expand_lessAPRI WIDGET

Stigma e malattia mentale: medici e psicologi ne sono immuni?

Una prospettiva biogenetica come spiegazione del disturbo mentale aumenterebbe la distanza sociale percepita e i livelli di stigma anche nei professionisti.

 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono circa 450 milioni le persone nel mondo a soffrire di disturbi mentali o del comportamento. Il più rappresentativo dei disturbi psichiatrici è la schizofrenia: nel mondo 24 milioni di persone soffrono di questo disturbo, 245.000 dei quali in Italia. Lo stigma riferito alla malattia mentale esiste in tutto il mondo ed è stato documentato da numerose ricerche (Link & Phelan, 2011; Corrigan, 2005) che hanno mostrato come tra la popolazione generale esistano convinzioni stereotipate riguardo la pericolosità (Crisp, Gerder, Rix Meltzer & Rowland, 2000), l’imprevedibilità, l’incompetenza e la responsabilità (Link, Phelan, Bresnhan, Stueve & Pescosolido, 1999). Infatti, le persone affette da schizofrenia sono spesso descritte come imprevedibili, incompetenti e pericolose, oltre che responsabili del proprio disturbo e con una scarsa possibilità di prognosi positiva (Angermeyer & Matschinger, 2004).

Tuttavia, atteggiamenti di questo tipo non sono stati riscontrati solo nella popolazione generale, ma sono presenti anche tra i professionisti della salute. I medici, ad esempio, non sono immuni allo stigma nei confronti delle persone con schizofrenia (Ay, Save & Fidanoglu, 2006; Economou et al., 2012; Feldmann, 2005; Filipcic et al., 2003; Garyfallos et al., 1998; Javed et al., 2006) e ciò è stato portato alla luce da una notevole quantità di studi effettuati in quest’ultimo ventennio che hanno evidenziato l’esistenza di forti pregiudizi con conseguenti atteggiamenti negativi dei medici nei confronti dei pazienti con disturbi psichiatrici.

Studi di questo tipo sono stati effettuati anche sugli studenti di medicina; i risultati di alcune tra queste ricerche (Magliano et al., 2012; Ay, 2006) mostrano come il percorso di studi tenda ad enfatizzare la percezione di pericolosità ed inguaribilità dalla schizofrenia con conseguente rafforzamento di atteggiamenti discriminatori anche da parte dei ‘medici di domani’. Inoltre è stato riportato che l’utilizzo di una prospettiva biogenetica come spiegazione del disturbo mentale aumenterebbe sia la distanza sociale percepita che i livelli di stigma (Dietrich et al., 2004, Read et al., 2006, Walker & Read, 2002, Read & Harrè, 2001). Diversi studi hanno evidenziato che attribuire le cause della schizofrenia a fattori genetici è associato ad una visione pessimistica circa le possibilità di guarigione (Rusch, 2011); al contrario, quando viene data una rilevanza maggiore a fattori causali di tipo psicosociale si tende ad essere più ottimisti sull’esito di questa patologia e, inoltre, le persone con schizofrenia vengono meno considerate come pericolose ed imprevedibili, riducendo in tal modo la distanza sociale nei loro confronti.

Nonostante gli psicologi abbiano un importante ruolo nella cura e nel sostegno professionale verso i pazienti psichiatrici, troppe poche ricerche esistono in letteratura che indagano la percezione di questa categoria di professionisti verso la malattia mentale. L’atteggiamento degli psicologi o degli studenti di psicologia non è stato adeguatamente valutato nella stessa misura in cui invece ci si è concentrati sugli atteggiamenti dei medici o di altri operatori sociali e sanitari.

Alcuni studi suggeriscono che gli psicologi clinici reggono meglio il confronto con gli altri professionisti della salute; essi tendono, infatti, ad avere atteggiamenti più positivi nei confronti di persone con disturbi psichiatrici (Roskin, Carsen, Rabiner, & Marell, 1988) e ad essere più ottimisti riguardo gli esiti del trattamento (Jorm et al., 1999).

I risultati di uno studio di Magliano e colleghi (2016) condotto su 566 studenti di psicologia risultano coerenti con il corpo di ricerche che documentano come l’assunzione di una prospettiva biomedica dei disturbi mentali possa avere effetti negativi sugli atteggiamenti ad essi associati (Angermeyer et al., 2011; Deacon, 2013; Pescosolido et al., 2010; Speerforck et al., 2014). Gli studenti di psicologia coinvolti in questo studio che riportano l’ereditarietà tra le cause del disturbo mentale risultano più pessimisti riguardo alle possibilità di guarigione e sono più scettici riguardo l’utilità dei trattamenti psicosociali nella schizofrenia.

Questi risultati supportano gli studi precedenti che indicano come l’adozione di un modello biogenetico della schizofrenia possa aumentare i pregiudizi sull’incurabilità di tale disturbo (Angermeyer et al., 2011; Read et al., 2013; Kvaale et al., 2013) e possa portare alla gestione clinica di questo disturbo solo attraverso l’utilizzo di trattamenti farmacologici a lungo termine (Hutton et al., 2013).

Tali studi aprono riflessioni sulla necessità di interrogarsi su quanto il percorso accademico sia in grado di plasmare gli atteggiamenti dei professionisti sanitari che offrono servizi di cura, spesso sulla base di soli inquadramenti teorici e decontestualizzati, figli di una vecchia psichiatria pre-Basaglia, e sul bisogno di rendere i percorsi professionalizzanti meno teorici e più pratici, con l’opportunità di interfacciarsi e di calarsi nella pratica clinica già durante gli anni di formazione, auspicando incontri e dialogo con le persone che soffrono di disturbi mentali, favorendo in tal modo l’abbattimento del muro dei pregiudizi che ruotano intorno alla malattia mentale.

Effetti positivi del lockdown su alcuni pazienti. Considerazioni tra psicoanalisi e psicologia evoluzionistica

Osservando gli effetti del lockdown sui nostri pazienti, ci siamo accorti che molti di loro dicevano di essere stati meglio nel periodo del lockdown rispetto a come si sentivano nel periodo precedente. abbiamo cercato di capirne le ragioni sia nell’ottica psicoanalitica che nell’ottica della psicologia evoluzionistica

 

Abstract

L’esperienza del lockdown è stata un esperimento unico su cui è interessante riflettere. Accanto a tanti effetti psicologici negativi, su cui molto è stato scritto, noi abbiamo notato che alcuni pazienti psichiatrici sono stati meglio durante il periodo del lockdown e abbiamo cercato di capirne le ragioni sia nell’ottica psicoanalitica che nell’ottica della psicologia evoluzionistica, riferendoci in particolare alla teoria del sistemi motivazionali elaborata da Liotti et al. (2017).

Da questo punto di vista gli effetti positivi del lockdown sono stati riportati al gioco dei sistemi motivazionali, diversamente attivati durante il lockdown rispetto a quanto avveniva per questi pazienti nella vita di prima. In particolare riteniamo che i pazienti abbiano tratto sollievo dalla disattivazione del sistema agonistico, rigidamente attivato in precedenza nella posizione di sottomissione o nell’angosciosa alternanza di dominanza e sottomissione (tipica del disturbo bipolare), con le sue specifiche emozioni negative. Questa disattivazione è stata ricondotta sia al fatto che il confronto con gli altri aveva perso di importanza che all’attivazione dei sistemi collaborativo e affiliativo, particolarmente attivati dalla situazione di condivisione che ci siamo trovati a vivere, con le loro emozioni positive specifiche. Il sistema dell’attaccamento, fortemente attivato dalla minaccia alla propria vita, ha ottenuto risposte positive di ‘accudimento sociale’ da parte dei governi attraverso le misure restrittive, che forse anche per questo motivo sono state accettate più facilmente. Ciò ha permesso di sperimentare un senso di protezione in una società in cui le persone si sentono generalmente sole ed esposte. In molti casi inoltre un sollievo contro la disorganizzazione è stato ottenuto anche attraverso la messa in atto di ‘strategie controllanti accudenti’ nei confronti qualche persona cara da proteggere.

Dopo aver discusso sulla stabilità dei mutamenti positivi, si conclude notando che comunque il lockdown in molti dei nostri casi ha dato impulso al lavoro clinico.

Parole chiave: COVID-19, effetti positivi del lockdown sui pazienti, psicologia del sé, teoria dei sistemi motivazionali, sistema di rango, sistema collaborativo.

 

Si è parlato molto dell’impatto della situazione che stiamo vivendo rispetto al COVID-19 sulla psicopatologia (Bello & Caroppo, 2020; Hao et al., 2020; Hasan K. et al., 2020; Huang & Zhao, 2020; Odriozola-Gonzales et al., 2020; Qiu et al., 2020), soprattutto per quanto riguarda l’aumento di sindromi di tipo ansioso e depressivo e i disturbi da stress post-traumatico (Attili, 2020, Lei et al., 2020, Ozamiz-Etxebarria et al., 2020; Paci, 2020; Guerra, 2020). Qui vorremmo mettere a fuoco un aspetto meno trattato su cui ci è parso valesse la pena di riflettere. Osservando gli effetti del lockdown sui nostri pazienti, ci siamo accorti che molti di loro dicevano di essere stati meglio nel periodo del lockdown rispetto a come si sentivano nel periodo precedente e poi, quando il lockdown si è allentato e infine interrotto, hanno mostrato una certa ansia e difficoltà a riprendere la vita di prima.

La fenomenologia è molto varia. Parliamo di pazienti con psicosi che durante il lockdown hanno mostrato un’attenuazione dei sintomi psicotici, di adolescenti che avevano difficoltà a frequentare le lezioni per problemi di ansia da prestazione o di socializzazione con i coetanei, ma sono riusciti a seguire le lezioni on line, di persone con disturbi di personalità o patologie varie che hanno mostrato di stare decisamente meglio durante il periodo di chiusura. Per non parlare di tutti i casi in cui il lockdown ha rappresentato un’occasione di riflettere sulla propria vita introducendo cambiamenti positivi o ha consentito di rivitalizzare rapporti familiari prima dati per scontati o anche semplicemente di lavorare più rilassati e più concentrati in smart working.

Un articolo americano (Godpnik, 2020) riporta il fatto che bambini con ADHD sono riusciti più facilmente  a seguire le lezioni on line rispetto alle lezioni in classe. Un lavoro italiano (Bello, 2020) cita il fatto che nel periodo dei due mesi di blocco c’è stata in Emilia Romagna non solo una diminuzione dei ricoveri ospedalieri, ma si è verificata anche una riduzione dei TSO (trattamenti sanitari obbligatori). E’ interessante notare che un articolo comparso sull’Espresso durante il lockdown (Jesurum, 2020) riporta una risposta positiva anche nei pazienti ricoverati nella Rems di Volterra (‘Come se limitazioni del lockdown li avessero finalmente resi uguali agli altri fuori dalla Rems’ (Jesurum, 2020, p. 64)). Viene anche in mente il fatto che Durkheim (1897) sostiene che nei momenti storici in cui si verificano guerre e rivoluzioni diminuiscono i tassi di suicidio, cosa che l’autore riconduce al fatto che in queste situazioni si crea un maggior senso di comunità e la vita aumenta di significato.

Un discorso a parte meriterebbe il tema dei ricaschi positivi della terapia da remoto, in particolare attraverso Skype, cui possiamo solo accennare. A fronte di tanti aspetti negativi che i pazienti hanno lamentato e noi stessi abbiamo sperimentato, in certi casi abbiano notato che la terapia veniva facilitata e non solo per ragioni logistiche (come il fatto che i pazienti erano molto più puntuali e non saltavano le sedute). Qualcuno ha affermato di essersi sentito più libero nel parlare a distanza, osservazione confermata da altri lavori (Bello et al., 2020), altri si sono sentiti più concentrati, in altri casi la possibilità di focalizzare il volto dei pazienti in primo piano ha consentito al terapeuta di cogliere meglio certe emozioni, mentre la possibilità di vedere l’ambiente in cui i pazienti vivevano ha fornito informazioni importanti sull’atmosfera della casa, per esempio sulla disorganizzazione che regnava in famiglia, sull’intrusività dei familiari e il livello di privacy. Nell’articolo sopracitato (Godpnik, 2020), recentemente apparso sul New Yorker, che riporta le opinioni di svariati psicoanalisti e psicoterapeuti della città di New York, qualcuno ha messo in evidenza il fatto che su Skype l’interazione dei volti in primo piano appare più intensa e drammatica, mentre il feedback del proprio volto fornisce al terapeuta un prezioso rispecchiamento per gestire l’interazione.

A questo punto ci è parso che la situazione meritasse una riflessione più approfondita.

Vignette cliniche

Come altri (Fagiolini, 2020, Zito, 2020) anche noi abbiamo innanzitutto notato un attutirsi dei sintomi nei pazienti più gravi.

Un giovane di trent’anni con gravi sintomi depressivi e crisi ricorrenti in cui soffriva di deliri paranoidi e allucinazioni, ossessionato dal senso di inadeguatezza perché non riusciva ‘a combinare niente’ in una famiglia di persone di successo, in occasione del lockdown ha cominciato a seguire una serie di corsi on line che quando frequentava nella realtà ad un certo punto interrompeva sempre, riuscendo per la prima volta a condurli a termine. Quindi ha iniziato ad accettare di fare dei piccoli lavori che prima, quando gli venivano offerti, rifiutava perché non soddisfacevano le sue aspirazioni grandiose. Questo giovane, che chiedeva continuamente denaro per pagarsi costosi divertimenti e comprarsi nuovi gadget sostanzialmente superflui, manifestando scoppi di aggressività se gli venivano negati, ha accettato senza protestare di non comprarsi più niente per tutto il tempo della quarantena e invece di litigare ininterrottamente con l’anziana madre che poneva un freno alle sue spese, ha cominciato a prendersi cura di lei, facendo la spesa e cucinando. Durante tutto il periodo del lockdown, senza che la terapia farmacologica venisse corretta, questo giovane non ha avuto crisi contrariamente a quanto avveniva in precedenza. In questo caso, al termine del lockdown le manifestazioni psicopatologiche sono riprese in modo attenuato, centrandosi sul timore dei contagi.

L’abbandono delle spese compulsive si è verificato anche in un adolescente che presentava gravi rituali ossessivi e stereotipie, che gli impedivano di arrivare puntualmente a scuola, e che esasperava i genitori, chiedendo continuamente regali, situazioni che provocavano continue scenate familiari con grida, percosse, a volte perfino ferimenti, che spaventavano i vicini tanto da indurli a chiamare la polizia. Trattandosi di una famiglia molto disorganizzata, la terapeuta temeva che la convivenza forzata facesse degenerare la situazione, invece le cose sono andate meglio. Il ragazzo ha diminuito i rituali perché non aveva più l’ansia di andare a scuola ed è riuscito a seguire le lezioni online, perché, se ritardava un po’, la madre oscurava il video finchè il figlio non sopraggiungeva, poi gli riassumeva quello che aveva perso. Per tutto il tempo del lockdown il ragazzo non ha chiesto nessun regalo. Istintivamente la madre ha trovato un sistema geniale per contrastare la disorganizzazione familiare e contenere le ossessioni del figlio: fare poche cose e sempre le stesse in una successione costante. La giornata era scandita in fasi sempre uguali, tra lezioni on line,  ginnastica in terrazza, spesa, bucato, stenditura dei panni in terrazza, cucina, pranzo e così via, tutti avevano un compito e dovevano rispettarlo. La madre, che si è prodigata tantissimo, alla fine ha detto: ‘Mio figlio è ossessivo e questa organizzazione ferrea lo ha aiutato. Il lockdown per noi è stato un bene perché ci ha contenuti. Bisognava convivere per forza e ce l’abbiamo fatta. Siamo stati di più una famiglia’. Al termine della quarantena il ragazzo, che aveva interrotto le stereotipie, ha potuto diminuire la terapia farmacologica.

Una paziente di venticinque anni che soffre di un disturbo bipolare di tipo 1, durante la quarantena ha chiesto di aumentare le sedute (su Skype) da una a tre, cosa che in precedenza aveva sempre rifiutato perché freneticamente impegnata a perseguire un successo irrealistico in un’attività letteraria, dopo di che è riuscita a riflettere sulla sua malattia come mai aveva fatto in precedenza: se prima le interpretazioni sulla grandiosità delle sue aspettative avevano più che altro l’effetto di irritarla o di deprimerla, nella calma concessa dalla quarantena la ragazza ha ripreso lei stessa il discorso, iniziando un’elaborazione delle fantasie grandiose e delle dissociazioni che dominavano le sue fantasie e i suoi comportamenti. Questo ha aperto un discorso tuttora in corso sul proprio falso sé (Winnicott, 1960) e sull’autenticità, sulle aspettative dei genitori nei suoi confronti e su quello che veramente lei voleva, conducendo alla decisione di cambiare la facoltà universitaria. Mentre prima la terapia era focalizzata sul presente, nella calma indotta dal lokdown la ragazza ha sentito l’esigenza di tornare sul suo passato, cercando per la prima volta di ricostruire la storia della sua malattia, portando diari, fotografie e una serie di sogni in cui cercava di riordinare la casa, chiedeva ai professori di integrare le diverse materie scolastiche (gli aspetti dissociati di sé), e infine ritrovava con gioia una amica perduta, che portava molte cicatrici, ma era affascinante (sé stessa prima della malattia). Essendo costretta a vivere a stretto contatto con i familiari, mentre prima stava fuori casa tutto il giorno, ha preso coscienza delle dinamiche competitive e della reciproca svalorizzazione che dominavano i rapporti nella sua famiglia, dopo di che ha cercato di  migliorare le sue relazioni con i familiari con cui prima era sempre in conflitto: con una serie di lettere e colloqui separati ha spiegato ad ognuno di loro il proprio punto di vista, cercando, contrariamente alla regola dominante in famiglia, di vedere in ognuno degli altri qualche aspetto positivo, preoccupandosi del benessere di ognuno di loro, superando così molte incomprensioni. Infine, potendo seguire i propri tempi, ha iniziato a scrivere un’opera autenticamente creativa, ispirata proprio all’esperienza del lockdown, che ha voluto condividere con la terapeuta e che ha intitolato ‘Succede molto, anche se non succede niente’. In questo caso il trend positivo è continuato dopo la fine della quarantena con effetti imprevedibili.

Pazienti con disturbi di personalità, nevrotici o comunque che presentavano una debolezza del sé, che sopportavano a fatica il lavoro, perché non riuscivano a fornire le prestazioni richieste senza ansia eccessiva, sono riusciti più facilmente a lavorare da casa. Una manager trentacinquenne che soffriva di insonnia e ansia in rapporto alle richieste di un capo esigente e lunatico, ma che non riusciva a risolvere la situazione, avendo una struttura di personalità per cui doveva sempre soddisfare le richieste che le venivano fatte, anche le più assurde, allontanandosi dalla situazione concreta per passare allo smart working, è riuscita a creare un distacco, ha superato l’ossessivizzazione sulla sua rabbia e impotenza a risolvere la situazione, ha migliorato il sonno, dopo di che si è messa a pensare di trovare un altro lavoro, cosa che prima era così angosciata e depressa che non riusciva neppure a immaginare di fare. In questo caso l’impasse che si era creata nella situazione di lavoro si era riprodotta in terapia nel senso che anche la terapeuta si sentiva impotente di fronte all’angoscia della paziente. Anche qui la brusca interruzione introdotta dal lockdown ha consentito di intraprendere il discorso sull’autenticità e sul vero sé, che sottostavano alle angosce della paziente. Alla fine del lockdown la paziente si è messa a cercare un casa da acquistare ampliando gli orizzonti della sua vita, ma soprattutto si è accorta che il capo era più sopportabile perché lei riusciva a dire qualche volta di no. Questa paziente aveva detto subito che la pandemia era per lei ‘la manna dal cielo’, tanto che si era creata una rottura (Wolf, 1984), poi riparata, dell’alleanza terapeutica perché la terapeuta non era riuscita subito a empatizzare con qualcuno che fosse così contento nella tragedia collettiva che si stava vivendo.

