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Storie in comunità – Fatica a credito: storie parziali di dipendenza patologica

Come mai una persona che ha fatto esperienza delle privazioni a cui porta la dipendenza patologica, che ha capito che per fare solo quella cosa deve rinunciare a tutte le altre e a tutti gli altri: come mai continua a drogarsi?

FATICA A CREDITO: STORIE PARZIALI DI DIPENDENZA PATOLOGICA – (Nr. 5) Storie in comunità

 

Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo.
Ti aspetterò là.
(Rumi, 1258)

 

Così come in un campo da tennis ogni giocatore ha infinite soluzioni in un campo definito, ognuno ha infiniti modi per contrarre una tossicodipendenza e infiniti modi per affrontarla o curarla.

In alcuni casi il primo contatto con una sostanza può essere del tutto accidentale se non frutto di sventura, in altri casi può essere una consapevole ricerca di esperienze, in altri ancora una semplice soluzione alla timidezza, può essere un incontro genetico o un tentativo paradossale di ribellione adolescenziale, può essere la migliore alternativa alla follia o l’unica sensazione di calore a disposizione dopo la propria nascita.

Se siamo tutti in cerchio e uno di noi propone di fumare una canna (a differenza dell’oppio, i cannabinoidi fanno desiderare di condividere l’esperienza con qualcuno) la persona prima di me potrebbe essere decisiva per la mia scelta di fumare oppure no e, allo stesso tempo, io potrei essere decisivo per colui che sta dopo di me. Nel caso in cui il mio vicino decida di non fumare, per me sarà molto più facile accodarmi a lui, è molto meno faticoso condividere una decisione che doverla prendere.

Come direbbe un professore di fisica: se c’è un vuoto, prima o poi arriva qualcosa che lo riempie.

La possibilità di ricostruire storie personali complesse o traumatiche nei pazienti tossicodipendenti è molto frequente, esperienze evolutive disorganizzate e caotiche non sono rare. Si riscontrano, però, anche contesti familiari da manuale in cui la droga ha finito per addentrarsi ugualmente, relazioni nelle quali ai figli è stato dato tutto tranne ciò che loro volevano veramente, oppure rapporti in cui i comportamenti reciproci si sono intesi ma non spiegati.

Vi possono essere contesti iperprotettivi che non hanno permesso ai fallimenti di favorire la costruzione di una identità capace di affrontarli, che hanno impedito l’acquisizione di quelle risorse che generano un senso di autoefficacia personale, che hanno fatto sentire la persona sola, quando doveva rialzarsi da sola.

Spesso raccontiamo ambienti che hanno privilegiato il far vedere piuttosto che il guardare, il confessare piuttosto che il condividere, la paura come dimostrazione di rispetto, la sottomissione come sinonimo di vicinanza e il silenzio come scappatoia all’incomprensione.

Se l’incontro con le sostanze stupefacenti può essere difficile da rilevare e, anche quando individuato, povero di informazioni salienti, il mantenimento della dipendenza patologica presenta delle caratteristiche che possono essere descritte con più precisione e utilità.

Come mai una persona che ha fatto esperienza delle privazioni a cui porta la dipendenza patologica, che ha ricevuto ripetutamente conseguenze punitive dall’uso di sostanze, che ha perso amici, famiglia, amore, lavoro, credibilità, dignità, che è stato in carcere, che ha dormito per strada, che non prova più neanche il piacere di una volta, che impiega ore a rintracciare una vena nel suo corpo, che ha capito che per fare solo quella cosa deve rinunciare a tutte le altre e a tutti gli altri: come mai continua a drogarsi?

Nessuno stupido si avvicinerebbe al fuoco dopo aver capito che scotta. Nessuno tranne chi ha un valido motivo per bruciarsi
(A. Einstein)

Innanzitutto capire non significa guarire, il fatto che un individuo capisca le fonti della sua sofferenza non lo porta a smettere di provarla, inoltre il motivo per cui un tossicodipendente si droga o un alcolista beve quando lo incontriamo, non è lo stesso per cui ha iniziato a drogarsi o a bere.

A differenza di quanto accade con altre patologie, il tossicodipendente non ci racconta un problema ma una soluzione.

Giovanni

Tutte le volte che Giovanni andava al bar, impiegava ore per pettinarsi e scegliere i vestiti, lo faceva perché sapeva di incontrare Iris, la sua coetanea di 18 anni alla quale tentava di presentarsi da tutta l’estate.

Ogni giorno, davanti allo specchio, preparava le parole e i gesti con cui avrebbe recitato la sua parte e, anche se incontrava delle difficoltà nel prevedere le risposte che Iris gli avrebbe dato, alla fine lo specchio acconsentiva sempre ad uscire con lui.

Giovanni aveva anche cercato di recitare il copione con sua madre, ma lei non era mai sufficientemente viva per essere in contatto con lui e le battute non sarebbero state realistiche.

Quando era un appassionato di puzzle passavo molto tempo in cucina mentre sua madre preparava la cena. Giovanni era molto bravo ed era arrivato a concludere quelli da 1000 pezzi.

La cosa migliore che poteva capitargli era che sua madre fosse proprio lì con lui mentre incastrava l’ultimo tassello dell’immagine, la gioia doveva arrivare dal suo stupore per la bravura di Giovanni e non dalla fine del puzzle.

Ma non riusciva a distrarla dai fornelli, lei girava il sugo e lo invitava a togliere tutto per apparecchiare. Quell’immagine di San Pietro ritornava in 1000 pezzi, come lui.

La madre di Giovanni non aveva più spazio per altre parole, non aveva più accesso al suo cervello e al suo cuore, era una routine umana di azioni consequenziali che dovevano portarla al termine di ogni giornata. Non evitava più le possibili deviazioni di programma, semplicemente non le percepiva, il suo comportamento era identico con qualsiasi circostanza perché le circostanze l’avevano distrutta.

Quella donna aveva smesso di ricevere un sentimento troppo presto nella sua vita, per un pò aveva cercato di rimediarne qualche briciola in modo caotico e poi aveva concluso che il niente è meglio del poco.

Suo padre riusciva a guardarla solo quando era girata di spalle, come se potesse tollerare la sua presenza solo se lei dava l’impressione di allontanarsi. La strategia di guardare quella donna solo di spalle non era però sufficiente a placarlo, infatti, per farsi del male, gli bastava chiudere i suoi di occhi.

Era in quel momento che sentiva una specie di incendio nelle tempie, un frullatore di lava che creava immagini devastanti, una specie di eruzione vulcanica che si riproduceva anche sulla sua cute.

Aveva bisogno di raffreddare tutto quel calore con tipi diversi di alcolici, pensava che se avesse usato sempre la stessa bevanda, il dolore avrebbe trovato un modo per non spegnersi, come una malattia che sconfigge una stessa medicina che si assume da troppo tempo.

Questo alimentava, fomentava sempre di più l’odio di Giovanni per l’alcol e per gli alcolisti.

Giovanni non aveva mai fatto le prove per corteggiare Iris davanti a suo padre, non gli aveva mai chiesto alcun suggerimento, di lui aveva paura, lo odiava e ne aveva paura.

Aveva paura quando suo padre tornava a casa strisciando i piedi sul pavimento di marmo, si svegliava quando sentiva le chiavi di casa cadere a terra e poi coordinava le palpebre con i suoi passi per farsi trovare con gli occhi chiusi.

Quando entrava in camera il respiro di Giovanni non coincideva con il tentativo di fingere un sonno profondo, ma il padre non se ne accorgeva, per questo poteva cavarsela con una pesante carezza alla testa ed un odore di vino di pessima qualità.

Giovanni odiava l’alcol e soprattutto gli alcolisti.

Una volta decise che avrebbe portato tutto il teatro fatto davanti allo specchio per chiedere ad Iris di uscire nel mondo reale e si recò dopo cena, a digiuno, al solito bar per aspettarla.

L’ansia che aveva in corpo rendeva il caldo ancora più insopportabile, il difetto di competenza in campo femminile era coerente con i suoi 18 anni, ma quei torrenti di sudore che gli scendevano dalle tempie lo rendevano così nervoso da obbligarlo a sforzi inauditi per non scappare.

Erano le 20.00 e Iris non si sarebbe fatta viva prima delle 22.00, Giovanni era già alla decima sigaretta del pacchetto nuovo che aveva rubato alla madre prima di uscire.

Anche la reazione che avrebbe avuto sua madre non trovando le sigarette lo preoccupava particolarmente, ma cercava di rimanere concentrato sul discorso che aveva preparato per Iris.

Quando si prova ansia per qualcosa la nostra attenzione selettiva tende a vedere quel qualcosa ovunque, per questo Giovanni si accorgeva che intorno a lui ogni ragazzo, anche quello più brutto, riusciva a parlare con un ragazza come se fosse la cosa più facile del mondo.

Sentiva tutte le persone presenti osservare solo lui, come un pubblico in attesa del primo Atto e si asciugava le mani strofinandole sui pantaloni. Si guardava intorno, lanciava occhiate al barista che da dietro il bancone sembrava deridere tutta la paura che stava perlustrando il cervello di Giovanni.

Quel bicchiere di vino bianco, che aveva ordinato quasi senza accorgersene, lo aveva bevuto troppo velocemente e così ne prese un altro.

Il suo stomaco non aveva cibo utile a metabolizzare comodamente i due bicchieri che aveva bevuto, e l’alcol non trovò ostacoli fino ad arrivare rapidamente al cervello e fungere da ottimo ansiolitico. Quando arrivò Iris ebbe comunque un sussulto, ma si sorprese mentre pronunciava con una specie di sorriso: —Piacere Giovanni— tendendole la mano.

La strategia dei due bicchieri di vino prima di riuscire finalmente a presentarsi ad Iris, non fu né pianificata né consapevole, non l’aveva neanche mai ipotizzata quando faceva le prove davanti allo specchio, fu solo una cosa che funzionò, per questo Giovanni la ripeteva ogni volta che usciva con Iris, si sentiva semplicemente meglio quando beveva.

Nei primi anni della loro relazione, Iris non si accorse che l’alcol era troppo presente nella vita di Giovanni e anche a lui quel bicchiere sembrava solo un luogo in cui far terminare la sua mano.

Quando lei lo lasciò, Giovanni non vide altre soluzioni possibili.

Domenico

Domenico faceva uso di sostanze da circa 20 anni, era stato pulito (è interessante che in gergo si usi il termine “pulito” per riferirsi al periodo in cui una persona non fa uso di sostanze, come se nella fase in cui le sostanze si usano si dovesse usare il termine “sporco”) quando decideva di assumere regolarmente la terapia metadonica e, per qualche anno, quando il carcere aveva reso più complicata la reperibilità dell’eroina. Il breve piacere che, ormai, la droga gli concedeva era anticipato da una lunga ricerca per una vena disponibile nello stradario del suo corpo e, negli ultimi mesi, era costretto a guardarsi allo specchio mentre gonfiava la giugulare.

Quando parlava dei suoi 18 anni e della sua iniziazione all’eroina, lo faceva come se non raccontasse se stesso ma un qualsiasi ragazzo degli anni ’90, forse timido e poco attraente, forse impacciato con gli altri, forse poco interessato a ciò che gli capitava intorno, forse poco capace di dare parole alle proprie emozioni, forse terrorizzato di esprimere i propri desideri ai genitori o forse privo di desideri.

Non c’erano state particolari esperienze traumatiche nella sua vita, nulla di ciò che è comune rilevare nella vita di altri uomini.

Aveva smesso di usare i traumi della vita come alibi per giustificare la sua tossicodipendenza, era capace di riconoscere come la maggior parte degli esseri viventi che soffrono non si drogano.

Aveva ascoltato da molte persone la teoria secondo cui la tossicodipendenza deriva da una qualche fragilità interiore, e non aveva mai trovato una coerenza tra le azioni che era stato capace di fare, i luoghi in cui era sopravvissuto e la fragilità. Domenico comprendeva come la forza di volontà può essere un elemento fondamentale ma può non essere sufficiente per raggiungere un obbiettivo, si rendeva conto che la volontà ha un andamento altalenante mentre il desiderio procede in modo costante e, quindi, è necessaria una disciplina precisa e una valida motivazione per affrontarlo.

Non riusciva a rassegnarsi al fatto che l’impegno non garantisce il successo, che spesso le persone fanno fatica a credito, senza sapere a priori se sarà ripagata.

Ognuno ha una parte di sé a cui piace una cosa che non può fare, ognuno ha desideri che deve ridurre a rimpianti e non a ricordi.

Questo non è facile, soprattutto quando i desideri si trasformano in necessità.

Negli ultimi mesi, prima di iniziare un percorso terapeutico in Comunità, aveva smesso di raccontarsi le ricadute nell’uso di eroina come una cosa che gli capitava, come se fosse possibile, per una persona che si droga da 20 anni, drogarsi per caso.

Sapeva che ogni accenno di astinenza che il suo corpo produceva, terminava già quando decideva di andare a comprare la droga e non quando se la iniettava, tutte quelle sensazioni somatiche cessavano dal momento in cui ce l’aveva in tasca e non in corpo, era come se sentisse la mancanza di qualcosa e non la necessità di aggiungere qualcosa.

Quando parlavamo ci addentravamo spesso in una contraddizione, da una parte era stanco di continuare a fare uso di eroina, era quasi arrabbiato con lei perché non riusciva più a dargli i piaceri di una volta, voleva lasciarla non come si fa con una moglie che ti tradisce ma con una moglie che non ami più anche se le vuoi molto bene, è stata molto buona con te e non vuoi farla soffrire.

Dall’altra parte, quando si immaginava senza eroina, cadeva nel panico, come quando vuoi lasciare una moglie che non ami più, a cui vuoi molto bene, che è stata molto buona con te, che non vuoi far soffrire e con cui stai da vent’anni.

Doveva anche fare i conti con il fatto che lasciarsi a vent’anni è una cosa, lasciarsi a 48 un’altra, nessuno si può costruire un passato migliore e anche se cerchi di venderlo ricamato di orpelli o di bugie, difficilmente qualcuno accetterà di comprarlo senza un’accurata verifica.

Quando Domenico si confrontava con altro paziente più giovane, si sentiva dire: — Con un lavoro, una brava ragazza e una casa sarebbe stato più facile smettere di drogarsi.

Domenico gli rispondeva: —Secondo te se una è una brava ragazza si mette con te?— e non si dilungava troppo in questi discorsi con lui, forse per non distruggergli anche queste illusioni.

Non gli diceva che si era drogato anche quando viveva con una donna in una casa tutta sua e andava al lavoro tutte le mattine, che l’unica differenza era che aveva uno stipendio e quindi non doveva sbattersi più di tanto per rimediare i soldi per la sua dose.

Non è una questione di avere delle cose ma di capire cosa ti manca, non dipende dagli appigli che non trovi ma dal saper gestire la caduta, è come se ci fosse un’assenza dentro di te.

Gli argomenti che Domenico preferiva riguardavano gli aspetti paradossali della tossicodipendenza.

Si stupiva quando si accorgeva di tutte le volte che chiedeva un aiuto per smettere e contemporaneamente sabotava la cura, ascoltava i suggerimenti che riceveva per non seguirli e lamentarsi del fatto che non funzionavano, scagliandosi contro chi glieli aveva proposti.

Si ricordava di tutte le volte in cui, rivendicando il suo diritto di essere una persona indipendente, aveva chiesto ad altri di fare le cose al posto suo, si era reso ricattabile o si era venduto per pochi spiccioli.

Con una contrariata ironia ripeteva alcune frasi che aveva detto negli anni: — Dottore oggi vi ho fatto le urine pulite —, oppure se l’infermiere gli chiedeva: — Domenico come sono le urine oggi? — lui rispondeva: — Non lo so…— oppure: — Gialle….

E’ facile credere di aver fatto una cosa solo se qualcun altro se ne accorge, è possibile alleviare il proprio senso di colpa o la propria vergogna con maggiore semplicità se nessuno ci ha visto compiere l’infrazione, allo stesso modo Domenico riusciva a convincersi di essersi drogato solo se qualcuno lo beccava, come se il reato esistesse solo in flagranza.

Probabilmente questo dipende anche dall’aver relegato un impulso o una compulsione, come l’atto di drogarsi, prevalentemente dentro la sfera della volontarietà, dipende dalla difficoltà ad accettare che gli esseri umani possono sentirsi obbligati a fare cose che non vogliono fare, che a volte il conflitto è tra te e te e per amor proprio ti lamenti con gli altri.

Anche quando facciamo delle promesse a noi stessi o ad altri può capitarci di non essere capaci di mantenerle, non per questo mentivamo quando le abbiamo fatte. Una moglie che non ama più suo marito dopo anni di matrimonio, non necessariamente stava mentendo quando sull’altare prometteva il fatidico finché morte non ci separi, la vita è una precarietà con cui si convive.

Domenico non voleva essere un tossicodipendente, voleva drogarsi, voleva intenzionalmente e consapevolmente usare eroina, voleva un’azione senza conseguenze, una scelta senza rinuncia, voleva un amico per stare da solo.

La cosa più difficile da abbandonare per un uomo è quella che, alla fine, in realtà non vuole
(Camus, 1935)

Anche questo sembrava paradossale, lo rendeva una persona adulta che si atteggiava da adolescente o, viceversa, un adolescente che aveva le sembianze di un adulto.

Questa assenza di sincronia tra le sue intenzioni e le sue azioni era pienamente rilevabile dopo una conversazione di pochi minuti, a volte era anche destabilizzante per il suo interlocutore perché non si capiva con quale parte di Domenico si stesse parlando.

Io cercavo di unire i suoi frammenti e speravo che l’immagine che ne sarebbe scaturita avesse un senso, altrimenti per lui sarebbe stata altra fatica a credito.

Alessandro

L’argomento preferito di Alessandro era la spiegazione neurobiologica dell’effetto delle sostanze stupefacenti sul cervello.

Durante i gruppi terapeutici in Comunità gli piaceva guardare il disegno del cervello umano sulla lavagna e vedere le aree coinvolte e danneggiate dall’uso delle droghe.

Forse per lui era rassicurante apprendere che la sua impulsività, la sua difficoltà a prestare attenzione all’ambiente circostante, la labilità con cui restava ancorato ad un obiettivo, potevano avere una spiegazione alternativa alla colpa o alla mancanza di impegno, potevano essere descritte e affrontate anche in modo descrittivo e pragmatico.

Per me non era tanto importante che lui sapesse come funzionava il cervello di una persona che fa uso di droghe, quanto che si rendesse conto che io lo sapevo.

Ritengo utile descrivere come funziona una dipendenza patologica anche dal punto di vista neurobiologico perché, con queste informazioni, il paziente può oggettivarla e tentare di identificarla come qualcosa di esterno a se stesso, può affrontarla come qualcosa che ha e non come qualcosa che è, può prendere le distanze da una condizione invece che essere lui stesso la condizione, specialmente nel caso di una patologia così totalizzante come la dipendenza patologica.

Impegnarsi nel definire un obiettivo concreto e avere un piano per raggiungerlo è una strategia di cambiamento utile, mentre quando si combatte contro se stessi non si hanno alternative alla sconfitta, per definizione perde l’io o perde il me.

Una persona che è stata resa consapevole di se stessa attraverso le domande che le sono state fatte si trova in una posizione migliore per predire e controllare il suo stesso comportamento. (Skinner, 1953)

Alessandro era giovane, aveva 23 anni, ma ne aveva passati circa la metà in Strutture psichiatriche o per tossicodipendenti: prima perché la sua impulsività doveva in qualche modo essere attenuata, poi perché aveva scoperto che alcuni prodotti anfetaminici lo avevano tranquillizzato ma reso confuso e infine quando oppiacei e stimolanti lo avevano fatto smettere di calmarsi solo procurandosi dolore fisico.

Era talmente abituato ad essere in cura che preferiva relazionarsi esclusivamente da malato.

Il poliabuso di sostanze gli aveva permesso sia una continuità nell’uso di droghe sia una fuorviante immunità alle crisi astinenziali.

Il suo concetto di sé era così liquido da non consentirgli nemmeno di legarsi ad una sostanza, Alessandro non cercava un certo tipo di sensazione, cercava una sensazione, cercava un rumore che sospendesse il suono di pensieri caotici.

Provava la stessa angoscia di chi deve percorrere un corridoio buio sapendo che sul pavimento sono disposti casualmente dei pezzi di vetro.

Provava la stessa vergogna di chi viene spiato nei momenti più intimi e, per lui, ogni momento era un momento intimo, credeva che ogni sua emozione sarebbe stata divorata dagli altri, che ogni suo pensiero e ogni sua azione sarebbero stati interpretati come sintomi di una patologia o di un difetto psichiatrico.

