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Ipnoterapia senza trance (2020) di Giorgio Nardone – Recensione del libro

L’ipnoterapia senza trance è un’applicazione strategica della suggestione in ambito clinico.

 

In un excursus storico l’autore sottolinea la forza e il potere del linguaggio e in particolare la capacità performativa, ovvero la capacità di originare cambiamento.

Dagli antichi Sofisti, ai grandi oratori dell’Impero Romano, passando da Milton Erickson agli studi del secolo scorso della scuola di Paolo Alto guidata da Watzlawick, Nardone ripercorre le tappe dell’analisi storica del linguaggio attraverso le sue forme verbali, non verbali e paraverbali.

Influenzamento, suggestione e persuasione da sempre sfuggono allo studio dei criteri scientifici ‘quantitativi’ proprio perché si fondano su criteri ‘qualitativi’. Giornalmente sperimentiamo questi effetti nel nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Non possiamo negare i potenti effetti della persuasione e della suggestione.

Non c’è nulla nell’intelletto che non passi prima per i sensi.

Come avviene un cambiamento? Beh a noi esseri umani piace pensarci come esseri razionali guidati dalla logica ma basta osservarci un po’ più da vicino e sperimentare subito quanto la ragione sia pochissime volte motivo di cambiamento. Spesso un cambiamento è conseguenza di un’esperienza o un evento che ci tocca in primis sulle nostre corde emotive. Il cambiamento non può prescindere dal coinvolgimento emotivo nel senso più atavico del termine, la parte razionale, la ‘cognizione’ e la presa di coscienza sono sempre secondarie all’impatto emotivo.

Da sempre in campo psicologico si crede che il pensiero e le cognizioni rappresentino l’Olimpo del sapere, le moderne neuroscienze dimostrano invece che l’80% delle nostre attività cerebrali si trovano al di sotto della coscienza (Cit. pag.20).

Proprio in ambito clinico lo psicoterapeuta è chiamato a rispondere alla richiesta del paziente di cambiare qualcosa che non sta funzionando.

Qui si rende necessario tutto il potere del clinico per ciò che riguarda persuasione e suggestione, in un mix tra aderenza rigorosa alle tecniche e creatività artistica per calzare le strategie e gli stratagemmi (risultati efficaci in passato) all’unicità del paziente. Non possiamo evitare di influenzare e di essere influenzati. Il terapeuta esperto utilizza la persuasione per essere maggiormente efficace e lo fa creando un contesto in cui chi è intrappolato in un problema o disturbo possa in primis sperimentare, attraverso i sensi, un cambio di prospettiva quale primo passo per uscire dalla ricorsività del problema. L’uso sapiente di metafore, analogie, ristrutturazioni e l’alternarsi tecnico di questo tipo di linguaggio analogico (che abbassa le resistenze al cambiamento) e l’uso del linguaggio indicativo, si intrecciano in un ballo a due in cui il terapeuta accompagna il paziente a sperimentare realtà prima non considerate e, laddove ce ne fosse il bisogno, accompagna il paziente a sentire l’urgenza di agire differentemente. Agire….e non pensare, perché, di nuovo, è l’azione che produce cambiamento, la cognizione è conseguenza dell’azione.

Nella parte centrale del libro sono descritte, con abbondanza di esempi, alcune delle tecniche ‘apparentemente magiche’ quali:

  • prescrizioni
  • ristrutturazioni
  • domande performative
  • parafrasi e formule evocative

Il libro si conclude con le trascrizioni di due casi resi particolari per l’alta resistenza al cambiamento che caratterizza i pazienti. Giorgio Nardone, se mai ce ne fosse bisogno, offre un’ulteriore prova della sua efficacia persuasoria in grado, molto spesso, di salvare letteralmente la vita a persone affette da gravi disturbi psicologici. Tutto ciò non è frutto di ‘poteri magici’ (perché sfuggenti ai criteri quantitativi scientifici) ma della sapiente applicazione di strategie e stratagemmi che scientificamente nel corso del tempo si sono rivelati efficaci e di atti performativi e creativi figli di anni di pratica clinica.

La scienza a ben vedere è un ‘linguaggio’ che ha costruito l’uomo per interpretare e fare i conti con la realtà. Il principio di oggettività assoluta non può essere verificato poiché l’osservatore non può non influenzare e essere influenzato da ciò che sta osservando.

Questo scritto rappresenta…un passo in più per suggestionare la scienza ad avvicinarsi dal criterio di ‘verità assoluta’ al criterio di ‘efficacia’.

Disturbo ossessivo-compulsivo e dismorfismo corporeo: comorbilità e rischio suicidario

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e il Disturbo da Dismorfismo Corporeo (DDC) sono due entità diagnostiche distinte, classificate dal DSM-5 come patologie inerenti lo spettro ossessivo-compulsivo.

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, con una prevalenza stimata nel corso della vita del 2.3% (Ruscio et al., 2010), si connota per la presenza di ossessioni ricorrenti ed intrusive generanti disagio, che l’individuo cerca di ridurre mediante comportamenti o azioni mentali ripetitive.

Nonostante in passato fosse associato a basso rischio suicidario, le ricerche nell’ultimo decennio riportano un tasso significativo di comportamenti suicidari tra i pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo; variabile tra il 10 e il 53% per l’ideazione attuale e tra l’1 e il 46% per i tentativi di suicidio, in base alla presenza di comorbilità psichiatriche e gravità delle ossessioni (Angelakis et al., 2015; Dell’Osso et al., 2012).

Il Disturbo da Dismorfismo Corporeo si caratterizza per la presenza di preoccupazioni eccessive, insistenti ed angoscianti rivolte ad un difetto fisico percepito, soggetto a ripetuto controllo. La prevalenza nella popolazione generale del disturbo è di circa il 2% (Buhlmann et al., 2010). Solitamente chi ne soffre ha scarso insight, compromissione del funzionamento psicosociale e sperimenta disagio psicologico derivante dall’imbarazzo per la propria immagine corporea (Phillips, 2000; Singh & Veale, 2019). Il ritiro sociale conseguente, unito alla percezione negativa di sé e dell’ambiente, potrebbero spiegare l’elevata prevalenza di ideazione suicidaria e tentativi di suicidio; rispettivamente tra il 55 e il 68% (specifica per il DDC) e del 25% (Phillips et al., 2005).

Una recente revisione della letteratura, che ha incluso 31 studi pubblicati dal 1998 al 2020, ha esaminando le comorbilità psichiatriche di Disturbo Ossessivo-Compulsivo e Disturbo da Dismorfismo Corporeo ed i fattori che per entrambi concorrono ad aumentare il rischio suicidario (Eskander, Noha; Limbana, Therese; Khan, 2020).

Secondo l’indagine, il 90% dei pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo presentano una diagnosi concomitante; più comunemente un disturbo depressivo insorto a causa delle ossessioni, o ansioso, che aumentano significativamente il rischio suicidario (Fenske & Petersen, 2015). Tratti perfezionistici e l’alessitimia (intesa come la difficoltà a riconoscere le emozioni), si associano a comportamenti suicidari (Eskander et al., 2020). Quest’ultima, correlando con la gravità dei sintomi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, scarso insight e senso di responsabilità inflazionato, aumenta notevolmente l’ideazione suicidaria (De Berardis et al., 2015). Il rischio suicidario emerge con l’insorgere dell’aggressività, delle ossessioni legate ad aspetti religiosi e sessuali, e delle preoccupazioni di ordine e simmetria (Velloso et al., 2016).

Tra i pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo è bene indagare la presenza del desiderio di morire discernendolo dalle ossessioni suicide (Eskander et al., 2020). Mentre queste ultime, essendo percepite come ego-distoniche e quindi indesiderabili, non si associano alla volontà di agire attentando alla propria vita; l’ideazione suicidaria, sentita come ego-sintonica e non intrusiva, aumenta il rischio di intento suicidario (Rachamallu et al., 2017).

Il Disturbo da Dismorfismo Corporeo aumenta il rischio suicidario presentandosi spesso in comorbilità con una diagnosi di disturbo alimentare (bulimia e anoressia) e depressivo, generante disfunzione psicosociale (Phillips, 2004; Ruffolo et al., 2006). L’ideazione suicidaria e i tentativi di suicidio aumentano con la presenza concomitante di disturbo da stress post-traumatico e borderline di personalità (Phillips, 2007).

Tra gli uomini con Dismorfia Muscolare (ovvero la preoccupazione di non essere sufficientemente muscolosi), la vergogna del proprio aspetto fisico che induce all’isolamento aumenta il rischio di uso di sostanze oltre che suicidario (Pope et al., 2005).

La doppia diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo e Disturbo da Dismorfismo Corporeo è tre volte superiore nei campioni aventi il Dismorfismo Corporeo come diagnosi primaria (27,5%; Frías et al., 2015). Essendo spesso in comorbilità, oltre che presentare entrambi caratteristiche cliniche ansiose e depressive tradizionalmente associate al suicidio, condividono fattori genetici, ambientali e socio-demografici. Con una trasmissione genetica del 64%, Disturbo Ossessivo-Compulsivo e Disturbo da Dismorfismo Corporeo presentano gli stessi tassi di eventi traumatici passati e simili rapporti di genere (Eskander et al., 2020). A livello sintomatologico manifestano simili comportamenti ripetitivi; che siano rituali di controllo del proprio aspetto o compulsioni di controllo esterno, entrambi riportano preoccupazioni per la simmetria del corpo (Frías et al., 2015).

Pur avendo scarsi outcome a livello psicosociale e rischio maggiore di sviluppare fobia sociale, disturbo bipolare e di uso di sostanze; il rischio suicidario nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo e nel Disturbo da Dismorfismo Corporeo viene per lo più sottovalutato.

È auspicabile una valutazione in fase preliminare la presa in carico del paziente con Disturbo Ossessivo-Compulsivo delle comorbilità psichiatriche e dell’ideazione suicidaria concorrente (Eskander et al., 2020).

Per quanto concerne la variabilità delle manifestazioni cliniche del dismorfismo corporeo, i medici dei reparti di chirurgia estetica (luogo nel quale afferisce circa il 33% di questi pazienti; Veale et al., 2016), dovrebbero consultarsi con operatori della salute mentale per una diagnosi accurata che valuti gli aspetti che potrebbero condurre al rischio suicidario successivo.

Nonostante entrambi i disturbi siano sotto-diagnosticati per il pregiudizio e lo stigma associato, solo attraverso un’identificazione accurata si potranno predisporre trattamenti di successo, che siano conformi alle manifestazioni cliniche.

 

Alla scoperta dell’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) e dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) – VIDEO

I disturbi infantili di origine neurobiologica più frequentemente diagnosticati in età evolutiva sono il Disturbo da deficit di attenzione e iperattività e i Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

 

Le manifestazioni cliniche di base dell’ADHD sono la difficoltà a prestare attenzione, i comportamenti impulsivi e/o un livello di attività motoria accentuato. Si parla di ADHD con disattenzione predominante quando il problema centrale del bambino è proprio il deficit attentivo, e di ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, quando la funzionalità attentiva risulta lievemente compromessa e il focus del disturbo risiede nel comportamento ipercinetico e nella mancanza di autoregolazione. Infine il tipo ADHD combinato presenta entrambe le classi di sintomi.

L’acronimo DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) indica invece una categoria diagnostica, relativa ai Disturbi Evolutivi Specifici di Apprendimento che appartengono ai disturbi del neurosviluppo, che riguarda i disturbi delle abilità scolastiche, ossia Dislessia, Disortografia, Disgrafia e Discalculia.

Ma quali sono i segnali che ci aiutano a riconoscere queste condizioni? Cosa fare per essere certi che si tratti di un disturbo e non solo di una difficoltà? Come posso aiutare il mio bambino a casa e a scuola?

Per far luce sulle tematiche presentate, pubblichiamo per i nostri lettori il video dell’evento, condotto dalla Dott.ssa Alessandra Epis e dalla Dott.ssa Caterina Poli.

 

ALLA SCOPERTA DELL’ADHD E DEI DSA – Guarda il video integrale del webinar:

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Barbari, Spade Maledette e sfogo degli elementi primitivi: il dominio dell’ambiente nella “Sword & Sorcery”

La letteratura fantastica è una delle letterature commercialmente più produttive e interessanti dal punto di vista culturale, essendo una deriva della narrativa epica delle varie culture ed essendo una interessante valvola di sfogo della fantasia umana. In questo articolo sarà analizzato il dominio dell’ambiente e degli eventi della letteratura fantasy denominata “sword & sorcery”.

 

Una delle basi di tutte le culture umane presenti sul globo è la narrativa mitologica ed epica. Di fatto, attraverso la narrazione prima orale e poi scritta sulle gesta di eroi e di creature ultraterrene, l’Uomo ha incominciato a sviluppare le sue capacità di storytelling, capacità che ha usato poi per tramandare la tradizione e gli elementi della cultura a cui appartiene (Fisher, 1985), per identificare meglio i ruoli culturali e storici a cui ispirarsi (Dowden, 2002) e per riscrivere i fatti vissuti con il filtro della fantasia, sviluppando di conseguenza le sue capacità narrative e di rielaborazione creativa (Mellmann, 2012). Dai miti antichi si è arrivati così alle leggende popolari, analizzate ampiamente da antropologi come J.G. Frazer (Vickery, 2015) e alla fiaba, metodo narrativo usato per veicolare un insegnamento morale implicito o esplicito (Dubitsky et al 1982). La fiaba è stata l’oggetto principale della analisi linguistica e semiologico-semiotica, come la fondamentale morfologia della fiaba di Propp (2010).

Nel ventesimo secolo, dalle mitologie antiche e dalle storie popolari, si è sviluppata la letteratura fantasy, ovvero una narrativa moderna con personaggi fittizi con stilemi e schemi base, come la presenza di elementi magici e di capacità di dominio non scientifico dell’ambiente (Petzold, 1986). La narrativa fantastica moderna inizia ufficialmente, nella sua significazione letteraria e commerciale, con le opere di J.R.R. Tolkien (Flieger, 1999), principalmente la Trilogia de Il Signore degli Anelli (Shippey. 2014).

Di fatto gli archetipi, la geografia, la tipologia narrativa e il sistema di suddivisione dell’epopea narrata in trilogia sarà alla base dell’approccio e dell’innovazione dei maggiori esponenti nell’avvenire (Clark, 2000).

