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I miei primi 40 giorni da mamma. Tutto quello che devi sapere sulle prime settimane dopo il parto (2020) di Zauderer – Recensione del libro

I miei primi 40 giorni da mamma si propone di informare e rassicurare, accompagnando la mamma, sia che si tratti del primo figlio che del rinnovarsi dell’esperienza del diventare madre, nel percorso di adattamento al suo nuovo ruolo.

 

Diventare madri rappresenta, al tempo stesso, una grande gioia e una grande sfida. In questo libro l’autrice, l’ostetrica e infermiera qualificata in ambito psichiatrico Cheryl Zauderer, mette a frutto tutta l’esperienza guadagnata sul campo, durante anni di lavoro in ambito perinatale, per stilare un manuale semplice e ricco di esempi pratici che possa essere d’aiuto alle neo mamme nelle settimane immediatamente successive al parto.

I miei primi 40 giorni da mamma si propone l’obiettivo di informare e rassicurare accompagnando la mamma, sia che si tratti del primo figlio che del rinnovarsi dell’esperienza del diventare madre, nel percorso di adattamento al suo nuovo ruolo.

Vengono toccati temi relativi all’esperienza del parto, naturale o cesareo, all’allattamento, alla dieta e all’alimentazione da seguire, passando per la cura di sé e del proprio corpo, le fluttuazioni dell’umore, il rapporto con il partner (al quale è rivolto un capitolo specifico che contiene informazioni utili a comprendere, aiutare e sostenere la propria compagna) e la costruzione del legame con il bimbo.

Viene messo con molta enfasi l’accento sulla necessità, da parte della neo mamma, di prendersi cura di se stessa, evitando di trascurare il proprio benessere, e accogliendo con fiducia tutta la gamma di emozioni e di vissuti che diventare madre origina: non solo la gioia, ma anche la stanchezza, la paura di non essere all’altezza, la difficoltà di fare fronte ad un impegno così grande vanno riconosciute ed accettate; si tratta di sentimenti reali, che è naturale provare, e che, per questo, vanno legittimati e non rifiutati per paura che siano indice del “non essere una buona madre”.

In ultima analisi l’autrice si pone l’obiettivo, in virtù della sua esperienza, di rispondere ai dubbi più frequenti e di aiutare le donne che sono diventate madri da poco ad aumentare la propria fiducia in sé stesse, mettendo a disposizioni tante informazioni utili ad orientarsi meglio e ad aumentare il benessere proprio e del proprio bambino.

Ogni capitolo è arricchito con numerosi spunti di approfondimento (siti internet e ulteriori riferimenti) che permettono, se lo si desidera, di approfondire i temi trattati.

 

Psicopatia e aggressività: il ruolo della disregolazione emotiva

Esiste una forte associazione tra la psicopatia e le condotte aggressive, per questo si è sempre più interessati a chiarire i potenziali meccanismi che collegano psicopatia e aggressività. Quale ruolo ha in questo contesto la disregolazione emotiva?

 

La psicopatia è un disturbo di personalità caratterizzato da insensibilità, sfruttamento inter-personale, stile di vita impulsivo e irresponsabile, nonché da un pattern di tendenze antisociali precoci, croniche e versatili (Hare & Neumann, 2008).

Uno dei più importanti ambiti in cui l’importanza della psicopatia si manifesta è quello della giustizia forense e penale, in gran parte dovuta alla forte associazione che la psicopatia ha con le condotte aggressive e i comportamenti violenti (Neumann et al., 2007, 2015; Olver et al., 2018; Porter et al., 2018). Come conseguenza di ciò, i ricercatori – e la giustizia – sono sempre più interessati a chiarire i potenziali meccanismi che collegano psicopatia e aggressività (Harenski & Kiehl, 2010).

Recenti ricerche (Donahue et al., 2014; Garofalo & Neumann, 2018) hanno evidenziato associazioni precedentemente trascurate tra la psicopatia e la difficoltà nella regolazione delle emozioni, il processo responsabile del monitoraggio, della valutazione e della gestione dell’esperienza emotiva, nonché del comportamento-guida sotto l’intensa eccitazione emotiva. Tuttavia, non è ancora chiaro se la disfunzione emotiva possa essere utile per spiegare le associazioni già consolidate tra psicopatia e aggressività.

Uno studio recente (Garofalo et al., 2020) ha voluto esaminare se la disregolazione emotiva potesse essere un fattore mediatore nell’associazione tra psicopatia e aggressività, in due diversi campioni, uno comunitario (N = 521) e uno di trasgressori della legge (N = 268), incarcerati in sette prigioni di due regioni del nord Italia.

I partecipanti alla ricerca sono stati sottoposti alla seguente testistica: il Self-Report Psychopathy–Short Form (SRP-SF; Paulhus et al., 2016) per la valutazione dei tratti psicopatici; la Difficulties in Emotion Regulation Scale (DERS; Gratz & Roemer, 2004) per misurare la disregolazione emotiva; l’Aggression Questionnaire (AQ; Buss & Perry, 1992) per la valutazione dei tratti legati all’aggressività (cioè rabbia, ostilità, aggressività fisica e verbale); e il Reactive– Proactive Aggression Questionnaire (RPQ; Raine et al., 2006) per la misurazione dell’aggressività reattiva e proattiva.

Dai risultati della ricerca si è evinto che in entrambi i campioni la psicopatia aveva un significativo effetto indiretto su tutti gli indici di aggressività attraverso la disregolazione emotiva, con l’unica eccezione dell’aggressività verbale.

Questi risultati supportano il ruolo rilevante della (dis)regolazione delle emozioni per la costruzione del costrutto di psicopatia e le sue associazioni deleterie con altre tendenze comportamentali, ed evidenzia la potenziale rilevanza del concentrarsi sulla regolazione delle emozioni come possibile obiettivo per interventi volti a ridurre l’aggressività tra individui con tratti psicopatici.

 

Coppie in PMA: aspetti psico-sessuologici della Procreazione Medicalmente Assistita

Avere un figlio rappresenta uno degli eventi più importanti per l’individuo e la coppia, ma desiderare un figlio non sempre basta. Quando la gravidanza non arriva e l’infertilità è confermata da indagini, si può iniziare a considerare l’idea di rivolgersi a centri specializzati in riproduzione umana, che si occupano della cosiddetta Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Francesca Falco – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto

Introduzione: cos’è la PMA

Avere un figlio rappresenta uno degli eventi più importanti nella coppia e nell’individuo: se nel primo caso consiste nel realizzare un progetto condiviso, risultato di un legame pro-fondo e duraturo, nel secondo implica una nuova acquisizione nella propria identità, che andrà a includere per la prima volta il ruolo genitoriale, oltre quello di marito o moglie. Allo stesso tempo, si realizza anche una modifica dell’immagine sociale, che prevede per ogni membro della famiglia allargata, una riorganizzazione verso i nuovi ruoli che l’arrivo di un bambino può determinare. In questo senso, quindi, il concepimento assume un significato anche all’interno della sfera sociale, oltre che individuale e di coppia, poiché la società stessa riversa sulla coppia aspettative di formazione della famiglia, diventando il passo fondamentale verso la creazione di una nuova generazione.

Desiderare un figlio, però, non sempre basta: sempre più spesso le coppie di oggi si trovano a contatto con il grande tema dell’infertilità, che oggi colpisce circa una coppia su 5 (Ministero della Salute, 2016). Essere una coppia infertile implica che uno o entrambi i partner hanno difficoltà a portare a termine il concepimento. L’OMS definisce l’infertilità come:

una patologia caratterizzata dalla incapacità di generare una gravidanza dopo 12 mesi di regolari rapporti sessuali non protetti o dovuta una incapacità riproduttiva del singolo o del/della partner. (OMS, 2016)

Si parla di infertilità come patologia, capace di generare disabilità (OMS, 2010). Ma l’infertilità rappresenta anche la causa di una serie di difficoltà psichiche e relazionali legate proprio al vedere il proprio progetto condiviso infrangersi, andando a deludere sia le aspettative del partner, sia quelle della famiglia allargata e del contesto sociale in cui si è inseriti (Shapiro, 1988).

Infertilità nell’uomo e nella donna

L’infertilità viene distinta in primaria, se la donna non ha mai avuto precedenti gravidanze, o secondaria in caso contrario. In entrambi i casi, la distinzione dal termine sterilità deriva dal fatto che, in quest’ultimo caso, esiste una causa documentabile che impedisce il concepimento, per cui quel soggetto non riuscirebbe a partecipare al concepimento nemmeno con l’ausilio delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Al contrario, l’infertilità implica una difficoltà, documentabile o meno, ad ottenere il concepimento, che può essere aggirato attraverso l’intervento della medicina riproduttiva, facilitando l’incontro tra spermatozoi e oociti e, laddove possibile, risolvendo la causa dell’infertilità stessa.

Gli studi riportano che, nelle coppie infertili, la difficoltà di concepimento può essere attribuito o a uno dei due partner, o a entrambi; nella maggior parte dei casi, però, si è riscontrata un’ipofertilità di entrambi i partner, ossia una ridotta capacità di procreare attribuibile ad entrambi, invece di una vera e propria infertilità per cui, pur avendo dei sistemi riproduttivi funzionanti, combinati insieme sembrano avere difficoltà a permettere la fecondazione dell’oocita da parte dello spermatozoo (Visigalli, 2011).

Quando si analizzano le possibili cause di infertilità, sia l’uomo che la donna sono sottoposti ad una serie di analisi ed esami che cercano una spiegazione medica alle difficoltà di concepimento, procedendo con un iter composto di esami e visite specialistiche che escludono gradualmente le patologie causa di infertilità, fino a identificare quella responsabile del mancato concepimento.

Per gli uomini, che costituiscono il 20% dei casi di infertilità e il 30-40% in concausa con altri fattori, tali cause possono risiedere nella qualità del seme, intesa come alterazione della produzione di spermatozoi (sterilità secretoria), o nell’anatomia delle vie escretrici, non associate ad anomalie testicolari o ormonali (sterilità escretoria). Tra le cause mediche, quindi, possono esservi:

  • insufficienze gonadiche periferiche (alti livelli di FSH);
  • insufficienze gonadotrope (bassi livelli di FSH);
  • anomalie delle vie escretorie di natura congenita, acquisita o traumatica.

Per le donne, invece, le cause dell’infertilità possono essere individuate in:

  • fattore cervicale, riferito al muco cervicale;
  • fattore ovulatorio, riferito a tutte le alterazioni dell’ovulazione, di origine ipotalamica, ipofisaria e ovarica, sia a base organica, sia a base funzionale;
  • fattore uterino, riferito all’anatomia dell’utero o a processi infiammatori dello stesso;
  • fattore tubarico, riferito a alterazioni anatomiche e ostruzioni parziali o totali.

Nel 10-15% dei casi, inoltre, non è possibile individuare una causa specifica alla base delle difficoltà nel concepimento, motivo per cui si parla in questi casi di infertilità idiopatica o inspiegata. Per individuare le cause dell’infertilità, è necessario, oltre alla prima visita e alle consulenze specialistiche, sottoporre entrambi i partner ad una serie di accertamenti specifici. La donna dovrà quindi eseguire analisi ormonali ed ecografia transvaginale, seguite da altri esami, richiesti in base alla specificità del caso, quali isterosalpingografia, isteroscopia, tampone vaginale, analisi genetiche; l’uomo sarà sottoposto a spermiogramma e, se ritenuto necessario, spermiocoltura, analisi ormonali e indagini genetiche (Visigalli, 2011).

Desiderare un figlio: fino a che punto?

Quando la gravidanza non arriva e l’infertilità è confermata dalle indagini, si può iniziare a considerare l’idea di rivolgersi ai centri specializzati in riproduzione umana, che si occupano della cosiddetta Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Le tecniche di PMA si distinguono in tecniche di I livello, quando sono semplici da attuare e poco invasive, e tecniche di II e III livello, quando sono più complesse e più invasive. Generalmente, tenendo conto del quadro diagnostico individuato con gli esami precedentemente illustrati, si opera gradualmente, partendo dalle tecniche meno invasive e procedendo con quelle più complesse, solo in caso di fallimento del tentativo precedente. Qualora non si riscontrino particolari problematiche alla base dell’infertilità, il primo passo consiste nella stimolazione ormonale finalizzata a rapporti sessuali programmati: questo primo tentativo, non invasivo e generalmente più facile da accettare per i partner, rappresenta un modo per aumentare le probabilità di incontro di spermatozoi e oociti, sfruttando l’ovulazione indotta chimicamente per programmare il rapporto sessuale. Sebbene non invasivo, può essere per la coppia e per gli individui che la compongono una fonte di forte stress.

La famosa inseminazione artificiale rappresenta una tecnica di I livello: consiste nell’introdurre, dopo averli preparati adeguatamente, gli spermatozoi del partner direttamente nella cavità uterina. Questo procedimento richiede l’induzione farmacologica dell’ovulazione, per facilitare la fecondazione degli ovociti direttamente all’interno del corpo della donna. Si tratta di una tecnica poco invasiva, svolta in ambulatorio e non dolorosa.

La riproduzione in vitro con trasferimento dell’embrione (FIVET) è una tecnica di II livello, che prevede che spermatozoi e oociti vengano messi in contatto in laboratorio, in modo tale da facilitare la formazione degli embrioni, che saranno poi trasferiti nell’utero della donna. Prevede una serie di azioni terapeutiche, che vanno dalla stimolazione dell’ovulazione, al prelievo degli oociti e degli spermatozoi, al trasferimento in utero dell’embrione: si tratta di una procedura più complessa della precedente, ma tutte le fasi sono svolte a livello ambulatoriale e non provocano dolore.

Più complessa è la microiniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI), che prevede le stesse tecniche utilizzate nella FIVET, con la differenza che gli spermatozoi sono iniettati direttamente all’interno dell’oocita. È utilizzata sia in caso di fallimento della FIVET, sia in caso di gravi patologie del liquido seminale, che potrebbe rendere impossibile la penetrazione dell’oocita da parte dello spermatozoo o che non contiene spermatozoi, per cui potrebbe richiedere il prelievo di questi direttamente dalle vie seminali (MESA) o dal tessuto testicolare (TESE).

Dal momento in cui la coppia, ricevuta la diagnosi di infertilità e conosciute le cause sottostanti, decide di intraprendere un percorso di PMA, si trova a confronto con la possibilità di valutare la tecnica più adatta alle proprie esigenze, tenendo conto non solo del quadro diagnostico, ma anche dell’impegno che ogni procedura richiede in termini fisici, economici, psicologici e di tempo: ogni procedura, infatti, prevede una serie di passaggi che possono rappresentare, soprattutto per la donna, un impedimento al raggiungimento di obiettivi lavorativi o al mantenimento della carriera (McLaney, Tennen, Affleck, & Fitzgerald, 1995). Inoltre la fase pre-trattamento può essere caratterizzata da disagio psicologico sia nella donna, sia nell’uomo: alcuni studi, infatti, hanno evidenziato livelli maggiori di ansia e depressione nelle donne che stavano per sottoporsi al primo trattamento di PMA (Wisch-mann et al., 2001), con livelli di ansia maggiori rispetto alle donne che si erano già sottoposte a tecniche di PMA in precedenza (Salvatore et al., 2001), le quali però sembrano manifestare maggiormente sintomi depressivi rispetto alle precedenti (Beaurepaire et al., 1994; Oddens et al.,1999). Anche gli uomini sembrano mostrare maggiori livelli di ansia all’inizio del percorso di PMA (Fassino et al., 2002), soprattutto se alla prima esperienza.

