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La REBT nelle dipendenze

L’abuso di sostanze e le dipendenze sono un problema personale e sociale molto complesso, e lo stesso trattamento ci pone di fronte a molteplici criticità; l’utilizzo della REBT sembra essere efficace.

Marta Paris – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

Concetti base della Terapia Razionale Emotiva

La Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT) è uno dei punti fondamentali sui quali si basa la terapia cognitivo comportamentale (CBT). La terapia cognitiva venne ideata e creata da Aaron Beck nel 1976, e da questa si sviluppò conseguentemente la terapia cognitivo comportamentale. Alber Ellis introdusse per primo la terapia razionale emotiva nel 1957, con il nome di Rational Therapy (RT), successivamente, per dare importanza all’aspetto emotivo, venne chiamata Rational Emotive Therapy (RET). Negli anni ’90, infine, Ellis cambiò il suo nome in Rational Emotive Behavior Therapy (REBT), integrando quindi anche l’aspetto comportamentale, componente fondamentale dell’approccio CBT (David, 2017).

Forse più di ogni altra forma di psicoterapia, la REBT si basa su concetti filosofici specifici, che orientano attivamente gli interventi del terapeuta. Personalmente abbiamo percezioni, valutazioni, atteggiamenti a seguito di fatti che accadono: tutti questi elementi compongono le nostre filosofie di vita; la REBT racchiude al suo interno tutti questi concetti (Di Giuseppe, 2014).

I pensieri, le emozioni, il comportamento sono i tre aspetti principali che determinano il funzionamento psicologico dell’essere umano. Questi sono assunti collegati fra di loro perché al modificarsi di uno si modifica tutto il sistema. Se cambio il pensiero che attuo in un evento, avrò un’emozione diversa e quindi anche una variazione nel comportamento conseguente. Analogamente, quando cambio il mio comportamento, cambio anche il modo di pensare: per esempio quando faccio qualcosa che prima mi spaventava, smetto di pensare che questo sia pericoloso. Il cambiamento avviene attraverso delle tecniche che apprendo, e strategie che applico: in particolare le tecniche comportamentali mirano alla modifica delle condizioni ambientali per modificare il comportamento, le tecniche cognitive cercano di modificare il contenuto del pensiero. Sono poche le tecniche psicologiche che intervengono direttamente sulle emozioni, poiché sono elusive e difficili da identificare (Di Giuseppe, 2014).

Le pretese (demands) occupano una posizione centrale nella REBT: questa, infatti, postula che le persone sviluppano un disturbo quando formulano un desiderio o un bisogno sotto forma di pretesa assoluta, nei confronti del mondo. Ellis è stato fra i primi psicoterapeuti a sostenere e promuovere l’importanza di modificare attivamente le convinzioni dei pazienti, per indurre dei cambiamenti emotivi e/o comportamentali, attraverso la messa in discussione delle pretese e dei pensieri irrazionali (Di Giuseppe, 2014).

Gli esseri umani possiedono allo stesso tempo credenze o pensieri razionali, chiamati rational beliefs, ed irrazionali chiamati irrational beliefs; questi si alternano e oscillano a seconda dei casi. Allo stesso tempo, abbiamo di conseguenza, emozioni sane e adattive, motivanti, ed emozioni negative patologiche, disfunzionali e problematiche, segno di un disturbo psicopatologico. Se si fa esperienza di un evento attivante (A) e si dà spazio alla credenza irrazionale (B), questa provoca emozioni disfunzionali e patologiche, come ansia, estrema rabbia, depressione, senso di colpa (C). Sfidando la propria credenza irrazionale e sostituendola con un pensiero diverso, più funzionale e sano, le conseguenze a livello emozionale e comportamentale (C) saranno adattive, sopportabili e non così critiche come le precedenti (Di Giuseppe, 2014).

Ellis ipotizza delle pretese specifiche e comuni: quando pretendiamo che i nostri desideri e le nostre preferenze diventino realtà allora nascono i problemi. Le persone si formano degli schemi sulla realtà che li circonda e quando questo schema è diverso dalla realtà in cui viviamo si genera uno stato di attivazione emotiva. Le pretese vengono anche definite doverizzazioni: le cose devono essere fatte e devono accadere in un unico modo, ritenuto giusto da me, e tutto il resto è inaccettabile. Gli uomini si autoprescrivono delle regole dogmatiche e, quando non riescono a rispettarle, non comprendendo che essi stessi se le sono prescritte e attribuiscono la sofferenza che si genera, non a questa autoprescrizione, ma ad un loro personale difetto (Ruggiero, 2013).

Oltre alla doverizzazione, definita un po’ la credenza irrazionale principale, ne esistono altre, derivanti da essa. La terribilizzazione o catastrofizzazione è la convinzione, da parte del paziente, e l’etichettamento di qualcosa in termini negativi. Non sono quindi previsioni catastrofiche di qualcosa che può accadere, ma definizione di un evento come estremamente grave e terribile, e questo porta l’attenzione sul giudizio soggettivo. In questo caso potrebbe seguire l’idea di non riuscire a sopportare questa situazione: le cose non vanno come dovrebbero andare, e questo per me è insopportabile, non posso soffrire così tanto; questa è l’intolleranza alla frustrazione. In questo scenario ipotetico dove sono convinto che esistano delle regole ben precise che non vengono rispettate, si genera un ulteriore errore cognitivo: il giudizio negativo su me stesso, detto anche autosvalutazione, o sugli altri (Ruggiero, 2013).

Le credenze razionali ci aiutano a raggiungere i nostri scopi senza timori e giudizi di condanna, promuovono una vita soddisfacente, favoriscono i legami e i rapporti interpersonali. Tramite strategie e tecniche specifiche, la REBT sostituisce e mette in discussione i pensieri disfunzionali e le credenze irrazionali che abbiamo, e che sono un ostacolo per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.

Il paziente tossicodipendente in ottica CBT

La dipendenza e l’abuso di sostanze sono fra i disturbi psicopatologici più diffusi negli Stati Uniti. Secondo il DSM-5 le diagnosi associate ai disturbi correlati a sostanza o disturbi da dipendenza sono i disturbi d’ansia, disturbi depressivi, disturbo bipolare, disturbi sessuali, disturbi psicotici (APA, 2014).

L’approccio della CBT considera la dipendenza come un comportamento disfunzionale appreso e mantenuto nel tempo: lo scopo della terapia è la correzione del comportamento di dipendenza e, quindi, l’acquisizione di nuovi comportamenti più funzionali nella vita della persona. Il modello cognitivo – comportamentale della dipendenza da sostanze si basa su alcuni assunti fondamentali: la dipendenza è un comportamento appreso. Nella teoria comportamentale, alla base dell’apprendimento vi sono due concetti chiave, entrambi riscontrabili nei comportamenti di abuso di sostanze. Il condizionamento classico, che descrive come uno stimolo originariamente neutro possa arrivare a produrre una risposta condizionata, attraverso la sua associazione con uno stimolo significativo, e il condizionamento operante, che descrive come le conseguenze di un particolare comportamento possano influenzare la frequenza dell’emissione di tale comportamento (Liese, 2018).

Il sistema di dipendenza, creatosi con l’uso ripetuto di sostanze, si mantiene anche a livello cognitivo con processi di pensiero specifici. Nel trattamento della tossicodipendenza risulta estremamente importante riconoscere quali sono le componenti cognitive dei comportamenti di dipendenza per arrivare ad un controllo attivo da parte del paziente. I pensieri relativi alla dipendenza da sostanze inducono aspettative di sollievo da stati emozionali disfunzionali e negativi, riconducibili allo schema ABC (Liese, 2018).

Uno dei modelli più utilizzati nel trattamento delle tossicodipendenze è di DiClemente e Prochaska (1982,1992): il modello degli stadi del cambiamento, che risulta essere molto efficace nel lavoro con pazienti che stanno cercando di cambiare i comportamenti associati alla dipendenza da sostanze. Propongono degli stadi di cambiamento: precontemplazione, contemplazione, azione, mantenimento e termine. I pazienti nella fase di precontemplazione non ipotizzano ancora un cambiamento, perché pensano di non avere un problema o non sono ancora motivati ad affrontarlo. Nello step successivo, si preparano al cambiamento, avendo già provato a cambiare qualcosa. Nell’azione stanno già lavorando al cambiamento: hanno attivato dei comportamenti definiti precedentemente, come il presentarsi ad un colloquio o iniziare una terapia, che li porteranno al raggiungimento del proprio obbiettivo. Dopo circa sei mesi di azione al cambiamento, questi pazienti vengono definiti nella fase del mantenimento, dove devono essere comunque vigili ed attenti alla ricaduta, ma senza dedicarci così tanta attenzione come negli stadi precedenti. Per quelli nella fase termine, il comportamento di dipendenza non è più un problema: riescono a stare in situazione di esposizione allo stimolo senza riattivare il comportamento alla base del condizionamento iniziale (Michler Bishop, 2000).

Anche applicati a questo modello del cambiamento, i pensieri e le credenze irrazionali fanno la loro parte: i pensieri irrazionali riguardo al comportamento e problema di dipendenza sono il punto cardine su cui è incentrato tutto il processo di terapia CBT con pazienti tossicodipendenti. Queste persone potrebbero pensare ‘io non ho problemi così gravi’, ‘un terapista mi direbbe semplicemente di smettere’, ‘non riesco a smettere’. La terapia cognitivo comportamentale è una terapia evidence based che ha dato ottimi risultati di efficacia nel trattamento delle dipendenze, e contiene strategie e modelli specifici sulla motivazione del paziente, sui comportamenti di addiction e sulle emozioni che specifici pensieri irrazionali scatenano (Michler Bishop, 2000).

Efficacia della REBT nelle tossicodipendenze

A causa della mancanza di trattamenti medici, psicologici e strutture specializzate, dagli anni 60 in poi divennero sempre più conosciute le comunità terapeutiche per il trattamento delle dipendenze e l’abuso di sostanze. Molte ricerche hanno dimostrato l’efficacia del trattamento in comunità terapeutica, in particolare con un percorso specifico e strutturato secondo l’approccio CBT.  Negli ultimi anni, le comunità terapeutiche hanno dato un importante contributo nel trattamento delle dipendenze, e possono ora giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo di una psicoterapia efficace ed efficiente in tutti i contesti terapeutici, non soltanto in quelli residenziali. Un trattamento efficace aiuta il paziente ad interrompere l’uso di sostanze, e ad applicare nuovi comportamenti appresi che gli permettono una miglior gestione della vita. La rieducazione non è diretta soltanto al paziente, ma anche alle famiglie. Questo processo porta, inevitabilmente, ad una maggiore conoscenza ed informazione sull’ambito delle sostanze stupefacenti anche a livello sociale: social media, politica, scelte governative possono essere modificati soltanto con una maggiore educazione ed apertura a questo ambito, da sempre emarginato.

Un chiaro esempio di efficacia della REBT con i pazienti tossicodipendenti è quello del CAT/Barcelona, un centro di riabilitazione e recupero per tossicodipendenti, fondato da Manuel Mas-Bagà nel 1986. Il programma offerto da questo centro ha diverse opzioni, fra cui il day program, la comunità terapeutica residenziale e il programma di riammissione. La loro esperienza di lavoro è con tutti i tipi di sostanza, in particolare abuso di cocaina ed eroina. La comunità terapeutica e il programma di riammissione sono sempre attivi, con un trattamento che dura all’incirca 12 mesi, e la riammissione dura dai tre ai sei mesi. L’equipe di lavoro è composta da uno psichiatra, un tecnico specializzato in malattie trasmissibili ed AIDS, uno psicologo e professionisti della salute mentale. Il programma di recupero è basato sulla terapia cognitivo-comportamentale, in particolare gli interventi e le strategie applicate sono in stile REBT; tutto il personale è ben formato in REBT.

L’abuso di sostanze viene identificato come il comportamento risultante da pensieri e credenze irrazionali. Il pensiero irrazionale può anche essere spiegato come fattore esacerbante dall’abuso di sostanze, come l’eroina, la cocaina, la cannabis. Questo pensiero così rigido ed irrazionale mantiene il disturbo presente e, a sua volta, produce ulteriori disturbi correlati, come, in un classico esempio di circolo di feedback negativo, il tossicodipendente che prova ulteriori sostanze dopo il primo utilizzo. L’abuso cronico di droghe produce un mondo irreale nel quale il paziente è sempre meno capace di pensare in maniera razionale; la mancanza di razionalità contribuisce al mantenimento dell’abuso cronico e causa quindi successivi episodi di intossicazione. Questo circolo vizioso e continuo viene spiegato attraverso seminari e sedute di psicoeducazione in stile REBT, che aiutano il paziente a comprendere la natura della dipendenza e ad imparare a interrompere il loop negativo nel quale è. Il secondo passaggio riguarda la regolazione delle emozioni disfunzionali: fin dall’inizio del trattamento i pazienti del CAT/Barcelona imparano il modello ABCDE di Ellis, in diretta sostituzione all’uso di sostanze come strategia disfunzionale di regolazione delle emozioni. In particolare, nei primi tre mesi i pazienti imparano qual è la connessione fra pensiero ed emozione (BC): questo porta ad innumerevoli vantaggi. In primis, il paziente impara a percepire le emozioni ed i pensieri che le generano. Individua quindi i suoi pensieri irrazionali e sperimenta la regolazione delle emozioni e del proprio dolore attraverso il proprio sforzo e le proprie capacità, senza accedere alle droghe. Questo passaggio rafforza il trattamento, la motivazione del paziente, diminuisce la sua autosvalutazione e produce il mantenimento della terapia. In queste circostanze, i pazienti non hanno più bisogno di assumere la sostanza, perché attraverso il trattamento singolo e i peer groups, imparano a modificare il proprio pensiero irrazionale e a regolare le conseguenze emotive e comportamentali attraverso le tecniche di disputing. Vengono utilizzati diversi metodi REBT all’interno del centro e nei diversi programmi: informazione, individuazione e disputa delle credenze irrazionali; training di assertività; diario dei pensieri; uso dei principi della REBT con gli altri; revisione di sedute registrate; esercizi di shame-attack; esercizi di sperimentazione del rischio; uso di premi e punizioni; compiti per casa o fra una seduta e l’altra basati sul modello ABCDE di Ellis; lista dei pro e contro; social skills training; rivedere ed analizzare insieme i comportamenti di dipendenza, in particolare trigger, immaginazione, piano d’azione; definizione dei valori secondo la filosofia REBT; confronto razionale nelle sedute di gruppo.

