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Il parent training nel trattamento dell’ADHD

Nelle famiglie di bambini con disturbo ADHD spesso la relazione genitore-figlio risulta difficoltosa e talvolta disfunzionale.

Stefania Valer – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Il Parent Training è un percorso psicologico in cui i genitori apprendono strategie educative efficaci per ridurre i comportamenti problematici dei bambini con ADHD e migliorare le modalità relazionali, diventando protagonisti attivi nel trattamento del disturbo.

Il Parent Training è un intervento psicologico che offre ai genitori degli strumenti da impiegare per un’efficace gestione dei comportamenti dei propri figli. Il termine Parent Training, infatti, significa letteralmente ‘Allenamento genitori’, un’espressione che fa intuire come tale programma si focalizzi sul potenziamento delle abilità genitoriali nel rapporto genitore-figlio. È uno spazio in cui i genitori possono esercitarsi nel comprendere i comportamenti del proprio figlio e nell’impiegare atteggiamenti costruttivi ed imparare a strutturare un ambiente che favorisca l’autoregolazione, l’autonomia e la riflessività del bambino.

In particolare, obiettivo primario è quello di fornire strategie comportamentali funzionali per aiutare i genitori a gestire il comportamento del proprio bambino, ma anche il proprio comportamento in quanto adulto educante, al fine di migliorare la qualità educativa ed affettiva nella relazione con i propri figli. I genitori acquisiscono infatti nuove abilità e stili educativi relazionali, che sono alla base di uno stile genitoriale orientato al problem solving.

Il percorso di Parent Training è stato introdotto alla fine degli anni Sessanta, a partire dal lavoro di Constance Hanf (1969), un clinico interessato alla modificazione di comportamenti aggressivi, oppositivi e devianti di bambini e ragazzi. Hanf basò il suo lavoro sull’importanza dell’intervento genitoriale, riconoscendo nella famiglia una risorsa fondamentale per riuscire a favorire comportamenti positivi nel bambino (Scheriani, 2007).

Tale intervento si è rivelato molto efficace nella gestione di bambini e ragazzi con disturbi comportamentali, in particolar modo il disturbo da Deficit dell’Attenzione/Iperattività, noto anche come ADHD. L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo, caratterizzato da sintomi pervasivi di disattenzione, iperattività, impulsività, che compromettono significativamente la quotidianità del bambino ed incidono molto sull’aspetto relazionale con famiglia, insegnanti, coetanei. In questi casi, spesso il buonsenso e la forza di volontà non sono sufficienti: occorre infatti essere consapevoli e conoscere adeguatamente le problematiche del proprio figlio, per poter mettere in pratica strategie comportamentali efficaci al fine di raggiungere specifici obiettivi, ridurre i comportamenti negativi ed aumentare quelli positivi. Genitori più riflessivi, organizzati e coerenti nelle loro richieste ed azioni, permettono un maggiore sviluppo di autonomia dei propri figli nel trovare alternative di pensiero e di comportamento (Vio, Marzocchi, & Offredi, 1999). Questo non significa che le famiglie con bambini con ADHD debbano avere uno stile di vita estremamente rigido e colmo di regole da seguire, piuttosto che sia utile ed efficace creare un ambiente strutturato che dia uno spazio e un tempo al bambino per riflettere su ciò che sta facendo (Marzocchi, et al., 2019).

I primi interventi di Parent Training con genitori di bambini con ADHD risalgono all’inizio degli anni Ottanta, alla luce di ricerche e studi che evidenziarono la natura conflittuale delle relazioni e interazioni genitore-figlio nel caso di un bambino con ADHD: soprattutto in situazioni molto richiestive da parte dei genitori, si è visto come bambini con ADHD siano meno aderenti e collaborativi alle indicazioni e regole imposte dai genitori, oppure che lo siano per un tempo minore, e manifestino più atteggiamenti oppositivi e di non compliance rispetto ai loro coetanei (McMahon & Forehand, 2003).

Nonostante i numerosi studi a riguardo, i clinici a cui si deve maggiormente lo sviluppo e l’impiego di tale approccio nel contesto del disturbo ADHD sono Russel Barkley (1998) e Karen Wells e colleghi (1996; 2000). A partire dal modello di Hanf, Barkley definì un percorso d’intervento specificamente per genitori di bambini con ADHD, formato dagli 8 ai 10 incontri con un professionista specializzato; Wells e colleghi svilupparono invece un programma di Parent Training più esteso ed intenso di 27 incontri, con un intervento focalizzato non soltanto sui genitori, ma anche sull’ambiente scolastico.

In quest’ottica, l’idea di un approccio multimodale nel trattamento per l’ADHD acquisisce sempre più valore e ad oggi risulta essere l’intervento più efficace nella terapia di tale disturbo, che implica il coinvolgimento della famiglia, della scuola e del bambino stesso, in un percorso che vede la combinazione di terapie comportamentali, interventi clinico-psicologici e terapie farmacologiche, in base alla severità del disturbo (SINPIA, 2002; MTA, 2004).

Anche nel contesto italiano sono stati sviluppati programmi di Parent Training: tra quelli di maggior riscontro vi è l’intervento proposto da Vio, Marzocchi e Offredi (1999), che si articola in un primo momento informativo e di psicoeducazione rispetto al disturbo ADHD e in un secondo momento formativo in cui si individuano i comportamenti problematici e si ricercano strategie e soluzioni strategiche ed efficaci.

Più recente è il percorso CERG (Cognitive Emotional Relational Groups) a cura di Paiano, Re, Ferruzza e Cornoldi (2014), un programma di incontri con il focus principale sugli aspetti cognitivi emozionali e relazionali che emergono all’interno del gruppo (Paiano, Re, Ferruzza, & Cornoldi, 2014).

Come funziona il parent training?

Il programma di Parent Training prevede in genere lo svolgimento di 8-12 incontri a cadenza settimanale tra genitori di bambini e ragazzi con ADHD con un Trainer specificamente formato, nella maggior parte dei casi uno psicologo. L’intervallo tra una seduta e l’altra è appositamente pensato per dare spazio e tempo alle famiglie di mettere in atto le informazioni, i consigli e le strategie apprese nei diversi incontri e riflettere, nelle sedute successive, sulle difficoltà incontrate e i risultati ottenuti. Tutti gli incontri sono volti alla raccolta di informazioni rispetto alle situazioni in cui il proprio figlio utilizza comportamenti inadeguati e alla preparazione dei genitori al cambiamento (Scheriani, 2007). Per favorire un miglior monitoraggio da parte del Trainer e per dare un’opportunità ai partecipanti di mettere in pratica e sperimentare le strategie apprese fin da subito, il Trainer è solito assegnare i cosiddetti homework, i quali vengono discussi all’inizio di ogni incontro successivo per valutarne efficacia e problematiche.

In riferimento al programma originale di Parent Training di Barkley, sono riportate in seguito le fasi e gli obiettivi del percorso (Barkley, 2006).

Step 1: Informazione ed approfondimento del disturbo

Il Trainer descrive le caratteristiche specifiche del disturbo, illustrandone cause, decorso, eventuali comportamenti a rischio, trattamenti efficaci e non. Vengono affrontati nel dettaglio sia gli elementi più comuni e maggiormente conosciuti, come l’impulsività e la disattenzione, sia quelli di cui i genitori sono, di solito, meno consapevoli, come la frustrazione, la rabbia, la vergogna, il sentirsi ‘diverso’ o ‘sbagliato’. Questo momento iniziale permette, in primo luogo, di informare correttamente ed esaustivamente i genitori rispetto al disturbo e alla sua natura, e di incrementare la loro consapevolezza in merito ad esso; in secondo luogo, una maggiore cognizione permette loro di comprendere meglio lo stato d’animo, le emozioni e i comportamenti dei propri figli.

Step 2: Comprendere la relazione genitore-figlio

In questa seduta i genitori imparano a conoscere le cause dei comportamenti negativi e dirompenti dei propri figli e ad identificarle all’interno del proprio ambiente familiare, condividendo e discutendo con il gruppo gli episodi vissuti in precedenza. Il Trainer istruisce i partecipanti al modello antecedente-comportamento-conseguenza, al fine di riconoscere e di individuare gli eventi potenzialmente scatenanti un comportamento negativo e spiega i quattro fattori coinvolti nello sviluppo dei comportamenti-problema nei bambini: caratteristiche del bambino, caratteristiche dei genitori, eventi stressanti nell’ambiente familiare, stile genitoriale.

Step 3: Migliorare le interazioni positive

Compito del Trainer in questo incontro è quello di trasmettere ai genitori l’importanza di relazionarsi positivamente con i propri figli, soprattutto durante la manifestazione di un comportamento negativo. Vengono coinvolti ed invitati alla discussione di tale competenza, a fare pratica ed esercitarsi con il gruppo, a condividere le loro esperienze.

Step 4: Estendere le interazioni positive e incrementare la compliance dei bambini

In questa fase i genitori vengono sollecitati a notare ed evidenziare i comportamenti positivi dei loro figli quando si trovano in situazioni difficili, dando loro rinforzi positivi immediati e coerenti. Vengono poi illustrate strategie per dare dei comandi e regole nella maniera più efficace: fare richieste dirette, brevi, con obiettivi raggiungibili e a breve termine.

Step 5: Utilizzare un sistema a punti o a gettoni a casa

I genitori apprendono il sistema della Token economy, un sistema a premi che prevede di rinforzare i comportamenti adeguati del bambino, per favorirne una frequenza maggiore in futuro. Ai genitori verrà chiesto di stilare una lista di premi e rinforzi che possono motivare il bambino, e una seconda lista di quei comportamenti e regole che vorrebbero che il bambino rispettasse, a cui viene assegnato un punteggio o dei gettoni quando messi in atto. I punti o gettoni guadagnati daranno la possibilità al bambino di raggiungere il premio finale. Obiettivi e ricompense della Token economy possono essere condivisi e decisi con il proprio figlio, per farlo sentire maggiormente coinvolto e responsabile in questo intervento.

Step 6: Includere le ‘sanzioni’

Quando si verificano comportamenti non adeguati, la Token economy prevede l’utilizzo di sanzioni, che consistono nel sottrarre punti o gettoni precedentemente guadagnati. All’inizio del programma, il genitore condivide con il bambino i comportamenti che gli faranno perdere punti.

Step 7: Utilizzare il Time Out

Nel caso in cui si verifichino gravi comportamenti negativi, i genitori vengono istruiti alla tecnica del Time out, che prevede che il bambino si ritiri per qualche minuto (uno per ogni anno di età) in tranquillità in uno spazio che gli permetta di allontanarsi dal comportamento non funzionale emesso, così da elaborarlo e calmarsi. Prima di iniziare, i genitori discutono e concordano con il proprio figlio i motivi che fanno scattare il Time out e il numero di segnali di avvertimento che il genitore darà al bambino, prima di utilizzarlo. Al termine del Time out, il bambino torna alla propria attività.

Step 8: Regolare il comportamento nei luoghi pubblici

In questa fase i genitori imparano ad estendere il programma anche al di fuori dell’ambiente domestico, con alcuni accorgimenti da applicare in base al contesto esterno. Il Trainer identifica insieme ai genitori, i quali a loro volta condivideranno con il proprio figlio, i luoghi in cui il bambino tende a manifestare comportamenti non funzionali.

Step 9: I comportamenti problematici a scuola e la preparazione al termine del programma

I genitori imparano ad utilizzare il sistema a premi anche a scuola, con il supporto di un feedback costante da parte degli insegnanti del bambino rispetto a comportamenti funzionali e non, condivisi precedentemente con lui. Al fine di raggiungere tale obiettivo, è importante la collaborazione tra genitori ed insegnanti, che richiede una condivisione periodica rispetto ai comportamenti-problema evidenziati e di strategie per imparare a gestirli al meglio.

Step 10: Follow-up

Si tratta di una sessione di controllo a chiusura del percorso, in cui genitori e Trainer discutono i cambiamenti ottenuti, le eventuali resistenze ancora presenti e come gestirle.

Perché fare un percorso di Parent Training

Prendersi cura di bambini con ADHD può generare nei genitori forti situazioni di stress, che rischiano di ripercuotersi sulle relazioni all’interno della famiglia e, di conseguenza, sui sintomi del disturbo stesso. Le famiglie di bambini con ADHD sono spesso caratterizzate da meno ‘calore affettivo’ (Hurt, Hoza, & Pelham, 2007) e i genitori sperimentano sensazioni di una scarsa competenza genitoriale (Jhonston & Mash, 1989; Pisterman, et al., 1992) e di povertà di strategie educative efficaci, da cui possono nascere sentimenti come il senso di colpa, la frustrazione, la rabbia.

Un aspetto importante che emerge da molteplici studi in questo campo, è la correlazione positiva tra relazioni funzionali e coerenza educativa all’interno della famiglia e una sintomatologia del disturbo meno grave, maggiore accettazione sociale e maggiori abilità sociali (Hurt, Hoza, & Pelham, 2007). La famiglia è dunque una risorsa fondamentale a cui attingere per il trattamento del disturbo ADHD (Marzocchi, et al., 2019); sulla base di ciò, il Parent Training mira a modificare quelle relazioni che risultano disfunzionali, fornendo ai genitori strumenti utili che possano far emergere le potenzialità educative che ognuno di loro possiede, ma che talvolta faticano a mettere in atto.