In questo caso, come in altri casi di pazienti con una struttura di personalità di tipo compiacente, persone che non riuscivano a sottrarsi a richieste e impegni sgradevoli, in occasione del lockdown hanno trovato una giustificazione sociale per rifiutare le richieste che non riuscivano o non volevano soddisfare e si sono sentite meno oppresse.

In qualche caso il lockdown ha interrotto una vita insoddisfacente, creando un break, che ha consentito di dare una svolta positiva alla vita. Il caso più eclatante è quello di un uomo, ormai vicino alla cinquantina e prossimo alla fine della terapia, iniziata molti anni prima per una complessa sintomatologia ormai risolta, che è stato sorpreso dal lockdown in un’altra città, mentre si trovava a trascorrere il weekend con una ragazza. Quest’uomo, che aveva avuto molte donne, ma non aveva mai sperimentato un rapporto veramente intimo, si proponeva sempre di cambiar vita senza mai provarci sul serio. All’inizio del lockdown si è sentito perduto, perché viveva solo ed era abituato ad uscire con gli amici quasi tutte le sere per divertirsi. Poi, potendo lavorare in smart working ha deciso di trascorrere la quarantena a casa della ragazza con cui si trovava. Pian piano si è accorto che poteva sopportare un rapporto di convivenza, cosa che prima aveva sempre temuto di affrontare, e addirittura con suo grande stupore ha sentito che stava meglio rispetto a quando viveva da solo. Verso la fine del lockdown ha sentito che ‘Era venuto il momento di smettere di fare soltanto il fico’ e  con la sua compagna ha cominciato a fantasticare di fare un figlio. Appena interrotta la contraccezione, la gravidanza si è, secondo le sue parole, miracolosamente subito realizzata. Dopo una prima reazione di panico, elaborata attraverso la terapia da remoto, il paziente ha chiesto di tornare alla terapia in presenza, chiedendo di intensificare le sedute per affrontare questa nuova fase della sua vita, che prima auspicava, ma poi aveva sempre paura di iniziare. Al ritorno in terapia il paziente era un po’ ingrassato, ma contento. Ha detto: ‘Ora non mi importa se ingrasso un po’, perché non devo più sedurre, ora devo pensare alla famiglia. Senza il lockdown non lo avrei mai fatto’. Adesso sta ristrutturando la sua casa da scapolo per fare fronte alla nuova situazione. E potremmo continuare.

Meccanismi degli effetti positivi del lockdown

Sui meccanismi di questi effetti si possono fare varie riflessioni.

Il lockdown ha rappresentato innanzitutto un contenimento, che per molti è stato utile. Un paziente ha affermato che ‘Finalmente c’era una regola’ a cui attenersi, un altro ha parlato del lockdown come di una ‘megacuccia protettiva’ che gli ha consentito due mesi di tranquillità e una maggior concentrazione sul lavoro (in smart working). Non a caso i due pazienti citati che soffrivano di shopping compulsivo hanno sopportato di non comprarsi più niente per due mesi: lo Stato ha potuto imporre il contenimento che i genitori non riuscivano a fornire ed è interessante notare che questi pazienti non hanno compensato la privazione aumentando le spese on line, come se avessero avuto bisogno proprio di un contenimento esterno alla famiglia per interrompere la spinta interna a comprare o come se avessero meno bisogno di contrastare la depressione attraverso gli acquisti.

In qualche caso possiamo pensare che avere un nemico esterno possa comportare dei vantaggi dal punto di vista psicologico. Nel caso del giovane trentenne con i deliri paranoidi si può pensare che di fronte a un pericolo reale la paranoia venga mascherata e tenuta a freno dal fatto che c’è un nemico esterno, il virus, condiviso socialmente contro cui esternalizzare la persecuzione, potendo così difendersene e lottare concretamente contro qualcosa di reale e condiviso. Inoltre la paura del contagio normalizza un certo grado di sospetto e di ritiro nei confronti degli altri e giustifica il ritiro sociale. In questo modo aumenta l’aderenza alla realtà e la quota di psicoticità diminuisce. Ma anche in casi meno gravi avere un nemico esterno contro cui organizzare una difesa può aver aumentato la coesione del sé.

In molti casi il lockdown ha rappresentato un’occasione unica di fare un break nella propria vita, di riflettere su cosa è più importante, di riordinare le priorità e magari di dare una svolta alla propria vita. Questo è il caso del cinquantenne, che ha deciso di fermarsi e costruire una famiglia e in parte si è verificato anche per la ragazza col disturbo bipolare, ma è stato verbalizzato un po’ da tutti i pazienti che hanno percepito un aumento di benessere durante il lockdown. La psicologia del sé si richiamerebbe all’idea di un progetto nucleare del sé (Kohut, 1977) o della propria agentività (autodeterminazione) recuperati. Non a caso i temi dell’identità, dell’autenticità, del vero e del falso sé sono apparsi più frequentemente nelle sedute di questo periodo e anche nei sogni (sogni in cui si perdono i documenti e si cercano affannosamente, in cui si guardano le proprie fotografie, ma non ci si riconosce, si cerca qualcosa che manca oppure si riordina la casa scoprendo qualcosa di bello che non si era visto prima). I pazienti, pur sottoposti alle restrizioni imposte dal governo, hanno avvertito un senso di libertà rispetto agli obblighi da cui prima si sentivano oppressi e nel silenzio creato dal lockdown hanno cominciato a chiedersi cosa contava veramente per loro con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva nella vita di prima, in cui non avevano mai tempo.

Nella maggioranza dei casi però non c’è stata una svolta della vita, ma la persona, pur sottoposta alle restrizioni della quarantena, ha percepito di stare meglio. Molti, che prima non riuscivano ad avere rapporti soddisfacenti o comunque si sentivano soli ed emarginati, durante il lockdown hanno potuto sentirsi meno diversi: non solo l’isolamento non era più stigmatizzato, ma hanno potuto sperimentare una sorta di condivisione, che ha diminuito la loro solitudine. Altri che prima soffrivano perché si sentivano incapaci di ottenere le prestazioni che secondo loro gli altri riuscivano ad ottenere o perché non riuscivano a realizzare le proprie aspirazioni, ora avevano una giustificazione sociale per quello che non riuscivano a fare. In effetti la sofferenza dovuta all’isolamento sociale, all’emarginazione e al confronto con gli altri diminuisce quando si pensa che nessuno ha niente.

Per capire di più queste reazioni ci è parso utile rifarci, oltre che alle teorie psicoanalitiche, a cui ci siamo riferiti fin qui, anche alla teoria dei sistemi motivazionali, recentemente elaborata in campo cognitivista (Liotti et al., 2017).

La teoria dei sistemi motivazionali e le strategie controllanti

Basandosi sulla teoria dell’evoluzione, sul modello proposto da Jackson (1884) e sulla visione dei tre cervelli di MacLean (1973), Liotti (Liotti & Farina, 2011, Liotti et al., 2017) ha ipotizzato l’esistenza di un sistema motivazionale tripartito, selezionato attraverso l’itinerario evoluzionistico, organizzato gerarchicamente, riconducibile rispettivamente ai tre cervelli che nel corso dell’evoluzione si sono sovrapposti: il cervello rettiliano, il cervello limbico e la neocorteccia.

Al primo livello dell’architettura motivazionale si pongono i sistemi che impegnano le reti neurali del tronco encefalico e regolano condotte che riguardano il mantenimento dell’omeostasi corporea, la ricerca di cibo, la difesa dalle minacce alla sopravvivenza, la delimitazione del territorio, l’esplorazione e la sessualità di tipo rettiliano (che non prevede la formazione di coppie). Il secondo livello coinvolge moduli cerebrali situati a livello limbico, che regolano le interazioni sociali finalizzate alla richiesta di protezione, all’offerta di cura, alla definizione del rango sociale, alla cooperazione per realizzare obiettivi condivisi, alla formazione e al mantenimento di coppie sessuali stabili, al gioco sociale e al perseguimento dell’appartenenza a gruppi. Questi sistemi, definiti sistemi motivazionali interpersonali, in quanto regolano i diversi aspetti delle relazioni umane, attivano comportamenti e emozioni specifici. Al terzo livello, che impegna reti neurali della neocorteccia, si collocano sistemi che regolano la tendenza a condividere l’esperienza con altri esseri umani (intersoggettività), la tendenza a mentalizzare e a costruire significati. I sistemi motivazionali sono sempre attivi, alternandosi durante le nostre interazioni sociali.

Ai fini del nostro discorso aggiungiamo che nel caso di un genitore violento, abusante o anche depresso o eccessivamente inerme, l’attivazione contemporanea del sistema di attaccamento, quando il bambino si trova in uno stato di vulnerabilità, e del sistema di difesa, se il genitore invece di proteggere incute paura o comunque non riesce ad essere protettivo, determina nel bambino una situazione di ‘paura senza soluzione’ che disorganizza il sistema di attaccamento (Main M. & Hesse E., 1990): il bambino si trova a fronteggiare vissuti angoscianti e ingestibili legati ad immagini dell’altro (e di sé) multiple e contradditorie – che rimandano ai prototipi del salvatore, del persecutore e della vittima (Ivaldi, 2004)-, le quali possono provocare stati di coscienza alterati e disorganizzare il comportamento. Partendo da questa visione Liotti (Monticelli et al., 2008) ha proposto un’interpretazione delle ‘strategie controllanti’, che i bambini con attaccamento disorganizzato sviluppano dai tre ai sei anni di età per controllare il rapporto altrimenti ingestibile con la figura di attaccamento (Lyons-Ruth, & Jacobwitz, 2008). Secondo Liotti questi bambini, nei momenti in cui sarebbe logico aspettarsi un’attivazione del sistema di attaccamento, per evitare le dolorose emozioni legate all’oscillazione delle immagini di sé e dell’altro, inibirebbero difensivamente il sistema di attaccamento e cercherebbero di gestire il rapporto con la figura di attaccamento attivando un sistema motivazionale (interpersonale) vicariante, dando luogo a una strategia controllante. In particolare la strategia controllante accudente, che caratterizza bambini che si preoccupano della figura di attaccamento, offrendole aiuto e conforto, è stata riportata all’attivazione vicariante del sistema di accudimento, mentre la strategia controllante punitiva, che comporta comportamenti ostili e umilianti nei confronti della figura di attaccamento, è stata riportata all’attivazione vicariante del sistema di rango. Liotti (2008) ha messo in evidenza la possibilità di un’ulteriore strategia controllante che utilizza il sistema di rango in posizione di sottomissione e che si vede ad esempio nelle personalità compiacenti.

Interpretazione degli effetti positivi del lockdown alla luce della teoria dei sistemi motivazionali

Se osserviamo gli effetti positivi del lockdown dal punto di vista della teoria dei sistemi motivazionali sopradescritta, possiamo avanzare alcune ipotesi:

1.La prima cosa che salta agli occhi è che durante il lockdown la sofferenza legata all’attivazione del sistema agonistico (di rango) in modalità sottomessa e perdente con le sue specifiche emozioni negative (sensi di inferiorità, indegnità, sconfitta, umiliazione, vergogna, rabbia, invidia, tristezza) diminuisce notevolmente, producendo sollievo, perché le differenze tra chi ha di più e chi ha di meno, chi ha più successo e chi non ce l’ha, chi vince e chi perde ecc. non contano più come prima. Diminuisce la competizione perché non c’è niente per cui competere. Un paziente ha detto ‘Nella fase 1 siamo diventati tutti uguali’. Un altro ha detto che perfino il suo modo di fare sport è cambiato col lockdown, da meramente agonistico a un modo di percepire e aumentare il proprio benessere. Un altro, che svolge un lavoro creativo all’interno di una grande azienda, ha affermato di esser passato dal lavoro come dovere imposto al lavoro come divertimento.

Questo effetto è stato particolarmente evidente nel caso delle patologie depressive, così legate al sistema agonistico (Onofri & Tombolini, 2003): nei casi da noi riportati lo si vede bene nei tre pazienti con psicosi (anche il disturbo bipolare è stato legato alla periodica oscillazione del sistema agonistico dalla subroutine della dominanza a quella della sottomissione). Ma anche in casi in casi meno gravi le persone che si sentivano costrette a subire le intemperanze di capi autoritari da cui non riuscivano a difendersi o le personalità compiacenti che non riuscivano mai a rifiutare quello che veniva loro richiesto, hanno trovato una giustificazione per evitare di fare le cose sgradevoli per cui si sono sentite più libere e meno arrabbiate.

2. La situazione che si è creata con la pandemia ha incrementato le emozioni positive e i comportamenti legati al sistema cooperativo. Anche grazie all’azione dei media il virus ha contagiato tutti emotivamente e la condivisione si è estesa al pianeta. Se prima i propri dolori erano vissuti in solitudine o comunque in modo individualistico, con questa pandemia la condivisione di emozioni dolorose come la paura del contagio e della morte, l’ansia per la vulnerabilità e la precarietà, condivisione che coinvolgeva nella vita reale gli stessi terapeuti, ha reso queste emozioni più gestibili e inoltre è stato possibile sperimentare i sentimenti positivi specifici del sistema cooperativo, come la gioia da condivisione, l’empatia, la fiducia. La condivisione è stata alla base dell’usanza degli aperitivi su Skype che non a caso si è immediatamente diffusa. Qualche paziente ha notato che la cooperazione è aumentata anche in famiglia. La cooperazione a sua volta sblocca l’agonismo, perché l’attivazione dei due sistemi motivazionali (cooperazione e rango) è in competizione (un paziente ha detto ‘Succede come nei funerali, nel comune dolore i rancori si placano’). L’attivazione del sistema  cooperativo è stata alla base del successo dei flash mob sui balconi sul tema del coronavirus con manifestazioni varie di solidarietà a favore dei medici o di altre categorie impegnate nella lotta contro la pandemia, che hanno caratterizzato in molte città il periodo del lockdown. L’appello alla collaborazione e all’empatia è anche la lezione che studiosi di varia provenienza hanno tratto dall’esperienza della pandemia (Carrara, 2020, Franceschini, 2020, Lombardi, 2020, Truong, 2020).

È interessante notare che durante il periodo del lockdown in Italia il gradimento e l’appoggio al governo che imponeva le restrizioni è salito, mentre aumentava il fastidio per le polemiche dell’opposizione al punto che queste hanno preferito moderare (almeno temporaneamente) i toni.

3. Anche il sistema affiliativo è apparso attivato, con i sentimenti positivi che comporta, in quanto le persone si sono sentite parte di un gruppo di ‘noi’, come ‘quelli che hanno paura’ o ‘che soffrono’ o ‘si difendono’ o ‘lottano’ o ‘sperano’ ecc. Non a caso Durkheim (1897) aveva riportato la diminuzione dei suicidi nei momenti di guerre e rivoluzioni al senso di comunità. Un paziente ha affermato che l’imbarazzo che prima provava a presentarsi come italiano è scemato di fronte all’esempio che l’Italia ha dato di disciplina e compattezza di fronte alla sfida del coronavirus rispetto ad altri paesi, per cui una volta tanto si è sentito orgoglioso di essere italiano.

4. In molti casi anche il sistema dell’accudimento è stato sollecitato perché c’era qualcuno di cui preoccuparsi e che doveva esser protetto (persone anziane, persone con patologie fisiche o psichiche), provando sentimenti come tenerezza protettiva, sollecitudine, amore di tipo genitoriale. Spesso la messa in atto di una strategia controllante accudente (Lyons-Ruth & Jacobvitz, 2008) ha consentito di tenere a bada la disorganizzazione. Questo è evidente nell’atteggiamento nei confronti della madre messo in atto dal paziente con psicosi, dalla ragazza col disturbo bipolare e soprattutto dalla madre del ragazzo ossessivo.

5. Il sistema di attaccamento a sua volta, fortemente attivato dalla paura del contagio e dal senso aumentato di vulnerabilità, per molti si è attivato anche per quanto riguarda le emozioni positive legate al raggiungimento della meta del sistema (senso di protezione, sicurezza, rilassamento, fiducia), in quanto il lockdown e l’atteggiamento direttivo imposto dal governo hanno dato a molti il senso di ricevere una protezione, che non avvertivano più in una società in cui tutti si sentono soli, esposti e impotenti. Il contenimento stesso è una forma di accudimento. Questo forse è un motivo per cui le misure restrittive sono state accettate più facilmente. Sappiamo che in altri paesi rispetto all’Italia, come ad esempio il Regno Unito, dove il lockdown è stato imposto con ritardo, il senso di insicurezza è stato avvertito molto di più che in Italia.

6. Il fatto di sbloccare il sistema agonistico rigidamente attivato in precedenza, ha dato modo a molti di sperimentare altri registri di emozioni, arricchendo la vita di emozioni positive prima precluse, legate ad altri sistemi motivazionali, incentivando modi diversi di entrare in relazione e dando luogo a una serie di cambiamenti. E’ il caso della paziente che non sopportava il capo e che è riuscita a sbloccare la polarizzazione sulla rabbia e il vittimismo, cercando un nuovo lavoro e poi una nuova casa riuscendo ad ampliare gli orizzonti delle sua vita, ma soprattutto incrementando il percorso psicologico di ricerca di sé.

Nella fase 2 questo equilibrio è cambiato e questo ci spiega il ritorno dell’ansia in molte persone. Un paziente, che svolge un’attività di libero professionista, ha detto: ‘Quando nessuno si aspetta niente stai bene, con la fase 2 ricominciano le aspettative tue e degli altri. Se il lavoro non c’è, ti senti incapace’.

Queste idee, derivate dalla teoria dei sistemi motivazionali non ci sembrano in contrasto con le spiegazioni offerte dalla psicoanalisi, ma ci sembrano offrirne un’utile integrazione.

Conclusioni

L’esperienza del lockdown è stata un grande test, sui cui risultati potremo riflettere a lungo. Accanto a tante ripercussioni negative del lockdown sui pazienti, su cui molto è stato detto, abbiamo notato che diversi pazienti sono stati meglio durante questo periodo.