La PMA e i suoi effetti sulla coppia

Oltre agli effetti psicologici individuali, la PMA può avere un forte impatto anche sulla relazione di coppia: secondo Schmidt (2009), scoprire l’infertilità può avere effetti positivi o, al contrario negativi sulla relazione duale, a seconda delle caratteristiche che la coppia aveva prima di scoprire il problema. Alcuni studi sembrano confermare questo paradosso, dimostrandone le conseguenze positive (Schmidt et al., 2005; Daniluk, 2001) e negative (Salvatore et al., 2001). Uno degli elementi che sembra favorire una buona accettazione della diagnosi di infertilità, sembra essere l’elevata soddisfazione nella relazione di coppia, come dimostrato dallo studio di Darwiche e colleghi (2013), che vede nella dimensione della soddisfazione coniugale un elemento predittivo del superamento della diagnosi.

Un elemento fondamentale della coppia che spesso subisce gli effetti della diagnosi di infertilità e degli interventi di PMA è la sessualità: sebbene raramente siano la causa diretta delle difficoltà di concepimento, molti studi evidenziano come le difficoltà sessuali possano essere un esito del percorso di Procreazione Medicalmente Assistita (Coëffin-Driol & Gia-mi, 2004; Piva et al., 2014; Tao et al., 2011; Wischmann, 2010; Wischmann & Thorn, 2013). Gli studi a tal proposito riportano che l’infertilità provochi problemi sessuali nel 10-60% dei casi (Moller, 2001; Boivin et al., 2001), soprattutto in termini di perdita di desiderio sessuale e di riduzione della frequenza dei rapporti. Uno dei principali problemi in questo senso è la perdita di spontaneità e piacere tipici dell’atto sessuale: questo viene trasformato nel mezzo attraverso il quale raggiungere l’obiettivo di concepire, perdendo gli aspetti di intimità e gioco che caratterizzano i rapporti prima della diagnosi di infertilità (Ohl et al., 2009; Piva et al., 2014; Wischmann et al., 2014). Moller (2001) evidenzia come il 69% degli uomini riporti un calo del desiderio, a fronte del 26% delle donne, con una popolazione maschile caratterizzata per il 17% di casi di disfunzione erettile e il 13,5% di eiaculazione precoce, ed una femminile caratterizzata per il 50% da dispareunia e il 22% difficoltà nel raggiungere l’orgasmo (Moller, 2001). Un altro studio evidenzia invece il 66% di casi di eiaculazione precoce, il 15% di disfunzioni erettili, dolore coitale nel 58% dei casi nelle donne e calo del desiderio femminile nel 28% (Jain, 2000).

Tra le donne, è stata dimostrata una maggior frequenza di difficoltà sessuali sia alla ricezione della diagnosi, sia durante i trattamenti di PMA di I livello: i problemi riscontrati riguardavano l’orgasmo, l’eccitazione, la lubrificazione e la soddisfazione sessuale; allo stesso modo, anche gli uomini mostravano difficoltà sessuali, soprattutto in relazione a desiderio e soddisfazione sessuale (Marci et al., 2012). Alcuni studi hanno anche evidenziato una relazione tra funzionamento sessuale maschile e femminile (Nelson et al., 2008; Shindel et al., 2008; Yeoh, 2014).

Alcuni studi inoltre hanno evidenziato un nesso tra infertilità e disfunzioni sessuali, con un impatto maggiore sugli uomini (Smith et al., 2009). Questi ultimi, infatti, sembrano particolarmente sotto pressione quando sottoposti a PMA: soprattutto in alcune procedure, che prevedono il prelievo dello sperma, sembrano innescarsi vissuti ansiosi, causati dal timore circa il giudizio del medico e della partner, che possono costituire un forte fattore inibente per la sessualità (Testa & Graziottin, 2006).

Il ruolo dello psicologo nella PMA: prevenzione ed intervento

Dalle problematiche psicologiche e sessuologiche che possono emergere negli individui e nelle coppie che si sottopongono a PMA, appare evidente come l’inserimento di un supporto psicologico sia auspicabile fin dalle primissime fasi dell’iter diagnostico.

Il counseling psicologico rappresenta uno strumento di intervento importante nel supporto alle coppie che si trovano ad affrontare il tema dell’infertilità (Randaccio, 2001): l’obiettivo primario del supporto psicologico sarebbe quello di individuare quali sono i fattori psicologici coinvolti nel tema dell’infertilità ed indagare la possibilità che le cause dell’infertilità stessa siano di tipo psicologico (Cecotti, 2004). Questo permetterebbe l’intervento su eventuali problematiche individuali e di coppia, configurando uno screening psicologico importante per la riuscita della PMA.

Da non sottovalutare, inoltre, la possibilità di intervenire con la psicoterapia nella misura in cui il counseling dovesse evidenziare la presenza di aspetti psicologici che interferiscono con l’obiettivo della fecondazione: oltre al forte stress legato alle procedure, le ansie legate alle fasi della PMA, il vissuto personale e di coppia dell’infertilità e la sofferenza psichica che ne deriva, possono arrivare a creare un vero e proprio ostacolo alla riuscita della procedura di inseminazione. In questo senso, il counseling si propone come strumento di screening e supporto già dalle primissime fasi, ossia dalla restituzione della diagnosi di infertilità: i vissuti emotivi e i significati personali che si accompagnano al tema dell’incapacità di concepire in maniera naturale, possono infatti costituire un terreno fertile per lo sviluppo di sofferenza psicologica e difficoltà relazionali, che interferirebbero con il benessere della coppia che si approccia alla PMA, con il rischio di ridurne le probabilità di riuscita (Visigalli, 2011).

Non da ultimo, le coppie sottoposte a PMA, come evidenziato in precedenza, possono risentire notevolmente, specie in ambito sessuologico, della presenza costante del problema dell’infertilità: l’individuazione e l’intervento sessuologico mirato, costituisce un importante strumento di salvaguardia della relazione di coppia, che altrimenti potrebbe risentire enormemente dell’ingombrante ruolo della sessualità nell’infertilità della coppia. In quest’ottica, il counseling si inserisce inizialmente come uno spazio che stimola i partners a condividere emozioni e difficoltà nella sfera sessuale, informandoli preventivamente dei rischi ad essa associati quando si intraprende l’iter di PMA: un intervento di questo tipo, oltre a normalizzare eventuali difficoltà e a facilitare la comunicazione delle stesse nella coppia, permette di proporre un intervento sessuologico mirato, che abbia come obiettivo il recupero dell’intimità di coppia (Nappi et al., 2004).

Concludendo, il ruolo dello psicologo all’interno dell’equipe dei Centri di Procreazione Medicalmente Assistita, assume un ruolo fondamentale nel preservare il benessere psicologico, relazionale e sessuale dei partners e della coppia, aumentando la probabilità che l’intervento si concluda con la gravidanza tanto desiderata e riducendo le possibilità che emergano nuove problematiche in seguito ai tentativi di procreazione, configurandosi allo stesso tempo come strumento di screening e di intervento.

 

Covid-19 e disturbo da stress post traumatico

Il Covid-19 ha portato ad una situazione mai vissuta precedentemente nella storia a causa della messa in atto di misure restrittive sulla vita personale, sociale e lavorativa degli individui. Come si relaziona tutto questo con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD)?

 

Durante il 2020 vari studiosi hanno ipotizzato che i cambiamenti nello stile di vita che il Covid-19 ha imposto possano portare nel breve o nel lungo periodo a diversi problemi di salute, come l’aumento dei livelli di stress, ansia, sintomi depressivi, insonnia, ma anche negazione, rabbia e paura (Torales et al., 2020) e, sebbene gli studi a riguardo sono ancora pochi, sono stati trovati dei dati a supporto di questa tesi. Infatti, si è rilevato che nella fase iniziale del lockdown in Cina circa un terzo delle persone intervistate ha dichiarato di aver percepito una maggior ansia (Wang et al., 2020a), riconducibile principalmente alla paura del contagio (Ahorsu et al., 2020), oltre che al timore di perdere la propria stabilità economica (Uddin et al., 2020).

Considerando inoltre che il Covid-19 ha portato ad una situazione mai vissuta precedentemente nella storia a causa della messa in atto di misure restrittive sulla vita personale, sociale e lavorativa degli individui, è stata ipotizzata una relazione con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), dal momento che l’American Psychiatric Association (2013) descrive questo come un disturbo conseguente all’esposizione ad uno o più eventi traumatici e risultante nella paura di rivivere esperienze traumatiche, in cambiamenti emotivi e comportamentali, in un umore disforico e in effetti negativi sulla cognizione.

A partire da ciò, il presente studio (Di Crosta et al., 2020) intende indagare il ruolo delle differenze individuali, della percezione della stabilità economica e dei fattori psicologici nel predire i sintomi del PTSD e a tal proposito 4121 partecipanti sono stati selezionati attraverso un questionario compilato online.

I soggetti dopo aver indicato le proprie caratteristiche sociodemografiche (genere, status lavorativo, livello di educazione, ecc), hanno risposto ad una batteria di questionari in grado di misurare la relazione tra le variabili oggetto di studio; nello specifico, la paura per il Covid-19 è stata valutata attraverso 8 items ad hoc riguardanti la paura per la propria salute o per quella dei propri cari, la stabilità economica percepita durante o prima della pandemia è stata valutata attraverso due domande ad hoc sull’argomento, i tratti di personalità secondo il modello dei Big Five (Gradevolezza/Antagonismo, Coscienziosità/Perdita di direzione, Stabilità emotiva/Nevroticismo, Estroversione/Introversione, e Apertura/Chiusura all’esperienza) sono stati misurati attraverso il Big Five Inventory 10-item (BFI-10; Rammstedt & John, 2007) e la sintomatologia conseguente ad un evento negativo vissuto è stato valutato attraverso il The Impact of Event Scale-Revised (IES-R; Christianson & Marren, 2012).

I risultati mostrano che è presente una relazione positiva significativa tra l’evento traumatico del Covid-19 e il PTSD, infatti nella fase più critica della pandemia più di un terzo dei partecipanti ha riportato sintomi del disturbo da stress post traumatico. Inoltre, i dati riportano che il genere femminile, così come bassi livelli di istruzione e alti livelli di nevroticismo sono dei fattori di rischio per l’emergere del disturbo, in linea con i precedenti studi.

Per quanto riguarda le differenze di genere, l’evidenza sostiene infatti che le donne tendono ad affrontare gli eventi negativi con maggior difficoltà rispetto agli uomini, che hanno strategie di coping più adattive e funzionali (Zhou et al., 2013). Per quanto riguarda l’istruzione, i dati sostengono che il livello socio-economico così come l’educazione influiscono sul tipo di strategie e risorse individuali messe in atto per affrontare una situazione gravosa (Tang et al., 2017). Per quanto riguarda i tratti di personalità, infine, i dati sostengono che il nevroticismo porta l’individuo a rispondere agli eventi stressanti con emozioni più forti, sperimentando maggiormente ansia e depressione (Suls & Martin, 2005).

In conclusione, è necessario sottolineare come l’emergenza sanitaria sia collegata all’emergenza psicologica e che interventi di supporto psicologico, la pratica dell’EMDR e quella della mindfulness possono essere utili per affrontare e superare le emozioni negative associate all’evento traumatico.

 

Crescere. Teoria e pratica della psicosintesi (2020) di Pietro Ferrucci – Recensione del libro

In noi coesistono diverse subpersonalità, possiamo essere genitori, lavoratori, sportivi, amici, guardare agli altri, al mondo e a noi stessi in modo diverso. La psicosintesi favorisce livelli di coscienza superiori, per far sì che non ci imprigioni, ma utilizzarla in modo flessibile nei suoi aspetti funzionali, affrontando un processo di disidentificazione.

 

Crescere è un volume in cui sono illustrati i principi della psicosintesi sviluppata da Roberto Assagioli. L’autore Pietro Ferrucci, suo allievo, ne traccia gli aspetti fondamentali utilizzando una strutturazione che si articola in tre parti: definizione teorica del modello e dei concetti principali, illustrazione degli esercizi che sono utilizzati nel lavoro terapeutico ed esemplificazioni cliniche.

La psicosintesi si basa su una visione comprensiva dell’uomo. Affronta gli aspetti essenziali dell’esistenza umana. Evoca l’interezza per salire ad un livello superiore d’integrazione secondo una concezione pragmatica della psicologia che favorisce una pratica costante. Tuttavia, prende atto della complessità della condizione umana e non fornisce alcuna ricetta universale.

La psiche può essere rappresentata da una mappa dove sono presenti diversi spazi: l’inconscio inferiore, l’inconscio medio, il superconscio, inoltre è presente il campo della coscienza, l’io o sé personale, l’io o sé transpersonale e l’inconscio collettivo. Dall’inconscio inferiore, la parte più antica, all’inconscio superiore si esplica lo sviluppo evolutivo della persona. Tra i vari livelli vi è un’interazione continua e chi conosce tutti i livelli è il Sé. In una personalità integrata, il sé, mediante l’azione della volontà, è in grado di coordinare le varie funzioni dell’organismo psicofisico.

Siamo un miscuglio di elementi mutevoli e contrastanti, non siamo un’entità monolitica e immutabile. In noi coesistono diverse subpersonalità, possiamo essere genitori, lavoratori, sportivi, amici, guardare agli altri, al mondo e a noi stessi in modo diverso a seconda delle diverse subpersonalità. Proprio per conoscere ed esplorare queste subpersonalità sono presentati alcuni esercizi d’immaginazione. Favorire livelli di coscienza superiori significa per la psicosintesi avviare un processo di disidentificazione che consiste nel liberarsi dall’illusione della subpersonalità, non fargli assumere il pieno controllo, far sì che non ci imprigioni, ma utilizzarla in modo flessibile nei suoi aspetti funzionali, per ritornare al vero sé.

Il sé è la nostra essenza, il centro unificatore, l’unica parte di noi che rimane sempre uguale a sé stessa. Il sé è coscienza allo stato puro. La coscienza ha una sua funzione autonoma e volontaria, spesso prende la forma di ciò con cui viene in contatto (identificazione: sono contento e ho coscienza di esserlo), ma può staccarsi dai contenuti (disedintificazione: io non sono la mia emozione, il mio pensiero, ecc.) concependosi come priva di contenuti (autoidentificazione: io sono. Sono cosciente di essere pura possibilità).