Infine, tale percorso offre ai genitori un’opportunità di condivisione e confronto delle proprie esperienze ed emozioni: uno spazio in cui realizzano di non essere soli, in cui scoprono nuovi lati e modi di essere dei propri figli e ne riscoprono altri, a cui ora guardano con occhi nuovi.

 

 

Autismo legato a dislipidemia: una ricerca di recente pubblicazione ne identifica le basi molecolari

Gli autori della ricerca hanno identificato le basi molecolari comuni tra disfunzione del metabolismo dei lipidi ed autismo.

 

I disturbi dello spettro autistico presentano un’elevata eterogeneità, le loro cause sono ancora in gran parte sconosciute e per questo la diagnosi si fonda sull’accertamento dei sintomi. Ad agosto 2020 sono stati pubblicati su Nature Medicine i risultati di uno studio che ha identificato un sottotipo di autismo associato a dislipidemia e ne ha individuato le basi molecolari. Questa scoperta potrebbe aprire la strada a nuove acquisizioni scientifiche che permetterebbero di modificare l’approccio diagnostico all’autismo.

I disturbi dello spettro autistico, più comunemente detti autismo, sono disturbi del neuro-sviluppo caratterizzati sul piano sintomatologico da :

  • compromissioni qualitative del linguaggio,
  • incapacità o importanti difficoltà a sviluppare una reciprocità emotiva che si manifesta attraverso comportamenti e modalità comunicative, anche non verbali, non adeguate all’età, al contesto ed allo sviluppo mentale raggiunto,
  • interessi ristretti e comportamenti stereotipati e ripetitivi.

Nel 1943 fu Leo Kanner, medico austriaco naturalizzato statunitense, il primo ad utilizzare il termine autismo infantile e a descriverne i sintomi. Dagli anni ’40 ad oggi le conoscenze su questa sindrome si sono evolute e, vista la sua eterogeneità fino al 2013, anno di pubblicazione del DSM 5, si distinguevano vari sottotipi di autismo:

  • la sindrome di Asperger
  • il disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato
  • il disturbo disintegrativo o autismo regressivo
  • il disturbo autistico ad alto funzionamento

Con la pubblicazione del DSM 5 è scomparsa la distinzione dell’autismo in differenti sottotipi. Tuttavia i disturbi dello spettro autistico si caratterizzano dal punto di vista clinico per una cospicua diversificazione dei sintomi e della loro gravità (Castrucci, 2020).

Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico, in Italia 1 bambino su 77, di età compresa trai 7 e i 9 anni, presenta un disturbo autistico, con una prevalenza maggiore nei maschi, che sono colpiti 4,4 volte in più rispetto alle femmine. L’autismo si manifesta già nella prima infanzia, le cause del disturbo sono ancora in gran parte sconosciute anche se gli studi scientifici evidenziano un elevato tasso di ereditabilità ed un elevato tasso di concordanza nei gemelli monozigoti (Robinson et al. 2016; Castelbaum, L. On 2019).

Ad agosto 2020 è stato pubblicato su Nature Medicine uno studio condotto dai ricercatori della Harvard Medical School, del MIT e della Northwestern University che, grazie all’applicazione di tecniche di medicina di precisione, hanno identificato un nuovo sottotipo di autismo, detto autismo associato alla dislipidemia (Yuan Luo, Alal Eran, Nathan Palmer, Paul Avillach, Ami Levy- Moonshine, Peter Szolovits & Isaac S. Kohane 2020).

Questa forma di autismo è legata ad un gruppo di geni che regolano il metabolismo del colesterolo e lo sviluppo cerebrale. Gli autori della ricerca hanno identificato le basi molecolari comuni tra disfunzione del metabolismo dei lipidi e autismo. Per giungere a questo risultato si sono serviti di un approccio basato sull’intreccio dei livelli multipli di dati utilizzando un algoritmo di intelligenza artificiale.

Inizialmente per analizzare i profili di espressione genica cerebrale i ricercatori hanno utilizzato le informazioni provenienti da banche nazionali che raccolgono i dati sui i geni che funzionano in tandem durante lo sviluppo prenatale e post natale del cervello. Poiché l’autismo ha un’incidenza maggiore nei maschi che nelle femmine, gli autori hanno concentrato la loro attenzione sui geni che mostrano maggiore differenza tra maschi e femmine. Successivamente sono stati analizzati gli esoni di tali geni per individuare le mutazioni che sono più spesso presenti nei pazienti con autismo.

Per confermare il collegamento fra autismo e metabolismo dei lipidi, il gruppo di ricerca ha inoltre utilizzato due vaste repository record cliniche. E’ stato così accertato che il 6,5% dei pazienti che ha ricevuto una diagnosi di autismo presenta dislipidemia.

Le basi molecolari comuni tra dislipidemia ed autismo permettono di dare una spiegazione al perché nelle persone con sindrome di Rett, un disturbo dello sviluppo neurologico strettamente correlato all’autismo, si evidenzia una mutazione in un gene coinvolto nel metabolismo del colesterolo (Kyle SM, Vashi N, Justice MJ. 2018). Un’altra osservazione sorprendente, che oggi può finalmente trovare giustificazione è che, una percentuale tra il 50 e l’88% dei bambini con la sindrome di Smith-Lemli-Opitz, patologia causata da un difetto nella sintesi del colesterolo, presenta disturbi dello spettro autistico (Sikora DM, Pettit-Kekel K, Penfield J, Merkens LS, Steiner RD 2006).

Yan Luo, professore di medicina preventiva e autore dello studio sull’autismo associato a dislipidemia, spiega che “oggi, l’autismo viene diagnosticato solo sulla base dei sintomi, e la realtà è che quando un medico lo identifica, è spesso quando le finestre di sviluppo cerebrale precoci e critiche sono passate senza un intervento appropriato”. I risultati della ricerca condotta da lui e dai suoi colleghi potrebbero cambiare questo paradigma.

ACT per adolescenti. Trattare teenager e adolescenti in terapia individuale e di gruppo (2019) di Sheri L. Turrell e Mary Bell – Recensione del libro

ACT per adolescenti è un manuale sui protocolli dell’ACT per il lavoro con gli adolescenti, scritto da due grandi esperte nel settore di fama mondiale, Sheri L. Turrell e Mary Bell, la cui traduzione italiana è stata curata da Emanuele Rossi.

 

Un testo ricco di contenuti, strutturato in due parti, in cui la prima offre una panoramica sui fondamenti dell’ACT per poi passare alla seconda parte, dedicata alla descrizione molto accurata del modo in cui si articolano le sessioni del lavoro con gli adolescenti con le loro differenti problematiche e disagi come ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo, abuso di sostanze, difficoltà relazionali con il gruppo di pari, difficoltà scolastiche, sia in setting individuale che di gruppo. Il focus è posto più sulle varie fasi dell’intervento, tecniche, esercizi, attività esperienziali, uso delle metafore, atteggiamento del terapista che consentono poi di lavorare in modo flessibile ad adattabile alle esigenze del giovane (e/o della famiglia) che muove una richiesta di aiuto, il tutto facente riferimento ai sei processi dell’ACT quali accettazione, defusione, mindfulness, valori, azione impegnata, sé come contesto e come concretamente questi possono essere applicati.

Il punto di partenza, sottolineano le autrici, è la fase di assessment, anche per riuscire ad entrare in relazione con il giovane ed in questa fase, così come per l’intero processo terapeutico, diventa essenziale l’atteggiamento gentile e non giudicante del terapeuta. Per fare ciò, suggeriscono le autrici, non serve avere soltanto una mentalità ACT ma ‘ascoltare con orecchie ACT’, il che significa durante l’ascolto, applicare i sei principi citati prima e riuscirli ad inserire e rimandarli al paziente procedendo ad esempio dalla fusione con un pensiero o un’emozione (sono ansioso, sono un debole, deluderò i miei genitori) alla defusione (sento che sto avendo il pensiero di deludere i miei genitori…), all’allenamento mediante la mindfulness a prendere contatto con il momento presente, dall’evitamento di emozioni e pensieri scomodi e dolorosi all’accettazione, all’individuazione ed il riconoscimento di ciò che conta veramente per noi, il nostro sistema di valori, allo sviluppo di obiettivi ed azioni impegnate per il raggiungimento degli stessi.

Una volta ‘preparato il terreno’, si aiuterà il paziente a riconoscere le proprie strategie fallimentari che fino a questo momento ha messo in atto nel tentativo di evadere dal problema (disperazione creativa). Per fare questo uno strumento utile è rappresentato dagli STOP, un acronimo utilizzato per raggruppare le strategie alle quali più frequentemente si fa ricorso, ossia:

S: sabotarsi, auto lesionarsi, self-harm;
T: tranquillizzarsi, distrarsi;
O: optare per la fuga;
P: perdersi il presente.

Non mancano riferimenti a casi clinici reali e fittizi, per aiutare il lettore nella comprensione di quanto descritto. Inoltre il testo offre la possibilità di reperire schede e fogli di lavoro scaricabili gratuitamente mediante appositi indirizzi internet.

Identificare i valori

Aiutare il paziente ad identificare i propri valori diventa un altro aspetto importante all’interno del processo terapeutico, cosa che può essere difficile con gli adolescenti ma non impossibile. Anche in questo caso le autrici offrono una serie di suggerimenti circa possibili domande da porre durante il colloquio, il ricorso ad esercizi pratici ed esperenziali…

Una volta identificati e riconosciuti, essi stessi diventano i compiti da svolgere per le proprie sedute, ossia fare il più piccolo passo verso quella direzione.

Definire gli obiettivi

Nel definire gli obiettivi in sintonia con i propri valori, le autrici inseriscono un altro acronimo ossia il LLAMA, utilizzato per indicare il processo attraverso il quale muoversi al fine di ottenere ciò che conta veramente per noi, nello specifico:

L: l’etichettare pensieri, sentimenti, impulsi, storia;
L: lasciare andare la lotta, smettere di provare a controllare ciò che è dentro, mettere in ‘Pausa’;
A: autorizzare i pensieri ed i sentimenti, staccarsi dalla storia, autorizzarla e esserci dal momento che comunque non se ne andrà!
M: Mindfulness, ritornare al presente, senza giudizio, utilizzando i cinque sensi.
A: approcciare ciò che è importante, seguire i valori, o semplicemente ‘ACT’ (agire).

Anche in questo caso le autrici spiegano come con il paziente possa servire modificare l’ordine della sequenza descritta mediante l’acronimo, e dunque noi per primi avere una mente flessibile.

Il manuale continua a spiegare con accuratezza tutte e 10 le sessioni che si susseguono fino al termine del percorso ossia quando l’adolescente avrà sviluppato quella flessibilità psicologica che gli consenta di accogliere le esperienze della vita, emozioni e pensieri, seppur connotati negativamente unito al fatto di voler agire costruttivamente nella propria vita, ricordando ciò che conta veramente per lui/lei.

Un manuale valido ed utile, ricco di contenuti che vengono messi a disposizione del lettore addetto ai lavori che opera secondo i principi dell’ACT con adolescenti sia in setting di gruppo che individuale, da leggere, studiare e sul quale si prova piacere ritornare.

 

Schadenfreude e Triade Oscura – Disimpegno morale e aggressività relazionale come moderatori?

A volte il dolore o il dolore di qualcun altro può portare gli individui che hanno assistito alla scena in questione a godere di questa situazione. Che relazione c’è tra questo fenomeno, rappresentato dalla parola tedesca Schadenfreude, e la Triade Oscura?

 

Il dolore di qualcuno evoca quasi sempre un sentimento di compassione per coloro che ne sono direttamente esposti – anche solo come osservatori (Spinrad&Eisenberg, 2019). Tuttavia, a volte il dolore o il dolore di qualcun altro può portare gli individui che hanno assistito alla scena in questione a godere di questa situazione. Questo fenomeno è solito essere indicato dalla parola tedesca Schadenfreude (Feather et al., 2013).

La cosiddetta Triade Oscura è una caratterizzazione personologica di alcuni tratti della personalità – cioè il narcisismo, il machiavellismo e la psicopatia – che condividono alcune caratteristiche in comune in termini di aggressività e freddezza emotiva (Paulhus& Williams, 2002).

Sono ancora pochi gli studi che hanno indagato la relazione tra Triade Oscura e Schadenfreude (James et al., 2014; Porter et al., 2014); nessuno ha finora testato i ruoli di mediazione del disimpegno morale e dell’aggressività relazionale tra queste due.

Uno studio recente (Erzi, 2020) ha indagato proprio questo, ipotizzando che gli individui che presentano tratti della Triade Oscura avranno la tendenza a disimpegnarsi moralmente, ottenendo punteggi più alti nell’aggressività relazionale e questo si tradurrà in un aumento di Schadenfreude nei confronti degli altri.

Per questa ricerca sono stati reclutati 309 adulti, i quali hanno completato un sondaggio online comprendente la Short Dark Triad (Jones &Paulhus, 2014) per la valutazione dei tratti personologici relativi alla Triade Oscura; il Moral Disengagement (Moore et al., 2011), per la determinazione del disimpegno morale; la Relational Aggression in Friendships Scale (Kurtyılmaz et al., 2017) per la valutazione dell’aggressività relazionale; infine, per la misurazione della Schadenfreude, sono state fatte immaginare due situazioni legate al dolore di altre persone in un contesto sociale e un contesto accademico, nei quali i partecipanti avrebbero dovuto esprimere quanto fossero divertiti, felici, allegri e contenti per ogni scenario.