Sebbene l’origine ufficiale della letteratura canonica fantasy inizia con le opere dello studioso di Oxford, dalle quali ha avuto origine la sottocorrente della “heroic fantasy” (Veglahn,1987), un’altra tipologia di narrativa fantastica aveva trovato spazio nel mondo letterario commerciale, principalmente quello legato ai pulp magazines e alla letteratura popolare su testate a poco prezzo: ovvero la narrativa fantastica della sword & sourcery. Con il termine di “Sword & Sourcery” si intende quella narrativa fantastica stilizzata sulle avventure principalmente di un eroe in solitaria o accompagnato saltuariamente da altri personaggi, per lo più di sesso femminile diventanti l’interesse erotico del protagonista, che affronta situazioni di pericolo con elementi innaturali e magici, solitamente causati da una figura negativa come un tiranno malvagio o un negromante (Emery, 2018). L’autore icona del sottogenere in questione è Robert E. Howard, creatore dei mondi pericolosi di personaggi culto come Conan il Barbaro e Kull di Valusia (De Camp et al, 2011).

Negli scritti di Howard emergono gli elementi psico-letterari che saranno la base per questo sottogenere fantasy, al quale appartengono le gesta come eroi di Eric di Melnibone  di Michael Moorock (Petty) e Kane di K.E.Wagner (Szumskyj, 2007), ovvero: la moralità spesso ambigua o direttamente legata a elementi negativi come la venialità e la sete di violenza, le avventure tipicamente in solitaria, la narrazione delle gesta via approccio episodico spesso sotto la forma di racconto breve ed infine l’oggetto di indagine dell’articolo, ovvero il dominio degli avvenimenti e dell’ambiente da parte del protagonista (Davidson, 1972). Infatti, l’elemento che ha interessato gli esperti della scienza psicologica è il fatto che i personaggi di questa corrente di letteratura fantastica riescano a domare mostri, ad abbattere tiranni e a diventare re attraverso la loro forza nerboruta, l’uso sapiente delle armi ed eventuali mezzi magici, riuscendo così ad agire attivamente sugli eventi e sull’ambiente in cui essi agiscono (Parsons, 2014). Attraverso queste gesta narrative di eroi e mostri gli autori forniscono la catarsi circa un tema onnipresente nello studio delle scienze umane, ovvero l’inaccettabilità dell’uomo di essere soggetto passivo nei confronti degli eventi e delle situazioni ambientali (Strugnell, 1992).

Oltre a questa tematica, la letteratura sword & sourcery è studiata principalmente per la sua raffigurazione del sesso femminile (Wright, 2012) e per il rapporto controverso che il già citato K.E.Wagner ha avuto con la sua precedente professione e l’ambiente di competenza, ovvero la psichiatria (British Fantasy Society, Straub., 2012)

 

Le abbuffate nei disturbi alimentari maschili

Alcuni dati provenienti dalla ricerca suggeriscono che i maschi con disturbi alimentari potrebbero avere una percezione diversa degli episodi di abbuffata rispetto alla controparte femminile.

 

Nell’ambito dei disturbi alimentari con abbuffata si intende ‘un episodio alimentare in cui una quantità oggettivamente grande – date le circostanze – viene ingerita. Il soggetto sperimenta durante l’episodio un marcato senso di perdita di controllo‘ (Fairburn, 2018). Sono comportamenti presenti in un sottogruppo di persone con disturbi del comportamento alimentare e derivano della rigida restrizione dietetica e la pressoché inevitabile rottura di quest’ultima. La risposta a questa percepita mancanza di autocontrollo sull’alimentazione è quella di reagire negativamente e abbandonare temporaneamente la restrizione calorica (La Mela & Maglietta, 2011). Le abbuffate sono eventi altamente dannosi per il paziente in quanto sono seguiti da sentimenti di vergogna e senso di colpa che aggravano la psicopatologia, in particolare quando sono seguiti da vomito autoindotto e altri comportamenti di compenso. Inoltre particolari eventi di vita e cambiamenti emotivi possono contribuire alla rottura delle regole dietetiche e, dal momento che l’abbuffata migliora temporaneamente il tono dell’umore, c’è il rischio che possa diventare un mezzo disfunzionale per far fronte a tali difficoltà (Dalle Grave, Calugi & Sartirana, 2018).

Gli uomini potrebbero essere sottostimati per qualsiasi diagnosi di disturbo alimentare, in quanto reticenti a chiedere aiuto per una patologia considerata tipicamente femminile (Greenberg & Schoen, 2008), ma più nello specifico tale disparità di genere potrebbe anche essere dovuta a una differente percezione degli uomini nei riguardi degli episodi di abbuffata e, in particolare, il criterio diagnostico riguardante la ‘sensazione di perdere il controllo’ potrebbe non riflettere il vissuto degli uomini.

In una recente ricerca sui disturbi alimentari maschili, Carey, Saules e Carr (2017) hanno intervistato 13 studenti maschi con obesità che soddisfacevano il criterio A1 del DSM 5 per il Disturbo da Alimentazione Incontrollata: mangiare, in un periodo definito di tempo (per es., un periodo di due ore) una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili. I partecipanti hanno riportato come il consumo di grandi porzioni di cibo fosse per loro associato alla mascolinità ed erano restii a correlare i propri episodi di iperalimentazione con la mancanza di controllo poiché non conforme al proprio ruolo di genere. Tuttavia dalle interviste emergeva, seppur in modo contraddittorio, una difficoltà a fermarsi durante questi episodi e notevoli criticità nel cambiare i propri pattern alimentari, associando questi comportamenti a una ‘mancanza di attenzione’. Inoltre gli studenti intervistati hanno riportato antecedenti emotivi che preannunciavano gli episodi di abbuffata, ma questi ultimi, a differenza della controparte femminile, non sembravano essere associati alla restrizione alimentare o alla rottura di una regola dietetica. Dalle interviste è inoltre emerso che questi episodi di iperalimentazione avevano conseguenze negative analoghe a quelle delle abbuffate, qual sentimenti di rabbia, colpa e tristezza, ma anche ripercussioni fisiche come ad esempio sensazioni di malessere addominale, letargia e disturbi del sonno. Infine la maggior parte dei partecipanti allo studio ha riportato insoddisfazione per il proprio corpo, associata al desiderio di essere magri e muscolosi con storie di esercizio fisico estremo come metodo di compenso.

Dai dati provenienti dalla ricerca sopracitata si può ipotizzare che i maschi affetti da un disturbo alimentare, caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffata, potrebbero essere sottostimati in quanto eludono il criterio diagnostico di perdita di controllo, poiché tale descrizione sarebbe in conflitto con il proprio ruolo di genere. Inoltre i maschi che si abbuffano tenderebbero a mascherare tali condotte poiché, secondo le loro narrazioni, il mangiare tanto è considerato ‘da uomini’. Tuttavia, come nei disturbi alimentari femminili, anche nei disturbi alimentari maschili gli episodi di abbuffata sarebbero preceduti e seguiti da vissuti emotivi intensi. In altre parole, nei maschi, gli episodi di abbuffata potrebbero essere più difficili da riportare all’interno di una richiesta d’aiuto e mascherati da condotte più accettabili per il proprio ruolo maschile.

In questa direzione si muove la lettura del fenomeno del ‘cheat meal’. Letteralmente significa ‘pasto sgarro’, è un termine diventato di uso comune che indica una situazione alimentare, solitamente settimanale, che ci si concede senza pensare alle regole della dieta che si sta seguendo. Nel dettaglio questa pratica si trova in quelle diete tipicamente maschili e riguardano abbuffate iperproteiche pensate per aumentare la massa muscolare alterando la funzione metabolica. Recentemente Pila e collaboratori (2017) hanno analizzato numerose fotografie caricate su diversi social network con l’hashtag #cheatmeal, individuando come aspetto rilevante di questi scatti le enormi quantità di cibo presentate come pasti, con volumi calorici ascrivibili a episodi di abbuffata oggettiva. Si consideri inoltre che gli uomini ricorrono al vomito e ai lassativi in misura minore rispetto alle donne, ma prediligono l’attività fisica come condotta compensatoria (Striegel-Moore et al., 2009), la quale risulta più socialmente accettabile e quindi più difficile da rilevare come elemento psicopatologico. Per concludere si segnala la necessità di valutare con attenzione la presenza di abbuffate nei maschi con disturbo alimentare, in quanto non sempre facili da individuare come tali; inoltre future prospettive di ricerca dovrebbero approfondire questo tema al fine di creare strumenti diagnostici che tengano conto delle differenze di genere nella percezione degli episodi di binge eating.

 


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L’utilizzo della Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva (rTMS) nel trattamento delle tossicodipendenze

Il fenomeno delle tossicodipendenze è sempe più diffuso e comporta grandi costi economici e sociali. Negli ultimi anni si è cercato di sviluppare trattamenti sempre più efficaci tra cui la Stimolazione Magnetica Transcranica Ripetitiva (rTMS), già conosciuta per il trattamento di altri disturbi.

Miriam Curti – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Come riporta la Relazione Annuale al Parlamento sul Fenomeno delle Tossicodipendenze in Italia 2019 (dati 2018), l’utilizzo di droghe nella nostra nazione miete quasi una vittima al giorno: 334 nel 2018, ben 38 in più dell’anno precedente. Da un punto di vista economico, la cura e il trattamento delle tossicodipendenze è quantificabile in poco meno di 2 miliardi di euro, non tenendo conto di tutti quei trattamenti che vengono effettuati per le patologie conseguenti e correlate all’utilizzo e abuso di sostanze stupefacenti (Dipartimento Politiche Antidroga, 2019).

In questo articolo, verranno presi in analisi gli effetti legati all’utilizzo della cocaina. Essa, infatti, rientra tra le sostanze che più comportano un impatto negativo sulle funzioni cognitive e che, dopo la cannabis, rappresenta la sostanza maggiormente consumata dai poliutilizzatori e tra le più pericolose da un punto di vista sociale.

L’uso di droga interferisce con il modo in cui i neuroni inviano, ricevono e processano i segnali tramite i neurotrasmettitori. Alcuni tipi di droga, come ad esempio anfetamina e cocaina, possono portare i neuroni a rilasciare una quantità abnorme di neurotrasmettitori naturali oppure impedirne il normale riutilizzo da parte del cervello. Questo meccanismo porta, dunque, a una amplificazione o interruzione della normale comunicazione tra i neuroni.

L’abuso di droghe va ad alterare importanti aree cerebrali che sono necessarie alle funzioni vitali andando, poi, a innescare l’utilizzo compulsivo di tali sostanze e portando a una vera e propria forma di dipendenza.

Le aree cerebrali in cui, tramite studi neuroimaging, è stato possibile evidenziare un’alterazione funzionale, conseguente all’utilizzo di droghe, sono molteplici. Tra queste:

  • i gangli della base: implicati nella motivazione, rappresentano un’area chiave di ciò che viene comunemente definito “sistema ricompensa”. In seguito all’abuso di sostanze, è possibile osservare una iperattivazione di questo circuito che produce euforia. Tuttavia, in seguito a esposizioni ripetute, il circuito arriva ad adattarsi alla presenza della droga e ciò ne riduce la sua sensibilità. Questo meccanismo impedisce all’individuo di sperimentare sensazioni piacevoli che non siano connesse all’utilizzo della sostanza.
  • l’amigdala: che gioca un ruolo cruciale nello sperimentare ansia, irritabilità e disagio nella fase di astinenza. Lo sperimentare queste sensazioni, quindi, motiva la persona a ricercare nuovamente la sostanza al fine di ottenere una qualche forma di sollievo temporaneo.
  • la corteccia prefrontale: implicata in numerosi processi cognitivi superiori, quali, problem solving, decision-making e controllo degli impulsi. L’utilizzo di cocaina porta a una riduzione delle capacità mentali innescando ciò che dalle neuroscienze viene definito un vero e proprio brain disease. Diversi studi sugli umani suggeriscono che i deficit in tale area cerebrale potrebbero essere cruciali nell’innescare l’utilizzo compulsivo delle droghe.

Alla luce di quanto detto, sia in merito ai danni cerebrali innescati dall’abuso delle sostanze, sia alla casistica sempre più in aumento, è comprensibile l’enorme sforzo fatto nel corso degli anni per rintracciare il trattamento efficace volto al contrasto della tossicodipendenza.

Nel corso degli anni, infatti, sono stati presi in considerazione principalmente tre approcci per intervenire sul disturbo:

  1. Farmacologia: con l’intento principale di produrre una buona gestione del craving, aiutando i pazienti a tollerare e gestire la fase di astinenza e contrastando quanto più possibile eventuali ricadute.
  2. Psicoterapia: Nel trattamento della dipendenza da cocaina vi sono prove di efficacia per numerosi tipi d’ intervento psicoterapico, dalla terapia cognitivo-comportamentale, a quella psicodinamica, fino ad arrivare alle terapie di gruppo (Raggi, 2016)
  3. Sistemi di rieducazione.

Purtroppo, nel trattamento delle tossicodipendenze, per quanto ognuno di questi interventi abbia portato alla luce prove di efficacia, bisogna sempre tener conto dell’alto livello di attrattività che la cocaina ha sugli individui e che spesso porta a ricadute anche in seguito ai trattamenti sopra citati.

La scoperta di un nuovo trattamento, “il fascio di luce che sconfiggerà le tossicodipendenze”

Arriviamo all’anno 2013, anno in cui il Dottor Antonello Bonci insieme al suo staff conduce un esperimento sui ratti dipendenti da cocaina. Alla base di tale studio vi è l’Optogenetica, ossia un tipo di trattamento in cui vengono combinate tecniche ottiche e genetiche per poter tracciare circuiti neurali nel cervello. Nell’esperimento, venivano immesse nel cervello dei ratti delle cellule particolarmente sensibili alla luce (le canaldropsine) che, in un secondo momento venivano attivate tramite l’utilizzo di uno stimolo luminoso. Attraverso questa tecnica si scoprì che, nei ratti con dipendenza da cocaina, la porzione della corteccia pre-limbica presentava una ridotta eccitabilità e che la stimolazione in vivo (mediante optogenetica) di tale area produceva una maggiore attività di tale area, traducendosi in una riduzione dei comportamenti compulsivi di ricerca della droga.

Si trattava di un esperimento del tutto innovativo che apriva le porte a nuove linee di trattamento della tossicodipendenza. A partire da tale studio, infatti, si accese l’interesse verso questa nuova metodica per comprendere come tali risultati potessero essere replicati anche sull’uomo.

In Italia, il Dottor Luigi Gallimberti (Medico specializzato in Psichiatria e Tossicologia) fu tra i primi a portare avanti degli studi sull’uomo per comprendere come poter ottenere i medesimi risultati che i colleghi avevano osservato sugli animali.

