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Terapia Metacognitiva: come abbandonare il rimuginio ai tempi del coronavirus – Report dal webinar del Dott. G. Caselli

Studi Cognitivi ha proposto ai suoi studenti una serie di lezioni pensate per approfondire i nuovi aspetti relativi alla sofferenza psicologica emersi in seguito all’emergenza Covid-19.

 

Il primo contributo è stato quello del Dr. Caselli, seguito da quasi 400 studenti. La lezione, tenutasi il 24 aprile, aveva lo scopo di fornire alcune indicazioni rispetto all’intervento MCT (Terapia Metacognitiva) per l’ansia legata al Covid-19. Il docente ha mostrato come adattare il trattamento del rimuginio alle nuove necessità scaturite dalla pandemia e dalle misure messe in atto per contenerla.

Prima di tutto, è stato sottolineato come alcune reazioni alla quarantena siano comuni a ognuno noi, mentre altre siano estremamente variabili. Infatti, quasi tutti ci sentiamo un po’ più soli, meno attivi e ipostimolati, costretti a relazionarci con un ambiente caratterizzato da nuove minacce e incertezze. D’altra parte, però, molto diversi saranno i vissuti a seconda dei nostri tratti di personalità o dell’impatto che la pandemia ha avuto sull’ambito lavorativo o sulla salute dei nostri cari.

In queste circostanze, le vulnerabilità individuali risultano inevitabilmente più esposte. Come è possibile, quindi, prendersi cura della nostra salute psicologica in un contesto che non la facilita? Come possiamo abbandonare il rimuginio ai tempi del coronavirus?

Il particolare momento storico in cui ci troviamo ha veicolato una modalità di avvicinarsi alla psicoterapia diversa da ciò a cui siamo abituati. Infatti, il terapeuta potrebbe trovarsi di fronte a un esordio psicopatologico, ma anche semplicemente a un disagio momentaneo legato alla situazione e alle difficoltà di adattamento ad essa. Se la fase di accertamento diagnostico lo consente, la domanda di supporto del paziente, orientata ad adattarsi a un cambiamento, non andrebbe gestita immediatamente come una psicoterapia completa. È importante dare, invece, una risposta che faccia ottenere dei risultati nel breve periodo e che si concentri sul problema contingente. Focalizzarsi anche solo su un aspetto, come quello del rimuginio, può fare davvero una grande differenza in termini di benessere. Come psicoterapeuti dobbiamo quindi isolare il nostro raggio di azione e settare il nostro approccio su quella che è la richiesta del paziente, perseguendo uno scopo parziale, con la possibilità in seguito di ampliare l’intervento stabilendo nuovi obiettivi.

Un altro aspetto peculiare di chi chiede un supporto psicologico ai tempi del Covid-19, spiega il Dr. Caselli, è una visione esternalizzata della difficoltà, orientata a gestire un problema esterno e caratterizzata da una minor coscienza delle strategie che si mettono in atto e che ostacolano l’adattamento. Questo fatto implica una variazione delle tappe d’intervento rispetto al trattamento di soggetti con patologie conclamate e una buona consapevolezza.

Le vulnerabilità personali e il contesto della quarantena concorrono nello scatenare emozioni e pensieri negativi. Una modalità disfunzionale di regolare questi stati interni può portare a vissuti persistenti di sofferenza psicologica. Nella condizione attuale, infatti, durante le prime visite spesso i pazienti raccontano di un disagio nuovo, sensazioni spiacevoli mai provate. L’obiettivo sarà quindi quello di ridurre la sofferenza psicologica riconoscendo queste situazioni, abbandonando le reazioni più problematiche e sostituendole con reazioni più funzionali.

Il rimuginio, ossia uno stile di pensiero analitico, perseverante e ripetitivo, focalizzato su contenuti negativi, è spesso la risposta preferenziale messa in atto di fronte a pensieri automatici negativi. Questa strategia ha conseguenze sia sul benessere, prolungando lo stato di stress, sia sulle prestazioni, consumando molte risorse mentali. Per favorire la capacità di adattamento del paziente alla nuova situazione che sta sperimentando, è necessario intervenire sull’elemento intermedio che si pone tra i pensieri negativi e il disagio psicologico: il rimuginio. La terapia metacognitiva (MCT), grazie all’attenzione orientata verso il processo e ai suoi interventi brevi e focalizzati, permette di perseguire questo obiettivo. È probabile che il momento attuale porti il paziente a sviluppare un miscuglio tra le varie forme di rimuginio, consentendo al terapeuta di porre il fascio di ragionamenti su un’unica dimensione e di trattarlo come un processo, indipendentemente dalla sfumatura emotiva.

Il Dr. Caselli ha anche approfondito le tappe da seguire, secondo un approccio MCT, per raggiungere un maggior benessere psicologico:

  • Aumentare la consapevolezza metacognitiva: il terapeuta dovrebbe assumere l’atteggiamento di una gentile guida, in grado di aiutare il paziente a porre il proprio focus sul rimuginio, notando aspetti di cui non è consapevole. A questo scopo, molto utili sono le domande di approfondimento sul processo e sui suoi costi, le esperienze in seduta per mostrare il rimuginio in vivo e gli strumenti offerti dalla piattaforma inTherapy, come la possibilità di creare un diario metacognitivo.
  • Aumentare il controllo sul rimuginio: il terapeuta dovrebbe monitorare due indicatori, la consapevolezza degli episodi rimuginativi e la quantità di tempo trascorsa a rimuginare, e dovrebbe rinforzare l’idea che sia possibile controllare questa strategia disfunzionale. A seconda dei casi, potrebbe essere utile introdurre un training attentivo (ATT), per migliorare genericamente la propria capacità di controllo, o la pratica della dilazione del rimuginio.
  • Esplorare nuove strategie: per finire, bisogna individuare, con l’aiuto del paziente, strategie alternative al rimuginio. In questa fase, è importante ribadire come il rumuginio sia un tentativo distorto di prendersi cura di se stessi con un effetto paradossale ed evidenziare come esistano strategie per raggiungere i medesimi scopi che però rappresentino realmente un gesto di cura personale. Si possono anche introdurre interventi psicoeducativi sulle credenze metacognitive positive residue.

La lezione di approfondimento si è rivelata utile per arricchire le proprie conoscenze sul rimuginio e sulla terapia metacognitiva, interessante per capire come declinare un intervento in base alle nuove esigenze scaturite dal Covid-19, coinvolgente grazie ai momenti esperienziali proposti e molto interattiva, dando spazio al confronto e a chiarimenti. Il Dr. Caselli ha concluso il suo intervento condividendo dei “messaggi chiave” che ci invitano a riflettere sul nostro modo di vivere e di porre attenzione al momento presente.

 

The Gambler, il giocatore d’azzardo – Recensione

The Gambler è considerato un remake di un film degli anni Settanta dallo stesso titolo originale, conosciuto in Italia come “40.000 dollari per non morire”.

 

La prima versione del film, famoso successo americano di Karel Reisz del 1974, è apprezzata per l’ottima performance del protagonista, James Caan, massicciamente lodata e candidata per un Golden Globe. Entrambe fotografano un dramma di stampo esistenzialista sotto forma di un avvincente noir d’azione.

The Gambler del 2014 è un film di genere drammatico, un thriller, scritto da Willian Monahan, diretto da Rupert Wyatt, con Mark Wahlberg, il protagonista, e Jessica Lange, sua madre. Malgrado per alcuni rappresenti un surrogato, affievolito e appassito a tal punto da diventare una pallida ombra dell’originale, a mio avviso racconta bene la storia di un professore universitario brillante, arrogante, spocchioso che vive in realtà un fortissimo senso di disagio e frustrazione poiché scontento del suo lavoro e segretamente schiavo del gioco d’azzardo. Jim Bennett, infatti, protagonista dal carattere talvolta intollerabile, molto stimato dai suoi studenti, ha una doppia vita; rampollo di una nota e ricca famiglia di banchieri, alla morte del nonno si ritrova a doversi barcamenare tra il complicato rapporto con la madre e le spinte autodistruttive di una smodata dipendenza dal gioco d’azzardo, senza alcun freno inibitorio, che lo condurranno alla rovina…

Viene travolto e coinvolto in un vortice compulsivo e, apparentemente senza via di scampo, e al contempo anche in una tanto salvifica quanto appassionata storia d’amore con una sua studentessa. Così come in “Il Giocatore” di Dostoevskij, prisma attraverso cui attualizzare le dimensioni del Gioco d’Azzardo Patologico (GAP), possono essere utilizzate diverse chiavi di lettura: individuale, della sua famiglia d’origine e della rete di relazioni (Cancrini, 2017).

Non sono esplicitate le motivazioni che inducono il protagonista a decidere di giocare; non sappiamo quale sia il click che sancisce l’avvio a quella che diventerà la sua rovina. Di sicuro le motivazioni per intraprendere, così come quelle per continuare, tali attività sono molteplici.

Nel protagonista sono ben visibili alcuni dei sintomi presenti in un giocatore.

  • Ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata. Ne è esempio lampante il fatto che vada con la madre a prelevare una somma di danaro talmente tanto elevata da indurre la bancaria a chiedere alla madre più, e più volte, se fosse sicura di voler prelevare una somma così copiosa.
  • E’ eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo. Persino il primo appuntamento con la sua amata Amy, si svolge in una sala da gioco; lei trascorre il suo tempo da sola mentre lui è totalmente rapito, ipnotizzato ed assorto dal gioco.
  • Spesso gioca d’azzardo quando si sente a disagio. Nel film si evince che è come se andare a giocare rappresentasse un rifugio all’interno del quale non pensare.
  • Dopo aver perso al gioco vuole rifarsi. Va alla ricerca della vincita, accumulando debiti su debiti.
  • Ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa. Sembrerebbe preferire perdere la donna amata piuttosto che provare a smettere di giocare.
  • Fa affidamento su altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo. Si appoggia alla madre ed agli strozzini, dando per scontato che la prima comunque lo finanzierà e che i secondi accoglieranno sempre le sue richieste.

Cosa rappresenta per il nostro protagonista il gioco d’azzardo? Potrebbe rappresentare un modo per non pensare all’inutilità del suo lavoro o un luogo magico in cui poter fantasticare sui conseguenti cambiamenti della propria vita, oppure un’attività grazie alla quale poter riempire o cancellare momentaneamente momenti di noia, mancanza di senso, insoddisfazione, depressione e solitudine o, ancora, un’attività per provare eccitazione e piacere (Croce, 2001; Pani & Biolcati, 2006).

I necessari approfondimenti legati alle motivazioni profonde di un personaggio giocatore su cui incombe l’assenza ingombrante di una figura paterna, nel film, sono solo parzialmente abbozzate.

Il gioco d’azzardo è una sfida titanica: nel breve arco temporale che intercorre tra l’attesa ed il risultato il giocatore avverte un’eccitazione straordinaria; il piacere di sognare la vincita, pertanto, ripaga il giocatore dalla delusione. Anche in questo caso la pulsione erotica s’incardina con quella thanatica. L’anorgasmia, spesso, è retta dal piacere prolungato che vuole essere mantenuto e nel contempo non si risolve mai: all’eccitazione non seguono il plateau e la detumescenza; si mantiene uno stato di continua e perenne eccitazione. Il giocatore non è tale perché è compulsivo, il suo essere anancastico è la difesa al non provare un piacere risolutivo. Freud scriveva: omne animal post coitum triste est; l’appagamento del desiderio annulla il desiderio ed apre ad una serena tristezza o appagamento, data cioè dalla perdita di eccitazione (come si fosse stanchi dopo una bella giornata al mare…). Il giocatore non tollera tutto ciò.

Il gioco d’azzardo può assumere la connotazione di un disturbo psichiatrico, così come ufficialmente riconosciuto dall’American Psychiatric Association (APA) nel 1980; nel 1994, il gioco d’azzardo patologico (GAP), definito anche disturbo da gioco d’azzardo, azzardopatia o genericamente ed impropriamente ludopatia, è stato classificato nel DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come “disturbo del controllo degli impulsi”. Il DSM-IV t.r. ha definito il GAP come un “comportamento persistente, ricorrente e maladattativo di gioco che compromette le attività personali, familiari o lavorative”; nel 2013 l’APA ne ha elaborato una definizione più aggiornata e scientificamente corretta: “Disturbo da Gioco d’Azzardo” (APA – DSM V 2013). L’ICD-10 (International Classification Disease) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”.

Nella nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico sui Disturbi Mentali, DSM 5, non si parla più di Gioco d’Azzardo Patologico ma di “Disturbo da Gioco d’Azzardo” (DGA) collocandolo all’interno della categoria delle Dipendenze in un’apposita sottocategoria, “Disturbo non correlato all’uso di sostanze”. Esso è considerato un disturbo appartenente alle addiction, comportamenti istintivi tesi a soddisfare un bisogno fisico e/o psicologico che possono comportare conseguenze avverse in svariati contesti di vita di un individuo.

Il termine inglese addiction, in italiano dipendenza patologica, deriva dal latino addictus, termine utilizzato nell’Antica Roma per indicare lo schiavo che diventava tale per non poter pagare i debiti, e tale condizione perdurava fino all’estinzione del debito. Jim è schiavo di se stesso e del gioco; gli individui che vivono tale disagio, infatti, rinunciano alla capacità di riflettere abbandonandosi ad uno stato di euforia e fugace piacevolezza bramati sempre più spesso e per un tempo sempre più prolungato tramite la ricerca compulsiva del comportamento insano (craving).

Spada e collaboratori (2015) hanno effettuato ricerche per capire quale potesse essere l’influenza della metacognizione sul gioco d’azzardo patologico ed hanno indagato quali potessero essere gli scopi (goals) del gambling e quali i segnali di inizio e di fine del comportamento problematico attuato dal giocatore. I risultati dimostrano che specifiche credenze metacognitive giocano un ruolo fondamentale nell’incipit e nel sostentamento di comportamenti di addiction (Spada, 2013), ma che il GAP potrebbe essere considerato come una modalità per sgrovigliare e/o regolamentare i propri stati interiori (sia affettivi che cognitivi), con la conseguenza di aumentare sia la sofferenza psicologica che i comportamenti insani associati, in un loop che si autosostenta. Il GAP, al pari delle altre forme di dipendenza, viene interpretato come manifestazione di un profondo malessere psichico che necessita di essere ascoltato e decifrato. Nonostante ciascuna forma di dipendenza abbia caratteristiche delineate e peculiari, tutte sono accomunate dal desiderio di scappare dalla realtà, percepita quale inaccettabile, e dall’incapacità di sostenere la sofferenza psicologica che ne consegue. Il Gioco d’Azzardo Patologico, insieme ad altre dipendenze quali la dipendenza dal sesso, dal lavoro eccessivo (workhaolic), da internet, se viene utilizzato a lungo per scopo compensatorio o per fuga, porta chi ne usufruisce a diventare “vittima del gioco”. Le vittime designate sarebbero individui che vengono risucchiati in un vortice di pensieri ossessivi legati al gioco con conseguente messa in atto di comportamenti (compulsione) dai quali non riescono più ad uscire. L’attrazione ed il bisogno di soddisfare l’impulso di giocare sono sempre più intensi, tanto da comportare una totale perdita di controllo; si persegue il comportamento abitudinario e ripetitivo, anche in presenza di ostacoli e pericoli contingenti (Guerreschi, 2003). I giocatori d’azzardo problematici presentano delle frequenti difficoltà connesse alla sfera relazionale e lavorativa (Grant & Kim, 2001; National Opinion Research Center, 1999). Il nostro protagonista aveva deciso di non lasciarsi andare emotivamente.“Devo annientare il passato. Se arrivo al fondo posso ricominciare” frase forte ed emblematica del film che ci dice qualcosa in merito alla sofferenza ancestrale del protagonista, che aveva origini ben profonde. In linea con la sua idea del “tutto o niente”, solo estirpando il suo dolore radicalmente crede possa esserci una possibilità per riprendere in mano la sua vita, della quale probabilmente non era mai stato possessore…

Nel finale del film il protagonista decide di far stabilire ad una puntata magica se debba, o meno, smettere di giocare. In tanti si saranno chiesti cosa sarebbe successo se non avesse vinto la sua ultima partita… Ancora una volta sembra incline ad affidarsi alla fortuna, nella speranza salvifica di ottenere una vittoria ed un guadagno che possano porre fine alle sue difficoltà finanziarie e soprattutto che possa rappresentare un fine pena, capace di tirarlo fuori dal suo circolo vizioso.