Dai risultati dello studio è emerso innanzitutto che livelli più elevati nella Triade Oscura – psicopatia, narcisismo e machiavellismo – erano associati a livelli più elevati di Schadenfreude, disimpegno morale e aggressività relazionale. Inoltre, il disimpegno morale e l’aggressività relazionale hanno mediato gli effetti della psicopatia, del narcisismo e del machiavellismo sulla Schadenfreude. Ciò suggerisce che gli individui che hanno più alti tratti della Triade Oscura sono probabilmente disimpegnati moralmente e hanno tendenza di aggressione relazionale espressa, portando a una conseguente maggiore Schadenfreude.

 

Quando nell’invecchiamento si fa spazio la demenza: conoscerla per prevenirla – VIDEO

Nel webinar dal titolo Quando nell’invecchiamento si fa spazio la demenza: conoscerla per prevenirla le relatrici illustrano i sintomi che precedono la demenza e le linee guida di intervento per prevenirla e trattarla.

 

Gli ultra 60enni nel mondo erano 900 milioni nel 2015, nel 2050 saranno 2 miliardi secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ossia il 22% della popolazione globale. Ma come saranno gli anziani del futuro se oggi si contano 50 milioni di casi di demenza?

La demenza rappresenta una sindrome in cui si assiste al graduale deterioramento della memoria, del linguaggio e delle capacità di apprendimento e giudizio. Al declino cognitivo si accompagna anche una alterazione emotiva e comportamentale, che spesso impatta negativamente non solo sulla persona affetta da demenza ma anche sulla famiglia.

Infatti, chi si occupa della cura del proprio caro malato di demenza vive un forte stress che può causare lo sviluppo di una condizione di esaurimento emotivo, morale e fisico definita burnout. La demenza, quindi, rappresenta una malattia sociale che si ripercuote su chi ne è affetto e sulle famiglie. Se vogliamo prevenirla dobbiamo conoscerla. Solo in questo modo saremo pronti e capaci a fronteggiarla!

Pubblichiamo oggi, per i lettori di State of Mind, il video dell’incontro “Quando nell’invecchiamento si fa spazio la demenza: conoscerla per prevenirla”, condotto dalla Dott.ssa Chiara Manfredi e dalla Dott.ssa Anna Maria Mirto, proposto dal Centro Clinico Studi Cognitivi Modena in occasione della “Settimana del Cervello” 2020.

Nel video le relatrici illustrano, a chiunque voglia conoscere questa malattia, i sintomi che la precedono e le linee guida di intervento per prevenirla e trattarla.

 

QUANDO NELL’INVECCHIAMENTO SI FA SPAZIO LA DEMENZA
Guarda il video integrale del webinar:

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Monogamia e tradimenti: investimenti diversi – Una serie di Roberto Lorenzini

Oggi pubblichiamo il quarto lavoro della serie di Roberto Lorenzini, dedicata al tema della monogamia e delle sue implicazioni psicologiche, affettive, relazionali e, perché no, sessuali. Lorenzini propone una tesi forte: la monogamia non funziona. E prosegue il suo racconto esplorando le diversità di genere rispetto alla monogamia.

MONOGAMIA E TRADIMENTI (Nr. 4) Investimenti diversi

 

 Per capire le diversità di genere nel rapporto con la riproduzione occorre tenere conto del diverso investimento che l’uomo e la donna fanno per avere un figlio che è una replica dei loro geni e costituisce per entrambi una motivazione ugualmente forte. Il problema sta tutto qui: per ottenere lo stesso scopo di avere tanti figli che proseguano la propria discendenza, i comportamenti utili da mettere in atto sono diversi per maschi e femmine.

La donna fa un investimento molto maggiore: intanto ci mette una preziosa cellula uovo ricca non solo di geni ma di tutte le altre strutture cellulari che ne permetteranno lo sviluppo, in più tale cellula è a tiratura limitata, prima o poi finiscono, e ne è disponibile una soltanto al mese. L’uomo investe solo uno dei trecento milioni di minuscoli spermatozoi che produce ad ogni eiaculazione a getto continuo dall’adolescenza alla tomba.

Ma non basta. La donna porta con sé in grembo il bambino per i nove mesi della gravidanza e poi resta impegnata nell’allattamento e nello svezzamento per almeno un altro paio d’anni: si è calcolato che al tempo dei cacciatori raccoglitori (ambiente in cui tutto ciò si è selezionato) una donna impegnava grosso modo quattro anni per portare a termine la produzione di un figlio ed essere pronta per ricominciare. Questo significa che in quei quattro anni non poteva avere altri figli (il numero di figli possibile per una donna in tutta la vita è comunque limitato) e dunque ciascun figlio rappresenta un bene assolutamente prezioso.

Per gli uomini la situazione è decisamente diversa: per perseguire lo stesso scopo di riprodursi possono mettere in cantiere molti figli contemporaneamente o in rapida successione con più donne diverse.

Questa è la madre di tutte le differenze tra uomo e donna come pure tra i maschi e le femmine nel mondo animale. Vediamone alcune evidenti conseguenze.

Il collo di bottiglia che limita la riproduzione, la risorsa limitata con la quale fare i conti, sono le femmine. I maschi possono fecondare contemporaneamente o in rapida successione molte femmine e dunque la competizione per la risorsa limitata avviene tra maschi e saranno infatti loro a sviluppare maggiormente l’apparato muscolare per sopraffare i rivali. I maschi hanno un successo riproduttivo variabile a seconda della loro capacità di competere per le femmine: i maschi vincenti possono avere una grande quantità di figli, i maschi perdenti possono non averne neppure uno. Naturalmente un tempo la partita si giocava tutta a muscoli e mazzate, mentre oggi si può essere vincenti in modi lievemente più sofisticati e non è soltanto (per fortuna mia) una questione di bicipiti. Per le femmine non è così: non devono competere perché un maschio disposto ad accoppiarsi lo trovano sicuramente, almeno fino a quando sono in età fertile, semmai per loro sarà importante scegliere un compagno che garantisca risorse sufficienti per allevare la prole.

Mentre per i maschi il successo riproduttivo è direttamente proporzionale al numero di femmine con cui si accoppiano, per le femmine non è affatto così, a cosa servono tanti accoppiamenti se poi il figlio può essere uno solo ogni quattro anni? I maschi hanno tanti più figli se si accoppiano con molte femmine, ma le femmine hanno sempre lo stesso numero di figli se si accoppiano con più maschi perché il vincolo è dato dalla durata della gravidanza e dell’allattamento e non dai partner disponibili.

Si aggiunga che l’investimento necessario per garantire la sopravvivenza del figlio e dunque dei propri geni è molto maggiore nella specie umana che in tutte le altre specie, in quanto i piccoli sono del tutto incapaci di cavarsela da soli per un tempo lunghissimo; non sono dotati di meccanismi istintuali che li guidino alla ricerca del cibo o gli consentano di fronteggiare i pericoli e sono infatti definiti ‘prole inetta’ in quanto assolutamente bisognosi di adulti che se ne facciano a lungo carico. Gli adulti svolgono un ruolo non soltanto di protezione ma soprattutto di insegnamento.

Questa peraltro è la debolezza e la forza della specie umana che essendo povera di meccanismi istintuali fissi e stereotipati è invece dotata di una enorme capacità di apprendere. Ciò le conferisce una estrema adattabilità alle situazioni più varie e dà inizio ad un’altra modalità di trasmissione transgenerazionale che non è più soltanto quella genetica ma quella culturale, per cui ogni generazione non riparte da capo ma fa tesoro delle acquisizioni delle precedenti: ai figli si trasmette un patrimonio genetico ed un patrimonio di informazioni enorme, un hardware potente ma anche un ricchissimo software.

 

Biofeedback cardiorespiratorio per i disturbi ansiosi e depressivi

Una recente metanalisi ha mostrato che l’efficacia del biofeedback cardiorespiratorio nel ridurre la sintomatologia ansiosa è robusta indipendentemente dallo specifico protocollo utilizzato e dalle caratteristiche dei pazienti.

Elisabetta Patron – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Lo stress e la respirazione lenta e cadenzata

I disturbi dell’umore, come il disturbo depressivo maggiore, e i disturbi ansiosi o il disturbo da stress post traumatico affliggono un’alta percentuale della popolazione mondiale (Bandelow & Michaelis, 2015; World Health Organization, 2017). Tali condizioni possono essere causate o peggiorate da livelli di stress eccessivamente elevati (Hidaka, 2012). Per ridurre i livelli di stress quotidiano e migliorare lo stato psicofisico esistono diverse strategie e tecniche, tra le più conosciute troviamo le tecniche meditative orientali come ad esempio lo yoga. Nella tradizione millenaria delle discipline orientali, la respirazione lenta e cadenzata è un aspetto essenziale attraverso cui l’individuo può regolare il proprio stato di attivazione psicofisiologica (Brown & Gerbarg, 2005), ridurre i livelli di stress e ansia e aumentare il benessere percepito (Zaccaro et al., 2018). È curioso il fatto che anche una delle preghiere più conosciute della religione Cristiana, l’Ave Maria, sembri indurre una riduzione del ritmo respiratorio in modo simile a quella indotta dalla meditazione (Bernardi et al., 2001). Una recente revisione della letteratura ha mostrato come la respirazione lenta e cadenzata abbia effetti benefici e diffusi sull’attività cerebrale, attraverso un aumento delle onde alpha e una riduzione delle onde theta in maniera diffusa sulla corteccia cerebrale. Inoltre, la respirazione lenta e cadenzata ha effetti positivi sul sistema cardiovascolare, migliorando il bilanciamento del sistema nervoso autonomo attraverso un aumento dell’attività della branca parasimpatica (Zaccaro et al., 2018). Tali modifiche nel funzionamento corticale (Lomas et al., 2015) e autonomo (Sloan et al., 2017) sono state associate ad una maggiore flessibilità psicofisiologica, ad una migliore regolazione emozionale e in generale ad un maggior benessere psicofisiologico.

Il biofeedback

Se la respirazione lenta e cadenzata è conosciuta e praticata fin dall’antichità nelle discipline orientali, nella cultura occidentale si è diffusa a partire dagli anni ‘80 attraverso una tecnica specifica di autoregolazione chiamata biofeedback. Il biofeedback permette, attraverso la registrazione di modificazione fisiologiche che avvengono all’interno del nostro corpo (come ad esempio la frequenza cardiaca), di essere informati riguardo le proprie modificazioni fisiologiche, in modo da poter apprendere a controllare quelle stesse funzioni fisiologiche nella direzione desiderata, attraverso un meccanismo per prove ed errori (per una rassegna completa sulle tecniche di biofeedback si veda Schwartz & Andrasik, 2003). Attraverso il biofeedback è possibile ad esempio imparare a controllare, entro un certo grado, le variazioni di alcune onde cerebrali, o della propria frequenza cardiaca.

Negli ultimi anni, una specifica forma di biofeedback, il biofeedback della variabilità della frequenza cardiaca, o biofeedback cardiorespiratorio, è diventato sempre più popolare, soprattutto negli Stati Uniti (Gevirtz, 2013), anche grazie allo sviluppo e commercio di sistemi di registrazione sempre più piccoli, portatili ed economici. Il biofeedback cardiorespiratorio, nello specifico, mira ad incrementale la flessibilità cardiovascolare, al fine di fronteggiare adeguatamente quelle situazioni altamente stressanti (così dette di attacco/fuga) che determinano una elevata attivazione psicofisiologica. Attraverso una maggiore flessibilità cardiovascolare è possibile quindi ridurre lo stress percepito. Nella pratica, durante il biofeedback cardiorespiratorio vengono registrate la frequenza cardiaca e la frequenza respiratoria attraverso dei sensori di superficie. Quindi vengono mostrati questi segnali fisiologici, solitamente rappresentati come due linee su uno schermo corrispondenti rispettivamente alla frequenza cardiaca e alla respirazione (si veda Figura 1). All’individuo viene richiesto di cercare di sincronizzare le due linee in modo che le variazioni di frequenza cardiaca seguano le fasi della respirazione (inspirazione ed espirazione). Tale sincronizzazione può essere facilitata dalla tecnica del respiro lento e cadenzato tipico delle discipline orientali, ma è stato dimostrato come attraverso il biofeedback sia possibile massimizzare gli effetti associati alla respirazione lenta, ottenendo una ancor maggiore riduzione dello stress e dei livelli di ansia (Wells et al., 2012). Infatti, attraverso il biofeedback cardiorespiratorio è possibile agire fisiologicamente su tre sistemi: la respirazione, permettendo che i polmoni siano massimamente ossigenati, le variazioni di frequenza cardiaca e le variazioni di pressione arteriosa, stimolando in particolare l’attività dei barocettori (dei piccoli meccanocettori che monitorano la pressione arteriosa). Per quanto riguarda i protocolli di biofeedback cardiorespiratorio, non esiste un accordo univoco su uno specifico protocollo di biofeedback, infatti il protocollo di biofeedback deve essere adeguato alle necessità del paziente. Negli anni sono stati proposti vari protocolli, come ad esempio quello della durata di 10 sedute settimanali (Lehrer et al., 2000), o la più recente versione breve della durata di 5 sedute settimanali (Lehrer et al., 2013).