Per disidentificarsi la psicosintesi propone di osservare sensazioni, emozioni, pensieri, senza giudicarli o cambiarli, senza interferire. Ritroviamo in questa impostazione delle similitudini marcate con approcci di terza onda del cognitivismo (defusione, mindfulness, detached mindfulness, training attentivo, accettazione, commitment e lavoro terapeutico).

Per Assagioli la nostra identità vera è il Sé spirituale o transpersonale che si manifesta attraverso il supercosciente che è la sorgente degli stati di illuminazione, creatività, intuizione, ecc. Queste esperienze transpersonali sono state chiamate in diverso modo anche da altri autori: religiose in una accezione ampia (James), oceaniche (Freud), numinose (Otto), peak experience (Jung) e di recente studiate con metodiche di neuroimmagine che rendono conto di fenomeni di espansione della coscienza.

Di fondamentale importanza per la crescita a cui aspira ogni essere umano è la comprensione del significato della propria vita e dell’universo. La consapevolezza, però non è sufficiente, l’esercizio è necessario per conseguire una certa padronanza sui processi psichici e potenziare le funzioni mentali. Il metodo proposto è l’utilizzo dell’immaginazione con evocazioni tattili, olfattive, uditive, cinestetiche, del gusto.

Molti esercizi di visualizzazione immaginativa sono presentati nel volume.

Alcuni esempi illustrano concretamente il lavoro che va svolto per liberare livelli di coscienza superiore:

Immaginare un numero sulla lavagna e tenerlo fermo per un paio di minuti senza pensare ad altro, una penna che scrive lentamente il proprio nome; varie forme colorate (triangolo blu; cerchio giallo).

Altri esercizi prevedono di concentrarsi su un simbolo tra quelli presentati (la crisalide, la nave, il cielo, la quercia, il fiume, il fuoco, il  sole, il suono, la freccia , la fonte, il diamante, il ciclo del grano, la villa) e visualizzarlo il più vividamente possibile. Praticamente l’essenza del lavoro terapeutico si basa sul principio che immaginare una possibilità la rende più facile da realizzare.

Queste tecniche favoriscono, in sostanza, l’irrompere di un flusso straordinario di intuizioni, immagini, sensazioni e sentimenti di grande intensità e bellezza. Si entra in contatto con il superconscio. Come sia possibile e come si determini uno stato del genere, un Sé transpersonale, un Sé come puro essere, è tutto ancora da scoprire e l’autore si limita a evidenziare che le esperienze transpersonali sono un fatto documentato (un’appendice del libro La psicosintesi vista alla luce delle neuroscienze riporta i risultati di alcuni studi e ricerche che sembrerebbero validare i principi del modello) e potrebbero essere la manifestazione primordiale della prossima tappa della nostra evoluzione che ci spingerà verso una coscienza di ordine superiore.

Alcuni concetti che sono al centro della riflessione dell’autore mi sono particolarmente familiari perché ho avuto modo di trattarli in un volume curato con Roberto Lorenzini per Franco Angeli dal titolo Dal malessere al benessere dove si metteva in evidenza l’importanza, per migliorare il benessere personale e percepire una sensazione di pienezza esistenziale, della soddisfazione del bisogno di significato e di relazionalità correlati a una dimensione di trascendenza, consapevolezza e accettazione. Una visione eudemonica del well-being soggettivo che ha molte analogie con il percorso tracciato da Ferrucci.

Le quasi trecento pagine del volume Crescere illustrano in maniera chiara e con molte esemplificazioni i fondamenti della psicosintesi.

L’approccio non nasconde tra le righe un obiettivo che molti psicoterapeuti di diverse scuole hanno ben presente, quello di mettere a punto un modello integrato di psicoterapia, condiviso e validato scientificamente che non si avvalga di aggettivazioni.

Molte assonanze con concetti proposti da altri modelli sono presenti nel volume e lo stesso autore indica le influenze che hanno esercitato da una parte la psicoanalisi, dall’altra l’approccio umanistico e secondo noi anche un certo cognitivismo di ultima generazione sulla psicosintesi, ma la strada da percorrere per una eventuale integrazione è molto lunga, forse prima o poi arriveremo alla meta, anche se purtroppo noi non ci saremo.

 

Sensazione globus: la psicologia in supporto alla deglutizione

I pazienti che sperimentano la sensazione globus, nel momento in cui devono assumere una pillola di piccole o grandi dimensioni, avvertono un’oppressione alla gola, non correlata a una condizione fisica esterna, ma a una sensazione di paura o terrore.

 

Non è sempre vero che “con un po’ di zucchero la pillola va giù”. E’ comune, infatti, in adulti e bambini la presenza di oggettive difficoltà nell’assunzione di pillole di piccole e grandi dimensioni, a danno dell’aderenza terapeutica o dell’intera cura. Tale difficoltà, non è sempre legata a condizioni fisico-strutturali, come nel caso della disfagia oro-faringea (Modena & Pellecchia, 2010), ma anche a condizioni derivanti dalla paura di soffocamento, come nella condizione della “sensazione globus” (Deary & Wilson, 1994). Nella suddetta condizione, i pazienti sperimentano oppressione alla gola non correlata a una condizione fisica esterna, ma a una sensazione di paura o terrore. La sensazione è quella di una gola che si stringe alla sola anticipazione di assunzione della pillola.

Non è da sottovalutare, infatti, questa difficoltà in pazienti che devono assumere una terapia farmacologica cronicamente. Invero, nonostante i “trucchetti” derivanti dal senso comune, quando si devono assumere ogni giorno delle pillole per curare una malattia cronica, è possibile notare che l’assunzione di queste ultime provoca nausea, conati o sensazione di soffocamento (Puhakka, Lehtinen Aalto, 1976). Non essendo sempre possibile ridurre le pillole in polvere, la sensazione globus diventa una condizione permanente, soprattutto se non si comprende la causa alla base e l’unicità del paziente. In una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Medicine, i ricercatori dell’Università di Heidelberg, in Germania, hanno sperimentato due tecniche che migliorano la capacità di assumere le pillole sia nelle persone sane che nei pazienti con difficoltà di deglutizione (Schiele et al., 2014).

Allo studio hanno partecipato 151 persone tra i 18 e i 65 anni, tra i quali, circa la metà con difficoltà di deglutizione (gruppo sperimentale). Ai partecipanti è stato chiesto di assumere un placebo in 16 diversi formati (capsule, pastiglie rotonde, pastiglie ovali o allungate…) e di quantificare per ciascun formato la facilità di deglutizione attraverso una scala Likert a 8 punti:

  • 0 = molto facile;
  • 7 = molto difficile da deglutire.

Successivamente, ai partecipanti è stato chiesto di assumere nuovamente il placebo nei formati più difficili da deglutire applicando due tecniche diverse, teorizzate dagli stessi autori. Le due tecniche hanno costituito due condizioni sperimentali:

  1. la condizione “pop-bottle”, in cui la compressa viene ingoiata con acqua, inclinando la testa all’indietro: la compressa viene messa sulla lingua e le labbra si stringono intorno all’apertura della bottiglia per evitare l’aspirazione di aria;
  2. la condizione “lean-forward”, che prevede l’assunzione di capsule senza l’aiuto di acqua e con la testa piegata in avanti.

I partecipanti hanno trovato entrambe le tecniche utili per deglutire più facilmente le pillole di placebo. In particolare, dai risultati è emerso che il 59,7% dei partecipanti ha rilevato che la tecnica “pop-bottle” migliorava la deglutizione delle compresse, mentre l’88,6% preferiva la tecnica “lean-forward” per assumere le capsule.

Secondo gli autori, quindi, l’adozione di queste tecniche, purché sotto controllo di una equipe multidisciplinare, può facilitare la corretta assunzione delle pillole nelle persone con disfagia e sensazione di globus, a fianco di una terapia con un logopedista e dell’adozione di acqua gelificata o addensanti che facilitano la deglutizione. L’acqua gelificata e le sostanze addensanti, infatti, hanno un ampio uso ed utilità nella pratica clinica e domestica perché aiutano a mantenere l’idratazione e l’aderenza ai trattamenti farmacologici nelle persone con difficoltà di deglutizione, per una migliore accettazione, da parte dei pazienti, della compressa.

Necessario, in entrambe le situazioni (funzionali e strutturali), l’intervento dello psicologo in unione alle diverse figure professionali, come il medico e il logopedista. Infatti, per raggiungere il benessere del paziente, è necessaria la comprensione di questa difficoltà. Soprattutto nella condizione della sensazione globus, la pillola è spesso considerata come “corpo estraneo”. E’ compito dello psicologo, infatti, indagare il significato unico che la persona attribuisce a quel corpo estraneo e che la pone in una condizione di allarme.

 

Curcuma e diabete: un aiuto contro ansia e depressione?

I pazienti con diabete hanno quasi il doppio delle probabilità di soffrire di ansia, depressione e stress rispetto alla popolazione normale (Collins et al., 2009).

 

Nei pazienti diabetici la depressione e l’ansia sono associate con neuropatia diabetica periferica (DPN). E’ stato dimostrato che la presenza di depressione e ansia aumenta il dolore e impatta negativamente sul trattamento dei pazienti con DPN (Jain et al., 2011).

Poco si sa circa l’efficacia della farmacoterapia antidepressiva nei pazienti con diabete; inoltre, inevitabili effetti collaterali contribuiscono spesso all’interruzione precoce dell’intervento psicofarmacologico sulla depressione (Katon, 2003). Pertanto la ricerca sulla medicina erboristica tradizionale per lo sviluppo di cure antidepressive è sempre più giustificata.

La curcuma ha mostrato una potenziale attività antidepressiva in alcuni studi condotti negli ultimi anni (Esmaily et al., 2015; Lopresti et al., 2014; Panahi et al., 2015).

Un recente studio controllato (Asadi et al., 2019) ha voluto indagare l’efficacia della somministrazione di una dose di curcuma su depressione, ansia e stress in pazienti con polineuropatia diabetica. Ottanta pazienti con diabete sono stati reclutati in questo studio clinico parallelo e a doppio cieco. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a un gruppo sperimentale (n = 40) e di controllo (n = 40), ricevendo rispettivamente 80 mg di curcuma e capsule di placebo al giorno per 8 settimane.

Prima e dopo l’intervento sono state valutate le misure antropometriche, l’assunzione della dieta, l’attività fisica, gli indici glicemici e la gravità della neuropatia. La depressione, l’ansia e il livello di stress sono stati misurati con la Depression, Anxiety, Stress Scale (DASS; Parkitny & McAuley, 2010) all’inizio e alla fine dell’intervento.

Dai risultati della ricerca è emerso che, dopo l’intervento, si è verificata una significativa riduzione del punteggio medio relativo ai sintomi depressivi nel gruppo che aveva assunto la curcuma rispetto al gruppo placebo. Inoltre, è stata riscontrata una diminuzione significativa del punteggio medio di ansia sempre nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo placebo.

Non sono state presenti invece differenze significative tra i due gruppi per quanto riguarda le variazioni sul punteggio relativo allo stress.

Questi risultati suggeriscono che l’integrazione di curcuma per 8 settimane è stata efficace nel ridurre i sintomi depressivi e i punteggi legati all’ansia nei pazienti con polineuropatia diabetica e incoraggiano la ricerca scientifica alla valutazione di questi metodi alternativi alla farmacoterapia tradizionale.

 

Accompagnamento alla gravidanza e sostegno alla genitorialità – VIDEO del secondo incontro

Scuola Cognitiva di Firenze, in associazione con Studi Cognitivi, ha presentato un percorso divulgativo online in due appuntamenti rivolto a futuri genitori e genitori per aiutarli ad approfondire la conoscenza del proprio mondo emotivo e cognitivo e di quello dei propri figli. Pubblichiamo il video del secondo incontro.

 

La gravidanza e il divenire genitori portano con sé una serie di cambiamenti nella vita individuale e di coppia: la costruzione dei ruoli e dell’identità di madre e di padre, la ridefinizione del rapporto di coppia, le emozioni e i vissuti psicologici associati al divenire genitori, l’instaurarsi di una prima relazione con il bambino.

I due incontri, organizzati da Scuola Cognitiva di Firenze, sono stati pensati con l’intento di offrire un percorso di informazione e di crescita personale per genitori e futuri genitori, percorso che potesse accompagnarli e sostenerli nell’attesa e nella conoscenza del proprio bambino con maggior consapevolezza, serenità e naturalezza.

Per i nostri lettori pubblichiamo il video del secondo appuntamento, condotto dalle dott.sse Elisa Moretti e Stefania Righini. Tema dell’incontro è lo stile di attaccamento genitoriale e la sua influenza nella relazione con i propri figli.

 

 

ACCOMPAGNAMENTO ALLA GRAVIDANZA E SOSTEGNO ALLA GENITORIALITÀ

Guarda il video integrale del secondo incontro:

 

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Monogamia e tradimenti: paradigmi mutevoli nel tempo – Una serie di Roberto Lorenzini

Oggi pubblichiamo il sesto lavoro della serie di Roberto Lorenzini, dedicata al tema della monogamia e delle sue implicazioni psicologiche, affettive, relazionali e, perché no, sessuali. Lorenzini propone una tesi forte: la monogamia non funziona. E prosegue il suo racconto esplorando le vicissitudini dei paradigmi dell’accoppiamento umano.

MONOGAMIA E TRADIMENTI – (Nr. 6) Paradigmi mutevoli nel tempo

 

 Fino alla metà del ‘900 il tema dell’amore e della sessualità ha avuto come paradigma di riferimento la coppia eterosessuale stabile. Tutto il resto dell’esperienza sessuale ed amorosa, che pure è sempre esistito, quanto e più di oggi, veniva descritto come uno scostamento da questa tendenza mediana considerata il golden standard quantunque probabilmente non sia mai stata effettivamente la moda in senso statistico. A questi scostamenti si associavano forti emozioni negative come la colpa e la vergogna che tendevano ad estinguerli ed altre positive come il brivido del proibito e l’orgoglio adrenergico della trasgressione che li rinforzavano. Con la rivoluzione informatica e l’avvento del web la circolazione delle informazioni e la contaminazione dei modelli culturali si è fatta rapidissima e contemporaneamente si sono moltiplicate le occasioni di comunicazione e di incontro. Tutto ciò ha modificato radicalmente i modelli di legame affettivo sessuale per comprendere i quali si deve rinunciare a ridurli a variazioni o perversioni dell’antico golden standard. Proviamo a descrivere possibili scenari della sessualità e affettività attuale e del futuro, senza pretesa di essere esaustivi essendo infinite le possibilità della creatività umana e sospendendo il giudizio che poi ciascuno per sé dovrà esercitare per scegliere cosa più si addice al proprio modo di stare al mondo rifuggendo sia dal bias del primato della tradizione che dal suo opposto che attribuisce positività a tutto ciò che è nuovo.