E’ evidente che il protagonista non abbia fatto un percorso psicoterapico; alla fine afferma di non essere un giocatore, frase che un vero ex giocatore non direbbe mai…

 

THE GAMBLER – GUARDA IL TRAILER DEL FILM:

 

Prendi in mano la tua vita e pensa positivo

Se le cose non vanno come vorremmo è spesso colpa nostra, del nostro modo di affrontare le situazioni e dell’opinione che abbiamo di noi. Ma la vita cambia, le situazioni cambiano e anche noi possiamo cambiare e imparare a prendere la giusta direzione. Difficile? No, basta seguire qualche trucco e imparare a credere in noi stessi. Ce lo spiega Jordan B. Peterson, psicologo canadese, nel suo bestseller 12 Regole per la vita. Un antidoto al caos.

 

Quando tutto sembra perduto un nuovo ordine può nascere dalla catastrofe e dal caos

Tieni le spalle dritte

Partiamo da un presupposto noto: se ti consideri una persona di poco valore, se non credi nella possibilità di farti ascoltare, probabilmente anche gli altri ti lasceranno poco spazio per esprimerti. Se sai farti valere in modo assertivo, esprimere la tua opinione, tenere conto di quelli che sono i tuoi desideri con la convinzione di avere il diritto di realizzarli, almeno quanto ne hanno gli altri, anche le persone che ti circondano avranno stima di te.

Se le cose fino ad ora non sono andate come avresti voluto è molto probabile che tu abbia solo preso una brutta abitudine, e non devi continuate a comportarti così.

Chi ha sofferto in passato è più esposto a soffrire nuovamente perché la fiducia in sé viene minata e si dà per scontato che non ci si potrà sottrarre a situazioni spiacevoli. Il cervello non produrrà meno serotonina, si tenderà a diventare ansiosi e tristi e si sarà più portati a tirarsi indietro anziché rispondere quando le situazioni lo richiederebbero.

In realtà molto spesso a chi è in grado di mordere non è richiesto di farlo. Dimostrarsi determinati dà molte possibilità di non venire attaccati. Sentirsi più forti aumenta il rispetto di sé.

Le circostanze cambiano, se fino a ieri hai camminato con le spalle basse, da oggi tieni le spalle dritte e impara a dare di te un’immagine diversa.

Ordine e caos

Quando la nostra vita procede normalmente, senza scossoni o imprevisti, siamo nell’ordine. In caso contrario subentra il caos.

Nell’ordine siamo in grado di pensare a lungo termine, siamo equilibrati, calmi e contenti.

Nell’ordine abbiamo un amico fidato su cui possiamo contare. Nel caos questo stesso amico ci ha ingannato. Quando questo succede tutto il nostro mondo cambia, anche ciò che consideravamo acquisito cambia e sorprende. Il tuo vecchio e amorevole cane un bel giorno può morderti, così un amico fidato può ingannarti.

Se siamo amici di qualcuno, questa amicizia deve portare a noi tanto quanto porta all’altro. Se non sarà così finiremo per essere schiavi dell’altro e l’altro diventerà il nostro tiranno.

Ordine e caos caratterizzano ogni situazione, in ogni situazione ci sono cose che possiamo prevedere e altre che ci sfuggono e non capiamo.

A lungo andare l’ordine può non bastare perché ci sono cose nuove da sperimentare e imparare ma il caos può essere troppo e può non essere sopportato a lungo, quindi dobbiamo appoggiare un piede su quello che conosciamo e l’altro su ciò che stiamo ancora esplorando.

Scegli amici giusti

Quando si ha una scarsa stima di sé e del proprio valore è più facile accontentarsi di amicizie che ci deludono perché si pensa di non meritare di più. Forse è anche un modo per sentirsi virtuosi nel confronto con qualcuno che non lo è, o utili a qualcuno che riteniamo (quasi sempre erroneamente) abbia bisogno di noi. Se abbiamo amici che non vorremmo vedere frequentare da nostra sorella o da nostro figlio, perché dobbiamo frequentarli noi?

Se decidiamo di prenderci cura di noi dobbiamo rispettarci. Imparare a circondarsi di persone che vogliono il nostro bene, che hanno un effetto positivo su di noi, non è una scelta egoistica ma una buona decisione.

Fai la mossa giusta

Se fai una mossa che non ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi, è una mossa sbagliata, devi provare altro. Se fallisci in qualcosa, prova qualcos’altro. Comincia con piccoli cambiamenti. A volte è tutto il sistema di valori che ti sei costruito ad essere sbagliato e diventa necessario abbatterlo e ricominciare da capo. E’ una rivoluzione che, come tale, porta con sé confusione e paura, ma è necessaria. Forse hai rifiutato un punto di vista differente per troppo tempo e quando ti sarai deciso a considerarlo avrai un grosso debito da saldare con te stesso. La mente vuole essere razionale e per questo si inganna nascondendo a se stessa gli errori. Poniti questa domanda “Quello che volevo si è realizzato?”, se la risposta è no, o il tuo scopo o i tuoi metodi erano sbagliati.

Scegli a quale gioco giocare

Se le tue carte sono sempre contro di te, forse il gioco a cui stai giocando è truccato, magari tu stesso lo stai truccando a tua insaputa, ma non preoccuparti: non esiste un solo gioco a cui si può avere successo o fallire.

La vita di ogni persona ruota attorno a diversi aspetti, un lavoro, una famiglia, degli amici, degli interessi… alcuni giochi possono essere adatti a te e altri no. Forse, nel considerarti un fallito, stai dando troppo valore a quello che non è un gioco adatto a te e ne stai sottovalutando altri in cui invece riesci molto bene.

Un esempio: quel personaggio famoso che tanto ammiri per come si presenta in TV, è un alcolista, è depresso, fa uso di droghe. La sua vita è veramente tanto migliore della tua?

Il tuo nemico, in questo caso, è il tuo “critico interiore” che ti sminuisce con questi paragoni scegliendo arbitrariamente un unico campo su cui effettuare il confronto, agisce come se quel campo fosse l’unico realmente importante e su quello ti paragona a qualcuno che lì ha avuto risultati eccellenti.

Ogni vita ha condizioni personali e poco paragonabili a quelle di altri. Per definire i tuoi standard di valore devi prima riuscire a considerarti un estraneo e poi imparare a conoscerti.

Il mondo è pieno di possibilità, forse sei infelice perché non riesci a vivere ciò che vuoi, ma forse è proprio a causa di ciò che vuoi che sei infelice. Forse quello che potrebbe veramente farti felice è lì a portata di mano, ma tu stai guardando altrove.

 

 

La minaccia dello stereotipo: vale anche per gli uomini?

La minaccia indotta dall’attivazione dello stereotipo, definita nella letteratura internazionale “stereotype threat”, è un fenomeno complesso.

 

Prevede due condizioni: la prima è che la persona sia consapevole di uno stereotipo esistente sul proprio gruppo di appartenenza, ad esempio “le donne non sanno guidare”. La seconda condizione è che la persona si trovi in una situazione in cui una propria caratteristica o comportamento potrebbe confermare lo stereotipo su di sé. Riprendendo l’esempio di prima, possiamo immaginare una ragazza che debba parcheggiare l’auto proprio mentre per strada sta passando un uomo. La ragazza potrebbe sentirsi osservata e diventare improvvisamente consapevole del rischio che, se non riuscirà a parcheggiare l’auto correttamente, confermerà con il proprio comportamento lo stereotipo secondo cui le donne non sanno guidare. La minaccia dello stereotipo è quindi la consapevolezza del pericolo di essere giudicati in base a uno stereotipo (Carnaghi e Arcuri, 2007).

I primi ad occuparsi di stereotype threat sono Aronson e Steele, nel 1995. A questo primo studio, sono seguite numerose ricerche sulla stereotype threat. Lewis e Sekaquaptewa (2016) sottolineano che la maggior parte della ricerca sul fenomeno si è focalizzata sulle conseguenze sulla performance. Ad esempio, sono stati indagati gli effetti sulle prestazioni sportive o sui risultati ai test di matematica. Tuttavia, gli autori specificano che la minaccia dello stereotipo può avere anche altre conseguenze, tra cui rendere più difficili le interazioni tra gruppi diversi e condurre a minor coinvolgimento sul lavoro (Kalokerinos, Kjelsaas, Bennetts e Hippel, 2017).

La ricerca si è concentrata su alcune categorie tradizionalmente discriminate, come le donne o le persone anziane. Kalokerinos e collaboratori (2017) invece hanno studiato gli effetti della stereotype threat su uomini che lavorano in professioni a prevalenza femminile, nello specifico su uomini insegnanti e assistenti sociali. L’obiettivo dello studio è duplice: verificare se una categoria tradizionalmente avvantaggiata possa subire la minaccia dello stereotipo e se, in tal caso, questo conduca a minor impegno nella propria professione.

Lavorare come insegnante o assistente sociale richiede qualità come gentilezza e capacità di prendersi cura dell’altro, ossia caratteristiche stereotipicamente associate alle donne. Gli uomini invece sono stereotipicamente descritti come aggressivi, dominanti e competitivi, aspetti che mal si accordano a professioni che coinvolgono dei bambini.

La questione è particolarmente interessante se si parte da questa considerazione: secondo la teoria originaria di Steele (1997), chiunque può essere soggetto alla minaccia dello stereotipo, indipendentemente dal fatto che il suo gruppo di appartenenza sia stigmatizzato o meno nella società. Le ricerche in laboratorio confermano questa teoria. Gli autori del presente studio però si chiedono se, nel mondo reale, al di fuori del laboratorio, lo status di privilegio che caratterizza gli uomini possa proteggerli dalla minaccia dello stereotipo.

Perché gli autori ipotizzano che gli uomini, seppur soggetti a stereotipi, possano non subire le conseguenze della minaccia dello stereotipo? Per via di un fenomeno chiamato “glass escalator”: gli uomini che lavorano nelle professioni a prevalenza femminile tendono ad avere stipendi più alti e migliori opportunità di lavoro, ad essere promossi più rapidamente e ad essere sovrarappresentati nelle posizioni di leadership. Gli autori quindi ipotizzano che questi fattori possano proteggere gli uomini dalle conseguenze negative della minaccia dello stereotipo.

Per verificare queste ipotesi contrastanti, Kalokerinos e colleghi (2017) hanno condotto due studi. Il primo ha coinvolto insegnanti di scuola elementare. I risultati di questo studio correlazionale indicano che gli insegnanti uomini riportano livelli più elevati di minaccia dello stereotipo. La minaccia dello stereotipo è associata in questo campione a minore soddisfazione lavorativa e minor commitment verso la professione di insegnante. Tuttavia il livello di minaccia percepita è in media relativamente basso. Questo indica che la minaccia dello stereotipo potrebbe avere degli effetti meno pervasivi negli uomini rispetto a gruppi tradizionalmente svantaggiati.

Il secondo studio, sperimentale, coinvolge assistenti sociali che operano nell’ambito della protezione dei minori. I partecipanti devono leggere il report di un caso che è stato gestito adeguatamente e con sensibilità dall’operatore o, al contrario, con scarsa sensibilità e senza successo. Devono poi rispondere alle domande “Secondo te, quanto bene ha gestito la situazione l’operatore?” e “Rispetto a questo operatore, quanto meglio avresti gestito la situazione?”. L’obiettivo è generare un paragone sociale tra il partecipante e l’ipotetico operatore. L’ipotesi è che gli assistenti sociali uomini, dovendosi paragonare con qualcuno che ha gestito correttamente il caso, sperimentino un maggior senso di minaccia dello stereotipo. I risultati confermano questa ipotesi: gli assistenti sociali uomini sperimentano la minaccia dello stereotipo quando devono confrontarsi con un operatore capace. La minaccia dello stereotipo è inoltre connessa a maggiori intenzioni di abbandonare la professione di assistente sociale negli uomini che sperimentano più elevati livelli di minaccia. Un dato contrastante però indica che, complessivamente, sono le donne ad avere maggiori intenzioni di lasciare la professione.

Come si spiegano questi dati? Da un lato, lo studio di Kalokerinos e collaboratori (2017) supporta la teoria di Steele (1997): tutti, anche i gruppi tradizionalmente avvantaggiati, possono subire la minaccia dello stereotipo e le sue conseguenze negative. Dall’altro, i risultati indicano che i livelli di minaccia sperimentati dagli uomini in professioni a prevalenza femminile sono più bassi in media rispetto ai livelli sperimentati dai gruppi tradizionalmente svantaggiati. Lo status di cui godono gli uomini in ambito lavorativo potrebbe agire da fattore protettivo rispetto alla minaccia dello stereotipo. Per questo le donne avrebbero comunque più elevate intenzioni di abbandonare la professione, poiché sanno che le posizioni di potere saranno più probabilmente attribuite ai loro colleghi maschi.

Una possibile limitazione a queste conclusioni è che i partecipanti uomini coinvolti sperimentino bassi livelli di minaccia in quanto gli uomini che considerano minacciosi gli stereotipi di genere potrebbero del tutto evitare di lavorare in ambiti a prevalenza femminile o abbandonare precocemente tale professione. Per questo gli autori suggeriscono ricerche future che possano coinvolgere partecipanti agli inizi delle loro carriere.

Avere un maggior numero di uomini in professioni tradizionalmente femminili aiuta a rendere migliori le condizioni di lavoro, ad esempio la retribuzione, e contribuisce a rendere meno rigidi gli stereotipi di genere. Per questo abbiamo bisogno di studi come quello di Kalokerinos e colleghi (2017).

Stimolazione Cognitiva nella Schizofrenia

La scarsa sensibilità dei farmaci sul potenziamento delle funzioni cognitive ha spinto ricercatori e clinici a porre enfasi sull’introduzione di tecniche e strategie non farmacologiche di stimolazione cognitiva rivolte a persone con schizofrenia.

Mirto Anna Maria – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, Modena

 

Negli ultimi anni è divenuta crescente l’attenzione posta dai clinici sull’importanza della riabilitazione cognitiva nel trattamento dei deficit cognitivi nelle patologie neurodegenerative, come la Malattia di Alzheimer, in particolare, e le altre forme di demenza. Anche le recenti linee guida dell’Organizzazione della Sanità (OMS) (2019) raccomandano la riabilitazione e/o la stimolazione cognitiva al fine di prevenire il decadimento cognitivo e/o rallentare il declino nel tempo nei casi in cui la patologia dementigena sia già insorta.

Nondimeno, occorre sottolineare come i deficit cognitivi non rappresentino un rischio solo per la popolazione anziana o un problema che riguarda unicamente le persone affetta da demenza, ictus o traumi cranici. Essi interessano anche altri disturbi mentali, tra cui le psicosi, andando così a rappresentare una sfida soprattutto per i giovani adulti che ne sono affetti. Benché gli attuali sistemi diagnostici non includano il deficit cognitivo tra i criteri diagnostici della schizofrenia, che rappresenta la principale sindrome psicotica, in letteratura è confermata e comprovata la centralità di questo deficit nella malattia (Carcione e coll., 2012)

Non a caso, difatti, la prima classificazione della schizofrenia, risalente agli inizi del 900 e attribuita ad Emil Kraepelin, fu “dementia praecox” proprio in virtù della presenza di alterazioni della sfera cognitiva, che venivano quindi incluse tra le caratteristiche nucleari della malattia (Kraepelin, 1917).

