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Il trattamento dell’obesità impatta su autostima e immagine corporea?

L’obesità è una condizione medica caratterizzata dall’eccessivo accumularsi di grasso corporeo, con conseguenti effetti negativi sulla salute, tra cui la riduzione dell’aspettativa di vita. L’obesità rappresenta la principale causa di morte prevenibile in tutto il mondo.

 

L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) identifica l’obesità tramite l’indice di massa corporea (BMI), calcolabile dividendo il peso espresso in kg per il quadrato dell’altezza in metri. Ad esempio, prendiamo il caso di una persona alta 1,73 m che pesa 73 kg, per calcolare il suo BMI dovremmo fare 73 / (1.73)² = 24,39. L’indice ottenuto da questo calcolo si interpreta nel seguente modo:

  • < 19= sottopeso
  • 19 – 25= normopeso
  • 25 – 30=sovrappeso
  • + 30= obesità

Nei casi i n cui il BMI superi il punteggio di 40 kg/m², si ricorre alla chirurgia bariatrica. Numerosi studi hanno infatti dimostrato come questo approccio riduca in maniera significativa il rischio di mortalità nei pazienti che soffrono di obesità (Janicke et al, 2014).

Nel 1997, l’organizzazione mondiale della sanità ha categorizzato l’obesità come un’epidemia globale (Caballero, 2007). Inizialmente si pensava fosse un fenomeno che riguardasse solo i paesi ricchi e industrializzati, in realtà, a partire dal 2000, si notò che la condizione era in aumento in tutto il mondo, sia nelle nazioni industrializzate che in quelle in via di sviluppo (Constantine et al., 2008).

L’impatto di questa patologia, oltre che a livello fisico, è riscontrabile anche a livello psicologico, infatti individui in questa condizione risultano avere poca autostima e un’immagine corporea negativa. E’ inoltre dimostrato come queste due componenti psicologiche siano in grado di predire l’insorgenza di un disturbo alimentare e della depressione (Harriger & Thompson, 2012).

In letteratura, possiamo osservare la presenza di meta-analisi che dimostrano l’efficacia degli attuali trattamenti chirurgici nel ridurre il peso e migliorare la condizione cardiovascolare, tuttavia ci sono pochi studi che ricercano l’impatto di questi trattamenti sull’autostima e sull’immagine corporea dell’individuo; così come poche sono le ricerche in grado di dirci se intervenire precocemente, ovvero quando l’obesità si manifesta in tenera età, può avere un impatto positivo su autostima e immagine corporea dell’individuo.

Una meta-analisi condotta nel 2019, pubblicata su Pediatric obesity, si è proposta di verificare l’impatto dei trattamenti pediatrici per l’obesità a livello psicologico, in particolare prendendo in esame le due variabile sopra riportate (autostima e immagine corporea) (Gow et al., 2019).

Per condurre la meta-analisi sono stati presi in esame 49 studi clinici, per un totale di 10471 soggetti, i risultati mostrano che il trattamento pediatrico per l’obesità porta ad un incremento sia dell’autostima che dell’immagine corporea, che si mantiene nel tempo (verificata tramite dei follow-up), e che agisce in maniera significativa anche nella prevenzione delle ricadute (Gow et al., 2019).

I risultati di questo studio sottolineano l’importanza di agire tramite la psicoterapia su questi due fattori psicologici fortemente correlati con l’obesità. I ricercatori sottolineano l’importanza di trial clinici per la conferma di questi risultati, dato che, il suddetto studio è una meta-analisi condotta su studi sperimentali che non avevano l’obbiettivo di studiare l’impatto dell’autostima e dell’immagine corporea sull’obesità (Gow et al., 2019).

 

In-sanità mentale: mostra d’arte di A-CriticArt – Recensione della mostra

Dall’8 al 26 Febbraio in esposizione a Firenze presso la galleria La Fonderia la mostra di A-criticArt. Un viaggio tra arte e psicologia.

 

La storia dell’arte documenta come la creazione artistica sia da sempre stata uno strumento nelle mani dell’individuo, al fine di svolgere le più svariate funzioni. Originariamente è stata espressione del magico, della religione, della guerra, per evolversi poi in un’arte al servizio dell’uomo, delle emozioni e dei sentimenti. Ha sempre seguito l’individuo come un’ombra nella sua evoluzione. La figura umana, nello specifico, è sempre stata un soggetto affascinante per gli artisti di tutti i tempi ed ha trovato la massima espressione nel ritratto. Si definisce ritratto ogni rappresentazione di una persona secondo le sue reali fattezze e sembianze. Soprattutto quando l’artista sceglie di utilizzare uno stile iperrealistico. È anche vero che il ritratto non è mai stato semplice rappresentazione della fisionomia in quanto è sempre sottoposto allo sguardo interpretativo dell’artista sul soggetto. Aristotele diceva:

è obiettivo dell’arte rappresentare non l’aspetto esteriore delle cose, ma il loro significato interiore, per questo, non la figura esterna e il dettaglio costituiscono la vera realtà.

Questo concetto è espresso in modo esemplare nelle opere del giovane artista A-CriticArt, psicologo di formazione e artista autodidatta, che con la tecnica iperrealista ha realizzato volti che esprimono disturbi mentali, passioni e condizioni esistenziali.

L’8 febbraio 2020, presso la galleria La Fonderia, a Firenze, è stata inaugurata la sua mostra personale dal titolo In-sanità mentale. La suddetta è stata presentata da Ilaria Giannotti, alla presenza dell’artista. Fino al 26 Febbraio sarà possibile intraprendere un viaggio tra arte e psicologia attraverso 15 opere di A-CriticArt, realizzate su carta con tecnica mista.

In mostra tre serie:

Puzzle, una serie di ritratti effettuati su pezzi di puzzle disposti, composti, mancanti in modo da rappresentare le condizioni patologiche che affliggono la mente umana.

Cantautori, una serie di ritratti di cantautori italiani effettuata con un mosaico di testi delle loro canzoni.

Pixel, icone del passato riproposte in chiave moderna attraverso il disegno del più piccolo elemento che compone un’immagine digitale.

Altre due opere, non in serie, Punti di Vista e Prigioni, offrono interessanti spunti di riflessione fra realismo e introspezione.

 

Informazioni e contatti:

 

Le 13 emozioni suscitate dalla musica

13 emozioni, 13 sentimenti dominanti quando ascoltiamo una canzone, mappati dai neuroscienziati dell’Università di Berkley in California.

 

Obiettivo della ricerca

La ricerca dell’Università di Berkeley in California ha mappato le risposte emotive di oltre 2500 persone di età e cultura diversa (i soggetti partecipanti all’esperimento sono stati selezionati tra candidati americani e cinesi) all’ascolto di migliaia di canzoni dei generi più diversi: rock, folk, jazz, musica classica, commerciale, sperimentale, fino all’heavy metal. Il risultato è stato che l’esperienza soggettiva dell’ascolto può essere racchiusa in 13 emozioni: divertimento, gioia, erotismo, bellezza, rilassatezza, tristezza, fantasia, trionfo, ansia, paura, fastidi, ribellione, energia.

Obiettivo dello studio è stato quello di creare una “libreria delle emozioni” che racchiuda e combini i sentimenti associati ad ogni pezzo ascoltato, per registrarli in una sorta di mappa.

La ricerca documenta come, attraverso il linguaggio musicale, le emozioni siano universalmente percepite.

E’ emerso come tutte le persone che hanno preso parte all’esperimento si siano trovate d’accordo nell’identificare emozioni simili in corrispondenza di una stessa canzone. Ad esempio, i partecipanti tendevano ad associare sentimenti di sfida/provocazione quando ascoltavano heavy metal.

Qualche differenza si è notata, invece, rispetto al valore che è stato associato all’emozione percepita. Persone di diverse culture si sono trovate d’accordo sul fatto che, ad esempio, una canzone suscitasse rabbia, ma possono essere state in disaccordo sul fatto che questo sentimento abbia per loro una valenza positiva o negativa, che determini uno stato di benessere o di malessere, e sul suo livello di intensità. A determinare questa differenza è il fatto che all’emozione istintiva suscitata dall’ascolto sono subentrate influenze di tipo culturale.

Come si è svolta la ricerca

I partecipanti sono stati reclutati attraverso la piattaforma di crowdsourcing Amazon Mechanical Turk, un servizio attraverso il quale i ricercatori possono selezionare persone che si prestano, generalmente su base volontaria, allo sviluppo di un progetto permettendo agli stessi di coordinare intelligenze umane allo scopo di eseguire dei compiti richiesti. Ai partecipanti è stato chiesto di selezionare dei video musicali su YouTube che evocassero in loro diverse emozioni.

Il campione di ricerca è stato così suddiviso: 1591 soggetti americani e 1258 soggetti cinesi. I brani campionati sono stati 2168.

Un primo esperimento ha coinvolto un sottogruppo di 1841 partecipanti, americani e cinesi, chiamati a valutare 40 estratti musicali basati su 28 diverse categorie di emozioni e sul loro grado di intensità. Questo ha permesso ai ricercatori di ottenere una prima lunga lista di risposte emozionali che i diversi tipi di musica possono evocare, dalla quale sono poi state estratte le 13 categorie più scelte dagli utenti. Ciò ha permesso anche di verificare come partecipanti di diverse culture sperimentassero le stesse esperienze soggettive nell’ascolto degli stessi brani.

Per essere certi che i partecipanti dei diversi continenti provassero veramente gli stessi sentimenti, i ricercatori hanno condotto un “confermative experiment” per eliminare ogni possibile influenza culturale. L’esperimento consisteva nel far ascoltare ai partecipanti più di 300 brani eseguiti con strumenti tradizionali e suddivisi tra musiche tratte da western e da cultura cinese. Le risposte hanno confermato la ricerca, mostrando come in tutti i partecipanti, sia americani che cinesi, questi brani evocassero le stesse emozioni.

Interactive audio map

I risultati della ricerca sono stati tradotti in una mappa audio interattiva (consultabile cliccando qui), dove i visitatori possono verificare in prima persona le loro reazioni spostando il cursore tra migliaia di musiche campionate. Ogni lettera presente sulla mappa corrisponde ad una traccia emozionale e consente a ciascuno di mettere alla prova le conclusioni che sono state raggiunte, verificando se la propria risposta emozionale corrisponde a quella data dalle persone prese a campione per la ricerca.

Utilizzo della ricerca

I risultati di questa ricerca possono trovare un utilizzo pratico nel campo delle terapie psicologiche e psicoanalitiche, ad esempio per selezionare musiche idonee a suscitare determinate emozioni nei pazienti. Un utilizzo più ludico potrebbe essere indirizzato a piattaforme streaming che si avvarrebbero di questa ricerca per regolare gli algoritmi su cui si basa la creazione delle loro playlist, in modo da renderle sempre più rispondenti alle richieste degli utenti.

 

I Serious Games nella demenza: una rassegna della letteratura

La crescita esponenziale del tasso di demenza nella popolazione ha delle profonde implicazioni nei costi sociali ed economici di gestione della patologia. Si rivela dunque prioritario da parte della ricerca scientifica identificare nuovi scenari di prevenzione e di trattamento del progressivo deterioramento cognitivo.

Merve Ulku Kulaksiz – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Introduzione

I dati attuali sulla demenza sono sempre più allarmanti, si stima infatti che oggi nel mondo 50 milioni di persone siano affette da questa patologia. Tale cifra è drammaticamente destinata ad aumentare nei prossimi anni: nel 2030 saranno 82 milioni circa i malati di demenza arrivando a toccare i 152 milioni di persone nel 2050 (World Alzheimer Report 2018). Tra le varie forme di demenza il 60-80% dei casi diagnosticati si inseriscono nel quadro clinico della demenza di Alzheimer (AD) (Valladares-Rodriguez  et al., 2018). Esiste inoltre un’ampia letteratura di casi clinici, appartenenti ad uno stato intermedio a cavallo tra il normale invecchiamento e la demenza di Alzheimer, tale stadio è denominato Mild Cognitive Impairment (MCI), Compromissione Cognitiva Lieve (Zucchella et al., 2014).

Questa crescita esponenziale della popolazione con demenza ha delle profonde implicazioni nei costi sociali ed economici di gestione della patologia. Si rivela dunque prioritario da parte della ricerca scientifica identificare nuovi scenari di prevenzione e di trattamento del progressivo deterioramento cognitivo.

Recentemente è nato quindi, l’interesse per l’implementazione delle nuove Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT) per valutare e individuare i segni precoci del deterioramento cognitivo e funzionale del paziente sia con demenza di Alzheimer che nella fase di Mild Cognitive Impairment. Le ICT oltre ad essere importanti nella fase di assessment, hanno un ruolo chiave anche nel trattamento, nella stimolazione ed infine nella riabilitazione della demenza (Robert et al., 2014).

Negli ultimi anni, tra le nuove tecnologie implementate, sono nati i Serious Games (SGs): giochi digitali che possono essere utilizzati anche nell’ambito della salute. (Zucchella et al., 2014). Diversi studi in letteratura si stanno focalizzando sulla correlazione esistente e sulle modalità di utilizzo dei Serious Games negli anziani con deterioramento cognitivo (Muscio, Tiraboschi et al., 2015). I SGs nell’ambito delle patologie neurodegenerative come l’Alzheimer possono essere dei validi strumenti di supporto e miglioramento di molteplici domini cognitivi e infine potrebbero anche fornire soluzioni alternative di misurazione dello stato cognitivo (Manera et al. 2017).

Serious Games: origini e definizioni

L’ossimoro insito nel termine Serious Game (gioco-serio) ha origini antichissime. I primi ad utilizzare tale terminologia furono i filosofi neoplatonici i quali coniarono l’espressione latina “serio ludere” per identificare un connubio tra spensieratezza ed argomenti seri. Nell’ambito digitale invece sono stati citati per la prima volta nel 2002 a seguito di un’iniziativa guidata da David Rejeski e Ben Sawyer. Gli autori pubblicarono un libro bianco (white-paper) intitolato Serious game: improving Public Policy through Game-based Learning and Simulation; gli autori in questo libro indicavano come poter usufruire dell’industria del video-game per potenziare le organizzazioni pubbliche attraverso giochi basati sull’apprendimento e sulla simulazione (Ma et al, 2011).

I serious games nel corso degli anni sono stati applicati in vari ambiti: militare, educativo, marketing e salute. Attualmente i SGs sono intesi come delle applicazioni d’avanguardia computerizzate e interattive. Essi non hanno una finalità di intrattenimento bensì uno scopo pedagogico (Gorbanev et al., 2018).

Queste applicazioni digitali sono caratterizzate dai tipici elementi dei video-giochi come la creatività e l’interattività inseriti però su un piano educativo. (Manera et al. 2017). I giochi sono sviluppati con un range di vari livelli di difficoltà al fine di potenziare le capacità dei processi di problem solving e di apprendimento dei fruitori.

Bedwell et al., (2012) ha descritto le caratteristiche principali che un SGs deve possedere per essere considerato tale:

  1. linguaggio d’azione (il gioco offre alcuni metodi di comunicazione tra una persona e il gioco);
  2. assessment (tracciare il numero di risposte corrette);
  3. ostacoli e/o sfide;
  4. controllo e/o l’abilità da parte dei giocatori di modificare il gioco;
  5. tipologia di ambiente;
  6. gioco di finzione o storia;
  7. interazioni umane tra i giocatori;
  8. immersione nel gioco;
  9. ruoli ed obbiettivi del gioco forniti al giocatore.

La caratteristica tipica dei Serious Game è la presenza di ostacoli e obbiettivi a lungo termine che possano essere utilizzati nella contesto reale diversamente dai training classici.

Alla base della creazione dei SGs, come è possibile intuire, si rintracciano i costrutti tipici del Comportamentismo e del Cognitivismo (Gorbanev et al.,2018).

La stimolazione cognitiva tramite il gioco è un metodo per consentire il mantenimento di un cervello sano e per limitare il decadimento delle funzionalità cognitive necessarie allo svolgimento di attività giornaliere negli anziani con demenza (Tziraki et al., 2017). Infatti, la ricerca ha riscontrato come gli anziani (non solo i giovani) possano essere giocatori di Serious Games (Muscio et al., 2015). Esiste a tal proposito una forte evidenza empirica che ha messo in luce che i video-game e le attività online hanno effetti benefici sul funzionamento cognitivo degli anziani anche con demenza in diversi ambiti quali: tempi di reazione, memoria, span di attenzione, controllo delle funzioni cognitive ed incremento delle capacità di multitasking (Kyriazis, Kiourti, 2018). Gli anziani sono sempre più fruitori dei video-games rispetto alla scorsa decade (Robert et al., 2014).

