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Dalla rappresentazione cognitivo-affettiva durante la gravidanza alla relazione madre-bambino: mentalizzazione, funzione riflessiva e mind-mindedness

Dagli anni novanta studiosi psicoanalisti hanno esaminato la relazione tra stati mentali e caregiving proponendo la presenza di processi cognitivo-affettivi e relazionali e portando all’individuazione di tre costrutti: mentalizzazione, funzione riflessiva (genitoriale) e mind-mindedness.

Silvia Locatelli – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Durante la gravidanza vi sono dei processi cognitivi che preparano la futura mamma a ‘pensare’ e quindi ‘prendersi cura in futuro’ del proprio bambino. Infatti un costrutto di caregiving come l’attaccamento preparto è stato studiato per mettere in relazione questo pensare nel presente in vista di azioni future e nello specifico come lo stato mentale della donna in gravidanza riguardo al proprio bambino possa influenzare positivamente la relazione tra i due, e di conseguenza lo sviluppo affettivo e cognitivo del bambino (McMahon, 2016). In questo articolo verranno analizzati quei costrutti che hanno origine da teorie psicoanalitiche riguardo la trasmissione intergenerazionale dei pattern di attaccamento, con particolare attenzione al periodo della gravidanza.

Esistono evidenze di come la rappresentazione mentale dei propri pattern di attaccamento influenzi positivamente l’attaccamento del proprio bambino (Main, 2005). Dagli anni novanta studiosi psicoanalisti hanno analizzato questo fenomeno proponendo altri processi cognitivo-affettivi e relazionali.

Dalla letteratura emergono, essenzialmente, tre costrutti riguardo stati mentali e caregiving: mentalizzazione, funzione riflessiva (genitoriale) e mind-mindedness.

Per mentalizzazione si intende l’abilità di interpretare e predire il comportamento di sé e degli altri in relazione ai propri stati mentali (Fonagy, 1991). La mentalizzazione è quella capacità di integrazione di stati cognitivi e affettivi: pensare ai sentimenti e sentire i propri pensieri (Slade, 2005a). Quindi è in parte un processo cognitivo, di comprensione individuale, simile all’insight, e in parte un processo affettivo di mantenimento, regolazione ed esperienza dell’emozione, simile, ma diversa, dall’empatia (Slade, 2005a). Questa è la mentalizzazione nella sua definizione generale, applicabile a qualsiasi relazione tra individui.

Che cosa succede tra un genitore e il proprio figlio? I genitori possono essere razionalmente consapevoli delle difficoltà prenatali e immaginare e pensare al proprio bambino. Il focalizzarsi sull’esperienza e su stati mentali, entrambi sul proprio sé e su quello del feto, è ciò che rende diversa la mentalizzazione da altri processi più generali riguardo la genitorialità. In questo senso mentalizzazione e funzione riflessiva (FR) rendono possibile per il genitore immaginare il proprio bambino come dotato di una mente propria, aiutando la futura mamma a mantenere un senso coerente di sé (Pajulo, 2015).

Fonagy (1991) ha analizzato la mentalizzazione utilizzando la Adult Attachment Interview, analizzando in particolare la funzione riflessiva, per verificare come questo stato mentale cioè la rappresentazione dei propri genitori, influenzi la qualità dell’attaccamento.

Durante la gravidanza è possibile che la futura mamma inizi a sperimentare il processo di mentalizzazione con un altro ipotetico agente, ipotetico perché il figlio/a che aspetta non è ancora nato, e quindi non ha ancora un feedback diretto di come il proprio stato influenzi sé stessa e l’altro. Lo studio di Fonagy (1991) è prospettico, quindi condotto sia in fase pre che post partum, sono state effettuate l’AAI durante la gravidanza e la Strange Situation per osservare la relazione tra madre e bambino, a 13 mesi. In questo studio sono stati replicati i risultati di Main (2005): madri con una rappresentazione autonoma permetteranno al proprio bambino di avere una relazione di attaccamento sicura, madri con una rappresentazione distanziante favoriranno una relazione di attaccamento evitante. Nello studio di Fonagy (1991) manca però una relazione diretta tra rappresentazioni invischiate e attaccamento ansioso-ambivalente, l’unica presente riguarda la resistenza dei bambini alla Strange Situation. Per quanto riguarda la codificazione della AAI in termini di FR, gli autori teorizzarono la FR come quella capacità di comprendere che la propria mente è pervasa da stati affettivi. Tali stati vengono riconosciuti come modificabili nel tempo, e soprattutto appartenenti alla propria mente. L’individuo ha anche la consapevolezza che la mente dell’altro che si osserva possiede stati affettivi, i quali non sono sempre riconoscibili, ma solo intuibili, e che questi affetti propri e altrui sono influenzabili a vicenda (Fonagy, 1991).

Futuri genitori con una rappresentazione di attaccamento autonoma hanno un’alta FR, e viceversa futuri genitori con una rappresentazione insicura avranno una FR minore. La forza dello studio rimane comunque il fatto che la rappresentazione di attaccamento durante la gravidanza predica la relazione, in futuro, tra madre e bambino, quindi come uno stato mentale presente, la FR in generale, influenzi il comportamento e la qualità della relazione. Quindi, in questa prospettiva, la FR è una capacità centrale che permette ai genitori di avere un accesso alle emozioni e alle memorie rilevanti, flessibile e coerente verso la propria esperienza di attaccamento, garantendo una base sicura per i propri figli.

Successivamente, dal concetto di mentalizzazione, quindi facente riferimento a stati cognitivi e affettivi, è stata estrapolato il concetto di FR, una funzione che viene definita ‘regolatoria’. In uno studio di Slade e collaboratori (2005b) è stata misurata la FR, definita funzione riflessiva genitoriale, non con AAI, ma con un altro strumento, la Parent Development Interview (PDI), dimostrando come la FR sia un costrutto indipendente dalla misurazione con AAI. Gli autori hanno quindi sottolineato come la FR sia una capacità che emerge dalla rappresentazione di attaccamento, e che influenza direttamente la relazione. Infatti, i risultati mostrano come la FR misurata con AAI durante la gravidanza correli positivamente con la FR misurata con PDI a 10 mesi del bambino, quindi sia la qualità che l’organizzazione dei modelli operativi interni materni sono collegati alla FR genitoriale (Slade, 2005b). Gli autori sottolineano come questa modalità non sia ‘perfetta’, infatti riportano come un’alta FR non sia indice di controllo costante; genitori con alta FR possono comunque sperimentare stati affettivi intensi e questi stati necessitano di tempo per essere regolati in funzione della relazione. Quindi di fatto la FR è regolazione, riprendendo il concetto di ‘madre sufficientemente buona’ di Winnicott (Slade, 2005b). Come nel lavoro di Fonagy (1991), gli autori non hanno trovato una relazione tra tutti i pattern di attaccamento dei bambini e FR, infatti bambini classificati come evitanti non erano distinguibili dai bambini sicuri in termini di FR genitoriale. Allora gli autori hanno ipotizzato come questo processo fosse necessario per le diadi ad alto rischio, come quelle ambivalenti e disorganizzate, indicando come l’attaccamento evitante sia un meccanismo di difesa e di adattamento a basso rischio (Slade, 2005b). Riassumendo si può sostenere che quanto più i caregivers sono riflessivi, anche prima della nascita, tanto più si può star certi che gli stati interni dei bambini saranno correttamente processati dai genitori, così da rendere più plausibile lo stabilirsi di una relazione di attaccamento.

Allora la FR genitoriale ha un’importanza sia clinica che scientifica per due ragioni: a) molte difficoltà nella relazione madre-bambino hanno origine già dalla gravidanza, e b) il focus di FR durante la gravidanza permette di impostare trattamenti preventivi (Pajuolo, 2015).

Quindi fino ad ora abbiamo visto come una funzione cognitivo-affettiva, la mentalizzazione, possa regolare, attraverso la funzione riflessiva, la relazione della diade madre-bambino. In termini psicoanalitici moderni che cos’è questa relazione nella mente della madre?

Slade (2005a, 2005b) sottolinea come la FR aiuti le madri a ‘pensare’ al comportamento e non a cambiare lo stesso, anche se riconosce come il cambiamento di pensiero sia di per sé un primo passo per modificare il comportamento. L’autore conclude come la FR possa essere il ponte tra rappresentazione e comportamento.

È sufficiente? Un’altra autrice, Elisabeth Meins, ha proposto come un’altra funzione, la mind-mindedness (MM), sia l’interfaccia tra rappresentazione e comportamento, e che condivida origini teoretiche con la FR misurata con AAI, proponendo come la MM sia un tipo di FR in azione: la capacità di una madre di verbalizzare esplicitamente gli stati mentali del proprio bambino può dipendere da una funzione di mentalizzazione in generale (McMahon, 2017). Lo sviluppo di rappresentazioni mentali del bambino che si aspetta, che diventano sempre più elaborate con l’andare avanti della gravidanza, è considerato un compito di adattamento della gravidanza stessa, cruciale per l’attivazione del sistema di caregiving (McMahon, 2017). Tuttavia la MM entra in gioco una volta che il bambino è nato. Infatti è importante sottolineare come la MM sia la tendenza a commentare adeguatamente gli stati interni del proprio figlio già nato. Questa risulta correlata positivamente alla FR misurata con AAI, e ai pattern di attaccamento (Arnott, 2007). Inoltre la MM è misurabile on-line, durante la relazione, sia in termini di contenuti verbali, che nel comportamento che la madre mette in atto per prendersi cura del proprio figlio (parental embodied mind-mindedness, PEM), per esempio nell’interazione durante il gioco: il bambino indica un oggetto e la madre lo passa (buona PEM), oppure il bambino gioca con un oggetto e la madre lo interrompe per dargli altri giochi a cui non è interessato (bassa PEM) (Shai, 2018). Quindi la MM è sia parte della rappresentazione di stati mentali, mentalizzazione, e di relazioni, funzione riflessiva, che comportamento stesso, sia verbale che agito. Questo aspetto comportamentale, la PEM, è un buon indice per catturare la natura mutualmente responsiva della relazione, in cui si tiene conto dell’esperienza del bambino in risposta al comportamento responsivo del genitore (Shai, 2018). In questo studio si sono rivelati anche risultati riguardo il legame tra MM, PEM e attaccamento, indicando come la mentalizzazione genitoriale sia multifattoriale e multimodale, esplorabile sia sul piano verbale che non verbale, esplicito e implicito, rappresentazionale e comportamentale (Shai, 2018).

Quindi, in termini psicoanalitici, sono stati individuati elementi rappresentazionali, cognitivi e affettivi, ed elementi comportamentali, verbali e non verbali, prodotto di essi.

Abbiamo visto come la rappresentazione della mente dell’altro sia necessaria per una buona diade madre-bambino, e come questa rappresentazione, sia in termini generali di mentalizzazione, che nelle sue parti di FR e MM, inizi a svilupparsi durante la gravidanza, in preparazione a una relazione efficace. Infatti è noto come un cambiamento positivo nella FR possa diminuire il rischio di incomprensioni nella comunicazione tra familiari, migliorare l’attaccamento prenatale, e quindi migliorare l’interazione e promuovere un attaccamento sicuro nel post parto (Pajuolo, 2015). Secondo questa prospettiva esistono interventi di psicoterapia sulla mentalizzazione in gravidanza (Markin, 2013). Per esempio, nel lavoro proposto da Markin (2013), è possibile proporre una psicoterapia in gravidanza in cui vengono rimandati degli atteggiamenti più ‘mentalizzati’ a madri che non mentalizzano correttamente, con tre tipi di intervento specifici per la gravidanza: mentalizzare il bambino come possessore di una mente separata dalla madre, mentalizzare sé stessa come madre, e mentalizzare la relazione emergente tra la madre e il feto. Infatti durante la gravidanza la futura madre potrebbe iniziare a fantasticare sul proprio bambino. Quindi la mentalizzazione, in particolare nella FR, aiuta la futura mamma proprio in queste fantasticherie, rendendole funzionali: una madre con la tendenza a pensare di dover conoscere con certezza i bisogni del proprio bambino perché sentirlo piangere le mette ansia e apprensione può avere la tendenza a sentirsi sopraffatta sperimentando che non può avere questa conoscenza certa; diversamente una madre può essere consapevole di avere la tendenza a sentirsi sopraffatta non avendo questa conoscenza certa perché l’ha imparato dalla propria madre, quindi con un atteggiamento mentalizzato di come il suo passato stia influenzando il suo presente (Markin, 2013). Questa coerenza temporale e la conoscenza di come l’attaccamento passato influenzi quello presente richiama, a tutti gli effetti, una rappresentazione di tipo autonomo di attaccamento: quindi la conoscenza del proprio stato attuale di attaccamento influenza la relazione attuale con il proprio bambino.

In conclusione, anche da studi di origine non strettamente cognitiva, si è evidenziato come una rappresentazione cognitiva, e affettiva, sia un costrutto stabile della mente, ma comunque modificabile, e che questo stesso stato influenzi le relazioni a lungo termine, sia agite che rappresentate. Potrebbe essere interessante approfondire questi costrutti in termini di credenze centrali del sé (in senso strettamente cognitivo), temi dolorosi che originano dal passato, e piani di funzionamento attuali.

Olivia Benson: quando proteggere gli altri diventa un dovere imprescindibile – La LIBET nelle narrazioni

Olivia Benson è la protagonista di Law and Order: Unità Vittime Speciali, una serie televisiva che racconta di crimini a sfondo sessuale che avvengono nella città di New York.

La LIBET nelle narrazioni – (Nr. 5) Olivia Benson

 

A differenza di molte colleghe di altre serie tv poliziesche, il personaggio di Olivia, fin dalle primissime puntate, riesce a coinvolgere lo spettatore per la sua complessa costruzione. Non incarna infatti lo stereotipo di qualche anno fa della donna con la pistola, sempre ai margini e mai protagonista, ma rappresenta una donna con un passato difficile che riesce a raggiungere una posizione lavorativa di prestigio diventando capo dell’unità vittime speciali grazie esclusivamente alle sue doti. Il passato della protagonista è molto doloroso e ha contribuito al suo ‘dover essere sempre forte e indipendente’.

Olivia è figlia di uno stupratore e di una madre alcolista e fin da subito capisce di dover provvedere da sola a se stessa. Diventa forte e autonoma, due caratteristiche fondamentali per intraprendere il lavoro di detective. Un altro aspetto che la contraddistingue è la sua capacità di empatizzare con le vittime, vivendo ogni caso con passione e determinazione: proteggere gli altri sempre è un dovere imprescindibile.

Utilizzando la LIBET possiamo analizzare in modo più approfondito la costruzione psicologica del personaggio e capirne il suo funzionamento.

Il tema che potremmo immaginare osservando con occhio critico la serie, è quello della minaccia, l’idea di sentirsi deboli e fragili che nel caso specifico potrebbe essere associato all’emozione della paura. Il tema rappresenta lo stato mentale doloroso, che appartiene ed è diverso per ognuno di noi, e viene appreso nella storia di vita. La sofferenza è data, in questo caso, dall’intollerabilità di sentirsi fragile e provare paura.

I piani invece, rappresentano le strategie con le quali ci si tiene lontani dalla propria vulnerabilità. ‘Devo essere sempre forte e proteggere tutti’ diventa l’imperativo al quale obbedire costantemente e senza scelta. La problematicità è proprio nella rigidità di queste strategie che vengono vissute come inevitabili e assolute. Diventa perciò molto difficile per Olivia chiedere aiuto perché questo la farebbe sentire fragile e per lei non è tollerabile. Per questa ragione adotta un rigido piano prescrittivo di controllo su di sé e sul mondo esterno che la tiene lontano dagli altri e la fa sentire forte e impavida. Durante la sua infanzia questo piano risulta funzionale e adattivo perché le permette di sopravvivere in un ambiente difficile connotato da forte deprivazione.

Con il passare del tempo però, l’irrigidimento del piano porta inevitabilmente alla sua rottura e va incontro a invalidazione. Durante una missione in incognito molto pericolosa, Olivia rischia di subire un’aggressione sessuale e questo la espone al suo tema doloroso (il senso di minaccia, fragilità e paura); Olivia inizia a sviluppare alcuni sintomi che cominciano ad influenzare il suo lavoro e la fanno soffrire.

A questo punto Olivia decide di rivolgersi a uno psicoterapeuta per cercare di risolvere il problema e smettere di star male. Quello che scoprirà, durante i vari incontri, la spingerà a comprendere quali sono i costi a lungo termine dell’usare strategie rigide; e magari anche ad accettare che esistono altre possibilità fra le quali scegliere, che possono farle raggiungere nuovi scopi e obiettivi di vita altrettanto significativi e importanti.

 

La scatola magica. All’origine delle neuroscienze (2019) di A. Cerasa e F. Tomaiuolo – Recensione del libro

La scatola magica è un prezioso lavoro, scritto “a due menti”, viene da dire, da Antonio Cerasa e Francesco Tomaiuolo, brillanti neuroscienziati contemporanei, per la collana Hoepli curata da Massimo Temporelli.

 

Cosa ha spinto Antonio Cerasa (ricercatore presso il CNR di Catanzaro e vincitore del premio Giancarlo Dosi per la divulgazione scientifica) e Francesco Tomaiuolo (Professore Universitario, Dottore di ricerca in Neuroscienze e curatore della riedizione dell’atlante neuroanatomico di Costantino Economo) ad avventurarsi in un sentiero tanto complesso e vasto come la storia delle neuroscienze e delle scoperte inerenti il funzionamento della mente umana?

Gli autori lo spiegano nell’affascinante epilogo del libro: a motivarli è il sogno di raccontare un viaggio di grande valore, quello realizzato dai primi grandi neuroscienziati, ma anche quello che ogni giorno impegna studiosi e ricercatori, immaginandolo come il progressivo e costante disvelamento del contenuto di una scatola misteriosa, che ogni bimbo desidererebbe ardentemente di scartare alla ricerca della meraviglia.

E così, come in un romanzo, le neuroscienze sono protagoniste di questo amabile saggio, capace di parlare, anche a i non addetti ai lavori, e di narrare, con una partecipazione emotiva che lascia trasparire l’entusiasmo e l’amore degli autori, il percorso evolutivo della disciplina: la nascita, lo svincolo dalla propria culla originaria (la biologia), il raggiungimento dell’autonomia e della capacità dialogica con le altre discipline medico-scientifiche che ne ha suggellato la caratteristica multidisciplinarietà, la modernità sopraggiunta negli anni ’50/’60, l’ulteriore salto compiuto a partire dagli anni ’70, con l’avvento delle nuove tecniche di  neuroimaging, il futuro -già presente- del cervello frattale e dell’intelligenza artificiale.

I volti scelti per tratteggiare questa storia sono quelli dei pionieri delle neuroscienze: uomini e donne dai nomi leggendari, come Brenda e Peter Milner, Costantino Von Economo, Wilder Penfield. Intorno a questi, alle loro storie di vita, ai tentativi, alle difficoltà, ma anche alla serendipity e alle loro straordinarie scoperte destinate a cambiare per sempre la nostra vita, ruotano altri grandi nomi che hanno supportato, partecipato, ampliato, proseguito, il viaggio affascinante alla scoperta della “scatola magica”.

Una trattazione, quella di Cerasa e Tomaiuolo ne La scatola magica, fluida e armonica, coinvolgente e profondamente viva, che sa colorare anche la dimensione umana di quelle grandi menti che hanno disegnato il nostro futuro. Per forza di cose non esaustivo, il saggio assume la forma di un pentagono, simbolo geometrico scelto come metafora di un lavoro volto a racchiudere le conoscenze prodotte nel tempo dai più brillanti neuroscienziati. Una scelta significativa, dato che il pentagono possiede la caratteristica di consentire, se i suoi lati vengono prolungati, una progressione infinita. Proprio come le neuroscienze.

Il cervello è l’organo del destino. Esso custodisce, nel suo meccanismo ronzante, i segreti che determineranno il futuro del genere umano. (Wilder Penfield)

 

L’effetto della Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS) sugli schemi di memoria emotiva nei pazienti depressi

Un recente studio (Bovy et al., 2020) propone un’analisi del funzionamento degli schemi della memoria, tenendo conto della distorsione della memoria nei pazienti con depressione, che hanno schemi negativi particolarmente forti.

