expand_lessAPRI WIDGET

Il Disturbo Borderline di Personalità. Un disturbo complesso e multiforme – VIDEO, Pratichiamo la teoria

I pazienti con disturbo borderline di personalità sono probabilmente alcuni di coloro che generano maggiore tensione all’interno della pratica clinica. Per i nostri lettori, un video per approfondire l’argomento.

 

Scuola Cognitiva di Firenze, in associazione con Studi Cognitivi, offre ogni anno un ciclo di incontri formativi dal titolo “Pratichiamo la teoria” rivolti a studenti e professionisti nei settori della salute mentale (psicologia, psichiatria, medicina).

Pubblichiamo oggi, per i lettori di State of Mind, il video dell’incontro “Il disturbo Borderline di Personalità. Un disturbo complesso e multiforme”, condotto dalla Dott.ssa Franci Caterina.

I pazienti con disturbo borderline di personalità sono probabilmente alcuni di coloro che generano maggiore tensione all’interno della pratica clinica. Un approfondimento sulla diagnosi e sul funzionamento di questa problematica attraverso l’analisi di alcuni esempi clinici.

 

IL DISTURBO BORDERLINE – Guarda il video integrale del webinar:

 

SCOPRI I PROSSIMI EVENTI IN PROGRAMMA >> CLICCA QUI

 

SCUOLA COGNITIVA DI FIRENZE >> SCOPRI DI PIU’

La dipendenza patologica e il processo decisionale – Fatica a credito: storie parziali di dipendenza patologica

Ogni essere umano attribuisce un significato alle proprie esperienze anche mediante le informazioni somatiche che avverte in relazione al contesto, tutelando in prima istanza la propria sopravvivenza, e questo lo guida nel processo decisionale.

FATICA A CREDITO: STORIE PARZIALI DI DIPENDENZA PATOLOGICA – (Nr. 2) La dipendenza patologica e il processo decisionale

 

Tra le droghe esogene e quelle endogene (ossia le sostanze prodotte normalmente dal nostro corpo) c’è una precisa corrispondenza.

La marijuana si sostituisce all’anandamide, un neurotrasmettitore coinvolto nei meccanismi di regolazione dell’appetito, della memoria, della riproduzione e della proliferazione cellulare.

La cocaina si sostituisce alla dopamina, neurotrasmettitore implicato nei processi di genesi e gestione del movimento e dell’umore;

L’eroina si sostituisce alle endorfine, coinvolte nei processi di gestione del dolore (ne innalzano la soglia), del comportamento, dell’apprendimento, delle emozioni e del sonno;

L’alcool si sostituisce all’acido gamma aminobutirrico, il principale acido inibitorio del sistema nervoso centrale, che svolge un ruolo chiave nella trasmissione degli stimoli ai neuroni ed è direttamente responsabile della regolazione del tono muscolare;

L’ecstasy pompa la serotonina e blocca la dopamina; l’effetto combinato porta da una sensazione di forza ad un collasso cerebrale fatto di ansia, depressione e incapacità di elaborare informazioni sensoriali.

Come sappiamo, le sostanze psicotrope provocano un’alterazione nel funzionamento della corteccia orbitofrontale, deteriorando le capacità cognitive superiori come la progettazione, la pianificazione di strategie efficaci per la soluzione di problemi e la saggezza di apprendere dagli errori.

I circuiti neuronali dopaminergici meso-cortico-limbici svolgono un ruolo rilevante nei meccanismi della ricompensa ed in tutte le condizioni cliniche in cui la capacità di provare piacere risulta alterata, anche il coinvolgimento funzionale di altri importanti sistemi neurotrasmettitoriali è stato evidenziato sperimentalmente.

Il cervello cognitivo è la parte più giovane e più piccola dell’encefalo ed ha a che fare prevalentemente con il mondo esterno, si occupa di capire come funzionano le cose, come realizzare gli obiettivi, come gestire il tempo e la processualità delle azioni.

I lobi frontali ci permettono di usare il linguaggio ed il pensiero astratto, sono in grado di assorbire ed integrare le informazioni che ricevono dando loro un senso.

I lobi frontali ci permettono di riflettere, di immaginare e creare scenari futuri, di prevedere le conseguenze dell’esecuzione o dell’omissione di un’azione.

Sono essenziali anche per la nostra capacità di instaurare relazioni armoniose con gli altri, ci consentono di capire le ragioni di chi ci sta intorno e di adattarci a percezioni, aspettative e valori diversi dai nostri, sono la sede dell’empatia.

I lobi frontali, nella maggior parte dei casi, ci danno la possibilità di non fare cose che potrebbero metterci in imbarazzo o cose che potrebbero danneggiare gli altri, essi sono determinanti nel depotenziare gli impulsi traducendoli in comportamenti socialmente accettabili.

Il cervello emotivo, invece, (composto dal sistema limbico) è il cuore del sistema nervoso centrale, il suo compito principale è quello di occuparsi del nostro benessere, di rilasciare una certa quantità di ormoni quando rileva un’opportunità speciale.

Il cervello emotivo provoca delle sensazioni viscerali che interferiscono su qualsiasi attività stia svolgendo la mente e ha un’enorme influenza sulle decisioni che prendiamo nel corso della nostra vita.

Essendo sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista biochimico più semplice del cervello cognitivo, valuta in modo molto più approssimativo le informazioni che riceve e giunge a conclusioni che possono essere anche in contrasto con la nostra parte razionale.

Potremmo dire che il suo scopo principale è quello di assicurare la sopravvivenza, quindi deve basarsi sulla rapidità decisionale e sull’accumulo di risorse immediate per far fronte a situazioni di pericolo reali o presunte.

Le informazioni sensoriali, le sensazioni, che riceviamo dal mondo esterno convergono nel talamo, un’area del sistema limbico, e vengono trasmesse sia verso l’amigdala, la parte più profonda del sistema limbico, sia verso i lobi frontali, dove raggiungono la consapevolezza.

Il neuroscienziato J. LeDoux definisce il percorso verso l’amigdala la via breve perché è estremamente veloce, e il percorso verso i lobi frontali la via lunga perché richiede diversi millisecondi in più per decodificare l’informazione (LeDoux, 1996).

L’amigdala ha la funzione di definire se un’informazione in entrata è pericolosa o meno, se è rilevante o no ai fini della sopravvivenza.

Svolge questo compito in collaborazione con l’ippocampo, il quale confronta la nuova informazione con le esperienze presenti in memoria per poterla connotare come sicura o come un allarme.

Se l’amigdala rileva un’informazione minacciosa, invia un messaggio istantaneo all’ipotalamo e al tronco dell’encefalo, dopodiché queste strutture secernono gli ormoni dello stress (cortisolo ed adrenalina) sollecitando una risposta del sistema nervoso autonomo e organizzando una risposta di tutto il corpo.

L’amigdala elabora le informazioni provenienti dal talamo più velocemente dei lobi frontali, quindi è questa struttura posta nella parte profonda del sistema limbico che decide se le informazioni in arrivo sono minacciose, lo fa prima ancora che i lobi frontali possano capire se esiste un pericolo reale.

Il nostro cervello, essendo molto più vecchio di noi che lo trasportiamo all’interno della scatola cranica, ha tutte le sue ragioni per funzionare così e per processare le informazioni in questo modo, la sopravvivenza della nostra specie (fino ad oggi…) non può che confermarlo.

In condizioni normali l’amigdala funziona abbastanza bene e riesce a captare in modo adeguato i segnali di pericolo, in condizioni alterate, però, aumenta la possibilità che possa interpretare in modo erroneo il significato di una situazione portando a conclusioni approssimative. Ad esempio, la capacità di costruire relazioni con gli altri dipende anche da quanto si è capaci di valutare con precisione se le loro intenzioni siano benevole o minacciose, un fraintendimento può condurre a incomprensioni anche dolorose nei rapporti familiari o lavorativi.

Per funzionare in modo efficace nell’interazione sociale è necessario possedere la capacità di valutare rapidamente come si sentono le persone, aggiustando continuamente il proprio comportamento.

Quando i sistemi di allarme governati dall’amigdala funzionano in modo difettoso, rispondere in modo aggressivo o sottomesso a espressioni facciali innocue o a commenti trascurabili diventa molto più probabile.

Se il compito dell’amigdala è quello di preparare semplicemente la risposta attacco/fuga e non quello di emettere giudizi, i lobi frontali hanno la funzione di procedere a valutazioni più accurate delle informazioni provenienti dal mondo esterno.

Le capacità esecutive della corteccia prefrontale consentono di osservare ciò che succede, di fare previsioni su ciò che potrebbe accadere e di stabilire come agire mediante scelte consapevoli.

Avere il tempo di rispondere permette al cervello esecutivo di inibire, organizzare e modulare le reazioni automatiche che sono state programmate dal cervello emotivo e questa capacità è indispensabile anche per preservare le relazioni con gli altri esseri umani.

Ad esempio, i lobi frontali ci dicono che la rabbia e le minacce altrui sono espressione del loro stato emotivo.

Nei casi in cui non si raggiunge un equilibrio tra l’amigdala e i lobi frontali, controllare le emozioni e gli impulsi diventa molto più difficile e ricorrere a risposte automatiche anche alla minima rilevazione di pericolo è molto più frequente.

Attraverso studi di neuroimaging si è rilevato che paura, tristezza e rabbia intense aumentano l’attivazione di aree sottocorticali e riducono l’attività in varie aree del lobo frontale.

Quando questo si verifica, le capacità inibitorie dei lobi frontali vengono meno e le persone perdono il controllo, danno risposte eccessive ai minimi segnali di potenziali minacce o hanno reazioni d’ira per la minima frustrazione.

Un contesto sociale ed un sistema relazionale in cui paura, tristezza e rabbia si impongono come elementi prevalenti, produrrà risposte sempre più governate dall’amigdala e sempre meno dai lobi frontali, in una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta. E’ importante ricordare che le emozioni non sono contrapposte alla ragione, attraverso di esse assegniamo un valore all’esperienza e per questo sono alla base della ragione, è l’equilibrio tra cervello emotivo e cervello razionale che produce l’esperienza di sé.

Quando questi due sistemi sono in sintonia ci sentiamo noi stessi, ma quando ci troviamo in situazioni in cui è in gioco la nostra sopravvivenza, possono funzionare in modo disfunzionale o approssimativo.

Paura, tristezza e rabbia sono alcune delle emozioni che avvertiamo durante le relazioni con gli altri e che possono essere determinanti in molte delle decisioni che prendiamo.

Nel caso delle persone con una dipendenza patologica, la paura, la tristezza e la rabbia sono emozioni alquanto frequenti prima, durante e dopo un percorso terapeutico e sono facili da rintracciare in molti contesti e in molti momenti della storia individuale di queste persone.

La paura di non farcela, di non essere capaci di condurre una vita senza sostanze, la paura di provare emozioni a cui non si è più abituati o a cui si è anestetizzati, la paura di chiedere aiuto e la paura di non poter essere aiutati, la paura della normalità o di essere se stessi nelle relazioni sociali. La tristezza per aver perso credibilità, per l’incapacità di vedere un futuro possibile, per essere troppo in ritardo o per aver gettato occasioni e opportunità.

La rabbia per i limiti che un certo stile di vita ha prodotto, per il dover fare cose che non si vorrebbero fare.

Ma anche la tristezza e/o la rabbia per non poter più fare uso di sostanze, rinunciando ad un piacere e ad una soluzione che per diverso tempo si è dimostrata efficace, come se questi pazienti non appartenessero solo alle categorie diagnostiche del DSM ma anche del DSMM, cioè del Devo Smettere Mio Malgrado.

Come sappiamo, e come accennato in precedenza, le emozioni e i sentimenti hanno un ruolo dirimente nella maggiore parte delle scelte che facciamo e rappresentano un aspetto cruciale nel processo decisionale di un individuo.

Il processo decisionale, infatti, è particolarmente condizionato dalle risposte somatiche ed emotive avvertite a livello soggettivo e non necessariamente elaborate attraverso la consapevolezza. I cambiamenti fisiologici che si producono nell’organismo, in risposta all’esperienza emotiva, agiscono sui circuiti neurali influenzando le valutazioni e le decisioni.

Di fronte ad una scelta non attiviamo un processo di analisi per considerare minuziosamente i pro e i contro delle alternative ma, anche nel caso di problemi complessi o di situazioni con importanti risvolti personali o sociali, utilizziamo strategie decisionali che fanno riferimento agli esiti di esperienze passate e che possono avere analogie con l’esperienza presente.

Le vicissitudini che intercorrono nel corso della nostra vita lasciano tracce che prendono la forma di emozioni e sentimenti con connotazioni positive o negative, e svolgono un ruolo cruciale nel processo decisionale.

La mia decisione di fronte ad una situazione sarà condizionata dal tipo di emozione buona o cattiva che ho provato in situazioni che considero simili a quella in cui mi trovo.

Il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio chiama queste tracce marcatori somatici (Damasio, 1995), cioè vissuti corporei o viscerali che diventano una sorta di etichetta delle esperienze vissute.

I marcatori somatici sono uno strumento automatico che facilita il compito di selezionare opzioni vantaggiose dal punto di vista biologico ed evolutivo.

Come sostiene Damasio, al contrario di quanto spiegava Cartesio, mente e corpo non sono entità separate, il cervello non può essere studiato senza tenere conto dell’organismo a cui appartiene e dei suoi rapporti con il contesto esterno.

Quando diciamo corpo intendiamo anche la testa, a meno che non si parli di Luigi XVI…

Integrando ciò che si è accennato dal punto di vista neurobiologico con l’estrema sintesi della descrizione del processo decisionale, possiamo dedurre che: se l’informazione proveniente dal mondo esterno è intercettata prima dal sistema limbico e poi dal sistema cognitivo (prima decido e poi capisco) e se le nostre decisioni prendono il via dal sistema emotivo prima che da quello razionale, allora come ci sentiamo, cioè quali suggerimenti ci propone il nostro corpo attraverso le sue manifestazioni somatiche in relazione al contesto in cui si trova, diventa un elemento di riflessione fondamentale per descrivere ed obiettivare comportamenti, atteggiamenti e relazioni tra individui.

Ogni essere umano attribuisce un significato alle proprie esperienze e lo fa anche mediante le informazioni somatiche che avverte in relazione al contesto, dalle emozioni che prova, tutelando in prima istanza la propria sopravvivenza e dando priorità alle segnalazioni, vere o presunte, di potenziali pericoli.

Le minacce alla sopravvivenza non provengono soltanto dalle circostanze concrete in cui emerge una questione di vita o di morte, ma possono riguardare anche eventi in cui viene messa in pericolo la sopravvivenza della propria identità, della propria reputazione o dei propri scopi esistenziali.

Quando questi aspetti vengono minacciati si attiverà il sistema di allerta del cervello che favorirà risposte emotive basate più sull’impulsività che sulla riflessione, privilegiando un ragionamento rapido attratto solamente da informazioni approssimative.

Per questo motivo può essere utile individuare quali sono le circostanze e i contesti a cui gli individui tendono a dare una connotazione minacciosa, un significato di pericolo.

Può essere utile capire e descrivere quali sono gli elementi che la società attuale traduce come minacciosi e quali sono le ragioni per cui anche situazioni generalmente innocue vengono descritte semanticamente in modo pericoloso.

Se, ad esempio, corrispondere ad un modello sociale prevalente diventa di vitale importanza, va da sé che non riuscire a farlo diventa una minaccia per la propria sopravvivenza e, di conseguenza, anche i tentativi di arrivare a quel modello non saranno governati da strategie razionali ma da risposte emotive approssimative o eccessive.

Se, ad esempio, esprimere le proprie opinioni diventa un esercizio per aver ragione dove la possibilità di un dibattito si traduce solamente in un conflitto da vincere, allora perdere potrebbe essere catastrofico, potrebbe danneggiare in modo irreparabile la propria reputazione.

Se, ad esempio, la spuntina blu di WhatsApp non è immediata, allora si tenderà a dare una connotazione di trascuratezza e non di distrazione al tempo di attesa per una risposta.

Ci troviamo a ridefinire il significato di termini e concetti.

Il concetto di umiltà che, da sentimento conseguente ad un comportamento improntato alla consapevolezza dei propri limiti e al distacco da ogni forma di orgoglio e sicurezza eccessivi di sé (Enciclopedia Treccani online), diventa soltanto un rischioso atteggiamento che prelude alla sottomissione.

Perfino l’idea di dover imparare produce la vergogna di non sapere già.

Anche l’aggressività, che è ormai una strategia per far vedere che ci si fa rispettare, diventa sinonimo di avere carattere e relega la calma e la cortesia a disdicevoli esibizioni di insicurezza.

— Ero in coda per entrare al museo, di fronte a me due genitori gentili e premurosi conversavano mentre il loro bambino fantasticava storie piratesche con il suo giocattolo tra le mani. Nell’incedere della storia che stava immaginando nella sua mente, probabilmente assalti a galeoni o ricerche di tesori nascosti nelle profondità dell’oceano, il suo giocattolo di Jack Sparrow cadde esattamente sopra il mio piede.

Mentre sorridevo per raccogliere il pirata di plastica notai la madre girarsi verso il figlio, guardare me, e richiamarlo con particolare energia ed autorità.

Pensai che se non ci fossi stato io, cioè qualcuno che facesse sentire la madre osservata, forse lei si sarebbe comportata diversamente con suo figlio, forse si sarebbe limitata a raccogliere il pupazzo e non avrebbe dissolto le sue fantasie o interrotto l’assalto ai galeoni. Forse la madre non si sarebbe sentita in dovere di dimostrare a me, l’osservatore, che era capace di far vedere a suo figlio chi è che comanda, che è assolutamente in grado di farsi rispettare, che suo figlio le ubbidisce.

Pensai che secondo lei, io, cioè un osservatore sconosciuto, dessi per scontato che è così che ci si fa rispettare.

Al termine della scena, mentre il bambino con poca fatica ritornava alle battaglie per i tesori nascosti, la madre si voltò e il suo viso sembrava quello di chi ha superato un esame.

Mi sembrò anche, però, che ci fosse come un’ombra di dubbio mentre ripassava nella sua mente le azioni che aveva commesso, come se si chiedesse perché si era sentita in dovere di comportarsi così.

(Non so se questo sia accaduto veramente oppure se sono io ad aver sperato che accadesse).

 

Apprendimento subliminale di codice grafico alfabetico in soggetti in età evolutiva con diagnosi di Disturbo dell’Apprendimento NAS

Apprendimento subliminale di codice grafico alfabetico: uno studio pilota sull’apprendimento subliminale in soggetti in età evolutiva con diagnosi di Disturbo dell’Apprendimento Non Altrimenti Specificato (NAS).
Si ipotizza che soggetti con Disturbo dell’Apprendimento NAS, sottoposti ad apprendimento subliminale, presentino un miglioramento nel priming rispetto al gruppo di controllo.

Introduzione

L’apprendimento subliminale, noto anche come ‘priming subliminale’, fa parte di una delle tre tipologie di apprendimenti impliciti della cosiddetta Memoria non Dichiarativa o implicita: condizionamento classico, apprendimento procedurale e priming. Il priming, chiamato anche ‘innesco’ o ‘facilitazione’ – dal verbo inglese to prime, che significa ‘preparare, attivare’ – è una modalità di memoria implicita che determina il riconoscimento di uno stimolo per effetto dell’influenza inconsapevole di uno stimolo percepito precedentemente.

