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Contagi biologici e contagi psicologici

Senza dubbio il coronavirus ha determinato una trasformazione culturale senza precedenti. La misure di contenimento dell’epidemia per ridurre il contagio impongono una rarefazione delle relazioni umane che non ha precedenti nella nostra storia.

 

Qui chi non terrorizza
Si ammala di terrore …

(Fabrizio de André, Il Bombarolo)

 

La pratica clinica della psichiatria territoriale mi ha spesso portato a contatto con pazienti molto preoccupati per le malattie contagiose. In questi casi il lavaggio delle mani diventa un rituale defatigante, le disinfezioni di luoghi od ambienti occupano via via gran parte della giornata, ma la serenità non ritorna, la sicurezza sfugge, le energie profuse si esauriscono senza offrire alcun conforto. Il partner, i familiari, spesso anche il paziente stesso, avvertono le pratiche di purificazione come ridondanti ed assurde e chiedono aiuto. La società ed il sistema sanitario offrono risorse professionali. Una costellazione emotiva (contagio/infezione/purificazione) viene configurandosi su un piano culturale e scientifico come un comportamento irragionevole, manifestazione di una implicita follia. Le diagnosi formulate dai clinici includono senza dubbio quelle di fobia e di ipocondria.

In questo senso le società occidentali moderne si differenziano dalle civiltà primitive o semplicemente arcaiche dove il contatto con determinate oggetti, situazioni o membri della società (il tabù degli antropologi, cfr. Douglas 1966) comportava un pericolo strettamente rituale. Ad esempio nella cultura indiana il contagio rituale è incardinato alla gerarchie delle caste. Qualsiasi contatto con le caste inferiori produce una inevitabile e pericolosa impurità.

Nel corso della storia europea la rappresentazione culturale dell’impurità si è modificata profondamente. Il cristianesimo medioevale la ha riformulata prevalentemente nei termini di contatto sessuale impuro. L’acqua delle antiche purificazioni è stata sostituita dai riti della penitenza, non raramente caratterizzati da altrettanto evidenti componenti magiche e da un carattere di coattività.

Le malattie epidemiche hanno inevitabilmente attivato periodici processi di regressione. La paura del contagio promosso da ipotetici untori si è periodicamente sostituita alla interazione sessuale come paradigma della minaccia.

Oggi, appunto, l’umanità si confronta di nuovo, dopo vari decenni, con una malattia contagiosa gravata da significativa morbilità e mortalità, soprattutto nei soggetti anziani. E la paura cresce senza sosta. Epidemiologi, opinione pubblica, media e governo e si rincorrono chiedendo provvedimenti sempre più restrittivi della libertà personale. Cresce l’ostilità tra i cittadini. Anziane pensionate non mancano di apostrofare i rari passanti, agguerrite commesse dettano precise disposizioni igieniche a consumatori attoniti, cittadini zelanti denunciano alle forze dell’ordine ogni ipotetica violazione delle prescrizioni governative, mentre i giovani più dotati di competenze informatiche non esitano ad esporre alla gogna mediatica innocenti runner o bambini indisciplinati.

Senza dubbio l’agente della SARS covid-19 ha determinato una trasformazione culturale senza precedenti. La misure di contenimento dell’epidemia impongono una rarefazione delle relazioni umane che non ha precedenti nella nostra storia. I problemi sociali ed economici che attanagliano il nostro paese sono pressoché scomparsi dal dibattito politico, mentre la ricchezza pubblica è stata profusa senza risparmio nel tentativo, peraltro non riuscito, di arrestare il progredire della pandemia. Come ha osservato il noto filosofo della politica Giorgio Agamben (2018), l’epidemia da coronavirus ha rapidamente configurato uno stato di eccezione di fronte al quale le stesse garanzie costituzionali sono apparse come assolutamente irrilevanti, preoccupazioni superflue per giuristi perditempo.

Libertà, giustizia sociale, esperienza religiosa – i principi guida attorno a cui si è organizzata la nostra costituzione e per i quali sono stati versati fiumi di sangue  – hanno perso improvvisamente qualsiasi importanza. La paura ha assunto una centralità assoluta nell’immaginario collettivo della società contemporanea. Si è rapidamente affermata l’idea che tutta la struttura sociale e l’organizzazione economica debbano essere riorganizzate esclusivamente in funzione del controllo del contagio.

Come nelle società primitive, contatto, contagio e terrore sono ritornati al centro dell’immaginario collettivo. Le angosce ipocondriache sono traboccate dal recesso in cui il pensiero moderno le aveva relegate. Le parti fobiche e ipocondriache della personalità hanno preso il controllo della cultura contemporanea. Così, nelle società avanzate del XXI secolo la follia diviene pensiero ufficiale, anzi pensiero unico, e inquietanti guardiani della rivoluzione esigono dagli organi della pubblica sicurezza scrupolosi interventi censori su ogni forma di dissenso.

Cosa è successo all’uomo contemporaneo? Come può un’intera società ammalarsi di paura? Gli studi e le esperienze di Wilfred Bion (1961) durante la Seconda Guerra Mondiale hanno illuminato in modo straordinariamente originale i comportamenti regressivi nei gruppi. Quando un gruppo attraversa un momento di difficoltà ed impotenza regredisce a modalità di funzionamento primitive in cui lo scambio emotivo e la ricerca della verità sono sostituti da pregiudizi e imperativi categorici. Sotto questo punto di vista l’invasione dello spazio sociale da parte di un irresistibile sentimento di paura può essere associato nella terminologia di Bion all’assunto di base di attacco e fuga, in cui le fantasie inconsce condivise nel gruppo sono annichilite da un generale sentimento di minaccia.

Nelle viscere della società contemporanea si cela dunque un pericolo enigmatico ed inquietante. Cosa terrorizza l’uomo moderno? Perché minacce socialmente altrettanto o forse ancor più gravi, come il terrorismo, l’inquinamento atmosferico od il cancro non hanno un impatto sulla vita emotiva delle collettività minimamente paragonabile con quella di una malattia infettiva? Quale oscura risonanza può evocare un virus respiratorio nell’immaginario occidentale?

Per rispondere a queste domande occorre anzitutto ricordare che il moderno si è costituito attorno ad una ben precisa opzione epistemologica. L’adozione ormai plebiscitaria di un materialismo estremo ha comportato una evidente sottovalutazione delle esperienze emotive e del loro ruolo nelle società umane e nella vita degli individui. In particolare il dolore connesso con le esperienze di separazione è stato ed è oggetto di una negazione particolarmente accanita.

Ora, il ciclo della vita comporta un inevitabile carico di dolore emotivo. La crescita implica più o meno traumatiche separazioni. L’invecchiamento compromettere i ruoli familiari e sociali degli adulti. Anche nella società iper medicalizzata degli antibiotici, dei vaccini e dei trapianti, la malattia e la morte restano implicite nella condizione umana, lasciano una inevitabile scia di sofferenza nella famiglia e nella comunità.

Proprio attorno a queste esperienze di lutto e separazione la cultura contemporanea ha tentato di costruire un muro impenetrabile, ricorrendo a massicci meccanismi di negazione. Ha isolato e sterilizzato la morte dentro contenitori ospedalieri. Ha nascosto i cadaveri in remoti forni crematori. Quanto queste strutture culturali abbiano avuto un notevole impatto sulle misure di contenimento del coronavirus è attualmente sotto gli occhi tutti. Del resto il distanziamento tra le generazioni, ma anche all’interno della coppia, che caratterizza in modo così evidente la società contemporanea, è iniziato molto prima che i virologi evocassero lo spettro del contagio intrafamiliare.

La progressiva e ormai definitiva affermazione della famiglia nucleare e il diffondersi del modello celibatario permanente riflettono la paura e il disagio nei confronti delle relazioni interpersonali intense e rappresentano una risposta estrema ai conflitti interpersonali e coniugali.

Eppure non è possibile alcuna interazione umana senza un significativo scambio di emozioni: gioie ma soprattutto dolori. I contatti che avvengono nella coppia e nella famiglia, non trasmettono solo virus, ma anche un inevitabile carico di ansia, dolore, tensioni, conflitti e  paure. Ecco il contagio che atterrisce veramente l’uomo contemporaneo: le emozioni che si generano nell’interazione interpersonale.

Ma da questo contagio non può difenderci nessuna, per quanto accurata, misura di sicurezza, nessuna mascherina chirurgica o con valvola. Dalla fatica delle relazioni interpersonali può liberarci definitivamente solo la solitudine. O la morte.

 

Bipolarità, ipersessualità e qualità della relazione di coppia: qual è il loro rapporto?

Non sono rare le problematiche sessuali in pazienti psichiatrici. Per quanto riguarda le persone bipolari sembra che due aspetti della salute sessuale siano peculiari: l’ipersessualità e l’interruzione dei rapporti di coppia.

 

I problemi sessuali nei pazienti psichiatrici sono ben documentati in letteratura, tuttavia la maggior parte degli studi non distingue tra categorie diagnostiche (Bossini et al., 2013; Labbate & Lare, 2001; Rizvi et al., 2011; Swan & Wilson, 1979; Wylie et al., 2002). Molte delle difficoltà associate ai pazienti bipolari sono comuni a tutti i disturbi psichiatrici. Questi possono includere disfunzioni sessuali dovute a farmaci, aumento del rischio di malattie sessualmente trasmissibili (MST) e la trascuratezza generale delle questioni sessuali in sede di trattamento (Magidson et al., 2014; Segraves, 1989; Wright et al., 2007). Due aspetti della salute sessuale sono unici nel disturbo bipolare, vale a dire l’ipersessualità e l’interruzione dei rapporti di coppia, dovuti al ciclo dell’umore. Tuttavia, abbiamo poca letteratura concernente le difficoltà sessuali legate al disturbo bipolare, così come manca una definizione vera e propria di ipersessualità.

Una ricerca di PsycINFO e PubMed è stata condotta al fine esaminare la letteratura e le ricerche esistenti sull’ipersessualità indotta dalla mania e sugli effetti del ciclo dell’umore sulle relazioni di coppia, così da sintetizzare i risultati disponibili e direzionare gli studi successivi. Per la revisione sono stati selezionati 27 articoli, di cui 16 affrontano il tema dell’ipersessualità.

I primi studi sulla relazione tra disturbo maniaco – depressivo e ipersessualità sono stati condotti negli anni ’60 e ’70. Precisamente è stato riscontrato, sia in uomini che donne, un aumento della libido e dell’attività sessuale durante la fase maniacale, con un aumento maggiore della probabilità nelle donne di impegnarsi in attività sessuali provocanti, come flirt, allusioni al sesso e comportamenti seducenti (Allison & Wilson, 1960; Clayton et al., 1963; Carlson & Goodwin, 1973;). È inoltre emerso che la libido dei pazienti tende a diminuire significativamente durante la fase depressiva (Clayton et al., 1963). Infine, in uno studio di Jamison e colleghi (1980) il 40% dei pazienti avevano percepito l’aumento del desiderio e del comportamento sessuale, durante la fase maniacale o ipomaniacale, come un cambiamento positivo. Nello specifico, le donne mostravano più emozioni positive, rispetto agli uomini, associate a tali trasformazioni. Appare, quindi, evidente la presenza di correlazione tra la ciclicità degli episodi dell’umore e la fluttuazione della libido dei pazienti. Per di più, l’alternarsi delle fasi di mania con le fasi depressive si associa a fluttuazioni sessuali dirompenti che possono essere molto difficili da gestire, sia dal partner che dal paziente stesso. Studi più recenti, come quello di Mazza e colleghi (2011) e di Mahadevan e colleghi (2013), non solo hanno confermato le ipotesi precedentemente elencate, ma hanno anche aggiunto l’assenza di differenze significative tra i soggetti con disturbo bipolare I e i pazienti con disturbo bipolare II. Pertanto è possibile concludere che la ricerca sull’aumento della libido come sintomo della depressione bipolare è giustificato. Tuttavia, è da tenere in considerazione che non sono state fatte numerose ricerche, in tempi recenti, che abbiano analizzato questa dinamica o che abbiano tentato di replicare questi risultati.

La letteratura sembra anche mostrare che i comportamenti sessuali a rischio sono più frequenti in questa categoria diagnostica, precisamente nel corso della fase maniacale, rispetto ai pazienti appartenenti al gruppo di controllo, sebbene non siano prevalenti soltanto nei pazienti bipolari. Questa tipologia di condotta, viene molto spesso riscontrata anche in pazienti depressi, schizofrenici e schizoaffettivi.

Per quanto concerne l’aspetto delle relazioni di coppia, gli articoli considerati hanno rivelato che i pazienti bipolari hanno più punti di forza utili nel gestire le loro relazioni rispetto ai pazienti con altre malattie mentali croniche. Non soltanto sembrano essere più capaci di mantenere relazioni stabili, ma anche hanno più probabilità di avere figli rispetto ai pazienti con disturbi dello spettro psicotico. Precisamente, negli esperimenti che hanno usufruito di gruppi di controllo sani, i pazienti con disturbo bipolare si avvicinavano maggiormente ai gruppi di controllo per quanto riguarda la qualità della relazione, lo sviluppo sessuale, la soddisfazione sessuale e l’adattamento coniugale. Tuttavia, i partner di questa tipologia di pazienti hanno rivelato una diminuzione della soddisfazione sessuale, oltre che ad una complessiva insoddisfazione coniugale, sia durante la fase maniacale che depressiva della malattia. Infine, è apparso evidente che problemi di disfunzione sessuale nei pazienti bipolari sembrano essere più comuni durante gli episodi depressivi, sottolineando ancora di più la presenza di un rapporto tra la depressione e l’iposessualità.

Per quanto concerne i limiti delle ricerche finora condotte, non solo manca una definizione chiara di ipersessualità, ma anche un chiarimento circa il comportamento sessuale a rischio. Tale denominazione può fare riferimento a comportamenti di flirting, masturbazione, prostituzione e sesso non protetto. Inoltre, la presente revisione, non ha trovato alcuno studio attuale che abbia esaminato l’eziologia, il decorso o la prevalenza dell’ipersessualità in episodi maniacali e ipomaniacali, così come non sono state trovate ricerche recenti che abbiano esaminato il rapporto tra depressione bipolare e iposessualità.

Approfondire tali tematiche, in relazione al disturbo bipolare, avrebbe sicuramente delle significative implicazioni per il trattamento, gli esiti e la qualità generale della vita di questi pazienti.

 

L’importanza del packaging nella selezione dei prodotti alimentari

Il modo in cui un prodotto commerciale, e nello specifico uno di tipo alimentare, viene presentato, influisce sulla decisione del consumatore di acquistarlo, in quanto aiuta ad evitare di portare sulla propria tavola cibi che contrastano con la propria filosofia alimentare.

 

 Ogni confezione fornisce, infatti, una serie di informazioni riguardanti gli ingredienti e i procedimenti di preparazione utilizzati, i quali possono essere considerati degli importanti indicatori della qualità di ciò che si è prossimi a comprare (Hawkes, 2010). A tal proposito particolare attenzione viene attribuita sia agli elementi non-verbali, come forma, grafica, colore e dimensione, sia agli elementi verbali relativi ai valori nutrizionali ed ai benefici in termini di salute (Silayoi & Speece, 2004). È necessario infatti che le scelte effettuate in termini di combinazioni di colori e di immagini presentate rispecchino il messaggio finale che si vuole trasmettere al futuro acquirente (Kozup, Creyer, & Burton, 2003).