Ci si affidò all’utilizzo della rTMS (Stimolazione Magnetica Transcranica Ripetitiva), già conosciuta per il trattamento di altri disturbi, tra cui la depressione. Si tratta di una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica, a corrente indotta, del cervello e del sistema nervoso in generale. Essa consente di studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali all’interno del cervello, provocando una micro lesione transitoria che inibisce il funzionamento dell’area oggetto d’indagine (Fiore, 2017).

Questa tecnica di stimolazione cerebrale consente di eccitare o inibire porzioni focalizzate della corteccia cerebrale attraverso la creazione di un campo magnetico. Nell’area interessata dall’arrivo del campo magnetico i neuroni vengono, quindi, attivati in un modo artificiale dalla corrente elettrica generata dal campo (Immagine 1). La TMS provoca un’interferenza temporanea e locale con l’attività cerebrale normale e, quindi, con i processi di elaborazione che sono svolti dall’area cerebrale interessata dalla stimolazione. Mediante l’utilizzo di una bobina sarebbe possibile, dunque, andare a modificare il funzionamento neurale implicato nel desiderio della sostanza e nei comportamenti di ricerca compulsiva della sostanza stessa. Un punto a favore di tale metodica è la sua non invasività e la sua capacità di modificare l’attività elettrica cerebrale in maniera del tutto indolore.

Immagine 1 – Il funzionamento della TMS

Il protocollo clinico e le prove di efficacia

L’utilizzo della rTMS come trattamento per la tossicodipendenza prevede un protocollo clinico specifico in cui un set di impulsi ripetuti viene applicato con lo scopo di alterare l’eccitabilità delle zone stimolate e delle aree del cervello anatomicamente e funzionalmente connesse. I meccanismi alla base degli effetti elicitati dall’utilizzo della TMS sono quelli di adattamento e di neuroplasticità.

Per quanto riguarda le prove di efficacia, già dal primo studio pilota i risultati ottenuti hanno fatto ben sperare sull’applicabilità e la significatività del trattamento. Nel 2015. Infatti, il Dottor Galimberti in collaborazione con il Dottor Bonci e tutto il loro staff hanno condotto uno studio per verificare se la stimolazione della corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC) potesse impedire (o quantomeno, contenere) l’uso di cocaina nell’uomo.

Nella prima fase dello studio, durata circa 29 giorni, 32 pazienti dipendenti da cocaina sono stati assegnati in maniera casuale al gruppo sperimentale (sessioni di 12 minuti di rTMS) sulla DLPFC sinistra o al gruppo di controllo (in cui non vi era utilizo di rTMS, bensì di farmaci). A questa fase è seguito poi un follow-up di 63 giorni (Fase 2), durante il quale tutti i partecipanti sono stati sottoposti al trattamento rTMS.

I risultati hanno mostrato un numero significativamente più alto di test antidroga delle urine negativi alla cocaina nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo (p = 0,004). Inoltre, anche il desiderio di cocaina era significativamente inferiore nel gruppo rTMS rispetto ai controlli (p = 0,038). I pazienti che hanno completato la fase 1 nel gruppo di controllo e che, successivamente hanno ricevuto un trattamento rTMS durante la fase 2,  hanno mostrato un miglioramento significativo con esiti favorevoli che sono comparabili a quelli del gruppo rTMS. Inoltre, non sono stati riscontrati eventi avversi significativi conseguenti all’utilizzo della TMS.

La scelta della DLPFC come area da stimolare risiede nel fatto che, come detto anche precedentemente, essa sembra essere il sito principale di dei processi decisionali, controllo cognitivo delle emozioni e comportamenti associati al rischio. Tramite studi di neuroimaging è stata dimostrata un’alterazione delle funzioni della DLPFC nei soggetti con diagnosi conclamata di tossicodipendenza. Dunque, andando a potenziare la sua attività elettrica, si dovrebbe riuscire anche a ristabilire il funzionamento del “sistema di ricompensa” e il rilascio di dopamina (meccanismi compromessi nei soggetti che abusano di sostanze). Da qui, si comprende bene l’utilizzo della TMS come volta al raggiungimento di diversi obiettivi:

  • il potenziamento dei meccanismi di autocontrollo e inibizione dell’impulsività;
  • l’inibizione dell’attività dei sistemi cerebrali che mediano il desiderio della sostanza;
  • il ripristino dei normali livelli di funzionamento del sistema della ricompensa e della dopamina.

Proprio in merito all’ultimo punto, in alcuni studi è stata utilizzata, congiuntamente alla rTMS, la tomografia ad emissione di Positroni (PET) che permette di quantificare il rilascio di dopamina. Ciò che è emerso dai risultati ottenuti è che il trattamento di Stimolazione promuove il rilascio di dopamina nel nucleo caudato. Infatti, nei soggetti dipendenti, la bassa produzione di dopamina in questa area cerebrale sembra essere la principale causa di anedonia (scarsa capacità di provare piacere). Inoltre, la modulazione della neurotrasmissione della dopamina nella corteccia cingolata anteriore e orbitofrontale permette di rafforzare la capacità di inibizione del desiderio e, di conseguenza, la presenza di comportamenti compulsivi di ricerca.

Alla luce di tali risultati, sembrerebbe logico ipotizzare un’efficacia totale ed indiscussa di tale trattamento e, probabilmente, proprio per tale ragione questi esperimenti hanno catturato l’attenzione di diverse testate giornalistiche che hanno parlato di tali scoperte in termini “sensazionali”.

Tuttavia, adottando un vero atteggiamento scientifico, sarebbe corretto adottare un’ottica critica. I risultati ottenuti sicuramente fanno ben sperare, ma con un’attenta ricerca è possibile osservare il basso numero di studi clinici condotti sull’utilizzo della TMS nelle tossicodipendenze. Inoltre, benchè gli studi condotti abbiano previsto una randomizzazione del campione nell’assegnazione al gruppo sperimentale o di controllo, è necessario tenere sempre in considerazione l’effetto dell’aspettativa dei soggetti. In questo caso parliamo di persone che, manifestando forti problemi comportamentali con importanti conseguenze sull’aspetto sociale, si sottopongono volontariamente al trattamento e che, proprio per questo, potrebbero avere forti aspettative in merito alla buona riuscita del trattamento stesso. Ricordiamo, infatti, che in questo caso il gruppo di controllo viene comunque sottoposto ad una sessione di rTMS, seppur senza il rilascio vero e proprio di elettricità. A tal proposito, infatti, come era facilmente intuibile, alcuni studi clinici hanno messo in luce come il trattamento con rTMS possa risultare efficace anche quando somministrato come placebo.

In altri studi ancora, invece, è stato mostrato come una parte del campione non fosse riuscita ad ottenere risultati a lungo termine con l’utilizzo esclusivo della stimolazione, bensì è risultato necessario integrare a tale metodica un percorso di psicoterapia e sistemi di rieducazione.

Nonostante ciò, in Italia, ad oggi sono presenti diversi centri privati che accolgono ogni giorno numerosi pazienti tossicodipendenti e li seguono in tutto il loro percorso di cura e riabilitazione.

In generale, le neuroscienze in questo campo avrebbero bisogno di prove di efficacia ancor più forti e numerose. Dunque, parlando di tossicodipendenza è fondamentale far riferimento all’aspetto biologico, ma non dimentichiamo mai che l’uomo non è solo ciò.

Ed ecco perché, l’utilizzo della metodica rTMS, per quanto possa rappresentare un trattamento efficace e funzionale, esso non può essere preso in considerazione senza una presa in carico del paziente “in toto” attraverso percorsi psicoterapici che tengano conto dei bisogni, delle aspettative e della storia di vita di ciascun individuo.

 


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Maltrattamento in età infantile: come cambia il riconoscimento delle emozioni?

L’essere stati vittime di un trauma o di maltrattamenti in età infantile può determinare una tendenza a interpretare negativamente le espressioni facciali neutre. Questo fenomeno non caratterizza solo l’età infantile ma si protrae sino all’età adulta

 

La capacità di riconoscere e differenziare le espressioni facciali neutre da quelle emotive si sviluppa durante l’infanzia (Durand, Gallay, Seigneuric, Robichon & Baudouin, 2007).

Dunque non sorprende come, talvolta, l’essere stati vittima di maltrattamenti in età infantile ostruisca lo sviluppo di tale capacità, determinando una tendenza ad interpretare negativamente le espressioni facciali neutre. Questo fenomeno, inoltre, non caratterizza solo l’età infantile (Pollak, Cicchetti, Hornung & Reed, 2000) ma si protrae sino all’età adulta (Wagner & Linehan, 1999).

Ciò detto, risulta necessario approfondire quanto riscontrato anche in alcune popolazioni cliniche. Difatti, in presenza di traumi o maltrattamenti subiti in età infantile, gli individui affetti da disturbo borderline di personalità, mostrano una tendenza ad interpretare le espressioni facciali neutre come espressioni di rabbia (Mitchell, Dickens & Picchioni, 2014) o di tristezza (Meehan et al., 2017), mentre coloro i quali presentano un disturbo dissociativo dell’identità, quando vivono uno stato emotivo connesso al trauma, tendono ad interpretare le espressioni neutrali come maggiormente minacciose (Schlumpf et al., 2013) .

In contesti di vita quotidiana, è stato osservato come anche gli individui affetti da un disturbo da stress post-traumatico (PTSD; American Psychiatric Association, 2013), non riescano a differenziare le espressioni di rabbia da quelle neutre ma, nonostante ciò, in letteratura esiste un solo studio che si sia proposto di analizzare parzialmente tale fenomeno, senza riscontrare differenze significative rispetto a controlli sani (Nazarov et al., 2014).

È a partire da queste considerazioni, e dai suddetti limiti, che un gruppo di ricercatori (Pfaltz et al., 2019) ha sviluppato l’ipotesi che individui affetti da un disturbo da stress post traumatico presentino un deficit nel riconoscimento delle espressioni neutre, tendendo a classificarle come espressioni negative. Inoltre, gli autori si sono proposti di verificare se tale fenomeno fosse più strettamente connesso al maltrattamento subito durante l’infanzia che alla diagnosi di PTSD. Supponendo che i bias osservati nel disturbo borderline di personalità o nel disturbo dissociativo dell’identità potessero essere collegati all’esperienza di maltrattamento nell’infanzia, gli autori hanno ipotizzato che gli individui con esperienze infantili più traumatiche avrebbero interpretato più frequentemente le espressioni facciali come negative rispetto ai controlli.

Dato che precedenti studi hanno dimostrato come il numero di eventi traumatici subiti, l’alessitimia e la dissociazione possono influenzare il riconoscimento delle emozioni in individui affetti da PTSD (Passardi, Peyk, Rufer, Wingenbach & Pfaltz, 2019), gli autori hanno deciso di includere nell’analisi anche le suddette variabili.
Allo studio hanno preso parte individui affetti da PTSD (n =39), un gruppo di controllo composto da individui sani ma vittime di traumi (n=44) e un gruppo di controllo, costituito da individui sani esenti esperienze traumatiche rilevanti (n= 35).

Ai partecipanti sono stati presentati 300 filmati, di cui 270 raffiguranti espressioni facciali emotive (positive e negative) e 30 espressioni neutre. È stato dunque chiesto loro di classificare nel più breve tempo possibile le emozioni mostrate, in modo che essi potessero rispondere in maniera spontanea, così come avviene durante la vita quotidiana.

I risultati non hanno mostrato differenze significative tra i risultati ottenuti dai soggetti affetti da PTSD e i soggetti di controllo, nel riconoscimento delle espressioni neutre. Di contro, gli individui che hanno subito esperienze di abuso sessuale infantile più invasive hanno ottenuto risultati peggiori nel riconoscimento delle espressioni facciali neutre rispetto agli individui che hanno subito esperienze di abuso sessuale meno invasive. Inoltre, coloro i quali sono stati vittime di abusi sessuali infantili e di abbandono fisico, tendono ad interpretare le espressioni facciali neutre come maggiormente colleriche. Più incisiva sarà stata l’esperienza di abuso sessuale, più i soggetti tenderanno ad interpretare le espressioni facciali neutre come disprezzo, rispetto a coloro i quali abbiano subito esperienze meno incisive, o esperienze di abbandono fisico o di abuso emotivo.

Sulla base dei risultati emersi, si è dunque concluso che, il maltrattamento sui minori, in particolare l’abuso sessuale infantile, possa influire più significativamente sulla difficoltà relativa al riconoscimento delle espressioni neutre e alla conseguente interpretazione negativa delle suddette, rispetto alla presenza di disturbi mentali come il disturbo da stress post-traumatico o al disturbo borderline di personalità, o ancora rispetto a variabili come l’alessitimia e la dissociazione.

A tal proposito, è stato ipotizzato che ciò sia in parte dovuto al fatto che tali eventi siano spesso accompagnati o seguiti da una neutralità espressiva da parte dei carnefici. Le vittime possono quindi aver imparato a non fidarsi dell’apparente calma delle espressioni neutre, a causa delle aspettative che esse siano seguite da esperienze avverse (Schlumpf et al., 2013).

Gli autori hanno dunque concluso che l’abuso sessuale infantile possa esercitare un danno non solo sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei soggetti, ma anche sulle abilità sociali, ulteriormente inficiate dall’incapacità di identificare correttamente le espressioni facciali.

Naturalmente, qualora le ricerche successive dovessero confermare quanto appena esposto anche in condizioni di vita reale, ciò comporterebbe rilevanti conseguenze in ambito clinico. Nello specifico, in prima battuta sarebbe necessario riconoscere gli individui portatori di tali difficoltà, in quanto potrebbero mostrare risposte comportamentali disadattive ad espressioni neutre mostrate dal proprio interlocutore, generando problematiche di tipo relazionale (Cloitre, Scarvalone & Difede, 1997), anche all’interno del setting psicoterapico.

Di conseguenza, al fine di migliorare la relazione terapeutica, bisognerebbe sensibilizzare maggiormente i clinici circa il suddetto fenomeno, in modo che essi possano prestare una maggiore attenzione alla propria comunicazione non-verbale e, al contempo, circoscrivere in una cornice di significato più puntuale le risposte dei propri pazienti.

 

La Psicologia Digitale – Lo psicologo del futuro

La Psicologia Digitale esamina i modi in cui le tecnologie possono essere progettate per realizzare strumenti diagnostici e terapeutici a disposizione degli psicologi.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 5) La Psicologia Digitale

 

 Le nuove tecnologie e l’avvento del digitale stanno drasticamente modificando i nostri comportamenti, le modalità di apprendimento, i fenomeni psicologici, la ricerca scientifica e le tecniche diagnostiche e riabilitative utilizzate in psicologia.