Biofeedback cardiorespiratorio: l'utilizzo per i disturbi d'ansia e depressivi

Figura 1 – Esempio di setting di biofeedback cardiorespiratorio. Il fotopletismografo permette di rilevare la frequenza cardiaca momento per momento. La fascia addominale permette di rilevare la frequenza respiratoria. La centralina permette di rilevare i segnali fisiologici e trasmetterli al computer. Sullo schermo viene proiettato il feedback cardiorespiratorio che include una linea rossa (corrispondente alla frequenza cardiaca) e una linea blu (corrispondente alla frequenza respiratoria). Il paziente inoltre vede sullo schermo le istruzioni: “Cerca di sincronizzare la frequenza cardiaca (linea rossa) con il respiro addominale (linea blu)”.

Il biofeedback cardiorespiratorio per la riduzione dello stress, dei sintomi ansiosi e depressivi

Esistono solide basi scientifiche a sostegno del fatto che il biofeedback cardiorespiratorio sia efficace nel ridurre lo stress e la sintomatologia ansiosa (Futterman & Shapiro, 1986; Gevirtz, 2013; Goessl et al., 2017). Infatti recentemente una metanalisi su decine di studi scientifici ha mostrato come l’efficacia del biofeedback cardiorespiratorio nel ridurre la sintomatologia ansiosa sia robusta indipendentemente dallo specifico protocollo utilizzato e dalle caratteristiche dei pazienti (Goessl et al., 2017). Inoltre, una sola seduta di biofeedback cardiorespiratorio è risultata efficace nel ridurre i livelli di ansia anticipatoria in un gruppo di musicisti professionisti (Wells et al., 2012) ed in un gruppo di giocatori di pallacanestro (Paul & Garg, 2012). Il biofeedback cardiorespiratorio, in affiancamento ai classici trattamenti psicoterapici, è risultato utile nel ridurre la sintomatologia depressiva e a migliorare la flessibilità cardiovascolare in pazienti con depressione maggiore (Caldwell & Steffen, 2018; Karavidas et al., 2007; Lin et al., 2019) ed anche in pazienti cardioperati con sintomatologia depressiva subclinica (Patron et al., 2013). Alcuni studi suggeriscono che gli effetti del biofeedback siano simili a quelli ottenuti attraverso il trattamento con farmaci inibitori di ricaptazione della serotonina (SSRI) e placebo (Fournier et al., 2010; Rene et al., 2011). Infine, esistono prove a supporto del fatto che il biofeedback cardiorespiratorio sia efficace nel ridurre lo stress (McCraty et al., 2009; Reiner, 2008) e nel migliorare la qualità del sonno (McLay & Spira, 2009).

Gli effetti positivi del biofeedback cardiorespiratorio sugli aspetti psicologici come la riduzione dello stress, dei livelli di ansia e depressione sembrano essere dovuti ad una incrementata connettività cerebrale in quelle aree che sono deputate alla regolazione emozionale, e soprattutto tra l’amigdala e la corteccia prefrontale (Mather & Thayer, 2018). Questo incremento nell’attivazione della connessione cuore-cervello potrebbe essere alla base degli effetti benefici del biofeedback sul tono dell’umore e sui sintomi ansiosi (Thayer & Lane, 2000, 2009).

Il futuro del biofeedback

Oggigiorno l’applicazione del biofeedback si è estesa ben oltre il setting tradizionale. Sistemi tecnologicamente avanzati permettono di registrare i segnali fisiologici attraverso sensori portatili o addirittura indossabili (come magliette “tecnologiche” che permettono di monitorare i parametri fisiologici). Inoltre, la computazione degli indici fisiologici può avvenire su computer portatili, tablet e telefonini, in questo modo i sistemi di biofeedback diventano sempre più portatili ed economici. Tali innovazioni nel design stanno migliorando l’accettazione e l’utilizzabilità del biofeedback, rendendo possibile per il paziente, una volta appresa la tecnica in seduta con il terapeuta, svolgere gli esercizi di biofeedback all’esterno del setting clinico, in modalità domiciliare, mentre il clinico può essere costantemente informato dei progressi del paziente.

 

Imparare ad amare. La relazione di coppia come percorso spirituale (2020) di Polly Young-Eisendrath – Recensione del libro

Il libro Imparare ad amare. La relazione di coppia come percorso spirituale insegna a gestire con abilità e saggezza la propria crescita personale.

 

Da cosa è caratterizzato l’amore nei nostri tempi e perché i rapporti di coppia si sciolgono prima rispetto al passato? Che cosa possiamo imparare per venire incontro alle nuove esigenze dell’amore contemporaneo?

L’autrice, psicanalista junghiana con esperienza decennale nella psicoterapia di coppia, nonché buddista, analizza l’attuale stato delle relazioni di coppia, caratterizzate dalla necessità reciproca dei partner di soddisfare i propri bisogni più profondi, da una posizione di parità e quindi mancanza di gerarchie che prima aiutavano a dare struttura ai rapporti. L’autrice chiama questo tipo di amore ‘amore personale’. Si parte dall’innamoramento, che si basa su una proiezione idealizzante, destinata a fallire, per poi fare i conti con la delusione, punto cruciale per il destino della relazione: quando non la si sa gestire, si può tornare ad illudersi in un nuovo rapporto, nella ricerca di soddisfare il bisogno narcisistico di trovare quella persona ‘perfetta’ per noi. Altrimenti si può scegliere di acquisire nuove competenze per trasformare l’innamoramento in autentica intimità, pilastro del vero amore.

La delusione porta al dolore e davanti al dolore, invece di guardare meglio dentro di noi e dentro l’altro, spesso mettiamo in atto delle difese che ci fanno puntare il dito sull’altro e sulle sue debolezze, trasformandolo in nemico e impedendo così una più profonda conoscenza reciproca e una crescita congiunta.

Questo libro vi insegnerà a gestire con abilità e saggezza la vostra crescita personale in tre modi: riconoscendo dentro di voi i fattori che vi spingono a fare dell’altro un nemico, coltivando la compassione verso queste tendenze universali e creando una distanza consapevole fra il vostro prezioso ‘sé’ e i pericolosi ‘altri’ che contribuite a creare in ogni genere di rapporto.

L’autrice spiega perché il conflitto è importante per la crescita, cosa sono e come prendere coscienza delle identificazioni proiettive (meccanismo chiave del libro) per trasformare la delusione post innamoramento in intimità e armonia interpersonale, anche con l’aiuto della pratica buddista della presenza mentale.

Il meccanismo della proiezione consiste nel vedere e percepire come appartenenti all’altro quelli che, in realtà, sono aspetti di sé non riconosciuti, idealizzati oppure svalutati.

Parla inoltre dell’importanza della fiducia nelle relazioni, che si basa su tre pilastri: l’impegno, il vincolo e il contenimento.

Molto utile e interessante è la differenza tra aggressività (attiva o passiva) e rabbia: la prima è istintiva (attacco, congelamento e fuga) e in comune con gli animali, la seconda è tipicamente umana, nasce difronte ad un’ingiustizia e suppone il giudizio e la scelta. L’autrice ci aiuta a distinguerle tra loro e a gestirle, contenendo l’aggressività e l’agitazione per esprimere la rabbia in una forma articolata e rispettosa.

Un altro argomento trattato in maniera pratica è ‘il dialogo’, che suppone parlare per sé, parafrasare, essere curiosi e fare domande, nonché replicare. Tanti esempi aiutano a capire e far propri questi concetti, in modo che diventino pane quotidiano e aiutino ad affrontare i conflitti in maniera costruttiva. Una tecnica che l’autrice suggerisce per un miglior dialogo è ‘la presenza mentale’.

Un capitolo viene dedicato all’individuare e stimolare ciò che l’autrice chiama ‘la strada a doppio senso’ nell’amore, in termini di parità, reciprocità e mutualità, che distingue dalla ‘strada a a senso unico’, in cui l’amore non è ricambiato.

Secondo l’autrice l’amore, anche se parte dal desiderio, è per sua natura anche un percorso spirituale, in quanto può diventare un mezzo per trascendere il desiderio. Questa lettura viene fatta con la lente del buddhismo alla propria esperienza personale ma anche a quella di psicoterapeuta di coppia.

Il libro si rivolge principalmente alle coppie in difficoltà o che vogliono crescere, ma può essere utile anche a genitori che vogliono trasformare il loro rapporto con i figli adulti, dando strumenti trasversali nella comprensione dei conflitti, delle differenze, di sé e dell’altro. Nonostante le difficoltà attuali della famiglia e del matrimonio, per via dell’incompatibilità apparente tra i bisogni individuali e la stabilità di un sistema famiglia, nel testo si respira speranza per la vita di coppia, suggerendo come soluzione lo sviluppo di nuove capacità di comprendere sé stessi, chi ci è accanto e i meccanismi che ‘ci’ muovono.

Dinamiche relazionali e perdita di peso: come i partner romantici possono facilitare il perseguimento di questo obiettivo

Sembra necessario valutare le dinamiche relazionali relative alla perdita di peso, per capire meglio come i partner romantici possono facilitare gli individui nel perseguimento di questo obiettivo di salute.

 

Nella battaglia contro l’obesità (Ogden, Carroll, Kit, & Flegal, 2014; Wadden, Brownell, & Foster, 2002), i ricercatori stanno prestando maggiore attenzione a come i partner romantici possono aiutare a supportare gli individui che vogliono perdere peso, in quanto possono essere sia una minaccia ai loro sforzi (Henry, Rook, Stephens, & Franks, 2013; Mackert, Stanforth, & Garcia, 2011), sia dei facilitatori (Gorin et al., 2005; McLean, Griffin, Toney, & Hardeman, 2003; Verheijden, Bakx, van Weel, Koelen, & van Staveren, 2005). Il presente studio (Dailey, 2019) ha valutato il contesto e la dinamica interna del rapporto di coppia, durante un percorso di perdita di peso intrapreso da un membro della coppia. Precisamente, gli autori hanno esaminato tre strategie relazionali: (1) l’incoraggiamento, che implica lode, comprensione e rassicurazioni; (2) l’influenza strumentale, che comprende tecniche più attive, come ad esempio chiedere e ricordare all’individuo di fare scelte sane; (3) infine, la coercizione, sebbene intesa a produrre comportamenti salutari, lo fa suscitando emozioni negative, come il senso di colpa, la paura o il rifiuto. Per quanto concerne il contesto e le dinamiche relazionali, esse sono importanti nell’ottica di comprendere come gli individui interpretano le strategie dei partner: (1) se la perdita di peso è stata uno sforzo di squadra, (2) quanto i partner hanno avuto approcci opposti alla perdita di peso e (3) la difficoltà degli individui a bilanciare i loro obiettivi di perdita di peso all’interno dei loro obiettivi di relazione.

Gli obiettivi di Dailey (2019) sono stati: (1) esplorare come le dinamiche relazionali relative alla perdita di peso, siano associate ai tre tipi di strategie; (2) la frequenza e l’efficacia delle strategie del contesto relazionale (es. il lavoro di squadra, l’influenza strumentale, la coercizione).

I partecipanti (N=389) cercavano attivamente di perdere peso e convivevano con il proprio partner romantico. Essi hanno completato le misure del contesto relazionale e le misure delle strategie, ovvero dei questionari valutati su scala Likert a 7 punti (da 1=fortemente in disaccordo, a 7= fortemente d’accordo). Innanzitutto, le tre misure di contesto relazionale sono state create ai fini del corrente studio. Gli item sono stati creati sulla base delle citazioni e idee dei partecipanti, ad esempio “Io e il mio partner siamo una squadra relativamente alla perdita di peso” (lavoro di squadra), “Io e il mio partner abbiamo visioni simili su come fare a perdere peso” (approccio opposto), “Mi sto districando su come perdere peso e rivestire il mio ruolo come partner romantico” (lotta per l’equilibrio). Per quanto riguarda la valutazione delle strategie dei partner, è stata utilizzata una misura a 14 items. Questo aspetto è stato valutato due volte dagli attuali partecipanti: una volta per quanto riguarda la frequenza con cui il partner ha utilizzato le strategie negli ultimi 30 giorni (1=mai, 7=molto spesso) e una volta per quanto riguarda l’efficacia delle strategie quando o se il partner l’ha utilizzata (1= per niente efficace, 7= molto efficace). Sono state misurate i tre tipi di strategie: l’influenza strumentale (es. “il mio partner mi ha chiesto di intraprendere una dieta sana o comportamenti di esercizio fisico”), l’incoraggiamento (es. “il mio partner ha mostrato di aver capito come mi sento riguardo al peso”) e la coercizione (es. “il mio partner ha cercato di farmi sentire in colpa per i miei sforzi di perdita di peso”).