Per capire questi effetti abbiamo cercato di vederli da più punti di vista. Alcuni effetti clinici positivi li abbiamo spiegati con le teorie della psicoanalisi e soprattutto della psicologia del sé, in particolare quelle relative al falso sé (Winnicott, 1960) e alla ricerca dell’autenticità, che qualcuno considera come il fine dell’analisi (Neri, 2006) e del proprio progetto interno (Kohut, 1977); il lockdown ha favorito l’emersione di questi temi in molti pazienti, nel momento in cui si interrompeva il rumore del mondo esterno con le sue pressanti richieste e si creava uno spazio per pensare. Mentre altri casi li abbiamo spiegati alla luce della teoria dei sistemi motivazionali elaborata da Liotti (2018), chiamando in causa la particolare attivazione di questi sistemi durante il periodo del lockdown rispetto a quanto avveniva normalmente nella vita di prima. In particolare il benessere che soprattutto alcuni pazienti gravi hanno mostrato di provare ci è parso legato alla disattivazione del sistema di rango, in precedenza per lo più attivato in modalità sottomessa, e alla maggior attivazione dei sistemi motivazionali collaborativo e affiliativo, in precedenza piuttosto bloccati, nonché alla possibilità di controllare la disorganizzazione mettendo in atto delle strategie controllanti accudenti nei confronti di qualche persona percepita come fragile o in difficoltà a cui i pazienti erano legati. L’effetto positivo sui pazienti depressi da noi rilevato non è necessariamente in contrasto con l’aumento di depressioni legato allo scoppio della pandemia stimato da Guerra (2020), assistant director general for strategic initiatives dell’OMS, dato che la sua previsione include i nuovi casi, legati non solo alla pandemia, ma anche alla grave crisi economica che ne è seguita.

In tutto ciò certamente ha contato l’atteggiamento dei terapeuti nei confronti del lockdown nel senso che gli autori di questo articolo hanno subito sentito che si trattava di un esperimento unico, che poteva avere effetti positivi sui pazienti, sia per la possibilità di condurli più facilmente ad approfondire il lavoro su sé stessi, a ripensare alla propria vita e a raggiungere una maggiore autenticità, sia per il fatto di disinnescare il sistema agonistico e dare spazio al sistema collaborativo, secondo quanto i terapeuti stessi stavano sperimentando nelle loro vite. Mai come in questo caso infatti si è creata una situazione di condivisione della vita tra pazienti e terapeuti. Va comunque detto che in un caso la risposta di una paziente è stata opposta, nel senso che l’atteggiamento comunque positivo della terapeuta di fronte alla situazione creata dalla pandemia, ha suscitato un senso di lontananza e una reazione rabbiosa.

Naturalmente ci siamo chiesti se il lockdown abbia fornito sollievo solo temporaneo, per esempio consentendo ai pazienti di evitare situazioni sociali stressanti (in questo caso colludendo con la patologia) o sbloccando solo per un tempo limitato alcune situazioni irrigidite oppure abbia comportato dei veri e propri miglioramenti clinici. E’ difficile dirlo. Intanto bisogna distinguere. Nei casi in cui la ricerca di sé ha portato a dei movimenti positivi nella realtà, la situazione cambia comunque, perché cambiano le relazioni e si innesca qualcosa di nuovo. Il caso più eclatante è quello del ‘Peter Pan’ cinquantenne che ha deciso di fermarsi e formare una famiglia, ma anche nel caso della manager con l’ansia da prestazione o della ragazza col disturbo bipolare i movimenti positivi hanno innescato delle reazioni a catena da cui non è facile tornare indietro.

Nei casi in cui il benessere del paziente è stato temporaneo, a parte il fatto che due mesi di sollievo psicologico per chi sta male non sono comunque da disprezzare, anche il semplice fatto di avere sperimentato un equilibrio psicologico differente a cui prima non si poteva accedere può avere un valore sia per i pazienti che per le loro famiglie e per i terapeuti: sappiamo che è possibile stare meglio e sentire diversamente, possiamo ricordarlo e richiamarci al benessere provato in quei momenti, ma soprattutto nella terapia possiamo comprendere i meccanismi di quello che è accaduto e lavorarci insieme al paziente. In ogni caso questa esperienza ha dato un impulso al lavoro terapeutico.

 

Parole per difenderci (2020) di Cinzia Mammoliti – Recensione del libro

Parole per difenderci permette di interrogarsi sulla propria realtà e sulle dinamiche relazionali che nascondono una comunicazione manipolatoria, lasciando cadere le maschere e donandoci la speranza di poterne uscire per vivere più leggeri.

 

Il libro Parole per difenderci supera di poco un centinaio di pagine, ma in modo conciso, con vocaboli e concetti fruibili a tutti e avanzando esempi pratici, ci descrive le dinamiche della comunicazione manipolatoria, i manipolatori e, soprattutto, ci fornisce anche le armi per smascherarli e difenderci da essi.

… Comunicazione inefficace…quella che, anziché creare, alimentare ed arricchire le relazioni, le contamina, sfinisce, distrugge, tutta concentrata com’è a destabilizzare e rendere insicuro l’interlocutore…. (C. Mammoliti)

Cinzia Mammoliti descrive con queste poche parole la comunicazione del manipolatore tipo. Poche righe nell’introduzione del libro che ancorano l’attenzione sottolineando che non è necessario parlare di serial killer quando tocchiamo l’argomento manipolazione, perché i manipolatori inaspettatamente sono anche persone accanto a noi e che non ritenevamo fossero tali. Un genitore, un figlio, un amico, chiunque.

Il libro è ben strutturato e ci guida nella lettura.

La prima parte cerca di farci comprendere una dinamica manipolatoria, attraverso esempi di vita quotidiana sarà sorprendente riconoscersi e riconoscere come famigliari alcune situazioni. Continua con il Profiling dei manipolatori con la lista delle trenta caratteristiche del manipolatore relazionale, segue poi il profilo tipico di chi rimane invece vittima di manipolazione, anche qui utilizzando un elenco.

Non sarà difficile chiudere il libro per un momento e riflettere su di noi, non sarà difficile leggendo trovarsi davanti la faccia del manipolatore “proprio lui, ora è chiaro”.

La vera bellezza di questo libro è proprio questa, il fatto che inevitabilmente veniamo catapultati nella realtà, nella nostra realtà, lasciando cadere la maschera e donandoci la speranza di poterne uscire, si perché ognuno di noi ha il proprio manipolatore.

La Mammoliti, infine, conclude con una serie di tecniche utili per uscire da queste dinamiche relazionali. Devo dire di aver già applicato la tecnica della nebbia, ha funzionato! Leggendo questo libro potremmo stanare parecchio malessere immotivato e vivere più leggeri.

 

Mind-wandering e musica eroica: quali pensieri emergono?

A chi non capita di vagare con la mente durante una qualsiasi attività, senza sapere perché ci si sia ritrovati a pensare a quelle cose?

 

Tutto ciò ha un nome: mind-wandering, un’attività caratterizzata da un passaggio di attenzione da un compito attuale a pensieri e sentimenti non correlati (Smallwood & Schooler, 2015).

Dato che molti individui trascorrono una notevole quantità del loro tempo a vagare con la mente e che il contenuto del pensiero durante il mind-wandering può portare a influenzare in modo positivo o negativo l’umore degli individui (Killingsworth & Gilbert, 2010; Fox et al., 2018), è rilevante cercare di capire quali potrebbero essere i fattori che influenzano il contenuto dei pensieri durante il mind-wandering. In letteratura è già noto che la musica “allegra” porti gli individui verso pensieri più positivi durante il mind-wandering rispetto alla musica “triste” (Taruffi et al., 2017).

In uno studio recente (Koelsch et al., 2019) si sono analizzati gli effetti della musica “eroica” (Heroic Music), in confronto con la musica “triste”, sul mind-wandering. In particolare, si è cercato di capire se questi tipi di musica abbiano degli effetti sul contenuto del pensiero durante il mind-wandering.

Per la ricerca sono stati reclutati 62 partecipanti, sottoposti a sei sessioni di ascolto di 2 minuti di brani di musica “eroica” o “triste” (simili tra loro per tempo, intensità e orchestrazione). Dopo ogni estratto, i partecipanti hanno risposto a un questionario di 11 item, progettato per valutare l’estensione del mind-wandering e caratterizzare il contenuto dei pensieri (per esempio, per quanto riguarda l’eccitazione, la costruttività, la motivazione).

Al l’inizio dell’esperimento, e dopo ogni sondaggio sui pensieri, il sentimento dei partecipanti è stato valutato utilizzando un questionario di 10 item, l’International Positive and Negative Affect Schedule – Short Form (I-PANAS-SF; Thompson, 2007).

Dai risultati si è riscontrato che il mind-wandering è emerso durante l’ascolto di entrambi i tipi di musica (eroica, triste), e che il tipo di musica ha influenzato fortemente i contenuti dei pensieri. La musica eroica ha evocato pensieri più positivi, emozionanti, costruttivi e motivanti, mentre la musica triste ha suscitato pensieri più calmi o demotivanti.

I risultati indicano quindi che la musica ha un forte impatto sulla valenza dei contenuti dei pensieri durante il mind-wandering, con la musica eroica che evoca pensieri più stimolanti e motivanti, e la musica triste pensieri più rilassanti o depressivi. Questi dati possono avere implicazioni importanti per l’uso della musica nella vita quotidiana e anche a livello terapeutico, per promuovere la salute e il benessere sia nelle popolazioni cliniche che negli individui sani.

 

La dipendenza patologica e la comunità in cambiamento – Fatica a credito: storie parziali di dipendenza patologica

Dire che il mondo sia cambiato o che il mondo delle dipendenze patologiche sia cambiato, sembra una frase fine a se stessa. Il cambiamento che abbiamo intorno, è avvenuto tanti anni fa, non solo per i tossicodipendenti ma per tutti noi.

FATICA A CREDITO: STORIE PARZIALI DI DIPENDENZA PATOLOGICA – (Nr. 1) La dipendenza patologica e la comunità in cambiamento

 

Quando mi viene chiesto da quanto sono io qui, io rispondo
‘Un secondo’ o ‘Un giorno’ o ‘Un secolo’.
Tutto dipende da che cosa io intendo per ‘qui’ e ‘io’ e ‘sono’.
(S. Beckett 1961)

 

Premessa

L’uomo seduto di fronte a me ha 56 anni e, negli ultimi quaranta tutta la sua vita è ruotata intorno all’uso di eroina ed alcol.

Assume 60 mg di Metadone, ha l’HIV e L’Epatite C.

E’ seduto di fronte a me per chiedermi di fare l’ennesimo percorso terapeutico riabilitativo in Comunità.

E’ stato in Comunità Terapeutiche Residenziali altre cinque volte e una volta in una Comunità per il Reinserimento Sociale e Lavorativo, tutti i suoi percorsi terapeutici sono falliti, li ha abbandonati e ha ricominciato a fare uso di eroina ed alcol dopo poco tempo. Ha due ex mogli e con ognuna di loro ha una figlia, non ha alcuna risorsa economica.

Con la prima ex moglie non ha più rapporti e la prima figlia lo conosce appena. Con la seconda ex moglie ha un rapporto molto conflittuale, anche lei è tossicodipendente e anche lei ha l’HIV, la figlia che hanno ha 12 anni, non ha l’HIV e lui ne ha perso la patria potestà. Quest’ultima figlia vive con la madre, in un ambiente caotico e privo di ogni supporto, non ha orari, non frequenta la scuola, esce continuamente di casa e a volte resta fuori tutta la notte senza dare notizie.

I servizi sociali del territorio in cui risiede si occupano del caso, nel tentativo di farla accogliere in una Comunità per Minorenni.

Lui non ha mai lavorato per un periodo più lungo di tre o quattro mesi, è stato in carcere per reati correlati alla tossicodipendenza, ha un diploma di terza media e non è mai stato completamente astinente dalle sostanze stupefacenti, suo padre era un alcolista e suo fratello è un eroinomane ricoverato in una Struttura per malati di HIV.

Quando si alza dalla sedia di fronte alla mia scrivania, lascia il posto ad un’altra persona.

Ha venticinque anni, fa uso di eroina, cocaina e Lormetazepam da quando ne ha 14, non si rende conto di avere problemi anche con l’alcol.

Assume 50 mg di Metadone e ha l’Epatite C.

Quando è nato sua madre era detenuta in carcere e ne è uscita quando lui aveva cinque anni, suo padre è ancora detenuto.

I genitori sono due spacciatori tossicodipendenti che hanno speso tutti i soldi che avevano.

Ha vissuto in Strutture per Minorenni e in Comunità Terapeutiche, è stato detenuto anche lui per reati di spaccio ed ora sta scontando una pena che terminerà tra due anni e mezzo. Quando non è stato recluso o in Comunità, ha avuto il tempo di fare due figli che ora hanno tre e cinque anni, mi riferisce che la madre dei suoi figli non ha problemi con le sostanze stupefacenti ma attualmente è fidanzata con un tossicodipendente.

Lui non ha mai avuto un lavoro costante e duraturo ed è andato a scuola fino alla terza media.

Mi sorride da sotto la corazza e lascia il posto ad un altro. Questo ha vent’anni, vive in strada, il Magistrato dell’Ufficio di Sorveglianza mi chiede di farlo entrare rapidamente in Comunità per fargli evitare la sua prima esperienza detentiva. Fa uso di eroina da poco tempo, parla pochissimo e sono io a dover terminare le sue frasi, ha picchiato la madre ed è per questo che lei lo ha denunciato. Non ricorda quale sia stato il suo ultimo anno scolastico, non ha dimestichezza con l’igiene personale e tanto meno con la relazione umana.

Non sa in cosa possa essergli utile né in cosa consista una Comunità Terapeutica.

Non è mai stato a mangiare in un ristorante, il padre gioca con i videopoker al bar e lui lo vede raramente da quando si è costruito un’altra famiglia. I suoi genitori hanno tradotto parlare con picchiare, ma anche a loro è stato insegnato così.

Sembra un ramo in inverno, trema ma spera che non si veda.

Molte altre persone si sono sedute sulla sedia di fronte alla mia scrivania raccontando storie come queste, alcune peggiori e solo poche migliori.

Molte di queste persone sembrano arrivare da sponde diverse ma quasi tutte concludono il colloquio con me con le stesse parole: — Basta con questa vita, voglio recuperare il rapporto con i miei familiari, voglio essere una persona indipendente, voglio smettere di drogarmi, voglio ricominciare da zero, questa volta sono motivato a curarmi…

Con estrema difficoltà ascolto i loro racconti, le loro anamnesi, perché quando senti certe storie lo sconforto tende a farti distogliere l’attenzione.

Con estrema difficoltà gestisco la paura delle complessità che ho davanti ed un bagliore di umiltà mi suggerisce di riflettere prima di rispondere, di fare un esame di realtà prima di proporre qualcosa di sensato che non abbia la superbia di una soluzione.

Le persone che ho avuto di fronte non sono solamente gli eventi che mi hanno descritto, le loro vite non sono solo una sequenza di risultati in cui ora si affliggono, l’esame da fare è molto più complesso.

Quali obiettivi sono realistici, quali risorse personali sono ancora residue in ognuno di loro, cosa posso considerare miglioramento della condizione di partenza, quali sono gli schemi mentali con cui pensano, con quale società credono di dover fare i conti e con quale società faranno realmente i conti.

Come costruire una relazione con loro al fine di pianificare strategie di intervento che si fondino sulla collaborazione?

Per prima cosa devo capire come funzionano, come pensano e da quali emozioni sono dominati, è necessario studiare la prigione nei minimi dettagli prima di progettare l’evasione.

Mi dico: calma perché è complesso.

Punti di osservazione

Il punto di vista non è l’opinione ma è la posizione dalla quale si prende visione.

Sarebbe più corretto parlare di punto di osservazione, cioè di una finestra all’interno del contesto dalla quale si osserva il contesto, sia esso composto di cose e/o di persone.

Per consentirmi di raccogliere informazioni in modo adeguato ed esaustivo, il punto di osservazione deve essere realistico e neutrale.

Dire che il mondo sia cambiato o che il mondo delle dipendenze patologiche sia cambiato, sempre che ce ne sia uno e non sia lo stesso nel quale viviamo tutti, sembra anacronistico, sembra una frase fine a se stessa, è come dire che il nuoto è uno sport completo.

Il cambiamento che abbiamo intorno, o quello che zoppicando definiamo tale, è avvenuto tanti anni fa, non solo per i tossicodipendenti ma per tutti noi. Oggi ci sono i risultati di questa mutazione, i primi prodotti di un percorso che ha visto la sua alba ormai da molte notti, chi abbiamo di fronte, tossicodipendente o meno, non è in una fase di cambiamento sociale e/o valoriale ma è già qualcosa di diverso rispetto prima.

Noi che gli siamo seduti davanti siamo contemporanei? Ci siamo organizzati per far fronte a questi risultati? Ci stiamo facendo attendere? Condividiamo una strategia di promozione della salute?

Sicuramente siamo in ritardo, sicuramente siamo in conflitto, sicuramente dobbiamo ancora allearci.

Dobbiamo interrogarci, dobbiamo imparare a stare insieme nel problema senza isolarci in spavalde soluzioni, o arroccarci in presuntuosi conflitti.

Troppo spesso siamo limitati dal tentativo paradossale di inquadrare in schemi obsoleti fenomeni contemporanei, come se lo si facesse solo per un istinto di sopravvivenza personale, una pigra modalità di volgersi al cambiamento, un restare attaccati alle proprie idee solo per paura di non essere capaci di averne altre.

Il tossicodipendente è impulsivo, non tollera le frustrazioni, considera le regole come imposizioni, non è capace di gestire le attese, non sa progettare, vive di istantanee, non sa rimandare le gratificazioni, pensa che non ci sia un domani, non percepisce il reale valore del tempo, ha sempre bisogno di più soldi, è riluttante all’impegno, ha paura, non crede più a niente e a nessuno, si fida solo di chi è capace di tacere, è fatalista, cerca complici e non alleati, sente una sofferenza che non sa spiegare, si omologa, non mantiene le promesse, si assolve colpevolizzando gli altri, tende a denigrare per evitare le responsabilità che gli competono.

Tutte queste caratteristiche sono riscontrabili anche nella nostra società? Tutte o alcune di queste caratteristiche appartengono al genere umano che oggi popola questo pianeta?

Alcune (non me la sono sentita di scrivere tutte…) di queste caratteristiche appartengono anche a noi? La risposta è sì, e questo rende il nostro intervento ancora più complesso.

Gli schemi mentali, gli atteggiamenti e i comportamenti del tossicodipendente appaiono sempre più coerenti con il mondo e con la società che prevalentemente lo esclude e trovano terreno fertile nelle relazioni umane e virtuali che intercorrono tra tutte le persone.

Non si tratta di dare le colpe alla società, che tra l’altro è un’entità condizionante ma astratta, ma di individuare dove e quando un fenomeno si manifesta, rilevando gli interrogativi e le contraddizioni che lo rappresentano. Dire che la tossicodipendenza sia un problema che si interseca con il tessuto sociale è cosa più ovvia del dire nelle banane c’è il potassio, ma ora che il tessuto sociale è mutato come funziona?

Dire che la tossicodipendenza sia una patologia della relazione è ancora più ovvio, ma cosa accade ora che le modalità relazionali sono completamente mutate?

Sapevamo che l’impegno non garantiva il successo e sapevamo anche accettarlo, eravamo in grado di considerare l’attesa come parte integrante per la realizzazione di un progetto e la noia come un intercalare tra un accadimento ed un altro.

Per consolare il nostro narcisismo portavamo i risultati del nostro lavoro e non i fallimenti del nostro collega.

Avevamo meno paura di collaborare perché dovevamo fare meno attenzione ai nostri limiti, non era così letale e vergognoso mostrarli.

Prima era così, o almeno lo era di più, adesso no e non possiamo lamentarci.

Adesso dobbiamo guardare da un altro punto di osservazione.

Avevamo il tempo di anteporre la ricerca di informazioni alle teorie personali e chi ci ascoltava aveva più di 20 secondi da perdere con noi tra una distrazione ed un’altra.