In questo scenario gli sviluppi tecnologici mostrano un duplice aspetto: da una parte essi sono strumenti diagnostici e terapeutici promettenti, dall’altra generano inevitabilmente importanti cambiamenti non solo sociali ma anche psicologici e mentali che occorre indagare e approfondire.

Le competenze e le tecniche psicologiche hanno la necessità di confrontarsi con il mondo digitale e svilupparsi in parallelo e in accordo a questi cambiamenti. Ciò vale tanto per il mondo accademico, quanto per i singoli professionisti.

La Psicologia Digitale, anche chiamata Cyberpsicologia, è la disciplina che si prefigge di indagare e sistematizzare questo cambiamento. Essa studia infatti in che modo e in che misura gli sviluppi tecnologici comportano variazioni non solo sociali ma anche psicologiche e mentali. Esamina inoltre i modi in cui le tecnologie possono essere progettate per realizzare strumenti diagnostici e terapeutici a disposizione degli psicologi.

Perché è necessario che gli psicologi di oggi, non solo gli psicologi del futuro, conoscano le nuove tecnologie e i loro effetti?

In primo luogo, per poter intercettare le nuove forme di disagio psicologico, in maniera rapida e precisa. In seconda battuta, per trattare il disagio in maniera maggiormente efficace: l’utilizzo delle nuove tecnologie spesso aumenta la compliance e l’engagement del paziente. Infine, ad oggi, rivolgersi alla psicologia digitale, permette di potersi distinguere in un mercato competitivo.

Alcuni esempi di tecnologie a disposizione dell’attività professionale di psicologo sono:

Nella FIRST EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY. DIGITAL PERSPECTIVES IN PSYCHOLOGY, organizzata dalla Sigmund Freud University, che si terrà il 19-20 febbraio 2021 verranno trattate le aree tematiche sopra citate in lectio magistralis tenute da esperti del settore.

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Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

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Chi non conosce il proprio limite tema il destino e l’assenza del bonus mensile: il bisogno del concetto di Razionalità Limitata

Nel mondo lavorativo odierno, il ricorso al multitasking è considerato un elemento imprescindibile per una buona produzione professionale. Sebbene possa portare a benefici iniziali di breve durata, molto spesso ciò conduce a conseguenze psicofische pesanti, anche gravi. Ne segue una analisi critica, recuperando il concetto della “Razionalità Limitata” di Herbert Simon.

 

Nel mondo aziendale moderno, il ricorso al multitasking è considerato un elemento necessario e fondamentale per la produzione. Di fatto, le innovazioni multimediali hanno diminuito i tempi e i costi di non pochi processi produttivi, dunque si presenta il bisogno di svolgere più mansioni in tempo reale, mettendo alla prova i limiti umani e delle Organizzazioni di assorbire le informazioni necessarie ed il loro effettivo utilizzo (D.H. Henard , M.A. McFadyen, 2006).

Come indicano Rom Schrift e Shalena Srna, rispettivamente professore di marketing e dottoranda alla Università di Wharton, assieme al professore di Yale Gal Zauberman. L’uso del multitasking per tempi brevi può avere dei benefici, ottenuti soprattutto con l’autoinganno (2018): secondo gli accademici, illudendosi nel periodo necessario di essere bravi nella gestione di più compiti può condurre a risultati lavorativi positivi, maggiore autostima e meno rischi psicologici d’impatto.

Tuttavia, nel mondo lavorativo odierno, influenzato soprattutto dalla Industria 4.0 (Morrar, R., Arman, H., & Mousa, S. 2017) e dall’utilizzo dei Big Data (McAfee, A., Brynjolfsson, E., Davenport, T. H., Patil, D. J., & Barton, D., 2012), la necessità di ricorrere al multitasking supera assai la capacità che l’essere umano ha di concentrarsi e di gestire l’energia mentale richiesta. Ciò può portare a conseguenze psicofisiche gravi, come  l’eccesso di stress che conduce a sviluppare malattie croniche ed autoimmuni (Natali, 2020). Mats Alvesson e Andrè Spicer, due noti accademici rispettivamente dell’Università di Lund e della Cass Business School, indicano come soluzione al problema il recupero del concetto di “razionalità limitata”, contestualizzata da Herbert Simon.

Come è riportato nel testo divulgativo dei due professori, “Il Paradosso della Stupidità” (2017), il Premio Nobel per L’Economia nel 1978 e Premio Turing nel 1975, basandosi sulla sua esperienza lavorativa post-universitaria presso l’ufficio di bilancio del municipio della sua città natale, Milwuakee, notò come l’educazione scolastica ed accademica indottrinasse ad avere sempre un filtro di analisi razionale in qualsiasi momento, cosa che crea sempre paradossi nei luoghi di lavoro, dove spesso i veri motori del gioco economico sono il cinismo, la routine e la gestione delle emozioni.

Memore di questi vissuti empirici, Simon ha identificato la teoria della razionalità limitata, secondo la quale la base del decision making sarebbe il tenere a mente le limitate energie cognitivo-mentali dell’essere umano. Di fatto l’Uomo, avendo limitate abilità cognitive, non essendo portato spesso a progettare piani a lungo termine ed essendo disponibile ad abbandonare i propri interessi a beneficio di altri attori (Sträter, K.F.,  2019) , spesso sopravvaluta il carico mentale richiesto dal lavoro, perdendo così il più delle volte la sua capacità di usare il raziocinio.

Alvesson e Spicer riprendono la teoria dell’economo ed esperto di organizzazioni americano perché pensano che possa essere un monito per quanto riguarda l’abuso del multitasking: di fatto, come scritto in precedenza, l’essere umano ha capacità razionali e cognitive limitate, non adatte per niente all’uso sfrenato degli strumenti dell’informational technology e della sempiterna ricerca dell’ottimale da parte delle Aziende. Infatti, per Simon, la soluzione salubre sia per le Organizzazioni che per gli attori, è la ricerca della quantità soddisfacente (1987). Per ricordare, come dice Gabriele Romagnoli (2017), che

i limiti in generale sono un vantaggio, non una diminuzione delle possibilità.

 

La morte fa paura. Consapevolezza e accettazione (2020) di Patrizia Ruggerini – Recensione del libro

‘Si muore sempre peggio’. E’ da questa amara considerazione che nasce lo spunto per la realizzazione del libro La morte fa paura. Consapevolezza e accettazione di Patrizia Ruggerini.

 

Le parole sono pronunciate dalla direttrice dell’hospice in cui l’autrice inizia il volontariato, nel suo percorso di formazione per diventare counselor, e rappresentano per lei un’eco della sua esperienza personale, esperienza che la porta ad interessarsi a questo tema, personalmente e professionalmente, e da cui prende l’avvio una profonda riflessione sul fine vita. Abbiamo dimenticato come si fa a ‘morire bene’: lo vediamo nella solitudine delle corsie degli ospedali, nella difficoltà di fronte a qualcuno che condivide con noi l’esperienza di un lutto o di una malattia, nella nostra tentazione di sviare il discorso, minimizzare, andare oltre troppo in fretta, incapaci di stare nella sofferenza, di stare di fronte alla morte. L’autrice ci porta a soffermarci su quello che vorremmo evitare ma che non possiamo eludere, mettendo in luce il disagio e il fallimento della nostra società nell’accompagnamento al fine vita.

L’idea della morte suscita in tutti noi sentimenti e atteggiamenti di paura, negazione, evitamento. Per paura di morire arriviamo a farci fare di tutto ed è incredibilmente difficile, anche di fronte ad una grave malattia, prendere davvero in considerazione che il suo decorso possa essere infausto. Rimaniamo attaccati alla vita talvolta ad ogni costo, incapaci di accettare la nostra mortalità e quella dei nostri cari.

Se guardiamo al nostro passato possiamo vedere che non è sempre stato così: prima dell’industrializzazione la morte era un evento più naturale, le famiglie erano più numerose, i vecchi stavano in casa e morivano in casa, accompagnati dalla presenza dei loro cari e da rituali di accompagnamento al fine vita che davano un senso al momento di passaggio e servivano ai morenti per accommiatarsi e ai familiari per salutarli e accettare la separazione con maggiore consapevolezza. Era un momento importante, in cui nessuno stava solo e in cui tutti partecipavano al ciclo della vita, bambini compresi. La morte, semplicemente, era parte della vita. Oggi le cose sono molto cambiate: da un lato i progressi della medicina ci hanno allontanati dalla consapevolezza della nostra mortalità; dall’altro non solo i nuclei famigliari sono molto più ridotti e faticano per questo a farsi carico della sofferenza e dell’accudimento dei loro vecchi e dei loro malati, ma manca la familiarità con la morte, mancano rituali di passaggio capaci di accompagnare e sostenere tutta la famiglia in questo momento delicato e si fa molta più fatica ad accettare la morte come evento naturale.

L’atteggiamento più frequente nei familiari, infatti, come nota l’autrice nella sua esperienza in hospice, è la negazione, l’’omertà: non vogliono che il malato sia informato del suo reale stato di salute. Nel tentativo di proteggerlo, lo relegano in una triste solitudine. Gli impediscono di avere così accesso alla risorsa più importante, la relazione, la possibilità di esprimere la sua sofferenza e di beneficiare del conforto empatico di chi gli vuole bene. Invece di stringersi intorno al malato e aiutarlo ad andarsene nel modo più sereno e armonico possibile, i familiari sono troppo spaventati e privi degli strumenti adeguati per reggere la fatica di confrontarsi con la morte, e questo crea una grande sofferenza nel malato e in tutta la famiglia.

Guardare un morente è come guardare in uno specchio: ci riflette la nostra fragilità, la nostra precarietà in questo mondo, ci anticipa il nostro ineluttabile destino. Senza gli strumenti giusti non siamo capaci di tanto coraggio.

Questa difficoltà non riguarda solo i familiari, ma anche i medici che sono spesso collusivi con questa tendenza a nascondere, a negare, a minimizzare. Il sistema sanitario, con le sue tempistiche ristrette e la continua carenza di risorse, certamente non aiuta a costruire una relazione medico-paziente umana e profonda, ma ciò cha manca è anche un’adeguata formazione del personale sanitario, ad ogni livello, nella comunicazione chiara ed empatica. L’esperienza più comune che vivono i malati è quella di non avere spazio per esternare i propri dubbi e le proprie paure, che vengono messe a tacere da frettolose rassicurazioni talvolta infondate che creano pericolose illusioni e lasciano il malato sempre più solo.

Nonostante la legge preveda il ‘consenso informato’, basato sui diritti della persona sanciti dalla Costituzione, troppo spesso la comunicazione è frammentaria, superficiale e al malato non è davvero garantita la possibilità di scegliere in piena consapevolezza e libertà.

Occorre un cambio di prospettiva: guardare al malato, non alla malattia. Non ‘curare’, ma guardare alla persona per ‘prendersene cura’ nella sua interezza.

Per fare questo dobbiamo imparare (o re-imparare) a stare in relazione, a porci accanto al malato in un atteggiamento empatico, dando spazio alle sue emozioni e accogliendole, per quanto difficili. E’ necessario lasciare andare la nostra tensione per fare spazio alle emozioni del malato senza sovraccaricarlo con le nostre.

In un’epoca di ‘analfabetismo emozionale’, le riflessioni di Patrizia Ruggerini accompagnano in una direzione opposta, verso l’importanza di una rieducazione al sentire: l’unico modo per ‘morire bene’ è arrivare consapevoli a questo passaggio riconoscendo le emozioni di paura, dolore e sofferenza, affrontandole, ascoltandole e imparando a regolarle, senza negarle né farsi dominare da esse. Dobbiamo accrescere la nostra competenza emotiva durante tutta la nostra vita, imparare a usare bene le nostre emozioni: le emozioni non sono un nemico da sconfiggere o da cui fuggire, ma uno strumento per muoversi nel mondo, per capire dove stiamo andando rispetto ai nostri bisogni fondamentali. Senza questo strumento siamo ciechi e incapaci di ridare dignità e valore alla malattia e alla morte. E dunque alla vita.

Forse proprio questo difficile momento storico ci costringe a fermarci e prendere di nuovo consapevolezza della nostra finitezza, del nostro essere mortali per rimetterci in contatto con ciò che davvero rende la vita degna di essere vissuta: le nostre emozioni e il nostro essere in relazione con gli altri. Lo abbiamo visto drammaticamente in questi mesi e purtroppo lo vediamo ancora: la cosa più difficile della pandemia non è la morte, ma la solitudine, la separazione dagli affetti, l’impossibilità di dirsi addio e tenersi la mano nel momento del passaggio. Allora forse possiamo imparare qualcosa da questa terribile esperienza, ritrovare il contatto con noi stessi e le nostre emozioni per stare in relazione autentica ed empatica con chi è nel momento più difficile, proprio quando ha maggiore bisogno di sostegno e vicinanza.

Due “falsi Sé”: confronto tra disturbo narcisistico e disturbo borderline di personalità

Le diagnosi di disturbo borderline di personalità e di disturbo narcisistico di personalità sono state aggiunte nella terza edizione del DSM e i due disturbi sono stati considerati per alcuni aspetti parenti stretti e allo stesso tempo lontani.

 

Secondo il DSM-5 (APA, 2013), il disturbo borderline (BPD) è un disturbo di personalità che presenta un pattern di relazioni interpersonali intense e instabili, instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore, impulsività marcata, un’alterazione dell’identità legata all’immagine di sé o alla percezione di sé, rabbia intensa o inappropriata e sforzi per evitare un abbandono reale o immaginario.

Il disturbo narcisistico (NPD) di personalità (APA, 2013) evidenzia un quadro pervasivo di grandiosità, mancanza di empatia e necessità di ammirazione: spesso i soggetti sono assorbiti da fantasie di successo, bellezza, fascino, potere e amore ideale, credono di essere unici e speciali, sono presenti sentimenti di invidia e comportamenti presuntuosi o arroganti.

Entrambe le diagnosi sono state aggiunte nella terza edizione del DSM (Widiger, 1993), per alcuni aspetti considerate parenti stretti e allo stesso tempo lontani. Rinsley (1984, p.2) osservò, da un punto di vista psicodinamico, come i disturbi di personalità possano rappresentare

esempi di due varietà fondamentali di patologia dell’autostima, ovvero quelle diagnosticabili come borderline e quelle diagnosticabili come narcisistiche.