Gli amanti sono sempre esistiti (Carotenuto, 2017; Cortese, 2014) e sono abbondantemente rappresentati nella letteratura di tutto il mondo. Il legame tra amanti è del tutto simile a quello matrimoniale, non si limita all’attività sessuale e può durare per tutta l’esistenza. Ricca è l’aneddotica circa l’incontro di numerose vedove che si ignoravano intorno alla salma o alle disposizioni testamentarie di ‘Lui’ (meno frequente l’incontro di due vedovi per la premorienza degli uomini). A volte si strutturano vere e proprie famiglie parallele con figli e nipoti che sono a conoscenza gli uni degli altri e possono anche avere buoni rapporti fin quando gli interessi ereditari non li separano. Per rimanere in Italia sono molto noti alcuni casi nel mondo dello spettacolo del ‘900. E’ più facile che ciò si realizzi intorno ad una persona molto ricca e/o molto potente.

Altrettanto antica è la cosiddetta ‘scappatella’, o, nella sua forma contratta, ‘una botta e via’ in cui è invece proprio l’aspetto sessuale ad essere decisivo. E’ meglio tollerata nell’uomo che nelle donne.

Più recente è il concetto di ‘trombamicizia’ che, come indica il nome, unisce all’asse portante dell’amicizia la possibilità di rapporti sessuali sporadici e senza obbligo di esclusività. I due sono e restano amici e si sostengono nelle rispettive ricerche di partner ma talvolta si consolano reciprocamente come proponeva Lucio Battisti in ‘Una donna per amico’.

Se questi sono i format tradizionali, per avere un idea di ciò che succede oggi è sufficiente tener conto di tre fattori acceleratori: la presenza del web che amplia i confini e velocizza i contatti recuperando al mercato globale, grazie all’anonimato, tutti i timidi; la moltiplicazione delle possibilità data dalla legittimazione dell’omosessualità e della bisessualità; l’arretramento relativistico di ogni morale fino all’ultimo (comunque insidiato dalle associazioni per i diritti dei pedofili) baluardo della consensualità tra adulti, in nome della propria autorealizzazione e del piacere.

Tutto ciò capita che ci piaccia o no. Non è né un bene né un male, ma possiamo vederlo come una occasione per essere ancora più umani esercitando il libero arbitrio al di là di chiese di ogni tipo e morali preconfezionate. La libertà impone un delta aggiuntivo di coscienza (Bateson 1969).

 

La gravidanza nelle pazienti psichiatriche

Data la difficoltà degli studi nello stabilire se la gravidanza possa o meno giovare alle donne che hanno sofferto o soffrono di disturbi psichici, le attuali linee guida propendono per una programmazione ad hoc della gestazione. 

Francesca Falco – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Introduzione

L’inizio della gestazione si caratterizza, oltre che per un importante cambiamento nello stile di vita e nella forma del corpo, per un enorme cambiamento dell’assetto ormonale, il quale influisce sull’umore della donna, che gradualmente dovrà imparare a gestire la nuova produzione di ormoni. Se per una donna che non ha mai avuto esordi psicopatologici questo rappresenta un momento di difficoltà, che richiede pazienza e utilizzo di risorse per adattarsi ai molteplici cambiamenti della gestazione, per le donne che hanno avuto precedenti difficoltà psichiatriche, questo può rappresentare un’enorme sfida. Questi cambiamenti, infatti, da una parte possono causare una parziale o totale inefficacia della terapia farmacologica, che va rivista e modificata, dall’altra possono incidere sull’umore e sul comportamento della gestante, causando a volte notevoli difficoltà.

Gli studi sulla gravidanza attualmente non hanno ancora permesso di comprendere se questa fase della vita possa rappresentare un fattore protettivo verso esordi o recidive psicopatologici, o se, al contrario, possa rappresentare un fattore di rischio: mentre alcuni riportano un’attenuazione delle difficoltà legate a precedenti psicopatologie, altri evidenziano la loro esacerbazione, nuovi esordi o recidive di precedenti disturbi. L’azione protettiva o esacerbante della gravidanza sembra essere legata ad una molteplicità di elementi: storia di vita, tratti di personalità, status sociale ed economico, numero di gravidanze precedenti, possono intervenire nella prognosi psichica della gestante, sia in termini positivi, sia negativi.

Data la difficoltà degli studi in tal proposito nello stabilire se la gravidanza possa o meno giovare alle donne che hanno sofferto o soffrono di disturbi psichici, le attuali linee guida propendono per una programmazione ad hoc della gestazione. Tale spazio di manovra presenta una serie di vantaggi importanti nella tutela della salute fisica e psicologica di mamma e bambino: in accordo con il clinico, infatti, le pazienti possono rimodulare in anticipo la terapia farmacologica o sospenderla, se il quadro clinico della paziente lo permette, in favore della sola psicoterapia, riducendo il più possibile gli effetti dannosi che gli psicofarmaci potrebbero avere sul feto, senza incidere negativamente sull’equilibrio psichico della gestante (Cartabellotta et al., 2015).

Non è ancora chiaro quindi se la gravidanza sia effettivamente un pericolo per le donne che hanno precedentemente sofferto di disturbi psichiatrici o se, al contrario, sia un fattore protettivo, ma si è reso necessario individuare le strategie necessarie a permettere loro di vivere la maternità e, prima di essa, la gravidanza, con il maggior grado di sicurezza possibile, al fine di garantire loro il diritto alla maternità, senza rischiare che sia il bambino a pagarne il prezzo.

Effetti della gestazione sulla paziente psichiatrica: rischi peri- e post-natali

Come indicato dalle linee guida, essere affette da psicopatologia implica che la gravidanza debba essere attentamente programmata per ridurre al minimo il rischio di recidiva, peggioramento sintomatologico o, in caso di terapia farmacologica, effetti dannosi su feto e madre.

Ma cosa accade ad una gestante che, prima della gravidanza, aveva disturbi psichici?

I principali disturbi psichici analizzati dalla letteratura nel periodo gravidico sono i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, il disturbo bipolare, i disturbi alimentari e la schizofrenia.

I disturbi d’ansia sono i più diffusi tra le gestanti, ma anche i meno individuati dai clinici: spesso è difficile diagnosticare un peggioramento della sintomatologia o un nuovo esordio in gravidanza, poiché la tendenza dei clinici che circondano la gestante è quella di attribuire la preoccupazione ad una normale condizione di cambiamento della donna. La fisiologica preoccupazione, però, è ben distante dalla preoccupazione patologica, che invece può essere fonte di forte stress per la donna in attesa. Prendendo in analisi il Disturbo di Panico, molti studi sembrano dimostrare che la gestazione abbia effetti molto diversi a seconda di come si presentava la sintomatologia prima della gravidanza: secondo Cohen e colleghi (1996) i sintomi tendono a migliorare quando la precedente sintomatologia era lieve, mentre tendono a peggiorare se prima della gravidanza la donna presentava sintomi più severi. Questo aspetto potrebbe essere influenzato anche dalla produzione ormonale tipica della gravidanza che, con l’aumento di estradiolo e progesterone, produce un effetto ansiolitico; tali livelli ormonali subiscono un crollo circa 4 o 5 giorni dopo il parto, aumentando la possibilità di un peggioramento repentino nel post partum (Cohen et al., 1994; Klein et al., 1994; Reddy et al., 2005). Come per il Disturbo di Panico, anche per il Disturbo d’Ansia Generalizzato, la produzione di estradiolo e progesterone sembra proteggere le donne da una possibile esacerbazione della sintomatologia, sebbene possano persistere pensieri di tipo ansioso, con la sola eccezione di sintomi come ipoventilazione e tachicardia, che possono peggiorare in gravidanza, soprattutto in risposta ai cambiamenti corporei (Cowley, 1989). Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, invece, sembra essere messo a dura prova dalla gestazione: secondo Neziroglu e colleghi, la sintomatologia sicuramente peggiora, andando a interferire, in base al tipo di comportamento messo in atto in risposta all’ossessione, con il decorso della gravidanza (Neziroglu et al., 1992).

Anche per i disturbi dell’umore, il corretto inquadramento diagnostico è più complesso durante la gestazione: alcuni segni tipici della depressione, come astenia, cambiamenti di peso o difficoltà legate al ciclo del sonno, possono essere erroneamente confusi con segni tipici della gravidanza. In realtà, il tasso di depressione in gravidanza mostra una prevalenza del 7% al primo trimestre, 12,8% al secondo e 12% al terzo (Bennet et al., 2004); tra i fattori di rischio, uno dei più importanti consiste proprio nell’avere una precedente storia di episodi depressivi e/o di depressione post natale (Ryan, Milis, Misri, 2005). Un aspetto interessante riguarda il fatto che la depressione prenatale e quella postnatale sembrano mostrare configurazioni tipiche, che permettono di porre l’accento su differenti aspetti sintomatologici in base alla fase in cui si trova la donna: Kammerer e colleghi (2006) hanno individuato sintomi tipici della depressione melanconica nel periodo della gravidanza, con insonnia, iporessia e scarsa reattività del tono dell’umore, associata ad aumento dei livelli di cortisolo, mentre la depressione postnatale sembra più simile alla depressione atipica, con ipersonnia, labilità emotiva e iperfagia, associata ad una riduzione dei livelli di cortisolo (Kammerer, Taylor, Glover, 2006).

Episodi depressivi, inoltre, sembrano manifestarsi durante la gravidanza similmente a quanto avviene normalmente (APA, 2013), con la peculiarità di riportare contenuti ed eventuali deliri alla dimensione materna, al futuro accudimento del bambino, all’insicurezza circa il diventare madre (Giardinelli et al., 2008). Da non sottovalutare, inoltre, il rischio che caratterizza le gestanti che hanno scelto di interrompere il trattamento farmacologico per programmare il concepimento: secondo uno studio di Cohen e collaboratori (Cohen et al., 2006), infatti, nel 68% dei casi, queste donne vanno incontro a ricadute durante la gravidanza, soprattutto nel primo trimestre.

Per quanto riguarda il disturbo bipolare, la letteratura sembra avere pareri contrastanti circa il suo miglioramento o, al contrario, peggioramento, durante la gestazione (Freeman, Gelenberg, 2005). Ciò che invece appare evidente è la necessità di non interrompere la terapia autonomamente: secondo lo studio di Viguera e colleghi (Viguera et al., 2007), le donne che sospendono bruscamente la terapia a base di stabilizzatori dell’umore, presentano il doppio delle possibilità di ricadute rispetto alle donne che proseguono la terapia. D’altro canto, considerando le possibili interferenze sullo sviluppo del feto, l’ideale sarebbe poter optare per una sospensione graduale della terapia nel primo trimestre di gravidanza, soluzione adottabile per quelle donne che hanno avuto lunghi periodi di remissione della sintomatologia prima del concepimento.

Nelle donne affette da schizofrenia, spesso la gravidanza non è programmata, ma è piuttosto frutto di comportamenti sregolati, basse condizioni socioeconomiche, tendenza all’impulsività o promiscuità. In queste donne, il rischio maggiore è imputabile all’imprevedibilità dell’impatto che la gestazione può avere sulle loro condizioni psichiche (Howard, 2005): comportamenti disregolati, abuso di alcol e fumo, carenza di cure prenatali, scarsità di igiene personale sono solo alcune delle manifestazioni che potrebbero emergere durante la gestazione. Il periodo puerperale, inoltre, rappresenta un ulteriore momento delicato, che può vedere l’esacerbarsi dei deliri e dei comportamenti disorganizzati (Chandra et al., 2006). Tuttavia, la letteratura evidenzia come la maternità possa provocare un miglioramento sulla salute psichica della donna, che vede modificare il proprio status all’interno della famiglia, ridurre lo stigma sociale e generalmente ottenere un allargamento della propria rete di supporto, aspetti che migliorano lo stato della paziente (Craig & Abel, 2001). Tutto questo impone un’attenzione particolare verso le donne schizofreniche, sia nel periodo prenatale, sia in quello puerperale, con interventi diretti e specifici che tutelino la salute di madre e figlio.

In donne con storia di disturbi alimentari, la gravidanza rappresenta un momento di notevole difficoltà, in cui ci si confronta con quegli aspetti che hanno rappresentato il nucleo di un periodo difficile: l’aumento di peso, il cambiamento della forma del proprio corpo, il nuovo ruolo sociale e il cambiamento della relazione con le proprie figure genitoriali. Tutto questo può riaccendere il disturbo, portando a nuove condotte restrittive e di eliminazione (Mitchell, Bulik, 2006) che possono provocare l’aborto, o determinare basso peso alla nascita, prematurità e necessità di ricorrere al parto cesareo (Crow et al., 2004). Un’attenzione particolare è necessaria nelle donne che hanno ottenuto un miglioramento o una remissione della sintomatologia nel periodo gestazionale: per queste donne, il periodo del puerperio, potrebbe rappresentare un momento di recidiva importante, per la fretta di recuperare il corpo e il peso desiderati (Lacey, Smith, 1987).

La gravidanza rappresenta di per sé un importante fattore di stress, che come tale può rappresentare un importante fattore eziologico nello sviluppo di disturbi psichici in donne che presentano aspetti di vulnerabilità. L’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), tipicamente iperattivata in condizioni di stress, può avere importanti effetti sullo sviluppo del feto e può indurre un parto prematuro (Glover, O’Connor, 2002; Kurki et al., 2000); condizioni di depressione o ansia, tipicamente le più frequentemente riscontrate durante la gestazione, possono attivare l’asse HPA, producendo le conseguenze tipiche dello stress prolungato (Brockington, Macdonald, Wainscott, 2006).

Da non sottovalutare è anche il concetto di Attaccamento Prenatale (APN), che si riferisce allo sviluppo di un legame basato sul concetto di accudimento della madre verso il bambino che nascerà: questo aspetto, che costituisce una primordiale forma di relazione tra madre e bambino, è considerata prognostica del rapporto che i due avranno dopo il parto. Oltre a costituire un importante indicatore per lo sviluppo della relazione nel post partum, fornisce anche indicazioni circa la capacità di prendersi cura del bambino e la sua sensibilità nell’interazione (Della Vedova, 2005). L’APN sembra evolversi e crescere con l’aumentare dell’età gestazionale: potendo vedere il proprio bambino crescere attraverso le ecografie prenatali e potendolo man mano sentire sempre più presente nel proprio ventre, le future mamme sembrano investire sempre di più emotivamente nel bambino (Barone, 2014; Della Vedova, 2008). Recenti studi hanno indagato la possibilità che tale costrutto possa essere influenzato da aspetti più prettamente clinici, come ansia o depressione. In particolare, si è visto che, mentre i sintomi depressivi possono interferire con l’intensità dell’APN (Barone, 2014), l’ansia, soprattutto in casi di sintomatologia severa, può determinare una tendenza alla distrazione della madre rispetto ai bisogni del proprio bambino (Hopkins, 2018). Un aspetto importante dell’Attaccamento Prenatale è la possibilità di utilizzarlo, tra gli altri, come parametro per individuare precocemente quelle situazioni in cui si ha un maggiore rischio di stress genitoriale (Mazzeschi, 2015) o di sviluppo di depressione post partum (Alhusen, 2013), potendo così intervenire precocemente sulla madre e sulla coppia.