Avevamo modo di centellinare i nostri segreti e i nostri ricordi, di telefonare per chiedere “Come stai?” e non “Dove stai?”, anche se avevamo opinioni su tutto non era di vitale importanza condividerle con tutti, anche con gli sconosciuti.

La scritta ultimo accesso ore 24.00 non creava una psicosi paranoide e sta scrivendo… non produceva irrefrenabili sintomi di conversione.

La relazione aveva disponibilità e non urgenza, la sincerità non era solo la mera esibizione del proprio stato emotivo e la connessione aveva a che fare con qualcosa di tattile.

Il tempo di una discussione consentiva alla spiegazione di favorire la comprensione, non c’erano i profili spiati che inducono al pregiudizio.

Prima era così, o almeno lo era di più, adesso no e non possiamo annegare in nostalgie stantie.

Adesso dobbiamo guardare da un altro punto di osservazione.

Siamo pesci nella stessa acqua e non possiamo inventarci che per noi sia più potabile, non possiamo illuderci che per noi sia meno inquinata. Forse è per questo che i tossicodipendenti non possono più vantarsi di essere pesci fuor d’acqua.

Il punto di osservazione, la finestra all’interno del contesto dalla quale noi osserviamo il contesto in cui si esprime la dipendenza patologica, deve comprendere un attento e pragmatico esame di realtà.

Se è vero come è vero che la dipendenza patologica si interseca con il tessuto sociale in cui si manifesta e che dilania le modalità relazionali del paziente, allora i valori della società attuale e i codici relazionali contemporanei non possono essere trascurati in un percorso terapeutico o di emancipazione dall’uso di droga.

Possiamo, ad esempio, considerare come il sospetto sia diventato un cardine per conoscere la realtà, come il cambiare idea sia dettato da quanto può essere vantaggioso cambiarla e non da quanto può essere vantaggiosa l’idea, come la competenza non sia un requisito fondamentale per fare un mestiere e come ascoltarsi sia troppo simile ad ascoltare.

Possiamo capire ed intervenire concretamente su un fenomeno solo facendo riferimento al contesto in cui quel fenomeno si manifesta e si esprime.

Non si tratta di inventare percorsi terapeutici all’avanguardia, quanto di considerare il nuovo condizionamento mentale prevalente come indispensabile per individuare strategie applicabili nel contesto attuale e nelle singole mentalità contemporanee dei pazienti che in esso vivono.

Non si tratta semplicemente di proporre nelle Comunità Terapeutiche percorsi trattamentali di breve durata, come se volessimo dire che se il mondo corre veloce allora anche la cura deve sbrigarsi, quanto di utilizzare il tempo della cura in modo collaborativo sia tra i servizi preposti sia con il paziente, evitando di farlo sentire in un’altra epoca, o fuori posto come sempre.

Sarebbe utile possedere un’impostazione condivisa, o almeno organizzata, per affrontare il problema sanitario e sociale delle dipendenze patologiche, integrandolo ma differenziandolo dagli aspetti legali che da esso scaturiscono.

Sarebbe utile, nell’ottica di un intervento terapeutico, evitare di assimilare il trattamento delle dipendenze patologiche con la lotta allo spaccio di droga, come se volessimo combattere l’obesità attaccando i supermercati. (La lotta allo spaccio di droga è importante e il fatto che sia difficile portarla avanti non giustifica la resa, però la cura delle dipendenze patologiche è un altro argomento).

Non possiamo limitarci a pensare che la repressione colmi il vuoto di un eroinomane, che gli arresti degli spacciatori arrestino l’uso di sostanze, che il controllo faccia luce sui nascondigli di giovani confusi (Il problema non è la droga in sé ma la droga in te).

Leggere la frase “X vende droga ad Y” genera nel lettore un’immediata reazione verso X, verso il suo comportamento criminale, produce una credenza (cioè una modalità di credere, non di ipotizzare, alla realtà) secondo la quale X è la causa della tossicodipendenza di Y.

In questo modo non si sta prendendo minimamente in considerazione Y (sarebbe differente leggere la frase “Y compra droga da X”), le motivazioni, le dinamiche sociali e relazionali, la sua storia, i significati esistenziali sottostanti, le responsabilità dei contesti che costruiamo e che emarginiamo. E’ molto più immediato (e ovviamente giusto) applicare risposte al comportamento illegale di X piuttosto che interrogarsi, impegnarsi, immergersi nella complessità della vita di Y. E’ più facile mostrare di saper eliminare X che guardare nell’abisso per recuperare Y.

Sembra di nuovo necessario ridefinire il tema delle dipendenze patologiche partendo dal significato esistenziale che la droga possiede, quanto la droga rappresenti un’accessibile soluzione alle angosce individuali.

Dobbiamo definire una mappa, anche se la mappa non è il territorio, che ci consenta di descrivere un fenomeno complesso come quello della dipendenza patologica, analizzando i comportamenti e gli scopi del tossicodipendente in un’ottica contemporanea, considerandoli all’interno dei valori e degli stimoli che il contesto sociale e relazionale impone a tutti noi.

E’ necessario riconoscere quanto gli atteggiamenti e i bisogni del tossicodipendente siano spesso conformi con gli atteggiamenti e i bisogni di oggi e di quanto il contesto sociale e relazionale li favorisca e spesso li autorizzi.

L’apprendimento di modalità comportamentali avviene in larga parte per imitazione e per modellamento (Bandura,1969) osservando i modelli o i riferimenti che si incontrano e con cui si entra in relazione, attualmente questi modelli vengono assorbiti da chi li osserva solo in base a quanto sono efficaci per il raggiungimento, per il soddisfacimento, di obiettivi specifici.

Questi obiettivi specifici sono definiti da un materialismo estremo, si tende a delegare la formazione della propria identità al possesso momentaneo di oggetti che non si scelgono.

Essi rappresentano tutto ciò che è giusto, tutto ciò che si deve avere ad ogni costo, sono tutto ciò che conta veramente nella vita, anche raggiungerli solo per un istante.

Piacere immediato, anche per pochi attimi, il massimo senza fatica, costi quel che costi, il Jackpot o niente.

E’ il passaggio dalla soddisfazione al soddisfacimento, dal desiderio al bisogno, dall’avere uno scopo al raggiungere un obiettivo: non è l’assenza di valori ma è il tentativo di tradurli in qualcosa di solamente pratico che alla fine li distrugge.

Per definizione l’idea di ciò che vogliamo essere e i valori individuali a cui cerchiamo di attenerci, non sono concretamente raggiungibili, sono qualcosa verso cui si tende, una direzione da custodire. Gli obiettivi che vogliamo ottenere, invece, rappresentano la concretezza, qualcosa che si può raggiungere e possedere.

Se quello che definiamo valore, cioè la misura delle doti morali o intellettuali che un individuo dimostra e che si impegna a mantenere, non viene più inserito nel processo attraverso il quale si tenta di raggiungere un obiettivo, allora il valore diventa l’obiettivo stesso, si trasforma nella quantità di moneta pagabile o ottenibile per qualcosa. In questo senso il valore diventa sinonimo di prezzo ed attenersi ad esso si misura in base al guadagno, per essere ampollosi potremmo dire che il valore si traduce in ciò che si ha e non in ciò che si è.

Essere coerenti con i propri valori giustifica l’impegno, o anche il sacrificio, che si produce per raggiungere uno scopo o un cambiamento personale, permette di alimentare la motivazione in assenza di gratificazioni immediate.

Inoltre, essere coerenti con i propri valori, permette di compensare l’eventuale insuccesso, gratifica la rinuncia, favorisce scelte a lungo termine perché aiuta a gestire le attese.

Questa non è una prospettiva molto diffusa nella nostra società, spesso è ritenuta un limite per il soddisfacimento dei bisogni perché non li rende immediati, a volte appare come una strategia risibile che provoca sconcerto per la mancata scelta di espedienti.

Il modo predominante di vedere il mondo si espone quindi ad una valutazione estremamente semplicistica, basata prevalentemente sul soddisfacimento immediato di voglie, secondo la quale il desiderio si sceglie in base a quanto è necessario impegnarsi per realizzarlo.

Un desiderio per il quale non si è disposti a lottare o per il quale non si è disposti a tollerare la minima frustrazione, un desiderio che può essere repentinamente sostituito da un altro perché meno impegnativo, si trasforma in appetizione, in mera preferenza, in scelta suggerita subdolamente dall’esterno e non in azione che muove dall’interno.

Il desiderio dei nostri tempi è una tensione spasmodica senza climax, l’obiettivo è mantenere la persona in un costante stato desiderante senza ricevere appagamento.

— Nel 1985 fu messa sul mercato la prima console Nintendo, era la prima volta che si poteva avere una specie di computer solo per giocare. Il mio desiderio di averla durò per circa 12 mesi quando, finalmente, la ricevetti per Natale. La tensione, il fremito che mi aveva fatto compagnia in tutta quell’attesa, raggiunse il suo apice mentre scartavo voracemente il pacco regalo e si trasformò in un piacere fisico che sentii in tutto i corpo mentre la strinsi tra le mie mani.

Non ci sarebbe stata una console migliore o più all’avanguardia per i prossimi anni, quello era il massimo che un ragazzino di 13 anni potesse avere, il massimo dell’offerta tecnologica, per questo ebbi tutto il tempo di godermela, di consumare completamente quel mio desiderio.

Il tempo per il godimento di un desiderio è importante perché ripaga dell’attesa, conclude la frenesia, la sovreccitazione e l’inquietudine che accompagnavano il precedente stato di mancanza.

Se dopo una settimana avessi visto la pubblicità della nuova Nintendo, sarei stato assalito dall’insoddisfazione per ciò che avevo già e avrei ricominciato, troppo presto, a desiderare una nuova console, sarei stato deluso sia da ciò che possedevo già sia da ciò che non possedevo ancora.

Senza quel tempo, o quando quel tempo è troppo breve, si rimarrebbe nello stato di frenesia, di sovreccitazione, di inquietudine.

Si faccia attenzione, nel desiderare qualcosa si avverte la mancanza di quella cosa, non di qualunque cosa, il desiderio si realizza mediante l’ottenimento dello specifico oggetto desiderato.

Non può essere sostituito in modo indiscriminato da un altro oggetto, seppur simile a quello desiderato, non è previsto che ci si possa accontentare.

Il bambino che desidera capricciosamente quel giocattolo non sarà disposto ad alcuna trattativa, preferirà non avere nulla piuttosto che non avere esattamente l’oggetto che desidera.

La nostra epoca ha perturbato, ridotto, il tempo del godimento, denigra il periodo refrattario relegandolo ad un’inutile momento di assenza di piacere.

La persona deve restare in una condizione desiderante perpetua, altrimenti la fase del godimento la distrarrebbe da un ulteriore consumo, la toglierebbe dal mercato per un po’, se ne starebbe, soddisfatta, ad aspettare che un altro desiderio la sorprenda.

Tutti, o la maggior parte di noi, preferiamo istintivamente tutto e subito a poco tra tanto, con il tempo e attraverso dei rinforzi sociali sviluppiamo la capacità di attendere, di progettare, di tollerare le delusioni intermedie. Tutti, o la maggior parte di noi, incontriamo delle naturali difficoltà nel posticipare le gratificazioni, con il tempo e attraverso dei rinforzi sociali apprendiamo l’utilità di rimandare un piacere immediato per uno più completo e stabile.

Tutti, o la maggior parte di noi, cerchiamo una soluzione immediata e possibilmente indolore alla sofferenza che proviamo, con il tempo e attraverso dei rinforzi sociali impariamo a trovare conforto in qualcuno e non solo in qualcosa.

Gradualmente riusciamo a comprendere e a modulare le nostre predisposizioni di base. Posticipare le gratificazioni, gestire le attese e accettare il dolore non sono comportamenti istintivi, ma apprendimenti con i quali ogni essere umano deve confrontarsi.

Sono inoltre alcune delle caratteristiche inserite all’interno della costellazione di sintomi che descrivono le persone con una dipendenza patologica e spesso sono le principali abilità di cui questi pazienti sono sprovvisti o deficitari.

L’esponenziale proposta di stimoli che incontriamo nel contesto impone una sempre maggiore rapidità nelle risposte, la regola sociale secondo cui, data l’incertezza sul futuro, è meglio saziarsi nell’immediato anche se in modo indiscriminato, uccide il desiderio e trova terreno fertile nella parte più ampia del nostro cervello, quella dell’area emotiva piuttosto che nell’area cognitiva.

Anche le parole con cui ci esprimiamo, con cui descriviamo o connotiamo gli eventi, devono sempre tendere ad avere il maggior impatto emotivo possibile al fine di schivare le funzioni cognitive, devono favorire una reazione e non una riflessione in chi le ascolta.

Tutto questo ha un impatto sugli schemi mentali e sui comportamenti di ogni individuo ma, nel tossicodipendente va a poggiarsi anche su un substrato neurobiologico deteriorato, amplificando le sue difficoltà ad apprendere strategie cognitive più funzionali o nuove abilità comportamentali.

 

La sensibilità materna nell’interazione madre-bambino

Durante lo sviluppo del bambino la sensibilità materna viene influenzata da una serie di fattori compresi alcuni fattori ambientali e demografici.

 

L’interazione diadica costituisce la base per lo sviluppo e la crescita psicologica del bambino, soprattutto nei primi anni di vita (Kivijarvi, Raiha, Virtanen, Lertola, & Piha, 2004); inoltre rappresenta il principale setting per l’acquisizione del linguaggio e lo sviluppo di altre abilità cognitive. L’aspetto più importante che connota tale relazione è il costrutto evolutivo della sensibilità materna, indicatore chiave della precoce interazione diadica, in grado di influenzare sia il comportamento che lo sviluppo del bambino.

Il costrutto della sensibilità materna è stato introdotto negli anni ’70 con la teoria dell’attaccamento e viene considerato una delle più importanti determinanti dell’attaccamento tra una madre e il suo bambino. Successivamente, Biringen et al. (2000) hanno ampliato questo concetto definendola come la risposta della madre al suo bambino, la capacità di essere calda e rilassata quando il bambino è angosciato, di negoziare i momenti conflittuali, di proporre giochi stimolanti e creativi e di sintonizzarsi emotivamente con il bambino. Le madri sensibili infatti sono in grado di rispondere rapidamente ai segnali del bambino, stabilendo una vera e propria contingenza tra questi segnali e le loro risposte. Inoltre, un genitore sensibile ha un tono dell’affetto positivo e genuino nell’espressione vocale e facciale, non si annoia a stare con il bambino ma prova piacere a condividere del tempo con lui, riconosce nel figlio una persona diversa da sé, ne riconosce i bisogni, ed è in grado di affrontare e gestire le situazioni conflittuali e di mostrare empatia.

Ma durante lo sviluppo del bambino la sensibilità materna viene influenzata da una serie di fattori, a tal proposito Bornstein et al. (2011) hanno riscontrato l’esistenza di una relazione tra gli stressor quotidiani, ovvero i fattori ambientali e demografici, e la sensibilità materna.

Amankwaa et al. (2007) avevano già riscontrato, da studi passati, la presenza di una relazione inversa statisticamente significativa tra la sensibilità materna e gli stressor quotidiani, dal momento che lo stress materno è negativamente correlato alla sensibilità materna, ed è in grado di modellare la sensibilità della madre nel tempo. Tra queste fonti di influenza vengono annoverate: l’età cronologica materna, il crescere dell’età materna infatti correla positivamente con i livelli di sensitività, mentre l’età giovane della madre incide negativamente (Bornstein, Hahn, Suwalsky, & Haynes, 2011); lo Status Socioeconomico Familiare (SES), a seconda del livello del SES infatti i genitori mostrano diversi livelli di stress ed avversità, mente i bambini appartenenti a famiglie con SES inferiore soffrono di maggiori o minori privazioni (McAdoo, 2002) e le loro abilità tendono ad essere più limitate rispetto a quelle di bambini con SES superiore; l’occupazione materna dal momento che la ricerca ha indicato una relazione negativa tra le ore dell’occupazione materna e la loro soddisfazione, competenza nella genitorialità, nonché uno sviluppo cognitivo più basso e maggiori problemi comportamentali per i bambini (Baum, 2003).

Il dilemma dello sconosciuto. Perché è così difficile capire chi non conosciamo (2020) di Malcolm Gladwell – Recensione del libro

Il dilemma dello sconosciuto è un libro rivoluzionario che affronta la difficoltà di capire e comunicare con chi non conosciamo.

 

Malcolm Gladwell è un sociologo e giornalista, inserito nel 2005 dal Time come uno dei 100 personaggi più influenti del mondo. Giornalista per il Washington Post ed il New Yorker, è anche autore di moltissimi best-seller ed è considerato l’inventore di un genere senza precedenti, anche grazie al suo personale stile di scrittura. Il suo ultimo libro Il dilemma dello sconosciuto, pubblicato in Italia nel 2020, ha già riscosso enorme successo in tutto il mondo.

Immaginiamo ipoteticamente di trovarci nel bel mezzo di una piazza affollata e di vedere improvvisamente apparire di fronte a noi qualcuno che non conosciamo, uno sconosciuto. Egli parla la nostra lingua, ma non sembra meritare fiducia. Ha un aspetto trasandato ed è piuttosto loquace. In che modo agireste? Interagireste con lui o vi affidereste al vostro primo giudizio evitandolo voltandogli le spalle?

‘Decifrare’ e comprendere una persona che non si conosce è più difficile di quanto si possa pensare. L’arte di comprendere qualcuno è già difficoltosa nelle relazioni con i propri cari, parenti, amici, e quindi ancora più complessa di fronte ad uno sconosciuto.

Essendo la nostra vita piena di sconosciuti (basta camminare per strada, salire su un autobus per incappare nell’incontro di nuove persone), è necessario analizzare le strategie che utilizziamo nel rapportarci con gli altri. Queste sono spesso influenzate da pregiudizi che non ci permettono di valutare adeguatamente chi abbiamo di fronte. Questa operazione di comprensione, oltretutto, è alla base di moltissime professioni. Pensiamo, per esempio, ad un poliziotto ad un posto di blocco che deve fermare un automobilista per strada o ad un medico di pronto soccorso che incontra un paziente per la prima volta.

Secondo Gladwell: ‘Abbiamo continuamente bisogno di comprendere gli sconosciuti, ma non siamo per niente bravi a farlo‘.

Al contrario di quanto pensiamo, siamo sostanzialmente degli incompetenti in questa operazione di comprensione. Le prove di questa nostra incapacità non sono solo evidenti nel quotidiano. Queste sono presenti in alcuni fatti storici.

Ed è proprio questo che Gladwell intende fare con Il dilemma dello sconosciuto, mettere in luce questa nostra incapacità di superare stereotipi e pregiudizi nella relazione di comprensione dell’altro attraverso vicende del passato.

Lo scopo di Gladwell è ribaltare il senso comune, stravolgere le credenze personali, raccontare in cosa consiste il fraintendimento e il fallimento della comunicazione. Egli è convinto dell’idea che ‘la comprensione non dipende solo dalla lingua, ma anche dalla cultura e dalla storia degli individui’.