Dai risultati emersi in questo studio, 180 pazienti hanno iniziato il percorso di trattamento: tre quarti di essi hanno completato l’intero percorso, risolvendo definitivamente il loro disturbo da abuso di sostanze; questo esito risulta essere più elevato di quello solitamente atteso dalle comunità terapeutiche (Mas-Bagà, 2000).

Commenti e Conclusioni

L’abuso di sostanze e le dipendenze sono un problema personale e sociale molto complesso, e lo stesso trattamento ci pone di fronte a molteplici criticità, dalla motivazione al cambiamento, alla rete sociale scarsa e poco presente su cui possono contare i pazienti, fino ai dati relativi all’efficacia dei trattamenti di questi disturbi. La terapia cognitivo comportamentale risulta essere la terapia evidence-based più indicata per il trattamento del disturbo da abuso di sostanze, in particolare in comorbidità con disturbi d’ansia o depressione (NICE, 2019).

Quanto evidenziato in questo articolo conferma ulteriormente l’efficacia della terapia CBT, in particolare l’approccio REBT, che risulta essere un eccellente approccio al problema che si presenta e ripropone spesso nelle dipendenze: la filosofia che sta alla base di esso e i suoi concetti fondanti come i pensieri, le emozioni, e la relazione fra essi, sono gli strumenti giusti che portano ad un effettivo e profondo cambiamento nel paziente tossicodipendente. I risultati descritti sono una dimostrazione empirica della sua validità.

L’esempio dell’applicazione REBT in un contesto diverso dal classico setting psicoterapico, ma all’interno di una comunità terapeutica, può essere uno spunto per tutte le realtà che attualmente operano in questo settore. Inoltre, a seguito dei risultati ottenuti, emerge la necessità di maggiori investimenti nell’ambito delle neuroscienze cognitive, nella psicofarmacologia ed altre tecnologie a supporto della gestione e del trattamento di questa tipologia di disturbi, seguendo un approccio cognitivo comportamentale.

 

Oltre la parola: modalità non verbali di guarigione mente-corpo

Si è soliti pensare che la guarigione mente-corpo debba passare necessariamente attraverso lo scambio verbale tra due o più individui, di cui uno altamente formato in ambito psicologico o medico, dimenticando le varie forme terapeutiche oltre la parola, utilizzabili anche con coloro che presentano una compromissione più o meno grave, dello sviluppo linguistico. Nel presente articolo si cercherà di introdurre alcune delle varie forme terapeutiche non verbali, evidenziandone i benefici ed i contesti applicativi.

 

Nell’immaginario collettivo il processo terapeutico passa unicamente attraverso la parola, come avveniva nel famoso studio di Freud, in cui il paziente accomodato sul divano, raccontava i suoi sogni e i suoi vissuti, mentre l’analista, alle sue spalle, lo ascoltava in silenzio, commentando e ponendogli domande.

E sull’efficacia della psicoterapia, di ogni ambito, sulla salute psico-fisica non c’è ormai più dubbio: le ricerche più attuali riconoscono i suoi effetti persino sulle aree cerebrali, migliorando il metabolismo, in particolare, nelle aree limbiche, e favorendo così una maggiore elaborazione e consapevolezza emotiva. Un miglioramento, questo, che nemmeno i più moderni farmaci sono riusciti a raggiungere e che solo il contatto umano ed il riconoscimento possono permettere. Ci tengo a sottolineare il concetto di contatto umano e di riconoscimento, poiché sono presenti anche nelle forme di psicoterapia non verbale dove la parola viene meno, come nel caso di ragazzi con autismo severo pre-verbale, o in ogni forma di comunicazione, seppure verbale. Esempio comune ed emblematico potrebbe essere quello di un consulto medico specialista, in cui postura, tono della voce, stile comunicativo del medico contribuiscono ad una migliore compliance terapeutica e riducono il rischio di drop out al trattamento, come insegna la branca della psicologia clinica e della medicina, denominata psicosomatica, ideatada F. Alexander, psicoanalista statunitense di origine ungherese, nella prima metà del Novecento; egli propose, infatti, un nuovo modo di guardare alla malattia, non più come solamente fisica o mentale, ma in maniera ampia e complessa, riconoscendo il ruolo di entrambi i fattori in ogni forma di disagio o di disturbo.

In casi ben più complessi, la comunicazione non verbale e l’utilizzo del corpo possono divenire vere e proprie forme terapeutiche, come nella Danza-Movimento Terapia, nata negli anni settanta in America e diffusasi successivamente anche nel continente europeo. Viene praticata dopo aver seguito un dato iter formativo, delineato dalla European Conference for Professional developmentof Dance Movement Therapy, promuovendo attraverso danza e movimento, comunicazione, processi creativi, integrazione psicofisica e benessere totale. Ha un notevole impatto sulla qualità della vita e si incentra sui bisogni personali di ogni singolo individuo, lavorando individualmente o in équipe. Permette anche di favorire socializzazione e di sviluppare nuove forme interattive tra i membri del gruppo ed è facilmente attuabile sia in contesti privati che pubblici, come centri diurni e comunità terapeutiche. Si rifà, inoltre, a tradizioni primitive e tribali, in cui ogni movimento ha lo scopo di mettere in comunicazione la persona con il suo corpo, il suo spirito e gli altri membri del gruppo.

Un po’ prima rispetto alla danza-movimento terapia, nacque negli Usa, l’Art-therapy, in particolare, a fine Ottocento; fautore del nuovo approccio fu Margaret Naumburg, psicologa, psicoanalista, artista ed educatrice, seguace del grande Freud, che guardava alle produzioni artistiche dei suoi pazienti, come mezzo per accedere più facilmente ai loro contenuti inconsci e favorirne così la guarigione. Successivamente, tra gli anni ’40 e ’50 del Novecento, a seguito dell’interesse per i gravi disturbi mentali riportati dai reduci di guerra, si riscontrò un maggiore interesse per questo approccio, divenendo proprio una forma terapeutica a sé per i grandi benefici che apportava. Innanzitutto, l’Art-therapy favorisce rilassamento e riduzione dello stress, oltre che permette una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. Non bisogna, inoltre, dimenticare il grande ruolo comunicativo: i primi uomini si affidavano al graffito per comunicare con gli atri membri del gruppo o addirittura con i posteri; anche i bambini, spesso, comunicano più facilmente attraverso il disegno che con le parole, pertanto, il loro grande uso nei contesti giudiziari. Si deve, quindi, sottolineare il suo grande impiego in contesti riabilitativi, con persone portatori di disabilità di differente tipologia e severità, e di prevenzione, come strumento per l’educazione dei giovani e la rieducazione di gruppi devianti.

Interessantissima e molto utilizzata, anch’essa in contesti individuali e gruppali, sia pubblici che privati, è la musicoterapia, una modalità di approccio terapeutico che utilizza la musica ed il suono come canale comunicativo, sia per un intervento educativo, sia per uno riabilitativo o terapeutico. È importante riflettere su come la prima forma di comunicazione umana sia proprio musicale: il baby talk, ovvero la comunicazione sonora tra madre e bambino, infatti, è ricca di suoni, amplificazione dei toni e grande ritmo, e permette alla madre e al bambino di rafforzare la connessione tra gli emisferi destri che inizia dallo sguardo. Pertanto, la musica, proprio come l’arte, la danza ed il movimento, è un elemento naturale, che se usata in contesto terapeutico, ha notevoli effetti sulla plasticità cerebrale, deficit di apprendimento e difficoltà linguistiche. Può, quindi, divenire una esperienza di comunicazione, crescita, a anche di elaborazione traumatica, comprendendo sia la sfera emotiva che quella relazionale. Proprio nei disturbi dello spettro autistico, citati in precedenza, questa forma terapeutica può favorire rilassamento, migliorare l’apprendimento, ridurre lo stress ed essere un importante mezzo per entrare a contatto con il mondo altrui, senza sentirsi invasi o invadere.

Un’altra forma di terapia famosissima è rappresentata dall’analisi bioenergetica, fondata da A. Lowen, medico e psicoterapeuta statunitense, negli anni ’50 del Novecento, mettendo insieme il processo analitico ed il lavoro sul corpo attraverso una serie di esercizi corporei, da praticare in gruppo o da soli. Pone grande attenzione alla respirazione e al suono, inteso nella sua forma più primitiva e spontanea, spesso repressa dall’educazione e dalle regole sociali. Il corpo e la mente sono percepiti in modo olistico, ed è necessario, pertanto, favorire la loro connessione, rafforzando consapevolezza e conoscenza personale. La parola ha un ruolo importante, poiché permette al terapeuta di indirizzare i pazienti attraverso gli esercizi ed il movimento, ma il paziente ha a disposizione più canali per comunicare, qualora non potesse usare la parola: il corpo, la sua rigidità, la sua sensibilità, le sensazioni e le emozioni che prova, emergono chiaramente nella postura e nella flessibilità del movimento e sono un canale chiaro e coerente di comprensione per il terapeuta. Pertanto, è stata definita una forma psicoterapia corporea e trova grande applicazione soprattutto in problemi psicosomatici e somatopsichici per la grande attenzione che rivolge alla persona nella sua totalità e unicità.

La psicoterapia senso-motoria è una nuova forma di psicoterapia corporea, molto utilizzata nelle casistiche traumatiche. Questa forma di psicoterapia guarda al corpo come elemento portante della terapia, sia in fase valutativa che trattamentale, pone attenzione sulla consapevolezza corporea e cinetica che il soggetto possiede e che è lo specchio dei suoi vissuti, dei suoi stati emotivi e cognitivi. Inoltre, contribuisce a implementare, con tecniche e strategie specifiche, il monitoraggio delle sensazione fisiche, la postura, la capacità di movimento, attraverso un processo bottom-up, dal corpo alle emozioni, alla cognizione. Una delle principali strategie riguarda il confrontarsi con i ricordi e con il passato attraverso esercizi senso-motori, in uno stato di rilassamento psico-fisiologico, differente rispetto a quello che si riscontra in un evento traumatico o in una rievocazione traumatica, il quale permette poi, di passare ad un confronto emotivo e cognitivo.

Infine, ultimo approccio che vorrei delineare, riguarda la mindfulness, molto in voga negli ultimi anni, che mette insieme meditazione buddhista e psicologia. Il soggetto è invitato attraverso la meditazione e la respirazione consapevole a porre l’attenzione sul hic et hunc (qui ed ora). Grazie in primis a J. Kabat-Zinn, professore di medicina presso la University of Massachussetts, la mindfulness ha trovato grande applicazione in ambito medico, educativo, organizzativo e psicoterapeutico, in quanto applicabile anche nei contesti in cui la parola non è la principale forma di comunicazione o la prediletta. E’ in grado, infatti, di far acquisire maggiore consapevolezza di sé con modalità sensoriali e intuitive, che possono poi essere accompagnate da un commento verbale.

Pertanto, non posso che invitare tutti a guardare oltre le parole, quando queste siano o meno presenti, e di non credere che la psicoterapia non possa essere utile a chi non riesce a comunicare verbalmente, guardando al meraviglioso panorama di approcci terapeutici che esistono.

Riprendendo il saggista ed economista Peter Drucker, vorrei ricordare che

La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.

 

Covid-19 e conseguenze in termini di salute mentale

Lo studio di Tang et al. (2020) ha indagato durante il periodo di lockdown per Covid-19 in Cina, l’incidenza dell’ansia e della depressione in individui non in quarantena, in quarantena in aree a rischio di contagio ed in quarantena in aree non a rischio di contagio.

 

Il Covid-19 è una malattia emersa per la prima volta a Wuhan nel gennaio del 2020 ed ha sollecitato da subito attenzione e interventi tempestivi per evitare la sua diffusione, in quanto la velocità con la quale il virus era in grado di passare da un individuo all’altro e le gravi complicazioni respiratorie associate, non permettevano di perdere tempo (Hellewell et al., 2020). Infatti, sono state messe in atto delle misure di contenimento e rallentamento del contagio, come l’educazione della popolazione a seguire delle corrette e severe regole igieniche e di distanziamento sociale, oltre al vero e proprio lockdown, che ha costretto a casa gli abitanti di Wuhan a partire dalla fine di gennaio (Hellewell et al., 2020), e successivamente anche il resto della popolazione mondiale.

In questo modo le persone sono state private di molti aspetti della propria vita, in quanto per intere settimane non hanno avuto la possibilità di continuare le proprie attività ed impegni quotidiani, ma soprattutto hanno dovuto rinunciare alla frequentazione della propria rete sociale, non potendo vedere neanche i propri cari e le persone più strette (Barbisch et al., 2015). Si è generata una situazione mai vista prima, in cui la libertà personale è stata ridotta drasticamente e molti sacrifici sono stati richiesti, in quanto non è stato possibile raggiungere i familiari malati in ospedale né celebrare riti funebri.

Ad aumentare la tensione in un momento già particolarmente critico, era la confusione riguardo le informazioni, l’incertezza sulle modalità e specificità del contagio, la mancanza di controllo sulla situazione e la non conoscenza di quello che sarebbe accaduto in futuro (Hellewell et al., 2020).

A questo proposito, molte sono state le ripercussioni dal punto di vista psicologico, soprattutto in termini di sintomi ansiosi e depressivi, per cui il presente studio (Tang et al., 2020) ha indagato durante il periodo di lockdown in Cina, l’incidenza dell’ansia e della depressione in individui non in quarantena, in quarantena in aree a rischio di contagio ed in quarantena in aree non a rischio di contagio.