È importante inoltre ricordare che il periodo della gestazione di per sé è caratterizzato da una serie di indicazioni cliniche che scandiscono il periodo della gestazione in maniera continua e regolare: vitamine, integratori, visite di monitoraggio, screening prenatali e analisi di vario tipo, diventano una routine nella donna in attesa. Questo aspetto, che di per sé può rappresentare un elemento di stress, potrebbe diventare ancora più gravoso in quelle donne che devono sottoporsi a psicoterapia o che, continuando ad assumere psicofarmaci, devono essere monitorate costantemente. Tutto questo potrebbe, oltre che causare stress, influire sulla compliance terapeutica, portando la donna a saltare le sedute o a dimenticare o rifiutare il farmaco. Una buona psicoeducazione e un costante supporto psicologico sono fondamentali nel monitorare la salute della donna e mantenere un buon grado di compliance nelle terapie.

Possibili conseguenze della terapia farmacologica

Non sempre è possibile, per la donna che pianifica una gravidanza, abbandonare del tutto la terapia farmacologica: come tutelare allo stesso tempo la salute psichica della paziente e quella del nascituro? Dato che la maggior parte degli psicofarmaci ha la capacità di interferire, anche gravemente, sullo sviluppo del feto, la terapia farmacologica dev’essere attentamente rimodulata. La scelta del clinico, quindi, potrà procedere su due strade: modificare il farmaco o modificare il dosaggio.

L’elemento fondamentale da tenere in considerazione è da una parte la salute psichica della donna, dall’altra la tossicità del farmaco per il feto: il cambiamento o la sospensione della terapia, infatti, devono tener conto sia delle conseguenze dirette sulla salute di madre e bambino, sia sulle conseguenze che potrebbe comportare un peggioramento della sintomatologia materna in termini di comportamento. Se il farmaco ha la capacità di attraversare la placenta e influire sullo sviluppo del feto, è importante considerare quanto può incidere sul benessere del piccolo e, in quest’ottica, è importante tenere conto dell’età gestazionale, che fornisce indicazioni circa lo stadio di sviluppo del piccolo e, di conseguenza, le possibili implicazioni dell’assunzione di un determinato farmaco durante quel periodo della gravidanza.

In considerazione di questi elementi, gli studi dimostrano che tra gli antidepressivi, psicofarmaci notevolmente diffusi, possono avere effetti importanti sul feto: secondo una recente review (Goracci et al., 2015), gli antidepressivi possono avere effetti teratogeni e impattare negativamente sulla crescita del feto, provocando nel 30% dei casi una sindrome astinenziale nel neonato, caratterizzata da pianto frequente, tremori, difficoltà nel ciclo del sonno, ipertonicità o mioclono, tachipnea, disturbi gastrointestinali; questa sintomatologia tende a risolversi autonomamente nel 70% dei casi in circa 3-5 giorni dalla nascita (Levinson-Castiel et al., 2006; Ferreira et al., 2007). L’effetto negativo degli antidepressivi sul feto è imputabile alla capacità del farmaco di attraversare la placenta, arrivando ad essere presente nel sangue del piccolo: la concentrazione del farmaco nel sangue fetale sembra essere proporzionale a quella della madre, ad eccezione di alcune molecole. Dato l’aumentato rischio di ricadute depressive per le donne che sospendono improvvisamente la terapia farmacologica, prossimo al 70%, con conseguente scarsa adesione ai controlli di routine e alterazione dello stile di vita (Bellantuono et al., 2006), risulta fondamentale utilizzare questi dati per modificare il trattamento in favore, laddove possibile, di una molecola meno dannosa per il feto. Secondo la review citata, gli antidepressivi con maggiori effetti dannosi sembrano essere i SSRI (Goracci et al., 2015).

Le benzodizepine, comunemente associate all’uso ansiolitico, sono tra i farmaci più sconsigliati durante la gestazione: la psicoterapia si è dimostrata parimenti efficace, al punto da poterne sostituire gli effetti, soprattutto in considerazione della probabilità di provocare parto prematuro, basso peso alla nascita e difficoltà respiratorie (Yonkers, Gilstad-Hayden, Forray, Lipkind, 2017).

Per gli antipsicotici gli effetti avversi sullo sviluppo del feto sono molteplici e differenziati a seconda della molecola: tutti i farmaci appartenenti a questa categoria attraversano la barriera placentare, andando a determinare una concentrazione del farmaco nel sangue fetale. Si è visto che tutti i farmaci antipsicotici possono avere effetti teratogenici nel primo trimestre e che i neurolettici possono avere effetti dannosi sul feto anche nel secondo e terzo trimestre (Grover, Avasthi, Sharma, 2006): data la mole di dati a disposizione, nel caso in cui si ritenga necessario mantenere la terapia farmacologica, la preferenza è quella dei neurolettici tipici, che a dosaggi minimi sembrano essere quelli con il minor rischio di danni sullo sviluppo del feto (Yaeger, Smith, Altshuler, 2006).

In considerazione di tutti questi elementi, appare evidente la difficoltà del clinico nella scelta del trattamento terapeutico in un momento tanto delicato, soprattutto se la gravidanza non è stata attentamente pianificata, preparando la paziente in anticipo al periodo della gestazione e ad un eventuale cambiamento della terapia.

In quest’ottica, fondamentale è la presenza della psicoterapia, che permette sia di monitorare la donna, per scongiurare eventuali ricadute, contenendo il cambiamento e lavorando sull’accettazione dei cambiamenti in corso, sia di intervenire come sostituto o coadiuvante del farmaco, riducendo il rischio che si manifesti nuovamente il disturbo o che intervenga un nuovo episodio psichiatrico. Altro aspetto fondamentale della psicoterapia è l’intervento sulla coppia, che permette di lavorare sia in termini di preparazione alla genitorialità, sia in termini di ‘lavoro di squadra’ nel supporto alla futura madre, andando a ridurre il rischio di compromissione della compliance e, di conseguenza, di ricaduta psichiatrica.

Conclusioni

Tenendo conto dei dati che la letteratura nazionale e internazionale ha fornito, sono state messe a punto delle specifiche linee guida per l’intervento con le donne affette da psicopatologia durante la gestazione, utili per guidare la pratica clinica dei professionisti sanitari che intervengono nella cura delle donne con patologie psichiatriche nel periodo della gestazione (NICE, 2014). Le linee guida insistono su pianificazione, modificazione della terapia farmacologica con, dove possibile, abbandono del farmaco in favore della psicoterapia, screening psicologico periodico e supporto psicologico costante durante e dopo la gravidanza.

Proprio il supporto psicologico sembra essere lo strumento di elezione per la prevenzione di ricadute e di nuove psicopatologie nella gravidanza e nel puerperio e rappresenta l’unica possibilità di intervento tempestivo in caso di manifestazione di sintomi ‘sentinella’.

Il supporto, che consiste nel creare un momento di riflessione e di dialogo per mamme e papà, rappresenta anche un momento di costante psicoeducazione e di costruzione dello spazio affettivo per il bambino. Attraverso questi interventi, si aumenta nei futuri genitori la conoscenza di quanto avverrà, preparandoli ad affrontare il cambiamento, ma allo stesso tempo si permetto loro di creare gradualmente un bagaglio di capacità genitoriali che rendono maggiore la percezione di autoefficacia. Un ulteriore aspetto del supporto consiste nel riconoscimento e validazione delle emozioni che caratterizzano questo periodo, dando spazio sia a quelle positive, sia a quelle negative, e lavorando allo sviluppo delle abilità necessarie ad affrontare la nuova sfida della genitorialità. Da non sottovalutare, inoltre, la capacità di individuare, durante il supporto, situazioni a rischio, permettendo quindi l’inserimento dell’intervento terapeuti, laddove risulti necessario.

Altro importante strumento nella prevenzione e nell’intervento tempestivo, è il supporto nel puerperio: spesso concepito come prosecuzione del supporto gestazionale, sempre più spesso tale servizio accompagna le neomamme anche nel primo periodo di vita del bambino. Si tratta sia di un valido aiuto nell’esprimere ed elaborare il proprio vissuto di madre, condividendo dubbi, paure e difficoltà del nuovo ruolo di genitore, sia di un momento di monitoraggio, che consente, ancora una volta, di individuare eventuali segnali allarmanti e di intervenire su di essi prima che vadano a costituire un disturbo vero e proprio.

Perché non rispettiamo le regole? Una ricerca dell’Università La Sapienza di Roma

Con la diffusione del Covid-19 ci è stato richiesto di seguire alcune regole che fossero d’aiuto al contenimento del contagio a tutela della nostra e dell’altrui salute. In nome di un più grande bene comune, è stato chiesto alle persone di sacrificare i propri diritti personali per contribuire alla sicurezza collettiva.

 

Eppure oggi sembra che uno dei maggiori alleati di questo virus, che gli consente di continuare a diffondersi con numeri ancora considerevoli, siamo proprio noi, o meglio il comportamento di chi tra noi decide di non seguire le regole.

Sembra impossibile aver già dimenticato i morti dei mesi scorsi, la disperazione dei parenti ai quali non è stato consentito neppure di salutarli, eppure oggi c’è chi ridimensiona o addirittura nega contro ogni logica, l’effettiva portata di questa pandemia.

Oggi uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, condotto e coordinato dal Professor Guido Alessandri e pubblicato sulla rivista Frontiers of Psychology, ha indagato le caratteristiche psicologiche e i determinanti psico-sociali alla base del rispetto delle regole durante l’esplosione della pandemia del COVID-19.

A cosa servono le regole

Le regole servono a dare ordine all’ambiente che ci circonda. Rendono possibile la vita sociale, tutelano i più deboli, definiscono il rispetto anche sacrificando una parte della libertà individuale per un superiore interesse della collettività. Fare proprie le regole di un gruppo significa integrarsi, imparare a collaborare e sentirsi sicuri.

In realtà a tutti è capitato di trasgredire a qualche regola anche la si ritiene giusta. Vi siete mai trovati ad attraversare con il semaforo rosso? Eppure non esitereste ad affermare che sia un’azione sbagliata.

A questo punto si presenta un problema: in noi nasce un conflitto tra quello che riteniamo giusto e quello che effettivamente è il nostro comportamento. Come conciliare le due cose?

Per evitare sensi di colpa che ledono la nostra autostima e fanno insorgere ulteriori sensi di colpa tendiamo a giustificare i nostri comportamenti mettendo in atto un meccanismo di “disimpegno morale”, una strategia cognitiva che crea una frattura tra giudizio morale e condotta.

In particolare si vedono queste conseguenze:

  • una nuova descrizione del comportamento che, visto sotto una nuova luce, da scorretto diventa comprensibile se non addirittura appropriato;
  • una distorsione del rapporto causa – effetto;
  • una rivalutazione della vittima, che assume connotati fino a diventare responsabile della nostra condotta.

Gli studi sul disimpegno morale hanno inoltre dimostrato che essere in grado di riconoscere i propri obblighi morali e di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato non sempre comporta la volontà e la capacità di comportarsi di conseguenza.

Come si è svolta la ricerca

I dati per la ricerca sono stati raccolti nel periodo tra il 22 marzo e il 6 aprile, durante la prima fase della pandemia, su un campione di 1520 partecipanti sparsi sul territorio. Ad essi è stato sottoposto un questionario attraverso il quale dovevano dichiarare la frequenza con cui erano usciti di casa durante quel periodo e se si fossero o meno attenuti alle regole imposte dal governo.

Lo studio

Lo studio ha permesso di identificare nel disimpegno morale e nella fiducia sociale generalizzata il ruolo di predittori prossimali di comportamenti che rispettano le regole.

Le cause che hanno influenzato le scelte di comportamento sono state sostanzialmente tre:

  • il disimpegno morale ha mediato la relazione tra stabilità emotiva, narcisismo, psicopatia e allontanamento sociale, trovando giustificazioni laddove non si sono rispettate le regole;
  • il grado di fiducia nel governo ha influenzato il livello di allontanamento sociale, favorendo il non rispetto delle regole nel caso in cui la fiducia fosse carente;
  • la fiducia sociale generalizzata ha moderato l’effetto indiretto dei tratti della personalità sui comportamenti che rispettano le regole attraverso il disimpegno morale.

Quando le persone si impegnano in comportamenti che contravvengono ai loro standard personali, sperimentano generalmente un effetto negativo prodotto dallo stato di dissonanza cognitiva generato dal contrasto tra le loro azioni e i loro principi. Per contrastare questo stato emotivo negativo spiacevole e spesso insopportabile, le persone ricorrono come abbiamo visto ad una serie di strategie cognitive volte a svincolarsi dalle sanzioni morali di tale comportamento. È importante sottolineare che queste manovre non avvengono necessariamente dopo aver commesso la trasgressione, ma sono spesso anticipatrici e mirano a ridurre i sentimenti di presunta colpevolezza.

Il disimpegno morale può essere innescato in ambienti moralmente permissivi, in cui l’interesse personale dei singoli individui viene anteposto all’obbedienza ai valori della società. Più gli individui coinvolti nell’esperimento hanno percepito il restare a casa come mezzo per raggiungere un obiettivo comune perseguito collettivamente insieme a tutti gli altri concittadini, più avranno cercato di rispettarlo.

Allo stesso modo, più i cittadini avranno avuto fiducia nelle decisioni imposte dal loro governo, più si saranno impegnati nel rispettarle e più avranno considerato moralmente inaccettabile trasgredire.

I tratti di personalità

Il disimpegno morale e le fiducia sociali e politiche non sono quantità fisse possedute allo stesso modo da tutti gli individui appartenenti a un determinato contesto sociale. Studi precedenti hanno infatti dimostrato che la variazione nelle risposte degli individui al disimpegno morale può essere attribuita a differenze individuali di base nei modi di pensare, di sentire, di comportarsi, vale a dire i tratti della personalità.

Un ruolo fondamentale – spiega il Prof. Alessandrini – è giocato dalle disposizioni di base delle persone. I tratti della personalità possono determinare le scelte comportamentali influenzando la tendenza degli individui a disimpegnarsi moralmente ossia ignorare le regole senza mostrare disagio, vergogna o rimorso, arrivando a trovare una piena giustificazione delle loro azioni. Chi aveva più alto livello di disimpegno sociale ha riferito di aver violato più frequentemente le regole di isolamento o distanziamento.

A fronte delle disposizioni di base di ciascuno, il disimpegno morale, la fiducia negli altri e soprattutto nel governo sono dei potenti incentivi o disincentivi al rispetto delle regole. Rappresentano delle leve psicologiche fondamentali che nelle fasi avanzate della gestione della pandemia sempre più fanno affidamento sulle capacità di auto regolamentazione degli individui e sempre meno sulla stretta regolamentazione del loro comportamento.

In conclusione, è interessante notare che nello studio è stato scoperto che il livello di disimpegno morale mostrava una tendenza significativa ad aumentare con il passare dei giorni e ad essere negativamente associato all’aumento del numero di persone infette.