Il suo funzionamento generale non era così diverso dai suoi coetanei, voleva delle cose ma non sapeva quali, voleva essere capito ma non si sapeva spiegare, voleva creare una realtà virtuale in cui il passato è solo quello che scrivi su uno schermo, voleva una relazione con gli altri ma distanti, senza quelle rischiose implicazioni dal vivo che ti fanno rischiare di soffrire. Per Alessandro non fu facile abituarsi all’idea che sono proprio quelle implicazioni che tanto temeva a rendere le relazioni con gli altri vere, non reali, ma vere.

Una relazione virtuale può essere reale, dal momento che esiste e si può oggettivare, ma è più facile non sentire una cosa reale che una cosa vera.

Posso non provare nulla per la realtà che accade in questo momento in Siria, ma dal momento in cui quel Siriano è vicino a me e diventa vero, le cose cambiano, inizio a provare emozioni contraddittorie, a fare pensieri che non mi aspettavo di fare, a sentirmi coinvolto.

Alessandro cercava in tutti i modi di non essere coinvolto, e a volte ci riusciva, il problema emergeva quando desiderava la vicinanza di qualcuno. Questo aspetto si presentava in modo evidente con i suoi genitori, loro lo amavano e avevano fatto tutto quello che potevano per aiutarlo a stare meglio, anche tutti gli errori necessari per capirsi di più, avevano anche smesso di essere in conflitto con lui smettendo di averne paura, però volevano starci insieme senza stare con lui.

Noi vogliamo che Alessandro stia bene, però dopo non si curerebbe più. Vogliamo smettere di controllarlo ma non riusciamo a fidarci di lui. Abbiamo paura di non controllarlo perché potremmo non accorgerci se sta male e quindi non intervenire in tempo. E’ quando sta bene che abbiamo più paura di illuderci.

I suoi genitori erano in balia di quel paradosso interiore che noi umani proviamo quando amiamo qualcuno e contemporaneamente odiamo tutto quello che fa.

Allo stesso tempo Alessandro esercitava un notevole controllo sui suoi genitori facendoli stare continuamente preoccupati per lui. In realtà, nonostante si lamentasse quando loro limitavano la sua libertà, era rassicurato dal fatto che loro fossero preoccupati per lui, perché temeva che in caso contrario lo avrebbero dimenticato.

Se io non creo problemi, o almeno non gli faccio pensare che potrei crearli, loro si dedicherebbero ad altro e non a me, non avrebbero motivo per occuparsi di me.

Il cervello deve selezionare l’informazione saliente e forse questo è riflesso nel fatto che ricevere attenzione genera sensazioni di autostima, Alessandro pensava di poter ricevere attenzione solo, o prevalentemente, creando potenziali pericoli, doveva tenere gli altri in allerta.

Quando andava a prendere un caffè al bar, si faceva sempre accompagnare dal suo sguardo torvo e dal suo Pittbul, era connesso telepaticamente con il suo cane e tramite lui controllava l’ambiente circostante, otteneva la rassicurazione di essere guardato dagli altri con timore, di essere evitato non perché sbagliato ma perché pericoloso. E’ come quando ci si veste in modo bizzarro per non passare inosservati e contemporaneamente non essere importunati, per essere giudicati subito e al primo sguardo, per evitare l’insopportabile stress di sentirsi sotto esame, per eliminare l’estenuante tentativo di farsi conoscere.

Ero tornato a Sara da tre giorni, ma avevo già postulato la Prima Legge dell’Eccentricità di Noonan: quando sei da solo, un comportamento strano non è più strano per niente. (King. 1998)

Alcuni esseri umani tendono a definirsi per antitesi, sentono di esistere quando sono in contrasto con qualcos’altro o con qualcun altro, per tenersi in piedi devono appoggiarsi alla stessa colonna che vorrebbero distruggere.

Fu molto difficile far cadere Alessandro, fargli abbandonare il dolore che lo proteggeva, fargli accettare di essere capace di tollerare le potenziali ferite della realtà e non soltanto quelle evidenti delle bruciature di sigaretta o dei suoi tagli sull’avambraccio.

Gradualmente sostituì l’idea di essere sbagliato con quella di essere assemblato male.

Mi sono accorto che se mi guardo tutto insieme non vado bene, mentre se mi prendo pezzetto per pezzetto ci sono delle cose che possono andare. Se mi guardo come un concatenamento di comportamenti diretti verso un desiderio, come dici tu, posso provare ad assemblarmi meglio, a fare in modo che mi portino da qualche parte.
Devo scegliere una direzione non una destinazione.

Marco

Marco aveva imparato molto presto che non basta amare per essere amati.

Aveva sperimentato sulla sua pelle che l’amore è indipendente da ciò che fai per qualcuno, che per quanto ti impegni per stare con una persona lei può non desiderare di stare con te, che anche l’amore biologico può essere incomprensibile, che se tua madre ti sgrida pensi di essere una persona cattiva e non di esserti comportato male.

Quando conoscevi Marco non potevi fare a meno di evitarlo, era così che ti controllava.

Quando ti permetteva di ascoltarlo eri invaso da un’angoscia opprimente, quella tipica angoscia che provi quando ti rendi conto della tua impotenza, quella tipica angoscia che provi quando qualcuno non ti minaccia dicendoti — O fai come dico io o ti ammazzo — ma quando qualcuno ti dice — O fai come dico io o mi ammazzo

Iniziava facendoti vedere le sue profonde cicatrici, quella sul viso che si era procurato a tre anni frantumando una vetrata, quella sulla spalla e sul torace che servivano a dimostrarti le impavide corse in moto, quelle evidenti lungo le vene di ogni parte del corpo in cui aveva infilato aghi da 5ml.

Se non riusciva ad impressionarti così, o se tu eri capace di tollerare questa esibizione, iniziava con i racconti.

Tutte le volte che era stato abile ad eludere i più severi controlli anti droga, tutte le volte che aveva scavalcato le più rigide restrizioni che gli venivano imposte, tutte le volte che aveva dimostrato un totale disinteresse per la possibilità di morire.

Si vantava tristemente di come nessuno fosse mai riuscito a farlo smettere di fare uso di sostanze, delle punizioni che aveva sopportato con onore e senza mai piegarsi, si gonfiava il petto quando ripeteva che nessun castigo gli aveva mai fatto cambiare idea.

Dopodiché sperava in un rassicurante: non possiamo fare niente per te.

Dal momento che io mi ero limitato ad osservare con lieve stupore come parlava e non cosa diceva, Marco iniziava a cercare le mie cattive intenzioni e dedicava il suo tempo a farmi provocatorie allusioni.

Chissà quanto ci guadagni con tutti questi tossici….Non penserai che io farò certe cose per te…..Guarda che là fuori io ci vivo senza problemi…..Tu che ne sai di come funziona… A te è andato tutto bene….Al massimo c’hai 5 anni più di me…Ti pare di essere capace di dare una mano a qualcuno….A me non mi cambi…

Se superavi anche questo test senza andartene, iniziavi a percepire quanto fosse complicato per Marco gestire la sola presenza di qualcuno accanto a lui, era più facile capire che quando diceva di essere costretto a chiedere un aiuto, in realtà era terrorizzato dall’eventualità di non saperlo ricevere.

Quando affermava — Lasciami perdere…— aveva una postura da spaccone che non coincideva con il tono della sua voce, non capivi se il senso di quelle parole era di lasciarlo in pace oppure di lasciare che perdesse.

Alcune persone considerano le relazioni umane come trattative, pensano che se qualcuno fa qualcosa per loro ci deve essere un prezzo da pagare, un debito da sostenere, utilizzano i sentimenti come moneta corrente, sono convinti che gli affetti debbano avere un riscontro oggettivo altrimenti sono stati sprecati, pensano che la gentilezza non possa essere di per sé gratificante per chi la esercita, ma sia un metodo per ricattare chi la riceve. Per alleviare il timore di Marco di contrarre un debito con me, precisai che il mio eventuale contributo terapeutico nei suoi confronti prevedeva uno stipendio e che non avevo alcuna intenzione, né voglia, di dedicarmi ai suoi problemi gratuitamente.

Quando Marco andava a scuola riusciva a tollerare di stare seduto per un massimo di 10 minuti, successivamente doveva, in modo incoercibile, esprimere la sua iperattività.

Senza riconoscere di provare un misto di entusiasmo e vergogna, saltava da un banco all’altro, derideva i compagni, appoggiava i gomiti sulla cattedra fissando negli occhi la professoressa e produceva suoni cacofonici con la voce.

Questo comportamento gli permetteva di interrompere gli estenuanti tentativi del suo insegnante di sostegno per farlo restare in classe, gli consentiva di uscire nei corridoi della scuola, di poter correre e continuare a fare casino in uno spazio più ampio.

Per Marco ogni luogo era troppo stretto, si sentiva come costretto all’interno della circonferenza del mondo.

Quando lo legavano alla sedia, i suoi piedi continuavano a battere sul pavimento non per paura, i suoi occhi battevano frequentemente le palpebre non per trattenere le lacrime, era solo che non riusciva a stare fermo.

Verso i 15 anni, non solo si accorse che quando non poteva dare libero sfogo ai suoi movimenti stava male, ma che quando lo faceva non stava bene come sperava.

E’ come quando tolgono le manette ad un detenuto, il piacere deriva dalla soppressione di una costrizione, è conseguente all’eliminazione di un fastidio e non all’aggiunta di una comodità, il sollievo produce piacere come il conforto allevia il dolore.

Gli esseri umani continuano a mettere in atto un comportamento non solo quando, come conseguenza ad esso, ottengono una gratificazione, ma anche quando ad un comportamento segue la cessazione di uno stimolo sgradevole. Nella psicologia operante, un comportamento può essere rinforzato da una conseguenza che consiste in qualcosa che viene rimosso: in questo caso il rinforzo consiste in qualcosa che viene rimosso. Quando un comportamento aumenta perché qualcosa viene rimosso parliamo di rinforzo negativo. Il rinforzo negativo aumenta la probabilità di un determinato comportamento.

Marco era appena maggiorenne quando iniziò ad usare eroina per via endovenosa, l’oppiaceo gli regalava una momentanea interruzione della rissa tra le sue sinapsi.

L’effetto dell’eroina però non aveva una durata soddisfacente, soprattutto perché la voracità di Marco ne favorì una rapida tolleranza, la cocaina invece risultò da subito il pezzo mancante e dedicarsi completamente a lei fu un passaggio automatico. Marco aveva utilizzato in modo continuativo eroina per via endovenosa, perciò quando passò alla cocaina replicò rapidamente, se non immediatamente, la stessa modalità iniettiva.

Poiché gli effetti della cocaina duravano molto meno rispetto a quelli dell’eroina, Marco doveva iniettarsi quasi incessantemente la sostanza stimolante, procurandosi anche bruciature ed ustioni sottocutanee, fori all’inguine ed ulteriori danni organici.

Quando Marco utilizzava eroina l’impulso ad assumere la sostanza aveva un andamento ondulatorio, attraversava momenti in cui il dilemma, pur nella sua costanza, era quasi gestibile, notava che già l’atto di decidere di andare ad acquistare la dose alleviava la sua tensione somatica, poteva anche rimandare l’assunzione dell’eroina dopo averla comprata, senza insopportabili sofferenze.

Questo non gli accadeva con la cocaina, l’impulso ad assumere la sostanza aveva le caratteristiche dell’urgenza, non sarebbe mai riuscito a rimandarne l’utilizzo una volta acquistata né a non iniettarsi tutta la quantità che possedeva.

Spesso Marco si accorgeva di aver deciso di comprare la cocaina solo dopo averla utilizzata. Come per altre persone che compiono uno switch dall’eroina alla cocaina, anche per Marco si evidenziò un peggioramento psicofisico e un diverso modo di affrontare l’astinenza.

L’eroina bussava incessantemente alla porta con le falangi delle dita e, a volte, Marco riusciva a non farci caso, ad esempio alzando il volume della TV, parlando voce alta o litigando con qualcuno.

La cocaina, invece, era come Jack Torrance:

Cappuccetto rosso? Cappuccetto rosso? Su, apri la porta. Su, apri! Non hai sentito il mio toc, toc, toc? Allora vuoi che soffi? Vuoi che faccio puff? Allora devo aprirla io la porta? Sono il lupo cattivo!. (King, 1977)

Gianluca

Gianluca era appena uscito da una Comunità Terapeutica di Palermo, a 960 Km di distanza dalla città in cui viveva.

Era alla sua decima ora di viaggio quando finalmente si trovò da solo nello scompartimento del treno e poté distendere le gambe sul sedile davanti al suo.

Il sollievo delle ginocchia fu breve perché fu costretto a ritirare rapidamente le gambe quando vide entrare un’altra persona appena salita sul treno.

La rapidità del suo gesto era determinata dal timore che fosse il controllore dato che lui era sprovvisto del biglietto. Stava già imprecando per il fatto di essere stato beccato a poche fermate dall’arrivo, quando alzò gli occhi e il sollievo lo pervase accorgendosi che era un altro semplice viaggiatore.

Rimise le gambe sul sedile e lo salutò.

Senta scusi io sono senza biglietto mi può dire dove posso cercare il controllore?

Gianluca rispose: —Lascia perdere il controllore per favore…

L’altro viaggiatore ascoltò la voce di sevizio comunicare che il treno avrebbe fatto una sosta di cinque minuti.

Forse faccio in tempo ad andare a fare il biglietto mi può dare un’occhiata alle valigie?

Certo, nessun problema, guarda però che secondo me non fai in tempo.

Il viaggiatore aveva terminato di ascoltare Gianluca fino a nessun problema e scese in fretta dal treno per adempiere al suo obbligo.

Pochi minuti e si sentì il fischietto del ferroviere che suggeriva a tutti di rientrare nel treno per evitare di rimanere a piedi.

Non vedendo tornare il viaggiatore, Gianluca osservò le valigie e pensò che quello non solo avrebbe perso il treno ma anche i bagagli, si compiacque con se stesso per averlo avvisato prima e senza attendere ulteriormente li prese e li gettò dal finestrino.

Tronfio si riaccomodò sul sedile, distese le gambe e si sentì come uno che aveva fatto una buona azione o almeno che era stato gentile, in fondo era merito suo se quello non aveva perso le sue cose, quasi riusciva a percepire il senso di riconoscenza che gli spettava.

Non fece in tempo a godersi questa sensazione da brava persona che il viaggiatore trafelato rientrò nello scompartimento, il biglietto convalidato in mano e il sorriso soddisfatto di chi rispetta le regole anche se nessuno le guarda.

Guardò Gianluca come per rivendicare il suo trionfo inaspettato poi sgranò gli occhi quando non vide le sue valigie.

Lo sguardo del viaggiatore scattava ripetutamente dalla faccia sbigottita di Gianluca al ripiano dal quale erano scomparsi i suoi bagagli, non parlava ma già così si capiva che cercava delle spiegazioni.

Il silenzio fu rotto da un — Pensavo che non saresti riuscito a risalire… e quindi io…..

Questa fu una delle prime storie che Gianluca raccontò.

Successivamente si dedicò a precisare i dettagli delle sue rapine e del modo elegante ed educato con cui le realizzava, dell’attenzione che prestava al suo abbigliamento prima di entrare negli appartamenti per non passare per un ladruncolo da quattro soldi.

Quella volta che era rimasto appeso ad una grondaia per alcune ore, quella in cui sbagliò appartamento ritrovandosi di fronte un arredamento più scarno di quello di casa sua, quella in cui la paura che aveva trasmesso alla signora lo fece desistere ed allontanarsi sconsolato.

Raccontando questi episodi otteneva sempre una certa ilarità in chi lo ascoltava, in questo modo si dava una professione, non quella del ladro ma quella del comico.

Anche quando si tentava di affrontare con lui eventi, ricordi o stati d’animo più dolorosi, Gianluca deviava sempre sugli stessi argomenti, continuava con gli stessi episodi le stesse storie.

Quando iniziava a parlare si impegnava per evitare i momenti di silenzio, i tempi morti di una conversazione, come quando si esce con una ragazza e si parla in continuazione per paura che alla prima pausa lei dirà che deve andare a casa.

Gianluca parlava, raccontava, scherzava, per farti restare lì con lui, perché se fosse rimasto in silenzio ti avrebbe dato l’occasione per distogliere l’attenzione, perché se ti avesse manifestato il suo dolore ti avrebbe annoiato e lo avresti evitato.

Perché si vergognava di dirti che a 8 anni restava sveglio quasi tutta la notte per verificare che suo padre tornasse a casa, che se squillava il telefono di solito era la polizia e non un amico che gli chiedeva di uscire, che sua madre cadeva troppo spesso dalle scale proprio quando in salotto trovava le bottiglie vuote. Si vergognava di dirti che quando andava a scuola doveva sottrarre la merenda a qualcuno non per golosità, che odiava tutto il mondo perché non gli aveva dato una lista di problemi normali ma solo una serie di giustificazioni per tutti i casini che si poteva permettere.

L’immaginazione è una qualità che è stata concessa all’uomo per compensarlo di ciò che egli non è, mentre il senso dell’umorismo gli è stato dato per consolarlo di quel che è. (Groucho Marx)

Quando Gianluca affermava con insolente certezza che, date le premesse della sua esistenza, non ci sarebbe potuto essere un epilogo migliore e che adesso, a 45 anni, c’erano poche cose da fare per avere una vita dignitosa, mi sembrava più tendenzioso che realista.

Sembrava che dicesse quelle cose per farsi contraddire, come quando dici a qualcuno che non ti vuole bene solo per farti dire che non è vero, che te ne vuole moltissimo.

Quando ti costringeva a prendere le decisioni al posto suo, sembrava intenzionato solo a costruirsi un nemico da attaccare, un colpevole delle scelte sbagliate su cui versare i propri rimpianti.

Era come uno che cerca nella faccia degli altri gli indizi per prendere una decisione giusta, la sua rabbia non deriva dal fatto che non li ottiene ma dal dubbio che li abbia interpretati male. Facciamo così quando l’obiettivo della nostra decisone non è possedere una delle alternative proposte dalla scelta ma avere qualcosa da condividere con qualcuno, quando la relazione deve avere un oggetto pratico come ponte altrimenti non c’è nulla che la unisce.

Gianluca il dolore lo aveva ricevuto gratis alla nascita, se ne era procurato altro da solo con le sue azioni e ne aveva procurato altrettanto agli altri, ora Gianluca sembrava un pendolo che oscillava tra rancore e senso di colpa.

Quando il dolore diventa un elemento costante della propria vita alcune persone smettono di sperare che svanisca, cercano solo di sospenderlo, di rubargli alcuni attimi di pausa.

Sono talmente immerse in quello stato di cose che non cercano di distrarre se stesse ma il dolore. Quando riescono a ritagliarsi uno spazio all’interno di un dolore costante esagerano, pensano di avere poco tempo per fare tutto quello che non hanno potuto fare e che tra un’attimo non avranno più tempo di fare.

Sentono lo scandire del tempo alimentare rabbia e urgenza, come quando hai fame e ti danno pochi secondi per mangiare, non ti gusti nulla, ingurgiti tutto, sei pieno, ma solo di rimpianti.

E quindi dovrei accettare il dolore?— chiedeva sarcastico e spaventato Gianluca alla fine di lunghe conversazioni.

No, per accettare una cosa devi avere anche la possibilità di non farlo. Si accetta un regalo perché puoi dire anche di no, per accettare devi avere la possibilità di rifiutare. Non si può accettare una cosa che non può non essere come è, non accettiamo che il cielo sereno è celeste, è così e basta.

Quando ci chiedono di accettare gli episodi drammatici della nostra vita, probabilmente, soffriamo più perché non siamo capaci di farlo che per gli episodi in sé, ci troviamo a fare i conti più con il nostro senso di incompetenza ad accettare che con l’evento doloroso.

Non posso accettare il dolore, posso accettare di portarlo con me, posso scegliere di essere più grande io invece che più piccolo lui.

Il dolore ti insegna molte cose, una delle più utili è che smetti di usarlo come giustificazione delle tue azioni.

Attraverso il dolore impari a non procurarne agli altri, a diventare una persona, a capire che non fare qualcosa a qualcuno è già sufficiente per essere altruisti.

Quello che il dolore non ti insegna, o almeno non riesce a farti capire, è che non ti proteggerà da altro dolore. Spesso pensiamo, o speriamo, che l’aver sofferto ci regali una certa immunità dalla sofferenza, crediamo che se un evento doloroso ha calpestato la nostra vita ci garantiamo una protezione da altri dolori.

Altre volte il dolore si esprime solo nelle sue conseguenze, cioè in un dialogo interno per disquisire se lo si merita o meno, diventa l’arma con cui combattere il proprio mondo, l’argomento con cui ci si presenta agli altri, il lamento che sopisce ogni ribellione. E’ in questo momento che il dolore diventa tutto ciò che hai da raccontare, lo spazio in cui arredare l’esistenza, il meridiano con cui scandire il tempo, diventa te.