Una volta riconosciuta la presenza di deficit cognitivi anche nella patologie psichiatriche, risulta fondamentale non incappare nell’errore di generalizzare e applicare in maniera indistinta gli interventi cognitivi dimostrati efficaci nei trattamenti dei disturbi neuropsicologici conseguenti a eventi traumatici, cerebrovascolari e neurodegenerativi nell’ambito della riabilitazione di pazienti affetti da patologie psichiatriche.

I deficit cognitivi nella schizofrenia

Le alterazioni cognitive dei pazienti affetti da schizofrenia sono diverse da quelle riscontrate in altre patologie neurologiche e hanno una loro specificità. Esse hanno un’elevata prevalenza ma non sono universali: difatti circa il 27% di questi pazienti non risulta deficitario alla valutazione neuropsicologica; inoltre si manifestano con variabilità interindividuale, per cui il livello e la gravità delle compromissione neurocognitiva differisce tra i pazienti (Carcione e coll., 2012).

I domini cognitivi che risultano compressi sono: velocità di elaborazione, attenzione, funzioni esecutive, memoria di lavoro, apprendimento e memoria verbale, apprendimento e memoria visiva, ragionamento, linguaggio, abilità visuo-spaziali e cognitività sociale  (Reichenberg e Harvey, 2007; Heinrichs e Zakzanis, 1998). Tali deficit, seppur in forma più lieve, sono già presenti in fase premorbosa, prima della manifestazione conclamata della malattia e persistono nel tempo anche quando la sintomatologia, positiva e negativa, va incontro a remissione (Carcione e coll., 2012). Pertanto, tali alterazioni cognitive, poiché presenti precedentemente all’esordio e per l’intera durata della malattia, impattano significativamente sull’autonomia del soggetto, andando così a rappresentare un fattore predittivo negativo del funzionamento sociale e lavorativo per l’individuo stesso (Milev e coll., 2005). Ciò ha comportato la necessità di sviluppare interventi finalizzati al rimedio dei deficit cognitivi.

Trattamento

Per lungo tempo si è tentato di trovare trattamenti psicofarmacologici che tuttavia si sono mostrati inefficaci nel favorire il miglioramento della capacità neuropsicologiche nei pazienti psichiatrici. In particolare, si è mostrato come gli antipsicotici di prima generazione abbiano un impatto negativo soprattutto sulle performance psicomotorie, mentre gli antipsicotici di seconda generazione hanno dimostrato solo lievi miglioramenti sul funzionamento neurocognitivo (Davidson e coll., 2009; Woodward e coll., 2005).

La scarsa sensibilità dei farmaci sul potenziamento delle funzioni cognitive ha spinto ricercatori e clinici a porre enfasi sull’introduzione di tecniche e strategie non farmacologiche di training cognitivo, finalizzate al miglioramento della performance cognitiva e quindi, indirettamente, anche del funzionamento psicosociale dell’individuo (Velligan e coll., 2006).

Il trattamento riconosciuto a livello internazionale come più efficace nella riabilitazione cognitiva nei pazienti con schizofrenia è il Cognitive Remediation (CR).

Trattamento di Cognitive Remediation

Si tratta di un intervento cognitivo comportamentale specificatamente disegnato per la riabilitazione dei processi cognitivi nei disturbi psichiatrici, come il disturbo bipolare, la schizofrenia e altre forme di psicosi (Franza e coll., 2018). Al Cognitive Remediation Expert Workshop, tenutosi a Firenze nel 2010, è stato definito “a behavioral training-based intervention that aims to improve cognitive processes (attention, memory, executive functions, social cognition or metacognition) with the goal durability and generalization” (Wykes e Spaulding, 2011). Ciò per rimarcare come il miglioramento della performance cognitiva rappresenti, per la CR, un obiettivo primario, che tuttavia è strumentale al raggiungimento dell’obiettivo principale di incrementare e potenziare il funzionamento globale e la qualità di vita del paziente (Vita e Barlati, 2013) .

Esistono due principali modelli di CR: compensatorio e ripartivo/ristoratore. Il primo mira a far apprendere al paziente nuove abilità facendo leva su quelle residue e sulle risorse ambientali, modificando e adattando anche il contesto in cui la persona vive, al fine di aiutarla a superare le sue disabilità. Vengono pertanto utilizzati ausili ambientali esterni, come calendari, contenitori personalizzati per le medicine, o insegnate strategie mnemoniche per ricordare compiti/oggetti (Vita e Barlati, 2013). Risulta evidente, dunque, come il modello compensatorio abbia forti implicazioni sul miglioramento funzionale dell’individuo. Il modello ripartivo, invece, essendo focalizzato particolarmente sulla performance neurocognitiva, mira a sviluppare abilità cognitive specifiche attraverso la pratica ripetuta di un compito di modo da favorirne il ricordo, oppure a stimolare l’implementazione di nuove strategie di apprendimento attraverso l’esecuzione di diversi esercizi accumunati dall’utilizzo di strategie simili (Medali e Choi, 2009).

Gli interventi CR differiscono tra loro in funzione della modalità individuale/di gruppo e del tipo di materiali utilizzati (carta-matita/programmi computerizzati). Questi, assieme alle frequenza e alla durata delle sedute e alla motivazione del paziente nel seguire la terapia CR, costituiscono i fattori che mediano l’effetto e l’efficacia dell’intervento (Wykes e Spaulding, 2011).

Nella definizione del programma di CR è importante tenere a mente come alcune tecniche di apprendimento abbiano dimostrato una maggiore efficacia sia a livello cognitivo che funzionale. In particolare, diversi studi di Kern (2005, 2008) condotti con pazienti con schizofrenia, hanno mostrato come l’apprendimento senza errori (errorless learing), sviluppato da Baddeley e Wilson (1994), migliorasse la loro capacità di risoluzione dei problemi in contesti sociali e la performance lavorativa, oltre che migliorare anche le capacità mnesiche (Mulholland, 2008). Modificare la difficoltà di un compito in funzione della abilità del paziente, garantendo che quelle neoapprese possano consentirgli di svilupparne di nuove (tecnica scaffolding), si è dimostrata una strategia di apprendimento efficace sia per il miglioramento del ragionamento astratto che per il rafforzamento e l’incremento del livello di autostima in pazienti con schizofrenia  (Young e coll., 200). Altre tecniche utili riguardano la pratica ripetuta di un compito (massed practice), la quale favorisce la memorizzazione; il rinforzo, che aumenta o riduce la comparsa di un comportamento, fornendo così informazioni riguardo all’avvenuto o meno miglioramento e indirizzando la motivazione della persona a raggiungere quel miglioramento; il chuncking, ossia la semplificazione e suddivisione di un compito in più step al fine di ridurre la quantità di informazioni da elaborare (Vita e Barlati, 2013).

Negli ultimi trent’anni diversi e molteplici sono stati i protocolli di rimedio cognitivo strutturati specificatamente per la schizofrenia, di cui è stata proposta una descrizione dettagliata da Vita e Barlati (2013), i quali che hanno fornito trattazione esaustiva delle diverse tecniche di rimedio cognitivo, a partire dai programmi che utilizzano supporti e materiali cartacei, a quelli computerizzati fino ai software multimediali di riabilitazione cognitiva.

Conclusioni

Diverse sono le meta-analisi che concludono verso l’efficacia della CR nella riabilitazione cognitiva della schizofrenia (Wykes e coll., 2011; McGurk e coll., 2007). Tuttavia, risulta ancora scarso l’impiego di questo intervento nella pratica clinica quotidiana, probabilmente a causa delle poche conoscenze riguardo ai predittori (fattori biologici, socio-demografici, clinici e cognitivi), e alla loro interazione, di risposta positiva o negativa al trattamento CR (Wykes, 2018). In riposta a tale mancanza di conoscenze, arriva la recente recensione di Barlati e collaboratori (2019), in cui si è tentata una prima identificazione dei fattori che meglio predicono l’esito della CR nella schizofrenia, tenendo conto del risvolto sia sulla performance cognitiva che sul funzionamento sociale. In particolare, si è riscontrata una maggiore efficacia della CR nei pazienti con schizofrenia con le seguenti caratteristiche: giovane età, storia della malattia breve, pochi sintomi disorganizzati, alta riserva cognitive al pre-trattamento, maggiore miglioramento al post-trattamento CR, basso dosaggio di antipsicotici durante il trattamento. Inoltre, si sono riscontrati maggiori effetti quando la CR costitutiva una parte di trattamento implementata all’interno di un intervento riabilitativo psicosociali. Occorre precisare, tuttavia, come gli studiosi sottolineino l’importanza di lavorare ancora per identificare meglio i predittori potenziali di esito che favorisco lo sviluppo di interventi personalizzati sulle caratteristiche dei pazienti.

Alimentazione e pandemia: il rapporto col cibo durante la quarantena

L’alimentazione diventa una strategia di gestione delle nostre emozioni. E siccome la situazione in cui siamo sta mettendo a dura prova molti di noi, secondo diversi psicologi e psicoterapeuti lo stress di questo periodo diventa un forte rischio per una slatentizzazione di dinamiche disfunzionali rispetto all’uso del cibo, o per un’accentuazione di difficoltà e disturbi già esistenti.

 

E’ già da diversi mesi che le vite di tutti sono state travolte da questa pandemia; le restrizioni a cui siamo obbligati hanno portato grossi cambiamenti e avuto conseguenze importanti sullo stato d’animo delle persone per via dell’incertezza e delle preoccupazioni costanti; mai come in questo periodo sta emergendo la necessità di tutelare lo stato di salute mentale della popolazione.

Questa emergenza ci ha costretti ad un riadattamento della routine quotidiana, con non poche difficoltà, che se anche ci appare ormai un tantino superata visti i primi segnali di riapertura del nostro Paese, siamo lontani dall’esserne effettivamente fuori. Anzi, sicuramente questa nuova fase comporterà un ulteriore riadattamento, porterà con sé ancora tanta incertezza e preoccupazione, così come nuove possibilità da esplorare (in positivo si spera!).

E in tutto questo, ci si è chiesti: “l’Alimentazione che ruolo ha giocato e continua a giocare?”. Il cibo in effetti ha sempre un ruolo importante nella vita degli esseri umani e, soprattutto in questo periodo, ne è stato protagonista. Basta farsi un giro sui più importanti social per renderci conto che la “saggezza popolare” (in modalità perlopiù ironiche) già da subito ha intercettato il legame tra questa situazione, fonte di nuovi stress e fatiche emotive, e il ruolo che il cibo può giocare (soprattutto in termini di iperalimentazione); ed infatti, uno degli aspetti che ci spingono ad assumerlo è proprio il nostro stato emotivo. “Mangiate per consolarvi o per distrarvi” (Beck J., 2013). Questa frase di Judith Beck racchiude proprio il significato di quella che solitamente viene chiamata Fame nervosa o emotiva: ovvero quando si mangia anche se non si ha davvero bisogno di cibo (nutrirsi), ma a causa di stimoli emotivi, così, in questo caso, il cibo diventa una strategia di gestione delle nostre emozioni. E siccome la situazione in cui siamo sta mettendo a dura prova molti di noi, secondo diversi psicologi e psicoterapeuti lo stress di questo periodo diventa un forte rischio per una slatentizzazione di dinamiche disfunzionali rispetto all’uso del cibo, o per un’accentuazione di difficoltà e disturbi già esistenti.

Spesso, nella nostra nuova quotidianità, stiamo provando emozioni negative come tristezza, ansia e irritabilità, o ancora, solitudine, confusione e frustrazione, possiamo avere paura di queste emozioni e sentirci impotenti o vulnerabili. In questo caso ecco che il cibo assume la funzione consolatoria o di valvola di sfogo. Si mangia per placare un’emozione indesiderata, per distrarsi dai pensieri sull’incertezza lavorativa o sulla paura di contagiarsi, per interrompere la noia o la frustrazione di dover stare in casa, per soffocare il senso di solitudine o riempire il vuoto di certe giornate. Si può arrivare fino ad abbuffarsi, a mangiare e continuare a spizzicare per tutto il giorno in modo automatico e solitamente lo si fa con cibi ad “alto gradimento”, i cibi preferiti, dolci o salati, o meglio ancora molto grassi, perché inducono un certo grado di piacere quando li assumiamo e per un po’ ci fanno dimenticare di cosa ci disturba interiormente. Usare il cibo in questo modo effettivamente ci fa evitare di affrontare una difficoltà o qualcosa di indesiderato perché il cibo, come già detto, ci dà piacere immediato e poi è più facile da tenere sotto controllo, ad esempio, quando oscilliamo tra l’abbuffata e il reprimerci; in quel caso è più facile spendere energie mentali, emotive e comportamentali sul controllo del peso, delle calorie, delle quantità di cibo e dell’attività fisica per compensare, piuttosto che ad esempio, sull’insoddisfazione e l’incertezza lavorativa che si sta vivendo, o sulla crisi coniugale che durante l’emergenza e la convivenza forzata si è acutizzata, o sul sentirsi non in grado di gestire i propri figli in casa, che sembrano fare più capricci del solito.

Chiaramente concedersi delle volte qualcosa in più per il gusto di assaporarlo e avere un momento di piacere (proprio perché stiamo vivendo un periodo particolare e difficile) non è di per sé sbagliato o pericoloso, anzi, ma quando questa diventa una sorta di abitudine, magari fuori controllo e automatica, allora un problema può insidiarsi. E dunque anche in questi tempi può essere utile cominciare a riflettere sul ruolo che il cibo e le emozioni stanno avendo nella nostra vita e attrezzarsi.

Ecco alcuni spunti da cui cominciare: da un punto di vista della gestione quotidiana del cibo, alcuni ricercatori dell’ISS e del CREA (2020) ribadiscono l’attenzione a cibi grassi, ad alimenti e bevande zuccherate e a un eccesso di carboidrati in favore di quegli alimenti importanti per il nutrimento; l’attenzione agli eccessi e quindi al tenere d’occhio le porzioni in vista anche del minor movimento fisico; l’attenzione a non riempire eccessivamente frigo e dispensa e non far diventare il tavolo di lavoro un luogo pieno di snack vari aumentando così il rischio di spizzicare continuamente. Auspicano inoltre, di poter “cogliere l’occasione per trasformare questa situazione in una nuova opportunità di salute, modificando in meglio le nostre abitudini alimentari e limitando gli eccessi e i comportamenti alimentari errati che possono influire negativamente sulla salute”.

Da un punto di vista di gestione emotiva del nostro rapporto col cibo invece, ecco delle indicazioni su cui riflettere:

  • allenare la consapevolezza e la presenza mentale per imparare a portare l’attenzione al momento presente intenzionalmente e non in modo automatico, per riconoscere cosa scatena la nostra fame e cosa davvero ci sta rendendo inquieti;
  • imparare a riconoscere e gestire i propri pensieri e il dialogo con se stessi, soprattutto quando sono sabotanti e non supportivi, quando sono catastrofizzanti e non ci aiutano a trovare possibili soluzioni alternative per tranquillizzarci finendo quindi per ricorrere principalmente al cibo. “L’arte di tranquillizzare e confortare se stessi è una capacità fondamentale della nostra vita” (Goleman, 2012)
  • imparare a riconoscere e conoscere le proprie emozioni (che è frutto della consapevolezza) e cosa eventualmente ci vogliono dire; è importante poterle normalizzare e comprendere al fine di renderle appropriate e gestirle al meglio. Attraverso queste possiamo individuare i nostri reali bisogni e darci così la possibilità di trovare una strada per soddisfarli, (anche durante una pandemia che ci chiede di rivedere la nostra vita, di ridefinire e rinegoziare i nostri bisogni per adattarci nel modo più realistico e significativo possibile);

Infine, qualora si riconosca di avere estrema difficoltà in questa fase, e di non riuscire da soli a gestire il proprio rapporto col cibo, sono tanti gli enti, le associazioni e i professionisti della salute mentale che si sono attrezzati per continuare a dare supporto in questo periodo nel rispetto delle disposizioni imposte; chiedere aiuto potrà dunque essere un regalo davvero importante da fare a se stessi.