Lo stato dell’arte dei Serious Games nell’ambito della Demenza

Attualmente la maggior parte dei Serious Games creati sperimentalmente sono finalizzati al miglioramento dell’accuratezza della fase diagnostica nella demenza di Alzheimer. In particolare, si stanno sviluppando dei SGs che possano essere implementati nella fase di screening in sostituzione ai classici test neuropsicologici carta-matita in quanto quest’ultimi: richiedono tempo, sono costosi e necessitano del coinvolgimento di molti professionisti. Inoltre, la ricerca si muove verso la creazione di strumenti di screening che possano essere anche auto-somministrati e completati in ospedale a casa (Tong et al., 2016). Le nuove tecnologie consentono quindi di sviluppare strumenti di misurazione di più semplice utilizzo e che possano ridurre anche i tempi di processamento dei dati fornendo condizioni di test controllate (Zucchella et al. 2014).  La strumentazione odierna in ambito geriatrico utilizza misurazioni standardizzate per valutare lo stato cognitivo e individuare il deterioramento cognitivo, tra queste le più comuni sono:

  1. Il Mini-Mental State Examination (MMSE): un test che fornisce una valutazione del funzionamento cognitivo globale.
  2. Il Montreal Cognitive Assessment (MoCA): un test utilizzato per rintracciare la compromissione cognitiva tipica dello stato di MCI e monitorare lo stato delle funzioni esecutive (Zucchella et al, 2014).

Il limite principale sottostante a questi test è che sono poco interattivi ed inoltre possono essere somministrati esclusivamente da professionisti clinici della salute (Tong et al., 2016). I Serious Games consentono di superare queste debolezze descritte nella metodologia attuale di assessment della demenza.

Alcuni progetti pilota di Serious Games nella Demenza

Dalla revisione della letteratura effettuata diversi sono i progetti pilota che coinvolgono l’utilizzo dei Serious Games nella demenza. La maggior parte di essi sono finalizzati alla discriminazione tra pazienti con demenza di Alzheimer, pazienti nello stadio di Mild Cognitive Impairment e soggetti sani. Inoltre un altro elemento in comune è l’utilizzo di giochi basati su scenari virtuali quotidiani al fine di preservare le capacità di riserva cognitiva dell’anziano e ritardare quindi l’ospedalizzazione e l’aggravarsi della sintomatologia. Di seguito sono mostrati alcuni dei progetti visionati.

  • The Smart Aging Platform

Questo Serious Games è stato sviluppato da un team di esperti multidisciplinare. La piattaforma è stata testata su 50 soggetti in uno range di età che va dai 24 ai 78 anni di età. Per poter progettare e sviluppare i diversi compiti previsti dal gioco, gli esperti hanno selezionato una batteria dei test convenzionali, utilizzati nell’ambito della demenza: il  Mini-Mental State Examination (MMSE), il Montreal Cognitive Assestment (MoCA), il Free and Cued Selective Reminding Test (valutazione della memoria episodica), il Trial Making Test parte A e B (TMTA e TMTB) (valutazione dell’attenzione divisa), il Wisconsin Card Sorting Test (WCST) (valutazione del problem solving, della pianificazione e della flessibilità cognitiva e la fluenza fonologica e semantica). In questa piattaforma i soggetti si sono interfacciati alla realtà virtuale tramite un computer dotato di monitor touch screen, in quanto di più facile utilizzo per le persone anziane. I soggetti hanno navigato in prima persona, non utilizzando avatar. Il gioco implementato è uno scenario virtuale tipico di un appartamento con le sue stanze, quali una cucina, una camera, una zona living ed un bagno. L’ambiente virtuale è stato equipaggiato da diversi elementi: fissi che non consentono alcuna interazione (pavimento, finestre, elementi decorativi, tappeti); fissi che possono essere utilizzati superficialmente in alcuni spostamenti (letto, tavolo, cucina); elementi come porte che possono essere chiuse o aperte ecc..; elementi mobili come vestiti, libri, cibi. Ai soggetti coinvolti è stato richiesto di effettuare performance di simulazione di attività di vita quotidiana.  Attraverso i diversi task è stato possibile valutare le funzioni esecutive, l’attenzione, la memoria e l’orientamento visuospaziale. Ogni compito ha previsto delle istruzioni scritte facilitanti che descrivono al soggetto cosa è richiesto fare. Successivamente dopo l’inizio del primo compito i soggetti hanno occasione di familiarizzare per 10 minuti con l’ambiente virtuale interagendo con i vari oggetti. Mentre i partecipanti sperimentano l’ambiente virtuale ed eseguono i vari compiti, la piattaforma registra diverse misure: posizioni, tempi e azioni. Per ogni compito esiste un indice di valutazione della performance. Diversi sono i parametri che sono stati associati ai vari compiti: numero di azioni corrette, numero di errori, numero di false ricognizioni, numero di omissioni, il tempo necessario per concludere l’esercizio e le distanze ricoperte. Smart Aging Platform potrebbe essere uno strumento per individuare il precoce declino cognitivo offrendo vantaggi, sia per lo screening della fase di MCI, sia per individuare i diversi sottotipi che lo caratterizzano. Si rivela infine utile per incrementare la validità ecologica dell’assessment (Zucchella et al, 2014).

  • Kitchen and Cooking

Questo Serious Game nasce dalla collaborazione di clinici e game designers all’interno del progetto pilota EUROPEAN FP7 di VERVE (Vanquishing fear and aphaty through E-inclusion). Una recente indagine ha dimostrato che il cibo è l’argomento che stimola maggiormente le persone anziane che vivono in ambiente istituzionalizzati. In questo gioco viene simulato l’atto del cucinare al fine di stimolare e valutare le abilità esecutive e pratiche dell’anziano. Questo studio sperimentale ha coinvolto un campione di 9 pazienti con MCI e 12 pazienti con Alzheimer. I pazienti sono stati reclutati tramite l’unità di ricerca Nice Research Memory Center and CoBTeK (CMRR). Il progetto ha avuto la durata di un mese durante questo periodo è stato effettuato sia un assessment clinico e neuropsicologico che la formazione dei partecipanti i quali sono stati messi nella condizione di giocare liberamente con un tablet a casa. La fase di formazione ha previsto 5 incontri con un clinico addestratore il quale ha somministrato loro dei questionari self-report nei quali è stato richiesto di valutare l’esperienza complessiva del gioco attraverso misure quali: 1) accettabilità, 2) motivazione, 3) emozioni correlate. Il gioco prevedeva di cucinare quattro tipologie di piatti: pizza, torta di yogurt, pollo in salsa di panna, involti di salmone. L’esecuzione dei vari compiti ha consentito agli autori di avere una misura e una stimolazione cognitiva su molteplici aspetti: l’attività gnosica (attraverso un compito di selezione dei corretti ingredienti dal frigorifero e dagli armadi); l’attenzione sostenuta (la ricerca degli alimenti necessari implica il riconoscimento oggettuale); le funzioni esecutive (attraverso l’uso della pianificazione dei compiti); le abilità motorie (attraverso attività pratiche). Nel gioco il numero di oggetti da riconoscere è stato vario circa da 7-8 elementi, il numero dei compiti pratici anche è stato variabile da 7 a 13. Il gioco ha consentito di monitorare il tempo trascorso, il numero totale di scenari giocati ed infine il numero di errori commessi. Lo studio effettuato ha dimostrato che questo Serious Games ha degli effetti benefici soprattuto nei soggetti con apatia, un tipico sintomo presente nella demenza di Alzheimer in quanto ha consentito un potenziamento del livello di motivazione, stimolando con i vari esercizi l’interesse dei soggetti partecipi (Manera et al. 2015).

  • Episodix

E’ uno dei più recenti Serious Games rintracciati in letteratura (Valladares-Rodriguez et al., 2018). Si tratta di un SGs per il quale attualmente è stata esaminata esclusivamente la validità psicometrica. Episodix ha le potenzialità per valutare la memoria episodica, una sorta di digitalizzazione del California Verbal Learning Test (CVLT). Questo gioco è funzionale alla discriminazione di individui sani ed individui con deterioramento cognitivo lieve. Questo studio ha coinvolto un campione misto di 74 anziani reclutati da diversi ambiti (casa di riposo in Galizia, associazioni di pazienti di Alzheimer quali (AFAMO) e (AFAGA). L’assessment tramite Episodix ha previsto tre diverse fasi consecutive di un gioco che ha coinvolto gli anziani nella loro routine giornaliera. Nella prima fase l’obbiettivo consisteva nel valutare la memoria a breve termine, la memoria semantica ed infine la memoria procedurale. Successivamente i ricercatori hanno valutato la memoria a lungo a termine e le capacità di ricognizione. Episodix è stato installato su un tablet Samsung galaxy note pro (SM-p900) touch screen per facilitare l’utilizzo. Inoltre come altri elementi facilitanti, Episodix ha offerto un supporto multilingue audio e testuale per migliorare la comprensione dei vari giochi da svolgere. Tale SGs secondo quanto riscontrato dagli autori potrebbe essere un valido strumento per predire il decadimento cognitivo dei partecipanti.

Conclusioni e limiti

Nonostante l’interesse sempre più ampio nella creazione di Serious Games tarati sulla popolazione anziana con deterioramento cognitivo, attualmente sono ancora limitati gli studi rigorosi di efficacia.(Robert et al. 2014). La letteratura ha evidenziato alcuni problemi metodologici tra questi: pochi studi controllati randomizzati e mancanza di procedure standardizzate. Le ricerche future necessitano di muoversi verso il superamento di tali limiti metodologici per poter garantire la creazione di SGs che possano fungere come dispositivi di prevenzione secondaria nella demenza (Muscio et al. 2015). In accordo con le raccomandazioni nell’utilizzo dei SGs nelle malattie neurodegenerative riportate da Robert et al. (2014) i SGs sono di facile utilizzo dopo una prima fase di familiarità (Zucchella et al. 2014). Infine numerosi sono i vantaggi tra questi: il poter essere adoperati in diversi contesti (casa, case di riposo) l’addestramento da diverse figure (terapisti, caregiver) e la loro frequenza variabile (una volta a settimana e/o tutti i giorni).

Dalla revisione della letteratura qui effettuata emerge che queste innovative applicazioni digitali possono rappresentare una rivoluzione nella metodologia di screening cognitivo all’interno del setting clinico della demenza. La loro implementazione potrebbe garantire una fase di assessment più frequente, economica nonché più piacevole per l’anziano. Una valutazione dello stato cognitivo all’interno del quale l’anziano possa essere attivo e continuamente supportato sia dalla sua rete che dai professionisti della salute (Tong et al. 2016). Pochi sono gli studi che hanno analizzato gli effetti diretti della realtà virtuale nelle attività quotidiane in pazienti di Alzheimer (Vallejo et al. 2016). Secondo quanto riportato da Tzirali et al. 2017, la ricerca futura dovrà orientarsi anche verso la creazione di un manuale di formazione per professionisti e caregiver volto all’utilizzo dei SGs affinché possano essere sempre più applicabili. Obbiettivo insito nelle prossime sperimentazioni sarà quello di favorire negli anziani in fase di demenza moderata e avanzata un incremento nel senso di self-efficacy e quindi una promozione del benessere psicologico, cognitivo e fisico preservando il più possibile le abilità residue.

 

Fare TFC. Guida pratica per i professionisti alla terapia focalizzata sulla compassione (2019) di Russell L. Kolts – Recensione del libro

All’interno del testo, la cui edizione italiana è stata curata da Giovanni Zucchi, Russell Kolts ha avuto la capacità di spiegare in modo semplice e al contempo con rigore scientifico, le basi teoriche e applicative della Terapia Focalizzata sulla Compassione (TFC).

 

Russell Kolts, psicologo e professore di Psicologia alla Easter Washington University, oltre ad avere scritto articoli scientifici e libri in tema di TFC, è stato tra i primi pionieri dell’applicazione della TCF al trattamento della rabbia. Questo testo, come recita il titolo originale, vanta la capacità di spiegare in modo semplice, ma al contempo completo, cosa sia la TFC, offrendo spunti anche di ordine pratico. Come sappiamo la TFC si inserisce all’interno del panorama della Terapia Cognitivo Comportamentale di Terza Generazione (3G) e paradigmi e contributi teorici vengono dettagliatamente spiegati all’interno dei primi capitoli.

Partendo dal significato attribuito al termine di compassione, intesa come la capacità di riconoscere la sofferenza in se stessi e negli altri e al contempo l’essere spinti dal desiderio di fare qualcosa per alleviare tale sofferenza, tra i vari capitoli e grazie anche a ritagli di dialoghi clinici, l’autore offre un’idea di come si interviene e lavora con il paziente. Ciò che R. Kolts sembra volere mettere in luce è come non si tratti di un approccio nuovo, ma di un nuovo modo di approcciarsi al paziente, alla sua sofferenza. Le tecniche terapeutiche di tradizione Cognitivo Comportamentale, infatti, vengono utilizzati in un contesto di colore, non giudizio e fiducia che consente al paziente di fidarsi ed affidarsi al terapeuta.

Molto interessante è anche la spiegazione e distinzione che l’autore offre circa il cervello antico, sede delle nostre emozioni primarie, e il cervello nuovo, sede dei processi cognitivi superiori. Tale distinzione, spiega l’autore, viene anche fornita al paziente il quale può cominciare a sviluppare una visione nuova circa il proprio sentire, il proprio vissuto emotivo e capire anche come sentimenti quali vergogna, autocritica, rabbia, colpa abbiano una propria funzione per l’essere umano e che, dunque, di certe reazioni a volte non abbiamo colpa (ad esempio se ci sentiamo minacciati, possiamo tendere a fuggire, a chiuderci per difesa; se ci sentiamo attaccati, invece, potremmo essere più propensi a controattaccare; …). Tale spiegazione, però, non esonera dal concetto di responsabilità. La TFC, aiuta infatti il paziente a prendere consapevolezza degli effetti disfunzionali di certe reazioni emotive, stili di pensiero e comportamenti, riflettere su come si vorrebbe essere o come si vorrebbe sentire, quale obiettivo si vorrebbe raggiungere e cercare di capire come e cosa fare per intervenire in maniera più costruttiva all’interno del proprio processo di cambiamento.

La TFC aiuterebbe dunque il paziente a sviluppare un sé compassionevole. Anche in questo caso l’autore sottolinea come la TFC non andrebbe fraintesa con l’acquisizione una serie di tecniche da parte del paziente, ma concepita come lo sviluppo una serie di abilità che nascono da un’unione di forze, come la gentilezza, la perseveranza, il calore, la determinazione, la saggezza, in grado di creare una mentalità più aperta, flessibile e capace di affrontare e risolvere problemi, senza rimanerci intrappolati dentro.

L’autore all’interno del testo ci propone la seguente stratificazione per comprendere le fasi di tale approccio:

  1. Relazione terapeutica (se il paziente si sente sicuro, infatti, aumenta la possibilità che lo stesso esplori e affronti le sue emozioni ed esperienze difficili e dolorose.);
  2. Comprensione e compassionevole;
  3. Consapevolezza attenta;
  4. Pratiche compassionevoli.

Il testo approfondisce e spiega ognuno dei vari punti, citando anche gli esercizi di respirazione, mindfulness e tecniche di immaginazione, sviluppati ed utilizzati all’interno dei protocolli di intervento basati sulla TFC.

Ma come aiutare il paziente a sviluppare la compassione verso se stessi?