Vi sono anche delle circostanze in cui il dolore è usato come esca, accade quando diamo per scontato che qualcuno ci soccorrerà o si sentirà obbligato a prestarci delle cure.

Oppure auspichiamo che la stessa persona o la stessa cosa che ci ha procurato un dolore, poi si senta colpevole e per redimersi si impegni anche ad alleviarcelo.

Quando soffriamo e nessuno se ne accorge ci rendiamo conto di un altro aspetto del dolore, cioè che può essere inutile, che non basta esibirlo per convincere gli altri a stare con noi.

Gianluca doveva scegliere se stare attaccato al suo dolore o se affrontare tutte le conseguenze che il dolore alimentava, tutte le protezioni che manteneva, tutte le giustificazioni che offriva.

Il dolore c’è, ma come ti comporti mentre ce l’hai può fare la differenza.

Ti pare facile…

No, non lo è. E non stiamo parlando di fare cose facili. Stiamo parlando di come si può stare con un dolore non di come evitarlo o eliminarlo. Stiamo parlando di come desiderare altro e non di come non desiderare il dolore.

Gianluca doveva scegliere se vivere la sua vita come una prova per una successiva reincarnazione, la prossima la vivrò meglio, oppure accorgersi che al resto della sua vita poteva ancora dare un senso.

Davide

Davide aveva 43 anni e tre nipoti da due dei suoi cinque figli.

Era il suo primo weekend a casa dopo 19 mesi di detenzione ed il caos prodotto dalle numerose persone che vivevano nella sua abitazione era decisamente più piacevole di quello che aveva respirato nella sua cella.

Erano tutti a tavola, i bambini correvano per i corridoi, i discorsi si sovrapponevano l’uno sull’altro e restavano tutti incompiuti, ma era piacevole sentire tutte quelle voci al di là delle parole che venivano pronunciate. Il desiderio di parlarsi era così dirompente da eludere completamente il bisogno di ascoltarsi, in fondo per le cose importanti a loro bastava guardarsi.

Dopo il secondo caffè, Davide si alzò da tavola.

La nipote di due anni stava bussando alla porta del bagno senza ricevere alcuna risposta, gradualmente il suono di quelle piccole dita si trasformò da un eco ad una specie di rumore e raggiunse le orecchie di Davide. Il suo cervello non riusciva a decifrare il significato di quel rintocco ondulatorio che proveniva da troppo lontano, poi i suoi occhi aprirono una piccola fessura per la vista e così Davide iniziò a raccogliere indizi. Lavandino, più linoleum, più cabina della doccia, più braccio penzolante, più siringa, uguale sono nel bagno di casa; porta che riceve colpetti dall’esterno, uguale qualcuno che bussa.

Cercò di alzare la sua voce di una tonalità per dire:
Arrivo.

Raccolse la siringa, si slacciò la cinta dall’avambraccio e la infilò nei passanti dei pantaloni, mise la testa per alcuni secondi sotto la doccia, diede un rapido sguardo alla specchio per controllare quanto doveva impegnarsi a mentire e, respirando lentamente, preparò un sorriso, girò la chiave e abbassò la maniglia.

Nonno ti aspettiamo di là. – Disse la bambina con un’innocenza che lui non riusciva a sentirsi addosso.

Davide si inginocchiò davanti alla nipote, un pò per abbracciarla e un pò per illudersi di farsi perdonare.

Andiamo amore.

All’interno del quartiere in cui vivevano, Davide e la sua numerosa famiglia erano quasi delle celebrità, il loro cognome era sufficiente a garantire che una minaccia non era solo un’intimidazione.

Non era Jenny Savastano, ma aveva un certo potere, quel tipo di potere direttamente proporzionale al timore che si riesce ad incutere negli altri.

Il contesto in cui si era srotolata l’esistenza di Davide era così spugnoso che non c’era altra possibilità se non quella di assorbirlo completamente, in ogni azione, in ogni pensiero e in ogni prospettiva.

Il processo decisionale con cui determinare i propri comportamenti o con cui stabilire le strategie per raggiungere un obiettivo era relegato a semplici ed ovvi automatismi, soprattutto di tipo pulsionale, che funzionavano perfettamente e che garantivano la soddisfazione delle proprie necessità.

L’apprendimento che consegue dalle esperienze che un individuo nato e cresciuto in un determinato contesto fa, ha un effetto molto diverso rispetto a quello che potrebbe avere in un individuo che entra in un determinato contesto in un certo periodo della propria vita.

Infatti, oltre ad essere maggiormente stabile e ramificato, non si presenta come un’alternativa possibile ad altri ipotetici stili di vita, non è una questione su cui poter riflettere o sulla quale si può procedere secondo una valutazione razionale, è un dato di fatto all’interno del quale si è immersi senza sentirsi bagnati.

E’ come la storia dei due pesciolini giovani che incontrano il pesce più anziano: quest’ultimo chiede loro — Salve ragazzi com’è l’acqua?— e i due pesciolini giovani rispondono — Che diavolo è l’acqua?— (D. F. Wallace, 2007)

Per tutti gli esseri umani, compreso Davide, l’esistenza è condizionata dal contesto in cui essa si esprime, in cui ci si relaziona, in cui si imparano le parole con cui ci si racconta a se stessi e agli altri.

Si è condizionati da ciò che è disponibile in un determinato contesto, da ciò che posso utilizzare per aggiungerci ciò che manca, o meglio, ciò che mi accorgo, che sento che mi manca, ciò che il contesto in cui vivo mi suggerisce e mi impone come desiderabile, come capace di definire la mia identità o come determinante per farmi appartenere alla categoria nella quale voglio che sia riconosciuta la mia identità.

E’ all’interno del contesto che si imparano le strategie per esprimere la propria autonomia, cioè le condizioni per stabilire la propria autodeterminazione, il proprio modo di avere potere sugli eventi e sulle circostanze al fine di riconoscersi coerenti con se stessi nel tempo e differenti o simili ad altri individui.

Tale autonomia ha a che fare con il potere decisionale che ho su di me, con la possibilità di agire in modo coerente con i miei valori e di agire nella direzione dei miei scopi, di trovare un modo per perseguire i miei scopi rimanendo in equilibrio con le mie convinzioni morali.

E’ anche per questo motivo, per questa difficile ricerca di una postazione comoda in cui far coincidere ciò che voglio, ciò che posso e ciò che devo, che la realizzazione di uno scopo o di un desiderio ha a che fare con il come lo raggiungo.

Il come lo raggiungo, cioè cosa sono disposto a fare o a non fare per arrivare ad uno scopo, dipende da quali valori sento di dover mantenere o sono disposto consapevolmente a tradire, da quale teoria di me stesso devo proteggere per poter continuare a conviverci e da come voglio dirigere la teoria che gli altri hanno di me.

Il fatto che lo scopo individuale a cui tendo sia una proposta o un suggerimento esterno, e magari sociale, del tipo avere una determinata cosa indica ciò che rappresento per gli altri, se ottengo uno specifico oggetto mi posso dire di essere in un certo modo, fare un certo comportamento mi permette di darmi un’appartenenza, mi rende dipendente dall’arbitrario senso che si danno alle cose, dalla moda, da luci sparse ed intermittenti più che da un faro stabile che illumina la decisione personale di percorrere un tragitto.

Il fine giustifica i mezzi solo quando il fine è davvero importante per te.

Una cosa è attraversare il deserto, un’altra è nascere nel deserto e Davide c’era nato.

Quando nasci in un certo ambiente la questione non è semplicemente quella di apprendere quali regole ti servono per sopravvivere, ti costruisci lì.

E’ come per Victor dell’Aveyron (Truffaut, 1970) che non ha imparato a vivere nella giungla, c’è nato e cresciuto senza alcun termine di paragone, sviluppando una condotta incompatibile con il vivere esterno.

Una delle differenze che c’è tra apprendere una regola e vivere secondo un codice è che la prima la puoi imparare e ti viene spiegata, il secondo lo devi capire da solo.

Lo devi capire da solo in base a ciò che accade dopo le tue azioni, a quali comportamenti degli altri seguono i tuoi comportamenti, a ciò che ti fanno gli altri per dirimere i tuoi dubbi su cosa devi fare tu.

Davide lo aveva capito da sempre, non come un’alternativa ma come l’unico mondo possibile, ed era anche molto convincente nel farlo capire agli altri.

Un codice non è solo un’abitudine, ma è uno stile onnicomprensivo con cui dare un senso alla realtà e a tutte le relazioni, prima ti permette di sopravvivere e poi è l’unico modo di vivere.

Un codice è l’elemento che discrimina le cose, è lo sguardo automatico con cui dare significato alle parole, il vocabolario con cui tradurre ogni conversazione sia con gli altri sia con se stessi.

Quando Davide si relazionava con gli altri non era mai concentrato sulla relazione stessa ma solo sul dover confermare quell’idea che l’altro doveva avere di lui.

Davide aveva il compito di alimentare una rappresentazione di se stesso che governasse anche i comportamenti, le intenzioni, i pensieri e le emozioni che gli altri potevano permettersi di avere nei suoi confronti. Come gli altri esseri umani, anche Davide aveva stabilizzato gli slanci pulsionali incanalati dall’apprendistato socioculturale a cui era stato sottoposto fin dalla nascita. Davide, come ognuno di noi, possedeva una soggettiva idea di se stesso, quell’idea che tentiamo di imporre a coloro che ci circondano e che si riduce, quasi sempre, a quella costruita in noi da coloro che ci circondano.

Dovevo fare così altrimenti non avrei avuto scampo, o schiacci o sei schiacciato. Il rispetto degli altri lo conquisti solo se vinci il conflitto con loro. E’ semplice: combatti e se vinci ti rispettano, se perdi no.

Il rispetto non era una cosa reciproca, ci doveva sempre essere uno che lo aveva e uno che non lo aveva, uno che conquista e uno che viene conquistato, il rispetto non era altro che un sinonimo di potere. Potere che non significa più solamente avere la possibilità di fare, ma che si traduce con l’avere il diritto di non permettere di fare agli altri, di decidere cosa gli altri possono o non possono fare.

Per fare così devi essere aggressivo, non è che ti ubbidiscono se glielo spieghi con gentilezza, penserebbero che sei debole. Lo so che è sbagliato, cioè adesso so che non è utile fare così se voglio vivere in un contesto diverso, ma lì funziona così

Ad alcune persone questo accade quando nascondono e giustificano i loro comportamenti con i ruoli che interpretano: non sono io a pensarla così è il mio ruolo che me lo impone.

Ci capita di accomodarci nella platea delle vittime delle circostanze, un po’ per trovare sollievo dalla vergogna di un’indifferenza consapevole, un pò per raccontarci che la vita non dipende da noi. Davide non aveva eliminato i suoi codici e tantomeno li poteva rinnegare, aveva gradualmente scelto di tenerli in disparte, non di nasconderli ma di lasciarli in pausa.

Da quando faccio così mi suda il cervello.

Si era allenato per molto tempo a riconoscere i suoi pensieri automatici e fare l’opposto di ciò che gli suggerivano, non li contestava ma li guardava al contrario.

Tutte le mattine Silvia, l’infermiera della Struttura dove era ricoverato anche Davide, procedeva nel rituale quasi eucaristico delle terapie farmacologiche.

L’aspetto eucaristico, almeno ai miei occhi, derivava dalla speranza o dal disprezzo con cui ogni paziente si rivolgeva al farmaco che riceveva dalle mani dell’infermiera, mi sembrava simile alla modalità con cui alcuni si avvicinano all’ostia ogni Domenica, mi salverai? Neanche questo riuscirà a salvarmi! male non mi farà…. e se poi esiste?

Davide assumeva la terapia metadonica con un atteggiamento di sfida e in modo distratto.

La sfida era conseguenza del suo essere un uomo che non deve chiedere mai, che non ha bisogno di qualcuno per risolvere i suoi problemi, figuriamoci di uno sciroppo.

La distrazione dipendeva dal fatto che alle spalle di Silvia era posizionato l’armadietto in cui ogni paziente della Struttura aveva la propria scatola degli oggetti personali, Davide guardava sempre con estrema attenzione tutte le scatole per accertarsi che la sua non fosse sotto a quella di nessun altro, non tollerava di leggere il suo nome sotto il nome di un altro paziente. Quando mi accorsi di questa premura con cui Davide osservava l’armadietto alle spalle dell’infermiera, gli chiesi come avrebbe potuto vivere al primo piano di un palazzo, con tutti i nomi degli altri condomini sopra al suo.

Rispose: — Io il nome sul campanello non ce l’ho messo mai.

 

Due tocchi sul gomito per due goal alla partita del Mercoledì: il Rito nel mondo dello Sport

La ritualità è una componente chiave per la cultura antropologica e per la funzione degli approcci irrazionali umani. Applicata in modo sano e contestualizzato nell’attività sportiva, essa può portare benefici omeostatici e una realizzazione degli obiettivi maggiormente facilitata.

 

Scienza, Religione e Magia sono i tre temi che hanno accompagnato la Cultura dell’Uomo sin dalle sue epoche ancestrali (Dolci, 2018). Come illustrato in capisaldi della Antropologia quale Il Ramo D’Oro di JG Frazer (1915), l’essere umano, avendo sviluppato la conoscenza della sua mortalità dell’essere soggetto passivo nei confronti degli eventi incerti della natura, ha maturato delle strategie psichiche per mantenere un equilibrio mentale stabile e avere una percezione di dominio della sua esistenza (Burke, B. L., Martens, A., Faucher, E. H.,2010).

Per questo motivo, e per altri legati alla unione prosociale con altri attori e per il corretto funzionamento culturale delle varie società, l’Uomo ha sviluppato la ritualità, indicata dalla Antropologia come la funzione che perpetua situazioni sociali implicite influenzanti i risultati delle cooperazioni fra individui partecipanti, coordinando le loro motivazioni, i loro valori ed i loro giudizi (Fischer, Ronald et al, 2013). Di fatto, i comportamenti ritualizzati sono alla base delle nostre vite, che siano indicati dalla società, religione o dalla propria educazione, per perpetuare la tradizione di appartenenza o quietare delle ansie nei confronti dell’incerto (Boyer, P., & Liénard, P., 2006).

Con l’avanzare della conoscenza scientifica e il progresso del mercato globalizzato, la ritualità è stata contestualizzata nel campo dell’irrazionalità umana, riguardante la storia antropologica dell’Umanità, la storia della Pedagogia umana e il campo della malattia mentale, soprattutto nello studio e nella terapia riguardante l’ossessione compulsiva (Franklin, Martin E., et al, 2000).

Se contestualizzata nell’essere una risorsa irrazionale che può essere utilizzata con limiti imposti e reali, la ritualità è un mezzo di autoinganno sano nei confronti dell’incerto e può condurre ad un rilascio omeostatico delle frustrazioni. Infatti, la sequenza episodica di gesti eseguiti rigidamente e ripetutamente (Witkowski, 2018) in maniera salubre e ponderata può portare a conseguenze positive, come la sensazione di esser più autodisciplinati e di aver maggior self-control (Tian, A. D. et al, 2018).

Questo fatto ha avuto grandi riscontri empirici soprattutto nello studio psicologico dello sport. Come indica Alex Fradera (2017),  la ritualità ha un grande rilievo nella attività sportiva agonistica o professionistica, poiché la sua applicazione può creare una sensazione di dominio sui risultati delle gare, riducendo notevolmente l’ansia e aumentando la possibilità di migliorare la propria performance (Brooks, Alison Wood et al., 2016).

Dunque, quando vedrete i componenti della vostra squadra di calcetto a cinque crogiolarsi in danze di superstizione sportiva, lasciateli fare: non stanno facendo altro che rilasciare naturalmente l’eccesso di ansia e di tensione psicologica (Brevers, Damien, et al., 2011).

 

I miei primi 40 giorni da mamma. Tutto quello che devi sapere sulle prime settimane dopo il parto (2020) di Zauderer – Recensione del libro

I miei primi 40 giorni da mamma si propone di informare e rassicurare, accompagnando la mamma, sia che si tratti del primo figlio che del rinnovarsi dell’esperienza del diventare madre, nel percorso di adattamento al suo nuovo ruolo.

 

Diventare madri rappresenta, al tempo stesso, una grande gioia e una grande sfida. In questo libro l’autrice, l’ostetrica e infermiera qualificata in ambito psichiatrico Cheryl Zauderer, mette a frutto tutta l’esperienza guadagnata sul campo, durante anni di lavoro in ambito perinatale, per stilare un manuale semplice e ricco di esempi pratici che possa essere d’aiuto alle neo mamme nelle settimane immediatamente successive al parto.

I miei primi 40 giorni da mamma si propone l’obiettivo di informare e rassicurare accompagnando la mamma, sia che si tratti del primo figlio che del rinnovarsi dell’esperienza del diventare madre, nel percorso di adattamento al suo nuovo ruolo.

Vengono toccati temi relativi all’esperienza del parto, naturale o cesareo, all’allattamento, alla dieta e all’alimentazione da seguire, passando per la cura di sé e del proprio corpo, le fluttuazioni dell’umore, il rapporto con il partner (al quale è rivolto un capitolo specifico che contiene informazioni utili a comprendere, aiutare e sostenere la propria compagna) e la costruzione del legame con il bimbo.

Viene messo con molta enfasi l’accento sulla necessità, da parte della neo mamma, di prendersi cura di se stessa, evitando di trascurare il proprio benessere, e accogliendo con fiducia tutta la gamma di emozioni e di vissuti che diventare madre origina: non solo la gioia, ma anche la stanchezza, la paura di non essere all’altezza, la difficoltà di fare fronte ad un impegno così grande vanno riconosciute ed accettate; si tratta di sentimenti reali, che è naturale provare, e che, per questo, vanno legittimati e non rifiutati per paura che siano indice del “non essere una buona madre”.

In ultima analisi l’autrice si pone l’obiettivo, in virtù della sua esperienza, di rispondere ai dubbi più frequenti e di aiutare le donne che sono diventate madri da poco ad aumentare la propria fiducia in sé stesse, mettendo a disposizioni tante informazioni utili ad orientarsi meglio e ad aumentare il benessere proprio e del proprio bambino.

Ogni capitolo è arricchito con numerosi spunti di approfondimento (siti internet e ulteriori riferimenti) che permettono, se lo si desidera, di approfondire i temi trattati.

 

Psicopatia e aggressività: il ruolo della disregolazione emotiva

Esiste una forte associazione tra la psicopatia e le condotte aggressive, per questo si è sempre più interessati a chiarire i potenziali meccanismi che collegano psicopatia e aggressività. Quale ruolo ha in questo contesto la disregolazione emotiva?

 

La psicopatia è un disturbo di personalità caratterizzato da insensibilità, sfruttamento inter-personale, stile di vita impulsivo e irresponsabile, nonché da un pattern di tendenze antisociali precoci, croniche e versatili (Hare & Neumann, 2008).

Uno dei più importanti ambiti in cui l’importanza della psicopatia si manifesta è quello della giustizia forense e penale, in gran parte dovuta alla forte associazione che la psicopatia ha con le condotte aggressive e i comportamenti violenti (Neumann et al., 2007, 2015; Olver et al., 2018; Porter et al., 2018). Come conseguenza di ciò, i ricercatori – e la giustizia – sono sempre più interessati a chiarire i potenziali meccanismi che collegano psicopatia e aggressività (Harenski & Kiehl, 2010).

Recenti ricerche (Donahue et al., 2014; Garofalo & Neumann, 2018) hanno evidenziato associazioni precedentemente trascurate tra la psicopatia e la difficoltà nella regolazione delle emozioni, il processo responsabile del monitoraggio, della valutazione e della gestione dell’esperienza emotiva, nonché del comportamento-guida sotto l’intensa eccitazione emotiva. Tuttavia, non è ancora chiaro se la disfunzione emotiva possa essere utile per spiegare le associazioni già consolidate tra psicopatia e aggressività.

Uno studio recente (Garofalo et al., 2020) ha voluto esaminare se la disregolazione emotiva potesse essere un fattore mediatore nell’associazione tra psicopatia e aggressività, in due diversi campioni, uno comunitario (N = 521) e uno di trasgressori della legge (N = 268), incarcerati in sette prigioni di due regioni del nord Italia.

I partecipanti alla ricerca sono stati sottoposti alla seguente testistica: il Self-Report Psychopathy–Short Form (SRP-SF; Paulhus et al., 2016) per la valutazione dei tratti psicopatici; la Difficulties in Emotion Regulation Scale (DERS; Gratz & Roemer, 2004) per misurare la disregolazione emotiva; l’Aggression Questionnaire (AQ; Buss & Perry, 1992) per la valutazione dei tratti legati all’aggressività (cioè rabbia, ostilità, aggressività fisica e verbale); e il Reactive– Proactive Aggression Questionnaire (RPQ; Raine et al., 2006) per la misurazione dell’aggressività reattiva e proattiva.