 

Effetto alone: esiste nello sport?

L’effetto alone, ben conosciuto in psicologia sociale, è stato a studiato poco nel contesto sportivo, anche se si può ipotizzare che possa essere utile per comprendere come gli appassionati di sport pensano e si comportano.

 

L’effetto alone è una distorsione cognitiva che consiste nell’applicare tratti ben conosciuti di una persona per trarre conclusioni su altre caratteristiche sconosciute. Ciò si verifica quando un’impressione globale o informazioni su un attributo saliente influenzano come gli altri attributi vengono giudicati (Hickman & Lawrence, 2010; Gräf & Unkelbach, 2016).

L’effetto alone funziona in due direzioni: da un lato, l’informazione positiva produce una valutazione positiva degli altri attributi, dall’altro lato, l’informazione negativa tende a portare a un giudizio globale piuttosto negativo (Gräf & Unkelbach, 2016).

L’effetto alone, ben conosciuto in psicologia sociale, è stato studiato poco nel contesto sportivo, anche se si può ipotizzare che possa essere utile per comprendere come gli appassionati di sport pensano e si comportano.

Uno studio recente (Nufer, 2019) ha indagato un aspetto che interessa sia la teoria che la pratica del marketing sportivo: c’è un effetto alone nello sport? Il successo sportivo o il fallimento di una squadra di calcio professionistica irradiano o addirittura eclissano altri aspetti legati o non legati allo sport e influenzano o distorcono il modo in cui il club è percepito dai suoi tifosi?

Per rispondere a queste domande sono stati intervistati 4.180 tifosi di sei squadre di calcio della prima lega di calcio tedesca – la Bundesliga – sulla percezione di successo della propria squadra del cuore e la soddisfazione in alcune aree della vita non collegate con lo sport: politica, studio/lavoro, relazione, amici, salute, società, e felicità individuale.

I risultati delle analisi confermano l’esistenza dell’effetto alone anche in ambito sportivo: è infatti presente una distorsione della percezione dei tifosi rispetto a una gamma molto diversificata di aspetti, innescata dal successo sportivo o dal fallimento della loro squadra preferita.

Se la squadra di un individuo gode infatti di successo sportivo, sia gli aspetti della vita legati allo sport che quelli non relativi allo sport sono percepiti dai tifosi come positivi. Quando le squadre ottengono dei buoni risultati sportivi, questo fa sì che i tifosi apprezzino la squadra di più in generale. D’altra parte, se la propria squadra non ha successo, ciò si traduce in una valutazione negativa che investe anche aspetti non legati alla prestazione sportiva.

I club sportivi dovrebbero essere consapevoli dell’esistenza dell’effetto alone sui loro tifosi. Infatti è nell’interesse dei club avere tifosi fedeli alla squadra, ma anche che questi abbiano un impressione complessivamente positiva della società sportiva.

Dallo studio è emerso che i tifosi hanno un’opinione uniforme e coerente sulla valutazione delle prestazioni sportive della propria squadra: in caso di fallimento sportivo della squadra, i tifosi potrebbero manifestare malcontento nei confronti della squadra. Una relazione aperta e onesta – anche nell’ammissione di colpa da parte delle società – tra il club e i gruppi di tifosi potrebbe impedire che tale situazione si verifichi. È consigliabile quindi che i club siano consapevoli del loro attuale vantaggio sportivo nella gestione delle loro comunicazioni con i loro tifosi.

 

Fame emotiva: mangiare per non “sentire”

Stress, tristezza, rabbia, noia, ansia sono solo alcune delle emozioni difficili da tollerare che tentiamo di soffocare con il cibo. Se mangiare sembra la soluzione più immediata e semplice per ‘‘non sentire’’, il rischio di rimanere intrappolati nel circolo vizioso della fame emotiva rappresenta un reale pericolo per la salute.

 

Con il termine ‘‘Fame emotiva’’ si fa riferimento all’incremento nell’introito di cibo in risposta allo stress o a stati emotivi negativi, come ansia e irritabilità (van Strien et al., 2007). La fame emotiva, nonostante preveda l’atto del mangiare, si differenzia dalla fame fisica, ossia la fame propriamente detta. La fame fisica è infatti l’invito del nostro corpo a soddisfare il bisogno fisiologico di nutrirci ed è accompagnato da alcuni segnali fisici di ‘‘richiamo’’ come il brontolio dello stomaco o i capogiri. La fame fisica è un bisogno di mangiare generalizzato che compare in maniera graduale e non richiede un soddisfacimento immediato. La fame emotiva è un impulso urgente a mangiare e richiede la consumazione cibi specifici, i cosiddetti ‘‘comfort food’’, quei cibi ipercalorici o zuccherini che ci permettono di scaricare in fretta la tensione, senza assaporare realmente il gusto del cibo e senza sperimentare quel senso di sazietà che accompagna il soddisfacimento della fame fisica. Senso di colpa e vergogna sono sentimenti che spesso seguono gli episodi di fame emotiva e che, come in un circolo vizioso, alimentano e mantengono lo stato di stress e di malessere a cui l’individuo risponde mangiando (Alberts, Thwissen e Raes, 2012; Elfhag e Rossner 2005; Wong e Qian, 2016).

La fame emotiva si presenta in assenza di una reale fame fisica e non è in linea con i nostri bisogni fisiologici: non nasce dal corpo, ma parte direttamente dalla nostra mente.

Ma come nasce la fame emotiva?

Sembrerebbe che non siano lo stress o l’emozione negativa in quanto tali a determinare un cambiamento nel comportamento alimentare di un individuo, ma piuttosto le modalità in cui queste situazioni vengono gestite (Wiser e Telch, 1999). Se la tendenza a mangiare troppo in risposta alle emozioni negative appaia paradossale da un punto di vista biologico, la mancanza di strategie di regolazione adattiva delle emozioni negative potrebbe invece essere alla base della fame emotiva per due principali ragioni.

Innanzitutto quando sperimentiamo stress o emozioni negative a livello fisiologico il nostro corpo tende a non richiedere cibo, anzi la maggiore attività del sistema nervoso autonomo che accompagna il vissuto emozionale, determina non solo il rilascio di ormoni come le catecolamine che inibiscono l’appetito, ma anche una serie di modificazioni a livello gastroenterologico simili a quelle coinvolte nella sazietà (Schachter, Goldman e Gordon, 1968; Blair, Wing e Wald, 1991).

In secondo luogo, partendo dal presupposto che le situazioni di stress e le emozioni ad esse legate hanno la funzione di preparare l’organismo ad affrontare in maniera adattiva le richieste dell’ambiente (Lazarus e Folkman, 1984), la fame emotiva e quindi l’istinto irrefrenabile di mangiare interferirebbe con la risposta ambientale che le emozioni sollecitano negli individui. Quindi da un punto di vista funzionale, la fame emotiva appare del tutto disadattiva.

Dunque la relazione tra il mangiare e l’emozione sembrerebbe influenzata da particolari caratteristiche di un individuo e in particolare dalla regolazione appresa degli affetti negativi (Greeno e Wing, 1994; Schachter et al., 1968). Sembrerebbe che i cosiddetti ‘‘mangiatori emotivi’’ in risposta agli affetti negativi mangino quantità ingenti di cibo perché hanno imparato che questo comportamento allevia i loro stati d’animo avversivi (Spoor, Bekker, Van Strien e van Heck, 2007).

Il coping è un processo attraverso il quale un individuo cerca di gestire le richieste che sono percepite come stressanti, così come le emozioni che vengono generate (Folkman e Lazarus, 1985). Endler e Parker (1990) hanno individuato tre tipologie di coping predominanti:

  • coping orientato al compito (task-oriented coping): consiste nell’affrontare il problema in maniera diretta, ricercando attivamente soluzioni per fronteggiarlo.
  • coping orientato alle emozioni (emotion-oriented coping): consiste in abilità specifiche di regolazione delle emozioni associate al problema, controllandole o abbandonandosi ad esse (attraverso ad esempio la rassegnazione o la tendenza a sfogarsi)
  • coping orientato all’evitamento (avoidance-oriented coping): consiste nel tentativo dell’individuo di ignorare la minaccia dell’evento stressante mediante la ricerca del supporto sociale (social diversion) o ingaggiandosi in attività che lo possano distrarre dalla situazione (distraction).

Sebbene Lazarus e Folkman (1984) abbiano sostenuto che non esistono stili di coping adattivi o disadattivi a priori, ricerche postume hanno mostrato che il coping orientato al compito e all’evitamento tramite ricerca del supporto sociale siano negativamente correlati o non correlati al disagio psicologico (Endler e Parker, 1990). D’altra parte l’uso di strategie di coping orientate alle emozioni e all’evitamento tramite la distrazione sembrano essere associate a maggiore disagio psicologico (McWilliams, Cox e Enns, 2003; Turner, Larimer, Sarason e Trupin, 2005); in particolare diversi studi hanno sottolineato correlazioni positive del loro utilizzo con diete, abbuffate e comportamenti alimentari disadattivi (Ball e Lee, 2002; Freeman e Gil, 2004; Spoor et al., 2007).

Alla luce di queste considerazioni, le modalità di gestione delle situazioni di disagio sembrano giocare un ruolo importante nella manifestazione della fame emotiva. L’utilizzo di strategie adattive nella gestione delle situazioni di malessere e di stress potrebbe dunque proteggere dal cosiddetto ‘‘mangiare emotivo’’ (Tan e Chow, 2014). Il riconoscimento e l’accettazione delle emozioni (anche e soprattutto negative), la ricerca e l’apprendimento di modalità alternative per affrontare lo stress, l’ansia, la noia o la solitudine, imparando anche a contrastare il desiderio irrefrenabile di mangiare, sono passaggi fondamentali da compiere per interrompere il circolo vizioso della fame emotiva.

 

Serious game. Intervista ad Axel Fox, la sviluppatrice di Freud’s Bones. Il gioco che aiuta ad empatizzare e comprendere l’altro, in un percorso di crescita personale – Lo psicologo del futuro

Con la creazione di Freud’s Bones, Axel ha voluto omaggiare il dottor Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, quel Freud che Axel non vorrebbe mai venisse dimenticato, frainteso o le cui opere d’intelletto venissero sottratte alla sua proprietà e date in pasto a nuovi ricercatori troppo giovani per ricordarsi di lui.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 4) Serious game. Intervista ad Axel Fox, la sviluppatrice di Freud’s bones.
Il gioco che aiuta ad empatizzare e comprendere l’altro, in un percorso di crescita personale

 

Axel Fox (aka Fortuna Imperatore) è una giovane under 30 italiana, laureata in Psicologia, con un master in Antropologia Esistenziale e Filosofia, e con due anni di notti insonni da game designer autodidatta. Axel ha deciso di buttarsi nel mondo dei videogames, sviluppando il suo primo gioco: Freud’s Bones. Il suo percorso di crescita, come quello di ogni grande creatore, è ancora in essere, destreggiandosi tra game design e story telling multimediale. Ed a proposito di grandi creatori, Axel ha voluto omaggiare il dottor Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, quel Freud che Axel non vorrebbe mai venisse dimenticato, frainteso o le cui opere d’intelletto venissero sottratte alla sua proprietà e date in pasto a nuovi ricercatori troppo giovani per ricordarsi di lui. Il famoso Freud che ha cambiato la percezione che oggi Axel ha del mondo e di sé, e che Axel stessa, vorrebbe far conoscere non solo agli psicologi, non solo ai gamer, ma ad un pubblico ben più ampio.

Un Freud nel quale la creatrice di Freud’s Bones si immedesima, un Freud burbero, il quale nelle sue lettere a sé, ad amici e familiari mostra un lato meno conosciuto, un lato meno ostinato ed aperto al nuovo. E Axel di quelle lettere ricorda quasi ogni riga, così come dei suoi saggi e di tutto ciò che Freud ha lasciato in eredità a tutti noi: la sua casa, in Rou de Berggasse 19, Vienna (Austria), in cui svetta il suo celebre divano, tra sigari, tappeti persiani e tanti altri oggetti oggigiorno divenuti icone della psicoanalisi.

L’idea di Axel è nata giocando, rintracciando in famosi videogiochi le riflessioni filosofiche e gli sguardi antropologici e pedagogici che hanno accompagnato i suoi studi. Avrebbe voluto sviluppare un videogioco dedicato a Socrate, per poi procedere con Platone, ma Freud ha avuto la meglio come apriporta di un progetto che probabilmente vedrà grandi personaggi catapultati in un mondo 2D.

Un’altra fonte di ispirazione è stata un’opera di Giacomo Leopardi Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (1827), in cui Tasso, costretto in carcere per infermità mentale, può solo far ricorso ad una sorta di mind-wandering che lo vede oscillare tra ricordi e spinte desideranti. L’immaginazione di Tasso si manifesta in un dialogo con uno spirito, il Genio familiare. Ed è proprio Leopardi a trarre ispirazione da Socrate per visualizzare un dialogo interno, scandito da uno spirito. Lo stesso Socrate su cui Axel avrebbe voluto sviluppare il suo primo gioco, del quale ne troviamo la distinguibile traccia in un dialogo immersivo che accompagnerà il gioco (scarica gratuitamente la demo cliccando QUI) .

Scaricando la demo è già possibile avere un assaggio del gioco, disegnato in 2D, dotato dell’interfaccia Punta e Clicca, in cui il giocatore può influenzare la propria relazione con Freud in base alle scelte di dialogo. Così come può influenzare la relazione tra Freud ed i suoi pazienti. Il giocatore dovrà così tener presente non solo i turbamenti del padre della psicoanalisi, ma anche i disagi e le possibili reazioni dei personaggi. Alcuni dei quali sono tratti da possibili utenti del gioco. Infatti, Axel per ricevere fondi per il suo progetto ha lanciato una campagna su Kickstarter, in cui è stato possibile acquistare il pacchetto PATIENT, di cui ci parlerà meglio nell’intervista a seguire.

Axel riporta di aver sublimato la sua tendenza ad esser terapeuta in un videogioco, rendendo proprio la parte terapeutica la parte più complessa del gioco. Il gioco, infatti, oltre ad esser ricco di dialoghi interiori, in cui, come si diceva, l’interazione tra il giocatore e Freud stesso diventa pervasiva, presenta anche momenti in cui Freud deve relazionarsi a pazienti. In questo caso, il giocatore deve in poche mosse, riuscire a capire come muoversi, a livello espressivo (ebbene sì! Axel ha pensato anche al linguaggio non verbale di Freud), e cosa comunicare al paziente, in base a ciò che il paziente mostra e porta di sé e del proprio mondo interiore.