Partendo dal presupposto che le nuove generazioni sono complessivamente sensibili al benessere psicofisico, oltre che all’importanza di avere abitudini salutari (Valentine & Powers, 2013), il presente studio si propone di indagare la relazione tra stile di vita ed attenzione al packaging dei prodotti alimentari acquistati, considerando anche le possibili differenze tra fasce d’età (Kuster, Vila, & Sarabia, 2019). Focalizzandosi su un campione di individui nati tra il 1982 ed il 2004, i questionari somministrati hanno valutato la tipologia di stile di vita condotto, l’importanza dedicata al cibo, al fine di avere una corretta alimentazione, e la rilevanza del packaging utilizzato nella scelta dei prodotti da acquistare. Nello specifico, il primo aspetto comprende una distinzione tra stile di vita sano e non, in base alla frequenza con la quale viene praticato lo sport, al seguire delle corrette abitudini per quanto riguarda le attività di riposo e le ore di sonno giornaliero ed al tipo di educazione alimentare seguita. Il secondo aspetto, invece, prende in esame ogni singolo elemento implicato nell’adottare un’alimentazione corretta, ovvero, acquisto, preparazione, cottura, consumo e smaltimento. Il terzo aspetto, infine, considera l’importanza attribuita a stimoli visivi e verbali riportati sulle confezioni dei prodotti alimentari acquistati.

 I risultati rilevano innanzitutto una relazione tra un corretto ciclo sonno-veglia ed un’alta attenzione al tipo di alimentazione seguita, mostrando come il voler avere uno stile di vita sano concerne anche la scelta di quali cibi vengono consumati. Inoltre, i dati confermano che i consumatori prendono in considerazione il tipo di packaging utilizzato prima di decidere se acquistare o meno un determinato prodotto alimentare e che questo è tanto più vero per coloro che rientrano nella categoria dei giovani adulti piuttosto che per gli adolescenti del presente studio. Sembrerebbe infatti che coloro che sono nati tra il 1982 e il 1996 siano più inclini a notare questi aspetti rispetto ai più giovani che invece sono particolarmente abili in ciò che concerne le nuove tecnologie e le informazioni da esse veicolate (Higgins, Wolf, & Wolf, 2016).

In conclusione, quanto emerso deve sollecitare l’industria alimentare ad investire sul miglioramento degli elementi visivi e verbali riportati sulle confezioni dei loro prodotti, se si vuole ottenere un aumento nelle vendite, oltre che un diffondersi di un’educazione basata su una cultura alimentare sana. Il consumatore, propenso all’acquisto di prodotti che ispirano fiducia e sicurezza, sarà in questo modo incoraggiato a condurre uno stile di vita sano e avrà maggior consapevolezza dei benefici che una corretta alimentazione comporta in termini di salute.

 

La comunicazione, tra il detto e il non detto. Tra il linguaggio e la comunicazione non verbale.

Elemento importante che contraddistingue l’essere umano rispetto gli animali è l’uso della parola per riuscire a rapportarsi insieme ai suoi simili, e per riuscire anche in quello che è il ruolo della sopravvivenza dell’essere umano, perché grazie al linguaggio gli esseri umani riescono ad avvertire i propri simili della presenza di un eventuale pericolo, oppure a renderli partecipi dei propri stati d’animo e sentimenti.

 

Il linguaggio è stato uno dei più grandi misteri che ha accompagnato l’uomo. Si è attribuita a questa capacità una visione religiosa e mistica, in quanto, nessun altro essere è in grado di attribuire un nome agli oggetti, oppure di utilizzare simboli per rapportarsi a questi. Ai giorni d’oggi è vista come oggetto di studi esaminato da parte di psicologi, psicolinguisti, e psicologi dello sviluppo; questo perché molti sono stati attratti dalla la visione della scoperta del processo che porta il bambino allo sviluppo del linguaggio e a imparare quella che è la lingua madre e le altre lingue. Da sempre molti studiosi si sono chiesti come questo avvenga. Su questo tema sono sorte diverse teorie e anche diversi punti di vista con lo scopo di spiegare i possibili sviluppi che si manifestano nel bambino e la loro relazione con gli organi deputati al linguaggio;  ma queste stesse teorie manifestano anche un’incapacità nel riuscire a spiegare lo sviluppo di determinati fenomeni linguistici.

Partendo da quanto dice il Vocabolario Zanichelli (2007) il linguaggio non è altro che la:

Capacità peculiare della specie umana dì comunicare per mezzo di un sistema di segni vocali […] la quale presuppone l’esistenza di una funzione simbolica[…].

Gli autori mettono in evidenza come per gli esseri umani sia rilevante e stretto il collegamento tra la funzione comunicativa e quella linguistica. Ma qual è, effettivamente il legame che esiste tra il linguaggio e la comunicazione? Non è sempre così evidente come sembra. Si può notare come le diverse specie animali comunicano tra di loro anche senza l’uso della parola, questo induce a pensare che tra di loro stia avvenendo una forma di comunicazione; un esempio è la danza delle api le quali muovono il loro corpo con la finalità di trasmettere un messaggio. Anche la capacità da parte dell’essere umano di riuscire a trasmettere dei messaggi ai suoi simili grazie alla condivisione di alcuni gesti, ad esempio la lingua dei segni, comporta l’utilizzo di questo metodo. Da questo, allora, si deduce che la comunicazione necessita della condivisione di uno stesso codice, ma è possibile comunicare anche con altri sistemi oltre ad adoperare un codice prettamente verbale. L’uso della lingua parlata ha in sé la capacità di poterla modificare, tale processo di modifica viene definito come la ‘creatività del linguaggio’. Il linguaggio è articolato su due livelli: il livello dei suoni (fenomeni) e quello delle parole (dualità di struttura). I suoni in sé non hanno alcun significato; a loro volta combinando le parole tra loro otteniamo le frasi il cui significato è più della somma delle parole. Infatti la creatività del linguaggio sta proprio in questo: nella capacità di poter variare in maniera infinita i discreti elementi delle parole così da poter formare le varie frasi con diverso significato. In linguistica con il termine di competenza ci si riferisce alla piena conoscenza di una lingua, tale termine è molto usato da parte degli psicologi che si occupano dei processi dì elaborazione del linguaggio. Importante è distinguere la competenza, dall’utilizzo effettivo della lingua, cioè l’esecuzione linguistica. Una proprietà importante riguardante l’implicazione dello studio e l’elaborazione linguistica è la sua forma arbitraria di comunicazione; cioè la sua trasmissione arbitraria che è impossibile da cogliere senza la preliminare comprensione della sua forma e del significato. In una posizione diametralmente opposta vi è la dimensione iconica, all’interno della quale è possibile individuare il significato del messaggio espresso dal soggetto.

Ma naturalmente non è possibile esprimersi attraverso la sola forma iconica, anche se di gran lunga più facile da imparare; perché un messaggio necessita di un segno concordato in precedenza per designare parti particolari del messaggio. Quindi la rappresentazione arbitraria del significato è essenziale alla piena creatività di una lingua, i messaggi espressi solo esclusivamente in forma iconica, trasmetterebbero solamente una stretta forma di messaggi, compromettendo la creatività linguistica.

La capacità di linguaggio è una capacità umana ed è possibile che ci sia un salto qualitativo tra noi e le altre specie animali, specialmente quelle più prossime. Molti, infatti, sono gli studi attuati su diversi animali, tra i quali i più importanti sono gli esperimenti fatti sugli scimpanzé.

Uno tra i più famosi di questi è quello svolti da Hayes e Hayes (1951). Questi allevarono per 6 anni uno scimpanzé di nome Vicky insegnandogli la lingua inglese, ma quest’animale, dopo tutto il periodo di addestramento, era riuscito ad acquisire la capacità di dire 4 parole.

Una ragione dell’insuccesso totale di questi studi è sicuramente il fatto che l’apparato fonatorio dei primati non umani non è adatto a produrre suoni linguistici; per esempio, i primati non umani, come nell’esperimento di Hayes e collega, non sono in grado di controllare le labbra e la lingua in modo da ostruire l’aria come gli umani, e la loro laringe è troppo alta per poter permettere la produzione dei suono tipici del linguaggio. Nel tentativo di superare i limiti anatomici dei primati non umani, i ricercatori hanno utilizzato diverse strategie per quanto riguarda l’acquisizione di un linguaggio diverso da quello orale.

I coniugi Gardner (1969,1971) utilizzarono la lingua dei segni americana (ASL), cercando di insegnarla allo scimpanzé femmina di 10 mesi, Washoe. Da 11 a 51 mesi Washoe fu esposta a una forma semplificata del lingua dei segni americana e acquisì circa 150 segni attraverso l’ imitazione, o in altri casi attraverso l’addestramento specifico, in cui l’insegnante faceva alla mano di Washoe la forma del segno e poi ne guidava il movimento. Washoe imparò a combinare i segni, in modo abbastanza simile a quanto fanno i bambini di 2 anni (es. “tu bere, andare, mangiare”); tuttavia ad un esame attento si è osservato che l’ordine dei segni nella produzione di Washoe era meno rigido e più caotico rispetto a quanto si osserva nelle combinazioni dei bambini. Washoe era in grado di distinguere ordini diversi delle parole ( “tu picchi me ” ; “io picchio tè”). Tutta via non era in grado di svolgere spontaneamente dette domande nei confronti di chi l’accudiva, cosa che invece i bambini fanno. I dati ottenuti dagli esperimenti dei Gardner furono in seguito riesaminati e ne fu sottolineata la difficoltà nell’interpretare i diversi segni di Washoe in termini di abilità linguistiche. Riesaminando il lavoro di Gardner, Terrace, Petitto Sanders e Bever (1979), osservando le registrazioni di Washoe, hanno notato come l’animale imitasse i movimenti che produceva l’istruttore .

Conclusioni simili sono state tratte nei confronti delle abilità di Nim, uno scimpanzé studiato da Terrace e colleghi (1979). Anche questo scimpanzé ha imparato durante i suoi primi 4 anni di vita la lingua dei segni americana, ha acquisito numerosi gesti e ha prodotto circa 20.000 combinazioni formate da 2 o più gesti rispettando un certo ordine. Ma a un’analisi attenta è risultato che, a differenza di quanto accade nei bambini, che col tempo acquisiscono una maggiore padronanza della lingua e producono frasi sempre più lunghe ed elaborate, questo non avviene in Nim, che invece, produce sempre frasi brevi e poco elaborate. Inoltre, si è evidenziata una scarsa capacità d’iniziativa da parte di quest’ultima, la quale tende a terminare frasi già iniziate dall’istruttore e, come nel caso di Washoe, a riprodurre i gestì forniti dall’istruttore .

Premack (1971), invece, ha usato con Sarah, un altro scimpanzé di 7 anni, un linguaggio artificiale in cui dei gettoni di plastica, di forma, colore, dimensione, differente l’uno dall’altro, diventavano delle vere e proprie lettere che venivano cambiate in modo da formare una comunicazione linguistica con le proprie regole arbitrarie.

A differenza degli altri animali degli studi esposti prima, Sarah era stata cresciuta in un laboratorio e inizialmente le erano stati insegnati due segni, tra i quali essa doveva scegliere quello corretto e veniva premiata con del cibo. Così Sarah imparò ad associare simboli e oggetti o eventi, parole che stavano per attributi, azioni e relazioni astratte. Successivamente, lo scimpanzé è stato addestrato a rispondere a sequenze e simboli. Combinando i gettoni in un ordine differente Sarah riusciva produrre delle frasi differenti. Essa manifestava una certa sensibilità all’ordine delle parole nell’esecuzione dei compiti. Tuttavia, fuori dal laboratorio Sarah si mostrava come indifferente rispetto agli stimoli simbolici; questo suggerisce che non aveva imparato a parlare ma a risolvere determinati problemi con l’ausilio dei simboli e dei gettoni.

 

Curare i Disturbi dell’Alimentazione al tempo del Coronavirus: intervista agli esperti

Il 16 aprile la Dott.ssa Rosaria Nocita, coordinatrice del Centro Disturbi dell’Alimentazione di Milano – CIPda, ha intervistato i professionisti che attualmente si stanno occupando di pazienti affetti da Disturbi dell’Alimentazione (DA).

 

Le condizioni della Quaratena degli ultimi mesi stanno accentuando il disagio per queste persone, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista psicologico. Alle problematiche proprie del Disturbi Alimentari, sintomi da malnutrizione e bisogno estremo di controllo, si aggiungono limitazioni sulle possibilità di cura, cambiamenti relativi al setting (da terapie vis à vis a terapie online) e, per pazienti adolescenti, una maggiore difficoltà delle relazioni con i genitori e della gestione alimentare condivisa con essi.

Ma quali sono i problemi che, in questo periodo, emergono maggiormente nella cura di pazienti con Disturbi Alimentari? Cosa si nota rispetto alla difficoltà di ingaggiare questi pazienti? È cambiata la motivazione al trattamento? Come stanno affrontando i problemi della convivenza gli adolescenti e i loro genitori? Gli esperti intervistati hanno fornito risposte molto interessanti su questi temi e hanno offerto un ricco contributo grazie alle diverse competenze e all’esperienza in contesti di cura differenti di ciascuno.

 

 

CURARE I DISTURBI ALIMENTARI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS – GUARDA L’INTERVISTA:


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DSA e Intervento Integrato: l’importanza di un intervento di gruppo

I DSA, Disturbo Specifico dell’Apprendimento, riguardano difficoltà di lettura, scrittura e/o calcolo: i bambini a cui è stata posta diagnosi di Disturbo dell’Apprendimento non hanno un deficit intellettivo, anzi, affinché esso si possa diagnosticare il Quoziente Intellettivo deve rientrare nella norma (American Psychiatric Association, 2013).

 

I disturbi dell’apprendimento che rientrano nei DSA sono: specifici, perché riguardano esclusivamente alcuni processi di apprendimento, hanno una matrice evolutiva, in quanto il disturbo dell’apprendimento si manifesta in età evolutiva ed è modificabile con interventi specifici, e hanno origine neurobiologica, dato che i DSA non sono conseguenze di traumi, blocchi educativi, psicologici, relazionali e non nascono dalla poca applicazione allo studio.

I limiti di un intervento standard

La presa in carico di un bambino o ragazzo con DSA si articola, solitamente, nelle seguenti attività: diagnosi, progettazione e realizzazione di training riabilitativi, applicando protocolli specifici per il potenziamento delle abilità cognitive dei pazienti. Tuttavia, tale tipologia di intervento è concentrata sul miglioramento della performance scolastica dei bambini, trascurando il benessere psicofisico, aspetto importantissimo per un adeguato sviluppo psico-emotivo. Infatti, porre attenzione quasi esclusivamente alle “carenze” del bambino o del ragazzo non permette di far fronte alla sofferenza e al senso di inferiorità che gli stessi vivono.

Il bambino che ha uno o più DSA, almeno inizialmente, si impegna nello svolgimento dei compiti scolastici, anche se nonostante gli sforzi non è riuscito a ottenere il risultato sperato. Successivamente, però, gli ostacoli che incontra nel proprio processo di apprendimento lo porta ad essere demotivato, disinteressato e a mettere in atto atteggiamenti di evitamento nei confronti dei compiti scolastici per sottrarsi alla frustrazione e all’insuccesso atteso (Cornoldi, 1991; Tressoldi e Vio, 1996).