Quando il bambino fa il suo ingresso in prima elementare è sottoposto a metodi di insegnamento che mirano a fornirgli gli strumenti tecnici per realizzare la lettura e la scrittura, regole di trasposizione suono-segno, senza tenere conto delle sue conoscenze pregresse e delle singole strategie di apprendimento (Carnevale & Leggiero 2009; Stella, 2001; Tressoldi, Stella & Faggella, 2001). La questione diventa anche più complessa quando un bambino presenta un Disturbo Non Specifico dell’Apprendimento. Difatti in questi disturbi sono incluse disabilità estese a più settori, ad acquisire nuove conoscenze e competenze. Tra queste disabilità riscontriamo il Ritardo Mentale che risulta dall’insieme dei deficit dello sviluppo cognitivo e socio-relazionale; viene definito dalla compresenza di un quoziente intellettivo inferiore a 70 e dalla incapacità del soggetto ad adeguarsi agli standard propri della sua età e del suo ambiente (cura della propria persona, vita in famiglia, capacità sociali-interpersonali) (Angelelli et al., 2008). È spesso evidenziato che una delle cause di queste difficoltà di apprendimento nascono da una disfunzione a livello della memoria a breve termine o memoria di lavoro (Szűcs, 2016; Peijnenborgh et al., 2017; Chen et al., 2017) il che coinvolge le funzionalità dei processi di elaborazione dell’informazione. È emerso dalla letteratura, tuttavia, che la presentazione vocale o scritta in modalità subliminale di codici alfabetici implica l’estrazione automatica di rappresentazioni astratte della forma delle lettere (Kouider & Dupoux, 2005). Le attuali teorie della coscienza presuppongono una dissociazione qualitativa tra elaborazione conscia e inconscia nella percezione di codici alfabetici. Entrambe le modalità, sebbene con effetti di durata differenti, sono in grado di provocare una attività di elaborazione dell’informazione (Dupoux, de Gardelle & Kouider, 2008).

Pertanto, in questo studio preliminare pilota, si sono volute indagare le prestazioni cognitive in termini di apprendimento implicito subliminare (priming) in soggetti in età evolutiva con diagnosi di Disturbo dell’Apprendimento Non Altrimenti Specificato. Ci si aspetta che i soggetti sottoposti ad apprendimento subliminale presentino un miglioramento nel Priming rispetto ad un gruppo di controllo.

Metodo

Campione

Il campione è stato selezionato nel Centro di Fisiokinesiterapia e Riabilitazione L’Incontro di Teano (CE), convenzionato con l’ASL. Il campione è stato selezionato secondo i seguenti criteri: età compresa tra 8 e 10 anni, una diagnosi di Disturbo dell’Apprendimento non specifico, un QI al di sotto del valore 70, un rendimento scolastico deficitario e disagio scolastico inteso come malessere psicologico nei confronti della propria esperienza formativa (Pombeni, 2000). Lo status diagnostico per tutti i partecipanti si basa sui criteri del DSM 5 (APA, 2013) per i Disturbi Aspecifici dell’Apprendimento.

Il campione è stato composto da 16 partecipanti con una età media di 8.93 anni; con 13 maschi e 3 femmine, tutti appartenenti ad una fascia sociale media. Da questo campione sono stati selezionati due gruppi in modo randomizzato, gruppo A e gruppo B: gruppo A età media 9.28 anni, con la presenza di 6 maschi e 2 femmine; gruppo B età media 8.5 anni con la presenza di 7 maschi e 1 femmina.

Nella Condizione Sperimentale (gruppo A) i soggetti sono stati sottoposti ad una esposizione mascherata di una serie di lettere, scelte casualmente, mentre svolgevano una consegna che li impegnava nella visione e ascolto di video musicali, mentre nella Condizione di Controllo (gruppo B) i soggetti sono stati tenuti a svolgere la consegna durante la quale non era trasmessa in modo subliminare la serie di lettere.

Strumenti

Nel processo di selezione dei partecipanti sono state utilizzate le Matrici progressive di Raven (CPM). Le CPM misurano l’intelligenza non verbale e sono utilizzate per la fascia d’età che va dai 3 agli 11 anni. Sono costituite da 3 serie di 12 item ciascuna, composte in modo da misurare i processi di ragionamento percettivo caratteristici di questa fascia di età.

  • I livello: capire il concetto di uguaglianza o differenza (discriminazione di forme uguali o diverse)
  • II livello: saper cogliere l’orientamento delle configurazioni
  • III livello: saper cogliere analogie dei cambiamenti
  • IV livello: capacità di analizzare il tutto nelle singole parti costituenti
  • V livello: percezione figure astratte (sia come forme prese singolarmente sia come parti di un tutto)

Per valutare la condotta scolastica dei bambini è stato utilizzato il sistema multiassiale su base empirica – Achenbach Child Behavior Chechlist (CBCL) (Achenbach & Rescorla, 2001). L’approccio multiassiale ha permesso di costruire una gamma di strumenti valutativi sotto forma di Questionari di valutazione – report form – per raccogliere descrizioni sul bambino fornite da persone familiari che conoscono l’adattamento del soggetto nell’ambiente di vita condiviso (genitori, insegnanti) e da altri osservatori esperti (clinici, educatori, operatori dei servizi sociali). Da questi questionari si può ottenere il profilo di competenze (scale delle competenze) derivato da 20 item e suddiviso in 3 scale:

  • scala dell’attività: valuta la quantità e la qualità della partecipazione del bambino/ragazzo a sport, hobby, giochi e attività, la quantità e la qualità dei lavori e/o lavoretti svolti e delle amicizie (Achenbach & Rescorla, 2001).
  • scala della socialità: valuta la capacità del bambino/ragazzo di socializzare, giocare e lavorare in autonomia (Achenbach & Rescorla, 2001).
  • scala della scuola: valuta il funzionamento scolastico profilo psicologico e/o psicopatologico (scale sindromiche), composta da 118 item sui problemi del comportamento del bambino/ragazzo valutato secondo una scala di valutazione delle risposte a tre livelli (0= non vero; 1= qualche volta; 2= molto vero) (Achenbach & Rescorla, 2001).

Per la procedura sperimentale è stato utilizzato un software specifico per la proiezione subliminale dei caratteri alfabetici con capacità di proiezione a partire da 15 millisecondi (ms) a diminuire.

Procedura

In relazione alla procedura sperimentale è stato firmato il Consenso Informato, sia da parte dei genitori dei soggetti, che da parte del centro riabilitativo.

Inizialmente è stato individuato un campione di 20 bambini con disturbo non specifico dell’apprendimento. In seguito sono state svolte le seguenti valutazioni, riducendo il numero dei partecipanti a 16: da parte degli operatori sono state somministrate ai soggetti del campione le Matrici progressive di Raven (CPM) per verificare il QI; mentre ai genitori e agli insegnanti è stato somministrato l’Achenbach Child Behavior Chechlist (CBCL) in merito alla condotta scolastica dei propri figli/allievi.

La fase applicativa dell’intervento prevedeva, per entrambi i gruppi selezionati per l’esperimento, di ripetere l’alfabeto in modo orale e scritto. Successivamente venivano fatti accomodare davanti al monitor del computer con la consegna di guardare il video proprio del player audio digitale e di ascoltare i brani musicali tipici di cartoni animati, festival o show per bambini scelti per loro.

Il gruppo A durante la consegna è stato sottoposto all’esposizione di un codice di caratteri ad apprendimento subliminale ‘L Z D R’ ottenuto tramite sorteggio. Le lettere sono state estratte da una tipica ‘tombola di lettere’. Il software per la proiezione a monitor delle lettere è stato impostato con velocità e durata di comparsa dello stimolo, come suggerito dallo stesso software, sotto i 15 millisecondi randomizzando ogni 5 secondi con la comparsa dei 4 grafemi. Quindi ogni 4 secondi compariva a schermo per meno di 15 millisecondi una delle lettere scelte. Questo in un moto perpetuo per 15 minuti. Al termine dei 15 minuti di ascolto veniva chiesto: ‘Dimmi la prima lettera dell’alfabeto che ti viene in mente’ e dopo la prima con la medesima formula verbale si chiedeva la seconda, la terza e la quarta lettera. Il gruppo B ha seguito lo stesso iter, con la sola differenza di non essere esposto alla proiezione subliminale delle lettere sul monitor durante la consegna.

Risultati

Dalle CPM è emerso che sia il gruppo A che il gruppo B rientravano tra il  25° e il 10° percentile, confermando che il gruppo A e il gruppo B non erano significativamente differenti rispetto a questo costrutto. Dal CBCL è emerso che in entrambi i gruppi erano presenti principalmente problemi relativi a cattiva condotta e disimpegno scolastico. In merito all’esperimento è emerso che i bambini appartenenti al gruppo A (coloro che erano stati esposti alla presentazione subliminale della serie alfabetica) alla domanda: ‘Dimmi la prima lettera dell’alfabeto che ti viene in mente’ – e poi con la medesima formula verbale la seconda, la terza e la quarta lettera – avevano risposto enumerando lettere alfabetiche in modo randomizzato e ricordando tutti, almeno una o due delle lettere visionate (in modo subliminale) durante il video ‘L Z D R’ (le lettere L e Z sono state rievocate con maggiore frequenza rispetto alle lettere D e R e rispetto ad altre lettere dell’alfabeto). Le frequenze numeriche erano le seguenti: nella condizione sperimentale su 8 bambini 5 hanno rievocato la lettera Z; 4 hanno rievocato la lettera L; 1 ha rievocato entrambe le lettere L e Z. Nella condizione di controllo su 8 bambini 1 ha rievocato la lettera D; 1 ha rievocato la lettera R.

Mentre nel gruppo B (coloro che non erano stati esposti alla presentazione subliminale della serie alfabetica) alla prima domanda alcuni hanno risposto enumerando le lettere in ordine alfabetico o comunque senza includere se non ‘accidentalmente’ una delle lettere della serie ‘L Z D R’.

Riportiamo la tabella contente i risultati descrittivi riportanti le frequenze delle lettere rievocate dai soggetti sperimentali divisi nelle due condizioni (Tab. 1).

Apprendimento subliminale e disturbo dell apprendimento NAS uno studio Tab 1Tab. 1: Frequenze delle lettere rievocate dai soggetti sperimentali divisi nelle due condizioni

Nella tabella sono evidenziati in giallo i grafemi della stringa usata per l’apprendimento subliminale che i soggetti hanno rievocato sotto richiesta dello sperimentatore.

In seguito, al termine della sequenza delle 4 lettere dell’alfabeto veniva posta, ad ognuno dei bambini la domanda ‘Perché hai scelto queste lettere?’ Alcune risposte dei soggetti sono state: ‘Mi è venuta in mente’, ‘Non lo so’, ‘L’ho pensata’.

Conclusioni

In conclusione è emerso che nella condizione sperimentale mediamente è stata rievocata 1 lettera target su 4. Nella condizione di controllo, le risposte di due bambini sono state scartate in quanto la loro rievocazione non è stata casuale, ma seguiva l’ordine alfabetico, quindi solo due bambini su otto hanno rievocato 1 lettera su 4, il restante non ha indicato alcuna delle lettere target.

Tale differenza, seppur non statisticamente significativa, potrebbe essere dovuta ai processi di apprendimento subliminale che potrebbero aver facilitato nella condizione sperimentale la rievocazione dei segni grafici degli stimoli target (L Z D R).

In compiti di priming visivo per la denominazione di oggetti, immagini mostrate in modo subliminale hanno portato in alcuni studi anche solo il 13,5% di risposte congruenti con lo stimolo target, considerando che l’accuratezza della scelta era casuale, ma è stato dimostrato che la ricomparsa ciclica delle stesse immagini a distanza di 15 minuti e con prove intermedie, come è stato svolto anche nel presente studio, può portare ad un aumento della precisione della rievocazione dello stimolo target fino al 34,5%, considerando un priming completamente di tipo visivo, quindi non di tipo semantico. Si ritiene che l’effetto del priming visivo subliminale nei compiti di codici alfabetici sia dovuto, nella fattispecie, all’automatizzazione di processi coinvolti nell’identificazione di forme familiari, come può accadere nella percezione di lettere e parole.

Ricordiamo che l’adozione di segni grafici, come oggetto di apprendimento, si presta più facilmente all’acquisizione dell’informazione da parte dei partecipanti in età scolastica, in quanto per loro è materiale ‘familiare’ perché il codice grafico è oggetto di studio e d’apprendimento nelle prime fasi del percorso formativo scolastico.

In ogni caso possiamo considerare lo studio preliminare pilota come uno stimolo per mettere a punto ricerche empiriche sperimentali e applicative riguardo tale tema. In tal senso in futuro, studi sperimentali controllati potrebbero indagare, sul piano teorico e metodologico, questa procedura e meglio definire gli eventuali ambiti di applicazione ed effetti.

 

La vita a scuola (2020) a cura di Silvia Kanizsa e Francesca Linda Zaninelli – Recensione del libro

Si impara in un tempo e in luogo, e si impara con gli altri. L’apprendimento non è un processo mentale solitario, ma una pratica sociale: questo uno dei concetti centrali del libro La vita a scuola.

 

Scuola. In questi giorni quasi non si parla d’altro. Nel particolare momento storico che stiamo attraversando l’inizio del nuovo anno scolastico è sotto i riflettori per le sfide e le difficoltà che porta con sé il dover conciliare sicurezza e salute di tutti con l’imprescindibile necessità di garantire alle nuove generazioni il diritto fondamentale all’istruzione. E’ dunque un’occasione per ripensare alla scuola nel suo essere istituzione educativa e fondamentale contesto di crescita, strumento ed espressione di una democrazia che proprio attraverso di essa si attua formando i propri cittadini.

Il libro a cura di Kanizsa e Zaninelli rappresenta in questo quadro un interessante spunto di riflessione sui compiti sociali e culturali della scuola che, in continuità con la comunità in cui è inserita e di cui è espressione, ha un’enorme influenza su bambini e ragazzi, sulle loro relazioni e sul loro futuro. La scuola, infatti, è una parte importante nella vita di ognuno di noi, il primo incontro e confronto col mondo esterno alla rete famigliare, con la realtà culturale e sociale in cui siamo immersi. Proprio in questi mesi d’isolamento e chiusura delle scuole ci siamo resi conto dell’importanza che riveste per l’apprendimento e la crescita dei nostri bambini e ragazzi l’essere a scuola, in relazione viva con insegnanti e compagni, in un contesto di sviluppo sociale e culturale, ad ‘alta densità relazionale’.

Le autrici dei diversi capitoli che compongono il volume ben mettono in luce, da diverse angolature e sottolineando di volta in volta complessità e aspetti specifici, come la scuola infatti non sia solamente un luogo di apprendimento, ma anche di socializzazione, di riproduzione culturale e di esperienza democratica: ciò che si impara a scuola non sono solo contenuti, ma modalità di pensiero, valori culturali, ruoli sociali.

Per poter diventare cittadini liberi e consapevoli, i ragazzi hanno bisogno di un percorso formativo che dia loro gli strumenti per capire e valutare ciò che accade intorno a loro, che li aiuti a coltivare il giudizio critico e la capacità di scegliere. E questo deve essere garantito a tutti, indipendentemente dalla provenienza sociale, culturale, ed etnica. Proprio in vista di tale obiettivo nel nostro Paese la scuola è regolata da un quadro normativo complesso, ispirato ai valori di universalità e inclusione promossi dalla Costituzione italiana.

Uno dei capitoli di Zaninelli è proprio dedicato ad esplorare come sia cambiata la scuola nel corso del tempo e come le riforme ne abbiano progressivamente modificato l’organizzazione con l’intento di garantire una qualità educativa ed un’efficienza sempre maggiori. Certamente le questioni da affrontare sono molte e, se da un lato oggi la scuola gode di maggiore autonomia, flessibilità organizzativa, migliore utilizzo di risorse e strutture, maggiore continuità tra i vari segmenti educativi nel passaggio da un grado scolastico al successivo, maggiore libertà nella scelta di metodi e stili di insegnamento, attenzione al bisogno di continuità relazionale garantito dal gruppo classe, dall’altra vi è un intrecciato groviglio di criticità e nodi ancora da sciogliere. Ancora troppa è la diseguaglianza territoriale fra le scuole, anche in termini di qualità dell’offerta didattica, così come il modello formativo di base è ancora troppo ‘classico’, poco attento a valorizzare le differenze individuali e ad evitare una discriminazione sociale e culturale nel corso della carriera formativa.

In questo volume le autrici entrano per il lettore nella scuola, nella sua quotidianità, raccontandone i protagonisti, esaminando gli ingredienti necessari per far sì che essa realizzi davvero il suo mandato diventando una ‘scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, di sperimentazione e innovazione didattica, di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva, per garantire il diritto allo studio, le pari opportunità di successo formativo e di istruzione permanente dei cittadini’ (art.1, Legge n. 107/2015, in Kanizsa e Zaninelli, 2020).

La scuola diventa contesto di apprendimento e crescita attraverso l’organizzazione dei suoi spazi fisici e architettonici, attraverso i suoi tempi scanditi di lezioni e calendario scolastico, attraverso il suo essere un’esperienza interattiva, sociale e relazionale.

Se pensiamo a quanta parte della loro vita i bambini e i ragazzi trascorrono a scuola, è evidente come non sia possibile ignorare l’impatto che spazi, luoghi fisici, materiali, oggetti, arredi, strumenti esercitano sul loro sviluppo. Lo spazio e il tempo della scuola sono questioni importanti: l’ambiente non è mai neutro, ma influenza il comportamento e il vissuto di ogni individuo, e questo vale ancora di più quando si tratta di bambini, per cui l’accoglienza e la stabilità del contesto di sviluppo sono assolutamente fondamentali. Nella relazione con lo spazio che lo circonda il bambino costruisce il suo senso di sé, del mondo e degli altri. Maria Montessori realizzò le sue Case dei Bambini proprio a partire dall’idea di mettere il bambino al centro di uno spazio fisico in cui si sentisse progressivamente sempre più capace di agire in modo autonomo, competente e libero. Le scuole oggi troppo spesso mancano di una vera attenzione ad un ‘abitare educativo’ che aiuti i bambini e i ragazzi a crescere e ad apprendere. Abbiamo bisogno di pensare e investire di più sul progettare spazi educativi idonei così come abbiamo bisogno di ripensare alla dimensione del tempo, troppo poco esplorata e problematizzata: i tempi dell’apprendimento non sono uguali per tutti e i bambini hanno bisogno del giusto tempo per crescere in armonia rispettando i propri ritmi di sviluppo.

Si impara in un tempo e in un luogo, e si impara con gli altri. L’apprendimento non è un processo mentale solitario, ma una pratica sociale, un cambiamento che avviene partecipando ad un’esperienza fatta di persone, relazioni, confronti. Un’esperienza emotiva, cognitiva, comportamentale e sociale che coinvolge tutti gli attori in scena e modifica ognuno di loro, se pure in modi diversi. Il gruppo di persone che abitano la scuola è dunque il contesto privilegiato di apprendimento e in questo gruppo asse portante sono certamente gli insegnati. Il compito dell’insegnante è un compito difficile, come ben evidenziano le autrici di questo volume, che non si esaurisce nella trasmissione di informazioni e che dunque non richiede solo una solida conoscenza dei contenuti, ma, realizzandosi nella dimensione interpersonale del rapporto con gli allievi, anche la capacità di entrare in relazione con loro e trasmettere le nuove conoscenze stimolando l’apprendimento.