Compila la cartella clinica dei pazienti inserendo le informazioni che sei riuscito a estorcere dopo la seduta terapeutica e inizia a dar forma alle interpretazioni più bizzarre e audaci! Consulta i testi originali del dottor Freud e trova lo stile di analisi che fa per te. Ascolta i pazienti che affollano il tuo studio e studia la strategia per raggiungere il nucleo del loro dolore esistenziale e guarirli dai loro sintomi. Ogni paziente è un pianeta, un essere umano divorato da un conflitto interiore che, giorno dopo giorno, gli sottrae vita. Ascolta, redarguisci, consola e sospetta: scopri la tecnica che ti si addice di più e rivela i segreti più nascosti, i sogni inconfessabili, i desideri brucianti. Costruisci le ipotesi e verifica le tue teorie. Ricorda: attraverso le ferite passa la luce.

Freud’s Bones è un videogioco che aiuta ad empatizzare e comprendere l’altro.

Ma per capirne di più di questo gioco, non ci rimane che lasciare la parola ad Axel, la game designer con cui ho avuto il piacere di scambiare qualche battuta per questa rubrica “Lo psicologo del futuro

GR (Greta Riboli – Intervistatrice): Come ha coniugato psicologia e gaming?

AF (Axel Fox): Ho cercato per anni un gioco che potesse simulare la vita di uno psicoanalista e che potesse illuminare la routine, le difficoltà del mestiere, le crisi di un analista. I giochi psicologici ci sono, ma puntano sempre l’attenzione sulla malattia e, nonostante molti titoli meravigliosi, trovo che si parli troppo del lato oscuro, senza generare in un giocatore il desiderio e la curiosità di interfacciarsi con le nevrosi e senza dare un senso di empowerment. Ho visto uno dei tanti documentari su Freud e ho pensato istintivamente che, se nessuno ci aveva pensato, toccava a me svilupparlo.

GR: Come crede che la psicologia possa intrecciarsi al mondo del gaming a suo parere?

AF: La psicologia è un terreno fertile e si intreccia con il gaming in miriadi di modi. Il gioco crea quello che viene definito “ il cerchio magico”, un’area all’interno della quale vigono regole che nel mondo reale non hanno senso: il giocatore è stimolato ad assecondarle senza metterle in discussione, con lo scopo di vincere. Il videogioco è un medium ludico in grado di generare apprendimento e soprattutto di creare una serie di dilemmi morali nel giocatore: c’è sempre filosofia e psicologia nei giochi, anche se non viene dichiarato esplicitamente. Spesso la psicologia diviene uno strumento per manipolare, per generare bisogno, per assuefare: io volevo invertire la rotta e creare un gioco esplicitamente positivo che potesse gettar luce sul lato umano di Freud in modo da far empatizzare il giocatore con i pazienti e con l’analista.

GR: Cosa porta di psicologico con sé questo progetto?

AF: Principalmente si focalizza sulle sedute terapeutiche, sull’analisi delle nevrosi e dei sogni. I casi clinici presenti sono tutti reali e storici, ho apportato lievi modifiche anagrafiche nei pazienti per poter creare un iter clinico giocabile. Un altro aspetto psicologico è quello della crisi: Freud, nonostante sia un neurologo vissuto nel 1900, vive una profonda crisi di identità e al contempo spirituale: niente di più attuale.

GR: Ho letto, che con questo gioco si è posta anche l’obiettivo di spronare il gamer ad esser paziente e prestare attenzione durante le sessioni terapeutiche, portandolo a comprendere il dolore dei pazienti e comunicare al meglio con essi. Inoltre, per la natura educativa stessa del gioco, questo permette ai partecipanti di esser catapultati a Vienna, nel 1925, e conoscere Sigmund Freud. Definirebbe, dunque, Freud’s Bones un serious game?

AF: Assolutamente. Ho lavorato molto per tentare di smussare gli aspetti troppo drammatici o eccessivamente intellettuali per renderlo accessibile a più persone possibile ma di fondo è un serious game.

GR: Axel, nella sua raccolta fondi su kickstarter, la quale si è conclusa ad inizio agosto 2020 con un risultato grandioso, ha sviluppato un modo per coinvolgere ancora di più i partecipanti, ofrendo diverse possibilità di pacchetto funding (per approfondire clicca QUi). A questo proposito, ci parli dei diversi pacchetti della campagna kickstarter? In particolare, mi riferisco al pacchetto VOYEUR, DANDY e PATIENT. Come ha intenzione di realizzare i pazienti ed il loro dialogo con il padre della psicoanalisi?  

AF: Scegliendo il pacchetto VOYEUR il giocatore può diventare un personaggio non giocabile (NPC) e apparire nel gioco nelle vesti di un borghese al Bistrot, in un quadro, in un caso clinico. Il pacchetto DANDY prevede la ricezione della scatola freudiana, all’interno della quale è contenuto un sigaro, un paio di occhiali da lettura, un taccuino per annotare i sogni, un magazine dedicato e una spilla. Il pacchetto PAZIENTE invece dà accesso a tutto ciò che è contenuto nelle precedenti ricompense più la possibilità di diventare un paziente: il giocatore può scegliere di prestare il volto al paziente di un famoso caso clinico oppure scegliere insieme a me di creare un caso clinico che sia un mix tra realtà e la sua storia personale.

GR: Soffermiamoci ora sull’ultimo obiettivo di lavoro, la sfida di Jung, il cui lancio è previsto per il 2021. Di cosa si tratta?

AF: Jung era amico, allievo ed infine il nemico giurato di Freud. All’interno del gioco avrà un capitolo dedicato e si potrà generare un confronto costruttivo tra le teorie freudiane e le sue, generando una serie di riflessioni sull’importanza della Teoria della complessità. Fondamentale è il concetto di “rammendo”, le falle presenti in entrambe le teorie possono essere colmate solo generando alleanza e non diatribe sterili. Freud era un uomo, pertanto era limitato, ossessivo e animato da un grande senso di onnipotenza dovuto alla grande resistenza del mondo accademico rispetto alla portata scandalosa e rivoluzionaria delle sue teorie. Jung si erge sulle spalle di Freud e vorrei che il veleno della rottura tra i due fosse percepito e al contempo assorbito: tutti viviamo di convinzioni granitiche ed è fondamentale imparare a scalfirci per superarci.

GR: Sogni per il futuro?

AF: L’indipendenza. Sogno di poter vivere per creare giochi sulle menti del passato per ispirare le generazioni più giovani e per creare in loro il desiderio di nutrirsi di filosofia e psicologia, di poesia e letteratura. Il prossimo titolo penso lo dedicherei a Bukowski!

Augurandoci di poter vedere Axel scavare nella mente di Bukowski, iniziamo il countdown per Freud’s Bones. Al seguente link è possibile acquistare la copia digitale scontata >> clicca qui.

Se al momento non possiamo vedere al di là dell’elemento mentale, non è una buona ragione per negare la sua esistenza. (Die Traumdeutung, 1990, Sigmund Freud)

 

Se vuoi saperne di più di serious games e di come poterli usare nella tua pratica clinica, partecipa alla European Conference on Digital Psychology – Digital Perspectives in Psychology. Un’area della conferenza sarà interamente dedicata alla tematica VIDEOGAMES E SERIOUS GAMES.

 

Le iscrizioni alla prima Conferenza europea di Psicologia Digitale sono aperte:

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La vergogna cronica: quale lavoro terapeutico?

La vergogna non può e non deve essere additata ed eliminata dal terapeuta ma piuttosto deve essere accettata come parte dell’esperienza umana sia dei pazienti che del terapeuta. Tuttavia la vergogna cronica può diventare un grande ostacolo nella relazione terapeutica ed impedire una buona alleanza.

 

Il concetto di vergogna cronica è stato già approfondito in un precedente contributo pubblicato su State of Mind, infatti la funzione di questo articolo sarà quella di mostrare e descrivere possibili approcci terapeutici dove è centrale la relazione, vista la natura sociale di questo vissuto emotivo. Nel fare questo si prenderà in considerazione l’esperienza trentennale di Kathy Steele nella clinica e nello specifico con pazienti che hanno vissuto traumi.

Seguendo una prospettiva relazionale, Nathanson (1987) propone una sorta di bussola della vergogna che mostra come la persona che prova vergogna desidera apparire buona agli occhi dell’altro e per fare questo può utilizzare due diverse strategie: isolamento dall’altro o attacco al sé. Quando invece l’individuo non riesce ad entrare in contatto con il profondo sentimento di vergogna potrebbe negarla o proiettarla e ciò potrebbe portare a livello comportamentale ad attaccare l’altro o ad evitare la propria esperienza interiore. Queste ricadute comportamentali in chi sperimenta vergogna cronica hanno alla base secondo Nathanson dei conflitti intrapsichici tra le parti dissociate, tra cui quella fobica nei confronti dell’attaccamento e quella spaventata di perdere l’attaccamento. Sarà importante che il terapeuta risponda ai comportamenti d’attaccamento del cliente mantenendo però una relazione di reciproca collaborazione basata sulla condivisione da parte del paziente dei segnali affettivi e la recezione empatica da parte del terapeuta dei contenuti emotivi. Il terapeuta può incoraggiare il paziente a prendersi cura del bambino ferito ma nel fare questo deve porre attenzione all’attivazione eccessiva del sistema di attaccamento in quanto potrebbe avviare risposte d’attacco o evitamento. Il terapeuta e il paziente si chiedono insieme come la parte adulta potrebbe sostenere ed aiutare la parte del bambino a crescere e si incoraggia la relazione tra le parti rimandando al cliente che esse sono comunque parte di un insieme.

L’obiettivo terapeutico non è quindi quello di eliminare la vergogna quanto piuttosto comprendere, accettare ed attenuare gli effetti della vergogna cronica. Inoltre la vergogna ha alla base funzioni e cause squisitamente soggettive; per ogni paziente la vergogna sperimentata avrà un significato personale e proprio comprendere questo aiuterà il clinico ad affrontare tale specifico aspetto nel corso del trattamento. Le tematiche da affrontare nel corso della terapia sono:

  • Il sentimento di sentirsi giudicato e criticato dagli altri
  • La paura di sentire la vergogna, provare fobia verso questa specifica esperienza interiore
  • Critica interiore cronica legata alle parti dissociate
  • Convinzione di base o schemi che inducono vergogna
  • La vergogna come inibitore di altre emozioni come gioia e rabbia
  • Flashback di esperienze associate alla vergogna
  • Vergogna come regolatore dei confini relazionali
  • Le difese utilizzate contro la vergogna
  • Iper/ipo arousal legati alla vergogna
  • Gli aspetti sociali e culturali della vergogna
  • La resilienza della vergogna

È necessario che il terapeuta utilizzi un approccio graduale per trattare la vergogna cronica, per esempio evitare precocemente uno sguardo diretto persistente; potrebbe essere molto utile per il clinico esplorare il conflitto che vive il paziente tra la necessità di nascondersi ed isolarsi e quella di condividere e di entrare in relazione con gli altri essendo accettati. Il terapeuta non si focalizzerà sulla vergogna inizialmente ma su gli effetti sia emotivi che comportamentali ad essa associati per poi esplorare in che modo gestisce il proprio senso di vergogna.

Il terapeuta deve esser in grado di entrare delicatamente nel vissuto emotivo carico di vergogna per accogliere e accettare questa emozione con compassione, avviando un processo che si auspica possa poi mettere in atto il paziente stesso in autonomia. È importante valutare se il paziente si trova dentro la finestra di tolleranza quando sperimenta o rievoca nel setting clinico la vergogna per fare in modo di garantire una buona elaborazione sia cognitiva che emotiva.

Per evitare che il paziente esca dalla finestra di tolleranza è utile che il terapeuta parli lentamente, presti attenzione ai dettagli e al linguaggio non verbale oltre a quello verbale, dia al paziente molto tempo e non faccia troppe domande. È importante che il paziente senti la vergogna ma allo stesso tempo è necessario che il terapeuta lo aiuti a sentirsi radicato e rievocare le risorse del quale è in possesso. In questo caso è utile sentire solo pochi secondi la vergogna per riuscire a dare un nome alle sensazioni e alle reazioni ad essa annessi e notarle nel corpo. Gli approcci dall’alto verso il basso promuovono la psicoeducazione e il dialogo socratico; il terapeuta nel primo caso informa il paziente sulle funzioni, sulle difese connesse alla vergogna, di quanto siano connesse a questo sentimento la vulnerabilità e la sensazione d’impotenza vissute nell’infanzia e si forniscono delle informazioni circa le difese messe in atto dagli animali in questo caso; inoltre può essere utile secondo questo approccio sottolineare l’universalità del senso di vergogna.

Seguendo un approccio socratico invece il terapeuta cercherá di fare domande che mettano in discussione le credenze e le convinzioni di base del paziente o che spingano a una riflessione più consapevole, come per esempio: chi ha deciso che lei non meriti nulla di buono? Quando lo ha deciso? Non merita nulla in assoluto o solamente alcune cose?

Un altro approccio utile per lavorare con la vergogna cronica è quello immaginativo, seppure questi richiedano una buona alleanza terapeutica, la consolidazione e il potenziamento di alcune competenze come: il pensiero astratto, la capacità di distinguere la realtà interna e quella esterna, la capacità di autoregolazione emotiva e la capacità di attenzione duale nel presente. Un esercizio immaginativo è quello della figura ideale, dove il paziente è invitato ad immaginare qualsiasi cosa o persona, non è importante se non sia reale o se non sia un essere umano, infatti possono essere animali, spiriti guida, figure religiose o personaggi di libri o film. Si chiederà al paziente di elencare quattro caratteristiche della figura, quindi degli aggettivi che la descrivono al meglio, per poi continuare a potenziare l’immagine attraverso altre domande da parte del terapeuta e renderla sempre meglio definita e nitida nella mente del paziente. Si invita poi il paziente a dare un nome a ciò che sente e nel rievocare alla mente tale immagine la dovrebbe sentire come se fosse al suo fianco, il terapeuta potrà poi chiedere al paziente cosa potrebbe dirgli la figura ideale. La rievocazione della figura ideale viene incoraggiata dal terapeuta durante tutto il corso della settimana. Un altro esercizio che si può svolgere è quello di trasformare la vergogna dandogli una forma, un colore, una struttura, una specifica temperatura, un movimento e connetterlo a una sensazione che evoca.

Questi appena menzionati sono gli approcci dall’alto verso il basso, descriveremo ora brevemente invece gli approccio dal basso verso l’alto. Essendo la vergogna cronica un’emozione spesso connessa a stati dissociativi o a eventi traumatici infantili è utile integrare agli approcci cognitivi anche quelli che lavorano a livello somatico o quelli dove è centrale la relazione terapeutica. Si farà dunque attenzione a dove il paziente sente una specifica emozione a livello corporeo e si esploreranno le tendenze al movimento, come per esempio il rannicchiarsi. Il terapeuta può chiedere ai pazienti per approfondire al meglio i movimenti del corpo di ripeterli a rallentatore notando ciò che accade nei micromovimenti e cosa si sperimenta a livello emotivo (Ogden & Fisher, 2015).

