale riconoscimento e classificazione sia dell’ingroup che dell’outgroup, vi è l’abilità di ravvisare la presenza di dinamiche d’interazione tra individui o animali all’interno dell’ambiente sociale nel quale ci si trova.

In linea con lo studio, pubblicato recentemente su Nature Human Behaviour, di Zhou, Han e colleghi (2019) appartenenti al Key Laboratory of Brain Functional Genomics, Institute of Brain and Education Innovation e al dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’università di Shanghai, tale presenza di un’interazione sociale tra individui può essere osservata a partire da specifici indici percettivi di basso livello, oggettivi e quantificabili, quali la distanza interpersonale, l’orientamento e la postura del corpo di individui in relazione tra loro.

L’identificazione di un gruppo infatti si costruisce tipicamente a partire dalla percezione di una scena sociale nella quale sono presenti alcuni cue che consentono di riconoscere la tipologia di individui presenti, le loro interazioni e sulla base di esse dividerli in gruppi sociali (Henderson & Hollingworth, 1999).

I modelli classici appartenenti al movimento della Gestalt avevano già evidenziato, tramite esperimenti psicofisici, diversi meccanismi e leggi percettive per la categorizzazione di stimoli all’interno di un medesimo insieme come la prossimità spaziale o la somiglianza percettiva (Grossberg & Pessoa, 1998); tuttavia non ci sono al momento evidenze che si concentrino dettagliatamente sulle regole o sui fondamenti percettivi dai quali trarre informazioni sociali rilevanti e significative per il giudizio sulle interazioni sociali, al di là di fattori cinestetici o la presenza di contatto personale (Wixted & Ghetti, 2018).

Lo studio

Per sopperire alle lacune presenti nella letteratura in tale ambito, il gruppo di ricerca di Zhou ha condotto diversi esperimenti per tentare di quantificare quelle regole alla base della valutazione percettiva delle interazioni sociali da parte di individui “osservatori”, analogamente a quanto fatto da precedenti studi della Gestalt per il raggruppamento percettivo, al fine di costruire un modello descrittivo e predittivo delle interazioni sociali all’interno di un contesto.

I ricercatori hanno così selezionato alcuni indizi sociali percettivi che sono risultati essere cruciali nel determinare l’appartenenza sociale ad un gruppo di riferimento quali la distanza interpersonale, l’orientamento del corpo e la postura, manipolandole in realtà virtuale (Zhou, Han, Liang et al., 2019).

I vantaggi dell’applicazione della realtà virtuale agli esperimenti psicologici sono stati duplici: in primo luogo, tramite la creazione di avatar virtuali, tale tecnologia ha consentito di ottenere condizioni sperimentali sociali più realistiche e di poter osservare le interazioni online, mentre dall’altra ha permesso di condurre un esperimento in grado di quantificare le regole sulla base delle quali si realizza il raggruppamento sociale grazie alla manipolazione delle sue variabili tramite computer.

Alla ricerca hanno preso parte circa 148 partecipanti volontari, di età media 20 anni. La ricerca è stata divisa in sei esperimenti, ciascuno dei quali è stato realizzato per l’analisi di specifiche variabili sociali.

Nel primo esperimento è stato chiesto a quindici partecipanti tramite visore di stabilire la probabilità che stesse avvenendo in quel momento un’interazione tra due avatar in un ambiente virtuale. Il giudizio da parte dei partecipanti sull’eventuale interazione tra i due avatar poteva essere prodotto a partire dalla percezione degli indizi sociali sopra descritti, traendo informazioni sociali significative da essi, manipolati di volta in volta e presenti nei diversi task in combinazioni e gradi differenti, con il fine di determinare quale parametro o configurazione di questi indizi generasse nei soggetti sperimentali l’impressione di un’interazione sociale tra gli avatar.

In particolare in questo primo esperimento sono stati manipolati sia la distanza interpersonale (prossimale vs. distale) tra i due avatar sia l’orientamento del corpo di un avatar rispetto all’altro, orientamento definito da specifici angoli (corpi posizionati a 90° a formare un angolo retto o a 180°) e la sua direzione, che sono risultate associate tra di loro in modo significativo nel determinare i giudizi di probabilità d’interazione nei soggetti osservatori (Zhou, Han, Liang et al., 2019). La distribuzione dei giudizi dei soggetti su tale probabilità è stata poi rappresentata da una curva le cui code agli estremi sono risultate rasenti l’asse dell’ascisse per distanze brevi tra i due avatar, e con una maggiore ampiezza centrale relativamente a distanze spaziali maggiori, ad indicare che i soggetti sperimentali utilizzavano maggiormente l’orientamento del corpo come informazione sociale significativa per stabilire l’avvenuta interazione tra i due avatar in particolar modo quando la distanza tra di loro tendeva ad essere ravvicinata.

A partire dall’identificazione dell’orientamento e della distanza come indizi sociali percettivi significativi nella stima della probabilità d’interazione, i ricercatori hanno ipotizzato l’esistenza di un campo d’interazione sociale, simile a quello appartenente alla fisica, quantificabile, che circonderebbe ciascun avatar e che costituirebbe il suo spazio d’interazione dove l’avatar è in grado di interagire con altri e di percepire stimoli. Di conseguenza, la posizione dei due avatar, l’uno nello spazio d’interazione dell’altro, determinerebbe la forza della relazione d’interazione tra i due e per questo può essere considerata un elemento informativo per dedurre l’ interazione da parte di un osservatore esterno.

Sulla base dei dati ricavati, i ricercatori sostengono che tale campo non sia concentrico ma possieda un’asimmetria per la quale tenderemmo ad interagire con maggior probabilità con persone presenti ad una certa angolatura spaziale, soprattutto se di fronte a noi, all’interno del nostro campo visivo anziché alle spalle.

Successivamente utilizzando le medesime modalità del precedente esperimento, ne è stato condotto un secondo che ha avuto come scopo quello di investigare l’effetto di una postura di “apertura” sui giudizi di probabilità d’interazione, postura che è stata definita da diversi gradi di apertura, dalla più contratta (es. braccia conserte) alla più espansa (es. simile all’abbraccio), trovando che la probabilità d’interazione nei giudizi aumentava significativamente in proporzione al grado di “apertura” della postura (Zhou, Han, Liang et al., 2019).

Gli esperimenti tre e quattro hanno altresì investigato se tali unità di base – un postura elevata di apertura, un orientamento del corpo a 90° e una distanza interpersonale ravvicinata – del campo d’interazione sociale si potessero osservare e generalizzare anche a contesti sociali reali nei quali vi è la presenza di più persone disposte in configurazione spaziali diverse. Quindi, tramite l’osservazione di numerose immagini sociali (esperimento 3 e 4) in cui erano presenti un numero maggiore di persone e di video clip selezionati dal database “Cocktail Party” in cui è stata inserita anche l’indizio sociale del movimento dei protagonisti nella scena sociale (esperimento 5 e 6), gli autori dello studio hanno evidenziato come questi indizi sociali, costituenti il modello del campo sociale d’interazione, predicessero significativamente anche la probabilità d’interazione nei giudizi dei soggetti sperimentali sia per le immagini che per i video clip.

In aggiunta, le evidenze ottenute dallo studio di Zhou e colleghi (2019) hanno mostrato come effettivamente la percezione dei soggetti esterni, osservatori dei vari contesti sociali sia statici che dinamici, sia con pochi che con molti protagonisti nella scena, sia in movimento o in specifiche angolazioni spaziali, circa le interazioni sociali, fossero in linea con le interazioni effettive che si stavano verificando nella scena sociale, dimostrando una discreta affidabilità del modello del campo d’interazione e la possibilità di utilizzare quest’ultimo per predire i comportamenti umani d’interazione a partire da specifici cue sociali.

In conclusione

Nonostante questo studio sia tra i primi a quantificare gli effetti di alcuni cue sociali sulla stima di probabilità di un’interazione sociale e sullo sviluppo di un raggruppamento sociale, permettendo la creazione di un modello testato poi sperimentalmente, del campo sociale d’interazione, tuttavia il modello proposto risulta ad oggi piuttosto semplificato.

Infatti esso non prende in considerazione altri indizi sociali, come la cultura di appartenenza, le norme sociali, il genere, e la tipologia delle legami che potrebbero intercorrere tra i protagonisti della scena sociale, che influiscono sulle dinamiche interattive tra individui e che necessariamente hanno un impatto nei giudizi percettivi di terzi osservatori.

Nonostante ciò, gli autori affermano che il loro modello e lo strumento operativo della realtà virtuale hanno le potenzialità in futuro di essere di supporto per ulteriori avanzamenti nel campo delle interazioni sociali per quantificare e mettere a confronto i campi d’interazione, ad esempio di bambini con autismo in modo tale da poter quantificare e poi intervenire su quei fattori che risultano compromessi (Zhou, Han, Liang et al., 2019).

Internet e cervello: l’influenza sulle nostre capacità cognitive

In un mondo in cui siamo costantemente connessi e perennemente “online” è impossibile non credere che questo massiccio uso di internet non abbia alcuna conseguenza sulla nostra persona.

 

Internet è la forma di tecnologia più diffusa e rapidamente adottata della storia dell’umanità. Nell’arco di poche decadi, l’uso di Internet ha completamente reinventato il modo in cui ricerchiamo informazioni, godiamo di forme di intrattenimento e gestiamo le nostre relazioni. Con l’avvento più recente degli smartphone, l’accesso a Internet è diventato portatile e può essere effettuato ovunque, permeando in modo ancora maggiore la vita quotidiana degli utenti.

A fronte di una diffusione sempre più capillare di questo tipo di tecnologia, il suo impatto sulle nostre capacità cognitive e sul nostro sviluppo cerebrale non è ancora stato chiarito. In un recente studio condotto a livello internazionale da ricercatori provenienti dall’Università di Western Sydney, dall’Università di Harvard, dal King’s College, dall’Università di Oxford e dall’Università di Manchester è stato evidenziato che l’uso di Internet può avere effetti acuti e sostenuti a livello cerebrale e sulle nostre capacità cognitive, in particolare su quelle attentive, mnestiche e sulle interazioni sociali.

Gli effetti di internet su: attenzione, memoria e relazioni sociali

La review è stata condotta aggregando studi recenti di ambito psicologico, psichiatrico e di neuroimaging, arrivando a realizzare un modello revisionato relativo all’influenza di Internet sul nostro cervello e sulle nostre capacità cognitive.

Per quanto riguarda le capacità attentive i ricercatori, tramite le numerose ricerche prese in esame, hanno evidenziato che il flusso ininterrotto di stimoli e notifiche a cui sono sottoposti coloro che utilizzano Internet favorisce un mantenimento costantemente diviso dell’attenzione. Tale tendenza riduce il nostro span attentivo e rende più difficile il mantenimento della concentrazione su un singolo compito. I comportamenti di controllo caratterizzati da una frequente e rapida verifica della presenza di nuove informazioni in arrivo provenienti da notizie, social media e contatti personali sono infatti risultati essere rinforzati a livello cerebrale attraverso il sistema cortico-striatale dopaminergico, il quale risulta coinvolto nei comportamenti legati alla dipendenza.

Le capacità mnestiche sono risultate a loro volta influenzate dall’utilizzo di Internet: la notevole mole di informazioni e fatti a disposizione degli utenti ha infatti un impatto significativo sulle modalità tramite le quali la conoscenza viene rievocata, immagazzinata e valutata. I ricercatori hanno evidenziato come Internet venga frequentemente utilizzato come una forma di memoria esterna, rendendo più semplice per gli utenti rievocare dove l’informazione è stata reperita a discapito di un ricordo accurato dei contenuti effettivi di tale informazione.

L’avvento delle nuove tecnologie ha inoltre alterato drasticamente l’opportunità di interazioni sociali e il contesto in cui tali interazioni hanno luogo, influenzando in modo significativo anche il concetto di sé e l’autostima degli utenti. Le interazioni sociali online sono risultate elicitare le stesse risposte delle relazioni reali a livello neurocognitivo, coinvolgendo aree cerebrali analoghe relative alla cognizione sociale, quali ad esempio l’amigdala. Tali ricerche evidenziano come le relazioni sociali online vengano elaborate in modo molto simile rispetto a quelle che hanno luogo offline, mettendo in luce le implicazioni significative delle interazioni tecnologicamente mediate per comprendere la socialità umana.

Conclusioni e prospettive future

I risultati della review rendono evidente la necessità di approfondire e ampliare ulteriormente gli studi relativi all’impatto del mondo digitale sulla salute mentale, sul funzionamento cerebrale e cognitivo, in particolare concentrandosi sulle differenze di tale influenza in base alla fascia d’età degli utenti.

La priorità emergente per l’ampliamento del corpus di ricerca è infatti la determinazione degli effetti dell’uso sostenuto dei media online sullo sviluppo cognitivo e cerebrale durante l’infanzia e l’adolescenza, in quanto l’attenzione dei ricercatori è stata concentrata principalmente su utenti di età adulta.

Sto bene, sto male: questione di alessitimia

Una delle prime domande che di solito si fa ai pazienti è cosa prova in determinate occasioni oppure come si sente in quello specifico momento, magari proprio mentre sta parlando con noi. La risposta tipica è bene o male.

 

 Alessitimia.

Potremmo procedere con tutte le formule che i pazienti utilizzano per rispondere alla domanda.

Possono riferire il disagio, la stranezza, la confusione, il fastidio.

Ancora… sensazione di malessere, di disturbo, più frequente un vago “Non lo so” con espressione perplessa.

Alessitimia: le emozioni, queste sconosciute

Uno dei modi per aiutare il paziente alessitimico è intercettare in tempo reale quello che sta provando in seduta con noi. In questo modo potremmo ottenere varie cose: notare la vastità delle emozioni, anche proprio a livello semantico e come esse si esprimono attraverso il corpo; ragionandoci insieme il paziente noterà che l’altro le può osservare in quanto si esplicano attraverso una serie di segnali non verbali e paraverbali.

A tal scopo è molto utile avvisare il nostro cliente che forse in quel momento sta provando una emozione ed aiutarlo ad indentificarla spiegandogli che l’abbiamo notato grazie ad una serie di indicatori come la postura, l’espressione, il tono della voce. Ed inoltre potremmo esaminare insieme a lui la fenomenologia: in che momento è apparsa l’emozione? Come si è espressa? C’è stato un picco ed eventualmente è andata via? Come è stata regolata? Si è intensificata o trasformata in altro? Quindi il nostro studio diventa una sorta di palestra nella quale il paziente può, a volte per la prima volta, scoprire cosa si nasconde dietro quel disagio o quel fastidio. Dietro quel “sto bene, sto male”.