Per quanto l’esperienza educativa sia un’esperienza reciproca in cui s’impara gli uni dagli altri, il rapporto insegnante/allievo è e sempre deve essere asimmetrico: il maestro ha il compito e la responsabilità di dare una direzione al lavoro, indipendentemente dal fatto che adotti uno stile più o meno tradizionale. L’insegnante è il perno del processo educativo e il suo stile influenza ciò che avviene in classe e il clima che se ne respira. Diverse ricerche, come illustrato da Kanizsa, hanno cercato di indagare gli esiti sull’apprendimento degli studenti dei diversi stili di insegnamento. Un insegnante più tradizionale e formale rende gli allievi più passivi, relegati ad un ruolo di solo ascolto. Un insegnante informale o meno tradizionale mette l’allievo al centro, spingendolo a cercare più attivamente, attraverso tentativi ed errori, collaborando coi compagni. Ogni metodo ha vantaggi e svantaggi, viene naturalmente modulato dalle caratteristiche personali dei singoli maestri (cosa che rende difficile individuare uno stile ‘puro’) e funziona in modo più o meno efficace anche a seconda della personalità degli allievi. I risultati sembrano simili dal punto di vista delle valutazioni sulle materie di studio, per quanto partano più a rilento nel gruppo gestito in modo informale. D’altra parte gli allievi di questo gruppo mostrano maggiori abilità sociali e migliori capacità di autogestione del percorso di apprendimento. Ogni maestro è chiamato a scegliere lo stile più adatto alla classe, tenendo presenti le proprie caratteristiche e quelle dei suoi allievi. Più l’insegnante percepisce se stesso come efficace, meglio gestisce il rapporto coi ragazzi e migliore è il clima dell’intera classe. Ma oltre a percepire se stesso come efficace, è necessario che consideri ogni allievo capace di imparare: ognuno di noi ha un’idea di cosa sia l’intelligenza, se sia modificabile o meno, e ogni insegnante ha nella sua testa l’immagine dello ‘studente ideale’, in termini di caratteristiche personali, età, genere, ecc.

Questi pre-concetti sono un dato di fatto ineliminabile, di cui però un buon insegnante deve essere consapevole, affinché non si trasformino per i suoi ragazzi in profezie che si autoavverano, incasellandoli in categorie immodificabili. Imparare è faticoso e, per quanto i bambini generalmente inizino il loro percorso formativo desiderosi di imparare cose nuove, spinti dalla loro naturale curiosità, hanno bisogno che la loro motivazione sia alimentata e incoraggiata dalla proposta di attività che stimolino il loro interesse e dal successo e dalla considerazione degli altri. L’idea tradizionale che premi e punizioni (in termini di voti e giudizi) siano uno sprone per l’apprendimento trova il suo limite nella consapevolezza ormai consolidata che quanto più le motivazioni sono esterne alla persona, tanto più sono labili e rischiano di rendere gli allievi meno interessati, demotivati fino alla rassegnazione e, in situazioni limite, rischiano di portare all’abbandono scolastico.

In questo senso l’uso della valutazione merita un’importante riflessione, attraverso cui ci accompagna Germana Mosconi. Fin dai primissimi anni di vita il bambino viene valutato attraverso giudizi più o meno espliciti su ogni sua attività e comportamento. Questi giudizi sono condizionati dalle ‘pedagogie implicite’, dall’idea che ciascun adulto di riferimento (educatore o familiare) ha di come imparano i bambini. Ognuno di questi giudizi concorre a formare nel bambino l’immagine di sé e delle proprie possibilità future, contribuendo al processo di selezione scolastica e influendo sul suo futuro. Per aiutare ogni bambino a crescere al meglio delle proprie possibilità, sfruttando le proprie risorse è necessario ripensare alla valutazione non come uno strumento di selezione ma come uno strumento formativo per capire come proceda il percorso didattico, per definire le esigenze da soddisfare, le carenze da colmare e regolare così le modalità di insegnamento in funzione delle esigenze di tutti gli allievi. Il criterio di merito basato sulla prestazione ha molti limiti: troppe variabili interne ed esterne agli allievi incidono sulla prestazione scolastica, sulla stessa capacità di impegnarsi per ottenere un risultato, come la disponibilità di un supporto al loro apprendimento, l’ambiente culturale che li circonda, le loro caratteristiche in termini di predisposizione per certe materie, la fiducia in se stessi, ecc. E questo certamente penalizza i bambini più ‘deboli’, che non trovano un adeguato sostegno alle loro difficoltà e, una volta intrapresa la ‘carriera fallimentare’, non riescono a migliorare la propria situazione e si trovano incanalati in un percorso che perpetua le disuguaglianze, invece di assottigliarle. Occorre una maggiore attenzione al singolo, ai vissuti di ogni bambino riguardo alle proprie capacità e risorse, un’ottica formativa che valorizzi le differenze individuali invece di scoraggiarle, incoraggiando la ricerca per tentativi. Oltre ad uno strumento per promuovere l’apprendimento, la valutazione deve avere per l’insegnante una funzione riflessiva: un’occasione per ripensare al proprio operato, a come modificare il proprio modello didattico per adattarlo alle esigenze dei ragazzi supportandoli nel loro processo di crescita e acquisizione di conoscenze.

Per questo fra gli strumenti professionali di un buon insegnante non possono mancare abilità comunicative e di ascolto empatico che gli permettano di interagire con la classe in modo caldo e accogliente e di instaurare con i ragazzi una buona relazione. L’insegnante deve aiutare i bambini e i ragazzi a crescere e per farlo devono poter stare con loro in un atteggiamento di accettazione positiva e incoraggiante. Solo così gli sarà possibile vedere e comprendere ogni bambino nel suo essere unico e irripetibile, scegliendo un percorso adatto a lui. Naturalmente ogni persona, e dunque ogni insegnante, ha la sua sensibilità e le sue caratteristiche individuali ma, per poter esercitare questo importante e difficile mestiere, le capacità relazionali possono e devono apprese al di là della singole inclinazioni.

Per fare ciò è importante imparare ad osservare e osservarsi in maniera sistematica, separando, per quanto possibile, le impressioni soggettive dai dati oggettivi.

In questa visione di apprendimento, e dunque di insegnamento, come azione sociale, un valore aggiunto importante è dato dal collegio dei docenti: il continuo confronto e condivisione con i colleghi è uno strumento di lavoro importantissimo che consente a tutti di crescere personalmente e professionalmente. Certamente, come riconosce Monica Amadini nel suo capitolo dedicato proprio a questo tema, la collaborazione richiede impegno e fatica, ma consente ad ognuno di riconoscere le proprie competenze prendendo maggiore consapevolezza del proprio ruolo, imparando a riconoscere i propri limiti e ad apprendere gli uni dagli altri. Oltre ad essere un importante ancoraggio istituzionale, in una condivisione di scelte e responsabilità, la collegialità è anche un prezioso sostegno personale e un fattore protettivo per la salute emotiva di tutti. Imparare a lavorare insieme non è facile, è un traguardo lungo e faticoso che richiede impegno costante e il farsi carico della fatica di discussioni e negoziazioni, ma è una fatica che viene premiata dalla nascita di un dialogo costruttivo, di soluzioni alternative e sguardi nuovi, dal progressivo miglioramento della qualità didattica e delle pratiche educative del gruppo, diventando per gli alunni testimonianza di una vera possibile collaborazione.

E’ forse questo il messaggio di fondo di questo bel libro: mettersi in gioco richiede fatica, risorse, impegno, ma fare buona scuola è proprio questo, mettersi in gioco a tutti i livelli, qualunque sia il proprio ruolo all’interno del sistema, allievi, insegnanti, dirigenti, legislatori, riconoscendosi reciprocamente competenze e capacità, stando insieme non in posizione frontale, ma fianco a fianco, ognuno consapevole dei propri compiti e disposto a riflettere su di sé per crescere e fare crescere. Senza però mai perdere di vista una piccola ma sostanziale differenza: rispetto al processo di apprendimento e alla relazione educativa le responsabilità non sono e non devono essere le stesse. Come evidenziano le autrici nel loro lavoro, mentre ‘il maestro (e con lui tutto il sistema scuola, aggiungo io) ha il dovere di lavorare in modo da aiutare i bambini a imparare e a crescere [..] i bambini hanno solo diritti e in particolare hanno il diritto di essere ascoltati e aiutati ad apprendere‘ (Kanisza e Zaninelli, 2020, p.100).

Limitare l’utilizzo dei social media – Gli effetti sul benessere psichico

Sembra che il tempo trascorso nelle attività davanti a uno schermo, come l’utilizzo di social media, sia significativamente correlato con la presenza di più sintomi depressivi e maggior rischio suicidario.

 

Dall’adozione diffusa dei social media sono scaturiti numerosi studi – per lo più correlazionali – sul rapporto tra l’uso dei social media e la salute mentale. L’utilizzo auto-dichiarato di Facebook e Instagram correla positivamente con i sintomi della depressione (Donnelly & Kuss, 2016). Un maggiore utilizzo di Facebook è associato a una minore autostima (Kalpidou et al., 2011) e a una maggiore solitudine (Song et al., 2014). L’utilizzo di Instagram è correlato con problemi di immagine legata al corpo (Tiggemann & Slater, 2013). In un ampio studio basato sulla popolazione, Twenge e colleghi (2017) hanno scoperto che il tempo trascorso in attività davanti a uno schermo era significativamente correlato con maggiori sintomi depressivi e maggior rischio suicidario.

Non essendoci tuttavia ancora stati studi sperimentali che potessero dare un riscontro di causalità alla questione, uno studio recente (Hunt et al., 2018) ha voluto esaminare se la limitazione dell’utilizzo giornaliero dei social media per un certo periodo producesse degli effetti sul benessere psichico.

Un totale di 143 soggetti (108 donne, 35 uomini) sono stati reclutati da un pool di studenti universitari dell’Università della Pennsylvania. Unico requisito era che i partecipanti utilizzassero Facebook, Instagram e Snapchat e possedessero uno smartphone.

Dopo una settimana di monitoraggio di base, i 143 partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno avrebbe limitato l’uso di Facebook, Instagram e Snapchat a 10 minuti, per piattaforma, al giorno, l’altro avrebbe continuato a utilizzare i social media come al solito per tre settimane.

Prima, durante, e dopo l’intervento i partecipanti sono stati invitati a compilare la seguente batteria di test: L’Interpersonal Support and Evaluation List (ISEL; Cohen & Hoberman, 1983) per la valutazione del supporto sociale; La Fear of Missing Out Scale (FoMOs; Przybylski et al., 2013) per misurare il disagio causato dal perdere esperienze sociali; la UCLA Loneliness Scale (revised UCLA Loneliness Scale; Russell et al., 1980) per valutare la percezione di isolamento sociale; lo Spielberger State-Trait Anxiety Inventory (STAI-S; Spielberger et al., 1970) per la misurazione dei sintomi ansiosi; il Beck Depression Inventory (BDI-II; Beck et al., 1996) per la valutazione dei sintomi depressivi; la  Rosenberg Self-Esteem Scale (RSES; Rosenberg, 1979) per la misurazione dell’autostima; la Ryff Psychological Well-Being Scale (PWB; Ryff, 1989) per valutare l’autonomia e l’accettazione del sé.

Dai risultati della ricerca si è evinto che il gruppo a uso limitato dei social ha mostrato una riduzione significativa nella percezione della solitudine e dei sintomi depressivi rispetto al gruppo di controllo. Entrambi i gruppi hanno mostrato segni di diminuzione dei sintomi legati all’ansia e alla paura di perdersi gli eventi sociali, suggerendo un effetto benefico legato all’aumento della consapevolezza e dell’autocontrollo anche nel gruppo di controllo.

Da ciò si può trarre che limitare l’uso dei social media a circa 30 minuti al giorno può portare a un effettivo miglioramento del benessere psichico.

 

Il sintomo: una causa o una conseguenza?

L’interpretazione del sintomo è importante affinché si possa individuare la disfunzione somatica, intesa come espressione dell’alterazione dello stato di salute causato da eventi stressanti (esterni o interni) all’organismo.

 

Corpo e psiche non vanno separati.

Eppure molti medici lo ignorano, proprio per questo motivo sfuggono loro così tante malattie: perché non vedono il tutto.

(Platone)

L’uomo viene percepito come un essere relazionale e corporeo; egli vive stati mentali diversi ma dipendenti dai suoi legami con le persone più significative. Lo strumento di comunicazione di cui l’uomo si serve è il suo corpo; esso viene inteso come uno strumento di comunicazione con l’ambiente esterno, mediante il linguaggio verbale (analogico) e non verbale (digitale).

Questi due linguaggi vengono mischiati sino a produrre una combinazione di parole e gesti.

Il nostro corpo agisce in risonanza con gli stati affettivi e dell’umore, cogliendo ed elaborando le esperienze che si generano nelle relazioni. Prendersi cura del proprio corpo, equivale a mantenere un buon rapporto con se stessi, con gli altri e con le cose. Saper percepire e riconoscere i segnali del proprio corpo come indicatori di espressione delle emozioni, ci aiuta a saperle esprimere e gestire in modo adeguato. Conoscere i limiti del nostro corpo, ci permette di esprimerci nel miglior modo possibile con l’ambiente esterno (permettendoci di agire anziché subire gli eventi esterni). Ciò significa considerare collegate emozioni, corpo e relazioni (Barbieri & Sacchi, 2018).

Le antiche medicine cinese e ayurvetica, affermano che ‘prima della materia c’è l’energia’; in altre parole, le due discipline affermano che l’energia nasce prima della materia.

Questo concetto è stato riconosciuto anche dal pensiero medico allopatico occidentale (Needham, 1956).

Siamo fatti di energia oltre che di materia e la combinazione di queste due istanze, produce le cosiddette corrispondenze riflessologiche energetiche, che possiamo riscontrare a livello della lingua, iride, piede, orecchio, mano etc.

Quando si manifesta un blocco emotivo o una percezione erronea della realtà esterna, si ha un blocco a livello delle corrispondenze riflessologiche energetiche.

Per la medicina indiana Ayurveda, la malattia ha un’origine dinamica e relazionale; i rimedi consistono in: yoga, meditazione trascendentale, corretta alimentazione, con lo scopo di migliorare ed equilibrare la condizione psicosomatica dell’individuo (Morandi & Nambi, 2013).

La medicina tradizionale cinese ritiene che la cura consista nel ripristinare l’equilibrio oscillatorio tra due forze vitali opposte ed inscindibili che sorreggono l’organismo (Yin-Yang).

Il disequilibrio si manifesta, inizialmente, in superficie (con la presenza di muco, catarro, febbre, manifestazioni cutanee) e, successivamente, in profondità, cronicizzandosi, se non viene adeguatamente trattato; l’abuso di farmaci può ostacolare il naturale processo di autoguarigione del corpo.

Esistono discipline come la PNEI e l’Epigenetica, che hanno ripreso ed analizzato scientificamente i contributi provenienti dalle discipline che sono stati esposti in precedenza.

In particolare, la prima si concentra sulla costante ricerca dell’equilibrio; invece, la seconda si concentra su come gli eventi ambientali possano contribuire ad alterare l’espressione genica, senza, tuttavia, modificare il DNA.

Prendere in considerazione il livello psichico, fisico, sociale e spirituale, è fondamentale per il benessere del soggetto.

Obiettivo principale della psicologia è quello di aiutare l’individuo a gestire i conflitti con il proprio sé ed elaborare gli eventi traumatici e, parallelamente, l’obiettivo primario dell’osteopatia si basa sul ripristino dell’equilibrio neurovegetativo.

È l’individuo che decide e diventa responsabile del proprio benessere e della propria malattia, così come affermò Ippocrate ‘Prima di cercare la guarigione di qualcuno, chiediti se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare‘.

Il sintomo: un intreccio tra Osteopatia e Psicologia

Obiettivo del medico deve essere trovare la salute.

Tutti sono capaci di trovare la malattia.

(Andrew Taylor Still).

Dal punto di vista psicologico il sintomo potrebbe essere ricondotto ad una molteplicità di fattori:

  • Il modo in cui l’individuo si percepisce;
  • Le influenze provenienti dall’ambiente esterno;
  • Il modo che l’individuo ha di leggere le influenze esterne (Watzlawick, Beavin, & Jackson, 1971; Loriedo & Picardi, 2005; Fruggeri, 2014; Barbieri & Sacchi, 2018).
  • Il sintomo assume un linguaggio emotivo particolare che, se interpretato in modo adeguato, può guidare il professionista al trattamento del soggetto. Dagli studi scientifici è emerso che il sintomo possiede diverse caratteristiche:
  • Il sintomo ha componenti relazionali ed energetiche: ovvero i sintomi vanno percepiti come segni che emergono di cui possono essere analizzati i messaggi sottostanti, e come l’organismo o il sistema cerca di ripristinare la propria organizzazione ed equilibrio interno; vi è una marcata connessione tra i sintomi e i vissuti traumatici;
  • I sintomi sono depositari e latori di messaggi inerenti a problemi presenti delle relazioni interpersonali del soggetto: essi assolvono una duplice funzione, da un lato una funzione omeostatica (ovvero ha il compito di ripristinare l’equilibrio del soggetto) dall’altro una funzione evolutiva (un mezzo per assolvere ad una necessità di cambiamento). In entrambi i casi risulta problematico.
  • Ha un potere attivante: in quanto permette al soggetto di ricevere le dovute cure da parte delle persone che gli stanno accanto.
  • Il sintomo cambia in base agli eventi e al periodo che l’individuo sta vivendo;
  • La trattabilità: attraverso l’analisi e l’interpretazione del sintomo è possibile giungere ad una cura, una terapia ed infine una possibile guarigione. (Barbieri & Sacchi, 2018).

Anche nell’idea olistica (Barbieri & Sacchi, 2018) e osteopatica diventa importante l’interpretazione del sintomo, affinché si possa individuare la disfunzione somatica, intesa come espressione dell’alterazione dello stato di salute causato da eventi stressanti (esterni o interni) all’organismo, come traumi e\o patologie (ROI, 2020). Solitamente si manifestano principalmente sul sistema muscolo-scheletrico, con dolore o riduzione di mobilità. L’osteopata, mediante tecniche specifiche, stimola il ripristino della mobilità fisiologica a livello dei diversi sistemi (circolatorio, respiratorio, fasciale, nervoso, muscolo-scheletrico), che per mezzo di un’attività sinergica e coordinata, regolano il funzionamento fisiologico dell’organismo (ROI, 2020).