A tal proposito, la letteratura scientifica evidenzia come i disturbi dell’apprendimento, del comportamento e i disturbi emotivi siano significativamente correlati tra loro (De Noni et al., 2009): molte ricerche hanno messo in relazione il disturbo di apprendimento con un disagio caratterizzato da bassa autostima, senso d’inadeguatezza, isolamento e problemi relazionali. Tali vissuti sono, in parte, dalle interpretazioni degli insuccessi che vivono spesso questi ragazzi.

Alla luce di quanto riportato nel presente articolo, si evidenzia l’importanza di valutare anche la dimensione emotiva dei bambini e dei ragazzi con DSA e di intervenire affinché questi possano avere un migliore qualità di vita, comprendendo come il proprio successo e la propria autostima possano essere svincolati da una performance scolastica.

Intervento psicologico di Gruppo per bambini e ragazzi con DSA

Affinché i vissuti emotivi possano essere elaborati, è essenziale che le emozioni e le percezioni che ciascuno ha di se stesso vengano espresse e verbalizzate: i bambini e i ragazzi con DSA si trovano ad affrontare quotidianamente le loro difficoltà per almeno 5-6 ore al giorno, spesso, con ridotta comprensione da parte degli altri delle loro frustrazioni.

Per tale motivo, e data la tendenza ad assumere la piena responsabilità dei propri insuccessi, comprendere – all’interno di un gruppo di coetanei aventi le stesse problematiche – la natura delle proprie difficoltà, fare esperienza di come non si sia gli unici a vivere specifici vissuti emotivi, empatizzare e trovare uno spazio in cui esporre le proprie esperienze frustanti, permette ai bambini e ai ragazzi con DSA di rielaborare l’immagine di se stessi, deresponsabilizzandosi dagli insuccessi scolastici di cui si è fatto esperienza (Donovan, MacIntyre & MacMaster, 2002).

È, dunque, essenziale affiancare al potenziamento cognitivo un intervento psicologico di gruppo, i cui vantaggi risiedono proprio nella natura stessa dell’intervento: tutti i partecipanti sono uguali e il terapeuta lascia molto spazio e molta libertà ad ognuno, convertendosi in una voce del gruppo che non sta al di sopra di questo; nessuno viene giudicato e vengono promossi l’appoggio e la cooperazione reciproci; si sviluppa un sentimento di appartenenza al gruppo che favorisce la percezione di fare parte di qualcosa e la libertà di espressione senza timore; ascoltare le storie altrui può essere uno spunto di riflessione per risolvere i propri problemi; si crea la possibile di sperimentare se stessi compiendo una rivalutazione della propria percezione di sé e, conseguentemente, della propria autostima.

 

Binge-watching: quali motivazioni?

Le differenze individuali relative ai tratti psicologici influenzano il modo e l’intensità con cui si ricorre all’utilizzo dei media. Shim e Kim (2018) si sono focalizzati sui tratti psicologici che moderano le motivazioni alla base del binge watching. 

 

Il progresso e la diffusione delle tecnologie di comunicazione delle informazioni (ICTs), lo sviluppo dei dispositivi multimediali personali e le connessioni a internet, in grado di fornire contenuti ovunque e in qualsiasi momento, hanno cambiato in maniera significativa i mezzi e la qualità del consumo dei media. Attraverso lo streaming online, è oggi possibile guardare le proprie serie TV preferite in successione, piuttosto che guardare un episodio a settimana (Hirsen, 2015; Sodano, 2012). Infatti, il comportamento incontrollato, connotato con il termine “binge”, è definito come il consumo di elevate quantità di un prodotto in un ridotto periodo di tempo. Recenti sondaggi hanno rivelato che il 70% degli americani guarda mediamente cinque episodi consecutivi, mentre l’88% degli abbonati a Netflix ne guarda almeno tre al giorno (Spangler, 2016).

Nel 2018 è stato condotto un sondaggio online su 785 binge watchers, al fine di esplorare, da un lato, le motivazioni che spingono gli individui ad “abbuffarsi” di serie TV, dall’altro in che modo i tratti psicologici influenzano tale condotta. Precisamente, gli obiettivi sono stati principalmente due: individuare le ragioni alla base del fenomeno, ed esplorare se esse sono connesse al comportamento tipico del binge wacthing.

Il presente studio adotta un approccio centrato sull’utente, basato sulla teoria degli usi e della gratificazione (U&G) per esplorare le potenziali motivazioni responsabili del comportamento da binge watching. Precisamente, tale cornice teorica concettualizza la gratificazione come il grado di soddisfazione sperimentato dai soggetti quando i servizi e i contenuti soddisfano le loro aspettative e necessità (Katz, Blumer, & Gurevitch, 1973). Atkin (1985) sosteneva che gli individui utilizzano i media per soddisfare desideri intrinseci, quali il divertimento, o perseguire utilità estrinseca, quale la ricerca di informazioni. Bryant e Miron (2002) sostenevano, invece, che l’uso dei media fornisce un’esperienza intrinsecamente gratificante, permette di raggiungere un certo equilibrio tra stati emotivi positivi e negativi, favorendo, inoltre, la ricerca di sensazioni e novità.

È noto che le differenze individuali relative ai tratti psicologici influenzano il modo e l’intensità con cui si ricorre all’utilizzo dei media (Wimmer & Dominick, 2013). In particolare, Shim e Kim (2018) si sono focalizzati sulle differenze individuali relative al sensation seeking e al bisogno di cognizione, intese come tratti psicologici chiave che moderano gli effetti delle motivazioni del binge watching sul comportamento di binge watching. Per sensation seeking, si intende la tendenza a ricercare costantemente nuove esperienze ed emozioni; per bisogno di conoscenza ci si riferisce al bisogno dell’osservatore di scoprire e conoscere sempre di più la trama.

Il sondaggio è stato inviato online a 1300 Sudcoreani, dei quali 785 hanno riportato la loro esperienza di binge watching di serie TV. Gli items del questionario sono stati adattati a partire da precedenti studi validi. Ogni variabile è stata punteggiata su una scala Likert a 5 punti che va da 1 = fortemente in disaccordo a 5 = fortemente d’accordo.

I risultati hanno rivelato che fra le motivazioni chiave per il binge watching vi sono: divertimento, efficienza, consiglio da parte di altri, controllo percepito e fandom. Nello specifico, divertimento, efficienza e fandom sono predittori significativi del comportamento da binge watching, soprattutto tra gli individui con un elevato bisogno di conoscenza ed elevato sensation seeking, favorendo, pertanto, una gratificazione puramente legata al piacere. Al contrario, efficienza e controllo percepito pongono l’accento sui benefici pragmatici e utilitari del binge watching. Di fatti, la possibilità di guardare più episodi consecutivi della propria serie TV preferita, permette all’osservatore, da un lato di fuggire dallo stress quotidiano, permettendogli l’accesso ad un mondo fantastico comprensivo dei personaggi amati, dall’altro gli fornisce divertimento e intrattenimento.

Psicologia e Opera: un training per i cantanti lirici

Sembra che i cantanti d’opera debbano mantenere una forte motivazione e una capacità di auto-regolazione per fronteggiare lo stress e l’ansia legate alle condizioni di lavoro e alle pressioni psicologiche.

 

 Non è insolito per i cantanti d’opera fronteggiare momenti di stress e ansie dovute alla propria condizione occupazionale e alla performance (Kenny, Davis, & Oates, 2004), convivendo spesso con una sensazione d’incertezza dovuta anche alla condizione itinerante dei programmi di lavoro e il conseguente isolamento personale (Kenny et al., 2004).

Sembra che in questa categoria di artisti più alto è il livello di ambizione, maggiori sono perfezionismo e ansia (Barbara, Crippab, & Osoriob, 2014; Kenny et al., 2004; Ryan & Andrews, 2009).

Date queste premesse – psicologiche e lavorative – appare fondamentale per i cantanti d’opera mantenere una forte motivazione e una capacità di auto-regolazione per fronteggiare le numerose situazioni stressanti (Gratz & Roemer, 2004).

Nonostante esistano programmi di trattamento (Kenny, 2005) e di training (Bartle, 1990; du Plessis et al., 2001; Ryan et al., 2006) specifici per i cantanti, sinora c’è pochissima letteratura in merito agli effetti di questi programmi sul benessere psicologico dei cantanti.

A questo scopo Thomson et al. (2017) hanno investigato gli effetti di un programma intensivo che si focalizzasse sia sulla performance sia sul benessere psicologico dei cantanti d’opera. Per questo studio 123 cantanti d’opera (19 maschi e 104 femmine) sono stati reclutati e sottoposti a un programma di training – indifferentemente di 2 o 4 settimane – che includeva lezioni di canto, di tecnica sulla performance, sulla visualizzazione, sulla recitazione, e anche sullo yoga, il movimento, l’improvvisazione, il marketing e i social media.

La filosofia dietro questo programma, e l’ipotesi dello studio, era che un ambiente supportivo in cui esercitarsi per l’affinamento di diverse skill – non solo musicali – senza la scure della critica avrebbe avuto benefici sul senso di autostima e di regolazione delle emozioni, oltre che sulle sensazioni legate alla vergogna, all’ansia e al perfezionismo.

Per la valutazione di questi costrutti sono stati consegnati ai partecipanti i seguenti questionari in tre tempi diversi – immediatamente prima del training, immediatamente dopo e sei mesi dopo: Difficulties in Emotion Regulation Scale (DERS, Gratz & Roemer, 2004) per la valutazione della regolazione delle emozioni; Dispositional Flow Scale-2 (DFS2, Jackson, & Eklund, 2004) per la valutazione del flow, connesso alla performance; Internalized Shame Scale (ISS, Cook, 2001) per la valutazione della sensazione di vergogna; Multidimensional Perfectionism Scale (MPS, Hewitt & Flett, 2004), una scala sui tratti perfezionistici; Trait Anxiety (STAI-Y2, Spielberger, 1983), per la valutazione dell’ansia.

 Dai risultati è apparso che i cantanti (sia che avessero seguito il corso di due, sia di quattro settimane) hanno migliorato la propria performance, riportando di aver percepito intervalli più consistenti di flow, sia dopo il training sia nel follow-up di sei mesi. I partecipanti hanno inoltre riportato benefici nella regolazione delle emozioni e in termini di autostima, oltre che un abbassamento delle sensazioni legate alla vergogna, dei tratti perfezionistici e ansiosi. Questi benefici sono rimasti stabili anche a distanza di sei mesi.

Questi risultati – che incoraggiano anche un’attenzione verso l’evidenza empirica in questo ambito – hanno confermato l’ipotesi iniziale, e rappresentano un tassello importante per la definizione e la messa in pratica di programmi strutturati specifici per i cantanti d’opera: fornire gli strumenti pratici per l’aumento dell’autostima e della regolazione delle emozioni può essere senz’altro considerato di beneficio anche dal punto di vista artistico.

 

Desiderio e sessualità: il difficile binomio per la coppia

Ci sono infatti sempre più coppie che si allontanano dalla loro vita sessuale, quasi senza prenderne coscienza. La poesia dell’incontro dei corpi non riesce più ad esprimersi e diviene solo un lontanissimo ricordo.

 

 “Quello che più mi piace, ancora non lo conosco”, potrebbe essere questo lo slogan di molte coppie che dopo qualche anno di vita condivisa, non si ritrovano più nell’incanto del primo abbraccio. Iniziano allora a costruire una distinzione tra sesso e amore, col risultato che tutto quello che desiderano, non viene messo in atto e si trasforma in un problema, al punto da erigere, tra la sessualità e il sentimento amoroso, una vera e propria barriera, che spesso diventa un limite tra le lenzuola. Fino a quando creano un confine netto tra le due cose, ovvero dove comincia e finisce il sesso e, dove comincia e finisce l’amore, confine che diventa spesso invalicabile.

Ecco allora che la poesia dell’incontro dei corpi non riesce più ad esprimersi, ma diviene un lontanissimo ricordo.

Desiderio e Sessualità : quando il dialogo è impossibile

L’errore più frequente è quello di parlarne. Di stabilire cosa fare o non fare, come farlo, quando farlo, perché farlo e via di seguito.

Lui si rivolge a lei con pensieri, spesso anche frutto di stereotipi, del tipo:

 “Ho le mie esigenze … vorrà mica che mi trovi un’amante?”
“E’ troppo fredda”
“E’ chiusa, non apre la mente, c’è altro”
“Fa sempre le stesse cose”
“Sembra una statua di ghiaccio”
“Possibile che senta sempre dolore?”
“Come faccio a dirle che penso di non riuscirci”
“Non ho più stimoli, ma non so come dirglielo”

I pensieri di Lei:

“Fa sempre le stesse cose, da come mi guarda già capisco cosa vuole fare”
“Non mi pensa tutto il giorno e poi la sera a letto vuole fare …”
“Che noia, finisce in pochi secondi e pretende pure che gli dica quanto è bravo!”
“Per lui sono diventata invisibile, poi quando ha voglia, allunga la mano”
“Non mi sento desiderata”
“E’ evidente che non gli piaccio più”
“Lo desidero, ma poi immagino come va a finire e allora…”
“Aspetta che mi addormento per venire a letto”
“Resta a guardare la TV e si addormenta sul divano”

Queste sono solo alcune frasi che vengono dette o pensate in una coppia.

Il pensiero maschile di avere “esigenze sessuali” che una donna non ha è un retaggio di una cultura machista, che non riconosceva alle donne una valenza soggettiva di sessualità, né di desiderio. Una concezione grottesca e riduttiva della sessualità, che ancora oggi si ritrova, purtroppo, in tanti giovani uomini.

Nella coppia la questione sessuale si complica maggiormente quando i due cominciano a disquisirne, fino a diventare un vero e proprio enigma da risolvere.

Specialmente nella vita di coppia e particolarmente riguardo all’argomento sessuale, sarebbe buona regola differenziare ciò di cui è bene parlare e quello di cui è bene tacere. Invece, la coppia intraprende un vero e proprio contraddittorio, dove ognuno argomenta le proprie ragioni, con riflessioni di ogni tipo.

Il risultato molto spesso è quello di “progettare” come farlo e quando, eliminando in questo modo l’aspetto più naturale della sessualità, rendendo obbligato qualcosa che per natura nasce spontaneamente. Favorendo, in questo modo, la gran parte dei disturbi della sessualità, che inevitabilmente si manifesteranno nella vita della coppia.

L’istinto sessuale è un elemento naturale che appartiene al genere umano, si connota di vari aspetti a seconda della cultura di riferimento. Non è infatti pensabile parlare di sessualità senza contestualizzarla storicamente.

Desiderio e Sessualità: col web sotto le lenzuola

Oggi di sesso se ne parla tanto, nei modi più disparati. La facilità con cui è possibile accedere alla pornografia in rete, rappresenta uno dei modi per “informarsi”, ma anche il modo più pericoloso per “allontanarsi” dalla propria vita sessuale-emotiva.

Gli uomini sono coloro che più spesso si avvalgono della visione di video pornografici e passano più tempo delle donne a guardarli. Uno dei rischi dell’elevata disponibilità della pornografia on line, gratis o a buon mercato, è quello di allontanare il soggetto dall’esperienza reale, favorendo, talvolta, anche l’insorgenza del disturbo cosiddetto porn-addiction.