Negli anni ’70 era presente un grande interesse per le diagnosi di questi due disturbi (Ronningstam & Gunderson, 1991): Adler (1981) sostiene che questi facciano parte dello stesso continuum, con la differenza che i pazienti narcisisti mostrano una maggiore capacità coesiva, una stabilità e una sopportazione più alta nel gestire la solitudine rispetto ai pazienti borderline. L’autore di questo articolo, Gunderson (1984) riporta una differenza tra il senso di idealizzazione perenne presente nel disturbo narcisistico di personalità e l’oscillazione tra idealizzazione e svalutazione osservabile nel disturbo borderline. Masterson (1988) ritiene che questi disturbi riflettano due falsi sé opposti, come il falso sé “gonfiato” nei pazienti narcisisti e il falso sé “sgonfio” nei pazienti borderline.

Fossati e colleghi (2016) hanno valutato le associazioni tra il DSM-5, il modello alternativo dei disturbi di personalità considerando il disturbo narcisistico (NPD) e il disturbo borderline di personalità (BPD) attraverso la somministrazione del Personality Inventory for DSM-5 (PID-5) e la SCID-II su un campione di 238 pazienti (NPD = 49; BPD = 32; altri PD = 91; nessun PD = 63) ricoverati e ambulatoriali dell’ospedale San Raffaele di Milano. I risultati mostrano come la labilità emotiva, la depressione, l’insicurezza dovuta a separazione, l’impulsività, l’ostilità e l’assunzione di rischi fossero associate a diagnosi di disturbo borderline di personalità. In particolar modo, i tratti che discriminano i pazienti con disturbo borderline sono l’insicurezza dovuta alla separazione, la distraibilità, l’impulsività e la disregolazione percettiva.

Negli ultimi anni si ha ancora poca conoscenza sui tratti narcisistici nel disturbo borderline di personalità (Euler et al., 2018): uno studio ha cercato di indagare le associazioni tra narcisismo e narcisismo nelle due varianti vulnerabile e grandioso in relazione al genere e alle caratteristiche del disturbo borderline di personalità. Il Pathological Narcissism Inventory e altre misure psicometriche sono state somministrate a 65 pazienti borderline. I risultati mostrano come i pazienti maschi con disturbo borderline di personalità presentano punteggi narcisistici più elevati rispetto alle femmine (p<0,01), il narcisismo grandioso ha mostrato un’associazione più forte col disturbo narcisistico di personalità, mentre il narcisismo vulnerabile è associato solo col disturbo borderline di personalità (tale tipologia di narcisismo era predetta dalla sensibilità al rigetto e dalla depressione).

 

L’arduo lavoro del cuoco: tra stress e rischi psicologici

Il lavoro del cuoco è uno dei lavori più stressanti proprio perché se manca coordinazione e spirito di squadra all’interno di una brigata, il rischio è sì di sbagliare il piatto, ma soprattutto si vive male l’intero ambiente lavorativo. Per un cuoco, ciò è tutto, visto che la maggior parte del loro tempo lo passano in cucina.

 

Mi sono sempre chiesta come facessero cuochi e chef a gestire gli alti livelli di stress. È soprattutto nei fine settimana che il cuoco deve dare il meglio di sé: il numero di comande che aumentano spropositatamente, dare la giusta attenzione ad ogni singolo dettaglio, ma allo stesso tempo essere veloci perché alla gente non piace aspettare quando ha fame. È successo ad ognuno di noi di ritrovarsi in un ristorante e lamentarsi del piatto che fatica ad arrivare, sbuffando e guardandoci attorno con fare accusatorio. Ma cosa c’è dietro alla preparazione di un piatto? Ebbene, ho avuto modo di osservare un po’ di cuochi “all’opera”, guardandoli da “dietro le quinte” e sono rimasta sbalordita dal lavoro di squadra che è presente in ogni “brigata”. È stato Escoffier, cuoco francese di fine 800, a coniare il termine di brigata, ideando una gerarchia piramidale in cui ruoli e mansioni sono ben suddivisi, proprio come una brigata militare (A. Meldolesi, 2019).

Il lavoro del cuoco è uno dei lavori più stressanti proprio perché se manca coordinazione e spirito di squadra all’interno di una brigata, il rischio è sì di sbagliare il piatto, ma soprattutto si vive male l’intero ambiente lavorativo. Per un cuoco, ciò è tutto, visto che la maggior parte del loro tempo lo passano in cucina. Lavorano, infatti, fino a 12/15 ore al giorno, è un lavoro full-time, nel vero senso della parola.

Inoltre, mi sono chiesta come facessero ad accettare tutto ciò anche perché un lavoro che impegna così tanto preclude la possibilità di avere relazioni di qualche genere con l’ambiente esterno. La risposta più comune che mi è stata data, è la passione per la cucina, è questo che spinge i più a intraprendere questo tipo di carriera. Molti di loro, però, non vorrebbero invecchiare in una cucina e si ritrovano tirati da due lembi: da una parte, la passione di creare nuovi piatti in connubio con nuovi gusti, dall’altra la consapevolezza che non si può lavorare per sempre in cucina, rimanendo così intrappolati in questa ambivalenza. Tematica preponderante è il senso di fallimento: molti cuochi non abbandonano il lavoro, anche se usurante, proprio perché associano l’abbandono del mestiere con il fallimento personale. Il fallimento e la crisi vengono definiti come

un pilastro di una certa visione del mondo, una visione che (porta) in sé il senso della morte e della resurrezione. (G.M. Ruggiero, 2016)

Connessa alla tematica del fallimento vi è l’autostima, preferita al concetto di crisi che rigenera, che ormai ci rende incapaci di fallire. Tutti gli studi sull’argomento autostima sottolineano l’intollerabilità dell’idea del fallimento e dunque di un’autostima che spesso ci

rende incapaci di fallire e quindi di morire e ripartire. (Idem)

Queste parole suggeriscono la necessità di un cambiamento della visione del fallimento che può essere interpretato come una ripartenza, un nuovo inizio.

In uno studio condotto su 710 chef italiani, è emerso che il 47% del campione ha un problema di salute moderato-grave. Tra i problemi più comuni vi sono: disturbi gastrointestinali, della pressione sanguigna e muscolo-scheletrici (A. Cerasa, C. Fabbricatore, G. Ferraro et al., 2020). Da tale studio emerge che lo stress accumulato sul lavoro può fungere da “base” per lo sviluppo di disturbi mentali come la depressione. Si evince che la durata del lavoro e della giornata lavorativa possono essere fattori predittivi di stress, che aumentano la probabilità di malattia (Idem).

Dalla mia esperienza diretta con tale categoria lavorativa specifica, ho constato che oltre a disturbi somatici, uno dei rischi maggiori è di ricorrere all’uso di sostanze stimolanti (come, ad esempio, abuso di alcol e droghe). Molti cuochi ricorrono a tali “palliativi” per fronteggiare un ambiente lavorativo che richiede una prestazione elevata costante.

Un ulteriore rischio tra chef famosi e di successo, e non solo, è il suicidio. Tale dato suggerisce che l’associazione tra successo personale e benessere, in questo specifico ambito non coincide, in quanto avanzando di grado, aumentano le responsabilità, le ore di lavoro e lo stress.

È opportuno, dunque, attuare un piano nazionale di supporto psicologico rivolto a tale categoria di lavoratori. Ad oggi, l’Ordine Psicologi del Lazio, ha attivato il progetto La psicologia al servizio della ristorazione per consentire strumenti alternativi nella gestione dello stress. Un grande traguardo per tutto il settore e la speranza è che ciò si propaghi in tutti gli Ordini regionali degli psicologi.

 

Case Formulation as Therapeutic Process in CBT – Presentazione del libro a cura di G. M. Ruggiero, G. Caselli e S. Sassaroli

È stato pubblicato per Springer il libro Case Formulation as Therapeutic Process in CBT a cura di Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli. Il libro tratta l’importanza della formulazione del caso nella realizzazione di efficaci terapie cognitivo comportamentali (CBT)

 

Il libro Case Formulation as Therapeutic Process in CBT tratta l’importanza della formulazione del caso nella realizzazione di efficaci terapie cognitivo comportamentali (CBT), centrandola come il principale strumento operativo degli approcci CBT con cui il terapeuta gestisce l’intero processo psicoterapeutico. I capitoli discutono interventi e componenti CBT specifici del trattamento, fattori aspecifici tra cui alleanza e relazione terapeutica e background teorico e storico delle pratiche CBT. Inoltre, il libro propone che nella CBT la formulazione del caso sia una procedura che viene continuamente condivisa e rivalutata tra paziente e terapeuta durante il corso del trattamento.

Il libro comprende due tipi di contributi: capitoli composti dai tre curatori nei quali è descritta e discusso l’uso della formulazione del caso nei principali orientamenti cognitivi e anche in alcuni orientamenti psicodinamici; capitoli composti da esperti nell’orientamento specifico trattato che commentano i contributi composti dai tre curatori. Ad esempio il capitolo dedicato alla CBT classica è commentato da Arthur Freeman e Steven Hollon.


Case Formulation as Therapeutic Process in CBT edited by G. M. Ruggiero, G. Caselli and S. Sassaroli

The book Case Formulation as Therapeutic Process in CBT edited by Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli has been published for Springer.

This book deals with the importance of case formulation in the implementation of effective cognitive behavioral therapies (CBT), defining it as the main operational tool of the CBT approaches with which the therapist manages the entire psychotherapeutic process. Chapters discuss specific CBT interventions and components of treatment, nonspecific factors including therapeutic alliance and relationship, and theoretical and historical background of CBT practices. Furthermore, the book proposes that case formulation in CBT is a procedure that is continually shared and re-evaluated between patient and therapist during the course of treatment.

The book includes two types of contributions: chapters composed by the three editors in which the use of the case formulation is described and discussed in the main cognitive orientations and also in some psychodynamic orientations; chapters composed by experts in the specific orientation who comment on the contributions composed by the three editors. For example, the chapter dedicated to classical CBT is commented by Arthur Freeman and Steven Hollon.


CONTENUTI / BOOK CONTENTS

I capitoli e gli autori sono: (The chapters and authors are:)

  • Chapter 1. The shared case formulation as the main therapeutic process in cognitive behavioral therapies
    Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli
  • Chapter 2. Case formulation in standard cognitive therapy
    Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli
  • Chapter 3. The Conceptualization Process in cognitive behavioral therapy. Commentary on chapter 2.
    Arthur Freeman
  • Chapter 4. Case formulation in standard cognitive therapy: A commentary on chapter 2
    Steven D. Hollon
  • Chapter 5. Commentary to chapter 2: The use of goals in cognitive behavioral therapy case formulation.
    Angelo Maria Saliani, Claudia Perdighe, Barbara Barcaccia, and Francesco Mancini
  • Chapter 6. Case formulation in the behavioral tradition: Meyer, Turkat, Lane, Bruch, and Sturmey
    Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli
  • Chapter 7. Some thoughts on chapter 6 Case formulation in the behavioral tradition: Meyer, Turkat, Lane, Bruch, and Sturmey by Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli.
    Peter Sturmey
  • Chapter 8. How B-C Connection and Negotiation of F allow the Design and Implementation of a Cooperative and Effective Disputing in Rational Emotive Behavior Therapy
    Giovanni M. Ruggiero, Diego Sarracino, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli
  • Chapter 9. Commentary to chapter VIII. REBT’s B-C connection and negotiation of F
    Raymond DiGiuseppe and Kristene Doyle
  • Chapter 10. Commentary to chapter 8. Commentary on chapter VIII: REBT provides a firm basis for case formulation by employing an ongoing, implicit and hypothetico-deductive form of data collection in critical collaboration, negotiation and an equal relationship with the client
    Wouter Backx
  • Chapter 11. Case formulation in process-based therapies
    Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli, Andrea Bassanini, and Sandra Sassaroli
  • Chapter 12. Commentary on Chapter 11: Process Based CBT as an approach to case conceptualization
    Avigal Snir and Stefan Hofmann
  • Chapter 13. Clinical Behavior Analysis, ACT and case formulation. A commentary on chapter 11.
    Paolo Moderato and Kelly Wilson
  • Chapter 14. Schema Therapy, Contextual Schema Therapy and case formulation: Commentary on Chapter 11.
    Eckhard Roediger, Nicola Marsigli, and Gabriele Melli
  • Chapter 15. Strengths and limitations of case formulation in constructivist cognitive behavioral therapies
    Giovanni M. Ruggiero, Antonio Scarinci, Gabriele Caselli, and Sandra Sassaroli
  • Chapter 16. A constructivist pioneer of formulation. A commentary on chapter 15.
    David A. Winter and Guillem Feixas
  • Chapter 17. Commentary on the presentation of the Metacognitive Interpersonal Therapy Model in Chapter 15.
    Antonio Semerari and Antonino Carcione
  • Chapter 18. The role of trauma in psychotherapeutic complications and the worth of Giovanni Liotti’s cognitive-evolutionist perspective (CEP): Commentary on chapter 15.
    Benedetto Farina
  • Chapter 19. The case formulation in the Post-Rationalist Constructivist model. Commentary on chapter 15.
    Maurizio Dodet
  • Chapter 20. Case formulation and the therapeutic relationship from an evolutionary theory of motivation. Commentary to chapter 15.
    Fabio Monticelli
  • Chapter 21. Emotion, Motivation, Therapeutic Relationship and Cognition in Giovanni Liotti’s Model: Commentary on Chapter 15.
    Saverio Ruberti and Raffaella Visini
  • Chapter 22. Case formulation as an outcome and not an opening move in relational and psychodynamic models
    Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli
  • Chapter 23. Commentary to chapter 22: Plan formulation vs case formulation: the perspective of Control-Mastery Theory
    Francesco Gazzillo and George Silberschatz
  • Chapter 24. Some historical and theoretical remarks about psychodynamic assessment. Commentary on chapter 22.
    Marco Innamorati and Mariano Ruperthuz Honorato
  • Chapter 25. Case formulation in psychoanalysis and in cognitive-behavioral therapies: Commentary on chapter 22.
    Paolo Migone
  • Chapter 26. The empirical state of case formulation: Integrating and validating cognitive, evolutionary and procedural elements in the CBT case formulation in the LIBET procedure
    Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli
  • Chapter 27. Commentary on Chapter 26: A Constructivist Perspective on LIBET
    David A. Winter
  • Chapter 28. New dimensions in case planning: integration of E-mental health applications
    Christiane Eichenberg
  • Chapter 29. Now’s the time: CBT shares case formulation more (but not too) easily.
    Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli and Sandra Sassaroli

Piccole abitudini per grandi cambiamenti

Tutti abbiamo provato, almeno una volta nella vita, ad implementare delle nuove abitudini senza raggiungere il successo che ci aspettavamo; magari si tratta proprio di uno di quei fatidici buoni propositi che ci ripromettiamo di attuare ogni anno. Cosa ce lo impedisce?