Nelle prime due settimane di lockdown a Wuhan, a 1160 persone è stato chiesto di rispondere ad un questionario online per valutare gli effetti psicosociali della quarantena: nello specifico The Center for Epidemiological Studies Depression Scale (CES-D; Radloff, 1977) e iThe Goldberg Depression and Anxiety Scale (GAD; Goldberg et al., 1988) sono stati gli strumenti usati per misurare rispettivamente la depressione e l’ansia.

I risultati hanno mostrato che i rischi per la salute mentale sono maggiori in persone che hanno vissuto la quarantena rispetto a quelle che non l’hanno vissuta, e che tuttavia la prevalenza di depressione e ansia è due volte maggiore in soggetti che si sono trovati in aree non a rischio rispetto a quelli che si trovavano in zone a rischio, dimostrando che la paura di un potenziale contagio è stato un fattore di stress per l’individuo maggiore rispetto al contagio vero e proprio e che, a differenza di altri eventi catastrofici, l’imprevedibilità della contagiosità del virus ha portato le persone a sviluppare maggior diffidenza e distanza dagli altri, oltre che ansia e depressione per le conseguenze non ben definite che questo virus avrebbe comportato (Ni et al., 2020).

Le nostre emozioni ai tempi del coronavirus – Survey Online

Nelle ultime settimane la curva dei contagi da covid-19 continua a crescere. Lo scopo di questa indagine è valutare alcune variabili cognitive ed emotive, come l’ansia, la preoccupazione e l’intolleranza all’incertezza e come queste possono influenzare i comportamenti dei cittadini.


PER PARTECIPARE ALLA RICERCA:


Luca Bernardelli, CEO di BECOME, “Research and Psychology Hub”, la start-up della realtà aumentata e virtuale nel campo psicologico – Lo psicologo del futuro

In questo periodo storico le persone si ritrovano ad essere sole, più spesso in casa, a dover gestire le proprie sofferenze psicologiche. Da questo scenario sorge l’esigenza di un’opzione di semplice utilizzo, accessibile anche in termini economici, il cui scopo è quello di arginare il disagio psicologico insorgente, come la realtà virtuale.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 3) Luca Bernardelli, CEO di BECOME, “Research and Psychology Hub”, la start-up della realtà aumentata e virtuale nel campo psicologico

 

Luca Bernarelli è uno psicologo, specializzato nello studio delle psicotecnologie e delle tecnopatologie. Con vent’anni di esperienza per le imprese tecnologiche, dalla Silicon Valley californiana alla Silicon Wadi israeliana, è co-fondatore e responsabile delle vendite di BOWMAN – Data Matter, una società di software specializzata in Big Data e Machine Learning, nonché proprietario delle soluzioni EXPANDA – Enterprise Content Platform e ALGORILLA – Knowledge Discovery Platform.

Una delle ultime sfide del dottor Bernardelli è BECOME, una start-up specializzata in soluzioni tecnologiche positive progettate con la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata, e co-autore e formatore del metodo psicologico denominato Psicologia Aumentata.

Il dottor Bernardelli sarà relatore di una lezione della Conference on Digital Psychology, che si terrà il 19-20 Febbraio 2021, a Milano, portando la sua esperienza nel campo della realtà virtuale e aumentata al servizio della Psicologia. Inoltre, esporrà i prodotti di BECOME, le cui attuali APP, disponibili sull’Oculus Store, sono: Pratica clinica aumentata, Empowerment Organizzativo aumentato, Prestazione sportiva aumentata, e Tecniche di Rilassamento aumentato.

Nel corrente anno, la pandemia di COVID che ha colpito tutti noi, si ipotizza abbia comportato e stia tuttora comportando molteplici disagi psicologici: sbalzi d’umore e irritabilità. Il dottor Bernardelli, insieme al professor Riva ed altri colleghi, ha pubblicato di recente un protocollo per Realtà Virtuale sul Self-Help con lo scopo di far fronte alle conseguenze psicologiche del Coronavirus.

In questo periodo storico le persone si ritrovano ad essere sole, più spesso in casa, a dover gestire le proprie sofferenze psicologiche. Da questo scenario sorge l’esigenza di un’opzione di semplice utilizzo, accessibile anche in termini economici, il cui scopo è quello di arginare il disagio psicologico insorgente.

Nel presente studio viene testato un protocollo di auto-aiuto settimanale in Realtà Virtuale, auspicando ad una riduzione dei sintomi ansiosi, rafforzando i legami sociali e aumentando il benessere. Tale protocollo si basa sul video 360 gradi Secret Garden (per maggiori informazioni clicca QUI).

I video in Realtà Virtuale permettono a chi indossa il visore di ispezionare l’ambiente in ogni sua angolatura e di sperimentare un senso di immersione nell’ambiente visualizzato.

È possibile provarlo, basta avere uno smartphone, connettersi al relativo link e inserire il telefono in un visore. I ricercatori suggeriscono di usarlo per una settimana due o più volte al giorno (in base al livello di ansia percepito), di condividere l’esperienza con qualcuno e riflettere insieme sull’esperienza fatta (allo scopo di rafforzare i legami sociali, colmando i divari tra le persone). Ed infine, i ricercatori suggeriscono di provare a seguire, in seguito all’esperienza Secret Garden, le sette riflessioni guidate giornaliere, in cui si trovano un problema, un compito e un’attività sociale: combatti la ruminazione, risveglia la tua autostima, risveglia la tua memoria autobiografica, risveglia il tuo senso di comunità, risveglia i tuoi obiettivi e/o sogni, potenzia la tua empatia e organizza il tuo cambiamento.

Tutti i materiali sono sempre presenti alla pagina www.covidfeelgood.com.

 

Se volete saperne di più delle applicazioni della Realtà Virtuale e della Realtà Aumentata alla Psicologia registratevi alla prima edizione della Conference on Digital Psychology: Digital Perspectives in Psychology.

 

Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

ISCRIVITI ORA 9733


 

EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY
Scoprine di più: 

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L’ ACT e la terza ondata della terapia cognitivo comportamentale

Ideata da Steven Hayes, l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy, terapia basata sull’accettazione e sull’impegno) è considerata il ramo di terza generazione della classica Cognitive Behavior Therapy (CBT).

 

In un interessante libro di Harris, è riportata una bella sintesi che rende l’idea di come opera questa metodologia; A sta per accettare i propri stati d’animo ed emozioni, C significa connettersi con i propri valori, infine T è da leggersi come tradurre i propri valori in azioni. Al di là di queste considerazioni teoriche, mi piacerebbe soffermarmi su quanto la ricerca della felicità, paradossalmente, porti a concentrarsi troppo sulla ricerca di soluzioni del problema, che altro non fanno se non alimentarlo, invece di seminare e costruire una vita piena e significativa, termini usati dai terapeuti ACT.

Spiegato meglio con una metafora, provate a pensare al vostro problema più assillante come se fosse rappresentato da erbacce alte in un giardino di casa che volete ovviamente estirpare per renderlo ordinato; ora, mentre strappate erbaccia dopo erbaccia, inevitabilmente ne cresceranno contemporaneamente altre di nuove, e vi affannerete a strappare anche quelle, di fatto non risolvendo nulla ma creando un circolo vizioso e, aggiungerei noioso e improduttivo. Se invece di strappare le erbacce provate a spostare l’attenzione su come abbellire il giardino seminando rose, forse vi godreste di più la vita. Ancora, pensate a chi siete veramente e non identificate voi stessi con i vostri problemi, voi non siete la somma dei sintomi del DSM, siete persone con pregi e difetti. Avete delle passioni che magari non conoscete perché non siete connessi con il vostro vero sé.

La vita è un viaggio, da immaginare come una camminata, se ad ogni passo pensiamo a risolvere problemi, come dove spostare il peso sulle gambe e sui piedi per mantenere l’equilibrio, il viaggio sarà poco piacevole e non alzeremo lo sguardo verso l’orizzonte, non avremo scopi.

Per godersi la vita e raggiungere la realizzazione non dobbiamo tenere sotto controllo tutto, ma agire più istintivamente, consentendoci di sbagliare qualche volta, in fondo nessuno è perfetto. Certe tecniche delle due precedenti generazioni cognitivo comportamentali sono certamente ancora molto utili per alcuni pazienti, e alcune di queste tecniche e strategie sono presenti anche nell’ACT, ma trovo questo tipo di approccio una grandiosa sintesi tra cognitivismo, comportamentismo e psicodinamica (o più precisamente psicologia del profondo in senso lato). Gli approcci e i tentativi falliti precedentemente vengono smontati nella terapia e si trovano nuove vie per raggiungere ciò che si vuole.

Sigmund Freud University di Milano – Inaugurato il nuovo anno accademico

E’ stato inaugurato il giorno 08 Ottobre 2020 il nuovo anno accademico della Sigmund Freud University. Per l’occasione sono intervenuti il Prof. Alfred Pritz, Rettore della Sigmund Freud University, la Prof.ssa Sandra Sassaroli, Direttore del Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University di Milano e la Prof.ssa Regina Gregori, docente della Sigmund Freud University di Milano.

 

Come ogni anno, SFU Milano ha dato il suo benvenuto a matricole e studenti con una cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico. Data la situazione epidemiologica l’evento si è svolto in Ateneo, con l’accesso consentito solo agli studenti del primo anno dei Corsi di Laurea triennale e magistrale, e in contemporanea, per tutti gli altri, tramite piattaforma Zoom.

Per l’occasione sono intervenuti il Prof. Alfred Pritz, Rettore della Sigmund Freud University, la Prof.ssa Sandra Sassaroli, Direttore del Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University di Milano e la Prof.ssa Regina Gregori, docente della Sigmund Freud University di Milano.

Il Rettore, Prof. Alfred Pritz, ha aperto l’evento con un cordiale saluto agli studenti, sottolineando quanto la loro scelta di iniziare un percorso di studi che si apre al futuro sarà in grado di proiettarli verso una professione che non si rivelerà “mai noiosa”.

Ha successivamente preso la parola (min 4:14 del video) la Prof.ssa Sandra Sassaroli, Direttrice del Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University di Milano che, a partire da uno sguardo ai veloci cambiamenti verificatisi negli ultimi mesi a seguito dell’emergenza coronavirus, ha aperto a una riflessione più ampia sulle implicazioni delle nuove tecnologie nel mondo della Psicologia e di come la professione dello psicologo e dello psicoterapeuta abbia la necessità di adattarsi ai nuovi e futuri scenari. Non a caso, la Prof.ssa Sassaroli ha poi illustrato come, proprio in virtù di tale necessità, la Sigmund Freud University di Milano terrà nei giorni 19 e 21 febbraio 2021, la prima Conferenza Europea di Psicologia Digitale.

La parola è infine passata alla Dott.ssa Regina Gregori (min 22:27 del video), docente presso la Sigmund Freud University di Milano che ha tenuto una lezione sulla Psicologia Digitale, che ha permesso ai partecipanti di comprendere quanto le nuove tecnologie stiano ampiamente modificando i nostri comportamenti, le modalità di apprendimento, i fenomeni psicologici, la ricerca scientifica e anche le tecniche diagnostiche e riabilitative. La docente ha concluso l’intervento parlando di e-therapy, realtà virtuale e intelligenza artificiale e ricordando ai partecipanti di non perdere l’appuntamento con la Conferenza di Psicologia Digitale, Digital Perspectives in Psychology, di febbraio.

L’inaugurazione è stata dunque un’occasione per riflettere sul futuro, non soltanto degli studenti ma anche dell’intera professione.

 

Cerimonia di inaugurazione dell’A.A. 2020-2021 della Sigmund Freud University di Milano
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Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

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EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY
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Neurobiologia del tempo (2020) di Arnaldo Benini – Recensione del libro

Il libro Neurobiologia del tempo si propone di spiegare la controversa realtà del tempo.

 

Mentre la fisica nega l’esistenza del tempo, le neuroscienze ne descrivono la natura e i meccanismi; tale contraddizione fra le due discipline sull’esistenza di una categoria essenziale della vita resta ancora poco comprensibile.

Incertezze e perplessità sul tempo, e sul tempo come quarta dimensione dello spazio, accompagnarono Einstein per tutta la vita.

Con la teoria della relatività generale, Einstein introdusse la forza di gravità, che agirebbe come onda gravitazionale increspando lo spaziotempo. La conferma recente delle onde gravitazionali non modifica però la neurobiologia del tempo.

Il tempo non dipende solo dal movimento, come nella relatività ristretta, ma anche dalle masse e dalla gravità che esse esercitano nello spazio. La gravità esercitata da grandi masse rallenta il tempo.

L’idea newtoniana del tempo eterno e assoluto è invece per Leibniz inaccettabile poiché il tempo eterno e assoluto avrebbe gli stessi attributi di Dio. Mentre la fisica continua a ripetere che il tempo non esiste, le neuroscienze cognitive hanno cominciato a capire e a spiegare la realtà e la natura del tempo.

La neurobiologia del tempo, come viene spiegato nel libro, è certamente uno dei meccanismi fondamentali della coscienza. Il senso del tempo è reale ed è una dimensione essenziale della vita. Come il linguaggio e il senso dello spazio. Si tratta di eventi biologici prodotti da meccanismi nervosi emersi tramite la selezione naturale. Le neuroscienze cognitive, da almeno trent’anni si occupano di comprendere i processi che danno vita ai contenuti della coscienza, quali il dolore fisico, lo spazio, il senso del bene e del male, la volontà, la musica, il silenzio e il movimento, ma alcuni dilemmi fondamentali restano ancora da chiarire.