Si tratta di una vera dipendenza che investe sia l’aspetto emotivo, che quello compulsivo. Per cui il soggetto agisce come se ricevesse continui stimoli per ricercare il piacere, in maniera sempre più pressante. Il disturbo spesso diventa invalidante al punto da compromettere le relazioni affettive e chiedere l’aiuto di esperti per guarirne.

Sappiamo che l’erezione è un meccanismo sottoposto al controllo cerebrale, questo vuol dire che non può essere comandato, ma può essere inibito dalla paura, dall’insicurezza o, come sempre più spesso accade, dall’uso di alcol e di sostanze stupefacenti.

Se per un verso le fantasie erotiche svolgono le funzioni di aumentare il livello di eccitazione sessuale e dare piacere, dall’altro la visione di filmati a contenuto erotico può favorire un immaginario erotico che spesso è troppo distante dalla realtà.

Guardare video di contenuto pornografico ed eccitarsi al punto da avere un’erezione, può essere piacevole, ma quando assume i tratti di una modalità ricorrente, ripetuta ed esclusiva, distorce la percezione delle sensazioni che si possono provare quando si è al cospetto di una persona reale.

Infatti, poiché ciò che viene proposto cinematograficamente è frutto di artifici e di performance sceniche, che non hanno nulla a che vedere con le reali sensazioni dei soggetti coinvolti, il voler emulare le prestazioni sceniche degli attori, conduce a continue frustrazioni che possono produrre, paradossalmente, l’effetto della rinuncia all’incontro con l’altro o alla inevitabile defaillance sessuale. L’altro rischio è quello di pretendere dall’altro/a azioni e comportamenti visti in rete, senza modulare le proprie richieste sui desideri ed i bisogni dell’altro/a.

Un altro elemento sfavorevole per la coppia, è la rinuncia della sessualità reale in favore di quella virtuale. Comportamento che deteriora il rapporto di coppia, spesso in modo irreversibile.

Ci sono infatti sempre più coppie che si allontanano dalla loro vita sessuale e lo fanno per indolenza, quasi senza prenderne coscienza. Ma, come spesso accade, può succedere che, per motivi che solo apparentemente non riguardano la sessualità, ci si rivolge ad un terapeuta, sarà a quel punto che, inevitabilmente, emergerà la disfunzionalità sessuale della coppia.

Desiderio e Sessualità: cosa succede quando il giudizio imprigiona il piacere

Un mito da sfatare riguardo la sessualità femminile è quello che relega le disfunzioni sessuali femminili al tabù del sesso.

Il sesso è stato, per molti aspetti, sdoganato dai tabù e preconcetti a cui una certa cultura conservatrice e misogina l’aveva relegato. In favore di un sempre maggiore riconoscimento della sua importanza, per l’equilibrio psico emotivo di ogni persona, a prescindere dal genere di appartenenza.

Lo stesso Sant’Agostino ci ricorda che

Nessuno può vivere senza il piacere.

Ci sono persone che hanno vergogna di mostrarsi o di rendere in forma esplicita i propri desideri erotici e ciò può essere inconsapevolmente validato dall’incapacità del partner di interpretare e di favorirne l’esternazione naturale degli stessi.

Talvolta, atteggiamenti e/o considerazioni, anche rivolti ad altri argomenti, che sembrano non essere correlati alla sessualità, ma che possono essere ricondotti a tematiche di pudore e vergogna, hanno la capacità di generare difficoltà emotive che creano un vero blocco rispetto alla sua sessualità e al modo di considerare il piacere.

A volte il proprio corpo resta un mistero. E’ un mistero che va svelato e compreso se si vuole coglierne appieno le caratteristiche e concedersi piacevolmente al suo volere. Ma cogliere le sfumature del suo desiderio, per intraprendere la strada a due verso la realizzazione dell’incontro sessuale, non sempre è possibile. Questo perché quando una persona non si sente pienamente desiderata o si sente giudicata o non accolta in tutte le sue caratteristiche, non riesce ad abbandonarsi al fluido dei sensi. Lo stato di vigilanza infatti non favorisce l’eccitazione, né la compliance sessuale.

Quando un individuo si mostra “chiuso” verso il proprio partner, nella maggior parte dei casi succede perché questi non è riuscito a conoscere e dunque interpretare appieno i desideri del suo corpo.

Atteso che il desiderio sessuale ha origine nel cervello ed è un bisogno che si attiva in modo naturale, appare evidente quanto possa subire l’influenza dell’ambiente in cui si sviluppa e del modo in cui viene sollecitato. L’attivazione del desiderio infatti subisce varie influenze, specialmente di tipo ambientale, ecco perché è importante la creazione di un “luogo” che possa accogliere ed alimentare il desiderio dei partner.

Gli uomini e le donne hanno una stimolazione sensoriale differente, generalmente i maschi si attiverebbero visivamente, le femmine subirebbero maggiormente il fascino della stimolazione cutanea e verbale, come carezze, baci e parole sensuali. Sappiamo che gli ormoni ne influenzano l’attivazione. In particolare gli androgeni che sono quelli maggiormente coinvolti nel processo di attivazione del desiderio, ormoni maschili ma presenti anche nelle donne.

Il piacere femminile dunque segue strade diverse da quello maschile, con tempi differenti. La sua attivazione avviene seguendo percorsi sensoriali ed emozionali, ovvero corpo e spirito si devono attivare per favorirne l’incontro e la distensione emotiva.

E’ bene sottolineare che il desiderio sessuale anche se viene attivato, sostenuto e si manifesta in modo differente, ha la stessa intensità sia nella donna che nell’uomo, ovvero è uguale per entrambi.

Si manifesta in modo differente. Il maschio con segnali più espliciti, la donna attraverso segnali visivi meno evidenti. Ecco perché è importante la conoscenza del proprio corpo e le sensazioni che ha bisogno di ricevere, affinché possa attivarsi la risonanza eccitatoria adeguata.

Desiderio e Sessualità: il paradosso del “sii spontaneo!”

Il sesso diventa un disturbo quando si cercano di controllare cose che non si possono controllare, come quella di provare piacere, sentire desiderio, avere un’erezione, un orgasmo, perché, tutte le volte che si cerca di agire con un comportamento volontario, si cade in un paradosso, come quello del noto: “sii spontaneo!”.

Dunque, più cerco le sensazioni piacevoli e più non le sento.

A questo proposito la metafora del millepiedi che Paul Watzlawick, psicologo ed esponente della Scuola di Palo Alto, riportava durante le sue conferenze, sembra scritta apposta.

 Un millepiedi, che aveva sempre camminato senza nessun problema, un bel giorno incontrò una formica curiosa che gli chiese come potesse riuscire a camminare così bene senza cadere con tanti piedi: cosa che per lei era impossibile, perché già era un miracolo che non inciampasse. Il millepiedi si sentì molto turbato da questa domanda, perché non ci aveva mai pensato fino a quel momento. Cominciò così a prestare attenzione a dove metteva ogni zampina e a come riusciva a metterle una dietro l’altra senza inciampare, ma in breve tempo ahimè, non riuscì più a camminare.

La necessità di trovare un equilibrio tra autocontrollo e perdita di controllo, quando c’è un meccanismo di piacere, si rende indispensabile sia quando si tratta di sesso.

Nella maggioranza dei casi sono le paure che impediscono la buona riuscita dell’esperienza sessuale. Nell’ansia da prestazione, è la paura del fallimento che intrappola al punto da diventare un problema invalidante. La paura della prestazione riguarda sia il maschio che la femmina. La paura di non riuscirci, di non essere all’altezza delle aspettative, di non soddisfare l’altro/a, sono tutte paure che imprigionano la mente, meccanismi contorti che eludono ogni forma di piacere.

“Ci devo riuscire…ci devo riuscire”, ma inevitabilmente sarà un flop!

Spesso nelle donne interviene la paura di rimanere deluse, quando un’esperienza sessuale non ha soddisfatto le aspettative. Questo succede in molti casi di eiaculazione precoce, situazione in cui la coppia fa fatica anche a riconoscere il problema, spesso eluso dall’atteggiamento maschile.

La conseguenza più ricorrente sarà quella di evitare l’incontro sessuale, con l’attuazione del meccanismo di rinuncia a qualsiasi contatto fisico che possa ricondurre al sesso.

Per cui sarà importante stabilire il grado di “credenza” che si è strutturato rispetto alla propria incapacità o alla propria sensazione deludente, verificando ciò che la persona percepisce e non il dato oggettivo.

Tutto ciò che è creduto esiste, e soltanto questo

come ci ricorda Hugo von Hofmannsthal.

A questo proposito gli stratagemmi cinesi vengono in aiuto, nell’approccio terapeutico di tipo strategico. In particolare lo stratagemma di spostare l’attenzione verso qualcosa che non riguarda la situazione che si sta vivendo, ovvero “far andare il nemico in soffitta e togliere la scala”. Senza tra l’altro che il soggetto abbia la percezione di quello che sta accadendo.

Determinando

l’esperienza emozionale correttiva – ovvero – quella esperienza concreta di cambiamento di percezione della realtà fino allora vissuta come ingestibile. ( Nardone G.)

Anche se si rende necessario in molti casi, discriminare se alla base c’è un atteggiamento di ansia anticipatoria che amplifica il problema e lo rende più complesso.

La sessualità nella vita di ogni coppia che si ama, rappresenta il modo più naturale di donarsi all’altro/a e di ricevere il dono. Poiché il “dono” è rappresentato da se stessi e dalla propria intimità, spesso incomprensibile anche al proprio io, darsi e affidarsi all’altro/a per accogliere a propria volta, presuppone una grande fiducia, oltre che rispetto, prima di qualsiasi discorso d’amore. Tenendo presente che una vita di coppia che non comprende la sessualità, può invadere e compromettere il benessere psico fisico di entrambi i soggetti.

 

Il rumore e la salute mentale dei ragazzi: le future smart cities sono silenziose

Gli impatti sulla salute del rumore ambientale sono una preoccupazione crescente tra i paesi europei e l’Organizzazione mondiale della sanità ha realizzato alcuni studi importanti in merito. In particolare sulla salute mentale e cognitiva dei ragazzi.

Introduzione al problema

Le nostre città, anche quelle più smart, sono oggi più silenziose. Il silenzio come condizione della qualità della vita. Il rumore come interferente, il volume come contenitore di onde sonore, la salute, quella dei minori, ciò di cui prendersi cura. Subito.

Gli impatti sulla salute del rumore ambientale sono una preoccupazione crescente tra i paesi europei e l’Organizzazione mondiale della sanità ha realizzato alcuni studi importanti in merito. In particolare sulla salute mentale e cognitiva dei ragazzi. In questo tempo di crisi sanitaria da epidemia per coronavirus (covid-19) gli spazi abitati hanno, ora, un altro suono. Le strade sono meno frequentate, il traffico veicolare è bruscamente calato, quello aereo praticamente assente. L’articolo intende esporre brevemente questo argomento incrociando il tema del silenzio in tempi di coronavirus con la salute mentale, soprattutto dei minori, dando conto di una significativa letteratura scientifica. Una recente ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità, ufficio europeo, ha fornito le prove scientifiche della relazione tra rumore ambientale ed effetti specifici sulla salute, sull’impairment cognitivo (compromissione cognitiva) dei minori. Volendo stimare in modo prudenziale il numero di giorni persi a causa del rumore esterno alla persona viene stimato che essi ammontino a 61.000 anni per le cardiopatie ischemiche, 45.000 anni per danno cognitivo dei bambini, 903.000 anni per il sonno disturbato, 22.000 anni per l’acufene e 587.000 anni per il “fastidio” umorale. La ricerca si è focalizzata negli stati membri dell’Unione Europea e in altri paesi dell’Europa occidentale. Questi in sintesi i risultati.

L’urbanizzazione crescente ed il trasporto veicolare sono i principali fattori di esposizione al rumore ambientale. Questo è definito come rumore emesso da tutte le fonti, ad eccezione dei luoghi di lavoro industriali. Ma la Direttiva UE sulla gestione del rumore ambientale (END) include, invece, i siti industriali, quali fonti di rumore ambientale. Sotto il profilo metodologico per stimare l’onere ambientale della malattia (Enviromental Burden Desease) dovuto al rumore ambientale, conviene utilizzare un approccio quantitativo alla valutazione del rischio. La valutazione del rischio si riferisce all’identificazione dei pericoli, alla valutazione dell’esposizione della popolazione e alla determinazione di relazioni esposizione-risposta appropriate. L’EBD è espresso in “anni vita”, conformati alla morbilità specifica ricercata (chiamata DALY). I DALY sono la somma dei potenziali anni di vita persi a causa della morte prematura e degli anni equivalenti di vita “sana” persi per essere stati in cattiva salute o disabilità. La perdita di anni di vita è il rischio specifico di cui andare in cerca e che può segnalare la pericolosità di un elemento, in questo caso il rumore. In genere i rischi sono espressi come valori, cioè frazioni, e cioè ancora come rapporti tra grandezze di relazione tra elementi diversi.

Negli ultimi anni si sono accumulate prove relative agli effetti sulla salute del rumore ambientale. Ad esempio, studi epidemiologici ben progettati e significativi hanno riscontrato che le malattie cardiovascolari sono costantemente associate all’esposizione al rumore ambientale, così come il tinnito auricolare o il disturbo cronico del sonno. Il processo di valutazione del rischio del rumore ambientale richiede di conoscere:

  • la natura degli effetti sulla salute del rumore;
  • i livelli di esposizione a cui iniziano a manifestarsi effetti sulla salute e come l’estensione l’effetto cambia con l’aumentare dei livelli di rumore;
  • il numero di persone esposte a questi livelli pericolosi di rumore.

Rumore ambientale e impairment cognitivo nei bambini

Oltre 20 studi hanno mostrato effetti negativi del rumore sulla capacità di lettura e di memoria nei bambini: studi epidemiologici riportano gli effetti dell’esposizione cronica al rumore, mentre studi sperimentali riportano un’esposizione acuta al rumore. Le abilità oggetto di analisi sono state l’elaborazione, il linguaggio, la comprensione della lettura, la memoria e l’attenzione. L’esposizione al rumore, in particolare, durante periodi critici di apprendimento a scuola potrebbe potenzialmente compromettere lo sviluppo e avere un effetto permanente sul livello di istruzione. Questo uno degli aspetti maggiormente significativi e indicatore di policies sanitarie da adottare.

Lo studio del rapporto tra impairment cognitivo e rumore ambientale non è il risultato di una diagnosi clinica; quindi, non è ancora possibile trarre una relazione tra l’esposizione allo stimolo e uno specifico rischio, in modo oggettivamente certo. La definizione di impairment cognitivo derivato dal rumore non può essere sovrapposta a quella utilizzata in ambito psichiatrico e biomedico. Essa va definita come: riduzione delle capacità cognitive nei bambini in età scolare che si verifica durante l’esposizione al rumore che persiste e persisterà per qualche tempo dopo la cessazione dell’esposizione al rumore. Una caratteristica di questa definizione è che si presume che il deterioramento cognitivo si mostri durante l’esposizione al rumore e anche qualche tempo dopo l’interruzione dell’esposizione.