Tra gli approcci dal basso verso l’alto c’è quello della Felt Sense o della sensazione sentita. Il terapeuta chiede al paziente di concentrarsi sulle sensazioni di orgoglio e competenza sperimentate nel passato. Il clinico deve cercare di stimolare il senso di competenza relazionale nel setting terapeutico per poi estenderlo in altri contesti. Un altro strumento utile può essere la terapia EMDR che attraverso la stimolazione bilaterale può lavorare sulle cognizioni negative e costruire risorse per far fronte ai sentimenti di vergogna cronica (Mosquera & Gonzalez, 2012; Knipe, 214).

Risulta fondamentale per un lavoro terapeutico efficace e su misura di ogni paziente integrare i diversi approcci valutando i bisogni, i punti ciechi e i punti d’appoggio della persona che abbiamo di fronte.

Il paziente scoprirà quanto sia importante condividere ed accettare le proprie vulnerabilità anziché rifiutarle e quanto sia bello poter apprezzare e mettere in campo i propri punti di forza e risorse.

Il gioco delle parti – Guida illustrata al tuo mondo interiore (2015) di Tom Holmes e Lauri Holmes – Recensione del libro

Nel testo Il gioco delle parti i due autori illustrano come alcuni aspetti della nostra mente tendano a prevalere sugli altri, spesso peraltro interferendo con una corretta risoluzione delle situazioni a cui andiamo incontro.

 

Aiutati da disegni evocativi, stimolanti e divertenti, il loro obiettivo è aiutare il lettore ad imparare a gestire tutte le sue maschere. Il nostro comportamento abituale, infatti, può a volte crearci dei problemi e può essere utile quindi allontanarsi da tali modelli disfunzionali, alla ricerca del nostro Sé più autentico, che ci permetta anche di migliorare il nostro rapporto con gli altri. Quando un aspetto del nostro comportamento è particolarmente evidente (es. siamo ipercritici, iperattivi, super-organizzati, irritabili,…), ciò può indicare che una delle parti interiori sia preminente nel controllare la nostra vita e che non stia lasciando giusto spazio alle altre. Il libro è rivolto principalmente ai pazienti e ai profani della psicologia, per aiutarli a comprendere come interagire con le varie parti di sé; può però essere utile agli psicologi e psicoterapeuti non formati in maniera specifica sul modello Internal Family Systems (IFS), ossia un approccio sistemico applicato alla terapia individuale, proposto da Schwartz, che concettualizza le persone come risultato dell’intreccio delle diverse parti interconnesse, che a volte possono entrare in conflitto tra loro.

Il libro si apre con un’introduzione ai concetti base del modello, con vignette ed esempi concreti: possediamo una consapevolezza quotidiana, attivata in un momento specifico, e delle consapevolezze “di scorta”: cioè fanno parte di noi, ma che possono rimanere silenti qualora inappropriate o non utili rispetto alla situazione nella quale ci si trova. Queste consapevolezze non si distinguono però solo sulla base dell’ambito di competenza, bensì contengono elementi trasversali (esempio parte clinica, parte analitica, parte interessata), perciò può divenire a volte complesso capire quando è utile attivare ciascuna componente; peraltro, queste varie “parti” interpretano le percezioni in modo specifico: una frase detta sul lavoro ha un peso diverso di una frase detta da un amico. Ogni parte è inoltre caratterizzata da quattro dimensioni: sensoriale, emotiva, verbale e immaginativa.

È il Sé che ci permette di accedere alle parti appropriate nei momenti appropriati; quando siamo nel Sé siamo calmi e compassionevoli e siamo in grado di osservare ogni parte, per conoscerla e accettarla. Ciascuna parte è nata per rispondere a delle esigenze fisiche, psicologiche o sociali, per permettere di sopravvivere, di avere interazioni sociali, di gestirci nella vita quotidiana. Alcune componenti però risultano in conflitto tra di loro o devono competere per potersi “attivare” e venire selezionate in una data circostanza. Quando avviene un conflitto, esso si può risolvere con la negoziazione; controproducente sarebbe, invece, ignorare una delle nostre parti, sperando così di accantonarla.

Nel libro viene anche presentato un tipo particolare di parti: gli esiliati, ossia le componenti che non hanno mai accesso al soggiorno, rinchiuse ed escluse perché socialmente inaccettabili o perché causano dolore, ad esempio rievocando ricordi traumatici; per fare ciò, spesso ci si avvale di altre parti, i “vigili del fuoco”, ossia quei comportamenti autodistruttivi che bloccano temporaneamente il dolore che gli esiliati attiverebbero.

Il libro è utile in quanto si ripromette di spiegare ed illustrare il mondo interno di ciascuno di noi in maniera semplice e chiara, evitando parole difficili e usando invece termini e disegni evocativi; soprattutto per chi non è formato, infatti, può essere utile raffigurare se stessi come in un salotto che ospiti personaggi differenti, per poter comprendere come funzioniamo e come esistano diverse parti di noi che ci permettono di affrontare la quotidianità.

 

Passato e perfezionismo: relazione tra disturbo ossessivo compulsivo e ruminazione

Diversi studi hanno indagato la relazione tra ruminazione e sintomi del disturbo ossessivo compulsivo.

 

I criteri diagnostici che definiscono il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) sono la presenza di ossessioni, compulsioni o entrambe (APA, 2013): le ossessioni sono definite da pensieri, immagini o impulsi persistenti, vissuti come intrusivi e indesiderati; il soggetto tenta di sopprimere o ignorare tali pensieri, immagini o impulsi. Tali pensieri ossessivi motivano le compulsioni, comportamenti ripetitivi o azioni mentali che il soggetto si sente obbligato a mettere in atto per annullare ritualmente i danni legati alle ossessioni (APA, 2000; Dar & Iqbal, 2015).

Considerando le diverse dimensioni di tale disturbo, Shaw e colleghi (2017) osservarono come i sintomi depressivi fossero correlati ai sintomi del disturbo ossessivo compulsivo tramite stili cognitivi depressivi, come lo smorzamento (ad es. regolazione delle emozioni positive) e la ruminazione.

Partendo dalla teoria cognitiva del disturbo ossessivo compulsivo, dove l’interpretazione catastrofica della realtà contribuisce al mantenimento del disturbo, uno studio ha indagato la relazione tra le cognizioni del DOC e i sintomi in 382 pazienti che avevano partecipato allo studio longitudinale Netherlands Obsessive Compulsive Disorder Association (NOCDA) (Tibi et al., 2018). I risultati non solo hanno mostrato relazioni significative tra ansia, gravità depressiva e cognizioni, bensì hanno evidenziato anche associazioni tra cognizione e due sottotipi di sintomi presenti nel DOC, impulsi e ruminazione.

Il rimuginio e la ruminazione sono processi cognitivi caratterizzati dal pensare in modo ripetitivo e improduttivo a preoccupazioni personali, dove i soggetti sperimentano con difficoltà l’interruzione di queste catene di pensieri (de Jong-Meyer et al., 2009; Dar & Iqbal, 2015). Anche se esiste una sovrapposizione tra questi due processi, essi hanno delle caratteristiche distintive (Nolen-Hoeksema et al., 2008): la ruminazione è focalizzata verso il passato, su questioni di autostima e perdita e viene ritenuta utile in quanto permette di ‘ottenere una migliore visione degli eventi’. Il rimuginio, invece, è un processo cognitivo orientato al futuro, avente come scopo il ‘prevenire le minacce anticipandole’ (Dar & Iqbal, 2015).

Szkodny e colleghi (2017) hanno presentato due studi che illustrano lo sviluppo e la convalida del questionario sulle cognizioni perseverative (PCQ). Il PCQ è composto da 45 item utili a valutare sei dimensioni caratteristiche di rimuginio, ruminazione e pensiero ossessivo, quest’ultimo precedentemente osservato per discriminare questi stili di pensiero: mancanza di controllabilità, preparazione per il futuro, aspettarsi il peggio, ricerca di cause-significati, vivere nel passato e pensiero discordante con il Sé ideale.

Wahl e colleghi (2011) hanno indagato la relazione tra stile ruminativo e sintomi del disturbo ossessivo compulsivo in due campioni non clinici: nel primo campione, 261 studenti hanno completato la Ruminative Response Scale, il Padua Inventory e la Beck Depression Inventory. La tendenza a ruminare era correlata positivamente con la severità della sintomatologia del DOC. I risultati sono stati replicati nel secondo campione composto da 211 studenti: i dati ottenuti indicano che uno stile di risposta ruminante e la ruminazione ossessiva condividono caratteristiche processuali comuni.

Dato che la rabbia è stata osservata nel disturbo ossessivo compulsivo, Jessup e colleghi (2018) hanno indagato se diversi tipi di ruminazione rabbiosa fossero vissuti in modo più intenso nei pazienti affetti da disturbo ossessivo compulsivo (DOC; campione composto da 30 soggetti) rispetto al gruppo di controllo con disturbo d’ansia generalizzata (GAD; campione composto da 29 soggetti) e rispetto al campione non clinico (NCC; campione composto da 30 soggetti). Dopo aver effettuato delle misure sui sintomi del disturbo ossessivo compulsivo, sulla ruminazione rabbiosa e sull’ansia di tratto, i pazienti con DOC e GAD differivano significativamente dal gruppo non clinico ma non tra loro, in quanto entrambi i gruppi erano composti da soggetti con ripensamenti e ricordi rabbiosi, ricerca delle cause della rabbia e pensieri di vendetta (Jessup et al., 2018). Non sono state riscontrate significative differenze con le misurazioni dell’ansia di tratto, mentre un approccio dimensionale ha rilevato come i sintomi del DOC fossero correlati con la ruminazione rabbiosa in generale (Jessup et al., 2018).

Sono stati effettuati anche degli studi legati al sonno, nello specifico Cavallotti e colleghi (2016) hanno ipotizzato che la soppressione dei pensieri indesiderati potesse influenzare il contenuto dei sogni in individui sani. In questo studio hanno valutato la persistenza di temi ossessivi compulsivi attraverso la valutazione della cognizione dei soggetti durante il sonno e al risveglio. I contenuti narrativi dei sogni, riportati al risveglio, sono stati analizzati al fine di riconoscere temi ossessivi compulsivi con Mean Dream Obsession/Compulsion (MDO, MDC) e Mean TAT Obsession/Compulsion (MTO, MTC). In termini di MDO, MDC, MTO, MTC non sono state riscontrate significative differenze, mentre la densità dei temi ossessivi e compulsivi era più elevata nei contenuti narrativi dei sogni. Dato che i risultati rafforzano l’ipotesi di discontinuità, gli autori ipotizzano che gli aspetti ruminanti della cognizione siano in qualche modo interrotti durante l’attività del sogno (Cavallotti et al., 2016).

 

Il concetto di vergogna cronica

La vergogna è quell’emozione connessa alla volontà di occultare e proprio per questo è spesso evitata nel trattamento terapeutico dal paziente, ma anche dal terapeuta che finisce per collidere con la dinamica emotiva di chi ha di fronte.

 

La vergogna, come ogni emozione, non ha un accezione negativa o positiva, ma possiede una sua specifica funzione per l’essere umano. Questo vissuto affettivo ha spesso un significato complesso e polisemico e consente all’individuo di conservare l’integrità del proprio sé e stabilire dei confini con gli altri. Questa emozione dunque aiuta l’individuo nella gestione delle relazioni interpersonali e ha una spiccata funzione in termini intersoggettivi e relazionali; la vergogna ci aiuta a garantire un livello ottimale di vicinanza e distanza. Questo affetto non solo si sperimenta in relazione con l’altro “reale”, ma anche con la rappresentazione interiorizzata che si ha dell’altro e dunque di uno sguardo che scruta critico e svalutante. La vergogna ha l’importante funzione stabilire dei limiti e definire le distanze e le differenze tra gli esseri umani (Pandolfi, 2002). Allo stesso tempo ogni vissuto emotivo cronicizzandosi inizia ad invadere tutte le esperienze di vita indistintamente dai diversi contesti relazionali, dunque perde la sua caratteristica funzionale divenendo fonte di disagio, malessere e, in casi estremi, un sintomo vero e proprio.

La vergogna viene vista in termini di:

  • Emozione (“provo vergogna”)
  • Pensieri/convinzioni (“sono una persona indegna”)
  • Comportamenti (“evito o attacco me stesso o gli altri”)

Le esperienze connesse alla vergogna cronica sono solitamente inaccessibili in quanto connesse a stati dissociativi e proprio per questo chi sperimenta questa emozione non riesce a riconnettersi ad eventi vissuti nel presente o nel passato. Infatti solitamente gli eventi connessi alla vergogna cronica sono di matrice traumatica e possono essere vissuti con un iperattivazione a livello fisiologico ed emotivo, pensieri intrusivi e quindi seguiti da strategie d’evitamento (Deyoung,2015; Hill, 2015).

Le persone con un vissuto traumatico che vivono un costante senso di vergogna possono sperimentarla in diversi ambiti della propria vita come: nel mostrarsi bisognosi di aiuto, nel non sentirsi perfetti, nel sentirsi totalmente incompetenti, nel vivere situazioni incontrollabili. Si evince quindi che la vergogna cronica perde lo scopo sociale adattivo che caratterizza invece la vergogna come emozione di base. Inoltre, vi è una forte relazione tra la vergogna cronica e il trauma infantile precoce e i sintomi dissociativi che consentono alla persona di proteggersi, seppure in modo disfunzionale, da memorie dolorose e intollerabili (Karan et al., 2014). Alcuni studi infatti mettono in luce come la vergogna cronica mantenga i processi dissociativi. A livello terapeuti il nostro obiettivo come clinici non sarà quello di eliminare la vergogna, visto l’importanza in termini adattivi sopra spiegata, ma piuttosto accettarla, attenuarla e iniziare a cogliere la sua funzione di segnale per tutelarsi ed esporsi in modo compassionevole nei confronti di noi stessi e degli altri. Ovviamente va considerata la funzione squisitamente soggettiva che la vergogna incarna nel vissuto del singolo individuo nel corso dell’intervento terapeutico. La vergogna cronica diventa un modo per inibire e bloccare la percezione e l’espressione di altri vissuti emotivi come rabbia e gioia ma anche la curiosità che permette l’essere umano di aprirsi al mondo e alla vita sia interiore che esteriore.

Steele individua degli “antidoti” per la vergogna cronica:

  • Senso di competenza e adeguatezza
  • Accettazione della vulnerabilità e dell’imperfezione
  • Sentire di avere il controllo (locus of control interno)
  • Compassione verso se stessi e gli altri
  • Capacità di mentalizzare
  • Costruzione di un senso di fiducia nei confronti di se stessi e gli altri
  • Saper costruire relazioni di vicinanza sia fisica che emotiva

Nell’articolo successivo (che verrà pubblicato nei prossimi giorni – ndr) tratterò di alcuni interventi possibili con la vergogna cronica e come si può agire nel concreto da un punto di vista clinico rifacendosi agli studi svolti dai coniugi Steele, pionieri degli studi sulla dissociazione e dunque sulla vergogna cronica; ci sarà anche un accenno sul possibile intervento con l’EMDR.

 

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