 

 

Gelosia: la mancata “costanza dell’oggetto”

La gelosia è spesso un auto rifiuto distruttivo, un’avversione rivolta a parti di sé che non verranno elaborate poiché la responsabilità di ogni dolore sarà attribuita al partner. Come in ogni profezia che si autoavvera, il partner potrebbe scegliere di rompere il legame per un’altra relazione, il che da un lato solleverà il soggetto geloso dal confronto con quelle parti di sé, dall’altro rafforzerà, davanti al fallimento, il suo odio per se stesso.

 

Paola è esasperata: vede rivali dappertutto. Viene da me in studio con l’obiettivo di guarire con la psicoterapia dalla sua gelosia divorante, che sta allontanando da lei il suo amato.

Ha 31 anni, lavora in uno studio di commercialisti e convive con Massimo, avvocato. Mi appare devastata e profondamente addolorata. Mi racconta di essere sempre stata gelosa, ma mai come col fidanzato attuale (che ama moltissimo). Attraversa stati di ansia insostenibili se Massimo non le risponde in tempi brevi al telefono, o se dai resoconti emerge della giornata che lui ha interagito con colleghe o clienti donne. A quel punto l’angoscia è così forte che Paola lo sottopone ad interrogatori lunghi ed estenuanti sul tipo di interazione, sulla bellezza di queste presunte “rivali”e su eventuali percezioni o vissuti del compagno. Massimo la rincuora su quanto la ama e sull’irrazionalità delle sue illazioni, ma non sembra mai abbastanza per placarla. Paola ha anche creato un finto account Instagram tramite cui monitora le ragazze che hanno espresso apprezzamenti alle foto del suo compagno e controlla ossessivamente i contenuti pubblicati da tali ragazze alla ricerca di indizi di possibili scambi tra queste e Massimo (come apprezzamenti da parte di lui alle loro foto o commenti). Negli ultimi tempi Massimo ha cominciato ad arrabbiarsi per quelle che lui ritiene “aggressioni e paranoie inutili” e le appare più distante e stanco. Ovviamente, questo rende Paola sempre più insicura e spaventata dall’idea di una possibile donna a cui lui si potrebbe avvicinare in questo momento di delusione, non realizzando che l’unica “nemica” del loro rapporto in questo momento è lei stessa, o meglio, la parte di lei così profondamente insicura e gelosa. Come obiettivo non ci poniamo tanto l’eliminazione dell’aggressività verso il partner, quanto di lavorare su quella che nutre verso se stessa. Perché la gelosia è spesso un auto rifiuto distruttivo, un’avversione rivolta a parti di sé che non verranno elaborate poiché la responsabilità di ogni dolore sarà attribuita al partner. Come in ogni profezia che si autoavvera, il partner sceglierà probabilmente di rompere il legame per un’altra relazione, il che da un lato solleverà il soggetto geloso dal confronto con quelle parti di sé, dall’altro rafforzerà, davanti al fallimento, il suo odio per se stesso.

Sulla gelosia si è interrogato già Freud (1923), che rintracciava questo sentimento nella fase edipica del bambino, che anela all’attenzione e all’amore del genitore del sesso opposto e vive l’altro genitore come “rivale”.

Secondo la Klein (1969), il neonato sviluppa due immagini della madre: quella idealizzata che lo soddisfa (il “seno buono”) e che vorrebbe possedere, e quella odiata che non risponde ai suoi bisogni (il “seno cattivo”) e che si vorrebbe distruggere. Successivamente, il bambino impara a riunificare le due parti in un “oggetto intero” e, volendolo avere tutto per sè, diviene geloso. Secondo Klein e Riviere (1969), la gelosia è collegata al bisogno di accumulare prove e rassicurazione d’amore contro il vuoto interno e gli impulsi distruttivi.

La gelosia sembrerebbe collegata anche al processo che la Mahler (1978) descrive come differenziazione dalla madre: il bambino attraversa 4 fasi per arrivare alla separazione e individuazione che gli consentono di percepire la sua indipendenza come individuo. L’ultima fase, la “costanza dell’oggetto” (intorno ai 3 anni), è quella grazie a cui il bambino si sente veramente separato dalla madre perchè ha di lei una rappresentazione stabile e interna che gli permette di sopportarne la lontananza. La gelosia quindi potrebbe essere letta come un mancato raggiungimento di questo quarto stadio, che consentirebbe di acquisire la percezione della “costanza” dell’oggetto d’amore dentro di sè (quindi la consapevolezza che il caregiver esiste e tornerà, anche se al momento può essere assente fisicamente). La persona gelosa si sente infatti in pericolo se l’oggetto del desiderio è lontano e non controllabile.

Diversi studi (Buunk, B.P., 1997; Kirkpatrick D.J. e L.A., 1997) confermano che la gelosia dell’adulto è correlata a un attaccamento insicuro nell’infanzia. Tale costrutto (Bowlby, 1989) si riferisce a bambini che non hanno avuto un attaccamento sicuro con la figura di accudimento, ovvero sentivano che i loro bisogni non erano del tutto considerati o soddisfatti. Questo comporta che il bambino diverrà un adulto costantemente preoccupato dall’idea di non essere importante o di subire un abbandono. Questo perchè questo adulto non è in grado di separarsi da ciò di cui ha ancora bisogno, ovvero dell’accettazione incondizionata che non ha mai sperimentato.

Paola talvolta sembra una bambina che ha paura che il suo adorato giocattolo le venga rubato da un momento all’altro da un bambino prepotente. Andando alle origini della sua storia, emerge un forte vissuto di rivalità verso il fratello, Ruggero, ai suoi occhi il “preferito” di entrambi i genitori. Di 5 anni più grande, sembra essere stato un bambino particolarmente brillante (molto bravo e popolare a scuola) e parecchio rinforzato e ammirato dai genitori. Paola descrive Ruggero come “un uomo di successo a cui non manca nulla”: lavora in banca ricoprendo un ruolo di grande responsabilità, colleziona macchine sportive e proprietà immobiliari. Tendenzialmente non ha relazioni stabili ma frequentazioni saltuarie e leggere. Servendoci anche dell’EMDR, lo strumento psicoterapico che favorisce l’elaborazione di eventi dolorosi attraverso la stimolazione bilaterale degli emisferi cerebrali, rintracciamo una serie di eventi del passato di Paola che sembrerebbero aver avuto forti ripercussioni sulla sua crescita e dunque sul suo presente.

In particolare un ricordo mi colpisce: ha 8 anni, i suoi genitori devono accompagnarla a una festa pomeridiana con i compagni. Paola, felice di essere stata invitata, si addormenta dopo pranzo e, quando si sveglia, ormai è tardi: la festa è finita. I suoi avevano dimenticato di accompagnarla perchè erano troppo coinvolti da uno spettacolino che aveva improvvisato Ruggero, allora di 13 anni. La cognizione negativa che Paola associa a tale protocollo EMDR è “io non sono abbastanza”. L’immagine che mi arriva dritta al cuore è quella di una bambina non vista.

Dalla sua storia emerge anche una forte conflittualità col padre. Quello che inizialmente mi descrive come un “cattivo rapporto” si rivelerà nel corso della terapia un grande amore che non ha mai sentito ricambiato e che ha sepolto sotto chili di rabbia e dietro un apparente “buon rapporto” con la madre. Ma il vero oggetto d’amore conteso (soprattutto col fratello) mi appare sempre più lui, il papà.

Con Paola lavoriamo sul vissuto di inadeguatezza e sul darsi valore, quello che non ha sentito riconosciuto dai suoi genitori (in un quadro più ampio di attaccamento insicuro). Per vivere la vita che vuole, non quella che si è ritagliata rassegnandosi alla presunta inferiorità nei confronti del fratello. Valutando anche che, forse, quella del fratello non è neppure la vita che Paola vorrebbe. Lavorando su questo, durante una seduta mi dirà: “ho passato così tanto tempo a odiare mio fratello, a sognare di essere come lui e di avere quello che ha lui, che non mi ero mai chiesta se veramente il suo modo di essere e di fare mi piace”.  Il modo di vedere Riccardo cambierà e riuscirà a sentirlo come una persona che ha eccessivamente subìto pressioni e proiezioni dei genitori, probabilmente non vivendo nemmeno lui la vita che voleva. Questo porterà a un loro lieve avvicinamento.

Durante la terapia lavoriamo sulla sopracitata “costanza dell’oggetto”, ovvero sul percepire l’Altro come oggetto separato da sé, all’interno di una relazione che rimane integra anche quando la persona è lontana. Per abbandonare la scissione in “parte buona” (che soddisfa il bisogno di conferme) e “parte cattiva” (che non risponde immediatamente o frustra i bisogni di gratificazione) e abbracciare l'”intero”.

Sciogliendo nodo dopo nodo, Paola sarà sempre più libera dalle ansie che lei investiva sul compagno, ma che in realtà riguardavano lei, il suo mondo interno e il suo modo di vivere la relazione. Tanto che, a un certo punto, si licenzia dallo studio di commercialisti (branca probabilmente scelta per assomigliare un po’ al fratello) e diventa educatrice cinofila: un lavoro che la appassiona. Paola finalmente si sente adeguata, rispetto al suo lavoro e non solo. L’ansia dirottata sul compagno, i suoi sospetti irrazionali e la sua fame insaziabile di conferme sono notevolmente diminuiti, con conseguente miglioramento della relazione con Massimo. Ad oggi la vedo per un follow up ogni 1-2 mesi attraverso sedute di terapia online (via Skype).

Una delle sessioni di ipnosi fatte insieme che più restituisce il senso del nostro intenso e soddisfacente lavoro nel riparare ai suoi “buchi di identità” è quella in cui Paola ha immaginato di trovarsi nella sua cameretta da bambina (nella casa in campagna): pettinava una bambola e le cuciva un vestitino grazioso togliendole i vestiti vecchi che indossava. Nel corso di questa fantasia guidata, ha immaginato la bambola così felice da prendere vita e partire, uscendo dalla porta di casa per addentrarsi libera e spensierata nella bellissima campagna intorno alla casa.

Anche Paola adesso è libera e lontane mi suonano le parole di disperazione con cui si confrontava con le sue presunte “rivali” in amore. Parole che mi ricordano i versi tristi e potenti di Anne Sexton (nella poesia Al mio amante che torna da sua moglie), che meravigliosamente esprimono il dramma della gelosia e del paragone, del sentirsi fragili e invisibili.

Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Lei è solida.
Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

 

“Developmental technologies – Evoluzione tecnologica e sviluppo umano” di Elvis Mazzoni e Martina Benvenuti – Recensione del libro

Realtà virtuale, robotica, intelligenza artificiale: non dovremmo più interrogarci su rischi o opportunità delle nuove tecnologie ma finalmente considerarle alleate. Con la lente della psicologia (con particolare riferimento agli ambiti dello sviluppo e dell’educazione), il libro Developmental technologies – Evoluzione tecnologica e sviluppo umano ci aiuta a guardare in modo consapevole ai loro effetti e potenzialità.

Essere onlife

Viviamo costantemente immersi nella tecnologia, ce ne serviamo ogni giorno per molteplici attività e non potremmo più fare altrimenti. Più che online, potremmo definirci onlife poiché esperienza online e offline sono integrate e non nettamente distinte. Guardare lo smartphone è la prima cosa che facciamo al mattino e l’ultima la sera; nel mezzo, c’è una giornata in cui computer, tablet, smartwatch, assistenti digitali ci hanno supportato in molte attività. Ha senso ragionare ancora in termini netti, distinguendo rischi e opportunità? Forse no, ormai siamo già alla seconda generazione di nativi digitali, adulti di domani che sono nati circondati da device. Sarebbe allora più opportuno fare dei distinguo su come le tecnologie vengono utilizzate perché è il come che determina l’esito, positivo o negativo che sia: l’utilizzo funzionale o disfunzionale è strettamente collegato a compito e tipologia di sfida/cambiamento che un individuo si trova ad affrontare lungo il ciclo di vita.

Effetti e potenzialità: apprendimento e cambiamenti

Due sono i possibili effetti delle tecnologie: da un lato un potenziamento delle capacità, dall’altro un potenziale restringimento dato dal fatto che ogni artefatto, essendo caratterizzato da specifiche modalità di utilizzo, ne circoscrive le modalità di uso. Possiamo però parlare anche di apprendimento espansivo, quando un ventaglio nuovo di opportunità deriva da una riconcettualizzazione di un oggetto e delle motivazioni iniziali che ne hanno portato la creazione; senza contare tutti i processi cognitivi implicati nell’elaborazione e memorizzazione delle informazioni, col continuo spostamento dell’attenzione su più stimoli e sorgenti di informazione differenti (si parla di interaction overload, il carico di interazioni in cui siamo contemporaneamente coinvolti). Come sostenuto dai grandi classici Vygotskij e Piaget, l’apprendimento è qualcosa di dinamico che avviene tramite dei continui aggiustamenti. Analogamente alla zona di sviluppo prossimale, gli artefatti rappresentano estensioni fisiche e/o mentali del corpo e delle abilità umane, che in alcuni casi rappresentano una continuità con strumenti già esistenti (assimilazione) mentre in altri casi sono un punto di rottura e implicano attività inedite (accomodamento). Per esempio, l’avvento del cellulare ha rappresentato una evoluzione di alcune caratteristiche di uno strumento già presente e il cui uso era radicato da molti anni, mentre per altri strumenti, come la stampa, l’uomo si è trovato a fronteggiare cambiamenti del tutto inediti.

Tecnologia, alleata e partner

Il rapporto ancora controverso con la tecnologia si deve in parte anche a timori e paure difficili da estirpare. Quelli più in là con gli anni sono preoccupati di essere tagliati fuori se non si tengono aggiornati, viceversa i più giovani temono che molti lavori verranno rimpiazzati da macchine sempre più raffinate. Per questo si parla di knowledge economy, l’economia della conoscenza, perché i paesi più sviluppati richiedono sempre più competenze meno operative e più concettuali, che richiedono maggiori livelli di istruzione e formazione. Ma se ci fermiamo a riflettere, comprendiamo quanto la tecnologia sia una risorsa e un aiuto. Senza escludere utilizzi negativi (basti pensare a fake news, phubbing, flaming, tra i fenomeni più studiati), i campi in cui le tecnologie vengono applicate con successo sono molteplici: intrattenimento e svago, terapia e supporto, educazione e formazione, analisi di dati.

Questo libro ci aiuta a rispondere ad alcune domande con riferimenti alla letteratura e con esempi concreti, ricordandoci che la tecnologia non è un nemico ma un nostro partner. Con particolare attenzione al ruolo di affordance nei processi di acquisizione e ampliamento di nuove competenze, il testo approfondisce e offre spunti di riflessione su aspetti funzionali e disfunzionali e sul ruolo dell’evoluzione tecnologica.

Coronavirus: perchè le persone non riescono a stare in casa?

Cosa spinge le persone a non rispettare l’isolamento e le norme che sono state stabilite a tutela della salute di tutti per ridurre i contagi da coronavirus?

 

Proviamo a darne una spiegazione

Diversi sono i fattori che possono indurre le persone a non stare in casa nonostante le ordinanze ministeriali, gli accorati appelli televisivi e radio-televisivi, notizie di persone conosciute in isolamento a scopo precauzionale o, ancora peggio, perchè infette.

I motivi possono essere ricondotti a tre ordini di fattori.

Il coronavirus è un nemico invisibile

Il fatto di non toccare con mano l’elemento dannoso per la nostra salute, induce, irrazionalmente, le persone a pensare che in realtà non si possa trovare in mezzo a noi. E allora si tende a sottovalutare la portata dell’evento in quanto, per definizione, l’essere umano sostanzialmente crede in ciò che vede. L’illustre teoria della coerenza cognitiva, alla base della psicologia sociale, potrebbe aiutarci a capirne meglio il meccanismo: l‘uomo tende ad essere coerente con se stesso nel modo di pensare e di agire. Il bisogno umano di mantenere un’immagine di sé coerente è infatti un fattore molto potente che guida e motiva il nostro comportamento e le nostre scelte.