I risultati hanno rivelato che più i partecipanti sentivano che l’obiettivo della perdita di peso era condiviso con il partner, più percepivano che i loro partner usavano l’influenza strumentale, l’incoraggiamento e la coercizione, valutate tutte e tre efficaci allo stesso modo. Gli approcci opposti si associano negativamente al supporto, ma positivamente alla frequenza e all’efficacia della coercizione, tale per cui coloro che sentivano di avere convinzioni diverse dal proprio partner circa la perdita di peso, hanno riferito meno incoraggiamento e più induzione di emozioni negative, così come hanno segnalato la coercizione come strategia più efficacie. Coloro che hanno avuto più difficoltà a bilanciare la loro perdita di peso e gli obiettivi relazionali hanno riferito una maggiore coercizione da parte dei loro partner, indicandola come strategia più efficace.

In conclusione, possiamo affermare che Dailey (2019) con la sua ricerca ha evidenziano la necessità di valutare le dinamiche relazionali relative alla perdita di peso, per capire meglio come i partner romantici possono facilitare gli individui nel perseguimento di questo obiettivo di salute (Coyne & DeLongis, 1986; Lewis et al., 2006; Sarason & Sarason, 2001).

 

Sono come tu mi vuoi: il fenomeno del bodyshaming e la ricerca della perfezione

Vivere in una società come quella di oggi comporta essere continuamente esposti a immagini di corpi apparentemente perfetti, che non tollerano imperfezioni; non corrispondere a questi canoni di bellezza ideale significa diventare con più facilità vittime di bodyshaming, con possibili ripercussioni sulla salute fisica e psicologica.

 

Il bodyshaming può essere descritto come un atteggiamento o un comportamento sociale rispetto al peso corporeo, alla corporatura e all’aspetto esteriore di se stessi e degli altri (Gilbert, 2007). Rappresenta una forma di bullismo verbale che si concretizza nell’atto di deridere, umiliare, criticare e valutare le persone unicamente per come appaiono. La crescente popolarità dei social media e la divulgazione massiva di un modello di corpo ideale a cui ispirarsi rischiano di generare aspettative irrealistiche sui modi in cui si dovrebbe apparire. Particolarmente vulnerabili a questo tipo di immagini e messaggi sembrano essere gli adolescenti, non solo perché maggiormente esposti ai social media, ma soprattutto per il profondo periodo di trasformazione che si trovano a dover affrontare (Gam, Singh, Manar, Kar e Gupta, 2020). Il passaggio dall’infanzia all’età adulta è infatti segnato da drammatici cambiamenti nello sviluppo fisico, sessuale, cognitivo, psicologico e sociale. Questi anni delicati e tumultuosi possono avere conseguenze a lungo termine per l’individuo, soprattutto per quanto riguarda la salute mentale. La generazione di aspettative non salutari sulla forma del corpo per se stessi e per gli altri si pongono alla base delle critiche verso coloro che non si conformano ai canoni ideali dettati dalla società (Gam et al., 2020).

Il bodyshaming si può manifestare in diversi modi, ad esempio:

  • criticando il proprio aspetto e comparandolo con quello altrui (Guarda che braccia poco muscolose che ho rispetto alle tue!);
  • criticando apertamente l’aspetto di qualcun altro (Che fianchi larghi che hai!);
  • criticando l’aspetto di qualcuno che non si conosce (Hai visto quanto è in carne quella ragazza?).

In generale queste modalità sono accomunate dall’idea che le persone debbano essere giudicate prevalentemente per il loro aspetto fisico (Vargas, 2017). L’essere valutati sulla base di canoni estetici preimpostati rischia di generare un vortice di emozioni e stati d’animo come vergogna, ansia e rabbia legati alla paura di essere rifiutati e non accettati (Cash e Pruzinsky, 2002; Gam et al., 2020). Il fenomeno del bodyshaming ha in tal senso un forte impatto psicosociale e negli adolescenti può sfociare nel ritiro dall’ambiente sociale e nella riluttanza a comunicare e ad interagire con gli altri (Lestari, 2019). Oltre alle importanti ripercussioni sull’autostima, gli studi fino ad oggi condotti hanno riportato una serie di problematiche legate al bodyshaming che possono favorire l’insorgenza di veri e propri disturbi mentali (Cash e Pruzinsky, 2002; Lestari, 2019). Ricerche in letteratura hanno rivelato in tal senso correlazioni positive tra sentimenti di vergogna e una cattiva salute psicologica (Eisenberg, Neumark-Sztainer e Story, 2003; Grabe, Hyde e Lindberg, 2007; Noll e Fredrickson, 1998). La percezione di sentirsi desiderabili solo nella condizione in cui si rispettano gli standard estetici veicolati dalla società solleciterebbe una corsa inesorabile per il raggiungimento di una forma corporea considerata ideale. I teorici dell’emozione a tal proposito sostengono che la vergogna motiva gli individui a cambiare quegli aspetti del sé che non riescono a essere all’altezza degli ideali interiorizzati (Lewis, 1992; Noll e Fredrickson, 1998; Scheff, 1988). Il peso e la forma del corpo assumono un ruolo centrale nell’anoressia e nella bulimia nervosa, disturbi mentali in cui diete, digiuni e/o condotte compensatorie (come vomito, iperattività, uso di lassativi) vengono messi in atto per prevenire l’aumento di peso. Quando si è vittime di bodyshaming, aumenta il rischio di incorrere in uno di questi disturbi in cui i livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla ricerca della perfetta forma corporea (APA, 2013). Secondo una prospettiva emozionale, la messa in atto di comportamenti alimentari non salutari permetterebbe, nell’ottica del disturbo, di affievolire la vergogna del corpo derivante dall’insoddisfazione per le sue dimensioni. Tuttavia, in maniera paradossale, le pratiche messe in atto per contrastare l’aumento di peso possono aumentare la consapevolezza del fallimento nel raggiungimento della perfezione corporea amplificando l’esperienza di vergogna piuttosto che alleviarla; lo stesso effetto lo avranno anche i fallimenti nel dimagrimento o nel mantenimento di peso. Il rischio quindi è quello di favorire l’instaurarsi di un circolo vizioso in cui l’incapacità di soddisfare gli ideali del corpo così come gli sforzi nel perdere peso alimentano e aggravano il vissuto di vergogna (Moradi, Dirks e Matteson, 2005; Noll e Fredrickson, 1998). In tal senso il bodyshaming potrebbe avere un ruolo importante nell’innesco di questa spirale di vergogna in cui è facile rimanere intrappolati, con gravi ripercussioni per la salute mentale e fisica.

L’eccessiva attenzione posta sulla forma fisica e sull’apparenza estetica potrebbe portare a vedere se stessi come un oggetto da guardare e valutare (Grabe et al., 2007). Particolarmente sensibili alla cosiddetta ‘‘auto-oggettivazione’’ sono gli adolescenti, che in un corpo in costante cambiamento sentono di vivere sotto i riflettori di società che suggerisce ‘‘migliori modi di apparire’’. Numerose ricerche suggeriscono che durante la pubertà il corpo delle ragazze, più che dei ragazzi, si allontani dall’ideale di bellezza proposto dai canoni estetici. Questo contribuirebbe a vivere maggiore insoddisfazione corporea, una delle cause degli alti tassi di depressione riscontrati tra le ragazze durante l’adolescenza (Nolen-Hoeksema, 1994; Stice, Hayward, Cameron, Killen e Taylor, 2000). La vergogna nel mostrare un corpo non desiderabile sembrerebbe mediare la relazione tra la tendenza nelle adolescenti a vedere il proprio corpo come un oggetto alla mercé di critiche e osservazioni e lo sviluppo di disturbi depressivi (Grabe et al., 2007).

Alla luce di queste considerazioni appare necessario porre attenzione al fenomeno crescente del bodyshaming, tenendo a mente il potenziale effetto dei modi ideali di apparire sul benessere e sulla salute fisica e mentale degli individui, soprattutto degli adolescenti.

 

Gli studi del professore Lorenzo Desideri sui robot e l’interazione robot-bambino – Lo psicologo del futuro

In uno dei suoi più recenti lavori, Lorenzo Desideri, insieme ai colleghi, ha indagato l’interazione robot-bambino, soffermandosi sull’influenza di tale relazione sullo sguardo avversivo che solitamente le persone assumono impegnandosi nel trovar risposta a complessi dilemmi.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 2) Gli studi del professore Lorenzo Desideri sui robot e l’interazione robot-bambino

 

Il professor Lorenzo Desideri, lavora come ricercatore presso il Centro di Ricerca e Innovazione WeCareMore di AIAS e il Centro Regionale Ausili dell’Azienda USL di Bologna, oltre ad essere docente presso il dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna.

Sarà relatore di una lezione della Conference on Digital Psychology, che si terrà il 19-20 Febbraio 2021, a Milano, portando la sua esperienza di ricercatore e di clinico nel campo dell’interazione uomo-robot.

I suoi interessi di ricerca si collocano nell’ambito delle tecnologie cognitive applicate, con l’obiettivo di comprendere come le tecnologie emergenti quali il riconoscimento vocale automatico, le interfacce cervello-computer, la robotica sociale, i puntatori oculari e le soluzioni eHealth / mHealth possono migliorare la qualità di vita delle persone con disturbi del neurosviluppo o malattie neurodegenerative.

Attualmente, Lorenzo è Associate Editor della rivista Assistive Technology e coordinatore del gruppo di lavoro sulla valutazione degli outcome della Rete italiana dei Centri Ausili (GLIC). Recentemente è stato coordinatore del comitato scientifico della XV conferenza dell’Associazione per l’Avanzamento delle Tecnologie Assistive in Europa (AAATE).

In uno dei suoi più recenti lavori, pubblicato nel 2020 sull’International Journal of Social Robotics, dal titolo The Mind in the Machine: Mind Perception Modulates Gaze Aversion During Child–Robot Interaction, insieme ai colleghi, ha indagato l’interazione robot umanoide-bambino, soffermandosi sull’influenza di tale relazione sullo sguardo avversivo che solitamente le persone assumono impegnandosi nel trovar risposta a complessi dilemmi.

Le implicazioni pratiche di questo studio ricadono sulle riflessioni inerenti l’educazione mediata dai robot.

Gli autori hanno ipotizzato, basandosi sul modello della presa di posizione intenzionale, che i bambini in interazione con un robot umanoide in condizioni interroganti aggrottassero meno la fronte rispetto a quanto potessero farlo nelle interazioni interroganti con degli umani.

Nel primo esperimento 44 bambini sono stati divisi in due gruppi. I bambini del primo gruppo (N. 22) hanno interagito con un interrogatore robot, mentre i bambini del secondo gruppo (N. 22) hanno interagito con un interrogatore umano.

Mentre, nel secondo esperimento tutti i bambini (N. 50) hanno interagito con un robot, ma ai bambini del gruppo 1 (N. 25) è stato detto che il robot era controllato da un umano; intanto ai bambini del gruppo 2 (N. 25) è stato detto che il robot che avrebbe posto loro delle domande era stato progettato con un algoritmo.

I risultati del presente studio dimostrano che la percezione di una situazione intenzionale (visibile nella relazione uomo-uomo), aumenta il tasso di avversione allo sguardo. Viene dunque proposto dai ricercatori che il tasso di avversione allo sguardo possa esser considerato un target comportamentale, indice della percezione della mente altrui.

 

Se volete saperne di più dell’interazione uomo-robot e delle implicazioni per la Psicologia venite alla prima edizione della Conference on Digital Psychology: Digital Perspectives in Psychology.

 

Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

ISCRIVITI ORA 9733


 

EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY
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Perché nel periodo della pandemia da coronavirus sentiamo parlare più spesso di suicidio?

Nel periodo dell’emergenza sanitaria da Covid-19, la diffusione rapida e facile del virus ha fatto scaturire ed esacerbare le paure o i disturbi mentali già presenti nella popolazione, come era stato preannunciato da numerosi esponenti sanitari. Come mai?

 

La pandemia da COVID-19, espandendosi dalla Cina ad ogni parte del mondo, ha costretto miliardi di persone ad un lockdown forzato, al fine di ridurre il numero di contagi giornalieri. Le conseguenze delle restrizioni e della paura trasmessa soprattutto dalle informazioni ricevute mediaticamente, variano a seconda della popolazione e della tipologia di piano restrittivo adottato dallo Stato. Comunemente però, la diffusione rapida e facile del virus ha fatto scaturire ed esacerbare le paure o i disturbi mentali già presenti nella popolazione, come era stato preannunciato da numerosi esponenti sanitari. Come mai?

Si è notato come, a causa della chiusura di una moltitudine di aziende e ditte, molti imprenditori abbiano perso la loro fonte principale di reddito, trovandosi in una situazione molto difficile da sostenere sia dal punto di vista economico che psicologico. Lo stress, l’allontanamento dall’ambiente sociale e dalle relazioni più care, l’isolamento e la percezione della paura, la sofferenza e le morti viste sia da vicino che udite dai mass media, hanno contribuito ad aumentare il tasso dei tentativi di suicidi nel periodo pandemico. Infatti, coloro che sono in terapia a causa di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia o altre categorie di patologie, sia per ragioni economiche, sia per motivazioni intrinseche correlate alla poca aderenza al trattamento o dell’allontanamento fisico dal terapeuta, hanno visto un peggioramento la loro condizione patologica. I disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia sono delle condizioni patologiche che determinano in chi ne è affetto una sensazione di disagio, malessere, disadattamento e, in alcuni casi, una moltitudine di disfunzioni cognitive, che non garantiscono il corretto funzionamento della persona nell’ambito sociale.