 

Uno dei principali sintomi cognitivi nella depressione è la maggior probabilità che gli individui depressi hanno di ricordare informazioni e materiale negativo rispetto agli individui senza depressione. Secondo il modello cognitivo di Beck (1967), le distorsioni della memoria congruenti con l’umore possono essere un meccanismo cognitivo che gioca un ruolo importante nel mantenimento della depressione. In quest’ottica, se un individuo è triste o depresso, una distorsione della memoria congruente con l’umore comporta una maggior accessibilità dei ricordi negativi e la rievocazione di tali ricordi può mantenere o esacerbare l’umore depresso, il quale può, a sua volta, richiamare sempre più ricordi negativi dando vita ad un circolo vizioso.

I meccanismi neurali alla base di queste distorsioni sono ancora parzialmente sconosciuti e sono stati principalmente attribuiti al ruolo dell’amigdala e alla sua modulazione dell’ippocampo. Tuttavia, il concetto di schema recentemente ripreso e applicato nelle neuroscienze cognitive può far luce sui meccanismi neurali alla base della distorsione della memoria nella depressione. L’elaborazione della memoria correlata allo schema si riferisce all’integrazione delle informazioni congruenti appena acquisite in una struttura di conoscenza esistente superordinata e adattabile (lo schema), che porta ad un’efficienza di codifica e consolidamento superiore. In termini più semplici, le nuove informazioni che si adattano bene a questo schema, vengono generalmente ricordate meglio.

Un recente studio (Bovy et al., 2020) propone un’analisi del funzionamento degli schemi della memoria, tenendo conto della distorsione della memoria nei pazienti depressi i quali hanno schemi negativi particolarmente forti che portano ad un miglioramento della codifica e del consolidamento delle esperienze negative, spiegando probabilmente l’alto tasso di recidiva nella depressione. Oltre ai cambiamenti nella memoria, i pazienti mostrano anche alterazioni del sonno, il quale ha un ruolo importante nel consolidamento dei ricordi.

Per indagare questa relazione, i ricercatori hanno stimolato la corteccia prefrontale mediale (mPFC), utilizzando la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS) neuronavigata nel gruppo di controllo e la Theta Burst Stimulation (TBS) nel gruppo sperimentale. La TBS è una nuova forma di TMS in cui gli impulsi magnetici sono applicati in un certo schema chiamato burst. Studi di ricerca con TBS hanno dimostrato di produrre effetti simili, se non maggiori, sull’attività cerebrale rispetto alla stimolazione magnetica transcranica ripetitiva standard (rTMS). Le procedure TMS convenzionali in genere durano fino a 37 minuti per sessione, mentre la TBS può durare pochi minuti; il modello di TBS standard consiste in tre raffiche di impulsi emessi a 50 Hz e ripetuti ogni 200 ms.

Le ipotesi dello studio erano le seguenti:

  • La stimolazione attiva (TBS) diminuisce il numero di item critici totali ricordati erroneamente.
  • L’effetto della stimolazione (TBS) influenza in modo specifico gli schemi negativi a causa della loro attivazione dopo l’induzione dell’umore negativo, con conseguente riduzione della distorsione della memoria negativa rispetto al gruppo di controllo.
  • La quantità di sonno REM nella notte tra la codifica e il recupero è correlata al numero di item critici che sono falsamente ricordati.

Il campione finale comprendeva 40 soggetti (26 femmine, 14 maschi) di età compresa tra i 18 e i 34 anni.

Lo studio consisteva in tre sessioni attuate in giorni separati. In primo luogo, i partecipanti sono stati preparati per l’intervento TMS; successivamente, essi hanno compilato i questionari di base: Beck Depression lnventory (BDI-I), State-Trait Anxiety Inventory (STAI), NEO Five-Factor Inventory (NEO-FFI), Morningness-eveningness questionnaire (MEQ), Pittsburgh Sleep Quality Index (PSQI), questionario sul sonno dell’Ospedale di St. Mary (SMH) e il Positive and Negative Affect Schedule (PANAS). Infine, per monitorare il sonno è stato collegato il sistema EEG portatile per la base delle registrazioni. Nella prima sessione sperimentale, in seguito alla stimolazione TMS e alla compilazione dei questionari SMH e PANAS, l’umore negativo è stato indotto guardando diversi filmati. Dopo il film, è stato somministrato un secondo PANAS per sondare l’efficacia dell’induzione dell’umore. In seguito, i partecipanti hanno ricevuto una seconda stimolazione TMS o TBS mirata alla mPFC. In un laboratorio comportamentale adiacente, i partecipanti hanno poi eseguito il compito emotivo di codifica in cui era chiesto di ricordare il maggior numero possibile di parole. È stata utilizzata una versione adattata del compito di falsa memoria Deese-Roediger McDermott (DRM, Roediger & Mcdermott 1995).

Infine, è stato compilato un terzo PANAS ed è stato collegato nuovamente l’EEG portatile per il sonno. Il giorno seguente, durante la seconda sessione sperimentale, i partecipanti hanno richiamato liberamente quante più parole codificate possibili, e hanno poi eseguito un compito di riconoscimento. Dopo aver completato tutti i compiti, i soggetti hanno risposto alle domande di debriefing sullo scopo dello studio.

I risultati del presente studio sembrano supportare il coinvolgimento della mPFC nell’elaborazione della memoria dello schema emotivo, poiché l’inibizione dell’mPFC con la stimolazione continua del theta burst (TBS) ha diminuito il falso riconoscimento nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo. Ancora più importante, dopo un’induzione dell’umore negativa, è emersa una differenza di gruppo nel rapporto tra il riconoscimento di item postivi e negativi; qui la stimolazione attiva ha specificamente diminuito il falso riconoscimento di item negativi. In supporto a questo risultato, i gruppi sperimentali differivano anche nel rapporto dei tempi di reazione tra il riconoscimento dell’item positivo e negativo, dimostrando che non solo la memoria, ma anche la velocità di recupero, veniva influenzata dalla stimolazione. Infine, la potenza theta frontale (sonno REM) durante la notte tra la codifica e il recupero non era correlata alla quantità di item critici riconosciuti, né con il rapporto tra il riconoscimento di item positivi e negativi.

In conclusione, in accordo con le prime due ipotesi dello studio, i risultati mostrano una correlazione significativa tra schemi di memoria emotiva correlati alla mPFC e distorsioni della memoria congruenti all’umore; l’inibizione della mPFC dopo l’attivazione di uno schema negativo sembra essere in grado di ridurre specificamente gli schemi negativi. I ricordi negativi possono essere uno strumento prezioso per scopi terapeutici e, alla luce di queste nuove scoperte, sarebbe utile esplorare ulteriormente le possibilità di manipolare schemi emotivi.

 

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Netnografia e data storytelling, alla ricerca delle nostre tracce digitali – Psicologia Digitale

I dati non sono niente se non li sai leggere e se non raccontano una storia. Le informazioni provenienti dal web, in particolare, hanno un grande potere persuasivo e vengono visti dai ricercatori come storie nuove e nuovi modi di coglierle. Un efficace metodo di ricerca qualitativo è la netnografia, flessibile a seconda delle esigenze e applicabile a molti campi.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 6) Netnografia e data storytelling, alla ricerca delle nostre tracce digitali

 

Nel 2011 Andrew Keen in un ormai storico intervento alla Next Conference a Berlino definì l’enorme mole di dati presenti online come “il nuovo petrolio”. L’imprenditore si riferiva ai dati personali di cui le grandi aziende tech come Google e Facebook fanno un uso a fini commerciali non sempre trasparente nei confronti degli utenti.

Nove anni dopo abbiamo nuove consapevolezze e soprattutto nuove normative (ePrivacy, GDPR), nel tentativo di tutelarci. Molto ci sarebbe da dire a riguardo, ma siamo sicuri che questa grande mole di dati abbia solo un impatto negativo?

La netnografia: cos’è

La netnografia è una metodologia di ricerca qualitativa che adatta le tecniche dell’etnografia agli ambienti virtuali come blog, videocast, podcast, social network (Kozinets, 2010; 2015). E’ un metodo flessibile poiché è combinabile con altre metodologie di ricerca, può focalizzarsi su ricerche brevi su una singola comunità online oppure durare anni e fare indagini su più comunità; inoltre si avvale di diversi strumenti come video, immagini, suoni, testi. Si basa su procedure e analisi specifiche applicabili ad un ampio spettro di contesti e di livelli di coinvolgimento dei ricercatori. Gli studi netnografici possono essere non partecipativi e sono detti passivi perché il ricercatore si limita all’osservazione, il lurking.

Un lurker è chi è presente in una comunità virtuale, come un forum o un social network, senza partecipare attivamente, né interagendo né pubblicando contenuti. A volte i lurker rimangono ‘dietro le quinte’, in altri casi dopo un periodo di ‘mutismo’ decidono di prendere parte attiva nella comunità o altre volte ancora manifestano la loro presenza con qualche messaggio/post, anche se di rado. Il termine comunque non ha una connotazione negativa e, anzi, in alcune community questo comportamento viene ritenuto adeguato e auspicabile perché indica che un nuovo utente si prende del tempo per ambientarsi e fare proprie le ‘regole’ del luogo, questo soprattutto in comunità ristrette come forum.

Nel caso in cui il ricercatore sia attivo lo studio viene detto partecipativo; in quest’ultimo caso gli accademici parlano di ‘netnographic slog’ (Wallace et al, 2018) ad indicare quanto sia impegnativo poi per il ricercatore convincere e incoraggiare la partecipazione degli utenti alla ricerca.

Netnografia: principali campi di applicazione

Questa metodologia viene utilizzata in diversi campi come marketing e consumer research, istruzione, scienze dell’informazione, psicologia, sociologia, antropologia. Kozinets, sociologo e marketer a cui si deve la prima definizione di netnografia, la definisce una ‘forma di voyeurismo” dato che è molto utile per lo studio di fenomeni difficili da esaminare dal vivo perché nascosti in quanto oggetto di stigma sociale, come nel caso di gruppi emarginati o a rischio.

Più che delimitarne l’uso a seconda del settore di applicazione, è lo scopo della ricerca a fare la differenza. In effetti, spesso netnografia, etnografia digitale e antropologia digitale vengono accomunati come fossero sinonimi. Ma mentre le ultime due trattano il mondo digitale solo come un luogo in cui estendere la raccolta di dati offline senza che mutino scopi e metodologie, la netnografia si occupa di comunicazione e interazioni online al fine di trovare la storia emotiva dietro un argomento. E per trovare la storia emotiva l’analisi dei big data viene spesso utilizzata come tecnica complementare, di solito nelle fasi iniziali della ricerca.

Data storytelling e data visualization: cosa sono e come utilizzarli

Con data storytelling si intende il ‘raccontare una storia attraverso i dati’; consiste nell’analizzare grandi moli di dati e identificare relazioni significative tra loro. Perciò, in un certo senso è come ‘far parlare i numeri’ come in una narrazione per guidare il nostro interlocutore a delle scelte basate sui dati, data driven appunto.

Perché un data storytelling sia efficace, così come qualsiasi narrazione, è necessario che racconti una storia. Il modo migliore, quello più chiaro, efficace ed immediato, è la data visualization, ovvero l’utilizzo di immagini per raccontare e rendere i dati più accessibili e comprensibili rappresentandoli con grafici e altri strumenti visivi. E’ un ottimo strumento per semplificare la trasmissione delle informazioni che si ritengono rilevanti: la percezione e l’elaborazione visive sono efficaci nel rilevare nell’immediato i cambiamenti e fare confronti tra quantità, dimensioni, forme e variazioni.

Ogni marketer lo sa: i dati non sono niente se non li sai leggere. E se non raccontano una storia. Quello che gli interessa è il loro potere di persuasione, raccontare per portare ad una azione; così i ricercatori vedono nei dati storie nuove e nuovi modi di coglierle.

 


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Trattamento del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività – ADHD

Si sente spesso parlare di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività – ADHD, la maggior parte delle volte riguarda la gestione di bambini ‘difficili’ che mettono alla prova i propri genitori a casa e che faticano a stare in un contesto strutturato, come quello scolastico. Tuttavia si è posta meno attenzione a che cosa succede quando gli stessi bambini crescono.

Alberto Morandi e Silvia Locatelli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Infatti le evidenze cliniche e scientifiche riportano come sia nell’adolescenza che nell’età adulta il disturbo permanga, con l’aggravarsi di atri disturbi concomitanti come il disturbo oppositivo-provocatorio e della condotta, ma anche disturbi legati alla sfera ansioso-depressiva (Antshel, 2012; Safren, 2010; Solanto, 2010; Chan, 2016).

Che cos’è di fatto il disturbo ADHD?

Nel DSM 5 i sintomi cardinali dell’ADHD di disattenzione e/o di iperattivitàimpulsività devono essere presenti prima dei 12 anni di età e devono causare menomazione nel funzionamento sociale del soggetto, scolastico o lavorativo. Nel manuale si distingue il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività – Manifestazione combinata (se il criterio di disattenzione e il criterio di iperattività-impulsività sono entrambi soddisfatti negli ultimi 6 mesi), il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività – Manifestazione con disattenzione predominante (se il criterio di disattenzione è soddisfatto ma il criterio di iperattività-impulsività non è soddisfatto negli ultimi 6 mesi), il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività – Manifestazione con iperattività-impulsività predominanti (se il criterio di iperattività-impulsività è soddisfatto e il criterio di disattenzione non è soddisfatto negli ultimi 6 mesi). Si specifica inoltre se in remissione parziale (quando i criteri precedentemente soddisfatti negli ultimi 6 mesi e i sintomi comportano solo compromissioni minori del funzionamento sociale, scolastico e lavorativo), se di entità lieve, moderata o grave (quando presenti sintomi oltre a quelli richiesti per porre la diagnosi e se tali sintomi causano una marcata compromissione del funzionamento sociale, scolastico e lavorativo) (APA, 2014).

Come è trattato nell’infanzia?

Il National Institute for Health and Clinical Excellence NICE (2009) della Gran Bretagna prevede che la pianificazione dell’intervento del Disturbo di Attenzione e Iperattività dovrebbe considerare interventi a favore delle implicazioni psicologiche, comportamentali ed educative del problema. Il disturbo dovrebbe essere trattato sul piano comportamentale tenendo in considerazione l’ambito famigliare e scolastico. In età prescolare, quando si può porre una ragionevole ipotesi diagnostica verso l’evoluzione di un ADHD, l’intervento più appropriato è il Parent Tranining (Vio e Spagnoletti, 2013). In età scolare, indicativamente fino alla terza classe della scuola primaria, l’intervento indicato è il Parent Training di gruppo e Teacher Training rivolto ad operatori scolastici (Celi e Fontanta, 2007). Dopo la terza classe della scuola primaria, l’intervento dovrebbe integrare al lavoro della famiglia e della scuola anche l’intervento diretto con il paziente in termini di supporto alle proprie competenze autoregolative (ad es. attentive, comportamentali e sociali) (Vio e Matiuzzo, 2010). Per gli adolescenti, l’intervento prevede l’intervento con il paziente e con il genitore per le situazioni medio-gravi e nelle situazioni severe l’intervento multimodale con la consulenza neuropsichiatrica per la prescrizione del farmaco (Lambruschi, 2004).

L’intervento autoregolativo con il bambino andrebbe programmato intorno agli 8/9 anni, prevedendo prima un trattamento delle problematiche comportamentali e solo successivamente un lavoro sulla gestione delle emozioni (Cornoldi, Grinale, Masi e Pettenò, 1996).

In una review recente di Evans e collaboratori (2018), gli autori hanno notato come le attività individuali, di tipo educativo e comportamentale, per esempio riguardo la pianificazione del tempo, si siano rivelate efficaci durante l’infanzia. Inoltre questo tipo di trattamenti si sono rivelati efficaci fino all’età di 15 anni, mentre i risultati riguardo terapia CBT standard, che loro riferiscono di ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali, hanno dato risultati più deboli.

Per di più, nonostante il forte investimento che i clinici pongono nella gestione di questo disturbo, dalle scuole medie in poi i trattamenti proposti a famiglie e insegnanti si fanno più diradati, se non assenti, lasciando un ‘buco’ di trattamento per questa tipologia di pazienti. Quindi che cosa succede? Come molti autori sottolineano (Chan, 2016) la prospettiva di tali trattamenti nell’età adolescenziale non ha di fatto ragione di essere: i ragazzi tendono ad essere più indipendenti, il contesto scolastico cambia, e di conseguenza gli insegnanti, e forse la famiglia in tutto ciò ha meno peso da un punto di vista di regolazione comportamentale. Questa riduzione degli interventi ‘di contorno’ va quindi compensata con interventi individuali psico-socio-educativi, che data la maggiore maturazione cognitiva dei ragazzi stessi possono essere applicati. (Antshel, 2012; Chan, 2016; Zylowska, 2008).

Per esempio in uno studio di Antshel e collaboratori (2012), gli autori hanno voluto confermare l’ipotesi che adolescenti con ADHD che ricevono un trattamento CBT possono avere una significativa riduzione dei sintomi, valutati da genitori e insegnanti, e un ulteriore miglioramento funzionale nei domini scolastici, sociali e familiari. Per verificare questa ipotesi gli autori hanno proposto delle modifiche al protocollo CBT di Safren et al. (2010) coinvolgendo i genitori dei ragazzi. Quindi i ragazzi erano sottoposti a 6 moduli terapeutici:

  • modulo 1: 4 sedute di psicoeducazione sul disturbo, training di abilità di pianificazione e organizzazione (con i genitori per generalizzare i comportamenti)
  • modulo 2: 3 sedute focalizzate sull’apprendimento di abilità per ridurre la distraibilità (con i genitori per generalizzare i comportamenti)
  • modulo 3: 2/5 sedute di ristrutturazione cognitiva CBT standard, adattato da Beck (1995) per il disturbo ADHD (senza i genitori, che vengono solo informati a fine seduta dell’andamento ma non dei contenuti)
  • moduli opzionali di 4 sessioni sulla riduzione della procrastinazione, comunicazione, gestione di rabbia e frustrazione (senza i genitori quelli relativi a comunicazione e rabbia)

Questo protocollo si è rivelato efficace per l’organizzazione del tempo a scuola, riportato dagli insegnanti, riduzione dei comportamenti esternalizzanti e sintomi attentivi, riportati da genitori e insegnanti. Nonostante i miglioramenti, i ragazzi non hanno comunque normalizzato il proprio comportamento, mantenendo la sintomatologia, seppur ridotta (Antshel, 2012).

In un altro studio sono stati proposti due trattamenti psico-socio-educativi: Plan my life (PML) e Solution-focus treatment (SFT), il primo per migliorare le abilità di pianificazione e organizzazione del tempo (maggiormente focalizzato sulle abilità scolastiche), mentre nel secondo gli adolescenti ricevevano un trattamento ‘vuoto’ cioè decidevano loro stessi il contenuto della seduta terapeutica (Boyer, 2014). Gli autori hanno definito entrambi gli interventi CBT, ma in nessuno dei due erano previste delle sedute di discussione o ristrutturazione dei pensieri. Tuttavia gli autori hanno riportato come entrambi gli interventi di pianificazione abbiano dato dei risultati (Boyer, 2014). Allo stesso modo, in un altro studio, si è evidenziato come interventi di mindfulness, e non di pianificazione, siano efficaci nella riduzione dei sintomi di ADHD, attraverso l’accettazione della situazione, non reattività, volontà e atteggiamento amichevole per facilitare la regolazione emotiva (Zylowska, 2007).

Tuttavia gli ultimi due studi presentati non hanno utilizzato tecniche di CBT standard che invece si rivelano essere efficaci, pur utilizzando, nel caso di Boyer e collaboratori, il termine ‘interventi CBT’. Infatti, come è ben sottolineato da Chan e collaboratori (2016), spesso nella letteratura che riguarda i trattamenti non farmacologici per il disturbo ADHD si utilizza il termine ‘trattamento CBT’ per indicare trattamenti più di carattere psico-socio-educativo di apprendimento di nuove abilità o competenze. Quindi qual è di fatto la psicoterapia CBT per il trattamento dei sintomi di ADHD?