Quando manca uno stato di coerenza l’uomo vive un disagio che cerca, in qualche modo, di superare, eliminare o ridurre mettendo in atto una ristrutturazione cognitiva.

Leon Festinger (1957) descrive i principi cardine sui quali si basa questa teoria:

  • L’uomo sperimenta una dissonanza in concomitanza ad una decisione;
  • Il disagio rappresenta la spinta a cercare una modalità per eliminarlo;
  • Queste modalità possono essere realizzate o con il cambiamento del comportamento o con una ristrutturazione cognitiva.

Il coronavirus è una probabilità

L’uomo tende, erroneamente, a pensare “non è certo che io possa ammalarmi”. Se in una popolazione, di 30.000 persone solo 5  sono ammalate allora la probabilità di io possa infettarmi è davvero minima. Di fatto si sta solamente sottostimando la probabilità di venire contagiato. La teoria dei bias cognitivi (Kahneman & Tversky, 2002) spiega come questi falsi ragionamenti siano alla base di credenze disfunzionali che possono generare comportamenti disadattivi. Nel caso specifico, per spiegare il comportamento di uscire di casa nonostante i divieti ci viene in aiuto l’euristica della disponibilità la quale viene usata per stimare la probabilità che avvenga un fatto, basandosi sulle informazioni in nostro possesso.

Aristotele in “Politica” descrive l‘uomo come animale sociale

Le persone, per natura, sono portate all’aggregazione, alla condivisione. Per istinto l’uomo non riesce a tollerare la solitudine e ad andare contro alla sua vera natura di animale sociale. In questo particolare periodo di semi-clausura le persone sentono più che mai il bisogno di condivisione di emozioni, sensazioni, paure, condivisione di notizie, di pensieri, di pareri e opinioni come spinta verso la comprensione e il sostegno morale e psicologico. Senza aggregazione non può esserci dunque conoscenza, stimolo, scambio, emotività, tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per sentirsi vivo.

In casi emergenziali come questo, la parole d’ordine sono razionalità e rispetto delle regole, tralasciando, di fatto, il nostro istinto e il nostro lato irrazionale che, per natura, prevalgono in caso di pericolo.

L’invito per affrontare in modo sereno e meno traumatico possibile questo periodo di clausura forzata è quello di seguire alcuni semplici suggerimenti:

  • Cerchiamo di sfruttare al meglio tutto il tempo che abbiamo a nostra disposizione;
  • Godiamoci i nostri affetti;
  • Trasformiamo le difficoltà in occasione di crescita;
  • Impariamo ad ascoltare i nostri pensieri e le nostre emozioni;
  • Mettiamo in atto comportamenti responsabili.
  • Affrontiamo con ottimismo il futuro.

Scacchi e sistema nervoso autonomo: il ruolo dell’HRV

Sembra che al diminuire dell’HRV (Heart Rate Variability) sia associato un peggioramento nei risultati dei compiti cognitivi in cui è coinvolta l’area prefrontale. Può essere quindi considerato l’HRV come un parametro predittore della performance cognitiva?

 

Tutti conoscono il gioco degli scacchi. Non forse tutti però sanno che questo gioco è utilizzato per lo studio di alcuni processi cognitivi (come memoria e problem solving) (Amidzic et al., 2006; Troubat et al., 2009). Nel corso degli anni si è accertato in particolare di come la corteccia prefrontale, legata alla pianificazione delle decisioni, sia importante in questo gioco (Koechlin & Hyafil, 2007).

La corteccia prefrontale è associata con la funzione vagale (regolatrice del sistema nervoso autonomo), che può essere misurata attraverso l’Heart Rate Variability (HRV) – la variazione dell’intervallo tra due battiti (Thayer et al., 2012).

Nel sistema nervoso autonomo troviamo un bilancio dinamico tra il sistema simpatico e quello parasimpatico (Shaffer et al., 2014): l’attività parasimpatica, che porta a un incremento dell’HRV, è attiva durante il riposo e le situazioni legate al rilassamento. L’attività simpatica è associata a situazioni stressanti e porta a una riduzione dell’HRV.

L’HRV è considerata una misura dell’interazione cuore-cervello (Shaffer et al., 2014) e si modifica nei compiti cognitivi e attenzionali, oltre che nella risposta ansiogena alle situazioni (Porges & Raskin, 1969): quando l’attività cognitiva si fa più intensa, c’è un aumento dell’attività simpatica (con relativo diminuzione dell’indice HRV) (Mukherjee et al., 2011; Luque-Casado et al., 2013). Si è inoltre visto che, al diminuire dell’HRV, è associato un peggioramento nei risultati dei compiti cognitivi in cui è coinvolta l’area prefrontale. Questi risultati potrebbero indicare l’HRV come un parametro predittore della performance cognitiva (Muthukrishnan et al., 2017).

In uno studio recente (Fuentes-García et al., 2019) si è voluto verificare se la performance negli scacchi fosse associata a delle differenze nell’HRV, nella percezione soggettiva di difficoltà, stress e complessità.

Le ipotesi iniziali erano che:

  • l’indice HRV sarebbe stato ridotto e gli indici di difficoltà, stress e complessità soggettivi sarebbero aumentati al crescere della difficoltà degli esercizi;
  • i giocatori più abili avrebbero riportato valori più alti di HRV e percepito meno difficoltà, stress e complessità durante gli esercizi rispetto ai giocatori meno abili.

Per questo studio sono stati reclutati 16 giocatori di scacchi – tutti maschi, età media 35 anni e punteggio ELO medio superiore a 1900. A questi giocatori sono stati sottoposti sei esercizi scacchistici di livello crescente (due facili, due medi, due difficili), avendo mezzo minuto per risolverne ognuno. I giocatori sono stati divisi in due gruppi di performance (alta e bassa) in base ai risultati ottenuti. L’indice HRV è stato preso alla baseline e durante gli esercizi; dopo ogni livello di difficoltà sono stati registrati gli indici di difficoltà, stress e complessità soggettivi con una Visual Analogue Scale (VAS).

I risultati hanno mostrato come – in entrambi i gruppi – ci fosse un decremento dell’indice HRV all’aumentare della difficoltà degli esercizi. Inoltre, durante gli esercizi l’HRV era significativamente più alto nel gruppo ad alta performance rispetto a quello a bassa performance. Il gruppo a bassa performance ha infine percepito i problemi scacchistici in maniera più complessa rispetto a quello ad alta performance.

In linea con le ipotesi iniziali e con la letteratura in materia, questi risultati hanno evidenziato che in effetti è presente una modulazione del sistema nervoso autonomo (la diminuzione dell’HRV) all’aumentare dello sforzo cognitivo anche nel gioco degli scacchi e che questa modulazione sembrerebbe essere associata con la performance dei giocatori. Ciò potrebbe aprire una nuova finestra che veda nell’HRV un interessante e utile strumento nell’allenamento dei giocatori, riuscendo a stimarne gli sforzi cognitivi e le capacità.

 

Coronavirus: pensare positivo, è possibile?

Ognuno di noi ha dentro di sé tutte le capacità necessarie per superare qualsiasi situazione della propria vita, non tutti però ne sono consapevoli. Il pensiero positivo è un compagno che ci guida costantemente e ci fornisce un rinforzo quotidiano, facendoci pensare: “ce la posso fare”.

 

Ogni giorno, quando ti svegli pensa: oggi sono fortunato perché mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana, non la sprecherò. Userò tutte le mie energie per migliorarmi, per aprire il mio cuore agli altri, avrò per gli altri parole gentili e non pensieri cattivi e non mi arrabbierò, ma cercherò di far più bene che posso. (Dalai Lama)

Introduzione

In questi giorni, in cui siamo costretti a rimanere in casa, molti di noi avranno pensato che ogni qualvolta ci troviamo a dover affrontare un ostacolo, il nostro modo di pensare può portarci alla imminente speranza che questo possa essere affrontato e superato. Questo accade in ogni ambito di vita: familiare, relazionale, lavorativo ed amicale. E’ questo nostro pensare positivo che ci aiuta ad imparare ed a gestire le nostre paure e/o emozioni. Ognuno di noi ha dentro di sé tutte le capacità necessarie per superare qualsiasi situazione della propria vita, non tutti però ne sono consapevoli. Alcune persone hanno convinzioni orientate sul “tanto è inutile”, “tanto non ce la farò comunque”, “tanto le cose andranno male”. Cerchiamo di capire nel dettaglio che cosa si intende. Pensare positivamente non vuol dire credere ciecamente che le cose vadano bene, non vuol dire chiudere gli occhi di fronte alle sfide o alle difficoltà, non vuol dire vivere la propria vita come se le situazioni negative e spiacevoli non esistessero. Il pensiero positivo è un compagno che ci guida costantemente nella nostra vita e ci fornisce il rinforzo quotidiano, facendoci pensare: “ce la posso fare” (Delle Fave, 2010). Ciò non vuol dire che una persona possa riuscirci ad ogni costo. E’ un pensiero che ci orienta rispetto i nostri obiettivi, favorendone il raggiungimento e permettendo il superamento delle difficoltà. Ed anche quando ci troviamo di fronte ad un insuccesso, grazie al pensiero positivo potremmo dirci: “cosa ho imparato da questa situazione?”, “cosa posso fare di diverso la prossima volta per avere successo?”.

Il nostro modo di pensare influisce sui nostri comportamenti

Il nostro modo di pensare va ad influire sui nostri comportamenti più di quanto si possa immaginare. Molti indicano quanto la gestione dei pensieri possa essere la chiave attraverso cui controllare le proprie emozioni e raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge nella vita (Beck, 2008). Si soffre di più pensando che qualcosa possa avere effetti negativi e questa sofferenza diventa, così, la spinta per cercare il coraggio sufficiente ad affrontare la situazione spaventosa. Ad esempio, una persona con la paura degli aghi soffrirà molto più per l’ansia legata alla sua fobia che per il piccolo pizzicore che crea la puntura. La potenza del pensiero predittivo risiede nella profezia autoavverante: a furia di pensare negativamente, questi pensieri diventano reali comportamenti. In pratica, secondo la definizione del sociologo statunitense Robert K. Merton (1948), una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità. Non ha nulla a che vedere con il pensiero magico, che, invece, consiste nello stabilire una relazione irrazionale tra i nostri pensieri e gli eventi della nostra vita. I nostri pensieri influenzano correttamente la nostra condotta (Beck, 2008). Ad esempio, se iniziassi un nuovo progetto e pensassi, fin da subito, che non andrà a buon fine, la mia motivazione, energia e chiarezza mentale per cercare soluzioni, idee e risorse, non sarebbero molto efficaci. Oppure, se credessi che il mio partner sia infedele, la mia fiducia, la mia gelosia e il mio elevato livello di dipendenza emozionale sicuramente deturperebbero la relazione. Questo è ciò che si verifica quando una profezia si autoavvera e ricade più o meno consciamente sul comportamento di tutti attraverso l’Effetto Pigmalione riferendosi al potere che hanno le aspettative di un individuo sugli altri (genitori, figli, insegnanti, alunni, dipendenti, ecc…). In particolare, si tratta di una forma di suggestione psicologica: le persone tendono a conformarsi all’immagine che altri individui hanno di loro, sia essa un’immagine positiva sia negativa. Per fare un esempio pratico, basta citare l’esperimento condotto dallo stesso Robert Rosenthal (1968) e dalla sua equipe, i quali sottoposero alcuni bambini di una scuola elementare ad un test d’intelligenza. Dopo il test, in modo casuale, vennero selezionati alcuni bambini ai cui insegnanti fu fatto credere che avessero un’intelligenza sopra la media. La suggestione fu tale che, quando l’anno successivo Rosenthal si recò presso la medesima scuola elementare, dovette constatare che, in effetti, il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato e questo solo perché gli insegnanti li avevano influenzati positivamente con il loro atteggiamento, inconsapevoli del fatto che fosse tutto legato alla suggestione. Dati tali argomentazioni risulta essere importante nei contesti educativi, familiari ed anche lavorativi dire ai figli, alunni o dipendenti che si crede nelle loro potenzialità e nella realizzazione dei loro obiettivi se si vuole orientare questi attori sociali verso il successo.

Il contributo della psicoterapia cognitiva sull’autoefficacia emotiva e interpersonale

La psicoterapia cognitiva e cognitiva-comportamentale è un trattamento indicato per affrontare i disagi psicopatologici, come l’ansia, gli attacchi di panico e le fobie. Questa tipologia d’intervento si basa sul presupposto che esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. Infatti, i problemi emotivi sono influenzati dalle azioni e dalle esperienze del vissuto. Il piano di trattamento è avviato da uno psicoterapeuta e si pone l’obiettivo di fornire al paziente gli strumenti per sapere gestire l’ansia e per modificare le convinzioni negative. In questo caso, verrà chiesto al paziente di praticare l’esercizio della visualizzazione (Beck, 1971): immaginare noi stessi mentre ci approcciamo all’idea di mettere in atto una nuova sfida, come un esame, un discorso pubblico, una partita di calcio, un appuntamento, un nuovo lavoro e pensare che questa possa ottenere un successo. Per applicare questa tecnica, è necessario seguire uno psicoterapeuta che ci possa allenare a questo tipo di pensieri e alla successiva fase della visualizzazione. E’ utile seguire alcuni consigli pratici: immaginare in maniera vivida ciò che vorremmo si realizzasse, prestare attenzione ai dettagli, ricreare le sensazioni che proveremmo nel caso di un eventuale successo, come le conseguenze positive, le lodi degli altri, la soddisfazione personale. L’importante è “non dimenticarsi di immaginare se stessi sempre in un’ottica di successo”. Non pensare a ciò che potrebbe succedere, ma pensare a ciò che desideriamo che succeda.

Silenziare i pensieri disfunzionali per poter sperimentare un senso di benessere: come si fa?