Dal capitolo ottavo in poi l’autore entra nel vivo delle pratiche, tecniche ed esercizi derivanti dalla terapia cognitivo comportamentale, volte a sviluppare quell’atteggiamento e quelle abilità (calore, accettazione, flessibilità, coraggio) più funzionali alla risoluzione dei propri problemi, favorendo maggiore benessere per se stessi e con gli altri. Attraverso esercizi esperienziali, previsti dai protocolli di intervento nella TFC, molti dei quali elaborati da Paul Gilbert, l’autore spiega come sia possibile far sperimentare qualcosa di nuovo, di diverso, assaporarne i vantaggi al fine di sviluppare un sé compassionevole che aiuti a gestire meglio l’autocritica, la colpa, la rabbia, la vergogna, reazioni emotive che spesso sono presenti nei pazienti che si incontrano in studio. L’obiettivo di un intervento basato sulla TFC, sottolinea R. Kolts, non sarà eliminare la sofferenza, ma insegnare uno stile di vita, una mentalità più flessibile che si approccia alla sofferenza con coraggio, sicurezza e maggiore capacità di gestirla.

Allacciandomi a quando appena espresso, mi piace concludere la presente recensione con un passo presente all’inizio del testo, di Kahlil Gibran tratto da Il Profeta:

E una donna parlò, dicendo: “Parlaci del Dolore”.
E lui disse: Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
E se riuscite a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
accogliereste le stagioni del vostro cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
E guardereste attraverso gli inverni del vostro dolore con serenità.

 

Differenze di genere nell’associazione tra vittimizzazione, depressione e comportamenti sessuali a rischio in un campione di studenti liceali

Lo studio di Kim e collaboratori (2019) si è posto l’obiettivo di indagare, tramite un campione di studenti liceali sessualmente attivi, il ruolo di mediazione della depressione su quattro tipi di vittimizzazione (bullismo scolastico, cyber bullismo e violenza fisica e sessuale di potenziali partner) e comportamenti sessuali a rischio.

 

Uno studio di Kann e colleghi (2014), che prendeva in esame i comportamenti sessuali a rischio dei giovani, ha sottolineato che negli Stati Uniti circa un terzo degli studenti liceali riferiva di aver avuto rapporti sessuali negli ultimi 3 mesi e, di questi, il 43% senza preservativo, il 21% sotto l’effetto di droghe o alcolici e il 14% senza alcun tipo di contraccettivo. Questo genere di comportamenti sessuali, possono aumentare il rischio di sviluppare malattie sessualmente trasmissibili (STDs) e di andare in contro a gravidanze indesiderate.

Alcuni studi hanno messo in luce possibili correlazioni tra la vittimizzazione tra pari, la depressione e comportamenti sessuali a rischio tra i giovani liceali. Per ‘vittimizzazione tra pari’ (in inglese peer victimization), si fa riferimento a tutti quei comportamenti aggressivi che un individuo subisce a opera dei propri pari, che possono essere compagni di classe, membri del gruppo di amici, vicini di casa coetanei e così via (Eaton et al., 2007). Gli studenti del liceo, sia maschi che femmine, vittime di bullismo, hanno più probabilità rispetto agli altri di assumere condotte sessuali rischiose (Hertz et al., 2015). Numerosi studi hanno anche dimostrato la correlazione tra essere vittima di bullismo e lo sviluppo di sintomi depressivi già in giovane età (es. Klomek et al., 2013).

Nonostante l’ampio corpo di ricerche presenti sull’associazione tra vittimizzazione, depressione e comportamenti sessuali a rischio, vi sono ancora parecchi dati che non sono stati presi in considerazione come, per esempio, le modalità in cui i diversi tipi di vittimizzazione (cyber bullismo, molestie sessuali, ecc.) causino depressione; oppure, come i sintomi depressivi svolgano il ruolo di mediatori tra vittimizzazione e comportamenti sessuali a rischio.

Il presente studio (Kim et al., 2019) si è posto l’obiettivo di indagare, tramite un campione di 15,624 studenti liceali sessualmente attivi reclutati in 180 scuole, il ruolo di mediazione della depressione su quattro tipi di vittimizzazione (bullismo scolastico, cyber bullismo, violenza fisica e violenza sessuale di potenziali partner) e comportamenti sessuali a rischio.

Sono state utilizzate misure self-report per indagare i comportamenti sessuali (utilizzo del preservativo, utilizzo di droghe o alcolici, numero di partner sessuali, ecc.), i differenti tipi di vittimizzazione (bullismo via social network, e-mail, violenza fisica, molestie o violenza sessuale, ecc.) e i sintomi depressivi (es. negli scorsi 12 mesi, ti sei mai sentito così triste o senza speranza tutti i giorni per almeno 2 settimane tanto da interrompere le tue attività quotidiane?).

I risultati dello studio hanno sottolineato che tutte e quattro le variabili di vittimizzazione prese in considerazione hanno predetto positivamente i sintomi depressivi in entrambi i generi. I comportamenti sessuali a rischio erano correlati positivamente con l’aver subito violenza fisica o sessuale da potenziali partner, così come l’aver subito del cyber bullismo prevedeva il mettere in atto tali comportamenti, ma solo per i maschi. I sintomi depressivi si sono dimostrati mediatori di quest’ultima relazione (cyber bullismo e comportamenti sessuali a rischio).

In conclusione, questi risultati mostrano che vi è la possibilità che i maschi adolescenti vittime di bullismo siano più vulnerabili rispetto alle femmine che hanno subito lo stesso tipo di vittimizzazione (Kim et al., 2019).

Nella terapia di coppia è utile partire dai sistemi di attaccamento dei partner per arrivare a intervenire sulla loro disconnessione emotiva

È importante per chi si occupa di terapia di coppia resistere alla tentazione di capire cosa sia realmente accaduto in quello specifico episodio, di stabilire chi dei due stia sbagliando o mentendo. Solo così il terapeuta potrà fare un passo più in là e accorgersi di come il vero problema stia altrove: nella disconnessione emotiva che si è creata tra i partner.

 

Il problema:

Lei: è un egoista incurabile, sta tutto il giorno a farsi gli affari suoi senza pensare ad altro
Lui: qualsiasi cosa io faccia non le sta mai bene, ha sempre qualcosa da ridire

Le richieste:

Lei: glielo spieghi che non è il centro del mondo, che esistono anche gli altri
Lui: glielo dica che si attacca a fesserie e che in fondo non le manca nulla per stare bene

La soluzione:

‘Dovremmo imparare a coltivare la giusta distanza, a stabilire un confine preciso tra i nostri spazi individuali e quelli comuni’
‘E’ importante accordarci su come dividerci responsabilità e incombenze in un modo che sia equo e non sempre a mio svantaggio’

Sono queste grosso modo le battute iniziali di una coppia che arriva in terapia. Questi i problemi che i partner portano alla mia attenzione, le lamentele che reciprocamente si rivolgono, le richieste che mi fanno, il modo in cui si spiegano il problema e le soluzioni che individuano. Dalle loro parole emerge con forza la necessità di identificare il vero colpevole di tutta quella sofferenza all’interno della relazione e di ricevere una lista dettagliata delle cose da fare e da dire per tornare a funzionare come coppia. In uno scenario che somiglia più a un’aula di tribunale che a una stanza di terapia, fatto di attacchi e contrattacchi, di silenzi e ritirate, di accuse e autoaccuse, è grande il pericolo, per i partner e per il terapeuta, di rimanere impantanati all’interno di un sistema competitivo. Più precisamente per i partner il rischio è quello di alimentare le stesse interazioni negative che li hanno portati ad allontanarsi sempre più l’uno dall’altro e di continuare a sperimentare sentimenti di incomprensione e risentimento. Per il terapeuta invece è quello di formulare il problema in termini di ‘lotta di potere’, limitando di conseguenza l’intervento alla promozione della cooperazione. In tal caso il terapeuta si impegnerà a fornire competenze per comunicare e negoziare meglio ma, così facendo, manterrà una visione performativa delle relazioni d’amore. I partner in seduta potranno imparare a parlarsi con più calma, a essere assertivi piuttosto che aggressivi o passivi, a fare ‘concessioni’ per andare incontro alle esigenze dell’altro. Potranno persino riuscire a fare tutto ciò al di fuori della stanza di terapia. Ma, alla fine dei conti, quello che nel migliore dei casi verrà a sostanziarsi sarà un compromesso in cui nessuno dei due si sentirà realmente soddisfatto e intimamente compreso. Un compromesso che rischierà di essere spazzato via alla successiva tempesta emotiva, nel momento in cui essi torneranno a sentirsi fragili, vulnerabili e dunque più bisognosi di armamenti e barricate.

È dunque importante per il terapeuta che lavora con le coppie resistere alla tentazione di capire cosa sia realmente accaduto in quello specifico episodio, di stabilire chi dei due stia sbagliando o mentendo, di riparare la rottura fornendo indicazioni su come gestire meglio le conflittualità. È solo astenendosi da tutto ciò che il terapeuta potrà fare un passo più in là e accorgersi di come il vero problema stia altrove: nella disconnessione emotiva che si è creata tra i partner (Johnson, 2004, 2008). La formulazione del problema e l’impostazione dell’intervento andranno allora a collocarsi all’interno del sistema di attaccamento, quello che più di ogni altro sistema interpersonale influenza la qualità delle relazioni d’amore e incide sul nostro benessere emotivo (Eisemberger, 2004; Coan, 2006). Un dispositivo, quello dell’attaccamento, che funziona allo stesso modo per uomini e donne e che necessita di interazioni intime e responsive piuttosto che corrette, efficaci e competenti (Gottman,1999). Il distacco emotivo, reale o percepito, del partner mette a dura prova il nostro senso di sicurezza e fa scattare nell’amigdala un segnale di allarme, quello che LeDoux (2003) definisce Paura Centrale, capace di determinare le nostre azioni in modo totalmente automatico e al di fuori del controllo della razionalità. In questo scenario, comportamenti esigenti e appiccicosi, o al contrario rivendicativi e aggressivi, assumono il valore di segnali di protesta più che di sottomissione o dominanza. Al contempo la distanza e il ritiro non rispondono tanto all’intenzione di ferire o invalidare l’altro, quanto piuttosto risultano essere tentativi di autoprotezione dalla sofferenza e dal senso di impotenza. Ovviamente la messa in atto dell’una o dell’altra strategia dipende dagli schemi interpersonali dei partner formatisi nel corso delle loro storie di attaccamento (Dimaggio et al., 2013; Dimaggio et al., 2019). Nel primo caso, ad esempio, la figura di attaccamento è vissuta come inaffidabile e trascurante, nel secondo invece come severa, umiliante e critica. In entrambi i casi però i desideri sottostanti sono gli stessi: ricevere accudimento e protezione, sentirsi compresi, amati e apprezzati per ciò che semplicemente si è. Tutti desideri che afferiscono a quel meccanismo di sopravvivenza innato che necessita di poter fare riferimento a una figura di attaccamento emotivamente accessibile (Bowlby, 1999-2000).

Il processo terapeutico richiede dunque che i partner entrino in contatto con i bisogni di attaccamento celati dietro proteste e silenzi dando voce a quelle parti di sé rinnegate. Affinché tutto ciò abbia un potere trasformativo, è al contempo necessario che tali bisogni e tali parti del Sé vengano integrati in interazioni relazionali capaci di favorire la connessione emotiva. È importante dunque che tutto ciò sia frutto di un processo che si svolga nel qui e ora dell’interazione, che presti attenzione all’emergere di emozioni inespresse e che utilizzi queste ultime come chiave per favorire l’insight. È noto infatti come la semplice consapevolezza dei propri e degli altrui meccanismi interni sia di per sé insufficiente a promuovere il cambiamento, se non accompagnata da un’esperienza emozionale correttiva. È questo quindi il nucleo centrale del lavoro con le coppie: mettere i partner nella condizione di individuare i propri bisogni di attaccamento, di esprimerli all’interno di quello stesso sistema e secondo quello specifico linguaggio capace di tradurre un ‘sei un egoista che pensa solo ai fatti suoi’ in ‘ho bisogno di sentire che ci sei per me’. Un passaggio fondamentale e anche molto difficile, il più gravoso per i partner cui è richiesto di ‘farsi vedere’ in una posizione di estrema vulnerabilità. Ma è solo parlando il linguaggio dell’attaccamento che essi possono risintonizzarsi emotivamente e, come naturale conseguenza, riuscire a negoziare le loro conflittualità con competenza (Johnson, 2004, 2008); possono sentirsi più sicuri, autonomi, rispettosi degli spazi dell’altro, propensi a esplorare nuove informazioni da integrare nei modelli di sé, dell’altro e del mondo (Mikulincer,1995), e a riflettere su di sé e sui propri stati mentali (Fonagy e Target, 1997). Tali esperienze emotive, oltre a dare vita a nuovi modelli di interazione e ad arricchire le rappresentazioni sé/altro di ulteriori significati e sfumature, facilitano l’emergere e il consolidarsi di parti sane del Sé (Dimaggio et al., 2013; Dimaggio et al., 2019). In un processo che è insieme intra e interpersonale, il compito del terapeuta si esplica a diversi livelli: consentire ai partner di identificare i cicli negativi in cui sono imprigionati, di leggere i loro comportamenti come reazioni a un bisogno di attaccamento frustrato, di rintracciare nelle strategie relazionali che sono soliti utilizzare modalità di coping disfunzionale che hanno origine nelle loro storie di vita, di creare un ambiente sicuro e validante in cui possano sentire che i loro bisogni di dipendenza sono sani, legittimi e non pericolosi, di guidarli verso esperienze emozionali correttive nelle quali quegli stessi bisogni possono trovare una adeguata risposta. Inoltre la modifica del contesto emozionale dove i partner si muovono ha ricadute sul modo in cui essi, come individui e non solo come coppia, organizzano la loro esperienza. Un lavoro quindi che vede sostanziarsi l’alleanza tra il terapeuta e la coppia nella sua globalità e che si rivolge, in clima pienamente collaborativo, a riconoscere, a elaborare e scardinare i cicli disfunzionali che governano le interazioni secondo una logica circolare e a esplorare nuovi territori relazionali e personali.

Diversamente da come la nostra cultura ci insegna e da come i pazienti spaventati che ci troviamo di fronte vorrebbero che fosse, il lavoro terapeutico con le coppie mette al centro del discorso il bisogno irrinunciabile di avere accanto una persona su cui poter pienamente contare e da cui sentirsi apprezzati. Non mira a realizzare una immaginaria autosufficienza, ma a trasformare una dipendenza inefficace in una dipendenza efficace, capace cioè di generare autonomia e autostima (Bretherton e Munholland, 1999). Chiedere a noi stessi di non aver bisogno di nessuno e di farcela da soli è un’ipoteca sulla nostra felicità: come già diceva Bowlby (1999), è solo sapendo di poter dipendere da qualcuno che possiamo diventare persone più forti, sicure e veramente libere.

 

Osservazioni sull’utilizzo di binaural-beats in ambito psicopatologico

Dal 2005 al 2007 per 22 casi, reperiti presso presidi sanitari, il trattamento psicoterapico è stato implementato con sedute di binaural-beat allo scopo di osservare gli effetti immediati o a breve termine prodotti dall’applicazione di tale programma in soggetti con accertata psicopatia.

 

Le frequenze Binaural Beats, scoperte nel 1839 dal tedesco H. W. Dove e sperimentate sul cervello dal Dott. Gerald Oster nel 1973 al Mount Sinai school of Medicine di New York, sono l’applicazione di differenti frequenze tra un orecchio e l’altro, in modo che il cervello ne venga stimolato positivamente. Se un tono costante di 400 Hz (1 Hertz = 1 impulso al secondo), viene applicato all’orecchio sinistro, e un altro tono costante di 410 Hz viene applicato all’orecchio destro, la differenza di 10 Hz verrà percepita dal nostro cervello e solo da esso, perché è una frequenza che sta al di fuori dello spettro sonoro.

L’ ipotesi è che il cervello sia così stimolato ad entrare in risonanza con il “ritmo biauricolare” di 10 Hz (onde alfa) e, di conseguenza, con lo stato di coscienza/psico-fisico dell’attività corrispondente: rilassamento, calma, tranquillità.

Gli stati della nostra coscienza sono dovuti all’incessante attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso onde elettromagnetiche: le onde cerebrali, appunto. La frequenza di tali onde, calcolata in cicli al secondo, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello è impegnato e può essere misurata con specifici apparecchi elettronici. Con opportuni strumenti e procedure è possibile riprodurre binaural beats della gamma di frequenze prodotte dall’attività elettrica cerebrale, ed applicarle, sempre con opportune procedure, come stimolo esterno al cervello nel tentativo di fargli raggiungere lo stato di coscienza/psicofisico desiderato o necessario. Per esempio, se una persona è nello stato Beta (allarme) ed uno stimolo di 10Hz (rilassato) è applicato al suo cervello per un certo tempo, è probabile, allora, che la frequenza dello stesso vari, sincronizzandosi a quella cui lo si espone, cambiando anche la propria condizione.