Dall’alessitimia alla regolazione passando per la relazione terapeutica

Intrinsecamente al costrutto dell’alessitimia, inteso come un problema nella identificazione delle emozioni, ritroviamo la difficoltà a modularle e regolarle. Jurist, nel suo recentissimo testo, Tenere a mente le emozioni. La mentalizzazione in psicoterapia, distingue l’ alessitimia come un problema specifico di identificazione dalle “emozioni aporetiche” per riferirsi a quelle poco chiare o confuse, vaghe, che ci segnalano che c’è qualcosa di attivo dentro di noi ma che non ci permettono di afferrarle con precisione. L’etimologia della parola (“a=senza” e “poros= accesso”) indica, infatti, l’impossibilità ad accedere alla conoscenza esplicita senza, però, renderlo impossibile. Secondo l’autore oltrepassare le emozioni aporetiche è possibile attraverso la mentalizzazione (Fonagy, Allison, 2014) e, per fare questo, il territorio migliore è lo studio della psicoterapia. Identificazione e regolazione sono abilità ed in tal senso possono essere apprese, sviluppate e allenate.

Prima di tutto aiutiamo il paziente ad etichettare le emozioni, proprio a livello semantico; anche se può sembrare buffo, spesso non sappiamo dire cosa proviamo perché semplicemente non ne conosciamo il nome. Immaginate di mangiare e non sapere che quella cosa lì è riso e che quella cosa verde è un asparago! Sapere che quello che proviamo si chiama gioia piuttosto che vergogna o disgusto arricchisce la conoscenza di noi stessi, specifica l’identità ed è utile in termini di sopravvivenza, evitando la confusione e l’opacità emotiva. Un’altra funzione che ruota intorno alla conoscenza delle emozioni è quella comunicativa: nell’incontro con l’altro poter essere perfettamente consapevoli di quello che si prova facilita lo scambio, avvicina, crea condivisione. Non per ultimo favorisce il rispecchiamento e capiamo bene quanto questo sia fondamentale nell’ottica della relazione terapeutica. In tal senso, favorendo curiosità verso il proprio mondo emotivo, veniamo catapultati in un processo di apprendimento e di crescita. A sua volta la conoscenza di quello che proviamo e di come esso si esprime, sottoforma di pensieri, comportamenti o sensazioni fisiche, è alla base della regolazione: è molto più semplice modulare un qualcosa che conosciamo piuttosto che qualcosa di ignoto. Secondo Jurist, infatti, l’espressione dell’emozione è mediata dalla modulazione che a sua volta è legata alla capacità di identificarla; questi tre momenti fanno capo alla capacità di agency che parte dalla identificazione e si realizza nella modulazione e nell’espressione. L’autore chiama questo processo “affettività mentalizzata” e si può realizzare nella figura del terapeuta come colui che mentalizza al posto del paziente quando egli non ne ha le capacità, restituendogli una lettura delle sue emozioni.

Non è semplice lavorare con il paziente alessitimico, spesso ci sentiamo scoraggiati e frustrati nel ricevere risposte vaghe ed incerte. Ma cerchiamo di non fare anche noi questo errore: capiamo bene cosa c’è dietro quel nostro fastidio, trasformiamolo in una precisa etichetta emotiva. Insomma, non facciamo anche noi gli alessitimici!

Neurobiologia del trauma e della dissociazione – Intervista a Frank Corrigan

Frank Corrigan partendo dalle conseguenze neurobiologiche del trauma sul cervello ha definito un nuovo modello di cura definito Deep Brain Reorienting. L’autore sará ospite del progetto “Evoluzione Psicologica” a Parma il prossimo 12 Ottobre 2019 dove presenterá la sua teoria.

 

Secondo l’ultimo report del National Child Abuse and Neglect Data System (NCANDS), il Child Maltreatment 2017, circa 3,5 milioni di bambini nel 2017 sono stati seguiti dai Servizi Sociali Americani.

Il Child Maltreatment 2017 è un report del Dipartimento per la Salute e i Servizi Umani degli Stati Uniti, che ogni anno dal 1991 mette assieme i dati sull’abuso e la trascuratezza infantili che provengono dalle agenzie per l’assistenza all’infanzia dei diversi stati americani. Nel 2017 il numero di bambini abusati si aggirava attorno ai 674.000. I tre-quarti (74,9%) è stata vittima di neglect, il 18,3% è stata abusata fisicamente e l’8,6% sessualmente (National Center on Child Abuse and Neglect, 2019).

Le origini traumatiche dei disturbi dissociativi

Il report europeo per la prevenzione del maltrattamento infantile del 2013 stimava 18 milioni di bambini come vittime di abuso sessuale, 44 milioni di abuso fisico e 55 milioni di abuso mentale.  Il report evidenziava inoltre i pochi studi sul neglect e il fatto che la raccolta dati variava tra i diversi stati per cui i confronti tra questi erano difficili da fare (WHO, 2013).

Esiste ormai una letteratura crescente che mette in evidenza la correlazione tra trauma e psicopatologia (Ney, Fung & Wickett, 1994; Koenen & Widom, 2009; Vachon, Krueger, Rogosch, & Cicchetti, 2015).

Molti studi documentano inoltre l’esistenza di una relazione tra trauma infantile e dissociazione. I pazienti con disturbi dissociativi riportano la percentuale più alta di esperienze traumatiche tra tutte le categorie psichiatriche e manifestano un’alta comorbilità con molti disturbi psichiatrici (Sar & Ross, 2006)

Le esperienze traumatiche cumulative sono inoltre in grado di rendere disfunzionali i principali sistemi di regolazione fisiologica dello stress impattando sul cervello in via di sviluppo (De Bellis & Zisk, 2014). Il trauma ha un effetto sulla neurobiologia e le manifestazioni sintomatologiche dei disturbi dissociativi possono essere varie e complesse.

Un libro molto interessante di Ulrich Lanius, Sandra Paulsen e Frank Corrigan dal titolo Neurobiology and treatment of traumatic dissociation – Toward an embodied self evidenzia come gli studi sulla neurobiologia del trauma, dell’attaccamento e degli affetti possano migliorare la comprensione e soprattutto il trattamento dei disturbi dissociativi complessi.

Uno degli autori, Frank Corrigan partendo dalle conseguenze neurobiologiche del trauma sul cervello ha definito un nuovo modello di cura definito Deep Brain Reorienting. L’autore sará ospite del progetto “Evoluzione Psicologica” a Parma il prossimo 12 Ottobre 2019 dove presenterá la sua teoria.

Ho intervistato Frank Corrigan per saperne di piú.

Trauma, dissociazione e Deep Brain Reorienting: Intervista a Frank Corrigan

Intervistatore (I): Come sei arrivato ad interessarti al trauma e alla dissociazione?

Frank Corrigan (FC): Molto precocemente durante la mia carriera in psichiatria, iniziata nel 1977, mi sono interessato all’autolesionismo e al suicidio cronico ed ho presto notato una quasi invariabile relazione con una storia di trauma precoce. Dal momento che i trattamenti farmacologici per i disturbi psicotici e dell’umore miglioravano negli anni, è diventato quindi chiaro che i pazienti che tentavano cronicamente il suicidio e che avevano alle spalle una storia di traumi severi non stavano ottenendo nessun beneficio significativo dall’avanzare della psicofarmacologia. Ero spesso deluso dall’utilizzo di nuovi farmaci, anche per il miglioramento dei sintomi, ma non è stato fino agli anni 90 che ho iniziato a formarmi in terapie psicologiche distinte dagli approcci psicodinamici che avevo avuto in precedenza. Nel 1996/1997 la DBT mi ha aiutato introducendomi alla consapevolezza delle emozioni e ai modi di tollerare il disagio ma non aveva il focus sul trauma che stavo cercando. L’EMDR nel 1999 ha fatto una differenza enorme nella mia pratica – ma era così potente che i pazienti con una storia di trauma potevano passare a stati dissociativi che non avevo mai incontrato prima. Il training in ipnosi clinica è stato seguito dal lavoro sugli stati del sé traumatizzati di Janina Fisher e poi dal modulo sul trauma dell’Istituto di Psicoterapia Sensomotoria. Nel 2009 mi sono ritirato dalla psichiatria generale a tempo pieno e mi sono specializzato in psicoterapia sul trauma, specialmente per i disturbi dissociativi complessi. Lavorare part-time mi ha permesso di essere co-autore della pubblicazione Springer Neurobiologia e trattamento della dissociazione traumatica con Ulrich Lanius e Sandra Paulsen che è stata infine pubblicata nel 2014. Da allora mi sono formato in Brainspotting e ho scritto due documenti di ipotesi sul suo meccanismo di azione. Successivamente ho lavorato a lungo con il Comprehensive Resource Model (CRM) e sono stato co-autore del libro su CRM (Schwarz et al 2016). Ho sempre cercato il meccanismo del modo più efficace ed efficiente per la guarigione e ho sviluppato il Deep Brain Reorienting (DBR) sulla base del mio continuo interesse nel ruolo del tronco cerebrale, specialmente del mesencefalo, nelle esperienze traumatiche e nei sintomi persistenti che ne derivano.

(I): Che cosa é il Deep Brain Reorienting (DBR) e quando puó essere utilizzato?

(FC): La DBR è una modalità di psicoterapia che mira ad assistere nel cambiamento legato alla guarigione entrando nel nucleo archiviato dell’esperienza traumatica; questo viene ottenuto intervenendo su una sequenza a partire dal mesencefalo. Zoomare sulle sequenze specifiche mi ha fatto capire quanto spesso ho perso le esperienze di “shock” – i momenti di orrore molto veloci e ad alta energia – nei momenti in cui l’intervento è stato portato avanti con altre modalità. Questo si verifica in particolar modo negli “shock” improvvisi riguardanti le relazioni di attaccamento, ma può anche accadere durante esperienze traumatiche. È importante eliminare sia lo shock pre-affettivo che quello affettivo poichè l’energia di questi può facilmente persistere ed essere innescata, con conseguenze cliniche, a distanza di anni. I traumatologi esperti possono trovare utile aggiungere il DBR al loro kit di strumenti, specialmente se stanno scoprendo che i conflitti di attaccamento stabiliti all’inizio della vita non si stanno chiarendo, o che le memorie traumatiche conservano un potere di indurre sintomi, o se ci sono shock attuali che sono dolorosi o irrisolti senza che inneschino stati del sé precedenti.

(I): Il trattamento dei disturbi dissociativi é un intervento a fasi che richiede competenze specifiche – in che modo il DBR puó aiutare il clinico nella terapia con questi disturbi complessi?

(FC): Non sostengo che il DBR sia tutto quello di cui un terapeuta necessiti per trattare i disturbi dissociativi complessi. Piú un terapeuta ha esperienza e formazione con differenti interventi meglio il trattamento per fasi puó essere ricucito per i specifici bisogni del paziente. Adesso io ho la tendenza a fare molta psicoeducazione riguardo al ruolo del tronco encefalico nel trauma, pur riconoscendo che non tutti condividano il mio entusiasmo per la neuroanatomia. Se il paziente ha bisogno di risorse per mantenere una stabilizzazione durante e tra le sedute, utilizzerei il Comprehensive Resource Model (CRM) che concentra in modo ordinato le tre fasi in un pacchetto molto piú coerente, piuttosto che dei modelli che vedono le tre fasi come distinte. Tuttavia, un vantaggio del DBR per molti pazienti é che il processamento arriva ad un livello piú profondo degli stati dell’Io. Questo significa che il processamento potrebbe avvenire con sequenze profonde toccando alla base la sofferenza di differenti parti del se, per esempio il dolore della solitudine.

(I): In che cosa il DBR si differenzia dalla Sensorimotor Psychotherapy?

(FC): La differenza principale é il modello neuroanatomico alla base dell’approccio. Quando io feci il training in Sensorimotor Psychotherapy il modello utilizzato era quello del cervello uno-trino (o cervello tripartito) di MacLean, dove il complesso rettiliano dei gangli basali era considerato centrale nelle risposte difensive bloccate. Come sappiamo, MacLean descrive il sistema limbico come formato dalla corteccia limbica e dalle principali connessioni tronco encefaliche di quella corteccia. Allo stesso modo il cervello neomammifero comprende la neocorteccia e le aree troncoencefaliche alle quali proietta.

Il punto focale del DBR riguardo all’orientamento che inizia nel mesencefalo e precede qualsiasi risposta affettiva, cambia completamente la prospettiva. Non c’è bisogno quindi di andare sui gangli basali o sul sistema “rettiliano”, livello di espressione dell’impulso all’azione; noi lavoriamo con i loro precursori a livello del tronco dell’encefalo.

La teoria del DBR definisce come importanti i circuiti mesencefalici che coinvolgono il collicolo superiore. In questa direzione un articolo di Baek et al. apparso su Nature nel 2019 ha messo in evidenza come i movimenti oculari dell’EMDR intervengano proprio su questi circuiti.

(I): Qual é la differenza tra DBR ed EMDR?

(FC): La risposta merita un excursus storico. Cercheró di spiegare come sono arrivato al Deep Brain Reorienting.

Mi irritavo anni fa quando le persone insistevano sul fatto che la stimolazione bilaterale alternata (SBA) utilizzata nell’EMDR fosse una trovata – quando nei fatti poteva essere molto potente. Sono stato fortunato a poter condurre delle Risonanze Magnetiche Funzionali per Immagini (fMRI) con il Professor Steve William a Manchester. In un articolo su un single case che abbiamo pubbicato riguardante l’EMDR abbiamo mostrato una variazione dell’attivazione dalla corteccia prefrontale dorsolaterale a quella ventromediale conseguentemente alla SBA. L’area della corteccia prefrontale ventromediale evidenziata é l’area che ha degli outputs verso il mesencefalo e l’ipotalamo (cosí come all’amigdala e l’ippocampo). La mia conclusione era che la SBA aiutasse a focalizzare la consapevolezza sulle sensazioni corporee evocate dalla memoria target e facilitava l’elaborazione EMDR attraverso una consapevolezza emozionale e somatica piú profonda su un asse mesecenfalo-prefrontale anche quando quando l’elaborazione dell’informazione coinvolgeva un’attivazione talamo-corticale piú diffusa. Da allora ho continuato a cercare qualsiasi cosa fosse la “componente attiva” dell’elaborazione della memoria traumatica e ho focalizzato la mia attenzione sulle sequenze del mesencefalo nel cuore delle memorie. Quando faccio il DBR, per rendere piú profondo il processamento anche se non é richiesto, io uso spesso la stimolazione tattile bilaterale.

Il training in DBR non prevede la stimolazione bilaterale alternata cosí come é importante osservare che il metodo funziona senza l’integrazione della SBA.

Ricollegandomi all’articolo di Baek et al., esso rappresenta effettivamente un importante conferma dal momento che mostra la modificazione dell’attivazione della paura nell’amigdala tramite un processo bottom-up. Questo avviene tramite dei circuiti che portano all’amigdala dal collicolo superiore per mezzo del nucleo medio-dorsale del talamo. Molte persone non riescono ad allontanarsi dall’idea che l’estinzione della paura sia l’unico metodo per trattare la memoria traumatica, quando nei fatti, l’esposizione porta solamente ad un nuovo apprendimento dalla corteccia prefrontale all’amigdala e non si avvicina necessariamente agli antecedenti mesencefalici dell’apprendimento affettivo.

Il DBR si focalizza sui circuiti del mesencefalo. C’é un cambiamento sul come la persona vede il sé quando una sessione di DBR é efficace. É per questo che io penso che il ri-orientamento sia un cambiamento di prospettiva basato sull’integrazione somato-sensoriale al livello del tronco encefalico.