A questo punto però dobbiamo fare un salto in avanti, infatti le prime evidenze riguardano interventi su pazienti con ADHD adulti. Che cosa ci racconta la letteratura scientifica riguardo questi interventi psico-socio-educativi: i primi tentativi di proporre un protocollo CBT misto a interventi socio-educativi sono stati realizzati con pazienti adulti, ed hanno portato dei risultati promettenti (Safren, 2010; Solanto, 2010; He, 2016; Hesslinger, 2002). Sono stati proposti diversi protocolli, alcuni progettati con l’obiettivo di ridurre la sintomatologia, altri con l’intento di aumentare le competenze organizzative e di pianificazione, altri che hanno avuto effetto maggiormente sui sintomi ansioso depressivi (Safren, 2010; Solanto, 2010; He, 2017).

Perché proporre degli interventi di CBT e socio-educativi in pazienti adulti? Nell’articolo di He (2017) sono ben presentati i modelli teoretici che sottostanno al disturbo:

  • modello di inibizione della risposta di Barkley (1997): mette in relazione la difficoltà di inibizione di un comportamento nell’ADHD con le funzioni esecutive (ad es. la memoria di lavoro, il livello motivazionale in relazione al compito, quello di attivazione necessario per lo svolgimento delle consegne, il linguaggio interiore, la capacità di avvalersi dell’errore).
  • modello a due vie di Sonuga-Barke (2002): il disturbo ADHD è il risultato del malfunzionamento di due sistemi neurobiologici, il sistema dopaminergico mesocorticale e il sistema mesolimbico. Attraverso il malfunzionamento del primo sistema si ottengono deficit di disregolazione di pensiero e azioni, con la risultante disfunzione dell’inibizione e delle funzioni esecutive, simile a quello di Barkley (1997). Il malfunzionamento del sistema mesolimbico, invece, porta a una disfunzione dei sistemi motivazionali legati al posticipo di azioni e comportamenti. Il disturbo ADHD è il risultato di entrambi i sistemi.

I training psico-socio-educativi si concentrano su questo secondo sistema in modo da ridurre i comportamenti di procrastinazione e migliorare il rinforzo di comportamenti funzionali (He, 2016).

Nell’articolo sopra citato tuttavia appare poco chiara la scelta della ristrutturazione cognitiva della CBT standard, se non per ridurre l’impatto, forse, dei pensieri disfunzionali che procurano emozioni intense, che di fatto i pazienti con ADHD non regolano.

In uno dei primi lavori, sono state proposte delle sedute di gruppo secondo l’intervento di skills training tratto dalla Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) per il Disturbo Borderline di Personalità (Hesslinger, 2002). Gli autori hanno ipotizzato che, data l’alta comorbidità tra Disturbo Borderline di Personalità e Disturbo ADHD, e i sintomi comuni (impulsività, disregolazione emotiva, abuso di sostanze, bassa autostima, e difficoltà nelle relazioni interpersonali), un trattamento di skills training adattato alla sintomatologia specifica di ADHD potesse dare dei benefici ai pazienti. Hanno quindi realizzato uno studio pilota, con campione ridotto e senza gruppo di controllo, per verificare tale ipotesi (Hesslinger, 2002).

Hanno quindi proposto un protocollo in 13 sessioni di gruppo settimanali da due ore ciascuna:

  • Chiarificazione: psicoeducazione sul disturbo e confronto da parte di ogni partecipante dei criteri diagnostici con il proprio vissuto.
  • Neurobiologia/Mindfulness I: psicoeducazione sulla natura neurobiologica del disturbo attentivo e prima parte di training mindfulness della DBT.
  • Mindfulness II: training mindfulness della DBT. Tre skills ‘cosa’: osservare, descrivere e partecipare; tre skills ‘come’: prospettiva non giudicante, focus su un elemento per volta, efficacia.
  • Chaos e Controllo: presentazione di tecniche di pianificazione e organizzazione del tempo, e discussione delle stesse nella vita quotidiana.
  • Comportamenti disfunzionali/Analisi comportamentale I: definizione dei comportamenti disfunzionali che i pazienti vogliono cambiare, analisi dei comportamenti e strategie di cambiamento.
  • Analisi comportamentale II: analisi dei comportamenti e strategie di cambiamento.
  • Regolazione emotiva: psicoeducazione alle emozioni, esercizi di analisi emotiva, esercizi di regolazione in accordo con i principi della DBT.
  • Depressione/Terapia in ADHD: psicoeducazione alla depressione secondaria al disturbo e strategie di fronteggiamento.
  • Controllo degli impulsi: analisi comportamentale (soprattutto riguardo la rabbia), conseguenze negative a breve e a lungo termine, comportamenti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi in accordo con la DBT.
  • Gestione dello stress: psicoeducazione riguardo lo stress relato alla performace, tecniche di gestione dello stress in accordo con le risorse personali dei pazienti, esercizi di tolleranza dello stress in accordo con la DBT.
  • Dipendenza: psicoeducazione sui sintomi delle dipendenze da sostanze e conseguenze negative di comportamenti a rischio; analisi comportamentale con sviluppo di strategie comportamentali alternative.
  • ADHD nelle relazioni/Rispetto per sé stessi: discussione della storia dei pazienti per le difficoltà interpersonali incontrate e coinvolgimento di partner e familiari nella condivisione al di fuori del gruppo.
  • Sguardo al passato/Previsioni: pianificazione di gruppi di autoaiuto.

Questo trattamento ha portato ad un miglioramento nelle funzioni esecutive, ma non un generale miglioramento della sintomatologia; il dato forse più interessante è che non vi sono stati drop out o comportamenti inadeguati durante il percorso, sottolineando quindi l’efficacia del trattamento all’interno del gruppo terapeutico (Hesslinger, 2002).

Oltre a questo studio, successivamente, sono stati proposti protocolli CBT per il trattamento del disturbo ADHD. A causa della natura dubbia del protocollo proposto da Solanto e collaboratori (2010), verrà presentato solo il protocollo di Safren (2010). Questa scelta risiede nel fatto che, per quanto riguarda il primo, gli autori hanno proposto un intervento ‘metacognitivo’ che di fatto è un trattamento psico-socio-educativo, pur efficace, ma che di fatto non consiste in intervento metacognitivo come quello applicato nella terapia metacognitiva di Wells (Wells, 2011).

In che cosa consiste il protocollo CBT di Safren (2010)? Gli autori hanno sottoposto pazienti adulti con ADHD a trial clinici randomizzati, controllando le variabili temporali di follow-up di tre, sei e nove mesi dalla fine dei due trattamenti (Safren, 2010). Per entrambi i trattamenti erano previste 12 sessioni di 50 minuti ciascuna. Il trattamento di controllo consisteva in un training di rilassamento con supporto educativo in 12 sedute. Il trattamento cognitivo consisteva in tre moduli principali e due moduli opzionali:

  • Modulo 1 (4 sessioni): psicoeducazione sul disturbo, training in organizzazione e pianificazione del tempo, training di problem solving
  • Modulo 2 (2 sessioni): teneva conto dell’apprendimento di nuove competenze per ridurre la distraibilità
  • Modulo 3 (3 sessioni): ristrutturazione cognitiva che coinvolgeva l’apprendimento di modalità di pensiero più adattive nelle situazioni problematiche
  • Moduli opzionali: una sessione di applicazione delle competenze per ridurre la procrastinazione e una con il coinvolgimento dei familiari di supporto; l’ultima sessione includeva la revisione del lavoro svolto e interventi di prevenzione delle ricadute.

I risultati dimostrarono come il trattamento CBT desse esiti migliori rispetto al training di rilassamento, con un mantenimento di questi miglioramenti a medio-lungo termine (Safren, 2010).

I risultati di questo trattamento sono stati replicati anche in un campione di studenti del college con ADHD  (He, 2016), differenza interessante rispetto allo studio precedente nel quale i pazienti trattati avevano un’età media di 42 anni. Gli studenti del college erano infatti nella condizione di prima età adulta, quindi tra adolescenza ed età adulta, inseriti in un contesto accademico più vicino al mondo della scuola degli adolescenti, ma vicino al modo degli adulti per l’assenza dei familiari. Il fatto che questo studio abbia rivelato l’efficacia del training CBT di Safren (2010) avvalora quindi l’idea che un intervento di ristrutturazione sia efficace e che l’efficacia possa aumentare se questo è accompagnato da interventi psico-socio-educativi in accordo con l’età dei pazienti interessati: maggior peso all’intervento CBT e minore a quello socio-educativo in età adulta, e viceversa per gli adolescenti, mentre gli studenti di college beneficiano ugualmente di entrambi gli interventi.

Nello sviluppo di nuovi approcci psicoterapeutici, alcuni studi hanno suggerito di integrare al lavoro comportamentale il riconoscimento e l’individuazione di esperienze biografiche del paziente (solitamente negative). Sebbene l’idea generale di individuare traumi dell’infanzia non sia nuova e sia un importante fattore nella tradizionale psicoanalisi, l’idea di combinare e integrare approcci basati sul comportamento ad approcci che indagano le esperienze biografiche è di recente interesse (Lücke, 2017).

Un approccio che prende in considerazione la storia personale del paziente è la Schema Therapy sviluppata da Young e collaboratori (Young, 2003). Negli ultimi anni la Schema Therapy ha ricevuto un aumento di attenzione in ottica di un approccio terapico efficace per disordini psichiatrici cronici. Una caratteristica centrale della Schema Therapy è l’identificazione e la focalizzazione di interventi su schemi maladattivi precoci, i quali sono pattern disfunzionali e credenze risultanti da esperienze infantili (Lücke, 2017).

Schemi precoci maladattivi possono formarsi durante l’infanzia da esperienze negative croniche con gli altri (ad es. i genitori o i pari), possono interferire nello sviluppo della personalità e persistere fino all’età adulta. Dato che l’ADHD è un disturbo cronico che solitamente emerge nell’infanzia, sembra ragionevole assumere che fattori biografici posano giocare un ruolo nello sviluppo della psicopatologia del paziente adulto con ADHD.

Nella prospettiva della Schema Therapy, tratti ADHD possono essere visti come fattori temperamentali che interagiscono con circostanze biografiche nello sviluppo di schemi maladattivi. In uno studi di Philipsen e collaboratori (2017) si è cercato di investigare l’esistenza di schemi maladattivi in un campione clinico di 80 adulti con diagnosi di ADHD in confronto con un gruppo di controllo di 80 soggetti sani. Il questionario CAARS (Retz, 2002) e l’ADHD checklist (Conners, 1999) sono stati usati per valutare la severità e il sottotipo di ADHD nei pazienti. I partecipanti sono stati valutati rispetto agli schemi maladattivi come definiti da Young e collaboratori (Young, 2003) usando il questionario YSQ-S2. I pazienti con ADHD hanno mostrato un punteggio maggiore rispetto al gruppo di controllo per tutti gli schemi maladattivi, ad eccezione della ‘Vulnerabilità al pericolo o alle malattie’. In linea con le aspettative dello studio, le esperienze biografiche dei pazienti ADHD più pronunciate erano legate a schemi di ‘Fallimento’, ‘Inadeguatezza/ Vergogna’, ‘Sottomissione’ e ‘Deprivazione emotiva’. Il fatto che non siano state trovate differenze nei due gruppi rispetto allo schema ‘Vulnerabilità al pericolo o alle malattie’ può essere legato all’aumento della prevalenza di comportamenti altamente a rischio nei pazienti ADHD, come il fumo, l’uso di droghe, la guida spericolata o rischiosa e i comportamenti sessuali (Bakhshani, 2013).

Tolpak e colleghi (2008) hanno suggerito che i comportamenti altamente a rischio nei pazienti ADHD siano connessi a uno stile decisionale che pone maggiore attenzione alla ricompensa attesa in seguito allo svolgimento di un comportamento a rischio, invece che alla possibilità di eventi dannosi conseguenti. In tale prospettiva Lücke e collaboratori (2017) ipotizzano che sia plausibile assumere che tale stile decisionale agisca negativamente, quindi l’individuo è portato a non considerare le conseguenze negative di un evento dannoso e a non sviluppare uno schema di vulnerabilità riguardo alle conseguenze.

Dal momento che i sintomi centrali dell’ADHD, inattenzione, iperattività e impulsività, possono essere considerati come tratti con una genesi neurobiologica, piuttosto che biografica, il miglioramento dei sintomi centrali con la Schema Therapy sembra improbabile. La Schema Therapy potrebbe invece risultare efficace sui problemi secondari, concentrandosi sulle inefficaci strategie di coping e sulla distorta percezione del sè, risultanti dallo sviluppo di schemi maladattivi acquisiti durante l’infanzia (Lücke, 2017).

Il Disturbo da deficit di Attenzione e Iperattività può essere affrontato secondo il modello cognitivo-evoluzionista attraverso l’EMDR, Eye Movement Desensitization and Reprocessing di Francine Shapiro (2001). In tale ottica, le esperienze di relazione e attaccamento con i caregivers possono condurre alla manifestazione dei sintomi ADHD (Verardo, 2012).

In particolare, secondo tale approccio, nella comprensione del significato funzionale dei sintomi dell’ADHD sono presi in considerazione: la teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969), le ricerche della Ainsworth (Ainsworth et al. 1978; Ainsworth, 1985), gli studi di Liotti (1994) e il modello dinamico maturativo della Crittenden (2002, 2007, 2008). Il modello della Crittenden evidenzia la funzione adattiva dei comportamenti sintomatici del bambino all’interno del contesto familiare enfatizzando il modo in cui i processi di sviluppo di genitori e figli si influenzano reciprocamente nel tempo.

Secondo la prospettiva EMDR la relazione tra bambino e caregiver non è indipendente dalla manifestazione dei sintomi ADHD (Verardo, 2012). Pertanto l’interazione tra predisposizione genetica (Faraone et al. 2005), fattori neurobiologici (Lou et al., 2004; El-Faddagh et al., 2004, Mick et al., 2002), eventi traumatici (Levy e Orlans, 2000) ed esperienze di attaccamento potrebbero concorrere nella sintomatologia ADHD (Ertan et al., 2011; Sciberras et al., 2011; Dallos e Smart, 2012).

L’EMDR si può configura come un intervento integrato che permetterebbe l’elaborazione dei traumi relazionali precoci (relativi alla storia di attaccamento) e l’elaborazione dei traumi secondari alle manifestazioni dell’ADHD (ad es. frustrazioni scolastiche o sociali subite).

In sintesi, tralasciando le differenze di strutturazione dei protocolli specifici, tendenzialmente tutti hanno proposto una prima parte psicoeducativa sui sintomi del disturbo, ristrutturazione cognitiva della CBT standard legata alle credenze che aumentano la sensibilità ansioso depressiva, e interventi di coaching psicoeducativo sulla pianificazione e l’organizzazione dei compiti di vita quotidiana, sino ad arrivare a programmi di skills training attinti dalla DBT. Altri interventi, invece, hanno tenuto maggiormente conto di fattori autobiografici e come questi influenzino l’individuo nel presente.

Le evidenze riguardo a quale parte del protocollo sia la più efficace sono confuse, sembrerebbe che tutti i trattamenti portino dei miglioramenti, o perlomeno non si siano rivelati iatrogeni (Chan, 2016). Quindi sembrerebbe che accompagnare alla terapia farmacologica trattamenti psicoterapici CBT, di Schema Therapy e socio-educativi porti dei benefici ai pazienti adulti con ADHD.

Se pensiamo a un continuum dall’infanzia all’età adulta, i trattamenti per il disturbo ADHD possono essere proposti prima a chi si prende cura, o ha in carico, i bambini, con interventi di parent training e scolastici, dopo di che, durante l’adolescenza, i trattamenti si riducono a favore di percorsi più individuali, per diventare esclusivamente individuali, o di gruppi di skills training nella prima età adulta e in età adulta. Sarebbe interessante una verifica a livello longitudinale, per comprendere se tutti questi interventi possono essere proposti durante l’arco di sviluppo, se possono essere interrotti dopo l’adolescenza o se possono essere richiamati durante l’età adulta e come la terapia precedente possa influenzare gli esiti della successiva. Questi trattamenti si sono rivelati efficaci, se accompagnati a un’adeguata terapia farmacologica, nel sollevare i pazienti dalle difficoltà che incontrano.

Fobia scolare: qual è il ruolo dei genitori nel prevenire la dispersione scolastica?

Spesso il contesto scolastico e i suoi risvolti vengono vissuti in modo molto stressante e accompagnati da intensa ansia e preoccupazione sia dagli studenti che dai loro genitori. L’atteggiamento di questi ultimi, tuttavia, se modificato, è in grado di limitare la fobia nei confronti della scuola dei figli.

 

Con le migliori intenzioni, il più delle volte, si ottengono i risultati peggiori!! (Oscar Wilde)

 

Introduzione

Arrivato settembre, iniziano a maturare pensieri disturbanti, come “Sarò in grado di superare anche quest’anno? Riuscirò a prendere un voto che superi la sufficienza?”, questo attiva uno stato ansioso eccessivo e, a volte, incontrollabile, relativo ai primi giorni di scuola, ai voti, alle verifiche, alle reazioni dei genitori circa una probabile insufficienza. Alcuni manifestano sintomi d’ansia generici, ma non eccessivi, prima del rientro a scuola: un certo livello di preoccupazione può essere normale, se tende a diminuire con il passare dei giorni quando ci si è adattati alla situazione. E’ diventata più comune, invece, negli ultimi anni, una condizione di anormalità, in cui il ragazzo/a si rifiuta di andare a scuola sin dai primi giorni, dopo il rientro. I primi sintomi sono relativi ad un’ansia elevata la sera prima o al momento del risveglio la mattina successiva, bisogno continuo di rassicurazione, insonnia e manifestazioni somatiche, come mal di testa, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea. In questi casi l’ansia è eccessiva e potrebbe portare il ragazzo/a a rifiutarsi di andare a scuola per un periodo piuttosto lungo.

I fattori predisponenti

L’ansia potrebbe derivare sia da fattori organici (es. ereditarietà familiare) sia da fattori ambientali (ad esempio lo stile parentale, eventi di vita stressanti). Alcuni fattori come gli eventi di vita stressanti (un divorzio, un lutto recente, ecc) sfuggono al nostro controllo: tuttavia ci sono altri fattori, come gli atteggiamenti nei confronti dei propri figli, che i genitori possono “controllare” e che risultano essere protettivi, ovvero possono evitare che il ragazzo/a sviluppi ansia rispetto alla scuola. I genitori possono raccontare esperienze positive rispetto alla scuola in modo da stimolare pensieri positivi: ad esempio, potrebbero raccontare qualche episodio divertente del loro passato, mostrando, così, che la scuola è un luogo dove imparare cose nuove e stare con altri coetanei. Inoltre, se il ragazzo/a deve iniziare la scuola secondaria di primo grado ed entrare in contatto con nuove realtà, come la conoscenza di nuovi compagni/e e la presenza di nuovi professori/esse ed è molto timido, potrebbe essere utile avere un amichetto/a con cui iniziare il primo giorno: avere un viso conosciuto in classe renderà più leggero il passaggio. Spesso i genitori tendono a controllare ossessivamente i voti presenti sul “famoso” registro elettronico e/o ad incontrare i docenti almeno una volta ogni due settimane, elogiarlo eccessivamente per un bel voto e/o punirlo e/o denigrarlo per un’insufficienza: questo crea uno stato di insicurezza e/o di vulnerabilità, avente, nella maggior parte dei casi, come conseguenza il far smettere al ragazzo/a di impegnarsi perché non stimato né capace di poter migliorare.

Il passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria: quali sono gli effetti collaterali?