Alcune ricerche svolte da Sher e colleghi (2020) sulla percezione di benessere economico e soddisfazione personale, hanno concesso di comprendere come ci possa essere anche in senso inverso una relazione, correlando uno status socio economico basso o in decaduta ad un aumento dei pensieri e tentativi suicidari. E’ possibile comprendere come il deficit ed il crollo economico derivato dalla pandemia di coronavirus sia in parte responsabile della decisione estrema di molte persone. Se considerato anche il peggioramento delle condizioni di malattia mentale, allora si possono intendere con più chiarezza i dati che le testate giornalistiche e le fondazioni di ricerca forniscono.

I tassi di suicidio, come si nota da molte ricerche svolte anche durante le crisi degli anni addietro, aumentano in corrispondenza del mancato rapporto sociale, in carenza di sostegno ed isolamento sociale. Le politiche di distanziamento e lockdown a cui siamo stati soggetti per evitare di essere contagiati e per aiutare il Sistema Sanitario Nazionale, hanno enfatizzato le condotte suicidarie in quanto si sono basate soprattutto sull’allontanamento dalle altre persone, per costringere la diffusione del coronavirus. Da inizio Marzo, ovvero dall’inizio delle politiche di isolamento domiciliare, i suicidi e tentativi di suicidio sono stati circa 200 (banca dati Fondazione BRF, Osservatorio suicidi Covid-19).

Le difficoltà economiche rendono difficile la ricerca di un trattamento da parte di chi è in uno stato di malessere e disagio, in quanto non si ha la disponibilità finanziaria per iniziare un trattamento terapeutico.

Pertanto, la moltitudine di fattori sopraelencati lascia intendere quanto sia importante prevenire una situazione sovrastante e sostenere le persone più vulnerabili psicologicamente – e non solo – in quanto in seguito alla morte di una persona, rimangono tutti coloro che la circondavano a scontarne il dolore, provocando quasi una reazione a catena incentrata sulla sofferenza.

 

Complessità e psicoterapia. L’eredità di Boscolo e Cecchin (2019) a cura di Pietro Barbetta e Umberta Telfener – Recensione del libro

Complessità e psicoterapia – L’eredità di Boscolo e Cecchin passa attraverso 50 anni di storia della psicologia e della psicoanalisi e assume un atteggiamento trasversale alle varie discipline che possono condurre alla relazione terapeutica di cura e di promozione del benessere.

 

Quale eredità ci hanno lasciato Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin? I fondatori del Centro Milanese di Terapia della Famiglia e di quello che poi diventerà il Milan Approach, ci invitano nella profondità della psiche umana ad accogliere ogni limite ed ogni sfida come un punto di partenza privilegiato dal quale osservare ed accedere alla complessità della pratica psicoterapeutica.

La decisione degli autori di guidarci come moderni Virgilio tra le sinuose curve della pratica del Milan Approach, prende forma in un testo che per la sua completezza può essere definito come l’ultima fatica letteraria di un approccio intero; un metodo che da cinquant’anni fa la differenza nel campo della cura e della promozione del benessere degli individui delle famiglie e dei gruppi e si distingue per la sua dinamicità e plasticità nell’affrontare la cura da un punto di vista nuovo ma al tempo stesso così naturale nella sua configurazione in equilibrio tra complessità e psicoterapia.

Nel testo Complessità e psicoterapia la parola complessità assume una valenza diversa dal significato comune del termine e diventa un riconoscimento di quanto ogni individuo ed ogni gruppo sia un universo a parte e di conseguenza non possa essere trattato con strumenti standardizzati. L’eredità di Boscolo e Cecchin passa attraverso 50 anni di storia della psicologia e della psicoanalisi e assume un atteggiamento trasversale alle varie discipline che possono condurre alla relazione terapeutica di cura e di promozione del benessere. Si abbatte il dogma per lasciare lo spazio all’individuo ed al suo contesto. Passando dalla psicoanalisi Freudiana fino ad arrivare alla cibernetica di Von Foerster, ci si accorge di come possa essere controproducente lavorare innalzando mura al di fuori di approcci dogmatici con la pretesa di poter affrontare ogni problema con lo stesso metodo.

Gli autori ci guidano attraverso teorie ed esempi clinici verso un passato che è futuro, lungo una serie di pratiche orientate al benessere e alla cura in contesti difficili, costruiti entro relazioni complesse.

Il motto del Milan Approach è “non innamorarsi troppo delle proprie ipotesi”. Tale affermazione presuppone l’accoglienza di un processo dinamico che non smette mai di innovarsi e di rinnovarsi senza la paura di un cambiamento di metodo (o di status). I valori portanti lasciati in eredità dai fondatori di tale approccio e riportati nel testo Complessità e psicoterapia, tramite una raccolta di saggi clinici e metodi teorici, possono essere brevemente descritti come fiducia e ricorsività.

La fiducia poiché la persona non è il suo sintomo e non è la sua malattia; in questo particolare orientamento teorico è necessario avere fiducia nella persona e nelle sue risorse, ma soprattutto avere rispetto e attenzione per il contesto in cui l’individuo opera ed è inserito. L’altro concetto chiave è la ricorsività poiché tutti i percorsi personali e di conseguenza il percorso psicoterapeutico prendono la forma di un sistema ricorsivo in cui il lavoro terapeutico si auto-organizza e si co-crea modificando a sua volta i processi e le definizioni in corso d’opera. Riconoscere la ricorsività diventa molto importante per comprendere il funzionamento dell’individuo nel contesto in cui vive e agisce e di conseguenza diventa un concetto fondamentale nella terapia del Milan Approach. Questo approccio trova le sue basi nell’ottica sistemica, ma la sua parola chiave, a distanza di cinquant’anni, rimane tuttora sperimentare.

La sperimentazione non permette solamente l’uscita dal dogma dei metodi teorici, ma si apprezza concretamente anche nel cambiamento del setting stesso. Il setting terapeutico infatti passa da chiuso ad aperto, si esce sfidando la sicurezza delle mura che solitamente chiudono la seduta terapeutica, ci si affida ad un team non ad un singolo terapeuta e si preferiscono le sedie alla comoda chaise-longue, poiché il lavoro di terapia è un lavoro condiviso tra i professionisti e gli utenti, non un’azione passiva ma bilateralmente attiva.

Complessità e psicoterapia è consigliato per chiunque voglia fare esperienza del metodo e conoscere non solo la storia, ma anche le modalità di un approccio che grazie al suo continuo rinnovarsi, in tanti anni non è invecchiato di un giorno solo. Con delicatezza ed un coinvolgimento, a metà tra il didattico e il racconto, gli autori tracciano attraverso questa raccolta di saggi, una storia di un metodo in evoluzione; Complessità e psicoterapia è un libro destinato a coinvolgere ed appassionare sia i professionisti del settore che i lettori comuni incuriositi dalla pratica sistemica e dall’approccio complesso alla realtà psichica dell’individuo e delle relazioni familiari. Il dogma viene abbattuto e viene data importanza al singolo ed al contesto specifico in questo affascinante resoconto di una attività che dura da molti anni; Tolstoj stesso ci ha insegnano in tempi non sospetti, nel suo splendido romanzo Anna Karenina, che tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo, ed è appunto su quel a modo suo che un metodo dinamico e complesso come quello del Milan Approach trova la sua ragion d’essere.

 

Un’analisi approfondita del fenomeno del catfishing

Il catfishing consiste nel fornire informazioni fittizie su di sé o nell’ingannare l’altro riguardo la propria identità con lo scopo di migliorare la propria immagine e intraprendere una relazione che rimanga online.

 

Attualmente sono molte le persone che utilizzano i social network e le app di incontri per fare nuove conoscenze, infatti si stima che il 30% dei giovani adulti di età compresa tra i 18 e i 24 anni e il 12% degli adulti di età compresa tra i 55 e i 64 anni, fanno uso di questi strumenti (Pew Research Institute, 2016), in quanto ritengono essere un modo più veloce e conveniente per trovare potenziali partners, sebbene riconoscano la presenza di maggiori rischi associati rispetto ad altre forme di appuntamento (ibidem).

Infatti, queste tecnologie permettono all’utente di modificare o aggiungere informazioni fittizie su di sé in modo da migliorare la propria immagine ed apparire maggiormente attraente (Ellison, Hancock, & Toma, 2011), oppure di ingannare l’altro riguardo la propria identità con lo scopo di intraprendere una relazione che rimanga online.

Questo fenomeno, chiamato catfishing, è diventato molto diffuso e oggetto di attenzione da parte della giustizia e della polizia, in quanto può rappresentare un’esperienza negativa e traumatica per coloro che sono vittime di questo comportamento e scoprono successivamente di essersi interfacciate con persone diverse da quelle che credevano (Koch, 2017).

Essendo un comportamento interessante anche dal punto di vista psicologico e volendo esaminare alcuni aspetti ad esso associati, il presente studio (Mosley et al., 2020) intende indagare la relazione tra il tipo di attaccamento (ansioso ed evitante) e lo status di “catfish” (autore e bersaglio), oltre alla relazione esistente con il genere.

Dopo aver risposto ad una serie di domande di tipo demografico, 1102 partecipanti sono stati sottoposti ad una serie di domande sul catfishing con lo scopo di avere informazioni su quale categoria (autore, bersaglio, o entrambi) meglio li descrive, oltre al rispondere all’Experiences in Close Relationships Short Form (ECR-S; Wei, Russell, Mallinckrodt, &Vogelm 2007) per valutare l’attaccamento evitante e quello ansioso.

I risultati mostrano che gli uomini sono più soliti svolgere il catfishing rispetto alle donne, in quanto essi non si sentono coinvolti emotivamente in queste relazioni, ma usano questi strumenti come mezzi per conoscere persone nuove, che possono essere facilmente messe da parte, nel momento in cui non rispondono più ai loro interessi (Kimbrough et al., 2013). Le donne, al contrario, vedono i social network come strumenti che consentono realmente di trovare un partner, per cui sono maggiormente predisposte a dare informazioni vere su di sé e ad impegnarsi in queste conoscenze.

Inoltre, si è visto esserci un’associazione positiva significativa tra l’attaccamento evitante e il catfishing, ed un’associazione significativa ancora più forte quando è presente un attaccamento di tipo ansioso. Sembrerebbe infatti che in entrambi i casi sia presente una tendenza a rispondere agli stress emotivi con il distacco emotivo (Mikulincer&Shaver, 2017), spiegando il comportamento del catfishing e la fine dei rapporti intrapresi, quando le circostanze diventano emotivamente troppo intense.

In conclusione, questi dati forniscono delle importanti indicazioni sulle implicazioni terapeutiche da seguire, in quanto essendo state individuate delle ferite nelle relazioni di attaccamento di questi individui, il clinico può lavorare sia con l’autore che con la vittima del catfishing, cercando di rispondere ai bisogni emotivi del cliente e formando delle esperienze di attaccamento correttive rispetto a quelle precedentemente avute (Greenman& Johnson, 2013), in modo che queste possano influenzare il modo di relazionarsi agli altri, permettendo di impegnarsi in relazioni a lungo termine.

 

Di troppo è sempre nemico, ma di base? La demonizzazione dello stress

Lo stress oltre misura è causa di conseguenze psicofisiche gravi, tuttavia si sta verificando una crociata contro uno dei sistemi fondamentali per la funzionalità dell’individuo: ne segue una indagine critica.

 

Come indicato nella letteratura medica (Yaribeygi, Panahi, Sahraei, Johnston, & Sahebkar, 2017) e psicologica (Schneiderman, Ironson & Siegel, 2005), lo stress in misura oltre il limite può portare a conseguenze gravi, sia dal punto di vista fisico che mentale, come l’aumento perenne del battito cardiaco, l’insonnia, problemi di digestione, pressione sanguigna alta, difficoltà di concentrazione, apatia, calo del desiderio e irritabilità (Bressert, 2020).

Per questo motivo, lo stress ha attratto l’attenzione della stampa accademica (Slavich, 2016) e non (Campbell, 2018), aiutando quindi la sensibilizzazione del pubblico circa questo tema delicato.

Di fatto, lo stress oltre il limite del salubre è stato definito come il ‘malanno del ventunesimo secolo’ (Newbegin, 2014), soprattutto a causa del suo ruolo nel mondo lavorativo moderno (Colligan & Higgins, 2006) e nella reazione globale alla recente pandemia di Sars-Cov-2 (Mereta, 2020).

Per questo motivo, la ricerca sullo stress ha assunto maggior importanza nella società scientifica moderna, associato ad un aumento di popolarità generale dei vari metodi di stress management, come l’autoconsapevolezza (Saunders, Tractenberg,  Chaterji, Amri, Harazduk, Gordon,  Lumpkin, & Haramati, 2007), la meditazione e le correnti di yoga ( Kiecolt-Glaser, Christian, Preston, Houts, , Malarkey,  Emery,  & Glaser,  2010) per finire con il rilassamento (Benson, 2005).

Da come descritto prima, la battaglia contro lo stress in eccesso è stata ampiamente avviata sia dal mondo accademico che della cultura in generale.