Il lavoro che lo psicoterapeuta e l’osteopata possono svolgere in sinergia è indirizzato a:

  • Sintomi di ansia e depressivi che si esprimono attraverso reazioni somatiche e viscerali, tra cui: disturbi del sonno, problematiche toracico-addominali (in particolare possono comprendere disfunzioni cardiache, respiratorie, digestive), disfunzioni a livello urogenitale (con i conseguenti disturbi sessuali, tra cui: dismenorrea, dolori durante il parto), squilibrio ematico e ormonale (ipertensione, alterazioni a livello della glicemia e colesterolemia).
  • Traumi psicofisici, lesioni e dolori articolari, dolori muscolo scheletrici (lombalgie, cefalee, cervicalgie, gonalgia), manifestazioni a livello cutaneo (tra cui: alopecia, psoriasi, dermatiti, eczemi).
  • Problematiche legate ad interventi chirurgici (Barbieri & Sacchi, 2018).

Malattia-salute: un ossimoro o un connubio (quasi) perfetto?

Non tutti i mali vengono per nuocere

(Detto popolare).

Come è stato precedentemente affermato, la malattia rispecchia i traumi emotivi e contiene, al suo interno, anche la guarigione (intesa come cammino di crescita interiore).

Secondo Barbieri e Sacchi (2018) è importante imparare a leggere la malattia ed intenderla come una reazione di sopravvivenza ad eventi che possono essere per il soggetto emotivamente ingestibili.

Pertanto, essa non deve essere intesa come un nemico da combattere, bensì, come un messaggio (sia psichico che somatico) di problemi che sono stati negati o ignorati dall’individuo stesso. I problemi insorgono a causa delle difese psicologiche adottate dal soggetto, si trovano in una dimensione inconscia; essi vengono causati da eventi personali che sono stati poco analizzati ed elaborati.

La condizione di malattia diviene alleata per far sì che avvenga la condizione di salute (la quale viene definita come uno stato di normale benessere in quanto è percepita come una condizione di adattamento in seguito ad accadimenti che sono rimasti come ‘congelati’ nel tempo. Queste ultime considerazioni riguardano sia l’ambito osteopatico sia quello psicologico.

‘Curare le cause’ significa scoprire il significato insito dei fattori che hanno prodotto la condizione di malessere. Usando le risorse e il coinvolgimento attivo del paziente è possibile capire ed interpretare l’origine dei suoi sintomi.

Nel caso di sintomi somatici, senza cause organiche, per individuare il legame tra organo ed emozione; la somatizzazione, infatti, viene intesa come messaggera e depositaria di eventi traumatici poco per nulla risolti, i quali devono essere riportati alla coscienza del soggetto.

Le energie curative si sbloccano se viene cambiato il valore ed il significato che è stato attribuito all’evento da parte della persona.

Da queste ultime affermazioni è possibile comprendere l’esistenza di un legame tra il pensiero e la malattia (Steiner, 2013; Barbieri & Sacchi, 2018), in quanto la condizione di malattia dipende dall’individuo (Barbieri & Sacchi, 2018). Il pensiero infatti influenza i processi e le frequenze fisiologiche del corpo (Fulford, 1996; Becker, 2001; Upledger, 2002; Barbieri & Sacchi, 2018).

In conclusione, il lavoro dei professionisti dovrebbe incentrarsi sullo sblocco delle rigidità difensive sia della psiche sia del corpo, che sono state per molto tempo ignorate o negate, ma che causano malessere psicosomatico.

 

Il sogno come luogo sicuro per l’integrazione del trauma nel PTSD?

Qual è la funzione dei sogni nel PTSD? I sogni, in special modo quelli REM, hanno un ruolo nella regolazione emotiva quindi ci si è chiesti se possano facilitare anche l’integrazione di vissuti emotivi minacciosi, come negli incubi dei soggetti che hanno vissuto un trauma.

Elisa Andreoli e Maria Pia Zonno – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, Modena

 

Nel corso della storia, gli esseri umani hanno interpretato i sogni in modo diverso. Per gli antichi egizi e per i greci, i sogni erano messaggi degli dei; è toccato poi ai filosofi farsi affascinare per migliaia di anni, fino a quando anche psicologi e psichiatri hanno iniziato ad occuparsene. Tra questi, il primo ad elaborare una complessa teoria fu Sigmund Freud, per il quale i sogni sarebbero l’espressione di desideri repressi, la via maestra per giungere all’inconscio. Recentemente, sonno e sogni costituiscono un terreno di studi soprattutto per neurologi e neurofisiologi, impegnati a scoprire quali siano le funzioni dell’attività onirica nel nostro cervello.

Oggi sappiamo che il sonno non è un fenomeno passivo, omogeneo e statico, ma, al contrario, è un processo dinamico, complesso e attivo, in cui il nostro cervello non smette mai di lavorare (Stickgold, Walker, 2009).

La comprensione del sonno è stata profondamente modificata dalle scoperte di Aserinsky e Kleitman (1953) e Kleitman e Dement (1963) che permisero di introdurre il concetto di architettura del sonno, distinto in due fasi: una fase non–REM o sonno lento (a sua volta suddivisa in quattro stadi) e una fase REM (rapid eye movement). Quest’ultima viene definita come sonno paradosso in quanto mentre il soggetto dorme profondamente, la sua attività cerebrale è simile a quella della veglia. Per questo si è ipotizzato, e poi confermato, che fosse questa la fase del sonno maggiormente associata all’attività onirica. A partire da questa scoperta molti lavori scientifici hanno cercato di dare una risposta al perché dormiamo e sogniamo.

Ormai è noto il ruolo che il sonno gioca nel consolidamento dell’apprendimento e della memoria. È soprattutto durante il sonno REM che si formano nuove sinapsi che consolidano ciò che si è appreso durante il giorno (Boyce et al., 2016). L’influenza positiva del sonno sulla memoria è collegata anche all’azione dei sogni.

Oggi sappiamo che sogniamo durante tutta la notte, ma esistono delle differenze tra i sogni della fase NREM e REM. I sogni del sonno lento servirebbero alla stabilizzazione della memoria, con contenuti prevalentemente riferiti alla vita quotidiana e con una minore risonanza emotiva (Stickgold et al., 1994), mentre i sogni della fase REM servirebbero alla riorganizzazione dei ricordi, confrontando e integrando le nuove esperienze con quelle già immagazzinate. Questi sogni sono molto più complessi, hanno contenuti emotivi più intensi; in essi crediamo di correre, di arrampicarci, possiamo vedere noi stessi fare qualcosa, come nel caso dei cosiddetti ‘sogni ad occhi aperti’ o sogni lucidi, in cui chi sogna è consapevole che sta sognando ed è in grado di agire volontariamente sul proprio sogno, modificandolo (Antrobus e Wamsley, 2009). Mentre quindi il corpo riposa, il cervello impara. Curiosamente, il contenuto dei sogni pare possa essere correlato con il consolidamento dell’apprendimento: tra i soggetti che imparano una seconda lingua, ad esempio, coloro i quali mostrano progressi sin dalle prime fasi, dichiarano di aver esercitato le loro abilità linguistiche durante i loro sogni (Stickgold e Walker, 2009). Non a caso una delle funzioni che avrebbe l’attività onirica è aiutare le persone a risolvere i problemi e a fare scoperte creative. Alcuni studi hanno infatti mostrato come studenti risvegliati dalla fase REM utilizzino strategie differenti, più creative per risolvere anagrammi rispetto a quelle utilizzate se risvegliati dalla fase NREM che assomigliano invece molto più a quelle solitamente usate da svegli (Stickgold e Walker, 2009).

Da un punto di vista evolutivo, invece, la funzione dei sogni potrebbe essere quella di far rivivere le esperienze della veglia in un’ottica di sopravvivenza della specie. Riproponendo, infatti, le esperienze vissute durante il giorno, il sogno permetterebbe sia di affinare le capacità di coping verso tali situazioni, sia di ridurre il tempo di latenza della risposta ai pericoli; una sorta di vero e proprio simulatore ‘offline’, che dà la possibilità di aumentare il successo riproduttivo della specie (Revounso, 2000).

Inoltre numerosi studi esaminati indicano che il sonno e la perdita di sonno possono rispettivamente influenzare positivamente e negativamente il recupero di ricordi, sia emotivi che neutri (Tempesta et al., 2018). Un’altra importante funzione del sonno è correlata alla regolazione delle emozioni: l’umore è più influenzato dalla perdita del sonno rispetto a prestazioni cognitive o motorie e la perdita del sonno è comunemente associata a cambiamenti dell’umore, ad un aumento dell’irritabilità soggettiva e volatilità affettiva. (Tempesta et al., 2015). Non solo, i potenziali effetti della perdita del sonno o della sua scarsa qualità sono stati notati anche su processi emotivi più complessi, come quelli coinvolti nell’empatia: diventiamo meno capaci di comprendere i sentimenti degli altri e di essere empatici con loro (Kilgore et al., 2008). Anche i sogni, in special modo quelli REM, hanno un ruolo nella regolazione emotiva: essi sembrano limare l’impatto emotivo di ricordi spiacevoli, facilitandone ulteriormente l’integrazione in memoria.

Se, dunque, i sogni ricoprono un ruolo nel processo di consolidamento delle memorie emotive, ci si è chiesti se possano facilitare anche l’integrazione di vissuti emotivi minacciosi, come negli incubi dei soggetti con disturbo da stress post-traumatico (post-traumatic stress disorder, PTSD) e se ci possa essere quindi una funzione dei sogni, in un certo senso, ‘terapeutica’ fornendo un luogo sicuro per l’integrazione del trauma.

Chi soffre di PTSD sperimenta vissuti emotivi di angoscia e paura che li perseguitano sia di giorno, attraverso flashback e memorie intrusive, che di notte, con gli incubi (Rothbaum e Mellman, 2001). Circa il 90% delle persone che sviluppano PTSD, riferisce una maggiore compromissione del sonno, frequenti risvegli e sogni inquietanti legati all’evento, che possono persistere persino per decenni dopo il trauma (Mellman et al., 2001). Infatti, la presenza di sintomi intrusivi e incubi rappresenta uno dei criteri per la diagnosi del disturbo da stress post traumatico del DSM-5 (APA, 2013).

Gli incubi e i disturbi del sonno sono fortemente correlati con la gravità dei sintomi del PTSD, contribuendo al suo sviluppo e mantenimento, oltre a favorire l’insorgenza di problemi psichiatrici quali ansia e depressione (Rothbaum e Mellman, 2001). L’insonnia è associata anche ad un aumento del rischio di sviluppare disturbi della salute fisica (ipertensione, malattie cardiovascolari), ad un aumento dell’uso di alcol e, infine, incide negativamente sulla qualità della vita e su alcune funzioni come attenzione, memoria e strategie di coping (Stickgold, Walker, 2009; Talbot et al., 2014; Miller et al., 2017).

Tra le terapie evidence based per il PTSD vi è il protocollo di esposizione prolungata di Foa (Foa et al., 1986), che consiste nel sostenere il paziente a confrontarsi con informazioni relative al trauma vissuto, riattivando in questo modo il ricordo traumatico. Tale riattivazione costituisce un’opportunità per il paziente di integrare informazioni correttive modificando così gli elementi patologici della memoria traumatica, in un contesto sicuro come il setting terapeutico. Questa terapia si fonda sulla teoria dell’elaborazione emotiva (Foa e Kozak, 1986) secondo la quale il PTSD emerge a causa dello sviluppo di una rete di paura nella memoria che suscita comportamenti di evasione e fuga (Foa et. al., 1989), in quanto le informazioni associate al trauma sono copiose e molto accessibili, dunque rischiano frequentemente di attivare la struttura della paura facendo rivivere l’esperienza traumatica. La terapia di successo per il PTSD comporta quindi la correzione di elementi patologici della struttura della paura e questo processo correttivo è l’essenza dell’elaborazione emotiva.

Sono state avanzate diverse teorie per spiegare quale sia allora la funzione dei sogni, degli incubi in particolare, nel PTSD e il loro ruolo nella patogenesi e nel mantenimento del disturbo. Freud presupponeva che gli incubi riflettessero i tentativi di dominare l’ansia e la colpa associate ad un’esperienza traumatica e di integrarle nella propria psiche durante il sonno. Studi recenti, combinando le osservazioni empiriche sul ruolo del sonno REM nell’apprendimento, nel consolidamento della memoria, nell’elaborazione emotiva e nell’adattamento allo stress, giungono ad una considerazione simile a quella freudiana, ovvero che la funzione dei sogni sia una funzione di adattamento emotivo agli eventi emotivamente salienti o traumatici (Stickgold, Walker, 2009).

Il primo a ipotizzare un ruolo terapeutico per il sonno, fu Hartmann (1995) che notò molte similarità tra il sonno (REM) e la psicoterapia. Entrambi, infatti, prevedono associazioni libere tra pensieri, memorie e immagini, la creazione di connessioni mentali e la prevenzione dell’acting out; tutto, all’interno di un ambiente sicuro: l’alleanza terapeutica per la psicoterapia, il proprio letto e l’atonia muscolare per il sonno REM. Per dimostrare la sua ipotesi, Hartmann analizzò gli incubi delle vittime di traumi come incendi, stupri, rapine, e notò che in essi si verificavano delle connessioni tra diverse memorie che avevano a che fare con l’emozione predominante vissuta dal sognatore: la paura (Hartmann, 1996). Nello specifico, gli incubi, inizialmente riproducono il trauma più o meno fedelmente a come è stato vissuto, per poi integrare altri ricordi simili presenti nella memoria del soggetto. Non appena avviene la connessione tra il trauma e il resto del materiale mnestico, l’emozione diviene meno potente e sopraffacente ed il trauma viene gradualmente integrato. Col tempo la memoria traumatica gioca un ruolo sempre meno importante all’interno dell’incubo, che pian piano si trasforma in un sogno relativamente tranquillo e con una carica emotiva meno forte.

Se ciò è quanto avviene in un incubo, Hartmann (1996) ipotizzò che tutti i sogni potessero avere una funzione terapeutica dal momento che permettono di integrare le memorie; qualcosa di simile a quello che succede durante un’esposizione in terapia (Rothbaum e Mellman, 2001).

È ormai noto in letteratura il ruolo del sonno REM nel consolidamento delle memorie affettive (Van Der Helm e Walker, 2009; 2012), le quali sono ricordate meglio rispetto a quelle neutre. Con la teoria ‘sleep to forget, sleep to remember’, Van Der Helm e Walker (2009) dimostrano in che modo il sonno REM contribuisce all’immagazzinamento dei ricordi emotivamente salienti. In questa fase del sonno, si ha l’attivazione di amigdala e ippocampo, responsabili del processamento e della ritenzione a lungo termine delle memorie a carattere emotivo e, contemporaneamente, si ha una soppressione dell’attività adrenergica, che implica una riduzione dell’attivazione fisiologica associata al ricordo emotivo (Van Der Helm e Walker, 2009). Secondo questa teoria, quindi, dormiamo per dimenticare (forget) l’emozione e dormiamo per ricordare (remember) l’esperienza. Sulla base di tali caratteristiche neurofisiologiche del sonno REM, che permettono sia il consolidamento del ricordo, sia la dissipazione della carica emotiva ad esso associata, si ipotizza che esso possa avere una funzione simile a quella di ‘terapia notturna’ (Van der Helm e Walker, 2012).

 Il grado con cui l’informazione relativa all’esperienza emotiva viene immagazzinata nella memoria a lungo termine, è però direttamente proporzionale all’ammontare del sonno REM raggiunto durante la notte. Se il processo di separazione dell’emozione dalla memoria non viene raggiunto durante la prima notte di sonno successiva all’esperienza traumatica, avverranno ulteriori tentativi nelle notti successive. In questo modo, notte dopo notte, si verificano gli incubi (Van der Helm e Walker, 2012). La letteratura riporta infatti di un sonno REM più attivo in pazienti con PTSD rispetto a quelli senza PTSD, caratterizzato nello specifico da una maggiore frequenza dei movimenti oculari, frequenti riattivazioni motorie e risvegli (Rothbaum e Mellman, 2001). Non solo, ma lo stato di iperarousal notturno e la riduzione dell’attività parasimpatica della fase REM, sono stati correlati agli incubi (Miller et al., 2017), suggerendo che l’esposizione al trauma produce uno stato di maggiore eccitazione neurobiologica che causa l’interruzione del sonno, che, a sua volta, può impedire l’elaborazione adattiva delle memorie emotive a seguito di un evento traumatico.

Secondo questa prospettiva, gli incubi sarebbero quindi il risultato di una interruzione dei processi di regolazione emotiva, un’elaborazione non riuscita durante il sonno REM (Levin e Nielsen, 2007). Secondo Rothbaum e Mellman (2001), infatti, la minaccia dell’evento traumatico rivissuta nei sogni dei pazienti con PTSD, può sembrare talmente reale che il soggetto può svegliarsi sentendosi come appena sfuggito al pericolo, confermando la natura minacciosa del materiale traumatico. Ciò è indice del fallimento del processo di integrazione e promuove una sensibilizzazione, anziché una desensibilizzazione, alle memorie traumatiche. Negli incubi, infatti, l’esposizione sarebbe di durata insufficiente per la desensibilizzazione, ma sufficientemente minacciosa, tanto che la persona può sentirsi incapace di fronteggiarla. Inoltre, la paura degli incubi e la relativa paura di andare a dormire, vengono considerate dal soggetto come un ulteriore segnale di debolezza.

Nielsen e Levin (2007; 2009) supportano la tesi secondo la quale il sogno svolgerebbe una funzione di estinzione della paura, in modo che il cervello non ne venga sopraffatto. Un brutto sogno riesce quindi a gestire un’emozione, seppur intensa e negativa, ed è funzionale perché da esso non ci svegliamo. Gli incubi, invece, consentendoci una fuga precoce dal contenuto onirico, cioè un risveglio, rappresentano un fallimento del sistema di estinzione della paura. Il modello proposto dai ricercatori, supporta la tesi secondo la quale gli incubi e la sintomatologia del PTSD sono associati ad un’interruzione all’interno di una rete cerebrale di regioni limbiche, paralimbiche e prefrontali che costituiscono il centro di controllo per una serie di processi emotivi, tra cui la percezione e la rappresentazione di stimoli emotivi, l’espressione e la regolazione delle risposte emotive (Levin e Nielsen, 2007; 2009). Queste strutture, note con il nome AMPHAC, includono l’amigdala, l’estensione della corteccia prefrontale mediale, l’ippocampo e la corteccia cingolata anteriore. È stato osservato che l’attività di queste regioni risulta in qualche modo compromessa nei soggetti con PTSD e correlata ai disturbi del sonno (iperarousal, insonnia) ad un aumento della frequenza ed intensità degli incubi, e ad alcune caratteristiche specifiche, comunemente osservate, come la mancanza di controllo emotivo, le caratteristiche bizzarre del sogno e la riproduzione di memorie traumatiche (Levin e Nielsen 2007; 2009; Stickgold e Walker, 2009). Per questo i ricordi traumatici continuano a perseguitare chi non riesce ad elaborare ansie e paure durante il sonno. Tuttavia, esistono prove a sostegno della possibilità che i sogni possano svolgere funzioni adattive. Sogni che sono di natura più integrativa (cioè incorporano riferimenti relativi all’evento traumatico e non) e meno perturbatori, avrebbero una maggiore probabilità di favorire l’integrazione emotiva (Rothbaum e Mellman, 2001).