Le frequenze utilizzate sono:

  • Delta da 0,5 a 4Hz – genericamente associate ad un rilassamento profondo o al sonno profondo.
  • Theta da 4 a 8 Hz – genericamente associate al primo stadio del sonno o prodotte durante la meditazione profonda. Associate, anche, alla creatività e alle attitudini artistiche.
  • Alpha da 8 a 14 Hz – genericamente associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione, yoga, taiji.
  • Beta da 14 a 30 Hz – genericamente associate alle normali attività di veglia, quando si è concentrati sugli stimoli esterni. Le onde beta sono infatti alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda.

Campione

  • 16 bambini, adolescenti ed adulti con età compresa trai 4 e 47 anni. Questo gruppo che chiameremo di “prova” ha avuto unicamente lo scopo di verificare gli effetti dei binaural beat in soggetti non patologici.
  • 9 bambini di età compresa tra i 3 e i 12 anni con diagnosi di disturbo del comportamento. Questi bambini erano segnalati presso servizi di riabilitazione neuromotoria. Presentavano un disturbo del comportamento di tipo aggressivo o iperattivo misurato con il Child Behavior Checklist di Achenbach. Non presentavano danno neurologico ed uditivo pregresso o in atto.
  • 4 adolescenti con età compresa tra i 14 e i 16 anni con diagnosi dell’area nevrotica (ansia, depressione, disturbo da attacchi di panico) ed 1 con diagnosi di stato Borderline. Inviati da servizi di neuropsichiatria infantile con le relative diagnosi cliniche. Non presentavano danno neurologico ed uditivo pregresso o in atto.
  • 3 adulti con età compresa tra i 39 e 43 anni con diagnosi Limite (Lupus eritematoso; Borderline con agitazione motoria; Stato limite con Depressione e somatizzazioni). 2 con diagnosi di lupus e stato limite in trattamento medico ma non psicoterapico. Non presentavano danno neurologico ed uditivo pregresso o in atto.
  • 6 adulti con età compresa tra i 34 e 55 anni con diagnosi dell’area nevrotica (disturbo da attacchi di panico, Ansia generalizzata, Stress psico-fisico, depressione). Con diagnosi clinica del DSM ed in trattamento psicoterapico. Non presentavano danno neurologico ed uditivo pregresso o in atto.

Strumenti

  • Codice binaurale ad onde Alfa a 10 Hz derivato da campionamento stereo tra le frequenze (toni puri) di 400 e 410 Hz, mascherato sotto base sonora di River (acqua di ruscello) ed Ocean (frangenti oceaniche). Durata riproduzione 25 m.
  • Lettore digitale; capacità di lettura 20-20.000 Hz.
  • Cuffia stereofonica Hi-Fi; capacità di riproduzione 20-20.000 Hz.

Procedure

La procedura ideata prevedeva di far ascoltare giornalmente l’intera traccia sonora (25 m) per 10 sedute consecutive e di raccogliere le impressioni dello stato psico-fisico dei soggetti al termine di ogni ascolto e, per i più piccoli, di osservare le reazioni comportamentali o la comunicazione non verbale di riferimento a stati emotivi, aiutati in questo compito anche dal genitore. Soprattutto per i bambini si è più volte riadattata la procedura rispetto al proprio stato, ma non sempre i risultati hanno ripagato lo sforzo.

In generale ci si accertava che il soggetto non avesse assunto droghe o eccitanti del SNC almeno nelle ultime 2 ore, non avesse gravi problemi cardiaci, non soffrisse di epilessia o di altro danno cerebrale che ne alterasse lo stato di coscienza e stesse in una condizione generale di buona salute.

Per l’ascolto della traccia sonora il soggetto veniva posto disteso su un lettino morbido da fisioterapia. La consegna per ogni soggetto era quella di concentrarsi senza sforzo nell’ascolto, di lasciarsi attraversare o immergersi nella sonorità e di lasciare la mente libera di pensare. Cercare di ascoltare l’intero brano senza fatica. Non venivano date ulteriori consegne o indicazioni in quanto, vista la condizione dei soggetti e la particolarità della situazione, si temeva di innescare processi impropri di suggestione.

Osservazioni

Bambini, adolescenti ed adulti di “prova”

Dei 16 soggetti campione, solo i più piccoli hanno presentato difficoltà ad ascoltare spontaneamente la sequenza sonora per intero. Generalmente il semplice intervento del genitore è stato sufficiente a ristabilire le condizioni dell’ascolto. I ragazzi capaci di riferire informazioni sul proprio stato psico-fisico dopo l’ascolto, hanno espresso giudizi positivi riguardo la qualità del brano ascoltato e la sensazione finale di rilassamento o di risveglio. Alcuni riferivano di sentire che stavano per addormentarsi. La maggior parte di loro, al termine dell’ascolto, nell’atto di alzarsi tendeva i muscoli, appunto come quando si ci sveglia da un periodo di sonno o di distensione psico-fisica.

Bambini con disturbo del comportamento

A 3 dei 9 bambini non è stato possibile applicare i binaural beat: dopo qualche minuto di ascolto si rifiutavano di proseguire, riferivano un generico fastidio o che tale sonorità non riscuotesse il loro gradimento, o ancora che non erano abituati ad una simile situazione.

Il più piccolo, di circa 3 anni e mezzo, assistito dalla madre, ha manifestato una stupefacente reazione: l’agitazione comportamentale si è bloccata dopo pochi minuti di ascolto ed il bambino sembrava concentrarsi sulle sonorità, lo stato psico-fisico sembrava più rilassato e durava fino al termine dell’ascolto (in questo caso solo 6/8 m). Per un altro bambino di 9 anni si è verificato che il bambino, fino ad allora ben sveglio, dopo pochi minuti di ascolto tendesse, per così dire, ad addormentarsi o a rilassarsi in modo marcato tanto da far stupire la madre. Per la restante parte del gruppo si registra una generale accettazione della procedura.

Adolescenti

L’adolescente borderline si è dimostrato demotivato e poco responsivo alla procedura di ascolto: non ha portato a termine nessuna delle consegne prescritte ed in generale non ha dato nessun aiuto all’osservazione. Diverso l’atteggiamento mentale e le condotte degli altri adolescenti i quali hanno partecipato volentieri alle sedute di ascolto proposte. Gli adolescenti con ansia e DAP erano quelli che apprezzavano maggiormente il percorso di ascolto ed erano quelli che davano i migliori giudizi post ascolto: rilassati, riposati e ristorati.

Adulti Limite

2 dei 3 pazienti (lupus-limite) non sono mai stati in grado di ascoltare, se non per pochi minuti, i brani proposti. Questi 2 utenti hanno riportato la spiacevole sensazione di incapacità di concentrarsi sull’ascolto perché, a loro dire, continuare l’ascolto gli avrebbe fatto perdere il controllo delle proprie emozioni e pensieri. Hanno accusato di sentir crescere una non meglio specificata agitazione interiore.

Il terzo paziente (borderline-agitato) ha ascoltato parzialmente il brano, non manifestando variazioni nello stato psico-fisico e considerando comunque l’esperienza come piacevole.

Adulti nevrotici

Gli adulti di questa area hanno tutti portato a termine le sessioni previste ed il loro giudizio è stato sostanzialmente positivo. Tra le sensazioni riportate, significative sono quelle di uno stato di serenità dimenticata, di un piacevole torpore e per alcuni il sentire una specie di energia. Una paziente era solita richiedere di ascoltare le sonorità, perché a suo dire le facevano scomparire il mal di schiena.

Conclusioni:

I binaural beats, la musica ad ultrasuoni, la sincronizzazione emisferica o le brainwaves sono ampiamente utilizzate nella cosiddetta medicina olistica, la quale ha prodotto nel tempo una consistente quantità di scritti e una frangia di sostenitori accaniti, e per certi aspetti estremista, che critica le impostazioni della medicina ufficiale; ed è forse per tale ragione che, per reazione, questa disciplina secondo le considerazioni di alcuni studiosi classici, più che una ortodossa pratica medica, si avvicina ad una religione con i propri atti di fede.

Queste osservazioni preliminari, come tali, non hanno la qualità per poter valutare un’eventuale efficacia terapeutica dell’utilizzo di codici binaurali, benché, come dichiarato dagli stessi soggetti fruitori, sembrano dimostrare un certo “effetto di benessere” su di un’ampia gamma delle categorie psicopatologiche di area nevrotica.

Tali osservazioni, possono, invece, essere considerate come stimolo sia per quanto attiene la ricerca che l’applicazione e si propongono, per il futuro, di suscitare studi controllati che dovrebbero assumersi la responsabilità di poter meglio sistematizzare sul piano teorico e metodologico questa procedura di per sé affascinante e, liberandola da ogni possibile suggestione o incanto, di poterne meglio definire gli eventuali ambiti di applicazione ed effetti.

 

Sì al dessert per mangiare meno e meglio

Di fronte all’epidemia dilagante di obesità, educare e aumentare la consapevolezza delle persone non è sufficiente. Servono interventi sul campo che, grazie a semplici ed economiche strategie di nudging, promuovano stili alimentari più sani e sostenibili. Secondo una recente ricerca, giocare con le modalità di presentazione del cibo potrebbe essere una strategia vincente.

 

Sovrappeso e obesità sono diventati il principale problema di salute pubblica in molti Paesi del mondo, con forti ripercussioni a livello finanziario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (2017) ha infatti stimato che, dal 1975, i tassi di obesità a livello mondiale sono triplicati, con oltre 650 milioni di persone obese e 1.9 miliardi di adulti sovrappeso. In altre parole, un numero di persone che supera la popolazione dell’Unione Europea è considerata obesa, e quasi un terzo della popolazione mondiale è in sovrappeso.

Di fronte ad una emergenza di questo calibro, appare allora evidente che educare e aumentare la consapevolezza delle persone non sia sufficiente. Servono anche interventi sul campo che, grazie a semplici ed economiche strategie di nudging (i.e. attraverso semplici modifiche all’ambiente circostante, spingere in maniera ‘gentile’ – lasciando quindi libertà di scelta – il comportamento delle persone verso una direzione desiderata), aiutino gli individui a mangiare meglio e meno (Flores et al., 2019).

L’influenza dell’ambiente sulle scelte alimentari

Contrariamente a quanto si pensi, le scelte alimentari sono determinate da moltissimi elementi, tra cui le caratteristiche del cibo, fattori legati all’individuo (psicologici, fisiologici e sensoriali) e l’ambiente circostante (fisico, socio-economico e culturale). Negli ultimi anni, la ricerca si è sempre più interessata alle caratteristiche dell’ambiente fisico, e così è stato scoperto che a suggerire cosa e quanto mangiare concorrono, ad esempio, le porzioni e le dimensioni delle confezioni degli alimenti (Scott et al., 2008), la semplice vicinanza al cibo (Privitera & Creary, 2013), o, ancora, le etichette a semaforo che indicano la salubrità del prodotto (Trudel et al., 2015).

Una recente ricerca pubblicata da Flores e collaboratori (2019) ha sottolineato il ruolo giocato dal tipo e dall’ordine di presentazione degli alimenti, che, combinati, hanno una grande influenza sulle scelte alimentari, in termini sia di qualità che di quantità. Questi ultimi fattori risultano essere particolarmente rilevanti in un contesto sociale in cui gli individui hanno la possibilità di ‘costruire’ in modo sequenziale il proprio pasto, scegliendo tra svariate opzioni. È il caso dei ristoranti all-you-can-eat a buffet, delle mense, o di piattaforme online come Uber Eats o Just Eat, tutti contesti in cui le persone scelgono un alimento per volta, ed in cui i dessert vengono presentati solo alla fine (Flores et al., 2019).

Il ruolo del tipo di alimento

Alcune ricerche (e.g. Khan & Dhar, 2006) hanno rivelato come, in una serie di scelte sequenziali, una scelta virtuosa – o la semplice intenzione di compierla – potrebbe ‘autorizzare’ gli individui a compiere scelte più indulgenti in seguito. Nel contesto delle scelte alimentari sequenziali, optare per un cibo salutare legittimerebbe quindi la successiva scelta di un cibo meno salutare. L’individuo, infatti, potrebbe sentire di aver compiuto un progresso verso un obiettivo di salute a lungo termine (segnalato, appunto, dalla scelta appena compiuta) e questo farebbe sì che, in seguito, si conceda un premio (Wilcox, Vallen, Block, & Fitzsimons, 2009).

Al contrario, la scelta di alimenti non salutari farebbe sì che venga a mancare il segnale di successo e che, quindi, il soggetto si senta meno legittimato ad autorizzarsi il consumo di ulteriori alimenti insalubri (Khan & Dhar, 2006).

Ad una scelta indulgente, tuttavia, potrebbe anche seguire un’altra scelta indulgente. In questo caso, la spiegazione sarebbe da attribuire all’effetto ‘Tanto ormai’ (‘what-the-hell’ effect) (Cochran & Tesser, 1996), per cui la persona – generalmente a dieta – sente di avere rovinato tutto con la propria indulgenza e, di conseguenza, si lascia andare del tutto.

Ancora, a una iniziale scelta virtuosa potrebbero seguire scelte altrettanto virtuose, proprio perché la prima scelta consentirebbe di enfatizzare l’obiettivo a lungo termine da conseguire (Dhar & Simonson, 1999).

In sintesi, in base alla scelta appena compiuta (cibo sano vs. cibo non sano), l‘individuo può sentirsi più o meno ‘legittimato’ a compiere scelte indulgenti (cibo non sano) o scelte orientate ad un obiettivo di salute a lungo termine (cibo sano).

Il ruolo dell’ordine di presentazione

L’effetto dell’ordine si presenta ogni qualvolta che un elemento di una serie, per via del suo posizionamento all’interno della serie stessa, ha una maggiore influenza sui giudizi o sulle scelte relativi agli altri elementi della serie (Büyükkurt, 1986; Hogarth & Einhorn,1992; Pandelaere et al., 2010). Di fronte alla possibilità di scegliere consequenzialmente tra diversi piatti (come, ad esempio, in mensa), si verifica spesso un particolare tipo di effetto dell’ordine, l’effetto primacy, per cui la prima scelta influenza tutte le successive. La spiegazione risiede nel fatto che, alla fine della sequenza, l’individuo ha già preso una serie di decisioni riguardo cosa e quanto mangiare, ed è improbabile che cambi le decisioni precedenti (ad esempio, rimettendosi in fila e restituendo o cambiando gli alimenti presi in precedenza).

La sintesi di Flores e collaboratori (2019)

Sulla base di 4 studi sperimentali, una recente ricerca (Flores et al., 2019) ha cercato di tirare le somme di una letteratura ricca di risultati spesso contrastanti. In particolare, gli autori hanno dimostrato come, in una mensa, il primo piatto riposto sul proprio vassoio abbia un’importante influenza su tutti i piatti scelti in seguito e, quindi, sul totale di calorie introdotte complessivamente durante il pasto (effetto primacy).

Nello specifico, dagli esperimenti è emerso che quando il primo piatto scelto non era salutare (i.e. cheesecake), le scelte successive ricadevano su piatti più sani; il risultato finale era, pertanto, un pasto meno calorico rispetto a quando il primo alimento scelto era salutare (i.e. frutta).

Gli autori hanno inoltre sottolineato l’importanza di considerare le risorse cognitive disponibili: quando le persone sono distratte o sono impegnate in altre attività mentali, infatti, l’effetto primacy si riduce, mentre l’effetto ‘legittimazione’ aumenta. Se da un lato, quindi, il primo piatto scelto non influenza più le scelte successive, dall’altro le persone, associando l’alto carico cognitivo al ‘duro lavoro’, sono portate a credere che concedersi alimenti meno salutari sia giusto e, anzi, meritato. Il risultato sono quindi scelte più indulgenti e pasti complessivamente più calorici.