In passato la ricerca sperimentale del senso del tempo si fermò e riprese solo con Benjamin Libet (1916-2007), negli anni sessanta del Novecento. Il lungo intervallo fu dovuto al fatto che non si poteva studiare il senso del tempo in cervelli asportati durante le autopsie, perché era indispensabile la collaborazione cosciente della persona esaminata e non c’era la possibilità d’individuare e circoscrivere le aree del cervello attive.

Nel 1936 il biologo Hudson Hoagland, sorpreso che la moglie, quando aveva la febbre per l’influenza, percepisse la sua assenza per le solite commissioni come molto più lunga degli effettivi 20 minuti, studiò per primo le modificazioni elettroencefalografiche in pazienti con febbre alta.

La neurobiologia comparata dimostra e conferma che non esistono esseri dotati di sistema nervoso centrale che non abbiano il senso del tempo.

Secondo le neuroscienze il tempo è infatti un prodotto del cervello.

La temporalità è parte costituente della nostra natura, ed è essenziale a essa.

Si tratta di un aspetto paradossale: da un lato la fisica teorica la nega come fosse un’illusione, dall’altro le neuroscienze e la biologia comparata trovano dati sui meccanismi nervosi del senso del tempo nell’uomo e in esseri viventi, anche con un sistema nervoso piccolissimo, a conferma della realtà di un evento biologico le cui origini risalgono a sistemi nervosi minuscoli e a età assai remote. “Verità e certezza”, come scrive il fisico Roman Sexl, “sono ardenti desideri dell’umanità che non possono che rimanere insoddisfatti”.

Questa nuova edizione è aggiornata con gli studi più recenti sul senso del tempo, sia negli uomini, sia negli animali, e fornisce numerosi dati scientifici interessanti.

La terapia cognitivo comportamentale per l’insonnia (CBTi): l’efficacia del trattamento e gli effetti su depressione, ansia e stress

L’insonnia causa stanchezza diurna, ansia, stress e depressione, inoltre incide negativamente anche sulla salute fisica, essendo un fenomeno molto diffuso, i ricercatori stanno cercando nuove forme di terapia atte a curare in maniera efficace questo disturbo (Sweetman et al., 2020).

 

 

Con l’arrivo del COVID-19, i disturbi del sonno sono aumentati notevolmente, l’insonnia è infatti un fenomeno sempre più comune, l’aumento di questo disturbo è dato anche dall’aumento di altre condizioni psicopatologiche, infatti, condizioni come l’ansia o la depressione correlano positivamente con i disturbi del sonno, solitamente è possibile riscontrare la difficoltà ad addormentarsi nei disturbi d’ansia, mentre continui risvegli notturni e risvegli precoci al mattino sono tipicamente rilevabili nei disturbi dell’umore come la depressione (Pappa et al.,2020) .

Uno studio condotto in Australia ed effettuato su oltre 450 pazienti, ha verificato l’efficacia di alcune forme di psicoterapia per il trattamento dell’insonnia.

I ricercatori della Flinders University hanno scoperto non solo che un programma di terapia cognitivo comportamentale mirato per l’insonnia aiuta ad alleviare questo disturbo, ma ha anche un effetto positivo sui sintomi di depressione, ansia e stress (Sweetman et al., 2020).

Lo studio in questione ha verificato l’efficacia della terapia cognitivo comportamentale (CBT) su pazienti insonni che soffrivano di depressione, ansia, stress.

Il campione era composto da 455 soggetti, la ricerca di carattere longitudinale è durata tre mesi, tempo compreso dal pre-trattamento al follow-up (Sweetman et al., 2020).

I risultati mostrano che, in egual misura, soggetti con e senza insonnia mostrano miglioramenti sui tre versanti psicologici prima citati, cioè: depressione, ansia e stress, inoltre, come conseguenza data dal miglioramento della salute psicologica dell’individuo, si verifica anche un significativo aumento della qualità e della durata del sonno (Sweetman et al., 2020).

Nello specifico, si rileva un miglioramento delle tre condizioni psicopatologiche, da moderato ad ampio.

Il professor Leon Lack di Flinders, che gestisce il servizio di terapia dell’insonnia presso l’Adelaide Institute for Sleep Health a Bedford Park, afferma che la CBT per l’insonnia (“CBTi”) è raccomandata come il trattamento più efficace e di prima linea per questo tipo di disturbo.

I ricercatori sottolineano l’importanza dell’utilizzo della psicoterapia per il trattamento dell’insonnia, così da evitare l’uso di farmaci ipnotici e i relativi effetti collaterali; proprio per questo motivo, in Australia, gli psicologici si stanno mobilitando per insegnare ai medici di base le tecniche della CBTi per far sì che si promuova il trattamento dell’insonnia tramite la psicoterapia, e soprattutto per migliorare il sonno di quei soggetti che non stanno affrontando un percorso psicoterapeutico (Sweetman et al., 2020).

 

Firmato il protocollo per l’assistenza psicologica nelle scuole tra Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale Ordine Psicologi

Pochi giorni fa è stato firmato dal presidente del CNOP David Lazzari il “Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Istruzione ed il CNOP per il supporto psicologico nella Scuola”, protocollo già approvato all’unanimità dal Consiglio Nazionale in data 25 settembre.

 

La dura realtà nella quale siamo precipitati in seguito all’emergenza Coronavirus, ci ha posto dinnanzi a una serie di difficoltà, di paure e cambiamenti. Tra i settori più stravolti dall’epidemia troviamo senza dubbio la scuola: dalla decisione di sospendere le attività scolastiche e iniziare con la didattica a distanza, fino alle disposizioni dell’inizio del nuovo anno scolastico, bambini, insegnanti, personale scolastico e genitori hanno dovuto fare i conti sì con limiti organizzativi e pratici ma anche con preoccupazioni, ansie e altri disagi di natura psicologica.

Il valore che la salute, fisica e psicologica, ha assunto in un periodo così delicato ha permesso di sancire ufficialmente un prezioso incontro tra Scuola e Psicologia di cui da anni si sentiva la necessità ma che ha spesso incontrato diversi ostacoli: negli ultimi giorni si è assistito a un passo decisivo nel riconoscimento di questo incontro grazie alla firma del “Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Istruzione ed il CNOP per il supporto psicologico nella Scuola”

Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Istruzione ed il CNOP per il supporto psicologico nella Scuola: il punto di partenza e il punto d’arrivo

L’impegno del CNOP nel far sì che l’assistenza psicologica rientrasse tra le attività finanziate per la Scuola con il DL 19 maggio 2020, n. 34 (“Rilancio”) convertito nella legge 17 luglio 2020, n. 77 (art.231), ha avuto delle iniziali difficoltà a concretizzarsi in in quanto i fondi previsti in un primo momento non erano specifici per la Psicologia e l’accesso alle attività finanziate era solo consentito e non obbligato alle scuole.

L’obiettivo del CNOP è stato poi raggiunto grazie all’Accordo Governo-Sindacati per la Scuola del 6 agosto 2020 (art.6 “sostegno psicologico”) (Decreto Ministeriale 6 agosto 2020), in cui si è riusciti a prevedere specificamente l’assistenza psicologica nella scuola. E’ all’interno di questo accordo che è stato previsto un Protocollo d’intesa tra CNOP e Ministero per attivare il sostegno psicologico. Il Protocollo che ne è derivato, frenato inizialmente dalle difficoltà tecniche e materiali dell’avvio della scuola a settembre, è il punto di equilibrio raggiunto tra le richieste del CNOP (garantire una puntuale ed adeguata presenza di Psicologi in tutte le scuole) e le disponibilità del Ministero.

Il protocollo è stato così approvato all’unanimità dal Consiglio Nazionale in data 25 settembre e firmato dal presidente del CNOP David Lazzari in data 09 Ottobre che ora va alla firma della Ministra Azzolina. Il Protocollo prevede anche un “accordo integrativo” (per superare le criticità ed i dubbi interpretativi che si erano generati con una circolare ministeriale del 30 settembre scorso) che è stato firmato dal Presidente Lazzari e dal Capo Dipartimento per le Risorse Umane e Finanziarie del Ministero Giovanna Boda.

Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Istruzione ed il CNOP per il supporto psicologico nella Scuola: le premesse e gli obiettivi

Obiettivi e finalità del Protocollo sono: il fornire supporto psicologico, su tutto il territorio nazionale, a personale scolastico, studenti e famiglie per rispondere ai traumi e ai disagi derivati dall’emergenza COVID-19 e l’avvio di un sistema di assistenza e supporto psicologico, a livello nazionale, per dare assistenza e prevenire l’insorgere di forme di disagio e/o malessere psico-fisico tra gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado.

Il Protocollo coniuga dunque la necessità di tutelare, tramite interventi di supporto e prevenzione, la salute dei cittadini, nella fattispecie del personale scolastico, degli studenti e dei genitori e di rispondere alle esigenze, evidenziate da parte del Ministero dell’Istruzione, di realizzare:

  • attività di supporto psicologico rivolte al personale scolastico, a studenti e a famiglie per rispondere ai disagi derivanti dall’emergenza COVID-19 e per prevenire l’insorgere di forme di malessere psico-fisico;
  • servizi di assistenza psicologica per il personale scolastico nei casi di stress lavorativo, difficoltà relazionali e traumi psicologici e per prevenire l’insorgere di forme di disagio;
  • servizi di assistenza psicologica rivolti a studenti e famiglie per fornire supporto nei casi di disagio sociale, difficoltà relazionali e altri traumi psicologici;
  • azioni volte alla formazione dei docenti, dei genitori e degli studenti, sulle tematiche riguardanti i corretti stili di vita, sulla prevenzione di comportamenti a rischio per la salute, nonché sull’educazione all’affettività.

Cosa prevede il Protocollo

Come si legge dal comunicato del 28 Settembre 2020 apparso sul sito del CNOP, il Protocollo – il primo nel suo genere e che avvia una presenza della professione su tutto il territorio nazionale – in sintesi prevede:

  • l’emanazione di bandi a livello di singola direzione scolastica a cura delle Scuole stesse (tutte le 8000 direzioni);
  • lo “stanziamento di apposite risorse all’uopo finalizzate” (risorse vincolate);
  • che “l’importo finanziato dal Ministero alle istituzioni scolastiche sarà determinato assumendo quale valore della prestazione professionale euro 40 lordi/ora” (non ci sono bandi al ribasso);
  • che il CNOP metta a disposizione delle “linee guida” per le attività degli Psicologi che includano possibili strumenti per la valutazione dei bisogni ed effettui la rielaborazione dei dati a livello nazionale;
  • che il Ministero organizzi una attività di informazione/formazione agli Psicologi reclutati sulle Linee Guida del CNOP;
  • Che si attivi una collaborazione a livello regionale tra Uffici Scolastici e Consigli dell’Ordine per assicurare la migliore attuazione del protocollo.

La selezione degli psicologi

Si legge sul Protocollo, che le attività di selezione degli psicologi si baseranno sui seguenti criteri di selezione e condizioni di partecipazione:

  • 3 anni di anzianità di iscrizione all’albo degli psicologi o 1 anno di lavoro in ambito scolastico, documentato e retribuito, oppure, formazione specifica acquisita presso 4 istituzioni formative pubbliche o private accreditate di durata non inferiore ad un anno o 500 ore;
  • incompatibilità, per tutta la durata dell’incarico, da parte degli psicologi selezionati di stabilire rapporti professionali di natura diversa rispetto a quelli oggetto del presente Protocollo con il personale scolastico e con gli studenti, e loro familiari, delle istituzioni scolastiche nelle quali prestano il supporto psicologico;
  • ulteriori specifiche caratteristiche individuate dall’istituzione scolastica.

Sul Protocollo si è così espresso il firmatario Dott. David Lazzari, Presidente del CNOP:

Con oggi si apre una pagina nuova per la Scuola italiana: studenti, docenti, dirigenti e genitori, il sistema scuola nel suo complesso, potrà finalmente giovarsi in modo omogeneo e sistematico delle competenze psicologiche. Erano anni che si sentiva questo bisogno ed ora l’urgenza della pandemia e dei grandi problemi che crea ha reso urgente dare questa risposta. La dimensione psicologica è fondamentale per mille aspetti che riguardano il mondo della scuola e la soluzione raggiunta è equilibrata e segna un punto di partenza dal quale si può solo migliorare. Ringrazio la Ministra Azzolina per aver dato ascolto a questo bisogno della scuola ed il Capo Dipartimento Boda per la grande competenza con cui ha seguito l’accordo raggiunto.

La Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolin, in una sua lettera scritta in Occasione del Convegno Nazionale “Il Diritto alla Salute Psicologica” commenta così questa nuova collaborazione:

Era un intervento necessario (…) La salute psicologica è parte del diritto alla salute, credo quindi che la collaborazione che abbiamo attivato sia davvero importante e ha trovato un riscontro favorevole anche nella comunità scolastica

Il CNOP, nel valutare che si tratta di una tappa fondamentale per la Psicologia nella Scuola e per favorire l’applicazione e la implementazione di quanto previsto, seguirà con ogni azione possibile l’attività a livello nazionale, considerando questo un punto non di arrivo ma di partenza, dal quale poter solo andare avanti.

 

Perché molte persone sono disinibite e aggressive quando si esprimono sui social?

Perché molte persone sono disinibite e aggressive quando si esprimono sui social? A cosa è dovuta questa mancanza di moderazione? Perché altre sono diffidenti?

 

Sempre più spesso capita di vedere nei social diversi post e commenti molto aggressivi, pieni di parole offensive e carichi di odio e frustrazione.

Molte persone che esternano tali commenti online, nella vita reale e nella comunicazione “non virtuale”, risultano contrariamente come delle persone completamente diverse o comunque con un approccio molto più introverso nel face to face.

Superficialmente tendiamo a credere che la comunicazione digitale abbia la stesse caratteristiche di quella reale, ma purtroppo non è così: per la maggior parte nel cyberspazio le persone si esprimono più apertamente, con più disinvoltura, manifestando le proprie emozioni senza controllo.