Riassumendo, i sogni hanno, in una certa misura, una funzione terapeutica in quanto favoriscono l’integrazione di nuove memorie con quelle esistenti, oltre a rendere le emozioni ad esse associate meno pervasive (Stickgold, Walker, 2009; Hartmann, 1995, 1996; Van Der Helm e Walker, 2009; 2012, Nielsen e Levin 2007; 2009; Rothbaum e Mellman, 2001), ma per poter svolgere questa funzione, devono verificarsi certe condizioni. La premessa più importante è che sia presente una buona quantità e qualità di sonno, in particolare della fase REM (Van der Helm e Walker, 2012); inoltre i sogni non devono essere eccessivamente perturbatori ed invalidanti dal punto di vista del contenuto emotivo, per poter permettere l’integrazione del ricordo e promuovere la desensibilizzazione al vissuto emotivo (Rothbaum e Mellman, 2001), e per poter evitare il risveglio e dunque l’interruzione di questo processo (Nielsen e Levin, 2007; 2009).

Alcuni studi (Forbes et al. 2003; Moore e Krakow 2007) hanno dimostrato l’esistenza di un approccio efficace nel diminuire per frequenza e intensità gli incubi e i disturbi del sonno in pazienti con PTSD, oltre ad attenuare la severità di altri sintomi intrusivi. Si tratta della terapia di ripetizione immaginativa (Imagery Rehearsal Therapy, IRT) ideata da Krakow (Krakow et al., 2001), nella quale si incoraggia il paziente a cambiare l’incubo, provando a immaginarselo in maniera differente (per esempio, modificando il finale) creando una nuova versione meno angosciante, e a ripeterlo mentalmente finché l’incubo non riduce la sua frequenza.

Inoltre la letteratura suggerisce che trattare i disturbi del sonno immediatamente dopo l’esposizione al trauma possa ridurre lo sviluppo o la severità del PTSD permettendo di consolidare e generalizzare l’estinzione delle memorie traumatiche (Socci et al. 2020). In particolare ripristinare il sonno REM, sulla base delle importanti funzioni che abbiamo visto appartenergli, può comportare un’appropriata estinzione delle paure nel PTSD, e può anche promuovere l’iniziale consolidamento delle memorie di paura, esercitando così un effetto opposto sulla reattività emotiva delle prime conseguenze del trauma. Ciò implica che l’individuazione di una precisa e strategica finestra temporale per il trattamento del sonno sia un punto di partenza importante per le future ricerche sui disturbi trauma-correlati.

La mente liberata (2020) l’ultimo libro scritto da Steven Hayes, fondatore dell’ACT – Recensione

La mente liberata, un testo adatto sia ad un pubblico non esperto, sia ai colleghi terapeuti, in quanto si propone di far comprendere le origini e l’evoluzione dell’ACT utilizzando termini e spiegazioni semplici e comprensibili e quindi ripetibili anche nel lavoro clinico con il paziente.

 

A dispetto del sottotitolo della versione italiana (Come trasformare il tuo pensiero e affrancarti dallo stress, ansia e dipendenze), questo testo offre un invito controtendenza, ovvero, la necessità di cambiare direzione e andare verso la sofferenza invece che evitarla e temerla, mediante la flessibilità psicologica. Essa consiste nel guardare in maniera non giudicante e compassionevole quelle parti di noi stessi e quegli aspetti della vita per i quali proviamo sofferenza, perché ciò che ha il potere di suscitare in noi tanto dolore è anche ciò che è maggiormente importante per noi.

Appunto al sottotitolo dell’edizione italiana

Chi ha letto la versione originale o comunque chi conosce anche solo un po’ l’ACT, avrà storto il naso o avrà sentito irrigidirsi qualche muscolo del corpo alla lettura del sottotitolo di questo libro: “Come trasformare il tuo pensiero e affrancarti da stress, ansia e dipendenze!” Questa frase non è presente nell’opera originale e non potrebbe essere altrimenti, dato che l’ACT non promette né permette di modificare i pensieri e soprattutto non ha nessuna intenzione di liberarci dalle sensazioni spiacevoli come l’ansia… tutt’altro! Come anticipato, il messaggio del libro e dell’ACT in generale è l’opposto: smettere di lottare con pensieri ed emozioni e utilizzare quel tempo ed energie liberate per andare verso ciò che riteniamo importante e che desideriamo.

Infatti, il sottotitolo originale è “How to Pivot Toward What Matters” e potrebbe essere tradotto in “Come reindirizzarsi verso ciò che conta” o “Come cambiare direzione verso ciò che conta”.

A tal riguardo, ritengo utile far notare che la parola “pivot” in questa edizione è sempre stata tradotta come “cardine”. In parte è sicuramente adatta a rappresentare i 6 processi fondamentali dell’ACT, ma in questo caso l’autore vuole trasmettere anche l’idea di movimento e di cambio di direzione e, quindi, il sostantivo potrebbe essere forse tradotto meglio come “perno” e il verbo “cambiare direzione verso”.

Autore

Sull’autore, Steven C. Hayes, non mi soffermerò più di tanto perché molti dei lettori lo conosceranno come l’originatore (parola sua, in caso contrario troveranno le informazioni nell’articolo a lui dedicato).

Attuale ma con radici lontane

Questo testo è molto recente, pubblicato in lingua originale nell’agosto del 2019 ma, allo stesso tempo, ha il pregio di basarsi su oltre 35 anni di ricerche scientifiche nell’ambito delle scienze del comportamento.

Per chi

Come anticipato, questo testo può essere definito altamente scientifico, considerando che ha un notevole sostegno bibliografico. Ma essendo un libro dedicato anche ai non addetti ai lavori, i riferimenti teorici sono riportati alla fine del testo e rendono quindi la lettura scorrevole e comprensibile per chiunque.

Adatto sia ad un pubblico non esperto, sia ai colleghi terapeuti, in quanto esso si propone di far comprendere le origini e l’evoluzione dell’ACT utilizzando termini e spiegazioni semplici e comprensibili e quindi ripetibili anche nel lavoro clinico con il paziente.

Contenuti

Nella parte 1 l’autore introduce l’approccio, spiegandoci da dove origina, da quali tradizioni teoriche deriva e come si differenzia dalle altre terapie, attraverso numerosi studi scientifici. Questa parte, ai non esperti potrebbe sembrare superflua o complessa, ma in realtà è molto utile per inquadrare il modello che viene proposto e capirne le intenzioni. Inoltre, il linguaggio utilizzato è comprensibile e non è difficile immedesimarsi in quello che viene descritto, grazie anche al fatto che Hayes si svela e ci racconta dei suoi momenti bui, del suo disturbo di panico e come sia nata da lì la sua ricerca che l’ha poi portato alla creazione del modello ACT.

Nella Parte 2, Hayes descrive i sei punti cardine dell’approccio in modo più approfondito, dedicando un capitolo a ciascuno, guidandoci attraverso questionari e esercizi pratici per ognuno:

  • Defusione – Mettere la mente al guinzaglio
  • Sé – Assumere la prospettiva dell’altro
  • Accettazione – Imparare dal dolore
  • Presenza – Vivere nel presente
  • Valori – Scegliere ciò che conta davvero
  • Azione – Impegnarsi nel cambiamento

Nella parte 3, vengono esplicitati e applicati i principi dell’ACT a una varietà di aspetti della vita tra cui comportamenti per un sano stile di vita, salute mentale, relazioni, vari tipi di prestazioni, per esempio quelle sportive, benessere spirituale e gestione delle malattie e disabilità.

Il messaggio

La vita non è un problema da risolvere, ma questo non vuol dire che dobbiamo trascinarci passivamente nella nostra quotidianità. Al contrario, questo testo è un invito all’azione, ma non un’azione tesa ad evitare la sofferenza, bensì volta a coltivare quello che conta per noi, a migliorare noi stessi e le nostre interazioni con gli altri e creare abitudini di vita sane e in linea con il tipo di persona che vorremmo essere.

La novità

In questo volume, Hayes introduce contenuti che possono risultare nuovi anche ai terapeuti già formati in ACT: il concetto di desiderio, bisogno e motivazione che sta alla base di ogni nostro comportamento inflessibile. Egli infatti spiega come ogni abilità promossa dall’ACT (i 6 processi fondamentali) serva a soddisfare i nostri desideri più sani e profondi, quelli che spesso, sfortunatamente, cerchiamo di appagare in maniera inflessibile e dannosa. Ogni modalità inflessibile con cui le nostre menti ci intrappolano in schemi dannosi di pensiero e di comportamento contiene al suo interno un desiderio sano, nascosto in profondità.

Stiamo facendo le cose sbagliate ma per le giuste ragioni, perché vogliamo che le nostre vite abbiano un valore.

I “pivot” dell’ACT ci permettono di reindirizzare quel desiderio nascosto verso un modo di essere più aperto e flessibile che può realmente soddisfare il desiderio stesso. Possiamo quindi sviluppare le nostre abilità di flessibilità così da poter vivere secondo i nostri valori e desideri.

La Mente Liberata vs La Trappola della Felicità

Spesso mi viene chiesto con quale testo iniziare a scoprire l’Acceptance and Commitment Therapy e sono tantissimi attualmente i libri ACT scritti anche per i non addetti ai lavori, però in Italia il più famoso è La Trappola della Felicità di Russ Harris. Questo lo consiglierei a chi non sappia ancora niente di ACT o a chi cerchi un libro prevalentemente pratico, esperienziale e potente nel fare provare l’approccio e iniziare ad allenare le abilità.

Suggerirei invece La Mente Liberata a chi avesse già qualche conoscenza dell’approccio e desiderasse comprendere le origini e il background scientifico, o anche a chi non pratica l’ACT, ma fosse curioso di saperne di più in modo scientifico, ma non troppo tecnico.

 

Disturbi specifici di apprendimento ed emozioni sperimentate

La comprensione delle problematiche legate ai disturbi specifici dell’apprendimento aumenta la possibilità di ciascun individuo di rendere il proprio apprendimento effettivo, tenendo sempre in considerazione le emozioni sperimentate.

 

I disturbi dell’apprendimento si riferiscono ad un insieme di disturbi neurologici che compromettono la capacità individuale di ricevere, immagazzinare, processare, recuperare o trasferire le informazioni e possono comportare problemi nell’ascoltare, nel parlare, nello scrivere, nel sillabare e organizzare le informazioni (Hammill, 1990). Tra i disturbi dell’apprendimento i più conosciuti e diffusi sono i disturbi specifici dell’apprendimento (LDs), quali la dislessia, la disgrafia e la discalculia (Cortiella & Horowitz, 2014).

Precedenti ricerche (Abrams, 1986; Bryan et al., 2004) hanno rilevato che i bambini con disturbi dell’apprendimento sperimentano problemi emotivi collegati alle loro difficoltà di apprendimento, vivono stati emotivi che penalizzano ulteriormente le loro capacità di apprendimento, soffrono maggiormente di solitudine e depressione rispetto ai loro coetanei senza LDs (Maag & Reid, 2006) e presentano deficit di attenzione, bassa self-confidence, iperattività, scarsa concentrazione, oltre che problemi relazionali con i pari (Hassan, 2015).

Tuttavia, recentemente, con la diffusione delle tecnologie di informazione e comunicazione (ICT) sono stati riportati dei significativi miglioramenti nella qualità di vita di questi individui, in quanto si è rilevato un aumento della motivazione e della produttività sia a casa che in classe (Adam & Tatnall, 2017) una riduzione delle emozioni negative associate alla loro particolare condizione ed un aumento dell’autostima (Adam & Tatnall, 2010).

A partire da queste premesse e alla luce della crescente sensibilità per tali tematiche, il presente studio (Ouherrou et al., 2019) si propone di approfondire i precedenti risultati indagando le emozioni sperimentate dai 42 partecipanti selezionati, confrontando le emozioni del gruppo sperimentale (con LDs) con quelle del gruppo di controllo (non LDs).

Entrambi i gruppi sono stati sottoposti allo svolgimento di un gioco educativo sviluppato da Benmarrakchi et al. (2017c), in cui sono presenti una serie di compiti specifici da svolgere, che sottendono specifiche abilità di apprendimento, ed attraverso l’utilizzo del riconoscimento dell’espressione facciale basato sulle reti neuronali convoluzionali (CNN; Hammoumi et al., 2018), è stato possibile rilevare i tipi di espressioni facciali (rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza, sorpresa e neutrale) usate da ciascun individuo durante lo svolgimento del compito e confrontare le emozioni dei due gruppi di bambini.

I risultati riportano che non sono presenti differenze significative tra le emozioni sperimentate dai bambini con LDs rispetto a quelli senza LDs, ma che ciascun bambino sperimenta emozioni diverse in base alla propria personalità e all’ambiente di apprendimento, indicando che l’ambiente fisico, oltre che il supporto emotivo e gli strumenti disponibili, sono importanti per facilitare l’apprendimento dei bambini, anche e soprattutto in quelle condizioni in cui ci sono dei disturbi dell’apprendimento.

In conclusione, l’attenzione per la valutazione e la comprensione di queste problematiche deve essere sempre crescente, in modo da dare la possibilità a ciascun individuo di rendere il proprio apprendimento effettivo, tenendo sempre in considerazione il riconoscimento dello stato emotivo per poter programmare i compiti di apprendimento in base ad esso.

 

Digital Phenotyping: sfide etiche e promesse di un nuovo strumento per il clinico – Psicologia Digitale

La digital phenotyping, la fenotipizzazione digitale, consiste nella raccolta e utilizzo di informazioni digitali che lasciamo online allo scopo di tracciare profili psicofisiologici. 

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 13) Digital Phenotyping: sfide etiche e promesse di un nuovo strumento per il clinico

Cos’è il Digital Phenotyping

 La raccolta di dati online – grazie a dispositivi come smartphone, wearable devices o assistenti vocali – al fine di identificare i comportamenti legati alla salute è una pratica definita con il termine fenotipizzazione digitale (Onnela & Rauch, 2016; Mohr et al., 2020).

Nata più di 15 anni fa nell’ambito dell’informatica, viene indicata in vari modi come ‘context sensing’, ‘reality mining’, ‘mobile sensing’, ‘behavioral sensing’ e ‘personal sensing’; ma è solo con le prime pubblicazioni in ambito medico, a partire dal 2015, che si è cominciato a parlare di ‘fenotipizzazione digitale’, digital phenotyping, anche se per alcuni è preferibile il termine ‘personal sensing’ poiché fa un chiaro riferimento alla natura personale dei comportamenti e degli stati che vengono rilevati (Mohr et al., 2017; Mohr et al., 2020). I dati raccolti possono essere attivi o passivi a seconda che l’utente li inserisca attivamente o siano solo rilevati dal dispositivo.

La tutela dei dati personali

Non dovremmo più stupirci di quanti e quali dati vengono raccolti ma concentrarci su come utilizzarli e come approcciarci al loro utilizzo in maniera ottimale (Stanghellini e Leoni, 2020). Tracciare e conservare dati personali solleva sfide e rischi di carattere etico: come preservare la privacy in modo efficace? Per esempio, anche se i pazienti acconsentono a far monitorare il loro smartphone, c’è piena trasparenza e una profonda comprensione di quali dati saranno raccolti e come questi dati saranno utilizzati?

Alcuni di questi interrogativi possono avere soluzioni tecniche come mantenere i dati in locale e non in cloud, oppure come il servizio Takeout di Google che consente di conoscere e scaricare i dati personali condivisi, garantendo quindi la trasparenza per l’utente (Insel, 2018). Ci sono poi piattaforme nate in ambito scientifico (ad esempio, Beiwe, Purple Robot e Monsenso) che rispettando la privacy consentono la raccolta di dati in maniera efficace ai fini di studio e integrazione con gli interventi clinici (Huckvale et al., 2019).

E gli interventi terapeutici?

Stanghellini e Leoni (2020) sostengono che ci sia il rischio di de-materializzazione, di mettere da parte la relazione che è parte integrante del processo terapeutico. Se la fenotipizzazione digitale è un’opportunità per ampliare le conoscenze sui disturbi, il loro decorso e il loro esito, e un mezzo per monitorare i pazienti, trattandoli in modo tempestivo e continuo nel tempo, è pur vero che operare a distanza implica alcuni accorgimenti.

Uno dei timori infatti è che ci si concentrerà su comportamenti ed indici numerici piuttosto che sulla loro eziologia biologica o psicologica, tralasciando la comprensione del paziente. Focalizzati sul potere predittivo di queste tecnologie, i clinici rischiano di tralasciare lo studio e l’analisi qualitativa delle cause. Anche per i pazienti possono esserci dei rischi, come focalizzarsi eccessivamente sul monitoraggio alimentando paure eccessive e interpretazioni erronee di sintomi (ipocondria cibernetica).

Insel (2018) invece parla di problemi specifici ai quali il digital phenotyping può rispondere. Per esempio, le informazioni riportate direttamente dal paziente possono essere non accurate e obiettive; grazie a questo approccio invece abbiamo una misurazione oggettiva ed ecologica, nel contesto dell’esperienza vissuta. Inoltre, si può intercettare il bisogno di chi non cerca esplicitamente un supporto, come per coloro che arrivano all’attenzione del clinico a disturbo già conclamato; o ancora, aiutare a prevenire ricadute, andando a fornire segnali anticipatori. Attraverso raccolta e analisi di dati si può arrivare a promuovere comportamenti virtuosi, identificare condizioni non diagnosticate o la necessità di modifiche al trattamento, progettare interventi su misura, coinvolgere il paziente e monitorare il trattamento.

La promessa della fenotipizzazione digitale

Il rilevamento sistematico delle nostre impronte digitali ha un enorme potenziale. La fenotipizzazione digitale può dare un contributo valido in prevenzione, screening e diagnosi precoce, monitoraggio e trattamento: migliorare la comprensione dei disturbi e delle loro manifestazioni; fornire trattamenti mirati; raccogliere osservazioni obiettive; facilitare l’identificazione precoce di un problema; integrare i dati raccolti nei trattamenti (Huckvale et al., 2019).

Bisogna partire da un approccio multidisciplinare in cui medicina, psicologia e informatica collaborino nello sviluppare strumenti per la raccolta dati che tutelino la privacy e siano funzionali ed efficaci alla ricerca e pratica clinica; ancora, rendere la fenotipizzazione digitale oggetto di studi su vasta scala al fine di individuare standard e protocolli generalizzabili e poter combinarla con gli interventi digitali.

Come per tutti gli strumenti, rimane alla sensibilità clinica del terapeuta farne buon uso in maniera responsabile e nel modo più efficace possibile.

 


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY

ISCRIZIONI APERTE >> Clicca qui per scoprirne di più

ECDP 2021 Virtual Forum - Banner 1600x900

Monogamia e tradimenti: diversità di genere, due premesse – Una serie di Roberto Lorenzini

Oggi pubblichiamo il terzo lavoro della serie di Roberto Lorenzini, dedicata al tema della monogamia e delle sue implicazioni psicologiche, affettive, relazionali e, perché no, sessuali. Lorenzini propone una tesi forte: la monogamia non funziona. E prosegue il suo racconto esplorando le diversità di genere rispetto alla monogamia.

MONOGAMIA E TRADIMENTI(Nr. 3 ) Diversità di genere, due premesse

 

a. Premessa nel mondo animale

In natura ciò che decreta il successo evolutivo di una specie è la massima prolificità che sembra declinarsi in due spinte apparentemente contrapposte: avere più partner possibili e restare con lo stesso partner per tutto il tempo necessario perché la prole possa cavarsela da sola. Tempo che nella specie umana originariamente e biologicamente era di alcuni anni e nella società attuale è divenuto di alcuni decenni.