Tuttavia, si sta sviluppando una idea fallace che lo stress sia da evitare in toto (Bernstein, 2010). Questo pensiero viziato si è creato dalla percezione della presenza che lo stress ha in ampia misura nella vita quotidiana (Keller, Litzelman, Wisk, Maddox, Cheng, Creswell, & Witt, 2012), dando vita a leggende metropolitane, stereotipi e pregiudizi (Payne, 2013).

Queste percezioni sull’argomento sono devianti non solo sulla corretta lettura della conoscenza sull’argomento, ma anche sulla natura dello stress per sé.

Lo stress, ovvero quella reazione nata dalla circolazione del cortisolo nel corpo che scatena il sistema attacco – fuga (Klemm, 2018), è il sistema che permette all’essere umano di percepire una situazione di pericolo e decidere se rispondere o scappare per la propria sicurezza (Goldstein, 2010): senza di esso l’essere umano non sarebbe mai sopravvissuto agli ostacoli dell’ambiente in cui ha vissuto e vive (Lampley, 2020).

Per questo motivo il mondo scientifico ed accademico non solo sta condannando questa demonizzazione dello stress (Magliano, Grippo, 2016), ma sta indicando, per bilanciare, i lati positivi del meccanismo (Selna, 2018). Di fatto, nei limiti nel quale esso contribuisce al mantenimento dell’omeostasi nell’individuo, lo stress può portare benefici all’attenzione, alla risposta agli stimoli dell’ambiente e ai processi di coping, attuando il sistema definito eustress (Tocino-Smith, 2020).

Concludendo, tenendo sempre in mente l’insegnamento ‘in medias res stat virtus’, cerchiamo di confrontarci con questa epidemia di stress oltre controllo con tutta l’informazione verificabile e scientifica possibile, viste le sue conseguenze assolutamente verificabili dal punto di vista empirico (Perlma, 2018), ricordando tuttavia come questo, di base, sia stato e sia ancora un meccanismo vitale per l’Uomo e come contribuisca attivamente, nelle dosi necessarie, all’omeostasi (Fleming, 2019).

“Quindi, se ho ben compreso, mi sta dicendo che…”, quando ad interrompere la conversazione è il terapeuta

La regola d’oro della conversazione prevede “un parlante per volta”, ma come siamo abituati nelle conversazioni quotidiane spesso viene violata con interruzioni e sovrapposizioni di discorso e i suoi effetti possono essere diversi. Ma cosa succede se viene violata in terapia? E se è proprio il terapeuta a farlo?

 

I am afraid I am interrupting you.
It does not follow that interruptions are unwelcome.
(Jane Austen – Pride and Prejudice)

Che cos’è un’interruzione?

La definizione di interruzione all’interno di una conversazione, così evidente e semplice per il comune parlante, è in realtà estremamente complessa e controversa per gli studiosi, indipendentemente dall’area a cui essi appartengono: psicologi, sociologi, linguisti, e così via. Proprio per tale vastità di approcci, non sempre viene esplicitato chiaramente in letteratura cosa si intende per interruzione, mescolando fenomeni diversi e rendendo, di conseguenza, difficilmente confrontabili studi e conclusioni.

Hawkins (1991) afferma che, secondo alcune delle più semplici definizioni di interruzione, questa può essere rappresentata come un qualsiasi periodo di discorso simultaneo in cui una persona inizia a parlare dopo che un altro parlante ha già iniziato a farlo. Secondo Hawkins, quindi, rappresentano una categoria di un gruppo di fenomeni colloquiali chiamati “sovrapposizioni di discorso”, ovvero periodi di discorso simultaneo.

Le interruzioni sono, comunque, delle sovrapposizioni di discorso interessanti in quanto esse violano le regole del turn taking in due modi: innanzitutto, prevedono periodi di discorso simultaneo tra chi interrompe e chi è interrotto (violando la regola d’oro della conversazione ossia “un parlante per volta”); inoltre, violano il diritto del parlante di completare il turno, una volta iniziato.

West e Zimmerman (1983) definiscono l’interruzione come una profonda intrusione nella struttura interna dell’enunciato” e distinguono tra interruzioni “superficiali” e “profonde”.

In termini operativi, le interruzioni “superficiali” si riferiscono a simultaneità che si verificano tra la seconda o la penultima sillaba di un tipo di unità o tra la prima e la seconda o la penultima sillaba di un tipo di unità (ovvero, le costruzioni frasali e lessicali). Le interruzioni “profonde” si riferiscono ad

incursioni iniziate più di due sillabe lontane dal confine iniziale o finale di un tipo di unità. (West & Zimmerman,1983)

Le interruzioni profonde, quindi, sono atti intenzionali volti ad interrompere chi parla impedendogli di concludere il proprio punto di vista.

Le interruzioni, poi, non sono tutte uguali. Esistono, infatti, interruzioni negative ed interruzioni positive (Bogetic, 2011; Goldberg, 1990; Graziano & Gnisci, 2011; Murata, 1994) che, rispettivamente, mirano a intrudere nel discorso del parlante e a prendere il turno oppure a sostenere quanto il parlante sta dicendo e mostrare interesse e coinvolgimento (Gnisci, Pace & Graziano, 2013).

Studi sulle differenze di genere e sul ruolo della cultura

Se ardua è la definizione di cosa sia un’interruzione, altrettanto è difficile tentare di comprendere gli effetti e le conseguenze di tale fenomeno. Gli anni ‘70 hanno visto il fiorire di numerosi studi che si sono occupati non solo di descrivere e spiegare l’interruzione stessa, ma di legarla, oltretutto, a caratteristiche di personalità, di genere e culturali; dalla fine degli anni ’80, poi, è sorto anche un filone di studi sperimentali che si è occupato di indagare gli effetti delle interruzioni su chi le ascolta e, più recentemente, anche su chi le subisce realmente all’interno di una conversazione.

Il ruolo e l’influenza delle differenze di genere nell’uso di interruzioni nella conversazione sembra essere uno degli argomenti che ha interessato maggiormente i ricercatori, pur se i vari studi hanno dato risultati talvolta diversi.

Un punto di riferimento negli studi sugli effetti di genere sono gli studi di Robin Lakoff (1973), il quale suggeriva che esistesse un vero e proprio “linguaggio della donna” caratterizzato da una preponderanza di forme quali domande tag, richieste composte e pattern intonativi interrogativi, aggettivi emotivi, intonazione crescente, ecc., diverso da quello maschile più diretto, aggressivo, competitivo, autonomo, dominante, orientato al compito e orientato in maniera referenziale. West e Zimmerman (1983) e Zimmerman e West (1975) hanno cercato di indagare le caratteristiche delle interazioni sociali tra uomini e donne. Analizzando le conversazioni tra coppie di parlanti dello stesso sesso e di sesso opposto hanno verificato che le interruzioni avvengono significativamente più spesso tra parlanti di sesso opposto e che esiste una asimmetria a vantaggio dei parlanti di sesso maschile: la quasi totalità delle interruzioni e delle sovrapposizioni provengono dal partecipante maschio. Diversi studi confermano la tendenza dei maschi ad interrompere più frequentemente rispetto alle femmine e mostrano che le femmine sono interrotte dai maschi, più di quanto i maschi non siano interrotti da femmine (Eakins & Eakins, 1978; Octigan & Niederman, 1979; Roger & Schumacher, 1983).

La questione che i maschi interrompono più delle femmine all’interno delle conversazioni, tuttavia, resta ancora controversa, non trovando conferma in tutti gli studi di letteratura. Esiste una notevole quantità di prove paradossali in letteratura: diversi ricercatori non hanno trovato alcuna differenza di genere rispetto al numero di interruzioni (Dindia, 1987; Kennedy & Camden, 1983; Trimboli & Walker, 1984). Ciò che cambia da autore ad autore sono le interpretazioni delle ragioni di questo fenomeno, quando queste differenze esistono.

L’interruzione non è sempre considerata come un comportamento aggressivo e dirompente. Quindi non c’è solo il problema se i maschi interrompono più frequentemente delle femmine, ma anche quello di valutare la natura (cooperativa o non cooperativa) delle interruzioni osservate.

Anche il contesto culturale gioca un ruolo fondamentale sia nella percezione sia negli effetti e nelle conseguenze delle interruzioni. Le norme culturali stabiliscono quando un’interruzione è percepita come tale, quali caratteristiche la rendono un intoppo, un insulto o positiva. Di conseguenza, la cultura stabilisce delle regole in base alle quali ci creiamo delle aspettative su come debba andare una conversazione e fornisce anche degli standard per interpretare alcuni comportamenti comunicativi che possono confermare o violare le nostre aspettative.

Il confronto cross-culturale che sembra aver maggiormente interessato gli studiosi è quello tra culture collettiviste e culture individualiste nell’uso delle interruzioni (Hofstede, 1980; Markus & Kitayama, 1991; Triandis et al., 1988). Questa differenza culturale sembrerebbe rispecchiarsi nella comunicazione, allorquando i collettivisti invierebbero ai propri interlocutori segnali di “solidarietà” (Tannen, 1994), mentre gli individualisti manifesterebbero segnali linguistici che rimarcano i confini individuali (Li, 1999a, 1999b). Li (2001) ha condotto uno studio il cui obiettivo primario era verificare se, ed in che termini, la cultura giocasse un ruolo nell’uso delle interruzioni nella conversazione, analizzando due culture prevalentemente diverse, Cinese e Canadese rispettivamente. Il razionale alla base delle ipotesi è che la cultura cinese è stata individuata come prettamente collettivistica, mentre quella americana come individualistica (Hofstede, 1980; Li, 2001; Markus & Kitayama, 1991). I risultati della ricerca hanno mostrato che i partecipanti cinesi davano origine più frequentemente ad interruzioni cooperative, laddove, invece, i partecipanti canadesi producevano più interruzioni intrusive (Li, 2001). Ciò sembra riflettere norme culturali e valori delle relazioni interpersonali profondamente radicate: nel caso dei collettivisti, quando sono impegnati in una conversazione, essi tendono ad interrompere per mostrare solidarietà e lealtà. In un certo senso, quindi, le interruzioni sono orientate agli altri (es., aiutare un compagno), piuttosto che per scopi personali (cogliere l’occasione per parlare). Nel caso, invece, degli individualisti, essi saranno più propensi ad interruzioni intrusive, perché in tal modo si può esprimere la propria diversità e unicità, la propria assertività, qualità molto apprezzate nelle culture individualistiche.

Per questo ed altri motivi, non si può prescindere dalla questione culturale in quanto, come afferma Hall (1959),

la cultura è comunicazione e la comunicazione è cultura. (p. 169)

Le persone comunicano a seconda di quanto dettato dalle loro culture (Crago & Eriks-Brophy, 1992; Gumperz, 1982; Hymes, 1974) e anche il fenomeno delle interruzioni non si sottrae a questa logica, pertanto può essere studiato solo attraverso il filtro della cultura in cui si verifica e grazie alla quale, di conseguenza, assume un significato specifico.

E nel contesto terapeutico?

La psicoterapia è una forma di “interazione strategica” (Goffman, 1969). Le strategie terapeutiche sono guidate dalla specificità dei partecipanti e vengono messe in atto attraverso una serie di azioni da parte del terapeuta. Tuttavia, la psicoterapia è più di un insieme di pratiche o procedure che vengono eseguite dai terapeuti; è un processo di interazione. Per essere più precisi, la psicoterapia è una “conversazione terapeutica” (Labov & Fanshel, 1977; Szasz, 1974). Sebbene l’interazione psicoterapeutica utilizzi processi conversazionali, l’attività psicoterapeutica non è riducibile all’organizzazione conversazionale.

Nel contesto di una conversazione terapeutica, il terapeuta è visto e vede se stesso come un esperto di conversazione (Anderson & Goolishian, 1988). Così mentre nello schema delle conversazioni giornaliere, la selezione dell’argomento e del parlante è relativamente non vincolata e potenzialmente distribuita in modo uniforme, nel contesto terapeutico la situazione potrebbe presentarsi in modo diverso: il controllo dei processi conversazionali e dei cambi di argomento è a favore del terapeuta.

In generale, il paziente fornisce le informazioni sulla natura del suo problema, mentre è il terapeuta a porre la maggior parte delle domande, a selezionare la maggior parte degli argomenti ed è quindi in gran parte al controllo del piano della conversazione (Stratford, 1998).

Come riporta Stratford (1998), in un tale contesto, si può vedere che le interruzioni da parte dei terapeuti mantengono la stessa funzione delle conversazioni ordinarie, cioè come un tentativo di assumere il controllo della conversazione o di cambiare parlante o argomento.

Diverse scuole di formazione suggeriscono ai terapeuti di considerare l’uso dell’interruzione come parte della loro pratica terapeutica; per esempio, O’Hanlon e Wilk (1987) identificano proprio “l’interruzione terapeutica”, mentre Hoffman (1993) e Anderson (1992) consigliano entrambi di evitarla. In questo senso, le interruzioni da parte dei terapeuti possono avere sia funzioni potenzialmente facilitative che di controllo, a seconda della prospettiva da cui viene esaminata la conversazione.

L’utilizzo delle interruzioni da parte del terapeuta può essere vissuta dai pazienti da un lato come un uso appropriato della loro esperienza, al fine di direzionare la conversazione verso uno specifico contenuto o argomento, dall’altro potrebbe indurre nei pazienti la sensazione di sentirsi arrabbiati, squalificati, non ascoltati o di poter contribuire in maniera limitata alla conversazione terapeutica (Stratford, 1998).