Promuovere diete sane e sostenibili

Questi risultati hanno importanti implicazioni pratiche, utili per implementare interventi mirati a migliorare le scelte alimentari degli individui, orientandoli verso diete sane e sostenibili. Riprendendo quanto accennato in precedenza, è importante ricordare il particolare contesto sociale in cui l’epidemia di sovrappeso e obesità sta dilagando. Un contesto in cui gli individui sono costantemente esposti a stimoli legati al cibo e nel quale hanno costantemente la possibilità di ‘costruire’ in modo sequenziale il proprio pasto, scegliendo tra svariate opzioni. Sono sempre più diffusi, infatti, i ristoranti all-you-can-eat o a buffet, ma anche piattaforme online sulle quali ordinare cibo da farsi consegnare direttamente a casa.

Poiché bastano poche ed economiche modifiche alle modalità di presentazione del cibo per indurre le persone a compiere scelte alimentari differenti, sarebbe importante considerare le dinamiche sottostanti a tale fenomeno per progettare, ad esempio, il menù di un ristorante, così come il design delle applicazioni per smartphone ed i siti web da cui si ordina cibo. Nonostante la riduzione calorica legata a tali modifiche sia modesta, l’effetto cumulativo di interventi basati sulle modalità di presentazione degli alimenti potrebbe essere significativo (Flores et al., 2019). Una ricerca ha infatti dimostrato come, ad esempio, una riduzione di sole 100 kcal al giorno potrebbe prevenire l’aumento di peso nella maggior parte degli individui (Hill et al., 2003). Non solo, poiché le scelte sequenziali sono comuni a molti contesti molto frequentati, come ad esempio le mense aziendali o scolastiche, interventi di questo tipo hanno la possibilità di agire su larga scala, diffondendo sempre di più stili alimentari sani e sostenibili.

Infine, è importante sottolineare come i benefici non sarebbero solo a favore dei clienti, ma anche degli esercenti. Nei ristoranti all-you-can-eat a buffet, ad esempio, fare scegliere come prima cosa il dessert potrebbe infatti consentire di ridurre le quantità di cibo consumata in seguito. Il che, per il ristorante, si tradurrebbe in minori costi di gestione.

Strategie di nudging, che spingano gentilmente i comportamenti degli individui verso mete più virtuose attraverso gli elementi ambientali, potrebbero quindi essere una strategia vincente su tutti i fronti.

 

Skin-to-skin contact o marsupioterapia: il ruolo del contatto cutaneo tra mamma e bambino prematuro sulla qualità delle loro interazioni

Un recente studio si è proposto di indagare le potenziali differenze nella qualità delle interazioni tra i bambini e le loro madri, dopo aver seguito due differenti modalità di marsupioterapia, volendo inoltre chiarire se ad un maggior tempo di contatto corrispondessero in effetti interazioni qualitativamente migliori.

 

La gestazione della donna dura tipicamente quaranta settimane, al temine delle quali generalmente segue un parto naturale; tuttavia per quindici milioni di famiglie l’anno in tutto il mondo, l’arrivo del proprio bambino può giungere inaspettatamente o a causa di complicanze occorse durante la gravidanza, anche mesi prima della data prevista. Fortunatamente, gli sviluppi della moderna medicina e delle tecnologie impiegate nei reparti di terapia intensiva neonatale hanno portato ad un abbassamento della mortalità perinatale ai minimi storici negli ospedali occidentali; tuttavia le statistiche riportano una mortalità più alta in altre parti del mondo dove l’accesso alle strutture sanitarie è difficile o le condizioni socio-economiche sono svantaggiate.

Il rischio per i nati pretermine è che insorgano problemi di adattamento alla vita extra-uterina, dovuti all’immaturità funzionale degli organi e del sistema nervoso del neonato, che non hanno infatti completato la propria maturazione. Tra le problematiche più frequenti i bambini pretermine sono soggetti ad una sindrome chiamata ‘malattia respiratoria del neonato preterminine’ e a problemi di controllo della temperatura, in quanto il sistema endogeno di termoregolazione non è ancora sviluppato. Nel trattamento di queste criticità, la culla termica, o incubatrice, ha costituito un rimedio efficace per consentire ai medici di controllare ossigenazione, temperatura e umidità in modo da aiutare il nuovo nato ad adattarsi gradualmente alla vita extrauterina. Tuttavia, ancora una volta, l’accesso a questi macchinari è spesso riservato agli abitanti di centri urbani economicamente avanzati, ponendo la necessità di trovare delle valide alternative da implementare in tutti quei casi in cui non vi sia l’opzione dell’incubatrice.

Gli anni ’70 hanno visto il diffondersi di un protocollo medico nei reparti di neonatologia degli ospedali occidentali che prende il suo nome dai marsupiali che trasportano la prole in una sacca addominale: marsupioterapia, Kangaroo Mother Care o skin-to-skin contact. La tecnica consiste nel creare situazioni di contatto epidermico tra un genitore e un neonato pretermine ed è stato dimostrato come questo metodo sembri diminuire le apnee e la bradicardia, favorendo l’inizio dell’allattamento al seno e garantendo inoltre una maggiore stabilità della temperatura (Conde-Agudelo & Diaz-Rossello, 2016; Robles, 1995). Vi sono studi che hanno suggerito che la marsupioterapia possa avere addirittura maggior efficacia di uno strumento tecnologicamente avanzato come l’incubatrice (Ludington-hoe , Ferreira, Swinth, & Ceccardi, 2003; Westrup, 2004). Una meta-analisi ha inoltre rivelato che lo skin-to-skin contact diminuirebbe il rischio di depressione post-partum nelle donne che vi ricorrono (Scime, 2019).

Un recente studio di Helmer e colleghi (2019) si è proposto di indagare le potenziali differenze nella qualità delle interazioni tra i bambini e le loro madri, dopo aver seguito due differenti modalità di contatto pelle a pelle, volendo inoltre chiarire se vi fosse un’effetto dose-response ovvero se a un maggior tempo di contatto corrispondessero in effetti interazioni qualitativamente migliori. La marsupioterapia veniva seguita dalle mamme e dai loro bambini dalla nascita fino alla dimissione dal reparto di terapia intensiva neonatale: diciassette diadi madre-bambino sono state assegnate casualmente alla condizione di contatto continuo, ovvero venendo istruite nel mantenere il contatto con il loro bambino per tutto il tempo, mentre altre quattordici diadi hanno seguito una modalità intermittente, nella quale potevano somministrare quanto contatto pelle a pelle volessero (per ovvie ragioni etiche), ma senza che venisse loro prescritto un contatto ininterrotto e risultando da ultimo in una differenza statisticamente rilevante in termini di tempo.

In seguito, si è indagata la qualità delle interazioni madre-bambino a quattro mesi di distanza, utilizzando il paradigma della Still-Face somministrato in video e valutando poi l’interazione faccia a faccia della diade mediante l’Ainsworth’s Maternal Sensitivity Scales e il Maternal Sensitivity and Responsivity Scales-R, che consentono di codificare l’interazione secondo parametri come la sensibilità verso il bambino, l’interferenza vs. cooperazione nel favorire l’autonomia, la disponibilità e infine l’accettazione o il rifiuto verso i bisogni espressi dal bambino.

Contrariamente alle ipotesi degli autori, la somministrazione di un contatto pelle a pelle continuo non garantiva punteggi migliori rispetto a quello intermittente in nessuna delle scale qualitative sulla relazione esaminate; in modo simile non è stata riscontrata alcuna evidenza che un maggior tempo dedicato al contatto pelle a pelle comportasse una più alta qualità relazionale, disconfermando anche la seconda ipotesi sperimentale dello studio. Una doverosa osservazione, che costituisce tra l’altro il maggiore limite dello studio presentato, è che entrambe le condizioni comportavano tempi estremamente alti di contatto pelle a pelle mantenuto nelle diadi: l’impossibilità etica di manipolare la quantità di contatto skin-to-skin somministrato ai bambini pretermine, non ha consentito di verificare se una discrepanza maggiore avrebbe comportato un quadro differente.

Studi futuri dovranno indagare se vi sia una ‘giusta dose’ o una soglia temporale minima, che garantisca di massimizzare i benefici ottenibili ricorrendo alla pratica della marsupioterapia senza rischiare di incorrere in inutili esagerazioni che potrebbero alimentare le ansie dei neogenitori pretermine, già verosimilmente provati dalla condizione di fragilità del proprio bambino e dalle difficili circostanze della sua nascita.

Web (In)dipendente: il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Uno sguardo ai dati su tempo trascorso online, sonno e attività fisica

Il presente studio si propone di indagare l’utilizzo di strumenti tecnologici da parte degli adolescenti con particolare attenzione ai fattori che possono influire sul loro benessere e qualità della vita.

Il presente contributo è il primo di una serie di articoli che illustreranno al pubblico un recente studio esplorativo nato all’interno del progetto Web (In)dipendente, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Politiche Antidroga, realizzato per promuovere e favorire un uso controllato e responsabile del web da parte dei minori.

 

L’adolescenza è un periodo della vita caratterizzato da importanti cambiamenti corporei e comportamentali che coinvolgono l’individuo in relazione al suo ambiente sociale e culturale (Palmonari, 2011). I giovani crescono oggi in un ambiente mediale convergente (Livingstone & Haddon, 2009) dove è sempre più difficile distinguere l’esperienza online da quella offline. Non solo i Social Network e le applicazioni accessibili da smartphone e tablet, ma anche accessori facilmente indossabili come smart watch e fitness trackers o giocattoli connessi a internet, rendono la vita online sempre più pervasiva (Mascheroni & Holloway, 2019) spesso a discapito di altre attività.

Secondo il report EUKIDS Italia, su un campione di 1006 giovani dai 9 ai 17 anni, i ragazzi trascorrono mediamente su internet 2,6 ore al giorno, senza differenze di genere (Mascheroni & Olafsson, 2018).

L’utilizzo così diffuso di questi strumenti e l’idea che possa avere un impatto negativo sul benessere psicologico dei ragazzi è stato oggetto di numerose ricerche e anche di interventi governativi (UK Commons Select Committee, 2017). Tuttavia, a oggi, c’è ancora poco consenso sul se e in che modo la fruizione di contenuti online possa influire sul benessere psicologico dei ragazzi (Smith, Ferguson, & Beaver, 2018) (Etchells, Gage, Rutherford, & Munafò, 2016) (Parkes, Sweeting, Wight, & Henderson, 2013) (Katikalapudi, Chellappan, Montgomery, Wunsch, & Lutzen, 2012) (Bélanger, Akre, Berchtold, & Michaud, 2011)  e i risultati non sembrano sufficienti per giustificare interventi sociali e politici sul tema (Orben & Przybylski, 2019).

Bisogna però evidenziare che i dati di queste ricerche sono per loro natura estremamente complessi da interpretare, perché spesso basati su analisi secondarie di set di dati sociali su larga scala o su una autovalutazione della quantità di tempo trascorso online come fattore determinante degli effetti positivi o negativi della tecnologia.

Oltre al fatto che l’auto valutazione del tempo trascorso online è molto difficile e spesso errata (Scharkow, 2016) (Short, et al., 2009) dobbiamo anche chiederci se sia possibile oggi distinguere in modo preciso il tempo online da quello offline. È praticamente impossibile, inoltre, definire con certezza il nesso di causalità, ovvero se sia l’utilizzo della tecnologia a far peggiorare il livello di benessere o se un livello di benessere basso porti a un utilizzo maggiore di strumenti tecnologici.

L’intento di questo lavoro è osservare quali fattori legati alla vita online dei ragazzi potrebbero influire sul loro benessere, oltre a quello del tempo trascorso online. I fattori che abbiamo indagato sono stati il tempo trascorso online, il tempo dedicato al sonno e lo svolgere attività sportivo/ricreative durante la settimana.

Tempo trascorso online

Il numero di ore che gli adolescenti trascorrono online è in costante aumento. Secondo i dati della Società Italiana di Pediatria, il numero di adolescenti tra gli 11 e i 17 anni che naviga quotidianamente su internet è passato dal 56% di 4 anni fa al 72% del 2018 (SIP – Società Italiana di Pediatria, 2019). A connettersi maggiormente sono le ragazze (87,5%). Il 60% dei ragazzi del campione controlla lo smartphone come prima cosa al risveglio e come ultima prima di addormentarsi.

Il sonno

Il sonno è una attività fondamentale a tutte le età, ma riveste una particolare importanza soprattutto tra i più giovani. La National Sleep Foundation ha individuato per i ragazzi di 6-13 anni un numero di ore di sonno comprese tra le 9 e le 11, mentre per i teenager tra i 14 e i 17 anni 8 -10 ore (National Sleep Foundation, 2015).

Il fatto che le nuove tecnologie, attraverso attività, giochi o promuovendo la continua disponibilità degli utenti e il timore di perdere un possibile aggiornamento su un Social Network, possano ridurre il tempo dedicato al sonno da parte degli adolescenti è stato oggetto di numerose indagini (Scott, Biello, & Cleland, 2018) (Mei, et al., 2018) (Munezawa, et al., 2011) (Van den Bulck, 2007).

In letteratura sono stati individuati numerosi effetti psicologici, comportamentali e fisici causati da un sonno non adeguato, come il calo del rendimento scolastico, la difficoltà di regolazione delle emozioni, l’alterazione dei processi cognitivi e dello stato di salute in generale negli adolescenti (Arora, Albahri, Omar, Sharara, & Taheri, 2018) (Arora, et al., 2013; ) (Dube, Khan, Loehr, Chu, & Veugelers, 2017) (Gruber, et al., 2012) (Dahl & Levin, 2002).

L’attività fisico/ricreativa

L’attività fisico/ricreativa riveste un ruolo molto importante nell’infanzia e nell’adolescenza, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’attività fisica è fondamentale per prevenire situazioni di disagio mentale e fisico e raccomanda politiche regionali prioritarie (Cavill, Kahlmeier, & Racioppi, 2006). Nel 2016 è stata pubblicata la Strategia sull’attività fisica per la regione europea 2016-2025, in cui viene sottolineato l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone attraverso una regolare attività fisica. Per quanto riguarda la popolazione giovanile, l’OMS sostiene che un adeguato livello di attività fisica sia un fondamentale prerequisito per lo sviluppo cognitivo, motorio e delle competenze sociali dei ragazzi (WHO Regional Office for Europe, 2016). A livello internazionale 3 adolescenti su 4 (di età compresa tra 11 e 17 anni) non svolgono attività fisica come raccomandato dall’OMS. In Italia, il Rapporto Istisan Movimento, sport e salute: l’importanza delle politiche di promozione dell’attività fisica e le ricadute sulla collettività, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), mostra come un bambino su 4 dedichi al massimo 1 giorno la settimana (almeno 1 ora) a giochi di movimento (De Mei, Cadeddu, Luzi, & Spinelli, 2018) a fronte di livelli raccomandati per la fascia 5-17 anni di almeno 60 minuti giornalieri.

La relazione tra attività sportiva e benessere psicologico è stata indagata sia sul territorio nazionale (Roggero, et al., 2009) che internazionale. Una review di studi internazionali sugli effetti psicologici e sociali della partecipazione in attività sportive da parte di ragazzi e adolescenti ha mostrato un miglioramento generale dell’autostima, delle capacità di interazione sociale e una riduzione di sintomi depressivi (Eime, Young, Harvey, Charity, & Payne, 2013). Gli effetti dell’attività sportiva, soprattutto se di squadra, sull’umore e sul minor rischio di sviluppare depressione sono stati confermati in un recente studio della Washington University di St. Louis (Gorham, Jernigan, Hudziak, & Barch, 2019).

 

Leggi gli altri articoli sull’argomento:

  1. Web (In)dipendente: il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Uno sguardo ai dati su tempo trascorso online, sonno e attività fisica – Pubblicato su State of Mind il 12 Febbraio 2020
  2. Web In(dipendente): il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Il progetto – Pubblicato su State of Mind il 19 Febbraio 2020
  3. Web In(dipendente): il benessere e l’utilizzo delle nuove tecnologie tra i più giovani – Cosa ci dicono i risultati – Pubblicato su State of Mind il 25 Febbraio 2020

Il trattamento multidisciplinare dei disturbi alimentari di tipo non nevrotico

La domanda di un soggetto che soffre di disturbi del comportamento alimentare implica una mobilitazione di risorse e competenze che devono sapersi costituire in rete in maniera stabile e continuativa nel tempo. La multidisciplinarietà dell’intervento, punto oggi imprescindibile, passa per una rigorosa divisione dei saperi.