L’inizio del libro si concentra su una vicenda avvenuta qualche anno fa in Texas, l’arresto da parte di un poliziotto ad un posto di blocco di una giovane donna, Sandra Bland, la quale si suicidò in cella qualche giorno dopo. Questo per Gladwell rappresenta uno dei più clamorosi avvenimenti legati all’incapacità di giudicare uno sconosciuto e ci fa comprendere come le difficoltà comunicative possano portare alle peggiori conseguenze possibili. La vicenda diede inizio al movimento Black Lives Matter, che oggi conosciamo fin troppo bene. A partire da questa vicenda Gladwell prende in esame altre situazioni storiche che rappresentano esempi di come il pregiudizio e gli errori comunicativi influenzino il rapporto con lo sconosciuto e l’idea che ci facciamo di questo: nel 1938, Chamberlain, il primo ministro inglese giudicò Hitler un uomo pacifico e affidabile al primo incontro, un errore storico che ebbe conseguenze note.

Come è possibile giudicare erroneamente qualcuno che non si conosce? Secondo l’autore:

La convinzione che noi sappiamo degli altri più di quanto loro sappiano di noi, e che riusciamo a capirli meglio di quanto non si capiscano loro stessi (ma al contrario loro non possono capire noi), ci induce a parlare quando faremmo meglio ad ascoltare.

Questa credenza è detta illusione di comprensione asimmetrica.

Inoltre, secondo l’autore, nel relazionarci con chi non conosciamo commettiamo tre errori: la presunzione di onestà (giudicare dall’aspetto una persona innocente), l’illusione di trasparenza (l’incapacità di considerare uno sconosciuto in qualità di persona) e infine la sottostima del contesto in cui si presenta uno sconosciuto. Questi errori portano ad una fallita comunicazione.

Grazie a questo libro è possibile comprendere alcune strategie per capire gli sbagli che commettiamo con chi non conosciamo. Il dilemma dello sconosciuto è un libro che ci svela come ci relazioniamo, che ci mette di fronte alle nostre credenze al fine di analizzarle e comprenderle. Lo scopo finale? Accettare i propri limiti, ammettere che comprendere gli altri non è facile, ammettere che occorre uno sforzo arduo.

Questo libro è basato su un dilemma. Dobbiamo parlare con gli sconosciuti, non abbiamo altra scelta, specialmente in un mondo privo di confini come quello attuale. Non viviamo più in villaggi. I poliziotti devono fermare persone che non conoscono. I funzionari dell’intelligence devono confrontarsi con l’inganno e l’incertezza. I giovani vanno alle feste proprio per incontrare persone sconosciute, fa parte del brivido romantico della scoperta. Eppure, di fronte a questo compito quanto mai necessario, ci scopriamo incapaci. Pensiamo di poter trasformare lo sconosciuto nel familiare e nel noto senza sacrifici e costi aggiuntivi, ma non è così. Che fare? […] accettare i nostri limiti nel decifrare gli sconosciuti.

 

Bugie, Verità e Tratti di personalità

Anche se trascurate nella letteratura psicologica, le capacità percepite di dire e rilevare le bugie, di dire la verità in modo convincente e di fidarsi degli altri giocano un ruolo importante in molti settori della vita sociale.

 

Le persone tendono a fidarsi degli altri per mantenere i legami sociali. Devono usare le loro capacità di dire la verità per convincere gli altri della loro veridicità (Ariely, 2012). La tendenza generale della popolazione è assumere che la maggior parte delle comunicazioni siano veritiere e che, se non lo sono, la loro mancanza di veridicità può essere svelata (Kwan et al., 2009).

Un recente studio ha esaminato il contributo delle dimensioni della personalità alle capacità di comunicare e individuare le bugie, dire la verità e credere agli altri. Nello specifico, gli autori hanno utilizzato un modello che ha fornito una tassonomia comunemente accettata per la classificazione della personalità, ossia il “Big Five” (McCrae & Costa, 1997). Secondo questo modello, ci sono cinque dimensioni che catturano l’intera gamma dei tratti della personalità: nevroticismo, estroversione, apertura all’esperienza, gradevolezza e coscienziosità. Questi tratti possono essere buoni candidati per prevedere le abilità percepite relative alla menzogna e alla verità. L’estroversione comprende tratti come l’energia, le emozioni positive, l’assertività, la socievolezza, la loquacità e, infine, la tendenza a cercare stimoli e sensazioni nuove (McCrae & Costa, 1997); le persone estroverse sono infatti molto attratte dalla vita sociale e potrebbero avere più possibilità di mentire e di individuare menzogne negli altri. L’apertura all’esperienza implica la curiosità intellettuale, il pensiero indipendente, la creatività e la preferenza per la novità e la varietà; potrebbe essere definita come la misura in cui una persona è fantasiosa o indipendente e rappresenta una preferenza personale per una varietà di attività rispetto ad una rigorosa routine (Barrick & Mount, 1991). La coscienziosità combina caratteristiche come la tendenza a mostrare autodisciplina, ad agire con rispetto e a concentrarsi sul raggiungimento di risultati; le persone coscienziose tendono a pianificare piuttosto che ad essere spontanee e sono organizzate e affidabili, pertanto potrebbero essere poco propense all’imbroglio (Day, Hudson, Dobies, & Waris, 2011). Le persone con elevato grado di gradevolezza sono simpatiche, amichevoli e affidabili (McCrae & Costa, 1997); questa dimensione è associata alla tendenza ad essere genuini e non “falsi”, soprattutto nelle relazioni (Gillath et al., 2010). Il nevroticismo comprende tratti come bassa fiducia in se stessi, pessimismo, emozioni negative, ansia e irritabilità e da una minore capacità di gestire lo stress; inoltre, le persone nevrotiche tendono ad avere scarse capacità di controllo degli impulsi e una precaria stabilità emotiva (McCrae & Costa, 1997).

Un campione di 174 studenti universitari ha compilato un questionario composto da quattro domande che chiedevano loro di valutare le loro capacità di dire bugie, di dire la verità, di individuare le bugie e di credere ad esse, rispetto agli altri (es. “In confronto ad altre persone come valuteresti la tua capacità di dire bugie?”, Elaad, 2009, 2011). Inoltre, i partecipanti hanno completato il Big Five Personality Inventory (BFI, John, Donahue, &Kentle, 1991), comprendente 5 sottoscale, ciascuna composta da items relativi ad ognuna delle dimensioni. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare la misura in cui le varie affermazioni li descrivono su una scala Likert a 5 punti, che va da 1 = fortemente in disaccordo a 5 = fortemente d’accordo.

I risultati hanno rivelato il contributo significativo di tutte le dimensioni dei Big Five alla percezione della capacità di mentire. Nello specifico, è emerso che l’estroversione predice la capacità di dire bugie e verità in maniera convincente, oltre che una maggiore capacità di individuare menzogne. L’apertura all’esperienza è predittore di una maggiore capacità di dire e rilevare bugie, infatti queste persone sono dotate di grande curiosità e creatività, al punto che tendono a dedicare tempo e fatica alla raccolta di informazioni relative agli altri. Le persone con un alto livello di gradevolezza hanno una forte propensione alla fiducia, tendono a dare per scontato che gli altri siano degni di fiducia e per questo sono inclini a credere agli altri (McCrae& Costa, 1997), infatti i risultati hanno rivelato una scarsa capacità di individuare menzogne. Coscienziosità e nevroticismo predicono basse capacità di dire le bugie: i più coscienziosi sono spinti dal desiderio di sostenere un’immagine di sé onesta, mentre le persone nevrotiche sono caratterizzati da una bassa fiducia in se stessi e una minore capacità di affrontare lo stress, pertanto possono sentirsi incapaci di dire menzogne convincenti.

 

Interazione sociale e sincronizzazione corticale: cervelli sulla stessa lunghezza d’onda

Con l’avvento di nuove tecniche, si è potuto indagare se durante un’interazione sociale, a seguito di una sincronizzazione a livello fisiologico e comportamentale, avvenisse lo stesso meccanismo anche a livello neurale, tanto da poter parlare di sincronizzazione corticale tra due cervelli.

Serena Pierantoni e Mariasilvia Rossetti – OPEN SCHOOL Studi CognitivI San Benedetto del Tronto

 

Più di 2300 anni fa, il filosofo greco Aristotele, nel primo libro della sua Politica definì l’uomo come un ‘animale politico’ (ζωον πολιτικόν) che tende per sua natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Con il termine politico Aristotele sintetizzò una delle caratteristiche proprie dell’essere umano: il bisogno di confronto e di rapporto (Berti, 1997).

L’uomo possiede, infatti, la straordinaria capacità di coordinarsi con l’altro per raggiungere un obiettivo comune. Questa capacità, che potremmo definire ‘sincronizzazione sociale’, richiede abilità molto complesse come predire comportamenti, comprendere stati d’animo e pensieri altrui e tenere in considerazione tutti i punti di vista per pianificare e attuare l’azione (Sebanz et al., 2006).

Mentre alcuni aspetti dell’interazione sociale collaborativa si trovano anche nei primati (la comprensione delle intenzioni altrui, una rudimentale teoria della mente, la caccia cooperativa di gruppo), l’uomo è motivato nel suo comportamento sociale da meccanismi molto più sofisticati, quali: giudizio morale, fiducia, agentività, bisogno di condividere emozioni, esperienze e attività (Tomasello et al., 2005).

La complessità e la portata delle interazioni sociali che ci distinguono dalle altre specie animali spiegano il tipico sviluppo della neocorteccia nel cervello umano; si tratta dell’area cerebrale più recente ed estesa, a cui dobbiamo gran parte del nostro successo evolutivo (Dunbar, 2009).

Nonostante siamo esseri profondamente sociali, le neuroscienze hanno iniziato a studiare la neurobiologia dell’interazione umana solo negli ultimi vent’anni. Con l’avvento delle nuove tecnologie di neuroimaging, come la fMRI, si è infatti potuto indagare il ruolo di alcune regioni cerebrali nei compiti di cognizione sociale. Diverse meta-analisi riportano i risultati di tali ricerche (Babiloni & Astolfi, 2014).

In particolare, oltre 200 studi di fMRI ipotizzano che la giunzione temporo-parietale (TPJ) si attivi durante la stima di intenzioni, desideri, obiettivi altrui; è pertanto responsabile di inferenze mentali transitorie sugli altri. Quando si necessita invece, di informazioni più stabili e durature circa il comportamento proprio e altrui, da cui evincere qualità e tratti misurabili, sembrerebbe maggiormente coinvolta la corteccia prefrontale (PFC). L’unione delle due strutture TPJ e PFC costituirebbe il nostro sistema di mentalizzazione (VanOverwalle, 2009). Quest’ultimo appare complementare al sistema dei neuroni specchio, strutture situate principalmente nel solco intraparietale anteriore e nella corteccia premotoria. Si tratta di neuroni bimodali che si attivano allo stesso modo sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo un’altra persona compierla (Babiloni & Astolfi, 2014).

I neuroni specchio sottendono alle nostre capacità empatiche, ci permettono di metterci nei panni dell’altro, comprendere le sue intenzioni, dare un significato al suo comportamento, condividere emozioni e sensazioni (Keysers e Gazzola, 2009).

Queste ricerche hanno consentito di far luce sulle caratteristiche strutturali e funzionali dei processi alla base della cognizione sociale, tuttavia presentano due limiti importanti.

Innanzitutto, non hanno valutato direttamente l’interazione dinamica tra due (o più) cervelli. La maggior parte degli studi di neuroscienze, infatti, misura l’attività cerebrale in una sola persona alla volta mentre interagisce con un’altra persona o un computer.

Inoltre, l’interazione sociale nella vita reale avviene in modo molto naturale (come la comunicazione faccia a faccia), mentre questi studi si sono svolti in contesti sperimentali altamente artificiali. Le tecniche di neuroimaging richiedono l’immobilità del soggetto, quindi i partecipanti erano molto limitati nei movimenti o nella comunicazione diretta con l’altro.

Il primo studio che ha registrato l’attività di due cervelli contemporaneamente è stato realizzato dal gruppo di ricerca del fisico Montague nel 2002. In questa occasione, i ricercatori hanno posizionato due persone dentro due macchine di risonanza magnetica funzionale separate ma sincronizzate tra loro. Mentre i partecipanti erano impegnati in un gioco competitivo, gli scienziati hanno potuto osservare l’attività dei due cervelli in contemporanea. L’acquisizione simultanea dei dati cerebrali di due soggetti che interagiscono tra loro è stata denominata ‘iperscanning’ (Montague et al., 2002).

Attualmente, il termine iperscanning include non solo la fMRI, ma tutte le tecniche che consentono di registrare attività cerebrale simultaneamente da più persone quali l’elettroencefalografia (EEG), la magnetoencefalografia (MEG) e la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS) che permette di realizzare mappe della distribuzione dell’attività emodinamica nel cervello. Queste tecniche piuttosto recenti rendono l’iperscanning molto meno costoso e ingombrante e permettono di realizzare paradigmi sperimentali più ecologici. In particolare, la spettroscopia nel vicino infrarosso funzionale è molto flessibile e non invasiva e consente di studiare l’attività cerebrale in contesti di comunicazione faccia a faccia, manipolazione di oggetti, compiti di cooperazione anche motoria.

Con l’avvento di queste nuove tecniche, si è potuto indagare se durante un’interazione sociale, a seguito di una sincronizzazione a livello fisiologico e comportamentale, avvenisse lo stesso meccanismo anche a livello neurale, tanto da poter parlare di sincronizzazione corticale tra due cervelli.

‘Inter-network’ tra genitore e figlio

Quando l’adulto e il bambino si guardano l’un l’altro, stanno segnalando la loro disponibilità e intenzione di comunicare tra di loro – afferma Victoria Leong.

Osservando uno scambio interattivo tra un neonato e sua madre, ci si meraviglia di come riescano a comunicare senza parole, ma tramite sintonizzazione affettiva. Fin dall’inizio, la diade madre-bambino sincronizza i processi fisiologici, come il ritmo del battito cardiaco o il rilascio simultaneo di ossitocina, ma anche i comportamenti, soprattutto quelli non verbali, ad esempio lo sguardo o il rispecchiamento emotivo tra le espressioni facciali (Feldman, 2007).

Nella relazione di attaccamento, durante questi episodi di sincronizzazione, il bambino impara ad interagire con altri, a coordinarsi, a condividere stati affettivi e regolare le proprie emozioni e sensazioni. Ma a livello cerebrale che cosa accade?

La ricercatrice Victoria Leong ha scoperto che quando genitori e neonati si guardano negli occhi anche i loro cervelli si sincronizzano come se si fondessero in un unico grande sistema cerebrale. Lo studio è stato condotto con 36 bambini di otto mesi di età media e i rispettivi genitori. L’attività cerebrale di entrambi i soggetti è stata registrata tramite doppia elettroencefalografia. L’esperimento includeva due compiti, ciascuno diviso in diverse fasi. Nel primo compito il bambino era posto davanti ad un video che mostrava un adulto che cantava. Nella prima fase, l’adulto guardava direttamente il bambino, nella seconda distoglieva lo sguardo e nella terza voltava la testa ma con gli occhi continuava a guardare il bambino. La più grande sincronizzazione di onde cerebrali avveniva nella terza fase come se, nonostante il volto girato, lo sguardo dell’adulto fosse ancora più intenzionale e quindi comunicativo. Nel secondo compito, era direttamente l’adulto in presenza a cantare in due circostanze: guardando il bambino negli occhi oppure distogliendo lo sguardo. Anche in questo caso si conferma il risultato emerso nel primo compito e non solo: durante il contatto visivo diretto il bambino vocalizzava più spesso e stimolava una sincronizzazione più forte nell’adulto. Lo sguardo diretto rinforza quindi la connettività neurale adulto-neonato, la quale sembrerebbe essere fondamentale per lo scambio comunicativo e l’apprendimento nei primi mesi di vita (Leong et al., 2017).

Uno studio molto recente (Elise et al., 2019) ha indagato tramite spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS) come i cervelli di bambino e adulto si sincronizzano durante il gioco, in una fascia di età più elevata compresa tra 9 e 15 mesi. I ricercatori interagivano per cinque minuti con i bambini, giocando, cantando filastrocche o leggendo, osservando in volto il bambino oppure distogliendo lo sguardo. Anche qui, durante le sessioni faccia a faccia, il cervello dei bambini era sincronizzato con quello degli adulti in diverse aree cerebrali, in particolare nella corteccia prefrontale. Questa area è coinvolta nell’apprendimento, nella pianificazione e nel funzionamento esecutivo. Questo risultato – che meriterebbe di essere oggetto di future ricerche – è sorprendente, in quanto si credeva che la corteccia prefrontale durante l’infanzia fosse sottosviluppata (Elise et al., 2019).

Studi successivi (Santamaria et al., 2020), mostrano che la sincronizzazione neurale nella diade madre-bambino varia a seconda dello stato emotivo della mamma. Quando la madre esprime emozioni positive, mamma e bimbo tendono a spendere più tempo insieme e ad interagire di più, i due cervelli inoltre appaiono molto sincronizzati. Questo meccanismo promuove una condivisione potenziata e un maggior flusso di informazioni dall’uno all’altra (Santamaria et al., 2020).

Stati emotivi negativi sembrerebbero invece indebolire la connessione inter-neurale, ad esempio un maggiore stato di stress genitoriale appare associato ad una minore sincronizzazione cerebrale nella corteccia prefrontale di sinistra, in aree cerebrali implicate nell’inferenza di stati mentali altrui (Azhari et al., 2019).

Le madri che sperimentano uno stato mentale persistentemente negativo a causa ad esempio di una depressione clinica, sviluppano molte meno sincronizzazioni con il proprio bambino. I bambini di madri depresse possono mostrare meno evidenza di apprendimento proprio a causa della maggiore debolezza della sincronizzazione corticale mamma-bambino (Santamaria et al., 2020).

In coppia sulla stessa lunghezza d’onda

Alla luce delle ricerche sull’attaccamento precoce e la sincronizzazione comportamentale, fisiologica e neurale tipica della diade madre-bambino, altri autori hanno cercato di indagare se meccanismi simili possano essere rilevati anche nelle interazioni tra pari e tra partner affettivi (Kinreich et al., 2017). Lo studio è stato condotto su 104 soggetti adulti di cui metà coppie erano impegnate tra loro in una relazione romantica da almeno un anno, gli altri non avevano alcun rapporto. I soggetti dovevano sedersi a coppie uno di fronte all’altro ed interagire per cinque minuti programmando insieme una giornata piacevole; l’attività cerebrale era registrata tramite doppia elettroencefalografia. I risultati mostrano una maggiore sincronizzazione relativa alle onde gamma nelle coppie di partner rispetto alle coppie di sconosciuti, ad indicare l’importanza dell’attaccamento affettivo anche in età adulta.

Questa sincronizzazione è localizzata in particolare nella giunzione temporo-parietale, nel solco parietale temporale superiore e nella porzione posteriore, aree coinvolte in processi di mentalizzazione quali la differenziazione tra sé e l’altro e lo sguardo sociale.

La sincronizzazione delle onde cerebrali tra i due cervelli sembra essere indipendente dal contenuto della conversazione e correlare maggiormente con i comportamenti non verbali. Risulta infatti particolarmente elevata nei momenti in cui le due persone si guardano negli occhi e, seppure in misura minore, durante dimostrazioni di affetto. I risultati mostrano come la sincronizzazione corticale tra partner adulti si ponga in continuità con i meccanismi tipici del legame di attaccamento madre-bambino, la funzione sarebbe quella di rafforzare il legame che spinge la mente a connettersi socialmente con l’altro (Kinreich et al., 2017).