Nel nostro vivere quotidiano, capita spesso di essere assaliti da migliaia di pensieri “automatici” di cui non siamo consapevoli, ma ce ne rendiamo conto nel momento in cui sperimentiamo gli effetti emotivi in termini di preoccupazione, tristezza, ansia, paura e così via (Beck, 2013). Emozioni che turbano il nostro agire e che ci impediscono di godere a pieno del momento presente. Facciamo un esempio nell’attualità: una famiglia non esce a fare la spesa, a causa della probabile diffusione del “virus cattivo” e della possibilità che vengano contagiati tutti in maniera immediata. I pensieri che iniziano a rincorrersi ad effetto domino saranno “Non ho latte necessario per la colazione”, “Se provassi ad uscire per andare al supermercato, di sicuro ci sarà molta gente come me che non ha sufficiente latte per la colazione”, “Probabilmente mi potrà contagiare”, “E se non sapesse di essere positivo e mi contagia?”. Lo stato emotivo che, inevitabilmente, questa famiglia proverà sarà legato a ansia, tristezza e rabbia che sfoceranno in una conversazione dai toni particolarmente aggressivi e/o ansiosi nel momento in cui metteranno piede dentro un supermercato. Cosa è accaduto? Semplice: dubbi, insicurezze e paure remote hanno generato ed alimentato un dialogo interno negativo, da cui sono scaturiti emozioni e comportamenti disfunzionali, replicando un copione fallimentare che abbiamo già attuato in esperienze precedenti. Quello che accade quando pensiamo negativamente circa la probabilità che un evento si possa verificare è una “fusione pensiero – azione”, ossia si esercita un’equivalenza data per certa tra i contenuti dei nostri pensieri e la realtà che sicuramente ci si proporrà (Caprara, 2007). Qualora si sperimentasse questo errore cognitivo, che cosa si potrebbe fare in termini pratici? I nostri pensieri sono così immediati, il più delle volte quello che avvertiamo sono emozioni negative a cui non riusciamo a dare una spiegazione. E’ proprio in questo caso che dobbiamo fermarci per ascoltare il nostro dialogo interno. Cosa ci stiamo dicendo? “E se i bambini non hanno il latte, come sarà possibile per loro fare colazione?”, “Magari possiamo andare una volta ciascuno e parlare al telefono mentre siamo al supermercato per fare in modo che nessuno si avvicini”, “Possiamo metterci i guanti e la mascherina ed essere protetti dal possibile contagio”. Questi pensieri automatici compaiono all’improvviso e l’unico modo che abbiamo per riconoscerli è sentire ciò che proviamo. E’ importante anche imparare a mettere in discussione ciò che pensiamo, come ad esempio attraverso la tecnica della ristrutturazione cognitiva, ovvero riuscire a modificare il modo in cui si interpretano e si valutano le situazioni che si vivono. Quindi, si deve incoraggiare il paziente a modificare i pensieri automatici e le distorsioni cognitive per sostituirli con altri più realistici e adattivi (Beck, Clark, 2010). Proviamo a creare punti di vista più vicini alla realtà. Alcune domande che potrebbero aiutarci in tal senso sono: “Che prove ho che qualcuno si sia contagiato stando ad una distanza di un metro l’uno dall’altro?”, “Ho la certezza che quello affianco a me sia contagiato?”, “Continuare a credere in un probabile contagio, quali effetti ha?”, “Cosa consiglierei ad un nostro amico che ha le stesse nostre ansie e/o paure di poter essere contagiato?”. Queste domande permettono di formulare una risposta adattiva, al fine di ottenere emozioni positive e comportamenti più funzionali rispetto al passato. Fondamentale è la costanza. La sostituzione di pensieri disadattivi richiede impegno continuo, poiché si cerca, consapevolmente, di destrutturare una modalità di pensiero consolidata nel tempo, per costruirne una più funzionale e resistente agli “attacchi” da parte degli schemi del passato. Nel tempo, il dialogo interno diventerà funzionale e, così, la ristrutturazione sarà essa stessa automatica. La ristrutturazione cognitiva permette di differenziare “ciò che si pensa” da “ciò che è reale”, creando una visione più flessibile, pronta a fronteggiare imprevisti e divenendo fonte inesauribile di resilienza. Una volta che si inizia a essere consapevolmente al legame tra le emozioni spiacevoli e i pensieri disadattivi, il passo successivo è semplice. Il paziente può iniziare a sperare che, modificando le sue idee, possa cambiare anche il suo stato d’animo.

Conclusioni

Queste giornate passano lentamente, dunque, pensare positivo ci permette di vivere meglio e di godere di un adeguato equilibrio interiore. All’improvviso, sentiamo l’esigenza di viaggiare, di scoprire e di accogliere ciò che ci circonda. Ci troviamo a domandarci: quanto apprezziamo ciò che viviamo realmente? Questa quarantena ci ha portato proprio ad una sosta: una pausa forzata dalla nostra vita. Osserviamo ciò che accade all’esterno in modo ovattato, non concependo realmente cosa stia succedendo, un evento simile è difficile da metabolizzare. Questo richiede un profondo lavoro personale. Dobbiamo riconciliarci con il nostro dialogo interno e saperlo ascoltare attentamente, al fine di sentirci degni di qualcosa di meglio. Solo allora il nostro stato emotivo riuscirà a mutare, diventando, così, più forte, più solido e più duraturo nel tempo.

 

Kintsugi: l’arte di riparare le ferite

Analogamente al lavoro di cesello svolto dall’artigiano esperto di Kintsugi che ricostruisce un oggetto assemblando le parti rotte, evidenziando le incrinature e creando una nuova forma ancora più forte della precedente, l’individuo può compiere un lavoro su se stesso sviluppando la propria capacità di resilienza e trasformando le proprie ferite in punti di forza in un percorso di superamento.

 

 Il Kintsugi è un’antica arte giapponese di riparazione degli oggetti che hanno subito una rottura con una lacca (urushi) per saldarne i frammenti e la successiva copertura e messa in rilievo delle crepe con polvere d’oro. I termini “kin” (oro) e “tsugi” (riparazione) indicano pertanto la tecnica di “riparare con l’oro”; un procedimento lungo e complesso che si svolge in più fasi e che richiede estrema precisione, un vero e proprio lavoro di cesello. L’oggetto sottoposto al restauro risulta impreziosito e assume un carattere di unicità divenendo una vera e propria opera d’arte nella quale le crepe, che in precedenza erano punti fragili da nascondere, vengono invece valorizzate con l’oro.

Solitamente quando si rompe un oggetto il primo impulso è quello di disfarsene. L’arte del Kintsugi ci insegna invece a cambiare il punto di vista, ossia accettare le spaccature addirittura esaltandole, seguendo una forma di pensiero creativo che ci porti ad abbracciare soluzioni nuove, diverse, al di fuori dell’usuale area di comfort. Il risultato è che l’intervento di riparazione non sminuisce il valore dell’oggetto, ma lo rende addirittura più prezioso.

L’arte del Kintsugi risale al quindicesimo secolo ed è associata alla figura storica di Ashigaka Yoshimasa (1435-1490), ottavo shogun dell’epoca Muromachi. Durante il suo governo il Giappone vide la nascita di un movimento culturale ispirato alla filosofia zen, alle cui origini risale anche la cerimonia del tè. Narra la leggenda che durante il cerimoniale del tè si ruppe la preziosa tazza utilizzata da Yoshimasa il quale incaricò i suoi artigiani di ripararla in modo che mantenesse inalterata la sua bellezza. Gli artigiani decisero allora di dare risalto alle crepe della tazza con resina e polvere d’oro anziché nasconderle e il loro intervento di riparazione diede origine all’arte del Kintsugi. Tale forma di arte si inserisce nella concezione giapponese del Wabi-Sabi:

Wabi = la meraviglia di fronte alla natura e Sabi = l’accettazione della transitorietà delle cose.

Il Wabi-Sabi ci invita ad assumere un atteggiamento contemplativo, ad apprezzare la bellezza delle cose semplici, transitorie e imperfette, rese uniche dal segno lasciato dal tempo.

Il Kintsugi non è semplicemente una tecnica di restauro. Esso ci rimanda un forte valore simbolico nella misura in cui rappresenta la metafora delle fratture e dei cambiamenti che l’individuo può trovarsi ad affrontare nel corso della propria esistenza. Così come il Kintsugi consente il recupero e la valorizzazione di un oggetto rotto, analogamente l’individuo può compiere un percorso di superamento e di guarigione delle proprie ferite interne, divenendo orgoglioso di mostrare le cicatrici che testimoniano il suo vissuto in un processo di rinascita.

Tale metafora è descritta sapientemente da Massimo Recalcati in relazione all’esperienza del perdono nel suo libro Mantieni il bacio:

Nell’arte del Kintsugi vediamo in atto una straordinaria operazione: il vaso è ancora quello di prima anche se non è più quello di prima. Ha cambiato immagine, è un altro vaso, eppure è costruito sui resti del vaso rotto. Nonostante il trauma della sua rottura, grazie alle mani sapienti del vecchio artigiano è divenuto l’occasione per una nuova creazione. I punti di rottura sono stati dipinti d’oro; le cicatrici sono divenute poesie. In questo senso l’esperienza del perdono è un’esperienza di resurrezione. L’amore che pareva morto, finito, gettato nella polvere, senza speranza, ritorna in vita, ricomincia, riparte.

Il Kintsugi può rappresentare la metafora di un percorso psicoterapeutico: l’individuo che può sentirsi letteralmente “a pezzi” riesce ad acquisire gradualmente consapevolezza delle proprie ferite interne, inizia ad accettarle e se ne prende cura, sviluppando nuovi significati da attribuire agli eventi. La rielaborazione del proprio vissuto che avviene durante questo percorso può essere usata come punto di partenza per un nuovo ciclo.

Analogamente al lavoro di cesello svolto dall’artigiano esperto di Kintsugi che ricostruisce un oggetto assemblando le parti rotte, evidenziando le incrinature e creando una nuova forma ancora più forte della precedente, l’individuo può compiere un lavoro su se stesso sviluppando la propria capacità di resilienza e trasformando le proprie ferite in punti di forza in un percorso di superamento.

La presa di coscienza del dolore è il primo passo per prendersi cura delle proprie ferite perchè se ci si limita a mascherarle o a nasconderle potrebbero prima o poi riaprirsi. La scelta di guarire richiede tempo e impegno e il risultato, strato dopo strato, assume gradualmente forma.

Scegliere di aggiustare un oggetto danneggiato non implica solo il riconoscimento del suo valore, ma significa anche sviluppare un atteggiamento di cura e di attenzione verso se stessi. Analogamente quando si decide di riprendere in mano la propria vita dopo che ci si è sentiti “spezzati” dal dolore, la propria autostima ne risulta accresciuta poiché si è consapevoli di aver superato delle prove, delle difficoltà, di aver raggiunto un obiettivo, di avercela fatta. Le ferite esibite diventano una sorta di “medaglia d’oro” con cui celebrare il proprio percorso fatto anche di fratture, di dolori e di cambiamenti che inevitabilmente fanno parte dell’esistenza di ognuno.

L’arte del Kintsugi richiede grande pazienza: la riparazione, passo dopo passo, prende lentamente forma. Anche nella vita sono necessari numerosi passaggi per imparare la lezione, spesso risulta necessario ricominciare daccapo e avere il coraggio di variare gli schemi ricorrenti. Può risultare un processo lungo, lento e talvolta scoraggiante, ma attraverso le prove e i tentativi si va comunque avanti, anche quando si ha l’impressione di essere rimasti fermi al punto di partenza.

Poi un giorno tutto assume una connotazione di maggiore chiarezza, si iniziano ad intravedere dei progressi, dei risultati, tutto alla fine diventa più chiaro e si inizia a concepire una rinnovata visione delle cose.

In conclusione: il Kintsugi è una lezione di vita. Ci insegna ad abbracciare le nostre ferite anziché rimuoverle, a trasformarle in punti di forza “ricoprendole d’oro” poiché esse rappresentano una testimonianza del nostro passato e delle prove superate, in un percorso che ci narra di storie di rinascita, di resilienza e di esperienze che possono alimentare la crescita personale.

Solo quando ci rompiamo, scopriamo di cosa siamo fatti. (Ziad K. Abdelnour)

 

La Mindfulness a supporto della Didattica a Distanza

Con la straordinaria ed improvvisa sospensione delle attività didattiche in tutte le scuole d’Italia a seguito dell’emergenza Covid-19, docenti, alunni e studenti si sono trovati ad affrontare una situazione senza precedenti, che li ha totalmente proiettati nell’uso della Didattica a Distanza (DaD).

 

Un uso a cui la stragrande maggioranza del personale impegnato e degli studenti interessati non era preparata e che si trova a far fronte da una parte all’urgenza ed all’emergenza di dare continuità alla didattica, in rispetto di un alienabile diritto costituzionale allo studio e, dall’altra, a far fronte alle insicurezze, all’impreparazione, al disorientamento che in alcuni casi questa situazione sta determinando. Una condizione di difficoltà che va ad aggiungersi alle già presenti situazioni di stress che intere famiglie stanno vivendo a causa dell’emergenza; isolamento sociale, paura, difficoltà economiche, e in alcuni casi, anche malattia o lutti in famiglia sono solo alcune delle preoccupazioni e delle difficoltà che stanno attanagliando le famiglie in questa condizione di emergenza.

La DaD, in alcuni casi, può arrivare a rappresentare un’ulteriore fonte di stress in aggiunta allo stress post traumatico che comincia a percepirsi nelle famiglie italiane (e non solo). In uno scenario come quello appena descritto, diventa indispensabile fare i conti con un’idea di alunni e studenti che sono probabilmente differenti da quelli con cui ciascun docente era abituato ad interfacciarsi fino a poco tempo fa. In queste settimane studenti e studentesse, alunni ed alunne sono stati catapultati in una dimensione di solitudine, di smarrimento e, in molti casi, di perdita e stravolgimento della propria normale routine quotidiana. Ulteriore angoscia e paura di non essere in grado di rispettare le scadenze date dai propri docenti, di non avere un computer funzionante o magari libero, perché utilizzato da un altro componente della famiglia, di non avere una connessione dati attiva, rischiano di inficiare maggiormente le capacità di concentrazione e attenzione già fortemente minate dalle difficoltà date dal caso. Se già nella didattica in presenza la relazione educativa poteva essere considerata base essenziale su cui poter innestare ogni processo di apprendimento, ora più che mai ogni docente è chiamato a supportare e sostenere i propri studenti ed alunni in uno dei periodi più difficili e complessi della storia contemporanea. E’ importante, quindi, privilegiare la relazione empatica per favorire il processo di costruzione dei saperi e di sviluppo di abilità e competenze, attraverso la comprensione degli stati mentali che giovani, ragazzi e bambini stanno esperendo in questo periodo di emergenza. In questa prospettiva l’utilizzo della mindfulness può essere considerato di notevole supporto alla DaD. Una pratica di consapevolezza all’inizio di una video-lezione, ad esempio, può certamente favorire una dimensione di concentrazione e di attenzione consapevole sia negli studenti che nei docenti e promuovere il clima relazionale di condivisione utile al raggiungimento di obiettivi di vicinanza (oltre che di apprendimento) da parte di entrambi gli attori della relazione. Con molta probabilità, infatti, in questo periodo di totale o parziale isolamento l’attenzione è verosimilmente orientata verso il passato e connotata dalla malinconia di quei “pezzi di vita” da cui siamo stati improvvisamente strappati, e verso il futuro, in termini di incertezza e paura di quel che potrà essere.

La mindfulness, come pratica di ancoraggio al qui ed ora, ad ogni singolo istante, può accompagnare verso una maggiore capacità di vivere il presente, indebolendo quella ruminazione data, nella nostra mente, da ricordi, emozioni, sensazioni e pensieri che ritornano ossessivamente. Contemporaneamente, favorisce una visione più attenta e compassionevole verso le proprie emozioni e, attraverso la condivisione, anche verso le emozioni degli altri. In questo modo, la pratica meditativa, viene a rappresentare uno strumento molto efficace alla (ri)costruzione di un gruppo di lavoro, di una classe, che, nonostante la lontananza, può essere in grado di ristabilire (e migliorare) le proprie connessioni relazionali ed emotive, favorendo anche un processo di mutuo supporto e sostegno, attraverso la condivisione e l’accoglienza compassionevole di quegli stati mentali verso cui è stata orientata la propria attenzione consapevole durante la pratica meditativa.

In questo prospettiva, la mindfulness diventa quindi una “buona prassi” per sostenere la DaD, favorendo la condizione di benessere, l’ottimismo e la resilienza, alleviando ansia e depressione.

Quando bambini ed adolescenti si “concentrano” su un’esperienza nel presente (la respirazione, ad esempio), la loro mente tende a calmarsi e si apre uno spazio mentale che permette loro di vedere più chiaramente ciò che sta accadendo (Kaiser Greenland, 2018, pag. 7).

 

Attaccamento e self-compassion: proteggono gli adolescenti dal NSSI?

L’adolescenza è una fase evolutiva caratterizzata da rapidi cambiamenti fisici e psicologici; essa si accompagna ad un’elevata attenzione sulle relazioni interpersonali ed emotive con le figure significative della propria vita.

 

Questi cambiamenti potrebbero accrescere la vulnerabilità dell’adolescente nei confronti dell’insorgenza di disturbi psicologici, come ad esempio il disturbo d’ansia sociale, disturbi del comportamento alimentare e depressione (Lerner &Steinberg, 2009), e il non suicidal self-injury (NSSI).