(I): Quali sono gli aspetti della ricerca sui quali ti stai interessando attualmente?

(FC): Studi clinici sul DBR sarebbero impossibili per il livello di finanziamento necessario. Per questo spero di poter avviare degli studi di esito in scala ridotta che coinvolgano il neuroimaging del tronco encefalico e le sue connessioni, probabilmente prima e dopo le sessioni di DBR. Sarebbe anche interessante avere evidenze negli umani attraverso neuroimaging di un sistema innato di connessione che coinvolge il mesencefalo; questo potrebbe essere alla base di un sempre piú evoluto e complesso sistema d’attaccamento ed essere coerente con la maturazione del cervello in via di sviluppo.

Il Disturbo del Desiderio e dell’Eccitazione Sessuale Femminile e il Binge Eating Disorder – Riccione, 2019

Il Disturbo del Desiderio e dell’Eccitazione Sessuale Femminile e il Binge Eating Disorder

Cavallaro Michela, Cipriano Giorgia e Colombo Marta
Psicoterapia Cognitiva e Ricerca (PTCR) – Milano

 

Abbiamo deciso di focalizzare la nostra ricerca sul disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile perché appena entrato a far parte nella categoria delle disfunzioni sessuali del DSM 5.

Ancora pochi studi si sono concentrati su di esso ma hanno evidenziato correlazioni con i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione ed in particolare con l’Anoressia Nervosa e con la Bulimia Nervosa.

A tal proposito abbiamo predisposto un’indagine sulla popolazione generale che, dai dati preliminari, ha evidenziato una correlazione tra disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile e la tendenza Binge Eating Disorder (misurato tramite la scala BES). Inoltre è stata effettuata un’analisi di regressione lineare che ha evidenziato come le donne che soffrono sia di disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile che di Binge Eating Disorder abbiano metacredenze positive sul rimuginio.

 

L’influenza dei processi di memoria nella formazione dell’immagine corporea

Al terapeuta si apre una nuova strada nel lavoro sull’ immagine corporea con pazienti affetti da disturbi alimentari attraverso interventi sui ricordi, volti al consolidamento di un’immagine di magrezza che possa essere investita di significati maggiormente realistici e allo stesso tempo di un’ immagine corporea più sana.

 

L’ immagine corporea è un concetto le cui radici risalgono al XVI secolo con la descrizione dell’arto fantasma e che si è arricchito di studi, ricerche ed evidenze cliniche soltanto in parte sovrapponibili.

Paul Schilder è tra i più importanti psicologi che si sono occupati di tale concetto, da un punto di vista non soltanto medico e neurologico, arrivando a definire l’ immagine corporea: “quel quadro nel nostro corpo che formiamo nella nostra mente, ossia il modo in cui il nostro corpo appare a noi stessi” (Schilder, 1935). In questa definizione l’autore vuole fare emergere un’idea integrata di tale nozione, composta sia da esperienze e rappresentazioni legate al corpo, sia da credenze e vissuti psicologici; in particolar modo egli sottolinea l’importanza del movimento del corpo e delle sensazioni e percezioni che mano a mano si integrano in modo continuo nella formazione di schemi e rappresentazioni; tali schemi hanno una grande rilevanza poiché permettono al bambino di definire i propri limiti nella relazione con l’ambiente e con gli altri e, allo stesso tempo, di definire se stesso.

Nel corso del tempo moltissimi autori hanno poi ampliato e approfondito il concetto di immagine corporea, analizzando l’influenza di variabili cognitive, relazionali, sociali, culturali, storiche, ecc.

L’ immagine corporea si annuncia, dunque, come una rappresentazione polimodale, plastica e dinamica, determinata da fattori di diverso ordine (affettivi, sensoriali, culturali, sociali ecc.).

Disturbi alimentari e immagine corporea

Nei disturbi alimentari (principalmente anoressia, bulimia e obesità, ma non solo) la presenza di una distorsione dell’ immagine corporea risulta essere uno dei criteri diagnostici e clinici presenti nelle pazienti che soffrono di queste malattie.
Solitamente nell’anoressia si parla di una percezione dell’immagine sovrastimata (il mio corpo è più grosso di quanto lo sia oggettivamente), nella bulimia vi è una forte presenza di un’immagine negativa e disprezzata (il mio corpo non è piacevole), nell’obesità, invece, la presenza di un’immagine negativa del proprio corpo è spesso correlata a un’età di insorgenza precoce del sovrappeso (Bruch 1977).

Ad ogni modo, un’ immagine corporea distorta e/o negativa risulta essere, al tempo stesso, fattore di rischio, conseguenza e, dunque, variabile che alimenta e tiene in vita i circoli disfunzionali presenti nei disturbi alimentari.

Il ruolo della memoria nella formazione dell’immagine corporea

La formazione (in divenire) dell’ immagine corporea risulta, come si è detto, largamente associata a meccanismi percettivi, cognitivi, affettivi e motori che permettono la costituzione di tracce di memoria contenenti l’integrazione (o meno) di tutte le informazioni elaborate dal soggetto rispetto alla rappresentazione di sé nel mondo.

La memoria, a mio avviso, è dunque una variabile su cui è possibile e importante intervenire per aiutare questi pazienti nella cura della malattia. La mia ipotesi è che, nelle persone con un disturbo alimentare, si siano formate immagini corporee talvolta troppo negative, altre volte troppo variabili e altre ancora immagini ideali troppo rigide. Un esempio esemplificativo è dato da un flash clinico riferito da H. Bruch: una paziente affetta da anoressia riferisce di rendersi conto, a volte, di essere troppo asciutta ma poi di non riuscire a tenere a mente quell’immagine.

La memoria, dunque, svolge un ruolo determinante nello sviluppo della malattia così come nella cura della stessa.

Gli studi di Cristina Alberini hanno dimostrato come la memoria a lungo termine utilizzi meccanismi biologici di “programmazione” e “riprogrammazione” continui e spiegano come avviene l’archiviazione a lungo termine dei ricordi: subito dopo l’acquisizione delle informazioni vi è una fase di consolidamento che conduce dalla labilità del ricordo alla stabilità, facendo questa operazione parte dell’informazione viene scartata e vengono selezionate delle componenti significative; nel corso del tempo esistono diverse “finestre di consolidamento” in occasione di eventuali rievocazioni della traccia mnestica, ad ogni rievocazione il ricordo tende a consolidarsi ancora più stabilmente.

Questo fa presupporre come sia possibile modificare, durante la rievocazione di ricordi legati a valutazioni negative del proprio corpo, esperienze traumatiche (grandi e piccoli traumi), percezioni errate di grandezze o funzioni corporee, eventuali bias, attraverso l’espressione e l’elaborazione cognitivo-emotiva con il terapeuta.

La sfida che si impone al terapeuta è, dunque, quella di riconnettere percezioni, emozioni e cognizioni frammentate e disfunzionali, ricostruire ricordi e creare nuove informazioni maggiormente utili e adattive per il soggetto. Ciò che permette di fare questo lavoro di riparazione è l’agire terapeutico attraverso le immagini, poiché l’immagine è ciò che fa da ponte tra le parti più inconsce e quelle consce, tra emozione e cognizione. Le parole della terapia divengono, a questo punto, realmente trasformative, acquistano un corpo e un peso capace di modificare le connessioni neuronali del soggetto.

Nei disturbi alimentari, come si è detto, le immagini disfunzionali riguardano in modo considerevole la percezione del proprio corpo: esso è stato investito di altri significati e, nel tempo, si sono costruite e riconsolidate tracce mnestiche irrealistiche che hanno portato, a loro volta, il soggetto a percepire, credere, comportarsi in modo patologico. Nelle persone che soffrono di un disturbo alimentare il corpo tende a perdere le tipiche caratteristiche che, solitamente, vengono ad esso riconosciute e sottostanti a leggi fisiche di struttura e funzionamento ben precise. Il corpo può divenire, in tal modo, campo di battaglia, muraglia difensiva, dimostrazione di forza ecc.; il controllo del cibo rappresenta per il soggetto, inoltre, l’unico modo (spesso inconscio) per ottenere un certo potere su di sé e sulle altre persone a discapito, però, del benessere fisico e corporeo.

Una volta identificata nel paziente l’immagine di sé distorta o negativa, il terapeuta potrà promuoverne il “rimaneggiamento” aiutando il soggetto a prendere consapevolezza delle credenze errate e dei giochi relazionali in atto e, contemporaneamente, incentivare la costruzione di nuove immagini di sé più realistiche in termini di caratteristiche e di controllo.

Tornando all’esempio precedente, dunque, sarebbe opportuno consolidare, di volta in volta, l’immagine di magrezza affinché essa diventi una traccia sempre più persistente e accessibile per il soggetto e che possa, nel tempo, essere investita di significati maggiormente realistici (ad es. “sono troppo magra, sto mettendo a rischio la mia salute, ho paura) e, allo stesso tempo, co-costruire un’ immagine corporea più sana che possa essere, invece, rivestita di affetti positivi e divenire obiettivo raggiungibile e motivante la guarigione.

In conclusione

Nei disturbi alimentari è importante riconoscere, comprendere e modificare l’ immagine corporea presente nella memoria a lungo termine, così come è necessario creare nuove immagini, maggiormente realistiche e positive per il benessere dell’individuo.

Razionali o irrazionali, questa è la questione

Robert Aumann ha recentemente proposto un’ipotesi innovativa sulla natura dei processi decisionali sostenendo che le persone sarebbero naturalmente portate ad adottare quelle regole, ereditate dall’evoluzione, che si sono rivelate efficaci nei contesti naturali di vita quotidiana per la sopravvivenza e pertanto “razionali”. In particolari contesti si generano tuttavia delle storpiature che renderebbero maladattivo l’outcome comportamentale a partire dalla selezione della regola “giusta”.

 

Tra le teorie economiche più classiche, sostenute e diffuse nel modo di pensare comune, che appartengono al mainstream culturale, vi è quella che asserisce che le persone solitamente agiscono al meglio delle loro capacità per promuovere i loro interessi prendendo la decisione “più razionale” che consenta loro di massimizzare e ottimizzare gli utili, minimizzando al contempo perdite e danni (Simon, 1947).

Molto si potrebbe aggiungere per cercare di comprendere esattamente quale sia il significato di decisione più razionale” dal momento che è ormai appurato come la natura dell’essere umano, oltre che di ragione e cognizione alta, sia costituita anche e soprattutto da emozioni “calde” che influiscono e a volte “corrompono” i processi decisionali portando a comportamenti definiti “irrazionali” o insensati a parere di osservatori esterni.

Processi decisionali: il comportamento umano è davvero razionale?

Nel corso del tempo, l’ipotesi razionale di Simon (1947), per la quale l’essere umano agirebbe in modo razionale e selezionerebbe processi decisionali e poi di condotta che lo incentiverebbero ad ottenere il massimo profitto, ha mostrato tutte le sue debolezze in particolare nello spiegare quali siano le regole o le direttive che vengono utilizzate generalmente dalle persone, regole che possano spiegare in toto il loro comportamento.

Gli esperimenti di Probability Matching e i paradigmi di Ultimatum Game hanno infatti evidenziato come i comportamenti e le scelte delle persone, quando inserite in un particolare contesto sperimentale e chiamate a prendere decisioni di tipo economico, devino sistematicamente dalla massimizzazione dell’utile nonostante riferiscano, tramite interviste, il comportamento più adeguato che avrebbero dovuto mettere in atto (Siegel & Goldstein, 1959).

Da tali evidenze, studi successivi tra cui quello di Güth, Schmittberger & Schwarze (1982), appartenenti al filone dell’Economia Comportamentale, hanno evidenziato come il comportamento umano nella realtà non sia affatto razionale in quanto frutto di processi decisionali spesso imprecisi e contesto-dipendenti, precisando inoltre come sia di maggiore interesse che i modelli economici di tipo matematico, tanto cari all’economia classica, descrivessero come le persone agiscono nella vita di tutti i giorni anziché come dovrebbero comportarsi secondo regole stabilite a priori per ottimizzare i loro utili.

Nonostante sia difficile conciliare i due approcci, una prospettiva recente e innovativa che tenta una sintesi tra queste due tesi, apparsa recentemente su Nature Human Behaviour, è stata proposta da Robert Aumann, affiliato al dipartimento di matematica e al Federmann Center for the study of Rationality dell’Hebrew University di Gerusalemme, Israele. Essa si basa sull’assunto che il comportamento umano sia guidato da regole di razionalità, come invocato dall’economia classica, e che queste risultano “razionali” quando adottate in contesti specifici e non propriamente con il fine di massimizzare i profitti (Aumann, 2019).

Secondo questo assunto, le persone adotterebbero in particolare quelle regole, ereditate dall’evoluzione, che si sono rivelate efficaci nei contesti naturali di vita quotidiana per la sopravvivenza; ne deriva che la loro adozione per l’implementazione di un comportamento sia naturalmente “razionale” e costituisca il processo più logico in quanto permette di agire in maniera adattiva nell’ambiente incrementando di conseguenza anche benefici. Nella sua Perspective, Aumann sostiene che le persone non scelgono di agire ma piuttosto adottino le regole più efficaci e che sulla base di queste tentano di comportarsi nel modo più razionale possibile a seconda del contesto naturale nel quale si trovano secondo i dettami dell’evoluzione. Queste regole prescriverebbero il comportamento ottimale nelle situazioni più comuni come per esempio “mangia quando hai appetito”.

L’adozione della regola “mangia quando hai appetito” risulta adatta e funzionale nei contesti di vita naturale in cui non è presente una contaminazione sperimentale o culturale, ma dà sistematicamente un numero inferiore di risultati in contesti forzati, eccezionali, inusuali, in cui non possono vigere le leggi dell’evoluzione, come nel caso dell’obesità in cui vi è una pervasiva tendenza a sovralimentarsi anche quando si è raggiunta la sazietà (Aumann, 2019).

Tale ipotesi di Aumann costituisce un ponte di congiunzione tra il mainstream economico e l’economia comportamentale in quanto da una parte accetta l’idea che esistano delle regole che le persone adottano per aumentare gli utili, dove per utili si intende assicurarsi la sopravvivenza nell’ambiente nel modo migliore possibile, dall’altra però è convinto che in particolari contesti si generino delle storpiature che renderebbero maladattivo l’outcome comportamentale a partire dalla selezione della regola “giusta”.

Già in precedenza i padri fondatori dell’economia comportamentale Tversky e Kahneman (1974) avevano dimostrato come i comportamenti vengano selezionati sulla base di regole, in particolare di euristiche, che si dimostrano utili e funzionali in certi contesti ma che possono generare bias e far commettere errori nel momento in cui la situazione non consente più l’applicazione di tali regole e pertanto la ragione per la quale la maggior parte dei comportamenti economici osservati nei contesti sperimentali si è rivelata “irrazionale” risiede nel fatto che la regola è stata selezionata in contesti stressati”.