Prima del passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado, è importante ricordare al ragazzo/a che il suo valore non dipende dai voti che prende: il voto indica semplicemente quanto si era preparati per quello specifico argomento. Qualsiasi voto è recuperabile, fare errori fa parte della crescita e dell’apprendimento: dunque un’insufficienza non deve essere vissuta come una tragedia. E’ importante che il genitore, davanti al voto, riesca a reagire in modo tranquillo e mai critico. Se l’insegnante segnalerà degli errori, oppure darà i compiti da rifare a casa, potrebbe essere utile aiutare, qualora fosse necessario, ricordando che si ha piena fiducia nelle sue capacità di miglioramento. E’ molto importante non fare confronti con altri fratelli e/o compagni di classe. Chiedere ripetutamente “Quanto ha preso il tuo amico?” oppure dire “Tuo fratello alla tua età prendeva sempre 8”, può provocare sentimenti d’inferiorità e di forte ansia qualora dovrà affrontare una successiva verifica in classe. Ognuno è unico e come tale deve sentirsi, con i propri punti di forza e le proprie debolezze. Al mattino prima di andare a scuola è molto importante l’atmosfera che regna in famiglia: un risveglio caotico, in cui si viene svegliati di corsa, lavati, vestiti e “buttati” in macchina, perché si è in ritardo non è sicuramente un buon modo per iniziare la giornata per entrambi (ragazzo/a e genitori). Sarebbe preferibile svegliarsi con calma, godersi la colazione ed i momenti trascorsi insieme, nei quali ciascuno può esprimere le sue aspettative o i suoi dubbi in merito alla giornata che è in procinto di affrontare.

Spesso, si verifica che il ragazzo/a sviluppa ansia, in quanto è il genitore stesso ad essere in ansia per l’inizio della scuola. Un genitore iperprotettivo e preoccupato, che tende a salutare il ragazzo/a mille volte prima che “entri” in classe e che continua a salutare dalla finestra manda un messaggio ambiguo, capace di innescare pensieri disfunzionali ed ingestibili come: “Se la scuola è un luogo sicuro e ci rivedremo presto che bisogno c’è di salutarmi in questo modo? Se la mamma è preoccupata allora devo preoccuparmi anch’io!!”. A questo proposito, le riflessioni di Bruner (1997, p. 9), secondo cui “l’educazione non ha luogo solo nelle aule scolastiche bensì quando la famiglia è riunita a tavola ed i suoi membri cercano di dare un senso insieme agli avvenimenti della giornata”, ha un duplice significato: da una parte, gli accadimenti e le dinamiche originanti entro il contesto familiare hanno grande influenza nella costruzione dell’identità personale e sociale del ragazzo/a e dall’altra è necessario coadiuvare l’interpretazione del loro ruolo educativo attraverso la rivitalizzazione delle personali responsabilità e la valorizzazione di tutti i “saperi” di cui sono portatori, ma di cui spesso non sono consapevoli (Bruner, 1997). Gli atteggiamenti dei genitori possono dunque influenzare le emozioni del ragazzo/a nei confronti della scuola: questi osservano e percepiscono molto le espressioni, le emozioni e gli atteggiamenti degli adulti intorno a loro. Per evitare lo sviluppo o il peggioramento dell’ansia scolastica è importante quindi mandare un messaggio positivo che tranquillizzi il ragazzo/a, che gli dimostri che la scuola è un luogo per crescere, apprendere ed esprimere le proprie potenzialità.

Stili genitoriali pericolosi: i genitori iperprotettivi creano terribili conseguenze per i figli

Alcune ricerche, che testimoniano una maggior frequenza del disturbo in figli di genitori che hanno a loro volta incontrato questa problematica nella loro vita, fanno pensare che possa esistere una vulnerabilità ereditaria (Kendler et al., 1992). Spesso la famiglia è molto coinvolta da questo problema e sperimenta tutte le strade possibili per spingere i figli ad andare a scuola. A volte intervengono anche nonni, zii, cugini e, in alcune realtà di paese, addirittura anche i vicini di casa, in una specie di processione mattutina in camera del ragazzo/a che, di conseguenza, tiene in scacco tutte quelle persone che si preoccupano per lui/lei.

Quando la fobia scolastica persiste e sfocia in un’evasione scolastica, la scuola può segnalare il caso ai servizi sociali che si uniranno a tutta la folta schiera di persone, insieme anche ad insegnanti e dirigente scolastico, interessati al giovane e alla sua fobia di andare a scuola. Ma, nella maggior parte dei casi, il problema è alla base: la presenza di genitori iperprotettivi potrebbe alterare la percezione che il ragazzo/a ha del mondo intorno a sé. L’iperprotettività dei genitori verso i loro figli, soprattutto durante il periodo dell’infanzia e della crescita, potrebbe causare danni psicologici permanenti da adulti.

Uno dei modelli di famiglia più diffusi negli ultimi anni è quello della famiglie iperprotettive, tali genitori assumono la mission di rendere la vita dei propri figli il meno complicata possibile, le loro parole d’ordine sono accoglienza, protezione, amore e spesso anche controllo. I genitori iperprotettivi tendono a vivere in uno stato di continua tensione, preoccupati per la salute e la felicità dei loro amati figli. I genitori trasformano la normale tendenza alla scoperta e all’esplorazione in apprensione e paura. Il messaggio che viene trasmesso sarà il seguente: “ti aiuto io perché tu da solo non sei in grado”. Una modalità disfunzionale consiste nel mettersi nei panni dei loro figli e fare le cose al loro posto, eliminando ogni difficoltà per paura che questi possano fallire. Così si ritarda la loro maturazione psicologica, la presa di responsabilità, aumentando l’insicurezza di sé e delle proprie abilità.

Quando diventano adolescenti o giovani adulti, spesso rinunciano a prendere il controllo, non escono da casa, si rifugiano sotto la loro campana di vetro, incapaci di affrontare la vita, in quanto non l’hanno mai imparato da nessuno, nessuno ha mai permesso loro di fare esperienza. Durante il periodo di passaggio da uno stato psicologico infantile ad uno più o meno adulto, i ragazzi/e avranno una serie di problemi, legati al fatto di non “potersi” assumere rischi e/o responsabilità, a non conoscere gli strumenti adatti per affrontare le difficoltà, a non sapere come fare. Le famiglie sono spinte a chiedere aiuto dalla necessità di conoscere il modo più utile per insegnare ai propri figli come gestire le proprie insicurezze e/o credenze disfunzionali, tra cui l’essere incapace. Spesso, vi è comorbilità con difficoltà scolastiche, disturbi d’ansia, difficoltà relazionali che potrebbero trasformarsi, con il trascorrere del tempo, in un atteggiamento depressivo, legato alla sessualità e all’alimentazione.

Un intervento macrosistemico

Il disturbo da fobia scolare può risultare invalidante fino a compromettere una frequenza scolastica continuativa (evasione scolastica). Le conseguenze riguardano diversi ambiti: lo sviluppo emotivo e sociale, le acquisizioni scolastiche, le difficoltà nei rapporti con la famiglia e con il gruppo dei coetanei. Tra le conseguenze a lungo termine vi è anche il rischio che tale atteggiamento possa in seguito riproporsi nella sfera lavorativa, minando ulteriormente la fiducia in se stessi, la propria autostima, rallentando il processo di crescita, inibendo l’autonomia e influenzando negativamente il processo di differenziazione ed emancipazione dalla famiglia. La teoria ecologica di Bronfenbrenner sembra essere una delle tesi più accreditate sull’influenza dell’ambiente sociale nello sviluppo della persona. Il modo di pensare, le emozioni che si provano o le preferenze sarebbero determinati da diversi fattori sociali (Bronfenbrenner, U., 1986). La famiglia risulta essere una risorsa importante per affrontare questo disturbo, in quanto, essendo un’alleata competente e motivata, è in grado di fornire una valida collaborazione in terapia (Kennedy – Moore, Watson, 1999). Urie Bronfenbrenner osservò che il modo di essere dei ragazzi/e cambia in funzione del contesto in cui crescono. Lo psicologo statunitense concepiva l’ambiente come un insieme di sistemi collegati tra loro. All’inizio ne individuò quattro, sebbene nelle versioni successive ne venne aggiunto un quinto. I cinque sistemi sono interconnessi tra loro. Di conseguenza, l’influenza di uno di essi sullo sviluppo del ragazzo/a dipende dalla relazione con gli altri. Anche un cambiamento in termini di situazione ambientale può influenzare la persona.

Fobia scolare: il ruolo dei genitori nel prevenirne lo sviluppo - Psicologia

I cinque sistemi della teoria ecologica di Bronfenbrenner sono i seguenti:

  • microsistema (contatto diretto, famiglia e/o scuola);
  • mesosistema (relazioni esistenti tra i membri del microsistema, relazione tra genitori e/o insegnanti);
  • esosistema (elementi che influenzano la vita del ragazzo/a, attività in cui lavorano i genitori);
  • macrosistema (elementi della cultura familiare e/o sociale, valori, esistenza di una religione ufficiale);
  • cronosistema (momento in cui si vivono determinate esperienze, lutto, trasferimento da una città ad un’altra).

Questo dimostra come l’influenza dei diversi gruppi sociali sulla vita di una persona possa essere fondamentale, anche, nella crescita psicologica.

In tal senso, un intervento efficace potrebbe coinvolgere entrambe le figure coinvolte nel circuito dell’ansia, ossia il ragazzo/a e i genitori. Nel primo caso, la riduzione dell’ansia sociale che ne deriva dall’essere costretto ad andare a scuola si potrebbe gestire con la rilevazione di indici comportamentali e cognitivi per giungere ad un’effettiva modificazione degli stessi. La terapia potrebbe essere articolata secondo queste fasi:

  • condivisione del modello cognitivista della fobia scolare e interventi psicoeducativi;
  • intervento cognitivista sugli schemi interpersonali e sul decentramento cognitivo;
  • intervento comportamentale sulle abilità sociali;
  • intervento comportamentale sui comportamenti protettivi;
  • esposizioni in vivo;
  • fase di chiusura ed esercizi di mantenimento.

E’ necessario, nel corso dell’intervento, mantenere un costante rapporto con entrambi i genitori, in modo da individuare quali siano gli errori e/o le difficoltà che si verificano nell’ambiente casalingo, quanto il sintomo possa porsi come impedimento nella gestione della quotidianità familiare e, se può essere utile, proporre ad entrambi i genitori un percorso di sostegno alla genitorialità e/o parent training, così da essere pronti per ogni avversità. Questo ha i seguenti obiettivi:

  • trovare la possibilità di esprimersi e di accrescere la consapevolezza tramite l’esplorazione del sé e l’analisi delle proprie modalità d’azione;
  • trovare uno spazio di accoglienza nel proprio “esser persona” ancor prima che genitore;
  • rinnovare le proprie modalità di analisi dei problemi e di ricerca di soluzioni;
  • percorrere diversificate strategie educative, soprattutto grazie allo scambio di esperienze pratiche;
  • rinforzare e arricchire le proprie positive propensioni educative;
  • individuare strumenti per migliorare la comunicazione entro il proprio gruppo familiare.

Se è possibile, contattare le istituzioni scolastiche e creare con gli insegnanti e il dirigente scolastico un rapporto di fiducia e di collaborazione, al fine di poter individuare un piano educativo e didattico speciale che potrebbe aumentare la sicurezza e la probabilità che un’eventuale ricaduta possa essere gestita diversamente.

Conclusione

Dunque, le tipologie di supporto alla genitorialità potrebbero contribuire a rendere i genitori consapevoli della loro modalità relazionale e rafforzare il ruolo di educatori (Margiotta U., Zambianchi E., 2012). Il più efficace supporto alla genitorialità mira alla consapevolezza del proprio sé (chi deve riuscire ad “essere” un individuo al fine di agire anche una “sufficientemente buona” genitorialità).

 

Menopausa: un nuovo studio indaga l’associazione tra le vampate di calore e la diminuzione della memoria semantica nelle donne

La menopausa può rappresentare un momento critico nella vita di una donna. Durante questa transizione, oltre alla sintomatologia (come le vampate) e alla necessità di una ridefinizione personale, non è insolito che venga riportato un declino nella memoria semantica per il materiale verbale.

 

Il climaterio è un processo biologico naturale causato dalla diminuzione della produzione di ormoni sessuali come il progesterone e gli estrogeni da parte delle ovaie e sancisce, con la menopausa, la fine del periodo di fertilità di una donna. Allo stesso tempo, rappresenta un momento estremamente critico, sia a causa della sintomatologia che l’accompagna, che può avere delle importanti ripercussioni sulla vita quotidiana e sul benessere individuale, sia come importante momento di ridefinizione personale nel proprio ruolo di donna ed eventualmente di madre (o di donna che non ha figli e non potrà averne in futuro).

Durante questa transizione, non è insolito che venga riportato dalle pazienti un declino nella memoria semantica per il materiale verbale, come possono esserlo i racconti o le stesse parole (Greendale et al., 2010; Kennedy Shriver, 2013): in particolare l’attività cerebrale dell’ippocampo e della corteccia prefrontale (PFC), aree dedicate appunto all’encoding e al recupero del materiale verbale, sembrano subire l’influenza dovuta ai cambiamenti nei livelli di estradiolo, differenziandosi nelle diverse fasi della menopausa (Craig et al. 2008; Maki et al. 2011).

Alcuni recenti studi (Maki, 2011; Thurston et al., 2015; 2016) hanno riscontrato come le alterazioni delle funzioni cerebrali fin qui elencate siano inoltre associate ad uno dei sintomi più tipici della transizione alla menopausa: le vampate di calore e i sudori notturni, definibili più tecnicamente come Sintomi Vasomotori (VMS), intese come un rapido aumento della conduttanza cutanea di almeno 2µmho in un lasso di tempo di 30secondi. È stato ad esempio dimostrato come la misurazione puntuale di questi sintomi piuttosto che la percezione soggettiva degli stessi sia associata in maniera attendibile con i punteggi di memoria e performance cognitive (Maki, 2011; Thurston et al., 2015, 2016); inoltre, cambiamenti nei sintomi vasomotori indotti da un trattamento farmacologico sono risultati associati con un miglioramento della memoria verbale (Maki et al., 2011).

Un recente studio di Maki e colleghi (2020) si è proposto di integrare tecniche di neuroimaging funzionale ai test cognitivi e alla misurazione della sintomatologia vasomotoria per ottenere un riscontro valido dell’attività dell’ippocampo e della corteccia prefrontale (PFC) durante dei task di memoria semantica. Per l’esperimento sono state reclutate 14 donne entrate in menopausa da almeno sei mesi che riportassero almeno 35 episodi di sintomi vasomotori o “vampate” alle quali è stato chiesto di indossare un apparecchio in grado di rilevare i cambiamenti nella conduttanza cutanea per misurare gli episodi vasomotori, dovendo al contempo riportare, premendo un bottone, la percezione soggettiva degli stessi valutando in seguito la severità dell’effetto della vampata su una scala Likert con punteggio da 0 a 10.

Le partecipanti hanno poi completato diversi test di funzionalità cognitiva legati alla memoria tra cui: il subtest della memoria logica della Wechsler Memory Scale-revised che consiste nel ripetere una breve storia dopo un intervallo di 20 minuti dalla prima presentazione; il California Verbal Learning Test (CVLT-Modified) composto di tre fasi successive nelle quali ai partecipanti viene richiesto di imparare una serie di parole e di rievocarle liberamente in un primo momento, in seguito di riconoscerle in un elenco comprendente parole distraenti non apprese, infine di rievocarle a seguito di un periodo di delay di 20 minuti. Durante lo svolgimento dei compiti le partecipanti si trovavano in un macchinario di risonanza magnetica funzionale (fMRI) ricevendo le istruzioni via interfono e segnalando le proprie rispose mediante dei pulsanti nella loro mano.

Le analisi di regressione lineare hanno confermato che soltanto la misurazione dei sintomi vasomotori rendeva conto della varianza riscontrata nei punteggi di memoria logica, nei termini di un peggioramento della performance nei compiti di memoria verbale e accompagnato da una maggiore attivazione dell’ippocampo, del paraippocampo e di diverse porzioni della corteccia prefrontale.

Gli autori concordano con altri nell’ipotizzare che le alterazioni della funzionalità dell’ippocampo e della PFC possano essere dovuti a cambiamenti nell’attività del sistema nervoso simpatico (Freedman&Blacker, 2002; Freedman, Woodward, &Sabharwal, 1990) e dell’asse ipotalamo-ipofisi (Woods et al., 2006).

Sebbene lo studio non possa inferire un nesso causale tra l’insorgere dei sintomi vasomotori e il declino della memoria, se questo venisse dimostrato potrebbe costituire un potenziale target per interventi terapeutici sui fattori di rischio nel declino mnestico proprio della mezza età.

 

Social delle mie brame: chi è il più bello del reame?

Parallelamente alla diffusione di internet e dei social media si sta verificando una tendenza ad un uso eccessivo o inadeguato di queste tecnologie che può portare allo sviluppo di una nuova dipendenza, quella da Internet. Le numerose ricerche che si sono concentrate sull’Internet Addiction hanno evidenziato i costrutti maggiormente legati a questo fenomeno: autostima, depressione, ansia, perfezionismo e credenze metacognitive. 

 

 L’uso dei social network e internet sono entrati a far parte della nostra quotidianità. In un mondo in cui siamo costantemente connessi e perennemente online, l’impatto che questi strumenti hanno sulle nostre vite è significativo (Naskar, et al., 2016; King et al., 2018).

Parallelamente alla diffusione di internet e dei social media, che sono diventati uno strumento di comunicazione globale, si sta verificando una tendenza ad un uso eccessivo o inadeguato di queste tecnologie che potrebbe portare allo sviluppo di una nuova dipendenza, quella da Internet, i cui sintomi sono simili a quelli del disturbo da dipendenze da sostanze. Numerose ricerche si sono concentrate sulla dipendenza da Internet e hanno messo in luce che l’utilizzo della rete può indurre dipendenza psicologica e sviluppare disturbi psicopatologici (Mannino, et al., 2017).

A tal proposito, si riscontra una condizione pervasiva e morbosa con sintomi quali: craving, assuefazione, astinenza, in relazione ad abitudini incontrollabili e inarrestabili e mancanza di controllo (Caretti e La Barbera, 2005). L’utilizzo dei social media e di internet potrebbero costituire dei diversivi per la monotonia quotidiana, per la noia, la solitudine e gli stressor (Adès & Lejoyeux, 2001).

Ivan Goldberg, nel 1996, coniò il termine Internet Addiction Disorder e ne propose l’introduzione nel DSM indicando i criteri diagnostici utili al riconoscimento:

  • il bisogno di trascorrere in rete un tempo sempre maggiore e di connettersi sempre più spesso, per ottenere soddisfazione;
  • la marcata riduzione dell’interesse per ogni altra attività che non riguardi l’uso di Internet;
  • la persona sviluppa agitazione, sintomi depressivi e ansiosi, pensieri ossessivi o sogni su quello che sta accadendo in rete, se l’abuso viene ridotto o interrotto;
  • l’incapacità di interrompere o tenere sotto controllo l’utilizzo di Internet;
  • continuare a usare il web nonostante la consapevolezza di aver sviluppato comportamenti patologici che hanno delle ricadute nell’ambito sociale, psicologico e fisico, come per esempio disturbi del sonno, problemi familiari e coniugali, problemi lavorativi.

Il primo caso ufficialmente documentato di dipendenza da Internet (Internet Addiction) risale al 1996 negli Stati Uniti, quando la psicologa Kimberly S. Young descrisse la storia di una donna di quarantatré anni, la quale trascorreva fino a sessanta ore a settimana in alcune chat room, inoltre, riferiva di sentirsi parte di una “comunità virtuale”, grazie all’interazione con gli altri utenti (Young K.S., 2015). Questa storia portò la dottoressa Young a raccogliere in futuro oltre seicento casi simili, caratterizzati da problemi relazionali, finanziari, accademici, di perdita del proprio lavoro a causa del discontrollo nell’uso di Internet (Young K.S., 2015).