Per l’esposizione cronica al rumore si sono utilizzati disegni epidemiologici, mentre per il disturbo di tipo acuto, disegni sperimentali. Evans e colleghi hanno proposto uno studio molto convincente. È uno studio osservazionale longitudinale in condizioni naturali che esamina l’effetto del trasferimento dell’aeroporto di Monaco sulla salute e la cognizione dei bambini (9-10 anni, N= 326). Nel 1992, il vecchio aeroporto di Monaco chiuse e fu trasferito altrove. Prima del trasferimento, l’esposizione al rumore elevato era associata a deficit nella memoria a lungo termine, nella lettura e nella comprensione di un testo scolastico. Due anni dopo la chiusura dell’aeroporto, questi deficit sono scomparsi. Ciò indica che gli effetti del rumore sulla cognizione possono essere reversibili se l’esposizione cessa. Molto convincente è la condizione verificata, in sede di follow-up, che il deficit di memoria e dei compiti di comprensione della lettura si sono mantenuti attivi dei due anni successivi alla rilevazione, osservati nei bambini che sono stati nuovamente esposti al rumore del nuovo aeroporto, dove si erano, nel frattempo trasferiti.

Il recente studio longitudinale (denominato RANCH) su larga scala, ha confrontato l’effetto del traffico stradale e il rumore dell’aeromobile sulle prestazioni cognitive dei bambini (9-10 anni, N=2.844) nei Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito. Si è rilevata una relazione esposizione-effetto lineare tra esposizione a lungo termine al rumore degli aerei e compromissione della comprensione della lettura e della memoria di riconoscimento. Lo studio è interessante perché i ricercatori hanno elaborato i dati escludendo i fattori confondenti e includendo fattori socioeconomici e confondenti fattori in considerazione. Questo rende i dati molto predittivi. Nessuna associazione è stata osservata tra l’esposizione al rumore a lungo termine del traffico stradale e la cognizione, ad eccezione della memoria episodica, che ha, sorprendentemente, mostrato prestazioni migliori nelle aree con rumore del traffico stradale elevato. Né il rumore aereo, né il rumore del traffico stradale hanno danneggiato l’attenzione o la memoria di lavoro.

Uno studio sull’esposizione al rumore ambientale (prevalentemente su strada e su rotaia) di bambini di quarta elementare che vivono nel Tirolo in Austria ha confrontato tre misure cognitive per gli scolari (età media 9–7 anni, N=123) esposti a 46 o 62 dB (A) Ldn. L’Ldn è il livello sonoro medio equivalente in un periodo di 24 ore, con una penalità aggiunta per il rumore durante le ore notturne dalle 22:00 alle 07:00. Durante il periodo notturno vengono aggiunti 10 dB per indicare più precisamente l’impatto del rumore. Tali misurazioni sono utilizzate per valutare l’impatto che la strada, la ferrovia, l’aria e l’industria in generale hanno sulla popolazione locale. I due campioni sociodemograficamente omogenei differivano solo per la loro esposizione al rumore con un intervallo (M=46,1 Ldn vs M=62 Ldn). L’esposizione al rumore a lungo termine era significativamente correlata alla memoria sia intenzionale esplicita che accidentale. Il miglioramento delle prestazioni cognitive nel gruppo più tranquillo è stato stimato in uno 0,5% (relativamente alla grandezza richiamo di parole in prosa e riconoscimento letterale); all’ 1% (nel richiamo libero) per ogni dB in meno a cui erano stati esposti.

Sia gli studi RANCH che quelli Tirolesi indicano che il rumore degli aeromobili potrebbe essere peggiore per la cognizione rispetto al rumore del traffico stradale. Per il rumore degli aerei, nello studio RANCH i risultati mostrano un’associazione più lineare tra l’esposizione al rumore degli aeromobili e la compromissione della comprensione della lettura. Per il rumore ambientale su strada e ferrovia, lo studio del Tirolo suggerisce che gli effetti si verificano intorno a Ldn=60.  I test di memoria vengono eseguiti con i bambini in silenzio su materiale letto in ambiente rumoroso. I partecipanti vengono randomizzati in gruppi di esposizione e controllo e i bambini vengono campionati in modo statisticamente corretto.

Esistono prove secondo lo studio di Monaco che indicano che, dopo la cessazione dell’esposizione al rumore degli aeromobili, i bambini di età compresa tra 9 e 11 anni, riprendono entro 18 mesi i livelli di prestazioni cognitive dei loro compagni di anno che non sono stati esposti. Pertanto, è possibile che, almeno per i bambini piccoli, gli effetti cronici del rumore siano reversibile e che i disturbi diminuiscano con l’aumentare dell’età.

L'impatto del rumore sulle prestazioni cognitive dei bambini FIG 1

Figura 1: curve di esposizione-risposta delle diverse ricerche epidemiologiche.

Notes: Rd= reading; Rcl= memory, recall; 1=recall, children, old airport; 2= recall, children new airport; 3= reading, children old airport; 4= reading, children new airport; 5= reading, children; 6= free recall, children

Nella figura 1 si mostrano le curve di esposizione-risposta delle diverse ricerche epidemiologiche. In termini quantitativi gli studi indicano che il richiamo e la lettura della memoria hanno pendenze medie di circa il 2% per Ldn (rumore giorno/notte), come calcolato dalla media delle pendenze delle sei linee. Quindi, per il richiamo e la lettura si potrebbe prevedere che una riduzione del livello di rumore costante di 5 Ldn comporterebbe un miglioramento delle prestazioni del 10%. Si nota che solo il rumore del traffico stradale, nello studio tirolese, aveva una pendenza meno ripida.

Conclusioni

Prove affidabili indicano gli effetti negativi dell’esposizione cronica al rumore sulla cognizione dei bambini. Ma in letteratura non esiste ancora un criterio generalmente accettato per la quantificazione del grado di danno cognitivo. Tuttavia, è possibile effettuare una stima prudente della perdita di DALY utilizzando metodi matematici su base epidemiologica. Nel 1999, l’OMS aveva già pubblicato le linee guida per il rumore in una comunità. Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato la direttiva 2002/49/CE del 25 giugno 2002 con l’obiettivo principale di fornire una base comune per affrontare i problemi di rumore in tutta l’UE. Nel 2009, l’OMS ha pubblicato le linee guida sul rumore notturno per l’Europa. Considerando le prove scientifiche sulla soglia di esposizione al rumore notturno indicata da Lnight come definita nella Direttiva 2002/49/CE, un valore Lnight di 40 dB dovrebbe essere l’obiettivo delle linee guida sul rumore notturno per proteggere le comunità, compresi i gruppi più vulnerabili come i bambini, i malati cronici e gli anziani. Un valore Lnight di 55 dB è raccomandato come obiettivo provvisorio per i paesi che non possono limitare il rumore notturno.

Esistono prove scientifiche che l’esposizione al rumore ambientale ha effetti negativi effetti sulla salute della popolazione. Riconoscendo la particolare necessità di proteggere i bambini dagli effetti dannosi del rumore, la Dichiarazione di Parma nel 2010 adottata alla quinta Conferenza ministeriale su ambiente e salute ha invitato tutte le parti interessate a collaborare per ridurre l’esposizione dei bambini al rumore, incluso quello dei dispositivi elettronici personali, delle attività ricreative e del traffico (specialmente nelle aree residenziali), nei centri di assistenza all’infanzia, nelle scuole materne e nelle scuole e nelle strutture ricreative pubbliche.

Il fatto che non si abbiano molti dati provenienti dal rumore di strada e della relativa esposizione al rumore del traffico costituisce un limite alla generalità delle ricerche. Ma i risultati degli studi sul rumore degli aerei, sebbene pochi, sono comunque coerenti.

Limpatto del rumore sulle prestazioni cognitive dei bambini FIG 2

Figura 2: curva di rischio di disturbo psicologico all’esposizione del rumore e percentuale di soggetti ipoteticamente esposti a questo.

Nella figura 2, invece, si mostrano i dati riassuntivi dell’esposizione al rumore e la percentuale ipotetica di affezione psichica conseguente.

Le città e le comunità del futuro saranno sane solo se più silenziose. La sostenibilità e la natura di smart community potrà essere consegnata solo considerando il rumore come una condizione essenziale.

 

Videointervista a pazienti con disturbi alimentari in cura presso il Centro Disturbi dell’Alimentazione di Milano – Quarantena dentro la quarantena: quando la possibilità della cura diventa risorsa

Per gestire la sensazione di incertezza, annullare ogni forma di sofferenza e sentirsi soddisfatti di sé, le persone con Disturbi alimentari aumentano il controllo del proprio peso (Sassaroli, Ruggero e Fiore, 2016). Quindi, la situazione attuale può aggravare questi comportamenti sintomatici, in quanto innesca diversi meccanismi di mantenimento.

 

In quest’ultimo periodo in Italia, come in molte altre nazioni, si sta vivendo uno stato di emergenza sanitaria legata all’infezione da Coronavirus.Il governo, per limitarne la diffusione e il contagio, ha adottato delle misure restrittive, come la chiusura delle attività non essenziali, la limitazione della circolazione e la cosiddetta quarantena.

Questa situazione di crisi improvvisa si sta rivelando, giorno dopo giorno, sempre più difficile e impegnativa da affrontare. Le regolari abitudini hanno dovuto subire un netto cambiamento: non è più possibile incontrare i propri cari, abbracciarsi, rimanere a contatto con la natura, viaggiare e tante altre attività che coinvolgono la sfera sociale. La vita è limitata all’interno di quattro mura e dietro uno schermo, alimentata dalla paura del contagio e dall’incertezza.

Questi elementi possono compromettere il benessere psico-fisico delle persone e rischiare di aggravare coloro che già vivono serie problematiche psicologiche, come le persone con Disturbi Alimentari che manifestano un forte bisogno di sentirsi in controllo.

Secondo la dott.ssa R. Nocita, direttore operativo del CIP Centro Disturbi dell’Alimentazione, la quarantena e la paura del contagio aumentano la sensazione di incertezza e questa rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo e il peggioramento di un disturbo alimentare (ANSA, 2020).

Per gestire la sensazione di incertezza, annullare ogni forma di sofferenza e sentirsi soddisfatti di sé, le persone con disturbi dell’alimentazione aumentano il controllo del proprio peso (Sassaroli, Ruggero e Fiore, 2016).

Quindi, la situazione attuale può aggravare questi comportamenti sintomatici, in quanto innesca diversi meccanismi di mantenimento. Ad esempio, non poter muoversi può aumentare la paura dell’aumento di peso, che potrà essere affrontata accentuando la restrizione dietetica. Inoltre, anche l’isolamento non aiuta, perché riduce le occasioni sociali e conviviali che favoriscono il “mettersi alla prova” e la riduzione dell’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e del loro controllo (Dalle Grave, 2020).

Attraverso questa videointervista, la dott.ssa R. Nocita, sensibile alle correnti difficoltà, ha voluto chiedere direttamente a persone con problematiche alimentari la loro personale esperienza. Sono state intervistate due ragazze, che attualmente seguono un percorso ambulatoriale intensivo presso il CIPda.

Le loro affermazioni appaiano estremamente interessanti. Entrambe, all’inizio dell’emergenza, avvertivano la sensazione che il controllo stesse progressivamente sfuggendo e che erano maggiormente a rischio per la propria condizione fisica legata al sottopeso, con la conseguenza di provare più paura e preoccupazione. A fronte di ciò, le pazienti sostengono di sentirsi più sicure e positive nell’affrontare situazioni problematiche come quelle che si stanno vivendo attualmente, grazie al fatto di essere in un ambiente protetto, come il CIPda.

In conclusione, si osserva che il trattamento ha un effetto positivo nella gestione dell’incertezza, dovuta all’isolamento e alla paura del contagio. Infatti, il percorso di cura sembra favorire una maggiore flessibilità psicologica che permette di tollerare un minore controllo e di aprirsi alla fiducia.

QUARANTENA DENTRO LA QUARANTENA – GUARDA LE INTERVISTE:

 

 

 


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Liberati dalla gelosia (2019) di D. Algeri – Recensione del libro

La gelosia, un’emozione che ha poco a che fare con l’amore. Si riferisce più alla paura di perdere un affetto o qualcosa che ci appartiene e, di conseguenza, mette in evidenza tutta la nostra fragilità.

 

La gelosia è un’emozione, molto forte, che tutti nella vita abbiamo sperimentato, più e più volte. Capita spesso di essere gelosi di qualcuno a cui eravamo o siamo particolarmente legati al punto da essere disposti a tutto pur di avere “l’ambito oggetto del desiderio” sempre con noi.

Spesso il termini gelosia è usato anche per indicare l’invidia. In realtà la gelosia va distinta dall’invidia in quanto quest’ultima non prevede la presenza di un rivale ed è più legata al desiderio di possedere qualcosa che non si ha.

Quando si parla di gelosia la sia associa di frequente all’amore, alle relazioni di coppia, ma oltre che di un partner è possibile essere gelosi anche di un amico, di un familiare. Sicuramente la gelosia è una protagonista indiscussa dei rapporti interpersonali contemporanei in cui è sperimentata sotto forma di quel pizzico di tensione, supportato anche da manifestazioni fisiologiche, che alimenta il rapporto. Infatti, se presente, si assume possa rappresentare la prova  che si stia vivendo la relazione più importane della vita, caratterizzata da un amore forte e intenso.

Purtroppo, questa emozione ha poco a che fare con l’amore, ma si riferisce più alla paura di perdere un affetto o comunque qualcosa che ci appartiene e, di conseguenza, mette in evidenza tutta la nostra fragilità. Essa è frutto di esperienze che nascondono modelli relazionali poco maturi e disfunzionali, appresi in giovanissima età. Per questo, rappresenta e palesa tutte le nostre fragilità e le nostre più ascose e recondite paure.

La gelosia, per questo, potrebbe sfociare in una vera e propria forma patologica diventando ossessività, che andrebbe ad impattare in maniera drammatica sulla qualità della vita relazionale e sociale, determinando un forte malessere percepito.

Ma, esattamente cosa è la gelosia e perché siamo gelosi?

Una risposta a queste domande ed altre è possibile trovarle nel libro Liberati dalla gelosia di Davide Algeri, psicoterapeuta e specialista in sessuologia clinica. In questo libro si approfondisce in maniera esaustiva cosa si intende per gelosia e quali siano le principali cause e conseguenze della stessa.

Il libro nasce dall’esperienza clinica, derivante da anni di lavoro con le coppie, all’interno del quale sono individuabili le diverse strategie da poter utilizzare per gestire e arginare la gelosia per renderla meno evidente.

Il libro si articola in cinque capitoli che partono da una generale definizione di gelosia, per giungere all’individuazione di strategie ed esercizi volti a uscire dalla stessa. Inoltre, sono presenti diverse teorie sulla genesi e sviluppo della gelosia e su come i social network impattano sulla gelosia e, di conseguenza, sulla relazione di coppia, amplificandone in maniera negativa gli effetti.

Riuscire a gestire la gelosia significa affrontare e sanare una serie di tematiche personali che si traducono in maggior senso di benessere individuale e di coppia.

Liberati dalla gelosia, dunque, è un’opera fluida e lineare che offre una panoramica generale sulla gelosia e sulle sue diverse declinazioni e implicazioni cliniche non solo per chi ne è affetto, ma anche per chi le subisce all’interno di una dinamica di coppia. Inoltre, offre validi esercizi per il fronteggiamento della stessa, utili per uscirne e creare dinamiche più funzionali.

 

J’accuse: il fallimento generalizzato del sistema di tutela dei minori in Italia

I servizi per la Tutela dei Minori sembrano valutare bambini e genitori alla luce di un modello ideologico, inseguendo spesso una genitorialità utopica e irrealistica. Chi può veramente pensare di potere valutare le competenze genitoriali con assoluta obiettività? 