Aumann: l’euristiche secondo il modello evoluzionistico

Tuttavia, mentre l’economia comportamentale enfatizza solo la caratteristica specifica delle situazioni decisionali in cui le persone producono euristiche e bias sistematici e sono pertanto più propense a commettere errori, Aumann, avendo in mente un modello evoluzionisitico, inserisce un aspetto innovativo cioè il fatto che le euristiche in realtà non sarebbero altro che le migliori strategie di risoluzione delle situazioni che le persone hanno a disposizione per adattarsi ai contesti di vita comuni (Aumann, 2019).

Un esempio di quanto appena affermato è rappresentato dall’Ultimatum Game, un gioco di negoziazione utilizzato soprattutto per favorire l’espressione dei processi decisionali tra due giocatori, un proposer (P) che è obbligato a dividere una certa somma di denaro e a decidere quanto offrire di questa divisione ad un altro, definito responder (R) (Güth, Schmittberger, & Schwarze, 1982).

P propone un’offerta a R che può decidere di accettare o declinare sulla base di quanto offerto.
In questo tipo di situazioni, che avvengono solitamente nel completo anonimato o tramite computer, ci si potrebbe aspettare che P decida di dividere ad esempio un ammontare di 100 euro in modo equo tra lui e l’altro giocatore, oppure, come spesso accade, può decidere di tenere 90 euro per sé e offrirne 10.
Nonostante l’offerta non sia cospicua, rappresenta comunque una somma di denaro che R potrebbe accettare per guadagnare qualcosa anziché rimanere a mani vuote.
Quindi, partendo da presupposti puramente razionali R non avrebbe alcun motivo per declinare l’offerta e P al contempo avrebbe massimizzato il suo utile; tuttavia, nella maggior parte dei casi, R tende a rifiutare qualsiasi offerta che sia minore di 20 euro dimostrandosi “irrazionale” in quanto il suo rifiuto è da considerarsi una chiara violazione di una scelta guidata presupposti razionali.

Una possibile spiegazione delle ragioni che hanno portato R a rifiutare una somma di denaro, sebbene esigua, potrebbe essere risiedere nel fatto di essersi sentito insultato o ferito nell’orgoglio o aver interpretato come una mancanza di rispetto l’offerta di P.
Tuttavia Aumann non ritiene che tali ragioni siano soddisfacenti per piegare il rifiuto di denaro da un punto di vista concettuale; in linea con l’idea che qualsiasi comportamento sia frutto di regole evolutive, quale potrebbe essere la ragione adattiva-evolutiva di rifiutare del denaro perché qualcuno ci ha ferito?

A parere dell’autore dello studio, in realtà il rifiuto rappresenterebbe l’esempio perfetto della messa in atto di una regola di per sé razionale che esula e non si riduce alla mera mancanza di rispetto. In un contesto naturale di negoziazioni vis-à-vis e non di laboratorio in cui vige il completo anonimato (come nel caso dell’Ultimatum Game), R dovrebbe rifiutare un’offerta irragionevolmente bassa e ingiusta seguendo il principio della reputazione e della “Giustizia”: infatti R, accettando l’offerta, si sarebbe mostrato come colui che, impegnandosi in una collaborazione o contratto con un’altra persona sua pari, è disposto ad accettare di meno senza alcuna giusta causa.

Pertanto, in linea con Aumann, l’asserzione per la quale le persone non si comporterebbero secondo regole razionali è incorretta: noi ci comportiamo in modo razionale come dimostrato dal rifiuto nell’ultimatum game, rifiuto che di fatto è espressione di una regola che potremmo definire “razionale” perché ci permette di auto conservarci e di mantenere agli occhi esterni una certa reputazione, rango e status, sebbene l’esito sia un comportamento “irrazionale”, cioè decido di rinunciare ad una somma di denaro.

In fondo anche il comportamento più “irrazionale” può essere considerato il più razionale all’interno del migliore dei mondi possibili come direbbe Leibnitz, o meglio, del contesto in cui ci si trova.

Patologie del sistema nervoso centrale e depressione: il suicidio del cantante Ian Curtis e la correlazione con l’epilessia

Ian Kevin Curtis è stato un cantautore britannico, nato nel 1956 e fondatore del famoso gruppo musicale Joy Division; nel dicembre 1978, Curtis inizia a soffrire di un disturbo denominato epilessia tonico-clonica, il cosidetto “grande male”..

Rachele Recanatini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

 Ian Kevin Curtis è stato un cantautore britannico, nato nel 1956 e fondatore del famoso gruppo musicale Joy Division. L’influenza della band “Joy Division” nella cultura musicale giovanile degli anni ottanta e novanta è considerata enorme; Ian Curtis è definito ancora oggi un vero e proprio personaggio di culto.

Nel dicembre 1978, Curtis inizia a soffrire di un disturbo denominato epilessia tonico-clonica, il cosidetto “grande male”; la categoria fotosensibile, nello specifico, è una particolare forma di epilessia in cui le convulsioni sono provocate da stimoli visivi, come ad esempio le luci lampeggianti.

Curtis e l’epilessia: la diagnosi arriva a 22 anni

L’esordio tardivo della patologia – il personaggio aveva già ventidue anni – viene imputato ad una combinazione di fattori biologici e stressanti: il cantante era all’apice del successo musicale; la sua carriera è al culmine della fama quando il fantasma della disabilità gli rimanda incessantemente un’immagine di sé come uomo fragile ed inerme, diverso dal passato e con un futuro incerto. Nel periodo in cui il grande male e le crisi d’assenza diventano frequenti, da rendere ingestibile una normale vita quitidiana, viene prescritto a Curtis il fenobarbital (“Gardenale”), un farmaco antiepilettico, insieme ad un’altra serie di medicinali.

Le crisi proseguono incessanti; così come nel suo caso infatti, circa il 30% delle persone affette da epilessia continua a manifestare crisi convulsive – seppur diminuite – nonostante la terapia farmacologica (Duncan et al., 2006); per tale motivo l’ epilessia, anche se costantemente stabilizzata e controllata, è ancora oggi considerata una disabilità cronica per cui non esiste una cura definitiva.

La patologia diviene negli anni un disagio insostenibile per Curtis, una condizione intollerabile. In questo periodo il cantautore manifesta i primi sintomi di un grave disturbo depressivo, mai formalmente diagnosticato. Assume terapia farmacologica in maniera disregolata, viene ricoverato in due occasioni per averne abusato: il 7 aprile 1980 tenta per la prima volta il suicidio assumendo elevate dosi di fenobarbital. Curtis viene definito dalle persone a lui vicine come instabile, ritirato, chiuso. Le oscillazioni umorali si alterano tra periodi di crisi ipomaniacali e cadute depressive. La moglie ricorda come Curtis inizi ad essere spaventato dagli effetti della propria patologia: teme di morire nel sonno, di dover smettere di guidare, di come possa essere giudicato dai fans.

Le crisi epilettiche stanno cominciando a spaventarmi […] A volte temo di uscire di notte per paura di avere una crisi in un locale o in un cinema. Divento più nervoso quando suoniamo per paura che accada […] Continuo a pensare che un giorno le cose diventeranno così intense che non sarò più in grado di andare avanti.

Curtis: la combinazione di fattori che l’ha spinto al gesto estremo

Il 18 maggio 1980 Ian Curtis decede, all’età di soli ventitre anni, impiccato ad una rastrelliera nella cucina della propria abitazione. Secondo l’opinione dei suoi cari, la causa del gesto suicidario è legata all’utilizzo del farmaco antiepilettico: i dannosi effetti collaterali del fenobarbital sono scientificamente documentati (Middles et al., 2006). Alcuni farmaci utilizzati nel trattamento dell’epilessia, infatti, possono causare instabilità emotiva, agitazione, irritabilità, crisi di pianto, irrequietezza ed iperattività. Il “Gardenale”, in particolare – anche se non è il solo – contiene un principio attivo particolarmente legato a tale sintomatologia. I comportamenti patologici e gravemente altalentanti del cantautore potrebbero quindi essere state sia accentuazioni di un temperamento di base, vulnerabile, slatentizzato dalla sostanza farmacologica, sia manifestazioni di problematiche preesistenti, successivamente attribuite al farmaco. L’antiepilettico, nel caso in esame, ha presumibilmente peggiorato una preesistente sintomatologia depressiva (Church, 2006). I tratti della personalità che caratterizzavano Ian Curtis si definivano già come disforici, con tendenze all’autodistruzione, sbalzi d’umore, idee di morte e grandiosità; la somministrazione farmacologica può averli patologicamente rafforzati e scompensati. Stress, insonnia, stile di vita disregolato, consumo di alcol e marijuana hanno contribuito ad accentuare le crisi emotive del cantante.

Nel 2007 il film Control ne narra realisticamente l’autobiografia, una pellicola tratta dal libro redatto dalla vedova di Curtis. Il titolo del film fa riferimento a quella che viene definita la sua ossessione: il controllo. Un tentativo spesso vano di comprendere, razionalizzare, limitare le manifestazioni sintomatologiche che lo pervadono e contro cui si percepisce inerme. Le crisi epilettiche riferite agli ultimi anni di vita sono sempre più frequenti; alcuni dei concerti vengono bruscamente interrotti a causa della sintomatologia invalidante. Nell’ultimo periodo della sua breve esistenza il cantautore sembra aver incorporato attivamente le proprie esperienze di malattia nei suoi testi (Tuft et al., 2015): i brani diventano gradualmente più cupi, macabri, oscuri. Il modo di muoversi di Curtis sul palco durante le ultime esibizioni riproduce, come in una parodia, le crisi epilettiche, i movimenti involontari che avrebbe compiuto durante una convulsione. La patologia provoca in lui gesti sincopati, ricordati dai fans come “epilepsy dance”, spesso difficilmente distinguibili dai movimenti frenetici e ritmati della musica che suona. A partire dal 1979 Curtis, riproducendo i suoi attacchi epliettici sul palco, diventa un personaggio teatrale, utilizza la sua esperienza di disabilità – esperita nel privato – per costruirsi un ruolo bizzarro, di una particolare rockstar, unica nel suo genere. Nonostante alcuni fans non fossero a conoscenza della sua patologia, infatti, lo definivano “spastico” o “disabile” durante le performance.

La sofferenza nell’ultimo album del cantante dei Joy Division

Gli ultimi mesi di vita si caratterizzano da sentimenti insofferenza, irritabilità, frustrazione e senso di colpa. I medici gli sconsigliano di proseguire la carriera musicale, lui rifiuta. Il gesto anticonservativo è preceduto da testi musicali caratterizzati da angoscia ed ossessioni. I brani riflettono la componente tragica della disabilità, descrivono emozioni collocabili all’interno dell’esperienza dell’ epilessia, riflettendo sensazioni di isolamento, trauma e stigmatizzazione (Delin et al., 1997). “Closer” esce circa due mesi dopo, è un disco desolato, definito come il suo testamento: racconta di un ragazzo alla ricerca di una normalità impossibile da raggiungere. Evoca sentimenti di colpa, tristezza, disperazione e vuoto. Alcuni autori ipotizzano come la carriera del cantante sia stata secondaria rispetto al clamore seguente alla sua epilessia, depressione e successivo gesto suicidario (Waltz et al., 2009). Curtis non ha indirizzato i suoi testi esplicitamente alla comunità dei disabili, né ha annunciato pubblicamente la sua epilessia, né ha celebrato le persone con disabilità, ma la sua musica colpisce profondamente persone affette da epilessia, che si rispecchiano nei suoi brani. Le canzoni evocano un sentimento depressivo e cupo, uno stato d’animo comune e comprensibile per gli ascoltatori che possono identificarsi empaticamente nella sua sofferenza fisica e psicologica.

Epilessia: caratteristiche e tipi della malattia

L’ epilessia è una nota patologia del Sistema Nervoso Centrale, è un disturbo neurologico in cui l’attività delle cellule nervose cerebrali si interrompe causando convulsioni. Le crisi epilettiche possono essere classificate in convulsioni focali e convulsioni generalizzate, a seconda che la scarica delle cellule nervose si verifichi in una specifica regione della corteccia cerebrale o nell’intera area del cervello. Le crisi generalizzate, a loro volta, si differenziano in: crisi di assenza, in passato note come “piccolo male”, caratterizzate da una rapida e breve perdita di coscienza, più tipiche dell’infanzia e dell’adolescenza; convulsioni toniche, che provocano un irrigidimento muscolare, soprattutto lungo la schiena e negli arti superiori ed inferiori; convulsioni atone, a cui segue una perdita del controllo muscolare con cadute improvvise; convulsioni cloniche, associate a movimenti muscolari ripetuti e ritmici, che coinvolgono collo, viso e braccia; crisi miocloniche, con improvvisi e brevi sussulti di braccia e gambe; crisi tonico-cloniche, prima conosciute come “grande male”, che rappresentano la tipologia più grave: durano dai 5 ai 10 minuti, sono caratterizzate da una fase di contrazione intensa che coinvolge tutto il corpo, una fase composta da convulsioni ed un fase di risoluzione finale, riconoscibile da respirazione rumorosa e possibile perdita del controllo degli sfinteri. È la tipologia che ha colpito il cantante Ian Curtis.

Le persone che ne sono affette non conservano ricordi delle crisi. Le convulsioni parziali, invece, si dividono in crisi semplici, ovvero senza una perdita della coscienza, e crisi complesse, con perdita della consapevolezza. La prima tipologia può essere suddivisa in: crisi semplici, limitate ad una specifica area del corpo; sensitive, che causano formicolio; sensoriali, con allucinazioni, alterazione del gusto, dell’olfatto, del tatto e dell’udito. Le convulsioni parziali complesse potrebbero invece essere caratterizzate da movimenti ripetitivi, come sfregarsi le mani, masticare, deglutire, camminare in cerchio. I sintomi relativi all’epilessia focale spesso sono confusi con segni di disturbi neurologici diversi, come l’emicrania, la narcolessia o alcune patologie psichiatriche. Per una diagnosi certa, di conseguenza, occorre sottoporre la persona ad esame neurologico, test neuropsicologici ed ulteriori approfondimenti medici. Le cause che provocano tale patologia sono in circa la metà dei casi ancora sconosciute, come per le epilessie primarie o idiopatiche. Le altre condizioni traggono origine da diversi fattori, quali: cause genetiche, in cui l’ epilessia viene trasmessa a livello familiare; traumi cranici; condizioni patologiche cerebrali, come tumori e ictus; malattie infettive, quali meningite, AIDS, encefalite virale; lesioni perinatali; disturbi dello sviluppo, ad esempio autismo e neurofibromatosi. Le crisi epilettiche risultano estremamente pericolose a qualsiasi grado colpiscano.