Dai risultati della ricerca si è evinto che in entrambi i campioni la psicopatia aveva un significativo effetto indiretto su tutti gli indici di aggressività attraverso la disregolazione emotiva, con l’unica eccezione dell’aggressività verbale.

Questi risultati supportano il ruolo rilevante della (dis)regolazione delle emozioni per la costruzione del costrutto di psicopatia e le sue associazioni deleterie con altre tendenze comportamentali, ed evidenzia la potenziale rilevanza del concentrarsi sulla regolazione delle emozioni come possibile obiettivo per interventi volti a ridurre l’aggressività tra individui con tratti psicopatici.

 

Coppie in PMA: aspetti psico-sessuologici della Procreazione Medicalmente Assistita

Avere un figlio rappresenta uno degli eventi più importanti per l’individuo e la coppia, ma desiderare un figlio non sempre basta. Quando la gravidanza non arriva e l’infertilità è confermata da indagini, si può iniziare a considerare l’idea di rivolgersi a centri specializzati in riproduzione umana, che si occupano della cosiddetta Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Francesca Falco – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto

Introduzione: cos’è la PMA

Avere un figlio rappresenta uno degli eventi più importanti nella coppia e nell’individuo: se nel primo caso consiste nel realizzare un progetto condiviso, risultato di un legame pro-fondo e duraturo, nel secondo implica una nuova acquisizione nella propria identità, che andrà a includere per la prima volta il ruolo genitoriale, oltre quello di marito o moglie. Allo stesso tempo, si realizza anche una modifica dell’immagine sociale, che prevede per ogni membro della famiglia allargata, una riorganizzazione verso i nuovi ruoli che l’arrivo di un bambino può determinare. In questo senso, quindi, il concepimento assume un significato anche all’interno della sfera sociale, oltre che individuale e di coppia, poiché la società stessa riversa sulla coppia aspettative di formazione della famiglia, diventando il passo fondamentale verso la creazione di una nuova generazione.

Desiderare un figlio, però, non sempre basta: sempre più spesso le coppie di oggi si trovano a contatto con il grande tema dell’infertilità, che oggi colpisce circa una coppia su 5 (Ministero della Salute, 2016). Essere una coppia infertile implica che uno o entrambi i partner hanno difficoltà a portare a termine il concepimento. L’OMS definisce l’infertilità come:

una patologia caratterizzata dalla incapacità di generare una gravidanza dopo 12 mesi di regolari rapporti sessuali non protetti o dovuta una incapacità riproduttiva del singolo o del/della partner. (OMS, 2016)

Si parla di infertilità come patologia, capace di generare disabilità (OMS, 2010). Ma l’infertilità rappresenta anche la causa di una serie di difficoltà psichiche e relazionali legate proprio al vedere il proprio progetto condiviso infrangersi, andando a deludere sia le aspettative del partner, sia quelle della famiglia allargata e del contesto sociale in cui si è inseriti (Shapiro, 1988).

Infertilità nell’uomo e nella donna

L’infertilità viene distinta in primaria, se la donna non ha mai avuto precedenti gravidanze, o secondaria in caso contrario. In entrambi i casi, la distinzione dal termine sterilità deriva dal fatto che, in quest’ultimo caso, esiste una causa documentabile che impedisce il concepimento, per cui quel soggetto non riuscirebbe a partecipare al concepimento nemmeno con l’ausilio delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Al contrario, l’infertilità implica una difficoltà, documentabile o meno, ad ottenere il concepimento, che può essere aggirato attraverso l’intervento della medicina riproduttiva, facilitando l’incontro tra spermatozoi e oociti e, laddove possibile, risolvendo la causa dell’infertilità stessa.

Gli studi riportano che, nelle coppie infertili, la difficoltà di concepimento può essere attribuito o a uno dei due partner, o a entrambi; nella maggior parte dei casi, però, si è riscontrata un’ipofertilità di entrambi i partner, ossia una ridotta capacità di procreare attribuibile ad entrambi, invece di una vera e propria infertilità per cui, pur avendo dei sistemi riproduttivi funzionanti, combinati insieme sembrano avere difficoltà a permettere la fecondazione dell’oocita da parte dello spermatozoo (Visigalli, 2011).

Quando si analizzano le possibili cause di infertilità, sia l’uomo che la donna sono sottoposti ad una serie di analisi ed esami che cercano una spiegazione medica alle difficoltà di concepimento, procedendo con un iter composto di esami e visite specialistiche che escludono gradualmente le patologie causa di infertilità, fino a identificare quella responsabile del mancato concepimento.

Per gli uomini, che costituiscono il 20% dei casi di infertilità e il 30-40% in concausa con altri fattori, tali cause possono risiedere nella qualità del seme, intesa come alterazione della produzione di spermatozoi (sterilità secretoria), o nell’anatomia delle vie escretrici, non associate ad anomalie testicolari o ormonali (sterilità escretoria). Tra le cause mediche, quindi, possono esservi:

  • insufficienze gonadiche periferiche (alti livelli di FSH);
  • insufficienze gonadotrope (bassi livelli di FSH);
  • anomalie delle vie escretorie di natura congenita, acquisita o traumatica.

Per le donne, invece, le cause dell’infertilità possono essere individuate in:

  • fattore cervicale, riferito al muco cervicale;
  • fattore ovulatorio, riferito a tutte le alterazioni dell’ovulazione, di origine ipotalamica, ipofisaria e ovarica, sia a base organica, sia a base funzionale;
  • fattore uterino, riferito all’anatomia dell’utero o a processi infiammatori dello stesso;
  • fattore tubarico, riferito a alterazioni anatomiche e ostruzioni parziali o totali.

Nel 10-15% dei casi, inoltre, non è possibile individuare una causa specifica alla base delle difficoltà nel concepimento, motivo per cui si parla in questi casi di infertilità idiopatica o inspiegata. Per individuare le cause dell’infertilità, è necessario, oltre alla prima visita e alle consulenze specialistiche, sottoporre entrambi i partner ad una serie di accertamenti specifici. La donna dovrà quindi eseguire analisi ormonali ed ecografia transvaginale, seguite da altri esami, richiesti in base alla specificità del caso, quali isterosalpingografia, isteroscopia, tampone vaginale, analisi genetiche; l’uomo sarà sottoposto a spermiogramma e, se ritenuto necessario, spermiocoltura, analisi ormonali e indagini genetiche (Visigalli, 2011).

Desiderare un figlio: fino a che punto?

Quando la gravidanza non arriva e l’infertilità è confermata dalle indagini, si può iniziare a considerare l’idea di rivolgersi ai centri specializzati in riproduzione umana, che si occupano della cosiddetta Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Le tecniche di PMA si distinguono in tecniche di I livello, quando sono semplici da attuare e poco invasive, e tecniche di II e III livello, quando sono più complesse e più invasive. Generalmente, tenendo conto del quadro diagnostico individuato con gli esami precedentemente illustrati, si opera gradualmente, partendo dalle tecniche meno invasive e procedendo con quelle più complesse, solo in caso di fallimento del tentativo precedente. Qualora non si riscontrino particolari problematiche alla base dell’infertilità, il primo passo consiste nella stimolazione ormonale finalizzata a rapporti sessuali programmati: questo primo tentativo, non invasivo e generalmente più facile da accettare per i partner, rappresenta un modo per aumentare le probabilità di incontro di spermatozoi e oociti, sfruttando l’ovulazione indotta chimicamente per programmare il rapporto sessuale. Sebbene non invasivo, può essere per la coppia e per gli individui che la compongono una fonte di forte stress.

La famosa inseminazione artificiale rappresenta una tecnica di I livello: consiste nell’introdurre, dopo averli preparati adeguatamente, gli spermatozoi del partner direttamente nella cavità uterina. Questo procedimento richiede l’induzione farmacologica dell’ovulazione, per facilitare la fecondazione degli ovociti direttamente all’interno del corpo della donna. Si tratta di una tecnica poco invasiva, svolta in ambulatorio e non dolorosa.

La riproduzione in vitro con trasferimento dell’embrione (FIVET) è una tecnica di II livello, che prevede che spermatozoi e oociti vengano messi in contatto in laboratorio, in modo tale da facilitare la formazione degli embrioni, che saranno poi trasferiti nell’utero della donna. Prevede una serie di azioni terapeutiche, che vanno dalla stimolazione dell’ovulazione, al prelievo degli oociti e degli spermatozoi, al trasferimento in utero dell’embrione: si tratta di una procedura più complessa della precedente, ma tutte le fasi sono svolte a livello ambulatoriale e non provocano dolore.

Più complessa è la microiniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI), che prevede le stesse tecniche utilizzate nella FIVET, con la differenza che gli spermatozoi sono iniettati direttamente all’interno dell’oocita. È utilizzata sia in caso di fallimento della FIVET, sia in caso di gravi patologie del liquido seminale, che potrebbe rendere impossibile la penetrazione dell’oocita da parte dello spermatozoo o che non contiene spermatozoi, per cui potrebbe richiedere il prelievo di questi direttamente dalle vie seminali (MESA) o dal tessuto testicolare (TESE).

Dal momento in cui la coppia, ricevuta la diagnosi di infertilità e conosciute le cause sottostanti, decide di intraprendere un percorso di PMA, si trova a confronto con la possibilità di valutare la tecnica più adatta alle proprie esigenze, tenendo conto non solo del quadro diagnostico, ma anche dell’impegno che ogni procedura richiede in termini fisici, economici, psicologici e di tempo: ogni procedura, infatti, prevede una serie di passaggi che possono rappresentare, soprattutto per la donna, un impedimento al raggiungimento di obiettivi lavorativi o al mantenimento della carriera (McLaney, Tennen, Affleck, & Fitzgerald, 1995). Inoltre la fase pre-trattamento può essere caratterizzata da disagio psicologico sia nella donna, sia nell’uomo: alcuni studi, infatti, hanno evidenziato livelli maggiori di ansia e depressione nelle donne che stavano per sottoporsi al primo trattamento di PMA (Wisch-mann et al., 2001), con livelli di ansia maggiori rispetto alle donne che si erano già sottoposte a tecniche di PMA in precedenza (Salvatore et al., 2001), le quali però sembrano manifestare maggiormente sintomi depressivi rispetto alle precedenti (Beaurepaire et al., 1994; Oddens et al.,1999). Anche gli uomini sembrano mostrare maggiori livelli di ansia all’inizio del percorso di PMA (Fassino et al., 2002), soprattutto se alla prima esperienza.

La PMA e i suoi effetti sulla coppia

Oltre agli effetti psicologici individuali, la PMA può avere un forte impatto anche sulla relazione di coppia: secondo Schmidt (2009), scoprire l’infertilità può avere effetti positivi o, al contrario negativi sulla relazione duale, a seconda delle caratteristiche che la coppia aveva prima di scoprire il problema. Alcuni studi sembrano confermare questo paradosso, dimostrandone le conseguenze positive (Schmidt et al., 2005; Daniluk, 2001) e negative (Salvatore et al., 2001). Uno degli elementi che sembra favorire una buona accettazione della diagnosi di infertilità, sembra essere l’elevata soddisfazione nella relazione di coppia, come dimostrato dallo studio di Darwiche e colleghi (2013), che vede nella dimensione della soddisfazione coniugale un elemento predittivo del superamento della diagnosi.

Un elemento fondamentale della coppia che spesso subisce gli effetti della diagnosi di infertilità e degli interventi di PMA è la sessualità: sebbene raramente siano la causa diretta delle difficoltà di concepimento, molti studi evidenziano come le difficoltà sessuali possano essere un esito del percorso di Procreazione Medicalmente Assistita (Coëffin-Driol & Gia-mi, 2004; Piva et al., 2014; Tao et al., 2011; Wischmann, 2010; Wischmann & Thorn, 2013). Gli studi a tal proposito riportano che l’infertilità provochi problemi sessuali nel 10-60% dei casi (Moller, 2001; Boivin et al., 2001), soprattutto in termini di perdita di desiderio sessuale e di riduzione della frequenza dei rapporti. Uno dei principali problemi in questo senso è la perdita di spontaneità e piacere tipici dell’atto sessuale: questo viene trasformato nel mezzo attraverso il quale raggiungere l’obiettivo di concepire, perdendo gli aspetti di intimità e gioco che caratterizzano i rapporti prima della diagnosi di infertilità (Ohl et al., 2009; Piva et al., 2014; Wischmann et al., 2014). Moller (2001) evidenzia come il 69% degli uomini riporti un calo del desiderio, a fronte del 26% delle donne, con una popolazione maschile caratterizzata per il 17% di casi di disfunzione erettile e il 13,5% di eiaculazione precoce, ed una femminile caratterizzata per il 50% da dispareunia e il 22% difficoltà nel raggiungere l’orgasmo (Moller, 2001). Un altro studio evidenzia invece il 66% di casi di eiaculazione precoce, il 15% di disfunzioni erettili, dolore coitale nel 58% dei casi nelle donne e calo del desiderio femminile nel 28% (Jain, 2000).

Tra le donne, è stata dimostrata una maggior frequenza di difficoltà sessuali sia alla ricezione della diagnosi, sia durante i trattamenti di PMA di I livello: i problemi riscontrati riguardavano l’orgasmo, l’eccitazione, la lubrificazione e la soddisfazione sessuale; allo stesso modo, anche gli uomini mostravano difficoltà sessuali, soprattutto in relazione a desiderio e soddisfazione sessuale (Marci et al., 2012). Alcuni studi hanno anche evidenziato una relazione tra funzionamento sessuale maschile e femminile (Nelson et al., 2008; Shindel et al., 2008; Yeoh, 2014).

Alcuni studi inoltre hanno evidenziato un nesso tra infertilità e disfunzioni sessuali, con un impatto maggiore sugli uomini (Smith et al., 2009). Questi ultimi, infatti, sembrano particolarmente sotto pressione quando sottoposti a PMA: soprattutto in alcune procedure, che prevedono il prelievo dello sperma, sembrano innescarsi vissuti ansiosi, causati dal timore circa il giudizio del medico e della partner, che possono costituire un forte fattore inibente per la sessualità (Testa & Graziottin, 2006).

Il ruolo dello psicologo nella PMA: prevenzione ed intervento

Dalle problematiche psicologiche e sessuologiche che possono emergere negli individui e nelle coppie che si sottopongono a PMA, appare evidente come l’inserimento di un supporto psicologico sia auspicabile fin dalle primissime fasi dell’iter diagnostico.

Il counseling psicologico rappresenta uno strumento di intervento importante nel supporto alle coppie che si trovano ad affrontare il tema dell’infertilità (Randaccio, 2001): l’obiettivo primario del supporto psicologico sarebbe quello di individuare quali sono i fattori psicologici coinvolti nel tema dell’infertilità ed indagare la possibilità che le cause dell’infertilità stessa siano di tipo psicologico (Cecotti, 2004). Questo permetterebbe l’intervento su eventuali problematiche individuali e di coppia, configurando uno screening psicologico importante per la riuscita della PMA.

Da non sottovalutare, inoltre, la possibilità di intervenire con la psicoterapia nella misura in cui il counseling dovesse evidenziare la presenza di aspetti psicologici che interferiscono con l’obiettivo della fecondazione: oltre al forte stress legato alle procedure, le ansie legate alle fasi della PMA, il vissuto personale e di coppia dell’infertilità e la sofferenza psichica che ne deriva, possono arrivare a creare un vero e proprio ostacolo alla riuscita della procedura di inseminazione. In questo senso, il counseling si propone come strumento di screening e supporto già dalle primissime fasi, ossia dalla restituzione della diagnosi di infertilità: i vissuti emotivi e i significati personali che si accompagnano al tema dell’incapacità di concepire in maniera naturale, possono infatti costituire un terreno fertile per lo sviluppo di sofferenza psicologica e difficoltà relazionali, che interferirebbero con il benessere della coppia che si approccia alla PMA, con il rischio di ridurne le probabilità di riuscita (Visigalli, 2011).

Non da ultimo, le coppie sottoposte a PMA, come evidenziato in precedenza, possono risentire notevolmente, specie in ambito sessuologico, della presenza costante del problema dell’infertilità: l’individuazione e l’intervento sessuologico mirato, costituisce un importante strumento di salvaguardia della relazione di coppia, che altrimenti potrebbe risentire enormemente dell’ingombrante ruolo della sessualità nell’infertilità della coppia. In quest’ottica, il counseling si inserisce inizialmente come uno spazio che stimola i partners a condividere emozioni e difficoltà nella sfera sessuale, informandoli preventivamente dei rischi ad essa associati quando si intraprende l’iter di PMA: un intervento di questo tipo, oltre a normalizzare eventuali difficoltà e a facilitare la comunicazione delle stesse nella coppia, permette di proporre un intervento sessuologico mirato, che abbia come obiettivo il recupero dell’intimità di coppia (Nappi et al., 2004).

Concludendo, il ruolo dello psicologo all’interno dell’equipe dei Centri di Procreazione Medicalmente Assistita, assume un ruolo fondamentale nel preservare il benessere psicologico, relazionale e sessuale dei partners e della coppia, aumentando la probabilità che l’intervento si concluda con la gravidanza tanto desiderata e riducendo le possibilità che emergano nuove problematiche in seguito ai tentativi di procreazione, configurandosi allo stesso tempo come strumento di screening e di intervento.

 

Covid-19 e disturbo da stress post traumatico

Il Covid-19 ha portato ad una situazione mai vissuta precedentemente nella storia a causa della messa in atto di misure restrittive sulla vita personale, sociale e lavorativa degli individui. Come si relaziona tutto questo con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD)?

 

Durante il 2020 vari studiosi hanno ipotizzato che i cambiamenti nello stile di vita che il Covid-19 ha imposto possano portare nel breve o nel lungo periodo a diversi problemi di salute, come l’aumento dei livelli di stress, ansia, sintomi depressivi, insonnia, ma anche negazione, rabbia e paura (Torales et al., 2020) e, sebbene gli studi a riguardo sono ancora pochi, sono stati trovati dei dati a supporto di questa tesi. Infatti, si è rilevato che nella fase iniziale del lockdown in Cina circa un terzo delle persone intervistate ha dichiarato di aver percepito una maggior ansia (Wang et al., 2020a), riconducibile principalmente alla paura del contagio (Ahorsu et al., 2020), oltre che al timore di perdere la propria stabilità economica (Uddin et al., 2020).

Considerando inoltre che il Covid-19 ha portato ad una situazione mai vissuta precedentemente nella storia a causa della messa in atto di misure restrittive sulla vita personale, sociale e lavorativa degli individui, è stata ipotizzata una relazione con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), dal momento che l’American Psychiatric Association (2013) descrive questo come un disturbo conseguente all’esposizione ad uno o più eventi traumatici e risultante nella paura di rivivere esperienze traumatiche, in cambiamenti emotivi e comportamentali, in un umore disforico e in effetti negativi sulla cognizione.

A partire da ciò, il presente studio (Di Crosta et al., 2020) intende indagare il ruolo delle differenze individuali, della percezione della stabilità economica e dei fattori psicologici nel predire i sintomi del PTSD e a tal proposito 4121 partecipanti sono stati selezionati attraverso un questionario compilato online.

I soggetti dopo aver indicato le proprie caratteristiche sociodemografiche (genere, status lavorativo, livello di educazione, ecc), hanno risposto ad una batteria di questionari in grado di misurare la relazione tra le variabili oggetto di studio; nello specifico, la paura per il Covid-19 è stata valutata attraverso 8 items ad hoc riguardanti la paura per la propria salute o per quella dei propri cari, la stabilità economica percepita durante o prima della pandemia è stata valutata attraverso due domande ad hoc sull’argomento, i tratti di personalità secondo il modello dei Big Five (Gradevolezza/Antagonismo, Coscienziosità/Perdita di direzione, Stabilità emotiva/Nevroticismo, Estroversione/Introversione, e Apertura/Chiusura all’esperienza) sono stati misurati attraverso il Big Five Inventory 10-item (BFI-10; Rammstedt & John, 2007) e la sintomatologia conseguente ad un evento negativo vissuto è stato valutato attraverso il The Impact of Event Scale-Revised (IES-R; Christianson & Marren, 2012).

I risultati mostrano che è presente una relazione positiva significativa tra l’evento traumatico del Covid-19 e il PTSD, infatti nella fase più critica della pandemia più di un terzo dei partecipanti ha riportato sintomi del disturbo da stress post traumatico. Inoltre, i dati riportano che il genere femminile, così come bassi livelli di istruzione e alti livelli di nevroticismo sono dei fattori di rischio per l’emergere del disturbo, in linea con i precedenti studi.