Esistono dei veri e propri fenomeni comportamentali quando ci approcciamo online: uno di questi effetti è stato studiato dal Prof.John R.Suler della Rider University, l’Online disibinition effect. Secondo Suler la spiegazione al comportamento disinibito di molte persone quando si esprimono online è dovuto ai seguenti elementi:

  • Anonimato dissociativo: la possibilità di separare (più facilmente online) la propria identità dall’esternazione dei propri contenuti. Qualunque cosa venga detta o fatta non può essere automaticamente ricollegata alla vita reale.
  • Invisibilità: è il passo ulteriore all’anonimato. L’invisibilità immette la convinzione nell’utente di non essere visto, di potersi muovere sul web senza lasciare tracce, di essere fisicamente invisibile. Questo attiva l’effetto disinibizione. L’impossibilità di rilevare alcun linguaggio del corpo od espressione facciale nell’altro amplia questa convinzione. Così come l’assenza di aspetti emotivi e personali.
  • Asincronicità: la comunicazione sui social e nel web è asincrona ovvero non avviene in tempo reale, ma si avvale di lunghe pause, silenzi e risposte ritardate. Non dover affrontare la comunicazione immediatamente può favorire l’effetto disinibitorio.
  • Introiezione solipsistica: spesso capita che la persona che legge il contenuto online di un altro utente sente come una fusione mentale con questa persona, la lettura di questi contenuti può essere vissuta come propria o come voce nella propria testa, come se quella persona ci avesse letto dentro. Non sentendo come suona la voce dell’altro utente si può cadere in questa falsa convizione, addirittura possiamo assegnare un volto immaginario all’autore dei contenuti che andiamo a leggere.
  • Immaginazione dissociativa: spesso le persone tendono a credere che il personaggio creato con il profilo social sia un personaggio fittizio ed irreale, privo di responsabilità ed immaginario, separato dal mondo reale. Una volta scollegate le persone credono di cambiare personaggio per il mondo reale.
  • Mancanza di autorità e sensazione di uguaglianza: la possibilità di esprimersi sui social e sul web è estremamente democratica, infatti non importa chi ci sia dall’altra parte dello schermo e quale potere ed autorità possa avere nel mondo ordinario, sui social tutti si sentono di potere dire la loro a chiunque. Nel mondo reale, specie davanti ad una persona autorevole, le persone sono riluttanti a dire ciò che pensano davvero, ma con l’effetto disinibitorio online tendono a dire tutto quello che pensano.

Inoltre l’effetto disinibizione online, che risulta un fenomeno oggettivo per tutti, è anche un fattore che va a condizionare la reazione delle varie personalità che si apprestano ad interagire come utenti sul web. Ad esempio renderà personalità con stili istrionici più aperte ed emotive, mentre le compulsive del mondo ordinario molto più contenute. Quindi il grado di disinibizione di questo effetto viene condizionato dallo stile comportamentale di base dell’utente.

Molte persone possono sentirsi più libere grazie a questo effetto disinibitorio online, oltre che sfogarsi più liberamente o condividere le proprie emozioni possono avere la possibilità di presentarsi come vorrebbero agli altri.

Il rischio del confine del sé

La disinibizione online è un fatto oggettivo, ma dobbiamo prendere atto di come ci siano anche persone che si sentano osservate, sorvegliate e diffidenti nei confronti dei social e dell’attività online in generale. Gli ambienti online, come le chat di messaggistica dei social o altri sistemi, possono generare in alcune persone insicurezza, frustrazione ed ansia, paranoia o paura. Questo porta ad agire con esitazione e cautela. Alcune persone vacillano tra uno stato disinibito nella realtà ed uno inibito sui social, oppure viceversa. Questa polarità è definita da Suler come esperienza di “auto-confine”. L’auto-confine può essere definito come il senso di ciò che sono io e ciò che non sono io. È l’esperienza di un perimetro flessibile che segna la distinzione tra la personalità –  pensieri, sentimenti e ricordi – e ciò che esiste al di fuori di quel perimetro, all’interno delle altre persone che utilizzano l’online.

Una varietà di fattori contribuisce all’auto-confine, tra cui la consapevolezza di avere un corpo fisico distinto, la percezione attraverso i cinque sensi di un mondo esterno, il sentimento di una distinzione psicologica tra ciò che conosco rispetto a ciò che gli altri sanno di me e la sensazione del sé fisico/psicologico che si muove in modo coeso lungo un continuum lineare di passato, presente e futuro. La vita online tende a sconvolgere questi fattori che supportano l’auto-confine. Il corpo fisico e i suoi cinque sensi non svolgono più un ruolo cruciale come nelle relazioni face to face. Ciò che gli altri sanno o non sanno dell’utente non è sempre chiaro. La sensazione di un passato, un presente e un futuro lineari diventa meno tangibile mentre ci muoviamo avanti e indietro attraverso la comunicazione sincrona e asincrona. Di conseguenza, questo stato di coscienza alterato nel cyberspazio tende a spostare o destabilizzare il confine con se stesso. La distinzione tra io interiore e l’altro esteriore non è così chiara e questo può innescare tutta una serie di bias cognitivi.

 

Potenziare le funzioni esecutive attraverso il gioco

Il gioco rappresenta uno spazio evolutivo centrale nello sviluppo e nel consolidamento di molteplici abilità e può favorire il potenziamento delle funzioni esecutive.

 

Il gioco è una fonte di sviluppo potenziale; nel gioco il bambino è sempre al di sopra del suo abituale comportamento quotidiano; nel gioco egli è in qualche modo di una testa più alto di se stesso (L. S. Vygotskij).

Psicologi, pedagogisti ed educatori concordano nell’attribuire un ruolo fondamentale al gioco nella crescita cognitiva, relazionale, affettiva e linguistica del bambino. Molte ricerche sottolineano che il gioco è in grado di attivare l’apprendimento, stimola la formazione della personalità, e quando è condiviso risulta un terreno fertile per l’acquisizione di regole sociali, del rispetto del turn-taking e dello scambio sociale.

Il bambino impara facendo, ‘in occasione di esperienze effettuate con materiale adeguato e quando, invece di riflettere a vuoto, agisce prima e non parla che delle proprie azioni’ (Piaget, 1927), sperimentando su materiali reali e su oggetti fisici (Piaget, 1956).

Il gioco rappresenta uno spazio evolutivo centrale nello sviluppo e nel consolidamento di molteplici abilità, spesso sottovalutato dagli adulti di riferimento (caregivers, insegnanti, educatori) che non sempre ne conoscono le potenzialità.

Interessante e clinicamente significativo è l’utilizzo del gioco con finalità terapeutico/riabilitativa come strumento per il potenziamento delle funzioni esecutive.

Le funzioni esecutive sono quell’insieme di abilità che consentono all’individuo di adattarsi alle richieste ambientali nuove e/o insolite, in assenza di schemi di risposta automatici, ma che richiedono l’elaborazione di nuovi piani d’azione.

Rientrano tra le funzioni esecutive:

  • la pianificazione, ossia la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di progettare la sequenza di componenti finalizzati al raggiungimento di un obiettivo;
  • l’inibizione, ovvero la capacità di controllare gli stimoli interferenti rispetto al compito che si sta svolgendo, senza la quale saremmo continuamente in balia dei nostri impulsi e in preda alle continue sollecitazioni ambientali, che sottende la capacità di decidere in maniera autonoma senza farsi influenzare dal contesto;
  • la Working Memory, ossia la capacità di tenere in mente le informazioni per il tempo necessario per poterle processare ed elaborare, abilità necessaria per il multitasking, ovvero saper svolgere più compiti contemporaneamente;
  • la flessibilità cognitiva, ovvero la capacità di cambiare strategia di pensiero o d’azione per far fronte alle situazioni, che si traduce nella capacità di modificare il proprio comportamento quando è inefficace al raggiungimento di un obiettivo (in opposizione a rigidità e perseverazione);
  • il giudizio, ossia la capacità di stimare e valutare una situazione in base alle proprie conoscenze, che sta alla base dell’abilità di fare corrette stime cognitive;
  • l’attenzione, ovvero la capacità di direzionare le proprie risorse verso uno stimolo (attenzione selettiva), di portare a termine un compito (attenzione sostenuta), e di svolgere due compiti contemporaneamente (attenzione divisa).

Particolare menzione meritano i giochi da tavolo, che rappresentano uno strumento educativo importantissimo per lo sviluppo di aspetti relazionali e sociali e per le funzioni esecutive (soprattutto una certa linea di giochi studiati e creati in maniera da stimolare le funzioni esecutive fin dalla prima infanzia), che se sapientemente utilizzati possono diventare materiale per il clinico da utilizzare nella riabilitazione, nell’ADHD, nei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), nelle condizioni di funzionamento intellettivo limite (FIL), in presenza di disregolazione emotiva e discontrollo degli impulsi e in tutte quelle situazioni che delineano un’insufficiente maturazione di una o più funzioni esecutive.

Quali giochi?

Dai grandi classici come Forza 4, che allena l’attenzione sostenuta e divisa, la pianificazione e l’inibizione, al Memory che stimola l’attenzione e le abilità di memoria e di ricerca visiva, alla Dama (e nella sua variante dama cinese) che allena la pianificazione, la flessibilità cognitiva e l’organizzazione visuo-spaziale, allo Shangai che serve a stimolare l’attenzione focalizzata, l’inibizione della risposta e a potenziare lo sviluppo delle abilità fino-motorie, alle Carte Uno che allenano l’attenzione, la working memory, la pianificazione. Interessanti anche le linee di giochi edite da case editrici quali Erickson, Creativamente, Asmodee e la Fabbrica dei Segni, che mettono a disposizione moltissimi e variegati materiali specifici per fasce d’età, in grado di allenare la memoria di lavoro, l’autocontrollo, la velocità di elaborazione, la ricerca visiva, le capacità di calcolo, la denominazione, il ragionamento induttivo, l’inibizione, la memoria, la pianificazione, la flessibilità cognitiva, il problem solving, le capacità morfosintattiche, lessicali, di costruzione di frasi e di narrazione.

Il potenziamento in gruppo

Laddove possibile, l’utilizzo di questi materiali in contesto gruppale ha un’enorme potenzialità: il gruppo rappresenta il contesto più ecologico simile agli ambienti di vita che vivono i bambini (in famiglia, a scuola, col gruppo dei pari); in gruppo è possibile lavorare su una serie di aspetti comportamentali (ad es. il rispetto del turno), ed emotivo-relazionali (ad es. lavoro sull’espressione della rabbia agonistica, o sulla cooperazione per il raggiungimento di un obiettivo comune); il confronto con il gruppo può diventare terreno fertile per far emergere differenze individuali ma anche emozioni condivise ed esperienze comuni che fanno sentire i bambini accolti, compresi e meno soli, e può diventare un’opportunità di arricchimento per il singolo bambino (sappiamo quanto i bambini apprendano per imitazione di un modello).

Nel riprendere ed ampliare il concetto di zona di sviluppo prossimale di Vygotskij, Vianello (2012) afferma che un pari competente può essere un modello molto più efficace dell’adulto nel favorire lo sviluppo potenziale, perché più simile per caratteristiche al bambino.

Un altro vantaggio del lavoro in gruppo è la possibilità di shiftare dal potenziamento cognitivo al potenziamento delle social skills, dal momento che nel contesto gruppale emergono una serie di situazioni sociali complesse che favoriscono anche lo sviluppo di capacità di mentalizzazione e di empatia.

Il potenziamento individuale

Ritornando al concetto di zona di sviluppo prossimale (Vygotskij, 1980), ossia il livello di sviluppo potenziale che un bambino può raggiungere con l’aiuto di un adulto, è chiaro che il ruolo del clinico diventa di primaria importanza ed è investito di una grossa responsabilità nel fornire al bambino l’impalcatura o scaffolding (Wood, Bruner & Ross, 1976) per accrescere le proprie competenze.

Nel potenziamento individuale, quindi, la scelta del tipo di materiale da utilizzare deve essere ben ponderata dall’operatore sulla base delle singole caratteristiche del bambino che ha di fronte, prestando attenzione sia ai suoi punti di forza che a quelli di debolezza.

Del resto non rimane che calarsi nelle regole del gioco (che un buon clinico può sapientemente rimodulare in base all’esperienza, avendo in mente su quali funzioni voler intervenire) senza dimenticare che la prima regola è non barare in modo da cercare di avvantaggiare il bambino, ma metterci serio impegno e dare vita a sfide avvincenti e divertenti, che non necessariamente hanno un vincitore già designato: un buon percorso di potenziamento attraverso il gioco spesso si conclude con delle vittorie conquistate e meritate dei nostri piccoli pazienti.

 

La Riabilitazione Neuropsicologica. Premesse teoriche e applicazioni cliniche – Recensione del libro

Il libro La Riabilitazione Neuropsicologica è alla quarta edizione; dal 1986, anno della prima edizione, si sono sviluppate nuove metodiche di indagine e valutazione e tecnologie di supporto.

 

In questi anni i risultati della ricerca hanno modificato in modo sostanziale l’approccio tradizionale della neuropsicologia che si era andata costruendo alla fine dell’800 e nel corso del ‘900, prevalentemente sull’osservazione di pazienti con lesioni.

Oggi, le basi neurologiche del recupero si basano sulla neurogenesi e le possibili applicazioni terapeutiche delle cellule staminali, l’applicazione delle metodiche di nueroimmagine, tecniche di analisi dei dati per le molteplici applicazioni rese possibili dalla risonanza magnetica, su interventi di neuromodulazione basati sulla stimolazione magnetica ed elettrica e sull’apporto delle nuove tecnologie (interfaccia cervello-computer, realtà virtuale e teleriabilitazione).

Ad aprire questo mondo di possibilità è stato inizialmente William James, che per primo ha parlato di plasticità cerebrale.