Sincronizzati per la cooperazione e il lavoro di gruppo

Inevitabilmente, a questo punto ci si chiede che cosa possa accadere tra due persone -che non hanno relazioni strette- quando collaborano per raggiungere un obiettivo comune o addirittura a molti cervelli contemporaneamente quando si è impegnati in attività di gruppo.

I risultati di uno studio realizzato dal gruppo di ricerca del professor Fishburn (2018), indicano una sincronizzazione principalmente delle aree della corteccia prefrontale nei cervelli di chi sta lavorando insieme. L’esperimento ha coinvolto 60 soggetti, che si conoscevano tra loro ma non avevano legami sentimentali, suddivisi in venti gruppi da tre soggetti ciascuno. Il compito era completare un puzzle in due condizioni: nella prima due componenti collaboravano e il terzo osservava, nella seconda tutti e tre individualmente eseguivano il compito. I risultati hanno evidenziato una sincronizzazione dell’attività della corteccia prefrontale (registrata mediante fNIRS) dei due partecipanti nella prima condizione, sincronizzazione assente nell’osservatore e nella condizione di lavoro individuale. Perché si verifichi una sincronizzazione corticale è necessario quindi che più persone siano fisicamente coinvolte nella stessa attività (Fishburn et al., 2018).

Perché ci sia sincronizzazione neurale è quindi sufficiente essere impegnati insieme in un’attività comune o è necessario collaborare per lo stesso obbiettivo? Lo studio di Liu e collaboratori (2016) mette proprio a confronto le condizioni di cooperazione, competizione e azione individuale. I 22 soggetti, divisi in 11 coppie, si posizionavano ciascuno davanti ad un computer. Nello schermo compariva un cerchio grigio, quando si riempiva di verde (segnale ‘go’), il soggetto doveva premere un tasto il più velocemente possibile. Nella prima condizione la coppia doveva collaborare: minore era la differenza tra i tempi di risposta dei due partecipanti, più punti venivano assegnati loro. Nella seconda condizione il compito era identico ma questa volta erano in competizione l’uno contro l’altro: vinceva chi premeva il tasto per primo. Nelle ultime due fasi dell’esperimento uno svolgeva il compito, l’altro osservava e viceversa.

Un aumento della sincronizzazione cerebrale è stato riscontrato nell’area frontale, solo nella condizione di collaborazione, ulteriore dimostrazione del ruolo di tale meccanismo in processi come la teoria della mente e l’empatia (Liu et al., 2016). Nel momento in cui si collabora in un’attività congiunta per un obiettivo comune, si andrebbe a creare un grande network unico, per cui ogni cervello modifica l’altro: il risultato non può che essere maggiore della semplice somma dei due cervelli.

Tra i meccanismi cerebrali in grado di garantire la sincronizzazione inter-neurale è interessante considerare il circuito della ricompensa e in generale il comportamento prosociale. Uno studio, in particolare, mostra come scambiarsi regali tra due persone prima di impegnarsi in un’attività congiunta aumenti la connettività intercerebrale nella corteccia prefrontale dorsolaterale e migliora la successiva performance (Balconi & Fronda, 2020). Certamente dunque la sintonizzazione cerebrale costituisce un terreno fertile per sviluppare la collaborazione e la crescita degli individui.

Si hanno anche evidenze di sincronizzazione corticale in gruppo, durante lo svolgimento di attività di vario tipo. Diversi studi mostrano ad esempio come la musica sia non solo sincronizzazione di tempi e suoni, ma anche di circuiti neurali ed emozioni. Musicisti che suonano in concerto sembrerebbero sincronizzare le regioni frontali dei loro cervelli, aree note per il loro ruolo nella comprensione dei comportamenti, delle emozioni e delle intenzioni (Lindenberger et al., 2009; Babiloni et al., 2012).

Il gruppo di ricerca di Poeppel (Dikker et al., 2017), dell’Università di New York, ha effettuato uno studio su 12 studenti di un liceo di biologia, registrando simultaneamente la loro attività cerebrale mediante elettroencefalogramma. È emerso che più gli studenti erano impegnati in un’attività comune, più le loro onde cerebrali erano in sintonia. Le variabilità individuali di sincronizzazione cerebrale riflettevano addirittura quanto gli studenti si piacevano tra di loro e quanto apprezzavano lo stile di insegnamento adottato dal professore. Il meccanismo di sincronizzazione corticale sembrerebbe dunque sottendere alla sintonizzazione comportamentale durante le interazioni sociali. Avrebbe lo scopo di rendere più funzionale ed efficace l’azione congiunta, aumentando la probabilità di successo nel raggiungere l’obiettivo.

Approfondire i meccanismi neurobiologici alla base dell’interazione sociale in generale, e della sintonizzazione affettiva in particolare, potrebbe essere molto utile anche in campo psicoterapeutico, in cui la relazione empatica tra terapeuta e paziente acquisisce notevole importanza.

Studi di sincronizzazione corticale in ambito psicoterapeutico potrebbero aiutare a capire ad esempio quale paziente può lavorare meglio con quale terapeuta; o ancora, quali comportamenti non verbali è bene che il terapeuta adotti di fronte al paziente (ascolto profondo, scambio di sguardi, gestualità, mimica) in modo da sfruttare il processo di sincronizzazione corticale e massimizzare la collaborazione e la sintonizzazione con il paziente.

Le relazioni indefinite su internet: il ghosting e il breadcrumbing

Il termine ghosting indica l’interrompere una relazione senza dare spiegazioni, mentre il breadcrumbing è una relazione che di fatto continua, ma senza decollare, che con il tempo viene derubricata ad una caterva di like, di sms, chiamate o visualizzazioni e nulla di più.

 

Conoscersi su internet, o semplicemente sentirsi tra ex o conoscenti senza riuscire a vedersi. C’è sintonia, si pensa di aver incontrato la persona giusta, sentirsi capiti, amati, accettati succede anche dietro uno schermo. Però il tempo passa e non c’è alcuna frequentazione dal vivo, magari ci si incrocia per la strada, si parla del più del meno, ma non ci si accorda per vedersi da soli e così ognuno va per la propria strada. Magari non ci si sente più per un po’, poi arriva qualche messaggio, telefonata, visualizzazione di storie e di like e si riaccende la speranza di continuare, o iniziare, finalmente una relazione.

A volte i social facilitano la conoscenza reciproca, la distanza creata dallo schermo aiuterebbe a svelarsi, ad aprirsi di più all’altro, attutendo la paura del giudizio, mentre in altre incrementerebbe la gelosia, comportamenti controllanti e interpretativi che alimentano lo stress (Wallace, 2016). Sentire un ex o qualcuno di conoscenza può essere un’occasione per riallacciare i rapporti o per iniziare a superare l’imbarazzo della scarsa conoscenza o dei rapporti incrinati dalle incomprensioni. Si studiano le reazioni dell’altro, si verificano le sensazioni nel rapporto con quella persona (mi piacerà ancora? Che effetto mi fa sentirlo/a?), e a volte quel farsi sentire serve per mantenere una porta aperta, per appianare le tensioni precedenti, ripristinare il quieto vivere, e così via.

Che l’interlocutore sia o no una persona conosciuta dal vivo, sentirsi sul web fa galoppare l’immaginazione, e spesso si tende a rappresentare l’altro per ciò che si vorrebbe che fosse, dimenticandosi di alcuni segnali importanti; così si lasciano sullo sfondo altri dettagli che, ad osservarli, cambiano completamente il quadro.

Il ghosting e il breadcrumbing: dinamiche e rischi psicologici

Solitamente questa modalità del ‘sentirsi e basta’ non procura una significativa quota di stress quando si limita ad una fase transitoria che culmina con gli appuntamenti e il classico corteggiamento dal vivo. Al contrario, quando la relazione resta sospesa in quel ‘sentirsi senza vedersi’ e si desidera qualcosa di più, si continua ad aspettare, si scambia un’impostazione del rapporto per un periodo transitorio, senza accorgersi del tempo investito a pensare, a giustificare, ad attendere (Norwood, 1985). Di conseguenza, è comune interpretare le giustificazioni dell’altro, quali ‘Sto vivendo un periodo difficile’, ‘Faccio fatica ad essere presente in questo momento’ come un pretesto per intensificare le attenzioni, anziché come un segno di rifiuto dell’altro. Su questa lunghezza d’onda, è facile interpretare la sua distanza, la sua incostanza, il suo silenzio, come ‘periodi no’, transitori ed effimeri, piuttosto che come prove di un malfunzionamento nella coppia, di un disinteresse dell’altro. Così, queste relazioni possono terminare bruscamente o gradualmente lasciando la scia dell’amaro in bocca, oppure possono andare avanti così per anni, precludendosi importanti opportunità sentimentali (LeFebvre et. Al, 2019).

Nel primo caso questo fenomeno prende il nome di ghosting, ovvero interrompere una relazione senza dare spiegazioni, subito o con il tempo, mentre nel secondo si tratta di breadcrumbing, una relazione che di fatto continua, ma senza decollare, che con il tempo viene derubricata ad una caterva di like, di sms, chiamate o visualizzazioni e nulla di più. Di recente è stato evidenziato che subire un breadcrumbing ostacola il distacco dal partner che non vuole andarsene, ma neanche restare: chi incontra qualcuno che sparisce e ritorna, sperimenterebbe in misura maggiore le sensazioni di solitudine e impotenza, constatando una scarsa soddisfazione per la sua vita in generale. Lo stress psicofisico non dipende dalla durata della relazione, ma dall’investimento di energie, tempo, emozioni e pensieri in quel legame. Ad ogni modo, per quanto sia lancinante essere abbandonati senza un ultimo confronto, essere punzecchiati con messaggi, visualizzazioni, like e così via, fa restare imbrigliati in un rapporto senza lasciarlo andare (Navarro et. Al, 2020). In pratica non si dimentica pienamente l’altro, perché ci si aggancia alla speranza che qualcosa potrà succedere. In diversi casi, le persone che hanno fatto ghosting hanno motivato questo silenzio come un modo per non ferire l’altro con le spiegazioni o addirittura come una strategia ‘normale’ per rompere un rapporto che non regala più soddisfazioni. In ogni caso queste motivazioni suggeriscono una difficoltà ad essere autentici, a manifestare le emozioni di rabbia e di vergogna, nonché la constatazione di non essere compresi dall’interlocutore. A volte, chi sparisce nel nulla non crede che una relazione necessiti di tempo, cura reciproca e impegno, bensì ritiene che o funzioni o non funzioni, sulla base di ‘un trovarsi’ più passivo che attivo, che non lascia spazio ad una conoscenza graduale e approfondita (Freedman et al, 2018).

Al contrario, una persona che fa breadcrumbing già da un po’ di tempo sta impostando un rapporto sulla base della non-definizione. Per chi visualizza o invia sms senza impegno, questo sentirsi può essere un modo per non restare soli con se stessi, con i propri problemi, per distrarsi da una relazione sentimentale poco appagante, per timore di non essere abbastanza visibili. Per chi lo subisce, invece, diventa un problema quando entra in questo vortice, quando ci si aspetta qualcosa di più di una presenza virtuale, intendo un’intimità e una cura che spesso l’altro non ha intenzione di dare.

Superare un ghosting e un breadcrumbing

Nessuna storia dolorosa si supera aspettando che il tempo passi. Non si supera un ghosting e un breadcrumbing quando si va avanti per la propria strada dimenticando di aver conosciuto una persona che ha procurato sofferenza o quando si minimizza il tutto perché è accaduto sui social o perché non si conosce abbastanza quella persona. A volte bloccare o cancellare un contatto non è sufficiente, perché il punto non è smettere di sentirlo, ma approfondire la storia, la comunicazione reciproca.

Si superano quando si affronta il dolore, quando si resta sulle emozioni suscitate nel rapporto con quella persona, quando si ripercorrono le tappe della conoscenza, quando sono cominciate le aspettative, gli investimenti di tempo e di energie e soprattutto quali emozioni, pensieri, immagini ha scatenato la fine di questo rapporto. Si superano pertanto, quando si comincia a dare importanza al rapporto per la sofferenza che ha procurato, per i segnali dell’altro che non sono stati accolti, nel tentativo di aspettare qualcosa che non è arrivato. Solo così si può imparare dall’esperienza e riconoscere i rapporti che fanno e non fanno al caso proprio, prevenendo altri dolori e delusioni.

L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente (2017) di Alberto Pellai e Barbara Tamborini – Recensione del libro

L’età dello tsunami è un libro unico nel suo genere, completamente dedicato all’età di mezzo tra l’infanzia e l’adolescenza, l’incompresa e inesplorata pre-adolescenza. Una guida per tutti i genitori che vogliono affrontare al meglio questa ‘età dello tsunami’.

 

Gli autori, Alberto Pellai e Barbara Tamborini, esperti di psicologia dell’età evolutiva, sono una coppia nella vita reale e genitori di 4 figli. Entrambi hanno pubblicato insieme numerosi libri sulla pre-adolescenza e adolescenza rivolti ai ragazzi e ai genitori tra cui La bussola delle emozioni (2019), Tabù. Come parlare ai bambini dei temi più difficili attraverso l’educazione emotiva (2020). Grazie ai loro saggi stanno aiutando migliaia di genitori a comunicare con i propri figli.

Qualsiasi genitore che abbia un figlio in un’età compresa tra gli 11 e i 14 anni si sarà reso conto che spesso questi ragazzi vivono dei cambiamenti emotivi e fisici che sembrano sconvolgere anche gli equilibri familiari. I genitori si trovano travolti da uno tsunami emotivo, di fronte al quale, non possono né fuggire né trovare una cura. Quello che gli serve è una guida che contenga i segreti per andare avanti e superare questo periodo burrascoso.

Questo libro, raccontato con un linguaggio semplice, chiaro e diretto, ma che comunque non rinuncia al rigore scientifico, cerca di aiutare i genitori a superare le montagne russe della pre-adolescenza. La struttura del libro si articola in 3 parti. Una prima parte è dedicata alla descrizione della pre-adolescenza: alcune sezioni riguardano le sfide che deve affrontare il pre-adolescente e il genitore, mentre altre sezioni si concentrano su cosa significhi essere un pre-adolescente.

La seconda parte è dedicata alle neuroscienze e alle scoperte scientifiche che riguardano questo periodo complesso: per esempio i cambiamenti emotivi, lo sviluppo del cervello del pre-adolescente, le strategie di maschi e femmine. Infine, una terza parte è dedicata ai genitori e si intitola ‘Che genitori siete?’. Qui viene analizzato il rapporto dei genitori con i propri figli grazie anche ad alcuni test di autovalutazione. Il libro è arricchito dalla visione consigliata di alcuni film che sono per gli autori un’ottima risorsa per entrare in contatto totale con i propri figli. Inoltre, è inserito un decalogo delle cose da fare e da non fare in situazioni di vita quotidiana.

Le tematiche che sono affrontate nel libro riguardano: le nuove tecnologie, il sesso, le relazioni, la scuola e il corpo che subisce dei cambiamenti.

I genitori vengono invitati a mettersi in gioco in tutto e per tutto e senza timore di poter sbagliare. Gli errori sono sempre permessi, previsti e accolti. In questo senso è utile riconoscerli per poter riflettere a riguardo.

Il testo risulta essere una guida potentissima per i genitori, ma non solo. Docenti, operatori, parenti, educatori possono trovare i consigli giusti per affrontare questi momenti angoscianti, per comprendere gli errori e gli sbagli che più spesso si fanno in diversi contesti nelle relazioni con i ragazzi. Di importanza fondamentale per gli autori è che non si ricerchi la perfezione come genitore. In questo periodo delicato si può essere vicini ai propri figli anche sapendo di non essere perfetti, ma mettendosi in gioco e impegnandosi il più possibile in questa sfida chiamata pre-adolescenza.

La corsa sulle montagne russe, lo tsunami, potranno così essere affrontati insieme, utilizzando canali di comunicazione più efficaci.

 

ADHD e disturbi psichiatrici: quale associazione?

L’ADHD o disturbo da deficit di attenzione/iperattività è un disturbo i cui sintomi compaiono prima dei 12 anni, durano almeno sei mesi, e causano problemi in almeno due contesti di vita.

 

Sono generalmente presenti problematiche nel mantenere l’attenzione ed eccessiva attività e/o difficoltà nel controllare il proprio comportamento, interfererendo con il buon funzionamento dell’individuo e compromettendo la qualità della sua vita (American Psychiatric Association [APA], 2013). Infatti, possono presentarsi problemi scolastici, difficoltà relazionali e complicanze in ambito lavorativo (Massetti et al., 2008; Strine et al., 2006), oltre che comorbidità con altri disturbi.

Una datata meta-analisi ha messo a confronto la presenza di comorbidità con disturbi psichiatrici in bambini con e senza ADHD ed ha rilevato nei soggetti con ADHD una comorbidità del 10.7 % per i disturbi di condotta, del 5.5 % per i disturbi depressivi, del 3.0 % per i disturbi d’ansia (Angold, Costello, &Erkanli, 1999). Un recente studio (Larson et al., 2011) ha confermato i risultati precedentemente ottenuti, trovando che nei bambini tra i 6 i 17 anni con ADHD, il 33% ha una comorbidità con un altro disturbo psichiatrico, il 16% con due disturbi, e il 18% con tre o più disturbi psichiatrici.

A partire da queste premesse e volendo estendere i dati fino ad ora ottenuti, il presente studio (Cuffe et al., 2020) vuole indagare se i bambini con disturbo da deficit di attenzione/iperattività hanno più probabilità di avere una comorbidità con un altro disturbo psichiatrico in confronto a bambini senza ADHD, se coloro che presentano una comorbidità avranno maggiori problematiche rispetto a coloro che non presentano tale comorbidità o non hanno ADHD e, infine, se i bambini con ADHD e disturbo oppositivo provocatorio avranno maggiori problemi di condotta rispetto a coloro che hanno solo il disturbo di attenzione/iperattività.

Dopo aver individuato i bambini con ADHD nelle scuole del Sud Carolina e dell’Oklahoma, i loro genitori sono stati sottoposti al Diagnostic Interview Schedule for Children 4° versione (DISC; Shaffer, Fisher, Lucas, Dulcan, &Schwab-Stone, 2000), per valutare la presenza di disturbo di ansia generalizzata (GAD), di disturbo ossessivo compulsivo (OCD), di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), di depressione maggiore o disturbo distimico, di mania/ipomania, di disturbo oppositivo provocatorio (ODD), di disturbo di condotta (CD), disturbo di ansia di separazione e fobia sociale in bambini con diagnosi di ADHD.

I risultati hanno rilevato che i disturbi psichiatrici sono prevalenti nei bambini con disturbo da deficit di attenzione/iperattività e che la probabilità della presenza di più di una comorbidità è molto alta, confermando le ipotesi iniziali. Tuttavia, si è trovato una differenza non significativa nelle performance scolastiche nei bambini diagnosticati con ADHD con o senza ODD e CD, disconfermando l’ipotesi secondo cui la presenza di un disturbo di condotta o di un disturbo oppositivo provocatorio possa compromettere il funzionamento dell’individuo in ambito accademico, relazione che è stata invece rilevata tra ADHD e disturbi d’ansia e/o dell’umore (Larson et al., 2011).