Per quanto riguarda le differenze di genere, l’evidenza sostiene infatti che le donne tendono ad affrontare gli eventi negativi con maggior difficoltà rispetto agli uomini, che hanno strategie di coping più adattive e funzionali (Zhou et al., 2013). Per quanto riguarda l’istruzione, i dati sostengono che il livello socio-economico così come l’educazione influiscono sul tipo di strategie e risorse individuali messe in atto per affrontare una situazione gravosa (Tang et al., 2017). Per quanto riguarda i tratti di personalità, infine, i dati sostengono che il nevroticismo porta l’individuo a rispondere agli eventi stressanti con emozioni più forti, sperimentando maggiormente ansia e depressione (Suls & Martin, 2005).

In conclusione, è necessario sottolineare come l’emergenza sanitaria sia collegata all’emergenza psicologica e che interventi di supporto psicologico, la pratica dell’EMDR e quella della mindfulness possono essere utili per affrontare e superare le emozioni negative associate all’evento traumatico.

 

Crescere. Teoria e pratica della psicosintesi (2020) di Pietro Ferrucci – Recensione del libro

In noi coesistono diverse subpersonalità, possiamo essere genitori, lavoratori, sportivi, amici, guardare agli altri, al mondo e a noi stessi in modo diverso. La psicosintesi favorisce livelli di coscienza superiori, per far sì che non ci imprigioni, ma utilizzarla in modo flessibile nei suoi aspetti funzionali, affrontando un processo di disidentificazione.

 

Crescere è un volume in cui sono illustrati i principi della psicosintesi sviluppata da Roberto Assagioli. L’autore Pietro Ferrucci, suo allievo, ne traccia gli aspetti fondamentali utilizzando una strutturazione che si articola in tre parti: definizione teorica del modello e dei concetti principali, illustrazione degli esercizi che sono utilizzati nel lavoro terapeutico ed esemplificazioni cliniche.

La psicosintesi si basa su una visione comprensiva dell’uomo. Affronta gli aspetti essenziali dell’esistenza umana. Evoca l’interezza per salire ad un livello superiore d’integrazione secondo una concezione pragmatica della psicologia che favorisce una pratica costante. Tuttavia, prende atto della complessità della condizione umana e non fornisce alcuna ricetta universale.

La psiche può essere rappresentata da una mappa dove sono presenti diversi spazi: l’inconscio inferiore, l’inconscio medio, il superconscio, inoltre è presente il campo della coscienza, l’io o sé personale, l’io o sé transpersonale e l’inconscio collettivo. Dall’inconscio inferiore, la parte più antica, all’inconscio superiore si esplica lo sviluppo evolutivo della persona. Tra i vari livelli vi è un’interazione continua e chi conosce tutti i livelli è il Sé. In una personalità integrata, il sé, mediante l’azione della volontà, è in grado di coordinare le varie funzioni dell’organismo psicofisico.

Siamo un miscuglio di elementi mutevoli e contrastanti, non siamo un’entità monolitica e immutabile. In noi coesistono diverse subpersonalità, possiamo essere genitori, lavoratori, sportivi, amici, guardare agli altri, al mondo e a noi stessi in modo diverso a seconda delle diverse subpersonalità. Proprio per conoscere ed esplorare queste subpersonalità sono presentati alcuni esercizi d’immaginazione. Favorire livelli di coscienza superiori significa per la psicosintesi avviare un processo di disidentificazione che consiste nel liberarsi dall’illusione della subpersonalità, non fargli assumere il pieno controllo, far sì che non ci imprigioni, ma utilizzarla in modo flessibile nei suoi aspetti funzionali, per ritornare al vero sé.

Il sé è la nostra essenza, il centro unificatore, l’unica parte di noi che rimane sempre uguale a sé stessa. Il sé è coscienza allo stato puro. La coscienza ha una sua funzione autonoma e volontaria, spesso prende la forma di ciò con cui viene in contatto (identificazione: sono contento e ho coscienza di esserlo), ma può staccarsi dai contenuti (disedintificazione: io non sono la mia emozione, il mio pensiero, ecc.) concependosi come priva di contenuti (autoidentificazione: io sono. Sono cosciente di essere pura possibilità).

Per disidentificarsi la psicosintesi propone di osservare sensazioni, emozioni, pensieri, senza giudicarli o cambiarli, senza interferire. Ritroviamo in questa impostazione delle similitudini marcate con approcci di terza onda del cognitivismo (defusione, mindfulness, detached mindfulness, training attentivo, accettazione, commitment e lavoro terapeutico).

Per Assagioli la nostra identità vera è il Sé spirituale o transpersonale che si manifesta attraverso il supercosciente che è la sorgente degli stati di illuminazione, creatività, intuizione, ecc. Queste esperienze transpersonali sono state chiamate in diverso modo anche da altri autori: religiose in una accezione ampia (James), oceaniche (Freud), numinose (Otto), peak experience (Jung) e di recente studiate con metodiche di neuroimmagine che rendono conto di fenomeni di espansione della coscienza.

Di fondamentale importanza per la crescita a cui aspira ogni essere umano è la comprensione del significato della propria vita e dell’universo. La consapevolezza, però non è sufficiente, l’esercizio è necessario per conseguire una certa padronanza sui processi psichici e potenziare le funzioni mentali. Il metodo proposto è l’utilizzo dell’immaginazione con evocazioni tattili, olfattive, uditive, cinestetiche, del gusto.

Molti esercizi di visualizzazione immaginativa sono presentati nel volume.

Alcuni esempi illustrano concretamente il lavoro che va svolto per liberare livelli di coscienza superiore:

Immaginare un numero sulla lavagna e tenerlo fermo per un paio di minuti senza pensare ad altro, una penna che scrive lentamente il proprio nome; varie forme colorate (triangolo blu; cerchio giallo).

Altri esercizi prevedono di concentrarsi su un simbolo tra quelli presentati (la crisalide, la nave, il cielo, la quercia, il fiume, il fuoco, il  sole, il suono, la freccia , la fonte, il diamante, il ciclo del grano, la villa) e visualizzarlo il più vividamente possibile. Praticamente l’essenza del lavoro terapeutico si basa sul principio che immaginare una possibilità la rende più facile da realizzare.

Queste tecniche favoriscono, in sostanza, l’irrompere di un flusso straordinario di intuizioni, immagini, sensazioni e sentimenti di grande intensità e bellezza. Si entra in contatto con il superconscio. Come sia possibile e come si determini uno stato del genere, un Sé transpersonale, un Sé come puro essere, è tutto ancora da scoprire e l’autore si limita a evidenziare che le esperienze transpersonali sono un fatto documentato (un’appendice del libro La psicosintesi vista alla luce delle neuroscienze riporta i risultati di alcuni studi e ricerche che sembrerebbero validare i principi del modello) e potrebbero essere la manifestazione primordiale della prossima tappa della nostra evoluzione che ci spingerà verso una coscienza di ordine superiore.

Alcuni concetti che sono al centro della riflessione dell’autore mi sono particolarmente familiari perché ho avuto modo di trattarli in un volume curato con Roberto Lorenzini per Franco Angeli dal titolo Dal malessere al benessere dove si metteva in evidenza l’importanza, per migliorare il benessere personale e percepire una sensazione di pienezza esistenziale, della soddisfazione del bisogno di significato e di relazionalità correlati a una dimensione di trascendenza, consapevolezza e accettazione. Una visione eudemonica del well-being soggettivo che ha molte analogie con il percorso tracciato da Ferrucci.

Le quasi trecento pagine del volume Crescere illustrano in maniera chiara e con molte esemplificazioni i fondamenti della psicosintesi.

L’approccio non nasconde tra le righe un obiettivo che molti psicoterapeuti di diverse scuole hanno ben presente, quello di mettere a punto un modello integrato di psicoterapia, condiviso e validato scientificamente che non si avvalga di aggettivazioni.

Molte assonanze con concetti proposti da altri modelli sono presenti nel volume e lo stesso autore indica le influenze che hanno esercitato da una parte la psicoanalisi, dall’altra l’approccio umanistico e secondo noi anche un certo cognitivismo di ultima generazione sulla psicosintesi, ma la strada da percorrere per una eventuale integrazione è molto lunga, forse prima o poi arriveremo alla meta, anche se purtroppo noi non ci saremo.

 

Sensazione globus: la psicologia in supporto alla deglutizione

I pazienti che sperimentano la sensazione globus, nel momento in cui devono assumere una pillola di piccole o grandi dimensioni, avvertono un’oppressione alla gola, non correlata a una condizione fisica esterna, ma a una sensazione di paura o terrore.

 

Non è sempre vero che “con un po’ di zucchero la pillola va giù”. E’ comune, infatti, in adulti e bambini la presenza di oggettive difficoltà nell’assunzione di pillole di piccole e grandi dimensioni, a danno dell’aderenza terapeutica o dell’intera cura. Tale difficoltà, non è sempre legata a condizioni fisico-strutturali, come nel caso della disfagia oro-faringea (Modena & Pellecchia, 2010), ma anche a condizioni derivanti dalla paura di soffocamento, come nella condizione della “sensazione globus” (Deary & Wilson, 1994). Nella suddetta condizione, i pazienti sperimentano oppressione alla gola non correlata a una condizione fisica esterna, ma a una sensazione di paura o terrore. La sensazione è quella di una gola che si stringe alla sola anticipazione di assunzione della pillola.

Non è da sottovalutare, infatti, questa difficoltà in pazienti che devono assumere una terapia farmacologica cronicamente. Invero, nonostante i “trucchetti” derivanti dal senso comune, quando si devono assumere ogni giorno delle pillole per curare una malattia cronica, è possibile notare che l’assunzione di queste ultime provoca nausea, conati o sensazione di soffocamento (Puhakka, Lehtinen Aalto, 1976). Non essendo sempre possibile ridurre le pillole in polvere, la sensazione globus diventa una condizione permanente, soprattutto se non si comprende la causa alla base e l’unicità del paziente. In una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Medicine, i ricercatori dell’Università di Heidelberg, in Germania, hanno sperimentato due tecniche che migliorano la capacità di assumere le pillole sia nelle persone sane che nei pazienti con difficoltà di deglutizione (Schiele et al., 2014).

Allo studio hanno partecipato 151 persone tra i 18 e i 65 anni, tra i quali, circa la metà con difficoltà di deglutizione (gruppo sperimentale). Ai partecipanti è stato chiesto di assumere un placebo in 16 diversi formati (capsule, pastiglie rotonde, pastiglie ovali o allungate…) e di quantificare per ciascun formato la facilità di deglutizione attraverso una scala Likert a 8 punti:

  • 0 = molto facile;
  • 7 = molto difficile da deglutire.

Successivamente, ai partecipanti è stato chiesto di assumere nuovamente il placebo nei formati più difficili da deglutire applicando due tecniche diverse, teorizzate dagli stessi autori. Le due tecniche hanno costituito due condizioni sperimentali:

  1. la condizione “pop-bottle”, in cui la compressa viene ingoiata con acqua, inclinando la testa all’indietro: la compressa viene messa sulla lingua e le labbra si stringono intorno all’apertura della bottiglia per evitare l’aspirazione di aria;
  2. la condizione “lean-forward”, che prevede l’assunzione di capsule senza l’aiuto di acqua e con la testa piegata in avanti.

I partecipanti hanno trovato entrambe le tecniche utili per deglutire più facilmente le pillole di placebo. In particolare, dai risultati è emerso che il 59,7% dei partecipanti ha rilevato che la tecnica “pop-bottle” migliorava la deglutizione delle compresse, mentre l’88,6% preferiva la tecnica “lean-forward” per assumere le capsule.

Secondo gli autori, quindi, l’adozione di queste tecniche, purché sotto controllo di una equipe multidisciplinare, può facilitare la corretta assunzione delle pillole nelle persone con disfagia e sensazione di globus, a fianco di una terapia con un logopedista e dell’adozione di acqua gelificata o addensanti che facilitano la deglutizione. L’acqua gelificata e le sostanze addensanti, infatti, hanno un ampio uso ed utilità nella pratica clinica e domestica perché aiutano a mantenere l’idratazione e l’aderenza ai trattamenti farmacologici nelle persone con difficoltà di deglutizione, per una migliore accettazione, da parte dei pazienti, della compressa.

Necessario, in entrambe le situazioni (funzionali e strutturali), l’intervento dello psicologo in unione alle diverse figure professionali, come il medico e il logopedista. Infatti, per raggiungere il benessere del paziente, è necessaria la comprensione di questa difficoltà. Soprattutto nella condizione della sensazione globus, la pillola è spesso considerata come “corpo estraneo”. E’ compito dello psicologo, infatti, indagare il significato unico che la persona attribuisce a quel corpo estraneo e che la pone in una condizione di allarme.

 

Curcuma e diabete: un aiuto contro ansia e depressione?

I pazienti con diabete hanno quasi il doppio delle probabilità di soffrire di ansia, depressione e stress rispetto alla popolazione normale (Collins et al., 2009).

 

Nei pazienti diabetici la depressione e l’ansia sono associate con neuropatia diabetica periferica (DPN). E’ stato dimostrato che la presenza di depressione e ansia aumenta il dolore e impatta negativamente sul trattamento dei pazienti con DPN (Jain et al., 2011).

Poco si sa circa l’efficacia della farmacoterapia antidepressiva nei pazienti con diabete; inoltre, inevitabili effetti collaterali contribuiscono spesso all’interruzione precoce dell’intervento psicofarmacologico sulla depressione (Katon, 2003). Pertanto la ricerca sulla medicina erboristica tradizionale per lo sviluppo di cure antidepressive è sempre più giustificata.

La curcuma ha mostrato una potenziale attività antidepressiva in alcuni studi condotti negli ultimi anni (Esmaily et al., 2015; Lopresti et al., 2014; Panahi et al., 2015).

Un recente studio controllato (Asadi et al., 2019) ha voluto indagare l’efficacia della somministrazione di una dose di curcuma su depressione, ansia e stress in pazienti con polineuropatia diabetica. Ottanta pazienti con diabete sono stati reclutati in questo studio clinico parallelo e a doppio cieco. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a un gruppo sperimentale (n = 40) e di controllo (n = 40), ricevendo rispettivamente 80 mg di curcuma e capsule di placebo al giorno per 8 settimane.

Prima e dopo l’intervento sono state valutate le misure antropometriche, l’assunzione della dieta, l’attività fisica, gli indici glicemici e la gravità della neuropatia. La depressione, l’ansia e il livello di stress sono stati misurati con la Depression, Anxiety, Stress Scale (DASS; Parkitny & McAuley, 2010) all’inizio e alla fine dell’intervento.

Dai risultati della ricerca è emerso che, dopo l’intervento, si è verificata una significativa riduzione del punteggio medio relativo ai sintomi depressivi nel gruppo che aveva assunto la curcuma rispetto al gruppo placebo. Inoltre, è stata riscontrata una diminuzione significativa del punteggio medio di ansia sempre nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo placebo.

Non sono state presenti invece differenze significative tra i due gruppi per quanto riguarda le variazioni sul punteggio relativo allo stress.

Questi risultati suggeriscono che l’integrazione di curcuma per 8 settimane è stata efficace nel ridurre i sintomi depressivi e i punteggi legati all’ansia nei pazienti con polineuropatia diabetica e incoraggiano la ricerca scientifica alla valutazione di questi metodi alternativi alla farmacoterapia tradizionale.

 

Accompagnamento alla gravidanza e sostegno alla genitorialità – VIDEO del secondo incontro

Scuola Cognitiva di Firenze, in associazione con Studi Cognitivi, ha presentato un percorso divulgativo online in due appuntamenti rivolto a futuri genitori e genitori per aiutarli ad approfondire la conoscenza del proprio mondo emotivo e cognitivo e di quello dei propri figli. Pubblichiamo il video del secondo incontro.

 

La gravidanza e il divenire genitori portano con sé una serie di cambiamenti nella vita individuale e di coppia: la costruzione dei ruoli e dell’identità di madre e di padre, la ridefinizione del rapporto di coppia, le emozioni e i vissuti psicologici associati al divenire genitori, l’instaurarsi di una prima relazione con il bambino.

I due incontri, organizzati da Scuola Cognitiva di Firenze, sono stati pensati con l’intento di offrire un percorso di informazione e di crescita personale per genitori e futuri genitori, percorso che potesse accompagnarli e sostenerli nell’attesa e nella conoscenza del proprio bambino con maggior consapevolezza, serenità e naturalezza.

Per i nostri lettori pubblichiamo il video del secondo appuntamento, condotto dalle dott.sse Elisa Moretti e Stefania Righini. Tema dell’incontro è lo stile di attaccamento genitoriale e la sua influenza nella relazione con i propri figli.

 

 

ACCOMPAGNAMENTO ALLA GRAVIDANZA E SOSTEGNO ALLA GENITORIALITÀ

Guarda il video integrale del secondo incontro:

 

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Monogamia e tradimenti: paradigmi mutevoli nel tempo – Una serie di Roberto Lorenzini

Oggi pubblichiamo il sesto lavoro della serie di Roberto Lorenzini, dedicata al tema della monogamia e delle sue implicazioni psicologiche, affettive, relazionali e, perché no, sessuali. Lorenzini propone una tesi forte: la monogamia non funziona. E prosegue il suo racconto esplorando le vicissitudini dei paradigmi dell’accoppiamento umano.

MONOGAMIA E TRADIMENTI – (Nr. 6) Paradigmi mutevoli nel tempo

 

 Fino alla metà del ‘900 il tema dell’amore e della sessualità ha avuto come paradigma di riferimento la coppia eterosessuale stabile. Tutto il resto dell’esperienza sessuale ed amorosa, che pure è sempre esistito, quanto e più di oggi, veniva descritto come uno scostamento da questa tendenza mediana considerata il golden standard quantunque probabilmente non sia mai stata effettivamente la moda in senso statistico. A questi scostamenti si associavano forti emozioni negative come la colpa e la vergogna che tendevano ad estinguerli ed altre positive come il brivido del proibito e l’orgoglio adrenergico della trasgressione che li rinforzavano. Con la rivoluzione informatica e l’avvento del web la circolazione delle informazioni e la contaminazione dei modelli culturali si è fatta rapidissima e contemporaneamente si sono moltiplicate le occasioni di comunicazione e di incontro. Tutto ciò ha modificato radicalmente i modelli di legame affettivo sessuale per comprendere i quali si deve rinunciare a ridurli a variazioni o perversioni dell’antico golden standard. Proviamo a descrivere possibili scenari della sessualità e affettività attuale e del futuro, senza pretesa di essere esaustivi essendo infinite le possibilità della creatività umana e sospendendo il giudizio che poi ciascuno per sé dovrà esercitare per scegliere cosa più si addice al proprio modo di stare al mondo rifuggendo sia dal bias del primato della tradizione che dal suo opposto che attribuisce positività a tutto ciò che è nuovo.

Gli amanti sono sempre esistiti (Carotenuto, 2017; Cortese, 2014) e sono abbondantemente rappresentati nella letteratura di tutto il mondo. Il legame tra amanti è del tutto simile a quello matrimoniale, non si limita all’attività sessuale e può durare per tutta l’esistenza. Ricca è l’aneddotica circa l’incontro di numerose vedove che si ignoravano intorno alla salma o alle disposizioni testamentarie di ‘Lui’ (meno frequente l’incontro di due vedovi per la premorienza degli uomini). A volte si strutturano vere e proprie famiglie parallele con figli e nipoti che sono a conoscenza gli uni degli altri e possono anche avere buoni rapporti fin quando gli interessi ereditari non li separano. Per rimanere in Italia sono molto noti alcuni casi nel mondo dello spettacolo del ‘900. E’ più facile che ciò si realizzi intorno ad una persona molto ricca e/o molto potente.

Altrettanto antica è la cosiddetta ‘scappatella’, o, nella sua forma contratta, ‘una botta e via’ in cui è invece proprio l’aspetto sessuale ad essere decisivo. E’ meglio tollerata nell’uomo che nelle donne.

Più recente è il concetto di ‘trombamicizia’ che, come indica il nome, unisce all’asse portante dell’amicizia la possibilità di rapporti sessuali sporadici e senza obbligo di esclusività. I due sono e restano amici e si sostengono nelle rispettive ricerche di partner ma talvolta si consolano reciprocamente come proponeva Lucio Battisti in ‘Una donna per amico’.

Se questi sono i format tradizionali, per avere un idea di ciò che succede oggi è sufficiente tener conto di tre fattori acceleratori: la presenza del web che amplia i confini e velocizza i contatti recuperando al mercato globale, grazie all’anonimato, tutti i timidi; la moltiplicazione delle possibilità data dalla legittimazione dell’omosessualità e della bisessualità; l’arretramento relativistico di ogni morale fino all’ultimo (comunque insidiato dalle associazioni per i diritti dei pedofili) baluardo della consensualità tra adulti, in nome della propria autorealizzazione e del piacere.