Epilessia: effetti collaterali dei farmaci

Ad oggi si stima che in circa l’80% dei casi i trattamenti farmacologici e chirurgici possono essere in grado di controllare la condizione patologica. I farmaci utilizzati sono denominati “antiepilettici” e possono provocare numerosi effetti collaterali, tra cui stanchezza, vertigini, aumento di peso, perdita della densità ossea, eruzioni cutanee, perdita di coordinazione, problemi di linguaggio, di memoria e di pensiero e come abbiamo visto nel caso del celebre cantautore, sintomi depressivi (Patsalos et al., 2018). Nei paesi industrializzati l’incidenza annua dell’epilessia, definita come due o più crisi non provocate e separate da almeno ventiquattro ore, è di 29-53 casi per 100.000 (Hauser, 1997). Nonostante la frequenza elevata, non sempre sembra assicurata una pratica clinica ottimale ed omogenea, che coinvolga le figure sociosanitarie necessarie. A livello psicologico, in particolare, occorre considerare che le crisi epilettiche, spesso a decorso cronico, impongono ai soggetti che ne sono affetti un trattamento di lunga durata con farmaci che provocano effetti collaterali particolarmente rilevanti; inoltre, l’ epilessia interferisce con molti obiettivi esistenziali, minando la qualità della vita di tali persone, ad esempio in relazione alle scelte professionali e personali che possono essere limitate dalla patologia. Tali aspetti, legati altresì alla sintomatologia convulsiva invalidante, possono condurre alla depressione nel paziente epilettico.

Epilessia e disturbi depressivi

I disturbi depressivi sono caratterizzati da un sentimento di tristezza grave e persistente, tale da interferire con il funzionamento globale della persona e, frequentemente, inducono una significativa diminuzione del piacere e degli interessi. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) distingue molteplici tipi di depressione, in base alle caratteristiche riscontrate nel paziente: Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo Depressivo Persistente, altro Disturbo Depressivo specificato o non specificato, Disturbo Disforico Premestruale, Disturbo Depressivo dovuto ad un’altra condizione fisica, Disturbo Depressivo indotto da sostanze o farmaci.

Il Disturbo Depressivo legato ad una condizione medica, nel caso in esame, colpisce circa il 25% dei pazienti affetti da epilessia, così come rilevato da un recente studio scientifico (Gill et al., 2018). Strumenti validi ed attendibili che valutino l’insorgenza di un Disturbo Depressivo come direttamente legato all’epilessia non sempre sono stati definiti in maniera chiara; studi recenti indicano che i test di screening maggiormente considerati dalla letteratura scientifica internazionale sono il “Neurological Disorders Depression Inventory for Epilepsy” (NDDI-E) ed il “Mini International Neuropsychiatric Interview” (MINI). Il test NDDI-E, in particolare, risulta essere lo strumento più valido; è gratuito ed è stato tradotto in numerose lingue, inoltre è di facile somministrazione. Uno studio recente ha sottolineato inoltre come la depressione, nel paziente epilettico, è altamente correlata altresì con il rischio di stigmatizzazione, dovuto alle conseguenze psicosociali delle crisi convulsive, croniche e invalidanti (Yıldırım et al., 2017). Nello specifico, sono stati valutati 302 pazienti affetti da epilessia attraverso il test “Beck Depression Inventory” (BDI) – allo scopo di quantificare i sintomi depressivi – ed il test “Stigma Scale for Epilepsy-Self Report” (SSE-SR) – per indagare la stigmatizzazione subita e vissuta durante l’arco della vita. Si è riscontrato che il 49,6% della popolazione riporta sintomi depressivi lievi (BDI > 9). Si sottolinea inoltre una moderata correlazione positiva tra i punteggi della stigmatizzazione ed i punteggi alla scala di Beck: il 96,3% dei pazienti altamente stigmatizzati presentava punteggi di depressione moderata; il 73,9% del gruppo di persone che non ha subito stigmatizzazioni non ha riportato punteggi relativi alla depressione oppure ha ottenuto punteggi minimi.

Epilessia: supporto psicologico come aiuto per depressione e stigma

Lo studio dimostra che la stigmatizzazione sociale dei pazienti affetti da epilessia provoca dunque sintomi depressivi. Pertanto, effettuare un trattamento psicoterapico e un tempestivo sostegno psicologico in pazienti epilettici, allo scopo di fronteggiare la situazione di disagio che potrebbero vivere, può contribuire anche a proteggerli da una condizione concomitante altrettanto invalidante: lo sviluppo di sintomi depressivi. In casi estremi la sintomatologia depressiva, correlata ad altri fattori di rischio, può condurre il paziente epilettico al suicidio: è il caso del noto cantante inglese Ian Curtis.

In conclusione, possiamo dire che l’impatto dell’ epilessia, del trattamento farmacologico della patologia cronica e della depressione in comorbidità hanno avuto sulla vita artistica di Ian Curtis e sulla sua morte prematura non è ancora chiaro e definito. Naturalmente, ci sono fattori impossibili da verificare all’attualità: non è possibile confermare la causalità e la consequenzialità concreta dei fattori biologici ed ambientali che hanno contribuito alla sua morte precoce. È fondamentale in ogni caso sottolineare l’importanza rivestita da un tempestivo supporto psicologico in casi di epilessia: è stato scientificamente dimostrato come la condizione cronica delle crisi epilettiche, gli effetti collaterali della farmacoterapia, le limitazioni quotidiane e l’eventuale condizione di stigmatizzazione sociale esperita, spesso causano un Disturbo Depressivo nei pazienti epilettici. Nei casi più gravi, come potrebbe essere stato per il famoso cantante Ian Curtis, tale patologia del Sistema Nervoso Centrale non psicologicamente trattata – unitamente ad altri fattori di rischio – sfocia in un gesto suicidario.

Quando la depressione non trova parole: i disturbi psicosomatici nell’infanzia

Quando viene a mancare lo sviluppo di un’adeguata capacità di elaborazione mentale delle emozioni, a causa di un ambiente non accudente, possono emergere disturbi psicosomatici nei bambini 

 

Le capacità dell’individuo di regolare le proprie emozioni in modo adattivo, capacità che emergono attraverso gli scambi fisici e preverbali nella relazione madre-bambino, sono strettamente in relazione al benessere e alle prestazioni in vari ambiti dello sviluppo.

Infatti, un individuo in grado di regolare le proprie emozioni avrà a disposizione più risorse per affrontare le situazioni positive e conflittuali e sarà un individuo capace di comprendere le emozioni proprie e altrui e quindi sarà capace di usufruire del supporto sociale. Quest’ultimo è considerato una forma di regolazione emozionale che consente all’individuo di consolidare i contatti sociali e di conseguenza, di favorire la progressiva formazione di un’identità sociale. Infatti, la condivisione delle emozioni favorisce l’empatia, l’intimità e i comportamenti reciproci di attaccamento (Renzetti, Tripicchio, 2010; Bonfiglioli, Ricci Bitti, 2013).

Cosa determina i disturbi psicosomatici nei bambini

Quando però al bambino non è permesso di sviluppare un’adeguata capacità di elaborazione mentale delle emozioni, a causa di un ambiente non accudente, possono emergere i disturbi psicosomatici (Sasso, Sborlini, Cerratti, 2006).

La clinica psicosomatica riguarda le malattie fisiche nelle quali intervengono, nel determinarle, fattori psichici o conflittuali (Candelori, Mancone, 2001). Il processo principale alla base dei disturbi psicosomatici nei bambini (e non solo) è la somatizzazione, ovvero la tendenza ad esperire e comunicare i problemi psicologici attraverso il disagio fisico.

In particolare, nei bambini, le manifestazioni somatiche vanno considerate come strettamente connesse con i processi di sviluppo, tenendo presente che in questi il corpo assume un ruolo privilegiato come mezzo di comunicazione, in quanto si costituisce come primo mezzo con cui il bambino entra in relazione con le figure significative, divenendo il veicolo principale della strutturazione del sé (Candelori, Mancone, 2001). I conflitti interni o esterni possono minacciare l’equilibrio psichico del bambino tanto che quest’ultimo, attraverso la rimozione, riesce ad “evacuare” questi vissuti interiori solo attraverso il linguaggio più arcaico ovvero quello preverbale del corpo (Brunelli, Balzani, Briganti, 2006). La scissione mente-corpo che si verifica è la conseguenza di un ambiente insufficiente che porta il bambino a sviluppare un’organizzazione difensiva della personalità, definita falso sé, che ha la funzione di proteggere il vero sé dalla depressione, costituendosi come difesa maniacale. Tali dinamiche impediscono al bambino di appropriarsi psicologicamente del proprio corpo e lo rendono incapace di autentiche esperienze emotive, favorendo l’instaurarsi di disturbi fisici (Baldoni, 2002).

L’importanza della regolazione emotiva e della mentalizzazione nei bambini

Questi bambini si mostrano molto compiacenti ed essendo incapaci di veri e propri processi di identificazione, imitano gli adulti seguendo rigidamente le loro regole e risultano incapaci di socializzare e comunicare con i coetanei, a causa proprio della loro rigidità. Tutto ciò espone il bambino a disturbi comportamentali (insonnia, irrequietezza, disturbi alimentari), fisici (dermatologici, gastrointestinali, respiratori, allergici) e psichici, in particolare alla depressione (Baldoni, 2002).

Oltre alla dinamica del falso sé, alla base dei processi di somatizzazione si rintraccia l’assenza o il deficit di una capacità importante per l’integrazione di stati mentali e fisici, ovvero la mentalizzazione, causata da un’incapacità della madre di svolgere l’importante funzione del rispecchiamento. Si determinano così acting out comportamentali, conseguenti al mancato controllo degli impulsi, sindromi dissociative e le emozioni non vengono quindi elaborate dalla neocorteccia, non raggiungendo la consapevolezza e l’integrazione (Baldoni, 2014).

La mancanza della capacità di mentalizzare, unita alla compromissione o inibizione dei processi di regolazione emotiva, porta alla formazione di una relazione con sé e con il mondo esterno che esclude ogni riferimento agli stati emotivi, strutturandosi il quadro del costrutto definito alessitimia, caratterizzata da: difficoltà nell’identificare le emozioni e nel distinguerle dalle sensazioni corporee che accompagnano le emozioni; difficoltà nel descrivere i propri sentimenti agli altri; limitati processi immaginativi che comportano una forte povertà delle fantasie; stile cognitivo orientato all’esterno e guidato dallo stimolo (Renzetti, Tripicchio, 2010; Bonfiglioli, Ricci Bitti, 2013). L’alessitimia rappresenta una predisposizione aspecifica verso disturbi somatici e psichici che si caratterizzano per la presenza di disregolazione emotiva (Porcelli, 2004). I soggetti alessitimici però, non sono in realtà incapaci di provare emozioni ma esperiscono stati affettivi indifferenziati, scarsamente regolati (Bonfiglioli, Ricci Bitti, 2013).

In età evolutiva, l’alessitimia presenta caratteristiche diverse da quelle riscontrate in età adulta, infatti è stata elaborata una versione semplificata della Toronto Alessitimia Scale (TAS) per adulti, l’Alessitimia Questionnaire for Children (AQC), ovvero un questionario che mantiene la presenza dei tre fattori su cui si basa la TAS (Difficoltà a identificare i sentimenti, difficoltà ad esprimere i sentimenti e pensiero orientato all’esterno), ma aggiunge un quarto fattore denominato “Confusione delle sensazioni fisiche”. La presenza di tale fattore evidenzia come, in età evolutiva, le percezioni corporee assumano un ruolo cardine nella definizione del contatto con le emozioni (Artoni, Atti, Giaroli, Paterlini, 2015). Nell’eziologia dell’alessitimia entrano in gioco diversi fattori tra i quali si riscontrano le variabili socioculturali, i deficit neurobiologici, le variazioni nell’organizzazione cerebrale ma, il ruolo più rilevante è assunto dall’influenza significativa delle prime esperienze relazionali di attaccamento. Infatti, sono le prime relazioni a svolgere un ruolo di grande importanza nello sviluppo degli affetti e la regolazione emotiva è determinata dalle esperienze di rispecchiamento e condivisione delle emozioni con i caregivers. Ma se la funzione contenitiva e di regolazione dei genitori fallisce, le emozioni del bambino non riescono ad essere trasformate in rappresentazioni mentali e oggetti di pensiero, rimanendo a livello di percezioni e sensazioni ed esponendo quindi ad un alto rischio di sviluppare disturbi psicosomatici nei bambini (Fabbri, 2012). In particolare, secondo Crittenden, i problemi di inibizione e disregolazione emotiva nascono da stili di attaccamento insicuri che portano alla formazione di modelli interni di rappresentazione caratterizzata da una mancanza di integrazione delle informazioni affettive e cognitive (Artoni et al, 2015). Connesse alla disregolazione emotiva, risultano quindi le difficoltà nell’apprendimento nei bambini; infatti da uno studio condotto da Bauminger e Kimhi-Kind (2008) è emerso che i bambini con difficoltà di apprendimento presentano scarse capacità di regolazione emotiva, una minore sicurezza nella relazione di attaccamento con la madre e difficoltà nel processamento delle informazioni (Renzetti, Tripicchio, 2010).

L’analisi del costrutto alessitimico, offre un’importante opportunità per comprendere il peso che questo assume nelle situazioni traumatiche, nei disturbi psicosomatici nei bambini e nei disturbi psicopatologici come la depressione in età evolutiva. Infatti, Rieffe e colleghi (2005) hanno riscontrato una correlazione positiva, in soggetti tra i 6 e i 15 anni, tra alessitimia e presenza di umore negativo e sintomi somatici; infatti le emozioni non trasformate dalle rappresentazioni mentali simboliche e dall’espressione verbale, vengono scaricate lungo i percorsi autonomici, verificandosi uno “scollamento della componente fisiologica dell’attivazione emotiva del sentimento soggettivo” e dall’elaborazione cognitiva dell’esperienza” (Taylor & al., pag 67; Artoni et al, 2015).

Il corpo del bambino diventa così il mezzo attraverso cui esprimere la sofferenza e i disagi vissuti nell’ambiente familiare e/o nell’ambiente scolastico, portando all’insorgenza di disturbi, senza cause organiche, a carico dell’apparato gastrointestinale, dell’apparato respiratorio, del sistema muscolo scheletrico e del sistema cutaneo. La teoria dell’attaccamento, offrendo una chiave di lettura per la comprensione del sintomo somatico, considera il sintomo come la strategia che il bambino usa per regolare lo stato di relazione con le figure di attaccamento e allo stesso tempo per mantenere lo stato di sé (Artoni et al, 2015).

Diturbi psicosomatici nei bambini: i più frequenti

I disturbi psicosomatici nei bambini si intrecciano frequentemente con la depressione infantile proprio perché, come già affermato, il corpo si costituisce come principale mezzo di comunicazione. Infatti, caratteristici sintomi nel bambino depresso sono l’affaticamento, il sentirsi senza energie, le variazioni dell’appetito e/o del peso, cefalee, dolori allo stomaco, alla schiena e alle gambe senza una ragione oggettiva per il dolore (Mocini, Faresin, 2013). La presenza di tali sintomi fisici è frequente, tanto che si può comunemente riscontrare un quadro psicopatologico denominato “depressione mascherata” in cui prevalgono i sintomi somatici e rispetto alla tristezza e all’anedonia, prevalgono il dolore e il malessere fisico (Di Fiorino, Massei, Pacciardi, 2010).