Le modificazioni psicologiche e fisiche dell’individuo dipendente dalla rete sono (Young, K. S. 1998):

  • perdita o impoverimento delle relazioni interpersonali;
  • modificazioni dell’umore;
  • alterazione della percezione del tempo;
  • tendenza a sostituire il mondo reale con un luogo virtuale, nel quale si cerca di costruire un proprio mondo personale;
  • sintomi fisici (tunnel carpale, dolori diffusi al collo e alla schiena, problemi alla vista) che sono la conseguenza del protrarsi di lunghi periodi di attività in rete in posizioni poco salutari e, di conseguenza, di lunghi periodi di inattività fisica.

Da un punto di vista cognitivo-comportamentale, nelle persone che sviluppano una dipendenza da Internet, sono osservabili i seguenti aspetti (Young, K. S. 2011):

  • pensieri disfunzionali su se stessi e sugli altri;
  • sentimenti soggettivi di inadeguatezza, insicurezza, bassa autostima e problemi relazionali;
  • disturbi dell’umore, d’ansia e del controllo degli impulsi.

Ad oggi, le dipendenze comportamentali rientrano nella sezione III del DSM-5 come “Condizioni che necessitano di ulteriori studi” (APA, 2013), tuttavia vi sono ancora diversi pareri discordanti riguardanti lo sviluppo dell’abuso di Internet così come quello da sostanze.

Dato il crescente interesse per l’Internet Addiction, in letteratura si trovano numerosi studi che indagano i costrutti maggiormente legati a questo fenomeno: autostima, depressione, ansia, perfezionismo e credenze metacognitive.

L’autostima è un costrutto che si sviluppa tramite un processo individuale, interattivo – relazionale, e può essere concettualizzata come uno schema cognitivo appreso man mano che gli individui interagiscono con gli altri e con l’ambiente (Bracken, 2003). L’avvento delle nuove tecnologie ha modificato l’opportunità di interazioni sociali e il contesto in cui tali interazioni hanno luogo, influenzando in modo significativo anche il concetto di sé e l’autostima (Firth et al., 2019). Le interazioni sociali online hanno dimostrato di elicitare le stesse risposte delle relazioni reali a livello neurocognitivo, coinvolgendo aree cerebrali analoghe relative alla cognizione sociale, quali ad esempio l’amigdala (Firth et al., 2019). Tali ricerche evidenziano come le relazioni sociali online sono elaborate in modo molto simile rispetto a quelle che hanno luogo offline, mettendo in luce le implicazioni significative delle interazioni tecnologicamente mediate per comprendere la socialità umana.

Se la costruzione della propria autostima si modula, sia per gli adolescenti sia per gli adulti, anche attraverso la rete, si potrebbe assistere ad un progressivo evitamento generale di contesti ed interazioni nella quotidianità e comportamenti di ritiro sociale per cui la persona “predilige” un contatto virtuale a quello reale portando alla comparsa di alcuni disagi: isolamento sociale, ansia sociale, depressione, disturbi del sonno, problemi di concentrazione, riduzione delle energie fisiche e mentali (Haw N., Samaha M., 2016).

Un altro costrutto che è stato letto in relazione alle dipendenze da internet è la depressione (Morrison C., Gore H., 2010). Per esempio, secondo uno studio di Dalbudak (2013) i fattori maggiormente in grado di predire il rischio riguardante la dipendenza da internet sono: il sesso maschile, il tempo trascorso in rete, la depressione e l’attitudine al perfezionismo.

Su questo argomento, sono state recentemente pubblicate le prime due meta-analisi, in cui sono stati analizzati i risultati di numerosi studi che hanno coinvolto oltre 27.000 utenti di Facebook residenti in Europa, Nord America e Asia (Marino et al., 2018a, Marino et al., 2018b). Tali studi evidenziano che gli utenti che utilizzano Facebook in maniera più problematica sono più a rischio di riportare segnali di distress psicologico, quali maggiori livelli di ansia e depressione. Inoltre, gli stessi mostrano livelli più bassi di felicità e soddisfazione per la propria vita (Marino et al., 2018a) e bassa autostima (Marino et al., 2018b).

Il perfezionismo è identificato come un fattore di vulnerabilità generale capace di aumentare il rischio di sviluppare una depressione, già Beck (1976) nella sua teoria classica mette in evidenza che tra le assunzioni disfunzionali tipiche delle persone con depressione si distingue una tendenza a pensare di dover essere perfetti in qualsiasi compito.

Secondo Shafran et al., 1999, il perfezionismo indica l’eccessiva dipendenza della valutazione di sé dalla risoluta ricerca di standard personali particolarmente esigenti ed auto-imposti in almeno un dominio altamente saliente, nonostante le conseguenze avverse (Shafran et al., 1999). Ciò è accompagnato dalla tendenza ad una valutazione critica del proprio comportamento (Bastiano et al., 1994; Frost et al., 1990).

Interessante è la distinzione che Hamacheck (1978) propone tra il perfezionismo positivo e il perfezionismo negativo: mentre nel perfezionismo positivo l’errore è visto come una possibilità di crescita e non si teme il giudizio negativo degli altri, nel perfezionismo negativo sono costanti la paura di fallire e la svalutazione dei risultati ottenuti; per contro si tende a sottolineare i propri errori. Questo determina un abbassamento dell’autostima perché si crede che per ottenere l’approvazione degli altri sia necessario dimostrare costantemente il raggiungimento di obiettivi sempre più elevati. Le persone che valutano il valore di sé in base alla loro capacità di evitare l’errore, di fronte ad esso possono invece sentirsi facilmente colpevoli, inefficaci e inadeguate. La crisi che ne può conseguire può avere dei connotati depressivi, in questo senso la realtà dei social media permetterebbe di tenere sotto controllo un maggior numero di variabili legati all’immagine di sé proposta e quindi di ridurre le possibilità di errore.

Questo ricerca ha come obiettivo quello di verificare in che modo i costrutti sopra descritti, quali autostima, perfezionismo patologico, ansia, depressione e capacità metacognitive si correlano e si influenzano in relazione alla dipendenza da internet.

Campione

Il campione è composto da 398 soggetti, di cui 74.4% di sesso femminile, 25.6% maschi. L’età media del campione è di 34,7 anni (d.s.= 9,9) compresa in un range dai 18 ai 70 anni. Tutti i dati sono stati raccolti in maniera anonima.

Le piattaforme social maggiormente utilizzate risultano essere Facebook, Instagram, YouTube e Whatsapp. In generale, i soggetti che hanno compilato il questionario hanno dichiarato di utilizzare principalmente i social per:

  • essere connesso con i miei amici (79.1%);
  • cercare eventi nella mia città (53,3%);
  • evadere dalla quotidianità (36,4%);
  • divertirmi (36.2%);
  • cercare un lavoro (16.1%);
  • sentirmi meno solo/a (10.1%);
  • conoscere persone nuove (7%);
  • trovare un/a partner (2%).

Il 68,1% del campione della ricerca trascorre da una a tre ore giornaliera utilizzando social media, circa il 25% dalle tre alle cinque ore (Fig.1 del poster allegato).

Il reclutamento dei soggetti è avvenuto on-line, attraverso l’utilizzo della piattaforma google moduli, ed è stato chiesto di compilare i seguenti questionari:

  • Internet Addiction Test (IAT) che indaga la dipendenza da internet;
  • Metacognition Questionnaire 30 (MCQ-30) che indaga le credenze metacognitive;
  • Multidimensional Perfectionism Scale (MPS) che indaga il perfezionismo;
  • Rosenberg Self-Esteem Scale (RSES) che valuta l’autostima;
  • Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS) che valuta i sintomi d’ansia e di depressione.

Procedura

Per quanto riguarda le analisi statistiche, attraverso un’analisi correlazionale abbiamo preso in considerazione l’Internet Addiction Test (IAT) come variabile dipendente ed è stata correlata con l’autostima, il perfezionismo, l’ansia, la depressione e le capacità metacognitive, che costituiscono le variabili indipendenti.

Risultati

Per quanto riguarda le analisi correlazionali i soggetti che presentano una dipendenza da social network mostrano una bassa autostima, perfezionismo patologico, ansia e depressione (p<.05).

Dipendenza da Internet e social network: i costrutti correlati al fenomeno

Correlazioni tra IAT e MPS, RSES, ANX e DEP.

Inoltre, il gruppo degli uomini mostra in aggiunta, rispetto al gruppo delle femmine, una relazione positiva rispetto alla credenza positiva sul rimuginio (Fig.3 del poster allegato), cioè tendono a pensare che rimuginare possa servire (p<.05).

Inoltre, è stata effettuata un’analisi della varianza per verificare se vi fossero delle differenze di genere e non emerge nessuna differenza (p=.05).

Discussione

I soggetti che presentano una dipendenza da social mostrano perfezionismo patologico, una bassa autostima, alti livelli di ansia e depressione. Lo scopo della presente ricerca quindi viene confermato. Inoltre, il gruppo degli uomini mostra in aggiunta, rispetto al gruppo delle femmine, una relazione positiva rispetto alla credenza positiva sul rimuginio, cioè tendono a pensare che rimuginare possa servire.

Un’ipotesi di lavoro futura è quella di approfondire la relazione tra le variabili, per esempio di causa effetto o mediazione, allo scopo di aumentare la consapevolezza sul funzionamento di queste nuove dipendenze ed eventualmente ampliare le aree di trattamento.

 

POSTER DI RICERCA – SOCIAL DELLE MIE BRAME: CHI E’ IL PIU’ BELLO DEL REAME?

Che fine ha fatto l’isteria?

Le discussioni tra Freud e Breuer intorno all’isteria in generale, e al caso di Anna O. in particolare, fanno da protagoniste ad un dibattito che, a partire dalle prime concettualizzazioni di Charcot, a distanza di un secolo non si è mai placato, nonostante la moderna psichiatria la vorrebbe ormai una patologia desueta, appartenente a un mondo ottocentesco e prettamente psicoanalitico, utile solo a narrare la storia della psicologia.

 

Un interesse dovuto probabilmente al fatto che parlare di Isteria significa parlare della nascita della talking cure, delle teorie sulla rimozione, del rapporto tra conscio e inconscio, del transfert e controtransfert. Avere sintomi somatici importanti in apparente assenza di patologie organiche sottostanti, costrinse la comunità medica ad una rinnovata percezione del rapporto tra mente e corpo.

Per Freud l’isterico era colui che soffriva di “reminiscenze”, l’accento veniva posto sulla vita fantasmatica del soggetto, sulla conversione della libido in qualcosa di somatico. Il trauma e la sofferenza psichica trovavano espressione tramite il corpo malato ed il materiale onirico e fantasmatico divenne la strada maestra per la scoperta dell’inconscio (Studi sull’isteria, Freud e Breur 1893/1895). Quindi c’è isteria laddove a forti pulsioni ed emozioni inconsce, impossibili da dichiarare ed agire, corrispondono disturbi somatici; là dove un conflitto irrisolvibile tra desiderio e realtà mi costringe ad alterare il mezzo di comunicazione per superare la situazione (ad esempio con alterazioni della funzione motoria, della memoria, della coscienza dell’io con dissociazione o depersonalizzazione; con alterazione delle funzioni elevate della psiche utilizzando ad esempio la menzogna o la scissione; o con alterazioni della relazione con istrionismo o teatralità). Una patologia che veicola un messaggio nascosto, solitamente traumatico.

Nel DSM-II (APA, 1968) viene data all’isteria una visione unitaria sotto l’etichetta di “personalità isterica”, così descritta:

Eccitabilità, instabilità emotiva, iperattività e drammatizzazione; quest’ultima è sempre volta a richiamare l’attenzione ed è spesso seduttiva, che il paziente ne sia consapevole o meno. Questi pazienti sono anche immaturi, incentrati su di sé, spesso vanitosi, e di solito dipendenti dagli altri. Questo disturbo deve essere differenziato dalla nevrosi isterica (caratterizzata dai sintomi di conversione o dissociazione).

La sua vita all’interno del manuale diagnostico è breve, in quanto già con la terza edizione del DSM (1980) l’isteria scompare per fare spazio al termine “istrionico”.

Passando poi per il DSM-IV fino all’odierno DSM-V, l’isteria è stata redistribuita in diverse categorie diagnostiche: il disturbo dissociativo, il disturbo somatoforme, il disturbo di conversione, il disturbo istrionico di personalità. Per non parlare poi del fatto che molti sintomi un tempo considerati isterici possiamo ritrovarli nelle disfunzioni sessuali, nei disturbi dell’alimentazione e in quelli ansiosi e fobici.

Una descrizione ed una divisione questa che non sempre convince. Secondo alcuni autori, infatti (Lingiardi, 2004), aver separato i disturbi dissociativi da quelli di conversione significa aver frammentato in modo inappropriato i sintomi psichici da quelli fisici, considerandoli come quadri diagnostici a sé stanti.

Ma quali sono le motivazione alla base di questa scelta?

Già la radice etimologica del termine inventato da Ippocrate ( dal greco hysteron, ovvero “utero”) ha causato all’isteria non pochi problemi. Dire “isterica” significava infatti dire “donna” e soprattutto donna incapace e inadeguata, inferiore; risultava quindi essere un’etichetta troppo discriminante e misogina per non essere sostituita dal più politicamente corretto termine “istrionico”, riferibile invece ad entrambi i sessi.

Troppo legata inoltre l’isteria ad una concezione psicoanalitica ed al suo quadro teorico di riferimento (con i concetti di inconscio, rimozione e transfert).

Ma ciò che probabilmente più di ogni altra cosa non ha soddisfatto la moderna psichiatria è stata l’estrema varietà della sintomatologia isterica, troppo generica e con modalità di espressione così variegate da risultare impossibile fornirle un’ adeguata cornice concettuale, né tantomeno ridurla a quell’elenco di items tanto cari alla moderna modalità diagnostica di tipo nosografico.

Inoltre, l’isteria si è modellata all’interno di un particolare periodo storico, dal quale sembra dipendere. I soggetti isterici descritti da Freud erano donne della classe borghese dell’ottocento, appartenenti a famiglie colte, ma condizionate da concezioni rigide, moraliste ed ipercontrollanti, soprattutto per quello che riguardava i costumi sessuali ed il rapporto con il corpo. Una società in cui gli istinti e le pulsioni sessuali e aggressive venivano tenute a bada da istanze morali indiscutibili.

Quindi superati e scomparsi certi atteggiamenti scomparsa anche l’isteria? Il cambiamento radicale della società ha fatto sì che le manifestazioni isteriche non avessero più ragione di esistere? Diversi autori si sono espressi al riguardo.

Secondo Sergio La Rosa (2014) in realtà la modalità isterica si trova “diluita nel mare della cultura post-moderna”, la quale in qualche modo incoraggia la manipolazione ed alcuni usi e costumi nella misura in cui questi permettono di raggiungere determinati obiettivi ed il successo. I vantaggi di tali modalità fanno sì che l’isteria non venga considerata una patologia nella società contemporanea.

Semi (1995) imputa l’eclissi dell’isteria dalla psichiatria moderna alla “resistenza attuale alla psicoanalisi” ma sottolinea “come proprio questa eclissi faccia parte delle caratteristiche fondamentali dell’isteria, grande simulatrice”.

Un camaleonte quindi, che si modella e si modifica all’interno di un determinato contesto e periodo storico, la quale, nonostante da molti venga rimossa, continua a ritornare, “indossando maschere diverse dietro le quali, però, ritroviamo sempre la stessa malattia” (Mattioli, Scalzone, 2002). Una patologia che inganna il clinico e l’osservatore, in quanto l’isterico per sua natura prende la forma che interessa all’oggetto di cui vuole catturare l’attenzione (Bogousslavsky,2015).

Il cambiamento sociale e culturale ha però quantomeno portato modificazioni nelle manifestazioni isteriche. Ciò che frequentemente si osserva sono: la tendenza alla drammatizzazione, la suggestionabilità, l’egocentrismo, la tendenza ad erotizzare i rapporti, il ricercare l’attenzione per mezzo del corpo, la tendenza alla dissociazione, l’uso eccessivo di fantasie, la labilità affettiva, la tendenza alla somatizzazione, lo stile cognitivo impressionistico e poco orientato ai dettagli.

Le nuove forme di isteria vengono considerate non tanto e non solo come conflitto tra le tre istanze Es, Io e Super Io, ma come manifestazioni di una falla nel Sé, dove l’altro è chiamato a riempire questa mancanza tramite una funzione di rispecchiamento. Brenman (1985) vede l’isteria come una difesa contro la psicosi, dove il ricorso alla fantasia e all’identificazione proiettiva servono a negare la realtà psichica e dove la relazione con l’oggetto esterno è funzionale a tenere insieme il soggetto e ad evitare cadute depressive e psicotiche.

Rintracciamo quindi i sintomi dell’isteria in tutte la patologie del “vuoto” (molto dell’isteria è finito nel calderone del disturbo borderline).

Accanto a chi vorrebbe dire spariti quantomeno gli spettacolari sintomi di conversione e le grandi crisi isteriche, c’è chi nelle corsie degli ospedali e nei pronto soccorsi assiste pazienti (anche in età evolutiva) che manifestano sintomi di conversione importanti come paralisi, svenimenti, deficit sensoriali. Perché? Come è possibile dato che il contesto di riferimento è così cambiato?

Forse il contesto è cambiato, ma i conflitti e le pressioni continuano ad essere vive e presenti. I ritmi di vita sono incalzanti e le frustrazioni massicce, la malattie del controllo dilagano in risposta ad una società che richiede di essere belli, curati ma non narcisisti, performanti e competitivi nel lavoro. Il rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità si è solo adattato al nuovo contesto, dove i disturbi alimentari aumentano e dove, soprattutto alle donne, si richiede di essere sì sessualmente libere, ma comunque “rispettabili”.

L’inibizione, fulcro delle problematiche nell’epoca freudiana, lascia spazio ora a questioni identitarie e di regolazione delle emozioni e del rapporto con gli altri, ma ora come allora i pazienti non riescono ad esprimere con parole vissuti psichici conflittuali ed è quindi il corpo a parlare, e a volte a “bloccarsi”, come nel caso degli svenimenti (in un curioso parallelismo con i sintomi descritti da Breur su Anna O., donna molto colta che parlava diverse lingue quando stava bene, ma che spesso balbettava).

Ponendo come centrale il tema dell’identità e dell’espressione della propria soggettività, non deve stupire che un gran numero di pazienti con tale sintomatologia siano adolescenti, i quali si ritrovano a costruire la propria identità e ad attraversare il difficile passaggio dalla sessualità infantile a quella adulta in un a società in cui la comunicazione passa perlopiù attraverso strumenti tecnologici che depersonalizzano e creano un distacco ed una mancanza di ascolto da parte dei pari e degli altri gruppi di riferimento.

A ridare dignità diagnostica all’isteria è stato anche il Manuale Diagnostico Psicodinamico ( PDM Task Force, 2006), il quale ha re-inserito i disturbi isterici di personalità all’interno dell’asse P (Pattern e disturbi di personalità). Il PDM vede i disturbi isterici ed istrionici legati da un continuum e colloca i pazienti isterici ad un livello nevrotico, mentre quelli istrionici ad un livello borderline di gravità.

L’isteria sembra quindi ancora fin troppo presente e reale nell’epoca moderna per poter smettere di parlarne. L’auspicio è che il dibattito inerente l’isteria e la sua concettualizzazione non si fermi solo al mondo psicoanalitico, ma possa coinvolgere ed interessare tutte le diverse cornici teoriche della psicologia ed il mondo psichiatrico, che dal DSM viene rappresentato, affinché si giunga ad una concettualizzazione condivisa delle sue origini e delle sue manifestazioni così da poterne migliorare il riconoscimento e la presa in carico da una parte e la modalità di intervento dall’altra.

 

 

La vita bugiarda degli adulti (2019) di E. Ferrante – Recensione del libro

A novembre 2019 è uscito l’ultimo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, ambientato tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta. Com’è noto, il nome della scrittrice è uno pseudonimo e non si conosce la sua vera identità; i suoi romanzi hanno riscosso molto successo.