Tutto ciò capita che ci piaccia o no. Non è né un bene né un male, ma possiamo vederlo come una occasione per essere ancora più umani esercitando il libero arbitrio al di là di chiese di ogni tipo e morali preconfezionate. La libertà impone un delta aggiuntivo di coscienza (Bateson 1969).

 

La gravidanza nelle pazienti psichiatriche

Data la difficoltà degli studi nello stabilire se la gravidanza possa o meno giovare alle donne che hanno sofferto o soffrono di disturbi psichici, le attuali linee guida propendono per una programmazione ad hoc della gestazione. 

Francesca Falco – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Introduzione

L’inizio della gestazione si caratterizza, oltre che per un importante cambiamento nello stile di vita e nella forma del corpo, per un enorme cambiamento dell’assetto ormonale, il quale influisce sull’umore della donna, che gradualmente dovrà imparare a gestire la nuova produzione di ormoni. Se per una donna che non ha mai avuto esordi psicopatologici questo rappresenta un momento di difficoltà, che richiede pazienza e utilizzo di risorse per adattarsi ai molteplici cambiamenti della gestazione, per le donne che hanno avuto precedenti difficoltà psichiatriche, questo può rappresentare un’enorme sfida. Questi cambiamenti, infatti, da una parte possono causare una parziale o totale inefficacia della terapia farmacologica, che va rivista e modificata, dall’altra possono incidere sull’umore e sul comportamento della gestante, causando a volte notevoli difficoltà.

Gli studi sulla gravidanza attualmente non hanno ancora permesso di comprendere se questa fase della vita possa rappresentare un fattore protettivo verso esordi o recidive psicopatologici, o se, al contrario, possa rappresentare un fattore di rischio: mentre alcuni riportano un’attenuazione delle difficoltà legate a precedenti psicopatologie, altri evidenziano la loro esacerbazione, nuovi esordi o recidive di precedenti disturbi. L’azione protettiva o esacerbante della gravidanza sembra essere legata ad una molteplicità di elementi: storia di vita, tratti di personalità, status sociale ed economico, numero di gravidanze precedenti, possono intervenire nella prognosi psichica della gestante, sia in termini positivi, sia negativi.

Data la difficoltà degli studi in tal proposito nello stabilire se la gravidanza possa o meno giovare alle donne che hanno sofferto o soffrono di disturbi psichici, le attuali linee guida propendono per una programmazione ad hoc della gestazione. Tale spazio di manovra presenta una serie di vantaggi importanti nella tutela della salute fisica e psicologica di mamma e bambino: in accordo con il clinico, infatti, le pazienti possono rimodulare in anticipo la terapia farmacologica o sospenderla, se il quadro clinico della paziente lo permette, in favore della sola psicoterapia, riducendo il più possibile gli effetti dannosi che gli psicofarmaci potrebbero avere sul feto, senza incidere negativamente sull’equilibrio psichico della gestante (Cartabellotta et al., 2015).

Non è ancora chiaro quindi se la gravidanza sia effettivamente un pericolo per le donne che hanno precedentemente sofferto di disturbi psichiatrici o se, al contrario, sia un fattore protettivo, ma si è reso necessario individuare le strategie necessarie a permettere loro di vivere la maternità e, prima di essa, la gravidanza, con il maggior grado di sicurezza possibile, al fine di garantire loro il diritto alla maternità, senza rischiare che sia il bambino a pagarne il prezzo.

Effetti della gestazione sulla paziente psichiatrica: rischi peri- e post-natali

Come indicato dalle linee guida, essere affette da psicopatologia implica che la gravidanza debba essere attentamente programmata per ridurre al minimo il rischio di recidiva, peggioramento sintomatologico o, in caso di terapia farmacologica, effetti dannosi su feto e madre.

Ma cosa accade ad una gestante che, prima della gravidanza, aveva disturbi psichici?

I principali disturbi psichici analizzati dalla letteratura nel periodo gravidico sono i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, il disturbo bipolare, i disturbi alimentari e la schizofrenia.

I disturbi d’ansia sono i più diffusi tra le gestanti, ma anche i meno individuati dai clinici: spesso è difficile diagnosticare un peggioramento della sintomatologia o un nuovo esordio in gravidanza, poiché la tendenza dei clinici che circondano la gestante è quella di attribuire la preoccupazione ad una normale condizione di cambiamento della donna. La fisiologica preoccupazione, però, è ben distante dalla preoccupazione patologica, che invece può essere fonte di forte stress per la donna in attesa. Prendendo in analisi il Disturbo di Panico, molti studi sembrano dimostrare che la gestazione abbia effetti molto diversi a seconda di come si presentava la sintomatologia prima della gravidanza: secondo Cohen e colleghi (1996) i sintomi tendono a migliorare quando la precedente sintomatologia era lieve, mentre tendono a peggiorare se prima della gravidanza la donna presentava sintomi più severi. Questo aspetto potrebbe essere influenzato anche dalla produzione ormonale tipica della gravidanza che, con l’aumento di estradiolo e progesterone, produce un effetto ansiolitico; tali livelli ormonali subiscono un crollo circa 4 o 5 giorni dopo il parto, aumentando la possibilità di un peggioramento repentino nel post partum (Cohen et al., 1994; Klein et al., 1994; Reddy et al., 2005). Come per il Disturbo di Panico, anche per il Disturbo d’Ansia Generalizzato, la produzione di estradiolo e progesterone sembra proteggere le donne da una possibile esacerbazione della sintomatologia, sebbene possano persistere pensieri di tipo ansioso, con la sola eccezione di sintomi come ipoventilazione e tachicardia, che possono peggiorare in gravidanza, soprattutto in risposta ai cambiamenti corporei (Cowley, 1989). Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, invece, sembra essere messo a dura prova dalla gestazione: secondo Neziroglu e colleghi, la sintomatologia sicuramente peggiora, andando a interferire, in base al tipo di comportamento messo in atto in risposta all’ossessione, con il decorso della gravidanza (Neziroglu et al., 1992).

Anche per i disturbi dell’umore, il corretto inquadramento diagnostico è più complesso durante la gestazione: alcuni segni tipici della depressione, come astenia, cambiamenti di peso o difficoltà legate al ciclo del sonno, possono essere erroneamente confusi con segni tipici della gravidanza. In realtà, il tasso di depressione in gravidanza mostra una prevalenza del 7% al primo trimestre, 12,8% al secondo e 12% al terzo (Bennet et al., 2004); tra i fattori di rischio, uno dei più importanti consiste proprio nell’avere una precedente storia di episodi depressivi e/o di depressione post natale (Ryan, Milis, Misri, 2005). Un aspetto interessante riguarda il fatto che la depressione prenatale e quella postnatale sembrano mostrare configurazioni tipiche, che permettono di porre l’accento su differenti aspetti sintomatologici in base alla fase in cui si trova la donna: Kammerer e colleghi (2006) hanno individuato sintomi tipici della depressione melanconica nel periodo della gravidanza, con insonnia, iporessia e scarsa reattività del tono dell’umore, associata ad aumento dei livelli di cortisolo, mentre la depressione postnatale sembra più simile alla depressione atipica, con ipersonnia, labilità emotiva e iperfagia, associata ad una riduzione dei livelli di cortisolo (Kammerer, Taylor, Glover, 2006).

Episodi depressivi, inoltre, sembrano manifestarsi durante la gravidanza similmente a quanto avviene normalmente (APA, 2013), con la peculiarità di riportare contenuti ed eventuali deliri alla dimensione materna, al futuro accudimento del bambino, all’insicurezza circa il diventare madre (Giardinelli et al., 2008). Da non sottovalutare, inoltre, il rischio che caratterizza le gestanti che hanno scelto di interrompere il trattamento farmacologico per programmare il concepimento: secondo uno studio di Cohen e collaboratori (Cohen et al., 2006), infatti, nel 68% dei casi, queste donne vanno incontro a ricadute durante la gravidanza, soprattutto nel primo trimestre.

Per quanto riguarda il disturbo bipolare, la letteratura sembra avere pareri contrastanti circa il suo miglioramento o, al contrario, peggioramento, durante la gestazione (Freeman, Gelenberg, 2005). Ciò che invece appare evidente è la necessità di non interrompere la terapia autonomamente: secondo lo studio di Viguera e colleghi (Viguera et al., 2007), le donne che sospendono bruscamente la terapia a base di stabilizzatori dell’umore, presentano il doppio delle possibilità di ricadute rispetto alle donne che proseguono la terapia. D’altro canto, considerando le possibili interferenze sullo sviluppo del feto, l’ideale sarebbe poter optare per una sospensione graduale della terapia nel primo trimestre di gravidanza, soluzione adottabile per quelle donne che hanno avuto lunghi periodi di remissione della sintomatologia prima del concepimento.

Nelle donne affette da schizofrenia, spesso la gravidanza non è programmata, ma è piuttosto frutto di comportamenti sregolati, basse condizioni socioeconomiche, tendenza all’impulsività o promiscuità. In queste donne, il rischio maggiore è imputabile all’imprevedibilità dell’impatto che la gestazione può avere sulle loro condizioni psichiche (Howard, 2005): comportamenti disregolati, abuso di alcol e fumo, carenza di cure prenatali, scarsità di igiene personale sono solo alcune delle manifestazioni che potrebbero emergere durante la gestazione. Il periodo puerperale, inoltre, rappresenta un ulteriore momento delicato, che può vedere l’esacerbarsi dei deliri e dei comportamenti disorganizzati (Chandra et al., 2006). Tuttavia, la letteratura evidenzia come la maternità possa provocare un miglioramento sulla salute psichica della donna, che vede modificare il proprio status all’interno della famiglia, ridurre lo stigma sociale e generalmente ottenere un allargamento della propria rete di supporto, aspetti che migliorano lo stato della paziente (Craig & Abel, 2001). Tutto questo impone un’attenzione particolare verso le donne schizofreniche, sia nel periodo prenatale, sia in quello puerperale, con interventi diretti e specifici che tutelino la salute di madre e figlio.

In donne con storia di disturbi alimentari, la gravidanza rappresenta un momento di notevole difficoltà, in cui ci si confronta con quegli aspetti che hanno rappresentato il nucleo di un periodo difficile: l’aumento di peso, il cambiamento della forma del proprio corpo, il nuovo ruolo sociale e il cambiamento della relazione con le proprie figure genitoriali. Tutto questo può riaccendere il disturbo, portando a nuove condotte restrittive e di eliminazione (Mitchell, Bulik, 2006) che possono provocare l’aborto, o determinare basso peso alla nascita, prematurità e necessità di ricorrere al parto cesareo (Crow et al., 2004). Un’attenzione particolare è necessaria nelle donne che hanno ottenuto un miglioramento o una remissione della sintomatologia nel periodo gestazionale: per queste donne, il periodo del puerperio, potrebbe rappresentare un momento di recidiva importante, per la fretta di recuperare il corpo e il peso desiderati (Lacey, Smith, 1987).

La gravidanza rappresenta di per sé un importante fattore di stress, che come tale può rappresentare un importante fattore eziologico nello sviluppo di disturbi psichici in donne che presentano aspetti di vulnerabilità. L’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), tipicamente iperattivata in condizioni di stress, può avere importanti effetti sullo sviluppo del feto e può indurre un parto prematuro (Glover, O’Connor, 2002; Kurki et al., 2000); condizioni di depressione o ansia, tipicamente le più frequentemente riscontrate durante la gestazione, possono attivare l’asse HPA, producendo le conseguenze tipiche dello stress prolungato (Brockington, Macdonald, Wainscott, 2006).

Da non sottovalutare è anche il concetto di Attaccamento Prenatale (APN), che si riferisce allo sviluppo di un legame basato sul concetto di accudimento della madre verso il bambino che nascerà: questo aspetto, che costituisce una primordiale forma di relazione tra madre e bambino, è considerata prognostica del rapporto che i due avranno dopo il parto. Oltre a costituire un importante indicatore per lo sviluppo della relazione nel post partum, fornisce anche indicazioni circa la capacità di prendersi cura del bambino e la sua sensibilità nell’interazione (Della Vedova, 2005). L’APN sembra evolversi e crescere con l’aumentare dell’età gestazionale: potendo vedere il proprio bambino crescere attraverso le ecografie prenatali e potendolo man mano sentire sempre più presente nel proprio ventre, le future mamme sembrano investire sempre di più emotivamente nel bambino (Barone, 2014; Della Vedova, 2008). Recenti studi hanno indagato la possibilità che tale costrutto possa essere influenzato da aspetti più prettamente clinici, come ansia o depressione. In particolare, si è visto che, mentre i sintomi depressivi possono interferire con l’intensità dell’APN (Barone, 2014), l’ansia, soprattutto in casi di sintomatologia severa, può determinare una tendenza alla distrazione della madre rispetto ai bisogni del proprio bambino (Hopkins, 2018). Un aspetto importante dell’Attaccamento Prenatale è la possibilità di utilizzarlo, tra gli altri, come parametro per individuare precocemente quelle situazioni in cui si ha un maggiore rischio di stress genitoriale (Mazzeschi, 2015) o di sviluppo di depressione post partum (Alhusen, 2013), potendo così intervenire precocemente sulla madre e sulla coppia.

È importante inoltre ricordare che il periodo della gestazione di per sé è caratterizzato da una serie di indicazioni cliniche che scandiscono il periodo della gestazione in maniera continua e regolare: vitamine, integratori, visite di monitoraggio, screening prenatali e analisi di vario tipo, diventano una routine nella donna in attesa. Questo aspetto, che di per sé può rappresentare un elemento di stress, potrebbe diventare ancora più gravoso in quelle donne che devono sottoporsi a psicoterapia o che, continuando ad assumere psicofarmaci, devono essere monitorate costantemente. Tutto questo potrebbe, oltre che causare stress, influire sulla compliance terapeutica, portando la donna a saltare le sedute o a dimenticare o rifiutare il farmaco. Una buona psicoeducazione e un costante supporto psicologico sono fondamentali nel monitorare la salute della donna e mantenere un buon grado di compliance nelle terapie.

Possibili conseguenze della terapia farmacologica

Non sempre è possibile, per la donna che pianifica una gravidanza, abbandonare del tutto la terapia farmacologica: come tutelare allo stesso tempo la salute psichica della paziente e quella del nascituro? Dato che la maggior parte degli psicofarmaci ha la capacità di interferire, anche gravemente, sullo sviluppo del feto, la terapia farmacologica dev’essere attentamente rimodulata. La scelta del clinico, quindi, potrà procedere su due strade: modificare il farmaco o modificare il dosaggio.

L’elemento fondamentale da tenere in considerazione è da una parte la salute psichica della donna, dall’altra la tossicità del farmaco per il feto: il cambiamento o la sospensione della terapia, infatti, devono tener conto sia delle conseguenze dirette sulla salute di madre e bambino, sia sulle conseguenze che potrebbe comportare un peggioramento della sintomatologia materna in termini di comportamento. Se il farmaco ha la capacità di attraversare la placenta e influire sullo sviluppo del feto, è importante considerare quanto può incidere sul benessere del piccolo e, in quest’ottica, è importante tenere conto dell’età gestazionale, che fornisce indicazioni circa lo stadio di sviluppo del piccolo e, di conseguenza, le possibili implicazioni dell’assunzione di un determinato farmaco durante quel periodo della gravidanza.

In considerazione di questi elementi, gli studi dimostrano che tra gli antidepressivi, psicofarmaci notevolmente diffusi, possono avere effetti importanti sul feto: secondo una recente review (Goracci et al., 2015), gli antidepressivi possono avere effetti teratogeni e impattare negativamente sulla crescita del feto, provocando nel 30% dei casi una sindrome astinenziale nel neonato, caratterizzata da pianto frequente, tremori, difficoltà nel ciclo del sonno, ipertonicità o mioclono, tachipnea, disturbi gastrointestinali; questa sintomatologia tende a risolversi autonomamente nel 70% dei casi in circa 3-5 giorni dalla nascita (Levinson-Castiel et al., 2006; Ferreira et al., 2007). L’effetto negativo degli antidepressivi sul feto è imputabile alla capacità del farmaco di attraversare la placenta, arrivando ad essere presente nel sangue del piccolo: la concentrazione del farmaco nel sangue fetale sembra essere proporzionale a quella della madre, ad eccezione di alcune molecole. Dato l’aumentato rischio di ricadute depressive per le donne che sospendono improvvisamente la terapia farmacologica, prossimo al 70%, con conseguente scarsa adesione ai controlli di routine e alterazione dello stile di vita (Bellantuono et al., 2006), risulta fondamentale utilizzare questi dati per modificare il trattamento in favore, laddove possibile, di una molecola meno dannosa per il feto. Secondo la review citata, gli antidepressivi con maggiori effetti dannosi sembrano essere i SSRI (Goracci et al., 2015).

Le benzodizepine, comunemente associate all’uso ansiolitico, sono tra i farmaci più sconsigliati durante la gestazione: la psicoterapia si è dimostrata parimenti efficace, al punto da poterne sostituire gli effetti, soprattutto in considerazione della probabilità di provocare parto prematuro, basso peso alla nascita e difficoltà respiratorie (Yonkers, Gilstad-Hayden, Forray, Lipkind, 2017).

Per gli antipsicotici gli effetti avversi sullo sviluppo del feto sono molteplici e differenziati a seconda della molecola: tutti i farmaci appartenenti a questa categoria attraversano la barriera placentare, andando a determinare una concentrazione del farmaco nel sangue fetale. Si è visto che tutti i farmaci antipsicotici possono avere effetti teratogenici nel primo trimestre e che i neurolettici possono avere effetti dannosi sul feto anche nel secondo e terzo trimestre (Grover, Avasthi, Sharma, 2006): data la mole di dati a disposizione, nel caso in cui si ritenga necessario mantenere la terapia farmacologica, la preferenza è quella dei neurolettici tipici, che a dosaggi minimi sembrano essere quelli con il minor rischio di danni sullo sviluppo del feto (Yaeger, Smith, Altshuler, 2006).

In considerazione di tutti questi elementi, appare evidente la difficoltà del clinico nella scelta del trattamento terapeutico in un momento tanto delicato, soprattutto se la gravidanza non è stata attentamente pianificata, preparando la paziente in anticipo al periodo della gestazione e ad un eventuale cambiamento della terapia.

In quest’ottica, fondamentale è la presenza della psicoterapia, che permette sia di monitorare la donna, per scongiurare eventuali ricadute, contenendo il cambiamento e lavorando sull’accettazione dei cambiamenti in corso, sia di intervenire come sostituto o coadiuvante del farmaco, riducendo il rischio che si manifesti nuovamente il disturbo o che intervenga un nuovo episodio psichiatrico. Altro aspetto fondamentale della psicoterapia è l’intervento sulla coppia, che permette di lavorare sia in termini di preparazione alla genitorialità, sia in termini di ‘lavoro di squadra’ nel supporto alla futura madre, andando a ridurre il rischio di compromissione della compliance e, di conseguenza, di ricaduta psichiatrica.

Conclusioni

Tenendo conto dei dati che la letteratura nazionale e internazionale ha fornito, sono state messe a punto delle specifiche linee guida per l’intervento con le donne affette da psicopatologia durante la gestazione, utili per guidare la pratica clinica dei professionisti sanitari che intervengono nella cura delle donne con patologie psichiatriche nel periodo della gestazione (NICE, 2014). Le linee guida insistono su pianificazione, modificazione della terapia farmacologica con, dove possibile, abbandono del farmaco in favore della psicoterapia, screening psicologico periodico e supporto psicologico costante durante e dopo la gravidanza.

Proprio il supporto psicologico sembra essere lo strumento di elezione per la prevenzione di ricadute e di nuove psicopatologie nella gravidanza e nel puerperio e rappresenta l’unica possibilità di intervento tempestivo in caso di manifestazione di sintomi ‘sentinella’.

Il supporto, che consiste nel creare un momento di riflessione e di dialogo per mamme e papà, rappresenta anche un momento di costante psicoeducazione e di costruzione dello spazio affettivo per il bambino. Attraverso questi interventi, si aumenta nei futuri genitori la conoscenza di quanto avverrà, preparandoli ad affrontare il cambiamento, ma allo stesso tempo si permetto loro di creare gradualmente un bagaglio di capacità genitoriali che rendono maggiore la percezione di autoefficacia. Un ulteriore aspetto del supporto consiste nel riconoscimento e validazione delle emozioni che caratterizzano questo periodo, dando spazio sia a quelle positive, sia a quelle negative, e lavorando allo sviluppo delle abilità necessarie ad affrontare la nuova sfida della genitorialità. Da non sottovalutare, inoltre, la capacità di individuare, durante il supporto, situazioni a rischio, permettendo quindi l’inserimento dell’intervento terapeuti, laddove risulti necessario.