I vari capitoli del libro presentano per ogni singolo argomento, dall’afasia ai disturbi dell’attenzione e della memoria, dall’aprassia ai disturbi visuo-spaziali, dai disturbi dei traumatizzati cranio-encefalici e di altri gravi cerebrolesi, alla riabilitazione nella malattia di Alzheimer e alla riabilitazione delle capacità esecutive, fino alla riabilitazione neuropsicologica dei disturbi globali della coscienza, le caratteristiche funzionali compromesse, gli strumenti di valutazione per un corretto assessment e i principali modelli di riabilitazione, seguendo anche un percorso storico, che rende conto dei cambiamenti che si sono adottati, via via che le evidenze di ricerca e le conoscenze si accumulavano.

Naturalmente per alcuni disturbi sono evidenziate anche le difficoltà che si hanno per un recupero funzionale delle aree di vita compromesse, che prevedano il miglioramento della qualità di vita del paziente.

Oltre 400 pagine di preziose conoscenze, non solo per chi opera nel campo della riabilitazione neuropsicologica, ma anche per quanti in altri ambiti si confrontano comunque con disfunzioni che riguardano ad esempio processi come attenzione, memoria o la metacognizione e le funzioni esecutive.

L’approccio per i vari disturbi è spesso duplice, restitutivo, tende a recuperare i deficit, compensativo, si avvale della plasticità delle reti neuronali che si sostituiscono alle aree del cervello compromesse.

Inoltre, gli autori sottolineano che molto raramente si producono isolate sindromi di tipo ‘focale’’, mentre quasi sempre si manifestano quadri sindromici di tipo ‘diffuso’ che coinvolgono contemporaneamente più funzioni neuropsicologiche e comportamentali, emotive e fisiche, conseguenti al contemporaneo coinvolgimento della maggior parte delle aree cerebrali. Vi è quindi la necessità, da parte dei clinici e dei vari professionisti della riabilitazione, di intervenire in maniera articolata nel contesto di equipe multiprofessionali.

Gli ultimi tre capitoli del libro sono particolarmente interessanti perché si occupano di aspetti di primo piano se si vuole adottare un approccio olistico e integrato. Il diciannovesimo capitolo tratta degli aspetti relativi al contributo della terapia occupazionale, che ha assunto negli ultimi tempi un ruolo di primo piano per la riabilitazione neuropsicologica, il ventesimo illustra quei fattori che rendono necessaria un’adeguata modalità di formazione e accompagnamento del caregiver, risorsa fondamentale nel percorso riabilitativo del paziente, esercitando un importante ruolo nel favorire l’outcome in termini di autonomia e benessere. Infine, l’ultimo capitolo fotografa le tecnologie che andranno a impattare maggiormente il mondo sanitario entro il 2040. Sono discusse tre soluzioni tecnologiche promettenti in campo neuroriabilitativo: (1) le interfacce cervello-computer (Brain-Computer Interface, BCI) che sono in grado di andare a cambiare l’interazione tra il sistema nervoso centrale e il suo ambiente esterno o interno; (2) la realtà virtuale (RV), strumento innovativo in grado di creare ambienti tridimensionali simil-reali, che possano elicitare percezioni e reazioni realistiche da parte del paziente/utente; (3) la teleriabilitazione (TR), una branca della telemedicina che, integrando in apposite piattaforme digitali differenti strumenti e prodotti (tablet, smartphone, app ecc.), permette di fornire ‘care’ riabilitativo a distanza.

Una lettura impegnativa che apre orizzonti ampi a operatori di diverse professionalità nell’ambito della neuropsicologia e della riabilitazione.

La pornografia fa male? Solo se pensi che il suo utilizzo sia moralmente sbagliato!

Uno studio pubblicato sul Journal of Sex and Marital Therapy suggerisce che l’uso della pornografia da parte di individui impegnati in relazioni monogame non è necessariamente associato a conseguenze psicologiche negative.

 

Sembrerebbe, infatti, che le conseguenze negative date dall’uso della pornografia, dipendono dalle convinzioni morali del consumatore (Guidry et al., 2020).

Con la pornografia sempre più accessibile, è aumentato anche l’interesse scientifico per le conseguenze del suo utilizzo. Ricerche precedenti hanno scoperto effetti sia positivi che negativi associati all’utilizzo di questo materiale. Gli autori dello studio volevano esplorare se questa variazione nei risultati potesse avere a che fare con le percezioni del singolo consumatore sull’uso della pornografia e, in particolare, con le loro convinzioni morali (Guidry et al., 2020).

La disapprovazione morale e la pornografia sono aree di ricerca relativamente nuove e si hanno pochi dati per quel che riguarda il consumo della pornografia, i fattori associati al disagio psicologico e la disapprovazione morale. Una mancanza di congruenza tra le proprie convinzioni, religione e comportamento, come può essere sperimentata nell’atto di consumare materiale pornografico, spesso si traduce in disagio psicologico (Guidry et al., 2020).

Per studiare l’influenza che hanno le proprie credenze e i propri valori sulle conseguenze date dall’uso della pornografia, è stata condotta una ricerca tramite un sondaggio online, il campione era composto da uomini e donne di età compresa tra 18 e 73 anni. I criteri di inclusione comprendevano: l’essere attualmente in una relazione monogama e aver avuto accesso alla pornografia negli ultimi sei mesi, dati questi criteri di selezione, sono risultati idonei 287 soggetti, i quali hanno compilato questionari relativi alla misurazione dell’ansia, depressione soddisfazione nella relazione e attaccamento al partner romantico. Il sondaggio ha anche chiesto agli intervistati quante volte hanno avuto accesso alla pornografia online nell’ultimo mese e ha misurato la loro disapprovazione morale nei confronti della pornografia utilizzando domande tipo: “La visualizzazione di materiale pornografico online viola i miei valori personali” (Guidry et al., 2020).

I risultati hanno mostrato che l’uso della pornografia è correlato sia all’ansia che alla depressione, tuttavia questa relazione è mediata dalla disapprovazione morale, quindi, gli effetti negativi dati dall’utilizzo della pornografia, si manifestano in coloro che sono dell’idea che l’uso di questo materiale sia sbagliato moralmente. La frequenza dell’uso della pornografia non si associa a una minore soddisfazione nella relazione (Guidry et al., 2020).

Tuttavia, si è riscontrato che l’uso della pornografia è indirettamente associato negativamente alla soddisfazione della relazione – attraverso la depressione – e questo collegamento indiretto era moderato dalla disapprovazione morale. In altre parole, i risultati suggeriscono che alti livelli d’uso della pornografia insieme ad alti livelli di disapprovazione morale della pornografia predicono positivamente un aumento dei livelli di depressione, che predice una successivamente diminuzione della soddisfazione nella relazione (Guidry et al., 2020).

I ricercatori del suddetto studio, riconoscono i limiti del modello testato, dato che, presume che inferiscono relazioni di tipo causale, tuttavia trattandosi di uno studio trasversale e correlazionale, non è possibile arrivare a questo tipo di conclusione, sarebbe necessario infatti uno studio longitudinale, cosi da comprendere la direzione esatta delle variabili e soprattutto le relazioni causali tra esse (Guidry et al., 2020).

 

La pratica della Mindfulness… come può aiutarci a gestire meglio le nostre emozioni? – VIDEO

La pratica della Mindfulness… come può aiutarci a gestire meglio le nostre emozioni? Il video dall’incontro informativo sui Disturbi di Personalità organizzato da CIP Modena.

 

Pubblichiamo per i nostri lettori il video di uno degli incontri organizzati dal CIP Modena, incontri che analizzano aspetti, dimensioni e caratteristiche dei disturbi di personalità.

La nostra mente vagabonda spesso tra pensieri sul passato o sul futuro e spesso tale aspetto alimenta sofferenza. La pratica di Mindfulness si basa su un orientamento al presente in un ottica di attenzione consapevole e accettazione, aiutando la persona a prestare attenzione alle esperienze presenti con attitudine non giudicante.

Si tratta di una pratica di derivazione orientale, ora ampiamente diffusa anche in occidente e utilizzata per lo sviluppo e l’incremento del benessere individuale. La sua applicazione risulta un importante strumento per incrementare le abilità di regolazione emotiva e diverse evidenze scientifiche hanno portato all’utilizzo della pratica per il trattamento di svariati disturbi come ansia e depressione.

La Mindfulness inoltre costituisce uno dei quattro moduli della DBT, articolata in regolazione emotiva, tolleranza alla sofferenza, efficacia interpersonale e Mindfulness.

Per i nostri lettori, il video dell’incontro tenuto dalla Dott.ssa Luana Lazzerini.

 

LA PRATICA DELLA MINDFULNESS – Guarda il video integrale del webinar:

 

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La dipendenza patologica e lo scambio comunicativo – Fatica a credito: storie parziali di dipendenza patologica

Durante un dialogo facciamo ipotesi e deduzioni rispetto a ciò che diciamo o censuriamo, in uno schema che si può definire comportamento governato da supposizioni. Questo accade anche nell’ambito della dipendenza patologica.

FATICA A CREDITO: STORIE PARZIALI DI DIPENDENZA PATOLOGICA – (Nr. 3) La dipendenza patologica e lo scambio comunicativo

 

Normal is an illusion. What is normal for the spider is chaos for the fly (C. Addams,1938).

 In alcune circostanze quando parliamo con un’altra persona può capitare di avvertire la sensazione di doverci difendere da un momento all’atro dalle parole che verranno pronunciate. Questa sensazione viscerale, avvertita prima di parlare, ci induce, nel migliore dei casi, a prestare attenzione alle parole che utilizzeremo.

Quando una persona X parla con una persona Y, la comunicazione tra loro percorre due binari contemporaneamente.

Il primo binario corrisponde a ciò che accade durante lo scambio comunicativo alle frasi che vengono dette e ascoltate.

Il secondo binario corrisponde alle ipotesi che X e Y fanno circa l’impatto che le loro frasi avranno sull’altro prima che esse vengano espresse, a cosa pensa l’altro mentre uno parla o a come intenderà le parole dette; X e Y faranno ipotesi su come verrà inteso un determinato argomento prima di esporlo.

Possiamo facilmente notarlo ogni volta che iniziamo un discorso con la parola ‘Siccome….’

E’ da queste ipotesi che, durante il loro dialogo, faranno deduzioni rispetto a ciò che diranno o censureranno e a come lo diranno, in uno schema che potremmo definire comportamento governato da supposizioni.

Non saranno le parole a determinare il dialogo ma le ipotesi sul non detto, l’inteso, il pensato dall’altro, in una sorta di lettura della mente del tutto arbitraria.

E’ il solito problema di sempre, se non parliamo siamo infelici, e se parliamo non ci comprendiamo. (Saramago, 2000)

Ciò che potrebbe pensare Y di ciò che X dice, condiziona il modo di parlare di X suggerendogli le parole da dire, ma soprattutto creando delle supposizioni arbitrarie che invece X tratterà come vere.

Un aspetto interessante è che nel caso in cui l’esperienza diretta disconfermi certe supposizioni, non emergerà la tendenza a metterle in discussione o a modificarle, ma si continuerà a considerarle vere assumendo che sia l’altro a mentire, far finta di non capire o a perseguire seconde intenzioni.

Si potrebbe pensare di essersi spiegati male o che il nostro interlocutore non sia in grado di capire le nostre argomentazioni.

A quel punto, distaccandosi ancora di più da ciò che viene detto e ascoltato direttamente, si avvertiranno sensazioni ed emozioni coerenti con una situazione in cui l’altro sta mentendo o sta manipolando la conversazione, ad esempio rabbia o ansia, e si presterà attenzione ancora di più a ciò che conferma le supposizioni, raccogliendo informazioni in modo emotivo e approssimativo.

Si prenda come esempio una situazione in cui X intende corteggiare Y.

Prima di avvicinarsi ad Y, X ipotizzerà quali argomenti, comportamenti o strategie saranno più utili al suo scopo, inizierà a fare deduzioni dai vari segnali esterni disponibili.

Il modo di vestire di Y, se è da sola o in compagnia, i pettegolezzi o le opinioni che ha ascoltato su Y, eventuali informazioni che ha potuto rintracciare sui social network

Potrebbe fare riferimento ad eventuali modelli di corteggiamento che ritiene vincenti, più di moda o che hanno avuto successo in situazioni simili.

In base a queste supposizioni X inizierà a costruire la sua strategia di approccio verso Y, cercando di comportarsi nel modo più conforme ad esse, senza verificare se le ha indovinate realmente e se è realmente capace di comportarsi in quel modo.

Inoltre, se X si accorgesse che la sua tattica non stesse andando a buon fine, non metterà in discussione le sue supposizioni, ma riterrà Y una tipa difficile da capire, considerandola responsabile dell’eventuale insuccesso.

Nel caso in cui le supposizioni di X lo portassero a pensare di dover agire secondo comportamenti che non si sente in grado di fare, potrebbe sentirsi inadeguato e provare emozioni come ansia o tristezza, oppure potrebbe desistere dall’approccio provando emozioni come tristezza o vergogna.

X proverebbe emozioni come se una cosa fosse successa ma in realtà non è successa, le sue emozioni sono conseguenza solo delle sue ipotesi (non le piacerò) che hanno generato emozioni (tristezza) e che hanno favorito il suo comportamento (desistere dall’approccio).

Il comportamento di X viene quindi governato da supposizioni arbitrarie che vengono ritenute vere senza essere verificate o messe in discussione dall’esperienza diretta.

Se qualcuno nasconde una cosa dietro un cespuglio, e poi la va a cercare proprio là e la trova pure, non c’è da vantarsi molto di questa ricerca e del ritrovamento: eppure così stanno le cose con la ricerca e il ritrovamento della ‘verità’ dentro la circoscrizione della ragione (F. Nietzsche, 1873).

Il comportamento governato da supposizioni è osservabile in tutti gli scambi comunicativi, tutti noi partiamo sempre da presupposti ipotetici prima e durante una conversazione, è inevitabile, automatico e anche utile.