All’interno dei disturbi psicosomatici nei bambini si riscontrano diverse dinamiche psicologiche e ambientali. Nel caso dell’alopecia, questa sembra presentarsi in caso di carenza affettiva e in seguito alla perdita di figure significative d’attaccamento, alle quali ha fatto seguito una forte sofferenza che però il bambino non risulta in grado di manifestare a causa di un ambiente non facilitante (Artoni et al, 2015).

Anche l’asma, una malattia pediatrica molto comune, può presentarsi a causa di fattori di ordine psicologico e ambientale infatti, oltre alla possibilità della presenza di un’allergia o infezione, anche forti emozioni come la paura e la tensione nervosa, svolgono un ruolo importante nell’insorgenza delle crisi asmatiche. Secondo la comprensione psicodinamica, il bambino asmatico presenta una relazione oggettuale caratterizzata da un sovraccarico del rapporto duale, causata da una presenza materna eccessiva che ostacola i processi di individuazione-separazione e acquisizione di una propria autonomia. La madre inoltre risulta non essere in grado di promuovere nel bambino le funzioni psichiche di rappresentazione, di regolazione delle emozioni e lo sviluppo di un sé corporeo, come mezzo di comunicazione interpersonale e sociale. I bambini asmatici presentano così un’ipersensibilità affettiva, un’intolleranza alle situazioni conflittuali e un bisogno estremo di attaccamento e tali dinamiche vengono però mascherate da un comportamento dolce e remissivo (Candelori, Mancone, 2001).

Il corpo diventa quindi il terreno su cui possono emergere problematiche nella relazione e conseguentemente nella regolazione emotiva e nelle capacità che permettono di costruire il benessere individuale e, allo stesso tempo, si propone come mezzo di espressione di tali dinamiche patologiche. Numerose ricerche in ambito clinico hanno messo in relazione la disregolazione emotiva con diverse forme di psicopatologia nei bambini. Infatti, una eccessiva inibizione nella regolazione delle emozioni è correlata a problemi di internalizzazione, connessi ad ansia, depressione, vergogna, bassa autostima, paura e tristezza mentre una scarsa regolazione delle emozioni è risultata essere associata a problemi esternalizzanti (Renzetti, Tripicchio, 2010).

Cinquanta sfumature dell’uso deviato della galassia dei social network: il caso dei killfie

Una recente ricerca documenta che da ottobre 2011 a novembre 2017 si sono verificate 259 morti nel mondo scattando selfie esiziali (killfie). All’interno di questo triste fenomeno, il Daredavil Selfie è l’attuale moda perversa di autoscatti estremi.

 

Un lavoro diacronico e sincronico svolto da studiosi (Bansal, Garg, Pakhare, Gupta, 2018) della All India Medical Sciences (Nuova Delhi) documenta che da ottobre 2011 a novembre 2017 si sono verificate 259 morti nel mondo scattando selfie esiziali (killfie) in 137 incidenti. Il fenomeno appare significativamente in espansione quando si mettono a confronto i bienni 2014-2015 e 2016-2017.

La distribuzione per età registra che la metà dei killfie è avvenuta fra i giovani dai 20 ai 29 anni e il 36% fra soggetti di età ancora inferiore, compresa tra i 10 e i 19 anni. La distinzione di genere dà conto che il 72,5% delle morti ha coinvolto ragazzi, rivelando una maggiore avversione al rischio da parte delle giovani donne.

Il profilo georeferenziale documenta che ben la metà degli autoscatti mortali si è concentrata in India – dove si trova la quota più elevata al mondo dei giovani al di sotto dei 30 anni, seguita da Russia, USA, Pakistan.

Sull’effettiva ampiezza del fenomeno, uno dei nodi critici è un difetto di classificazione del fenomeno stesso, in quanto il selfie non viene classificato come causa di morte, bensì ricondotto ad altri eventi accidentali mortali quali, ad esempio, “Incidenti su strade trafficate” (determinati dal giovane guidatore che lancia l’automobile a velocità folli per scattare un selfie di cui andare orgoglioso). Sarebbe quindi necessaria un’archiviazione amministrativa dei dati più fine per acquisire informazioni più veridiche.

Grazie alle maggiori informazioni raccolte, alla qualità, all’accuratezza dei dati e ai numerosi aggiornamenti, il lavoro dell’Università di Nuova Delhi si approssima alla realtà del fenomeno del killfie, sebbene esso rimanga comunque sottostimato in quanto lo studio è circoscritto alla consultazione di documentazione in lingua inglese. Essendo la viralizzazione senza confini, gli effetti moltiplicativi di tale condotta, che si spargono in tutto il mondo a macchia d’olio, non vengono colti dall’analisi quando non riportati in lingua anglosassone.

Dal Selfie al Killfie

La tecnologia dei social network – pressoché ossessiva nel proporre novità sul mercato a riflesso della voracità delle tecno-imprese – ha finanche promosso l’ottimizzazione dei selfie attraverso siti che condividono suggerimenti su “come ottenere un selfie perfetto, nonché le “diverse pose per un selfie. La sagra dell’effimero!

L’ampliarsi della moda dei selfie proviene, oltre che dai colossi dei social, da tanti altri rivoli “inquinati” – quali, tra i giovani, l’imitazione, la sfida, la gratificazione, l’antagonismo malati – fino ad arrivare al sistema scolastico. Alcuni college e scuole organizzano gare volte a premiare il “miglior selfie”. È lo stesso sistema-scuola a diffondere l’antagonismo, che può poi deviare verso derive pericolose. Infatti, non si può escludere che da selfie in selfie si arrivi a quello bacato.

Ovviamente, i selfie di per sé non sono pericolosi; possono esserlo i comportamenti umani, in questo caso quello dei giovani. Molteplici cause concorrono a offrire spiegazioni di tali comportamenti esiziali. Il filo rosso di cui ci serviremo nell’interpretarli è il funzionamento della mente attraverso la fiction i cui protagonisti sono i cc.dd. “Sistema 1” e “Sistema 2”, scandagliati dallo psicologo israeliano Daniel Kahneman (2012), come noto, insignito nel 2002 del Premio Nobel per l’economia insieme a Vernon Smith, “per aver integrato risultati nella ricerca psicologica nella scienza economica”.

Killfie: comprendere il fenomeno alla luce delle teorie di Daniel Kahneman

I lavori di Kahneman hanno consentito di applicare la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva ai fini della comprensione del processo decisionale dei soggetti nella sfera economica, in condizioni sia di certezza sia di incertezza. Presso la comunità scientifica è il secondo psicologo (preceduto da Herbert Simon, nel 1978) ad aver ottenuto il Premio Nobel per l’economia. È evidente come sia essenziale tale interdisciplinarietà per spiegare i comportamenti umani.

Il “Sistema 1” guarda a un orizzonte temporale di brevissimo periodo: opera in fretta – è un “pensiero veloce” -, è intuitivo, impulsivo, è volto alla gratificazione immediata. Il “Sistema 2” è dedito ad attività mentali impegnative, dà ordine e senso alle informazioni che gli provengono dal “Sistema 1”, supporta il processo decisionale di lungo periodo. Sobbarcandosi il fardello più gravoso, è inevitabile che esso sia un “pensiero lento”.

Proprio le sue caratteristiche inducono a ipotizzare che i giovani si avvalgano soprattutto del “Sistema 1”. Da qui si possono spiegare molti comportamenti che i social network amplificano, viralizzano, incitano. Tra l’altro, ciò che si fissa nella memoria degli individui è ciò che è più sensazionale; ciò che è più sensazionale, a sua volta, si viralizza; a ciò che si viralizza viene annessa una maggiore probabilità di accadere (bias della disponibilità). Tale circolo vizioso fa sì che se il selfie estremo – in quanto oggetto di viralizzazione – viene giudicato più frequente di quanto lo sia; di conseguenza, la competizione porta il giovane verso una escalation per sbaragliare tutti gli altri competitors e diventare il cult o il capo-branco, ovvero degno di entrare a far parte di una determinata community cui ella/egli aspira.

Con preferenze biased a favore del “Sistema 1”, talora sullo sfondo di disagi psicologici, spesso privi di stimoli nel trascorrere un “tempo di qualità”, molti giovani sfruttano i social per veicolare dunque tale antagonismo malato sul selfie più audace e rischioso alla ricerca di popolarità e ammirazione fra amici e follower, per il desiderio di conferme, per la voglia di sensazioni forti e adrenaliniche, quando non per la sottomissione alle richieste da parte del branco.

Peraltro, dai molti sondaggi effettuati su campioni di giovani, è emerso in modo sconcertante che questi stessi fossero consapevoli dei rischi cui andavano incontro con autoscatti estremi, ma su di essi prevaleva l’appagamento immediato persino mettendosi in situazioni parasuicidarie (hyperbolic discounting). Un orizzonte temporale di brevissimo periodo che tracima in miopia.

Tali considerazioni sul funzionamento dicotomico delle due sfere cognitive hanno notevoli implicazioni sulla formulazione delle politiche pubbliche – fra le prime, l’istruzione – volte a coadiuvare i giovani ad adottare decisioni sane, evitando il sopravvento del “Sistema 1”, “non facilmente educabile” e “incline all’eccessiva sicurezza”.

Infatti, altre potenziali alleate del killfie sono la dispersione scolastica e l’analfabetismo funzionale, che pregiudicano la disponibilità di un ascensore sociale efficiente, l’investimento in capitale umano e, quindi, la crescita individuale e collettiva. Difatti, il Daredavil selfie, sebbene sia una moda socialmente trasversale, verosimilmente attecchisce soprattutto fra i giovani che vivono in contesti socio-economici degradati, deprivati di stimoli, spunti, occasioni più costruttivi che amplino i loro orizzonti.

In conclusione

L’economia comportamentale – che nega la razionalità ottimizzante della Scuola di Chicago – riconosce come sia fattori esogeni (il mondo reale è complesso e in continua evoluzione, le informazioni sono scarse e costose, l’incertezza è pervasiva), sia fattori endogeni (che potremmo sintetizzare, oltre che in disagi psicologici giovanili, nella velocità e impulsività del “Sistema 1”) possono pesantemente interferire nelle scelte, come confermano gli esperimenti.

La conseguenza è che non ci si deve meravigliare come possano prendere piede mode perverse come il Darevil selfie o il killfie. Ciò che invece deve ritenersi fondamentale sono l’intervento delle istituzioni e un’architettura di politiche pubbliche che, anche per il tramite di una “spinta gentile” (nudging), riconducano i giovani lungo un pattern di scelte sane sotto il profilo individuale e quello sociale.

Inquinamento: quali pericoli per i nostri bambini?

Come affermato dal biologo Eugene F. Stoermer, viviamo ormai da più di un secolo nell’epoca dell’Antropocene, termine che indica l’era geologica attuale, nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

 

Viviamo anche in un momento storico dove le coscienze sembrano essersi svegliate nella lotta all’ inquinamento e nella difesa della natura (come dimostrano le recenti manifestazioni per il clima Fridays for future e i risultati dei Verdi alle elezioni europee).

Inquinamento: l’influenza sulla salute dei bambini

Purtroppo, per vedere i cambiamenti concreti bisognerà aspettare ancora e ahimè, molti danni sono già stati fatti.

Molti studi hanno già suggerito quanto l’esposizione all’inquinamento atmosferico nella prima infanzia possa essere collegato a disfunzioni cognitive.

A questi si aggiunge una recente ricerca realizzata dal Barcelona Istitute for Global Health (ISGlobal).

E’ stato scoperto che bambini esposti a PM2.5 (particelle con un diametro inferiore a 2,5 μm) nell’utero e durante i primi anni di vita hanno un maggior rischio sviluppare deficit per quanto riguarda la memoria di lavoro (nei ragazzi) e l’attenzione esecutiva (sia nei ragazzi che nelle ragazze).

Inquinamento: lo studio che ne indaga l’influenza sullo sviluppo cognitivo

La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Health Perspectives, ha coinvolto 2.221 bambini (dai 7 ai 10 anni) che frequentano le scuole nella città di Barcellona. Le abilità cognitive dei bambini sono state valutate attraverso vari test computerizzati. L’esposizione all’ inquinamento atmosferico, a casa durante la gravidanza e nel corso dell’infanzia, è stata stimata con un modello matematico utilizzando misurazioni reali.

I ricercatori hanno scoperto che una maggiore esposizione ai PM2.5 dalla gravidanza fino all’età di 7 anni era associata a punteggi di memoria di lavoro inferiori nei test cognitivi, in bambini tra i 7 e i 10 anni (riscontrato solo nei maschi).

La memoria di lavoro è responsabile della memorizzazione temporanea delle informazioni per un ulteriore utilizzo e svolge un ruolo fondamentale nell’apprendimento, nel ragionamento, nella risoluzione dei problemi e nella comprensione del linguaggio.

Inquinamento e sviluppo cognitivo dei bambini: i risultati dello studio

Lo studio ha anche scoperto che ad una maggiore esposizione al particolato era associata a una riduzione dell’attenzione esecutiva sia nei ragazzi che nelle ragazze. L’attenzione esecutiva è una delle tre reti che costituiscono la capacità di attenzione di una persona. È coinvolta in forme di attenzione di alto livello, nel rilevamento di errori, nell’inibizione della risposta e nella regolazione di pensieri e sentimenti.

Questa pubblicazione rafforza le precedenti scoperte e conferma che l’esposizione all’inquinamento atmosferico all’inizio della vita e durante l’infanzia può essere considerato una minaccia per lo sviluppo cognitivo ed un ostacolo che impedisce ai bambini di raggiungere il loro pieno potenziale.

Alla scoperta della PNEI. Intervista a Francesco Bottaccioli

La prospettiva e le conoscenze della PNEI possono essere di grande supporto allo psicologo-psicoterapeuta sia sottolineando come le abitudini che coinvolgono il corpo influenzano la psiche, ma anche come il lavoro psicoterapeutico abbia delle ricadute effettive sulla biologia dei propri pazienti..

 

Spesso nei dibattiti scientifici si invoca la necessità di superare il dualismo di cartesiana memoria fra mente e corpo, di favorire il dialogo fra le scienze mediche che studiano il “corpo” e le scienze che si occupano della “psiche”. La psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) già dagli anni ‘80 ha favorito nella pratica, e non solo nelle teoria, questa integrazione andando a creare ponti dove prima sorgevano barriere, aprendo il panorama scientifico ad una necessaria rivoluzione paradigmatica.

Per poter approfondire meglio questi temi abbiamo avuto l’occasione di poter intervistare il dott. Francesco Bottaccioli, Filosofo della Scienza e Psicologo esperto in Neuroscienze, membro della direzione scientifica e docente del Master in psiconeuroendocrinoimmunologia all’Università degli Studi dell’Aquila e di Torino. Egli ha fondato la Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia, di cui è stato il primo Presidente e successivamente, il Presidente Onorario.

PNEI: di cosa si tratta?

Per sua natura la PNEI abbraccia ed eredita i vari contributi provenienti dalle rivoluzioni scientifiche nel campo della fisica, dell’endocrinologia, alla visione sistemica dell’immunologia in particolare sul network fra cervello e sistema immunitario.