 

Nella maggioranza dei casi, come in quelli sottoesposti, la prima richiesta d’aiuto, che non necessariamente contiene una domanda di cura, viene portata al medico di famiglia, il quale deve possedere strumenti ben tarati ed affinati per valutare l’effettiva presenza e l’entità di un disturbo dell’alimentazione. In questa prospettiva la presenza del nutrizionista è d’obbligo in quanto è a questa figura che si chiede e si demanda una valutazione dei parametri corporei del richiedente. Una valutazione non solo necessaria per la formulazione di una diagnosi appropriata di DCA, ma utile anche a fotografare il qui ed ora corporeo del soggetto in sofferenza,  viatico necessario per coadiuvare ed orientare il lavoro delle altre figure coinvolte.

La questione diagnostica è un elemento cruciale rispetto alla progettazione di un piano terapeutico riabilitativo centrato sulla singolarità del richiedente. Oggi infatti i parametri per definire i DCA sono oggetto di costante discussione: la diagnosi dell’anoressia nervosa è definita dai criteri del DSM IV e dell’ICD 10, ma si calcola che una percentuale dal 40 al 60% dei pazienti con disturbi del comportamento alimentare non soddisfi i criteri diagnostici del DSM IV e questa indeterminazione appare potersi tradurre in una prognosi più problematica. Una buona parte di questi pazienti non ha però caratteristiche così lontane da quelle dei pazienti ‘codificabili’. Thomas, in una recente meta-analisi in vista della ridefinizione del DSM 5, sottolinea come alcuni dei criteri distintivi della Anoressia nervosa siano fragili. In particolare l’amenorrea e la soglia di dimagrimento non sembrano essere predittivi rispetto al decorso della malattia: uno studio che rivede questi due criteri permette di recuperare dalla categoria ‘Disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati’ il 15,5% dei casi. Viceversa l’assenza della paura di ingrassare pare sia collegata ad un decorso più benigno e dunque potrebbe identificare un diverso sottogruppo.

La funzione dello psicoterapeuta è in prima istanza quella di garantire un percorso di soggettivazione, libero da parametri medici e nozioni di ordine nutrizionale. Un cammino che rinunci alle questioni ponderali che il soggetto sa essere affrontate e trattate in separata sede. In pratica, il clinico ha in un primo tempo il compito di togliere quell’etichetta che sovente ha intrappolato il paziente in un percorso che ne può impedire la rettifica soggettiva. Tali etichette rinforzano i processi identificativi che molti soggetti affetti da DCA difficilmente classificabili vanno cercando, fungendo da strumento capace di offrire un’appartenenza al ‘gruppo dei’, favorendo un temporaneo transito in una zona franca che ponga rimedio alla caduta di quei punti di riferimento dei quali parla Freud in ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io’. Anoressiche, Bulimiche, persone con Binge  Eating Disorder possono definirsi individui i quali, pur non conoscendosi tra loro, sentono di appartenere al gruppo ‘di quelli che hanno quella cosa’. Possono contare su un Altro virtuale, reperibile, che li tiene raggruppati.

Nei casi sotto descritti sembra venire a mancare quel requisito della monosintomaticità, non c’è stata l’inclusione o la ricerca di un’associazione che recluti in virtù di un identico tratto comune. La formulazione di una diagnosi differenziale condivisa assume dunque un valore maggiore quando ci si trova in presenza di soggetti a rischio di scompenso psicotico. Nelle psicosi compensate il corpo magro funge in molti casi da elemento di ‘tenuta’, reperito e rinforzato per evitare scompensi più profondi e gravi, dovuti per l’appunto a strutture più fragili non deflagrate.

In tal caso il concetto di ‘guarigione’ che sovente soddisfa il corpo medico, basato sul solo recupero ponderale, lavora contro il mantenimento dell’omesotasi raggiunta dal soggetto con il suo sintomo. Il lavoro del gruppo clinico, e qua fondamentale l’apporto dello psicoterapeuta, deve saper tradurre nel lessico medico concetti quali equilibrio, tenuta, compensazione, che spesso vanno al di là del semplice aumento di peso. In pratica l’aumento di peso non necessariamente significa guarigione, quanto l’abbandono di una posizione compensata che apre a squilibri più profondi.

Vediamo per exempla quanto descritto. I dati anagrafici, lavorativi e geografici dei casi descritti sono modificati in modo da rendere non riconoscibili i pazienti. Ne resta immutato il canovaccio di vita.

Lisa si rivolge al medico di famiglia a causa di forti dolori addominali che perdurano da circa due mesi. Gli esami ai quali il medico la sottopone evidenziano un grave prolasso delle pareti intestinali causati dalla perdita di peso. Lisa ha 22 anni, da poco più di due ha iniziato un dimagrimento che l’ha portata al di sotto dei 40 kg. Il medico la invia per una consultazione al locale ospedale dove il chirurgo le prospetta un intervento per ripristinare le pareti collassate. Un intervento risolutivo che lei rifiuta. Il medico la invia presso il mio studio con una nota ‘la ragazza rifiuta le cure. E’ refrattaria all’idea di guarire’. Due anni e mezzo fa è uscita dalla casa dei genitori con un uomo più vecchio di 5 anni. Lui se ne va circa un anno dopo, provocandole un crollo di una certa entità, che vede l’acuirsi della sua magrezza. Aveva già iniziato una dieta un anno prima di uscire di casa, ma quella separazione porta ad un esito drastico (30 kg in meno di otto mesi). Non fa ritorno dai genitori, ma si fidanza con un ragazzo conosciuto in discoteca e lo porta a casa sua. In pochi mesi questa storia ha termine. Chiama allora a convivere un vecchio amico di infanzia. Quando hanno inizio le sedute, costui è in procinto di andarsene.

L: Mia madre ha detto che, visto che Gianni (l’attuale coinquilino) sta per andarsene, sarebbe il caso di tornare là, con loro, ma io non tornerò mai più a casa con lei!
T: E perché?
L: Lei entra in camera, entra dappertutto. Per ogni cosa facciamo liti furibonde!

La vita con la madre viene descritta come un inferno: una presenza incombente e penetrante.

Poi, e questo è un ritornello che ritornerà in tutte le sedute, copre tutto con un ‘Ma io la amo. Lei è tutto per me’. Poi aggiunge: ‘I miei genitori non si sono mai accorti che stavo male. Oggi almeno con la questione del mio prolasso, vedono quanto soffro’. Per contro il padre è descritto non all’altezza, inerme e disinteressato a lei e alle vicende familiari. Le sedute seguenti sono un’alternanza di descrizioni di un rapporto impossibile, e frasi del tipo ‘ma non mi separeranno mica da mia madre, vero? Io non mi posso staccare da lei’.

Prima di uscire di casa, una lite con la madre, contraria a questa scelta, sfociò in un suo defenestramento.

Dopo la sua dipartita hanno continuato a frequentarsi regolarmente. Solo adesso dice che il primo ragazzo se ne andò anche per questo.

E’ passato un anno e mezzo dal primo colloquio e Lisa ha ripreso gran parte del suo peso. Ha trovato un piccolo lavoro serale per sopperire all’affitto che è venuto a mancare. La madre, dopo che ella ha dichiarato di non voler fare ritorno a casa, è scivolata in una depressione di una certa entità accompagnata da grave calo ponderale. Continuano a vedersi, alternando momenti di pace a feroci litigi causati dalla richiesta materna di ritorno a casa. Richiesta alla quale fa seguito un aggravamento della patologia rettale di Lisa, con conseguente ricovero in day hospital.

Quando Lisa è entrata nel mio studio il coinquilino era in procinto di andarsene, cosa che aveva provocato in lei una forte crisi d’angoscia. Un affetto che era giunto ad un culmine insopportabile, in tutto simile a quello provato al momento della separazione dal primo compagno, quando si aprirono le porte per un possibile ritorno dalla madre.

La costruzione anoressica di Lisa, iniziata tra le mura domestiche, non ha sortito nel tempo l’effetto di elemento separatore e protettivo. Ella ha pertanto dovuto aggiungere a ciò la presenza di un uomo per pagarsi una casa lontana dalla madre, anzi, più uomini in successione. Ecco allora l’origine dell’angoscia delle prime sedute, legata all’avvicinarsi della presenza materna fagocitante, angoscia che raggiunge il culmine quando la risposta al quesito cosa vuole l’Altro da me? appare nefasta: tornando a casa, lei può divenire l’oggetto preso. Ecco allora, cadute queste due putrelle, l’identificazione alla patologia rettale. Più attuale, ma conseguenza medica della magrezza fisica, sintomo più strutturato e antico. Un nuovo strumento col quale Lisa ricostruisce la barriera, più funzionale dell’armatura anoressica, che può quindi essere lasciata cadere. Da qua il significativo recupero ponderale che stupisce molti medici, che la ritenevano ‘guarita dall’anoressia’.

Questo rapporto semi simbiotico con la madre appare essenziale alle due per sostenersi. E’ qualcosa di non sopportabile, ma nemmeno di risolvibile. Non può stare troppo vicino a lei, ma allontanarsene sembra preludere a uno scompenso. Consapevole della natura fagocitante, cerca di renderlo il meno pericoloso possibile. Come un tossicomane che utilizza la droga come elemento curativo ad una sottostante struttura a rischio di scompenso, rendendola meno pura e più tollerabile, senza però mai mettere in dubbio la sua necessità di continuare ad assumerla.

Quando Lisa dice: ‘nessuno mi separerà da mia madre’, e ‘io lo so che la faccio soffrire non tornando a casa e a causa di questa mia malattia’, indica la volontà non dialettizzabile di mantenere il legame inalterato. Ci si aspetterebbe, in caso di nevrosi, un momento di elaborazione, di rettifica, che spinga il soggetto a prendere atto del rapporto causa effetto che governa il meccanismo.

Invece lei aggiunge: ‘Non so perché. Io e lei siamo legati in questo modo. Non mi chieda altro. Lo stare assieme non si discute’.

Con che tipo di anoressia abbiamo a che fare in questo caso? Un’anoressia durata circa tre anni e oggi ‘risolta’ in poco tempo in prospettiva peso/sopravvivenza. Questo rimanda alla questione della diagnosi differenziale. Lisa non ha mai operato alcuna rettifica in merito al suo dimagrimento. Mai ha domandato aiuto. Cioè non ha mai avvertito, come di solito avviene col nevrotico, che quel sintomo avesse raggiunto un livello di dolore non più gestibile tale da giustificare una messa in discussione. Non siamo quindi nell’ordine del sintomo nevrotico ‘dal quale il soggetto non chiede che di liberarsi’. Di più, l’attenuarsi dell’anoressia ha coinciso con l’adesione pressochè totale ad un altra forma di malattia, con la quale ha tutt’ora un identificazione totale.

Questa malattia:

  • le permette di tenere una giusta distanza dalla madre
  • le permette di far pagare alla madre qualche conto arretrato (‘anche lei adesso sta male!’)
  • le garantisce quel riconoscimento che con la fase anoressica non era mai arrivato (‘Ora vedono che sono ammalata’)
  • riesce ad agganciarsi ad un discorso medico, molto articolato, fatto di visite e ricoveri. Insomma l’Altro le riconosce lo status di malata e le dà un posto. Ecco allora che la patologia rettale, più che l’anoressia, le permette di reperire un significante col quale riesce ‘a farsi rappresentare e organizzare il (suo)  mondo’. Possiamo parlare di un elemento che funge da tenuta. Dunque non una produzione dell’inconscio, quanto piuttosto un elemento inanalizzabile. Nella prospettiva psicoanalitica lacaniana il sinthomo è un ‘elemento riparatore(..),una guarigione, un elemento terapeutico’. Qualcosa che ‘non è da interpretare, ma è da ridurre, e non è da guarire, ma si presenta perché se ne faccia uso’.

Un ponte che garantisce il contatto e la via di fuga, che per definizione, non può essere ‘guaribile’. Questo mi ha fatto riflettere sul furor sanandi di molti medici. A cosa sarebbe andata incontro se avesse accettato la proposta di ripristinare le sue pareti rettali strappandole di colpo un sintomo così elaborato? Avrebbe aperto le porte ad uno sfaldamento del soggetto? Non a caso lei ha detto no all’intervento.

F è una ragazza di 13 anni, che vedo in studio quando sta per dare l’addio alla vita, chiusa in una spirale anoressizzante che ha condotto lei e la famiglia sull’orlo del baratro. Ha peregrinato per diversi centri dedicati alla cura dei DCA, in Italia e all’estero, mostrando sempre una reazione avversativa alle imposizioni alimentari che di volta in volta le venivano prescritte. Quando la vedo le chiedo se abbia desiderio di parlare di qualcosa, qualsiasi cosa. Mi risponde: ‘Tutto, tranne che del mio peso. Non voglio diete, ordini, prescrizioni’. ‘Va bene’. Decido, assumendomi tutti i rischi che una scelta di questo tipo comporta, di non colludere con la questione alimentare con la quale lei ha cercato di tenere sotto scacco l’Altro familiare e sanitario. Stupendo i genitori, abituati ad una riottosità indomabile, ella accetta di proseguire le sedute e, anzi chiede di anticiparne alcune. Il tempo passa, il sintomo si scioglie. Momenti di abbuffata vincono la rigidità del controllo calorico, e riportano la ragazza in peso garantendo la sopravvivenza. Tuttavia, come avevo previsto, vista la severità del caso, si trattava di un anoressia di tipo psicotico, per cui l’attenuazione del sintomo sarebbe stato il prodromo ad una serie di progressivi cedimenti. Andava fatto, perché F. era vicina alla consunzione corporea. Questo mio movimento ha fatto esondare una melanconia pregressa, a sigillo della quale l’anoressia era stata posta, fatta di ritiro sociale ed isolamento con sensi di persecuzione in classe. Fenomeni che vengono ascoltati, accettai e con lei discussi, giorno dopo giorno, momento dopo momento, crisi dopo crisi. Non vi erano alternative. Questa ragazza si stava lentamente chiamando fuori dalla vita. Il mio atto deciso, quello di scegliere un altro discorso lasciando fuori dallo studio calorie e peso, ha significato la perdita di valore dello strumento anoressico come mezzo di contrattazione con l’Altro. Uno strumento ormai usurato, che stava conducendo la giovane ragazza al dissolvimento come i medici avevano ormai constatato senza poter fare nulla, poiché essa non rispondeva nemmeno più ai ricoveri coatti con alimentazione indotta serrando la bocca. Il modo col quale si fa da segretario al paziente nella fase post sintomatica, erroneamente scambiata da molti medici per guarigione, consiste in un’opera minuziosa di attenzione e cura dei minimi particolari di parola che ella lascia cadere. Dunque un ascolto incondizionato, una reperibilità telefonica pressoché costante. Un sostegno familiare e un appuntamento periodico con il corpo insegnate con lo scopo di dare loro strumenti clini per sostenere il cammino di F. Il meccanismo funziona. Lei non è più in pericolo di vita, questo è stato ben accettato da tutti. Quello che non viene accettato sono le intemperanze comportamentali, l’aggressività, la scelta di abbandonare alcune attività scolastiche privilegiandone altre. La violenza di stampo paranoico. Litiga spesso, si è iscritta ad una squadra di pallavolo. Porta tutto ciò che la spaventa in studio. (‘Lo so che non è del tutto vero! Ma nella partita di sabato, due avversari mi guardavano male, in modo tale da farmi arrabbiare!!’).

Sono sopraggiunte allucinazioni notturne, non ben definite, ma avvertire con lucidità. A tale scopo è trattata con antipsicotici.

Manuale di intervento sul trauma. Comprendere, valutare e curare il PTSD semplice e complesso (2019) di A. Montano e R. Borzì – Recensione del libro

In Manuale di intervento sul trauma le autrici guidano il lettore nella conoscenza del trauma psichico, esplorando le diverse definizioni e classificazioni più ampiamente accettate nel panorama psicologico e psichiatrico contemporaneo ed esplicitando la natura, l’intensità, la frequenza e i fattori concorrenti allo sviluppo dello stesso.