Altro importante strumento nella prevenzione e nell’intervento tempestivo, è il supporto nel puerperio: spesso concepito come prosecuzione del supporto gestazionale, sempre più spesso tale servizio accompagna le neomamme anche nel primo periodo di vita del bambino. Si tratta sia di un valido aiuto nell’esprimere ed elaborare il proprio vissuto di madre, condividendo dubbi, paure e difficoltà del nuovo ruolo di genitore, sia di un momento di monitoraggio, che consente, ancora una volta, di individuare eventuali segnali allarmanti e di intervenire su di essi prima che vadano a costituire un disturbo vero e proprio.

Perché non rispettiamo le regole? Una ricerca dell’Università La Sapienza di Roma

Con la diffusione del Covid-19 ci è stato richiesto di seguire alcune regole che fossero d’aiuto al contenimento del contagio a tutela della nostra e dell’altrui salute. In nome di un più grande bene comune, è stato chiesto alle persone di sacrificare i propri diritti personali per contribuire alla sicurezza collettiva.

 

Eppure oggi sembra che uno dei maggiori alleati di questo virus, che gli consente di continuare a diffondersi con numeri ancora considerevoli, siamo proprio noi, o meglio il comportamento di chi tra noi decide di non seguire le regole.

Sembra impossibile aver già dimenticato i morti dei mesi scorsi, la disperazione dei parenti ai quali non è stato consentito neppure di salutarli, eppure oggi c’è chi ridimensiona o addirittura nega contro ogni logica, l’effettiva portata di questa pandemia.

Oggi uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, condotto e coordinato dal Professor Guido Alessandri e pubblicato sulla rivista Frontiers of Psychology, ha indagato le caratteristiche psicologiche e i determinanti psico-sociali alla base del rispetto delle regole durante l’esplosione della pandemia del COVID-19.

A cosa servono le regole

Le regole servono a dare ordine all’ambiente che ci circonda. Rendono possibile la vita sociale, tutelano i più deboli, definiscono il rispetto anche sacrificando una parte della libertà individuale per un superiore interesse della collettività. Fare proprie le regole di un gruppo significa integrarsi, imparare a collaborare e sentirsi sicuri.

In realtà a tutti è capitato di trasgredire a qualche regola anche la si ritiene giusta. Vi siete mai trovati ad attraversare con il semaforo rosso? Eppure non esitereste ad affermare che sia un’azione sbagliata.

A questo punto si presenta un problema: in noi nasce un conflitto tra quello che riteniamo giusto e quello che effettivamente è il nostro comportamento. Come conciliare le due cose?

Per evitare sensi di colpa che ledono la nostra autostima e fanno insorgere ulteriori sensi di colpa tendiamo a giustificare i nostri comportamenti mettendo in atto un meccanismo di “disimpegno morale”, una strategia cognitiva che crea una frattura tra giudizio morale e condotta.

In particolare si vedono queste conseguenze:

  • una nuova descrizione del comportamento che, visto sotto una nuova luce, da scorretto diventa comprensibile se non addirittura appropriato;
  • una distorsione del rapporto causa – effetto;
  • una rivalutazione della vittima, che assume connotati fino a diventare responsabile della nostra condotta.

Gli studi sul disimpegno morale hanno inoltre dimostrato che essere in grado di riconoscere i propri obblighi morali e di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato non sempre comporta la volontà e la capacità di comportarsi di conseguenza.

Come si è svolta la ricerca

I dati per la ricerca sono stati raccolti nel periodo tra il 22 marzo e il 6 aprile, durante la prima fase della pandemia, su un campione di 1520 partecipanti sparsi sul territorio. Ad essi è stato sottoposto un questionario attraverso il quale dovevano dichiarare la frequenza con cui erano usciti di casa durante quel periodo e se si fossero o meno attenuti alle regole imposte dal governo.

Lo studio

Lo studio ha permesso di identificare nel disimpegno morale e nella fiducia sociale generalizzata il ruolo di predittori prossimali di comportamenti che rispettano le regole.

Le cause che hanno influenzato le scelte di comportamento sono state sostanzialmente tre:

  • il disimpegno morale ha mediato la relazione tra stabilità emotiva, narcisismo, psicopatia e allontanamento sociale, trovando giustificazioni laddove non si sono rispettate le regole;
  • il grado di fiducia nel governo ha influenzato il livello di allontanamento sociale, favorendo il non rispetto delle regole nel caso in cui la fiducia fosse carente;
  • la fiducia sociale generalizzata ha moderato l’effetto indiretto dei tratti della personalità sui comportamenti che rispettano le regole attraverso il disimpegno morale.

Quando le persone si impegnano in comportamenti che contravvengono ai loro standard personali, sperimentano generalmente un effetto negativo prodotto dallo stato di dissonanza cognitiva generato dal contrasto tra le loro azioni e i loro principi. Per contrastare questo stato emotivo negativo spiacevole e spesso insopportabile, le persone ricorrono come abbiamo visto ad una serie di strategie cognitive volte a svincolarsi dalle sanzioni morali di tale comportamento. È importante sottolineare che queste manovre non avvengono necessariamente dopo aver commesso la trasgressione, ma sono spesso anticipatrici e mirano a ridurre i sentimenti di presunta colpevolezza.

Il disimpegno morale può essere innescato in ambienti moralmente permissivi, in cui l’interesse personale dei singoli individui viene anteposto all’obbedienza ai valori della società. Più gli individui coinvolti nell’esperimento hanno percepito il restare a casa come mezzo per raggiungere un obiettivo comune perseguito collettivamente insieme a tutti gli altri concittadini, più avranno cercato di rispettarlo.

Allo stesso modo, più i cittadini avranno avuto fiducia nelle decisioni imposte dal loro governo, più si saranno impegnati nel rispettarle e più avranno considerato moralmente inaccettabile trasgredire.

I tratti di personalità

Il disimpegno morale e le fiducia sociali e politiche non sono quantità fisse possedute allo stesso modo da tutti gli individui appartenenti a un determinato contesto sociale. Studi precedenti hanno infatti dimostrato che la variazione nelle risposte degli individui al disimpegno morale può essere attribuita a differenze individuali di base nei modi di pensare, di sentire, di comportarsi, vale a dire i tratti della personalità.

Un ruolo fondamentale – spiega il Prof. Alessandrini – è giocato dalle disposizioni di base delle persone. I tratti della personalità possono determinare le scelte comportamentali influenzando la tendenza degli individui a disimpegnarsi moralmente ossia ignorare le regole senza mostrare disagio, vergogna o rimorso, arrivando a trovare una piena giustificazione delle loro azioni. Chi aveva più alto livello di disimpegno sociale ha riferito di aver violato più frequentemente le regole di isolamento o distanziamento.

A fronte delle disposizioni di base di ciascuno, il disimpegno morale, la fiducia negli altri e soprattutto nel governo sono dei potenti incentivi o disincentivi al rispetto delle regole. Rappresentano delle leve psicologiche fondamentali che nelle fasi avanzate della gestione della pandemia sempre più fanno affidamento sulle capacità di auto regolamentazione degli individui e sempre meno sulla stretta regolamentazione del loro comportamento.

In conclusione, è interessante notare che nello studio è stato scoperto che il livello di disimpegno morale mostrava una tendenza significativa ad aumentare con il passare dei giorni e ad essere negativamente associato all’aumento del numero di persone infette.

 

Effetto alone: esiste nello sport?

L’effetto alone, ben conosciuto in psicologia sociale, è stato a studiato poco nel contesto sportivo, anche se si può ipotizzare che possa essere utile per comprendere come gli appassionati di sport pensano e si comportano.

 

L’effetto alone è una distorsione cognitiva che consiste nell’applicare tratti ben conosciuti di una persona per trarre conclusioni su altre caratteristiche sconosciute. Ciò si verifica quando un’impressione globale o informazioni su un attributo saliente influenzano come gli altri attributi vengono giudicati (Hickman & Lawrence, 2010; Gräf & Unkelbach, 2016).

L’effetto alone funziona in due direzioni: da un lato, l’informazione positiva produce una valutazione positiva degli altri attributi, dall’altro lato, l’informazione negativa tende a portare a un giudizio globale piuttosto negativo (Gräf & Unkelbach, 2016).

L’effetto alone, ben conosciuto in psicologia sociale, è stato studiato poco nel contesto sportivo, anche se si può ipotizzare che possa essere utile per comprendere come gli appassionati di sport pensano e si comportano.

Uno studio recente (Nufer, 2019) ha indagato un aspetto che interessa sia la teoria che la pratica del marketing sportivo: c’è un effetto alone nello sport? Il successo sportivo o il fallimento di una squadra di calcio professionistica irradiano o addirittura eclissano altri aspetti legati o non legati allo sport e influenzano o distorcono il modo in cui il club è percepito dai suoi tifosi?

Per rispondere a queste domande sono stati intervistati 4.180 tifosi di sei squadre di calcio della prima lega di calcio tedesca – la Bundesliga – sulla percezione di successo della propria squadra del cuore e la soddisfazione in alcune aree della vita non collegate con lo sport: politica, studio/lavoro, relazione, amici, salute, società, e felicità individuale.

I risultati delle analisi confermano l’esistenza dell’effetto alone anche in ambito sportivo: è infatti presente una distorsione della percezione dei tifosi rispetto a una gamma molto diversificata di aspetti, innescata dal successo sportivo o dal fallimento della loro squadra preferita.

Se la squadra di un individuo gode infatti di successo sportivo, sia gli aspetti della vita legati allo sport che quelli non relativi allo sport sono percepiti dai tifosi come positivi. Quando le squadre ottengono dei buoni risultati sportivi, questo fa sì che i tifosi apprezzino la squadra di più in generale. D’altra parte, se la propria squadra non ha successo, ciò si traduce in una valutazione negativa che investe anche aspetti non legati alla prestazione sportiva.

I club sportivi dovrebbero essere consapevoli dell’esistenza dell’effetto alone sui loro tifosi. Infatti è nell’interesse dei club avere tifosi fedeli alla squadra, ma anche che questi abbiano un impressione complessivamente positiva della società sportiva.

Dallo studio è emerso che i tifosi hanno un’opinione uniforme e coerente sulla valutazione delle prestazioni sportive della propria squadra: in caso di fallimento sportivo della squadra, i tifosi potrebbero manifestare malcontento nei confronti della squadra. Una relazione aperta e onesta – anche nell’ammissione di colpa da parte delle società – tra il club e i gruppi di tifosi potrebbe impedire che tale situazione si verifichi. È consigliabile quindi che i club siano consapevoli del loro attuale vantaggio sportivo nella gestione delle loro comunicazioni con i loro tifosi.

 

Fame emotiva: mangiare per non “sentire”

Stress, tristezza, rabbia, noia, ansia sono solo alcune delle emozioni difficili da tollerare che tentiamo di soffocare con il cibo. Se mangiare sembra la soluzione più immediata e semplice per ‘‘non sentire’’, il rischio di rimanere intrappolati nel circolo vizioso della fame emotiva rappresenta un reale pericolo per la salute.

 

Con il termine ‘‘Fame emotiva’’ si fa riferimento all’incremento nell’introito di cibo in risposta allo stress o a stati emotivi negativi, come ansia e irritabilità (van Strien et al., 2007). La fame emotiva, nonostante preveda l’atto del mangiare, si differenzia dalla fame fisica, ossia la fame propriamente detta. La fame fisica è infatti l’invito del nostro corpo a soddisfare il bisogno fisiologico di nutrirci ed è accompagnato da alcuni segnali fisici di ‘‘richiamo’’ come il brontolio dello stomaco o i capogiri. La fame fisica è un bisogno di mangiare generalizzato che compare in maniera graduale e non richiede un soddisfacimento immediato. La fame emotiva è un impulso urgente a mangiare e richiede la consumazione cibi specifici, i cosiddetti ‘‘comfort food’’, quei cibi ipercalorici o zuccherini che ci permettono di scaricare in fretta la tensione, senza assaporare realmente il gusto del cibo e senza sperimentare quel senso di sazietà che accompagna il soddisfacimento della fame fisica. Senso di colpa e vergogna sono sentimenti che spesso seguono gli episodi di fame emotiva e che, come in un circolo vizioso, alimentano e mantengono lo stato di stress e di malessere a cui l’individuo risponde mangiando (Alberts, Thwissen e Raes, 2012; Elfhag e Rossner 2005; Wong e Qian, 2016).

La fame emotiva si presenta in assenza di una reale fame fisica e non è in linea con i nostri bisogni fisiologici: non nasce dal corpo, ma parte direttamente dalla nostra mente.

Ma come nasce la fame emotiva?

Sembrerebbe che non siano lo stress o l’emozione negativa in quanto tali a determinare un cambiamento nel comportamento alimentare di un individuo, ma piuttosto le modalità in cui queste situazioni vengono gestite (Wiser e Telch, 1999). Se la tendenza a mangiare troppo in risposta alle emozioni negative appaia paradossale da un punto di vista biologico, la mancanza di strategie di regolazione adattiva delle emozioni negative potrebbe invece essere alla base della fame emotiva per due principali ragioni.

Innanzitutto quando sperimentiamo stress o emozioni negative a livello fisiologico il nostro corpo tende a non richiedere cibo, anzi la maggiore attività del sistema nervoso autonomo che accompagna il vissuto emozionale, determina non solo il rilascio di ormoni come le catecolamine che inibiscono l’appetito, ma anche una serie di modificazioni a livello gastroenterologico simili a quelle coinvolte nella sazietà (Schachter, Goldman e Gordon, 1968; Blair, Wing e Wald, 1991).

In secondo luogo, partendo dal presupposto che le situazioni di stress e le emozioni ad esse legate hanno la funzione di preparare l’organismo ad affrontare in maniera adattiva le richieste dell’ambiente (Lazarus e Folkman, 1984), la fame emotiva e quindi l’istinto irrefrenabile di mangiare interferirebbe con la risposta ambientale che le emozioni sollecitano negli individui. Quindi da un punto di vista funzionale, la fame emotiva appare del tutto disadattiva.

Dunque la relazione tra il mangiare e l’emozione sembrerebbe influenzata da particolari caratteristiche di un individuo e in particolare dalla regolazione appresa degli affetti negativi (Greeno e Wing, 1994; Schachter et al., 1968). Sembrerebbe che i cosiddetti ‘‘mangiatori emotivi’’ in risposta agli affetti negativi mangino quantità ingenti di cibo perché hanno imparato che questo comportamento allevia i loro stati d’animo avversivi (Spoor, Bekker, Van Strien e van Heck, 2007).

Il coping è un processo attraverso il quale un individuo cerca di gestire le richieste che sono percepite come stressanti, così come le emozioni che vengono generate (Folkman e Lazarus, 1985). Endler e Parker (1990) hanno individuato tre tipologie di coping predominanti:

  • coping orientato al compito (task-oriented coping): consiste nell’affrontare il problema in maniera diretta, ricercando attivamente soluzioni per fronteggiarlo.
  • coping orientato alle emozioni (emotion-oriented coping): consiste in abilità specifiche di regolazione delle emozioni associate al problema, controllandole o abbandonandosi ad esse (attraverso ad esempio la rassegnazione o la tendenza a sfogarsi)
  • coping orientato all’evitamento (avoidance-oriented coping): consiste nel tentativo dell’individuo di ignorare la minaccia dell’evento stressante mediante la ricerca del supporto sociale (social diversion) o ingaggiandosi in attività che lo possano distrarre dalla situazione (distraction).

Sebbene Lazarus e Folkman (1984) abbiano sostenuto che non esistono stili di coping adattivi o disadattivi a priori, ricerche postume hanno mostrato che il coping orientato al compito e all’evitamento tramite ricerca del supporto sociale siano negativamente correlati o non correlati al disagio psicologico (Endler e Parker, 1990). D’altra parte l’uso di strategie di coping orientate alle emozioni e all’evitamento tramite la distrazione sembrano essere associate a maggiore disagio psicologico (McWilliams, Cox e Enns, 2003; Turner, Larimer, Sarason e Trupin, 2005); in particolare diversi studi hanno sottolineato correlazioni positive del loro utilizzo con diete, abbuffate e comportamenti alimentari disadattivi (Ball e Lee, 2002; Freeman e Gil, 2004; Spoor et al., 2007).

Alla luce di queste considerazioni, le modalità di gestione delle situazioni di disagio sembrano giocare un ruolo importante nella manifestazione della fame emotiva. L’utilizzo di strategie adattive nella gestione delle situazioni di malessere e di stress potrebbe dunque proteggere dal cosiddetto ‘‘mangiare emotivo’’ (Tan e Chow, 2014). Il riconoscimento e l’accettazione delle emozioni (anche e soprattutto negative), la ricerca e l’apprendimento di modalità alternative per affrontare lo stress, l’ansia, la noia o la solitudine, imparando anche a contrastare il desiderio irrefrenabile di mangiare, sono passaggi fondamentali da compiere per interrompere il circolo vizioso della fame emotiva.

 

Serious game. Intervista ad Axel Fox, la sviluppatrice di Freud’s Bones. Il gioco che aiuta ad empatizzare e comprendere l’altro, in un percorso di crescita personale – Lo psicologo del futuro

Con la creazione di Freud’s Bones, Axel ha voluto omaggiare il dottor Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, quel Freud che Axel non vorrebbe mai venisse dimenticato, frainteso o le cui opere d’intelletto venissero sottratte alla sua proprietà e date in pasto a nuovi ricercatori troppo giovani per ricordarsi di lui.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 4) Serious game. Intervista ad Axel Fox, la sviluppatrice di Freud’s bones.
Il gioco che aiuta ad empatizzare e comprendere l’altro, in un percorso di crescita personale

 

Axel Fox (aka Fortuna Imperatore) è una giovane under 30 italiana, laureata in Psicologia, con un master in Antropologia Esistenziale e Filosofia, e con due anni di notti insonni da game designer autodidatta. Axel ha deciso di buttarsi nel mondo dei videogames, sviluppando il suo primo gioco: Freud’s Bones. Il suo percorso di crescita, come quello di ogni grande creatore, è ancora in essere, destreggiandosi tra game design e story telling multimediale. Ed a proposito di grandi creatori, Axel ha voluto omaggiare il dottor Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, quel Freud che Axel non vorrebbe mai venisse dimenticato, frainteso o le cui opere d’intelletto venissero sottratte alla sua proprietà e date in pasto a nuovi ricercatori troppo giovani per ricordarsi di lui. Il famoso Freud che ha cambiato la percezione che oggi Axel ha del mondo e di sé, e che Axel stessa, vorrebbe far conoscere non solo agli psicologi, non solo ai gamer, ma ad un pubblico ben più ampio.

Un Freud nel quale la creatrice di Freud’s Bones si immedesima, un Freud burbero, il quale nelle sue lettere a sé, ad amici e familiari mostra un lato meno conosciuto, un lato meno ostinato ed aperto al nuovo. E Axel di quelle lettere ricorda quasi ogni riga, così come dei suoi saggi e di tutto ciò che Freud ha lasciato in eredità a tutti noi: la sua casa, in Rou de Berggasse 19, Vienna (Austria), in cui svetta il suo celebre divano, tra sigari, tappeti persiani e tanti altri oggetti oggigiorno divenuti icone della psicoanalisi.

L’idea di Axel è nata giocando, rintracciando in famosi videogiochi le riflessioni filosofiche e gli sguardi antropologici e pedagogici che hanno accompagnato i suoi studi. Avrebbe voluto sviluppare un videogioco dedicato a Socrate, per poi procedere con Platone, ma Freud ha avuto la meglio come apriporta di un progetto che probabilmente vedrà grandi personaggi catapultati in un mondo 2D.

Un’altra fonte di ispirazione è stata un’opera di Giacomo Leopardi Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (1827), in cui Tasso, costretto in carcere per infermità mentale, può solo far ricorso ad una sorta di mind-wandering che lo vede oscillare tra ricordi e spinte desideranti. L’immaginazione di Tasso si manifesta in un dialogo con uno spirito, il Genio familiare. Ed è proprio Leopardi a trarre ispirazione da Socrate per visualizzare un dialogo interno, scandito da uno spirito. Lo stesso Socrate su cui Axel avrebbe voluto sviluppare il suo primo gioco, del quale ne troviamo la distinguibile traccia in un dialogo immersivo che accompagnerà il gioco (scarica gratuitamente la demo cliccando QUI) .

Scaricando la demo è già possibile avere un assaggio del gioco, disegnato in 2D, dotato dell’interfaccia Punta e Clicca, in cui il giocatore può influenzare la propria relazione con Freud in base alle scelte di dialogo. Così come può influenzare la relazione tra Freud ed i suoi pazienti. Il giocatore dovrà così tener presente non solo i turbamenti del padre della psicoanalisi, ma anche i disagi e le possibili reazioni dei personaggi. Alcuni dei quali sono tratti da possibili utenti del gioco. Infatti, Axel per ricevere fondi per il suo progetto ha lanciato una campagna su Kickstarter, in cui è stato possibile acquistare il pacchetto PATIENT, di cui ci parlerà meglio nell’intervista a seguire.