Alla luce di questi risultati, è opportuno incrementare il numero degli interventi di assessment e psico-educativi, per migliorare i risultati scolastici di coloro che presentano ADHD in comorbidità con disturbi d’ansia e/o dell’umore, e interventi preventivi per i bambini con ADHD e disturbo di condotta o disturbo oppositivo provocatorio, per evitare atti di delinquenza o problemi comportamentali in ambito scolastico, che i dati hanno evidenziato essere frequenti (Thomas, 2010).

 

Monogamia e tradimenti: le dimensioni del fenomeno – Una serie di Roberto Lorenzini

Oggi pubblichiamo il secondo lavoro della serie di Roberto Lorenzini, dedicata al tema della monogamia e delle sue implicazioni psicologiche, affettive, relazionali e, perché no, sessuali. Lorenzini propone una tesi forte: la monogamia non funziona. E inizia ad argomentare analizzando le cifre della monogamia.

MONOGAMIA E TRADIMENTI – (Nr. 2) Le dimensioni del fenomeno

 Per la Corte di cassazione francese l’infedeltà non è più un atto contro la morale, in quanto scrive nel 2015: ‘con l’evolversi delle abitudini così come dei concetti morali, ad oggi non è più possibile considerare l’infedeltà coniugale come in contrasto con la comune rappresentazione della moralità nella società contemporanea‘. L’infedeltà non è quindi diversa da qualsiasi altra forma di libertà di espressione e presto non sarà più considerata una delle cause che giustificano un divorzio.

Contemporaneamente i dati diffusi da Gleeden.com, il più grande sito di incontri dedicato a donne sposate in cerca di incontri, ci dicono che in Italia nel corso dell’intera esistenza di coppia il 30% resta per sempre fedele, nel 40% dei casi uno dei due partner tradisce mentre nel restante 30% entrambi tradiscono e dunque nel 70%  dei casi le coppie vivono una situazione di tradimento singolo o doppio.

Secondo i dati raccolti su base europea dall’IFOP (istituto francese di opinione pubblica) il 45% degli italiani ha dichiarato di aver tradito il partner almeno una volta contro il 43% della Francia, il 39% della Spagna e il 36% della Gran Bretagna. Ancora più interessanti dei fatti per noi psicologi sono le opinioni che si hanno sui fatti e la ricerca ci dice che alla domanda ‘ti sei pentito/a di aver tradito il partner?’ solo un 27% di italiani ha risposto sì contro il 73% di no. E anche stavolta la percentuale è la più alta d’Europa (Francia e Germania 28%, Spagna 36% e Gran Bretagna 50%). Ma quale valore morale danno gli italiani all’infedeltà? Quello che appare particolarmente interessante non è solo l’intensa pratica dell’adulterio ma il fatto che sia in corso un mutamento della comune morale per cui si tende sempre più a ritenerlo accettabile. Secondo una ricerca condotta su scala mondiale dall’americana Pew Research il nostro paese appare molto più laico di quello che si pensa: se è vero che il 64% degli italiani pensa che l’infedeltà sia moralmente inaccettabile, la percentuale risulta comunque tra le più basse del mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, ben l’84% condanna pubblicamente il tradimento, così come il 76% dei Britannici e solo il 47% dei francesi e il 60% dei tedeschi.

Ancora dati IFOP ci dicono che per il 56% degli italiani si può essere innamorati del proprio partner e comunque tradirlo. Un approfondimento dello studio tutto dedicato all’Italia in quanto patria del cattolicesimo ha rivelato che per il 63% degli italiani è del tutto possibile amare due persone contemporaneamente, con un 21% degli intervistati che ha rivelato una stabile e duratura relazione con l’amante contro un 41% di avventure occasionali, il 43% degli infedeli si aspetta di essere perdonato dal partner qualora venga scoperto ed in effetti la scoperta del tradimento nel 70% dei casi non pone fine al matrimonio.

Rispetto ai tempi del tradimento il sondaggio IPSOS afferma che il 35% degli intervistati dichiara di aver ceduto al tradimento dopo il 5° anno di matrimonio, il 30% tra il 2° e il 5° anno. Per un 20% un anno di fedeltà è stato più che sufficiente, mentre un 15% ha resistito solo 3 mesi.

Ad essere intervistati sulle proprie relazioni extraconiugali sono stati 1565 italiani, uomini e donne, sposati e di età compresa tra i 24 e i 64 anni. Seguono i risultati dettagliati.

Nel primo anno di matrimonio: Il tasso di infedeltà è del 27% per gli uomini e del 21% delle donne. C’è però da considerare che tra coloro che tradiscono già al primo anno c’è un 35% che era stato infedele almeno una volta anche negli anni del fidanzamento.

Nel 2° e 3° anno di matrimonio il divario tra l’infedeltà maschile e quella femminile aumenta: il 36% degli uomini contro l’11% delle donne. Generalmente questo è il periodo in cui nasce il primo figlio, nuova situazione vissuta in maniera spesso diametralmente opposta dai due partner: le donne prese dal nuovo arrivato trascurano un po’ il marito che così è ‘costretto’ a rifugiarsi nelle braccia di qualcun’altra, o almeno questo è il luogo comune e la classica scusa utilizzata per giustificarsi!

Tra il 3° e il 9° anno di matrimonio il tasso di infedeltà cresce esponenzialmente e non si registrano più grandi differenze tra uomini e donne. Il 58% degli intervistati uomini ha confessato uno o più tradimenti, per le donne invece la percentuale è del 46%.

Dal 9° al 25° anno, l’infedeltà si fa ‘seriale’, il tradimento è ormai una routine per il 49% degli intervistati uomini e per il 36% delle donne.

Dopo il 25° anno di matrimonio il tasso di infedeltà è solo del 13%: ovviamente il fatto è probabilmente da imputare ad un fattore di età.

L’Italia presenta forti contraddizioni tra la pratica che la vede come il paese più infedele d’Europa, e la teoria mostrandosi ancora in bilico tra rivendicazioni laiche ed eredità ancora fortemente cattolica. Il 76% degli Italiani ha infatti dichiarato che rimanere fedeli per tutta la vita è possibile e la risposta è trasversale a qualsiasi fascia d’età, religione e orientamento politico.

È evidente la contraddizione tra ciò che si fa e ciò che si dice di credere. Meglio sarebbe dire ‘tra ciò che si dice di fare e ciò che si dice di credere’.

Quello che gli italiani non riescono ad accettare quando si parla di infedeltà è la manifestazione del suo lato puramente sessuale: tra gli atti che costituiscono fonte di tradimento infatti figurano baciare alla francese una persona diversa dal partner (77%), avere rapporti orali (89%), fino al rapporto sessuale vero e proprio, sia che si tratti di un episodio momentaneo (89%) che di una pratica regolare (92%).

Innamorarsi di un’altra persona ve bene quindi, basta che l’amore rimanga platonico e non si traduca in qualcosa di più fisico.

Un dato incontrovertibile sia per gli Stati Uniti che per l’Europa è che le donne hanno raggiunto e molto spesso superato gli uomini nella tendenza a tradire e che le differenze precedenti che volevano gli uomini tradire per motivi sessuali e per relazioni occasionali mentre le donne per motivi sentimentali e per relazioni più profonde e prolungate, non sono più attuali e le differenze nel tipo di tradimento non riguardano il genere ma la singola personalità. Tutte queste ricerche si basano su interviste degli interessati che possono comunque mentire. Dati più oggettivi ci giungono da quella che in ambito giuridico è diventata ormai ‘la prova regina’ ovvero il test del  DNA utilizzato per l’accertamento di paternità in continuo aumento in Italia dove dice l’avvocato Gian Ettore Gassani presidente dell’associazione dei matrimonialisti italiani:

Secondo le stime ricavabili dai dati statistici, il 15% dei secondi figli è di un padre diverso da quello ufficiale e la percentuale arriva al 25% nel caso dei terzi figli. In aumento vertiginoso le perizie che i tribunali dispongono per accertare la paternità. Inoltre, è aumentata di circa il 30% la vendita online di kit per l’accertamento ‘fai da te’ della paternità. Tali stime dimostrano che le infedeltà coniugali sono in netto aumento nel nostro Paese o almeno il livello del sospetto degli uomini di non essere padri dei propri figli oggi è particolarmente elevato e preoccupante.

In conclusione un figlio su 5 non è del padre legittimo. Credo sia ragionevole ipotizzare che tale percentuale sia molto superiore tra gli aborti in quanto tale esito, volontario o meno, è un rischio molto maggiore in una gravidanza adulterina. Se infine consideriamo che non tutti i rapporti sessuali comportano una gravidanza, soprattutto se non si tratta di rapporti sessuali consentiti, si può avere una stima di quanti coiti avvengano in sedi non istituzionali.

Sperando di aver motivato il lettore a proseguire la lettura delle prossime puntate, considerata la rilevanza del tema per molti di noi (anche se, come tradizione vuole, saremo gli ultimi a saperlo), nel prossimo articolo mi permetterò di prenderla larga per dare la falsa sensazione di un lavoro scientifico fondato su ampie ricerche bibliografiche, lunghe e profonde riflessioni e magari qualche ricerca seppure condotta da altri, coloro che hanno i fondi e le competenze per farle: darò uno sguardo a come stanno le cose nel mondo che potremmo definire ‘culture-free’ degli animali.

 

Ndr: il testo del presente articolo è tratto dal capitolo di un precedente contributo di Roberto Lorenzini, “Covid-19 e amanti”, pubblicato su State of Mind il 27 Maggio 2020.

 

Psicofisiologia delle emozioni: il riflesso di startle

Il riflesso di startle, rapido ed involontario, può essere modificato, nella sua ampiezza, dagli stati emozionali in cui si trova la persona.

Eleonora Poli – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre-Venezia

 

In particolare, sarà amplificato nel caso in cui il soggetto si trovi in uno stato emozionale negativo, e ridotto nel caso in cui ci si trovi in uno stato emozionale positivo. La sua analisi può essere un valido aiuto nella valutazione dello stato affettivo e tono dell’umore della persona e del suo andamento nel tempo.

Il riflesso di startle è una risposta automatica, non influenzata dal controllo volontario, ad uno stimolo improvviso ed intenso (Grillon & Baas, 2003). Esso consiste in una rapida contrazione muscolare sequenziale, che si manifesta con una spinta in avanti della testa ed un’onda flessoria discendente dal tronco fino alle ginocchia. Nell’uomo la risposta di startle viene generalmente misurata registrando i blink oculari, ossia la componente più persistente e consistente del pattern di startle (Landis & Hunt, 1939). Il blink si manifesta con una rapida contrazione del muscolo orbicularis oculi, innervato dal nervo cranico facciale. La misurazione della contrazione dell’orbicularis oculi si ottiene prevalentemente tramite elettromiografia, con l’utilizzo di due microelettrodi posti al di sotto dell’occhio.

Il riflesso di blink può essere elicitato da stimoli brevi, intensi e a rapida insorgenza di natura visiva, tattile o uditiva. La maggior parte degli studi impiega stimoli acustici di brevissima durata (50 ms) ed elevata intensità (90-110 dB). Il riflesso di blink acustico ha una latenza di 20-50 ms, mentre la sua ampiezza mostra un’elevata variabilità individuale. L’utilità dell’impiegare il riflesso di startle negli studi psicologici è dovuta proprio al fatto che la sua ampiezza possa essere influenzata da manipolazioni sperimentali e dallo stato psicologico e motivazionale indotto nell’individuo. Studiare l’inibizione o il potenziamento del riflesso in specifici contesti o in relazione a specifici tratti di personalità può fornire utili informazioni riguardo allo stato psicologico ed affettivo dell’individuo (Filion, Dawson, & Schell, 1998), ed essere un valido strumento di supporto ai reports soggettivi, i quali spesso sono influenzati da credenze e valori personali, sociali e culturali.

Negli studi sul riflesso di startle, sono emersi due principali filoni di ricerca: lo studio della reattività di startle generale (in assenza di manipolazione sperimentale), e la reattività di startle affettiva, con lo scopo di investigare lo stato emozionale e motivazionale dell’individuo. Il riflesso di startle rispecchia infatti la direzione della valenza affettiva della persona, e questo è un enorme vantaggio nello studio delle emozioni. Altri correlati psicofisiologici delle emozioni, quali le misure cardiovascolari, elettrodermiche, e facciali, non indicano la valenza emozionale, ma solamente il livello di arousal della persona. Il riflesso di starle, invece, può essere un’ottima integrazione ai report soggettivi e verbali standard, i quali possono essere influenzati da distorsioni intenzionali dell’individuo (Grillon & Baas, 2003).

Stimoli paurosi e situazioni ansiogene porteranno ad un potenziamento dell’ampiezza del riflesso di startle. Per esempio, la reattività di startle mostra un graduale aumento nel corso di un condizionamento avversivo, riflettendo una risposta a stress cronico (Gewirts, McNish, & Davis, 1998). Ameli, Ip e Grillon (2001) hanno invece trovato un aumento del riflesso di startle quando gli individui erano posti in un ambiente nel quale avevano precedentemente ricevuto degli shock elettrici. Diversi studi hanno dimostrato come la reattività generale di startle sia associata a disturbi d’ansia. Ludewig e colleghi (2005), ad esempio, hanno trovato un’aumentata reattività in pazienti con disturbi di panico. Kumari, Kaviani, Raven, Gray e Checkley (2001) hanno trovato un potenziamento dell’ampiezza di startle in pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo. Diversi Autori hanno riscontrato un’aumentata reattività di startle in veterani di guerra con un disturbo da stress post-traumatico (Morgan, Grillon, Southwick, Davis, & Charney, 1996; Orr, Lasko, Metzger, & Pitman, 1997; Grillon & Morgan, 1999). Studi psicofarmacologici mostrano come farmaci ansiolitici o ansiogeni possano alterare la reattività di startle (Davis, 1979; Andrews, Blumenthal, & Flate, 1998; Morgan et al., 1993).

Nel primo studio che ha investigato la modulazione affettiva del riflesso di startle, condotto da Vrana, Spence e Lang (1998) venivano impiegati degli stimoli acustici durante la presentazione di immagini emozionali a contenuto positivo, negativo e neutrale. Le immagini positive e negative variavano nella loro valenza, ma erano parimenti attivanti (uguali livelli di arousal). Gli Autori hanno trovato un trend lineare nell’ampiezza del riflesso di startle: durante la visione di immagini piacevoli l’ampiezza del riflesso di startle era ridotta, mentre durante la visione di immagini a valenza negativa l’ampiezza del riflesso di startle era potenziata. Questa scoperta può essere interpretata sulla base della teoria motivazionale di Lang e collaboratori (1990), la quale afferma che i riflessi psicofisiologici siano determinati da due fattori: la classificazione del riflesso come appetitivo o avversivo, e l’effettivo stato affettivo in cui si trova l’individuo (a valenza positiva o negativa). I riflessi associati ad una contingenza appetitiva (come ad esempio la risposta di salivazione davanti al cibo) saranno potenziati se attivati quando l’individuo sta già sperimentando uno stato positivo. Al contrario le risposte difensive, come il riflesso di startle, saranno aumentate in presenza di uno stato emozionale negativo. Quindi, i riflessi coerenti con lo stato emozionale in corso saranno amplificati, mentre quelli discordanti con esso saranno inibiti o attenuati.

Diversi studi su popolazione normale hanno in seguito replicato questo fenomeno (ad es. Bradley, Cuthbert, & Lang, 1991; Cuthbert, Bradley, & Lang, 1990). La modulazione affettiva del riflesso di startle può fornire informazioni di grande utilità quando esse non siano disponibili da misure comportamentali o verbali e può essere uno strumento potente nell’assessment e nella comprensione dello stato affettivo della persona. Hamm, Cuthbert, Globisch e Vaitl (1997), per esempio, hanno riscontrato un maggiore potenziamento del riflesso di startle in individui fobici quando vedevano immagini del loro oggetto fobico rispetto a quando osservavano altri tipi di immagini avversive. Analizzare l’andamento nel tempo dell’ampiezza del riflesso di startle potrebbe essere un utile indicatore della riuscita di un trattamento psicoterapico in questi individui.

Un fenomeno psicofisiologico frequentemente osservato in persone con psicopatia è invece una mancanza di potenziamento del riflesso di startle in risposta a stimoli spiacevoli e avversivi. Patrick, Bradley e Lang (1993) hanno studiato la modulazione affettiva dello startle in uomini incarcerati con elevati tratti di psicopatia, rispetto a uomini non psicopatici. I risultati hanno mostrato come gli psicopatici non mostrassero il classico andamento lineare dell’ampiezza del riflesso di startle (ossia una sua inibizione durante la visione di immagini piacevoli ed un suo potenziamento durante la visione di immagini spiacevoli). Questi tratti psicopatici non influenzavano però la valutazione soggettiva self-report delle immagini emozionali: esse erano valutate nello stesso modo in cui le valutavano i partecipanti non psicopatici. Anomalie nell’elaborazione degli stimoli emozionali si manifestavano quindi a livello fisiologico indipendentemente dai self-reports. Analogamente Justus e Finn (2007) hanno riscontrato un’assenza del tipico potenziamento dello startle in uomini non incarcerati e con elevati tratti di psicopatia. Sutton, Vitale e Newman (2002) hanno riportato un’attenuazione del riflesso in donne psicopatiche incarcerate durante l’esposizione a stimoli spiacevoli, mentre Anderson, Stanford, Wan e Young (2011) hanno rilevato la medesima tendenza in donne non incarcerate. Anche in questo caso quindi l’impiego di una misura psicofisiologica quale il riflesso di startle potrebbe essere di fondamentale importanza nella rilevazione di alterazioni nell’elaborazione affettiva di persone con psicopatia, che manifesterebbero invece valutazioni nella norma con l’utilizzo di procedure di misurazione comportamentali e soggettive.

 

Manipolazione o realtà? Il fenomeno del deepfake

A livello individuale, il deepfake può avere la funzione di mero divertimento. In realtà, questi deepfake non solo potrebbero mettere a rischio la reputazione, ma anche il benessere emotivo, le prospettive di carriera e la sicurezza fisica.

 

In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico!‘. Questa frase, pronunciata nel film La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, racchiude il senso che, nella cinematografia, si fornisce alla dualità falso/vero. Sempre nel contesto cinematografico, il lavoro di post-produzione sui film ha fatto sembrare i falsi molto realistici. Ad esempio, nel 2009, Il Curioso Caso di Benjamin Button ha vinto l’Academy Award per i migliori effetti visivi. Il film si basa su immagini generate al computer (CGI) per aiutare a raccontare la storia di un bambino nato con l’aspetto di un uomo anziano che, poi, trascorre 84 anni diventando più giovane. La creazione di tali falsi richiedeva competenza, una formazione approfondita, hardware costosi e software sofisticati. Nonostante il termine CGI suggerisce che ogni progetto è il risultato di un lavoro ad alta intensità, gli strumenti di oggi consentono a chiunque di creare falsi, che appaiono reali senza investimenti significativi in formazione, raccolta dati, hardware e software. Persone, anche non esperte, saranno presto in grado di manipolare i media esistenti o di generare nuovi contenuti con relativa facilità. Nel 2018, il popolare programma di face-swap ‘Fakeapp’ ha richiesto grandi quantità di dati di input per generare deepfake.