 

Giovanna, la giovane protagonista, ha dodici anni e dal racconto della sua vita emergono aspetti relazionali ed emotivi: i rapporti con i genitori, l’amicizia, l’adolescenza, la difficoltà a capire gli adulti e altro ancora.

Già il titolo del romanzo introduce un tema centrale: la mancanza di chiarezza e sincerità che di frequente può assumere il comportamento degli adulti, la difficoltà che questi possono avere nel mantenere una coerenza tra i principi e le regole che cercano di trasmettere ai figli e il proprio atteggiamento (il modello che offrono).

Tutto sembra procedere bene, Giovanna si sente molto apprezzata dal padre e stima entrambi i suoi genitori. La sua famiglia è in stretta amicizia con una coppia che ha due figlie (una coetanea e l’altra più piccola di due anni) e anche loro sono amiche.

Ma, in modo inatteso, Giovanna, che è sempre andata bene a scuola, ha un improvviso calo del rendimento. Un pomeriggio, dopo che le la madre era stata a parlare con gli insegnanti, la ragazzina sente i genitori discuterne, questi si trovano in cucina e non immaginano di essere ascoltati. La madre sta riassumendo ‘le lagne’ dei professori e cerca di giustificarla tirando in ballo i cambiamenti della prima adolescenza, ma il padre non sembra essere dello stesso parere e risponde:

L’adolescenza non c’entra: sta facendo la faccia di Vittoria.

Quest’ultima era una sorella del padre, racconta Giovanna:

Una donna nella quale – gliel’avevo sentito dire [dai genitori] fin da quando avevo memoria – combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità.

Sentire queste parole e avvertire un cambiamento dell’atteggiamento del padre verso di lei è tutt’uno. La protagonista spiega come si trovasse in un periodo di grande fragilità:

Avevo le mestruazioni da quasi un anno, i seni erano troppo visibili e me ne vergognavo, temevo di puzzare, mi lavavo in continuazione, andavo a dormire svogliata e mi svegliavo svogliata. L’unico mio conforto, in quel periodo, l’unica mia certezza, era che lui adorava assolutamente tutto di me.

Dall’episodio citato prende avvio un’esasperazione delle insicurezze adolescenziali di Giovanna che cerca faticosamente di comprendere il mondo degli adulti e cosa può essere cambiato. Per cercare di dare un senso alle parole del padre, decide di incontrare la zia (che non vede mai, perché la sua famiglia non la frequenta) così da potersi fare un’idea dell’aspetto e del modo di essere di questa persona alla quale, secondo il padre, lei cominciava ad assomigliare.

La confusione in cui si trova Giovanna è alimentata dalla difficoltà dei genitori nel mantenere atteggiamenti adeguatamente chiari e uniformi. La mamma delle sue amiche, coinvolta nelle diverse vicende che si svolgono, le dice:

[…] in quello che è successo non c’è colpa, si fa del male senza volerlo.

Tuttavia, seppure non ci fosse colpa, la mancanza di sincerità, la vita bugiarda appunto, contribuisce a creare problemi al processo di crescita dei figli. Ne è un esempio un passaggio de La vita bugiarda degli adulti nel quale Giovanna spiega a una delle sue amiche come lei in un’occasione si fosse vergognata perché riteneva che i genitori si vergognassero di lei, che non la ritenessero degna di loro. E la risposta dell’amica rivela una delle reazioni che possono avere i figli quando si trovano a ‘scoprire’ le mancanze dei genitori e ne rimangono delusi:

Non voglio essere degna, voglio essere indegna, voglio finire male.

Il romanzo tratteggia bene i personaggi e con stile scorrevole; in particolare delinea il tentativo della protagonista e delle sue amiche di trovare una propria strada, di comprendere il mondo degli adulti, di fare i conti con le inevitabili delusioni, di muoversi all’interno delle amicizie e di entrare nel mondo della sessualità.

Attraverso varie vicende Giovanna cresce e un giorno si trova a constatare che in effetti la sua faccia non aveva nessuna armonia, come quella della zia Vittoria, ma l’errore era stato farne una tragedia. La ragazza fa una riflessione che denota il suo processo di maturazione:

Basta guardare anche solo per un attimo chi aveva il privilegio di una bella faccia fine e si scopriva che nascondeva inferni non diversi da quelli espressi da facce brutte e grezze. Lo splendore di un viso, arricchito tra l’altro dalla gentilezza, covava e prometteva dolore ancor più di un volto opaco.

Con toni un po’ disillusi viene accennata una questione importante: l’attribuzione che talvolta viene fatta, in particolare nella fase giovanile della crescita, della propria sofferenza all’aspetto fisico, con l’illusione che le persone che appaiono più gradevoli di aspetto non possano ‘nascondere’ dentro di sé altrettanta sofferenza.

Il passo descritto tocca un aspetto delicato dello sviluppo dell’identità personale. In questo caso la riflessione prende avvio da un momento di insoddisfazione personale della giovane protagonista, amplificato dalle parole che sente dire dal padre e che le rimandano un improvviso cambiamento della percezione di sé, visto che credeva il padre apprezzasse tutto di lei. Ma cosa intendeva dire il padre? Come sempre accade, quello che ci permette di comprendere i vissuti emotivi è il modo in cui il soggetto attribuisce significato alla situazione, ma questo non sempre corrisponde pienamente alle reali intenzioni dell’altro.

Di più non è opportuno dire…i romanzi vanno letti con i ‘propri occhi’.

 

Due cuori che battono all’unisono: il ruolo della soddisfazione sessuale nel mediare la sincronizzazione fisiologica nella coppia

Nella relazione di coppia la sintonizzazione tra gli individui assume una particolare rilevanza. Quest’influenza dinamica esercitata tra i membri della coppia è più forte nelle relazioni caratterizzate da vicinanza emotiva e intimità e la forza della sincronizzazione risulta mediata dalla soddisfazione relazionale. E’ possibile che questo si traduca in una migliore capacità di rispondere ai bisogni del proprio partner anche durante l’attività erotica?

 

L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele già nel IV secolo a.C., tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società: ma fino a che punto questo è un istinto primordiale e non frutto di mera necessità? Rispondere a questa domanda è complesso e chiama in causa diversi aspetti dell’evoluzione della specie che ancora sfuggono alla nostra comprensione.

Tuttavia, è probabile che tutto possa aver origine durante lo sviluppo del cervello umano il quale è più complesso di quello delle altre specie animali tanto da richiedere un “costo evolutivo”: alla nascita e per svariati anni successivi, il corpo e il sistema nervoso del cucciolo di uomo maturano lentamente per raggiungere la forma adulta mantenendo un certo grado di plasticità per tutta la vita; questo processo prende il nome di neotenia. Da un lato questo permette al nostro cervello di continuare a maturare anche fuori dall’utero; dall’altro, una crescita così lenta fa sì che il cucciolo di uomo rimanga dipendente dalle cure degli altri per lungo tempo, necessitando di caratteristiche che gli consentano di stringere legami e comunicare con gli altri membri del proprio gruppo sociale.

Sviluppando un attaccamento con il proprio caregiver, ed in seguito imparando a stringere relazioni nella vita comunitaria, il soggetto crescerà in interdipendenza dagli altri apprendendo dall’osservazione di altri e partecipandone alla vita emotiva. Biologicamente l’uomo sembra programmato per la connessione sociale, ne è una prova la capacità di provare empatia, la presenza del sistema specchio (con funzione analoga a quella dei neuroni specchio) o la sincronizzazione di diversi indici fisiologici tra individui legati da vicinanza emotiva (Butler, 2011; Helm, Sbarra, &Ferrer, 2012; Palumbo et al., 2017).

Secondo la Social Baseline Theory (Beckes&Coan, 2011), questa capacità sarebbe una strategia di conservazione delle risorse cognitive e metaboliche; sarebbe infatti più semplice regolare le emozioni in contesti sociali che non individualmente come confermato dall’effetto che la presenza di altri individui sembra avere sull’attivazione delle aree legate alla paura, diminuendone l’attività (Coan, Schaefer, & Davidson, 2006).

La relazione di coppia è sicuramente un contesto relazionale nel quale la sintonizzazione o co-regolazione tra gli individui assume una particolare rilevanza. È stato dimostrato come questa influenza dinamica esercitata tra i membri della coppia sia più forte nelle relazioni caratterizzate da vicinanza emotiva e intimità, e che la forza della sincronizzazione risulti mediata dalla soddisfazione relazionale (Helm, Sbarra, Ferrer, 2014).

La teoria dell’attaccamento adulto suggerisce che la soddisfazione relazionale e altre qualità del rapporto come l’empatia, possano modulare la capacità dei partner di influenzarsi reciprocamente in termini fisiologici (Diamond, 2001); inoltre, applicando tale prospettiva diadica ad altri aspetti delle relazioni di coppia, si è scoperto come prendendo in considerazione indici come soddisfazione relazionale, frequenza sessuale, funzionalità sessuale, salute fisica e contatto intimo riferiti da un individuo fosse possibile predire la soddisfazione sessuale del suo partner (Pascoal et al., 2017).

Tuttavia, dopo le prime ricerche di Masters & Johnson (1966) sulla risposta sessuale nell’uomo e nella donna, sono scarseggiati gli studi che prevedessero un approccio diadico e psicofisiologico alle relazioni intime: se la sincronizzazione fisiologica comporta una maggiore soddisfazione relazionale, maggiore vicinanza emotiva e la capacità di identificare i bisogni emotivi del proprio partner, è plausibile ipotizzare che questo si traduca in una migliore capacità di rispondere ai bisogni del proprio partner anche durante l’attività erotica e che una maggiore vicinanza nell’intimità comporti, conseguentemente, una più accurata sintonizzazione tra i partner nei termini di sincronia degli indici fisiologici.

Per testare questa ipotesi Freihart e Meston (2019) hanno coinvolto 28 coppie eterosessuali impegnate in una relazione da almeno 3 mesi che avessero avuto rapporti sessuali nel mese precedente. Per escludere la presenza di una disfunzione sessuale è stato somministrato alle donne il Female Sexual Functioning Index (FSFI, Rosen et al., 2000) che esplora il desiderio, l’eccitamento, la lubrificazione, la frequenza orgasmica, il dolore e la soddisfazione sessuale in generale, mentre agli uomini è stato somministrato l’International Index of Erectile Dysfunction (IIED, Rosen et al., 1997). Ogni membro della coppia ha fornito poi un indice della propria soddisfazione sessuale rispondendo alla Sexual Satisfaction Scale, presente per uomini e donne (Meston&Trapnell, 2005), composta da 30 items valutanti il benessere sessuale relativo a soddisfazione, comunicazione, compatibilità, preoccupazioni relazionali e preoccupazioni personali riguardo al sesso.

Le coppie hanno poi svolto tre compiti sedendo l’uno di fronte all’altro mentre la loro frequenza cardiaca veniva misurata mediante un ECG; va specificato che sebbene il focus di questo esperimento fosse indagare il ruolo della soddisfazione sessuale come moderatore, i compiti assegnati non erano di natura sessuale a causa della mancanza di strumenti validati in ricerche precedenti. Si è scelto dunque di predisporre dei compiti che elicitassero diversi gradi di coinvolgimento fra i due membri della coppia: un gazing task (n.d.t.: compito del fissare l’altro) che inducesse un leggero stress, un mirroring task che elicitasse il contagio emotivo con la richiesta di rispecchiare al meglio delle proprie capacità i segnali fisiologici dell’altro senza ricorrere a gesti e parole, ed infine un compito di controllo ovvero mantenere uno stato rilassato, indossando una mascherina sugli occhi usata come baseline di riferimento.

I risultati hanno mostrato come la sincronizzazione fisiologica fosse reciproca, ovvero la frequenza cardiaca del partner maschile poteva predire la frequenza cardiaca della partner donna e viceversa, dove però sembrava essere più accurato il modello in cui la frequenza dell’uomo fosse predittrice di quella della compagna. Nel 60,7% delle coppie si è raggiunto un livello di sincronizzazione fisiologica statisticamente significativo permettendo di analizzare il ruolo di moderatore della soddisfazione sessuale sul grado di coregolazione tra gli individui: l’effetto moderatore risultava non significativo nel compito utilizzato per stabilire la baseline; contrariamente alle aspettative anche durante il gazing task tale moderazione risultava assente suggerendo che la sincronizzazione potesse avvenire solo in quelle condizioni che inducevano contagio emotivo più che una semplice attivazione fisiologica. A conferma delle ipotesi iniziali degli autori, durante il compito di mirroring si è potuto verificare l’esistenza di un effetto moderatore della soddisfazione sessuale sulla sincronia esibita dai membri di una coppia, ancora una volta con la frequenza cardiaca maschile come miglior predittore di quella femminile, che non l’inverso; la simpleslopeanalysis ha inoltre dimostrato come fossero i punteggi più alti nella soddisfazione sessuale a moderare l’effetto sulla sincronizzazione piuttosto che quelli più bassi (rispettivamente una deviazione standard sopra o sotto la media).

È importante sottolineare che i risultati ottenuti non indicano la direzionalità dell’effetto riscontrato, lasciando aperta la possibilità che la soddisfazione sessuale possa essere dovuta alla sincronizzazione fisiologica grazie ad un effetto di contagio emotivo tanto quanto il suo inverso, ovvero che la sincronizzazione possa essere un effetto dovuto ad una maggiore soddisfazione sessuale, studi futuri dovranno verificare questa ipotesi.

 

Master annuale: diagnosi e trattamento dei disturbi di personalità – Firenze, Ottobre 2020

Tra ottobre 2020 e ottobre 2021 si terrà a Firenze un master in cui esperti nazionali e internazionali tratteranno delle psicoterapie evidence-based per i disturbi di personalità

 

Perché un master sui disturbi di personalità?

Secondo stime recenti almeno il 10-12% della popolazione soffre di un disturbo di personalità, rappresentando una quota rilevante delle persone che accedono agli studi e ai centri di psicoterapia. A prescindere poi dalla diagnosi e dal problema riportato la comprensione del funzionamento di personalità offre al clinico una prospettiva privilegiata nel costruire e monitorare la terapia.

Allo stesso tempo chiunque si accinga ad impostare una diagnosi o una psicoterapia per i disturbi di personalità si confronta con una moltitudine di alternative. Se ci concentriamo sull’assessment abbiamo ad oggi almeno 3 sistemi “ufficiali” e dunque riconosciuti: il modello standard del DSM-5 suddiviso in 3 cluster e 10 disturbi; il modello alternativo del DSM-5 suddiviso in 3 moduli; il sistema transdiagnosico dell’ICD-11 con 6 tratti o pattern prominenti! Se prendiamo poi in considerazione le linee guida sui trattamenti abbiamo pochissime indicazioni su pochi e specifici disturbi (quasi sempre sullo studiatissimo Disturbo Borderline di Personalità). Anche solo restando nella cornice cognitivista troviamo oltre al protocollo CBT standard, la Dialectical Behavior Therapy, la Schema Therapy, la Terapia Metacognitiva Interpersonale e tanti altri ancora.

Insomma, un tema tanto rilevante appare allo psicoterapeuta che ci si confronta assai complesso e di difficile comprensione. Senza contare delle difficoltà relazionali che i pazienti con disturbi di personalità ingenerano visto che proprio la dimensione interpersonale è la loro maggior fonte di sofferenza.

Struttura, docenti e temi del master

Il Master Annuale “Diagnosi e Trattamento dei Disturbi di Personalità” nasce con l’ambizione di colmare un vuoto presente nel panorama formativo italiano. Ad oggi non è infatti presente alcun master rivolto specificamente a psicologi psicoterapeuti, psichiatri o specializzandi in tali discipline. Tages Onlus e le Scuole di Psicoterapia Cognitiva della Associazione di Psicologia Cognitiva (APC-SPC) hanno dunque sviluppato un percorso formativo basato sulle più recenti evidenze della letteratura scientifica ed in linea con gli standard delle Linee Guida Internazionali, con particolare riferimento alla cornice cognitivo-comportamentale e ai suoi sviluppi di Terza Onda. Il master si articola in 24 giornate e 4 moduli che affronteranno i fondamenti teorici e clinici dei disturbi di personalità, le procedure diagnostiche e di inquadramento, gli interventi e i protocolli più efficaci nel trattamento delle dimensioni ricorrenti e dei disturbi.

Al fine di formare chi quotidianamente si occupa di salute mentale alla diagnosi e al trattamento dei disturbi di personalità, secondo un approccio il più possibile pratico ed evidence-based, è stato costituito un corpo docenti composto da docenti di fama internazionale e da clinici esperti: Arnoud Arntz, Barbara Basile, Antonino Carcione, Veronica Cavalletti, Simone Cheli, Giancarlo Dimaggio, Andrea Fossati, Francesco Gazzillo, Cesare Maffei, Francesco Mancini, Fabio Monticelli, Antonio Onofri, Nicola Petrocchi, Raffaele Popolo, Elena Prunetti, Sophie Rushbrook, Antonio Semerari, Antonella Somma, Cecilia Trevisani.

Obiettivi formativi e certificazioni

Al termine del corso i partecipanti avranno acquisito le competenze teoriche e pratiche necessarie per comprendere il funzionamento del paziente e per attuare l’intervento psicoterapeutico ritenuto più adeguato per la problematica presentata. I docenti guideranno gli iscritti alla comprensione e all’utilizzo di alcuni degli approcci ad oggi ritenuti più efficaci nel trattamento dei disturbi di personalità. Particolare attenzione verrà dedicata alla declinazione operativa dei modelli presentati nella pratica clinica, tramite strumenti teorici basati su dimensioni transdiagnostiche ed esercizi esperienziali in aula (role-playing, simulate, supervisioni, etc.).

Gli iscritti potranno conseguire, oltre a 75 crediti ECM, l’attestato del Master Annuale “Diagnosi e Trattamento dei Disturbi di Personalità”. Per alcune lezioni verrà rilasciato un ulteriore attestato di partecipazione alle giornate in quanto riconosciute dalle rispettive associazioni scientifiche: EMDR Italia, Compassionate Mind Italia, MITHS (Metacognitive Interpersonal Therapy Society), Centro Terapia Metacognitiva Interpersonale (CTMI). Verranno inoltre rilasciati le seguenti certificazioni: “RO DBT Introductory Training” (Radically Open Ltd) e “Terapia Metacognitiva Interpersonale di Gruppo” (CTMI). Le lezioni tenute da A. Arntz e B. Basile saranno infine certificate dalla International Society for Schema Therapy (ISST) come Continuing Professional Development (CPD).

I posti sono limitati e le iscrizioni saranno possibili a partire del 2 marzo 2020.

 

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L’inizio della terapia sistemica: chi convocare in seduta?

La proposta della terapia sistemica rispetto alla convocazione in seduta è molto articolata e si differenzia sulla base delle caratteristiche del caso specifico.

 

Andare dello psicologo: dall’idea alla prima seduta

Quando una persona decide di rivolgersi ad uno psicologo per un problema che riguarda lei o un suo familiare, di solito lo fa dopo aver tentato altre strade: magari può pensare che il malessere sia passeggero, oppure può parlarne con un amico o un familiare, o magari con il proprio medico di base. Poi, vedendo che le difficoltà persistono, approda allo psicologo.

Prima di andarci probabilmente pensa alla seduta, alla stanza di terapia, agli argomenti di cui parlare, ma raramente crede che lo psicologo farà una proposta su chi convocare all’incontro. Spesso il paziente ritiene che spetti a lui decidere chi deve essere presente, e probabilmente lo fa a ragion veduta, visto che, per la maggior parte degli indirizzi psicoterapeutici, il tema della convocazione non è oggetto di riflessione professionale.

Al contrario, per l’approccio sistemico-relazionale, la scelta di chi convocare alle sedute non è da lasciare al caso: essa ha di per sé un valore terapeutico e da essa spesso dipende l’esito dell’intero intervento (Di Blasio, Fischer e Prata, 1986).

Il vero inizio della terapia sistemica è dunque la telefonata del paziente allo psicologo, momento fondamentale per approfondire la richiesta: il problema è di chi telefona o di un suo familiare? Qual è l’età del paziente e quale periodo del ciclo di vita sta attraversando? Quale il problema? Queste sono alcune delle domande che lo psicologo pone a chi è dall’altra parte del telefono, per valutare chi convocare al primo appuntamento.