Axel riporta di aver sublimato la sua tendenza ad esser terapeuta in un videogioco, rendendo proprio la parte terapeutica la parte più complessa del gioco. Il gioco, infatti, oltre ad esser ricco di dialoghi interiori, in cui, come si diceva, l’interazione tra il giocatore e Freud stesso diventa pervasiva, presenta anche momenti in cui Freud deve relazionarsi a pazienti. In questo caso, il giocatore deve in poche mosse, riuscire a capire come muoversi, a livello espressivo (ebbene sì! Axel ha pensato anche al linguaggio non verbale di Freud), e cosa comunicare al paziente, in base a ciò che il paziente mostra e porta di sé e del proprio mondo interiore.

Compila la cartella clinica dei pazienti inserendo le informazioni che sei riuscito a estorcere dopo la seduta terapeutica e inizia a dar forma alle interpretazioni più bizzarre e audaci! Consulta i testi originali del dottor Freud e trova lo stile di analisi che fa per te. Ascolta i pazienti che affollano il tuo studio e studia la strategia per raggiungere il nucleo del loro dolore esistenziale e guarirli dai loro sintomi. Ogni paziente è un pianeta, un essere umano divorato da un conflitto interiore che, giorno dopo giorno, gli sottrae vita. Ascolta, redarguisci, consola e sospetta: scopri la tecnica che ti si addice di più e rivela i segreti più nascosti, i sogni inconfessabili, i desideri brucianti. Costruisci le ipotesi e verifica le tue teorie. Ricorda: attraverso le ferite passa la luce.

Freud’s Bones è un videogioco che aiuta ad empatizzare e comprendere l’altro.

Ma per capirne di più di questo gioco, non ci rimane che lasciare la parola ad Axel, la game designer con cui ho avuto il piacere di scambiare qualche battuta per questa rubrica “Lo psicologo del futuro

GR (Greta Riboli – Intervistatrice): Come ha coniugato psicologia e gaming?

AF (Axel Fox): Ho cercato per anni un gioco che potesse simulare la vita di uno psicoanalista e che potesse illuminare la routine, le difficoltà del mestiere, le crisi di un analista. I giochi psicologici ci sono, ma puntano sempre l’attenzione sulla malattia e, nonostante molti titoli meravigliosi, trovo che si parli troppo del lato oscuro, senza generare in un giocatore il desiderio e la curiosità di interfacciarsi con le nevrosi e senza dare un senso di empowerment. Ho visto uno dei tanti documentari su Freud e ho pensato istintivamente che, se nessuno ci aveva pensato, toccava a me svilupparlo.

GR: Come crede che la psicologia possa intrecciarsi al mondo del gaming a suo parere?

AF: La psicologia è un terreno fertile e si intreccia con il gaming in miriadi di modi. Il gioco crea quello che viene definito “ il cerchio magico”, un’area all’interno della quale vigono regole che nel mondo reale non hanno senso: il giocatore è stimolato ad assecondarle senza metterle in discussione, con lo scopo di vincere. Il videogioco è un medium ludico in grado di generare apprendimento e soprattutto di creare una serie di dilemmi morali nel giocatore: c’è sempre filosofia e psicologia nei giochi, anche se non viene dichiarato esplicitamente. Spesso la psicologia diviene uno strumento per manipolare, per generare bisogno, per assuefare: io volevo invertire la rotta e creare un gioco esplicitamente positivo che potesse gettar luce sul lato umano di Freud in modo da far empatizzare il giocatore con i pazienti e con l’analista.

GR: Cosa porta di psicologico con sé questo progetto?

AF: Principalmente si focalizza sulle sedute terapeutiche, sull’analisi delle nevrosi e dei sogni. I casi clinici presenti sono tutti reali e storici, ho apportato lievi modifiche anagrafiche nei pazienti per poter creare un iter clinico giocabile. Un altro aspetto psicologico è quello della crisi: Freud, nonostante sia un neurologo vissuto nel 1900, vive una profonda crisi di identità e al contempo spirituale: niente di più attuale.

GR: Ho letto, che con questo gioco si è posta anche l’obiettivo di spronare il gamer ad esser paziente e prestare attenzione durante le sessioni terapeutiche, portandolo a comprendere il dolore dei pazienti e comunicare al meglio con essi. Inoltre, per la natura educativa stessa del gioco, questo permette ai partecipanti di esser catapultati a Vienna, nel 1925, e conoscere Sigmund Freud. Definirebbe, dunque, Freud’s Bones un serious game?

AF: Assolutamente. Ho lavorato molto per tentare di smussare gli aspetti troppo drammatici o eccessivamente intellettuali per renderlo accessibile a più persone possibile ma di fondo è un serious game.

GR: Axel, nella sua raccolta fondi su kickstarter, la quale si è conclusa ad inizio agosto 2020 con un risultato grandioso, ha sviluppato un modo per coinvolgere ancora di più i partecipanti, ofrendo diverse possibilità di pacchetto funding (per approfondire clicca QUi). A questo proposito, ci parli dei diversi pacchetti della campagna kickstarter? In particolare, mi riferisco al pacchetto VOYEUR, DANDY e PATIENT. Come ha intenzione di realizzare i pazienti ed il loro dialogo con il padre della psicoanalisi?  

AF: Scegliendo il pacchetto VOYEUR il giocatore può diventare un personaggio non giocabile (NPC) e apparire nel gioco nelle vesti di un borghese al Bistrot, in un quadro, in un caso clinico. Il pacchetto DANDY prevede la ricezione della scatola freudiana, all’interno della quale è contenuto un sigaro, un paio di occhiali da lettura, un taccuino per annotare i sogni, un magazine dedicato e una spilla. Il pacchetto PAZIENTE invece dà accesso a tutto ciò che è contenuto nelle precedenti ricompense più la possibilità di diventare un paziente: il giocatore può scegliere di prestare il volto al paziente di un famoso caso clinico oppure scegliere insieme a me di creare un caso clinico che sia un mix tra realtà e la sua storia personale.

GR: Soffermiamoci ora sull’ultimo obiettivo di lavoro, la sfida di Jung, il cui lancio è previsto per il 2021. Di cosa si tratta?

AF: Jung era amico, allievo ed infine il nemico giurato di Freud. All’interno del gioco avrà un capitolo dedicato e si potrà generare un confronto costruttivo tra le teorie freudiane e le sue, generando una serie di riflessioni sull’importanza della Teoria della complessità. Fondamentale è il concetto di “rammendo”, le falle presenti in entrambe le teorie possono essere colmate solo generando alleanza e non diatribe sterili. Freud era un uomo, pertanto era limitato, ossessivo e animato da un grande senso di onnipotenza dovuto alla grande resistenza del mondo accademico rispetto alla portata scandalosa e rivoluzionaria delle sue teorie. Jung si erge sulle spalle di Freud e vorrei che il veleno della rottura tra i due fosse percepito e al contempo assorbito: tutti viviamo di convinzioni granitiche ed è fondamentale imparare a scalfirci per superarci.

GR: Sogni per il futuro?

AF: L’indipendenza. Sogno di poter vivere per creare giochi sulle menti del passato per ispirare le generazioni più giovani e per creare in loro il desiderio di nutrirsi di filosofia e psicologia, di poesia e letteratura. Il prossimo titolo penso lo dedicherei a Bukowski!

Augurandoci di poter vedere Axel scavare nella mente di Bukowski, iniziamo il countdown per Freud’s Bones. Al seguente link è possibile acquistare la copia digitale scontata >> clicca qui.

Se al momento non possiamo vedere al di là dell’elemento mentale, non è una buona ragione per negare la sua esistenza. (Die Traumdeutung, 1990, Sigmund Freud)

 

Se vuoi saperne di più di serious games e di come poterli usare nella tua pratica clinica, partecipa alla European Conference on Digital Psychology – Digital Perspectives in Psychology. Un’area della conferenza sarà interamente dedicata alla tematica VIDEOGAMES E SERIOUS GAMES.

 

Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

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La vergogna cronica: quale lavoro terapeutico?

La vergogna non può e non deve essere additata ed eliminata dal terapeuta ma piuttosto deve essere accettata come parte dell’esperienza umana sia dei pazienti che del terapeuta. Tuttavia la vergogna cronica può diventare un grande ostacolo nella relazione terapeutica ed impedire una buona alleanza.

 

Il concetto di vergogna cronica è stato già approfondito in un precedente contributo pubblicato su State of Mind, infatti la funzione di questo articolo sarà quella di mostrare e descrivere possibili approcci terapeutici dove è centrale la relazione, vista la natura sociale di questo vissuto emotivo. Nel fare questo si prenderà in considerazione l’esperienza trentennale di Kathy Steele nella clinica e nello specifico con pazienti che hanno vissuto traumi.

Seguendo una prospettiva relazionale, Nathanson (1987) propone una sorta di bussola della vergogna che mostra come la persona che prova vergogna desidera apparire buona agli occhi dell’altro e per fare questo può utilizzare due diverse strategie: isolamento dall’altro o attacco al sé. Quando invece l’individuo non riesce ad entrare in contatto con il profondo sentimento di vergogna potrebbe negarla o proiettarla e ciò potrebbe portare a livello comportamentale ad attaccare l’altro o ad evitare la propria esperienza interiore. Queste ricadute comportamentali in chi sperimenta vergogna cronica hanno alla base secondo Nathanson dei conflitti intrapsichici tra le parti dissociate, tra cui quella fobica nei confronti dell’attaccamento e quella spaventata di perdere l’attaccamento. Sarà importante che il terapeuta risponda ai comportamenti d’attaccamento del cliente mantenendo però una relazione di reciproca collaborazione basata sulla condivisione da parte del paziente dei segnali affettivi e la recezione empatica da parte del terapeuta dei contenuti emotivi. Il terapeuta può incoraggiare il paziente a prendersi cura del bambino ferito ma nel fare questo deve porre attenzione all’attivazione eccessiva del sistema di attaccamento in quanto potrebbe avviare risposte d’attacco o evitamento. Il terapeuta e il paziente si chiedono insieme come la parte adulta potrebbe sostenere ed aiutare la parte del bambino a crescere e si incoraggia la relazione tra le parti rimandando al cliente che esse sono comunque parte di un insieme.

L’obiettivo terapeutico non è quindi quello di eliminare la vergogna quanto piuttosto comprendere, accettare ed attenuare gli effetti della vergogna cronica. Inoltre la vergogna ha alla base funzioni e cause squisitamente soggettive; per ogni paziente la vergogna sperimentata avrà un significato personale e proprio comprendere questo aiuterà il clinico ad affrontare tale specifico aspetto nel corso del trattamento. Le tematiche da affrontare nel corso della terapia sono:

  • Il sentimento di sentirsi giudicato e criticato dagli altri
  • La paura di sentire la vergogna, provare fobia verso questa specifica esperienza interiore
  • Critica interiore cronica legata alle parti dissociate
  • Convinzione di base o schemi che inducono vergogna
  • La vergogna come inibitore di altre emozioni come gioia e rabbia
  • Flashback di esperienze associate alla vergogna
  • Vergogna come regolatore dei confini relazionali
  • Le difese utilizzate contro la vergogna
  • Iper/ipo arousal legati alla vergogna
  • Gli aspetti sociali e culturali della vergogna
  • La resilienza della vergogna

È necessario che il terapeuta utilizzi un approccio graduale per trattare la vergogna cronica, per esempio evitare precocemente uno sguardo diretto persistente; potrebbe essere molto utile per il clinico esplorare il conflitto che vive il paziente tra la necessità di nascondersi ed isolarsi e quella di condividere e di entrare in relazione con gli altri essendo accettati. Il terapeuta non si focalizzerà sulla vergogna inizialmente ma su gli effetti sia emotivi che comportamentali ad essa associati per poi esplorare in che modo gestisce il proprio senso di vergogna.

Il terapeuta deve esser in grado di entrare delicatamente nel vissuto emotivo carico di vergogna per accogliere e accettare questa emozione con compassione, avviando un processo che si auspica possa poi mettere in atto il paziente stesso in autonomia. È importante valutare se il paziente si trova dentro la finestra di tolleranza quando sperimenta o rievoca nel setting clinico la vergogna per fare in modo di garantire una buona elaborazione sia cognitiva che emotiva.

Per evitare che il paziente esca dalla finestra di tolleranza è utile che il terapeuta parli lentamente, presti attenzione ai dettagli e al linguaggio non verbale oltre a quello verbale, dia al paziente molto tempo e non faccia troppe domande. È importante che il paziente senti la vergogna ma allo stesso tempo è necessario che il terapeuta lo aiuti a sentirsi radicato e rievocare le risorse del quale è in possesso. In questo caso è utile sentire solo pochi secondi la vergogna per riuscire a dare un nome alle sensazioni e alle reazioni ad essa annessi e notarle nel corpo. Gli approcci dall’alto verso il basso promuovono la psicoeducazione e il dialogo socratico; il terapeuta nel primo caso informa il paziente sulle funzioni, sulle difese connesse alla vergogna, di quanto siano connesse a questo sentimento la vulnerabilità e la sensazione d’impotenza vissute nell’infanzia e si forniscono delle informazioni circa le difese messe in atto dagli animali in questo caso; inoltre può essere utile secondo questo approccio sottolineare l’universalità del senso di vergogna.

Seguendo un approccio socratico invece il terapeuta cercherá di fare domande che mettano in discussione le credenze e le convinzioni di base del paziente o che spingano a una riflessione più consapevole, come per esempio: chi ha deciso che lei non meriti nulla di buono? Quando lo ha deciso? Non merita nulla in assoluto o solamente alcune cose?

Un altro approccio utile per lavorare con la vergogna cronica è quello immaginativo, seppure questi richiedano una buona alleanza terapeutica, la consolidazione e il potenziamento di alcune competenze come: il pensiero astratto, la capacità di distinguere la realtà interna e quella esterna, la capacità di autoregolazione emotiva e la capacità di attenzione duale nel presente. Un esercizio immaginativo è quello della figura ideale, dove il paziente è invitato ad immaginare qualsiasi cosa o persona, non è importante se non sia reale o se non sia un essere umano, infatti possono essere animali, spiriti guida, figure religiose o personaggi di libri o film. Si chiederà al paziente di elencare quattro caratteristiche della figura, quindi degli aggettivi che la descrivono al meglio, per poi continuare a potenziare l’immagine attraverso altre domande da parte del terapeuta e renderla sempre meglio definita e nitida nella mente del paziente. Si invita poi il paziente a dare un nome a ciò che sente e nel rievocare alla mente tale immagine la dovrebbe sentire come se fosse al suo fianco, il terapeuta potrà poi chiedere al paziente cosa potrebbe dirgli la figura ideale. La rievocazione della figura ideale viene incoraggiata dal terapeuta durante tutto il corso della settimana. Un altro esercizio che si può svolgere è quello di trasformare la vergogna dandogli una forma, un colore, una struttura, una specifica temperatura, un movimento e connetterlo a una sensazione che evoca.

Questi appena menzionati sono gli approcci dall’alto verso il basso, descriveremo ora brevemente invece gli approccio dal basso verso l’alto. Essendo la vergogna cronica un’emozione spesso connessa a stati dissociativi o a eventi traumatici infantili è utile integrare agli approcci cognitivi anche quelli che lavorano a livello somatico o quelli dove è centrale la relazione terapeutica. Si farà dunque attenzione a dove il paziente sente una specifica emozione a livello corporeo e si esploreranno le tendenze al movimento, come per esempio il rannicchiarsi. Il terapeuta può chiedere ai pazienti per approfondire al meglio i movimenti del corpo di ripeterli a rallentatore notando ciò che accade nei micromovimenti e cosa si sperimenta a livello emotivo (Ogden & Fisher, 2015).

Tra gli approcci dal basso verso l’alto c’è quello della Felt Sense o della sensazione sentita. Il terapeuta chiede al paziente di concentrarsi sulle sensazioni di orgoglio e competenza sperimentate nel passato. Il clinico deve cercare di stimolare il senso di competenza relazionale nel setting terapeutico per poi estenderlo in altri contesti. Un altro strumento utile può essere la terapia EMDR che attraverso la stimolazione bilaterale può lavorare sulle cognizioni negative e costruire risorse per far fronte ai sentimenti di vergogna cronica (Mosquera & Gonzalez, 2012; Knipe, 214).

Risulta fondamentale per un lavoro terapeutico efficace e su misura di ogni paziente integrare i diversi approcci valutando i bisogni, i punti ciechi e i punti d’appoggio della persona che abbiamo di fronte.

Il paziente scoprirà quanto sia importante condividere ed accettare le proprie vulnerabilità anziché rifiutarle e quanto sia bello poter apprezzare e mettere in campo i propri punti di forza e risorse.

Il gioco delle parti – Guida illustrata al tuo mondo interiore (2015) di Tom Holmes e Lauri Holmes – Recensione del libro

Nel testo Il gioco delle parti i due autori illustrano come alcuni aspetti della nostra mente tendano a prevalere sugli altri, spesso peraltro interferendo con una corretta risoluzione delle situazioni a cui andiamo incontro.

 

Aiutati da disegni evocativi, stimolanti e divertenti, il loro obiettivo è aiutare il lettore ad imparare a gestire tutte le sue maschere. Il nostro comportamento abituale, infatti, può a volte crearci dei problemi e può essere utile quindi allontanarsi da tali modelli disfunzionali, alla ricerca del nostro Sé più autentico, che ci permetta anche di migliorare il nostro rapporto con gli altri. Quando un aspetto del nostro comportamento è particolarmente evidente (es. siamo ipercritici, iperattivi, super-organizzati, irritabili,…), ciò può indicare che una delle parti interiori sia preminente nel controllare la nostra vita e che non stia lasciando giusto spazio alle altre. Il libro è rivolto principalmente ai pazienti e ai profani della psicologia, per aiutarli a comprendere come interagire con le varie parti di sé; può però essere utile agli psicologi e psicoterapeuti non formati in maniera specifica sul modello Internal Family Systems (IFS), ossia un approccio sistemico applicato alla terapia individuale, proposto da Schwartz, che concettualizza le persone come risultato dell’intreccio delle diverse parti interconnesse, che a volte possono entrare in conflitto tra loro.

Il libro si apre con un’introduzione ai concetti base del modello, con vignette ed esempi concreti: possediamo una consapevolezza quotidiana, attivata in un momento specifico, e delle consapevolezze “di scorta”: cioè fanno parte di noi, ma che possono rimanere silenti qualora inappropriate o non utili rispetto alla situazione nella quale ci si trova. Queste consapevolezze non si distinguono però solo sulla base dell’ambito di competenza, bensì contengono elementi trasversali (esempio parte clinica, parte analitica, parte interessata), perciò può divenire a volte complesso capire quando è utile attivare ciascuna componente; peraltro, queste varie “parti” interpretano le percezioni in modo specifico: una frase detta sul lavoro ha un peso diverso di una frase detta da un amico. Ogni parte è inoltre caratterizzata da quattro dimensioni: sensoriale, emotiva, verbale e immaginativa.

È il Sé che ci permette di accedere alle parti appropriate nei momenti appropriati; quando siamo nel Sé siamo calmi e compassionevoli e siamo in grado di osservare ogni parte, per conoscerla e accettarla. Ciascuna parte è nata per rispondere a delle esigenze fisiche, psicologiche o sociali, per permettere di sopravvivere, di avere interazioni sociali, di gestirci nella vita quotidiana. Alcune componenti però risultano in conflitto tra di loro o devono competere per potersi “attivare” e venire selezionate in una data circostanza. Quando avviene un conflitto, esso si può risolvere con la negoziazione; controproducente sarebbe, invece, ignorare una delle nostre parti, sperando così di accantonarla.

Nel libro viene anche presentato un tipo particolare di parti: gli esiliati, ossia le componenti che non hanno mai accesso al soggiorno, rinchiuse ed escluse perché socialmente inaccettabili o perché causano dolore, ad esempio rievocando ricordi traumatici; per fare ciò, spesso ci si avvale di altre parti, i “vigili del fuoco”, ossia quei comportamenti autodistruttivi che bloccano temporaneamente il dolore che gli esiliati attiverebbero.

Il libro è utile in quanto si ripromette di spiegare ed illustrare il mondo interno di ciascuno di noi in maniera semplice e chiara, evitando parole difficili e usando invece termini e disegni evocativi; soprattutto per chi non è formato, infatti, può essere utile raffigurare se stessi come in un salotto che ospiti personaggi differenti, per poter comprendere come funzioniamo e come esistano diverse parti di noi che ci permettono di affrontare la quotidianità.

 

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