 

I noti fatti di Bibbiano hanno avuto un enorme impatto mediatico. Sembra che gli operatori di un servizio tutela minori siano giunti a falsificare la documentazione delle valutazioni sui minori per facilitare provvedimenti di affido a persone affini da un punto di vista personale od ideologico.

La vicenda ha rapidamente assunto i caratteri di uno scontro politico che poco ci riguarda. Le accuse, se provate, fanno rabbrividire, ma l’esito della vicenda giudiziaria non è affatto il punto più importante.

La verità è che i fatti di Bibbiano rappresentano la punta di un iceberg, la spia di un sistema di tutela dei minori che appare grossolanamente inadeguato: un sistema profondamente disfunzionale anche quando opera nel pieno rispetto delle regole e dei principi che ne ispirano l’attività.

Riporto qui alcune esperienze che credo possano essere illustrative di uno stile di lavoro diffuso ed in qualche modo tipico. Sono esperienze personali, ma credo che chiunque lavori nelle varie articolazioni dei servizi alla persona abbia avuto modo di incontrare situazioni del tutto analoghe.

  1. Aysha aggredisce una figlia adolescente all’apice di un diverbio. Aysha, islamica, non tollera lo stile di vita occidentale precocemente adottato dalla figlia. Intervengono le forze dell’ordine. Aysha si getta dalla finestra e finisce su telo prontamente steso dai soccorritori. In reparto scopre di essere incinta di un quarto figlio. La tutela minori opta per l’allontanamento della ragazza, mentre la paziente viene presa in carico dal CPS. Non emergono sintomi psicotici o affettivi. Aysha è una donna impulsiva con marcati tratti narcisistici. I figli sono tutto per Aysha. Nella sua vita non c’è alcun altro investimento significativo. Il CPS lavora per consentire ad Aysha di recuperare un ruolo genitoriale nei confronti dei tre figli rimasti con lei. La Tutela Minori procede in direzione opposta. Non offre alla paziente alcuna possibilità di riabilitazione. Non collabora assolutamente con gli sforzi del servizio psichiatrico. Opta per l’inserimento in comunità e quindi rapidamente per l’adozione dei minori. Aysha apprende la notizia e si getta sotto un treno.
  2. La sig.ra Angela è in carico al CPS per un disturbo depressivo cronico. Non ha mai manifestato alcun sintomo psicotico. L’alleanza con i servizi non è sempre facile perché la paziente è molto rivendicativa e lamentosa. E’ comunque una madre molto affettuosa e responsabile. Ama molto gli animali ed ha diversi gatti in casa. Dopo la separazione dal marito chiede aiuto alla UONPIA. Ha qualche difficoltà nella gestione dei figli. La UONPIA non fornisce alcun supporto né alla madre né ai ragazzi. Di fronte alle insistenze un po’ petulanti della paziente, segnala però la situazione al tribunale dei minori. Ignorando le indicazione del CPS, la Tutela Minori affida i figli al marito. Alla paziente consente solo incontri in spazio protetto una volta al mese.
  3. Moana, 16 anni, ha vissuto da sempre in un’atmosfera familiare collusiva e ipersessualizzata. Nella preadolescenza la rivalità con la madre ha assunto le forme di una franca relazione sessuale con il padre. Quando i servizi preposti scoprono la violenza sessuale cronicamente perpetrata dal padre, la paziente viene affidata al SPDC. Un lieve ritardo mentale ed una discreta impulsività offrono fondamento a questa curiosa scelta riabilitativa. La paziente rimane in reparto due anni. Al termine del ricovero rientra naturalmente al domicilio con il padre, da poco uscito dal carcere.
  4. Per qualche anno ho lavorato come psichiatra in una comunità terapeutica per tossicodipendenti. Mi sono reso conto rapidamente che in questa popolazione la prevalenza di soggetti con storia di affido od adozione è altissima. In genere in questi pazienti osservo che un’adolescenza molto difficile ha dato luogo a una elevata conflittualità con i genitori adottivi. Le manifestazioni tossicomaniche e delinquenziali ampliano il solco. In questo contesto di grande difficoltà spesso i genitori adottivi abbandonano del tutto il ragazzo: lo restituiscono alle istituzioni, da cui lo avevano ricevuto.

I servizi per la Tutela Minori svolgono oggi un ruolo quasi esclusivamente normativo. L’attività di supporto alla genitorialità è marginale. L’interazione con altri servizi che si occupano a vario titolo dei genitori viene spesso ritenuta superflua. Oggi la Tutela Minori tende ad incarnare una sorta di mission inquisitoriale, tende ad identificarsi e a sovrapporsi al ruolo del tribunale dei minori, nonché delle istituzioni preposte alle indagini e ai procedimenti penali rivolti ai comportamenti illeciti dei genitori.

Le radici di questa evoluzione credo possano essere fatte risalire ai profondi mutamenti sociali e culturali che hanno trasformato l’occidente a cavallo degli anni ’60. A quell’epoca i movimenti giovanili misero sotto accusa la generazione degli adulti, che accusavano di ipocrisia, avidità e autoritarismo.

Nel secondo dopoguerra, anche il movimento psicoanalitico sembrò condividere in una certa misura questa prospettiva rivendicativa. Forse tutti i giovani terapeuti degli anni ‘80 – io per primo – hanno ricoperto in qualche misura un ruolo di liberatore da una madre onnipotente o da un padre tirannico. E’ appena il caso di rilevare come questo progetto sia semplicistico e del tutto incompatibile con il modello della mente proposto da Sigmund Freud e Melanie Klein.

Dobbiamo accogliere gli insegnamenti della storia: il ‘68 ha sgretolato le istituzioni tradizionali, ma non ha certo cancellato la psicosi e la tossicodipendenza. Quest’ultima, anzi è sempre più pervasiva.

Del resto è scritto: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Siamo diventati quasi tutti padri e madri. Abbiamo commesso errori quanto e più dei nostri genitori. Le colpe le giudica il tribunale. Ma le scelte, gli stili educativi, la capacità di risonanza affettiva il senso di responsabilità? Chi può veramente pensare di potere valutare le competenze genitoriali con assoluta obiettività? Soprattutto, chi può sentirsi diverso, migliore, sempre disinteressato, aperto e generoso? Winnicott ci ha insegnato che all’oceano dell’amore materno sono inevitabilmente mescolati gli sgradevoli succhi dell’invidia, dell’odio, dell’onnipotenza e della manipolazione. Chi ha cresciuto dei figli sa di non poter dare lezioni a nessuno.

Da questo punto di vista il lavoro dei servizi per la Tutela dei Minori sembra ispirarsi a un modello culturale ormai superato, più allineato alle generiche aspirazione dei mezzi di comunicazione e dei social che alla realtà dei processi educativi. I servizi valutano bambini e genitori alla luce di un modello ideologico: sembrano spesso inseguire una genitorialità utopica e irrealistica. Soprattutto, pensano di poter affrontare i problemi educativi con gli strumenti coattivi della giustizia penale. Sottraggono i figli alla famiglia, li inseriscono in contesti comunitari, li affidano ad aspiranti genitori. Concettualizzano il genitore inadeguato come un dente cariato: basterà estrarlo tempestivamente dalla vita del figlio e lo sviluppo del bambino o dell’adolescente riprenderà spontaneamente.

Ma non è così. Non c’è trauma più doloroso di una separazione violenta da un genitore, per quanto disfunzionale. E la vita in un ambiente istituzionale è notoriamente un fattore di rischio per i più vari problemi psichiatrici.

Che dire poi delle procedure di selezione dei genitori adottivi? Possiamo veramente credere che una valutazione così estrinseca e prevalentemente sociale possa garantire ai piccoli un ambiente di sviluppo ideale? Ma anche un uomo od una donna maturi e caldi avranno enormi difficoltà a sostenere i processi educativi di un adolescente con una storia di abusi, violenze e separazioni traumatiche.

Che contributo possiamo dare dunque ai drammi educativi che sono diffusi nella nostra società? Davanti ai nostri occhi abbiamo – credo – il fallimento di un modello meramente inquisitivo e punitivo finalizzato alla sola individuazione delle carenze genitoriali.

Abbiamo invece grandissimo bisogno di rinnovati servizi per i minori, che possano veramente sostenere le limitate risorse dei genitori e dei piccoli. Occorrono servizi animati da un’autentica cultura psicoterapeutica, che siano in grado di leggere le dinamiche intrapsichiche ed interpersonali, che dispongano di competenze di psicologia individuale e della famiglia, servizi più autonomi e differenziati rispetto alle istituzioni giuridico punitive.

Per realizzare questo obiettivo occorre evidentemente un modello dello sviluppo umano e dei processi educativi. Di fronte al crollo delle istituzioni tradizionali, la confusione della scuola, l’indebolirsi della famiglia, le esitazioni di una chiesa costantemente assediata dai media, credo che la psicoterapia e la psicoanalisi siano chiamate oggi ad assumersi una più forte responsabilità sociale. Se pensiamo che il nostro lavoro sia destinato ad alleviare la sofferenza emotiva e a rendere la società più umana, dobbiamo scendere dalla nostra torre d’avorio. Le associazioni ed i professionisti della salute mentale sono oggi chiamati a prendere posizioni pubbliche. Altrimenti gli slogan mediatici prenderanno ancora il sopravvento. Si succederanno inchieste clamorose e arresti più o meno eccellenti, ma per i genitori ed i bambini in difficoltà nulla potrà cambiare.

 

Comportamenti antisociali durante il lockdown: un’analisi dei processi cognitivi ed emotivi sottostanti

Trasgressione e stigma, senso di impotenza e rabbia. La situazione di emergenza da Covid-19 ha portato al susseguirsi di alcuni comportamenti antisociali, dettati da diversi processi psicologici, la cui comprensione sfugge ad un primo sguardo approssimativo.

 

Diversi sono i fattori che possono portare alla messa in atto di comportamenti trasgressivi, tra quelli psicologici si individuano fragilità emotiva, distorsioni cognitive e strategie di coping inefficaci. Alcune reazioni al comportamento dei trasgressori possono costituire esse stesse meccanismi di difesa disfunzionali.

Parallelamente alle forme di comportamento più prosociali e altruistiche messe in atto durante l’emergenza mondiale da COVID-19, si è assistito a diversi fenomeni sociali e individuali che hanno avuto l’effetto, più o meno consapevole e cercato, di danneggiare il prossimo in diverse maniere. Si pensi ad esempio agli assalti ai supermercati, alle truffe organizzate contro i più fragili, all’aumento dei prezzi di beni essenziali, e infine alla violazione delle norme previste dai decreti ministeriali, compiuta attraverso il mancato uso dei dispositivi di protezione, la formazione di assembramenti abusivi e uscite ingiustificate durante il lockdown.

Quest’ultimo tipo di violazioni, seppur convenzionalmente ritenute meno gravi di forme di delinquenza organizzate, costituiscono atti antisociali e sono di fatto sanzionati come reati contro la salute pubblica. Chi li compie va incontro non solo a rischi giuridici, ma anche alla stigmatizzazione da parte della società e alle diverse reazioni che questo comporta. Durante la pandemia da COVID-19 si sta assistendo ad una violenza che si manifesta in più modi e forme, esercitata sia da chi infrange le regole mettendo a rischio la salute della società, sia attraverso assalti fisici o verbali rivolti contro i trasgressori.

È noto che la pandemia abbia comportato ripercussioni negative per i più, sconvolgendo diversi aspetti della vita così come la conoscevamo, aspetti che non avevamo mai messo in discussione prima. Improvvisamente abbiamo dovuto riorganizzare le nostre abitudini, far fronte a nuovi problemi, elaborare nuove strategie d’azione e di pensiero, senza poter contare sui tutti i mezzi che avevamo a disposizione fino a quel momento. Trasportati da questo stravolgimento molti hanno cercato di darvi un senso in modi diversi: tramite la ricerca di un colpevole, negando la realtà, affidandosi alla religione o cercando di focalizzarsi sui risvolti positivi, come il calo delle emissioni di CO2.

Per far fronte ad un cambiamento che è al di fuori del nostro controllo, è necessario accettare il fatto che non siamo completamente padroni del nostro destino, non siamo invincibili. Questo conflitto interiore, che porta ad una riorganizzazione dell’idea che si possiede di sé, viene tipicamente vissuto durante l’adolescenza, momento in cui solitamente avviene la presa di coscienza della propria vulnerabilità fino all’acquisizione di un’identità stabile e integrata (Erickson 2009). Tuttavia nel corso della vita è comune incorrere in sfide che portano nuovamente a ristrutturare l’idea che ci si è costruiti di sé.

Quando viene meno la percezione di avere il controllo della propria vita, come nel caso delle limitazioni ai propri diritti imposte durante il lockdown, nel tentativo di conservare un’immagine positiva di sé, possono verificarsi reazioni molto differenti. Un modo di reagire può essere l’attivazione di strategie di coping funzionali, come per esempio accettare la realtà e le proprie emozioni, organizzando la giornata tra momenti produttivi e momenti di relax.

Tuttavia non tutti riescono a reagire in maniera adattiva ed è facile sprofondare nella depressione o nell’apatia, soprattutto in mancanza di una solida rete di supporto, in presenza di psicopatologie diagnosticate, quando si ha un’alta percezione del rischio e basse probabilità di ricevere aiuto, o quando le sfide da affrontare sono molteplici e particolarmente destabilizzanti (si pensi a chi ha subito un lutto in questo periodo).

Un’altra delle reazioni comportamentali a cui si è assistito, consiste proprio nell’uscire dall’abitazione senza necessità durante il lockdown. Etichettata da molti come un’azione irrazionale e deplorevole, commessa intenzionalmente e dettata da noncuranza verso la società, rappresenta tuttavia anch’essa un modo disfunzionale di far fronte alla paura e alla frustrazione che ci accomuna.

Si pensi ad un corridore abituale che decide di percorrere 4 km a piedi per scaricare l’ansia, anche se non si può: agendo in questo modo, oltre a perseverare nella messa in atto delle sue strategie abituali, si illude di riappropriarsi di un proprio spazio personale (fisico e simbolico) in cui agire in libertà, anche se per tutto il tempo della corsa permane un forte senso di colpa. In questo caso il comportamento antisociale non costituisce una sfida deliberata verso le regole imposte dallo Stato o un segnale di scarsa empatia, ma assume la forma di strategia disattiva per alleviare lo stato di ansia, che tuttavia aumenta. All’origine della trasgressione vi è quindi, in questo caso, il tentativo di mitigare uno stato emotivo avversivo, cui segue una decisione illogica, e infine la razionalizzazione, un meccanismo di difesa che fornisce una giustificazione illusoria e attenua la dissonanza cognitiva.

Allo stesso tempo la demonizzazione e la stereotipizzazione di chi commette tali infrazioni possono costituire di per sé dei meccanismi di difesa primitivi e disadattativi. Una reazione comune, quella di disapprovare con veemenza certi comportamenti, una netta scissione di ciò che è buono da ciò che è cattivo, che porta a semplificare la realtà e conservare l’idea positiva che abbiamo di noi stessi.

Naturalmente esiste una distinzione tra comportamenti ammissibili e non, scandita dalla legge, tuttavia accanirsi contro i colpevoli attraverso insulti verbali, fisici o sui social network, senza riflettere sulla paura e fragilità che possono aver portato a tali azioni, è essa stessa una difesa disfunzionale, che rischia di aumentare il senso di colpa sperimentato dal trasgressore e incentivare ulteriori infrazioni. Senza contare che spesso le ingiurie vengono rivolte a presunti trasgressori, che escono di casa per vere necessità.