Il terapeuta spesso utilizza nella conversazione sovrapposizioni di discorso che non vengono vissute come interruzioni, come ad esempio l’ascolto attivo o la riformulazione, che può portare a parlare contemporaneamente senza però essere percepiti come interruttivi (Murray, 1985; West & Zimmerman, 1983), così come può non essere ritenuta un’interruzione la sovrapposizione che avviene per completare il punto di vista di chi parla, oppure l’uso di back-channels (ad es., “mmhm”, “sì, sì”, “esatto”, cenni del capo) che non risulta interruttivo, dal momento che non è finalizzato ad ottenere il turno di parola, ma segnala attenzione ed interesse, e non intende disturbare il flusso di discorso dell’altro (Brunner, 1979; Duncan & Fiske, 1977).

La psicoterapia è da considerarsi, in definitiva, una trasformazione della conversazione ordinaria in una fine e complessa impresa che richiede che i terapeuti utilizzino abilmente l’organizzazione della conversazione.

Per tale motivo, è essenziale che il terapeuta sia abile conoscitore delle regole esplicite e implicite, e relative violazioni, che governano tale strumento, e riesca pertanto ad intercettare e analizzare in seduta i possibili effetti, che diventano materiale clinico con cui lavorare con il paziente.

Utilizzare consapevolmente e intenzionalmente l’interruzione non è necessariamente da considerarsi con accezione negativa, poiché interrompere può essere percepito addirittura con finalità supportiva (ad esempio, il terapeuta interrompe per riformulare sostenendo e incoraggiando quello che il paziente sta comunicando “Quindi, se ho ben compreso, mi sta dicendo che…”), l’importante è di inserirsi con sguardo lucido nel complesso gioco dei parlanti in cui si è in prima persona coinvolti.

 

Ho sposato una rockstar: eccessi, luci e ombre di dieci mogli rock (2020) di Francesca Cavalli – Recensione del libro

Punto saliente del libro Ho sposato una rockstar è che non sembra poter esistere una rockstar senza che lo sia anche la sua dolce metà.

 

Adoro la radio, l’ho sempre ascoltata tantissimo fin da bambino e da un po’ di tempo seguo con estrema assiduità Radiofreccia, emittente radiofonica che mi accompagna la mattina a colazione, nelle cuffie del mio iphone durante il tragitto a lavoro, nelle lunghe code in macchina e nell’attesa ai semafori rossi, così in un giorno di ozio decido, mentre faccio zapping con il mio cellulare, di legger qualcosa per cercar di conoscere meglio le voci narranti ovvero Eddie Bernie, La Fra e Doctor Mann.

La Fra ha qualcosa di particolare, mi colpisce la sua voce chiara decisa ma melodiosa, cosicché ne leggo la biografia, scopro che siamo coetanei, ma soprattutto che ha scritto un libro sulle mogli delle rockstar: di lì a correre in libreria ad acquistarlo il passo è  breve.

La copertina è indubbiamente azzeccata: domina una chitarra elettrica bianca vestita da sposa sotto i riflettori di un palcoscenico, nel back la foto di Francesca Cavalli, in arte ‘La Fra’, abito scuro da dark lady e sguardo deciso. Un primo sfoglio del libro, circa 120 pagine, perfetto per i miei gusti da lettore, suddiviso in dieci capitoletti, ognuno che narra la storia di una famosa sposa rock.

Sfoglio e risfoglio il libro così decido come leggerlo, son dieci capitoli che corrispondono a dieci incontri con altrettante signore del rock, motivo per cui decido di gustarmi i diversi capitoli in luoghi e tempi diversi, uno a casa, uno in spiaggia, uno nella pausa pranzo nella mia stanza, uno sulla terrazza di casa ecc.. così, mi illudo che sarebbe un po’ come incontrare tutte queste signore separatamente così da poter dedicare loro tutto il tempo necessario, sì insomma come dieci appuntamenti con dieci ladies che hanno davvero tanto da raccontarmi.

Il libro si legge veramente bene, è scorrevole e facile nella comprensione, scritto con un regime linguistico moderno e dunque adatto a qualsiasi tipo di pubblico. Le storie narrate, son quelle classiche del rock, raccontano di vite ed amori forti, anzi fortissimi, hanno un filo conduttore che si ripete nelle storie dei personaggi caratterizzate da violenze e abusi nell’infanzia che poi si ripercuotono nella vita adulta dei protagonisti in cui fanno da sfondo sesso, droga, alcool, matrimoni devastati e nuovi amori, storie di modelle e playmate che ad un certo punto della vita si convertono in accanite filantrope, il tutto in una grande cornice che ha come parola chiave l’eccesso.

Punto saliente del libro è che non sembra poter esistere una rockstar senza che lo sia anche la sua dolce metà in quella che forse qualche psichiatra potrebbe definire una ‘folie à deux’.

Ma quello che rende veramente unico il libro è la voce narrante.

‘La Fra’ articola i vari capitoletti attraverso una narrazione che ricorda molto quella delle musicassette anni ’80 in cui i comandi erano semplicemente play, stop, repeat. Eh sì, nei vari racconti cambia il nome dei protagonisti, ma le dinamiche, nel bene e nel male, restano sempre molto simili, e si ripetono così che sembra semplicemente di ascoltare il solito nastro. Lo stile della conduttrice radiofonica, in questo caso scrittrice, è davvero molto azzeccato, originale, ma soprattutto personale: la si sente in ogni frase del suo libro, è semplicemente lei al lavoro, che ci narra la storia del rock.

Il libro è articolato come se da un lato ascoltassimo della originalissima classica musica rock attraverso le storie delle protagoniste, dall’altro la ‘La Fra’ che, attraverso la sua narrazione, fa da batterista, ovvero dà il ritmo, ed infine il lettore, a cui spetta il giudizio finale mediato dalla propria esperienza e sensibilità.

A mio giudizio è un libro sicuramente da leggere, da gustare, ma soprattutto da assaporare che risulta unico nel suo genere non tanto per i contenuti quanto per la struttura su più piani che lo rende di un’originalità e piacevolezza indiscussa.

Disturbo da escoriazione e dismorfismo corporeo: quali differenze cliniche e cognitive?

Nonostante i pazienti con disturbo da escoriazione non soddisfino a pieno i criteri per disturbo da dismorfismo corporeo, la loro comorbilità è molto frequente, al punto da necessitare approfondimenti per fare chiarezza circa le somiglianze e le differenze di questi due disturbi.

 

Il DSM-5 definisce clinicamente il disturbo da escoriazione (Skin picking disorder, SPD) come il compulsivo e ripetitivo stuzzicamento della pelle, per mezzo delle unghie o di utensili (Grant, Odlaug, & Kim, 2007), fino a causare danni ai tessuti cutanei (American Psychiatric Association, 2013). Molti di questi pazienti riferiscono che il comportamento è iniziato in concomitanza all’insorgenza di una condizione dermatologica come l’acne (Willhelm et al., 1999). Solitamente, bersagli dello stuzzicamento comunemente segnalati sono il viso, le mani, le braccia e le gambe. Queste persone trascorrono una quantità significativa di tempo, con una media di 2.8 ore al giorno, a toccare insistentemente la pelle o a resistere all’impulso di farlo (Flessner & Woods, 2006). Sebbene il disturbo da escoriazione sia una malattia mentale riconosciuta, l’atto di stuzzicare la propria pelle può essere anche un sintomo di altri disturbi psichiatrici, come ad esempio il disturbo da dismorfismo corporeo (Body dysmorphic disorder, BDD), caratterizzato da ossessioni e preoccupazioni per i difetti percepiti nell’aspetto fisico (American Psychiatric Association, 2013). Nonostante i pazienti con disturbo da escoriazione non soddisfino a pieno i criteri per il disturbo da dismorfismo corporeo (questi ultimi, a differenza dei primi, stuzzicano la propria pelle per migliorare il loro aspetto estetico) molto frequente è la loro comorbilità, al punto che le numerose ricerche neurocognitive, tutt’ora non hanno fatto chiarezza circa le somiglianze e le differenze di questi due disturbi.

Il presente studio si è proposto di esaminare le differenze cliniche e cognitive tra un gruppo di pazienti con disturbo da escoriazione e un altro con disturbo da escoriazione e disturbo da dismorfismo corporeo in comorbilità: nello specifico è stato ipotizzato che la co-occorenza di disturbo da escoriazione e disturbo da dismorfismo corporeo si sarebbe tradotta, da un punto di vista clinico, in una più grave irritazione cutanea, in una maggiore disfunzione psicosociale e una peggiore qualità della vita, mentre, da un punto di vista cognitivo, in una maggiore impulsività motoria e intatto set-shifting, ovvero quelle abilità che permettono ad un individuo di anticipare, progettare, stabilire e perseguire degli obiettivi. Il campione dello studio consisteva in 39 soggetti con disturbo da escoriazione, 16 con disturbo da escoriazione in comorbilità con disturbo da dismorfismo corporeo e 40 partecipanti di controllo, ossia sani e senza una storia di disturbi mentali.

Per quanto concerne le misure cliniche, in primo luogo, è stata valutata la gravità del comportamento di stuzzicamento di tutti i soggetti con diagnosi di disturbo da escoriazione, tramite la Yale Brown Obsessive Compulsive Scale Modified for Neurotic Excoriation (NE-YBOCS) (Arnold et al., 1999; Grant et al., 2007) e la Clinical Global Impressions – Severity (CGI-S) Scale (Guy, 1976), in secondo luogo, è stata valutata la gravità dei relativi sintomi della salute mentale: funzionamento psicosociale, sintomi d’ansia e sintomi depressivi sono stati valutati tramite la patient-administered Sheehan Disability Scale (SDS) (Sheehan, 1983), la clinician-administered Hamilton Anxiety Rating Scale (HARS) (Hamilton, 1959) e la Hamilton Depression Rating Scale (HDRS) (Hamilton, 1960), infine, la Quality of Life Inventory (QoLI) (Frisch, Cornell, Villanueva,& Retzlaff, 1992) è stata utilizzata per valutare la qualità della vita.

Dal punto di vista cognitivo, i partecipanti con disturbo da escoriazione e i controlli sani hanno compilato diversi test, la Cambridge Neuropsychological Test Automated Battery (CANTAB) (Cambridge Cognition Limited, 2006) che esplora il grado di impulsività dei partecipanti (relativa all’inibizione della risposta) e della flessibilità cognitiva, e hanno svolto lo Stop-Signal Task (SST) che misura la capacità di sopprimere le risposte impulsive motorie (Aron, Robbins, & Poldrack, 2004;). Quest’ultimo compito prevedeva che ciascun partecipante osservasse una serie di frecce che apparivano una sola volta sullo schermo di un computer, e effettuasse una serie di risposte motorie velocizzate cliccando il pulsante corrispondente alla direzione indicata dalle frecce (destra o sinistra). In un sottoinsieme di prove, si verificava un segnale acustico (il segnale di stop) allo scopo di inibire la sua risposta motoria alla prova: la misura che ne deriva è una stima sensibile del tempo impiegato dal cervello del soggetto per arrestare una risposta motoria ed è chiamato ‘Stop-signal reaction time’ (SSRT). Infine, è stata valutato il set-shifting tramite l’Intra-dimensional/extra-dimensional set shift task (IDED), compito che deriva dal Wiscon Card Sort Test (Lezak, Howieson, & Loring, 2004), il quale include aspetti di apprendimento delle regole e di flessibilità comportamentale: esso corrisponde ad una serie di prove ed errori e feedback, attraverso cui i partecipanti cercano di imparare una regola su quale di due stimoli sia corretto. Dopo ogni scelta, viene dato un feedback (corretto o errato) e, una volta ottenuto il criterio di apprendimento (6 risposte consecutive corrette), il computer cambia la regola e il soggetto deve adattare il suo comportamento.

Dai risultati è emerso che gli individui con disturbo da escoriazione in comorbilità con disturbo da dismorfismo corporeo hanno un comportamento di stuzzicamento più grave di quelli con la sola diagnosi di disturbo da escoriazione, così come una maggiore disfunzione psicosociale complessiva. Entrambi i gruppi di pazienti riflettono una qualità della vita molto scarsa: ciò è coerente con ricerche precedenti sul disturbo da escoriazione (Odlaug et al., 2010), secondo cui, data la bassa qualità di vita complessiva dei pazienti che ne soffrono, la presenza di disturbo da dismorfismo corporeo ha uno scarso effetto additivo. Contrariamente alle ipotesi degli autori non sono state trovate differenze significative tra i due gruppi nelle abilità motorie inibitorie, mentre per quanto riguarda la flessibilità cognitiva è emerso che gli individui con disturbo da escoriazione in comorbilità con disturbo da dismorfismo corporeo hanno una maggiore compromissione del ED-shifting, il quale riflette la compromissione nello spostare l’attenzione da una dimensione percettiva di uno stimolo complesso ad un’altra, rispetto a coloro che hanno una sola diagnosi di disturbo da escoriazione: ciò può rappresentare un segno distintivo del comportamento compulsivo associato all’inflessibilità cognitiva.

 

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