La richiesta riguarda chi telefona?

Se la richiesta riguarda chi telefona, possiamo pensare, dopo opportuna verifica, che chi ci sta parlando sia consapevole di avere una difficoltà, abbia raccolto una serie di informazioni che l’hanno portato a contattare uno psicologo, abbia la capacità di esporre al professionista il suo problema ed abbia pianificato le azioni legate allo svolgimento delle sedute (è in grado di recarsi agli incontri e, se necessario, di pagarli). Queste variabili, insieme ad altre cui accennerò successivamente, fanno propendere per una convocazione individuale, perché lo psicologo può ritenere che il paziente sia sufficientemente motivato alla terapia ed abbia le risorse per trarne giovamento. Ma cosa succede se il paziente non chiama personalmente? Probabilmente non è consapevole di avere un problema, oppure non è in grado di contattare lo psicologo ed esporglielo: quale sarà dunque il giovamento che potrà trarre da sedute unicamente individuali? Probabilmente poco o nessuno. A questo punto diventa importante capire chi e perché chiama al posto suo: gli scenari possibili sono molti. Il caso più frequente si ha quando il paziente è un minore e chi telefona è un genitore: in questo caso, il professionista dovrà pensare di coinvolgerlo, come vedremo nel secondo punto. Se il paziente è maggiorenne, perché dunque non chiama personalmente? E’ affetto da una grave patologia fisica o psichica, che lo rende dipendente dal sistema di riferimento? Oppure, pur non avendo una patologia conclamata, non ha consapevolezza delle sue difficoltà? O magari, non ha realmente un problema, ma chi telefona pensa che lo abbia? Quali che siano le ragioni, è chiaro che in questo caso la convocazione individuale del paziente designato non è da preferire, pena il fallimento dell’intervento. E’ invece più utile procedere ad una convocazione allargata al sistema di riferimento.

Quanti anni ha il paziente e quale fase del ciclo di vita sta attraversando?

Bambini

Veniamo al secondo punto. Se il paziente è minorenne, è difficile che si prenda la briga di chiamare personalmente lo psicologo: spesso tutte le decisioni che riguardano la sua salute, anche psicologica, sono demandate ai suoi genitori, o a chi si occupa di lui. Ma non solo. Come afferma Miriam Gandolfi (2008), se gli adulti possono contare su una relativa indipendenza dagli altri, da bambini le cose vanno diversamente. La scuola e le attività extrascolastiche sono regolamentate e supervisionate da adulti, che, comunicando con la famiglia, le consentono di avere sempre la regia della situazione. Anche nel tempo libero si osserva un fenomeno simile: se in passato i bambini, soprattutto se vivevano in campagna, erano solitamente liberi di muoversi lontano dagli sguardi degli adulti, oggi è impensabile che essi godano di una simile indipendenza, soprattutto se vivono in ambienti urbanizzati. E’ quindi naturale, in questa fase del ciclo di vita, che chi si prende cura di loro ed ha un livello di decisionalità così alto su ciò che li riguarda sia coinvolto nel problema, sia perché lo co-costruisce, sia perché è una risorsa per affrontarlo.

Adolescenti

Ma cosa succede se il paziente è adolescente? L’adolescenza è un’età molto particolare, perché presenta alcuni aspetti in comune con l’infanzia, pur differenziandosi nettamente da essa. I ragazzi e le ragazze, anche se godono di una libertà maggiore rispetto ai bambini, sono comunque dipendenti dal contesto familiare: i genitori restano un punto di riferimento fondamentale dal punto di vista emotivo, sia quando i loro figli decidono di aderire ai loro valori, sia quando tentano di differenziarsi da essi in modo netto e dirompente. Tuttavia, rispetto a quanto accade per i bambini, il gruppo dei pari, nel quale l’adolescente vive esperienze diverse rispetto a quelle familiari, è spesso un punto di riferimento stabile ed un importante luogo di formazione dell’identità. Lo psicologo, dopo una prima fase di consultazione familiare in cui è possibile formulare un’ipotesi sistemica ed una strategia di intervento condivisa, può prevedere, a seconda del caso, una parte di intervento individuale in cui il paziente potrà parlargli del suo mondo extrafamiliare.

Adulti

Nel caso del paziente adulto, chiaramente la convocazione individuale è quella più frequente, ma bisogna tenere in considerazione che la fase del ciclo di vita che il paziente sta vivendo non dipende solo dalla sua età anagrafica. Se a quindici anni Metello, protagonista dell’omonimo romanzo di Pratolini, ambientato nella Firenze di inizio novecento, era un vero e proprio capo famiglia, dal cui lavoro dipendevano le sorti dei fratellini, oggi la fascia di età tra i venti e i trent’anni è piuttosto variegata: ci sono giovani che lavorano, vivono da soli, in qualche caso convivono e hanno figli, altri studiano, e, per forza di cose, sono ancora legati economicamente alla famiglia di origine, pur con diverse gradazioni di dipendenza, altri ancora sono in una condizione complessa, dove alla dipendenza economica dalla famiglia si aggiunge la mancanza di progettualità. Di queste variabili un terapeuta sistemico deve tenere conto, perché esse influenzano le sue scelte di convocazione alle sedute.

Qual è la natura e la gravità del problema?

Come afferma Ugazio (1989), se un adulto ha un quadro psicopatologico grave, come una patologia dissociativa, una convocazione familiare è preferibile: la dipendenza del paziente dal suo contesto, spesso, fa sì che la sua patologia sia interamente giocata tra le mura domestiche. In seduta si ragiona sugli effetti pragmatici del sintomo sui suoi familiari. Se, viceversa, un giovane adulto, pur vivendo ancora a casa dei genitori, vive in modo consono al suo ciclo di vita ed ha un problema extrafamiliare non tale da compromettere la sua indipendenza, come ad esempio una difficoltà sentimentale, una convocazione individuale è da preferire.

Le obiezioni

Come si può vedere, la proposta sistemica rispetto alla convocazione in seduta è molto articolata ed in controtendenza al principio individualista della società occidentale: essa è pertanto oggetto di critica, non solo da parte dei pazienti, ma anche dei colleghi di altri orientamenti.

La più importante obiezione è che se un paziente è in seduta con i familiari, non è spontaneo: se fosse da solo, esprimerebbe di più quello che sente, mentre con i familiari presenti è più chiuso. La risposta che si può dare a questa obiezione è almeno a due livelli. Ferdinando Salamino (2019, citazione personale), parlando del problema, afferma che non sempre quando una persona è da sola esprime i propri pensieri più intimi e veri. Se pensiamo a facebook, ci rendiamo conto che spesso, proprio perché mascherate dalla rete, le persone tendono a mostrarsi per quello che non sono: dopotutto, siccome hanno come interlocutori persone lontane che non le conoscono, nessuno le può smentire. Forse allora la vera intimità emerge proprio quando siamo messi a confronto con chi ci sta vicino, che contribuisce a creare la nostra personalità, come noi contribuiamo a creare la sua. Possiamo capire chi siamo solo attraverso il dialogo con chi ci sta intorno, fatto, come afferma Ugazio (2018), più di sguardi ed emozioni che di parole. Ed ecco la seconda risposta all’obiezione: se un paziente, quando è con i familiari, non dice tutto quello che pensa, il suo modo di comportarsi in seduta, le sue espressioni, le emozioni che esprime, ci raccontano più di qualunque parola.

Conclusione

Nella mia esperienza di terapeuta, ho sempre ritenuto che la convocazione alle sedute sia un momento fondamentale della terapia: la conversazione terapeutica può essere orientata in modo diverso a seconda di chi è presente in seduta, pertanto ritengo che tale scelta rientri a tutti gli effetti nelle strategie che il clinico può utilizzare nel processo di trattamento dei propri pazienti.

 

 

Non chiamateci matti! Le due facce della medaglia nel disagio psichico (2019) di Davide Coita – Recensione del libro

Non chiamateci matti, ma persone: avviciniamoci con curiosità, non perdiamo di vista l’unicità al di là di ogni categoria diagnostica, non dimentichiamoci che oltre la sofferenza umana c’è una storia di vita piena di emozioni.

 

E così Davide Coita, racconta la sua storia. Un’infanzia complicata: a 10 anni la madre inizia a soffrire di Sclerosi Multipla, alle elementari diventa vittima di bullismo e viene affetto dal ‘mal-di scuola’. Poi l’adolescenza, periodo di cambiamenti: appassionato di politica e in prima fila a rappresentare i diritti degli studenti. Più avanti l’università, il primo trenta in Diritto Costituzionale. L’estate della pubertà stava finendo quando iniziarono le prime crisi anticipate già da alcune vicissitudini di vita: l’allontanamento dagli amici di sempre, i cambiamenti repentini nei suoi progetti di vita, una convivenza con i famigliari sempre più difficile, le lunghe giornate trascorse nella sua taverna. Così, la lunga stagione degli accessi al Pronto Soccorso, la diagnosi di bipolarismo e i ricoveri nel reparto di SPDC.

L’autore racconta la sua avventura, dando voce anche a professionisti e facendo cogliere al lettore la sofferenza del disagio psichico che coinvolge un intero sistema ponendo la luce sulle due facce della medaglia: se da un lato vuole raccontare la sua storia e promuovere una battaglia di civiltà intenta a superare lo stigma sociale e la ‘psichiatrizzazione’ delle persone, dall’altra esprime i suoi timori dettati dal pregiudizio dopo questa ‘etichetta che si è appiccicato in fronte’.

Un libro per gli esperti del settore, per i pazienti e per i loro famigliari. Una lettura emozionante, a tratti pungente. Di certo da leggere tutta d’un fiato.

I tabù del sesso: disfunzioni sessuali femminili e trattamenti non farmacologici

Nonostante i grandi passi avanti, in alcune culture la discussione sulla sessualità e sulle disfunzioni sessuali femminili sembrano essere un tabù. Sembra, però, che queste patologie possano essere trattate con efficacia grazie a tecniche non farmacologiche.

 

Le disfunzioni sessuali femminili sono diffuse e assumono varie forme tra cui la mancanza di desiderio sessuale, l’alterazione dell’eccitazione, l’incapacità di raggiungere l’orgasmo, il dolore associato all’attività sessuale oppure una combinazione di questi problemi. In questi casi si potrebbe verificare una riduzione della lubrificazione vaginale causata dall’alta concentrazione di progesterone, che spesso provoca disagio o dolore durante la penetrazione (Yıldız, 2015).

La disfunzione sessuale femminile potrebbe avvenire in qualsiasi momento della vita di una donna, ma è particolarmente frequente nei momenti successivi al parto. Il post-partum, infatti, è un periodo caratterizzato da cambiamenti fisici ed emotivi, che riguardano sia la donna che le relazioni sociali, in particolare quella di coppia. La disfunzione sessuale nel periodo post-partum è un problema clinico comune e rilevante che può avere un impatto significativo sulla salute delle donne. Di conseguenza, dopo il parto, anche la sessualità della coppia si modifica. Durante questa fase di transizione, la vita sessuale può migliorare o sperimentare cambiamenti che incidono negativamente sulla salute fisica e psicologica della coppia, ma il parto può anche costituire un momento emozionante per sviluppare una nuova prospettiva sulla sessualità (Monteiro et al., 2016).

I disturbi sessuali possono essere complessi e il loro trattamento può richiedere tempo e competenze specifiche. La gestione della disfunzione sessuale segue un approccio centrato sul paziente; dopo la valutazione della condizione, la comprensione dei problemi di relazione e lo screening per la conoscenza sessuale del paziente, viene ipotizzata una possibile base eziologica della disfunzione, la quale può essere puramente organica, di origine psicologica o entrambe. Le terapie non farmacologiche (Choudhury, Kumari, Sawhney, 2019) come la terapia sessuale e di coppia, gli esercizi del pavimento pelvico, la psicoterapia, i cambiamenti nello stile di vita, il miglioramento dell’immagine corporea e l’uso di lubrificanti vaginali e idratanti sono estremamente importanti. La maggior parte delle terapie influisce su diversi aspetti della sessualità; pertanto, non è generalmente possibile identificare un problema isolato e selezionare una terapia che si rivolga specificatamente a tale problema (Barbara et al., 2016; Wiegel, Meston, Rosen, 2005). Tuttavia, oltre a questi interventi specifici, le misure generali per il trattamento della disfunzione sessuale femminile includono l’educazione sessuale e l’allenamento al rilassamento: queste sembrano risultare utili in tutti i casi, indipendentemente dal tipo di disfunzione, per ridurre l’ansia e normalizzare l’esperienza.

Avasthi e Banerjee (2002) hanno indicato alcuni elementi importanti nella relazione sessuale della coppia, includendo istruzioni sulla masturbazione e sfatando alcuni dei più comuni miti sessuali che impediscono alla coppia e alla persona di vivere serenamente la propria vita sessuale. Tra le indicazioni principali sono incluse:

  • Conoscere l’importanza del tempismo dell’attività sessuale;
  • Come dire di no al partner e come accettare il rifiuto da un partner con garbo e senza insulti;
  • Aiutare le persone timide ad iniziare il sesso;
  • Incoraggiare i pazienti ad esprimere i loro bisogni e il tipo di stimolazione che preferiscono prima e dopo l’orgasmo;
  • Aiutarli a riconoscere e sperimentare orgasmi multipli.

I miti da sfatare:

  • Le donne non dovrebbero iniziare il sesso poiché gli uomini dovrebbero essere il leader e gli iniziatori;
  • La donna non dovrebbe godere del sesso e non dovrebbe masturbarsi;
  • Una donna non dovrebbe mai dire di no quando il suo partner le si avvicina per fare sesso;
  • Tutti i contatti fisici dovrebbero portare al sesso e il sesso significa rapporto sessuale;
  • Il buon sesso porta sempre a orgasmi “selvaggi”;
  • Se il sesso non è buono, implica che la relazione ha dei problemi.

Sono stati evidenziati dei risultati positivi e significativi con la terapia cognitivo-comportamentale, la quale mira a migliorare inizialmente il comportamento affettivo non sessuale e successivamente introduce un comportamento sessuale accettabile da entrambi i partner. Inoltre, fornisce meccanismi di coping per risolvere i problemi relazionali sottostanti e prevede esercizi di intimità sessuale, attenzione sensoriale, formazione sulle abilità comunicative, formazione sulle abilità emotive, formazione sul rinforzo, ristrutturazione cognitiva, formazione sulla fantasia sessuale e terapia di gruppo in coppia.

Di seguito un approfondimento di alcuni disturbi sessuali specifici e i rispettivi trattamenti non farmacologici, con un’attenzione particolare al vaginismo.

Il Disturbo da Eccitazione Sessuale è caratterizzato da una mancanza/assenza di fantasie sessuali e di desiderio di attività sessuale in una situazione che normalmente produrrebbe eccitazione sessuale, oppure dall’incapacità di ottenere/mantenere le risposte tipiche all’eccitazione sessuale.

Il Disturbo da Avversione Sessuale è definito come un’avversione estrema persistente e ricorrente, ed evitamento, totale o quasi, del contatto sessuale genitale con un partner, il quale causa angoscia o difficoltà interpersonali. In questo caso dovrebbe essere effettuata una valutazione dettagliata di eventuali traumi, abusi sessuali ed eventuali difficoltà interpersonali relazionali. I trattamenti più efficaci sono la terapia cognitivo-comportamentale mediante esposizione progressiva a stimoli temuti, la terapia individuale e di coppia e misure comportamentali generali come rilassamento, l’educazione sessuale, la chiarezza dei miti e attenzione sensoriale.

Il disturbo orgasmico femminile è la difficoltà o l’incapacità di una donna di raggiungere l’orgasmo durante la stimolazione sessuale, mentre la dispareunia è un dolore che la donna avverte nell’area della vagina o della pelvi durante un rapporto sessuale.

Il vaginismo, infine, denota un disturbo sessuale che consiste nello spasmo involontario della muscolatura vaginale che ostacola la penetrazione; la donna affetta da vaginismo trova difficoltà nell’accettare l’atto sessuale, nonostante il desiderio di farlo. Probabilmente, il vaginismo riflette condizioni psicologiche nascoste o represse della donna, poiché essa associa il dolore e la paura al rapporto sessuale, legati anche ad una notevole, e talvolta immotivata, fobia della penetrazione.

Uno studio recente mira a presentare le conseguenze biopsicosociali del vaginismo nella vita delle donne. Il metodo utilizzato è una revisione sistematica della letteratura esistente, dalla prima pubblicazione all’ultima (2019). Sulla base dei risultati dei diversi studi, è possibile affermare che le donne affette da vaginismo hanno problemi nella sfera dell’identità personale, psicologica e riproduttiva. Nello specifico, le donne con questa patologia incontrano maggiori probabilità di riscontrare un aumento del taglio cesareo e problemi di fertilità; inoltre, sono riluttanti a cercare servizi di assistenza sanitaria, soprattutto a casa della paura dell’esame ginecologico. La percezione negativa di sé, invece, influenza i livelli di autostima e questo causa, di conseguenza, una possibile insorgenza di disturbi psichiatrici (es. depressione). Inoltre, lo studio afferma che l’ansia generale e specifica della penetrazione sono correlate al vaginismo, quindi, le donne con questo disturbo soffrono di forte ansia per la penetrazione. Infine, è dimostrato che la terapia dovrebbe includere interventi sia individuali che di coppia e dovrebbe concentrarsi sui disturbi psicologici di base piuttosto che esclusivamente sui rapporti sessuali. La terapia cognitivo-comportamentale sembra essere il trattamento con gli effetti più positivi e benefici nelle donne; ma è essenziale includere anche la correzione di qualsiasi atteggiamento negativo nei confronti del sesso e la promozione di un atteggiamento positivo nei confronti degli organi sessuali, educazione sessuale ed esercizi dei muscoli pelvici.

I fattori, oltre il parto, che possono contribuire alla disfunzione sessuale post-partum comprendono il trauma perineale (chirurgico o non chirurgico), il parto cesareo di emergenza o il parto vaginale operativo.

Nonostante i grandi passi avanti, in alcune culture la discussione sulla sessualità femminile e le disfunzioni sessuali sembrano essere un tabù. Inoltre, vi è comunque ancora una forte necessità di eseguire diversi studi in questo settore per trovare altri mezzi efficaci per la gestione delle disfunzioni sessuali femminili.

 

Trauma, EMDR e Compassion: la via dell’integrazione con Roger Solomon – Report dall’evento

Roger Solomon ha portato ai soci AISTED la sua enorme esperienza clinica sul tema del trauma con un workshop dal titolo ‘Trauma Complesso e Dissociazione: aspetti avanzati della Teoria della Dissociazione Strutturale’.

 

Lo scorso 25-26 Gennaio a Milano l’Associazione AISTED – Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione ha inaugurato il suo secondo triennio di attività ospitando per due ricche giornate di studio Roger Solomon, psicologo e psicoterapeuta, Senior Trainer in EMDR, da molti anni esperto nel trattamento del trauma complesso e dell’utilizzo del protocollo EMDR nella cornice della Teoria della Dissociazione Strutturale della Personalità (Van der Hart, Nijenhuis, Steele, 2011; Van der Hart, Steele, Boon 2013, 2017) in molti ambiti istituzionali americani (FBI, Secret Service, U.S. State Department, Diplomatic Security, Bureau of Alcohol, Tobacco, and Firearms, U.S. Department of Justice).