NSSI fa riferimento alla distruzione diretta, volontaria e socialmente non accettabile, del proprio tessuto corporeo, in assenza di un intento letale (Nock, 2010), sebbene incrementi il rischio di futuri tentativi di suicidio (You&Lin, 2015). Secondo una meta-analisi condotta da Swannelle colleghi nel 2014, l’NSSI ha una prevalenza del 17.2% durante l’adolescenza (Swannell, Martin, Page, Hasking, & St. John, 2014). Servendosi di dati self-report di 658 studenti della scuola secondaria, il presente studio esamina, nello specifico, due potenziali fattori interpersonali protettivi per gli adolescenti con NSSI: la qualità dell’attaccamento dell’adolescente con gli altri significativi e la sua autocompassione (Mikulincer&Shaver, 2007; van Vliet&Kalnins, 2011). Infine, è stato esplorato l’effetto di mediazione dell’autocompassione nella relazione tra NSSI e attaccamento alle figure significative.

Innanzitutto, la teoria dell’attaccamento si occupa di interpretare i legami affettivi degli individui in interazione con altri. Gli schemi relazionali ed emotivi che si sviluppano con le figure di accudimento primario, andranno a costituire dei prototipi per le relazioni interpersonali future. Precisamente, ricerche precedenti hanno identificato l’assenza di attaccamento sicuro come un fattore di rischio per lo sviluppo e il mantenimento di condotte autolesive prive di intenti fatali (Tatnell, Kelada, Hasking, & Martin, 2014).

L’autocompassione può essere considerata una strategia di coping basata sulle emozioni. Essa si definisce come la capacità di essere compassionevoli nei confronti di se stessi e, a sua volta, include la capacità di comprendere e accettare con atteggiamento non giudicante i propri fallimenti o la propria sofferenza (self – kindness), la capacità di riconoscere che gli errori e i fallimenti sono parte integrante dell’esperienza umane (sense of common humanity) e la capacità di essere consapevoli dei propri pensieri e sentimenti dolorosi, senza ricorrere a ruminazione, evitamento o negazione di essi (Neff, 2016). Infine, sulla base dei “modelli operativi interni” della teoria dell’attaccamento (Pietromonaco&Barrett, 2000), l’autocompassione può fungere da meccanismo sottostante attraverso cui la qualità della relazione di attaccamento protegge l’individuo dalle condotte legate al NSSI. Gli individui con attaccamento sicuro percepiscono l’altro come benevolo e considerano se stessi come degni di essere amati, pertanto il loro senso di valore e di connessione sicura all’altro facilitano lo sviluppo di auto compassione (Pepping, Davis, O’Donovan, &Pal, 2015).

I risultati della presente ricerca hanno rivelato che il 13.8% del campione hanno avuto esperienze di NSSI durante l’anno precedente e che le ragazze ricorrono a tali comportamenti più frequentemente rispetto ai ragazzi. Inoltre, confrontando il gruppo dei minori che hanno avuto esperienze di NSSI e il gruppo che non ha mai avuto esperienze di questo tipo, è emerso che differiscono significativamente rispetto all’attaccamento con la madre, con il padre e rispetto al costrutto dell’autocompassione, mentre non sono emerse differenze circa l’attaccamento con i coetanei. Infine, per quanto concerne gli effetti di mediazione, la ricerca ha rilevato che l’autocompassione funge da mediatore tra la vicinanza dell’adolescente ad entrambi i genitori e ai pari con l’insorgenza di NSSI. In aggiunta, l’autocompassione media la qualità della comunicazione con i pari e NSSI.

Nello specifico, i minori del gruppo “non – NSSI” hanno rivelato un attaccamento ai genitori caratterizzato da maggiore fiducia, comunicazione e vicinanza rispetto all’altro gruppo, così come hanno riportato livelli più alti di compassione verso se stessi.

In primo luogo, ciò permette di guardare alla capacità di autocompassione come un fattore di protezione nei confronti dell’attivazione di schemi negativi sul sé, responsabili dell’insorgenza di condotte inadeguate come quelle del non suicidal self-injury. Infatti, individui dotati di self-kindness tenderanno ad astenersi dal punire se stessi (Nock, 2010), così come i soggetti che possiedono un senso comune di umanità non avranno sentimenti di isolamento sociale, spesso correlati a condotte autolesive (Nock, 2010) e, infine, coloro che hanno consapevolezza dei propri pensieri negativi e li accettano in quanto tali, saranno protetti dal ricorrere al NSSI come strategia di regolazione delle emozioni (Heath et al., 2016).

In secondo luogo, appare evidente come le esperienze di attaccamento negative con i propri genitori, aumentino la probabilità di insorgenza e di mantenimento di condotte tipiche di NSSI.

Da un punto di vista clinico, tali risultati suggeriscono l’estrema importanza di intervenire, da un lato sulla relazione genitore-bambino, al fine di migliorarne la qualità e prevenire l’autolesionismo, dall’altro sull’implementazione e sul miglioramento della capacità di essere compassionevoli verso se stessi. A tali scopi, di grande utilità saranno le terapie familiari basate sull’attaccamento, così come è auspicabile, in ambito scolastico, la promozione di progetti che vedano un maggiore coinvolgimento dei genitori e che, al contempo, favoriscono opportunità di interazioni positive tra pari.

 

I sistemi multiagente nell’intelligenza artificiale e una loro interpretazione in chiave di teoria dei giochi

Il sistema multiagente è un ambiente operativo in cui interagiscono due o più agenti razionali; è anche detto sistema con agenti multipli.

 

L’ambito dei sistemi multiagente è sempre più collegato all’ambito applicativo dell’intelligenza artificiale (IA). Diventa di conseguenza rilevante la questione di come affrontare e governare situazioni in cui diversi sistemi di intelligenza artificiale si trovano a operare nello stesso ambiente. Si citano tre esempi: a) il trading autonomo, vari sistemi computazionali indipendenti – generalmente operanti per conto di organizzazioni diverse – decidono autonomamente il volume da acquistare o vendere all’interno di un certo mercato; b) le automobili autonome che, per conto di utenti diversi, percorrono le stesse strade per raggiungere le proprie destinazioni secondo un criterio sicuro ed efficiente; c) i robot autonomi utilizzati nella logistica per la movimentazione di merci che operano all’interno di un magazzino, con l’obiettivo di aumentare la produttività dell’impresa che se ne avvale (Amigoni, 2020).

Sorge così l’interrogativo su come possa un insieme di agenti IA autonomi operare simultaneamente in uno stesso contesto (fisico o virtuale). Possono sorgere interazioni affatto spiacevoli: ad esempio, nel caso di automobili autonome simultaneamente in circolazione in una città, ciascuna di esse cercherà di occupare lo spazio comune; arrivare a destinazioni percorrendo le medesime strade secondo un criterio di sicurezza ed efficienza; ecc.

Per semplificare l’analisi, ipotizziamo che il sistema multiagente sia costituito da due soli soggetti IA autonomi, che indichiamo rispettivamente come A e B.

Circa la natura delle interazioni fra i due agenti IA, consideriamo tipicamente due strategie: “Non Cooperare” e “Cooperare”. Se la strategia è quella di non cooperare, come nell’esempio precedente, si genera un risultato inefficiente: ingorghi (costi transazionali in termini di tempo perso), incidenti, sovraffollamento negli spazi comuni, ecc.

In una mappa a due dimensioni, ipotizziamo che si muovano due agenti robot che perseguono lo stesso obiettivo. Ipotizziamo che i due agenti autonomi siano razionali, secondo la teoria economica neoclassica, cioè perseguano il fine di ottimizzare la propria funzione obiettivo (massimizzazione dell’utilità, massimizzazione dei profitti, minimizzazione dei costi, e così via).

I fattori di contesto, alcuni dei quali istituzionali e/o stabiliti dal legislatore/regolatore sono determinanti. Tipicamente, c’è un vincolo di privacy (GDPR, Regolamento (UE) 2016/679): ciò fa sì che i due agenti autonomi IA non possano rivelare i propri dati, cioè non possano comunicare. Ne consegue che essi non possano accordarsi su una strategia congiunta da seguire che porterebbe al risultato ottimale (cioè la migliore per entrambi, che ha la caratteristica di essere Pareto-efficiente).

Attraverso una cross-fartilization fra discipline, ci troviamo in una classica situazione di “dilemma del prigioniero”, nell’ambito della Teoria dei Giochi. Seguendo la metodologia, i due agenti razionali e autonomi della IA vengono chiamati giocatore A e B, e i risultati ottenuti da ciascuno – indicati con un valore numerico, generalmente un valore monetario o un livello di utilità (nella Teoria dell’utilità cardinale) – sono denominati payoff. Il tipo di interazione fra loro genera uno specifico payoff.

Ipotizziamo inoltre che i due giocatori facciano le proprie mosse – cioè, interagiscano – simultaneamente (“one-shot game”) e non possano comunicare fra loro.

Nel “dilemma del prigioniero”, la storia con i relativi payoff proposti dalla polizia, è nota. La polizia non ha sufficienti prove per condannare i due soggetti di un certo reato che hanno commesso, e quindi – chiudendoli in due celle separate in modo che essi non possano comunicare – propone loro le seguenti strategie alternative (dove i payoff sono gli anni di prigione):

  • se solo uno dei due Non Confessa accusando l’altro, chi Non Confessa evita la pena (il suo payoff è quindi 0); mentre all’altro è inflitta una condanna a 6 anni di reclusione;
  • se Non Confessano, entrambi vengono condannati solo a 1 anno, perché colpevoli di porto abusivo di armi;
  • se Confessano, entrambi saranno condannati a 5 anni di reclusione.

Le due strategie sono quindi: C = Confessare, che è la strategia non cooperativa nei confronti del complice; NC = Non Confessare, che è la strategia cooperativa fra i due reclusi.

Il gioco viene rappresentato in forma normale o strategica tramite una matrice (2×2) il cui numero di righe e di colonne è dato dal numero di strategie disponibili al giocatore. In ciascuna cella, il primo payoff fa riferimento al giocatore A, il secondo a B.

Sistemi multiagente nell intelligenza artificiale e loro interpretazione Fig 1

Per ognuno dei due lo scopo è minimizzare la propria condanna, cioè la strategia ottimizzante. Di conseguenza, la strategia razionale di questo gioco per entrambi è Confessare (C, C) perché ciascun prigioniero non sa quale strategia sceglierà il complice. Essi saranno condannati a 5 anni di reclusione.

La Teoria dei Giochi predice che c’è un solo equilibrio. Quello in cui i due complici Non Cooperano fra loro, e quindi confessano (C, C). Poiché la coppia di payoff che scaturisce dalla loro interazione è di conseguenza (5, 5), la soluzione è inefficiente, benché razionale dal punto di vista di ciascuno.

Infatti, entrambi sarebbero stati meglio se avessero adottato una strategia cooperativa, Non Confessando (NC, NC): avrebbero avuto solo 1 anno di reclusione per porto d’armi.

Dal punto di vista della progettazione e realizzazione dei sistemi di IA, la soluzione più semplice – ma anche la più inefficiente – sarebbe lasciare le interazioni fra i questi sistemi non coordinate e non governate, con ovvie conseguenze sulla affidabilità e sulle prestazioni (Amigoni, 2020). Vale a dire, adottare una strategia non cooperativa.

Forme di coordinamento che portino alla cooperazione fra sistemi di IA operanti in uno stesso ambiente appaiono quindi necessarie (Amigoni, 2020).

Per arrivare a ciò, vengono introdotti elementi aggiuntivi, che nei sistemi multiagente di IA sono chiamati multiagent path planning oppure multiagent path finding.

Tra i numerosi approcci proposti per affrontare il multiagent path finding, di seguito viene utilizzato un meccanismo esogeno, quale l’introduzione di “convenzioni sociali”, vale a dire “regole” di coordinamento.

Nel caso delle automobili autonome, il problema è quindi quello di pianificare i percorsi per tutti gli agenti in modo tale che, quando le automobili autonome seguono tali percorsi, tutti raggiungano le loro destinazioni partendo dalle rispettive posizioni iniziali, senza che ci siano collisioni e che una determinata funzione obiettivo sia ottimizzata, come per esempio utilizzare il tragitto più breve (Amigoni, 2020).

Anche questa volta, l’introduzione e il risultato di regole di comportamento possono avvalersi della Teoria dei Giochi come metodologia di analisi. Il gioco viene di nuovo rappresentato in forma normale o strategica tramite una matrice (2×2).

Secondo le regole, cioè il Codice della strada, il giocatore che viene da destra (D) ha la precedenza: nel nostro esempio, il giocatore B.

Le strategie a disposizione di ciascun giocatore sono: F = Fermarsi; P = Passare.

La convenzione, se le regole della strada sono rispettate da ciascun giocatore/automobilista, è che ha la precedenza l’agente che viene da destra. Il relativo payoff è di conseguenza (-2, 0).

Sistemi multiagente nell intelligenza artificiale e loro interpretazione Fig 2

E’ interessante notare che il meccanismo di coordinamento utilizzato nella Teoria dei Giochi spiega il rationale (in ambito filosofico, economico ed evoluzionista) della nascita delle istituzioni sociali e, oggi – con la pervasività nel nostro quotidiano dell’intelligenza artificiale – anche una delle soluzioni del multiagent path planning nell’ambito sempre più diffuso dei sistemi multiagente nel campo della IA.

Dal Nyotaimori al Body Sushi

Nyotaimori rappresenta un esempio esplicito di correlazione tra alimentazione e sessualità che assume significato diverso a seconda del periodo e del contesto storico.

 

Il termine Nyotaimori (女体盛り), letteralmente “servire (i cibi) sul corpo femminile”, indica la pratica di mangiare sashimi o sushi dal corpo di una donna, tipicamente nuda. Prima di trasformarsi in un vassoio vivente di pesce crudo, la “geisha” viene sottoposta ad un severo addestramento durante il quale deve restare sdraiata per molte ore senza muoversi, sopportando l’esposizione prolungata all’alimento freddo sul corpo. I peli della donna, soprattutto quelli pubici, vengono completamente rasati per ragioni igieniche, ma anche al fine di evitare qualsiasi riferimento sessuale. La donna si prepara al servizio seguendo una precisa liturgia che prevede un bagno per mezzo di un sapone neutro speciale ed una veloce doccia fredda che oltre a tonificare il corpo favorisce il consumo ottimale del cibo. Nel frattempo la temperatura del sushi o del sashimi serviti sulla pelle della modella raggiunge più o meno quella corporea (Nihon Japan: La terra del sol levante; Aroma, 2011).

Poco si sa delle radici storiche del Nyotaimori eppure in occidente se ne parla come un esempio tradizionale di ‘perversione’ giapponese, negli ultimi anni spesso correlata alla pratica della sitofilia una forma di feticismo legata al cibo in cui viene raggiunta l’eccitazione sessuale mangiando dal corpo di un’altra persona oppure usando il cibo come stimolo sessuale. Simile comportamento dal punto di vista psicoanalitico verrebbe spiegato attraverso la teoria dell’attaccamento secondo cui l’attaccamento alla madre durante i primi anni di vita del bambino è strettamente legato alla funzione vitale della nutrizione a cui assolve la madre stessa.

Diffusasi fino ad oggi nei ristoranti di lusso di tutto il mondo dagli Stati Uniti d’America all’Europa: in lingua inglese è meglio conosciuto come body sushi o naked sushi.

Tale pratica ha ricevuto numerose critiche per il suo carattere ritenuto da alcuni “vergognosamente sessista” e per le norme igieniche non sempre rispettate, tuttavia il Nyotaimori, con il passare del tempo ha subito certamente un’evoluzione, da pratica legata alla tradizione giapponese è diventato fenomeno di costume nella società occidentale mutando così il suo significato dal punto di vista simbolico-relazionale (Mayukh Sen, 2017)

Un’importante modifica, forse la più comune, è stato l’uso prima di indumenti intimi (slip e reggiseno) da parte della modella fin poi alla completa sostituzione del corpo femminile con bambole gonfiabili.