All’interno del paradigma PNEI la psicologia e la psicoterapia rivestono un ruolo centrale in quanto in grado di produrre modificazioni biologiche nelle cellule nervose ed immunitarie: tutto ciò viene supportato dagli studi di epigenetica che dimostrano come l’espressione dei nostri geni può alterarsi pur conservando la medesima struttura del DNA.

La prospettiva e le conoscenze della PNEI possono quindi essere di grande supporto allo psicologo-psicoterapeuta sia sottolineando come le abitudini che coinvolgono il corpo influenzano la psiche, ma anche come il lavoro psicoterapeutico abbia delle ricadute effettive sulla biologia dei propri pazienti.

PNEI: indice dell’intervista a Francesco Bottaccioli

0:11 – La psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), pur integrando saperi millenari è una scienza “giovane”. Quale definizione potremmo dare della PNEI per descriverla a chi non la conosce?

2:03 – La PNEI integra saperi di diversa estrazione: biologici, psicologici, sociali… Psicologia e psicoterapia come si inseriscono in questo nuovo modello scientifico?

5:37 – La PNEI si apre a posizioni che vanno oltre quelle della medicina “riduzionista e meccanicista”, aprendosi anche alle teorie della fisica quantistica, della complessità e dell’epigenetica. A che punto e quali ostacoli sta incontrando la PNEI in questo processo di transizione?

14:07 – Quale futuro vede per la PNEI e i suoi sviluppi?

Buona visione!

GUARDA L’INTERVISTA IN VERSIONE INTEGRALE:

Lego Serious Play: lavorare è un gioco da ragazzi

Negli ultimi anni, in seguito alla Rivoluzione Tecnologica e alla flessibilità che ha coinvolto il mondo del lavoro, si assiste all’introduzione in azienda di sistemi innovativi per l’aumento della creatività dei dipendenti, per la risoluzione dei problemi e per lavorare informal-mente.

 

Questi mezzi, infatti, diventano dei potenti facilitatori in azienda poiché si tratta di tecniche trasversali, ovvero applicabili a qualsiasi contesto e situazione, ma soprattutto sono metodologie in grado di far emergere tutte le dinamiche “soft”, quindi non facilmente visibili di un’organizzazione. L’elemento rivoluzionario è che il tutto avviene “giocando”, come nel caso della Lego Serious Play (LSP).

Dal costruttivismo ai LEGO, un modo per imparare

Nello specifico, i partecipanti lavorano attraverso scenari immaginari utilizzando i mattoncini LEGO, per questo motivo questo tipo di attività viene definita “gioco serio” (Serious Game).  Il concetto di “gioco serio” è il risultato della combinazione di teorie derivanti dal costruttivismo, secondo cui

l’apprendimento si realizza particolarmente bene quando le persone sono impegnate nella costruzione di un prodotto, qualcosa di esterno a se stessi, come un castello di sabbia, una macchina, un programma per computer, un libro (Piaget, 1951)

o, appunto, un gioco. Il gioco, in questa prospettiva, diventa un’attività limitata nel tempo e nello spazio, che coinvolge un gruppo di persone, che stabiliscono regole e accordi. L’aspetto più importante di queste attività è che non si delineano a priori ruoli o giochi di potere, ma ci si sente liberi di agire usando la fantasia e l’immaginazione, al fine di: descrivere, creare e sfidare.

Lego Serious Play: una metodologia per l’intervento nelle aziende

In particolare, l’innovativa metodologia della Lego Serious Play, nasce a metà degli anni Novanta, quando la LEGO®, famosa azienda danese produttrice di giocattoli, subì una flessione delle vendite. Al fine risolvere il problema, venne ipotizzato che bisognasse introdurre cambiamenti nella produzione. Chiamati dalla Lego come consulenti, Johan Roos e Bart Victor (1999), due professori universitari svizzeri, idearono il concetto e il metodo del gioco serio, al fine di modificare il contesto di introduzione dei famosi mattoncini, favorendo il passaggio da un ambito ludico, ovvero il gioco dei bambini, ad un contesto più serio, ovvero il mondo del lavoro. Ma l’obiettivo era anche quello di consentire ai lavoratori di approcciarsi e svilupparsi in maniera diversa alle loro mansioni.

La metodologia LSP consta di alcune fasi non rigide e modificabili a seconda dell’obiettivo, ma generalmente in un primo momento si avvia la formulazione o specificazione della “domanda”, ovvero la definizione del motivo per cui è stato richiesto un intervento di questo tipo. Questa prima fase aiuta sia il committente, ma anche i partecipanti al gioco a comprendere l’utilità e la finalità dello stesso intervento. Avendo reso esplicita e specifica la domanda, che quindi viene co-costruita, si giunge al cuore dell’azione della LSP, in cui ogni partecipante si impegna nella costruzione del suo modello 3D con i Lego, a seguito di input forniti dal facilitatore LSP. I modelli 3D sono, poi, utilizzati come punti di partenza per la discussione in gruppo, la condivisione della conoscenza, il problem solving, il decision making, il team building. La LSP stimola competenze visive, uditive e cinestesiche, richiedendo ai partecipanti di apprendere e ascoltare, dando “voce” a tutti e, quindi, per il suo carattere universale e democratico, è una metodologia che si adatta a ogni cultura e formazione.

Lego Serious Play: giocare per imparare

In Italia, la metodologia LSP ha iniziato a diffondersi dagli anni 2000 in poi, facendosi spazio in diversi contesti organizzativi e coinvolgendo, come facilitatori, diverse figure professionali, tra cui psicologi e pedagogisti con adeguato brevetto e formazione, in quanto, seppur basata sul “gioco”, la tecnica restituisce potenti risultati, poiché si può

comprendere di più di una persona in un’ora di gioco di quanto si non possa fare in un’intera vita di conversazione (Platone).

7^ Conferenza Biennale dell’ESTD, Società Europea per lo Studio del Trauma e della Dissociazione – Roma, dal 24 al 26 Ottobre 2019

Dal 24 al 26 Ottobre si terrà a Roma, presso il Centro Congressi di Confindustria all’EUR, la 7^ Conferenza Biennale dell’ ESTD, la Società Europea per lo Studio del Trauma e della Dissociazione.

 

Dal 24 al 26 Ottobre si terrà a Roma, presso il Centro Congressi di Confindustria all’EUR, la 7^ Conferenza Biennale dell’ ESTD, la Società Europea per lo Studio del Trauma e della Dissociazione. L’evento ha un’importanza storica per i gruppi clinici e di ricerca attivi su questi temi in Italia, trattandosi della prima volta che il nostro paese lo ospita.

Negli ultimi anni in Italia è stata fondata AISTED, l’Associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione, di cui è socio fondatore e presidente il dr. Giovanni Tagliavini. Tale gruppo di ricercatori e terapeuti in questi due anni ha raccolto su tutto il territorio nazionale gli esperti del campo del trattamento dei disturbi post traumatici e dissociativi, senza distinzione di approccio terapeutico. Il prof. Gianni Liotti stesso aveva auspicato la costituzione di questo gruppo che coniuga la nostra cultura scientifica della materia e quella europea, essendo lui un punto di riferimento transnazionale nel campo del trattamento dei disturbi post traumatici e dissociativi.

Di fatto, mai momento storico fu favorevole quanto quello attuale per ospitare in Italia una Conferenza di ESTD, soprattutto quando il tema scelto promuove la discussione su quanto ad oggi sappiamo in tema di diagnosi e trattamento dei disturbi dissociativi e che obiettivi ci poniamo per il futuro immediato nel continuare a ricucire il lavoro clinico ‘mente e corpo’ orientato.

Nel Comitato Organizzatore sono presenti come co-chair il dr. G. Tagliavini e  come board member di ESTD la Dr.ssa Maria Paola Boldrini, noti tra gli esperti in questo campo d’applicazione clinica in Italia.

L’importanza dello sviluppo del gruppo italiano afferente ad AISTED ha fatto sì che l’associazione ritenesse opportuno proporre la traduzione simultanea in italiano degli interventi principali e di una specifica track all’interno del programma della conferenza, fatto decisamente storico per un’organizzazione europea. Il programma prevede tre giorni di intensi lavori: 5 workshops pre-congressuali, 6 keynote speakers, 10 sessioni in parallelo. Gli speakers principali saranno autorevoli esperti riconosciuti a livello mondiale, non solo noti nel campo del Trauma e della Dissociazione, presenteranno le loro esperienze, riflessioni e condivideranno la loro prospettiva futura: la prof.ssa Michela Marzano, autorevole filosofa e docente universitaria, ci introdurrà agli aspetti sociali della fragilità della condizione umana. La dr.ssa Kathy Steele presenterà le sue riflessioni sull’esperienza nel trattamento del Trauma e della Dissociazione. Il Prof. Benedetto Farina presenterà sugli Studi neurologici sul Trauma, la Disintegrazione e l’Attaccamento non organizzato. Il Dr. Martin Dorahy parlerá di DID – Dissociative Identity Disorder – memorie autobiografiche ed il senso del sé in diverse Identità Dissociative e il dr. Ellert Nijenhuis presenterà le sue attuali indicazioni per l’approccio al trattamento del Trauma  “Enactive Trauma Therapy: collegando mente-cervello, corpo ed il mondo”.

Maggiori informazioni sul programma e sulle modalità di partecipazione a questo link: www.estd2019.org

Vi aspettiamo a Roma!

Il Comitato Organizzatore ESTD Roma 2019

Cosa aspettarsi quando non ce lo si aspetta

L’ incertezza ha un impatto sui nostri processi di decision making, che ci permettono di stimare per ogni situazione l’ incertezza attesa (ovvero la variabilità relativa agli esiti di una decisione) e l’ incertezza inaspettata (cioè la variabilità relativa all’ambiente) al fine di rispondere velocemente ai cambiamenti dell’ambiente tramite la selezione del comportamento più efficace per la realizzazione dei nostri scopi.

 

Spesso l’esito di una nostra decisione è incerto e troppo di frequente siamo chiamati a prendere delle decisioni in situazioni inaspettate o delle quali non ci è dato sapere l’esito. Nella maggior parte dei casi questa tipologia di situazioni ci mette alla prova, ci regala una buona dose di frustrazione e ci costringe il più delle volte a dover sviluppare un certo grado di tolleranza.

Ci affidiamo alle abitudini, apprese e consolidate nel tempo, che ci rassicurano, a strategie di pensiero e comportamenti di controllo o evitamento per affrontare queste situazioni, o per meglio dire non affrontarle.

In termini evolutivi, il nostro cervello si è sviluppato per tentare di prevedere e anticipare quante più situazioni possibili sia appellandosi a esperienze passate, consolidate in memoria, e nei casi di novità o scarsa familiarità, sia provando per tentativi ed errori ad apprendere nuove modalità di comportamento o strategie decisionali per riuscire ad adattarsi e realizzare così i propri scopi.

Pertanto, a seguito di tali considerazioni, appare importante comprendere l’impatto che l’ incertezza ha sui nostri processi di decision making che ci permettono di stimare per ogni situazione, l’ incertezza attesa, ovvero la variabilità relativa agli esiti di una decisione, e l’ incertezza inaspettata, la variabilità relativa all’ambiente, al fine di aggiornare le nostre linee di condotta sul momento e rispondere velocemente ai cambiamenti dell’ambiente tramite la selezione del comportamento più efficace per la realizzazione dei nostri obiettivi o il raggiungimento dell’esito sperato e gratificante (Soltani & Izquierdo, 2019).

Incertezza attesa e incertezza inaspettata

La presa di decisioni e l’apprendimento all’interno di un contesto dinamico, perlopiù incontrollabile e incerto, richiede infatti un trade-off, ovvero un bilanciamento tra le nostre capacità di adattamento e un certo grado di precisione cioè la capacità di aggiornare continuamente le informazioni in nostro possesso in funzione dei feedback che ci provengono dall’esterno a seguito delle nostre azioni su quest’ultimo. La modalità migliore per realizzare tale equilibrio è tramite l’incremento del tasso di apprendimento a seguito di eventi inaspettati e la riduzione del tasso stesso quando questi eventi sono sufficientemente sotto controllo e stabili (Soltani & Izquierdo, 2019).

Nel dettaglio, gli studi contenuti nella Perspective recentemente pubblicata su Nature Review Neuroscience, di Soltani e Izquierdo, rispettivamente del dipartimento di Psicologia del Dartmouth College e dell’Università della California, si concentrano sulla definizione dell’ incertezza attesa e inaspettata e mostrano come sia possibile associare l’ incertezza attesa a quelle situazioni nelle quali si ha la probabilità di ricevere, o di non ricevere, una ricompensa attesa da uno stimolo o dalla messa in atto di un comportamento, e come questa debba essere stimata e valutata data la sua natura variabile o stocastica, anche quando la probabilità delle diverse ricompense rimane costate nel corso del tempo (Soltani & Izquierdo, 2019).

I contesti sperimentali di laboratorio utilizzati per lo studio di questa tipologia di incertezza si basano su modelli di apprendimento per errori nei quali l’aggiornamento complessivo del valore di uno stimolo o di un’azione dipende dal prodotto dell’errore di predizione, cioè dalla differenza tra il valore atteso di un’azione o stimolo – per ottenere l’esito desiderato – e l’outcome effettivo reale, determinando così la percentuale di quanto la persona è riuscito ad apprendere in quel contesto (Farashahi et al., 2017).

L’errore di predizione è indipendente dall’ambiente esterno e diventa centrale nei processi di apprendimento in quanto consente continui aggiornamenti dei valori attribuiti dal soggetto agli stimoli o alle azioni per raggiungere la ricompensa, contribuendo altresì alla computazione dell’ incertezza attesa (Preuschoff & Bossaerts, 2007).

Ciononostante, Preushoff e Bossaerts (2007) hanno suggerito che l’ incertezza attesa possa ridurre la percentuale di apprendimento per diminuire a sua volta l’impatto dell’errore di predizione quando i risultati dell’outcome sono piuttosto variabili; questa strategia si rivelerebbe particolarmente utile solo in contesti stabili dove la variabilità della ricompensa può essere stimata con più affidabilità, diversamente dai contesti più dinamici e imprevedibili.

L’ incertezza inaspettata è invece primariamente legata alla percezione soggettiva della persona circa i cambiamenti nella probabilità della ricompensa; questa definizione suggerisce che l’individuo avverte o percepisce drastici cambiamenti nell’ambiente, in un’ottica puramente soggettiva, come accadimenti “sorprendenti”, repentini nel tempo e inattesi rispetto ad un modello o piano previsionale fatto a priori da esso stesso, per guidare i suoi processi decisionali nonostante non vi sia stato alcun oggettivo cambiamento nell’ambiente.

Data questa definizione ne consegue che questa tipologia d’ incertezza può essere studiata soltanto attraverso l’analisi e l’indagine dei comportamenti della persona e che si debba fare riferimento al costrutto di volatilità o mutevolezza quando l’ incertezza è legata a cambiamenti reali che modificano la probabilità della ricompensa indipendentemente dal fatto che vengano percepiti o meno dalla persona (Soltani & Izquierdo, 2019).

Quali sono i meccanismi che ci consentono di regolare o “correggere” l’ incertezza tramite l’apprendimento?