 

Spesso riteniamo necessario che per dei grandi successi servano delle grandi azioni, ma la verità è che migliorare anche solo l’1% in modo costante, su lungo periodo, è ciò che fa davvero la differenza.

Mettere da parte 5 euro ogni giorno, non ci renderà milionari all’istante, ma in un mese ci permetterà di risparmiare in media ben 150 euro, in un anno 1825 euro e addirittura in cinque anni ben 9125 euro permettendoci magari di intraprendere il viaggio dei nostri sogni che da sempre rimandiamo.

Con questo esempio ciò che voglio trasmettere è l’idea che davvero con piccoli, a volte insignificanti, cambiamenti nella nostra giornata possiamo realmente fare la differenza nella nostra vita. Il modo più semplice per introdurre nella nostra quotidianità tali cambiamenti è implementare delle abitudini.

Cosa sono le abitudini?

Le abitudini sono le azioni che compiamo ogni giorno e che siamo propensi a ripetere. Spesso molte persone erroneamente tendono a pensare che sia la nostra personalità a determinare le nostre abitudini. Quante volte abbiamo sentito un amico o un parente giustificare una cattiva abitudine affermando ‘beh, sono fatto così, non ci posso fare niente’ e a questa frase potrebbero susseguirsi infinite possibilità tra cui ‘non mi è mai piaciuto lo sport, sono più un tipo da divano e serie tv’ oppure ‘fumo da vent’anni, non potrei più farne a meno’ o ancora, una delle mie preferite, ‘le verdure non le mangio fin da quando sono bambino, figurati se comincio adesso!’.

Mi dispiace deludervi, ma studiando psicologia ed essendo appassionata da tempo all’argomento, vi posso assicurare che non vi è nessuna validità scientifica su presunti tratti della personalità innati. Siamo ciò che decidiamo di essere, lo dicono anche gli scienziati.

La buona notizia però è proprio questa: nel momento in cui prendiamo consapevolezza di attuare delle azioni che non ci rendono fieri di noi stessi, abbiamo il potere di cambiarle.

Perché spesso è così difficile abbandonare un’abitudine o implementarne delle nuove?

Diciamolo chiaramente, tutti ci abbiamo provato, almeno una volta nella vita, ad implementare delle nuove abitudini senza raggiungere il successo che ci aspettavamo. Magari si tratta proprio di uno di quei fatidici buoni propositi che ci ripromettiamo di attuare ogni anno o magari, più semplicemente, si tratta di una piccola azione che continuiamo a ripetere e che non ci fa sentire del tutto a posto con noi stessi.

Qualunque sia l’entità del cambiamento, qualunque sia l’importanza che attribuiamo ad esso, non fa differenza perché spesso l’insuccesso deriva dal medesimo errore.

Ci concentriamo troppo sull’obiettivo, su ciò che vogliamo raggiungere, sul nostro momento di gloria e molto poco sugli schemi che abbiamo intenzione di attuare per raggiungerli.

Cosa sono gli schemi e perché sono più importanti degli obiettivi?

Secondo Hazel Markus, sociopsicologa americana professoressa presso la Stanford University, il concetto di sé è costituito da un insieme di schemi di sé corrispondenti alle dimensioni rispetto alle quali conosciamo noi stessi. In altre parole, oltre ad essere dei “magazzini” al cui interno vengono accumulate le conoscenze circa sé stessi, gli schemi svolgono un’importante funzione nel processo di codifica ed elaborazione delle informazioni inerenti alla propria persona, selezionando e interpretando gli eventi in modo attivo sulla base di quanto già sappiamo su noi stessi.

Secondo l’approccio psicoterapeutico innovativo, definito “Schema – Focused Cognitive Therapy”, proposto dallo psicologo americano laureato presso la Yale University, Jeffrey E. Young (1990-1999) al fine di raggiungere a pieno il proprio benessere psicologico, occorre identificare e modificare gli “Schemi Maladattivi Precoci”, cioè schemi altamente disfunzionali che sorgono durante l’infanzia o l’adolescenza e che poi vengono elaborati nel corso della vita. Tali schemi maladattivi possono comprendere ricordi, emozioni e cognizioni e sono relativi a sé e alle proprie relazioni con gli altri. Inoltre, essi nascono dalla necessità umana di costruire una rappresentazione del mondo che sia stabile e coerente, dunque rappresentano qualcosa che noi conosciamo bene e da cui non ci vogliamo distaccare, ecco perché si viene attratti dalle situazioni che rafforzano tali schemi, rendendo difficoltoso non solo il cambiamento ma anche il riconoscimento della loro inefficienza.

Per questo osservarli e modificarli è fondamentale per arrivare concretamente ai risultati che vogliamo ottenere. Gli obiettivi difatti ci permettono di definire una direzione ma gli schemi definisco i meccanismi che ci permettono di fare effettivamente dei progressi.

I problemi arrivano quando si passa troppo tempo a pensare a quali sono i propri obiettivi e meno tempo a definire quali sono i propri schemi.

Molto spesso le persone di successo e quelle che non lo sono (o quantomeno non lo sono ancora) hanno gli stessi obiettivi. Quindi non sono gli obiettivi a fare la differenza, ma ciò che è importante osservare e studiare sono i diversi passi che queste due persone mettono in atto per raggiungere i loro traguardi.

Ad esempio, se la vostra casa è spesso disordinata, magari sul momento troverete l’energia per ripulirla ed in quel momento effettivamente vi sembrerà di aver raggiunto il vostro obiettivo. Il problema, però, è che se si continuerà ad avere l’abitudine di essere disornati e lasciare le vostre cose in giro per la casa, alla fine il problema si ripresenterà.

Noi siamo convinti di dover cambiare i nostri risultati, ma ciò che è rilevante è che dobbiamo cambiare gli schemi che utilizziamo per raggiungerli.

Atomic Habits

Mi ha particolarmente incuriosito il modo in cui James Clear, giornalista ed esperto di crescita personale americano, nonché autore del best seller Atomic Habits (2018) da cui ho preso l’ispirazione per introdurvi questo argomento (la cui versione italiana del libro prende il nome per l’appunto di ‘Piccole abitudini per grandi cambiamenti’), ha definito il concetto di cambiamento.

Egli definisce il cambiamento come strutturato in diversi strati concentrici.

Nel primo strato, quello più esterno, vi sono le cose che ricerchiamo, nonché buona parte degli obiettivi che ci prefissiamo: mangiare sano, andare in palestra, riuscire ad ottenere una promozione e così via.

Il secondo strato, quello intermedio, è legato ai processi, dunque riguarda gli schemi che mettiamo in atto e le nostre abitudini.

Infine, il terzo strato, quello più interno, riguarda la nostra identità: ciò in cui crediamo, i nostri valori, la nostra visione del mondo, di noi stessi e degli altri.

Tutti e tre livelli sono importanti, ma dobbiamo imparare a definire la giusta direzione. Dobbiamo iniziare il nostro cambiamento concentrandoci sulla persona che vogliamo diventare (il terzo livello), abbandonando l’idea che i nostri traguardi risiedano unicamente nei risultati (primo livello).

Se non attuiamo questo cambio di direzione, permetteremo, ancora una volta, alla nostra ‘vecchia identità’ di sabotare il cambiamento che vorremmo attuare, lasciandoci definire da aggettivi che non vorremo più ci definissero.

Ad esempio, se continuerai a vederti come un dormiglione e non come una persona che si alza presto, continuerai a ritardare la sveglia e sarà più probabile che tu non riesca ad introdurre tale cambiamento nella tua vita, anche se ciò non ti rende felice perché magari ti costringe ad arrivare sempre in ritardo a lavoro, ad iniziare la giornata di fretta o a perdere molto tempo che potresti dedicare per lavorare ad un tuo progetto.

È molto difficile cambiare le nostre abitudini senza cambiare anche le credenze che hanno supportato quelle azioni fino ad ora.

Fai in modo che le tue abitudini siano parte della tua identità

Una delle migliori motivazioni interne è rendere un’abitudine parte della nostra identità perché è molto diverso ripetere a noi stessi ‘io sono una persona che vorrebbe essere più studiosa’ che dirsi ‘io sono una persona studiosa’.

Ad esempio, se sei fiero dei tuoi addominali e ti piace che gli altri ti considerino quello sportivo del gruppo, non salterai gli allenamenti per non perdere quel lato di te.

L’obiettivo non è leggere più libri, è diventare un lettore.

L’obiettivo non è andare in palestra più spesso, è diventare una persona in salute.

L’obiettivo non è imparare a suonare uno strumento, è diventare un musicista.

Questo perché quello che facciamo è un riflesso di quello che crediamo di essere, il che purtroppo vale anche per le cose negative. Una volta che si è adottata un’identità è difficile abbandonarla.

Questo dipende anche dall’innata tendenza umana di ricercare coerenza in noi stessi e in ciò che ci circonda. In altre parole, non amiamo affatto contraddirci e quest’ostacolo si può evitare semplicemente integrando nella nostra identità quel determinato cambiamento che vogliamo attuare in modo che il nostro cervello non abbia più l’impressione di contraddirsi.

Come cambiare la propria identità?

L’identità non nasce dal nulla, in realtà essa nasce proprio dalle nostre abitudini. Ogni cosa in cui crediamo è appresa e confermata dalle nostre esperienze, più si ripete un comportamento più si rinforza l’identità associata a quel comportamento. Qualsiasi sia la tua identità in questo momento, ci credi perché ne hai la prova. Se, ad esempio, studi un’ora tutti i giorni hai la prova di essere una persona studiosa. Se vai in palestra anche quando nevica hai la prova che sei una persona dedita all’esercizio fisico e a mantenersi in salute.

Più prove hai per una certa credenza e più fortemente ci crederai e di conseguenza più l’immagine che hai di te stesso potrà cominciare a cambiare.

In conclusione, secondo la prospettiva sopra presentata, il modo più pratico per cambiare chi sei, è cambiare che cosa fai.

Dunque dobbiamo capire che persona vogliamo essere e poi dimostrarlo a noi stessi tramite delle piccole vittorie, delle prove che accumuliamo nel tempo per confermare la nostra nuova identità ed è proprio questo che fanno le abitudini! Ovvero ci danno una piccola prova, ogni giorno, nel tempo, della persona che siamo.

 

Lavoro con le (p)arti – Report dal laboratorio su trauma e dissociazione nell’infanzia e nell’adolescenza tenuto dalla Dott.ssa Annalisa Di Luca

Alla base dei sintomi dissociativi vi è un evento traumatico o un ricordo traumatico che provoca un dolore tale da generare una risposta di evitamento, sia dei ricordi che degli stimoli.

 

Il laboratorio dal titolo “‘Strumenti clinici per il lavoro con il trauma e nella dissociazione nell’infanzia e nell’adolescenza. L’uso del disegno e della matrioska per favorire l’integrazione delle parti”, svolto dalla dottoressa Di Luca, psicoterapeuta, psicotraumatologa e formatrice, il 12 Settembre ha aiutato ad ampliare lo sguardo sul concetto di dissociazione nella pratica clinica con bambini ed adolescenti utilizzando una prospettiva e uno sguardo sistemico.

La cosa che più colpisce è come vengano affrontati nel corso del laboratorio i casi clinici e le tematiche inerenti al trauma e alla dissociazione: la creatività, la fiducia nella cura e i piccoli pazienti sono gli assoluti protagonisti e tutti questi elementi contribuiscono a rendere argomenti ad alto impatto meno grigi e spaventosi. Il laboratorio inizia con un brano del film Storie pazzesche di Almodóvar che mette in luce quanto ciò che ogni giorno facciamo abbia una ricaduta in termini relazionali su tutti i sistemi, siano essi interni o esterni. Da subito è stato chiarito che nel corso del laboratorio la teoria sul disturbo post traumatico, la teoria sulla trasmissione trigenerazionale (che mette in luce l’aspetto relazionale) e la teoria dell’attaccamento si sarebbero intrecciate e ci avrebbero offerto una cornice teorica per pensare e progettare un possibile intervento. La dottoressa si è dedicata nella prima parte alla teoria sul trauma e sulla dissociazione nell’infanzia e nell’adolescenza. Abbiamo visto come il trauma generi una disgregazione e come l’obiettivo del trattamento diventi l’associazione per fare in modo che la persona integri gli elementi dissociati per riconoscere e distinguere gli eventi del presente e quelli del passato. Il criterio A del DSM-5 (APA, 2014) utilizzato per la valutazione del Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) orienta il clinico stabilendo che per la diagnosi debba esserci stata l’esposizione a un evento traumatico come morte o minaccia di morte, grave lesione oppure violenza sessuale.

L’esposizione può avvenire in diversi modi:

  • Fare esperienza diretta, cioè la vittima vive il trauma in prima persona;
  • Assistere a un evento traumatico accaduto ad altri;
  • Venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto a una persona con cui si ha una relazione intima, ad esempio un componente della propria famiglia o un amico stretto, e in particolare ai caregiver primari nel caso dei bambini. La morte o la minaccia di morte deve essere stata violenta o accidentale;
  • Estrema e ripetuta esposizione a dettagli crudi dell’evento (ad esempio, nel caso dei primi soccorritori in seguito all’evento o di agenti di polizia durante le indagini), ma non tramite i media, ad eccezione dei casi in cui anche ciò sia legato alla professione svolta.

I sintomi dissociativi sono sintomi che in questo caso sorgono in risposta al PTSD:

  • Sintomi intrusivi: ricordi intrusivi, sogni spiacevoli, reazioni dissociative o flashback, disagio emotivo e risposta fisiologica a fattori scatenanti (interni e/o esterni) che richiamano qualche aspetto dell’evento traumatico;
  • Evitamento: ricordi, pensieri e sentimenti relativi all’evento traumatico o evitamento di fattori esterni (persone, luoghi, conversazioni o situazioni) che suscitano il pensiero o il ricordo dell’evento traumatico;
  • Persistenti modificazioni negative: incapacità di ricordare in modo parziale o totale l’evento traumatico, convinzioni negative su se stessi e su gli altri (per esempio ‘sono cattivo’, ‘non ci si può fidare di nessuno’), tendenza a colpevolizzarsi, persistente stato emotivo negativo (rabbia, paura, colpa, vergogna), sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri, incapacità di provare emozioni positive;
  • Ipervigilanza o aumento dell’arousal: aggressività, scoppi d’ira, alterazioni del sonno, problemi di concentrazione, comportamento spericolato o autodistruttivo.