Quello che è possibile fare è porre a verifica le proprie supposizioni per non tramutarle in ostici pregiudizi, è possibile dubitare delle istintive deduzioni prestando attenzione alle cose che accadono mentre accadono, alla relazione mentre ci si relaziona.

Nell’ambito della dipendenza patologica è frequente riscontrare il comportamento governato da supposizioni sia quando si parla con un tossicodipendente sia quando due tossicodipendenti parlano tra loro, ma è anche rilevabile tra i diversi professionisti che si occupano delle dipendenze patologiche. A volte quando si parla con un collega di una Comunità Terapeutica si può essere condizionati da ciò che si pensa delle Comunità Terapeutiche, oppure quando si parla con un collega del Sert si può essere condizionati da ciò che si pensa dei Sert.

Quando il tossicodipendente parla e tende a mentire (cosa molto probabile), non ascolto con attenzione ciò che dice perché sono troppo impegnato a cercare le sue bugie, ho paura di non riuscire a smascherarlo e inizio a perdere contatto con lui, inizio a pensare di avere di fronte un bugiardo che nega l’evidenza e che io devo diventare una sorta di macchina della verità, inizio a pensare che c’è una realtà che mi tiene nascosta ma io non la conosco e anche se lui me la dicesse non me ne accorgerei, questo mi mette ancora più ansia e mi fa arrabbiare perché inizio a brancolare nel buio, perché mi accarezza l’idea di aver sbagliato mestiere o almeno patologia a cui dedicarmi.

Ad un certo punto mi arriva l’illuminazione di chiedergli di fare le analisi tossicologiche, ma poi penso che potrebbero essere negative o che potrebbe alterarle in qualche modo e io sarei con le spalle al muro e lui con la verità liquida e giallognola tra le mani, allora penso che è colpa sua, che non vuole cambiare, che non c’è niente da fare con chi si comporta così, e a questo punto provo un misto di rassegnazione e di sollievo per le mie scelte lavorative.

In realtà, invece di cercare una verità nascosta da qualche parte senza neanche sapere quale è, potrei utilizzare il tempo della conversazione con il paziente in modo più efficace, cercando di non restare con un pugno di mosche in mano, molta frustrazione e senza uno straccio di alleanza terapeutica.

Invece di cercare bugie, potrei indagare a cosa gli serve mentire, in quale contesto e in quale momento della terapia sta alterando o censurando la verità.

Potrei indagare che cosa suppone che accadrà se dicesse che è ricaduto o che avverte un forte craving, il desiderio improvviso ed incontrollabile di assumere la sostanza, potrei essere io a verbalizzare le ipotesi arbitrarie che sta producendo nella sua mente, non per cercare la verità ma per metterle in discussione.

Ad esempio: il paziente è in Comunità, è andato a casa per un paio di giorni, non ha usato sostanze ma ha dovuto confrontarsi con un forte desiderio di assumere sostanze.

Al ritorno in Struttura, alla domanda —Come è andata?— potrebbe rispondere che —E’ andata bene—, senza riferire all’operatore l’esperienza di craving che ha vissuto.

Che funzione svolge questa omissione, a cosa gli serve?

Il dilemma del paziente potrebbe essere: —Se dico che ho avuto un forte craving, la prossima volta mi diranno di andare a casa meno giorni oppure di non andarci… Alla fine il desiderio me lo sono gestito, è meglio che non dica niente altrimenti mi faranno un sacco di domande… Questi penseranno che devo stare in Comunità ancora un sacco di tempo…

Molto probabilmente il paziente ometterà l’esperienza di craving non per non affrontarla, ma per evitare ciò che suppone potrebbe accadere se la riferisse, l’ipotetico dialogo con l’operatore lo ha già costruito nella sua mente considerando vere delle conseguenze del tutto arbitrarie.

Potremmo superare questo dilemma avvertendo a priori il paziente e dicendogli che, qualora al ritorno dai due giorni a casa ci comunicasse il suo desiderio di assumere sostanze, non accadranno le cose che teme ma si cercherà di affrontare insieme la situazione individuando strategie per gestire il craving in futuro.

Purtroppo, però, lui potrebbe ugualmente supporre che questa nostra rassicurazione sia solo un modo per farci dire la verità oppure per tendergli una trappola.

Spesso i pazienti che trattiamo incontrano evidenti difficoltà quando devono fidarsi di qualcuno, quasi le stesse che incontriamo noi quando dobbiamo fidarci di loro.

Nel corso della loro storia personale hanno strutturato un concetto di fiducia particolarmente ambiguo e disfunzionale che hanno appreso in tutte le relazioni precedenti, non solo in ambito familiare, e che tendono a riproporre automaticamente anche nelle relazioni successive.

Le loro relazioni sono state finalizzate all’utilitarismo, all’ottenimento di qualcosa piuttosto che alla costruzione di qualcosa o alla collaborazione; la loro capacità prospettica nel valutare le conseguenze a lungo termine delle azioni o nel considerare la fattibilità di un progetto sono alterate dalle esperienze di vita e dall’utilizzo delle sostanze.

Troppe volte si sono trovati in situazioni in cui dovevano cercare una scappatoia immediata piuttosto che una via di uscita definitiva. I contesti nei quali questi pazienti si sono relazionati hanno richiesto determinati atteggiamenti, i loro comportamenti e i loro schemi mentali si sono mantenuti e rinforzati all’interno di ambienti in cui ne veniva favorito l’apprendimento, perché si dimostravano utili e funzionali.

Hanno spesso dovuto riporre la loro fiducia su persone non affidabili, ad esempio, pur considerando non affidabile lo spacciatore da cui acquistavano la sostanza, si sono dovuti fidare di lui.

Raramente sono stati all’interno di relazioni senza restare in allerta, mantenendo un certo grado di allarme e dubitando delle intenzioni altrui, in alcuni casi il sospetto è stata l’unica strategia di difesa e di rassicurazione.

Le loro relazioni, quindi, si sono connotate emotivamente in modo ansiogeno, basandosi su convinzioni di sospettosità, di incoerenza tra ciò che si afferma e ciò che si agisce, sono state relazioni in cui c’è stata poca verbalizzazione e le intenzioni dell’altro andavano dedotte da segnali comportamentali arbitrari piuttosto che da reali spiegazioni.

I pazienti si portano dietro questa connotazione emotiva delle relazioni anche nelle nuove relazioni che instaurano, comprese quelle terapeutiche; diventa il loro marcatore somatico, lo strumento automatico che facilita il compito di selezionare opzioni vantaggiose dal punto di vista biologico ed evolutivo.

Capita spesso che possano cercare conferme di ciò che viene detto più dalle espressioni del viso che dalle parole pronunciate.

Ad esempio mentre il paziente risponde —No— alla domanda —Hai fatto uso di sostanze?— cerca nel viso dell’interlocutore dei segnali per capire se viene creduto.

Ci inventiamo perfino l’espressione sulla faccia dell’altra persona con cui conversiamo per farla coincidere con il brillante pensiero che pensiamo di aver espresso (Nietzsche, 1882).

La capacità di dare del tempo ad una relazione, al fine di permettere a sentimenti come la fiducia di instaurarsi, appare precaria e facilmente condizionabile da pregiudizi o predisposizioni mentali precostituite.

Inoltre è bene ricordare che i pazienti con una dipendenza patologica spesso traducono vantaggioso con immediato, che il loro cervello emotivo ha preso il sopravvento e richiede soluzioni urgenti anche se a breve termine e che il loro cervello cognitivo si inceppa nei processi di pianificazione e progettazione.

Sarebbe auspicabile che questo non avvenga anche nel nostro cervello.

L’immagine di sé e il modo in cui ci si racconta agli altri, cioè la narrazione soggettiva, hanno una influenza rilevante sulla vita delle persone, perché condizionano la maniera con cui gli altri si pongono in relazione con noi e perché le nostre narrazioni contribuiscono a determinare i giudizi di valore che diamo al nostro comportamento, la nostra disponibilità a impegnarci per cambiarlo o mantenerlo.

Ciò ha un rilievo ancora maggiore per condizioni esistenziali problematiche come quelle delle dipendenze patologiche.

In un esperimento condotto da Davies e Baker nel 1987 si evince un’interessante prospettiva sulla concezione di sé che ha il soggetto con una dipendenza patologica (Davis & Baker, 1987). Lo stesso esperimento, inoltre, apre alcune questioni che riguardano la disponibilità dell’esperienza soggettiva ad auto-interpretazioni variabili e fortemente condizionate dal contesto e dall’interlocutore.

Nello studio di Davies, venti maschi adulti eroinomani, con un’età media di 20 anni (tutti tra i 17 e i 24 anni) furono chiamati a rispondere a due interviste strutturate a distanza di 10 giorni.

I questionari erano del formato tipico di quelli che vengono sottoposti negli studi sull’uso di sostanze, sugli atteggiamenti nei confronti del consumo, su eventuali azioni criminali collegate e sulle ragioni del consumo.

Il primo giro di interviste fu condotto da un eroinomane di 26 anni conosciuto in zona che si presentò come arruolato da una vicina Università per aiutare a condurre la ricerca, mentre il secondo fu realizzato da un quarantenne non dipendente da sostanze che si presentò come un ricercatore universitario.

Fu poi proposto ai soggetti di sottoporsi ad un ulteriore questionario, indicato come legato a uno studio del tutto diverso, senza alcuna connessione con il primo.

I risultati generali dell’esperimento dimostrarono che i soggetti, quando furono intervistati dal ricercatore, presentarono se stessi come più fortemente dipendenti di quanto non avessero fatto durante l’intervista col ragazzo eroinomane.

Con quest’ultimo, riportarono risposte affermando di essere maggiormente in controllo rispetto al loro comportamento di consumatori di sostanze e di avere maggiore margine di scelta nell’assunzione e astensione dal consumo.

In una successiva discussione di questo esperimento, Davies (Davies, 1997) scrive:

Le persone sono capaci di costruire le loro spiegazioni sulla base della conoscenza e dell’esperienza delle attribuzioni che gli altri probabilmente faranno su di loro; e quando questo succede, si può dire che l’attribuzione abbia una componente strategica.

In seguito, altri esperimenti di Davies e colleghi rafforzarono la dimostrazione che ciò che le persone dicono circa la loro dipendenza, varia a seconda della persona con cui stanno parlando e del contesto in cui si trovano, invece di produrre narrazioni costanti delle proprie condizioni somatiche, nervose, psicologiche e sociali.

Questi risultati non sono nuovi, né in filosofia della mente né in psicologia generale: l’affidabilità del racconto, delle narrazioni di sé, è infatti stata da tempo messa discussione anche al di fuori della clinica delle dipendenze.

Generalmente, le persone riferiscono di se stesse molte cose distanti dal loro effettivo modo di essere e di fare.

Ciò può accadere nel tentativo di presentarsi in maniere accettabili per se stessi o per gli altri, o per se stessi in relazione agli altri. Forse ancor più frequentemente questo succede senza intenzioni malevole e spesso senza scopi consapevolmente strumentali, cioè al fine di ottenere vantaggi particolari, credendo anche alla veridicità del proprio racconto e cadendo nell’autoinganno.

Un po’ come la menzogna di chi si pettina con il riporto.

Anche se Davies sottolinea la componente strategica, i soggetti non necessariamente mentono sul loro stato.

Ovviamente, non si può escludere che qualche soggetto menta in modo consapevole quando presenta se stesso in maniera diversa a seconda dell’interlocutore.

Questa capacità dell’esperienza umana di farsi catturare da reti concettuali diverse a seconda dei contesti sembra però anche offrire una opportunità terapeutica che passa anche attraverso una revisione del modo di rappresentare e di raccontare la propria condizione clinica.

Non sembra un caso, infatti, che i soggetti intervistati nell’esperimento si concepiscano e si raccontino come fortemente dipendenti proprio di fronte al ricercatore che suppongono esperto della loro condizione: questo li predispone, di fatto, ad affidarsi alla scienza, alla pratica clinica, a esperti accreditati, piuttosto che continuare a ingannare se stessi circa la loro capacità di controllare il consumo della sostanza.

Il passaggio nel riconoscimento di aver problemi col controllo dell’uso di una sostanza è evidentemente cruciale per avviarsi a una riabilitazione ed ad una autonomia.

Le narrazioni di sé non sono solo il semplice strumento con cui comunichiamo agli altri i nostri stati mentali, le nostre impressioni, il nostro rapporto e le nostre interpretazioni dei fenomeni che ci riguardano o ci interessano.

È infatti attraverso il racconto, e per mezzo del linguaggio con cui può prendere corpo il racconto, che noi costruiamo un senso e un’identità riconoscibili.

Sono le parole che rendono possibile concepire un’immagine di noi stessi, dar un senso alle nostre azioni, giudicare in modo consapevole il valore che queste hanno per noi e la nostra vita, elaborare ragionamenti e dar peso esplicito ai processi motivazionali che indirizzano le nostre decisioni.

Sono le parole che ci permettono di provare a scegliere azioni diverse da quelle verso cui ci spingono gli impulsi, gli appetiti, le abitudini, le cose da cui dipendiamo.

Un’idea potrebbe essere quella di favorire allo stesso tempo lo sviluppo della consapevolezza di aver problemi con il consumo di sostanze e il racconto di questa condizione, anche usando la narrazione che ne fa la scienza.

Si potrebbe cioè tentare di utilizzare il modo con cui la ricerca scientifica spiega i processi biologici e mentali di controllo del comportamento, le ragioni del discontrollo, che può derivare dall’esposizione a certi stimoli o dal reiterare di certe azioni, le dinamiche con cui certe pratiche terapeutiche e rieducative possono portare a ristabilire una funzionalità personale soddisfacente.

Tutto ciò peraltro è riferibile non solo al consumo di droghe ma a tutti gli ambiti problematici dei comportamenti.

La narrazione scientifica, inoltre, si sviluppa attraverso un sistema di concettualizzazione per determinismi, modelli esplicativi razionali di processi funzionali, quindi per mezzo di una forma di conoscenza causale.