AISTED è nata a Milano nel Dicembre del 2016, come ramo italiano della più ampia European Society for Trauma and Dissociation (ESTD), ed è impegnata da ormai 3 anni nell’offrire un luogo di incontro a tutti i professionisti che in Italia si occupano di psicotraumatologia, in contesti pubblici e privati. L’opera di sensibilizzazione alla cultura del trauma e di diffusione delle buone pratiche cliniche nella cura dei disturbi trauma correlati, è nata dalla necessità di creare uno spazio di integrazione tra tutti i colleghi che pur arrivando da diversi percorsi formativi, si trovano a lavorare con pazienti complessi. Gli esiti emotivi di esperienze traumatiche vissute nell’infanzia e/o nell’età adulta provocano spesso sintomi invalidanti e molti pazienti faticano nel trovare un corretto inquadramento diagnostico e un percorso di cura adeguato. Per questo l’Associazione AISTED si occupa specificatamente di offrire ai soci supporto e possibilità di approfondire strumenti clinici orientati al trattamento del trauma complesso, dei disturbi dissociativi e della traumatizzazione cronica. L’urgenza di cogliere la complessità e trovare nuove vie di comprensione e cura dei disturbi dissociativi è condivisa da molti terapeuti e formatori che a vario titolo hanno sostenuto la nascita e lo sviluppo dell’attività di AISTED in Italia, tra cui Giovanni Liotti, Khaty Steele e da ultimo Roger Solomon, soci onorari e punti di riferimento inossidabili per chiunque decida di accostarsi a questo ambito clinico.

Il filo comune: la ricerca costante di integrazione tra gli approcci clinici e le tecniche evidence based ad oggi accreditate nel panorama scientifico internazionale, senza perdere la centralità della ricerca e delle neuroscienze nella comprensione degli effetti clinici e fisiologici del trauma, e senza lasciare indietro un’attenta raccolta della storia evolutiva e relazionale di ogni singolo individuo e della specifica traiettoria di sviluppo che ha caratterizzato la sua esistenza, determinando le sue peculiari risposte di sopravvivenza e resilienza.

Con l’obiettivo di tenere insieme questa complessità, Roger Solomon ha portato ai soci AISTED la sua enorme esperienza clinica sul tema: ‘Trauma Complesso e Dissociazione: aspetti avanzati della Teoria della Dissociazione Strutturale’. Il workshop ha visto la condivisione diretta e generosissima dell’esperienza clinica del Dr. Solomon attraverso la discussione di casi clinici e la condivisione di strumenti clinici di intervento centrati sull’utilizzo dell’EMDR, come tecnica di prima scelta negli interventi di cura del trauma, integrati ad un lavoro di stabilizzazione preliminare all’elaborazione delle memorie traumatiche.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DELL’EVENTO:

 

 

 

 

Imm. 1 – 5 – Immagini dal Workshop con Roger Solomon

L’idea di partenza che guida il lavoro di Solomon sul trauma complesso e sui disturbi dissociativi è che la dissociazione traumatica non nasce solo dall’aver vissuto esperienze soverchianti o di minaccia di vita, ma soprattutto dal non aver sperimentato un legame sicuro e una protezione sufficienti a fronteggiare le emozioni provocate da quegli stessi eventi minacciosi, né prima, né durante, né dopo quelle esperienze. La dissociazione è dunque sempre legata ad una disorganizzazione del sistema di attaccamento e conduce ad una sintomatologia tanto più grave quanto più precocemente il sistema nervoso si trova a sperimentare contemporaneamente minaccia e mancanza di protezione. Quando la disorganizzazione dell’attaccamento avviene nei primi anni di vita, la successiva resilienza dell’individuo verso eventi avversi che si potranno verificare in futuro risulterà compromessa o comunque profondamente condizionata da questo, aumentando il rischio di sviluppare sintomi dissociativi e, più in generale, psicopatologia.

Lavorare sul trauma e sulle memorie traumatiche immagazzinate in modo disfunzionale è dunque centrale nel risolvere la sintomatologia post-traumatica legata agli effetti diretti del trauma inteso come ‘evento di minaccia alla vita’, ma l’elaborazione risulta talora insufficiente a risolvere la sintomatologia dissociativa sottostante se non viene preceduta – ove necessario – da una fase di stabilizzazione che aiuti la persona a ridurre la disorganizzazione interna del sistema di attaccamento e la reattività del sistema di difesa.

Come molti altri teorici del trauma, Solomon parte dall’idea di un continuum nei processi di dis-integrazione che va dall’alternanza di Stati dell’Io (ego-states) differenti, passando dal Trauma Complesso con una maggiore frammentazione delle risposte di sopravvivenza, per arrivare al Disturbo Dissociativo dell’Identità come estremo psicopatologico legato alle forme più gravi di dissociazione della coscienza. Il lavoro clinico con EMDR, o con qualunque altro approccio orientato alla elaborazione delle memorie traumatiche, necessita dunque di un preliminare inquadramento del paziente e del suo grado di disorganizzazione interna per poter fare scelte cliniche sicure e offrire il timing giusto all’elaborazione dei ricordi. Per lavorare con l’EMDR su trauma complesso e disturbi dissociativi è perciò indispensabile, ci ricorda Dr. Solomon, conoscere molto bene non solo come il trauma lavora sulla mente e sul corpo, ma anche come il sistema di attaccamento regola il nostro senso di sicurezza e la nostra possibilità/capacità di accedere a risorse interne ed esterne di conforto di fronte alla sofferenza e al pericolo.

Da questa base di partenza, il lavoro terapeutico di Solomon muove verso una costante attenzione ai processi di attaccamento e sintonizzazione emotiva, con l’obiettivo di coltivare da un lato uno stato di sicurezza sufficiente nel presente della terapia e dall’altro di mantenere attivo un sistema cooperativo all’interno della relazione terapeutica, che permetta al paziente stesso di osservarsi nel processo terapeutico senza essere soverchiato (di nuovo!) dalle emozioni del trauma.

Solomon ci ricorda che, soprattutto in situazioni cliniche complesse, nonostante l’EMDR favorisca il ripristino di una elaborazione adattiva bloccata al tempo degli eventi traumatici, il paziente non elabora mai ‘da solo’, ma elabora il ricordo di quegli eventi traumatici nel contesto della relazione terapeutica, in cui diventa centrale dunque la funzione di ‘holding’: tenere il paziente nella sua finestra di tolleranza emotiva e all’interno di una connessione emotiva sicura, incoraggiante e funzionale.

Gli ingredienti essenziali di questo complessissimo lavoro clinico sono molti, ma i principali elementi emersi a fare da ‘mantra’ a queste 2 giornate di lavori sono stati tre: ‘Time Orientation’, ‘Good job!’ e ‘Compassion’.

La ‘Time Orientation’ (Orientamento nel Tempo) riguarda la costante stimolazione della capacità del paziente di percepire la sua Parte Adulta nel tempo presente, cioè di restare connesso alle sue risorse e al suo corpo di adulto, alla sicurezza guadagnata e soprattutto di mantenere ben salda la consapevolezza della distanza fisica e temporale che c’è tra l’oggi e il momento del trauma. L’obiettivo per il paziente non è infatti riattraversare le emozioni traumatiche, ma riuscire a guidare il processo terapeutico per osservare le sue emozioni senza identificarsi con esse; le emozioni soverchianti legate all’attivarsi del sistema di difesa in terapia, rischierebbero infatti di ri-attivare (e di nuovo in modo disfunzionale!) il sistema nervoso preparandolo a rispondere nel presente ad una minaccia che non c’è più e questo impedirebbe – così come lo ha impedito nel passato – di elaborare le emozioni e l’evento in modo più sicuro e adattivo. L’orientamento nel tempo è da considerarsi un vero e proprio intervento terapeutico, centrale nel lavoro su sintomi dissociativi, e si configura di per sé come una risorsa importantissima da rinforzare e installare, per chi usa abitualmente l’EMDR, per potervi accedere in ogni momento della terapia.

Accanto a questo, il lavoro di stabilizzazione spesso include il ‘lavoro sulle parti’, cioè la promozione di un dialogo interno più integrato e collaborativo tra le parti della personalità che entrano in conflitto peggiorando la disorganizzazione del paziente su numerosi stimoli (triggers) del presente; a questo proposito il modello della Dissociazione Strutturale della Personalità (Van der Hart, Nijenhuis, Steele, 2011; Van der Hart, Steele, Boon 2013, 2017) offre una mappa indispensabile per aiutare paziente e terapeuta ad orientarsi tra le emozioni, le difese e le risorse. Naturalmente si tratta di una metafora da usare con cautela e con la chiara idea di lavorare con le rappresentazioni interne di parti emotive di sé, accertandosi che il paziente riesca ad usarla per comprendere il suo funzionamento interno senza aumentare il grado di separazione o di fobia verso questi aspetti differenti della sua unica persona. Il lavoro sulle parti, a partire da queste premesse, può essere al contrario molto utile a promuovere un graduale processo di dis-identificazione con le parti emotive bloccate nel trauma e di ri-conoscimento del ruolo che ogni parte ha avuto nella sopravvivenza del paziente. Spesso infatti le Parti Emotive (EP) vivono gradi di separazione tali dall’Adulto che vive la vita quotidiana, da non riuscire più a percepire sicurezza o calma nel presente, così come l’Adulto che vive più pienamente il presente rischia di non riconoscere come normali le emozioni di paura, rabbia o disgusto del passato, giudicandole inadeguate, inutili o solo dannose nella sua vita attuale. La presenza di questi conflitti va individuata tempestivamente ed elaborata nella fase di stabilizzazione, poiché l’accesso alle emozioni connesse alle memorie traumatiche potrebbe peggiorare lo stato di questi conflitti e porre il paziente in situazioni paradossali e ritraumatizzanti.

A questo proposito il secondo ingrediente clinico emerso offre una via d’uscita: ‘Good job!’ (‘Bravo!’) ovvero riconoscere e validare il lavoro che ogni parte ha svolto nell’arco della vita, come tentativo di offrire soluzioni e dare sollievo alla sofferenza emotiva. In particolare risulta centrale riconoscere questa funzione alle parti critiche o alle parti bloccate nella rabbia o alle parti che si identificano con l’aggressore, poiché spesso svolgono la fondamentale funzione di proteggere aspetti di vulnerabilità e vergogna con cui il paziente non avrebbe potuto convivere costantemente. Nonostante spesso le parti ostili si manifestino in modo molto disfunzionale e talora rischioso per la salute (autolesionismo, ideazione suicidaria, autobiasimo, disprezzo per sé) è fondamentale riconoscere loro il buon lavoro fatto fino a quel momento e aiutarle ad uscire dall’alienazione e dalla solitudine che il ruolo di protettrici ha dato loro: sviluppare questa maggiore comprensione reciproca può diventare una risorsa fondamentale da stimolare e installare nel sistema emotivo, può restituire uno spazio di azione all’Adulto e favorire un accesso sicuro alle parti emotive più vulnerabili e bisognose di aiuto. Validare la funzione, non il comportamento in sé, inoltre aiuta la co-consapevolezza tra le parti e questo guida verso un processo di integrazione sano e organico in grado di ridurre la necessità di separare/dissociare aspetti di sé prima percepiti come inaccettabili, perché incomprensibili.

Ultimo ma non meno importante strumento clinico: la ‘Compassion’. Ogni momento di accettazione empatica della sofferenza, della fatica fatta, dell’ingiustizia subita e del dolore vissuto è un momento prezioso da riconoscere, installare come risorsa e rendere accessibile tutte le volte che si può. Il contatto emotivo con la sofferenza è per definizione evitato grazie alla dissociazione, quindi ogni momento positivo di condivisione e di empatia va valorizzato come un passo verso una maggiore integrazione. Nella dissociazione traumatica c’è spesso il ricordo e la comprensione di quello che è avvenuto, ci possono essere il riconoscimento e la razionalizzazione delle ragioni e delle responsabilità, ma se permane la dissociazione ci segnala che alcuni aspetti emotivi continuano ad essere rifiutati ed estromessi dalla coscienza con l’obiettivo di ridurre l’intensità del dolore emotivo. L’unico antidoto al permanere della disorganizzazione, è dunque sviluppare e promuovere gradualmente tra le Parti Emotive e l’Adulto ‘osservante’ momenti di empatia, di ascolto compassionevole, di accettazione profonda e non giudicante dell’esperienza interna e dei suoi effetti nel presente.

La costante capacità di testimoniare il presente per come esso è, senza giudizio ma senza paura, e di osservare da questa presenza solida e ferma l’orrore del passato, senza sconti ma senza esserne sopraffatti, sono l’eredità più preziosa lasciata da Roger Solomon in queste due giornate di lavori. Uno sguardo saggio e coraggioso, con cui ci ricorda di guardare alla persona intera e non solo ai sintomi o alle singole parti, avendo cura di proteggere ma allo stesso tempo di promuovere con fiducia la guarigione e la ricerca di quello sguardo amorevole verso la propria e altrui sofferenza.

 

Inaugurazione del nuovo Centro di Disturbi dell’Alimentazione delle Cliniche Italiane di Psicoterapia a Milano – Report dall’evento

E’ stato inaugurato il nuovo Centro Disturbi dell’Alimentazione delle Cliniche Italiane di Psicoterapia (CIPda), primo ente clinico sul territorio milanese a fornire una presa in carico unicamente dedicata ai Disturbi dell’Alimentazione, con utilizzo della Cognitive Behavioral Therapy-Enhanced come protocollo clinico di riferimento.

 

Il razionale alla base della realizzazione di una clinica innovativa per i Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DA) consiste nel fornire programmi di cura specifici case-based multidisciplinari, per un target di pazienti con diagnosi di DA, in riferimento alle linee guida nazionali ed internazionali (NICE, 2017). 

L’innovazione del centro CIPda risiede nell’essere il primo ente clinico sul territorio milanese a fornire un servizio di tale portata: presa in carico unicamente dedicata ai Disturbi dell’Alimentazione, Cognitive Behavioral Therapy-Enhanced (CBT-E; Fairburn et al., 2013) come protocollo clinico di riferimento e realizzazione di un intervento ambulatoriale intensivo, multidisciplinare e non eclettico.

Programma

17:00-17.15: Introduzione, Dott.ssa Sandra Sassaroli (Direttore Sanitario CIPda)

L’inaugurazione è iniziata con il Saluto di Benvenuto e l’introduzione della Dott.ssa Sandra Sassaroli, Direttore del dipartimento della Sigmund Freud University di Milano e della scuola di specializzazione in psicoterapia Studi Cognitivi, Direttore Sanitario del CIPda.

L’aspetto iniziale su cui è stata focalizzata l’attenzione è la portata innovativa del centro, il primo ente a Milano con determinate caratteristiche e obiettivi: applicazione del protocollo CBT-E (Dalle Grave, Calugi, Doll & Fairburn, 2013; Fairburn et al., 2013) adottato presso la Casa di Cura Villa Garda (VR) per la riabilitazione dei DA, totale dedizione unicamente al Disturbo Alimentare in tutte le sue manifestazioni, connubio costante tra realtà clinica e ricerca scientifica, progetti futuri sull’ampliamento della ricerca su studi longitudinali e la finalità primaria di instaurare un rapporto individualizzato tra paziente e clinico.

17.15-17.45: Mission, approccio, presa in carico e programma di cura del CIPda; Dott.ssa Rosaria Nocita, Psicologa-Psicoterapeuta, Neuropsicologa- Docente Sigmund Freud University, Direttore Operativo CIPda.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DEL CENTRO:

 

 

 

 

 

 

Imm. 1 – 7: immagini del nuovo centro dei Disturbi dell’Alimentazione

La Dott.ssa Nocita ha presentato gli obiettivi (Mission), l’approccio innovativo, le procedure di presa in carico e i programmi di cura che contraddistinguono il servizio offerto dal CIPda.

Gli obiettivi principali dell’ente sono i seguenti: prevenire il ricovero, preparare ad eventuale ospedalizzazione, gestire la fase di dimissione post-ricovero e ridurre il tasso di ricaduta. L’innovazione riguarda l’unione dei seguenti elementi:

  • adesione a riferimenti teorici e clinici Evidence-Based (Fairnburn et al., 2015) ritenuti dalle linee guida internazionali come trattamenti d’elezione per la cura dei DA (NICE, 2017) con una percentuale di remissione pari al 65% (Poulsen et al., 2014);
  • verifica delle procedure e degli esiti del trattamento attraverso studi sperimentali e uso di strumenti informatizzati (app InTherapy);
  • applicazione di protocolli di cura CBT-E;
  • natura multidisciplinare del servizio;
  • continuità delle cure mediante uno scambio costante di informazioni tra professionista inviante/struttura esterna e referente del CIPda.

Il programma previsto dal trattamento ambulatoriale del CIPda è articolato nelle seguenti fasi: prima visita medico-psichiatrica, valutazione psicodiagnostica, formulazione del progetto terapeutico/definizione degli obiettivi e decisione finale riguardo l’intensità del programma ambulatoriale. La versione intensiva prevede (da lunedì a venerdì): tre pasti assistiti giornalieri, due sedute settimanali con il dietista, due sedute psicoterapiche individuali ed un check del peso ad inizio e fine settimana. Il programma ambulatoriale non intensivo prevede invece: una visita medica ad inizio settimana, una seduta individuale con il dietista e due sedute di psicoterapia.

17.45- 18.15: Lectio Magistralis, Dott.ssa Simona Calugi, Psicologa-Psicoterapeuta, PhD – Membro Comitato Scientifico CIPda.

La Dott.ssa Calugi ha introdotto la sua Lectio Magistralis sulla Cognitive Behavioral Therapy-Enhanced (CBT-E) sottolineando che l’obiettivo del Comitato Scientifico del CIPda consiste nel riuscire a promuovere e diffondere un trattamento Evidence-Based, rendendolo fruibile alla popolazione clinica affetta da questa categoria di disturbi, in un’ottica transdiagnostica (Fairburn, Cooper, & Shafran, 2003). A tal proposito la CBT-E è stata nominata terapia d’elezione per i DA per le seguenti motivazioni: segue il principio della parsimonia, è applicabile in ugual misura sia su popolazione adolescenziale che adulta con risultati a lungo termine (Dalle Grave, Calugi, El Ghoch, Conti & Fairburn, 2014); non adotta misure coercitive, bensì collaborative ed infine gode di lodevoli evidenze scientifiche le quali affermano una maggiore efficacia sui DA rispetto ad altri trattamenti psicoterapici, come la teoria psicoanalitica (Poulsen et al., 2014) e la terapia interpersonale (Fairburn et al., 2015).

18.15- 18.45: Presentazione di un caso clinico, Dott.ssa Sara Bertelli, Psichiatra – Psicoterapeuta – Membro Comitato Scientifico CIPda.

Il caso clinico selezionato dalla Dott.ssa Sara Bertelli, primario dell’ambulatorio per i Disturbi dell’Alimentazione dell’Ospedale San Paolo di Milano, segue una logica precisa: illustrare i differenti livelli di cura per i DA, comprendendo quando l’uno risulta più idoneo rispetto ad un altro e l’eterogeneità dei possibili invianti. La paziente in questione è una ragazza di 22 anni, con una storia di vita caratterizzata da una condizione di sovrappeso/ normopeso con tendenze all’eccesso non indifferenti, che però in un lasso di tempo assai breve ha subito un calo ponderale eccessivo di 28 kg, fino a raggiungere un BMI sotto-soglia pari a 14,18; accompagnato da un quadro timico notevolmente compromesso.

Il caso di questa paziente è emblematico, in quanto ha attraversato l’intera escalation dei livelli di cura per i DA: ambulatorio, Day Hospital (DH), ricovero, ricovero residenziale. A seguito di un ripristino ponderale (BMI: 18,5) il servizio ambulatoriale, offerto dal nuovo centro per i Disturbi dell’Alimentazione (CIPda) è risultato una soluzione nettamente ottimale per la condizione attuale della paziente e per le sue esigenze cliniche.

18.45: Aperitivo presso Centro Disturbi dell’Alimentazione (CIPda)

La cerimonia di inaugurazione si è conclusa con un piacevole aperitivo, a base di bevande e di un ricco buffet, gustato all’interno del centro stesso. Questo momento conclusivo ha permesso lo scambio di pareri e delucidazioni riguardo al servizio. Oltre all’opportunità di visitare ed esplorare l’ente, è stato possibile cimentarsi all’interno di un’esperienza interattiva di Virtual Reality con macchinari all’avanguardia.

 

Per saperne di più visita il sito web:
Centro Disturbi dell’Alimentazione delle Cliniche Italiane di Psicoterapia

 

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