Diversi modelli sono stati formulati per rispondere a tale domanda.

Il primo, di stampo bayesiano, assume che un osservatore ideale utilizzerebbe regole probabilistiche per stimare in modo ottimale il verificarsi di una ricompensa facendo ipotesi sul funzionamento e sulle caratteristiche dell’ambiente in modo tale da costruire un modello dello stesso per determinarne le regolarità e anticiparne le “sorprese” (Dayan, Kakade & Montague, 2000). Il modello dell’ambiente che si viene a costruire, viene continuamente aggiornato sulla base dei feedback provenienti da esso, in particolare sulla base di diversi parametri che potrebbero rappresentare alcune sue proprietà e caratteristiche, quali la probabilità della ricompensa, l’ampiezza della distribuzione dalla quale quest’ultima è tratta (vedi incertezza attesa) e la probabilità che uno o più di questi parametri possa cambiare nel corso del tempo (vedi incertezza inaspettata).

Tale modello tiene conto infatti dei differenti valori attribuiti sia alla probabilità di ricompensa che alla sua volatilità o mutevolezza dal momento che viene sviluppato per la selezione della scelta del comportamento da adottare, tramite processi di decision making, tenendo conto dei differenti valori attribuiti.

Tuttavia, a parere degli autori della Perspective (Soltani & Izquierdo, 2019), l’utilizzo dei modelli bayesiani per fare predizioni e apprendere in un ambiente particolarmente incerto non è appropriato nello spiegare la relazione che intercorre tra le due forme di incertezza in contesti naturali e risulterebbe di conseguenza complicato.

Per tale ragione, si preferisce ricorrere al cosiddetto “filtro di Kalman” che formalizza la relazione predittiva tra stimoli, azioni e outcome ma anche la variabilità e l’ incertezza di questa predizione, fornendo così una modalità più appropriata e adatta ai dati ricavati dai comportamenti (Dayan, Kakade & Montague, 2000).

L’apprendimento in condizioni di incertezza è stato recentemente spiegato anche alla luce di modelli meccanicistici, di cui un esempio è rappresentato dalla ricerca di Farashahi, Donahue, Solatani e colleghi (2017), che tentano di spiegare le computazioni fatte dal sistema alla luce dei network e dei circuiti neurali. In particolare, l’esempio di Farashahi e colleghi (2017) si baserebbe sull’ipotesi che il processo di meta plasticità neuronale, processo che consente l’aumento dell’efficacia sinaptica, sarebbe in grado di alterare la risposta ad eventi futuri ottimizzando l’interazione bidirezionale tra quei circuiti che codificano appropriatamente il valore dell’azione, dello stimolo e della volatilità nell’ambiente e quelli che monitorano l’ incertezza aumentando così l’adattabilità del sistema ai cambiamenti.

In conclusione

Sebbene l’interazione tra incertezza attesa e inaspettata sia stata discussa in modo sommario attraverso una disamina assai rapida dei due modelli attualmente proposti per la sua spiegazione, tuttavia diventa cruciale comprendere i meccanismi che, a partire da essa, consentono al sistema di imparare e prendere decisioni in modo efficace in condizioni di incertezza.

Le riflessioni e i dati sperimentali presentati nella Perspective di Soltani e Izquierdo (2019) suggeriscono che il cervello, per poter “gestire” situazioni d’ incertezza, debba raggiungere un equilibrio, da una parte riducendo l’apprendimento quando l’ incertezza attesa è alta e dall’altra incrementandolo gradualmente in proporzione all’ incertezza imprevista.

I modelli che tentano di spiegare quest’interazione infatti potrebbero fornire informazioni decisive soprattutto in favore del campo della psichiatria computazionale per la quale, alcune condizioni psicopatologiche, come le dipendenze o i disturbi d’ansia, sembrano essere associate a fallimenti nella generazione di modelli accurati per la previsione di ricompense nell’ambiente o all’incapacità di saperli utilizzare in modo flessibile per guidare e indirizzare il comportamento (Vaghi, De Martino, Robbins et al., 2017).

Psicologi a scuola, avvio della professione e affiancamento ai medici di base. Verso quale futuro? – Gli Psicologi in Quirinale in occasione dei 30 anni della legge 56

Nel pomeriggio di mercoledì 19 Giugno, il Presidente Sergio Mattarella ha ricevuto in Quirinale una delegazione del CNOP (Consiglio Regionale Ordine Psicologi), in occasione dei 30 anni dalla legge 56 che regolamenta la figura dello psicologo in Italia.

 

La delegazione accolta dal Presidente è composta dal Dott. Fulvio Giardina e dalla Dott.ssa Anna Maria Ancona, rispettivamente presidente e vicepresidente del CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi – NdR); dal Segretario del Consiglio, Dott. Alessandro De Carlo, e dal Dott. David Lazzari, tesoriere del CNOP nonché Presidente dell’Ordine Psicologi Umbria.

Dalla Legge 56 alla figura dello psicologo in Italia oggi

E’ il 1989 quando la figura dello psicologo viene regolamentata in Italia grazie all’introduzione della Legge 56, conosciuta anche come Legge Ossicini, dal nome di Adriano Ossicini,lo psichiatra, politico e partigiano che si è reso promotore in quegli anni dell’istituzione dell’Ordine degli Psicologi. Da allora cosa è cambiato e cosa ancora cambierà?

Sebbene il ruolo degli psicologi sia un ruolo di primaria importanza nella promozione e nella tutela della salute, i dati ci rimandano a una realtà professionale non pienamente soddisfacente. Uno dei temi affrontati dal CNOP durante l’incontro è stata la difficoltà, da parte degli psicologi, nel realizzarsi come professionisti: ad oggi, quasi il 40% degli iscritti riscontra numerosi disagi legati allo svolgimento della propria attività, a partire da un reddito spesso poco decoroso.

Eppure circa il 9% degli italiani ha vissuto 4 o più esperienze avverse nel corso della vita e, come ricorda Giardina, l’Italia è un Paese che ha bisogno di un supporto concreto da parte degli psicologi. Basti pensare al mondo scolastico e a come questo sia coinvolto in tante problematiche, non solo e non più strettamente connesse alla didattica: gli insegnanti spesso sono soli, i ragazzi e le famiglie pure. Il rapporto insegnante-famiglia-alunno deve essere supportato e lo stesso Giardina fa sapere come ci sia un impegno da parte del CNOP nel promuovere al meglio la professione dello psicologo.

Il Presidente Mattarella si è detto consapevole del fatto che, soprattutto nel contesto scolastico e nel mondo degli enti locali, dove è importante fare prevenzione, vi è ancora una grande assenza di psicologi e, nel corso dell’inconro, ha mostrato un notevole apprezzamento per l’opera di prevenzione psicologica nelle scuole.

La collaborazione tra psicologi e medici di base

Tuttavia qualcosa sta cambiando:

La nostra professione è transitata da poco sotto l’alveo del ministero della Salute e ieri il Parlamento ha ratificato il decreto Calabria nel quale per la prima volta compare la figura dello psicologo delle cure primarie – ha ricordato il presidente Fulvio Giardina.

Il 18 giugno infatti è accaduto qualcosa di importante per noi psicologi: il decreto Calabria è diventato Legge con 240 voti favorevoli e 76 contrari. La Legge commissiona in toto la sanità calabrese e prevede anche diverse norme di interesse nazionale per la sanità. In particolare, data la carenza dei medici di medicina generale, qualora il medico volesse ampliare il numero di assistiti, dovrà avvalersi della figura dell’infermiere e dello psicologo. Un passo avanti per la nostra professione ma anche per il concetto di cura, non più limitata al solo “guarire il corpo”.

Investire:

in una buona Psicologia permetterà di sviluppare il potenziale umano in tutti gli ambiti, altrimenti avremo un impoverimento. Una persona potrà anche avere un alto reddito – sottolinea David Lazzari – ma potrà essere ugualmente una persona infelice.

Sempre in occasione dei 30 anni dalla legge 56, è prevista per oggi a Roma, in Piazza di Spagna, una giornata di approfondimenti dedicati alla Psicologia e al ruolo degli Psicologi. Diversi rappresentanti politici tra i partecipanti e numerosi i contributi accademici, con le novità di carattere scientifico.

Un’occasione per far capire cosa vuol dire essere psicologi, cosa possono fare gli psicologi per le persone e anche per se stessi e per la propria identità professionale, con la speranza di una crescita sempre positiva, fino ai prossimi trent’anni e anche oltre!

Il disturbo bipolare – Introduzione alla Psicologia

Il disturbo bipolare si manifesta attraverso evidenti alterazioni dell’umore, caratterizzate dalla presenza di episodi maniacali e depressivi.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Il disturbo bipolare è una malattia mentale molto diffusa che colpisce circa 60 milioni di persone in tutto il mondo, secondo quanto riportato dall’organizzazione mondiale della sanità.

Si tratta, in sostanza, di un disturbo psichiatrico avente gravi implicazioni relazionali e sociali per coloro che ne sono colpiti. La prevalenza è circa 1%, similmente fra maschi e femmine.

Disturbo bipolare: tipologie

Il disturbo bipolare si divide in:

  • Tipo I, definito anche depressione maniacale. Il comportamento e l’umore della persona subiscono sbalzi repentini, adducendo alla perdita di controllo. Si presentano episodi maniacali e depressivi e in alcuni casi è necessaria l’ospedalizzazione.
  • Tipo II, è più comune e presenta sintomi ipomaniacali e depressivi. Questi segni sono più difficili da riconoscere e identificare come bipolarismo, sia dalla persona stessa che da chi la circonda.

Disturbo bipolare: neuroanatomia

Diverse ricerche hanno riscontrato che i neuroni dell’ippocampo delle persone affette da disturbo bipolare sono ipereccitabili e rispondono con una forte attivazione anche a stimoli che non provocano reazioni nei neuroni di soggetti sani. Tale scoperta ha permesso di capire i motivi per cui alcuni pazienti rispondono alla terapia con il litio, farmaco di riferimento per la cura di questo disturbo, e altri no. I neuroni di pazienti con disturbo bipolare, sono più sensibili agli stimoli delle cellule cerebrali delle altre persone e la mancata risposta di alcuni pazienti alla terapia con il litio è legata alla specificità di questi neuroni (Niu, 2017; Abé, 2016).

A livello neuroanatomico sono stati riscontrati dei cambiamenti funzionali a livello prefrontale correlati alla perdita di integrità di tratto di materia bianca, con relativa sindrome da disconnessione. I deficit cognitivi osservati in questi pazienti potrebbero quindi essere imputabili, almeno in parte, alla scarsa integrità della materia bianca prefrontale, la quale potrebbe causare interruzioni nelle connessioni cerebrali. La formazione e lo sviluppo di materia bianca ha inizio durante il periodo prenatale e continua fino all’inizio dell’età adulta; questo potrebbe far ipotizzare una presenza precedente di cambiamenti neuropatologici rispetto all’inizio della sintomatologia affettiva propria del disturbo (Rajkowska, 2002)

Inoltre, sono state evidenziate delle riduzioni significative a livello volumetrico in diverse regioni cerebrali. Si rilevano, dunque riduzioni nella densità e/o nelle dimensioni sia di neuroni che, di cellule gliali nella regione subgenuale della corteccia prefrontale mediale (riduzione del 41% nel numero di cellule gliali) e nella corteccia prefrontale dorsolaterale (riduzione della densità delle cellule gliali a livello lamino-specifico). Tali riduzioni pare siano derivabili da un alterato metabolismo del glucosio (Hanford, 2016).

Disturbo bipolare: gli ultimi studi di neuroimaging

Una nuova ricerca, eseguita attraverso l’utilizzo di tecniche di neuroimmaging, dimostra che le persone con disturbo bipolare presentano differenze nelle regioni del cervello che controllano l’inibizione e l’emozione (Whalley, et al., 2012).

Inoltre, sempre grazie alle neuroimaging, è stato possibile evidenziare delle alterazioni nella densità e nel numero dei neuroni nella corteccia prefrontale dorsolaterale a livello laminare nei tre sottostrati dello strato III e nei corpi neuronali negli strati II, III e V; nelle aree prefrontali e limbiche e nel Locus coeruleus livello bilaterale. Questi neuroni sono la principale fonte di norepinefrina del sistema nervoso centrale e alterazioni nelle proiezioni di norepinefrina a regioni neocorticali o sottocorticali limbiche potrebbero avere un ruolo nella fisiopatologia del disturbo bipolare (Doucet., 2017).

Disturbo bipolare: i neurotrasmettitori

Studi effettuati attraverso la tecnica delle staminali pluripotenti indotte (iPSC) hanno dimostrato che i neuroni di pazienti bipolari mostrano un’attività più elevata dei mitocondri, centrali energetiche delle cellule. Quindi, i neuroni dei pazienti bipolari mostrano una riduzione dell’eccitabilità dopo l’esposizione al litio, mentre coloro che sono resistenti al litio, continuano a essere ipereccitabili (Hibar, 2018).

Inoltre, la serotonina deve essere abbastanza presente per evitare il brusco e persistente calo dell’umore. Infatti una inibizione a carico della serotonina determinerebbe alterazione del tono dell’umore (Hibar, 2018).

La componente genetica del disturbo

Studi su gemelli e adozioni hanno fornito robuste evidenze circa la componente genetica del disturbo (McGuffin, et al., 2003) .

Occasionalmente, in alcune famiglie la suscettibilità per il disturbo bipolare è portata da un singolo gene, ma nella maggior parte dei casi esso deriva dall’interazione di più geni e da meccanismi complessi (Craddock & Jones, 1999). Sembra che sia una variazione del gene ANK3 a conferire il rischio per lo sviluppo di questa patologia, esso codifica per una proteina adattatrice trovata nel segmento iniziale dell’assone che regola l’assemblamento dei canali sodio voltaggio dipendenti.

Inoltre, anche il gene CACNA1C, che codifica per una subunità dei canali calcio voltaggio dipendenti, è associato a questo disturbo. L’espressione di entrambi è diminuita con la somministrazione di litio. Ciò potrebbe suggerire una concettualizzazione del disturbo bipolare come una patologia a livello dei canali ionici (Ferreira, et al., 2008; Sklar, et al., 2008). Il gene DGKH, importante per il passaggio da un lipide all’altro nell’ambito della segnalazione lipidica e anch’esso collegato al disturbo, sembra essere associato all’incapacità di disingaggiare (sopprimere) l’attività delle regioni del default-mode network, in particolare il giro frontale mediale sinistro, il precuneo sinistro e il giro paraippocampale destro (Whalley, et al., 2012).

Importanti sono anche i geni ODZ4, che codifica per proteine di membrana a passaggio singolo e NCAN, coinvolto nella migrazione ed adesione cellulare e nelle fasi maniacali del disturbo (ma non in quelle depressive). Il contributo poligenico per il disturbo è molto forte, mentre i singoli alleli possono avere un piccolo effetto. Diversi alleli, inoltre, portano una suscettibilità sia per il disturbo bipolare che per la schizofrenia, anche se in quest’ultima il loro ruolo è maggiore (Craddock, 2013).

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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