Naturalmente uno dei due obiettivi è più compatibile con la monogamia, restare con lo stesso partner per tutto il tempo necessario perché la prole possa cavarsela da sola, mentre l’altro meno, avere più partner possibili. Rispetto a questi due obiettivi i generi maschile e femminile possono porsi in maniera differente. Per capire questa differenza, è importante prima introdurre qualche dato sul mondo animale.

Sappiamo che la monogamia è massima fra gli uccelli, si stima il 90% delle specie, la cui prole necessita di entrambi i genitori per sopravvivere, mentre è rara fra i mammiferi con diversificazione tra i gruppi. In alcune specie di uccelli i due partner possono tradirsi a vicenda aumentando la propria fitness riproduttiva, senza però minare la stabilità della coppia, che coverà anche le uova derivate dall’inseminazione di altri maschi (copulazione extraconiugale). Specie di animali più noti per essere di tipo monogamo sono: pinguino imperatore (mentre uno ricerca cibo l’altro bada ai piccoli), alcuni lupi (ma il branco ha una dinamica molto complessa, con individui alfa a maggiore libertà e con accoppiamenti con individui sottomessi oltre che col partner alfa) l’orso, lo sciacallo, il panda, la rondine, il tasso, il gerbillo, il falco, l’aquila, la sula, il cavalluccio marino, il cigno, il corvo, la volpe, alcuni tipi di pappagallo tra cui i cosiddetti, appunto “inseparabili”.

b. Premessa nella vicenda riproduttiva

Torniamo ora alla diversità di genere. Certamente nella nostra attuale cultura, ma non ancora in tutto il mondo, le differenze sessuali vanno via via attenuandosi e i ruoli tradizionali perdono d’importanza: uomini e donne possono fare le stesse cose, hanno gli stessi diritti, almeno sulla carta, e sono liberi di scegliere come vivere la propria esistenza. Ma siamo proprio sicuri che il loro sentire rispetto al legame affettivo, alla sessualità e al tradimento sia esattamente lo stesso?

Paragonata ad un’ora di tempo la storia evoluzionistica della specie umana dalla sua comparsa sulla terra ad oggi, il periodo storico di cui si hanno testimonianze rappresenta non più degli ultimi due minuti mentre altri 58 minuti sono la preistoria: il tempo in cui vivevamo come cacciatori e raccoglitori. È proprio in quel periodo lunghissimo che si sono selezionati quei meccanismi comportamentali ed emotivi che ancora ci portiamo appresso e che se sono stati efficienti e utilissimi a garantirci la sopravvivenza per milioni di anni, oggi spesso costituiscono uno scomodo fardello in un mondo decisamente diverso da quello in cui si sono plasmati (Harari 2018 A, 2018 B.)

La nascita della vita coincide con la nascita della prima molecola in grado di replicarsi: chi si replica di più sfruttando le opportunità dell’ambiente in cui si trova lo colonizza e prolifera: in ciò consiste il cosiddetto successo evolutivo. I geni hanno il solo scopo di produrre quante più possibili repliche di se stessi: più un gene è in grado di replicarsi, più di generazione in generazione, si afferma e si diffonde riducendo la presenza dei geni concorrenti, almeno fino a quando un cambiamento dell’ambiente renda più avvantaggiato un altro gene. I geni che hanno successo sono quelli che producono organismi che li contengono che siano in grado di sopravvivere a lungo in un certo ambiente e sappiano produrre più figli possibili (S. Pinker 1997,2006). Naturalmente gli organismi non sono affatto consapevoli di questa intenzionalità dei geni: non mangiamo per sopravvivere, ma perché il cibo è buono ed anzi spesso mangiamo così tanto e male che limitiamo la nostra sopravvivenza, ma l’importanza che per tutti i viventi ha l’alimentazione ha selezionato individui che avessero una forte appetizione per il cibo (Dawkins 1976).

I mammiferi, e tra essi gli esseri umani, in genere non fanno l’amore per fare figli ed anzi spesso si danno da fare perché tale esito non si verifichi, ma perché ciò è molto piacevole. L’inganno dei geni sta proprio qui: connotare di piacere e interesse attività utili ai fini della loro replicazione. Gli organismi che più provavano piacere a fare sesso, sono stati più motivati a farlo, lo hanno effettivamente fatto di più e i loro geni si sono diffusi a scapito di quelli che avevano scarso interesse per tale attività. Che un certo comportamento o modo di sentire si sia selezionato e dunque diffuso tra tutti gli individui di una specie vuol dire semplicemente che la sua presenza comporta un vantaggio riproduttivo almeno nell’ambiente in cui tale selezione è avvenuta; non vuol dire invece che lo scopo riproduttivo o altri scopi specifici e parziali orientati in tal senso (corteggiare un partner, sopraffare i rivali, proteggere dal tradimento, accudire la prole) siano rappresentati nella mente del soggetto. Spesso e volentieri l’individuo non ha nessuna intenzione di perseguire tali obiettivi o addirittura vuole esattamente l’opposto e ovviamente può farlo, ma la sua struttura è stata selezionata per perseguire, di default, lo scopo replicativo.

Naturalmente ciò che si verifica in natura, ciò che è naturale e spontaneo non è per questo buono e da perseguire. Altrimenti si giustificherebbero comportamenti aggressivi, di discriminazione tra i sessi o di sopraffazione dei deboli che sono inaccettabili per la nostra sensibilità. In realtà la caratteristica peculiare dell’uomo non è di assecondare la sua natura, ma di svincolarsi dai suoi legacci; la natura più caratterizzante dell’essere umano è proprio di non essere naturale, di poter decidere i propri comportamenti e addirittura di modificare consapevolmente l’ambiente alla cui pressione selettiva sottoporsi. La selezione culturale che emerge dalla selezione naturale finisce per sopravanzare e condizionare la prima. Per compiere questa operazione squisitamente umana non è necessario negare la nostra origine animale, far finta che non ci sia, ma anzi è proficuo riconoscerla per poterne tenere conto e gestirla culturalmente. Come già accennato precedentemente che ci piaccia o no per quanto riguarda la sessualità gli uomini e le donne sono diversi nei comportamenti e nel sentire perché nella loro storia evoluzionistica, e non state a guardare gli ultimi tre secondi che rappresentano il nostro secolo, ciò che era vantaggioso e adattivo per un sesso non lo era altrettanto per l’altro. Il risultato è che si sono selezionati stili di comportamento e attitudini diverse che tuttora sono iscritte dentro di noi e influenzano le nostre emozioni e talvolta anche il nostro comportamento mettendo in seria difficoltà o addirittura sconfiggendo la nostra razionalità, le scelte consapevoli e il patrimonio di valori in cui crediamo.

 

Il vissuto psicologico del bambino chirurgico: persone coinvolte e fattori protettivi

La degenza in ospedale implica cure e terapie, significa relazioni con persone sconosciute e alle quali bisogna affidarsi, ma, soprattutto, comporta la separazione dal nucleo familiare e l’ingresso in un ambiente diverso. Quando si tratta di bambini, tutto ciò influenza lo sviluppo emotivo, cognitivo, affettivo e relazionale, portando, inoltre, a modificazioni dell’immagine di sé e del proprio corpo.

Giulia Bresciani – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi e Ricerca Mestre

 

Ci sono eventi della vita che segnano profondamente lo sviluppo del bambino e che necessitano di attenzione e cura da parte delle persone coinvolte, tra questi troviamo l’iter chirurgico.

A partire dagli anni ’30 Anna Freud iniziò ad occuparsi del concetto di malattia cronica e di come questo può interferire con lo sviluppo del bambino.

L’ingresso in ospedale e il periodo di ricovero diventano per il bambino delle situazioni nuove, alle quali deve adattarsi, sia da un punto di vista fisico che psicologico. Come riportato da Falck nel 1987 “l’ospedale è come un paese straniero alle cui abitudini, lingua e orari devono imparare ad adattarsi”, infatti, la degenza implica cure e terapie, significa relazioni con persone sconosciute ed alle quali bisogna affidarsi, ma, soprattutto, comporta la separazione dal nucleo familiare e l’ingresso in un ambiente diverso. Tutto ciò influenza lo sviluppo emotivo, cognitivo, affettivo e relazionale, portando, inoltre, a modificazioni dell’immagine di sé e del proprio corpo. Se immaginiamo quindi, lo sviluppo di un bambino come una linea retta dobbiamo pensare all’ospedalizzazione ed all’intervento chirurgico come ad un’interruzione di questa.

È necessario quindi, affrontare e gestire nel modo più adeguato possibile questo momento, rendendo la malattia un’occasione di crescita e maturazione.

Il momento del ricovero è un’esperienza nuova che il bambino deve assimilare velocemente e che inevitabilmente separa il prima dal dopo.

Sono diverse le dimensioni nelle quali si può sviluppare una condizione di rischio:

  • La dimensione affettiva: si riferisce alla regolazione emotiva, alla percezione che il bambino ha della malattia e conseguentemente di sé. È necessario il supporto allo sviluppo dell’intelligenza emotiva e soprattutto alla creazione di uno spazio, esterno ed interno, che permetta al bambino di esprimersi.
  • La dimensione relazionale: si riferisce all’alterazione della relazione con l’altro e con la propria identità sociale. Bisogna tenere presente che il momento del ricovero e dell’intervento chirurgico comporta la deprivazione familiare, dagli amici, dal contesto scolastico.
  • La dimensione del corpo: il ricovero e soprattutto l’intervento chirurgico comporta un’alterazione dell’immagine di sé e della percezione del proprio corpo, portando a sentimenti di autosvalutazione e inadeguatezza.
  • La dimensione cognitiva: si riferisce ad alterazioni sul piano dell’apprendimento e delle strategie di coping. Il ricovero modifica sia le condizioni esterne che interne al bambino, incidendo sul tono dell’umore e sulla motivazione.

Diversi studi hanno dimostrato che la mancanza di controllo sull’ambiente ospedaliero e sulle procedure mediche imminenti è una delle principali fonti di stress, che può causare una notevole ansia ai bambini ricoverati in ospedale.

A tal proposito, una recente revisione della letteratura, condotta da Gabriel e colleghi (2018), ha preso in esame 11 studi che hanno analizzato il vissuto psicologico ed i bisogni dei bambini e dei loro genitori all’interno di un contesto chirurgico. Complessivamente, sono stati considerati diversi trattamenti chirurgici: chirurgia cardiaca, chirurgia dell’orecchio, del naso e della gola, chirurgia ortopedica, circoncisione, chirurgia dentale e chirurgia ambulatoriale elettiva. Dal punto di vista psicologico, i diversi studi hanno individuato la presenza di ansia, depressione, paura, stress, sofferenza post-operatoria, trauma psicologico ed il decremento generale del benessere non sono nel bambino stesso, ma anche nei suoi genitori. Nel caso specifico delle figure di riferimento, questi vissuti emotivi sembrano riflettere la mancanza di informazioni, consigli e strategie di coping per affrontare al meglio l’intervento chirurgico del figlio. Gli autori sottolineano però la forte interconnessione che esiste tra l’esperienza del bambino e quella dei suoi genitori, portando l’attenzione alla necessità di uno stretto monitoraggio psicologico del genitore al fine di intervenire indirettamente anche su quello del bambino: i genitori fanno da modello ai propri figli, anche rispetto alle abilità di regolazione emotiva.

Un altro aspetto importante è lo sviluppo di ricordi negativamente distorti, compresi i ricordi del dolore. In uno studio di Fischer e colleghi (2019) gli autori hanno indagato, in un campione di bambini che hanno subìto un intervento chirurgico di tonsillectomia, quanto l’esperienza di ansia dei genitori e dei figli influisce sullo sviluppo di ricordi dolorosi. A tal proposito, ricerche precedenti (Noel et al., 2015) hanno dimostrato che gli adolescenti i cui genitori tendevano a ruminare maggiormente sul dolore del loro figlio prima dell’intervento chirurgico e quindi ad amplificare il valore della minaccia, successivamente, sviluppavano ricordi del dolore più negativamente distorti. Inoltre, queste memorie del dolore influenzate negativamente ponevano i bambini/ragazzi ad un più alto rischio di esiti di dolore post-operatorio. I risultati dello studio di Fischer e colleghi (2019) hanno rivelato che l’ansia dei genitori, ma non quella dei figli, prima dell’intervento chirurgico, contribuisce allo sviluppo di pregiudizi negativi legati alla paura del dolore nei ricordi dei bambini dopo un mese dall’intervento. In particolare, livelli più elevati di ansia genitoriale hanno influenzato i bambini nel ricordare livelli più elevati di paura legata al dolore rispetto a quanto inizialmente veniva riportato da loro stessi, tramite la somministrazione di alcuni questionari pre-intervento chirurgico. Gli autori inoltre riportano che i genitori più ansiosi usano un linguaggio che si concentra sui dettagli dolorosi e angoscianti dell’esperienza del bambino e ciò può incidere nella costruzione di ricordi negativamente distorti. Lo sviluppo della paura e dell’angoscia legate al dolore nei giovani è una delle principali preoccupazioni per la loro salute, poiché i bambini che hanno paura del dolore legato alle procedure (es. anestesia) possono crescere fino a diventare adulti che scelgono di evitare il dolore mettendo a rischio sia loro stessi che gli altri. Questi risultati sottolineano la necessità di lavorare ed indirizzare l’ansia dei genitori e di migliorare la gestione del dolore post-operatorio per modificare i ricordi dei bambini piccoli rispetto alla paura legata al dolore e per migliorare potenzialmente le traiettorie del dolore dei bambini.

Ciò che emerge dai lavori citati è che durante l’ospedalizzazione si manifestano stati d’ansia, non solo nei bambini, ma anche nei loro genitori, e che questi possono influire sia sulla percezione della malattia stessa che delle sensazioni di dolore post-operatorie. L’ansia e le conseguenti modalità di comunicazione possono inoltre contribuire alla creazione di ricordi distorti negativamente che non solo incidono sul bambino nel momento del ricovero e dell’intervento chirurgico, ma che possono avere anche un’influenza a lungo termine, determinando come deciderà di prendersi cura di sé stesso. Rispetto al trattamento dei disturbi d’ansia, sia negli adulti che negli adolescenti, le linee guida di trattamento raccomandano la terapia cognitivo comportamentale (CBT) e l’utilizzo degli inibitori selettivi della ri-captazione della serotonina (SSRI) come trattamenti di prima linea. Diversi studi nel corso dell’ultimo decennio indica che la CBT fornisce un trattamento efficace per l’ansia infantile (Sigurvinsdottir et al., 2020). È possibile quindi intervenire sull’intero nucleo familiare, sia nella fase preoperatoria, durante il ricovero e nel post-operatorio al fine di aiutare nell’elaborazione e nella modifica di pensieri ed emozioni che incidono sullo sviluppo emotivo e cognitivo del bambino.

L’importanza di creare uno spazio di gioco e la presenza di personale qualificato e volontario

Negli anni ‘50 Renata Gaddini fu la prima a segnalare i rischi del distacco del bambino dal suo ambiente familiare e ad evidenziare la necessità di salvaguardare il bambino da separazioni in caso di malattia e necessità di ricovero. È proprio per questo motivo che in Italia si inizia a porre maggiore attenzione ai bambini ospedalizzati offrendo diversi servizi come l’assistenza scolastica, il soggiorno dei genitori ed uno spazio dedicato al gioco.

Come già anticipato, il ricovero in ospedale può essere un’esperienza minacciosa e stressante per i bambini, a causa della scarsa familiarità con l’ambiente e le procedure mediche e dell’inconsapevolezza delle ragioni del ricovero. Tutto ciò, può provocare nei bambini rabbia, incertezza, ansia e sentimenti di impotenza (Li et al., 2016).

L’ansia è la più comunemente riportata tra queste risposte negative e alti livelli di ansia possono essere dannosi per la salute dei bambini, sia da un punto di vista psicologico che fisiologico. L’eccessiva ansia ostacola inoltre i bambini nell’affrontare le cure mediche, aumenta il loro comportamento poco collaborativo e le emozioni negative nei confronti dei professionisti che in quel momento si prendono cura del bambino.

Un altro aspetto importante è che il livello di attività fisica dei bambini ospedalizzati è intrinsecamente limitato e quindi i loro mezzi per dare un senso al mondo che li circonda sono determinati. (Rokach, 2016). I bambini ricoverati tendono a svolgere meno attività ludiche e quando giocano, il loro gioco è caratterizzato da temi ripetitivi e solitari.

Il coinvolgimento in attività ludiche durante il ricovero in ospedale può migliorare le capacità di gestione dei bambini e alleviare il loro stress, portando ad un migliore adattamento psicosociale sia alla loro malattia che al ricovero ospedaliero. (Li et al., 2016)

Attraverso il gioco, i bambini hanno l’opportunità di sviluppare la padronanza di sé e dell’ambiente e di migliorare la loro comprensione del mondo.

Nel lavoro di Li e colleghi (2016), gli autori hanno dimostrato che la play-intervention ha dato ai bambini l’opportunità di praticare le routine mediche o infermieristiche attraverso il gioco e ha permesso loro di interagire attivamente con l’ambiente in modo non minaccioso.

A tal proposito è necessaria la presenza, non solo di personale qualificato e dedicato come gli psicologi all’interno dei reparti ospedalieri, ma risulta fondamentale la presenza dei volontari che dedicano il loro tempo e la loro persona alle attività con i bambini.

I volontari nei reparti aiutano a portare all’interno ciò che continua ad esserci all’esterno, aiutando il bambino attraverso il gioco a normalizzare e rielaborare la situazione in cui sta vivendo. Inoltre, supportano i genitori permettendogli di avere uno spazio proprio, in un momento in cui sono focalizzati unicamente sul loro bambino.

Come già anticipato, il benessere del bambino non dipende unicamente da lui stesso, ma i genitori giocano un ruolo fondamentale: tanto più i genitori vivono un vissuto di stress, tanto maggiore sarà tale vissuto anche nei bambini. Inoltre, un ulteriore fattore di stress da considerare potrebbe essere collegato alla necessità di andare in un’altra città per le cure del proprio figlio. In Italia fortunatamente, sono diverse le realtà Associative che si prendono cura dell’intero nucleo familiare, offrendo ospitalità alle famiglie. Per quanto riguarda nello specifico i bambini chirurgici di cui abbiamo trattato finora porto l’esempio di A.B.C. Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo Onlus che opera all’interno dell’IRCCS Burlo Garofolo, affinché questi bambini e le loro famiglie possano trovare il sostegno e l’aiuto necessari per affrontare più serenamente l’ospedalizzazione e il percorso di cura. Questa Associazione di volontariato, così come altre, offre diversi servizi alle famiglie, legati a tutte le necessità evidenziate fino ad ora, tra cui: l’ospitalità gratuita in appartamenti dedicati e pensati ad hoc per le famiglie; la presenza dei volontari in reparto, al fine di allietare il tempo del bambini e come già detto, di aiutarli a creare un loro spazio; un servizio di sostegno emotivo in reparto al fine di affiancare le famiglie ed accogliere le loro preoccupazioni, supportandole passo dopo passo; il supporto psicologico dalla diagnosi prenatale, progetto realizzato in collaborazione con l’IRCCS Materno Infantile Burlo Garofolo. Tale progetto consiste nella presenza di uno psicoterapeuta qualificato, che affianchi la famiglia fin dalla prima ecografia in cui viene diagnosticata una malformazione restando vicino ai genitori durante tutto il percorso di cura.