Un fenomeno sociale in grado di aumentare sia le violenze rivolte ai trasgressori sia il numero di azioni trasgressive è quello della diffusione di responsabilità, ovvero quel processo che porta a favorire e legittimare socialmente un’azione di gruppo che compiuta dal singolo sarebbe considerata sbagliata (Darley & Latané 1968).

Distorsioni cognitive simili vengono a formarsi attraverso le euristiche, scorciatoie di pensiero che hanno lo scopo di semplificare la realtà, incorrendo però in errori logici (Kahneman 2002).

Ritornano al desiderio di esercitare un controllo sul proprio destino, esiste un bias in grado di spiegare alcuni procedimenti cognitivi che possono portare alla credenza erronea di aver la facoltà di gestire eventi che sfuggono invece al controllo: l’illusione del controllo. Si tratta di un errore di giudizio in base al quale gli individui sovrastimano le proprie probabilità di successo, sottostimando però i rischi e ostacolando il pensiero critico. Per riprendere l’esempio precedente, il corridore deciso a infrangere le norme potrebbe aver pensato prima di uscire “farò attenzione e quindi non contagerò nessuno”: questo pensiero lo avrà momentaneamente rassicurato, ma il suo ragionamento è fallace, perché non considera altri fattori sui quali non ha alcuna influenza.

Questi sono solo alcuni dei motivi che possono portare alla messa in atto di comportamenti antisociali durante il lockdown. A fianco dei fattori cognitivi, come le strategie disadattive e la perseverazione, intervengono anche fattori psicosociali, come la marginalizzazione e la diffusione di responsabilità, ma anche fragilità emotive e meccanismi di difesa primitivi, sia preesistenti che acuiti dalla situazione di emergenza. Basti pensare alle problematiche relazionali intrafamiliari che vengono accentuate durante il confinamento, senza la possibilità di allontanarsene. Per questi ed altri motivi i comportamenti antisociali cui si è assistito andrebbero osservati con flessibilità psicologica, senza legittimarli ma evitando anche di condannare a priori scopi e intenzioni.

I tratti di personalità influenzano i nostri incubi?

Un recente studio pubblicato sulla rivisita Sleep Science, ha indagato la relazione tra incubi e caratteristiche personologiche, prendendo anche in esame fattori quali età e sesso. 

 

Sebbene gli incubi siano abbastanza comuni nella popolazione generale, la diagnosi clinica del disturbo da incubi viene fatta solo quando questi sono accompagnati da un significativo grado di sofferenza. La classificazione internazionale dei disturbi del sonno descrive diversi modi in cui gli incubi possono influenzare la vita quotidiana dei sognatori. In generale troviamo compromissioni che riguardano: flashback dell’incubo durante le ore di veglia, paura di addormentarsi a causa dell’anticipazione degli incubi e disturbi dell’umore dovuti a persistenti sentimenti causati dall’incubo (Blagrove & Williams, 2004).

Per comprendere le cause eziologiche alla base di questo disturbo, i ricercatori hanno preso in esame diversi fattori, tra cui aspetti socio-demografici, frequenza degli incubi e livelli di nevroticismo (dimensione della personalità caratterizzata dalla tendenza di un individuo ad esperire emozioni negative, in risposta ad eventi stressanti) (Schredl & Goeritz, 2019).

Per la raccolta dati è stato creato un sondaggio online, completato da 2.492 uomini e donne di età compresa tra 17 e 93 anni. I partecipanti hanno compilato dei questionari che valutavano il loro disagio provato a causa degli incubi e la frequenza di essi, sia attualmente che durante l’infanzia. La definizione di incubo fornita ai soggetti è stata la seguente: “Gli incubi sono sogni con forti emozioni negative che portano al risveglio. La trama dei sogni può essere ricordata in modo molto vivido al risveglio”.

Al fine di misurare le dimensioni della personalità è stata utilizzo un questionario del big five a versione ridotta che comprendeva sempre 5 fattori di personalità: nevroticismo, piacevolezza, estroversione, apertura all’esperienza e coscienziosità (Schredl & Goeritz, 2019).

I risultati hanno mostrato che circa il 9% degli intervistati ha riportato incubi settimanali attuali e il 18% ha riferito incubi settimanali durante l’infanzia. Più di un quarto (27%) dei partecipanti ha riferito di avere incubi ricorrenti legati ad eventi della loro vita.

Il nevroticismo risulta essere il tratto di personalità più fortemente associato sia alla frequenza degli incubi che all’esperienza degli incubi ricorrenti (Schredl & Goeritz, 2019).

Le donne fanno esperienza di incubi più frequentemente rispetto agli uomini e mostrano anche più angoscia di avere successivi incubi, questa differenza di genere è spiegata dal fatto che uomini e donne differiscono nei livelli di nevroticismo, infatti i ricercatori, sottolineano che, quando nelle analisi statistiche tra le differenze di genere, inserivano la variabile di ‘’nevroticismo’’ come covariata, non si delineava una differenza di genere (Schredl & Goeritz, 2019).

È stato anche riscontrato un effetto dell’età, che risulta correlare positivamente con la frequenza e l’angoscia data dagli incubi.

Gli autori sottolineano che il loro processo di reclutamento, potrebbe aver portato a una distorsione della selezione del campione, cioè coloro che erano più interessati ai sogni potrebbero aver scelto di partecipare allo studio, si denota infatti una percentuale di frequenza di incubi più elevata rispetto ai valori normativi presenti in altri studi analoghi.

Tuttavia, i ricercatori concludono che oltre alla frequenza dell’incubo, fattori come il genere, l’età e il nevroticismo probabilmente contribuiscono ad aumentare l’angoscia post incubo (Schredl & Goeritz, 2019).

 

La Comunità psicologica si mobilita a difesa dei diritti e bisogni psicologici dei cittadini

La Comunità psicologica si mobilita a difesa dei diritti e bisogni psicologici dei cittadini. – Il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) David Lazzari intervistato dal presidente della Consulta delle scuole di specializzazione cognitivo comportamentali Paolo Michielin

 

Paolo Michielin (PM): Caro David, il CNOP sta promuovendo una mobilitazione in relazione ai contenuti del Decreto “Rilancio”, lanciando lo slogan #lasalutepsicologicaèundiritto, come mai?

David Lazzari (DL): Caro Paolo, è vero che decidere in questa situazione non è facile, ma la lacuna nell’iniziativa del Governo e delle Regioni è molto grave. E non è certo dovuta alla mancanza di proposte serie e percorribili per la parte psicologica. Il CNOP e le società scientifiche di area psicologica hanno fatto proposte serie e sostenibili in questi due mesi. Ci siamo messi a disposizione del governo e delle istituzioni, come scienza e come professione, il presidente Conte ci ha anche ringraziato per i vademecum che abbiamo fatto per la popolazione. Ora il mondo psicologico deve dare voce a questa esigenza, non è solo un problema della professione ma di tenuta del paese e di civiltà.

PM: Quale è l’obiettivo di questa mobilitazione?

DL: Far capire a governo e parlamento che la dimensione psicologica è una componente fondamentale del tema salute ed anche della qualità della vita delle persone, del loro sviluppo, delle relazioni e delle dinamiche sociali. Che senza psicologia aumentano i problemi ed i costi, per le persone e per la società. Non è possibile che gli italiani abbiano solo due alternative: pagarsi lo psicologo di tasca propria o stare male. E questo perché l’assistenza psicologica è prevista dai livelli essenziali di assistenza ma non ci sono gli psicologi per erogare queste prestazioni. Sono 6 mila nel Servizio Sanitario Nazionale per 60 milioni di italiani.

PM: Stare male significa in molti casi finire con il prendere farmaci, e l’Italia è tra i paesi con maggior consumo di antidepressivi ed ansiolitici. Nonostante le linee guida internazionali – in particolare le più autorevoli, quelle NICE  – dicano che per i disturbi emotivi comuni, i più diffusi nella pandemia, i farmaci non siano affatto la risposta più indicata e quando lo sono andrebbero abbinati con l’intervento psicologico. Tu hai di recente pubblicato un libro su questo …

DL: Infatti, il governo dice che si basa sui consigli degli scienziati. Ma evidentemente non per la salute psicologica. Perché le evidenze ci dicono non solo che le cure psicologiche sono le più efficaci per le più comuni forme di disagio ma che fanno risparmiare, perché riducono i problemi di salute e migliorano le risorse e gli equilibri adattivi delle persone anche a medio e lungo termine. Ogni euro speso ne fa risparmiare 1,14 euro per l’ansia, 1,90 per la depressione e 2,5 per le patologie fisiche (Naylor et al. 2012).

PM: Il programma inglese IAPT-Improving Access to Psychological Therapies, varato su consiglio degli economisti della London School, si basa su questi dati per garantire a tutti i cittadini, veramente a tutti, l’assistenza psicologica. Programma aumentato con milioni di sterline nell’emergenza COVID.

DL: Esattamente, e sono dati che abbiamo fatto avere ai decisori politici. È appena uscito un documento delle Nazioni Unite[1], che stiamo traducendo in italiano per pubblicarlo sul sito CNOP, che distingue bene tra bisogni psicologici in senso ampio e disturbi mentali e indica una strategia proattiva e diffusa per intercettare e rispondere al disagio psicologico nei contesti della comunità.

PM: Tutte le Agenzie internazionali (OMS, ONU) stanno denunciando una emergenza psicologica conseguente alla pandemia che avrà ricadute pesanti e di lungo periodo. I dati preliminari raccolti nel nostro paese sono ancora più allarmanti, ad esempio per quanto riguarda gli operatori sanitari o i familiari delle vittime. Perché il Governo non ne tiene conto? Eppure il Ministero della Salute ha riconosciuto l’emergenza attivando un “numero verde per il sostegno psicologico”….

DL: l’Italia ha tradizioni culturali che hanno sempre avversato la Psicologia, basti pensare che siamo stati quasi l’ultimo Paese occidentale ad istituire i corsi di laurea; per fare l’Ordine ci sono voluti vent’anni di battaglie, come ben sai essendo tu stato il primo presidente nazionale. Dal 2018 siamo professione sanitaria ma il binomio psicologia-salute è lontano dai palazzi, che in questo si mostrano sordi verso la sensibilità e le esigenze della popolazione. Pensa che 8 italiani su 10 ritengono fondamentale la professione psicologica per la ripresa, oggi il valore sociale della psicologia e degli psicologi è molto aumentato. Il Ministero della Salute ha fatto un passo con il “numero verde” per tamponare l’emergenza. La Comunità ha risposto in modo forte e solidale ma ora è necessario che si apra subito una fase nuova, di risposta strutturale, e non più di tampone per l’urgenza del lockdown. Il Ministero non può certo pensare che i bisogni psicologici siano terminati o di continuare solo con le linee telefoniche. Chi sta aiutando le decine di  migliaia di persone sopravvissute al COVID? La moltitudine che ha perso un familiare? Tutti i medici ed infermieri stressati della prima linea? Tutti i lavoratori in crisi?

PM: Eppure ci sono evidenze importanti su quanto funziona la Psicologia per ridurre i problemi, per prevenire il disagio e fare empowerment, sviluppare resilienza individuale e collettiva, mi sembra che questi dati siano stati diffusi anche dal CNOP.  Conosciamo i costi del disagio psicologico e i guadagni, anche economici, della sua riduzione. La Psicologia si ripaga da sola con i risparmi che produce.

DL: Servono scelte lungimiranti, che aprono prospettive importanti. C’è bisogno di un approccio che guardi alla Comunità nel suo complesso e nelle sue articolazioni. Per fare questo la componente psicologica va riconosciuta come parte essenziale nel campo della salute, dell’educazione, del welfare, delle politiche del lavoro, solo per citare gli ambiti più importanti. Dove può valorizzare le sue competenze in modo integrato con le altre professioni. Voglio dire una cosa chiara: la psicologia non è un optional, non può essere un lusso per pochi ma una risorsa per tutti, e la professione non è un hobby ma una cosa seria, e va impiegata seriamente. Questo vuol dire che stato e regioni devono reclutare gli psicologi che servono e non ci sono, che vanno dati dei voucher alle fasce più a rischio e a reddito più basso per accedere all’assistenza psicologica presso i liberi professionisti, attivare una convenzione che consenta l’accesso al sostegno e cure psicologiche negli studi privati. Già nel Decreto Rilancio si danno fondi alle scuole per acquistare prestazioni psicologiche. Senza una rete articolata di questo tipo, che prevede un insieme di possibilità, modulate anche in base al bisogno, non ci sarà una risposta efficace, che – ricordiamolo – deve essere anche proattiva, collettiva, di comunità, per prevenire e sviluppare risorse non solo per riparare.

 

#lasalutepsicologicaèundiritto!

Per aderire vai sul sito del CNOP: www.psy.it

Funzionamento psicologico nel Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione

Il Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della penetrazione rientra tra le disfuzioni sessuali femminili e spesso l’ansia e la paura per il dolore sono stati emotivi comunemente riportati da donne che hanno sperimentato in maniera costante il dolore durante i rapporti sessuali e in alcuni casi può portare all’evitamento di situazioni intime/sessuali.

Mirto Anna Maria – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

Il Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione (DGP-P) viene classificato all’intero del DSM 5 (APA, 2013) come una disfunzione sessuale femminile caratterizzata dalla presenza di uno o più dei seguenti problemi:

  • nella penetrazione vaginale durante i rapporto sessuali
  • marcato dolore genito-pelvico durante il rapporto sessuale o i tentativi di penetrazione,
  • marcata paura o ansia per il dolore pelvico o vulvo-vaginale prima, durante o come risultato della penetrazione vaginale,
  • marcata tensione o contrazione dei muscoli del pavimento pelvico durante il tentativo di penetrazione vaginale.

La difficoltà nella penetrazione vaginale può presentarsi in maniera generalizzata a tutte le esperienze di penetrazione, quali rapporto sessuale, visite ginecologiche, uso di assorbenti interni, oppure essere specifica solo in alcune situazioni. Il marcato dolore, che può essere in genere elicitato nel corso di una visita ginecologica, può mantenersi nel tempo anche successivamente il termine del rapporto sessuale o presentarsi durante la minzione. L’ansia e la paura per il dolore sono stati emotivi comunemente riportati da donne che hanno sperimentato in maniera costante il dolore durante i rapporti sessuali e in alcuni casi può portare all’evitamento di situazioni intime/sessuali. La marcata tensione dei muscoli del pavimento pelvico andrebbe meglio valutata da un ginecologo al fine di indagare l’eventuale presenza di disfunzioni organiche.

Per porre diagnosi di DGP-P è sufficiente la presenza, da almeno 6 mesi, di un solo sintomo, tra quelli sopracitati, purché associato a marcata difficoltà tale da causare disagio clinico significativo.

Tale disfunzione sessuale ingloba due disturbi che nel DSM IV-TR avevano un’altra categorizzazione diagnostica, quali il “vaginismo”, ossia spasmi e contrazioni involontarie dei muscoli perivaginali che rendono difficile la penetrazione, e la “dispareunia”, ossia i dolori durante il rapporto sessuale.