Il termine deepfake è stato creato da un utente anonimo della piattaforma Reddit, che ha generato un vero e proprio fenomeno. La parola deepfake, infatti, deriva dall’inglese ‘deep learning’, ovvero sistemi di apprendimento artificiale profondo, vale a dire una tipologia di algoritmi e ‘fake’, cioè ‘falso’. Nella pratica, il deepfake utilizza videoclip modificando i volti e le parole di celebrità inconsapevoli. Si tratta, quindi, di un fenomeno in cui sono gli algoritmi a ‘governare’, creando un sistema di datacrazia (De Kerckhove, 2001). Le prime vittime dei deepfake erano personaggi famosi, tra cui attori (ad esempio, Emma Watson, Scarlett Johansson), cantanti (ad esempio, Katy Perry) e politici (ad esempio, i presidenti degli Stati Uniti Obama e Trump), i cui volti sono stati trasposti, senza il loro permesso, su altri. Uno dei primi deepfake che ha mostrato il potere dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento profondo è stato ‘Sintetizzare Obama’ del 2017 (Suwajanakorn, Seitz, & Kemelmacher-Shlizerman, 2017), che ha caratterizzato un uso impressionante della tecnologia di sincronizzazione delle labbra basata su filmati audio esistenti. Oggi potremmo osservare il leader di un paese pronunciare in modo convincente un discorso del leader di un altro paese, o viceversa. L’esposizione maggiore dei personaggi famosi dipende dal fatto che risultano come persone più presenti sulla scena mediale. Tale trucco, profondamente falso, ha un successo allarmante per due ragioni principali: per il principio di credibilità e di accessibilità.

L’impatto dei deepfake è significativo perché, anche se negli ultimi anni in relazione alla nascita dei programmi di editing per le immagini, la fiducia sull’autenticità delle foto condivise sui social è venuta meno (Westling, 2019), si tende a riporre più fiducia nelle voci che si conoscono e nei video che si guardano (Brucato, 2015). Il sistema visivo del cervello, nonostante sia in gran parte robusto, può essere soggetto a percezioni errate, come nel caso delle illusioni ottiche (Kietzmann, Geuter, & König, 2011).

Prima di comprendere come funzionano i deepfake, bisogna chiarire che le tecniche e le tecnologie esistenti si evolvono continuamente. La maggior parte degli attuali deepfake nel dominio visivo seguono una procedura in cui il vero volto di una persona viene scambiato con un’immagine falsa che mostra qualcun altro. E’ necessario anche spiegare che i deepfake possono essere impiegati in qualsiasi contesto, nascendo nel settore cinematografico ed estendendosi nella produzione di notizie false, criminalità o nella satira. Così come ad essere esteso è anche il target delle vittime. In ogni caso, il funzionamento prevede tre fasi:

  • l’individuazione della regione del viso originale, estratto in fotogrammi;
  • questi fotogrammi, poi, sono utilizzati come input per una rete neurale profonda, che genera automaticamente un fotogramma corrispondente all’originale, però, con il volto sostituito da un’altra persona;
  • il volto sostituito e rilevato dalla rete neurale viene automaticamente inserito nell’immagine di riferimento originale per creare il deepfake (Kietzmann et al., 2020).

Ma quali sono le conseguenze del deepfake? A livello individuale, il deepfake, che non ha un intento malizioso, può avere la funzione di mero divertimento. In realtà, questi deepfake non solo potrebbero mettere a rischio la reputazione, ma anche il benessere emotivo, le prospettive di carriera e la sicurezza fisica. Con una tecnologia così ‘potente’ e il numero crescente di immagini e video all’interno dei social media, chiunque può diventare un bersaglio per molestie online, diffamazione, furto di identità e bullismo.

Per le organizzazioni, i deepfake hanno pro e contro. I vantaggi si possono trovare nel settore dell’intrattenimento e della moda, in cui le celebrità possono semplicemente rendere disponibili i loro modelli senza la necessità di viaggiare per un servizio video, per esempio. Per quanto riguarda l’effetto negativo dei deepfake sulle organizzazioni, i progressi tecnologici spesso rendono i modi ‘tradizionali’ di lavorare obsoleti. Per esempio, l’intera industria del doppiaggio, che ha tradotto i film in modo che le parole della lingua da doppiare corrispondessero al movimento originale delle labbra dell’attore, è in pericolo e a rischio di estinzione, ora che le lingue e il movimento delle labbra possono essere cambiate. Per quanto riguarda il lato oscuro dei deepfake, si prevede che anche le aziende ignare saranno vittime di inganno e diffamazione (Kietzmann et al., 2012).

Per i governi, il potenziale positivo dei deepfake risiede nella capacità di comunicare con le varie parti interessate in modo che sia accessibile. Ad esempio, un annuncio di servizio pubblico può essere trasmesso in diverse lingue. Allo stesso tempo, il lato oscuro dei deepfake è potente, con le possibilità offerte alla persona e ai media di creare e condividere atti di sabotaggio tempestivi (Riechmann, 2018). In sintesi, la propaganda e l’ingerenza elettorale dei deepfake, unite alla disinformazione, potrebbero minacciare, ad esempio, un governo efficiente.

Il risvolto psicologico del fenomeno dei deepfake è proprio il mancato riconoscimento tra ciò che è vero e ciò che è falso, mettendo in crisi la fiducia nell’Altro e aumentando la frammentarietà del Sé.

Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale (2010) di Daniel J. Siegel – Recensione del libro

Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale è un libro sulla mindsight, una lente per percepire e vedere la nostra mente e quella degli altri.

 

L’autore, Daniel J. Siegel, è uno psicologo clinico e psichiatra infantile. È professore clinico di psichiatria presso la School of Medicine dell’UCLA ed è direttore esecutivo del Mindsight Institute della University of California di Los Angeles, un centro educativo per la promozione di consapevolezza e empatia rivolto a individui, famiglie, istituzioni e comunità. Tra i libri che ha pubblicato in Italia troviamo La mente relazionale (2001), Mindfulness e cervello (2009), Diventare consapevoli. Una pratica di meditazione rivoluzionaria (2019) e Esserci (2020).

Il libro si concentra sulla Mindsight, un modello di crescita personale che l’autore ha messo a punto e perfezionato grazie alla fusione tra la mindfulness e l’intelligenza sociale ed emotiva.

La mindsight è definita come una lente utile per vedere la propria mente e quella degli altri.

Questo modello di crescita personale è stato ideato dall’autore integrando conoscenze provenienti da discipline diverse e dalle scoperte scientifiche sulla mente e sul cervello. In particolare, questa nasce grazie alla scoperta dell’esistenza di connessioni tra mente, cervello e relazioni.

La mindsight può essere adoperata da chiunque voglia e permette alla persona di diventare consapevole di cosa succede nella propria mente e in quella altrui. Gli elementi fondamentali che stanno alla base del raggiungimento di tale consapevolezza sono l’apertura, l’osservazione e l’obiettività. Il primo elemento, l’atteggiamento di apertura, è privo di aspettative e giudizi, che, se presenti, non permettono di percepire le informazioni per come sono davvero. L’osservazione, il secondo elemento, aiuta le persone a essere dei percettori attivi e ad avere una visione più d’insieme della mole di informazioni che recepiscono. Infine, l’obiettività permette di capire che le esperienze sono oggetti della mente e che non equivalgono ad una realtà assoluta. Questi tre elementi sono fondamentali affinché si sviluppi una migliore consapevolezza di sé.

Avere una migliore consapevolezza di sé e del mondo, secondo l’autore, ci aiuta a vivere la vita con maggiore benessere. Per vivere con gli altri in modo positivo occorre, infatti, essere in grado di monitorare le nostre emozioni, i nostri pensieri e i cambiamenti del nostro corpo.

Prestare attenzione a ciò che sentiamo, senza giudicarci quando proviamo delle sensazioni per esempio di dolore, ci aiuta ad uscire da schemi ripetitivi, a riconnetterci con la nostra mente e a vedere meglio quello che ci sta succedendo nel presente, senza proiettare tutto nel passato o nel futuro.

Concretamente a cosa può servire la mindsight?

Questa pratica è utilizzata moltissimo per eliminare lo stress e può essere insegnata all’interno di un percorso terapeutico. Questa migliora la relazione paziente-terapeuta e permette di modificare i pattern mentali di attivazione del nostro cervello che non sono funzionali al nostro benessere.

Allo stesso modo è utilissima per aiutare nel trattamento degli stati d’ansia, disturbi del sonno e problemi di alimentazione. Questa pratica permette di divenire completamente consapevoli delle sensazioni che accompagnano gli stati d’ansia, come i segnali corporei, e aiuta a riconnettersi con la propria mente e a riprendere lucidità.

Il terapeuta può proporla al fine di condurre il paziente all’esplorazione della mente e all’integrazione di stati emotivi con quelli fisici.

Senza la ‘lente per vedere la mente’ le persone rischiano di vivere la vita in modo automatico e per questo, quando qualcosa va storto, sembrano in balìa della loro mente, dei loro meccanismi. Sembrano diventare oggetti della mente e non più soggetti con una mente. Incontrare il mondo interiore ci permette di riprendere in mano la nostra vita.

Il testo risulta una lettura gradevole, soprattutto perché i concetti scientifici sono spiegati con chiarezza e semplicità. Consigliato per chi vuole raggiungere una consapevolezza maggiore sul proprio funzionamento mentale, in particolare per operatori, educatori, psicologi e insegnati che ogni giorno lavorano a contatto con la ‘mente dell’altro’ e che hanno bisogno di sviluppare uno sguardo più profondo nella relazione con gli altri.

 

Musicoterapia per gravidanze a rischio – Effetti su stress e ansia

La musica è nota per aumentare il benessere, ridurre lo stress e distrarre i pazienti da sintomi sgradevoli esercitando effetti fisiologici diretti sul sistema nervoso autonomo. Quali effetti ha sulle donne in gravidanza?

 

La ricerca negli ultimi trent’anni ha stabilito che le donne che soffrono di stress e ansia durante la gravidanza sono a rischio di parto prematuro e aborto spontaneo (Lobel et al., 2008; Douglas, 2010). I bambini nati prematuramente con peso molto basso alla nascita possono essere più a rischio di soffrire di problemi di salute a lungo termine come disturbi dello sviluppo neurologico (Soleimani et al., 2014) e depressione (Räikkönen et al., 2008).

La musica è nota per aumentare il benessere, ridurre lo stress e distrarre i pazienti da sintomi sgradevoli esercitando effetti fisiologici diretti sul sistema nervoso autonomo (Kemper & Danhauer, 2005).

La musicoterapia è stata già utilizzata nella cura delle donne incinte, ma solo pochi studi hanno indagato se la musicoterapia allevi lo stress e l’ansia legati alla gravidanza (Kaufmann, 2014).

La musicoterapia può contenere musica dal vivo o registrata e alcuni studi hanno confrontato gli effetti di queste variazioni su pazienti ricoverati (Arnon et al., 2006). Secondo questi studi, l’effetto terapeutico della musica dal vivo sarebbe più efficace e benefico per il paziente. Tuttavia, gli effetti della musica dal vivo sull’Heart Rate Variability (HRV) – la variazione dell’intervallo del tempo inter-battito che può essere usato come misurazione del sistema nervoso autonomo (Thayer et al., 2012) – lo stress e l’ansia tra le donne incinte ricoverate non sono stati ancora studiati.

Uno studio recente (Teckenberg-Jansson et al., 2019) ha indagato gli effetti della musicoterapia dal vivo sull’HRV, lo stress e l’ansia tra le donne ricoverate con gravidanze ad alto rischio. Un totale di 102 donne ospedalizzate in un reparto prenatale a causa di complicazioni legate alla gravidanza hanno partecipato allo studio controllato randomizzato.

Le partecipanti sono state assegnate in modo casuale a un gruppo di musicoterapia (N = 52) o a un gruppo di controllo (N = 50). Le donne del gruppo di musicoterapia hanno ricevuto musicoterapia dal vivo per tre giorni consecutivi, in sessioni di mezz’ora. Le partecipanti appartenenti al gruppo di controllo sono state istruite a riposare per periodi di tempo altrettanto lunghi.

I livelli di stress e ansia sperimentati sono stati misurati con l’indice HRV, la Perceived Stress Scale (PSS; Cohen et al., 1983) e la State Scale of the State-Trait Anxiety Inventory (S-STAI; Spielberger, 1985). Le partecipanti hanno compilato i questionari prima e dopo l’intervento.

Dai risultati si è riscontrato che la misura SD2 dell’HRV è aumentata significativamente di più nel gruppo di musicoterapia che nel gruppo di controllo durante le sessioni di terapia (indicando un livello minore di stress). Inoltre, la misura HRV a bassa frequenza (LF) è diminuita durante il periodo di terapia di tre giorni. Lo stress auto-dichiarato nella PSS non ha subito modificazioni significative dopo l’intervento. Per le donne con alta ansia iniziale auto-dichiarata in entrambi i gruppi, la loro ansia è stata significativamente ridotta durante il periodo di tre giorni.

Per concludere si può affermare che, al di là dei parziali benefici clinici mostrati in questo studio iniziale, la musicoterapia ricettiva non richiede attività fisica o molta energia mentale da parte del paziente, quindi si presume non sia difficile da implementare anche nelle situazioni difficili che le donne incinte potrebbero affrontare. La musicoterapia potrebbe inoltre essere utilizzata anche al di fuori dell’ambiente ospedaliero, ambulatorialmente o a casa.

 

L’uso di internet nel paziente oncologico: fattori di rischio e di protezione

Il numero di pazienti oncologici che utilizzano internet per ricerche correlate alla salute è passato dall’8-15% negli anni 90’ al 70-97% negli anni 2000. Quale impatto emotivo e comportamentale ha questa nuova tendenza?

 

La costante diffusione e aggiornamento della tecnologia, nonché la facilità nel reperire e accedere alla stessa, ha aumentato in modo considerevole il numero di persone che utilizzano internet come fonte di informazioni di varia natura, specialmente informazioni correlate alla salute. Secondo l’euro-barometro solo nell’ultimo anno il 59% degli europei ha utilizzato internet per cercare informazioni di carattere medico (De Frutos et al. 2020) e la vasta diffusione delle stesse ha rivoluzionato il modo in cui la persona persegue comportamenti legati alla salute.

Una recente meta-analisi (De Frutos et al. 2020) ha preso in considerazione l’impatto psicologico che può avere l’utilizzo di internet nel paziente oncologico e ha definito con maggiore chiarezza, includendo l’analisi di 77 ricerche indipendenti, le modalità di accesso e di ricerca da parte di questo target.

Nel presente studio, le ricerche su internet sono state divise in due grandi categorie:

  1. Ricerca spontanea: ovvero la libera ricerca da parte dell’utente, in assenza di specifiche indicazioni date da un professionista, o in assenza di specifici portali indicati per la raccolta di informazioni di carattere medico.
  2. Ricerca guidata: ovvero la ricerca indicata da un professionista della salute, ad esempio per ricercare particolari informazioni di carattere medico a scopo educativo e terapeutico, per il supporto sociale o psicologico in specifici siti.

Considerando che il numero di pazienti oncologici che utilizzano internet per ricerche correlate alla salute è passato da 8-15% negli anni 90’ al 70-97% negli anni 2000 (Biley et al., 2001), in generale, molti professionisti stimano negativamente l’impatto emotivo e comportamentale dell’utilizzo di internet da parte del paziente. Newnham e collaboratori (2005) evidenziano che il 75-91% degli stessi giudica negativamente l’utilizzo di internet come fonte di informazioni mediche.

Nonostante tale dato, numerosi studi all’interno della meta-analisi in esame hanno sottolineato che la ricerca da parte del paziente oncologico aumenti la conoscenza della propria malattia e l’auto-efficacia percepita; tuttavia l’inaffidabilità della informazione o del sito in cui viene reperita, così come l’ incompletezza della stessa, aumenterebbe la probabilità di impatto negativo sul paziente.

Il 15-30% dei paziente oncologici, in special modo quelli anziani, hanno riportato, a seguito della ricerca di informazioni mediche su internet, di sentirsi maggiormente confusi, ansiosi o depressi; mentre il 48-72% dei paziente si descriveva come meno confuso e più ottimista circa una decisione medica presa, a seguito dell’informazione ricercata.

La ricerca spontanea su internet sembra favorire anche supporto tra pari (come ad esempio siti legati alla malattia oncologica o pagine dedicate sui social network), tuttavia come sottolineano gli autori, la partecipazione online e l’ottimismo favorito dalla stessa sembrano risentire dello stato emotivo, della gravità della situazione e della percezione delle conseguenze negative della malattia.

Per il clinico è importante valutare l’abilità di accesso del paziente, l’utilizzo che ne fa e la comprensione delle informazioni, laddove una comprensione limitata e incompleta contribuisce a creare confusione e ansia.

Un rischio che può essere dato dalla ricerca su internet riguarda la possibilità che la credibilità di una informazione reperita online sostituisca o sia al pari della stessa data dal professionista di riferimento. Un dato interessante è che circa il 50% dei pazienti oncologici non condivide le informazioni ricercate su internet con il proprio medico (Van de Poll‐Franse & Van Eenbergen, 2008). Secondo gli autori sono molteplici le cause, come ad esempio la natura dell’informazione ed il peso dato a questa, l’evitare di creare imbarazzo e di dare l’impressione di essere preoccupati; Lopez-Gomez e collaboratori (2012) hanno evidenziato che una delle motivazioni più frequenti (31%) alla base della mancanza di condivisione di informazioni è la scarsità di tempo durante la visita.

Per quanto concerne la navigazione guidata, l’indicazione data dal professionista nella ricerca di informazioni in specifici portali o siti supera le problematiche associate all’utilizzo spontaneo di internet, come la mancanza di informazioni personalizzate, difficoltà di comprensione o reperibilità.

All’interno della presente meta-analisi, anche il supporto sociale online sembra avere effetti positivi, rispetto alla sola ricerca di informazioni, dove la comunicazione sincrona (ad esempio chat o videochat) con una persona esterna che condivide la stessa malattia incrementa la possibilità di sentirsi ascoltati e supportati.

In conclusione, dagli studi esaminati emergono effetti positivi dall’utilizzo di internet, anche se gli stessi possono essere mediati da numerose variabili, come accuratezza dell’informazione e del sito, possibilità di reperire informazioni, capacità di comprendere l’informazione e soprattutto possibilità di condividere le stesse. Gli autori sostengono infatti che la mancanza di comunicazione tra medico e paziente sia il principale ostacolo all’utilizzo di internet. Un problema che può emergere è dato dal ricercare più informazioni autonomamente su internet rispetto al proprio medico curante o equipararne l’affidabilità e credibilità (Finfgeld, 2000).

Un limite allo studio in esame è dato, come sottolineano gli autori, dalla eterogeneità delle ricerche esaminate, dove molte di esse presentavano una bassa numerosità campionaria, oltre alla difficoltà nel comparare diverse metodologie di indagine del costrutto. Rimane quindi evidente la doverosità da parte del clinico di calzare tali conclusioni sulla singola persona che si ha di fronte, sui fattori individuali, sulla tipologia di informazioni richieste e sull’utilizzo che il paziente ne fa.

L’informazione di carattere medico sulla patologia e sul relativo percorso di cura deve essere accompagnata all’informazione di carattere psicologico, comportando la malattia un periodo di crisi e difficoltà nel paziente oncologico, lasciando aperta la possibilità di essere seguiti in tale percorso da professionisti della salute mentale, sia tale supporto online o in presenza.

 

cancel