 

Nella prima parte di Manuale di intervento sul trauma forniscono, anche a chi è digiuno dell’argomento, una cornice teorica e clinica secondo cui leggere le caratteristiche del trauma semplice e complesso, non tralasciando due aspetti particolarmente rilevanti per l’attuale comprensione del tema: l’impatto che questo ha a livello corporeo e la conseguente centralità dell’aspetto fisiologico. Le conseguenze del trauma sul sistema nervoso centrale e sul sistema nervoso periferico vengono così discusse dettagliatamente insieme all’enorme contributo offerto negli ultimi vent’anni dalle neuroscienze.

Il manuale prosegue facendo un’analisi approfondita sulla relazione con il fenomeno del LGB, mettendo in evidenza i paradigmi teorici, i costrutti e gli studi empirici prodotti in quest’ottica in relazione al trauma. Le autrici spiegheranno in modo impeccabilmente scientifico come, in termini di rischio di psicopatologia nelle persone LGB, nel tempo si sia assistito a un cambiamento di prospettiva radicale: invece di osservare la co-occorrenza di orientamenti non eterosessuali e presenza di patologia, e di interpretare la prima come indicativa della seconda o entrambe come riconducibili a eventi stressanti e traumatici precoci, la ricerca ha cominciato a interessarsi a come, nella cultura dominante, l’essere gay, lesbiche e bisessuali portasse con sé una maggiore vulnerabilità̀ ad alcuni stressors e alle loro sequele.

Nell’ultima parte del libro ci si addentra nel campo applicativo di questo complesso argomento: le autrici descrivono in modo dettagliato tutti i fattori da prendere in considerazione per una buona anamnesi e un’attenta concettualizzazione del caso che tenga conto non solo del sintomo ma di tutti i fattori predisponenti e precipitanti del paziente traumatizzato. Proseguono attraverso un excursus dei vari approcci terapeutici rivolti alla traumatizzazione semplice e complessa, senza dimenticare di fare una breve digressione e discutere di alcuni concetti fondamentali per comprendere il processo di guarigione.

Un manuale completo e molto chiaro, che tratta le difficoltà dell’argomento in modo semplice ma affatto banale, fornendo al lettore una conoscenza approfondita, aggiornata e scientifica del tema.

 

La pillola anticoncezionale: effetti sul cervello e sull’efficacia cognitiva

La pillola anticoncezionale o pillola contraccettiva è un farmaco ormonale reversibile, utilizzato per la prevenzione del concepimento; tra i vari metodi contraccettivi la pillola anticoncezionale è risultata essere quella con la più alta percentuale di efficacia (Bradshaw, Mengelkoch, & Hill, 2020).

 

Si stima che la pillola anticoncezionale sia utilizzata da più di 100 milioni di donne nel mondo; proprio a causa dell’elevata diffusione, sempre più studi scientifici stanno indagando gli effetti che l’uso di questi contraccettivi provoca nell’organismo.

Un iniziale studio condotto nel 2017, dimostrò che le donne che assumevano regolarmente la pillola anticoncezionale estro-progestinica, mostravano livelli di cortisolo elevati, ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, in risposta a stimoli stressanti prolungati nel tempo (Hertel et al., 2017).

Gli effetti del cortisolo sul corpo umano sono ben noti, in particolare si delinea un aumento del battito cardiaco, della glicemia, e la diminuzione delle difese immunitarie. Inizialmente il cortisolo risulta utile per fronteggiare lo stimolo stressante, dato che favorisce l’inibizione delle funzioni corporee non indispensabili, garantendo un massimo sostegno agli organi vitali. Tuttavia, il persistere nel lungo termine di questo ormone nel sangue, risulta essere dannoso per il nostro organismo (Hertel et al., 2017).

Sono stati anche individuati effetti della pillola anticoncezionale estro-progestinica sulla struttura e sulle funzioni cerebrali: in particolare si evidenziano delle alterazioni (nello specifico una deattivazione) a livello della corteccia prefrontale la quale è deputata al controllo delle funzioni esecutive. Un calo dell’attività cerebrale in quest’area porterebbe a problemi comportamentali, come la capacità di inibire un comportamento, problemi di attenzione, di apprendimento e di memoria (Petersen, Kilpatrick, Goharzad, &Cahill, 2014). Si denota inoltre una diminuzione del volume dell’ippocampo, altra zona fondamentale per la memoria a lungo termine (Hertel et al., 2017).

Uno studio condotto su 324 donne, la metà delle quali assumevano regolarmente la pillola anticoncezionale estro-progestinica, si è proposto di indagare eventuali differenze nella performance cognitiva tra donne ‘user’ della pillola e donne ‘non user’. A tale scopo i due gruppi sono stati sottoposti ad una serie di esercizi cognitivi:  venivano per esempio mostrate due immagini apparentemente simili chiedendo di trovare dieci differenze nel minor tempo possibile. I risultati mostrano una differenza di punteggio medio significativa tra i due gruppi: le donne che assumono la pillola ottengono un punteggio più basso rispetto a coloro che non la usano (Bradshaw et al., 2020).

Gli effetti della pillola anticoncezionale sul corpo umano sembrano essere molteplici, gli studi a riguardo attualmente non sono molti e mostrano inoltre dei limiti metodologici importanti, trattandosi principalmente di studi pilota; tuttavia i ricercatori, stando a questi risultati preliminari, sottolineano la necessità di studi futuri per comprendere in maniera più approfondita gli effetti a livello fisico, cerebrale e psicologico di questa pratica anticoncezionale (Bradshaw et al., 2020).

Il consumo di sostanze psicoattive in adolescenza

L’uso di sostanze in età adolescenziale è molto diffuso e più essere letto come uno dei comportamenti, volto alla sperimentazione, messi in atto in questo delicato momento dello sviluppo. Bisogna fare attenzione però a non sottovalutare il problema.

 

Il tema dell’abuso di sostanze occupa un posto importante nell’analisi dello sviluppo dell’essere umano e, in particolare, nell’età adolescenziale. Diversi studi in ambito epidemiologico hanno messo in luce come l’adolescenza sia l’età in cui si entra in contatto per la prima volta con le sostanze e si sperimentano la maggior parte di queste. Questo comportamento non è da considerare un fattore decisivo per la cronicizzazione del loro uso, in quanto può essere letto come una sperimentazione, così come altri comportamenti messi in atto dall’adolescente per ricercare la propria autonomia e la propria identità (Newcomb & Bentler, 1989; Passini, 2016).

Questa visione, tuttavia, non deve portare a sottovalutare il problema, in quanto il consumo di sostanze rientra tra i comportamenti a rischio che possono avere, a breve o a lungo termine, un’influenza sullo sviluppo globale dell’individuo sia dal punto di vista fisico che psicologico e sociale (Ravenna, 1997). L’incontro iniziale con le sostanze giunge, quindi, in un periodo della vita molto particolare e complesso, in cui autonomia e dipendenza entrano in conflitto e l’adolescente cerca di costruire la propria identità e di ristrutturare il proprio concetto di sé, uno dei compiti di sviluppo fondamentali nell’adolescenza (Palmonari, 2011). L’uso di sostanze può allora diventare il modo con cui il ragazzo fronteggia o evade dai momenti complessi o difficili da gestire della sua età e/o un aiuto per gestire sentimenti di inadeguatezza e stati emotivi e psicologici negativi, tra cui l’ansia e l’incertezza. Essendo, d’altronde, l’identità dell’adolescente in costruzione e ancora non ben definita, bisogna fare attenzione che l’uso di sostanze non diventi un vero e proprio elemento che definisce il Sé dell’individuo (Palaretti, Emiliani & Passini, 2012).

Ma perché gli adolescenti possono decidere di usare sostanze psicoattive? Sono diverse le motivazioni che spingono i più giovani a fare uso di sostanze psicoattive e conoscerle permette di entrare in contatto con i desideri, i bisogni e le difficoltà che si incontrano in questa fase di sviluppo. Tra le principali motivazioni che sono state collegate all’uso di droghe, Ravenna (1997) evidenzia le seguenti:

  • la facilitazione sociale: riguarda l’uso di sostanze per facilitare il rapporto con gli altri, agevolare la comunicazione e la condivisione di sentimenti ed esperienze tra coetanei. Inoltre, l’assunzione in gruppo di una certa sostanza può aumentare la percezione di similarità tra i membri del gruppo di amici, utile per la coesione del gruppo;
  • la reputazione sociale: l’avvicinamento alle sostanze non è solo connesso alla socialità, ma anche al bisogno di esprimere la propria reputazione sociale. Gli adolescenti che fanno uso di sostanze presentano agli altri, consapevolmente o inconsapevolmente, un’immagine di sé quale trasgressiva e che devia dalla norma, attribuendo a queste caratteristiche un valore positivo;
  • l’ampliamento del Sé: fondamentale nell’adolescenza, come detto in precedenza, risulta essere lo sviluppo del Sé (Palmonari, 2011); proprio per questo l’adolescente potrebbe avvicinarsi alle sostanze, in quanto esse danno la possibilità di accedere a diverse immagini di se stessi, che spesso differiscono dal Sé reale percepito come incompleto o non soddisfacente, così da avvicinarsi a modelli e Sé ideali;
  • la regolazione delle emozioni: l’uso delle sostanze può essere motivato anche dal voler regolare e controllare i propri stati emozionali, ridurre le sensazioni e le emozioni vissute come spiacevoli e fare esperienza di stati emotivi positivi;
  • la ricerca di sensazioni forti: in adolescenza risulta essere presente il bisogno di ricercare nuove sensazioni (sensation seeking) e sia una certa propensione ad assumere rischi a livello fisico e sociale, sia la ricerca del divertimento e la curiosità di sperimentare sensazioni forti e nuove per contrastare una visione del mondo come noioso e ripetitivo;
  • la riduzione di stati di disagio: l’uso di sostanze può essere motivato da un desiderio di riduzione del disagio percepito dall’adolescente che, proprio in questo periodo specifico dell’arco della vita, spesso sente di non rispondere efficacemente alle richieste dell’ambiente;
  • l’aumento delle prestazioni: le pressioni sociali e la forte competizione interpersonale potrebbero spingere l’adolescente a considerare le sostanze come un valido aiuto per migliorare le proprie prestazioni e diminuire il divario tra i propri “limiti” personali e le richieste dell’ambiente.

Emerge, dunque, che l’uso di sostanze per gli adolescenti investe diverse funzioni molte delle quali sociali e di definizione della propria identità; ciò ci porta a interpretare il comportamento dell’adolescente, seppure dannoso, come dotato di senso e di un significato.

I fattori di rischio che possono portare ad una traiettoria di abuso di sostanze sono quelli che contribuiscono all’iniziazione e alla continuazione dell’uso; i fattori di protezione sono quelli che riducono il rischio di iniziazione ed una prosecuzione dell’uso delle sostanze e che promuovono lo sviluppo sano dell’adolescente (Sussman & Ames, 2001).

La classificazione dei fattori di rischio e di protezione rispetto all’uso di sostanze psicoattive di Hemphill e colleghi (Hemphill et al., 2011) pone molta attenzione agli aspetti sociali, ampliando il modello di riferimento biopsicosociale in senso socioambientale. Ritengo sia molto utile porre l’accento su questi fattori, in quanto, soprattutto in adolescenza, l’individuo si definisce nell’interazione continua con la comunità, la famiglia, l’ambiente scolastico e il gruppo dei pari; inoltre, essa risulta essere particolarmente utile in quanto esamina i medesimi fattori, sia come rischio sia come protezione. I fattori sono visti non come indicatori singoli e separati tra loro, ma piuttosto in continua interazione:

  • fattori di rischio e di protezione comunitari: questi fattori si riferiscono all’influenza esercitata sull’adolescente dall’ambiente sociale in cui si muove, che può promuovere la salute mentale o divenire fattore di rischio;
  • fattori di rischio e di protezione familiari: le modalità relazionali nel contesto familiare possono contribuire a portare l’adolescente a trovare nelle sostanze un conforto che non viene percepito in famiglia, ma esse possono essere anche dei fattori di supporto e di protezione per lo sviluppo del benessere psicosociale dell’adolescente;
  • fattori di rischio e protezione scolastici: l’andamento scolastico e l’ambiente scuola possono indurre l’adolescente ad avvicinarsi o meno all’uso di sostanze psicoattive;
  • fattori di rischio e protezione legati ai pari: molti studi hanno sottolineato che il rapporto con il gruppo dei pari può essere uno dei più rilevanti fattori di rischio per portare all’abuso di sostanze (Van Ryzin, Fosco & Dishion, 2012). Ma anche la relazione con i pari può, d’altra parte, divenire fattore protettivo, dato che le pressioni sociali possono avere un effetto positivo ed essere utilizzate nella prevenzione;
  • fattori di rischio e protezione individuali: non solo l’ambiente e le relazioni sociali, ma anche atteggiamenti, credenze e caratteristiche di personalità possono essere fattori di rischio e di protezione (Hemphill et al., 2011).

I molteplici contesti sociali, tra cui la famiglia, così come i fattori individuali possono essere, come abbiamo visto, sia fattori protettivi che di rischio e risulta essere fondamentale proprio ai fini della prevenzione e della cura potenziare la loro funzione protettiva e cercare di limitare gli aspetti che potrebbero comportare un potenziale rischio.

 

La gelosia e il famigliare nel 1600 – Dal corpo familiare all’anima famigliare

Esiste una identità della persona che prova gelosia che la porta a vivere e operare nel tentativo di risolvere il dubbio fondamentale dell’intera esistenza: che cosa ha più di me per meritarsi la sua passione e il suo amore?

 

Durante il XVII secolo, cambia di nuovo il contesto in cui si inseriscono le relazioni familiari. Cigoli, continuando l’analisi della pittura di famiglia, fa rilevare che inizia a delinearsi la complicità di coppia:

i segni dell’affetto familiare non coincidono più con il mero rispetto e con le attese di fedeltà e di fecondità, ma si aprono all’attenzione verso la donna: è lei che merita lo sguardo tenero ed è con lei che si scambia lo sguardo complice, segno dell’erotismo di coppia da cui gli altri sono esclusi.

Nella letteratura Madame la Fayette in La Principessa di Clèves descrive il sacrificio estremo di Mademoiselle de Chartres all’ethos familiare. Sposata al Principe di Clèves si innamora del Duca di Nemours senza però mai cedere all’adulterio nemmeno quando rimane vedova. Oltre all’intimità entra in scena la fedeltà al patto matrimoniale. La Principessa di Clèves rivela addirittura a suo marito l’amore per un altro uomo e nel momento in cui quest’ultimo muore per gelosia, si ritira a fare vita quasi eremitica. Per dirla con Boszormenyi-Nagi e Spark, si dimostra totalmente leale al sistema anche quando, dal punto di vista etico-legale, poteva essere libera di amare.

Ritorna insieme all’etica l’assoluta obbedienza ai principi cristiani. Manzoni ne I Promessi Sposi, romanzo scritto nel 1800 ma ambientato nel 1600, dà un ruolo determinante alla provvidenza che riesce a riportare giustizia, fiducia e speranza all’interno di un mondo piegato dai potenti. Renzo e Lucia, con l’aiuto della provvidenza, riescono a coronare il loro sogno d’amore sconfiggendo i signorotti dell’epoca. Il romanzo ha anche il merito di portare alla ribalta non solo la storia delle famiglie nobili e borghesi ma anche quella delle classi più umili che ricevono a loro volta l’attribuzione del sacro (Cigoli).

E’ all’interno di queste classi che il pathos riceve la massima considerazione e smuove la provvidenza rappresentata da Fra Cristoforo e dal Cardinale Federigo Borromeo. Emblematica è la figura di Agnese, madre di Lucia, che aiuta disperatamente la figlia ad unirsi in matrimonio con Renzo pur potendo avere come genero un nobile spagnolo come Don Rodrigo. Si prende cura della figlia accettando la sua autonomia e i suoi desideri. Ha fiducia nelle capacità della figlia e viene adeguatamente ricambiata.

Di contro, in riferimento ai passaggi generazionali, troviamo la Monaca di Monza che, costretta dai genitori a vestire l’abito talare, si ribella facendo vita dissoluta. Il papà di Gertrude si prende cura della figlia senza riuscire a donarle l’autonomia e la costringe a una esistenza inautentica. Esistenza inautentica che troviamo anche nella Monaca di Diderot. Ancora una volta un padre che per garantire l’eredità agli altri figli costringe una figlia a scegliere la vita di convento.