Sono molteplici le realtà italiane come A.B.C. Burlo Onlus, che sostengono e supportano le famiglie in un momento così delicato come il ricovero chirurgico.

Conclusione

In conclusione, così come riportato da Gabriel e colleghi (2018) l’esperienza chirurgica può incidere sul bambino sia da un punto di vista psicologico che comportamentale (es. disturbi del comportamento, disturbo d’ansia da separazione..) e questi a loro volta possono incidere su diversi outcome di tipo medico (es. aumento della percezione del dolore, bassi livelli di benessere generale).  È quindi importante considerare tutti questi aspetti ed intervenire precocemente ed in maniera preventiva sullo sviluppo di tali difficoltà.

Inoltre, ciò che emerge dalla letteratura è che gli ospedali pediatrici devono andare oltre l’aspetto medico della cura delle malattie, ma devono migliorare le implicazioni del disagio ospedaliero sui bambini, fornendo comunicazione, sostegno ed empatia.

Si è visto inoltre come il gioco sia di fondamentale importanza per la vita dei bambini e come sottolineano Li ed i suoi colleghi (2016), non dimentichiamo che i bambini hanno bisogno di giocare anche quando sono malati.

È fondamentale quindi la co-presenza di personale professionale dedicato, come gli psicologi, che possa supportare l’intero nucleo familiare durante il periodo del ricovero e dell’intervento chirurgico: intervenendo sugli aspetti emotivi del bambino e dei suoi genitori, aiutando nello sviluppo dell’intelligenza emotiva e supportando nell’elaborazione del momento; così come la presenza di personale non qualificato, come i volontari, che si dedica al bambino permettendo la creazione di un suo spazio di gioco, dove il bambino può esprimersi e liberare la mente da pensieri e preoccupazioni, anche solo per un breve periodo di tempo.

Per concludere, quindi, come riportato da Rokach (2016), i bambini ricoverati in ospedale sono comunemente confusi, spaventati e hanno bisogno di sostegno, rassicurazione, spiegazione di ciò a cui saranno esposti, ma, soprattutto, hanno bisogno di essere riconosciuti come persone che desiderano essere trattate non solo come “corpi”, ma come esseri umani con emozioni, dolore, malattia e preoccupazioni.

Ed è proprio ricollegandomi a quanto appena riportato che desidero concludere con questa poesia:

 

Io devo essere chiamato per nome:
Chiara, Mohammed, Antoine o Simone. E poi… chiamatemi con un sorriso,
dite il mio nome guardandomi in viso! ……………
Mi chiamo Asad, e un “leone” mi sento.
Mi chiamo Brigit, “la forte”, stai attento!
Mi chiamo Carmela, che vuol dire “giardino”.
Mi chiamo Luciana, “nata al mattino”.
Mi chiamo Wefo, “cavallo”, ti piace?
Io Kemirembe, “che porta la pace”.
E se mi chiamassi VATTELAPESCACOME….
Io devo essere chiamato per nome!  (Sarfatti, Fatus)

 

Credenze metacognitive nel Binge Eating Disorder – PARTECIPA ALLA RICERCA

Gentile partecipante,

stiamo conducendo una ricerca sulle metacognizioni relative al cibo, ovvero sui pensieri sui nostri pensieri relativi al cibo. La partecipazione è volontaria e non ti costerà nulla se non un po’ di tempo.

 

Binge Eating Disorder e Metacognizione

Il Binge Eating Disorder è caratterizzato da ricorrenti episodi di abbuffata, che consistono nel mangiare in un dato periodo di tempo una quantità di cibo maggiore rispetto a quanto la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili; l’abbuffata è caratterizzata dalla sensazione di perdere il controllo durante l’episodio e spesso è associata a disgusto verso se stessi, depressione o senso di colpa dopo l’episodio (APA, 2013).

In letteratura sono stati proposti numerosi modelli psicologici per i disturbi alimentari e in particolare per il Binge Eating Disorder, molti dei quali focalizzati sul ruolo del limite di quantità alimentare, sulla scarsa autostima, sulla scarsa tolleranza alla sofferenza, su una sopravvalutazione del proprio peso corporeo e della propria forma, e sulle specifiche metacognizioni che invalidano la persona. È perciò particolarmente importante valutare e riconoscere le convinzioni metacognitive che stanno alla base dello sviluppo e del mantenimento del Binge Eating Disorder, affinché il trattamento psicologico possa essere utile ed efficace nel tempo (Covolan, 2020).

In particolare Cooper, Wells e Todd (2008) hanno identificato tre tipi di convinzioni metacognitive che sarebbero tipiche del Binge Eating Disorder: credenze positive, credenze negative e credenze permissive sul cibo (Covolan, 2020).

L’intervento rivolto a questi pazienti non può essere semplicemente nutrizionale o chirurgico, ma è necessario un intervento integrato che preveda anche un percorso psicoterapeutico, volto a intervenire sulle aree più problematiche utilizzando le strategie cognitive e/o le tecniche comportamentali più opportune nei diversi momenti della terapia (Tosi, 2017). Per poter condurre un intervento efficace è però necessario ampliare le conoscenze ad oggi disponibili sul disturbo attraverso ricerche sperimentali come quella oggetto dello studio in corso.

Perché dovresti partecipare?

Mentre i comportamenti sul cibo sono un argomento ampiamente studiato, questo studio esamina il valore che attribuiamo alla metacognizione sul cibo. Sviluppando una migliore comprensione dei pensieri sui nostri pensieri relativi al cibo, possiamo sviluppare interventi adeguati per le persone la cui metacognizione ha un impatto significativamente negativo sulla loro vita.

La partecipazione alla ricerca comporterà la compilazione di alcuni questionari che non ti dovrebbe richiedere più di 15 minuti. Non saranno richieste informazioni identificabili e tutti i dati rimarranno anonimi e riservati. Se in qualsiasi momento desideri ritirarti dalla partecipazione, puoi semplicemente chiudere il browser prima di completare i questionari e i dati non verranno raccolti.

Ti saremmo molto grati se potessi aiutarci con il nostro progetto. In caso di domande, non esitare a contattarci.

Ti saremmo grati se inoltrassi questo link a colleghi, amici e/o familiari per raggiungere quante più persone possibili.

Ti ringraziamo anticipatamente per il tuo tempo.

 

PER ACCEDERE AI QUESTIONARI >> CLICCA QUI

Sistema immunitario, cervello e comportamento

Una nuova ricerca condotta presso la Washington University School of Medicine di St. Louis ha indagato la relazione tra mente e corpo, nello specifico tra sistema immunitario e cervello.

 

L’esperimento è stato condotto sui topi, i ricercatori hanno scoperto che le cellule immunitarie che circondano il cervello producono una molecola che viene poi assorbita dai neuroni e che sembrerebbe essere necessaria per la messa in atto del normale comportamento (Alves de Lima et al., 2020).

I risultati, pubblicati il ​​14 settembre su Nature Immunology, indicano che gli elementi del sistema immunitario influenzano sia la mente che il corpo e che la molecola immunitaria IL-17 potrebbe essere un collegamento chiave tra i due (Alves de Lima et al., 2020).

Il cervello e il corpo non sono così separati come si pensa; la molecola immunitaria – IL-17 – è prodotta da cellule immunitarie che risiedono in aree intorno al cervello e potrebbe influenzare la funzione cerebrale attraverso le interazioni con i neuroni. I ricercatori stanno esaminando se troppo o troppo poco di IL-17 potrebbe essere collegato all’ansia nelle persone (Alves de Lima et al., 2020).

IL-17 è una citochina, una molecola di segnalazione che orchestra la risposta immunitaria all’infezione attivando e dirigendo le cellule immunitarie. IL-17 è stato anche collegato all’autismo negli studi sugli animali e alla depressione nelle persone (Alves de Lima et al., 2020).

Il modo in cui una molecola immunitaria come l’IL-17 possa influenzare i disturbi cerebrali, tuttavia, è un mistero, poiché nel cervello le poche cellule immunitarie che vi risiedono non producono IL-17. Ma Kipnis, insieme al primo autore e ricercatore post-dottorato Kalil Alves de Lima, PhD, si è reso conto che i tessuti che circondano il cervello pullulano di cellule immunitarie, tra cui una piccola popolazione nota come cellule T gamma delta che producono IL-17. Hanno quindi deciso di determinare se le cellule T gamma-delta vicino al cervello hanno un impatto sul comportamento.

Usando i topi, hanno scoperto che le meningi sono ricche di cellule T gamma-delta e che tali cellule, in condizioni normali, producono continuamente IL-17, riempiendo i tessuti che circondano il cervello con IL-17 (Alves de Lima et al., 2020).

Per determinare se le cellule T gamma-delta o l’IL-17 influenzassero o meno il comportamento, i topi sono stati sottoposti a test di memoria, comportamento sociale e ansia. I risultati mostrano che i topi privi di cellule T gamma-delta o IL-17 erano indistinguibili da quelli con un sistema immunitario normale su tutte le misure tranne l’ansia. In natura, i campi aperti lasciano i topi esposti a predatori come gufi e falchi, quindi hanno sviluppato la paura degli spazi aperti. I ricercatori hanno condotto due test separati che prevedevano di dare ai topi la possibilità di entrare nelle aree esposte. Mentre quelli con quantità normali di cellule T gamma-delta e livelli di IL-17 si sono mantenuti per lo più sui bordi più protettiti e in aree chiuse, i topi senza cellule T gamma-delta o IL-17 si sono avventurati nelle aree all’aperto, un intervallo di vigilanza che i ricercatori hanno interpretato come diminuzione dell’ansia (Alves de Lima et al., 2020).

Inoltre, gli scienziati hanno scoperto che i neuroni nel cervello hanno recettori sulla loro superficie che rispondono all’IL-17. Quando gli scienziati hanno rimosso quei recettori in modo che i neuroni non potessero rilevare la presenza di questa molecola, i topi hanno mostrato meno vigilanza. I risultati suggeriscono che i cambiamenti comportamentali non sono un sottoprodotto ma una parte integrante della comunicazione neuroimmune (Alves de Lima et al., 2020).

Sebbene i ricercatori non abbiano esposto i topi a batteri o virus per studiare direttamente gli effetti dell’infezione, hanno iniettato negli animali il lipopolisaccaride, un prodotto batterico che suscita una forte risposta immunitaria. Le cellule T gamma-delta nei tessuti intorno al cervello dei topi hanno prodotto più IL-17 in risposta all’iniezione. Quando gli animali sono stati trattati con antibiotici, tuttavia, la quantità di IL-17 è stata ridotta, suggerendo che le cellule T gamma-delta potrebbero rilevare la presenza di batteri normali come quelli che compongono il microbioma intestinale, nonché specie batteriche invasori, e rispondere in modo appropriato per regolare il comportamento (Alves de Lima et al., 2020).

I ricercatori ipotizzano che il legame tra il sistema immunitario e il cervello potrebbe essersi evoluto come parte di una strategia di sopravvivenza su più fronti. Una maggiore vigilanza potrebbe aiutare i roditori a sopravvivere a un’infezione scoraggiando comportamenti che aumentano il rischio di ulteriori infezioni.

Il sistema immunitario e il cervello si sono molto probabilmente co-evoluti, molecole speciali che ci proteggono sia a livello immunologico che a livello comportamentale rappresentano una strategia intelligente per proteggerci dalle infezioni. Questo è un buon esempio di come le citochine, che sostanzialmente si sono evolute per combattere i patogeni, agiscono anche sul cervello e modulano il comportamento.

I ricercatori stanno ora studiando come le cellule T gamma-delta nelle meningi rilevano i segnali batterici da altre parti del corpo, e come la segnalazione di IL-17 nei neuroni si traduce in cambiamenti comportamentali (Alves de Lima et al., 2020).

 

Lo psicologo “Google” e l’e-therapy – Lo psicologo del futuro

Nell’arco del 2019-2020 è stato condotto uno studio allo scopo di analizzare la frequenza delle ricerche sul web inerenti più di cento sintomi. Dai risultati è emerso che il secondo sintomo più cercato al mondo è l’ansia, con una media di circa 894.000 ricerche al mese.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 1) Lo psicologo “Google” e l’e-therapy 

 

Nell’arco del 2019-2020 è stato condotto uno studio da Kaizen, agenzia di Digital PR londinese, e Lenstore, rivenditore online specializzato in lenti a contatto, allo scopo di analizzare la frequenza delle ricerche sul web inerenti più di cento sintomi. Inoltre, è stato indagato anche come questa ricerca sintomatologica su Google fa sentire le persone.

Da tale studio è emerso che il secondo sintomo più cercato al mondo è l’ANSIA, con una media di circa 894’000 ricerche al mese.

Il questionario è stato lanciato a maggio 2019 ed i dati sono stati raccolti fino ad aprile 2020. I risultati emersi sono relativi alla media calcolata sulle ricerche avvenute nei diversi mesi.

Inoltre, è emerso che circa:

  • Il 20% degli Italiani si preoccupa per la propria salute fisica e mentale tutti i giorni;
  • Il 27% degli Italiani ammette che avere cercato i sintomi di un malessere su Google nel passato li ha resi ancora più stressati;
  • Il 18% degli Italiani dice che questa tendenza a utilizzare Google ha avuto un effetto negativo sulla loro salute psicologica.

A proposito dell’ultimo dato in questione, lo psicologo Dennis Relojo-Howell, collaboratore di Kaizen e Lenstore, e founder del sito web Psychreg ha dichiarato:

Cercare sul web i sintomi di un malessere fisico o psicologico può essere fonte di tentazione. Nonostante internet sia un buon punto di partenza, non bisogna considerare Google un’alternativa valida al supporto di medici o psicologi. – E specifica meglio:- Se si pensa di essere affetti da una condizione di salute psicologica, non è consigliabile affidarsi solamente a ciò che si legge online. Infatti, diagnosticare una condizione di salute mentale è un processo complesso, e il web abbonda di disinformazione e fake news. Inoltre, una diagnosi sul web non sempre ha effetti positivi sulla salute psicologica. Questa può anche essere causa di ansia e preoccupazioni inutili, e può condizionarci nella scelta di cercare supporto professionale.

Aggiunge un commento relativo alle ricerche online durante l’attuale situazione pandemica:

In particolare di questi ultimi tempi, mentre COVID-19 continua ad influenzare la nostra vita quotidiana, è fondamentale assicurarsi di proteggere la propria salute ed il proprio benessere. Nonostante le misure adottate dai governi in tutto il mondo di isolamento e quarantena siano necessarie a limitare la diffusione del virus, spesso questo può essere causa di stress, specialmente se lontani o separati dai propri cari. Per questo motivo e al fine di limitare gli effetti del virus sulla propria salute psicologica è importante assicurarsi di tenere una comunicazione quotidiana con i propri cari, che sia via telefono, webcam o messaggio.

Da questi dati emerge sempre di più una ricerca digitalizzata di una soluzione ai propri disagi. L’ansia risulta indubbiamente essere una condizione che accompagna molte persone, le quali vorrebbero saperne di più della propria sintomatologia e di come porvi rimedio.

Concordando con il dottor Relojo-Howell sul fatto che la ricerca libera su Google possa peggiorare la situazione psicologica di varie persone anziché aiutarle, si sottolinea l’importanza di rivolgersi a professionisti della salute mentale. Eppure, il medium “internet” “a portata di click” non si può eliminare. Le persone oggi si servono sempre più di questi strumenti. Si ritiene dunque che lo psicologo debba sempre più offrire soluzioni professionali in formato digitale, e facilmente raggiungibile da tutti.

Subentra in questo scenario il vantaggio che l’e-therapy porta con sé, ovvero il riuscire andare incontro alle esigenze delle persone, senza disattendere alcuno standard di efficienza ed efficacia.

Le app ed i servizi di e-therapy al giorno d’oggi sono un valido supporto per chi soffre, e permettono di mettere in contatto le persone con professionisti formati per trattare i sintomi portati, tenendo coloro che usufruiscono di questi servizi lontani dal rischio di autodiagnosticarsi ed automedicarsi.

Alla First European Digital Conference on Psychology, Digital Perspectives on Psychology diversi ricercatori e clinici illustreranno le evidenze scientifiche a favore delle e-therapy, oltre a portare in scena le migliori app di e-therapy in commercio al giorno d’oggi.

 

Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

ISCRIVITI ORA 9733


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY
Scoprine di più: 

ECDP 2021 Virtual Forum - Banner 1600x900

Poliamore e stili di attaccamento

La teoria dell’attaccamento è un caposaldo della psicologia ma pochi studi si sono preposti di indagare il ruolo degli stili di attaccamento nell’ambito delle relazioni poliamorose.

 

Nelle società occidentali la monogamia è l’accordo di relazione romantica più comune tra le persone, ma le cosiddette relazioni etiche o consensuali non-monogame sono sempre più diffuse. È stato stimato che negli Stati Uniti circa il 4-5 % degli individui sono attualmente coinvolti in una relazione consensuale non-monogama (Rubin, Moors, Matsick, Ziegler & Conley, 2014) e circa una persona su cinque ha fatto esperienza di questa forma di relazione in un periodo della propria vita (Haupert, Gesselman, Moors, Fisher & Garcia, 2017).

Il termine relazioni consensuali non-monogame racchiude una costellazione di configurazioni relazionali che prevedono la possibilità di instaurare rapporti affettivi e/o sessuali con più partner nello stesso momento (Rubin et al., 2014); ciò avviene con l’accordo e il consenso da parte di tutte le persone coinvolte. Le forme più comuni di questo tipo di relazioni sono: lo scambismo, accordo in cui entrambi i partner si impegnano in attività sessuali extra-diadiche (solitamente in un ambiente sociale in cui entrambe le parti sono presenti; Jenks, 1998); la relazione aperta, nella quale i partner intraprendono relazioni esclusivamente sessuali indipendenti al di fuori della diade primaria (Hyde & DeLamater, 2000); e il poliamore, in cui i partner possono impegnarsi, in modo consensuale e informato, in relazioni intime, sentimentali e/o sessuali con più persone al di fuori della coppia (Barker, 2005).

Il poliamore si configura come un orientamento relazionale (Anapol, 2010) in quanto indica una specifica modalità di costruire una relazione. Comprende al suo interno molte dimensioni che mutano al variare delle relazioni tra i differenti individui, ma alcune caratteristiche, intese come valori, sono trasversali ad ogni rapporto poliamoroso: ad esempio il consenso, la negoziazione, la comunicazione trasparente, la non esclusività e la gestione della gelosia (Klesse, 2014; Veaux e Rickert, 2016). Wosick-Correa (2010) ha suggerito che le modalità di impegno relazionale tra gli individui poliamorosi non vadano ricercate nell’esclusività sessuale e affettiva, ma in quella che lei identifica con il nome di ‘agentic fidelity’. Questo termine si riferisce ad una forma di autoconsapevolezza che comporta la capacità di saper riconoscere e comunicare al partner i propri bisogni, desideri e limiti, e implica una scelta personale condivisa per quanto riguarda l’impegno all’interno della relazione. Nelle relazioni poliamorose l’accento è posto, quindi, sugli accordi relazionali ai quali i partner partecipano in modo attivo e consapevole, tenendo sempre presente la possibilità di rivalutare e rinegoziare i confini a seconda dei bisogni e desideri percepiti, i quali possono mutare nel corso della relazione stessa (Easton & Hardy, 2009).