Questa evoluzione ha portato da una parte ad un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e ad una minor ‘mercificazione‘ della figura femminile ma dall’altro ha compromesso in maniera significativa l’aspetto ritualistico di questa pratica.

L’uso di indumenti intimi ha creato una barriera: cibo e genitalità perdono il loro legame più diretto e ne assumono uno mediato da un qualcosa che si frappone al loro rapporto.

L’uso di bambole gonfiabili fa sì che il materiale umano di per sé portatore di calore corporeo e dunque di energia vitale venga sostituito dalla plastica, materiale freddo e sterile: il sushi ed il sushimi che prima si caricavano di calore ed energia grazie al contatto con la pelle adesso giacciono su freddo materiale di plastica.

L’intero pasto prima giacente su un corpo immobile ma vivo adesso viene consumato su un qualcosa di inanimato.

L’evoluzione del costume descrive la trasformazione da una sessualità sicuramente più diretta e viva ad una forse più moralmente corretta, rispettosa, ma soprattutto descrittiva dei costumi della nostra società occidentale, in cui si esalta la dicotomia mente/corpo ma forse viene meno quel concetto di olismo che caratterizza il pensiero orientale.


Infine la descrizione di altre varianti di Nyotaimori: alcune prevedono la partecipazione sia del soggetto maschile che di quello femminile in quella che sembra essere una ‘pratica delle pari opportunità fino ad arrivare a pratiche aliene alla tradizione nipponica, ma di interesse dal punto di descrittivo nei giorni nostri, in cui il corpo femminile viene completamente sostituito da un quello maschile: un uomo nudo coperto da cibo giapponese viene servito come pasto.

Nyotaimori può assumere una forte connotazione di tipo ritualistico, è una pratica che si presta bene ad essere esplicata in luoghi chiusi alla presenza di un numero limitato di persone. Il corpo diviene oggetto ed assume un significato quasi metafisico, intorno a lui si radunano persone per condividere attraverso il cibo un qualcosa che va ben oltre il semplice mangiare. Sushi e sushimi sono sì cibo ma diventano anche mezzo di decorazione del corpo un po’ come le pratiche purificatorie e di igiene personale che precedono il pasto preludono ad un qualcosa che va ben oltre il terreno, cosicchè, a seconda del contesto, sembra quasi di assistere ad un sacrificio o ad un atto liturgico, lo stesso corpo femminile diventa sacro e dunque venerabile, chissà che possa esser ravvisabile in questo comportamento una ritualità ancestrale propiziatoria alla fecondità.

 

 

Cybercondria e iCBT: patologia nuova, nuovo intervento?

Uno studio recente (Newby & McElroy, 2020) ha indagato per la prima volta se una terapia cognitivo-comportamentale via internet (iCBT) per problemi legati all’ansia da malattia portasse a miglioramenti nei self-report sulla cybercondria e se questi ultimi fossero associati a miglioramenti sull’ansia da malattia.

 

Avere un po’ di ansia legata alle condizioni di salute è normale e adattivo, ma quando questa diventa persistente ed eccessiva può avere un impatto negativo sulla vita dell’individuo, dei suoi cari e anche sugli operatori sanitari (Tyrer et al., 2016), oltre che sulla società in generale (Bobevski et al., 2016; Tyrer, 2018).

Le persone con un’eccessiva ansia legata alla salute – per cui il DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013) prevede le diagnosi di Disturbo da ansia da malattia (IAD) o Disturbo da sintomi somatici (SSD) – hanno una costante paura di avere o di potere avere in futuro patologie invalidanti. Come conseguenza di ciò, queste si impegnano spesso nella ricerca di eccessive auto-rassicurazioni da parte di altre persone (familiari o sanitari) sulle proprie condizioni di salute: in un primo momento ciò riesce ad allontanare le loro paure; nel lungo periodo, tuttavia, la preoccupazione si cronicizza e aumenta (Warwick&Salkovskis, 1990).

Nei tempi della digitalizzazione, è diventata una pericolosa abitudine esporsi alle informazioni delle ricerche online, spesso allarmanti, inaccurate o fuorvianti sulle varie malattie: questo comportamento può esacerbare le preoccupazioni già presenti sulla salute e produrne di nuove, in un circolo vizioso di ulteriori ricerche legate alle condizioni di salute che prende il nome di ”cybercondria” (Starcevic& Berle, 2013).

Sebbene le ricerche più recenti abbiano trovato una forte correlazione tra l’ansia sulle condizioni di salute e la cybercondria (McMullan et al., 2019), le analisi psicometriche hanno evidenziato che esiste una differenza significativa tra le due (Fergus & Russell, 2016), portando a considerare la cybercondria come un pattern di particolari comportamenti e ansie che devono essere considerate come un nuovo target specifico a livello terapeutico.

Uno studio recente (Newby & McElroy, 2020) ha indagato per la prima volta se una terapia cognitivo-comportamentale via internet (iCBT) per problemi legati all’ansia da malattia portasse a miglioramenti nei self-report sulla cybercondria e se questi ultimi fossero associati a miglioramenti sull’ansia da malattia.

Sono stati analizzati i dati secondari di uno studio randomizzato controllato (RCT) confrontando un gruppo iCBT (n = 41) – che ha seguito lo specifico corso online Health Anxiety Course (strutturato in sei lezioni) – con un gruppo di controllo che ha ricevuto psicoeducazione, monitoraggio e supporto clinico (n = 41) in pazienti con diagnosi di IAD e/o SSD (DSM-5, 2013).

Due questionari sono stati utilizzati in questa ricerca (pre e post intervento): lo Short Health Anxiety Inventory (SHAI) (Salkovskis et al., 2002) per la valutazione dell’ansia da malattia e la Cyberchondria Severity Scale (McElroy & Shevlin, 2014) per la valutazione relativa alla cybercondria.

Dai risultati si è evinto che il gruppo iCBT ha mostrato – dopo l’intervento – una maggiore riduzione della cybercondria rispetto al gruppo di controllo, con grandi differenze soprattutto nelle sottoscale della CSS relative alle compulsioni, al distress e all’eccessività.

Inoltre, tutti i miglioramenti legati ai sintomi sull’ansia da malattia erano mediati dai miglioramenti nelle sottoscale della CSS (tranne quella legata alla diffidenza nei confronti dei medici).

Pur essendo legati a un primo studio sull’argomento (e a un ambito ancora da approfondire), questi risultati hanno importanti implicazioni per l’assessment e per il trattamento della cybercondria: innanzitutto confermano che un trattamento più specifico legato anche a un intervento che va a minare gli aspetti problematici legati alla ricerca online sulle condizioni di salute può migliorare i sintomi della cybercondria.

Tuttavia, ancora non è chiaro quanto il miglioramento sia stato dovuto alla co-presenza di tecniche cognitivo-comportamentali standard (essendo questo intervento stato strutturato per l’ansia da malattia più che per la cybercondria).

In questo senso, si auspica che in futuro la ricerca si preoccupi di capire quali siano gli aspetti critici più specifici per ottenere migliori risultati sulla cybercondria, anche integrando un assessment che incorpori moduli per la cybercondria e l’ansia da malattia.

Io, tu e gli altri: la gelosia nel poliamore

Nelle relazioni consensualmente non monogame (CNM) esiste un accordo aperto sul fatto che uno, entrambi o tutti gli individui coinvolti possano avere anche altri partner sessuali e/o romantici. C’è spazio per la gelosia nel poliamore?

 

Il termine poliamore viene utilizzato per descrivere una forma di non-monogamia etica o consensuale (Anapol, 1997; Easton & Liszt, 1997) che prevede la possibilità di avere contemporaneamente più di una relazione intima, sessuale o sentimentale (Haritaworn, Lin & Klesse, 2006) con il consenso di tutti i partner attuali e potenziali (Sheff, 2005; Borys, 2006). Da questa descrizione, in accordo con Anapol (2010), il poliamore appare come un orientamento relazionale per il fatto che designa una specifica modalità di costruire una relazione. Nelle relazioni consensualmente non monogame (CNM) esiste un accordo aperto sul fatto che uno, entrambi o tutti gli individui coinvolti in una relazione romantica possano avere anche altri partner sessuali e / o romantici. La ricerca sulla non monogamia consensuale è cresciuta di recente, ma ha appena iniziato a determinare in che modo possono variare le relazioni tra i partner in accordi consensualmente non monogami.

Sebbene il termine poliamore indichi il permesso di impegnarsi in relazioni sessuali o romantiche con più di un partner, la natura di queste relazioni e il modo in cui gli individui si avvicinano possono variare da una persona che si relaziona con più persone, ai membri di una coppia che si relazionano con un terzo, a due coppie in una relazione reciproca, a reti di persone coinvolte tra loro in varie configurazioni (Sheff, 2013; Pines & Aronson, 1981). Il poliamore comprende molti stili diversi di coinvolgimento intimo, tuttavia, la maggior parte degli individui identificati come poliamorosi riferisce di avere due partner (Wosick-Correa, 2010) e una delle configurazioni di relazioni poliamorose più comunemente discusse è caratterizzata da una distinzione tra relazioni primarie e secondarie (Veaux, 2016; Veaux, Hardy & Gill, 2014). In questa configurazione, esiste una relazione primaria tra due partner che in genere condividono una famiglia (vivono insieme) e le finanze, che sono sposati (se il matrimonio è desiderato) e/o che hanno o stanno crescendo figli (se i bambini sono desiderati) (Klesse, 2006). Una relazione secondaria è spesso costituita da partner che vivono in famiglie separate e non condividono le finanze (Klesse, 2006). In generale, ai partner secondari viene concesso relativamente meno tempo, energia e priorità nella vita di una persona rispetto ai partner primari. È importante sottolineare che non tutti i soggetti poliamorosi hanno relazioni primarie con altri partner secondari e alcuni rifiutano categoricamente le distinzioni gerarchiche implicate nelle relazioni primarie-secondarie (Sheff, 2013).

Una domanda comune che gli individui poliamorosi ricevono da coetanei monogami riguardo la loro identità e le loro relazioni è: “Non sei geloso?” (Deri, 2015). In risposta al concetto negativo della gelosia perpetuata dalla cultura monogama (Ritchie & Barker, 2006), le comunità poliamorose sviluppano risposte e insegnano ai loro membri come affrontare la gelosia all’interno delle loro relazioni (Wolfe, 2003). La comunità poliamorosa insegna strategie di gestione relazionale prosociale (Conley & Moors, 2014) e il modo in cui gli individui poliamorosi concettualizzano e comunicano la gelosia può anche rivelare metodi produttivi per gestire sentimenti di gelosia in contesti relazionali.

La gelosia è un’emozione, spesso ritenuta negativa, che un individuo prova quando percepisce che la propria relazione amorosa è minacciata da altri individui (VadenBos, 2007; D’Urso, 2013). La gelosia è un costrutto complesso che comprende molteplici vissuti emotivi, pensieri, valutazioni, manifestazioni psicologiche e comportamentali (Zammuner & Zorzi, 2012). La gelosia è un’emozione composta da più emozioni primarie come paura, tristezza e rabbia, ma è costituita anche da molti altri vissuti emotivi come vergogna, insicurezza, ansia per la perdita, umiliazione, odio per il rivale (Zammuner & Fischer, 1995). Una ricerca sulle emozioni primarie della gelosia afferma che la paura derivi dall’incertezza, la tristezza dalla perdita dei benefici della relazione e dalla diminuzione dell’autostima, mentre la rabbia sia causata principalmente dalla perdita del possesso e dalle eventuali bugie ed inganni (Mathes, Adams & Davies, 1985). I pensieri che accompagnano i vissuti della gelosia possono essere ruminazioni generate dal dubbio e dal sospetto oppure dall’autocommiserazione (D’Urso, 2013). Pfeiffer e Wong (1989) hanno suddiviso la gelosia in tre componenti: la gelosia cognitiva che si riferisce ai dubbi ed ai sospetti di una possibile infedeltà del partner; la gelosia emotiva che comprende sentimenti che suscitano le situazioni in cui il partner mette in atto comportamenti che potrebbero minacciare la relazione; la gelosia comportamentale che include le reazioni ad una possibile infedeltà del partner.

In un’interessante ricerca qualitativa, Rubinsky (2018) ha indagato le strategie che gli individui poliamorosi utilizzano nella gestione della gelosia. Le comunità poliamorose definiscono coerentemente la comunicazione aperta e onesta non solo come una pratica comune di base (Barker, 2005), ma la situano al centro dell’identità poliamorosa (Wosick-Correa, 2010). Un fenomeno comunicativo particolarmente rilevante per gli individui poliamorosi è la gelosia. La gelosia è importante da studiare perché l’esperienza emotiva e l’espressione comunicativa della gelosia romantica incidono sulla qualità relazionale. All’interno delle relazioni eterosessuali e gay e lesbiche monogame, la gelosia cognitiva ed emotiva sono associate negativamente alla qualità relazionale. Poiché le relazioni poliamorose enfatizzano la comunicazione (Barker, 2005), il modo in cui gli individui poliamorosi esprimono gelosia può influenzare positivamente o negativamente le loro relazioni. Nelle relazioni romantiche, la gelosia è una minaccia percepita all’esclusiva natura romantica della relazione (Bringle & Boebinger, 1990). Per gli individui poliamorosi, in cui la natura della loro relazione è spesso non esclusiva e l’altra terza parte può o meno costituire una minaccia, potrebbero essere necessarie ulteriori ricerche per comprendere la loro concettualizzazione della gelosia romantica. In particolare, per le persone poliamorose, potrebbe essere necessario contestualizzare il concetto della gelosia romantica attraverso la comprensione della compersione. La compersione, un termine che è emerso nella comunità poliamorosa per descrivere i sentimenti positivi a seguito della felicità di un partner derivata da un altro partner, può influire sul grado in cui gli individui poliamorosi provano la sensazione di ansia tipicamente associata alla gelosia (Wolfe, 2003). Gli individui poliamorosi sperimentano la gelosia in modalità che possono essere diverse dagli individui monogami e gestiscono sfide diverse nel concettualizzare e comunicare la gelosia ai loro partner. Aumer e colleghi (2014) sostengono che gli obiettivi relazionali possono essere importanti nel dare un senso ad emozioni come la gelosia che avranno un impatto positivo o negativo su una relazione. L’intimità e la fedeltà influiscono anche sul modo in cui gli individui comprendono la gelosia e possono operare in modo diverso nelle relazioni poliamorose.

Wosick-Correa (2010) sostiene che la fedeltà genuina, una certa forma di impegno tra le persone che si identificano come poliamorose, potrebbe caratterizzare il modo in cui gli individui poliamorosi esprimono bisogni e confini. Rispetto agli uomini e alle donne monoamorosi, gli individui poliamorosi sembrano mostrare livelli di intimità maggiori (Morrison, Beaulieu, Brockman & Beaglaoich, 2013).

In particolare, Conley and Moors (2014) affrontano il ruolo della comunicazione nel poliamore, la natura della negoziazione del soddisfacimento dei bisogni e l’aumento del capitale sociale. Il loro studio dimostra che le persone con più partner sessuali consensuali potrebbero anche aver bisogno di gestire in modo discorsivo l’esperienza emotiva della gelosia in modi che considerano costruttivi per le loro relazioni. La letteratura sulla gelosia, la compersione e l’intimità poliamorosa identifica la gelosia come un’esperienza emotiva potenzialmente carica di identità che può esistere in una tensione con l’ideale della compersione. La gelosia è quindi presentata come difficile e stimolante, ma gestibile (Deri, 2015), tuttavia è ancora da esplorare la modalità con la quale la comunità poliamorosa concettualizza la gelosia. L’obiettivo finale non deve essere quello di cambiare il comportamento del proprio partner, ma di sentirsi validati così da poter ottenere supporto nella sua gestione, attraverso una probabile rinegoziazione dei confini relazionali in base ai bisogni espressi. Infatti, la comunicazione al partner della propria gelosia correla positivamente con la soddisfazione relazionale anche nelle relazioni monogame (Guerrero et al., 1995).

 

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