Accanto a I Promessi Sposi, un altro romanzo storico ambientato nel 1600: La Lettera Scarlatta di Hawthorne. Anche in questo romanzo un’altra eroina, la protagonista Hester, inserita all’interno del dramma legato al contrasto tra ethos e pathos. Hester viene esposta al pubblico ludibrio con una A di colore scarlatto ricamata sul petto in quanto adultera. La accompagna sul carro con il quale è costretta ad attraversare la città la figlia Pearl, frutto del peccato commesso.

Il simbolo dell’adulterio, la A di colore scarlatto, Hester se la ricama da sola, non solo in un impeto di coraggiosa dignità, ma anche per dare un significato preciso al suo gesto di autonomia. Il pathos la porta alla disobbedienza facendo una scelta di autonomia a cui, come abbiamo già visto, il sistema risponde considerandola una traditrice (adultera).

Hawthorne arrichisce il romanzo di una serie di simboli che danno il segno delle relazioni intra ed extra-familiari oltre che sul piano generazionale. Innanzitutto i colori con cui vengono rappresentati i personaggi e la loro storia. Lo scarlatto di Hester, simbolo della passione e dell’amore; il bianco di Pearl, la figlia, simbolo della purezza; il nero sempre di Hester, simbolo della colpa.

Il rosso è il colore dell’amore, sia terreno che spirituale, basti pensare al Sacro Cuore di Gesù, della passione, dell’attività, delle emozioni, del sentimento, dell’espansività, della vivacità, del sangue inteso come vita. E’ anche il colore della carnalità e delle prostitute. Nell’Apocalisse la grande prostituta è ammantata di porpora e di scarlatto. E’ anche il colore del sacrificio. Le confraternite nel passato vestivano di rosso in onore del sacrificio di Gesù per la salvezza degli uomini.

Nel contempo Hester è vestita di nero, il colore della colpa. Esso esprime l’assenza della luce ed è il colore del caos, del primitivo, della distruzione, della catastrofe. E’ il colore dell’intransigenza, dell’intolleranza, della sventura della morte (lutto/depressione). Quando viene scelto si sente il bisogno di esprimere protesta, opposizione, aggressività. Quando viene rifiutato esprime insofferenza per qualsiasi rinuncia, per tutto ciò che costringe. Scandisce i momenti di passaggio e di trasformazione, nel senso che è il colore che precede e succede alla vita.

In effetti Hester, mettendo al mondo una figlia in assenza del marito e non volendo rivelare il padre, attacca in modo significativo il polo etico della famiglia in funzione del pathos e, nel contempo, è consapevole del dramma generazionale che esprime nella seguente frase: Quel dono, quella dote, se non proprio scomparsa, era in sospeso, immobile dentro di me. L’immobilismo è il non passaggio, è il rifiutarsi di vestire il nero ma essere costretti ad indossarlo. Ecco, allora, la voglia e l’orgoglio, ricamandosi la A scarlatta sul petto, di voler trasmettere alla figlia il valore del pathos. Solo avendo fiducia e speranza che il dono dell’amore possa essere ricambiato riesce a riconquistare, anche se per poco tempo, Dimmesdale, il padre della bambina di cui non vuole rivelare il nome.

Il bianco, il colore del vestito della figlia Pearl, non è solo simbolo di purezza ma anche di trasparenza, di nuova vita. Il bianco vuol dire andare oltre lo spettro dei colori così come Pearl viene attratta dal dono della mamma: la A scarlatta ricamata sul petto, ovvero un nuovo tipo di legame basato sull’amore. Il bianco è anche il colore della luce. Cigoli nota che in molti quadri del ‘500 i personaggi vengono illuminati dalla luce che esce dagli occhi di Gesù Bambino. In molti quadri presenti nelle chiese, la conversione intesa come nuovo legame con il sacro passa attraverso la luce che rappresenta il dono dell’amore divino. La luce è rivelazione, permette di uscire dall’oscurità, dalle tenebre. L’espressione mettere in luce vuol dire prendere in considerazione, dare importanza, mettere in rilievo ciò che è nascosto. Pearl è vestita di bianco e in quanto vestita di bianco, piena di luce, è il simbolo della trasmissione di un nuovo messaggio generazionale rappresentato dall’attrazione che ella prova per la A scarlatta. Giustamente Cigoli fa riferimento alla teoria di Winnicott sul rispecchiarsi. La luce permette di guardarsi negli occhi, di rispecchiarsi. Pearl si rispecchia nella A ricamata sul petto della madre che diventa l’oggetto transazionale del legame filiale. Se la relazione insita nel rispecchiarsi è funzionale alla costruzione del sé, non vi è dubbio che la A scarlatta costituisce il dono della madre alla figlia.

Boszormenyi-Nagi e Spark, nel rilevare che le relazioni sono contraddistinte da equità e reciprocità, affermano che è

importante capire l’implicazione del ruolo del figlio quale inconsapevole sfruttatore potenziale di un genitore, dato che il figlio ha diritto a ricevere in cambio di niente. Molti genitori sentono che non è loro permesso lamentarsi della sensazione di essere sfruttati, e inconsapevolmente coprono questa sensazione con iperprotettività, un’iperpermissività, una devozione da martire e altri atteggiamenti difensivi.

In effetti Pearl, definita ‘bambina folletto’ per il suo carattere evanescente, nel romanzo cresce ribelle, piena di fantasie e selvaggia. La mamma, spesso, la veste in modo da poterne esaltare la bellezza.

Hester sente forte la responsabilità nei confronti della figlia: se esiste un vincolo generativo (…) esiste anche un vincolo a decidere che fare della propria storia generazionale. Hester decide di dover donare l’amore, il pathos.

D’altronde lo stesso Cigoli, ci informa che nei passaggi generazionali vi è il trasmettere, il tramandare ma anche il trasgredire inteso come il compito che ‘tocca alla nuova generazione’ ovvero di ‘procedere al di là di ciò che è dato nello scambio generazionale reinventandolo’.

Altro simbolo presente nel romanzo di Hawthorne è la gelosia impersonificata da Roger Chillingworth che si spoglia della sua identità pur di conoscere l’uomo con cui la moglie ha avuto una relazione durante la sua assenza. Esiste una identità della persona gelosa la quale vive e opera nel tentativo di risolvere il dubbio fondamentale dell’intera esistenza: che cosa ha più di me per meritarsi la sua passione e il suo amore?

La gelosia, come abbiamo detto, è il frutto avvelenato di un dono perverso che si struttura durante i processi generativi. Una volta instaurato il dubbio, la sua soluzione diventa lo scopo della vita coinvolgendo e sconvolgendo l’intera esistenza.

E’ talmente irrazionale che non riesce neanche a calcolare i rischi insiti nei comportamenti e nelle azioni. Roger, nel momento in cui individua l’amante segreto della moglie, cerca il modo migliore per uccidere il suo rivale. Di fatto contribuisce a far scappare insieme i due amanti insieme alla figlia.

Infine vi è la figura di Dimmesdale, il padre della bambina, che è il simbolo del rapporto con il sacro e con l’egocentrismo inteso come mancata capacità a donarsi. Egli è un giovane reverendo ed anche un colto teologo molto apprezzato per le sue prediche. Vive nel rimorso fino a stare male, ma non riesce ad assumersi la responsabilità di rivelare che è lui il padre della bambina. L’assunzione di responsabilità comporterebbe l’interruzione del rapporto di esclusività che, nella sua qualità di reverendo, ha con Dio. Nello stesso tempo non riesce a donarsi alla donna che ama. Se da un lato c’è Hester che sceglie il pathos e nel momento in cui fa la scelta cerca di modificare l’ethos, dall’altro lato c’è Dimmesdale che non riesce a compiere una scelta. Tocca ad Hester indurlo a fuggire una volta che il marito ha scoperto la loro relazione. Vive continuamente nella non scelta, tra il confessare il peccato e tenersi il segreto. Emblematica è la morte per emozione quando decide di rivelare la verità. In quel momento molti vedono la A scarlatta stampata sul petto simbolo del legame con Hester.

La morte come simbolo della rinascita: Dimmesdale rivela il suo legame attraverso la A stampata sul petto;  Hester viene ammirata dopo la morte nel luogo in cui viene seppellita accanto alla tomba di Dimmesdale con una A che unisce i due loculi.

La relazione può risorgere se viene reinterpretata, se rinasce la speranza e la fiducia.

 

Liberati dalla gelosia (2019) di D. Algeri – Recensione del libro

Liberati dalla gelosia di Davide Algeri è un manuale pratico per conoscere la gelosia, capirne l’origine, come le motivazioni profonde, e affrontarla in maniera funzionale attraverso strategie efficaci.

 

Davide Algeri, psicoterapeuta con specializzazione in sessuologia clinica, in Liberati dalla gelosia approfondisce in maniera competente il tema della gelosia, mantenendo una prospettiva divulgativa. Il volume quindi può essere utile sia per il lettore inesperto, che come strumento per il professionista.

La gelosia è un sentimento umano, fa parte della nostra gamma emotiva e ha lo scopo di segnalarci la possibilità della perdita di un oggetto d’amore per opera di una terzo. Non riguarda solo le relazioni amorose, possiamo sentirci gelosi di un amico o dei nostri genitori in presenza di fratelli o sorelle.

La gelosia diventa problematica quando diventa un’ossessione costante, soprattutto per l’impatto che potrebbe avere sulle nostre relazioni quando viene agita attraverso i comportamenti.

Spesso viene associata all’amore, ma in realtà ha molto più a che fare con temi personali come i valori, l’insicurezza, la bassa autostima, il controllo e la possessività.

La struttura dell’opera procede all’approfondimento del tema in cinque capitoli. Si parte da un inquadramento generale sulla gelosia, differenziandone i diversi tipi; non solo quella normale di una coppia sana contro quella patologica della coppia disfunzionale, ma anche la gelosia emotiva rispetto a quella sessuale, quella ossessiva e quella retroattiva, ognuna con differenti caratteristiche e origini.

Nel secondo capitolo del volume si approfondisce il profilo del geloso in un’ottica evolutiva. La gelosia che può provare un bambino nei confronti di chi presta le prime cure, la madre generalmente, nella relazione di attaccamento, non ha la stessa sostanza della gelosia tra adolescenti, quando i rapporti sono vissuti in modo assolutistico. Ancora diversa è la gelosia tra adulti, positiva o dannosa, a seconda dell’effetto di miglioramento o rovina nella relazione con il partner.

Nel terzo capitolo di Liberati dalla gelosia si passa ad approfondire il ruolo della cosiddetta “vittima”, il partner oggetto della gelosia, che in alcuni casi contribuisce a farla sviluppare e a mantenerla con comportamenti ambigui e manipolatori, dove non sempre è chiaro il confine tra involontario e deliberato.

Non viene lasciato inesplorato nemmeno il ruolo dei social network nell’influenzare la gelosia patologica nelle relazioni. Applicazioni come Instagram e Facebook hanno di fatto cambiato il modo di vivere la coppia, permettendo una vicinanza costante e l’apertura di una finestra sulla vita quotidiana e passata del proprio partner, inedita e facilmente violabile.

L’ultima parte viene riservata agli esercizi di stampo cognitivo-comportamentale per recuperare l’autocontrollo e la gestione della gelosia, per salvaguardare la propria salute mentale e per salvare la relazione messa a rischio da un’emozione così invadente e potenzialmente dannosa.

Liberati dalla gelosia è un’opera scorrevole che offre una panoramica generale sulla gelosia, la sua composizione e le diverse sfaccettature. Il libro ha anche il pregio di approfondire non solo il profilo del geloso, ma anche di soffermarsi sul possibile impatto che questa emozione può avere sulla controparte e quale può essere il suo ruolo attivo in alcuni casi.

Gli esercizi, allo stesso modo, si rivolgono sia alla persona gelosa – per il miglioramento di alcune aree, come quella dei pensieri automatici, della consapevolezza emotiva, dell’autostima – sia alla “vittima” potenziale o reale della gelosia, con una serie di strategie per evitare che venga alimentata portando a conseguenze anche pericolose per la propria incolumità.

 

Droghe psichedeliche: quando il loro utilizzo potrebbe avere risvolti inaspettati

Un recente studio ha dimostrato che c’è una relazione tra gli effetti acuti dovuti all’utilizzo di droghe psichedeliche e la diminuzione soggettiva di ansia e depressione (Davis, Barrett, & Griffiths, 2020).

 

 Ansia e depressione, con una prevalenza lifetime rispettivamente del 10% e del 13%, sono due tra i disturbi psicologici più comuni rilevati nella popolazione (Steel et al., 2013). Date le alte percentuali di prevalenza, molte sono attualmente le procedure terapeutiche a disposizione per coloro che soffrono di tali problematiche; tuttavia, vi sono ancora un gran numero di persone che non hanno accesso a queste terapie (Collins, Westra, Dozois, & Burns, 2004) o che non ne traggono giovamento (Hofmann et al., 2012). A partire da questa osservazione i professionisti nel campo della salute sono tutt’ora alla ricerca di nuovi orizzonti terapeutici per il trattamento di ansia e depressione.

Un’area che negli ultimi anni ha destato un notevole interesse è quella dell’azione positiva che alcuni composti psichedelici come l’LSD (dietilamide dell’acido lisergico) o l’ayahuasca, se somministrati in un ambiente controllato, sembrano avere nell’ambito della psicoterapia (Carhart-Harris, et al., 2016; Davis et al., 2019). Le sostanze in questione, agendo principalmente come agonisti della serotonina, causano modificazioni nella percezione, nell’umore e nel comportamento (Araùjo et al., 2015), rivelandosi in alcuni casi utili a ridurre i sintomi dell’ansia e della depressione, se uniti alla psicoterapia (Johnson & Griffiths, 2017).

Una possibile variabile che alcuni autori hanno ipotizzato rappresenti il mediatore tra la diminuzione dei sintomi ansiosi e depressivi e l’effetto delle droghe psichedeliche è la flessibilità psicologica (Kuypers et al., 2016; Sabucedo, 2017). La flessibilità psicologica è qui definita come l’insieme dei processi che aiutano gli individui a gestire lo stress; è un costrutto che rappresenta la capacità di sviluppare un buon adattamento alle varie situazioni della vita e di mantenere un equilibrio tra i diversi impegni quotidiani, senza lasciarsi sovrastare da questi (Davis et al., 2020).

Il presente studio, con un campione di 985 maggiorenni, si è posto l’obiettivo di indagare la flessibilità psicologica come potenziale mediatore tra l’effetto di droghe psichedeliche (in particolare LSD, mescalina, ayahuasca, peyote, salvia/salvinorum e N-DMT) e la diminuzione dell’ansia e della depressione. I dati dello studio sono stati raccolti in un sondaggio anonimo online, invitando individui che avevano riferito di almeno un’esperienza psichedelica in passato. I partecipanti erano tenuti a segnalare quale sostanza psichedelica avessero usato, la dose (Bassa, Moderata, Moderatamente alta, Alta), la somministrazione (cioè orale, sublinguale, endovenosa, intranasale) e il periodo di tempo trascorso dall’esperienza. Per avere una misura della flessibilità psicologica è stato utilizzato il Acceptance and Action Questionnaire II (AAQII; Bond et al., 2011) che gli intervistati hanno completato riferendosi alle sensazioni precedenti e successive all’esperienza psichedelica.

I risultati hanno mostrato che gli effetti psichedelici erano significativamente associati a una diminuzione nei sintomi ansiosi e depressivi. Inoltre, all’aumentare della flessibilità psicologica diminuivano i sintomi di ansia e depressione a seguito di un’esperienza psichedelica. In conclusione, il presente studio conferma l’ipotizzato ruolo di mediatore della flessibilità psicologica tra gli effetti psichedelici acuti dovuti alle sostanze precedentemente citate e la diminuzione di ansia e depressione.

Le future ricerche dovrebbero esplorare se tali effetti terapeutici possano essere potenziati dalla “psichedelic-assisted therapy”, incentrata sui processi di cambiamento all’interno di un modello di flessibilità psicologica (Davis et al., 2020), dal momento che l’assunzione in autonomia di tali sostanze ai fini di automedicazione può avere importanti side-effects.

 

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