La dottoressa Di Luca ha introdotto il modello quadridimensionale dei sintomi proposti da Lanius che mostrano le quattro dimensioni (tempo, emozione, pensiero, corpo) della coscienza colpite dal trauma per poi passare alla descrizione del disturbo traumatico dello sviluppo (Developmental trauma disorder) che comprende una costellazione di sintomi clinici manifestati nell’infanzia e nell’adolescenza conseguenti all’esposizione a traumi cumulativi e complessi. In questo caso il minore è stato testimone di molteplici e prolungati (almeno un anno) eventi sfavorevoli con inizio nell’infanzia o prima adolescenza. Abbiamo visto come il trauma dell’età evolutiva nella pratica clinica si riconosca soprattutto negli adulti e quanto siano presenti storie di traumi complessi e ripetuti nell’esperienza degli psicoterapeuti. L’impatto traumatico di un evento dipende da diversi fattori come: la gravità del trauma, la frequenza del trauma, la relazione di intimità con il maltrattante (che non comprende solo la vicinanza ma anche la qualità del legame relazionale) e l’età in cui il trauma è esperito, quindi la precocità d’esposizione. A livello biologico il sistema nervoso autonomo è responsabile del sistema d’emergenza e d’allarme per fare in modo che tutti i sensi dell’individuo siano coinvolti nel cogliere i segnali di pericolo. Il neurofisiologo statunitense Stephen Porges (2014) parla di teoria polivagale centrata sulle risposte neurofisiologiche dinanzi a una minaccia. Gli assunti di base della teoria sono:

  • L’essere umano risponde a uno stimolo attivando una risposta neurofisiologica di diversa intensità che dipende da come si percepisce e valuta lo stimolo stesso, processo che avviene in modo pre-cognitivo e automatico;
  • Il processo di valutazione della pericolosità dello stimolo viene chiamato neurocezione, elaborazione influenzata da fattori soggettivi come la storia personale di attaccamento o fattori temperamentali;
  • La risposta neurofisiologica del corpo è direttamente proporzionale a quanto un certo stimolo ci attiva.

Dopo il processo neurocettivo vengono elaborate delle risposte differenti connesse a diverse vie neuronali che sono: il nervo vago ventrale, il sistema nervoso simpatico, nervo vago dorsale (la più antica).

Individui con uno sviluppo traumatico, poggiandoci anche alla teoria di Porges, sono maggiormente incentrati e focalizzano le loro energie per sopravvivere al trauma piuttosto che impiegarle nei sistemi di regolazione, cognitivi e socio emotivi. Cirillo paragona lo sviluppo traumatico a un rampicante che si sviluppa intorno alla pianta che lo ospita ed è compito del terapeuta riconoscerlo, trovare con il paziente una modalità di convivenza con il trauma e guardare insieme a una possibile crescita post-traumatica. Sono fondamentali ulteriori passi avanti a livello teorico e clinico ma anche, probabilmente soprattutto, una rivoluzione culturale affinché sia sempre più repentino il cogliere i sintomi e altri elementi che manifestano un trauma e i sintomi dissociativi; un’elaborazione precoce favorisce una migliore e meno complessa elaborazione e integrazione dell’informazione.

Individui con un attaccamento traumatico potrebbero avere una rappresentazione interna di sé come costantemente in pericolo in quanto le relazioni con i caregiver sono state caratterizzate dal pericolo e le uniche fonti d’aiuto erano percepite come spaventose e minacciose. Tenendo a mente questo, la relazione terapeutica deve diventare un luogo sicuro che offre controllo e regolazione. La dottoressa Di Luca, per concretizzare e rendere maggiormente chiaro e accessibile il posto sicuro che le vittime di traumi dovrebbero possedere, fisicamente e nella mente, per fronteggiare i ricordi e le emozioni spiacevoli e dolorose chiede: ‘cosa identifichi come luogo sicuro?’ e, lavorando principalmente con bambini ed adolescenti, può anche farlo disegnare. Il luogo sicuro dunque si concretizza in una stanza, in un posto specifico o in alcuni oggetti che facciano sentire il bambino o l’adolescente al sicuro e protetto.

Per quanto riguarda la dissociazione generata dal trauma, essa implica un fallimento dell’integrazione delle informazioni cognitive ed emotive ma allo stesso tempo possiede uno specifico valore adattivo volto alla sopravvivenza. La divisione della personalità si manifesta con dei sintomi dissociativi: negativi – perdite funzionali come amnesie e paralisi, positivi – intrusioni come voci e flashback o psico/somatoformi come voice hearing e tic. Sono tre i livelli della dissociazione strutturale della personalità, dove il primario è connesso con il PTSD semplice e i suoi sintomi, il secondario con il PTSD complesso (Desnos) e il terziario con il Disturbo dissociativo dell’identità (DID). La dissociazione sembra affondare le sue basi eziologiche nel trauma cronico e complesso infantile e nell’attaccamento traumatico. Proprio per questo alla base dei sintomi dissociativi vi è un evento o un ricordo traumatico che provoca un dolore tale da generare una risposta di evitamento, sia dei ricordi che degli stimoli. La dissociazione può avere anche la funzione di mantenere il segreto rispetto a qualcosa di profondamente vergognoso.

La seconda parte del laboratorio si è concentrata sull’espressione del trauma attraverso il disegno e le creazioni espressive e artistiche. La dottoressa ha sottolineato che questi strumenti sono in funzione del paziente in quanto ogni individuo ha bisogno di un intervento su misura poiché ognuno porta nella stanza di terapia un vissuto emotivo ed esperienziale unico e irripetibile. Il terapeuta, soprattutto quando si occupa di bambini, dovrà possedere un’adeguata competenza relazionale, una buona conoscenza degli strumenti, dovrà essere flessibile e creativo e aver acquisito una competenza metodologica. Non bisogna scordare che i bambini hanno una matrice molto creativa e che dunque alcune tecniche espressive artistiche, ma anche corporee, possono essere estremamente utili nell’intervento.

Nel chiedere di disegnare ad un bambino, la dottoressa ci consiglia di osservare con attenzione la qualità del tratto, la densità del segno, l’uso del colore, le forme ricorrenti, le diverse fasi del disegno (chi disegna per primo, chi per secondo, ecc…) e la ripetitività delle forme, quindi le possibili cristallizzazioni. È possibile utilizzare il disegno guidato con compiti ben definiti scelti dal terapeuta o il disegno spontaneo dove è il bambino in totale libertà a esprimersi. Il terapeuta può anche scegliere di utilizzare in una prima fase il disegno libero per poi passare a quello guidato o viceversa; nel passaggio dal disegno spontaneo a quello guidato c’è bisogno che il terapeuta sia maggiormente supportivo. La dottoressa Di Luca fa riferimento al libro di Elbrecht Healing trauma with guided drawing dove vengono descritte 3 fasi che si concentrano sul rinforzo continuo, sul come e sul che cosa. Nella fase del rinforzo e del supporto continuo il terapeuta dovrà sostenere il bambino per esempio producendo suoni supportivi o con frasi del tipo ‘sì, bene, vai avanti’ alle quali corrisponderanno delle specifiche risposte fisiologiche a livello dell’addome e dell’intero corpo nel paziente. Questa fase pone particolare attenzione alle emozioni. La fase del ‘come’ corrisponde alla consapevolezza sensoriale dove il terapeuta chiede: ‘cosa senti? In che parte del corpo lo senti?’ e le risposte fisiologiche annesse solitamente sono a livello dell’addome, della pancia e del cuore. Questa fase lavora principalmente sulle sensazioni corporee. La fase del ‘cosa’ promuove invece l’integrazione cognitiva e le domande da fare sono: ‘cosa stai facendo/disegnando? Hai un’immagine in testa? Cosa rappresenta per te?‘. Questa fase stimola la riflessione e la ricerca di un significato.

È necessario permettere di far parlare le parti durante l’atto di disegnare o successivamente, ma la finalità deve essere sempre l’integrazione e l’unità della persona. Infatti tutte le attività che rappresentano frammentazione e dissociazione possono essere ricondotte ad un’unità integrativa, come ci spiega la dottoressa Di Luca. Lavorando con pazienti che hanno vissuto dei traumi cumulativi la Di Luca ci invita ad osservare con attenzione il possibile ritiro e l’assenza dal campo della consapevolezza nel corso della seduta in quanto potrebbe essere un indice che ci avverte di aver toccato qualcosa di importante e forte a livello emotivo e non solo. Questi comportamenti, pur non avendo un ben definito valore diagnostico, potrebbero attestare una sensibilità all’uso della dissociazione. Bisognerà comprendere il conflitto e aiutare il bambino a fare lo stesso per poi capire come si manifesti; i bambini abusati sentono forte il bisogno di trovare qualcuno con cui poter condividere la singolarità del proprio mondo interno e finalmente trovare un luogo dove essere ascoltati. Nei casi portati dalla dottoressa Di Luca appare chiaro l’utilizzo della dissociazione da parte del bambino in quanto alcuni disegni svolti su uno stesso foglio, utilizzando la parte anteriore e quella posteriore, hanno tematiche, colori, tratto grafico e pressione sul foglio molto differenti. Passiamo da disegni molto colorati ed eseguiti con precisione a disegni che mostrano una regressione, un probabile tornare nel là ed allora, un salto nel vuoto nel vissuto traumatico. La dottoressa a questo punto, per integrare le parti dissociate e restituire al bambino l’idea e la percezione di un’unità integrata, fa disegnare i due disegni su due fogli di carta trasparente e li sovrappone rendendo i due disegni parte di un’unica opera, di un’unica mente e di un unico corpo. L’atteggiamento della dottoressa nel corso del disegno è supportivo ed empatico e non mancano le domande che fanno riferimento agli aspetti emotivi e corporei. Vedere disegni così diversi sovrapporsi rassicura ed emoziona non solo i piccoli pazienti ma anche coloro che si prendono cura di loro siano essi clinici o educatori. Le ipotesi di lavoro che formula la dottoressa Di Luca prima del disegno o dell’uso della matrioska e che precede il suo pensiero e lavoro terapeutico sull’integrazione, è che le parti potrebbero essersi fermate e cristallizzate all’età del trauma. Quindi si lavora sul passato traumatico, sottolineando il bisogno di ogni essere umano di essere amato, e si iniziano a costruire insieme nuove prospettive future attraverso gli aspetti di integrazione. Nel lavoro clinico si possono usare gli strumenti del disegno e della matrioska andando a lavorare anche sulle emozioni e i ricordi ad esse associati; si lavora sulla paura e sulla rabbia, sulla tristezza, sulla sorpresa e sull’attesa, sul disgusto e l’accettazione fino ad arrivare al forte senso di vergogna, emozione secondaria in quando compare con l’autocoscienza (per approfondimenti sulla vergogna connessa al trauma è possibile leggere l’articolo riguardo la vergogna cronica). Per far contattare le emozioni antiche connesse all’evento traumatico la terapeuta parte dal qui ed ora e dall’espressione artistica dei pazienti. Mentre si lavora il terapeuta diventa custode dell’integrazione delle parti anche se il bambino o adolescente può sentirsi ancora frammentato. Così come per il disegno, anche nell’uso della matrioska, il bambino disegna le diverse parti che alla fine però, inserendosi l’una dentro l’altra, diventano un tutt’uno integrato; le matrioske in legno vengono disegnate dai pazienti e così facendo si può lavorare sulla ricostruzione  anche dell’identità corporea. Interessante a questo proposito anche l’utilizzo che la dottoressa Di Luca (2014) fa del My body, il disegno della figura umana a dimensione naturale. Lavorando sulle parti attraverso queste tecniche espressive si favorisce il dialogo e la comprensione delle diverse parti interiorizzate dal paziente come per esempio quella dell’aggressore che coincide con la figura o il contesto abusante. Nell’utilizzo della matrioska la dottoressa parte da quella più piccola a quella più grande e, mentre il bambino le colora e vi disegna sopra, lei chiede per esempio: ‘come si chiama? Quanti anni ha? Come si sente?’. Il bambino o l’adolescente con queste tecniche può sperimentare e ricontattare il trauma ma in sicurezza, come guardare giù in un profondo burrone ma con una salda imbracatura che non gli permette di precipitare, la mano salda del terapeuta, fatta di parole, di silenzi e di sguardi, fa in modo che possa guardare l’abisso spaventoso con fiducia. La dottoressa Di Luca nella sua pratica clinica utilizza anche altri strumenti espressivi che danno nuova forma al dolore come il das e la plastilina e il suo intervento, seppure si occupi di ricostruire dalle macerie e di rimarginare ferite ancora sanguinanti, mantiene la forma di un gioco luminoso e pieno di vita. Per fare solo un esempio, per spiegare gli effetti del trauma sul cervello ai bambini e agli adolescenti ha pensato di utilizzare un modellino di plastica di un cervello molto colorato per restituire al paziente la percezione di normalizzazione di quello che sente e vive, dove i pensieri angoscianti trovano una loro collocazione e dove la spiegazione di ciò che gli è accaduto non è più ‘sono cattivo’ o ‘sono sbagliato’. La dottoressa Di Luca, avendo una formazione e una sensibilità alla prospettiva sistemico relazionale, sposa la logica dell’inclusione dei caregiver anche nella restituzione di quanto fatto con i diversi strumenti e così facendo restituisce al bambino la capacità di raccontarsi. Infatti il trauma frammenta la capacità relazionale dell’intero nucleo familiare traumatizzato e accompagnare anche i caregiver, quando è possibile, risulta essere importante in quanto il trauma del bambino fa risuonare anche il trauma dei genitori.

Per concludere, il laboratorio condotto dalla dottoressa Di Luca è risultato essere molto formativo in quanto ha fornito strumenti validi e creativi che si possono adattare ai bisogni e alla storia di ogni paziente, mettendo al centro il suo soggettivo vissuto emotivo e dandogli insieme una nuova forma, disegnare insieme un nuovo futuro su un grande foglio bianco, questa volta non sgualcito, ma chiamato fiducia.

Can Yaman, marketing, teoria del contatto para-sociale e differenze di genere

Dato che l’ambiente del marketing è altamente competitivo, i prodotti dei marchi vengono inseriti all’interno di serie tv, come quella in cui recita l’attore Can Yaman, in modo da promuoverli efficacemente.