Le configurazioni relazionali che si articolano nel poliamore possono assumere svariate forme e tipologie a seconda delle esigenze di chi vi partecipa (Klesse, 2014). In base agli accordi e alle strutture possiamo distinguere tre macro-insiemi relazionali (Deriu, Antonelli, & Dettore, 2016): il più comune è il ‘poliamore aperto’, nel quale i partner coinvolti restano aperti alla possibilità di sviluppare ulteriori amori e relazioni; la ‘polifedeltà’, in cui tre o più persone si impegnano in una relazione chiusa tra loro, che non include persone esterne; e i ‘poliamorosi single’, ossia persone che possono intrattenere più relazioni amorose senza la necessità di instaurare un rapporto a lungo termine. Un altro elemento fondamentale all’interno delle reti relazionali poliamorose è la gerarchia. Spesso, nella pratica, il poliamore nasce da una relazione monogama che viene aperta; i membri della precedente coppia, quindi, vanno a definirsi come partner primari, mentre chi viene incluso all’interno della rete diventerà partner secondario, terziario e così via, spesso con implicazioni di stampo gerarchico. La consapevolezza di queste gerarchie e la trasparenza nel comunicare i ruoli ai nuovi potenziali partner permette di far intraprendere la relazione in un modo consensualmente conforme (Veaux & Rickert, 2016).

Risulta interessante analizzare l’intrecciarsi di queste relazioni dal punto di vista della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969, 1973, 1980). Essa concettualizza che l’intero sistema di comportamenti nella prima infanzia sottende la funzione di ottimizzare la prossimità con il caregiver (Del Corno et al., 2007). Il sistema di attaccamento dirige le emozioni, la cognizione e il comportamento nelle relazioni intime mentre regola la ricerca e il raggiungimento di supporto durante i periodi di difficoltà (Mikulincer & Shaver, 2007). La ricerca afferma che gli stili di attaccamento possono cambiare nel tempo (Stefini et al., 2013) ed è importante osservare che non tutte le relazioni possono essere considerate legami di attaccamento. Nei termini di Bowlby, questi ultimi possono dirsi tali soltanto quando assumono per l’individuo il significato di ‘base sicura’, in questo senso, il soggetto adulto può avere legami di attaccamento con il proprio partner, oppure con alcuni amici, colleghi e così via (Del Corno et al., 2007). La connessione tra le esperienze di attaccamento precoce e gli stili di attaccamento adulto è ben documentata (Fraley & Roisman, 2015). Questo quadro teorico, per quanto riguarda la relazione tra partner, sembra essere specifico, però, per le relazioni esclusive. Tuttavia, l’amore e l’esclusività sessuale non hanno sempre un legame univoco.

La letteratura riguardante gli stili di attaccamento adulto all’interno delle relazioni poliamorose è poco estesa e ha sicuramente bisogno di approfondimento. Lo studio di Moors, Ryan, e Chopik (2019) si è interrogato su tre domande fondamentali per capire questo nesso:

  • Le persone nelle relazioni poliamorose sviluppano stili di attaccamento simili con ciascuno dei loro partner?
  • Lo stile di attaccamento con un determinato partner influenza la qualità di quella relazione?
  • Lo stile di attaccamento con un determinato partner influenza la qualità di un’altra relazione romantica concomitante?

Vi sono prove che gli stili di attaccamento di un individuo sono coerenti tra i vari partner che può avere durante la vita (ad esempio, un ex-partner e un partner attuale; Brumbaugh & Fraley, 2007). D’altra parte, esiste una linea di pensiero che presuppone che gli stili di attaccamento mutino a seconda dei partner di una persona (La Guardia, Ryan, Couchman & Deci, 2000).

Per di più, i ricercatori hanno proposto tre modelli diversi che tentano di spiegare le interazioni tra le relazioni poliamorose: modello additivo, di contrasto e di compensazione (Mitchell, Bartholomew & Cobb, 2014). Questo approccio suggerisce che una relazione di alta qualità con un partner potrebbe aumentare la qualità di altre relazioni contemporanee (modello additivo) anche nel caso in cui una delle altre relazioni vacillasse (in questo caso si parlerebbe di modello di compensazione). Al contrario, una relazione di bassa qualità con un partner potrebbe sminuire la qualità dell’altra relazione concomitante (modello di contrasto). Nel testare questa ipotesi, Mitchell et al. (2014) non hanno riscontrato evidenze a favore di questi modelli nella popolazione poliamorosa. I poliamorosi hanno riferito di essere soddisfatti nei loro esiti relazionali e nella qualità della relazione in entrambe le relazioni simultanee. Inoltre, i dati mostrano che essi sviluppano stili di attaccamento con ciascun partner in base alle specifiche di quella relazione.

Lo studio di Moors, Ryan e Chopik (2019) ha utilizzato un campione di 357 persone che hanno avuto relazioni poliamorose con almeno due partner romantici contemporaneamente. L’età dei partecipanti variava dai 18 ai 77 anni e, in media, i partecipanti erano nella relazione primaria da circa 9 anni e in quella secondaria da circa 3 anni. Da questo studio, in risposta alla prima domanda di ricerca, è emerso che le persone impegnate in relazioni poliamorose tendevano ad avere stili di attaccamento simili (sia per evitamento che per ansia) nei confronti di ciascuno dei loro partner. Il legame di attaccamento nei confronti del partner che definivano primario è risultato più sicuro di quello stabilito con il partner secondario, nonostante entrambi risultassero sicuri. Questo è dovuto al fatto che la relazione con il partner primario solitamente durava da più tempo rispetto a quella con il partner secondario, questo è in linea con l’evidenza che i legami di attaccamento, in una relazione romantica, tendono a diventare più sicuri nel tempo (Davila, Karney, & Bradbury, 1999). In risposta alla seconda ipotesi, è emerso che specifici stili di attaccamento nelle relazioni predicevano specifici esiti relazionali, in particolare alti livelli di ansia e di evitamento erano generalmente associati a bassa soddisfazione relazionale, soddisfazione sessuale, impegno e soddisfazione degli accordi relazionali. Questi risultati replicano ed estendono l’ampio corpo di ricerche sulle relazioni monogame (Edelstein & Shaver, 2004) all’ambito delle relazioni poliamorose. Infine, in risposta alla domanda principale dello studio, è emerso che l’ansia e l’evitamento presenti nel legame di attaccamento con un partner non erano collegati agli esiti relazionali e al funzionamento di una relazione concomitante. Questi risultati suggeriscono che le persone impegnate in relazioni poliamorose considerano le loro relazioni come distinte e indipendenti l’una dall’altra. Inoltre, i dati di questo studio sono coerenti con le recenti ricerche che non hanno trovato supporto per i modelli di funzionamento relazionale additivo, di contrasto e compensatori nel poliamore (Mitchell et al., 2014). Si auspicano ulteriori studi nell’ambito delle relazioni poliamorose (così come in altre relazioni consensuali non-monogame) con lo scopo di chiarire e approfondire il ruolo degli stili di attaccamento.

 

La doppia porta del sogno occultata da Freud e Jung

È a dir poco incredibile e stupefacente che i due più grandi interpreti della psicologia del profondo abbiamo taciuto sul cardine più rilevante dell’antica onirologia. Cerchiamo di capirne le ragioni.

Due sono le porte

Della vastità e profondità della materia siderale dei sogni, apparsa fin dall’inizio alquanto misteriosa, oscura, quanto spesso sorprendentemente significante, molto si è sicuramente illuminato nel tempo, ma molto si trova ancora avvolto nel più fitto mistero, come quello che qui intendo affrontare, che è rimasto stranamente eluso dall’indagine onirologica della psicoanalisi.

Se lo fosse stato, si sarebbe scoperta per tempo, proprio attraverso i sogni, alcuni in particolare, la magnifica tela della complessità del vivente, la matrice intersoggettiva in cui tutti siamo tramati, palpitanti attraversamenti e incroci. Molto prima che si fosse imposta all’attenzione. Ma soprattutto molto tempo prima che si fosse oggettivata nella rete telematica di internet a livello di pura virtualità.

Mi riferisco alla ben nota teoria della duplicità del sogno vigente in tutta l’antichità classica e che Omero, nel diciannovesimo libro dell’Odissea, ha così brillantemente sintetizzato facendola esporre a Penelope, essendo lei la “veggente” del sogno (delle oche e dell’aquila) raccontato a Ulisse, che nei panni di uno straniero suo ospite non le si era ancora rivelato al suo ritorno a Itaca. Già, Penelope e la tela.

Per loro natura i sogni sono inesplicabili e portano messaggi difficili da interpretare, né ogni cosa si compie per i mortali. Due sono le porte dei sogni immateriali, una di corno e l’altra d’avorio; e quelli che escono attraverso l’avorio illudono, perché portano messaggi che non si realizzano, mentre quelli che procedono per la porta di polito corno compiono cose vere, ogni volta che un mortale li vede. (Omero)

Se “un mortale li vede”, infatti, i greci i sogni li vedevano, non li facevano. Se poi premonivano o meno e se la premonizione era fondata o falsa, solo il tempo poteva confermarlo. La qualifica di “illusori”, ingannevoli o addirittura falsi, era pertanto messa in rapporto a quella di “veri”, quando si constatava che tali sogni non si realizzavano, per cui venivano attribuiti alla sola psiche e non passanti attraverso di essa: prodotti evanescenti e caduchi delle sole passioni umane, chimere, fantasmi, effimere esteriorizzazioni fenomeniche. Ma gli antichi interpreti non potevano discriminarli in anticipo.

Omero aveva già toccato il motivo della doppia porta nel tredicesimo libro, quando racconta del misterioso antro sito nell’isola di Itaca in cui si aprivano due porte, quella rivolta a nord era “la porta degli uomini”, da cui discendono i mortali, mentre quella rivolta a sud era “la porta degli dei”, appannaggio degli immortali. Allusione alle porte solstiziali associate alle costellazioni del Cancro e del Capricorno, tradizionalmente cariche di significati iniziatici.

Virgilio riprende nel VI libro dell’Eneide il tema omerico, riferito anche da Platone, con la precisazione che le due porte si trovano nell’Ade, dove Enea con la Sibilla Cumana si reca per incontrare il padre Anchise per pietà filiale e per conoscere il futuro della sua missione civilizzatrice, insieme alla curiosissima notazione che lo stesso viene fatto tornare nel mondo dei vivi passando dalla porta d’avorio, quella dei sogni illusori. Cosa che ha fatto scervellare gli esegeti nel tentativo di capirne il significato, che va dal pensiero più banale che Virgilio possa avere tranquillamente sbagliato porta, un “errore di battitura” insomma, a quello più forbito che abbia voluto sottilmente alludere all’idea che forse anche tutto il mondo dell’aldilà sia fasullo. Tutt’altro, l’allusione, abbastanza esplicita mi pare, è che tutto il mondo di qua lo sia, illusorio, effimero, in quanto realtà profana dell’esistenza. Solo accostandosi al sacro, attraverso l’intermediazione simbolica che si compie nell’unità di mente e cuore, si può percepire qualcosa di vero.

La mission psicoanalitica

E arriviamo al punto. È veramente curioso e stupefacente che i due principali artefici della psicologia del profondo, che con la loro sterminata produzione saggistica hanno dimostrato di possedere un background culturale veramente fuori dal comune, con un interesse spiccato e appassionato per il mito e l’antico, abbiano sorvolato su questo passo omerico che testimonia uno dei cardini più rilevanti dell’antica onirologia. Che conoscevano oltretutto molto bene. Chiaro segno di imbarazzo? Certamente. Ma a un secolo di distanza possiamo inferire il motivo profondo di questa apparente omissione.

Occorreva compiere un tradimento, ma contemporaneamente un “incesto”, che solo a pensarci fa venire i brividi, perché avrebbe potuto avere ricadute incalcolabili per tutto il genere umano. Si trattava di tradire proprio quel grande amore, dire addio alla vecchia e cara tradizione e narrazione spirituale e mitopoietica dell’uomo e del mondo, voltare pagina. Ma nello stesso tempo compiere con lei un incesto simbolico, foriero di un passaggio evolutivo a dir poco epocale. Perché proprio da queste portentose radici hanno tratto il novus che premeva per essere liberato. E osare: riscrivere i processi della mente nella sua totalità, che poteva voler dire cambiarla per sempre.

Così, quasi avessero finemente accordato le loro menti sul passo da compiere, hanno operato la stessa scelta di campo, uniti, pur divisi, in una comune mission per fondare la nuova scienza delle visioni dell’uomo, che sono sempre impronte memorabili di civiltà: se l’antica onirologia intendeva occuparsi solo dei sogni esterni alla psiche (porta di corno), considerati veraci, la nuova onirologia avrebbe dovuto occuparsi solo dei sogni interni alla psiche (porta d’avorio), considerati tradizionalmente illusori, anche perché è da questa e solo da questa che provengono tutti i sogni, veraci compresi. Era tempo. Ma con un diverso spin tra di loro, polarmente opposto: non c’è divino che non possa essere ricondotto all’umano, in Freud; non c’è umano che non possa essere ricondotto al divino, in Jung.

Salvo ricreare la dualità delle due porte all’interno dell’opzione psichica. Infatti, non che i due insigni maestri non si fossero mai occupati dei sogni che sarebbero stati considerati uscenti dalla porta di corno, tra cui possiamo annoverare un’ampia gamma di eventi come i sogni telepatici, premonitori, iniziatici, precognitivi, diagnostici, prognostici, creativi, incubatori, di guarigione, ecc. Tutt’altro. Jung in particolare li studiò lungamente identificandoli come “grandi sogni”, sogni prospettici o archetipici, poiché dovuti all’irruzione di un’immagine dell’inconscio collettivo a forte tonalità emotiva. A fronte dei sogni più comuni, quotidiani, sempre più frequenti in analisi, su cui l’opera terapeutica cerca di attuare il passaggio dal piano letteral-allegorico a quello simbolico, unificante e potenzialmente trasformativo. Ma anche Freud ha accennato a una funzione prospettica del sogno, oltre ad avere distinto i sogni dal basso, provocati dalla forza di un desiderio inconscio rimosso, dai sogni dall’alto, che sono connessi a idee o a intenzioni dello stato di veglia. Corrispondenti a un’importante divisione già fatta dallo stesso in precedenza tra i sogni derivati dall’Es e i sogni derivati dall’Io.

Ma tutta questa grandiosa e variegata fenomenologia onirica doveva comunque essere di esclusiva produzione interna, nessun sogno poteva considerarsi totalmente esterno ed estraneo alla psiche. Nessun sogno mendace. Numerosi furono i vantaggi fino a tutto il moderno, che in altra sede ho chiamato neomitico, ma gli svantaggi hanno cominciato a farsi sentire con la postmodernità, cioè col postmitico.

Per cui, per affrontare il sottile ma potente e pervasivo vacuum del nostro tempo, bisognerà recuperare l’immagine dell’antico e quanto mai avveniristico portale onirico, rivalutando e risignificando la grande intuizione immaginale che l’ha creata riguardo il significato simbolico di quel particolare vuoto, o mancanza, da cui provengono tutti i sogni, ombre che sono di due tipi come due sono le porte, in modo che non si con-fondano tra loro a tutto vantaggio dell’Uno, l’identico, lo stesso, l’Io, in cui l’Altro sta collassando.

 

Robot e ansia sociale – un nuovo aiuto per la clinica?

La letteratura suggerisce come le persone con ansia sociale tendano a preferire la comunicazione con gli altri mediata dal computer e l’interazione con artefatti come i robot rispetto alla comunicazione faccia a faccia con gli altri. Un robot potrebbe essere un utile strumento per questi pazienti?

 

Le persone che convivono con l’ansia sociale si sentono nervose in situazioni sociali, come quando parlano con altre persone, quando incontrano qualcuno per la prima volta, o devono parlare in pubblico (DSM-5, 2013). Questo avviene anche prima che qualsiasi comunicazione effettivamente avvenga; questo tipo di ansia è indicato come “ansia anticipatoria”.

Quando un individuo ha un problema, uno dei modi per affrontarlo è quello di consultare un esperto; in tale situazione, le persone che soffrono di ansia sociale sono tenuti a parlare di se stessi. Tuttavia, questa situazione presuppone di interagire con uno sconosciuto e aprirsi, aspetto che per gli individui con un alto livello di ansia sociale fa aumentare l’ansia e, di conseguenza, mostrano una tendenza verso l’evitamento (Nomura et al., 2019).

La letteratura suggerisce che le persone con ansia sociale tendono a preferire la comunicazione con gli altri mediata dal computer e l’interazione con artefatti come i robot rispetto alla comunicazione faccia a faccia con gli altri (Kang &Gratch, 2010).

Uno studio recente (Nomura et al., 2019) ha voluto indagare se un robot potrebbe essere una soluzione utile per le persone con ansia sociale anche a livello di counseling: incontrare un robot per una consulenza psicologica, provocherà un livello di ansia simile a quello che si prova verso gli umani?

Per lo studio sono stati reclutati 19 studenti universitari giapponesi (maschi: 11, femmine: 8), ai quali è stato chiesto di interagire con un un counselor robot antropomorfizzato e con un counselor umano per 5 minuti ciascuno.

Prima dell’interazione è stata presa una misurazione dell’ansia baseline, per la quale si è diviso il campione in due gruppi: “alta ansia sociale” – “bassa ansia sociale”; dell’ansia anticipatoria, dopo essere stati istruiti di dover interagire col /robot/umano; infine, si è misurato il livello di ansia successivo all’interazione.

Per la misurazione dell’ansia si è ricorsi ai seguenti questionari: la Social Avoidance and Distress Scale (SADS; Watson & Friend, 1969) per la misurazione dell’ansia sociale; il State–Trait Anxiety Inventory State version (STAI-S; Spielberger et al., 1983) per valutare l’ansia di stato (Spielberger et al. 1983); il Profile of Mood States (POMS; McNair et al., 1971) per misurare la tensione dei partecipanti durante l’interazione.

I risultati hanno indicato che chi faceva parte del gruppo ad alta ansia sociale tendeva a sentire meno ansia anticipatoria e tensione quando sapeva che avrebbe interagito con i robot rispetto agli esseri umani. Inoltre, l’interazione con il robot ha suscitato meno tensione rispetto all’interazione con la persona indipendentemente dal livello di ansia sociale.

Sebbene la sostituzione dei robot rispetto a un’interazione umana non sia realistica all’attuale livello tecnologico, per alcuni pazienti con grave ansia sociale i robot potrebbero essere – a livello comunicativo – migliori partner rispetto agli esseri umani nella fase iniziale di un programma terapeutico.

 


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY

ISCRIZIONI APERTE >> Clicca qui per scoprirne di più

CALL FOR ABSTRACT APERTA >> Clicca qui

cancel