Eziologia

Diversi sono i fattori che possono contribuire all’insorgenza del disturbo da DGP-P. Ghaly e Chien (2000) hanno individuato la presenza sia di cause organiche che non (Tab. 1). In particolare, procedure chirurgiche o processi infiammatori organici, come l’endometriosi o la sindrome del colon irritabile, posso portare alla formazione di cicatrici e aderenze, le quali possono provocare dolore nelle aree interessate. Quando ad essere colpiti da infiammazioni o aderenze sono i muscoli del pavimento pelvico allora è possibile la presenza di “punti trigger”, dai quali si propaga il dolore (Alappattu e Bishop, 2011). Relativamente alla cause non organiche, risulta fondamentale, per la valutazione del disturbo, indagare la presenza o meno di una storia di abuso sessuale o emotivo e di sintomi depressivi, ansia o altre alterazione psichiatriche. Diversi studi, difatti, hanno riscontrato come le donne con DGP-P riportano di frequente depressione, ansia e disturbi del sonno, oltre alle limitazioni nell’attività sessuale (Grace e Zondervan, 2006; Pitt e coll., 2008). Altri fattori non organici rilevanti per l’eziologia riguardano la qualità relazionale con il partner, le condizioni di salute di quest’ultimo ed in particolare la presenza di problemi sessuali come la disfunzione erettile o l’eiaculazione precoce, le quali possono causare difficoltà nella penetrazione, il contesto culturale di appartenenza e il credo religioso della donna per indagare la presenza di inibizioni correlate a divieti riguardanti l’attività sessuale (APA, 2013).

Disturbo da Dolore Genito Pelvico e della Penetrazione cause sottostanti Tab 1

Tab. 1 Cause organiche e non organiche del Disturbo da Dolore Genito Pelvico. Adattato da Ghaly e Chien (2000)

Caratteriste associate al disturbo

Tra le caratteristiche associate al disturbo da DGP-P vi è la comorbilità con altre disfunzioni sessuali, quali il disturbo da desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile. Più specificatamente, l’interesse sessuale viene solitamente mantenuto all’interno di contesti esperienziali non dolorosi o non richiedenti la penetrazione (APA, 2013). Tuttavia, anche nei casi in cui vengono riferiti adeguati interesse e motivazione sessuale, vi è spesso un evitamento comportamentale di situazioni sessuali (APA, 2013). Questo comportamento sembrerebbe rappresentare una strategia di coping disfunzionale responsabile di conseguenze psicologiche negative, come la depressione (Lethem e coll., 1983; Alappattu e Bishop, 2011). A livello fisico, invece, le conseguenze dovute alla messa in atto di tale strategia vengono definite come sindrome da disuso, che, nel disturbo da DGP-P, riguardano l’ipertonicità, ossia l’aumento della tensione, dei muscoli del pavimento pelvico e la loro riduzione di flessibilità e minore capacità di rilassamento (Reissing e coll., 2005; Gentilcore-Saulnier e coll, 2010), le quali aumentano il rischio di una penetrazione dolorosa. Inoltre, tale strategia influenza la sensazione del dolore, la quale viene percepita come maggiore e più amplificata rispetto alla reale esperienza dolorosa (Lethem e coll., 1983; Alappattu e coll., 2015). Tutte queste conseguenze si riflettono, a livello comportamentale, sul rafforzamento dell’evitamento, dando così vita ad un circolo vizioso che col tempo può determinare il passaggio da dolore acuto a cronico (Vlaeyen e Linton, 2000; Thomtén e Linton, 2013).

Modello Psicologico Teorico di riferimento – Fear-Avoidance Model

L’amplificata percezione dell’esperienza dolorosa, l’evitamento e le sue conseguenze in termini in disuso e depressione, rappresentano solo alcune delle variabili psicologiche coinvolte nei disturbi da dolore. Il modello teorico che in letteratura viene principalmente citato per la comprensione dei fattori psicologici coinvolti nel dolore è il Fear-Avoidance Model (FAM) – il Modello dell’Evitamento della Paura, di Lethem e collaboratori (1983), sviluppato in particolare nei disturbi da dolore muscolo-scheletrico. Le variabili centrali del modello sono la catastrofizzazione e la paura del dolore, le quali influenzano il tipo di risposta messa in atto dall’individuo per fronteggiare l’esperienza di dolore (Vlaeyen e Linton, 2000). La catastrofizzazione del dolore si riflette in uno stile di pensiero negativo ripetitivo che amplifica la percezione della gravità e dell’intensità del dolore. I pensieri catastrofici, a loro volta, incrementano la paura del dolore riflettendosi in un aumento dell’ipervigilanza, la quale a livello fisico comporta una riduzione della lubrificazione vaginale. Tale risposta fisiologica può rappresentare per le donne che soffrono di DGP-P una condizione sfavorevole per una rapporto sessuale soddisfacente in quanto aumenta il rischio di una penetrazione dolorosa (Thomtén e Linton, 2013). Relativamente alle risposte messe in atto per fronteggiare l’esperienza dolorosa vi è, ad un estremo, la strategia di “confrontation”, che in maniera funzionale contribuisce ad un adattamento positivo al dolore motivando l’individuo a riprendere le sue attività fisiche e sociali, e all’altro estremo, la strategia di “avoidance”, che al contrario porta la persona ad evitare le esperienze che percepisce come dolorose. Tutto ciò contribuisce all’esacerbazione e al mantenimento della percezione del dolore e a conseguenze psicologiche e fisiche che promuovono lo sviluppo di uno stato di disabilità (Lethem e coll., 1983; Vlaeyen e Linton, 2000; Alappattu e Bishop, 2011), che nel disturbo da DGP-P si riflettono anche nella riduzione del funzionamento sessuale con difficoltà nelle diverse fasi di desiderio, eccitamento e lubrificazione (Payne e coll., 2005).

Disturbo da Dolore Genito Pelvico e della Penetrazione cause sottostanti Fig 1

Fig. 1 Adeguamento del Fear-Avoidance Model per i disturbi sessuali caratterizzati da dolore. Adattato da Thomtén e Linton (2013)

Pertanto, poiché diversi studi hanno riscontrato la presenza di queste variabili psicologiche nelle donne con disturbo da DGP-P (Payne e coll., 2005; Desrochers e coll., 2009), il FAM sembrerebbe quindi essere la cornice teorica entro cui comprendere meglio il meccanismo dei disturbi sessuali caratterizzati da dolore (Thomtén e Linton, 2013) e alla quale future ricerche dovrebbero far riferimento per sviluppare ed individuare trattamenti psicoterapici diretti a questi fattori in aggiunta agli interventi standard, quali terapia manuale, fisioterapia, stimolazione elettrica e biofeedback elettromiografico (Alappattu e Bishop, 2011).

Il ruolo della metacognizione

Negli ultimi anni, in letteratura, relativamente alla comprensione dei meccanismi sottostanti i disturbi caratterizzati da dolore, vi è un numero crescente di studi che si è focalizzato sull’indagine della relazione tra catastrofizzazione del dolore, comportamenti e pensieri relati al dolore e credenze metacognitive (Yoshida e coll., 2012; Spada e coll., 2015; Ziadni e coll., 2017). Tuttavia i risultati sono contrastanti. In particolare, Spada e collaboratori (2015) nella loro ricerca, condotta su un campione in cui si escludeva la presenza di condizioni mediche che potessero causare dolore costante o cronico, hanno riscontrato un ruolo mediatore delle credenze metacognitive relative al rimuginio nella relazione tra affettività negativa, catastrofizzazione del dolore e comportamenti legati al dolore, come l’evitamento. Al contrario, lo studio condotto da Ziadni e collaboratori (2017) su un campione di individui con dolore cronico di varia eziologia, pur osservando un maggior distress emotivo nei soggetti con credenze metacognitive negative, non ha riscontrato un ruolo mediatore delle metacredenze sull’effetto della catastrofizzazione del dolore sul funzionamento psicologico e fisico.

Questi risultati suggeriscono l’importanza e la necessità di condurre ulteriori ricerche sul ruolo delle credenze metacognitive nel dolore. Il disturbo da DGP-P è un campo clinico in cui sarebbe fondamentale che si orientassero le future ricerche al fine di sviluppare interventi efficaci.

Il contatto pelle a pelle tra madre e bambino condiziona il futuro tipo di attaccamento e lo sviluppo cerebrale

Numerose ricerche si sono occupate di indagare quali fossero i benefici di un contatto pelle a pelle tra madre e bambino immediatamente dopo il parto. I risultati scientifici confermano che lo skin to skin, oltre a porre le basi per un attaccamento di tipo sicuro, favorisce lo sviluppo cerebrale.

 

I primi 60-90 minuti dopo il parto, vengono detti “Ora Sacra” e sono un momento molto speciale per la madre e per il bambino. In quest’arco di tempo avviene il primo contatto che condiziona il processo d’attaccamento. Numerose ricerche sottolineano come il contatto pelle a pelle, subito dopo il parto, offra vantaggi immediati e a lungo termine. Lo skin to skin aumenta la produzione degli ormoni che influenzano l’attaccamento. Tra questi l’ossitocina, chiamata anche ”l’ormone dell’amore”, è il principale. Si è notato come essa faciliti il rilassamento, l’attrazione, il riconoscimento facciale e i comportamenti accudenti della madre. I livelli di ossitocina aumentano nel contatto pelle a pelle e si incrementano quando la mano del neonato massaggia il seno della madre (Matthiesen et. al., 2001). Negli anni ‘70 e ’80 del secolo scorso, diverse ricerche si sono occupate di confrontare i comportamenti delle madri, che avevano potuto sperimentare lo skin to skin, con quelli di madri che non avevano avuto questa possibilità. Nel momento delle dimissioni dal reparto di ostetricia, le madri che avevano sperimentato un contatto pelle a pelle, manifestavano maggiore sicurezza nel maneggiare e nell’accudire i propri bambini. Le stesse madri, a distanza di tre mesi, baciavano di più i propri bambini e passavano più tempo a guardarli in viso. A un anno dimostravano maggiore propensione per abbracci e atteggiamenti vocali positivi, e inoltre allattavano i bambini più a lungo (DeChateau PWB, 1997). Molti studi ipotizzano che la capacità di regolare in modo efficace le emozioni sia legata alle esperienze di attaccamento primario. Esistono, inoltre, evidenze che il contatto pelle a pelle e l’attaccamento madre-bambino influenzano il normale sviluppo cerebrale.

Il contatto pelle a pelle favorisce uno sviluppo cerebrale

Secondo John Bowlby (1979), psicologo che a lungo si è occupato di attaccamento, trasportare i neonati e tenerli a diretto contatto con il corpo è essenziale per lo sviluppo infantile. Poter avere un contatto pelle a pelle durante la prima ora di vita determina il modello di comportamento madre-figlio ed influenza il normale sviluppo cerebrale.

Il contatto fisico, la comunicazione verbale e non verbale e il contatto visivo non sono solo interazioni piacevoli tra la madre e il bambino, ma favoriscono il normale sviluppo neurologico. Le ricerche sull’influenza che il precoce contatto madre-bambino e l’attaccamento hanno sullo sviluppo cerebrale sono state condotte in campo animale ed umano.

Harlow ha pubblicato nel 1958 i risultati del suo studio sui macachi Rhesus. I cuccioli, che crescevano senza le proprie madri, preferivano il contatto con una madre surrogata fatta di filo di ferro ricoperto di pelliccia, piuttosto che un surrogato dotato di un contenitore per il latte ma senza pelliccia. Il contatto era più importante del cibo, a testimonianza del ruolo fondamentale di questo nell’attaccamento.

Per Schore (1994) il cervello è progettato per prendere la propria configurazione finale per effetto delle prime esperienze, in particolare in conseguenza delle relazioni di attaccamento. Le sue ricerche sull’attaccamento e lo sviluppo cerebrale, evidenziano che i primissimi eventi di natura interpersonale possono avere un impatto positivo o negativo sull’organizzazione strutturale del cervello. Secondo gli studi di Schore (2001) e di altri neurofisiologi, che a lungo si sono occupati di attaccamento, l’amigdala si trova in un periodo di maturazione fondamentale nei primi 2 mesi di vita. Questa struttura cerebrale fa parte del sistema limbico ed è coinvolta nell’apprendimento emotivo, nella modulazione della memoria e nell’attivazione del sistema nervoso simpatico. Il contatto pelle a pelle è responsabile dell’attivazione dell’amigdala attraverso la via prefrontale- orbitale e contribuisce alla maturazione di questa struttura cerebrale.

Prescott (1975), riferendosi ad un lavoro di Harlow, Mason e Berkson, ha affermato che il contatto e il movimento sono i fattori più importanti per un normale sviluppo cerebrale. Permettono, infatti, la neurointegrazione di cervelletto, sistema limbico e corteccia prefrontale.

I vantaggi del contatto pelle a pelle e le tipologie di parto

Oltre ad influenzare lo sviluppo cerebrale, il precoce contatto pelle a pelle madre-bambino, favorisce la stabilizzazione di alcuni parametri fisiologici del neonato e influenza la durata dell’allattamento. Questi fattori migliorano la qualità della relazione tra mamma e neonato affinando l’attaccamento. Le ricerche dimostrano una stabilizzazione della respirazione e dell’ossigenazione. La frequenza respiratoria dei neonati che hanno sperimentato lo skin to skin è più bassa di quella dei neonati separati dalle madri, mentre i livelli di glucosio sono più alti. Anche il battito cardiaco è più lento rispetto a quello dei bambini che hanno subito una separazione ( Arcolet D. et al, 1989). Il contatto con la pelle materna permette di regolare la temperatura del neonato, riducendo il rischio di ipotermia ed evitando che il calore venga generato attraverso il consumo di grasso bruno, necessario per il mantenimento del peso ( Lundington-Hoe et al. 2006). La separazione dalla madre provoca la produzione, da parte del neonato, di ormoni dello stress con conseguente aumento del consumo di calorie ( Christensson K. Et al., 1995). Il primo attacco al seno, per i neonati che hanno avuto un contatto pelle a pelle immediato con la madre, è facilitato probabilmente per una maggiore stimolazione del tratto olfattivo. Secondo una metanalisi dei dati in letteratura, lo skin to skin, aumenta del 50% la probabilità di allattamento esclusivo al seno al momento della dimissione ospedaliera.

La risposta genitoriale ai bisogni del neonato, attraverso la relazione di prossimità, di contatto e di piacere, permette al neonato e poi al bambino, di ordinare il suo mondo interiore. L’osmosi emotiva definirà il legame che genererà un tipo di attaccamento più o meno sicuro. Lo skin to skin pone le basi per lo sviluppo di un attaccamento sicuro che permetterà al bambino di esplorare l’ambiente esterno ed il mondo serenamente, con la consapevolezza di poter tornare ad una base sicura ogni volta che ne senta il bisogno.

Ann-Marie Widstrom, ostetrica svedese, ha a lungo osservato i vantaggi del precoce contatto pelle a pelle tra madre e neonato. Nel 1990 Ha pubblicato le sue osservazioni facendo anche riferimento ai protocolli ospedalieri che riguardano il parto naturale e quello cesareo. L’attuazione dello skin to skin dopo un parto vaginale è facilmente realizzabile, mentre risulta più laboriosa in caso di taglio cesareo. Tenendo conto di tutti i vantaggi del contatto precoce pelle a pelle è nato il parto cesareo dolce che, grazie ad una procedura chirurgica meno invasiva, permette alla mamma, immediatamente dopo il parto, di vivere l’ora sacra attraverso un contatto a pelle con il neonato.

 

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