 

C’è stato un tempo in cui digitando la parola “can” in rete ne seguivano risultati riguardanti il verbo modale inglese, la frase ad effetto di Obama “Yes, we can”, o la traduzione del sostantivo “can” che indica il barattolo in latta. Ora tra i primi risultati compaiono foto, video ed interviste all’attore turco Can Yaman, co-protagonista della fiction romantica Day Dreamer/ Le ali del sogno.

Il motivo del suo successo non è la bravura di attore, che gli ha permesso di vincere diversi premi e riconoscimenti, ma il seguito di fan che contribuiscono a renderlo famoso postando contenuti quali meme, video, post sui Social Network e sulle relative fan pages.

Infatti il progresso delle tecnologie di informazione ha determinato la creazione di una nuova comunicazione che avviene nel “non luogo” digitale, che non ha confini temporali né spaziali.

Il digitale non tiene in considerazione di chi condivide contenuti: chiunque può postare, usare la propria “non voce” per contribuire a promuovere prodotti, siano questi oggetti di consumo o serie tv, ma anche carriere.

Anzi, come sottolineato in uno studio (Gümüş, Zhaxyglova Mīrzabekova, 2017) dato che l’ambiente del marketing è altamente competitivo, i prodotti dei marchi vengono inseriti all’interno di serie tv, pertanto Can Yaman, così come gli altri attori di serie tv, promuovono i marchi. Gli utenti dei social network, attraverso il loro contributo, a loro volta rendono popolari gli attori delle serie tv che promuovono al loro interno alcuni marchi piuttosto che altri. Limite dello studio effettuato, non elicitato dagli autori, è il tipo di campionamento utilizzato: i 220 partecipanti all’intervista etero somministrata sono stati selezionati mediante un campionamento di convenienza, cioè con un metodo non probabilistico che non offre a tutti le stesse probabilità di essere selezionati. In pratica, alcune persone hanno maggiore probabilità di essere scelte rispetto ad altre. In questo caso specifico sono state selezionate 146 donne per rispondere all’intervista, influenzando i risultati evinti che riguardano l’acquisto di materiali, beni di provenienza turca, in linea con i loro gusti da consumatrici.

Can Yaman promuove non solo se stesso, ma anche il proprio gruppo etnico.

Seconda la “teoria del contatto” di Allport, che è stato il pionere degli studi sul pregiudizio, il contatto tra un gruppo di minoranza e un gruppo maggioritario può determinare un cambiamento in positivo degli atteggiamenti del gruppo maggioritario verso la minoranza. Esso può avvenire anche attraverso i mass-media mediante il contatto para-sociale individuato in uno studio sull’esposizione mediatica (Schiappa, Gregg, & Hewes, 2005) secondo cui i media sono utili per ridurre il pregiudizio sociale.

L’esposizione attraverso i social media, in questo caso guardando serie tv straniere, offre la possibilità di entrare in contatto in modo indiretto con i membri di un gruppo minoritario, in questo caso i turchi, diminuendo i pregiudizi negativi nei loro confronti.

Questo risulta rilevante all’epoca della globalizzazione e dell’immigrazione poiché a partire dal primo contatto, anche se para-sociale, può diminuire il pregiudizio verso lo “straniero” aumentando la predisposizione a conoscerlo e a cooperare con lui.

Non so se questo rientrava tra gli obiettivi di chi ha scelto di trasmettere la popolare serie tv turca, ma ipotizzo che la rappresentazione ironica e propositiva delle vicissitudini dei protagonisti possa determinare un atteggiamento più positivo verso i turchi.

Invece, il fatto che i contenuti riguardanti Can Yaman siano condivisi da donne è spiegato da una ricerca condotta in Spagna (Hidalgo Marí e Sánchez-Olmos, 2016) i cui risultati sono interessanti benché il limitato campione e la dispersione dei risultati ne impediscano l’estrapolazione all’intera popolazione.

Sono stati analizzati il numero di video inerenti alle serie tv, caricati su YouTube, da uomini o donne e il tipo di contenuto narrativo condiviso. Dopo aver applicato i filtri, i risultati sono ordinati in base al criterio di YouTube di rilevanza.

È emerso che gli uomini caricano più video delle donne, dei 127 video selezionati 71 sono stati caricati da uomini e 56 da donne (56% vs. 44%) e che hanno più visite e recensioni (41.559 vs. 30.147). Tuttavia, i video caricati dalle donne sono più creativi ed elaborati quasi a voler fornire “nuove micro-narrazioni alla finzione” (Hidalgo Marí & Sánchez-Olmos 2016 – pagina 157) e presentano il 22% in più di contenuti inediti rispetto agli uomini.

Il tipo di contenuti narrativi caricati sulla rete da ciascun sesso è diverso.

I video che presentano contenuti drammatici, umoristici o sessuali sono condivisi principalmente da uomini, mentre i contenuti romantici da donne. Questa ricerca suggerisce che l’attività degli utenti riguardo alle serie tv è significativa su YouTube e vi sono differenze quantitative e qualitative tra l’attività di uomini e donne.

Le motivazioni che portano gli spettatori a condividere contenuti inerenti a serie tv sono stati analizzati in uno studio recente (Unkel & Kümpel, 2020) sulla Comunicazione asincrona sulle serie TV sui social media: un’indagine multi-metodo sulle discussioni su Reddit, che, benchè riguardi una singola piattaforma, una singola comunità e una singola serie TV (Game of thrones), riducendo la generalizzabilità dei risultati, permette di ottenere informazioni su distinte attività di Social TV.

La comunicazione parallela o sincrona avrebbe lo scopo di aumentare la percezione di “compagnia” ed è meno attuata dai fruitori di servizi di video su abbonamento (come Netflix e Amazon Prime Video) in quanto gli episodi, vengono presentati insieme in un’unica stagione e non c’è una diretta.

Gli episodi di Day Dreamer/ Le ali del sogno sono trasmessi sui canali della tv nazionale e si prestano sia ad essere oggetto di comunicazione parallela sui social, che di comunicazione asincrona legata alla condivisione di pareri personali riguardanti la trama oppure di meme.

Come riportano Unkel & Kümpel non tutte le attività di Social TV sono uguali e gli utenti vi si dedicano per soddisfare bisogni e desideri specifici.

Aggiungo che implementare le ricerche al riguardo potrebbe essere utile non per orientare le scelte dei consumatori, ma per avvicinarli a ciò di cui hanno paura, l’altro, che è diverso dal sé.

 

Giovani adulti e credenze relative all’interruzione di una relazione sentimentale

Un recente studio ha voluto esplorare le credenze dei giovani adulti circa la loro capacità di porre fine alle relazioni sentimentali e di identificare quali caratteristiche di personalità e quali tipologie di esperienza romantica siano associate alle credenze di rottura.

 

Il coinvolgimento romantico durante la giovane età adulta (18-29 anni) comporta, tipicamente, la costruzione e la dissoluzione di molteplici tipologie di relazioni, ciascuna con un diverso grado di emotività, intimità sessuale e impegno (Boisvert & Poulin, 2016).

La giovane età adulta è una fase evolutiva caratterizzata da esplorazione (dell’amore, del lavoro, dell’identità) e le relazioni romantiche possono favorire o ostacolare tale processo. Durante questa fase, gli individui coordinano i propri obiettivi di sviluppo individuale (ad esempio, completare la propria formazione, iniziare una carriera, consolidare un senso di identità), con la ricerca di relazioni intime (Arnett, 2015). Questo crea una tensione di sviluppo unica, poiché cercano di bilanciare l’indipendenza con l’interdipendenza (Shulman & Connolly, 2013). Questo equilibrio è influenzato non solo dal cambiamento delle priorità per l’individuo, ma anche dal cambiamento dei contesti legati alla scuola e al lavoro.

Le relazioni romantiche sono vantaggiose per lo sviluppo quando promuovono la crescita individuale e aiutano ad affrontare le sfide dello sviluppo. Poiché i giovani adulti sperimentano le transizioni chiave dello sviluppo in molteplici ambiti della vita, la capacità di coordinare le aspirazioni individuali e i piani di vita con quelli dei partner romantici è necessaria per gli adulti emergenti per formare relazioni durature (Shulman & Connolly, 2013) e sviluppare l’intimità romantica (Shulman, Scharf, Livne, & Barr, 2013).

Senza una visione condivisa del futuro, o in presenza di barriere logistiche o temporali che impediscono di fare piani di vita comuni, gli adulti emergenti, Secondo Norona et al. (2017), porranno fine alla loro relazione: ad esempio potrebbero aver bisogno di chiudere una relazione per perseguire obiettivi professionali o di studio senza essere ostacolati da partner incompatibili. Tuttavia, il processo di rottura è complesso e comporta molteplici fasi e decisioni sia cognitive che interpersonali.

Un passo fondamentale nel processo di dissoluzione della relazione è riconoscere che una relazione deve finire (Battaglia et al., 1998; Baxter, 1984) ed è importante sapere quando rompere. I giovani adulti spesso terminano le relazioni romantiche a causa del bisogno insoddisfatto di interdipendenza o di indipendenza (Norona et al., 2017). Quindi, parte della fine delle relazioni è la consapevolezza dei propri bisogni e desideri e la capacità di valutare se sono soddisfatti nell’attuale rapporto di coppia.

Una volta presa la decisione, devono essere in grado di portare a termine la rottura in modo efficace e appropriato. L’incapacità di essere chiari e diretti quando si rompe può contribuire a confondere lo stato della relazione. È importante anche essere in grado di evitare di ritardare la rottura: se questo accade, possono entrare in uno schema di scivolamento della relazione che accumula vincoli, sostenendo così una relazione indesiderata, come ad esempio una casa condivisa, un animale domestico condiviso, e così via (Stanley, Rhoades, & Markman, 2006).

Infine, quando ci si trova nella condizione di subire la rottura, invece che di deciderla, si deve essere in grado di accettarla (Baxter, 1984). Come altri aspetti dello sviluppo romantico dei giovani adulti (ad esempio, l’atteggiamento verso il coinvolgimento romantico, la capacità di risolvere i conflitti e i modelli di interazione con i partner romantici), le capacità di rottura possono essere influenzate dalle caratteristiche individuali e dalle esperienze romantiche.

Un recente studio (Beckmeyer, J. & Jamison, T., 2019) ha voluto esplorare le credenze dei giovani adulti circa la loro capacità di porre fine alle relazioni romantiche e di identificare quali caratteristiche di personalità e quali tipologie di esperienza romantica siano associate alle credenze di rottura.

I partecipanti (n=948) erano tutti di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Le capacità di rottura dei partecipanti sono state misurate attraverso quattro item sviluppati appositamente per la presente ricerca, a cui potevano rispondere con un punteggio da 1 a 4, rispettivamente da non vera a vera: “Riesco a riconoscere quando è il momento di chiudere una relazione romantica”, “Posso chiudere rispettosamente un rapporto che non voglio più avere”, “Sono in grado di accettare un partner che mi dice di voler rompere con me”, “A volte rimango in una relazione più a lungo di quanto dovrei, perché non so come porvi fine”. Per quanto concerne le esperienze romantiche pregresse, gli autori hanno misurato tre aspetti, attraverso i quali hanno potuto classificare i partecipanti come: single, aventi relazioni occasionali, in una relazione romantica esclusiva, fidanzamento e matrimonio: “Quante relazioni romantiche hai avuto fino ad ora?”, “Da quando hai compiuto 18 anni, quante volte sei stata single?” (opzioni di risposta: da 1= mai, sono sempre stato coinvolto con qualcuno a 5= non sono mai stato coinvolto con nessuno), “Come descriveresti il tuo attuale stato di relazione sentimentale?”. E’ stata inoltre misurata l’auto-efficacia percepita dei giovani adulti attraverso la Generalized Self-Efficacy Scale, composta da 10 item (es. “Posso sempre riuscire a risolvere problemi difficili se mi impegno a fondo”) a cui potevano rispondere con un numero da 1 = non vero a 4 = estremamente vero: punteggi più alti corrispondono ad una maggiore autoefficacia. I 4 items della Brief Sensation Seeking Scale ha indagato la tendenza dei partecipanti a ricercare nuove sensazioni (es.“Mi piacciono le esperienze nuove ed emozionanti, anche se devo infrangere le regole”; opzioni di risposta: da 1= fortemente in disaccordo a 4= fortemente d’accordo).

I risultati hanno rivelato che la maggior parte dei partecipanti ha percepito di avere le capacità necessarie per porre fine alle relazioni sentimentali. Poco più della metà ha riferito di essere in grado di interrompere la relazione romantica tempestivamente, senza ritardarla. L’autoefficacia percepita e la ricerca di sensazioni nuove sono state entrambe associate positivamente all’essere sicuri di quando rompere. Coloro che erano impegnati in relazioni occasionali erano meno sicuri rispetto ai partecipanti single di sapere quando lasciarsi. Infine, la ricerca di sensazioni e il numero di relazioni romantiche nel corso della vita sono stati associati ad una maggiore tendenza a ritardare la rottura, mentre l’autoefficacia percepita si associa a una minore probabilità di ritardarla.

 

Che cos’è la ruminazione rabbiosa? – VIDEO

L’incontro, organizzato dal Centro Disturbi della Personalità CIP Modena, ha analizzato il fenomeno della ruminazione rabbiosa e fornito indicazioni di trattamento efficace. Per i nostri lettori, pubblichiamo il video dell’evento.

 

 La ruminazione è definita come un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro conseguenze negative (Martino, Caselli, Ruggiero & Sassaroli, 2013).

La ruminazione rabbiosa è uno stile di pensiero perseverante relativo alle cause e alle conseguenze di un episodio che ha suscitato rabbia nel soggetto. Essa può essere mantenuta da specifiche convinzioni dell’individuo sui propri pensieri e sulle proprie capacità di gestirli.

La ruminazione rabbiosa svolge un ruolo centrale nel mantenimento di emozioni negative, il concentrarsi sugli episodi che hanno indotto rabbia, non fa altro che mantenere e incrementare la rabbia stessa, gli effetti negativi e la sofferenza interferendo con il benessere psicologico dell’individuo.

Pubblichiamo oggi, per i lettori di State of Mind, il video dell’incontro “Che cos’è la ruminazione rabbiosa?”, condotto dalla Dott.ssa Alessia Offredi che ha analizzato il fenomeno della ruminazione rabbiosa, fornendo inoltre indicazioni di trattamento efficace.

 

CHE COS’E’ LA RUMINAZIONE RABBIOSA? – Guarda il video integrale del webinar:

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