Un grado più elevato di coerenza e comprensione causale del proprio comportamento aumenta il controllo delle proprie dinamiche impulsive, dei propri appetiti, della tendenza a cadere negli automatismi e in generale di tutte le proprie azioni, non solo del desiderio e del consumo delle sostanze.

 

 

Alzheimer e Demenze: oltre la stigmatizzazione

La stigmatizzazione delle persone con demenza ha importanti conseguenze su credenze, emozioni e comportamenti delle famiglie e dei loro cari, in particolare nei primi stadi della malattia.

 

Il termine ‘demente’ deriva dal latino e significa privo di mente, pazzo, folle, insensato, irragionevole. Il termine ha un valore semantico dal potere fortemente stigmatizzante: definire una persona priva di mente, folle, porta ad identificarla con l’etichetta che le abbiamo attribuito; si tratta di un processo di ‘distorsione’ cognitiva cui ne consegue che facilmente la persona malata venga trattata da parte di istituzioni, comunità, familiari come fosse la sua ‘etichetta’, come se dal momento della diagnosi la sua identità fosse appunto quella di ‘demente’.

Nel DSM 5 viene in parte superata la diagnosi di demenza, preferendo quella di Disturbo Neurocognitivo (DN), ma il termine non è comunque del tutto scomparso.

La malattia di Alzheimer, di cui maggiormente si parla, è solo una delle forme di disturbo neurocognitivo e ci si riferisce spesso ad essa in modo ipergeneralizzato.

Nel nostro paese le persone con diagnosi di DN sono stimate in circa 1 milione di cui 600.000 affette da malattia di Alzheimer. In Francia si stima che ogni anno vengano diagnosticati più di 100.000 nuovi casi. Una vera pandemia.

Ma per quanto i DN, e in particolare la forma Alzheimer, siano non solo così diffusi ma con previsioni di forte incremento nei prossimi anni, anche in relazione al progressivo invecchiamento della popolazione, sulla malattia non c’è ancora sufficiente informazione.

Il Rapporto Mondiale Alzheimer 2019 di Alzheimer’s Disease International (ADI) ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto in 155 Paesi in tutto il mondo su un campione di 70.000 persone comprendente malati, familiari, personale medico e non. I risultati dell’indagine hanno evidenziato una diffusa e preoccupante assenza di conoscenza riguardo i DN nonché convinzioni distorte anche tra il personale sanitario. Tra queste l’idea che non si possa fare nulla per prevenire la malattia, credere che non sia opportuno coinvolgere nella vita quotidiana le persone con DN e che possano solo essere messe ‘da parte’ (60% degli intervistati). Il dato trova conferma in quanto affermato da molti dei malati intervistati che riferiscono di sentirsi ignorati dal personale sanitario.

Come affermano Quattropani e Coppola (2013):

Se per il decadimento del corpo esistono filtri, sieri e ampolle medicamentose che rivitalizzano pelli avvizzite, per una mente che decade, che si deteriora non resta che l’isolamento, l’impotenza, spesso l’indifferenza.

Le credenze negative, stereotipate, amplificano gli aspetti di progressiva perdita non solo di memoria ma di tutte le abilità cognitive ed emozionali, dell’autosufficienza, dell’incapacità e della dipendenza ed influiscono considerevolmente su come le persone si relazionano al malato.

La malattia di Alzheimer è associata ad un insieme di rappresentazioni negative e riduttrici cui ne consegue che la persona che ne è affetta viene disumanizzata, desocializzata (Ngatcha-Ribert N. 2004).

Tutto ciò ricade sulla qualità della vita non solo del malato ma anche delle famiglie che trovano difficoltà nel sentirsi ascoltate, comprese e quindi nel chiedere aiuto, nell’aver fiducia di trovare una risposta ai propri bisogni.

La rappresentazione sociale delle demenze, per quanto finora abbiamo detto, porta a processi di stigmatizzazione.

La nostra mente è ‘progettata’ per garantire la sopravvivenza e a tale scopo necessita di un’alta capacità predittiva rispetto ciò che può accadere nell’ambiente. Tale capacità previsionale è possibile attraverso la costruzione di rappresentazioni, di mappe di sé stessi, degli altri e dell’ambiente. Questo implica processi di semplificazione della realtà attraverso classificazione, categorizzazione, discriminazione, esclusione. Questo processo normale può però portare anche a rigide stereotipizzazioni, pregiudizi, discriminazioni nei confronti  di individui aventi caratteristiche sociali indesiderabili. Di fatto quindi alla stigmatizzazione.

La stigmatizzazione è un processo per cui una persona viene valutata secondo delle caratteristiche ‘devianti’ in rapporto al contesto sociale e culturale di appartenenza, di conseguenza la sua identità sociale ne viene distorta e l’individuo viene sistematicamente escluso da diversi tipi di interazioni sociali. Le persone con demenza sono ancora troppo spesso oggetto di stigma e, insieme alle loro famiglie, interiorizzano le rappresentazioni negative che vengono loro attribuite (Raffard S.,Valery P., Gély-Nargeot MC. 2012). Questo ha importanti conseguenze su credenze, emozioni e comportamenti delle famiglie e dei loro cari in particolare nei primi stadi della malattia. Si può ad esempio provare vergogna per comportamenti bizzarri esibiti in pubblico dalla persona malata, ma vergogna anche per essere ammalati di una malattia che ci espone ad atteggiamenti negativi da parte degli altri che non ci riconoscono più soggetti ‘capaci’, ‘intelligenti’, ‘prestazionali’ ma solo ‘malati’ dimentichi di sè e del mondo esterno.

I pazienti affetti da Demenza di Alzheimer sono così voci mute, immagini di persone che gradualmente sbiadiscono, si perdono, non solo fattualmente nel vagabondaggio, ma psichicamente (…) Morire di questa malattia è un lento cancellarsi dal mondo (Quattropani, Coppola, 2013).

Le famiglie si chiudono nel loro dolore, sentono su di loro lo stigma, lo introiettano, hanno difficoltà a chiedere aiuto, sono drammaticamente sole nella gestione del malato, spesso ‘infantilizzato’, curato nei suoi bisogni fisici ma non compreso in quelli psicologici. Eppure, come alcuni studi dimostrano (Garolfi S., Lerda S. 2013), la persona malata di Alzheimer

preserva una soggettività che cerca di difendere strenuamente sin dalle prime fasi della patologia e tutto il sistema di cura a cui è affidata la presa in carico dell’anziano avrebbe il dovere clinico ed etico di sostenere questa capacità. (Quattropani, Coppola)

La persona con Alzheimer si trova sempre più, con il progredire della malattia e la conseguente perdita della memoria, a vivere in un mondo che perde significati, che non è più prevedibile, cerca così di dare un senso, una coerenza, una nuova narrazione di sé attraverso ricordi privi di connessione combinati in modi un po’ ‘surreali’, espressi con un linguaggio sempre più impoverito e connotato da una dimensione più affettivo-emotiva che cognitiva. Non è ‘perdita’ di senno, perdita di tutto quanto culturalmente associamo all’intelligenza, alla produttività, all’efficienza, alle capacità relazionali. E’ l’unico modo possibile per il malato di sostenere ciò che resta della propria identità, il ‘Chi sono’, ‘Qual è la mia storia’.

Gli studi che hanno esplorato in che misura il sé e l’identità persistono nelle persone con malattia di Alzheimer sono ancora pochi ma alcuni di questi suggeriscono prove della persistenza del sé nella malattia nei diversi stadi (Caddell L.S., Clare L., 2010).

Riconoscere l’identità della persona malata, vederla come persona unica e di valore, con le sue emozioni, i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue preferenze significa allora superare le etichette sulla demenza, gli stereotipi, lo stigma e tutto quanto abbiamo visto ne consegue. Significa creare condizioni per una migliore qualità della sua vita, per una ‘convivenza sufficientemente felice’ (Vigorelli P., 2018).

Pertanto:

Un cambiamento della percezione e dell’idea della malattia di Alzheimer e delle altre malattie neurodegenerative celebrali deve essere una priorità al fine di favorire l’accompagnamento dell’invecchiamento problematico (Raffard S. et al., 2012).

 

I sogni lucidi e l’uso della sveglia

Studi passati hanno suggerito che la deliberata alterazione dei comportamenti legati al sonno, come ad esempio il breve riaddormentarsi dopo il risveglio, può essere usata per indurre sogni lucidi.

 

Lo studio attuale (Smith &Blagrove, 2015) amplia questo lavoro indagando l’associazione tra la frequenza dei sogni lucidi e l’uso della sveglia. Ottantaquattro partecipanti hanno completato un questionario retrospettivo online che ha misurato la frequenza dei sogni lucidi, la frequenza dell’uso della sveglia, la frequenza dell’uso del pulsante snooze al mattino e il numero medio di risvegli per notte.

Il termine “sogno lucido” è stato coniato da Van Eeden (1913) per indicare un sogno in cui il dormiente sa di sognare. Si stima che circa il 50% della popolazione generale faccia almeno una volta nella vita un sogno lucido e circa il 20% delle persone fa sogni lucidi regolarmente (Schredl&Erlacher, 2011). Studi fatti hanno suggerito che tale tipologia di sogni si verifichi subito dopo il sogno REM, infatti, è stato verificato, per mezzo dell’uso del eye-movement signaling durante il sonno REM, che il sogno lucido si accompagna ad un movimento rapido degli occhi (LaBerge, Nagel, Dement, &Zarcone, 1981). Inoltre, nel sonno REM, la corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC) si disattiva selettivamente (Schwartz&Maquet, 2002), e la sua riattivazione consente il pensiero diretto, la metacognizione e la consapevolezza durante il sogno (Hobson, Pace-Schott, & Stickgold, 2000). La ricerca di Brain imaging supporta tale speculazione, come dimostrato da Voss, Holzmann, Tuin e Hobson (2009), i quali sono stati in grado di convalidare per la prima volta che il sogno lucido è direttamente associato a modelli di attivazione corticale sulle regioni frontali durante il sonno REM. Pertanto, per passare dal sogno REM al sogno lucido, si verifica un aumento di attività in alcune aree cerebrali, tale per cui vi sono immagini visive più vivide, una maggiore attività cognitiva e una maggiore lunghezza delle parole dei sogni (Antrobus, Kondo, Reinsel, &Fein, 1995).

Anche se sono stati fatti tentativi per sviluppare tecniche per indurre e aumentare la frequenza del sogno lucido, Stumbrys, Erlacher, Schädlich e Schredl (2012) hanno trovato che la tecnica Wake-Back-To-Bed (WBTB) è una delle tante tecniche di induzione che è efficace per provocare sogni lucidi. In questa tecnica un individuo programma una sveglia per svegliarsi un’ora prima dell’ora naturale di risveglio e, al risveglio, si concentra sull’essere lucido quando si addormenta di nuovo (LaBerge, 1985). Il primo obiettivo dello studio attuale è quello di valutare la prevalenza dei sogni lucidi in funzione della frequenza di utilizzo delle sveglie. Il secondo obiettivo è quello di valutare la prevalenza dei sogni lucidi in funzione della frequenza di utilizzo del pulsante snooze. L’ipotesi è che un uso maggiore del pulsante snooze possa essere associato a sogni lucidi frequenti. Il terzo scopo dello studio è quello di condurre un’analisi dell’associazione tra il sogno lucido e l’uso del pulsante dello snooze che controlla altre variabili che potrebbero essere correlate alla frequenza del sogno lucido o all’uso del pulsante dello snooze, ovvero la frequenza di richiamo del sogno, il numero di risvegli per notte e la frequenza dell’uso della sveglia.

Innanzitutto ai partecipanti è stata fornita una definizione di sogno lucido:

esso si verifica quando un individuo si rende conto che sta sognando e, pur rimanendo addormentato, può controllare alcuni degli eventi o del contenuto del sogno.

Successivamente gli è stato chiesto se avevano vissuto o meno un sogno lucido (es. “Hai mai fatto un sogno lucido?”) e in caso di risposta affermativa, hanno indicato la frequenza (mai, meno di una volta all’anno, una volta all’anno, 1-2 notti all’anno, 1-3 notti al mese, 1-3 notti alla settimana, 1-3 notti al mese, 4-7 notti alla settimana). Le stesse opzioni di risposta, sono state utilizzate per valutare la frequenza di richiamo dei sogni. Ai sognatori lucidi è stato poi chiesto di scrivere un rapporto di un sogno lucido per assicurarsi di aver classificato correttamente il sogno e di averne compreso la definizione. Il numero di risvegli è stato valutato dalla domanda “Quante volte in una notte ti svegli, anche solo brevemente?”; inoltre, ai partecipanti è stato chiesto “Utilizzi una sveglia?”, e, in caso di risposta affermativa, è stato poi chiesto “Quante mattine a settimana utilizzi la sveglia?”, “Quante volte, in media, premi il tasto di snooze?” e il numero medio di volte che lo utilizza ogni mattina.

Dai risultati è emerso che la categorizzazione dei partecipanti in base all’utilizzo o meno di una sveglia non ha portato a differenze significative tra i gruppi di utilizzo della sveglia per la frequenza dei sogni lucidi. Inoltre, è emerso che esiste una relazione significativa e positiva tra la frequenza del sogno lucido, il gesto di premere il tasto di snooze della sveglia, nel caso di persone che utilizzino una sveglia, e la frequenza di richiamo dei sogni. Tuttavia, un limite del presente studio è costituito dal fatto che non è stato chiesto ai partecipanti quanto spesso o se i loro sogni lucidi si verificano durante i periodi di sonno dopo l’uso del pulsante snooze; pertanto, potrebbe essere che i sogni lucidi si verifichino in momenti diversi dai periodi di snooze, nel qual caso potrebbe essere necessario proporre e studiare qualche altra spiegazione per la relazione tra l’uso del pulsante snooze e il sogno lucido valutato retrospettivamente.

 

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